summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/67931-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/67931-0.txt')
-rw-r--r--old/67931-0.txt11369
1 files changed, 0 insertions, 11369 deletions
diff --git a/old/67931-0.txt b/old/67931-0.txt
deleted file mode 100644
index 9e381d2..0000000
--- a/old/67931-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,11369 +0,0 @@
-The Project Gutenberg eBook of Frammenti letterari e filosofici, by
-Leonardo da Vinci
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Frammenti letterari e filosofici
-
-Author: Leonardo da Vinci
-
-Compiler: Edmondo Solmi
-
-Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team
- at http://www.pgdp.net (This file was produced from images
- made available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E
-FILOSOFICI ***
-
-
- [Illustrazione: LEONARDO DA VINCI]
-
-
- LEONARDO DA VINCI.
-
-
- FRAMMENTI
-
- LETTERARI E FILOSOFICI
-
-
- TRASCELTI
- DAL
- Dr. EDMONDO SOLMI.
-
- FAVOLE — ALLEGORIE
- PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE
- FACEZIE.
-
-
-
- FIRENZE,
- G. BARBÈRA, EDITORE.
- 1908.
-
-
-
-
- FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra
- ALFANI E VENTURI proprietari.
-
- Proprietà letteraria.
-
-
-
-
-PREFAZIONE.
-
-
-I.
-
- O Lionardo, perchè tanto penate?
- _Codice Atlantico_, f. 71 r.
-
-La biografia di Leonardo, nelle sue linee essenziali, è la storia
-del nascere, dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi
-di un amore intellettuale verso la natura, intento a riprodurne le
-forme e a conoscerne le leggi. Questo amore, nato in un’umile casa di
-Anchiano poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo svolgersi
-ad abbracciare la natura nell’infinità dello spazio, del tempo e delle
-forme.
-
-Il primo ricordo, che il Vinci ci serba nei manoscritti, tra i
-frammenti che risguardano la sua fanciullezza, sembra quasi una
-profezia: _Nella prima ricordazione della mia infanzia_, scrive
-egli rievocando una giovanile visione, _e’ mi parea che, essendo io
-in culla, che un nibbio venisse a me, e mi aprisse la bocca colla
-sua coda, e molte volte mi percotesse con tal coda dentro alle
-labbra._ (_C. A._, 161 r.) Una tradizione ellenica narra, che le api
-annunziarono al mondo in Demostene il più dolce e squisito oratore
-politico; il nibbio non sembra qui preannunziare il più alto e
-limpido descrittore della natura? Leonardo stesso è compreso da questo
-superstizioso dubbio: la vita sua deve essere l’adempimento dell’arduo
-compito di palesare agli uomini i segreti naturali. Egli segna, accanto
-alle linee precedenti, questa espressione rivelatrice: _par che sia mio
-destino._
-
-All’aprirsi della sua vita d’artista, attorno al 1472, lo studio
-del Vinci è di risuscitare nella propria fantasia la figura delle
-cose esterne, «andare co’ la imaginativa ripetendo li lineamenti
-superfiziali delle forme» (_Ash. I_, 26 r.); e, come la sua mente, il
-piccolo libro di note, che porta sempre seco, è pieno di profili di
-visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali e di piante, di roccie e
-di monti. (_C. A._, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato alla
-pratica, si cambia a poco a poco in un desiderio, indipendente da
-ogni applicazione concreta, di comprendere il meccanismo dei fenomeni
-naturali, nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte della pittura
-diventa «una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile
-speculazione considera tutte le qualità delle forme» (_Ash. I_, 20
-r.); e il piccolo libro di note, che porta sempre seco, si riempie
-di considerazioni e di principî prospettici e anatomici, zoologici e
-botanici, meccanici e idraulici. (_R._, § 4.)
-
-Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare la natura nelle sue fibre
-più riposte diventa la passione dominante in Leonardo: «E tirato dalla
-mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e
-strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra
-gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi
-alla quale — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa —
-piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio,
-colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso
-piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa,
-questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, e stato
-alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura
-per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro
-fusse alcuna miracolosa cosa.» (_R._, § 1339.) La natura è il grande
-mistero che Leonardo cerca d’investigare.
-
-Ma quanto la sua mente penetra più nella conoscenza delle cose,
-tanto la coscienza superstiziosa e il pregiudizio dei suoi tempi si
-sollevano contro di lui. Da prima sono i timidi amici di Dio, che
-lo rimproverano di trascurare le pratiche esterne e la preghiera,
-per l’amore entusiastico della natura. «Ma tacciano tali riprensori,
-risponde Leonardo, chè questo è il modo di conoscere l’Operatore
-di tante mirabili cose, e questo è ’l vero modo d’amare un tanto
-inventore.» (_Lu._, § 77.) Poscia sono i suoi amici medesimi, che
-rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione dall’arte, che
-portava inesorabilmente Leonardo a smarrirsi nel laberinto senza fine
-della scienza. Il Verini lo celebrava allora massimo tra i migliori;
-
- et forsan superat Leonardus Vincius omnes.
-
-Ma subito aggiungeva:
-
- tollere de tabula dextra sed nescit;
-
-e cercava la causa di questa lentezza nella sua incontentabilità:
-
- et instar
- Protogenis multis unam perficit annis.[1]
-
-«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte
-cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il
-Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la
-tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo,
-con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3]
-
-Intanto il cartone di _Adamo ed Eva nel paradiso terrestre_, la _Testa
-della Medusa_, l’_Adorazione de’ Magi_ rimangono imperfetti «come quasi
-intervenne in tutte le cose sue.»
-
-Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di
-Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la
-causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria
-miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non
-condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea
-grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua
-opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua
-al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa
-fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano;
-donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse
-anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa,
-nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche,
-veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici
-della sua mente.[5]
-
-Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi.
-Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per
-la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà
-alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti
-guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo
-porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo
-dal _Cenacolo_ è ricondotto a quel _Trattato di luce ed ombra_, a
-cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo
-Sforza al _Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della
-fusione in bronzo_; dalle varie opere di architettura militare e
-civile al _Trattato sui pesi e sui moti_ e a quello di _Idraulica_.[6]
-L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del _Cenacolo_,
-è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di
-vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai
-scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi
-discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo
-degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere
-gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La
-natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.»
-(_I_, 18 r.)
-
-Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di
-un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era
-invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la
-scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della
-polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro
-più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava:
-la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi
-non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per
-un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla
-teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa
-tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente
-manifestarsi solo due secoli dopo.
-
-Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea
-dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali;
-il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili.
-Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie
-della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae
-allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella
-d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria
-«perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è
-il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito
-nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me
-occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova,
-la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere
-a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno
-cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno.
-Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et
-lui alle volte in alcuno mette mano. DÀ OPRA FORTE ALLA GEOMETRIA,
-IMPACIENTISSIMO AL PENNELLO.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana
-attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno
-Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella
-età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza
-et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il
-27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia,
-le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et
-tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa
-Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo
-Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare
-habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte
-non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo
-supererà l’altro: TENGHO PER CERTO LEONARDO HABBI A ESSERE VINCITORE.»
-Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo
-intraprendeva allora il dipinto della _Battaglia d’Anghiari_, spinto
-dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini.
-
-Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio
-della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di
-un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà
-in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia
-assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi
-tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico
-della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del
-Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava
-«gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua
-profferta non fu accettata.[7]
-
-Intanto la _Battaglia di Anghiari_, cominciata a disegnare con ogni
-cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso
-modo del cartone d’_Adamo ed Eva_, della _Testa della Medusa_,
-dell’_Adorazione dei Magi_, «come quasi intervenne in tutte le cose
-sue.»
-
-Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai
-Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè
-a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno
-luminosamente. Al 1504 risale il _Codice sul volo degli uccelli_
-(_V. U._, 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle _sezioni
-sferiche_. (_R._, § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già
-prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal
-1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497,
-sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla
-canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî
-dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a
-coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica,
-spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale
-riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto
-sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico,
-tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi
-metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse
-tratteranno.» (_R._, 4.)
-
-Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla
-pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare
-bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta
-in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo
-il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta
-un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo
-a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai
-contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella
-pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si
-chiamava _teologia_; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si
-chiamava _magia_.
-
-Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo
-portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica,
-e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che
-egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso,
-fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo
-carattere.
-
-Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul
-fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza;
-le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare
-per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo
-alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il
-ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e
-la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio
-di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che
-vuole ciò che il suo secolo gli toglie.
-
-Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua
-luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua
-esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della
-sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser
-l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in
-riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere.
-
-Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente.
-
-«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione,
-spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando
-doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle
-riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e
-Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del
-tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare
-molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]»
-
-Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi
-misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo
-definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta
-teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo
-intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli
-anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue
-forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la
-descrizione delle forme naturali.
-
-Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto,
-sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere
-lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera
-che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro
-affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli
-per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto
-più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è
-altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e
-di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta
-di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo.
-Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano
-Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare
-il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva
-possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse
-per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai
-di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si
-sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici
-o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha
-sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la
-sua opera vera sta nel _Trattato del moto locale e delle percussioni e
-pesi e delle forze tutte_, dove precorre, e in qualche punto avanza,
-i _Dialoghi delle nuove scienze_ del Galilei; in quello _Del moto e
-misura delle acque_, dove è contenuto il meglio che poi diedero il
-Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima
-di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un
-luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo,
-dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la
-pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono
-il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel
-tempo suo e per un secolo ancora.
-
-Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della
-sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La _Battaglia di
-Anghiari_ non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei
-principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel _Trattato della
-pittura_; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale,
-dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505,
-doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione
-materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità
-dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera
-teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta;
-ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e
-antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle
-quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi
-dell’arte e della scienza.
-
-Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio
-comune diffuso su Leonardo: «_Ancora che il Vinci molto più operasse
-con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e
-la fama sua non si spegneranno giammai._[14]» No, rispondiamo noi, è
-appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il
-nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno
-distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza;
-il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il _Cenacolo_; la
-critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del
-Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè
-la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione
-della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della
-vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali
-doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro
-medesimo.
-
-Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «_che
-attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia_,[15]»
-l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella
-piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere
-e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che
-la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a
-propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e
-l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo
-naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I
-problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e
-di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16]
-
-Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo
-per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti,
-messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli
-l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del _Codice
-Atlantico_ ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal
-Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra
-nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di
-un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul
-quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà
-campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli
-offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti
-sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a
-Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e
-numerose.
-
-La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli
-avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di
-Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società
-romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo
-terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie
-che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole
-a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce
-in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno,
-recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano
-profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo
-trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore.
-
-Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse
-e divenne più cupo: «_Quest’altro_, dice Leonardo in uno di quei
-frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, _m’ha
-impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale_.» (_C.
-A._, 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli
-contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta
-intenta alla conoscenza del vero.(_R._, § 1358.) Giuliano de’ Medici lo
-liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la
-Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare
-Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale
-è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i
-biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18]
-l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19]
-
-Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516,
-abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben
-presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente
-alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello
-per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di
-Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò,
-inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche,
-prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di
-volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno
-profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca
-l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata
-l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne
-aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta.
-Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di
-rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma
-la morte lo coglie il 2 maggio 1519.
-
-La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer
-Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii,
-ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li
-libri, che il dicto testatore ha de presente.» (_R._, § 1566.)
-
-
-II.
-
-Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese
-all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi
-di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona
-dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un
-pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese
-del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese
-dipinctore», nelle sue _Antiquarie prospetiche Romane_, assomiglia
-Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come
-il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel
-parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione
-giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue _Vite_: «Con
-ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era
-in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì
-terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col
-disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con
-i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo
-ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a
-sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè
-bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva
-al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]»
-
-Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo
-nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando
-il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate
-ad ammirare il _Cenacolo_, ancora incompiuto, in Santa Maria delle
-Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico
-il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate
-parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai
-gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di
-Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano
-stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello
-raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè
-un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di
-Leonardo.[25]
-
-Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci
-godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore:
-«Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente
-s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il
-memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle
-grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto
-ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (_G_, 49 r.) Che che ne sia,
-è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche
-sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie
-e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria,
-con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di
-cortesia della Corte milanese del secolo XV.
-
-Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce
-idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e
-ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
-
-Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta
-di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo
-e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni
-del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore
-trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai
-cadere.
-
-Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima
-concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo
-nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche,
-e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra
-sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la
-maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della
-pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue
-dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I
-manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge
-una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua,
-atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende
-limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da
-Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde
-rivestirla della forma più evidente e più semplice (_A_, f. 3 r.
-10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con
-continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con
-la maggiore identità di segno e di significato. (_C. A._, 278 r.) Allo
-stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la
-più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa
-immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua
-varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto
-senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva.
-Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua
-letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori
-dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna
-oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello
-risveglio della vita.
-
-La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la
-concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero.
-La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di
-studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un
-effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
-
-Nel _Codice Trivulziano_ vi sono lunghe enumerazioni di parole talora
-raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da
-una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le
-più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo
-pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo
-del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta
-significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a
-differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante
-e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici,
-iniziati per il latino nel manoscritto _H_, continuati per il volgare
-nel _Codice Trivulziano_, tolgono di mezzo quella leggenda che solo
-all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla
-riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero.
-Quando nel _Codice Atlantico_ si trova questa nota, «Donato,» noi
-dobbiamo pensare al DONATUS, _De octo partibus orationis latine
-et italice_, Venezia, 1499 (_C. A._, 207 r.); quando troviamo la
-frase «Retorica nova,» siamo portati al LAURENTIUS GUILELMUS DE
-SAONA, _Rethorica Nova_, Sant’Albano, 1480 (_C. A._, 207 v.); allo
-stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci
-suggeriscono la raccolta NONIJ MARCELLI, _De proprietate sermonum_;
-FESTI POMPEIJ, _De verborum significatione_; M. T. VARRONIS, _De lingua
-latina_, Milano, 1500. (_R._, § 1470). Nel manoscritto _F_ è ricordato
-finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio,
-il _Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a
-molti_, di fra GIO. BERNARDO, Milano, 1489. (_F_, cop. r.)
-
-I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per
-esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso
-a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa
-intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La
-inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari,
-poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda
-strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa
-in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta
-a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27]
-Il _Trattato del moto e misura dell’acque_, che riproduce, con
-poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti
-l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente
-scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta
-del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto;
-le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami,
-dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè
-inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci
-è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto
-il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in
-qualche modo la conoscenza.
-
-Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile
-lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto
-continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali
-medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni
-segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione
-preliminare.
-
-Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare
-ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo
-il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili,
-imponeva un continuo discernimento.
-
-Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla
-mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi
-impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per
-l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto
-stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni
-concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica,
-onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che
-riguardano i pensieri di Leonardo sulla _Conoscenza_, sulla _Natura_,
-sulla _Morale_ e sull’_Arte_.
-
-Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria
-dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni
-gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che
-presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le _Favole_
-di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo,
-allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e
-inorganico. Le _Allegorie_, che nel loro complesso formano un vero
-e proprio _Bestiario_, sebbene per la maggior parte non originali,
-conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere
-apprezzata. Le _Descrizioni e i Ritratti_, dove si manifesta lo scopo
-letterario combinato a quello pittorico; le _Profezie e le Facezie_,
-dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con
-quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente
-artistiche.
-
-Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo
-svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro
-originalità. Le _Note_, che seguono passo per passo la scelta, e sono
-da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha
-attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione
-più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte
-è trattata da me in una monografia _Intorno alle fonti dell’opera
-letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci_, che verrà quanto prima
-pubblicata.
-
-Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno
-altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo
-leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso
-delle espressioni.
-
-I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta,
-sono stati fatti per ogni frammento nei SOMMARII E RIFERIMENTI, con
-opportune sigle.
-
-
-
-
-TAVOLA DELLE SIGLE.
-
-
-_A._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la
-Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880.
-
-_Ash. I._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la
-Bibliothèque de l’Institut; 2038 (_Ash. I_) et 2037 (_Ash. II_) de la
-Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891.
-
-_Ash. II._ — Idem; ibi.
-
-_Ash. III._ — Trattato di architettura civile e militare, con note di
-Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361
-(_inedito_).
-
-_B._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits _B_ et _D_ de
-la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883.
-
-_C._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _C, E_
-et _K_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi,
-1888.
-
-_C. A._ — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca
-Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (_in corso di stampa_).
-
-_D._ — Si veda _B_.
-
-_E._ — Si veda _C_.
-
-_F._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _F_ et _I_
-de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893.
-
-_G._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M
-de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890.
-
-_H._ — Si veda _Ash. I._
-
-_I._ — Si veda _F_.
-
-_L._ — Si veda _G_.
-
-_Lu._ — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II.
-Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol.
-
-_M._ — Si veda _G_.
-
-_R._ — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited
-from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol.
-
-_T._ — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe
-Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892.
-
-_T. M. A._ — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci.
-Bologna, 1828.
-
-_V. U._ — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre
-materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893.
-
-_W. An. A._ — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca
-di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati).
-Parigi, 1898.
-
-Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il
-_recto_ o il _verso_ dei fogli.
-
-
-
-
-LE FAVOLE.
-
-
-I. — L’IRREQUIETEZZA.
-
-Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu
-costretto a mutar sito.
-
-
-II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.
-
-Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza
-dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le
-parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione
-di quella.
-
-
-III. — L’ACQUA.
-
-Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di
-montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in
-sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in
-alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata
-dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e
-fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade
-dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo
-incarcerata, fece penitenza del suo peccato.
-
-
-IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.
-
-Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto
-a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere,
-con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali
-una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [Sidenote:
-da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito
-fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò,
-e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine
-condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno
-tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta
-morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e
-pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle
-in isplendevole e lunga vita e bellezza.
-
-
-V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI.
-
-Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il
-quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e
-raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in
-fra sè dire:
-
-— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me,
-picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che
-tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia
-più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza,
-chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere
-quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore
-dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più
-alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole,
-e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. —
-E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte
-spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe
-sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si
-trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea;
-e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per
-quelli, che s’aumiliano son esaltati.
-
-
-VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della
-neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine.
-
-
-VII. — LA PIETRA.
-
-Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si
-stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole
-boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori
-di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che,
-nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là
-giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:
-
-— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in
-compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate
-compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere
-dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a
-essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna
-volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di
-qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in
-nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che
-dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città,
-infra i popoli pieni d’infiniti mali.
-
-
-VIII. — IL RASOIO.
-
-Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè
-medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo;
-della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto,
-cominciò con seco medesimo a dire:
-
-— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito
-sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza
-caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual
-mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare
-meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no.
-Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo
-riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un
-giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè
-essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie
-non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno
-pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era
-esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è
-la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha
-consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello
-esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto
-rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza
-guasta la sua forma.
-
-
-IX. — IL GIGLIO.
-
-Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, [Sidenote: Ticino] e la
-corrente tirò la ripa insieme col giglio.
-
-
-X. — IL NOCE.
-
-Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua
-frutti, ogni omo lo lapidava.
-
-
-XI. — IL FICO.
-
-Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare
-essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto.
-
-
-XII. — LA PIANTA E IL PALO.
-
-La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato,
-e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro
-lo guarda dalla triste compagnia.
-
-
-XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.
-
-Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li
-son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo
-interrotto, lo gittò per terra diradicato.
-
-
-XIV. — LA VITALBA.
-
-La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare
-co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde
-da’ viandanti poi fu rotta.
-
-
-XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.
-
-La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina
-d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con
-quella.
-
-
-XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da
-superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite,
-che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
-
-
-XVII. — IL CEDRO.
-
-Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella
-sommità di se, lo mise a seguizione [Sidenote: compimento] con tutte
-le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare
-declinare la elevata e diritta cima.
-
-
-XVIII. — IL PERSICO.
-
-Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al
-noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo
-tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana
-terra.
-
-
-XIX. — L’OLMO E IL FICO.
-
-Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza
-frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con
-rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi?
-Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti
-troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di
-soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato
-e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo
-lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza
-figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! —
-
-
-XX. — LE PIANTE E IL PERO.
-
-Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: —
-O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua
-maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! —
-Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e
-mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’
-arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e
-dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere
-ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini,
-per onorarmi, posti d’intorno.
-
-
-XXI. — LA RETE.
-
-La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor
-de’ pesci.
-
-
-XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE.
-
-Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere
-comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della
-candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu
-cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le
-sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del
-candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai
-bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti,
-come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati!
-Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal
-falso lume dello sporco sevo? —
-
-
-XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.
-
-Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè
-i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva
-nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [Sidenote: dilacerandoli]
-coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio
-disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi,
-come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di
-sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e,
-non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte
-abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani
-dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’
-sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere
-di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi,
-trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti,
-pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati
-e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle
-mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. —
-
-
-XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.
-
-Il rovistrice, [Sidenote: rovistico: pianta, _ligustrum vulgare_]
-sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai
-pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso
-rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li
-toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie,
-le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute
-unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la
-quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico
-sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per
-mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo?
-Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e
-cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente,
-non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna
-[Sidenote: rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso
-merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le
-vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà
-del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non
-ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che
-tu me bruciato! —
-
-
-XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.
-
-Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto
-campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale
-suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato
-dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di
-tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la
-non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e
-essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non
-la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco
-della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva
-finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro,
-mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta.
-E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici
-infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami
-fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio,
-e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le
-antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno
-pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte
-delle sue membra.
-
-
-XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.
-
-Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere
-i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e
-drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li
-era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti
-in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla
-imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con
-quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si
-potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando
-alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento
-li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande
-allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito
-— imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E
-fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea
-aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio
-mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di
-quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a
-questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato
-falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi,
-che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano;
-e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue
-compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la
-zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle
-che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del
-mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole,
-che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’
-linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta
-di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme
-colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza,
-fatti e fermi alquanti capitoli [Sidenote: patti] di novo col salice,
-e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata
-la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso
-all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là
-curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca,
-e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze.
-E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto
-co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso,
-essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò,
-collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami
-del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e
-del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [Sidenote: venute in
-seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso,
-a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture
-e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per
-fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni
-in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [Sidenote:
-l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri
-negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello
-soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due
-parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse
-sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene.
-
-
-XXVII. — L’AQUILA.
-
-Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu
-dall’omo presa e morta.
-
-
-XXVIII. — IL RAGNO.
-
-Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle
-dal calabrone crudelmente morto.
-
-
-XXIX. — IL GRANCHIO.
-
-Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a
-quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi,
-e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
-
-
-XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.
-
-Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo
-calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si
-destò, e subito annegò.
-
-
-XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.
-
-La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da
-quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio
-desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu
-fatto.
-
-
-XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.
-
-Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore
-scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l
-ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa
-li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide.
-
-
-XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.
-
-Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa
-l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come
-quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa
-acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava.
-
-
-XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29]
-
-Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il
-granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa
-non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la
-bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore.
-
-
-XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.
-
-I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e
-le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La
-qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la
-libertà ai tordi, ma la loro propria vita.
-
-Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà
-ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono
-legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte
-la vita.
-
-
-XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.
-
-Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra
-appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo
-pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se
-n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto,
-lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e
-rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che,
-per non gastigare i figlioli, capitano male.
-
-
-XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.
-
-Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci,
-sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di
-miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del
-cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la
-folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici
-de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè
-tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era
-spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo
-travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale
-essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti,
-a morirsi di fame.
-
-
-XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO.
-
-Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola,
-la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione,
-[Sidenote: distruzione, morte] e, per uno piccolo spiraculo, riguardava
-il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa
-donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio
-a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità;
-e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la
-quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della
-gatta, privato.
-
-
-XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.
-
-Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si
-pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve.
-
-
-XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza
-era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve
-avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù
-per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni
-giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani
-dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non
-si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa
-uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu
-laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.
-
-
-XLI. — TRACCIA.
-
-Favola della lingua morsa dai denti.
-
-
-XLII. — IL VILLANO E LA VITE.
-
-Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette
-molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le
-pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi.
-
-
-XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30]
-
-Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca
-tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto
-onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a
-sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere
-vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e
-entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi
-di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando
-tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti
-ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane
-interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno,
-e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese
-producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il
-meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino
-beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro, [Sidenote:
-cerebro, cervello] che lo fece matto, e partorì tanti errori, che,
-tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu
-lasciato poi libere le viti co’ sua frutti.
-
- (_in margine_)
-
- _Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e
- sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo;
- già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della
- divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo
- furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i
- sua amici._
-
-
-XLIV. — TRACCIA.
-
-Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica.
-
-
-XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA.
-
-(Frammento.)
-
-Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere
-rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e
-poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per
-usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e,
-poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso,
-già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne
-quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di
-lì sicuramente si parte.
-
-Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne,
-comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in
-fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva.
-
-Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè
-stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e
-rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata
-cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria
-d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave
-sonito....
-
-Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato
-avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole
-in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in
-fra le legne si trova, traeva.
-
-E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a
-spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di
-quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là.
-
-Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto
-assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in
-gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare
-tutto il superiore elemento [Sidenote: l’elemento del foco] sopra le
-poche legne.
-
-E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti
-sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte
-grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme
-più altere, percosser nel fondo della superiore caldara.
-
-
-XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA.
-
-(Frammento.)
-
-Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e
-partita quella lo specchio rimase in le....
-
-
-
-
-LE ALLEGORIE.
-
-
-I. — AMORE DI VIRTÙ.[31]
-
-Calendrino [Sidenote: La calandra] è uno uccello, il quale si dice,
-che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo
-deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai
-lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai
-l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia.
-
-Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista,
-anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in
-cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i
-fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle
-prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più
-tenebroso sito.
-
-
-II. — INVIDIA.[32]
-
-Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido
-esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli
-sanza mangiare.
-
-
-III. — ALLEGREZZA.[33]
-
-L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si
-rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti.
-
-
-IV. — TRISTEZZA.[34]
-
-La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati
-figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo
-rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede
-alquante poche penne nere.
-
-
-V. — PACE.[35]
-
-Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per
-la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire,
-si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si
-spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
-
-
-VI. — IRA.[36]
-
-Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [Sidenote: api,
-come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a
-pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi
-con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in
-modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con
-le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende.
-
-
-VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37]
-
-La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti
-upica, [Sidenote: úpupa] i quali, conoscendo il benefizio della
-ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li
-vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e
-cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li
-rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà.
-
-
-VIII. — AVARIZIA.[38]
-
-Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia:
-tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi.
-
-
-IX. — INGRATITUDINE.[39]
-
-I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando
-sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano
-a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto
-che caccia il padre, e tolli la mogliera [Sidenote: e gli toglie la
-moglie], facendosela sua.
-
-
-X. — CRUDELTÀ.[40]
-
-Il basalisco [Sidenote: basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con
-la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e
-le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
-
-
-XI. — LIBERALITÀ.[41]
-
-Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte
-della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non
-potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa
-aquila, perchè in tal modo si cibano.
-
-
-XII. — CORREZIONE.[42]
-
-Quando il lupo va assentito [Sidenote: va cautamente] a qualche stallo
-di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo
-facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore.
-
-
-XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [Sidenote: adulazioni].[43]
-
-La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta
-sopra i navili, e occide li addormentati marinari.
-
-
-XIV. — PRUDENZA.[44]
-
-La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno,
-uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al
-tempo si pascono.
-
-
-XV. — PAZZIA.[45]
-
-Il bo’ [Sidenote: bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore
-rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’
-corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori
-l’occidano.
-
-
-XVI. — GIUSTIZIA.[46]
-
-E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il
-quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave
-sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a
-combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare
-e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano,
-e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
-
-
-XVII. — VERITÀ.[47]
-
-Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli,
-nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre.
-
-
-XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48]
-
-Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui
-dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne
-stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se
-’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che
-si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano,
-e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga
-’mancare.
-
-
-XIX. — FALSITÀ.[49]
-
-La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [Sidenote: specie
-di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con
-la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la
-lingua, e essa gli piglia la testa.
-
-
-XX. — BUGIA.[50]
-
-La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto
-vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more,
-perchè si fa nota così la bugía.
-
-
-XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51]
-
-La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per
-autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga.
-
-
-XXII. — MAGNANIMITÀ.[52]
-
-Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si
-lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne
-fetida.
-
-
-XXIII. — VANAGLORIA.[53]
-
-In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale
-sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda,
-quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la
-vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa
-vincere.
-
-
-XXIV. — CONSTANZA.[54]
-
-Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura
-la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali
-la consumano, e poi di novo rinasce.
-
-
-XXV. — INCONSTANZA.[55]
-
-Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto,
-per non sopportare alcuno minimo disagio.
-
-
-XXVI. — TEMPERANZA.[56]
-
-Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille
-miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o
-sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
-
-
-XXVII. — INTEMPERANZA.[57]
-
-L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi
-vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua
-ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla
-sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal
-modo lo pigliano.
-
-
-XXVIII. — UMILTÀ.[58]
-
-Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si
-sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati
-leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che,
-spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere.
-
-
-XXIX. — SUPERBIA.[59]
-
-Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e
-sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera
-essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila,
-regina delli uccelli.
-
-
-XXX. — ASTINENZA.[60]
-
-Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua
-intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e
-aspetti ch’essa acqua si rischiari.
-
-
-XXXI. — GOLA.[61]
-
-Il voltore [Sidenote: l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che
-andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita
-(li eserciti).
-
-
-XXXII. — CASTITÀ.[62]
-
-La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro
-osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee
-mai acqua chiara.
-
-
-XXXIII. — LUSSURIA.[63]
-
-Il palpistrello [Sidenote: pipistrello, come al n. LXIII], per la
-sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [Sidenote:
-regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina
-con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito.
-
-
-XXXIV. — MODERANZA.[64]
-
-L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il
-dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella
-infangata tana — per non maculare la sua gentilezza.
-
-
-XXXV. — AQUILA.[65]
-
-L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue
-penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella
-poca acqua. E, se i sua nati non po’ [Sidenote: possono] sostener la
-vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non
-s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor
-non noce [Sidenote: Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia
-rimanente della sua preda.
-
-
-XXXVI. — LUMERPA [Sidenote: uccello favoloso]. FAMA.[66]
-
-Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue
-ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la
-penna, che si spicca, più non luce.
-
-
-XXXVII. — PELLICANO.[67]
-
-Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido
-morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente
-sangue bagnandoli, li torna in vita.
-
-
-XXXVIII. — SALAMANDRA.[68]
-
-La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [Sidenote:
-detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive
-[Sidenote: non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro
-cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza.
-
-
-XXXIX. — CAMALEON [Sidenote: camaleonte]. [69]
-
-Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per
-istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che
-non po’ sostenere uccello, che lo seguiti.
-
-A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola
-il camaleone.
-
-
-XL. — ALEPO PESCE.[70]
-
-Alepo non vive fori dell’acqua.
-
-
-XLI. — STRUZZO.[71]
-
-Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per
-l’arme [Sidenote: detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’
-capitani.
-
-
-XLII. — CIGNO.[72]
-
-Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il
-qual canto termina la vita.
-
-
-XLIII. — CICOGNA.[73]
-
-Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la
-compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la
-covano e pascano, in fin che more.
-
-
-XLIV. — CICALA.[74]
-
-Questa col suo canto fa tacere il cucco [Sidenote: cuculo]; more
-nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi.
-
-
-XLV. — BASALISCO.[75]
-
-Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo
-mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide.
-
-
-XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.
-
-Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti,
-colla coda si stóppa li orecchi.
-
-
-XLVII. — DRAGO.[76]
-
-Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e
-l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta.
-
-
-XLVIII. — VIPERA.[77]
-
-Quest’ha nel suo [Sidenote: ha di proprio, di particolare], ch’apre
-bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli,
-in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre.
-
-
-XLIX. — SCORPIONE.[78]
-
-La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a
-similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le
-malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù.
-
-
-L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79]
-
-Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto,
-con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento,
-crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve
-cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e
-rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto.
-
-
-LI. — BOTTA [Sidenote: rospo].[80]
-
-La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia
-tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così
-fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con
-insgonfiato animo, forzatamente starle davanti.
-
-
-LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81]
-
-Il bruco [Sidenote: Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante
-l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro
-intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte
-e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo.
-
-
-LIII. — RAGNO.[82]
-
-Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la
-quale gli rende, per benefizio, la presa preda.
-
-
-LIV. — LEONE.[83]
-
-Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il
-terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte
-le fiere, che nella selva sono, fuggano.
-
-Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido
-delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre
-più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi
-[Sidenote: allontanandosi] dai virtuosi.
-
-Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo
-viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti
-del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [Sidenote:
-le sue astuzie; i suoi disegni].
-
-
-LV. — TARANTA [Sidenote: tarantola].[84]
-
-Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in
-quello che pensava, quando fu morso.
-
-
-LVI. — DUCO O CIVETTA.[85]
-
-Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha
-ordinato natura, perchè si cibino.
-
-
-LVII. — LEOFANTE.[86]
-
-Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova,
-cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè,
-quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi,
-solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle
-selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il
-cielo, quasi come se sacrificare volessino.
-
-Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti,
-l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la
-punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la
-stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi,
-con essi si ricomprano.
-
-Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e
-smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova
-le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde
-si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e
-vanno assentitamente [Sidenote: cautamente].
-
-Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l
-secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano
-vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e
-non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel
-fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto
-clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di
-sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano
-le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono
-provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e
-sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente
-riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e
-non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’
-fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso
-non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro
-gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo
-odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Sidenote: Qui: aggrinza,
-increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide.
-
-Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua,
-e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò
-che ’l corso non li menasse via.
-
-Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e
-coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l
-liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte,
-del nemico si vendica.
-
-
-LVIII. — IL DRAGONE.[87]
-
-Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Sidenote:
-Plinio: _cratium modo_, a uso di graticci], e, colla testa levata,
-passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così
-non si unissin, annegherebbono. Così fa unione.
-
-
-LIX. — SERPENTE.[88]
-
-Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per
-l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca.
-Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un
-simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto
-per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½:
-avanzava colla testa tutte le piante d’una selva.
-
-
-LX. — BOA.[89]
-
-Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe
-della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la
-dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte
-Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale
-avea tranghiottito.
-
-
-LXI. — MACLI [Sidenote: Plinio: sorta di gran cervo (_cervus alces_)]
-PEL SONNO È GIUNTA.[90]
-
-Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo,
-se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano;
-pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra
-che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per
-questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori,
-intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e,
-quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i
-cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano,
-perchè è d’incredibile velocità nel correre.
-
-
-LXII. — BONASO [Sidenote: bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91]
-
-Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte
-l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo
-piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo
-che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del
-suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco.
-
-
-LXIII. — PALPISTRELLO.[92]
-
-Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più
-s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù.
-
-
-LXIV. — PERNICE.[93]
-
-Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso,
-e fura [Sidenote: ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati
-seguitano la vera madre.
-
-
-LXV. — RONDINE.[94]
-
-Questa co’ la celidonia [Sidenote: Sorta di pietra favolosa, che si
-dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua
-ciechi nati.
-
-
-LXVI. — ERMELLINO.[95]
-
-Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che
-’mbrattarsi.
-
-
-LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI.
-
-Queste tengano l’unghie nella guaina, e mai le sfoderano, se non è
-adosso alla preda o nemico.
-
-
-LXVIII. — LEONESSA.[96]
-
-Quando la leonessa difende i figlioli dalle man de’ cacciatori, per non
-si spaventare dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò che là, per
-sua fuga, i figli non sieno prigioni.
-
-
-LXIX. — LEONE.[97]
-
-Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vòte
-carrette e simile il canto de’ galli; teme assai nel vederli e con
-pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e forte invilisce quando ha
-coperto il volto.
-
-
-LXX. — PANTERE IN AFRICA.[98]
-
-Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile
-e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di
-rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre
-le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde
-essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti
-s’assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire [Sidenote:
-godere] tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e
-subito lo divora.
-
-
-LXXI. — CAMMELLI.[99]
-
-Quegli Battriani hanno due gobbi, gli Arabi uno; sono veloci in
-battaglia e utilissimi a portare le some. Questo animale ha regola
-e misura osservantissima, perchè non si move, se ha più carico che
-l’usato, e, se fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, onde lì
-bisogna a’ mercatanti alloggiare.
-
-
-LXXII. — TIGRE.[100]
-
-Questa nasce in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera
-per le diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole
-velocità. Il cacciatore, quando truova i sua figli, li rapisce, subito
-ponendo specchi nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce cavallo,
-si fugge. La pantera, tornando, trova li specchi fermi in terra, ne’
-quali, vedendo sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando colle
-zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante l’odore de’ figli, seguita
-il cacciatore, e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia uno de’
-figlioli, e questa lo piglia e portalo al nido, e subito rigiugne sul
-cacciatore, e fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in barca.
-
-
-LXXIII. — CATOPLEAS [Sidenote: Plinio: _catoblepas_, sorta di
-serpente].[101]
-
-Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto Nigricapo, è animale non
-troppo grande e pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta
-grandezza che malagevolmente lo porta, in modo che sempre sta chinato
-inverso la terra, altremente sarebbe di somma peste alli omini, perchè
-qualunque è veduto da’ sua occhi subito more.
-
-
-LXXIV. — BASILISCO.[102]
-
-Questo nasce nella provincia Arenaica, e non è maggiore che 12 dita, e
-ha in capo una macchia bianca a similitudine di diadema; col fischio
-caccia ogni serpente, a similitudine di serpe, ma non si move con
-torture, anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi che uno di questi,
-essendo morto con un aste da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno
-discorrendo su per l’aste, non che l’omo, ma il cavallo morì. Guasta le
-biade, e, non solamente quelle che tocca, ma quelle dove soffia; secca
-l’erbe, spezza i sassi.
-
-
-LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.[103]
-
-Questa, trovando la tana del basilisco, coll’odore della sua sparsa
-orina, l’occide: l’odore della quale orina ancora, spesse volte, essa
-donnola occide.
-
-
-LXXVI. — CERASTE [Sidenote: Plinio: Altra sorta di serpente].[104]
-
-Queste hanno quattro piccioli corni mobili, onde, quando si vogliano
-cibare, nascondano sotto le foglie tutta la persona, salvo esse
-cornicina; le quali movendo, pare agli uccelli quelli essere piccioli
-vermini, che scherzino, onde subito si calano per beccarli, e questa
-subito s’avviluppa loro in cerchio, e sì li divora.
-
-
-LXXVII. — AMFESIBENE.[105]
-
-Questa ha due teste, l’una nel suo loco, l’altra nella coda, come se
-non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno.
-
-
-LXXVIII. — IACULO [Sidenote: Plinio: serpe velenoso].[106]
-
-Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso
-le fiere, e l’uccide.
-
-
-LXXIX. — ASPIDO.[107]
-
-Il morso di questo animale non ha rimedio, se non di subito tagliare
-le parti morse. Questo sì pestifero animale ha tale affezione nella sua
-compagna, che sempre vanno accompagnati; che, se per disgrazia l’uno di
-loro è morto, l’altro, con incredibile velocità, seguita l’ucciditore;
-ed è tanto attento e sollecito alla vendetta, che vince ogni
-difficultà, passando ogni esercito. Solo il suo nemico cerca offendere,
-e passa ogni spazio, e non si può schifarlo, se non col passare l’acque
-o con velocissima fuga. Ha li occhi in dentro e grandi orecchi, e più
-lo move l’audito che ’l vedere.
-
-
-LXXX. — ICNEUMONE [Sidenote: Volg.: topo di Faraone].[108]
-
-Questo animale è mortale nemico all’aspido nasce in Egitto, e,
-quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta
-[Sidenote: Minutissima arena, che si suol trovare vicino a’ fiumi o
-torrenti; come al n. LXXXIII] over fango del Nilo, e con quello tutto
-s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s’imbratta,
-e, così seccando l’un dopo l’altro, si fa tre o quattro veste, a
-similitudine di corazza; e di poi assalta l’aspido, e ben contrasta con
-quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza.
-
-
-LXXXI. — COCODRILLO.[109]
-
-Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, nuoce in terra e in acqua,
-nè altro terrestre animale ai truova sanza lingua, che questo, e
-solo morde movendo la mascella di sopra; cresce insino in 40 piedi, è
-unghiato, armato d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in terra, e
-la notte in acqua. Questo, cibato di pesci, s’addormenta sulla riva
-del Nilo colla bocca aperta, e l’uccello detto trochilo [Sidenote:
-_troglodites_ o reatino], piccolissimo uccello, subito li corre
-alla bocca e, saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando il
-rimaso cibo, e, così stuzzicandolo con dilettevole voluttà, lo ’nvita
-aprire tutta la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto dal eumone
-[Sidenote: icneumone, vedi n. LXXX], subito si li lancia in bocca e,
-foratoli lo stomaco e le budella, finalmente l’uccide.
-
-
-LXXXII. — DELFINO.[110]
-
-La natura ha dato tal cognizione alli animali che, oltre al conoscere
-la loro comodità, e’ conoscono la incomodità del nimico, onde intende
-il delfino quanto vaglia il taglio dello sue pinne, posteli sulla
-schiena, e quanto sia tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor
-combattere si li caccia sotto, e tagliali la pancia, e così l’uccide.
-
-Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo a chi lo caccia.
-
-
-LXXXIII. — HIPPOTAMO [Sidenote: ippopotamo].[111]
-
-Questo, quando si sente aggravatola cercando le spine o, dove sia,
-i rimanenti de’ tagliati canneti, e lì tanto frega una vena, che la
-taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, colla litta s’infanga e
-risalda la piaga. Ha forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, coda
-torta e denti di cinghiale, còllo con crini, la pelle non si po’
-passare se non si bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi allo
-’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito.
-
-
-LXXXIV. — IBIS.[112]
-
-Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato,
-empie il gozzo d’acqua, e col becco si fa un cristero [Sidenote:
-clistere].
-
-
-LXXXV. — CERVI.[113]
-
-Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de’
-granchi, e si libera di tal veneno.
-
-
-LXXXVI. — LUSERTE [Sidenote: lucertola].[114]
-
-Questa, quando combatte colle serpe, mangia la cicerbita [Sidenote:
-Linneo: _sonchus oleraceus_ (pianta)], e son libere.
-
-
-LXXXVII. — RONDINE.[115]
-
-Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli col sugo della celidonia.
-
-
-LXXXVIII. — BELLOLA.[116]
-
-Questa, quando caccia ai ratti, mangia prima della ruta.
-
-
-LXXXIX. — CINGHIALE.[117]
-
-Questo medica i sua mali mangiando della edera.
-
-
-XC. — SERPE.[118]
-
-Questa, quando si vol rennovare, gitta il vecchio scoglio [Sidenote:
-scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe], comenciandosi dalla
-testa; mutasi ’n un dì e una nocte.
-
-
-XCI. — PANTERA.[119]
-
-Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, ancora combatte coi cani e
-cacciatori.
-
-
-XCII. — CAMALEONE.[120]
-
-Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme
-colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati.
-
-
-XCIII. — CORBO [Sidenote: corvo].[121]
-
-Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll’alloro.
-
-
-XCIV. — MAGNANIMITÀ.
-
-Il falcone non piglia se non uccelli grossi, e prima more che mangiare
-carne di non bono odore.
-
-
-XCV. — GRU.
-
-Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte
-li stanno dintorno con pietre in piè.
-
-Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru.
-
-
-XCVI. — CARDELLINO.
-
-Il calderugio [Sidenote: cardellino] dà il tortomalio [Sidenote:
-titimalo, titimaglio, pianta del genere _euforbia_] a’ figlioli
-ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà!
-
-
-XCVII. — DELL’ANTIVEDERE.
-
-Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l’ali; il papagallo,
-nel mutarsi pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il
-becco.
-
-
-XCVIII. — PER BEN FARE.
-
-Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand’e’ ha
-condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante
-il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi
-modi.
-
-
-XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Per lo spino, insiditoli [Sidenote: innestatogli] sopra boni frutti,
-significa quello, che per se non era disposto a virtù, ma mediante
-l’aiuto del precettore dà di sè utilissime virtù.
-
-
-C. — DEL LINO.
-
-Il lino è dedicato a morte e corruzione de’ mortali: a morte pe’
-lacciuoli delli uccelli, animali e pesci; a corruzione per le tele line
-dove s’involgano i morti, che si sotterrano, i quali si corrompono in
-tali tele. E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, se esso
-non comincia a macerarsi o corrompersi, e questo è quello col quale si
-deve incoronare e ornare li uffizî funerali.
-
-
-CI. — FRAMMENTO.
-
-Per il pannolino, che si tien colla mano nel corso dell’acqua corrente,
-nella quale acqua il panno lascia tutte le sue brutture, significa
-questo ec.
-
-
-
-
-I PENSIERI.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA SCIENZA.
-
-
-I. — LA TEORIA E LA PRATICA.
-
-Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica.
-
-
-II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO LA PRATICA SANZA SCIENZA.
-
-Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l
-nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha
-certezza dove si vada.
-
-Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della
-quale la _Prospettiva_ è guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa
-bene ne’ casi di pittura.
-
-
-III. — PARAGONE DEL PRATICO.
-
-Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione,
-è come lo specchio, che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose,
-sanza cognizione d’esse.
-
-
-IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA ALLA PRATICA.
-
-La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.
-
-
-V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza.
-
-
-VI. — CONSIGLIO AL PITTORE.
-
-E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere,
-che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu
-farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona,
-l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità.
-
-
-VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la
-pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di
-nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio,
-sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemica degli
-Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni.
-
-
-VIII. — SUL FATTO ANATOMICO DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO NEL
-FANCIULLO.
-
-La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto
-[Sidenote: il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali
-[Sidenote: il petto].
-
-
-IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA DALLA PRATICA.
-
-Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica.
-
-La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte,
-essa [Sidenote: Sott.: pratica] non s’accorda con essa scienza, nè
-è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie,
-mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso
-li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica,
-e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono
-incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda
-necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie, insieme colli
-pesi [Sidenote: Sott.: che] sopra di lor si giudicano.
-
-Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi,
-e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno
-usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali,
-overo incorporei.[122]
-
-
-X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE SENZA APPLICAZIONE PRATICA.
-
-Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte,
-come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte
-meccanica.
-
-
-XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme
-coll’operante d’essa.
-
-
-XII. — RICORDI DI LEONARDO.
-
-Quando tu metti insieme la _Scienza de’ moti dell’acqua_, ricordati di
-mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che
-tale scienza non sia inutile.
-
-
-XIII. — LA DISTRIBUZIONE DEI SUOI TRATTATI.
-
-Da profondare un canale: fa questo nel libro _De’ giovamenti_, e, nel
-provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine,
-perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti
-bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e
-così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle
-figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe
-cosa confusa e interrotta.
-
-
-XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE.
-
-L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto,
-perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone.
-Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha
-cognizion di quella.
-
-
-XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO AL SAPERE.
-
-Naturalmente li omini boni desiderano sapere.
-
-
-XVI. — PIACERE, CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA.
-
-Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita,
-nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi
-strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del
-mondo.
-
-
-XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI DELLE SUE OPERE.[123]
-
-So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli,
-de’ quali Deometro [Sidenote: Demetrio] disse, non faceva conto più
-del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento,
-ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio
-di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della
-sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è
-più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze
-dell’anima, che del corpo.
-
-E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano,
-dubito non sì, come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi
-s’è cosa mangiativa.
-
-
-XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI DELLA SCIENZA.
-
-Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce
-dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre,
-ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè
-lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino
-fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e
-l’altra eran di pari valimento e sustanzia.
-
-
-XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA DEL CORPO UMANO.
-
-Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso
-meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto
-li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si
-riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito
-di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi
-partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il
-resto è assai manco che bestia.
-
-
-XX. — CONTRO GLI UOMINI, CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE.
-
-Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di
-sterco e riempitori di destri [Sidenote: latrine] chiamarsi debbono;
-perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si
-mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta.
-
-
-XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA.
-
-La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e
-cibo delle menti umane.
-
-
-XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.[124]
-
-Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore
-del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e
-di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La
-sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e
-pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel
-corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro,
-così la sapienza è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e
-niuna altra cosa è da a questa comparare.»
-
-
-XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA.
-
-Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua
-vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la
-sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non
-manchi il nutrimento.
-
-
-XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA.
-
-.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del
-tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della
-virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori.
-
-Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta
-alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama
-di loro.
-
-Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire
-di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al
-ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza.
-
-Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la
-sua vita, come fa la scienza? la quale sempre è testimonia e tromba
-del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non
-figliastra, come la pecunia.
-
-
-XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI SI PO’ IMPARARE.
-
-Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu
-trovi dove imitare.
-
-
-XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ DELL’INGEGNO.
-
-Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà,
-e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta.
-
-
-XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA NON DÀ ALCUN FRUTTO.
-
-Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento,
-così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere
-cosa, ch’ella pigli.
-
-
-XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo
-studio sanza desiderio guasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella
-pigli.
-
-
-XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO
-INTERVALLO.
-
-Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto
-contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è
-di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su
-una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio
-s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa
-l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura.
-
-
-XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS MUNDI.
-
-La verità sola fu figliola del tempo.
-
-
-XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ.
-
-Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di
-Dio, ella to’ [Sidenote: toglie] di grazia a sua deità; ed è di tanta
-eccellenza la verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno
-nobili.
-
-Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da
-la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia,
-che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza
-comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni
-e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la
-bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose
-non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi
-ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e
-barerie de’ palari [Sidenote: frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]
-nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta
-altura!
-
-
-XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI ALLA VERITÀ.
-
-L’impedimenti della verità si convertono in penitenza.
-
-
-XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA.
-
-Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi
-ultimi principii, (oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può
-trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua,
-cioè la scienza di _Geometria_, la quale, cominciando dalla superfizie
-de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa
-superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo
-la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale
-null’altra cosa può essere minore.
-
-Dunque il punto è il primo principio di _Geometria_, e niuna altra
-cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar
-principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una
-superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere
-creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto
-essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo
-è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa
-superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, [Sidenote: Sott.:
-che] sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero
-unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti
-immaginassi, un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo
-alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che
-tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver
-nulla, cioè la decima figura de la _Aritmetica_, per la quale si figura
-un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci,
-e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente
-crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui
-in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono
-eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine.
-
-
-XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE DATE DA LEONARDO AL PITTORE.
-
-Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure:
-imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e
-chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori,
-riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e
-tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le
-regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione
-nelle tue opere.
-
-Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio;
-imperochè ’l bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene
-intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole
-sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e
-arti.
-
-Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai,
-solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni
-sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose.
-
-
-XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO STORICO DELLA PITTURA E DELLE
-SCIENZE.
-
-Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i
-pittori non hanno per autore, che la fatta pittura.
-
-Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per
-autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà
-bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre
-imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte
-in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato
-in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo
-volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare su per li sassi
-li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a
-fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo,
-dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti
-quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti
-imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando,
-insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò
-con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la
-natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano.
-
-Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente
-studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non
-figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia
-di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura,
-lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura!
-
-
-XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ NELLA SCIENZA.
-
-Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le
-mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza,
-presso de’ loro inesperti judizî: non considerando le mie cose essere
-nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.
-
-
-XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI
-SCRITTORI.
-
-Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore
-e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai
-loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati,
-non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non
-concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro,
-non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno
-essere biasimati.
-
-
-XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE
-OPERE ALTRUI.
-
-È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e
-’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e
-trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio
-alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno
-per sè è qualche cosa, e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla
-natura, perchè sono sol d’accidental [Sidenote: della parte caduca
-dell’uomo, la figura esteriore] vestiti, e sanza il quale potrei
-accompagnarli in fra li armenti delle bestie!
-
-
-XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI.
-
-So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli
-parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo
-sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì
-come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo:
-— quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me
-medesimo non vogliano concedere?
-
-Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di
-che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da
-esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra
-di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i
-casi allegherò.
-
-
-XL. — REVERENZA DI LEONARDO PER GLI ANTICHI INVENTORI.
-
-_De’ cinque corpi regolari_.[125] Contro alcuni commentatori, che
-biasimano li antichi inventori, donde nasceron le grammatiche e le
-scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi
-non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’
-libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor
-maestri.
-
-
-XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ.
-
-Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto
-la memoria.
-
-
-XLII. — SPONTANEITÀ DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA.
-
-Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più
-laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza
-lettere, che un bon litterato sanza naturale.
-
-
-XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ.
-
-L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne.
-
-
-XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE.
-
-Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non
-passa per le matematiche dimostrazioni.
-
-E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente
-abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni,
-e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la
-quale nulla dà di sè certezza.
-
-
-XLV. — LA ESPERIENZA.
-
-La sapienza è figliola della sperienza.
-
-
-XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL FALLANO I NOSTRI GIUDIZI,
-PROMETTENDOSI DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA POTESTÀ.
-
-A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme
-rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa
-esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza,
-la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a
-impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo
-quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente
-esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde
-dimostrazioni.
-
-
-XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE DELL’EFFETTO ALLA CAUSA.
-
-La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi,
-promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti
-causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che
-seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non
-fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che
-doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del
-detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già
-detto principio.
-
-
-XLVIII. — LA CERTEZZA DELLE MATEMATICHE.
-
-Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione,
-e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze,
-colle quali s’impara uno eterno gridore.
-
-
-XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ DELLA MATEMATICA.
-
-La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma
-etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia.
-
-
-L. — DELLE SCIENZE.
-
-Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze
-matematiche, over che non sono unite con esse matematiche.
-
-
-LI. — LEONARDO AL LETTORE.
-
-Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî.
-
-
-LII. — DELLA MECCANICA.
-
-La _Meccanica_ è il paradiso delle scienze matematiche, perchè con
-quella si viene al frutto matematico.
-
-
-LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA.
-
-A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza.
-
-
-LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA E LA RAGIONE.
-
-La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie,
-ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità
-constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone,
-oprare le ’nsegni.
-
-
-LV. — LA DEDUZIONE.
-
-Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della
-scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione.
-
-
-LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO ALL’IGNOTO.
-
-Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è
-necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante
-li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà
-di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l
-vento.
-
-
-LVII. — LA LEGGE DI NATURA DOMINA I FATTI.
-
-Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti
-bisogna sperienza.
-
-
-LVIII. — L’ESPERIENZA È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA.
-
-Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi
-la ragione.
-
-
-LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi
-le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe
-troppo semplice; e dirai così: sperienza.
-
-
-LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI SI SCOPRONO LE CAUSE.
-
-Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè
-mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione
-dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare.
-
-E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali
-hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e
-termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè
-cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella
-investigare la ragione.
-
-
-LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE E VARIARE LE CIRCOSTANZE.
-
-Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o
-tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti.
-
-
-LXII. — ESEMPIO DELLA PRECEDENTE REGOLA.
-
-_Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con
-egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno
-infra loro eguali_.[126]
-
-La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa
-forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino
-lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di
-moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a
-vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E
-questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente
-non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e
-ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.
-
-
-LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA
-RAGIONE AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA.
-
-_Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più,
-proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre
-acquistando velocità di moto_.[127]
-
-E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe quasi veloce come la immaginazione
-o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per
-conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che
-infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce,
-e infinito cammin si moverebbe (perchè _ogni quantità continua è
-divisibile in infinito_). La qual opinione è dannata dalla ragione e
-per conseguente dalla sperienza.
-
-Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’
-l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol
-di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle
-sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come
-l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che
-spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà,
-come qui si dimostra.
-
-
-LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI,
-PERCHÈ IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA.
-
-Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del
-quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti;
-perchè ha così licenza tal particula d’acqua a levarsi in tanta
-altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è
-stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il
-quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non
-si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale
-invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai
-di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione
-[Sidenote: raccolta, somma] insieme col capitale del frutto, che tu
-possiedi.[128]
-
-
-LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.[129]
-
-Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i
-contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della
-dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti.
-
-La _Prospettiva_ adunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e
-discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata
-dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto
-della _Matematica_, quanto della _Fisica_, ornata co’ fiori dell’una e
-dell’altra.
-
-Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione [Sidenote:
-analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo,
-secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni,
-alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le
-cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna,
-che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si
-degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della
-luce.
-
-
-LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE DAL SENSO.
-
-Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti.
-
-
-LXVII. — CONSEGUENZA DEL PREDETTO PRINCIPIO.
-
-Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il
-senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità
-dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato.
-
-
-LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO È IL CRITERIO DEL VERO.
-
-E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione
-mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale
-impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo
-rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare
-impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per
-li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il
-medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè
-egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano [Sidenote:
-s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi
-per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu
-compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non
-potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e
-tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo,
-e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi!
-
-
-LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA
-DEI SENSI.
-
-Dicono quella cognizione esser _meccanica_, la quale è partorita
-dall’esperienza, e quella esser _scientifica_, che nasce e finisce
-nella mente, e quella esser _semimeccanica_, che nasce dalla scienza e
-finisce nella operazione manuale.
-
-Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le
-quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non
-terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine
-non passa per nessuno de’ cinque sensi.
-
-E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto
-maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi,
-come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre
-si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la
-ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe.
-Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la
-verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio
-resta in eterno distrutto, e s’esso litigio risurge, è bugiarda e
-confusa scienza e non certezza rinata.
-
-Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare
-per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non
-pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e
-noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al
-fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura,
-dette _Aritmetica_ e _Geometria_, che trattano con somma verità della
-quantità discontinua e continua.
-
-Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che
-un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con
-eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite
-dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali.
-
-E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche,
-imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il
-medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le
-quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’_Astrologia_
-e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali,
-com’è la _Pittura_, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e
-non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione.
-
-Della qual _Pittura_, li sua scientifici e veri principî prima
-ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e
-ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore,
-corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali
-solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia la
-_Scienza della Pittura_, che resta nella mente de’ suoi contemplanti,
-della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta
-contemplazione o scienza.
-
-
-LXX. — INGANNO DELLA MENTE ABBANDONATA A SÈ STESSA.
-
-Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio.
-
-
-LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni.
-
-
-LXXII. — CONTRO LA METAFISICA.
-
-Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son
-confermate dalla isperienza.
-
-
-LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI SULL’UOMO.
-
-L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso;
-li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola
-certezza, che la gran bugia.
-
-
-LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO.
-
-_Sillogismo:_ parlar dubbioso. _Sofismo:_ parlare confuso, il falso per
-lo vero. _Teorica:_ scienza sanza pratica.
-
-
-LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA.
-
-La _Pittura_ s’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque
-cosa creata dalla natura, e la _Filosofia_ penetra dentro alli medesimi
-corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane
-satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la
-prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna.
-
-
-LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI.
-
-Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli
-elementi non è in podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son
-noti.[130]
-
-
-LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA
-SFERICA.
-
-Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il
-mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare
-unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La
-qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro
-delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità
-d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una
-mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131] Ma di
-questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire,
-come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è
-occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura.
-
-
-LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO È UN’ASTRAZIONE MENTALE.
-
-Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non
-tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in
-atto.
-
-
-LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ ABBRACCIARE COLLA RAGIONE.
-
-Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è
-lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito,
-perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce
-ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha
-termini.
-
-
-LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-_De anima._ Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella,
-poco si move la parte percossa.
-
-L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso;
-
-Per lunga distanza la voce in fra l’aria;
-
-Più lunga in fra ’l foco;
-
-Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in
-fra lo ’nfinito.
-
-
-LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE TRASCENDE LA MENTE UMANA.
-
-O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che
-ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente
-conduce; ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose, che son
-disegnate dalla mente tua!
-
-
-LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI DEI PROBLEMI INSOLUBILI.
-
-Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri
-antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose
-improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono
-chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e
-falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del
-suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito
-in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro.
-
-
-LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE DELL’ANIMA.
-
-Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con
-vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più
-bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue
-invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi,
-quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi
-mette dentro l’anima d’esso corpo componitore.
-
-Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli
-corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle
-menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno
-tutti li segreti.
-
-Lascio star le lettere incoronate [Sidenote: i libri ecclesiastici e i
-dogmi], perchè son somma verità.
-
-
-LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI IMPAZIENTI.[132]
-
-Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo
-amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa
-cognizione.
-
-L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual
-certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le
-quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che
-debbono essere amate.
-
-Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui
-fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la
-maggior parte delle cose, di che il tutto è composto?
-
-Gli è vero che la impazienza, madre della stoltizia, è quella che lauda
-la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li
-servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come
-è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella
-quale s’include l’universo, caratando [Sidenote: pesandola a carati] e
-minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare.
-
-O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la
-tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi,
-cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi,
-ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual
-si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono;
-e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle
-cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare
-per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu
-hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi,
-che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta
-dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi
-fiori e frutti.
-
-Come fece Giustino, abbreviatore delle _Storie_ scritto da Trogo
-Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti
-delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti;
-— e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li
-quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato
-utilmente, cioè nelli studi delle _opere di natura_ e delle _cose
-umane_.
-
-Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani,
-sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro
-correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la
-fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti
-limosina, come a lor tutore!
-
-
-LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE NEL SUO STUDIO.
-
-Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il
-pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando
-è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente
-apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene
-riservate.
-
-E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un
-solo compagno sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la
-indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più
-simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo,
-io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle
-cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti
-fare, ch’assa’ [Sidenote: assai] spesso non prestassi orecchi alle
-loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti
-male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione
-dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro
-parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa
-parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu
-saresti pur solo?
-
-
-LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE.
-
-Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio,
-il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per
-obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li
-sono contrapposte.
-
-Adunque conoscendo tu, pittore, non poter essere bono se non se’
-universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità
-delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le
-vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l
-tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or
-questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e
-scelte in fra le men bone.
-
-E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia,
-dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo,
-riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino
-o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o
-parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non
-altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria.
-
-
-LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO.
-
-Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e
-parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di
-qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il
-quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quelli delle cose, che
-se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura.
-
-
-LXXXVIII. — CONSIGLIO.
-
-La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi,
-quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli
-appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse
-regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre.
-
-
-LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO NE’ PAESI.
-
-Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura
-e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e
-cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li
-oppongono, e remoto da altre cure.
-
-E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando
-l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale
-è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua
-ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro.
-
-E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la
-quale si trasmuta in tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua
-obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî,
-e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che
-infine non troverà più utile compagnia.
-
-
-XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI.
-
-Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni
-che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende
-se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in
-una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa
-essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che
-lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a
-parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora,
-se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado
-a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza.
-
-E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere
-vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di
-quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria
-e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e
-veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la
-diligenza, che la prestezza.
-
-
-XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO.
-
-Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì
-22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di
-molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per
-ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e
-credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare
-una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare,
-perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: —
-questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non
-volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso
-ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a
-rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di
-tempo allo scrivere da una volta all’altra.
-
-
-XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE.
-
-Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale
-aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè
-Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo
-e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme
-coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di
-Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [Sidenote: il foco],
-spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque
-ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia
-bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane
-forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra
-gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi
-alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, —
-piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio,
-colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso
-piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa,
-questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato
-alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio;
-paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là
-entro fussi alcuna miracolosa cosa.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA NATURA.
-
-
-I. — PROEMIO.
-
-Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto,
-perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili
-e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne
-l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte
-cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca
-valetudine [Sidenote: valore, pregio].
-
-Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti
-compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per
-le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal
-premio, qual merita la cosa da me data.
-
-
-II. — NATURA E SCIENZA.
-
-La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza.
-
-
-III. — LEGGI NECESSARIE DOMINANO I FATTI DELLA NATURA.
-
-La necessità è maestra e tutrice della natura.
-
-La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna.
-
-
-IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA POTENZA DELLA LORO CAGIONE È
-NECESSARIA.[134]
-
-_Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari
-potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido
-smalto,_ [Sidenote: dal percuotere su un piano liscio e sodo] _quanto a
-gettarlo libero per l’aria._
-
-O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a
-nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò
-sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei,
-e quella nel suo obbedire trova intoppo: hai ordinato, che la potenza
-del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi
-la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta
-da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a
-trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria.
-
-
-V. — LE LEGGI DELLA NATURA SONO IMPRESCINDIBILI.
-
-Natura non rompe sua legge.
-
-
-VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei
-infusamente vive.
-
-
-VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA NECESSARIAMENTE.
-
-Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno
-effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento
-della cagione.
-
-
-VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA DELL’EFFETTO ALLA SUA
-CAUSA.[135]
-
-(_Studiando la natura dell’occhio._)
-
-Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti
-dell’universo son ridotte in un punto, e quel punto è di tanta
-maraviglia!
-
-O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti
-li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause!
-
-Questi sono li miracoli!
-
-Scrivi nella tua _Notomia_, come, in tanto minimo spazio, l’immagine
-[Sidenote: visiva, che si forma nell’occhio] possa rinascere e
-ricomporsi nella sua dilatazione.
-
-
-IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA LEGGE.
-
-Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento
-dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti
-conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che
-Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura!
-
-Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’
-gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor
-dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita
-tempesta, con gran busse [Sidenote: urti] e sommersione di navili,
-con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e
-sbigottiti pesci!
-
-
-X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ.
-
-Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e
-potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore;
-il sole la svelle [Sidenote: fa evaporare] non per necessità, ma per
-potenza.
-
-
-XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO.
-
-Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di
-perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia
-subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte
-della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito,
-nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando
-chiudere li occhi con sua coperchi [Sidenote: le palpebre] serrati con
-somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando
-ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro
-al sospetto suo.
-
-Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo
-col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo da esso dormiente
-guardato, d’alcuna cosa non sia offeso.
-
-
-XII. — PROVVIDENZIALITÀ DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO DELLA
-PUPILLA.
-
-_La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son
-le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le
-rappresentano._
-
-In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è
-offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio,
-e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a
-similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel
-che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra,
-e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre
-tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione.
-E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare
-e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione
-delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le
-rappresentano.
-
-
-XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA.
-
-L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso.
-E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la
-natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano
-a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali,
-ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni,
-donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca
-sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: —
-perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per
-la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte
-per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo
-cibo.
-
-
-XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI.
-
-L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede,
-vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore
-la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto
-mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro
-loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore,
-che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo
-di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote:
-gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua.
-
-
-XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.
-
-Li timoni, creati nelli omeri [Sidenote: formati dall’omero dell’ala]
-che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per
-un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso
-volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto
-furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto.
-
-
-XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE NELLE PIANTE.
-
-Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che
-sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente,
-se la regola non è impedita.
-
-E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè
-nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella
-dell’occhio [Sidenote: gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in
-contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo,
-possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella
-concavità del nascimento di essa foglia.
-
-Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente,
-l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li
-cinque rami.
-
-
-XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE.
-
-Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere.
-
-
-XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde
-il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo
-la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione,
-finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e
-retorto.
-
-
-XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO NATURALE TENDONO A RITORNARVI.
-
-Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito
-ritornare, e massime foco, acqua e terra.
-
-
-XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.
-
-Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve.
-
-
-XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE NEL SUO TUTTO.
-
-Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire
-dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè,
-sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire.
-
-
-XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA.
-
-Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con
-seco s’unisce, e fassi una cosa medesima.
-
-L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile,
-l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore,
-lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione.
-
-Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è
-posato, lì si riposa.
-
-La cosa conosciuta col nostro intelletto....
-
-
-XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.
-
-Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima.
-
-
-XXIV. — LA STESSA.
-
-Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo
-che sia possibile.
-
-
-XXV. — ANCORA LA STESSA.
-
-Nessuna azion naturale si può abbreviare.
-
-Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che
-trovar si possa.
-
-
-XXVI. — LA NATURA È VARIABILE IN INFINITO.
-
-Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li
-alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso
-somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o
-frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un
-altro.
-
-
-XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI.
-
-I bugiardi interpreti di natura affermano lo _argento vivo_ essere
-comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia
-le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al
-mondo.
-
-
-XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ DELLA NATURA.
-
-Se la natura avesse ferma [Sidenote: fatta, fissata] una sola regola
-nella _qualità_ delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono
-somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe
-conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del
-volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla loro
-_grandezza_, lei non l’ha osservata nella _qualità_, in modo tale che
-l’un dall’altro chiaramente conoscere si può.
-
-
-XXIX. — PRECETTO AL PITTORE.
-
-Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle
-figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose
-cose, ch’appariscono nelle opere della natura, è che nissuna opera, in
-qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia
-l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi
-alla varietà de’ lineamenti.
-
-
-XXX. — PRECETTO.
-
-Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi
-moti nelle medesime storie [Sidenote: nel medesimo insieme di figure,
-episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi
-essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere
-replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza
-ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello,
-ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno
-precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette
-bellezze.
-
-
-XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI.
-
-Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti
-li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa,
-e nulla si variano, se non in lunghezza o in grossezza, come sarà
-dimostro nella _Notomia_; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte
-varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola,
-perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti.
-
-
-XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA.
-
-Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile.
-
-Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza.
-
-Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione
-fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del
-sôno, fatto dal martello di tal campana percussore.
-
-Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del
-moto [Sidenote: l’impeto] impresso nel mobile.
-
-
-XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE.
-
-Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto.
-
-
-XXXIV. — LA STESSA.
-
-Il moto è causa d’ogni vita.
-
-
-XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA.
-
-Che cosa è la forza?
-
-Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la
-quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata
-e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso [Sidenote: la
-quiete] ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza.
-
-
-XXXVI. — LA STESSA.
-
-Che cosa è forza?
-
-Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile,
-la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale
-violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale.
-
-
-XXXVII. — LA MATERIA È INERTE.
-
-Nessuna cosa insensata [Sidenote: materiale, senza vita e senza
-sensitività] per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri.
-
-
-XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA.
-
-L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo
-mobile, il quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita.
-
-
-XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA.
-
-Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la
-linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando
-[Sidenote: chiamo, denomino] principio.
-
-
-XL. — ORIGINE DELLA FORZA.
-
-La forza da carestia o dovizia [Sidenote: cioè: disequilibrio di
-potenze] è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote
-del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito
-nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con
-essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove
-essa forza generare si potesse.
-
-La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro
-accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro
-essere e lor morte.
-
-La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per
-le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde,
-ingrossati, essi muscoli si vengono a raccortare o trarsi dirieto i
-nervi [Sidenote: nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui
-si causa la forza per le membra umane.
-
-La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra
-forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa
-sarà di più lungo moto l’una che l’altra.
-
-
-XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA.
-
-La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione,
-son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere
-de’ mortali hanno loro essere e loro morte.
-
-
-XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA.
-
-Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre
-si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in
-lui si riserva.
-
-
-XLIII. — ANCORA.
-
-Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare
-un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudine d’un
-pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo
-si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi
-al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo
-vieterebbe.
-
-
-XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA DELLE SFERE CELESTI.[136]
-
-_Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no._
-
-Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà
-fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li
-circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati:
-adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non
-avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione
-pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati,
-si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni
-giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il
-sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o
-niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor
-confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbe non farsi sôno
-nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono
-politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi
-e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si
-genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura.
-
-Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini
-di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che
-inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi
-più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si
-fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a
-settentrione.
-
-
-XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ.
-
-La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in
-elemento più lieve.
-
-Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in
-elemento più grave.
-
-Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera.
-
-
-XLVI. — LA STESSA.
-
-Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per
-desiderio che esso corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è
-per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè
-tal peso.
-
-
-XLVII. — LA STESSA.
-
-— Il peso perchè non resta nel suo sito?
-
-— Non resta perchè non ha resistenza.
-
-— E donde si moverà?
-
-— Moverassi inverso il centro.
-
-— E perchè non per altre linee?
-
-— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la
-via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo.
-
-— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità?
-
-— Perchè non va — come insensibile [Sidenote: come cosa, che non ha
-vita, nè moto proprio] — prima vagando per diverse linee.
-
-
-XLVIII. — LAUDE DEL SOLE.
-
-Se guarderai le stelle, sanza razzi [Sidenote: senza quelle false
-irradiazioni, che provengon dall’occhio] (come si fa a vederle per
-un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e
-quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere
-tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramente la lunga
-distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che
-son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua.
-
-Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza,
-e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e
-latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio
-tenebroso.
-
-Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali
-dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra;
-fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume
-posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l
-vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza.
-
-
-XLIX. — SEGUE LA LAUDE.
-
-E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro.
-Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che
-dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo
-punì di tal errore poco peccò.
-
-Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che
-voglion laudare più lo adorare gli omini, che tal sole, non vedendo
-nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo
-lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono.
-Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali
-vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo,
-come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto
-adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han
-fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande
-quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la
-qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e
-putridi e corruttibili nelle loro sepolture.
-
-La _Spera_ e Marullo laudan con molti altri esso sole.[137]
-
-
-L. — SEGUE.
-
-Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti
-muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale
-ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo
-nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora
-lui fosse fronte di tal parallelo, e per conseguenza non essere più
-grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era
-insensibile per la lunga distanza del sole.
-
-Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro
-emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è
-grande il sole quanto e’ pare.)
-
-
-LI. — SEGUE.
-
-Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’
-pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna,
-quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza
-come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men
-d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la
-luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è
-un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è
-necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa,
-che l’opaco causa d’essa piramide.
-
-
-LII. — SEGUE.
-
-Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!...
-E qui si potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto
-grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una
-misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di
-ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento
-braccia, che è un sesto di miglio.
-
-Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la
-sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe
-camminato venticinque braccia per ora!
-
-
-LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO PER NATURA E NON PER VIRTÙ.
-
-Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di
-foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere,
-che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al
-color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco.
-
-
-LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già
-s’è detto. —
-
-Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li
-rifrette più caldi, che esso foco.
-
-La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi,
-presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco.
-
-Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi,
-avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per
-virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in
-questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per
-virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il
-che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere
-caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo
-freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi
-caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole,
-che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran
-calore.
-
-Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore.
-
-
-LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI NELLO SPAZIO.
-
-Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan
-natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor
-natura, e, per qualunque loco transparente essi passassino, è come
-s’elli penetrassino altrettanta aria.
-
-
-LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE O DA SÈ.
-
-Dicano [Sidenote: Sott.: gli scrittori, gli autori] di avere il lume
-da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da
-sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse
-oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio
-nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel
-luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente
-di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il
-sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga
-distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi
-nostri.
-
-Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’
-sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del
-sole all’occhio nostro.
-
-Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto
-più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume da sè che l’ombra,
-che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe
-a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma
-questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non
-n’aggiugne [Sidenote: raggiunge, arriva] infra troppe stelle, quello
-ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del
-corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole.
-
-
-LVII. — LA TERRA È UNA STELLA.
-
-Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi
-simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo!
-
-E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li
-autori.
-
-
-LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO.
-
-Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua,
-che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e
-risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra
-ancora lei essere stella.
-
-
-LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA ESSERE UNA STELLA.
-
-In prima diffinisci l’occhio.
-
-Poi mostra come il battere [Sidenote: il tremolio della luce, del
-fulgore escitizio delle stelle] d’alcuna stella viene dall’occhio; e
-perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come
-li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere
-delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra
-d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo
-adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo
-veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come
-la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del
-foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari
-portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre
-[Sidenote: tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo.
-
-
-LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI.
-
-Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa,
-mediante il sole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più
-remoti pare stella; e quest’è provo.
-
-
-LXI. — LA TERRA NON È CENTRO DELL’UNIVERSO.
-
-Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del
-mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei;
-e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi,
-questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe
-offizio, tal qual fa la luna a noi.
-
-
-LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE.
-
-Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume
-antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in
-libro quarto: _De mundo e acque_.
-
-
-LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA DELLA LUNA.
-
-1. Nessun lievissimo è opaco.
-
-2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve.
-
-3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no.
-
-E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi,
-perchè non cade al centro de’ nostri elementi?
-
-E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque
-ella è più lieve che altro elemento.
-
-E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non
-traspare?
-
-
-LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA.
-
-Nessun denso è più lieve che l’aria.
-
-Avendo noi provato come la parte della luna, che risplende è acqua,
-che specchia il corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore da
-lui ricevuto, e come, se tale acqua fusse sanza onde, ch’ella picciola
-si dimostrerebbe, ma di splendore quasi simile al sole; al presente
-bisogna provare, se essa luna è corpo grave o lieve; imperocchè se
-fusse grave, confessando che dalla terra in su in ogni grado d’altezza
-s’acquista gradi di levità, — conciò sia che l’acqua è più lieve che
-la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l foco che l’aria e così seguitando
-successivamente, — e’ parrebbe che, se la luna avesse densità, com’ella
-ha, ch’ella avesse gravità e, avendo gravità, che lo spazio, ove
-essa si trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza avesse _a
-discendere inverso il centro dell’universo e congiugnersi colla terra_,
-e se non lei almanco le sue acque avessino a cadere, e spogliarla di
-sè, e cadere inverso il centro, e lasciar di sè la luna spogliata
-e sanza lustro; onde, non seguitando quel che di lei la ragione ci
-promette, egli è manifesto segno, che tal luna è vestita de’ sua
-elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in sè per sè si sostenga in
-quello spazio, come fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro
-spazio, e che tale offizio facciano le cose gravi ne’ sua elementi,
-qual fanno l’altre cose gravi nelli elementi nostri.
-
-
-LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-La luna densa e grave come sta, la luna?
-
-
-LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO AI PROPRI ELEMENTI.
-
-Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in mezzo al suo albume sanza
-discendere d’alcuna parte, ed è più lieve o più grave o eguale d’esso
-albume; e, s’egli è più lieve, egli dovrebbe sorgere sopra tutto
-l’albume e fermarsi in contatto della scorza d’esso uovo e, s’elli è
-più grave dovrebbe discender, e, s’elli è eguale, così potrebbe stare
-nell’un delli stremi come in mezzo o di sotto.
-
-
-LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO DELLA VITA.
-
-Il caldo è cagione del movimento dell’umido, e ’l freddo lo ferma, come
-si vede la region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria.
-
-Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale è movimento d’omore.
-
-
-LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE VIVENTE.
-
-Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o
-razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno;
-nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna
-parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono
-l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in
-gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima
-vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li
-ordini delle collegazioni [Sidenote: aggregazioni] de’ sassi, di che
-si compongono le montagne, il suo tenerume sono li tufi, il suo sangue
-sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core,
-è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue
-per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l
-caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la
-residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi
-della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon
-Gibello di Sicilia e altri lochi assai.
-
-
-LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO E DEL MONDO. COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE
-L’ACQUA.
-
-L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso
-nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra,
-acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo
-ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi
-sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove
-cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha
-il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei
-ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene,
-che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano
-empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo
-della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al
-proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non
-v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono
-necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili.
-
-
-LXX. — L’ACQUA.
-
-Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto
-di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son
-costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati.
-
-
-LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA DEL MONDO.
-
-L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna,
-o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice
-de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il
-mancamento del versato umore, quivi con curioso [Sidenote: sollecito]
-soccorso abbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si
-vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle,
-in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto [Sidenote:
-contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata
-nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza
-somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa
-non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita.
-
-
-LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra
-è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene,
-contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li
-umori in tutte le spezie de’ corpi animali.
-
-
-LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI.
-
-L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural
-calore si move.
-
-
-LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE ALL’ACQUA.
-
-L’acqua è ’l vetturale della natura.
-
-
-LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA.
-
-Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra
-l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano
-li letti delli lor corsi.
-
-La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor
-corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica
-nell’ultime bassezze delli lor moti.
-
-Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto
-prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più
-tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di
-minore o maggior quantità.
-
-E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion
-de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi,
-dond’ella discorre.
-
-
-LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE.
-
-Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo
-del mare.
-
-Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si
-consumano.
-
-Come i mediterranei scopriranno i lor fondi all’aria, e sol
-riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale
-correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di
-tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano.
-
-
-LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI.
-
-In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi,
-colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco,
-come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove
-manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle
-inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza
-della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua
-dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e
-separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La
-declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso
-corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare,
-universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi.
-
-Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le
-nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità,
-fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io
-non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto,
-che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare,
-contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo.
-
-
-LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.
-
-O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli
-hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti,
-dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose
-o ritorte interiora [Sidenote: Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal
-tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude
-ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte!
-
-
-LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.
-
-Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia
-se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari
-essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa
-le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue
-e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le
-testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti
-monti, lontani dalli mari d’allora.
-
-
-LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [Sidenote: le conchiglie fossili]
-MARINI.[138]
-
-Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli
-mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per
-causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu
-che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse
-chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del
-mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le
-radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli
-[Sidenote: a strati, a strati].
-
-E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti
-marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono
-da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque
-insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio
-animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua,
-— e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove
-s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo,
-con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato
-di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse
-chi tenne conto d’esso tempo.
-
-E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza,
-non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi,
-confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti
-monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o
-di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili.
-
-E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti
-e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano
-da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si
-cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove
-non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati
-dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a
-dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi
-fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti
-separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango e non con ordinati gradi
-a suoli, come alli nostri tempi si vede.
-
-
-LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI SONO PER MOLTO SPAZIO E
-NATI REMOTI DALLI MARI, PER LA NATURA DEL SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE
-E INFLUISCE TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI.
-
-A costor si risponderà che s’è tale influenza [Sidenote: influsso
-degli astri, atto a crear animali fossili] d’animali, non potrebbero
-accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e
-non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere
-sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non
-l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi
-dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche
-de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre
-specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si
-movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la
-scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando;
-non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, li quali alcuni
-dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero
-tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini
-gittati non fussino.
-
-E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più
-dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non
-sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate
-non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza.
-
-Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi
-mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno
-di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in
-forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo
-che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal
-sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi
-si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia,
-e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto
-Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo
-lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa
-dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra per
-ispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il
-suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la
-quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li
-fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde
-segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran
-monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno
-di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di
-Perugia.
-
-Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in
-tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci,
-che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico
-li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali
-in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme
-coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si
-cavano, son pieni di nicchi.
-
-Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della
-Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè
-a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè
-nelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e
-ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val
-di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano.
-
-Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque,
-che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare
-inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo,
-perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella
-del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua
-del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose
-mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili
-cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del
-mare, tanto più si fa potente e grave che quella.
-
-Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra
-terra, se quivi nati non fussino!
-
-Se tu mi dicessi il fiume Era [Sidenote: Loira], che passa per la
-Francia, nell’accrescimento del mare [Sidenote: nel flusso o alta
-marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran
-pianura, e ’l mare s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a
-trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si
-risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non
-fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia
-poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese.
-
-
-LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, CHE DICONO I NICCHI ESSER
-PORTATI PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI MARI PER CAUSA DEL DILUVIO,
-TANT’ALTO CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA.
-
-Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti,
-se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi
-sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe
-vacuo.
-
-E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il
-grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude,
-esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte
-esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se
-elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non
-li tirano a sè.
-
-E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò
-essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi
-dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non
-si rimovono, se non per causa di percussion d’onda.
-
-E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo
-provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel
-fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare
-del mare dal terreno tolto vicino alli liti.
-
-Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è
-lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la
-cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie
-ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran
-provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può
-portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua.
-
-Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e
-quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti
-con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza
-l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti
-li altri nicchi, che stanno insieme a congregazione, essere trovati
-tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno
-dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo!
-
-E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra
-le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a
-significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando
-fu tagliato lo stretto di Gibilterra.
-
-Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi
-e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io
-facevo il gran cavallo di Milano [Sidenote: la statua equestre a
-Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica
-da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era
-assai delli conservati nella prima bontà....
-
-Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni
-[Sidenote: le profonde cave di macigno], li legnami delle travi
-lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di
-Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che
-la litta [Sidenote: fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che
-quivi copriva, fusse abbandonata in tant’altezza, e che le pianure del
-Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di
-lì sgomberato.
-
-E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili
-lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa
-tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi
-s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne
-vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si
-cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano.
-
-
-LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA
-DEL PRESENTE.
-
-Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti
-delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora
-asciutte.
-
-Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è
-petrificato il nicchio insieme col fango.
-
-Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali
-fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio.
-
-Come altra setta d’ignoranti affermano la natura o i cieli averli
-in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si
-trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come
-nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i
-mesi della lor vita, come [Sidenote: allo stesso modo che] nelle corna
-de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non
-furono mai tagliate in alcuna parte!
-
-E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere
-manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza
-moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da
-penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi.
-
-Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte
-di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’
-liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del
-mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra?
-
-Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di
-pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricoperta da una
-terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando?
-
-E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu
-troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine
-di molte.
-
-Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava
-le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli
-scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino
-stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che
-ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto.
-
-E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi
-fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo
-stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le
-pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso
-il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti
-marittimi.
-
-E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’
-monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso
-de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più
-gravi di lui, e, se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe
-lasciate in diversi lochi seminate.
-
-Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in
-Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati [Sidenote: corrosi dal
-tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla
-corrente de’ fiumi?
-
-E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie
-d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre
-appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi
-d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona
-pastura, diventano cibo del predetto nicchio.
-
-Non si trova l’arena mista coll’aliga marina [Sidenote: l’alga marina]
-essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E
-di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe.
-
-
-LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI.
-
-E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti
-mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione
-fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n
-un medesimo sito?
-
-E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi [Sidenote: stratificata
-e cementata in roccie] in diverse altezze delli monti, perchè quivi è
-di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi
-in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi
-li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute,
-ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le
-condusse?
-
-Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate
-[Sidenote: fossilizzate e improntate] nelli alti sassi di tal monte,
-e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E
-così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in
-pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi.
-
-
-LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO.
-
-Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno
-s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece
-il secondo!
-
-
-LXXXVI. — DUBITAZIONE.
-
-Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di
-Noè fu universale o no, e qui parrà di no per le ragioni, che si
-assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu
-composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal
-pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se
-così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra
-terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte
-egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua
-trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che
-l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella
-non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui
-è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non
-andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per
-soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che
-tale acqua fu vaporata dal calor del sole.
-
-
-LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139]
-
-Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’
-fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice
-aria, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina
-della terra [Sidenote: il corpo sferico della Terra, rammollito per le
-assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento
-del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I
-fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più
-leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante;
-tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e
-mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di
-ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro
-vita, e mancherà la generazione umana.
-
-A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida
-e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre)
-e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento
-[Sidenote: continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la
-fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del
-foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il
-termine della terrestre natura.
-
-
-LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’
-MONTI.
-
-Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le
-cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta
-dall’acque, e sarà inabitabile.
-
-
-LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI.
-
-La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte
-l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi
-animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti
-nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di
-pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [Sidenote:
-disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva.
-
-
-XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO
-VOLANTE.
-
-L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento
-è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con
-tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque
-direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non
-l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta
-dall’anima dell’omo.
-
-L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’
-bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse
-separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni;
-ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello
-provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte
-sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso
-largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale
-lui s’è fatto anima e guida.
-
-
-XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO
-DEL NIBBIO.
-
-Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino,
-perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che,
-essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca
-colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle
-labbra.
-
-
-XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI
-GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO.
-
-Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non
-reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella
-quale [Sidenote: Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi
-uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne.
-
-Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [Sidenote: sottili]
-ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si
-sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista.
-
-
-XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE.
-
-In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli
-stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva.
-
-
-XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE.
-
-Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al
-continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli
-lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli
-più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento
-partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi
-esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi
-tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di
-vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col
-nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui
-al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra
-se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in
-tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo,
-e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in
-istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del
-nutrimento suo.
-
-
-XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA.
-
-L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura
-di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita
-dell’altrui morte.
-
-
-XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
-
-Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e
-riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui
-era, più non è.
-
-Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore?
-
-
-XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140]
-
-Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa,
-e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto
-da essi elementi.
-
-
-XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO.
-
-La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele
-matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre.
-
-
-XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte
-dell’altro?
-
-La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue
-vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua
-terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l
-tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo
-l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio,
-spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran
-moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini,
-che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di
-loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti.
-
-Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la
-continua moltiplicazione.
-
-Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano
-le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale.
-
-
-C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI.
-
-Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel
-primo caso [Sidenote: nello stato primitivo, anteriore alla nascita],
-fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui
-desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova
-state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate
-cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua
-disfazione!...
-
-Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che,
-trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre
-ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo
-desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è
-modello dello mondo.
-
-E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare,
-e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica
-acquistati.
-
-
-CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA.
-
-L’anima pare risiedere nella parte judiziale [Sidenote: parte judiziale
-= intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel
-loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune
-[Sidenote: senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo,
-come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se
-ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario
-li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno
-solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento
-sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici,
-la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra
-detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio.
-E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse
-nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio,
-e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa
-s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio.
-
-Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità
-costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde
-forate [Sidenote: corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali
-corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle,
-che circonda le corporee membra e visceri.
-
-Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri
-offiziali [Sidenote: membri offiziali = muscoli], le quali corde e
-nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento;
-quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare,
-imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i
-nervi [Sidenote: nervi = tendini], i quali si tessono per le particule
-de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la
-cagione del loro contatto.
-
-I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’
-condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri
-al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l
-nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e
-’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la
-imprensiva è sua referendaria.
-
-
-CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE.
-
-Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri
-sensi.
-
-Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi.
-
-E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti,
-mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti
-alla imprensiva [Sidenote: imprensiva = sensitività e percezione] e
-da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla
-memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno
-riservate.
-
-I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare.
-
-Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio,
-che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano
-li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno
-posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo
-il capo. E questo nome di _senso comune_ dicano, solamente, perchè è
-comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare,
-gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è
-posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante
-la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali,
-cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e
-la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti.
-La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine
-a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la
-manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì
-sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa
-data.
-
-Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla
-imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del
-quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare
-dalla nostra materia.
-
-
-CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI.
-
-La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi,
-i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del
-comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore
-per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e
-obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in
-un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo
-signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà
-dalla volontà d’esso signore.
-
-Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma
-obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate
-dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio
-v’attenda.
-
-I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza
-che l’omo lo sappi?
-
-
-CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO
-DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA.
-
-Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici
-e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e
-mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze,
-non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade
-nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte.
-
-
-CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE.
-
-Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi
-volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore
-parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha
-molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in
-tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si
-vede li atti e li modi del loro fattore.
-
-E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile
-in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure
-con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono
-la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato,
-le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si
-dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno
-attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come
-se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio
-accidente del pittore.
-
-E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che
-sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo,
-si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio
-nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella
-ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e
-così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo
-tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se
-medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare
-l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno,
-che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora
-di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che
-simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano
-ai loro genitori.
-
-
-CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE
-COSE E NEGLI ESSERI.
-
-Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale,
-il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo
-far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia
-assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia,
-deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi
-mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si
-trova.
-
-E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò
-sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè
-l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio,
-e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel
-comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di
-femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa.
-
-Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e
-da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono.
-
-
-CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE.
-
-Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e
-quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio
-non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che
-hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono
-riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile
-e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai
-in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure.
-
-
-CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI.
-
-Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla
-creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino
-a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle
-potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo,
-dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a
-rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima
-inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano
-di cose a loro simiglianti.
-
-
-CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI.
-
-Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e
-concupiscibili [Sidenote: senso e desiderio].
-
-Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali.
-
-De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione,
-tatto e gusto no.
-
-L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali.
-
-
-CX. — PROBLEMA DEI SOGNI.
-
-Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla
-imaginazione stando desto?
-
-
-CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI.
-
-La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti
-fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [Sidenote: si dilata o si
-restringe].
-
-E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà
-di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose
-circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che
-si risguardi.
-
-
-CXII. — INGANNO DEI SENSI.
-
-L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel
-suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per
-linee rette, che compongono la piramide [Sidenote: formata dal raggi
-luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio,
-come intendo provare.
-
-Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi
-obbietti, perchè non vengono le spezie [Sidenote: le onde sonore] a
-lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e
-riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le
-propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco
-sol per linee rette si riferisce a esso senso.
-
-L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il
-gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso
-tatto.
-
-
-CXIII. — SUL TEMPO.
-
-Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso,
-per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la
-geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita
-varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma
-sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia:
-il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea,
-ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i
-punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son
-termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea
-è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è
-alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè,
-ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro.
-
-
-CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO.
-
-Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica.
-
-
-CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA.
-
-Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici,
-e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua,
-e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è
-indivisibile, perchè non è quantità.
-
-Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito.
-
-Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla
-tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non
-hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l
-preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente.
-
-Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l
-divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione
-come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come
-si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che
-rappresenta esso Nulla [Sidenote: lo zero]. E la podestà sua non si
-estende infra le cose di natura.
-
-[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole:
-nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del
-presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non
-sono o che sono impossibili.]
-
-Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro,
-e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna
-infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere,
-imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo.
-
-
-
-
-PENSIERI SULLA MORALE.
-
-
-I. — GLI STUDI DI LEONARDO.
-
-Io scopro alli omini l’origine della prima o forse seconda cagione del
-loro essere.
-
-
-II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA.
-
-E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali
-disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose,
-che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale,
-con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non
-d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia,
-ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri,
-consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno
-a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile
-insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a
-tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi,
-che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per
-vedere le differenze.
-
-E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo
-stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla
-paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti
-squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non
-t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a
-tal figurazione.
-
-E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva;
-e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion
-geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’
-muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente.
-
-Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi
-libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non
-sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale.
-
-
-III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA.
-
-Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del
-minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a
-me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi
-quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò
-l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi
-la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto
-locale, mediante lo sue parti.
-
-E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura
-delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura.
-
-
-IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI.
-
-E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della
-natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa
-essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa
-sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere
-nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente,
-quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella
-sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità
-distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la
-merita.
-
-Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo
-pianto e dolore non sia sanza cagione.
-
-
-V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO.
-
-Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la
-qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più
-moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non
-avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia.
-
-
-VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA.
-
-Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè
-io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star
-sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature
-delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari,
-col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini,
-che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di
-pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna,
-onde alitano, posta sopra otri o sughero.
-
-
-VII. — CONTRO LA NECROMANZIA.
-
-Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual
-s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia,
-partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di
-riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se
-non simile a sè, cioè bugia.
-
-Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’
-semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può
-da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali
-essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in
-tale uffizio ha fatti i vetri ecc.
-
-Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento,
-è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia,
-collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti
-i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua
-parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può,
-parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che
-li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia
-prima entran quelli, che tal cosa affermano.
-
-E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni
-è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio
-dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale
-arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria,
-convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti,
-con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con
-impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con
-quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a
-questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor
-fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa
-offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte?
-qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di
-colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici
-di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze
-sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere
-alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo
-della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare
-per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti
-dell’universo....
-
-Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per
-tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la
-morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto
-la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità?
-
-E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito,
-ruinerebbero Iddio con tutto l’universo.
-
-E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria,
-essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello
-spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non
-sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo
-non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento
-riempiuto.
-
-
-VIII. — DELLI SPIRITI.
-
-Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion
-dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè
-medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale.
-— E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro
-alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal
-quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si
-desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual
-il vacuo si generasse.
-
-Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è
-una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto
-nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo
-elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come
-si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra
-acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza,
-la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario
-la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa
-acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al
-continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse,
-per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il
-celo, insinchè uscito fusse di tali elementi.
-
-
-IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI.
-
-Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi,
-sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è
-allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale
-spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli
-stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del
-vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere
-restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e,
-se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita
-due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera]
-quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria
-levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa
-di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e
-altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù.
-
-Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria,
-preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali
-al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle
-rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale
-aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo
-sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse.
-
-
-X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O
-NO.
-
-Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa
-movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo
-spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde.
-— Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto
-fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello
-spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa
-aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso.
-
-
-XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO.
-
-Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima
-definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: —
-_la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso
-confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di
-denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce
-raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno
-suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto
-dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran
-fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito
-fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro,
-come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria,
-e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella
-generazion delle saette.
-
-Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento
-d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli
-non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è
-necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui
-non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non
-ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi
-a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se
-non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della
-cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta
-sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual
-movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro
-a sè la strignie. —
-
-Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito.
-
-E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le
-spezie delli obbietti vanno all’occhio.
-
-
-XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-O matematici fate lume a tale errore!
-
-Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è
-occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle
-cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta
-la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue
-immagini].
-
-
-XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’
-essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere
-strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce,
-nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè
-entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria
-congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie
-forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte
-dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in
-nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti.
-
-
-XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA.
-
-Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro
-non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno
-fondamenti scientifici.
-
-Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini,
-li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto:
-
-_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari
-del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri
-e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori
-della cogitazione.
-
-_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità,
-sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione.
-
-_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte
-evidenti, sono iracondi.
-
-_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte
-lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così
-si po’ dire di molte parti. —
-
-Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una
-medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno
-all’altro; e così in un naufragio.
-
-
-XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO.
-
-L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o
-ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale
-è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia?
-s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi
-di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in
-tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza].
-
-
-XVI. — SEGUE.
-
-L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende.
-
-L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta.
-
-
-XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
-
-O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca,
-avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro.
-
-
-XVIII. — AVVERTIMENTO.
-
-Non si debbe desiderare lo impossibile.
-
-
-XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE.
-
-Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli,
-che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran
-povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti,
-cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che
-l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al
-sommo stolto negromante e incantatore.
-
-
-XX. — CONTRO I MEDICI.
-
-Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute.
-
-
-XXI. — ANCORA.
-
-Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite.
-
-Adunque devono esser ricchi.
-
-
-XXII. — ANCORA.
-
-E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti
-riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè
-le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men
-numero di libri, ch’esista di Medicina.
-
-
-XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE.
-
-La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le
-quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’
-fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione
-dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi
-membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero
-causa della lor destruzione.
-
-
-XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE.
-
-Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto
-[Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali
-pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza
-moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti
-obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole
-non sentono dolore, come quelle delli animali.
-
-
-XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA.
-
-Lussuria è causa della generazione.
-
-Gola è mantenimento della vita.
-
-Paura over timore è prolungamento di vita.
-
-Dolore è salvamento dello strumento.
-
-
-XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA.
-
-Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di
-quella.
-
-
-XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA.
-
-Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso
-corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e
-confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima.
-
-
-XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA.
-
-L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa
-a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che,
-guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto.
-
-
-XXIX. — LA MEMORIA.
-
-Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo
-danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita.
-
-
-XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE.
-
-Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo
-spirito.
-
-
-XXXI. — RAGIONE E SENSO.
-
-I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando
-contempla.
-
-
-XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO.
-
-Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire.
-
-
-XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO.
-
-Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero
-nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può
-perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe
-e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con
-iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione.
-
-
-XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE.
-
-A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di
-troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito;
-ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa
-lungamente passata ci pare esser presente.
-
-
-XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO.
-
-Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di
-tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate
-di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose
-vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù;
-e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate
-dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano
-distanti.
-
-
-XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO.
-
-Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri
-giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli
-indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria
-nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non
-trapassi indarno.
-
-
-XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA.
-
-L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna
-altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama
-raccoglie.
-
-
-XXXVIII. — EPIGRAMMA.
-
-O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte;
-o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi
-similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile
-ai tristi morti?
-
-
-XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE.
-
-L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima
-di quella che viene: così il tempo presente.
-
-
-XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO.
-
-La vita bene spesa lunga è.
-
-
-XLI. — LA VITA LABORIOSA.
-
-Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene
-usata dà lieto morire.
-
-
-XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE.
-
-O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu
-distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti
-della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando
-si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la
-vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte.
-
-O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale
-tutte le (cose) sono consumate!
-
-
-XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA
-L’OPERE DI DIO.
-
-Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti,
-ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che
-sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi
-son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni
-delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le
-figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano
-d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile.
-
-Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere
-l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto
-Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della
-cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai
-amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la
-somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa,
-alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la
-virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo
-proposito.
-
-
-XLIV. — PREGHIERA.
-
-Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare
-ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita
-alli omini.
-
-
-XLV. — ORAZIONE.
-
-Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica.
-
-
-XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI.
-
-E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun
-si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano.
-
-
-XLVII. — ANCORA.
-
-Farisei frati santi vol dire.
-
-
-XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141]
-
-Nulla può essere scritto per nuovo ricercare.
-
-
-XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA.
-
-La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i
-panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni
-secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà;
-similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie
-offendere non ti potranno la tua mente.
-
-
-L. — CONSIGLI AL PARLATORE.
-
-Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li
-danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte
-tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi
-a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi
-di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento;
-e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu
-acquisterai odio e inimicizia.
-
-E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare,
-parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare
-intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie
-azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che
-lui si diletta.
-
-
-LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO.
-
-Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e
-questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno,
-cioè dagl’ignoranti.
-
-Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te
-l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti
-farai misero e sanza riposo.
-
-Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel
-giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo,
-com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il
-giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane,
-in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma
-fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli
-uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni.
-
-
-LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI.
-
-Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama.
-
-Questa sozza fama è nata da’ vizi.
-
-Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto
-no.
-
-Il vôto nasce, quando la speranza more.
-
-Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli
-parlatori, sanza alcuna sentenza.
-
-Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno.
-
-La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile.
-
-Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese.
-
-Chi teme i pericoli, non perisce per quegli.
-
-Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova.
-
-Chi altri offende, sé non sicura.
-
-Non essere bugiardo del preterito.
-
-La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della
-povertà.
-
-Dov’è libertà, non è regola.
-
-Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il
-consiglio.
-
-Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la
-intendi.
-
-Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello.
-
-Le minaccie solo sono arme dello imminacciato.
-
-Dimanda consiglio a chi ben si corregge.
-
-Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re
-delle ave.
-
-Chi non punisce il male, comanda che si facci.
-
-Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.
-
-Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso.
-
-Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni.
-
-Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo.
-
-Chi poco pensa, molto erra.
-
-Più facilmente si contesta al principio, che al fine.
-
-Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che
-sono in pericolo.
-
-Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio.
-
-Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti.
-
-Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli
-omini.
-
-Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente.
-
-Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non
-saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo.
-
-Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e
-dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento.
-
-Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra.
-
-Raro cade chi ben cammina.
-
-Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo!
-
-Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera.
-
-Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono.
-
-La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde.
-
-Chi non stima la vita, non la merita.
-
-Cosa bella mortal passa e non dura.
-
-Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata.
-
-L’oro in verghe, s’affinisce nel foco.
-
-Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita.
-
-Ogni torto si dirizza.
-
-Di lieve cosa nasciesi gran ruina.
-
-Al cimento si conosce il fine oro.
-
-Tal fia il getto, qual fia la stampa.
-
-Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.
-
-Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina.
-
-L’edera è di lunga vita.
-
-Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è
-creduto.
-
-Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto
-è calva.
-
-Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.
-
-Impedimento non mi piega.
-
-Ogni impedimento è distrutto dal rigore.
-
-Non si volta chi a stella è fisso.
-
-
-LIII. — LA VERITÀ.
-
-Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità,
-scacciando le tenebre.
-
-Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore
-e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre,
-occultatrici d’ogni essenzia.
-
-Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la
-verità, cioè l’oro.
-
-La verità al fine non si cela: non val simulazione.
-
-Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice.
-
-La bugìa mette maschera.
-
-Nulla occulta sotto il sole.
-
-Il foco è messo per la verità, perchè distrugge ogni sofistico e bugìa,
-e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero.
-
-
-LIV. — IL BEN FARE.
-
-Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che
-’l giovamento.
-
-Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel
-giovare.
-
-Tutte le opere non son per istancarmi.
-
-È motto da carnovale. _Sine lassitudine_.
-
-Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si
-stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al
-nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente.
-
-
-LV. — LA INGRATITUDINE.
-
-Sia fatto in mano alla ingratitudine.
-
-Il legno notrica il foco che lo consuma.
-
-Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il
-lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità.
-
-
-LVI. — LA INVIDIA.
-
-La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa
-spaventa la virtù.
-
-Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se
-potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in
-volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da
-palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare
-che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a
-significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in
-continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante.
-Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella
-offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia
-ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di
-fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile
-cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a
-signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti
-strumenti della morte.
-
-Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e
-prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia.
-
-
-LVII. — LA FAMA.
-
-La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche
-a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue
-operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano.
-
-Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in
-iscambio di penne, e ’n forma d’uccello.
-
-
-LVIII. — PIACERE E DOLORE.
-
-Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati
-[Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato
-dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno
-all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un
-medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la
-fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e
-lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra,
-ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose.
-Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare
-che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della
-vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina,
-chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare
-nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente,
-imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri,
-che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si
-tiene la canna per tali fondamenti.
-
-
-LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO.
-
-Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le
-composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti:
-così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a
-ricevere la virtù de’ sensi.
-
-Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della
-sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo
-contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di
-saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del
-predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte
-della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate
-congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario,
-perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi
-ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si
-vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più)
-in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di
-notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni.
-
-
-LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142]
-
-Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo
-Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi,
-acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua
-gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali?
-
-E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma
-non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la
-qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si
-trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento
-di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e
-de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero),
-e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie
-leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna
-volta si mangiano i figlioli....
-
-Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e
-amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole,
-pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai
-ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura
-tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se
-non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare
-infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola?
-
-
-LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO.
-
-UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che
-son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son
-molti.
-
-
-LXII. — L’UOMO COME ANIMALE.
-
-Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale
-andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i
-loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce
-si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro,
-per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e
-sempre così sèguita.
-
-
-LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO.
-
-Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli
-animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella
-infanzia va con quattro piedi.
-
-
-LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA.
-
-Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini
-e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in
-tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto
-bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e
-portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate,
-che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî
-colori.
-
-Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per
-offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi,
-le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean
-parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte.
-
-Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente
-grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno
-a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono
-tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non
-potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra.
-
-Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini
-avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi
-vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e
-alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio
-e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita
-d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli.
-
-
-LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143]
-
-A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo.
-
-Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età
-d’anni 10.
-
- ladro,
- bugiardo,
- ostinato,
- ghiotto.
-
-Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un
-giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose,
-lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo
-confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4.
-
-Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per
-due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il
-vino e, dopo questo, venne a cena dove me.
-
-Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi
-a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo
-dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò
-nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote:
-soldi di Lira] 2.
-
-Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer
-Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e
-spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini
-salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa
-accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era
-in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi
-trovò. — Lire 2 s. di L. 4.
-
-Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una
-pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno
-mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi
-de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici,
-confetti. Lire 2.
-
-Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio
-d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era
-di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4.
-
-Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire
-6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para
-di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe....
-L. 1.
-
-
-LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO.
-
-Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui,
-non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei,
-con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui.
-
-
-LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144]
-
-Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato
-acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito.
-Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri
-di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore
-tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla
-quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo
-ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo
-l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e
-oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui
-con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li
-furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui
-fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere
-di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li
-negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e
-grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal
-volontieri.
-
-La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti,
-dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’
-Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa
-lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di
-loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo
-durava insino a sera.
-
-E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e
-diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo
-era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così
-seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo
-se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non
-esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di
-poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai
-tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi
-lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’
-mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun
-de’ mia voleva più entrare.
-
-Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è
-quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui
-ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione
-di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini....
-disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto
-dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere
-ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti
-lavoranti assai specchi per mandare alle fiere.
-
-
-LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE
-PREMIO DI LOR VIRTÙ?
-
-E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò
-sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son
-quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li
-dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano
-li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non
-vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio.
-
-E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi,
-fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli
-eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre
-insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè
-questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue
-e li simulacri....
-
-Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come
-ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri
-operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in
-pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non
-sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra
-la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato
-il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli.
-
-Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti
-tieni? son queste cose da esser fatte da omini?
-
-
-LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA.
-
-Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta
-voce, con tali parole mosse:
-
-— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo,
-a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo
-è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine,
-in compagnia di tutti i vizi.
-
-Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati
-solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che
-alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini
-trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli
-sono nimici, e peggio s’elli son amici.
-
-
-LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA.
-
-Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite,
-essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato
-di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al
-suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote:
-accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato
-Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali,
-non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala
-natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua
-iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio.
-
-
-
-
-PENSIERI SULL’ARTE.
-
-
-
-
-DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI.
-
-
-I. — PROEMIO.
-
-Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal
-numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della
-natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio].
-
-Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette
-arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma
-ad infinite attende, che la natura mai le creò.
-
-
-II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE?
-
-Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della
-Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei
-medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica]
-nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle
-predette scienze non mancando per questo di sua divinità.
-
-E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè
-medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi
-che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno
-di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura,
-e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno
-professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere
-quella.
-
-Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante
-non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo
-no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle
-lingue o lettere umane.
-
-
-III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE.
-
-Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più
-comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario,
-è meno utile ch’è meno comunicabile.
-
-La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni
-dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non
-passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa
-per il vedere.
-
-Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno
-le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi
-che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie
-umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura,
-imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli
-figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta
-della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale
-spettacolo.
-
-
-IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE.
-
-Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il
-discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto.
-Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza,
-quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come
-l’altre sustanze.
-
-Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura
-no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il
-discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come
-si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa
-non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa,
-qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa
-infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta
-nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e
-non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più
-eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate.
-
-Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente andare velati e
-coperti, credendo diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare
-le loro presenze? or non si vede le pitture, rappresentatrici delle
-divine Deità, esser al continuo tenute coperte con copriture di
-grandissimi prezzi? e quando si scoprano, prima si fa grandi solennità
-ecclesiastiche di varî canti con diversi suoni; e, nello scoprire,
-la gran moltitudine de’ popoli, che quivi concorrono, immediate si
-gettano a terra, quelle adorando e pregando, per cui tale pittura è
-figurata, dell’acquisto della perduta sanità e della eterna salute, non
-altrementi, che se tale Idea fusse lì presente in vita?
-
-Questo non accade in nessun’altra scienza od altra umana opera. E se
-tu dirai, questa non esser virtù del pittore, ma propria virtù della
-cosa imitata; si risponderà, che in questo caso la mente de li omini
-po’ saddisfare, standosi nel letto, e non andare ne’ lochi faticosi e
-pericolosi, ne’ pellegrinaggi, come al continuo far si vede.
-
-Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo sono in essere, chi li move,
-sanza necessità? Certo tu confesserai essere tale simulacro, il quale
-far non po’ tutte le scritture, che figurar potessino in effigie ed in
-virtù tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami tal pittura, ed ami chi
-l’ama e riverisce, e si diletti d’essere adorata più in quella, che
-in altra figura di lei imitata, e per quella faccia grazia e doni di
-salute, — secondo il credere di quelli, che in tal loco concorrono.
-
-
-V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE UMANE PER SOTTILE
-SPECULAZIONE APPARTENENTE A QUELLA.
-
-L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via, donde
-il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le
-infinite opere di natura; e l’orecchio è il secondo, il quale si fa
-nobile per le cose racconte, le quali ha veduto l’occhio.
-
-Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, non avessi coll’occhio
-viste le cose, male le potreste riferire per le scritture; e se tu,
-poeta, figurerai una storia colla pittura della penna, e ’l pittore
-col pennello la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa a
-essere compresa. Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il
-pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale è più
-dannoso morso [Sidenote: danno] o cieco o muto? — Se ’l poeta è libero,
-come ’l pittore, nelle invenzioni, le sue finzioni non sono di tanta
-saddisfazione a li omini, quanto le pitture, perchè, se la Poesia
-s’astende con le parole a figurare forme, atti e siti, il pittore
-si move, colle proprie similitudine de le forme, a contraffare esse
-forme. Or guarda: — qual’è più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o la
-similitudine [Sidenote: la figura] d’esso omo? — Il nome dell’omo si
-varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non da morte.
-
-Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; per questo io dirò essere
-più eterne l’opere d’un calderaio, che il tempo più le conserva che le
-vostre o nostre opere, nientedimeno è di poca fantasia, e la Pittura si
-po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, fare molto più eterna.
-
-Noi per arte possiamo essore detti nipoti a Dio. Se la Poesia s’astende
-in filosofia morale e questa in filosofia naturale; se quella descrive
-l’operazione della mente, che considera, questa colla mente opera
-ne’ movimenti; se quella spaventa i popoli con le infernali finzioni,
-questa colle medesime cose in atto fa il simile. Pongasi il poeta a
-figurare una bellezza, una fierezza, una cosa nefanda e brutta, una
-mostruosa, col pittore; faccia a suo modo, come vuole, tramutazione
-di forme, che il pittore non saddisfassi più [Sidenote: in modo da
-superare il pittore]. Non s’è egli viste pitture avere tanta conformità
-colla cosa vera, ch’ell’ha ingannato omini e animali?
-
-
-VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ.
-
-Tal proporzione è dall’immaginazione a l’effetto, qual’è dall’ombra al
-corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla Poesia alla Pittura.
-Perchè la Poesia pon le sue cose nell’imaginazione di lettere, e la
-Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal quale occhio riceve le
-similitudini non altrementi, che s’elle fussino naturali; e la Poesia
-le dà sanza essa similitudine, e non passano all’imprensiva per la via
-della virtù visiva, come la Pittura.
-
-
-VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE.
-
-La Pittura rappresenta al senso, con più verità e certezza, le
-opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere
-rappresentano con più verità le parole, che non fa la Pittura. Ma
-diremo essere più mirabile quella scienza, che rappresenta l’opere
-di natura, che quella, che rappresenta l’opere dell’operature, cioè
-l’opere degli uomini, che sono le parole, com’è la Poesia o simili, che
-passano per la umana lingua.
-
-
-VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO.
-
-L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli
-contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita,
-si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la
-veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri [Sidenote:
-il corpo], mediante gli occhi, per li quali essa anima si rappresenta
-tutte le varie cose di natura; ma chi li perde, lascia essa anima in
-una oscura prigione, dove si perde ogni speranza di riveder il sole,
-luce di tutt’il mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre notturne
-sono in somm’odio, ma ancora ch’elle sieno di breve vita! Oh! che
-farebbono questi, quando tali tenebre fussino compagne della vita loro?
-
-Certo, non è nissuno, che non volesse più tosto perdere l’audito
-o l’odorato, che l’occhio, la perdita del quale audire consente la
-perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine nelle parole; e sol fa
-questo per non perdere la bellezza del mondo, la quale consiste nella
-superfizie de’ corpi, sì accidentali [Sidenote: prodotti dall’arte]
-come naturali, li quali si riflettono nell’occhio umano.
-
-
-IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE ALLA NATURA.
-
-La Pittura serve a più degno senso, che la Poesia, e fa con più verità
-le figure delle opere di natura, che il poeta; e sono molto più degne
-l’opere di natura che le parole, che sono l’opere dell’omo, perchè tal
-proporzione è dalle opere de li uomini a quello della natura, qual
-è quella, ch’è da l’omo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le
-cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole
-imitare li fatti e parole de li omini.
-
-E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere di natura co’ la tua semplice
-professione, fingendo diversi siti e forme di varie cose, tu sei
-superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi
-vestirti de l’altrui scienze, separate da essa poesia, elle non sono
-tue, come Astrologia, Rettorica, Teologia, Filosofia, Geometria,
-Aritmetica e simili. Tu non sei allora più poeta, tu ti trasmuti, e
-non sei più quello, di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi
-andare alla natura, che tu vi vai con mezzi di scienze, fatte d’altrui
-sopra li effetti di natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di
-scienziali [Sidenote: di cose pertinenti alle varie scienze] o d’altrui
-mezzi, va immediate all’imitazione d’esse opere di natura.
-
-Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata,
-a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con
-infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere
-le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con
-questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava
-il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane
-faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler
-mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad
-un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra
-li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi.
-
-
-X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA.
-
-Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè
-l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e
-dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è
-giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune,
-se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se
-la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si
-ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale
-finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole
-equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di
-sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità
-esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual
-è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione,
-conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso
-comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì
-nasce, nell’occhio tenebroso [Sidenote: il cervello o senso comune].
-Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al
-vederla in atto fuori delle tenebre!
-
-Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e
-tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine,
-mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa
-fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il
-pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu
-descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’
-la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo
-dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un
-istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro,
-che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di
-quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e
-tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de
-li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti,
-delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone
-innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle
-macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti
-de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare
-al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che
-sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi.
-Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior
-senso.
-
-Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme
-parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come
-naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in
-tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza
-comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle,
-in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore,
-che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati
-a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali
-o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli
-trascorre?
-
-E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa
-divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la
-rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma
-infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei
-se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza
-rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali
-desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e
-altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà
-innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno,
-e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura,
-che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo
-in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è
-l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la
-vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto
-si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a
-sbadigliare.
-
-Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno
-incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non
-farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale
-scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale
-pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella
-concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari
-orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla
-scrittura.
-
-Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l
-tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è
-cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E
-questa vita è sorella della morte.
-
-
-XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE.
-
-Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che
-dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo
-è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli
-animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle
-cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il
-cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia,
-che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale
-solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le
-cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può
-vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante
-il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano.
-
-
-XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA.
-
-Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie
-della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Qual fia quello,
-che ti dimostrerà siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si
-rappresenti li tuoi passati piaceri, con più verità del pittore?
-
-E se tu dici: — la Pittura è una Poesia muta per sè, se non v’è chi
-dica o parli per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non vedi tu, che
-’l tuo libro si trova in peggior grado? Perchè ancora ch’egli abbia
-un uomo, che parli per lui, non si vede niente della cosa, di che si
-parla, come si vederà di quello, che parla per le pitture; le quali
-pitture, se saranno ben proporzionati li atti co’ li loro accidenti
-mentali, saranno intese, come se parlassino.
-
-
-XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA.
-
-La Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è
-una Pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie,
-o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per li quali esse
-dovrebbono penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e l’altra è
-Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè
-l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il
-senso meno nobile, cioè l’audito.
-
-Adunque daremo la Pittura al giudizio del sordo nato, e la Poesia
-sarà giudicata dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata con
-li movimenti appropriati alli accidenti mentali delle figure, che
-operano in qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato intenderà
-le operazioni e l’intenzioni degli operatori, ma il cieco nato non
-intenderà mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia onore a essa
-Poesia; conciossiachè delle nobili sue parti è il figurare li gesti e
-li componimenti delle istorie e li siti ornati e dilettevoli, con le
-trasparenti acque, per le quali si vede li verdeggianti fondi delli
-suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e minute ghiare, coll’erbe,
-che con lor si mischiano, insieme con li sguizzanti pesci, e simili
-descrizioni, le quali si potrebbono così dire ad un sasso, corno ad un
-cieco nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che si compone la bellezza
-del mondo, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione,
-propinquità, moto e quiete, le quali son dieci ornamenti della natura.
-
-Ma il sordo, avendo perso il senso meno nobile, ancora ch’egli abbia
-insieme persa la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè imparare
-alcun linguaggio, ma questo intenderà bene ogni accidente, che sia
-nelli corpi umani, meglio che un che parli e che abbia audito, e
-similmente conoscerà le opere de’ pittori e quello, che in esse si
-rappresenti, e a che tali figure siano appropriate.
-
-
-XIV. — SEGUE.
-
-La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una
-e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze,
-e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come
-fece Apelle colla sua _Calunnia_.
-
-Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne
-risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci,
-insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione
-armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori
-restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più
-farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura,
-dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale
-serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica
-all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante
-di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà
-con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti
-l’altri sensi.
-
-Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una
-perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte,
-della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne
-risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna
-voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun
-concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre
-ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni
-l’oblivione [Sidenote: dimenticare] non lascia comporre alcuna
-proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua
-virtù visiva a un medesimo tempo.
-
-Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta,
-de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati
-tempi, la memoria non riceve alcuna armonia.
-
-
-XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE.
-
-La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per
-la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso
-massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo
-caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via
-dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un
-sentissi raccontar una cosa.
-
-Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà
-piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella
-prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti
-sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte,
-ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti,
-de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la
-mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola
-parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore
-immediate è compresa dalli suoi riguardatori.
-
-
-XVI. — SEGUE.
-
-La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù
-visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti
-naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica
-proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il
-senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de
-l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più
-tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero
-mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce
-con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi
-se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta
-armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi,
-che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello
-udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè
-tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come
-nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè,
-se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di
-proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè
-sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza,
-e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica
-nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che
-tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare,
-che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è
-la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere
-d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare
-per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al
-continuo di lei spira.
-
-Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge,
-il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il
-tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio,
-piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della
-bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello
-nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non
-impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo
-caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che
-supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso
-si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel
-far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una
-dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le
-quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole
-nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale
-è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo,
-nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può
-dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si
-de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi
-entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della
-Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose.
-
-Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della
-città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per
-monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se
-ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole
-in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti
-descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio
-calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si
-fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea
-fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non
-potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose
-valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere
-li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così
-tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se
-il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi
-li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi
-piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante
-con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle
-verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale
-effetto descritto dal poeta?
-
-Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice,
-che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini
-con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che
-commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le
-stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che
-nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria,
-ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo
-egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato
-all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia
-non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio
-ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani.
-
-Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un
-fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta,
-lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive
-di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e
-non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa
-astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio;
-ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe
-emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il
-pittore.
-
-Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così
-umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè
-linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore
-la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il
-disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda
-grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli
-orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li
-quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri
-alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria;
-questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e
-ingegneri.
-
-
-XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ
-MEDIANTE QUELLO È GENERATA.
-
-Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee
-visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il
-pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa
-Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee
-s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura,
-sanza le quali l’arte del geometra è orba.
-
-E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla
-figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica
-fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non
-s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua,
-ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di
-natura e ornamento del mondo.
-
-
-XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE.
-
-Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo
-è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei
-versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il
-pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè
-invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere,
-e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma
-che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran
-parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza
-la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè
-l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami,
-chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!)
-
-Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena
-di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in
-arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se
-’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale
-della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il
-medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria
-effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e
-parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate
-innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che
-l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna
-donna viva.
-
-E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per
-l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se
-non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l
-poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia
-[Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove
-più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio.
-Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà.
-Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a
-riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia
-in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i
-quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle
-dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti.
-
-Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo
-innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura
-volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose
-dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la
-pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a
-laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe
-in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale
-[Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano
-nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello
-che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica,
-perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’
-chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a
-chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè
-questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica
-aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che
-significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece
-Apello la _Calunnia_.
-
-
-XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE.
-
-Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli
-in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un
-pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re
-rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò
-la vista con grande ammirazione.
-
-Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e
-sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! —
-
-Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse:
-«o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a
-miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa
-vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare
-la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito,
-e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi,
-perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso,
-che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della
-scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’
-quali questi si fanno obbietti.
-
-»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non
-s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità
-di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o
-udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in
-istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce
-la succedente, se l’antecedente non muore?
-
-»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella
-del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità
-armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa
-la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine
-bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo
-tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro
-proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta
-dall’uomo, che dar lo possa maggiore.»
-
-
-XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE.
-
-Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da
-eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che
-sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato,
-prima che restar cieco.
-
-Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le
-forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto
-dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza
-essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto,
-e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio,
-che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la
-Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna
-della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere
-umane.
-
-
-XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE.
-
-— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te
-tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. —
-
-Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore,
-perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue,
-contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? —
-
-Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente
-l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non
-è in favore.
-
-Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel
-che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel
-delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore,
-che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore.
-
-La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie.
-
-
-XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE.
-
-Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di
-comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi,
-noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la
-Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual
-nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè
-è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto,
-che ’l senso del vedere.
-
-Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo,
-e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura,
-nella quale abbia moto e vita.
-
-Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo?
-Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le
-umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo;
-questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime;
-questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha
-trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose
-future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e
-Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo
-sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle,
-ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno
-quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione?
-
-Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e
-fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della
-umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e
-per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale
-l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha
-ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini.
-
-Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è
-quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente
-all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera
-la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali,
-vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle
-mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite
-forme d’animali e erbe, piante e siti.
-
-
-XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA.
-
-La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura,
-conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio,
-e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali,
-operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o
-più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’
-membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia
-la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si
-genera la bellezza umana.
-
-Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more
-immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi
-resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una
-sola superfizie.
-
-O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’
-mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le
-quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita
-vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura,
-quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è
-adorata.
-
-
-XXIV. — PITTURA E MUSICA.
-
-Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la
-Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica,
-che solo saddisfa all’audito.
-
-Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che
-si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che
-con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna.
-
-Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose,
-quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere
-preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le
-forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere
-magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce.
-
-Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il
-culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente;
-con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con
-questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura
-fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini
-famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il
-medesimo facciamo noi qui colle lettere.
-
-Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi
-metti questa, o tu ne levi quella.
-
-E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la
-Musica da chi non la sa.
-
-Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò
-che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria
-consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle
-discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità
-delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva.
-
-
-XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE.
-
-Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del
-pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo
-speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici,
-quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli
-tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo
-contemplante.
-
-Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane
-membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa
-bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi
-anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia
-delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze
-conservar non potrebbe.
-
-Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza,
-che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è
-restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra!
-
-Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata
-coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non
-pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto.
-
-Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle
-scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come
-fa il pittore?
-
-E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con
-questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai.
-
-
-XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO.
-
-Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal
-pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il
-poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te
-lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa
-vedere tutto in un tempo.
-
-Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di
-che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con
-quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo,
-come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori;
-e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e
-così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la
-grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi
-armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti
-si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai
-saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina
-proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali
-solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto
-[Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà
-posseduta a chi le vede.
-
-E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie,
-composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della
-loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e,
-benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio,
-siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della
-Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse
-cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di
-diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono
-giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In
-comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto
-allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo
-il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto
-indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico.
-
-Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà
-comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse
-cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta
-l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo
-e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque
-questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una
-conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio
-del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose
-rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo,
-o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal
-finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più
-debole parte della pittura.
-
-
-XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA.
-
-Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere
-fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti
-alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono
-subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li
-sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro
-obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere
-superiore alla Poesia.
-
-Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo
-tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e
-termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come
-boriosa, sè stessa lauda.
-
-
-
-
-IL PITTORE E LA PITTURA.
-
-
-I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA.
-
-Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura.
-
-
-II. — ORIGINE DELLA PITTURA.
-
-Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra
-dell’omo, fatta dal sole ne’ muri.
-
-
-III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE
-COSE.
-
-Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore
-di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che
-sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è
-Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o
-foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi
-freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire
-gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare,
-egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti
-o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è
-nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima
-nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in
-pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual
-fanno le cose.
-
-
-IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE.
-
-Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore
-rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore
-ha carestia di sentimento.
-
-
-V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE.
-
-Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono
-maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura.
-Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo
-della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione.
-
-Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le
-cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione
-degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi
-paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene.
-
-Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi
-quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti
-montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati,
-strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti?
-
-Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà
-usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore.
-
-
-VI. — IL PITTORE E LA NATURA.
-
-Il dipintore disputa e gareggia con la natura.
-
-
-VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA.
-
-Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte
-l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile
-invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera
-tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle
-figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte
-d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di
-natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più
-corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono
-state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la
-Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente
-di Dio.
-
-
-VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO
-DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE.
-
-Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in
-sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo
-essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti
-son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti.
-
-Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi
-in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore,
-che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si
-potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa
-forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima
-nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti
-saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in
-sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta
-alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia
-consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via
-a farti onorare della tua arte.
-
-
-IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA.
-
-Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che
-nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai
-i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono
-prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri
-animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla
-forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che
-sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile
-la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il
-ritrarle di naturale.
-
-
-X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA,
-IL GIUDIZIO D’OGN’OMO.
-
-Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio
-di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non
-sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà
-s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o
-naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con
-verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà
-confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto
-l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo
-in altrui, e farai profitto degli altrui errori.
-
-Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene
-e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se
-trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso
-o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione
-come lui s’inganna.
-
-
-XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E
-INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI.
-
-Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio,
-bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con
-somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li
-tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro,
-quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi
-tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e
-questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —;
-e mostrare d’avere opera da ogni premio.
-
-
-XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI.
-
-Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità
-con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro
-specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la
-tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra
-similitudine ha conformità insieme.
-
-E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè
-lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno
-similitudine con la pittura in molte parti.
-
-Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che
-paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la
-pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura
-è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si
-po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio
-e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e
-lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie.
-
-E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e
-lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori
-l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li
-saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa
-naturale, vista in uno grande specchio.
-
-
-XIII. — PRECETTO AL PITTORE.
-
-Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la
-quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli
-l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte
-di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del
-sole.
-
-Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo
-delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non
-disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori.
-
-
-XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO.
-
-Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le
-tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue.
-
-
-XV. — ORDINE DELLO STUDIO.
-
-Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni
-cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di
-naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere
-a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in
-pratica e operare l’arte.
-
-
-XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO.
-
-Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e
-finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti,
-che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle
-quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro
-accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli
-con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia
-uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si
-faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi
-in perfetta forma.
-
-Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli
-è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari
-componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli
-si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo
-abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti
-e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che
-pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle
-d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito,
-perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso.
-
-
-XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE
-STORIE.
-
-Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte
-le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti
-a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel
-parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno
-in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori
-d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un
-tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia
-di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio
-in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con
-grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti
-delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti
-serberai come tuoi autori e maestri.
-
-
-XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI
-NEL LETTO, ALLO SCURO.
-
-Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo
-scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti
-superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili,
-da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile
-e utile a confermarsi le cose nella memoria.
-
-
-XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI.
-
-Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione
-di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di
-riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie
-invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di
-varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse
-sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare]
-qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati
-di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli
-in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti
-pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti
-e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E
-interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro
-tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai.
-
-Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto
-a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che
-integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro,
-non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni.
-
-
-XX. — LA STANZA DEL PITTORE.
-
-Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo
-sviano.
-
-
-XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE.
-
-Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo,
-e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è
-superata dal giudizio.
-
-
-XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE.
-
-Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro.
-
-
-XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA.
-
-Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco
-acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce
-di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce.
-
-
-XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA.
-
-E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li
-sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione;
-e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli
-tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa
-aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella,
-ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a
-quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e
-gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler
-essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che
-di tal arte meritamente s’acquista.
-
-Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li
-viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con
-oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti
-bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi
-e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne
-gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che
-sono ornate?
-
-Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove,
-appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che
-dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo
-che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel
-parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor
-consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico,
-sconciatore delli azzimati capegli.
-
-Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto
-vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare,
-graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano
-con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati....
-Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a
-condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l
-vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora
-investigando!...
-
-
-
-
-PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA.
-
-
-I.
-
-Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e
-l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere
-dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione
-l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè
-di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l
-lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in
-questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè,
-e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente
-lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie
-nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le
-prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore
-paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea
-è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti,
-non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi
-come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e
-infinite cose, che non si dicono per non tediare.
-
-Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile
-resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco,
-e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e
-fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire
-che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è
-tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile
-faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro
-sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è
-racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello,
-che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole
-andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera.
-Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e
-quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima
-operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè
-quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n
-bronzo.
-
-Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della
-Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima
-l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa
-scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima;
-se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi
-colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi
-dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento
-dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più
-bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e
-altro non ha. —
-
-La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa
-miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le
-cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata
-d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera.
-
-
-II.
-
-La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore
-e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista,
-le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e
-così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà
-di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che
-in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime
-campagne co’ lontani orizzonti.
-
-
-III.
-
-Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che
-lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il
-pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente.
-
-Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua
-opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo
-o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si
-rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da
-gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia
-impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio,
-e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e
-l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre.
-
-Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori
-e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede
-dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello
-con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è
-l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse
-volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza
-strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere
-udite.
-
-
-IV.
-
-Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della
-Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva,
-causata dalla virtù della materia e non dall’artefice.
-
-E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di
-soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel
-che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in
-potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo
-tal difetto essere dell’operatore e non della materia.
-
-Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi.
-
-Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre
-inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali,
-a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde
-per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno
-l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna
-lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo
-governando, e così facendo, non levano più del dovere.
-
-Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime
-speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere
-di brevissimo discorso.
-
-Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente
-che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e
-non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe
-attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale
-materia.
-
-
-V.
-
-La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e
-meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente
-del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia
-interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause
-delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le
-similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli
-veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in
-grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori
-eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e
-infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa:
-o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più
-o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si
-dimostreranno men noti l’un che l’altro.
-
-E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che
-far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose
-e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore
-ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà
-varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra
-li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade
-penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo
-sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e
-dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi;
-questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque
-e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le
-lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe,
-dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze
-sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura
-non aggiunge.
-
-
-VI. — CONCLUSIONE.
-
-Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva
-de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle
-cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle
-cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta,
-infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto,
-come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a
-quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la
-superfizie delle trasparenti acque.
-
-
-
-
-I PAESI E LE FIGURE.
-
-
-
-
-I PAESI.
-
-
-I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE.
-
-Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote:
-condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso
-lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna,
-piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era
-all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa
-tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le
-stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò
-nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte,
-tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì
-gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita.
-
-
-II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146]
-
-Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio
-colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e
-insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi
-solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della
-regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio.
-
-E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il
-monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la
-qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan
-per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la
-sua base in simile altezza.
-
-Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e
-raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli
-sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo,
-che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che
-non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di
-diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio
-vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole,
-che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle
-basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la
-cima d’esso monte e ’l sole.
-
-
-III. — TRACCIA.
-
-Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del
-sole.
-
-
-IV. — ALTRA TRACCIA.
-
-Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia.
-
-
-V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE.
-
-Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra
-ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino
-all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono
-con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare
-stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il
-mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la
-oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi
-nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata.
-
-
-VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE.
-
-Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il
-terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso,
-povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi,
-di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più
-sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il
-terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità
-de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto
-esso è più propinquo alle concavità delle valli.
-
-Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di
-che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, e l’erbe,
-che vi nascono, minute e magre e in gran parte impallidite e secche,
-per carestia d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda transparire
-infra le pallide erbe; e le minute piante, stentate e invecchiate in
-minima grandezza, con corte e spesse ramificazioni e con poche foglie,
-scoprendo in gran parte le rugginenti e aride radici, tessute con
-le falde [Sidenote: gli strati delle roccie] e rotture [Sidenote: i
-crepacci] delli rugginosi scogli, nate dalli ceppi, storpiati dalli
-uomini e da’ venti; e in molte parti si vegga li scogli superare
-li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e pallida ruggine; e
-in alcuna parte dimostrare li lor veri colori scoperti, mediante la
-percussione delle folgori del cielo, il corso delle quali, non sanza
-vendetta di tali scogli, spesso son impedite.
-
-E quanto più discendi alle radici de’ monti, le piante saranno più
-vigorose e spesse di rami e di foglie; e le lor verdure di tante
-varietà, quanto sono le specie delle piante, di che tal selve si
-compongono, delle quali la ramificazione è con diversi ordini e diverse
-spessitudini [Sidenote: abbondanza di rami frondosi] di rami e di
-foglie e diverse figure e altezze: e alcuni con istrette ramificazioni,
-come il cipresso; e similmente degli altri con ramificazioni sparse
-e dilatabili, com’è la quercia e il castagno e simili; alcuni con
-minutissime foglie; altri con rare, com’è il ginepro e ’l platano e
-simili; alcune quantità di piante, insieme nate, divise da diverse
-grandezze di spazi e altre unite, sanza divisioni di parti o altri
-spazi.
-
-
-VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE.
-
-Quella cosa ch’è privata interamente di luce è tutta tenebre. Essendo
-la notte in simile condizione, e tu vi vogli figurare una storia,
-farai che, sendovi ’l grande foco, che quella cosa ch’è più propinqua
-di detto foco più si tinga nel suo colore, perchè quella cosa ch’è
-più vicina all’obbietto, più partecipa della sua natura. E facendo il
-foco pendere in colore rosso, farai tutte le cose alluminate da quello
-ancora loro rosseggiare e quelle che sono più lontane a detto foco
-più sien tinte del colore nero della notte. Le figure, che sono fra
-te e ’l foco, appariscano scure nella oscurità della notte e non della
-chiarezza del foco, e quelle che si trovano dai lati sieno mezze oscure
-e mezze rosseggianti, e quelle che si possono vedere dopo i termini
-delle fiamme saranno tutte alluminate di rosseggiante lume in campo
-nero.
-
-In quanto alli atti, farai quelli che li sono presso, farsi scudo colle
-mani e con mantegli, a riparo del superchio calore, e, torto col volto
-in contraria parte, mostrare fuggire da quelli più lontani; farai gran
-parte di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi da superchio
-splendore.
-
-
-VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA [Sidenote: burrasca].
-
-Se vuoi figurare bene una fortuna, considera e poni bene i sua effetti,
-quando il vento, soffiando sopra la superfizie del mare e della
-terra, rimove e porta con seco quelle cose, che non sono ferme, colla
-universal marea.
-
-E per ben figurare questa fortuna, farai in prima i nuvoli spezzati
-e rotti dirizzarsi per lo corso del vento, accompagnati dall’arenosa
-polvere, levata da’ liti marini, e rami e foglie levati per la potenza
-del furore del vento, isparsi per l’aria, e in compagnia di quelle
-molte altre leggere cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra quasi
-mostrarsi volere seguire il corso dei venti, coi rami storti fuor del
-naturale corso e le scompigliate e racconciate foglie. Gli omini, che
-lì si trovano, parte caduti e rivolti per li panni e per la polvere,
-quasi sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, sieno dopo
-qualche albero abbracciati a quelli, perchè il vento non li strascini;
-altri con le mani a li occhi per la polvere, chinati a terra, e i panni
-e capegli diretti al corso del vento. Il mare turbato e tempestoso
-sia pieno di retrosi [Sidenote: aggiramenti vorticosi dell’acqua], e
-schiuma in fra le elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta
-aria della schiuma più sottile a uso di spessa e avviluppata nebbia.
-I navilî, che dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela rotta,
-e i brani d’essa ventilando infra l’aria in compagnia d’alcuna corda
-rotta; alcuni alberi rotti, caduti, col navilio intraversato e rotto
-infra le tempestose onde; certi omini gridanti abbracciare il rimanente
-del navilio; farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi venti, battuti
-nell’alte cime delle montagne, fare a quegli avviluppati retrosi, a
-similitudine dell’onde percosse nelli scogli. L’aria spaventosa per le
-oscure tenebre fatte nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti.
-
-
-IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA.
-
-Farai in prima il fumo dell’artiglieria, mischiato in fra l’aria,
-insieme con la polvere, mossa dal movimento de’ cavalli e de’
-combattitori. La quale mistione userai così: la polvere, perchè è cosa
-terrestre e ponderosa, e ben che per la sua sottilità facilmente si
-levi e mischi infra l’aria, niente di meno volentieri ritorna in basso,
-e il suo sommo montare è fatto dalla parte più sottile, adunque il meno
-fia veduta, e parrà quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia in
-fra l’aria impolverata, quanto più s’alza a certa altezza, parrà oscura
-nuvola, e vederassi ne le sommità più espeditamente il fumo, che la
-polvere.
-
-Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, e la polvere terrà il
-suo colore: dalla parte che viene il lume, parrà questa mistione
-d’aria, fumo e polvere molto più lucida, che dalla opposita parte; i
-combattitori quanto più fieno infra detta turbolenza, meno si vedranno
-e meno differenza fia dai loro lumi alle loro ombre.
-
-Farai rosseggiare i volti e le persone e l’aria e li scoppettieri
-insieme co’ vicini, e detto rossore quanto più si parte dalla sua
-cagione, più si perda; e le figure, che sono in fra te e ’l lume,
-essendo lontane, parranno scure in campo chiaro, e le loro gambe,
-quanto più s’apresseran alla terra, men fieno vedute, perchè la polvere
-è lì più grossa e più spessa.
-
-E se farai cavalli correnti fuori della turba, falli nuvoletti di
-polvere distanti l’uno dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo de’
-salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è più lontano da detto
-cavallo, men si vegga, anzi sia alto, sparso e raro, e più presso sia
-più evidente e minore e più denso.
-
-L’aria sia piena di saettume di diverse ragioni: chi monti, chi
-discenda, qual sia per linea piana; e le ballotte delli scoppietti
-sieno accompagnate d’alquanto fumo dirieto al lor corso.
-
-E le prime figure farai polverose, i capegli e ciglia e altri lochi
-piani, atti a sostenere la polvere. Farai i vincitori correnti co’
-capegli, e altre cose leggiere, sparse al vento: con le ciglia basse
-e’ caccia i contrarî membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi il
-piè destro che ’l braccio stanco ancor lui venga innanzi. E se farai
-alcuno caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare su per la polvere,
-condotto [Sidenote: ridotto, trasmutato] in sanguinoso fango, e
-dintorno alla mediocre liquidezza della terra farai vedere istampite
-[Sidenote: impresse] le pedate degli omini e cavalli di lì passati.
-
-Farai alcuno cavallo strascinare morto il suo signore, e dirieto a
-quello lasciare per la polvere e fango il segno dello strascinato
-corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle ciglia alte nella lor
-congiunzione, e la carne, che resta sopra loro, sia abbondante di
-dolenti crespe. Le fauci del naso sieno con alquante grinze partite
-in arco dalle narici e terminate nel principio dell’occhio; le narici
-alte, cagion di dette pieghe; le labbra arcate scoprano i denti di
-sopra. I denti spartiti in modo di gridare con lamento. L’una delle
-mani faccia scudo ai paurosi occhi, voltando il dirieto inverso il
-nimico, l’altra stia a terra a sostenere il levato busto. Altri farai
-gridanti colla bocca isbarrata e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in
-fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, lancie, spade rotte,
-altre simili cose; farai omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla
-polvere, altri tutta la polvere, che si mischia coll’uscito sangue,
-convertirsi in rosso fango, e vedere il sangue del su’ colore correre
-con torto corso dal corpo alla polvere; altri morendo strignere i
-denti o travolgere gli occhi, strignere le pugna alla persona e le
-gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato e abbattuto dal nemico
-volgersi al nemico, con morsi e graffi fare crudele e aspra vendetta;
-potresti vedere alcuno cavallo leggero correre coi crini sparsi al
-vento, correre in fra i nemici, e co’ piedi fare molto danno; vedresti
-alcuno storpiato, caduto in terra farsi copritura col suo scudo, e ’l
-nemico, chinato in basso, fare forza di dare morte a quello.
-
-Potrebbesi vedere molti omini caduti in un gruppo sopra uno caval
-morto. Vederai alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire
-dalla moltitudine nettandosi co le due mani li occhi e le guancia
-ricoperte di fango, fatte da lagrimare degli occhi per l’amor della
-polvere. Vederesti le squadre del soccorso stare pien di speranza e
-sospetto, co’ le ciglia aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, e
-riguardare infra la folta e confusa caligine dell’essere attenti al
-comandamento del capitano; e simile, il capitano col bastone levato
-e corrente inverso il soccorso, mostrare a quelli la parte dove di
-loro è carestìa; e alcun fiume dentro cavalli correnti riempiendo la
-circustante acqua di turbolenza di onde di schiuma e d’acqua confusa,
-saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi de’ cavalli. E non fare
-nessun loco piano, se non le pedate ripiene di sangue.
-
-
-X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO.
-
-L’aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliqua discesa,
-piegata dal trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè per l’aria,
-non altrementi che far si vegga alla polvere, ma sol si variava
-perchè tale innondazione era traversata dalli liniamenti, che fanno
-le gocciole dell’acqua, che discende. Ma il colore suo era dato dal
-fuoco, generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, i
-vampi delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute
-valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor vertici le piegate cime
-delle piante. E Nettuno si vedea in mezzo alle acque col tridente, e
-vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare notanti piante diradicate,
-miste colle immense onde.
-
-L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso, per le
-ricevute vampe delle continue saette. Vedevansi li omini e li uccelli,
-che riempivan di sè li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde,
-componitrici delli colli, circondatori delli gran baratri.
-
-
-XI. — SEGUE.
-
-Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere combattuta dal corso di
-diversi venti, e avviluppati dalla continua pioggia e misti colla
-gragnuola, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione
-delle stracciate piante, miste con infinite foglie. Dintorno vedeasi le
-antiche piante diradicate e stracciate dal furor de’ venti. Vedevasi le
-ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra
-i medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati
-allagavano, e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli.
-
-Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere
-insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti
-al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli
-lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in
-gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti,
-fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali eran donne,
-omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti,
-spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna
-rivolgevan l’acque sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati.
-E nessuna cosa più lieve che l’acqua era che non fussi coperta di
-diversi animali, i quali, fatti tregua, stavano insieme con paurosa
-collegazione [Sidenote: aggruppamento], infra’ quali eran lupi,
-volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla morte. E tutte l’onde
-percuotitrici de’ lor lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni
-di diversi corpi annegati, le percussioni de’ quali uccidevano quelli,
-alli quali era restato vita.
-
-Alcune congregazioni d’omini avresti potuti vedere, le quali con
-armata mano difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti,
-da lioni, lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. Oh!
-quanti romori spaventevoli si sentivan per l’aria scura, percossa dal
-furore de’ tuoni e delle folgori, da quelli scacciate, — che per quella
-ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’opponea al suo corso!
-Oh! quanti avresti veduti colle proprie mani chiudersi li orecchi per
-schifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’
-venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette!
-
-Altri, non bastando loro il chiudere delli occhi, ma colle proprie mani
-ponendo quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non
-vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio.
-— Oh! quanti lamenti e quanti spaventati si gettavano dalli scogli!
-Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran quercie, cariche d’omini,
-esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti.
-
-Quante eran le barche volte sotto sopra, e quelle intere e quelle in
-pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti
-e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con
-movimenti disperati si toglievano la vita, disperandosi di non potere
-sopportare tal dolore: de’ quali alcuni si gittavano dalli alti scogli,
-altri si stringevano la gola colle proprie mani, alcuni pigliavan li
-propri figlioli, e con grande rapidità li sbattevan interi, alcuni
-colle proprie sue armi si ferivano e uccidean sè medesimi, altri
-gittandosi ginocchioni si raccomandavan a Dio. Oh! quante madri
-piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenendo sopra le ginocchia,
-alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voci, composte
-di diversi urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; altri, colle man
-giunte e le dita insieme tessute, mordevano, e con sanguinosi morsi
-quel divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia per lo immenso e
-insopportabile dolore.
-
-Vedeansi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore,
-esser già attorniati dalle acque e essere restati in isola nell’alte
-cime de’ monti, già restrigniersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi
-in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe,
-de’ quali assai ne morivan per carestia di cibo.
-
-E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non
-trovando più terra scoperta che non fusse occupata da’ viventi; già
-la fame, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli
-animali; quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo
-delle profonde acque e surgevano in alto. E infra le combattenti onde,
-sovra le quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come balle piene di
-vento, risaltavan indirieto dal sito della lor percussione, questi si
-facevan base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni si vedea
-l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello
-infuriate saette del cielo, alluminanti or qua or là infra la oscurità
-delle tenebre.
-
-Vedesi il moto dell’aria mediante il moto della polvere, mossa dal
-corso del cavallo, il moto della quale è tanto veloce a riempiere il
-vacuo, che di sè lascia nell’aria, che di sè lo vestiva, quanto è la
-velocità di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria.
-
-E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere io figurato le vie fatte
-per l’aria dal moto del vento, conciò sia che ’l vento per sè non si
-vede infra l’aria. A questa parte si risponde, che non il moto del
-vento, ma il moto delle cose da lui portate è sol quel che per l’aria
-si vede.
-
-Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d’acqua, selve infocate,
-pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di
-città.
-
-Venti revertiginosi [Sidenote: raggirantisi turbinosamente], che
-portano acqua, rami di piante e omini infra l’aria.
-
-Rami stracciati da’ venti, misti col corso de’ venti, con gente di
-sopra.
-
-Piante rotte, cariche di gente.
-
-Navi rotte in pezzi, battute in iscogli.
-
-Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi.
-
-Gente che sien sopra piante, che non si posson sostenere, alberi e
-scogli, torri, còlli pien di gente, barche, tavole, madie e altri
-strumenti da natare, còlli coperti d’uomini e donne e animali, e saette
-da’ nuvoli, che alluminino le cose.
-
-Sia imprima figurata la cima d’un aspro monte con alquanta valle
-circustante alla sua base, e ne’ lati di questo si veda la scorza
-del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e
-spogliar di sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa discenda
-di tal dirupamento; con turbolenza del corso vada percuotendo e
-scalzando le ritorte e globulenti [Sidenote: piene di prominenze, di
-bulbi] radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le
-montagne, denudandosi, scoprano le profonde fessure, fatte in quelle
-dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne siano in gran
-parte rincalzati e vestiti delle ruine delli arbusti precipitati da’
-lati dell’alte cime de’ predetti monti, i quali sien misti con fango,
-radici, rami d’alberi, con diverse foglie, infuse infra esso fango e
-terra e sassi.
-
-E le ruine d’alcuni monti sien discese nella profondità d’alcuna valle,
-e facciansi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale
-argine, già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime
-percuotino, e ruinino le mura delle città e ville di tal valle. E le
-ruine degli alti edifizî delle predette città levino gran polvere,
-l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed in ravviluppati, nuvoli si
-movano contro alla discendente pioggia.
-
-Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a
-sè la rinchiude, e con ritrosi revertiginosi in diversi obbietti,
-percuotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo
-e facendo riflettere in aria l’acqua percossa. E le onde circolari,
-che si fuggono dal loco della percussione, camminando col suo impeto
-in traverso, sopra del moto dell’altre onde circolari, che contra di
-loro si muovono, e, dopo la fatta percussione, risalgano in aria, sanza
-spiccarsi dalle lor basi.
-
-E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde
-distendersi inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo over
-discendendo infra l’aria, acquista peso e moto impetuoso, dopo il
-quale, penetrando la percossa acqua, quella apre, e penetra con furore
-alla percussione del fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso
-la superfizie del pelago, accompagnata dall’aria, che con lei si
-sommerse, e questa resta nella uscita colla schiuma, mista con legnami
-e altre cose più lievi che l’acqua, intorno alle quali si dà principio
-all’onde, che tanto più crescono in circuito, quanto più acquistano
-di moto: il qual moto le fa tanto più basse quanto ell’acquistano più
-larga base, e per questo sono poco evidenti nel lor consumamento. Ma,
-se l’onde ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano indirieto
-sopra l’avvenimento dell’altre onde, osservando l’accrescimento della
-medesima curvità, ch’ell’avrebbero acquistato nell’osservazione del già
-principiato moto.
-
-Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli è del medesimo color d’essi
-nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li
-penetrassino: il che se così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di
-minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine
-delli gran monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, percuoteranno
-li gran pelaghi dell’acque, allora risalterà gran quantità d’acqua
-infra l’aria, il moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a
-quello che fece il moto del percussore dell’acque, cioè l’angolo della
-riflession, e fia simile all’angolo della incidenza.
-
-Delle cose portate dal corso delle acque, quella si discosterà più
-dalle opposite rive, che fia più grave over di maggior quantità. Li
-ritrosi delle acque nelle sue parti sono tanto più veloci, quanto elle
-son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende
-dinanzi alle lor basi, battendosi e confregandosi sopra le globulenze
-della sua faccia: e tal confregazione, trita in minute particule della
-discendente acqua, la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia
-nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato fumo e revoluzion di
-nuvoli, e la leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. Ma la
-pioggia, che discende infra l’aria, nell’essere combattuta e percossa
-dal corso de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità o densità
-d’essi venti, e per questo si genera infra l’aria una innondazione di
-trasparenti, fatti dalla discesa della pioggia che è vicina all’occhio,
-che la vede. L’onde del mare, che percuotono l’obliquità de’ monti,
-che con lui combinano, saranno schiumose, con velocità contro al dosso
-de’ detti colli, e nel tornare indirieto si scontrano nell’avvenimento
-della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan, con grande
-innondazione, al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli,
-d’uomini e d’animali diversi si vedean scacciati dell’accrescimento del
-diluvio inverso le cime de’ monti, vicini alle predette acque.
-
-Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa.
-
-Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; a Piombino ritrosi
-di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll’aria; votamenti
-dell’acqua, che piove nelle barche.[147]
-
-
-XII. — L’ISOLA DI CIPRO.
-
-Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede per australe la bell’isola di
-Cipro, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua
-bellezza, hanno rotte le loro navi e sartie infra li scogli, circondati
-dalle vertiginose onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i
-vagabondi naviganti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le
-quali i venti raggirandosi empiono l’isola e ’l circostante mare di
-soavi odori.... Oh! quante navi quivi già son sommerse! oh! quanti
-navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbero vedere innumerabili
-navili, chi è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si mostra da poppa
-e chi da prua, chi da carena e chi da costa, — e parrà a similitudine
-d’un Giudizio, che voglia risuscitare navili morti, tant’è la somma
-di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i venti
-d’aquilone, resonando, fan varî e paurosi soniti.
-
-
-
-
-IL VIAGGIO IN ORIENTE.
-
-
-DIVISIONE DEL LIBRO.[148]
-
- _La predica e persuasione di fede._
- _La súbita innondazione insino al fine suo._
- _La ruina della città._
- _La morte del popolo e disperazione._
- _La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza._
- _Il danno ch’ella fece._
- _Ruine di neve._
- _Trovata del profeta._
- _La profezia sua._
- _Allagamento delle parti basse di Erminia [Sidenote: Armenia]
- occidentale, li scolamenti delle quali erano
- per la tagliata di monte Tauro._
- _Come il novo profeta (mostra) questa ruina
- è fatta al suo proposito._
-
-
-LETTERA I.
-
-DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME EUFRATES.
-
-_Al Diodario [Sidenote: Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di
-Prefetto di palazzo] di Soria [Sidenote: Siria], locotenente del sacro
-Soltano di Babilonia._
-
-Il nuovo accidente, accaduto in queste nostre parti settentrionali,
-il quale son certo, che non solamente a te, ma a tutto l’universo darà
-terrore, (il quale) successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando
-prima l’effetto e poi la causa.
-
-Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, a dare con amore e
-sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e
-nel dare principio in quelle parti, che a me pareano essere più al
-proposito nostro, entrai nella città di Calindra [Sidenote: È la
-medievale Kelindreh], vicina ai nostri confini.
-
-Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro,
-che è divisa dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per
-ponente.
-
-Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo,
-chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e
-sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e
-per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa
-l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo
-delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze
-de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta
-di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare
-insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi
-ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi
-nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi
-in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce
-per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte
-d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume
-del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura
-variabile nel suo splendore.
-
-
-Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della
-notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi
-dì a quelli di levante.
-
-Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda,
-or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si
-perde, e quando si rivede.
-
-
-LETTERA II.
-
-FIGURA DEL MONTE TAURO.
-
-Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue
-rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato
-il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con
-somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa
-di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto
-avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande
-effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò
-allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto.
-
-Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua
-desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son
-di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e
-massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna
-discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu
-potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta.
-
-Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore,
-e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua
-quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non
-t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di
-Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa
-maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito.
-
-Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il
-giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto
-parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i
-quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi
-son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte
-Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E
-invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì
-grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi,
-che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina
-insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l
-simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente.
-
-
-QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO.
-
-L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di
-mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al
-principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E.,
-dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre
-s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso
-tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena
-di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del
-sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con
-seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre
-è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli,
-che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran
-ruine.
-
-Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena
-di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e
-massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è
-montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi
-abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di
-altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il
-resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai
-per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14
-miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza
-d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che
-sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa,
-troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo
-in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente
-soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non
-nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte
-fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede
-sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli
-in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare
-per l’aspra e pericolosa sua salita.
-
-
-LETTERA III.
-
-Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera
-fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del
-misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati
-sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con
-questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo
-io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono
-il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto
-nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato;
-in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a
-tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore.
-
-In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti,
-e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali
-hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra
-città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi
-d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre
-di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena
-d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi
-e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea
-sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non
-che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha
-abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato.
-
-E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento
-e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare
-l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo
-insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine,
-piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno
-soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non
-fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame.
-
-Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a
-comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi.
-
-So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con
-lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene.
-
-
-FRAMMENTO.
-
-Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia
-sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità.
-
-Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le
-tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano.
-
-Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva
-tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a
-li occhi de’ circustanti potean refrettere.
-
-Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette
-sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor
-risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della
-luna.
-
-E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano
-agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello
-splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole
-vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione
-sia lontano dal predetto mare.
-
-
-
-
-LE FIGURE.
-
-
-I. — LA PITTURA ESPRESSIVA.
-
-La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale,
-che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante
-le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare
-parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone
-parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’
-movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa
-col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore:
-a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia
-privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti
-d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa.
-
-Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi
-forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui
-t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non
-mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come
-l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio
-dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e
-pon mente le labbra.
-
-
-II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE.
-
-Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne,
-quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro!
-
-
-III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA.
-
-Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il
-concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile,
-perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo
-è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra
-sorte di omini.
-
-
-IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE.
-
-Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo
-che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li
-quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali
-parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la
-persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro.
-
-E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza
-lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa
-fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le
-parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’
-movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli
-accomoda li moti delle mani con le parole.
-
-
-V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL
-SIGNIFICATO.
-
-Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare
-quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia
-laudabile.
-
-
-VI. — SEGUE.
-
-Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto,
-ch’esprima la passione dell’anima.
-
-Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la
-passione del suo animo.
-
-
-VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI.
-
-Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli
-accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente
-in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore
-o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un
-medesimo caso, un giovane ch’un vecchio.
-
-
-VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO.
-
-Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia,
-adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine.
-
-Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe
-piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti
-l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi
-inclinata, e le braccia non troppo distese.
-
-Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme
-strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso.
-
-Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi
-movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più
-pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe.
-
-I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello
-stare ritti, atti timidi e paurosi.
-
-
-IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE.
-
-Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di
-considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li
-atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che
-li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse
-ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra
-uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col
-viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia
-che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e
-innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col
-petto e la testa inverso il popolo.
-
-Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore
-in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per
-maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme
-basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte
-ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni
-sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco
-ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga
-la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a
-sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio.
-
-
-X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149]
-
-Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e
-volge la testa inverso il proponitore.
-
-Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia
-si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme
-di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della
-maraviglia.
-
-Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si
-torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una
-mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel
-voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina
-sopra della tavola.
-
-L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel
-boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra
-colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e
-vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato.
-
-
-XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA.
-
-Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a
-terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare
-il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e
-strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati;
-il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di
-grinze.
-
-
-XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO.
-
-Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato
-i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita;
-e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona
-similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi.
-
-
-
-
-UN GIGANTE FANTASTICO.[150]
-
-
-LETTERA I.
-
-La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile
-e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti
-sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare
-la terra.
-
-E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi,
-che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale
-paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con
-l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali
-era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali
-era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li
-omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù.
-
-E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò
-co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra
-la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano
-non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una
-spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e
-questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata
-nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E
-noi seguitammo la fuga.
-
-Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata,
-a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale
-le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi
-non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se
-non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o
-simili animali: trovate salute e vostro scampo!
-
-Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh
-quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro
-mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai
-visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore.
-
-Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra
-generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li
-altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde
-le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i
-delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’
-gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè
-questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce
-corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a
-notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte
-sepolto nel gran ventre.
-
-
-LETTERA II.
-
-_Caro Benedetto de’ Pertarti._
-
-Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa
-terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di
-terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa,
-ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo,
-credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a
-guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del
-caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle
-con spesse ferite.
-
-Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine,
-sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve
-fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato
-il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno
-d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali,
-che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini
-lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando
-va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti,
-da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E
-tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano
-a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le
-corde, per abbassarle a poco vento. —
-
-
-FRAMMENTO.
-
-Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto
-un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle
-formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido
-villano.
-
-Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a
-contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle
-balene, de’ gran capidogli e de’ navilî.
-
-Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove....
-
-E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE E LE FACEZIE.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI.
-
-
-I. — PROFEZIA.
-
-Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e
-nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè
-sottoposti.
-
-Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con
-maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da
-feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata.
-
-Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale
-assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran
-gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue.
-
-Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le
-superfiziali parti delli omini.
-
-Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si
-stracceranno le loro carni — sarà la rogna.
-
-Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro
-corsi.
-
-L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo,
-e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli.
-
-Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti
-dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare.
-
-Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando.
-
-
-II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE.
-
-O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come
-maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe,
-esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e
-sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i
-lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè
-chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete.
-
-
-III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO.
-
-Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri
-altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi
-avanti che possano parlare.
-
-
-IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI.
-
-Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come
-morto sopra lo spoglie delli altri morti.
-
-
-V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO.
-
-Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e
-risponderansi.
-
-
-VI. — DELLE PUTTE MARITATE.
-
-Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e
-premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le
-putte.
-
-
-VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE.
-
-E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla
-lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di
-mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle
-le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse
-sien ricche, nobili e bellissime.
-
-Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come
-cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create.
-
-
-VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO.
-
-Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il
-vedere e in breve tutti i sentimenti.
-
-
-IX. — DEL SOGNARE.
-
-Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova;
-sentiranno chi non parla.
-
-
-X. — ANCORA DEL SOGNARE.
-
-Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a
-volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano;
-sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano;
-scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo,
-sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh!
-maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai
-cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio
-umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti
-t’accompagneranno.
-
-
-XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO.
-
-Vedrannosi forme e figure d’uomini e d’animali, che seguiranno essi
-animali o omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto di lui qual è
-dell’altro, ma parrà cosa mirabile delle varie grandezze in che essi si
-trasmutano.
-
-
-XII. — DELL’OMBRA CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME.
-
-Appariranno grandissime figure in forma umana, le quali quanto più le
-ti farai vicino, più diminuiranno la loro immensa magnitudine.
-
-
-XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA IN UN
-MEDESIMO TEMPO.
-
-Vedrassi molte volte l’uno omo diventare tre, e tutti lo seguono: e
-spesso l’uno, il più certo, l’abbandona.
-
-
-XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI.
-
-Verrà a tale la generazione umana, che non si intenderà il parlare
-l’uno dell’altro — cioè un tedesco con un turco.
-
-
-XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO.
-
-Molti saran veduti portati da grandi animali, con veloce corso, alla
-ruina della sua vita e prestissima morte. Per l’aria e per la terra
-saranno veduti animali di diversi colori portarne con furore li omini
-alla distruzione di lor vita.
-
-
-XVI. — DE’ SEGATORI.
-
-Saranno molti, che si moveran l’uno contra dell’altro, tenendo in mano
-il tagliente ferro; questi non si faranno intra loro altro nocimento,
-che di stanchezza, perchè quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto
-l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi si inframmetterà in mezzo,
-perchè al fine rimarrà tagliato in pezzi.
-
-
-XVII. — DE’ ZAPPATORI.
-
-Molti fien quegli, che scorticando la madre, le arrovescieranno la sua
-pelle addosso — i laboratori della terra.
-
-
-XVIII. — DEL SEMINARE.
-
-Allora la gran parte delli omini, che resteran vivi, gitteran fuori
-delle lor case le serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli e
-animali terrestri, sanza curarsi d’esse in parte alcuna.
-
-
-XIX. — LE TERRE LAVORATE.
-
-Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e risguardare l’oppositi
-emisferi, e scoprire le spelonche a ferocissimi animali.
-
-
-XX. — I CALZOLARI.
-
-Li omini vederanno con piacere disfare, e rompere l’opere loro.
-
-
-XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE.
-
-Spegneransi innumerabili vite, e farassi sopra la terra innumerabili
-buche.
-
-
-XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE.
-
-Getteranno li omini fori delle lor proprie case quelle vettovaglie, le
-quali eran dedicate a sostentar la lor vita.
-
-
-XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO.
-
-Li omini batteranno aspramente chi fia causa di lor vita — batteranno
-il grano.
-
-
-XXIV. — DE’ GIOCATORI.
-
-Le pelli delli animali removeranno li omini, con gran gridori e
-bestemmie, dal lor silenzio — le balle da giuocare.
-
-
-XXV. — DEL SUONO DELLA VITA.
-
-Il vento, passato per le pelli delli animali, farà saltare li omini —
-cioè la piva, che fa lo saltare.
-
-
-XXVI. — DE’ DADI.
-
-Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce moto, trattare la fortuna del
-suo motore — i dadi.
-
-
-XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI.
-
-Li omini si nasconderanno sotto le scorze delle scorticate erbe,
-e, quivi gridando, si daran martiri, con battimenti di membra, a sè
-medesimi.
-
-
-XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI NELLE BUDELLE.
-
-Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo
-all’altro.
-
-
-XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA CHE LAVORANO.
-
-Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le quali con tanta oscurità
-tigneranno il cielo, che copre l’Italia.
-
-
-XXX. — DE’ BARBIERI.
-
-Tutti li omini si fuggiranno in Africa.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI.
-
-
-I. — TIRAN LE BOMBARDE.
-
-I buoi fieno in gran parte causa delle ruine delle città, e similemente
-cavalli e bufoli.
-
-
-II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO.
-
-Mangeranno i padron delle possessioni i lor propri lavoratori.
-
-
-III. — DELLI ASINI BASTONATI.
-
-O natura trascurata, perchè ti se’ fatta parziale, facendoti ai
-tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima
-e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui
-servitù, sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’
-fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martirî; e spender sempre
-la lor vita in benefizio del suo malefattore.
-
-
-IV. — DELLI ASINI.
-
-Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di
-mazzate e di punture e bestemmie e gran villanie.
-
-
-V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI.
-
-Sentirassi in molte parte dell’Europa strumenti di varie magnitudini
-far diverse armonie, con grandissime fatiche di chi più presso l’ode.
-
-
-VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME DELL’ARGENTO E ORO.
-
-Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro
-piedi, i quali le porteranno in diversi lochi.
-
-
-VII. — DE’ CAPRETTI.
-
-Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti figliuoli saranno tolti
-alle loro balie, e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno.
-
-
-VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, CAPRE E SIMILI.
-
-A innumerabili saran tolti i loro piccoli figlioli, e quelli scannati,
-e crudelissimamente squartati.
-
-
-IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI.
-
-A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri nati essere squarciati
-nelle proprie case da crudelissimi e rapaci animali del paese vostro.
-
-
-X. — LE API CHE FANNO LA CERA DELLE CANDELE.
-
-Sarà annegato chi fa il lume al culto divino.
-
-E quelli, che pascono l’erbe, faran della notte giorno — sevo.
-
-
-XI. — DELL’API.
-
-E a molti altri saran tolte le munizioni e lor cibi, e crudelmente, da
-gente sanza ragione, saranno sommersi e annegati. O giustizia di Dio,
-perchè non ti desti a vedere così malmenare i tua creati!
-
-
-XII. — DELLE FORMICHE.
-
-Molti popoli fien quelli, che nasconderan sè e sua figlioli e
-vettovaglie dentro alle oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi,
-ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, sanza altro lume accidentale
-o naturale.
-
-
-XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI.
-
-Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti in uccelli, e
-assaliranno li altri omini togliendo loro il cibo dalle proprie mani e
-mense — le mosche.
-
-XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA.
-
-Molti periranno di fracassamento di testa, e salteranno loro li occhi
-in gran parte della testa, per causa d’animali paurosi usciti dalle
-tenebre.
-
-
-XV. — DELLE BISCIE PORTATE DALLE CICOGNE.
-
-Vedrassi in grandissima altezza dell’aria lunghissimi serpi combattere
-colli uccelli.
-
-
-XVI. — I PESCI LESSI.
-
-Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti acque.
-
-
-XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO NON NATI.
-
-Infinita generazione si perderà per la morte delle grandi.
-
-
-XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO RIBUTTATE DAL MARE, CHE
-MARCISCONO DENTRO AI LOR GUSCI.
-
-Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien morti, marciranno nelle
-lor proprie case, empiendo le circostanti parti piene di fetulente
-[Sidenote: fetido] puzzo!
-
-
-XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE NON POSSONO FARE I PULCINI.
-
-Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito il nascere.
-
-
-XX. — DELLE TACCOLE [Sidenote: specie di cornacchie] E STORNELLI.
-
-Quelli che si fideranno abitare appresso di lui, che saranno gran
-turbe, questi tutti moriranno di crudele morte, e si vedran i padri
-e le madri, d’insieme colle sue famiglie, esser da crudeli animali
-divorati e morti.
-
-
-XXI. — DELLE API.
-
-Vivono a popoli insieme, sono annegate per torle il miele; molti e
-grandissimi popoli saranno annegati nelle lor proprie case.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE PIANTE.
-
-
-I. — DELLE NOCI E ULIVE E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI.
-
-Molti figlioli da dispietate bastonate fien tolti delle proprie braccia
-delle lor madri, e gittati in terra, e poi lacerati.
-
-
-II. — DE’ NOCI BATTUTI.
-
-Quelli che avranno fatto meglio saranno più battuti, e i sua figliuoli
-tolti e scorticati, overo spogliati, e rotte e fracassate le sue ossa.
-
-
-III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI DANDOCI OLIO CHE FA LUME.
-
-Discenderà con furia diverso la terra chi ci darà nutrimento e luce.
-
-
-IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO.
-
-Li alberi e arbusti delle gran selve si convertiranno in cenere.
-
-
-V. — DELLI ALBERI CHE NUTRISCONO I NESTI [Sidenote: i ramoscelli
-innestati sulla pianta].
-
-Vedrannosi i padri e le madri fare molto più giovamento ai figliastri,
-che ai lor veri figlioli.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI.
-
-
-I.
-
-I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE CHE SON DI BUE.
-
-E si vedrà in gran parte del paese camminare sopra le pelli delli
-grandi animali.
-
-
-II. — DE’ CRIVELLI FATTI DI PELLE D’ANIMALI.
-
-Vedrassi il cibo degli animali passar dentro alle lor pelli per ogni
-parte, salvo che per la bocca, e penetrare dall’opposta parte insino
-alla piana terra.
-
-
-III. — DELLE LANTERNE.
-
-Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno la luce notturna
-dall’impetuoso furor de’ venti.
-
-
-IV. — DELLE MEDESIME.
-
-I buoi, colle lor corna, difenderanno il foco dalla sua morte — la
-lanterna.
-
-
-V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI FATTE DI CORNA DI CASTRONE.
-
-Nelle corna delli animali si vedranno taglienti ferri, colli quali si
-toglie la vita a molti della loro specie.
-
-
-VI. — DELLI ARCHI FATTI COLLI CORNI DE’ BUOI.
-
-Molti fien quelli che, per causa delle bovine corna, moriranno di
-dolente morte.
-
-
-VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI.
-
-Li animali volatili sosterran l’omini colle lor proprie penne.
-
-
-VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO.
-
-Molte volte la cosa disunita fia causa di grande unizione — cioè il
-pettine, fatto dalla disunita canna, unisce le fila nella seta.
-
-
-IX. — IL FILATOIO DA SETA.
-
-Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche e infocate voci
-di quei che fieno con tormento spogliati, e al fine lasciati ignudi e
-sanza moto: e questo fia per causa del motore, che tutto volge.
-
-
-X. — DEL LINO CHE FA LA CURA DELLE GENTI.
-
-Saran reveriti e onorati, e con reverenzia e amore ascoltati li sua
-precetti, di chi prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato da molte
-e diverse battiture.
-
-
-XI. — DEL MANICO DELLA SCURE.
-
-Le selve partoriranno figlioli, che fiano causa della lor morte — il
-manico della scure.
-
-
-XII. — IL BASTONE CH’È MORTO.
-
-Il movimento de’ morti farà fuggire, con dolore e pianto e con grida,
-molti vivi.
-
-
-XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE.
-
-Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, e legheranno i vivi, e
-servirannogli a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione.
-
-
-XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI.
-
-Corpi sanz’anima per sè medesimi si moveranno, e porteran con
-seco innumerabile generazione di morti, togliendo le ricchezze a’
-circustanti viventi.
-
-
-XV. — DEI CARRI E NAVI.
-
-Vedrassi i morti portare i vivi — i carri e navi in diverse parti.
-
-
-XVI. — DELLE CASSE CHE RISERBANO MOLTI TESORI.
-
-Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi e altre piante tesori
-grandissimi, i quali lì stanno occulti, e ben guardati.
-
-
-XVII. — DEL NAVIGARE.
-
-Vedrassi li alberi delle gran selve di Taurus e di Sinai, Apennino
-e Atlante scorrere per l’aria da oriente a occidente, da aquilone a
-meridie; e porteranno per l’aria gran moltitudine d’omini.
-
-Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! quanta separazion d’amici! di
-parenti! e quanti fien quelli, che non rivedranno più le lor provincie,
-nè le lor patrie, e che moriranno sanza sepoltura, colle lor ossa
-sparse in diversi siti del mondo!
-
-
-XVIII. — DEL NAVIGARE.
-
-Saranno gran venti, per li quali le cose orientali si faranno
-occidentali; e quelle di mezzodì, in gran parte miste col corso de’
-venti, seguirannolo per lunghi paesi.
-
-
-XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO.
-
-Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, portare con furia moltitudine
-d’omini alla distruzione di lor vita.
-
-
-XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE ANDANDO IN ZOCCOLO.
-
-Saran sì grandi i fanghi, che li omini andranno sopra l’alberi de’ loro
-paesi.
-
-
-XXI. — DELLE BAGHE [Sidenote: sacchi, otri di pelle].
-
-Le capre condurranno il vino alle città.
-
-
-XXII. — DEL PARASOLE.
-
-La percussione della spera del sole apparirà cosa che, chi la crederà
-coprire, sarà coperto da lei.
-
-
-II.
-
-I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI.
-
-Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi a questo tempo, torranno la
-libertà a molti uomini.
-
-
-II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI.
-
-Vedrannosi l’alte mura delle gran città sotto sopra ne’ loro fossi.
-
-
-III. — DEI FORNI.
-
-A molti fia tolto il cibo di bocca — ai forni.
-
-
-IV. — ANCORA DEI FORNI.
-
-A quelli, che si imboccheranno per l’altrui mani, fia loro tolto il
-cibo di bocca — il forno.
-
-
-V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE DALLA BOCCA DEL FORNO.
-
-Per tutte le città e terre e castelli e case si vedrà, per desiderio di
-mangiare, trarre il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza poter
-fare difesa alcuna.
-
-
-VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI E CALCINA.
-
-Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento di molti giorni, e le
-pietre si convertiranno in cenere.
-
-
-VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE.
-
-L’umane opere fien cagione di lor morte — le spade e lance.
-
-
-VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE
-HA MORTI TANTI UOMINI.
-
-I morti usciranno di sotto terra, e coi loro fieri movimenti cacceranno
-dal mondo innumerabili creature umane.
-
-
-IX. — DELLE SPADE E LANCE CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO.
-
-Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna offensione, si farà
-spaventevole e feroce mediante la trista compagnia, e torrà la
-vita crudelissimamente a molte genti; e più n’ucciderebbe, se corpi
-sanz’anima, e usciti dalle spelonche, non li difendessino — cioè le
-corazze di ferro.
-
-
-X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI.
-
-Per causa delle stelle si vedranno li omini esser velocissimi, al pari
-di qualunque animale veloce.
-
-
-XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE.
-
-Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per causa del fuoco!
-
-
-XII. — DELLE BOMBARDE CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA.
-
-Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli grida, stordirà i
-circostanti vicini, e col suo fiato farà morire li omini, e ruinare le
-città e castella.
-
-
-XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO CHE CONSUMA TUTTE LE SOME
-DELLE LEGNE, CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE
-DELLE BESTIE.
-
-I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale che bruceranno il legname di
-molte e grandissime selve, e molte fiere selvatiche e domestiche.
-
-
-XIV. — DELL’ESCA.
-
-Con pietra e con ferro si renderanno visibili le cose, che prima non si
-vedeano.
-
-
-XV. — DE’ METALLI.
-
-Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche chi metterà tutta l’umana
-specie in grandi affanni, pericoli e morte.
-
-A molti seguaci lor, dopo molti affanni, darà diletto; ma chi non fia
-suo partigiano, morrà con stento e calamità.
-
-Questo commetterà infiniti tradimenti; questo aumenterà e persuaderà li
-omini tutti alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; questo darà
-sospetto ai sua partigiani; questo torrà lo stato alle città libere;
-questo torrà la vita a molti; questo travaglierà li omini infra loro
-con molte arti, inganni e tradimenti.
-
-O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio agli omini che tu ti tornassi
-nell’inferno: per costui rimarran diserte le gran selve delle lor
-piante; per costui infiniti animali perderanno la vita.
-
-
-XVI. — DE’ DANARI E ORO.
-
-Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, con sudore, affaticare tutti
-i popoli del mondo, con grandi affanni, ansietà, sudori, per essere
-aiutato da lui.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE.
-
-
-I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE.
-
-I semplici popoli porteran gran quantità di lumi per far lume ne’
-viaggi a tutti quelli, che integralmente hanno perso la virtù visiva.
-
-
-II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA.
-
-Agli omini saran fatti grandissimi onori e pompe, sanza lor saputa.
-
-
-III. — DEL DÌ DE’ MORTI.
-
-E quanti fien quelli che piangeranno i lor antenati morti, portando
-lumi a quelli.
-
-
-IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO.
-
-In tutte le parti d’Europa sarà pianto di gran popoli per la morte d’un
-solo omo, morto in Oriente.
-
-
-V. — DE’ CRISTIANI.
-
-Molti, che tengon la fede del figliolo, sol fan templi nel nome della
-madre.
-
-
-VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO.
-
-Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno con arroganti movimenti
-minacciando con metallo e fuoco, chi non faceva lor detrimento alcuno.
-
-
-VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA.
-
-Molti fien quelli che, per esercitare la lor arte, si vestiran
-ricchissimamente: e questo parrà esser fatto secondo l’uso de’
-grembiali.
-
-
-VIII. — DE’ PRETI CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO.
-
-Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta il corpus domini, si
-vedranno manifestamente per sè stessi andare per diverse strade del
-mondo.
-
-
-IX. — DE’ FRATI CONFESSORI.
-
-Le sventurate donne, di propria volontà, andranno a palesare agli
-uomini tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime.
-
-
-X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE.
-
-Parleranno li omini alli omini, che non sentiranno; avran gli occhi
-aperti, e non vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro risposta;
-chiederan grazia a chi avrà orecchi, e non ode; faran lume a chi è
-orbo.
-
-
-XI. — DELLE SCOLTURE.
-
-Ohimè! che vedo il Salvatore di novo crocifisso.
-
-
-XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI.
-
-Io vedo di nuovo venduto e crocifisso Cristo, e martirizzare i sua
-santi.
-
-
-XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO PER LI LORO SANTI, MORTI
-PER ASSAI TEMPO!
-
-Quelli che saranno morti, dopo mille anni, fien quelli che daranno le
-spese a molti vivi.
-
-
-XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO.
-
-Infinita moltitudine venderanno pubblicamente e pacificamente cose di
-grandissimo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai non
-furon loro, nè in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia
-umana.
-
-
-XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E
-DANNO IL PARADISO.
-
-Le invisibili monete faran trionfare molti spenditori di quelle.
-
-
-XVI. — DELLE CHIESE E ABITAZION DE’ FRATI.
-
-Assai saranno, che lascieranno li esercizî e le fatiche e povertà
-di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti
-edifizî, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DEI COSTUMI.
-
-
-I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI.
-
-Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, e porteran seco i sua
-valsenti [Sidenote: le loro ricchezze], e andranno abitare in altri
-paesi.
-
-
-II. — DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO.
-
-Li omini dormiranno, e mangeranno, e abiteranno infra li alberi, nati
-nelle selve e campagne.
-
-
-III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO.
-
-Verranno li omini a tanta ingratitudine che, chi darà loro albergo,
-sanza alcun prezzo, sarà carico di bastonate, in modo che gran parte
-delle interiora si spigneranno dal loco loro, e s’andranno rivoltanto
-pel suo corpo.
-
-
-IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI.
-
-Verranno li omini in tanta viltà, che avran di grazia che altri
-trionfino sopra i loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza —
-cioè la sanità.
-
-
-V. — DEL COMUNE.
-
-Un meschino sarà soiato [Sidenote: adulato beffardamente] e essi
-soiatori [Sidenote: adulatori] sempre fien sua ingannatori e rubatori,
-e assassini d’esso meschino.
-
-
-VI. — PROFEZIA.
-
-Porterassi neve distante no’ lochi caldi, tolta dall’alte cime de’
-monti, e si lascierà cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo
-dell’estate.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA.
-
-
-I. — DELLA FOSSA.
-
-Staran molti occupati in esercizio a levare di quella cosa, che tanto
-crescerà, quanto se ne levò.
-
-
-II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO.
-
-E a molti corpi nel vedere da lor levar la testa, si vedrà
-manifestamente crescere, e, rendendo loro la levata testa,
-immediatamente diminuiscono la grandezza.
-
-
-III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI.
-
-E’ saran molti cacciatori d’animali che, quanto più ne piglieranno,
-manco n’avranno, e così, di converso, più n’avrà quanto men ne
-piglieranno.
-
-
-IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA.
-
-E rimarranno occupati molti che, quanto più tireranno in giù la cosa,
-essa più se ne fuggirà in contrario moto.
-
-
-
-
-LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE.
-
-
-I. — DELL’AVARO.
-
-Molti fieno quelli che, con ogni studio e sollecitudine, seguiranno con
-furia quella cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo la sua
-malignità.
-
-
-II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO PIÙ SI FANNO AVARI, CHE
-AVENDOSI A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI.
-
-Vedransi quelli, che son giudicati di più sperienza e giudizio,
-quanto egli hanno men bisogno delle cose, con più avidità cercarle e
-ricercarle.
-
-
-III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA.
-
-Li omini perseguiranno quella cosa, della qual più temono, cioè saran
-miseri, per non venire in miseria.
-
-
-IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, CHE PRIMA S’UCCIDONO.
-
-Sarà morto da loro il loro nutritore, e flagellato con spietata morte.
-
-
-V. — DELLA BOCCA DELL’OMO CH’È SEPOLTURA.
-
-Usciranno gran romori dalle sepolture di quelli, che son finiti da
-cattiva e violenta morte.
-
-
-VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO.
-
-Gran parte de’ corpi animati passerà pe’ corpi de gli altri animali,
-cioè le case disabitate passeran in pezzi per le case abitate, dando
-a quelle un utile, e portando con seco i sua danni: quest’è, cioè,
-la vita dell’omo si fa delle cose mangiate, le quali portan con se la
-parte dell’omo, ch’è morta.
-
-
-VII. — DELLA VITA DELLI OMINI CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE.
-
-Li omini passeran morti per le sue proprie budelle.
-
-
-VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO.
-
-Vedrannosi animali sopra della terra, i quali sempre combatteranno
-infra loro e con danni grandissimi e, spesso, morte di ciascuna delle
-parti.
-
-Questi non avran termine nelle lor malignità: per le fiere membra
-di questi verranno a terra gran parte delli alberi delle gran selve
-dell’universo; e poi ch’essi avranno pasciuto, il nutrimento de’ loro
-desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e guerre e furie a
-qualunque cosa animata. E per la loro smisurata superbia questi si
-vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia gravezza delle lor
-membra gli porrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, o sotto
-la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e
-quella dell’un paese remossa nell’altro; e ’l corpo di questi si farà
-sepoltura e transito di tutti i già da lor morti corpi animati.
-
-O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo nell’alte fessure de’
-tua gran baratri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e
-spietato mostro?
-
-
-IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI.
-
-Felici fien quelli che presteranno orecchi alle parole de’ morti: —
-leggere le bone opere, e osservarle.
-
-
-X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI.
-
-I corpi sanz’anima ci daranno, con lor sentenzie, precetti utili al ben
-morire.
-
-
-XI. — DELLA FAMA.
-
-Le penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo: —
-cioè per le lettere, fatte da esse penne.
-
-
-XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE
-V’È SU LE SCRITTURE.
-
-Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del sentimento, tanto più
-s’acquisterà sapienza.
-
-
-XIII. — DELLA STORIA.
-
-Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno in sè tal virtù, che
-renderanno la persa memoria alli omini: — cioè i papiri che son fatti
-di peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini.
-
-
-XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI.
-
-Li omini tutti scambieranno emisperio immediate.
-
-
-XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE DA ORIENTE A OCCIDENTE.
-
-Moverannosi tutti li animali da oriente a occidente, e così da aquilone
-a meriggio scambievolmente, e così di converso.
-
-
-XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI E DA INFINITE LINEE SON
-DIVISI, IN MODO CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA D’ESSE LINEE INFRA
-L’UN DE’ PIEDI E L’ALTRO.
-
-Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi li omini, stanti dall’uno
-all’altro emisperio, intenderansi i loro linguaggi.
-
-
-XVII. — DELLE NUVOLE.
-
-Gran parte del mare si fuggirà inverso il cielo e per molto tempo non
-farà ritorno: — cioè pe’ nuvoli.
-
-
-XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, CHE È ACQUA.
-
-L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in moto sopra le spiagge de’ monti,
-si fermerà per lungo spazio di tempo sanza fare alcun moto, e questo
-accaderà in molte e diverse provincie.
-
-
-XIX. — LA PALLA DELLA NEVE ROTOLANDO SOPRA LA NEVE.
-
-Molti fien quelli, che cresceran nelle lor ruine.
-
-
-XX. — DELLE PIOGGIE, CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI PORTAN VIA LE
-TERRE.
-
-Verrà diverso il cielo chi trasmuterà gran parte dell’Africa, che
-si mostra a esso cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa inverso
-l’Africa; e quelle delle provincie Scitiche si mescoleranno insieme con
-gran rivoluzione.
-
-
-XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE
-MONTAGNE, E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE
-IL MARE.
-
-Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti,
-scacceranno il mare dal suo sito.
-
-
-XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA
-POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote:
-Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO.
-
-Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione,
-trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e
-quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo
-settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da
-questo in quell’altro emisperio.
-
-
-XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE.
-
-Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le
-meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande
-strepito e tremore o furore.
-
-
-XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE.
-
-Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si
-faran tutti di nera qualità.
-
-
-XXV. — DEL FOCO.
-
-Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo
-non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto
-avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro.
-
-
-XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO,
-CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO.
-
-I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò
-ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in
-basso.
-
-
-XXVII. — TRACCIA.
-
-Restaci il moto, che separa il motore dal mobile.
-
-
-XXVIII. — DEI PIANETI.
-
-E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè
-pianeti.
-
-
-XXIX. — DEL CONSIGLIO.
-
-E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà
-sconosciuto, cioè più sprezzato.
-
-
-XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ.
-
-La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a
-detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce
-moto alle sue smisurate forze.
-
-
-XXXI. — DELLA BUGIA.
-
-Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno
-scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare
-occulta.
-
-
-
-
-LE FACEZIE.
-
-
-I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE.
-
-Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle
-quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè
-essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto
-loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi
-frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale,
-essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà
-dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo,
-vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse:
-— se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri
-conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono
-costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò
-essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si
-mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono.
-
-Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre
-di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona
-larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per
-povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della
-compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua
-omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si
-caricò di tale omo.
-
-Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora
-si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano,
-alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco,
-hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete
-voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse
-il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari
-addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal
-mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con
-piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta
-sopportò.
-
-
-II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE.
-
-Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è
-usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un
-pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso
-pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse
-tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere
-così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi
-fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che
-d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un
-cento.
-
-Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra
-alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete,
-dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu
-dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa,
-colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. —
-
-
-III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE.
-
-Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro
-proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse
-da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo
-disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea;
-perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i
-popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa
-di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere.
-
-
-IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO.
-
-Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui
-era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento;
-allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre
-volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora
-costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero,
-che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato
-l’asino, che gli portava la farina.
-
-
-V. — RISPOSTA DI UN PITTORE.
-
-Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che
-eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti.
-Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di
-notte.
-
-
-VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE.
-
-Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva
-male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi
-collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale
-fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al
-quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti
-voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo
-amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te,
-dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più
-insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di
-me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi
-usassimo insieme. —
-
-
-VII. — DETTO DI UN INFERMO.
-
-Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e
-domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo
-rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo
-alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che
-lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna
-bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide
-nessuna.
-
-
-VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE.
-
-Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole,
-e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto
-lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino,
-ancora non mi voglio levare. —
-
-
-IX. — ARGUZIA.
-
-Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il
-tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo
-picciol lavorante a sì gran bottega! —
-
-
-X. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
-
-Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello!
-ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non
-ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale
-costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi,
-sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in
-questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per
-nova. —
-
-
-XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE.
-
-Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi,
-un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà
-trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi
-sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane
-un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito,
-improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel
-volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno.
-
-
-XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO.
-
-Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in
-istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non
-ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: —
-ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza
-ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano
-colore. —
-
-
-XIII. — LA STESSA.
-
-Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran
-colore. —
-
-Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso
-strano. —
-
-
-XIV. — MOTTO.
-
-Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo.
-L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la
-stranezza della tua brutta presenza. —
-
-
-XV. — FACEZIA DI UN PRETE.
-
-Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole
-appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza
-derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto
-accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano
-a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella
-accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia
-li dovessi un poco accendere quella candela.
-
-
-XVI. — FACEZIA.
-
-Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella
-della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e
-ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde
-veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io
-maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi
-di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare
-10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì
-piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! —
-
-
-XVII. — MOTTO ARGUTO.
-
-Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande
-strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son
-da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la
-coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. —
-
-
-XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO.
-
-Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente
-non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li
-faceva migliore scudo che la lingua o la forza.
-
-
-XIX. — FACEZIA.
-
-Perchè li Ungheri tengon la croce doppia.
-
-
-
-
-NOTE.
-
-
-[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27.
-
-[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag.
-222.
-
-[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22.
-
-[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61.
-
-[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396.
-
-[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v.
-
-[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887.
-
-[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v.
-
-[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49.
-
-[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol.
-XVI, pag. 226.
-
-[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21.
-
-[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi,
-Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17.
-
-[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894
-pag. 520.
-
-[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51.
-
-[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46.
-
-[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena,
-Vincenzi, 1898, pag. 57.
-
-[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a
-dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la
-moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.»
-
-[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed
-andò in Francia.»
-
-[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226.
-
-[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag.
-459.
-
-[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II,
-vol. III, pag. 13.
-
-[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810,
-pag. 19-22.
-
-[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222.
-
-[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40.
-
-[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si
-ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria
-delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II,
-pag. 155.
-
-[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29.
-
-[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651.
-
-[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE.
-
-[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di
-Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_.
-Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag.
-202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola.
-
-[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento
-storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le
-piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del
-mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal
-strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano,
-1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota
-del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda
-PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda
-di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana.
-Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.
-
-[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come
-si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro
-ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la
-fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo
-si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_,
-in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu
-Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB
-und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag.
-240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da
-Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino,
-di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del
-Neckam.
-
-[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio
-dell’invidia appropriato al nibbio_.
-
-[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_.
-
-[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al
-corbo_.
-
-[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al
-castoro_.
-
-[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato
-all’orso_.
-
-[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è
-appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_.
-
-[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato
-alla botta_.
-
-[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato
-di determinare.
-
-[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà
-appropriato al basilisco_.
-
-[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata
-all’aquila_.
-
-[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al
-lupo_.
-
-[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_.
-
-[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla
-formica_.
-
-[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue
-salvatico_.
-
-[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re
-delle api_.
-
-[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla
-pernice_.
-
-[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_.
-
-[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_.
-
-[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla
-topinara_.
-
-[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_.
-
-[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al
-girifalco_.
-
-[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo
-pavone_.
-
-[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata
-alla fenice_.
-
-[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata
-alla rondine_.
-
-[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al
-cammello_.
-
-[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al
-liocorno_.
-
-[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo
-agnello_.
-
-[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al
-falcone_.
-
-[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata
-all’asino salvatico_.
-
-[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata
-all’avvoltoio_.
-
-[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla
-tortora_.
-
-[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al
-pipistrello_.
-
-[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata
-all’ermellino_.
-
-[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap.
-III, folio 32 rº e vº: _Aquila_.
-
-[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_.
-
-[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_.
-
-[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che
-vivono de quattro elementi et primo de salamandra_.
-
-[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_.
-
-[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_.
-
-[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_.
-
-[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_.
-
-[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la
-cicogna_.
-
-[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la
-cichada_.
-
-[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del
-basalisco_.
-
-[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. —
-_Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_.
-
-[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_.
-
-[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_.
-
-[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_.
-
-[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_.
-
-[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
-
-[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo.
-
-[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta
-di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia,
-1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la
-parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice
-Trivulziano_: folio 3 rº.
-
-[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen),
-vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a
-proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda
-GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag.
-245-247.
-
-[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo.
-
-[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag.
-48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53.
-
-[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54.
-
-[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37).
-
-[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38).
-
-[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40).
-
-[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41).
-
-[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo
-simbolo.
-
-[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1.
-
-[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42).
-
-[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55.
-
-[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53).
-
-[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59.
-
-[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69).
-
-[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano
-di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_.
-
-[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78).
-
-[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79).
-
-[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80).
-
-[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
-
-[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86).
-
-[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86).
-
-[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88).
-
-[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63.
-
-[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64.
-
-[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64.
-
-[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65.
-
-[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65.
-
-[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98).
-
-[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65.
-
-[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99).
-
-[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100).
-
-[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101).
-
-[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66.
-
-[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102).
-
-[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata
-suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era
-avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non
-essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli
-investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi
-gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica
-coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra
-l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre.
-Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice
-della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica
-investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si
-veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING,
-_Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84;
-176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen
-Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg.
-
-[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto,
-e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum
-Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag.
-12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº,
-con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione
-le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary
-works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16.
-
-[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo
-frammento è stato tradotto parola a parola.
-
-[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo
-contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente
-la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_)
-agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore
-matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique
-sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_,
-Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i
-miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena,
-1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_.
-Venezia, 1509. Pag. LV.
-
-[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei
-gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi
-proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo
-Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad
-una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della
-distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi
-della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei
-gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques
-de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del
-CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895.
-Vol. IV, pag. 69-80.
-
-[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica
-aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol.
-XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se
-una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la
-medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due
-volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel
-corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto
-_F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è
-l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e
-di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti
-irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la
-vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi
-nello spazio e nel tempo finito.
-
-[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson,
-per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si
-trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci.
-Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_,
-folio 72 vº.)
-
-[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla
-_Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti:
-_Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis
-fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2.
-
-[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana
-di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco,
-risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col
-secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose.
-Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui
-la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono
-la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag.
-187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano,
-la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in
-generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis
-Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278.
-
-[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione
-intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica
-intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più
-vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al
-centro della Terra.
-
-[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la
-parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna
-lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava
-questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e
-la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da
-Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg.
-
-[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal
-Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The
-literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande
-integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro
-a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo,
-se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in
-Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata
-non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma
-(1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che
-Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo.
-
-[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il
-Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed.
-Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato
-per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe
-toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento
-fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci,
-conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa
-con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà
-la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî
-risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia
-come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto
-_A_, folio 60 vº.
-
-[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la
-visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile
-o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_.
-Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_,
-folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue
-ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione
-dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè
-a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla
-quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte
-nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_.
-
-[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno
-all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De
-Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede
-indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la
-filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i
-corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie
-di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità
-secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo
-i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER,
-_Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
-Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399.
-
-[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478]
-e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze,
-1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª
-alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole:
-
- Chiaro splendore e fiamma rilucente,
- Sopra tutt’altre creatura bella, ec.
-
-e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate
-dal Vinci.
-
-Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri
-hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole:
-
- _Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_
- _Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec.
-
-Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di
-Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola
-volta di seconda mano, dal _El libro de la vita de philosophi e delle
-loro elegantissime sententie extracte da_ DIOGENE LAHERTIO _e da altri
-antiquissimi auctori_. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol.
-II, pag. 223).
-
-[138] Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano
-d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si veda G.
-UZIELLI, _La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli_. Roma, 1890,
-pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più
-alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina,
-che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo
-argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque
-salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). Secondo
-GIOVANNI VILLANI († 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica
-terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga,
-onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr. _Croniche di Giovanni,
-Matteo e Filippo Villani_. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera
-lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e feconde sono le
-conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma
-le puerili credenze del tempo (cfr. FRANCESCO PATRIZZI, _De antiquorum
-rethorica_. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima
-dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, ANTONIO VALLISNIERI
-(_Opere fisico-mediche_. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il
-padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno
-all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle
-trasformazioni terrestri.
-
-[139] Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come
-può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma
-ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una
-volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri
-come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze
-fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi
-lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le
-acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il
-lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei
-secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi
-dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua.
-La prima ipotesi è toccata e combattuta da ARISTOTELE nei _Libri
-metheorologici_, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17;
-entrambe sono espresse qui dal Vinci.
-
-[140] Secondo ANASSAGORA, ogni cosa nel mondo è composta da una somma
-di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso
-σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da
-per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione
-di ogni essere inorganico e organico. Si veda ZELLER, _Gesch. der
-Philosophie der Griechen_. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni
-del frammento di Leonardo si trovano nel _De umbris idearum_, Berlino,
-1868, pag. 28, del BRUNO, e risalgono probabilmente a LUCREZIO, _De
-rerum natura_, lib. I, v. 830 e segg.
-
-[141] Si veda: ROBERTO VALTURIO, _De re militari_. Parigi, 1534. Pag.
-4, donde è tratto il frammento.
-
-[142] Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte
-dal MANDAVILLA, _Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili
-che si trovano in le parti del mondo_. Milano, 1480, folio _l_ 4
-rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li
-fano ingrassare.» L’opera del PLATINA qui citata è il _De la honesta
-voluptate et valetudine et de li obsonij_. Venezia, 1487, ricordata nel
-_Codice Atlantico_ con le parole: _De onesta voluptà_, folio 207 rº.
-
-[143] Il _codice_, nel quale si trova questo frammento, contiene,
-quasi esclusivamente, note intorno al trattato DI LUCE ED OMBRA. Il
-_cavallo_, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre
-a Francesco Sforza. _Jacomo Andrea_, nella casa del quale Leonardo
-si reca a cena con il discepolo suo _Giacomo_, è Andrea da Ferrara,
-profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì,
-ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G.
-UZIELLI, _Ricerche intorno a Leonardo da Vinci_. Torino, 1896. Vol.
-I, pag. 377-382). _Marco_ è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del
-Vinci. _Galeazzo Sanseverino_, in casa del quale Leonardo dirige quella
-giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è
-il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel
-funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. _Agostino da
-Pavia_ è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che
-Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di
-Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e
-d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere
-il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre
-1490:..... _Augustino et Magistro Leonardo_....., cfr. BELTRAMI, _Il
-Castello di Milano_. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente _Gian Antonio_
-è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in
-Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il
-risarcimento de’ danni e delle spese.
-
-[144] Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo
-e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. _Maestro
-Giovanni degli Specchi_ e gli altri, ricordati qui vagamente, sono
-lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva
-per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il
-memorabile tornio ovale (si veda: _Codice Atlantico_, folio 121 rº: _fa
-fare il tornio ovale al Tedesco_).
-
-[145] _Pag. 228._ Non si può negare, come fa incautamente il RICHTER
-(_The literary works of Leonardo da Vinci_. Vol. II, pag. 413), la
-possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie,
-data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose
-popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche.
-Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si
-riferisca, con le parole: _come ancora in alcuna regione dell’India_;
-alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo
-XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue
-parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del FRAZER,
-_The golden bough — a study in comparative religion_. Londra, 1890,
-vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’ACOSTA, _Natural and moral
-history of the Indies_. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360.
-
-[146] Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte
-Rosa da FLAVIO BIONDO, _Roma ristaurata ed Italia illustrata_, trad.
-Venezia, 1542, pag. 165; e da LEANDRO ALBERTI, _Descrittione di tutta
-Italia_. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per
-quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì
-e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a
-levante.» (_Mss. di Leicester_, c. 10 rº; RICHTER, _The literary
-works_. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della
-grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con
-le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi
-altezze, confermata più di tre secoli dopo dal DE SAUSSURE per le Alpi,
-e dall’HUMBOLDT per le Cordigliere (KAEMTZ, _Cours de météorologie_.
-Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da
-Vinci è salito oltre i 3000 metri.
-
-[147] Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni
-realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino,
-tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di
-schiuma, che si trova nel manoscritto _L_ e la nota che lo accompagna:
-«fatta al mare di Piombino» (anno 1502). LEONARDO DA VINCI, _Les
-manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut_. Parigi, 1890,
-vol. V, folio 6 vº.
-
-[148] La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal
-RICHTER nella _Zeitschrif für bildende Kunst._ Vienna, 1881, vol. XVI,
-e esaminata a fondo dal DOUGLAS FRESHFIELD nei _Proceedings of the
-Royal Geographical Society_. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.;
-può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se
-da una parte la DIVISIONE DEL LIBRO suggerisce l’idea di una narrazione
-fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione
-storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il
-spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi,
-grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e
-cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e
-costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come
-rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o
-idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può
-dirsi, piuttosto che una riproduzione dai _Libri meteorologici_ di
-ARISTOTELE, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti
-tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi.
-
-[149] Se si confronta questa specie di abbozzo del _Cenacolo_ con
-l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della
-prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra
-di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta
-(Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo
-dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza
-rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra
-del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultime figure a sinistra
-(Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla
-tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della
-pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva
-qualche caratteristica delle ultime linee del frammento.
-
-[150] Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è
-stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe
-espressioni del _Morgante maggiore di Luigi Pulci_. Venezia 1488.
-Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa
-narrazione.
-
-
-
-
-SOMMARII E RIFERIMENTI.
-
-
-LE FAVOLE.
-
-_Pag. 3._ L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. R. 1322.
-— L’acqua. R. 1271. — _4._ La fiamma e la candela. C. A. 67 r. — _5._
-Quelli che s’umiliano, sono esaltati. R. 1314. — _6._ Sul medesimo
-soggetto. C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — _7._ Il rasoio. C.
-A. 172 v. — _8._ Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. 76 r. — _9._
-Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. C. A. 76 r. — Il cedro
-e le altre piante. C. A. 76 r. — La vitalba. C. A. 76 r. — _10._ La
-cattiva compagnia trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. —
-Sul medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il persico.
-C. A. 76 r. — _11._ L’olmo e il fico. C. A. 76 r. — Le piante e il
-pero. C. A. 76 r. — _12._ La rete. R. 1314. — Nasce rovina dal seguire
-il falso splendore. C. A. 67 r. — _13._ Il castagno e il fico. C. A.
-67 r. — _14._ Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — _15._ La noce e
-il campanile. C. A. 67 v. — _16._ Il salice e la zucca. C. A. 67 v.
-— _19._ L’aquila. C. A. 67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio.
-R. 1314. — _20._ L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica e il
-chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto e la gatta. H. 51
-v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — _21._ L’ostrica e il granchio.
-C. A. 67 v. — I tordi e la civetta. C. A. 67 v. — _22._ La scimmia e
-l’uccelletto. C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — _23._
-Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il ragno e il grappolo
-d’uva. R. 1314. — _24._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia.
-H 44. v. — Il villano e la vite. H. 44 v. — _25._ Leggenda del vino
-e di Maometto. C. A. 67 r. — _26._ Traccia. R. 1281. — Le fiamme e la
-caldaia. C. A. 116 v. — _27._ Lo specchio e la regina. R. 1324.
-
-
-LE ALLEGORIE.
-
-_Pag. 31._ Amore di virtù. H. 5 r. — _32._ Invidia. — Allegrezza. —
-Tristezza. H. 5 v. — Pace. — _33._ Ira. H. 6 r. — Misericordia over
-gratitudine. — Avarizia. — _34._ Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H.
-7 r. — Liberalità. — Correzione. H. 7 v. — _35._ Lusinghe over soie.
-— Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — _36._ Verità. H. 8 v. —
-Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — _37._ Bugia. — Timore over
-viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — _38._ Constanza. H. 10 r.
-— Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. H. 10 v. — _39._ Umiltà.
-— Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — _40._ Castità. H. 11 v. —
-Lussuria. — Moderanza. — Aquila. H. 12 r. — _41._ Lumerpa, fama. H.
-12 v. — Pellicano. — Salamandra. — _42._ Camaleon. H. 13 r. — Alepo
-pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — _43._ Cicala. H. 14 r.
-— Basalisco. — L’aspido, sta per la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera.
-— _44._ Scorpione. H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r.
-— _45._ Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. H.
-16 r. — _46._ Taranta. — Duco o civetta H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20
-r. e v. — _48._ Il dragone. H. 20 v. — _49._ Serpente. — Boa. H. 21 r.
-— Macli pel sonno è giunta. — _50._ Bonaso noce colla fuga. H. 21 v.
-— Palpistrello. — _51._ Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. H.
-48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v.
-— _52._ Leone. — Pantere in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. —
-_53._ Tigre. — Catopleas. H. 24 r. — _54._ Basilisco. — Donnola over
-bellola. — _55._ Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido.
-H. 25 r. — _56._ Icneumone. — Cocodrillo. H. 25 v. — _57._ Delfino. H.
-26 r. — _58._ Hippotamo. — Iris. — Cervi. H. 26 v. — _59._ Luserte. —
-Rondine. — Bellola. — Cinghiale. H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — _60._
-Camaleonte. H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. H.
-17 v. — _61._ Dell’antivedere. H. 98 r. — Per ben fare. H. 98 v. — Sul
-medesimo soggetto. H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — _62._ Frammento. G.
-89 r.
-
-
-I PENSIERI.
-
-PENSIERI SULLA SCIENZA.
-
-_Pag. 65._ La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error di quelli,
-che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone del pratico.
-C. A. 76 r. — _66._ Precedenza della teorica alla pratica. I. 130 r.
-— Sul medesimo soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750.
-— Sul medesimo soggetto. Lu. 54. — _67._ Sul fatto anatomico dello
-sviluppo grande del cranio nel fanciullo. Ash. I. 7 r. — Diversità
-della teorica dalla pratica. C. A. 93 v. — _68._ Sterilità delle
-scienze senza applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — _69._ La distribuzione dei
-suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco del sapere. C. A. 223 r.
-— Naturale istinto dell’uomo al sapere. C. A. 119 r. — _70._ Piacere,
-che nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo
-contro gli sprezzatori delle sue opere. C. A. 119 r. — _71._ Contro gli
-sprezzatori della scienza. T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del
-corpo umano. R. 1178. — _72._ Contro gli uomini, che mirano solo alla
-vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza. C. A. 365 v.
-— Il supremo bene è il sapere. T. 2 r. — _73._ Valore del sapere nella
-vita. C. A. 112 r. — Glorificazione della scienza. Lu. 65. — _74._ Come
-per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia guasta
-la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo studio senza voglia non
-dà alcun frutto. R. 1175. — Sul medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. —
-_75._ Per giudicare l’opera propria bisogna riguardarla dopo lungo
-intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus mundi. M. 58 v.
-— Glorificazione della verità. V. U. 12 r. — _76._ Conseguenza delle
-opposizioni alla verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza.
-Lu. 1. — _78._ Valore delle regole date da Leonardo al pittore. C.
-A. 218 v. — _79._ Legge, che governa lo svolgimento storico della
-pittura e delle scienze. C. A. 141 r. — _80._ Contro il principio di
-autorità nella scienza. C. A. 119 r. — _81._ Il seguace della natura e
-il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità
-degli scopritori del vero sui commentatori delle opere altrui. C.
-A. 117 r. — _82._ Contro gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di
-Leonardo per gli antichi inventori. F. 27 v. — _83._ Valore della
-autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione artistica e
-scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità. C. A. 147 r. —
-Necessità della esperienza e della matematica nelle scienze. Lu. 1. —
-_84._ La esperienza. R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano
-i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che non sono in sua
-potestà. C. A. 154 r. — _85._ Necessità della successione dell’effetto
-alla causa. C. A. 154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157.
-— Generale applicabilità della matematica. K. 49 r. — _86._ Delle
-scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della meccanica. E. 8 r.
-— La meccanica e la esperienza. R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e
-la ragione. C. A. 86 r. — _87._ La deduzione. R. 6. — Bisogna passare
-dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di natura domina i fatti.
-C. A. 147 v. — L’esperienza è il fondamento della scienza. H. 90 r.
-— _88._ Sul medesimo soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli
-effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere le esperienze
-e variare le circostanze. A. 47 r. — _89._ Esempio della precedente
-regola. M. 57 r. — Bisogna limitare la ragione alla esperienza, non
-estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102 r. e v. — _90._
-A coloro che affermano l’acqua trovarsi alla sommità dei monti, perchè
-il mare è più alto, che la terra. F. 72 v. — _91._ La prospettiva
-e la matematica. C. A. 200 r. — _92._ La cognizione ha origine dal
-senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto principio. R. 838. — _93._
-La testimonianza del senso è il criterio del vero. Lu. 16. — _94._ Le
-vere scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza dei sensi.
-Lu. 33. — _96._ Inganno della mente abbandonata a sè stessa. Lu. 65.
-— Sul medesimo soggetto. C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v.
-— _97._ Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal dizionario
-di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità della scienza della pittura sulla
-filosofia. Lu. 10. — Non si conosce l’essenza delle cose, ma i loro
-effetti. C. A. 79 r. — _98._ Come la massa dell’acqua, che circonda la
-terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La divisibilità all’infinito
-è un’astrazione mentale. C. A. 119 r. — _99._ L’infinito non si può
-abbracciare colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo soggetto. H. 67
-v. — La finalità delle cose trascende la mente umana. G. 47 r. — _100._
-Gli antichi si sono proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. —
-Limiti alla definizione dell’anima. R. 837. — _101._ Contro gli ingegni
-impazienti. R. 1210. — _103._ Della vita del pittore nel suo studio.
-Ash. I. 27 v. — _104._ Consigli al pittore. Ash. II. 1 r. — _105._
-Altro consiglio. Lu. 58. — _106._ Consiglio. L. 53. — Vita del pittore
-filosofo ne’ paesi. C. A. 181 v. — _107._ Necessità della analisi. Ash.
-I. 28 r. — _108._ Carattere delle opere di Leonardo. R. 4. — _109._ Suo
-desiderio insaziabile di conoscere. R. 1339.
-
-PENSIERI SULLA NATURA.
-
-_Pag. 111._ Proemio. C. A. 119 r. — _112._ Natura e scienza. I. 18
-r. — Leggi necessarie dominano i fatti della natura. R. 1135. — La
-rispondenza degli effetti alla potenza della loro cagione è necessaria.
-A. 24 r. — _113._ Le leggi della natura sono imprescindibili. E. 43
-v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto succede alla causa
-necessariamente. C. A. 169 v. — Il miracolo sta nella rispondenza
-dell’effetto alla sua causa. C. A. 337 v. — _114._ Ogni cosa obbedisce
-alla propria legge. R. 156 r. — _115._ Passività e attività. T. 39 r.
-— Provvidenza della natura nella conformazione del corpo umano. C. A.
-116 r. — _116._ Provvidenzialità della dilatazione e restringimento
-della pupilla. D. 5 r. — _117._ Contro coloro che si arrogano di
-correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul fenomeno della spinta delle
-radici. C. A. 76 r. — _118._ Sulla struttura delle ali. E. 52 v. —
-Sulla disposizione delle foglie nelle piante. Lu. 398. — _119._ Legge
-universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul medesimo soggetto. A. 60 r.
-— _120._ Le cose fuori del loro stato naturale tendono a ritornarvi.
-C. 26 v. — Legge del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera
-essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto colla forma. T. 6 r. —
-_121._ Legge del minimo sforzo. G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora
-la stessa. — La natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — _122._
-Contro gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà della natura.
-C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A. 1119 r. — _123._ Precetto.
-Lu. 270. — Vi è una omogeneità di struttura negli esseri animati.
-Lu. 107. — _124._ Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale.
-G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — _125._ Definizione della forza. T.
-36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia è inerte. A. 34 r. — Legge
-della trasmissione del moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — _126._
-Principio d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — _127._
-Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del principio d’inerzia.
-R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — _128._ Sulla pitagorica armonia delle
-sfere celesti. C. A. 122 v. — _129._ Sulla legge di gravità. F. 56 v.
-— La stessa. F. 69 v. — _130._ La stessa. C. A. 153 v. — Laude del
-sole. R. 860. — _131._ Segue la laude. F. 5 r. — _132._ Segue. F. 4
-v. — _133._ Segue. F. 6 r. — Segue. F. 8 r. — _134._ Della prova che
-’l sole è caldo per natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo
-soggetto. G. 34 r.; F. 34 v. — _135._ Propagazione dei raggi nello
-spazio. F. 85 v. — _136._ Se le stelle han lume dal sole o da sè.
-F. 86 r. — _137._ La terra è una stella. F. 57 r. — Essa risplende
-nell’universo. R. 886. — _138._ Ordine del provare la terra essere una
-stella. F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A. 112 v. —
-_139._ La terra non è centro dell’universo. F. 25 v. — Come in un’età
-lontana la terra aveva un più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni
-sulla natura della luna. F. 41 v. — _140._ Sulla gravità della luna.
-F. 69 v. — _141._ Sul medesimo soggetto. R. 892. — I mondi gravitano
-in seno ai proprî elementi. R. 902. — _142._ Il calore come principio
-della vita. K. 1 r. — La terra è un grande vivente. R. 896. — _143._
-Paragone dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento del
-trattato de l’acqua. R. 1000. — _144._ L’acqua. A. 55 v. — L’acqua
-è il sangue e la linfa del mondo. R. 970. — _145._ Sul medesimo
-soggetto. H. 77 r. — L’acqua sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute
-all’acqua. H. 95 r. — _146._ Della vibrazion della terra. K. 2 r. —
-Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire. G. 49 v. — _147._
-L’acqua nei fiumi. R. 953. — _148._ Su una conchiglia fossile. R. 954.
-— Basta un piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. —
-_149._ Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — _151._ Di quelli che
-dicono, che i nicchi sono per molto spazio e nati remoti dalli mari,
-per la natura del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco a
-simile creazione d’animali. R. 987. — _155._ Confutazione ch’è contro
-coloro, che dicono i nicchi esser portati per molte giornate distanti
-dalli mari per causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza.
-R. 988. — _158._ I fossili rispecchiano nel passato una vita analoga
-a quella del presente. R. 989. — _161._ De’ nicchi ne’ monti. F. 80
-r. — _162._ Sulla stratificazione geologica e contro il diluvio. R.
-994. — Dubitazione. C. A. 155 r. — _163._ Quale sarà il termine della
-vita nel mondo. R. 995. — _165._ La terra immersa nell’acqua per la
-lenta consumazione de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano
-i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità che ha
-l’uomo d’imitare strumentalmente l’uccello volante. F. 52 r. — _166._
-Ricordo, che ritorna all’anima del Vinci mentre scrive sul volo del
-nibbio. C. A. 161 r. — _167._ Perchè li piccoli uccelli non volano in
-grande altezza, nè li grandi uccelli si dilettano volare in basso. C.
-A. 66 v. — Facciamo nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come
-il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. H. 89 v. — _168._
-Circolazione della materia. R. 483. — _169._ Sullo stesso soggetto. F.
-49 v. — Ancora sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza
-della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1219. — _170._ Desiderio di disfarsi nelle cose e negli esseri.
-R. 1187. — _171._ Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. —
-_173._ Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — _175._ Sui movimenti
-automatici. C. A. 119 r. — _176._ Come i nervi operano qualche volta
-per loro, sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima. R.
-839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso nelle proprie opere.
-Lu. 108. — _178._ Un istinto naturale dell’uomo lo guida a cercare
-sè stesso nelle cose e negli esseri. Lu. 109. — _179._ Consiglio al
-pittore. A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — _180._ Sulla
-natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei sogni. R. 1114. — Giudizi
-inconscienti. I. 20 r. — _181._ Inganno dei sensi. Lu. 2. — _182._ Sul
-tempo. R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — _183._ Sul concetto
-del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918.
-
-PENSIERI SULLA MORALE.
-
-_Pag. 185._ Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio della sua
-anatomia. R. 796. — _187._ Passaggio dalla anatomia all’etica. R.
-798. — Conseguenze etiche che discendono dagli studi anatomici. An.
-A. 2 r. — _188._ Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire
-umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo alla scienza. R. 1.
-— _189._ Contro la necromanzia. R. 1213. — _192._ Degli spiriti. —
-_193._ Se lo spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — _194._
-Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si può per sè muovere o
-no. R. 1215. — _195._ Se lo spirito può parlare o no. C. A. 187 v. —
-_196._ Sul medesimo soggetto. — _197._ Sul medesimo soggetto. B. 4 v. —
-Studi sulla fisonomia. Lu. 292. — _198._ Contro i ricercatori del moto
-perpetuo. K. 101 v. — _199._ Segue. F. 30 v. — Sul medesimo soggetto.
-R. 1206. — Avvertimento. E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R.
-796. — _200._ Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora. F. 96 v.
-— _201._ Funzione del dolore nella vita animale. R. 100 — Perchè le
-piante non hanno il dolore. H. 60 r. — _202._ Funzione delle passioni
-a conservazion della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A. 76 r. —
-Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza dell’anima
-dalla materia corporea. T. 32 r. — _203._ La memoria. H. 33 v. — Lo
-spirito è dominatore. T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento
-e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene dell’uomo. Ash. I. 34
-v. — _204._ La brevità del tempo è una illusione della mente. C. A.
-76 r. — Illusioni della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un
-orologio a piombo. C. A. 12 r. — _205._ La vita virtuosa. C. A. 71 v.
-— Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà
-del lavoro. T. 34 r. — _206._ La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo
-distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano chi disegna alle
-feste e chi ’nvestiga l’opere di Dio. Lu. 77. — _207._ Preghiera. R.
-1132. — Orazione. R. 1133. — _208._ Contro i cattivi religiosi. E.
-5 v. — Ancora. T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione
-della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al parlatore. G. 49 r. — _209._
-Consiglio, miseria e giudizio. C. A. 80 v. — _210._ Sentenze, proverbi
-e simboli. H. passim. — _214._ La verità. T. 38 r. — _215._ Il ben
-fare. H. 48 v. — _216._ La ingratitudine. — La invidia. — _217._ La
-fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e dolore. R. 1196. — _218._ Inferiorità
-fisiologica dell’uomo. R. 827. — _219._ Sua inferiorità etica. R. 844.
-— _221._ Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo come animale.
-C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo vi è un lento trapasso. E. 16 r.
-— L’evoluzione della moda. Lu. 541. — _223._ Un discepolo di Leonardo:
-Giacomo. C. 15 r. — _225._ Leonardo analizzatore dell’uomo. H. 137 v.
-— Frammento di lettera a Giuliano de’ Medici. C. A. 243 v. — _227._
-I miseri studiosi con che speranza e’ possono aspettare premio di lor
-virtù? R. 1358. — _229._ Dialogo fra il cervello e lo spirito, che in
-esso abitava. R. 1355. — Frammento di lettera. C. A. 360 r.
-
-PENSIERI SULL’ARTE.
-
-_Pag. 231._ Difesa della pittura contro le arti liberali. — Proemio.
-Lu. 27. — Perchè la pittura non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. —
-_232._ La pittura è scienza universale. Lu. 7. — _233._ La pittura non
-si può divulgare. Lu. 8. — _235._ Come la pittura avanza tutte l’opere
-umane per sottile speculazione appartenente a quella. Ash. I. 19 v.
-— _237._ La pittura crea la realtà. Lu 2. — _238._ Rappresentazione
-e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio. Lu. 24. — _239._
-Il pittore va direttamente alla natura. Lu. 14. — _241._ Potenza
-espressiva della pittura. Lu. 15; 25. — _245._ Importanza dell’occhio
-nella vita animale. Lu. 16. — _246._ La pittura è una poesia muta. Lu.
-18. — _247._ Segue della pittura e poesia. Lu. 20. — _248._ Segue.
-Lu. 21. — _250._ La pittura si presenta all’occhio nel suo tutto in
-istante. Lu. 22. — _251._ Segue. R. 658. — _257._ Come la scienza
-dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante quello è generata.
-Lu. 17. — Parla il poeta col pittore. Ash. I. 13 r. — _260._ Risposta
-del re Mattia ad un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. —
-_262._ Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — _263._ Arguizione del
-poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — _264._ Conclusione infra ’l poeta
-e il pittore. Lu. 28. — _266._ Come la musica si dee chiamare sorella
-e minore della pittura. Lu. 29. — _267._ Pittura e musica. Lu. 30; 31.
-— _269._ Parla il musico col pittore. Lu. 30. — _270._ Conclusione del
-poeta, pittore e musico. Lu. 32. — _273._ Causa della inferiorità in
-cui è tenuta la pittura. Lu. 46.
-
-_Pag. 274._ Il pittore e la pittura. — Vastità del campo della pittura.
-Lu. 438. — Origine della pittura. Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è
-signore d’ogni sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — _275._
-La pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il pittore non è
-laudabile se quello non è universale. Ash. I. 25 v. — _276._ Il pittore
-e la natura. R. 520. — Come chi sprezza la pittura non ama la filosofia
-della natura. Ash. I. 20 r. — _277._ Come nell’opere d’importanza l’omo
-non si de’ fidare tanto della sua memoria, che non degni ritrarre di
-naturale. Ash. I. 26 r. — _278._ Del giudicare la tua pittura. Ash.
-I. 28 r. — _279._ Come ’l pittore debb’esser vago d’audire, nel fare
-dell’opera sua, il giudizio d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — _280._ Della
-trista scusazione fatta da quelli che falsa — e indegnamente si fanno
-chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio è ’l maestro de’
-pittori. Ash. I. 24 v. — _282._ Precetto al pittore. G. 33 r. e v. —
-La pittura è un discorso figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio.
-Ash. I. 17 v. — _283._ Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — _284._
-Del modo dello imparare bene a comporre insieme le figure nelle storie.
-C. A. 27 v. — _285._ Dello studiare in sino quando ti desti o innanzi
-t’addormenti nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare
-e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni. Ash. I. 22 v. — _286._ La
-stanza del pittore. Ash. I. 16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu.
-57. — _287._ Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel pittore,
-che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti sulla pittura. Lu.
-404.
-
-_Pag. 289._ PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I. Ash. I. 25 r. e
-24 v. — _292._ II. Lu. 35. — III. Lu. 36. — _293._ IV. Lu. 33. — _295._
-V. Lu. 40. — _296._ VI. Conclusione. Lu. 41.
-
-
-I PAESI E LE FIGURE.
-
-I PAESI.
-
-_Pag. 301._ Un effetto di nubi sul lago Maggiore. R. 1021. — _302._
-Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — _303._ Traccia. R. 471. — Altra
-traccia. R. 605. — Varie colorazioni del mare. Lu. 237. — _304._ La
-vegetazione di un colle. Lu. 606. — _306._ Del modo del figurare una
-notte. Ash. I. 18 v. — _307._ Come si dee figurar una fortuna. Ash. I.
-21 r. — _308._ Modo di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — _313._
-Figurazione del diluvio. G. 6 v. — _314._ Segue. R. 327. — _323._
-L’isola di Cipro. R. 1104.
-
-_Pag. 324._ Il viaggio in Oriente.-Divisione del libro. — _325. Lettera
-I._-Descrizione del monte Tauro e del fiume Eufrates. — _327. Lettera
-II._-Figura del monte Tauro. — _329._ Qualità e quantità del monte
-Tauro. C. A. 145 r. e v. — _331. Lettera III._ C. A. 211 v. — _333._
-Frammento. C. A. 189 v.
-
-
-LE FIGURE.
-
-_Pag. 335._ La pittura espressiva. C. A. 139 r. — _336._ Avvertimento
-al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura deve mostrare la passione della
-figura dipinta. Lu. 180. — _337._ Come il muto è maestro del pittore.
-Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza del segno
-al significato. Ash. I. 20 r. — _338._ Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà
-infinita nell’espressione dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo.
-Ash. I. 17 v. — _339._ Del figurare uno che parli infra più persone.
-Ash. I. 21 r. — _340._ Appunti sulla composizione del Cenacolo. R. 666.
-— _341._ Come si deve fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — _342._
-Come si figura uno disperato. Ash. I. 29 r.
-
-_Pag. 342._ UN GIGANTE FANTASTICO. — _Lettera I._ C. A. 96 v. — _344.
-Lettera II._ C. A. 304 r. — _346._ Frammento.
-
-
-LE PROFEZIE E LE FACEZIE.
-
-LE PROFEZIE.
-
-_Pag. 349._ Le profezie degli animali razionali. — Profezia. I. 63
-r. e v. — _350._ De’ fanciulli che stanno legati nelle fascie. C. A.
-143 r. — _351._ De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra le
-piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver lettere da un paese a un
-altro. C. A. 362 r. — Delle putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle
-fanciulle. C. A. 362 v. — _352._ Dello spegnere il lume a chi va a
-letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora del sognare.
-C. A. 145 r. — _353._ Dell’ombra che si move coll’uomo. C. A. 362 r. —
-Dell’ombra che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra del
-sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo tempo. C. A. 362
-r. — _354._ Delle lingue de’ diversi popoli. I. 64 v. — De’ soldati a
-cavallo. C. A. 362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori.
-I. 64 r. — _355._ Del seminare. — Le terre lavorate. C. A. 362 r. —
-I calzolari. R. 1312. — Del segare delle erbe. R. 1311. — Del grano e
-altre semenze. R. 1310. — _356._ Del battere il grano. I. 65 r. — De’
-giocatori. I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi. I. 65.
-r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — _357._ Le lingue de’
-porci e vitelli nelle budelle. C. A. 362 r. — De’ villani in camicia
-che lavorano. — De’ barbieri. R. 1290.
-
-_Pag. 357._ Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran le bombarde.
-R. 1297. — De’ buoi che si mangiano. C. A. 362 r. — _358._ Delli asini
-bastonati. C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle campanelle
-de’ muli che stanno presso ai loro orecchi. C. A. 362 r. — De’ muli
-che portano le ricche some dell’argento e oro. L. 91 r. — _359._ De’
-capretti. R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A. 143
-r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le api che fanno
-la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api. C. A. 143 r. — _360._ Delle
-formiche. C. A. 143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle
-civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A. 162 r. — Delle
-biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — _361._ I pesci lessi.
-C. A. 362 r. — De’ pesci che si mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’
-nicchi e chiocciole che sono ributtate dal mare, che marciscono dentro
-ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo mangiate non possono fare
-i pulcini. C. A. 362 v. — Delle taccole e stornelli. G. 76 r. — _362._
-Delle api. R. 1329.
-
-_Pag. 362._ LE PROFEZIE DELLE PIANTE. — Delle noci e ulive e ghiande e
-castagne e simili. C. A. 143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — _363._
-L’ulive che cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A. 362 r. —
-De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli alberi che nutriscono i
-nesti. R. 1310.
-
-_Pag. 363._ LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. — I. Della sola delle
-scarpe che son di bue. C. A. 362 r. — _364._ De’ crivelli fatti di
-pelle d’animali. C. A. 362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle
-medesime. C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna di
-castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni de’ buoi. C.
-A. 362 v. — _365._ Delle piume ne’ letti. C. A. 362 r. — Del pettine
-nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio da seta. C. A. 362 r. — Del lino
-che fa la cura delle genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F.
-64 v. — _366._ Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli e
-trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque che portano i legnami che
-son morti. C. A. 362 r. — Dei carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che
-riserrano molti tesori. C. A. 362 r. — _367._ Del navigare. C. A. 362
-v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che annegano. C. A. 362 r.
-— Li animali che van sopra le terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. —
-_368._ Delle baghe. R. 1317. — Del parasole.
-
-_Pag. 368._ II. De’ sassi convertiti in calcina de’ quali si murano le
-prigioni. I. 66 v. — Dello specchiare le mura delle città nell’acqua
-de’ lor fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — _369._ Ancora dei
-forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane dalla bocca del forno.
-C. A. 362 r. — Delle fornaci di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle
-armi da offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è morto,
-e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini. R. 1297. — _370._ Delle
-spade e lance che per sè mai nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle
-stelle degli sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde. R. 1297.
-— Delle bombarde ch’escan della fossa e della forma. C. A. 197 v. —
-_371._ La pietra del fucile, che fa foco che consuma tutte le some
-delle legne, con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse la carne
-delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’ metalli. C. A.
-362 r. — _372._ De’ danari e oro. C. A. 36 r.
-
-_Pag. 372._ LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. — De’ morti che si vanno
-a sotterrare. C. A. 362 v. — De li uffizi funerali e processioni e
-lumi e campane e compagnia. C. A. 143 v. — _373._ Del dì de’ morti.
-C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo. C. A. 362 r. — De’
-cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo dell’incenso. R. 1310. — De’
-preti che dicono messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia
-in corpo. I. 65 v. — _374._ De’ frati confessori. C. A. 362 v. — Delle
-pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle scolture. I. 65 v. —
-De’ crocefissi venduti. I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono
-per li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — _375._ Del vendere
-il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati che spendendo parole ricevono
-di gran ricchezze, e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e
-abitazion de’ frati.
-
-_Pag. 376._ LE PROFEZIE DEI COSTUMI. — Dello sgomberare l’Ognissanti.
-C. A. 362 v. — Delli omini che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r.
-— Del battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici che vivono
-de’ malati. I. 66. v. — _377._ Del comune. C. A. 36 r. — Profezia. G.
-14 v.
-
-_Pag. 377._ LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. —
-Della fossa. C. A. 362 r. — Del peso posto sul piumaccio. C. A. 362
-r. — _378._ Del pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere
-l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r.
-
-_Pag. 378._ LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. — Dell’avaro. C. A. 362
-r. — _379._ Delli uomini che quanto più invecchiano più si fanno avari,
-chè avendosi a star poco dovrebbero farsi liberali. C. A. 362 r. —
-Del desiderio di ricchezza. I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che
-prima s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è sepoltura.
-I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A. 145 r. — _380._ Della vita
-delli omini che ogni anno si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà
-dell’omo. C. A. 362 v. — _381._ Della lettura de’ buoni libri. I. 64
-r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della fuma. I. 64
-v. — Delle pelli delli animali che tengono il senso del tatto, che v’è
-sulle scritture. I. 64 v. — _382._ Della storia. I. 65 v. — In ogni
-punto della terra si può fare divisione de’ due emisperi. C. A. 362
-r. — In ogni punto è divisione da oriente a occidente. C. A. 362 r. —
-Degli emisperi, che sono infiniti e da infinite linee son divisi, in
-modo che sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra l’un de’ piedi
-e l’altro. C. A. 362 v. — _383._ Delle nuvole. R. 1297. — La neve che
-fiocca, che è acqua. R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra
-la neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi intorbidati
-portan via le terre. C. A. 362 r. — _384._ Questo sono li fiumi,
-che portano la terre da loro levate dalle montagne, e le scaricano
-ai marini liti; e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. —
-Dell’acqua, che corre torbida e mista con terra, e della polvere e
-nebbia mista coll’aria, e del foco misto col suo e altri con ciascuno.
-C. A. 362 r. — Il vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297.
-— _385._ Della notte che non si conosce alcun colore. C. A. 362 r. —
-Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio cavo accende il foco col quale si
-scalda il forno, che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297.
-— Traccia. R. 1297. — _386._ Dei pianeti. I. 66 r. — Del consiglio. C.
-A. 36 r. — Della paura della povertà. C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39
-v.
-
-LE FACEZIE.
-
-_Pag. 387._ Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — _389._ Di
-un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto di un artigiano ad un
-signore. R. 1283. — _390._ Bella risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. —
-Risposta di un pittore. M. 58 v. — _391._ Un amico ad un maldicente.
-C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — _392._ Detto di un
-dormiglione. R. 1292. — Arguzia. F. cop. v. — Risposta ad un motto. C.
-A. 12 r. — _393._ Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta ad un
-motto. C. A. 75 v. — _394._ La stessa. C. A. 75 v. — Motto. C. A. 75 v.
-— Facezia di un prete. C. A. 75 v. — _395._ Facezia. C. 19 v. — Motto
-arguto. — _396._ Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. —
-Facezia. H. 37 r.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Prefazione Pag. V
- Tavola delle sigle LXIII
- Le favole 1
- Le allegorie 29
- I pensieri 63
- Pensieri sulla scienza 65
- Pensieri sulla natura 111
- Pensieri sulla morale 185
- Pensieri sull’arte 231
- Difesa della pittura contro le arti liberali 231
- Il pittore e la pittura 274
- Paragone della pittura colla scultura 289
- I paesi e le figure 299
- I paesi 301
- Il viaggio in Oriente 324
- Le figure 335
- Un gigante fantastico 342
- Le profezie e le facezie 347
- Le profezie degli animali razionali 349
- Le profezie degli animali irrazionali 357
- Le profezie delle piante 362
- Le profezie delle cose materiali 363
- Le profezie delle cerimonie 372
- Le profezie dei costumi 376
- Le profezie de’ casi che non possono
- stare in natura 377
- Le profezie delle cose filosofiche 378
- Le facezie 387
- Note 397
- Sommarii e riferimenti 419
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è
-stato aggiunto un indice generale a fine volume.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E
-FILOSOFICI ***
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
-United States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you will have to check the laws of the country where
- you are located before using this eBook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm website
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that:
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
-widespread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This website includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.