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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Frammenti letterari e filosofici - -Author: Leonardo da Vinci - -Compiler: Edmondo Solmi - -Release Date: April 26, 2022 [eBook #67931] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team - at http://www.pgdp.net (This file was produced from images - made available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E -FILOSOFICI *** - - - [Illustrazione: LEONARDO DA VINCI] - - - LEONARDO DA VINCI. - - - FRAMMENTI - - LETTERARI E FILOSOFICI - - - TRASCELTI - DAL - Dr. EDMONDO SOLMI. - - FAVOLE — ALLEGORIE - PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE - FACEZIE. - - - - FIRENZE, - G. BARBÈRA, EDITORE. - 1908. - - - - - FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra - ALFANI E VENTURI proprietari. - - Proprietà letteraria. - - - - -PREFAZIONE. - - -I. - - O Lionardo, perchè tanto penate? - _Codice Atlantico_, f. 71 r. - -La biografia di Leonardo, nelle sue linee essenziali, è la storia -del nascere, dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi -di un amore intellettuale verso la natura, intento a riprodurne le -forme e a conoscerne le leggi. Questo amore, nato in un’umile casa di -Anchiano poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo svolgersi -ad abbracciare la natura nell’infinità dello spazio, del tempo e delle -forme. - -Il primo ricordo, che il Vinci ci serba nei manoscritti, tra i -frammenti che risguardano la sua fanciullezza, sembra quasi una -profezia: _Nella prima ricordazione della mia infanzia_, scrive -egli rievocando una giovanile visione, _e’ mi parea che, essendo io -in culla, che un nibbio venisse a me, e mi aprisse la bocca colla -sua coda, e molte volte mi percotesse con tal coda dentro alle -labbra._ (_C. A._, 161 r.) Una tradizione ellenica narra, che le api -annunziarono al mondo in Demostene il più dolce e squisito oratore -politico; il nibbio non sembra qui preannunziare il più alto e -limpido descrittore della natura? Leonardo stesso è compreso da questo -superstizioso dubbio: la vita sua deve essere l’adempimento dell’arduo -compito di palesare agli uomini i segreti naturali. Egli segna, accanto -alle linee precedenti, questa espressione rivelatrice: _par che sia mio -destino._ - -All’aprirsi della sua vita d’artista, attorno al 1472, lo studio -del Vinci è di risuscitare nella propria fantasia la figura delle -cose esterne, «andare co’ la imaginativa ripetendo li lineamenti -superfiziali delle forme» (_Ash. I_, 26 r.); e, come la sua mente, il -piccolo libro di note, che porta sempre seco, è pieno di profili di -visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali e di piante, di roccie e -di monti. (_C. A._, 27 r.) Questo studio, da prima subordinato alla -pratica, si cambia a poco a poco in un desiderio, indipendente da -ogni applicazione concreta, di comprendere il meccanismo dei fenomeni -naturali, nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte della pittura -diventa «una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile -speculazione considera tutte le qualità delle forme» (_Ash. I_, 20 -r.); e il piccolo libro di note, che porta sempre seco, si riempie -di considerazioni e di principî prospettici e anatomici, zoologici e -botanici, meccanici e idraulici. (_R._, § 4.) - -Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare la natura nelle sue fibre -più riposte diventa la passione dominante in Leonardo: «E tirato dalla -mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e -strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra -gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi -alla quale — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa — -piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, -colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso -piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, -questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, e stato -alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura -per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro -fusse alcuna miracolosa cosa.» (_R._, § 1339.) La natura è il grande -mistero che Leonardo cerca d’investigare. - -Ma quanto la sua mente penetra più nella conoscenza delle cose, -tanto la coscienza superstiziosa e il pregiudizio dei suoi tempi si -sollevano contro di lui. Da prima sono i timidi amici di Dio, che -lo rimproverano di trascurare le pratiche esterne e la preghiera, -per l’amore entusiastico della natura. «Ma tacciano tali riprensori, -risponde Leonardo, chè questo è il modo di conoscere l’Operatore -di tante mirabili cose, e questo è ’l vero modo d’amare un tanto -inventore.» (_Lu._, § 77.) Poscia sono i suoi amici medesimi, che -rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione dall’arte, che -portava inesorabilmente Leonardo a smarrirsi nel laberinto senza fine -della scienza. Il Verini lo celebrava allora massimo tra i migliori; - - et forsan superat Leonardus Vincius omnes. - -Ma subito aggiungeva: - - tollere de tabula dextra sed nescit; - -e cercava la causa di questa lentezza nella sua incontentabilità: - - et instar - Protogenis multis unam perficit annis.[1] - -«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte -cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il -Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la -tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo, -con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3] - -Intanto il cartone di _Adamo ed Eva nel paradiso terrestre_, la _Testa -della Medusa_, l’_Adorazione de’ Magi_ rimangono imperfetti «come quasi -intervenne in tutte le cose sue.» - -Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di -Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la -causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria -miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non -condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea -grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua -opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua -al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa -fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano; -donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse -anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa, -nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche, -veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici -della sua mente.[5] - -Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi. -Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per -la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà -alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti -guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo -porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo -dal _Cenacolo_ è ricondotto a quel _Trattato di luce ed ombra_, a -cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo -Sforza al _Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della -fusione in bronzo_; dalle varie opere di architettura militare e -civile al _Trattato sui pesi e sui moti_ e a quello di _Idraulica_.[6] -L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del _Cenacolo_, -è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di -vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai -scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi -discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo -degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere -gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La -natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.» -(_I_, 18 r.) - -Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di -un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era -invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la -scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della -polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro -più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava: -la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi -non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per -un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla -teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa -tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente -manifestarsi solo due secoli dopo. - -Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea -dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali; -il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili. -Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie -della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae -allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella -d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria -«perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è -il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito -nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me -occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova, -la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere -a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno -cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno. -Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et -lui alle volte in alcuno mette mano. DÀ OPRA FORTE ALLA GEOMETRIA, -IMPACIENTISSIMO AL PENNELLO.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana -attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno -Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella -età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza -et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il -27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia, -le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et -tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa -Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo -Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare -habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte -non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo -supererà l’altro: TENGHO PER CERTO LEONARDO HABBI A ESSERE VINCITORE.» -Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo -intraprendeva allora il dipinto della _Battaglia d’Anghiari_, spinto -dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini. - -Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio -della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di -un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà -in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia -assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi -tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico -della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del -Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava -«gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua -profferta non fu accettata.[7] - -Intanto la _Battaglia di Anghiari_, cominciata a disegnare con ogni -cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso -modo del cartone d’_Adamo ed Eva_, della _Testa della Medusa_, -dell’_Adorazione dei Magi_, «come quasi intervenne in tutte le cose -sue.» - -Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai -Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè -a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno -luminosamente. Al 1504 risale il _Codice sul volo degli uccelli_ -(_V. U._, 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle _sezioni -sferiche_. (_R._, § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già -prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal -1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497, -sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla -canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî -dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a -coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica, -spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale -riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto -sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico, -tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi -metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse -tratteranno.» (_R._, 4.) - -Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla -pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare -bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta -in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo -il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta -un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo -a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai -contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella -pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si -chiamava _teologia_; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si -chiamava _magia_. - -Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo -portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica, -e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che -egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso, -fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo -carattere. - -Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul -fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza; -le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare -per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo -alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il -ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e -la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio -di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che -vuole ciò che il suo secolo gli toglie. - -Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua -luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua -esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della -sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser -l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in -riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere. - -Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente. - -«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione, -spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando -doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle -riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e -Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del -tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare -molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]» - -Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi -misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo -definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta -teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo -intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli -anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue -forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la -descrizione delle forme naturali. - -Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto, -sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere -lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera -che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro -affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli -per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto -più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è -altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e -di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta -di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo. -Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano -Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare -il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva -possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse -per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai -di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si -sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici -o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha -sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la -sua opera vera sta nel _Trattato del moto locale e delle percussioni e -pesi e delle forze tutte_, dove precorre, e in qualche punto avanza, -i _Dialoghi delle nuove scienze_ del Galilei; in quello _Del moto e -misura delle acque_, dove è contenuto il meglio che poi diedero il -Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima -di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un -luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo, -dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la -pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono -il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel -tempo suo e per un secolo ancora. - -Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della -sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La _Battaglia di -Anghiari_ non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei -principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel _Trattato della -pittura_; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale, -dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505, -doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione -materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità -dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera -teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta; -ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e -antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle -quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi -dell’arte e della scienza. - -Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio -comune diffuso su Leonardo: «_Ancora che il Vinci molto più operasse -con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e -la fama sua non si spegneranno giammai._[14]» No, rispondiamo noi, è -appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il -nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno -distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza; -il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il _Cenacolo_; la -critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del -Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè -la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione -della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della -vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali -doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro -medesimo. - -Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «_che -attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia_,[15]» -l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella -piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere -e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che -la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a -propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e -l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo -naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I -problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e -di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16] - -Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo -per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti, -messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli -l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del _Codice -Atlantico_ ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal -Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra -nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di -un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul -quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà -campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli -offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti -sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a -Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e -numerose. - -La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli -avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di -Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società -romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo -terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie -che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole -a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce -in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno, -recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano -profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo -trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore. - -Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse -e divenne più cupo: «_Quest’altro_, dice Leonardo in uno di quei -frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, _m’ha -impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale_.» (_C. -A._, 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli -contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta -intenta alla conoscenza del vero.(_R._, § 1358.) Giuliano de’ Medici lo -liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la -Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare -Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale -è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i -biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18] -l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19] - -Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516, -abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben -presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente -alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello -per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di -Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò, -inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche, -prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di -volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno -profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca -l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata -l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne -aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta. -Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di -rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma -la morte lo coglie il 2 maggio 1519. - -La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer -Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii, -ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li -libri, che il dicto testatore ha de presente.» (_R._, § 1566.) - - -II. - -Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese -all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi -di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona -dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un -pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese -del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese -dipinctore», nelle sue _Antiquarie prospetiche Romane_, assomiglia -Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come -il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel -parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione -giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue _Vite_: «Con -ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era -in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì -terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col -disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con -i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo -ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a -sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè -bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva -al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]» - -Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo -nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando -il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate -ad ammirare il _Cenacolo_, ancora incompiuto, in Santa Maria delle -Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico -il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate -parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai -gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di -Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano -stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello -raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè -un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di -Leonardo.[25] - -Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci -godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: -«Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente -s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il -memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle -grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto -ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (_G_, 49 r.) Che che ne sia, -è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche -sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie -e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria, -con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di -cortesia della Corte milanese del secolo XV. - -Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce -idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e -ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia. - -Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta -di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo -e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni -del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore -trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai -cadere. - -Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima -concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo -nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, -e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra -sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la -maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della -pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue -dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I -manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge -una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua, -atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende -limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da -Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde -rivestirla della forma più evidente e più semplice (_A_, f. 3 r. -10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con -continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con -la maggiore identità di segno e di significato. (_C. A._, 278 r.) Allo -stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la -più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa -immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua -varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto -senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva. -Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua -letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori -dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna -oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello -risveglio della vita. - -La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la -concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero. -La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di -studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un -effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato. - -Nel _Codice Trivulziano_ vi sono lunghe enumerazioni di parole talora -raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da -una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le -più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo -pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo -del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta -significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a -differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante -e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, -iniziati per il latino nel manoscritto _H_, continuati per il volgare -nel _Codice Trivulziano_, tolgono di mezzo quella leggenda che solo -all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla -riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero. -Quando nel _Codice Atlantico_ si trova questa nota, «Donato,» noi -dobbiamo pensare al DONATUS, _De octo partibus orationis latine -et italice_, Venezia, 1499 (_C. A._, 207 r.); quando troviamo la -frase «Retorica nova,» siamo portati al LAURENTIUS GUILELMUS DE -SAONA, _Rethorica Nova_, Sant’Albano, 1480 (_C. A._, 207 v.); allo -stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci -suggeriscono la raccolta NONIJ MARCELLI, _De proprietate sermonum_; -FESTI POMPEIJ, _De verborum significatione_; M. T. VARRONIS, _De lingua -latina_, Milano, 1500. (_R._, § 1470). Nel manoscritto _F_ è ricordato -finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio, -il _Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a -molti_, di fra GIO. BERNARDO, Milano, 1489. (_F_, cop. r.) - -I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per -esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso -a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa -intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La -inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari, -poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda -strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa -in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta -a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27] -Il _Trattato del moto e misura dell’acque_, che riproduce, con -poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti -l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente -scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta -del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto; -le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, -dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè -inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci -è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto -il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in -qualche modo la conoscenza. - -Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile -lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto -continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali -medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni -segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione -preliminare. - -Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare -ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo -il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili, -imponeva un continuo discernimento. - -Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla -mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi -impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per -l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto -stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni -concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica, -onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che -riguardano i pensieri di Leonardo sulla _Conoscenza_, sulla _Natura_, -sulla _Morale_ e sull’_Arte_. - -Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria -dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni -gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che -presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le _Favole_ -di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo, -allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e -inorganico. Le _Allegorie_, che nel loro complesso formano un vero -e proprio _Bestiario_, sebbene per la maggior parte non originali, -conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere -apprezzata. Le _Descrizioni e i Ritratti_, dove si manifesta lo scopo -letterario combinato a quello pittorico; le _Profezie e le Facezie_, -dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con -quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente -artistiche. - -Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo -svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro -originalità. Le _Note_, che seguono passo per passo la scelta, e sono -da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha -attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione -più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte -è trattata da me in una monografia _Intorno alle fonti dell’opera -letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci_, che verrà quanto prima -pubblicata. - -Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno -altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo -leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso -delle espressioni. - -I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta, -sono stati fatti per ogni frammento nei SOMMARII E RIFERIMENTI, con -opportune sigle. - - - - -TAVOLA DELLE SIGLE. - - -_A._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la -Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880. - -_Ash. I._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la -Bibliothèque de l’Institut; 2038 (_Ash. I_) et 2037 (_Ash. II_) de la -Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891. - -_Ash. II._ — Idem; ibi. - -_Ash. III._ — Trattato di architettura civile e militare, con note di -Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 -(_inedito_). - -_B._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits _B_ et _D_ de -la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883. - -_C._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _C, E_ -et _K_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, -1888. - -_C. A._ — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca -Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (_in corso di stampa_). - -_D._ — Si veda _B_. - -_E._ — Si veda _C_. - -_F._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _F_ et _I_ -de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893. - -_G._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M -de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890. - -_H._ — Si veda _Ash. I._ - -_I._ — Si veda _F_. - -_L._ — Si veda _G_. - -_Lu._ — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II. -Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol. - -_M._ — Si veda _G_. - -_R._ — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited -from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol. - -_T._ — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe -Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892. - -_T. M. A._ — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci. -Bologna, 1828. - -_V. U._ — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre -materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893. - -_W. An. A._ — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca -di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). -Parigi, 1898. - -Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il -_recto_ o il _verso_ dei fogli. - - - - -LE FAVOLE. - - -I. — L’IRREQUIETEZZA. - -Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu -costretto a mutar sito. - - -II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO. - -Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza -dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le -parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione -di quella. - - -III. — L’ACQUA. - -Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di -montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in -sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in -alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata -dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e -fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade -dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo -incarcerata, fece penitenza del suo peccato. - - -IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA. - -Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto -a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere, -con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali -una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [Sidenote: -da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito -fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò, -e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine -condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno -tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta -morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e -pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle -in isplendevole e lunga vita e bellezza. - - -V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI. - -Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il -quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e -raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in -fra sè dire: - -— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me, -picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che -tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia -più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza, -chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere -quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore -dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più -alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole, -e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. — -E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte -spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe -sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si -trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea; -e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per -quelli, che s’aumiliano son esaltati. - - -VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della -neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine. - - -VII. — LA PIETRA. - -Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si -stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole -boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori -di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che, -nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là -giù lasciarsi cadere, dicendo con seco: - -— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in -compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate -compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere -dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a -essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna -volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di -qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in -nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che -dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città, -infra i popoli pieni d’infiniti mali. - - -VIII. — IL RASOIO. - -Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè -medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo; -della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, -cominciò con seco medesimo a dire: - -— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito -sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza -caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual -mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare -meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no. -Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo -riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un -giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè -essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie -non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno -pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era -esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è -la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha -consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello -esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto -rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza -guasta la sua forma. - - -IX. — IL GIGLIO. - -Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, [Sidenote: Ticino] e la -corrente tirò la ripa insieme col giglio. - - -X. — IL NOCE. - -Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua -frutti, ogni omo lo lapidava. - - -XI. — IL FICO. - -Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare -essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto. - - -XII. — LA PIANTA E IL PALO. - -La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato, -e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro -lo guarda dalla triste compagnia. - - -XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE. - -Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li -son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo -interrotto, lo gittò per terra diradicato. - - -XIV. — LA VITALBA. - -La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare -co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde -da’ viandanti poi fu rotta. - - -XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA. - -La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina -d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con -quella. - - -XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da -superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, -che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato. - - -XVII. — IL CEDRO. - -Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella -sommità di se, lo mise a seguizione [Sidenote: compimento] con tutte -le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare -declinare la elevata e diritta cima. - - -XVIII. — IL PERSICO. - -Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al -noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo -tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana -terra. - - -XIX. — L’OLMO E IL FICO. - -Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza -frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con -rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? -Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti -troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di -soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato -e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo -lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza -figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! — - - -XX. — LE PIANTE E IL PERO. - -Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: — -O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua -maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! — -Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e -mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ -arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e -dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere -ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini, -per onorarmi, posti d’intorno. - - -XXI. — LA RETE. - -La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor -de’ pesci. - - -XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE. - -Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere -comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della -candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu -cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le -sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del -candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai -bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti, -come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati! -Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal -falso lume dello sporco sevo? — - - -XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO. - -Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè -i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva -nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [Sidenote: dilacerandoli] -coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio -disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi, -come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di -sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e, -non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte -abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani -dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’ -sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere -di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, -trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, -pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati -e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle -mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. — - - -XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO. - -Il rovistrice, [Sidenote: rovistico: pianta, _ligustrum vulgare_] -sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai -pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso -rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li -toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie, -le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute -unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la -quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico -sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per -mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo? -Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e -cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente, -non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna -[Sidenote: rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso -merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le -vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà -del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non -ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che -tu me bruciato! — - - -XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE. - -Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto -campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale -suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato -dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di -tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la -non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e -essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non -la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco -della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva -finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro, -mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta. -E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici -infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami -fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, -e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le -antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno -pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte -delle sue membra. - - -XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA. - -Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere -i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e -drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li -era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti -in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla -imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con -quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si -potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando -alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento -li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande -allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito -— imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E -fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea -aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio -mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di -quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a -questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato -falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi, -che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano; -e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue -compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la -zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle -che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del -mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole, -che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’ -linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta -di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme -colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza, -fatti e fermi alquanti capitoli [Sidenote: patti] di novo col salice, -e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata -la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso -all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là -curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, -e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. -E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto -co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, -essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò, -collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami -del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e -del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [Sidenote: venute in -seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso, -a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture -e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per -fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni -in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [Sidenote: -l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri -negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello -soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due -parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse -sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene. - - -XXVII. — L’AQUILA. - -Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu -dall’omo presa e morta. - - -XXVIII. — IL RAGNO. - -Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle -dal calabrone crudelmente morto. - - -XXIX. — IL GRANCHIO. - -Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a -quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, -e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio - - -XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO. - -Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo -calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si -destò, e subito annegò. - - -XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO. - -La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da -quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio -desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu -fatto. - - -XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA. - -Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore -scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l -ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa -li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide. - - -XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA. - -Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa -l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come -quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa -acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava. - - -XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29] - -Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il -granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa -non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la -bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore. - - -XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA. - -I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e -le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La -qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la -libertà ai tordi, ma la loro propria vita. - -Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà -ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono -legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte -la vita. - - -XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO. - -Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra -appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo -pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se -n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto, -lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e -rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che, -per non gastigare i figlioli, capitano male. - - -XXXVII. — IL CANE E LA PULCE. - -Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci, -sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di -miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del -cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la -folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici -de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè -tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era -spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo -travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale -essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti, -a morirsi di fame. - - -XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO. - -Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola, -la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione, -[Sidenote: distruzione, morte] e, per uno piccolo spiraculo, riguardava -il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa -donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio -a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità; -e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la -quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della -gatta, privato. - - -XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA. - -Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si -pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve. - - -XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza -era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve -avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù -per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni -giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani -dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non -si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa -uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu -laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche. - - -XLI. — TRACCIA. - -Favola della lingua morsa dai denti. - - -XLII. — IL VILLANO E LA VITE. - -Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette -molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le -pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi. - - -XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30] - -Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca -tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto -onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a -sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere -vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e -entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi -di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando -tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti -ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane -interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, -e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese -producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il -meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino -beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro, [Sidenote: -cerebro, cervello] che lo fece matto, e partorì tanti errori, che, -tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu -lasciato poi libere le viti co’ sua frutti. - - (_in margine_) - - _Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e - sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo; - già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della - divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo - furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i - sua amici._ - - -XLIV. — TRACCIA. - -Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica. - - -XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA. - -(Frammento.) - -Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere -rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e -poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per -usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e, -poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso, -già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne -quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di -lì sicuramente si parte. - -Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne, -comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in -fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva. - -Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè -stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e -rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata -cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria -d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave -sonito.... - -Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato -avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole -in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in -fra le legne si trova, traeva. - -E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a -spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di -quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là. - -Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto -assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in -gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare -tutto il superiore elemento [Sidenote: l’elemento del foco] sopra le -poche legne. - -E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti -sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte -grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme -più altere, percosser nel fondo della superiore caldara. - - -XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA. - -(Frammento.) - -Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e -partita quella lo specchio rimase in le.... - - - - -LE ALLEGORIE. - - -I. — AMORE DI VIRTÙ.[31] - -Calendrino [Sidenote: La calandra] è uno uccello, il quale si dice, -che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo -deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai -lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai -l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia. - -Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista, -anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in -cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i -fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle -prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più -tenebroso sito. - - -II. — INVIDIA.[32] - -Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido -esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli -sanza mangiare. - - -III. — ALLEGREZZA.[33] - -L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si -rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti. - - -IV. — TRISTEZZA.[34] - -La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati -figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo -rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede -alquante poche penne nere. - - -V. — PACE.[35] - -Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per -la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire, -si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si -spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici. - - -VI. — IRA.[36] - -Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [Sidenote: api, -come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a -pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi -con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in -modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con -le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende. - - -VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37] - -La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti -upica, [Sidenote: úpupa] i quali, conoscendo il benefizio della -ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li -vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e -cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li -rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà. - - -VIII. — AVARIZIA.[38] - -Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia: -tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi. - - -IX. — INGRATITUDINE.[39] - -I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando -sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano -a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto -che caccia il padre, e tolli la mogliera [Sidenote: e gli toglie la -moglie], facendosela sua. - - -X. — CRUDELTÀ.[40] - -Il basalisco [Sidenote: basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con -la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e -le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare. - - -XI. — LIBERALITÀ.[41] - -Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte -della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non -potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa -aquila, perchè in tal modo si cibano. - - -XII. — CORREZIONE.[42] - -Quando il lupo va assentito [Sidenote: va cautamente] a qualche stallo -di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo -facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore. - - -XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [Sidenote: adulazioni].[43] - -La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta -sopra i navili, e occide li addormentati marinari. - - -XIV. — PRUDENZA.[44] - -La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno, -uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al -tempo si pascono. - - -XV. — PAZZIA.[45] - -Il bo’ [Sidenote: bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore -rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’ -corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori -l’occidano. - - -XVI. — GIUSTIZIA.[46] - -E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il -quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave -sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a -combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare -e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano, -e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita, - - -XVII. — VERITÀ.[47] - -Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli, -nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre. - - -XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48] - -Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui -dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne -stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se -’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che -si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano, -e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga -’mancare. - - -XIX. — FALSITÀ.[49] - -La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [Sidenote: specie -di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con -la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la -lingua, e essa gli piglia la testa. - - -XX. — BUGIA.[50] - -La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto -vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more, -perchè si fa nota così la bugía. - - -XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51] - -La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per -autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga. - - -XXII. — MAGNANIMITÀ.[52] - -Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si -lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne -fetida. - - -XXIII. — VANAGLORIA.[53] - -In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale -sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda, -quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la -vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa -vincere. - - -XXIV. — CONSTANZA.[54] - -Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura -la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali -la consumano, e poi di novo rinasce. - - -XXV. — INCONSTANZA.[55] - -Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto, -per non sopportare alcuno minimo disagio. - - -XXVI. — TEMPERANZA.[56] - -Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille -miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o -sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare. - - -XXVII. — INTEMPERANZA.[57] - -L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi -vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua -ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla -sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal -modo lo pigliano. - - -XXVIII. — UMILTÀ.[58] - -Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si -sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati -leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che, -spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere. - - -XXIX. — SUPERBIA.[59] - -Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e -sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera -essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila, -regina delli uccelli. - - -XXX. — ASTINENZA.[60] - -Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua -intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e -aspetti ch’essa acqua si rischiari. - - -XXXI. — GOLA.[61] - -Il voltore [Sidenote: l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che -andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita -(li eserciti). - - -XXXII. — CASTITÀ.[62] - -La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro -osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee -mai acqua chiara. - - -XXXIII. — LUSSURIA.[63] - -Il palpistrello [Sidenote: pipistrello, come al n. LXIII], per la -sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [Sidenote: -regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina -con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito. - - -XXXIV. — MODERANZA.[64] - -L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il -dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella -infangata tana — per non maculare la sua gentilezza. - - -XXXV. — AQUILA.[65] - -L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue -penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella -poca acqua. E, se i sua nati non po’ [Sidenote: possono] sostener la -vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non -s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor -non noce [Sidenote: Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia -rimanente della sua preda. - - -XXXVI. — LUMERPA [Sidenote: uccello favoloso]. FAMA.[66] - -Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue -ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la -penna, che si spicca, più non luce. - - -XXXVII. — PELLICANO.[67] - -Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido -morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente -sangue bagnandoli, li torna in vita. - - -XXXVIII. — SALAMANDRA.[68] - -La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [Sidenote: -detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive -[Sidenote: non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro -cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza. - - -XXXIX. — CAMALEON [Sidenote: camaleonte]. [69] - -Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per -istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che -non po’ sostenere uccello, che lo seguiti. - -A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola -il camaleone. - - -XL. — ALEPO PESCE.[70] - -Alepo non vive fori dell’acqua. - - -XLI. — STRUZZO.[71] - -Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per -l’arme [Sidenote: detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’ -capitani. - - -XLII. — CIGNO.[72] - -Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il -qual canto termina la vita. - - -XLIII. — CICOGNA.[73] - -Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la -compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la -covano e pascano, in fin che more. - - -XLIV. — CICALA.[74] - -Questa col suo canto fa tacere il cucco [Sidenote: cuculo]; more -nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi. - - -XLV. — BASALISCO.[75] - -Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo -mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide. - - -XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ. - -Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti, -colla coda si stóppa li orecchi. - - -XLVII. — DRAGO.[76] - -Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e -l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta. - - -XLVIII. — VIPERA.[77] - -Quest’ha nel suo [Sidenote: ha di proprio, di particolare], ch’apre -bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli, -in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre. - - -XLIX. — SCORPIONE.[78] - -La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a -similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le -malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù. - - -L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79] - -Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto, -con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento, -crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve -cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e -rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto. - - -LI. — BOTTA [Sidenote: rospo].[80] - -La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia -tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così -fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con -insgonfiato animo, forzatamente starle davanti. - - -LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81] - -Il bruco [Sidenote: Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante -l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro -intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte -e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo. - - -LIII. — RAGNO.[82] - -Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la -quale gli rende, per benefizio, la presa preda. - - -LIV. — LEONE.[83] - -Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il -terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte -le fiere, che nella selva sono, fuggano. - -Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido -delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre -più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi -[Sidenote: allontanandosi] dai virtuosi. - -Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo -viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti -del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [Sidenote: -le sue astuzie; i suoi disegni]. - - -LV. — TARANTA [Sidenote: tarantola].[84] - -Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in -quello che pensava, quando fu morso. - - -LVI. — DUCO O CIVETTA.[85] - -Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha -ordinato natura, perchè si cibino. - - -LVII. — LEOFANTE.[86] - -Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova, -cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè, -quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi, -solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle -selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il -cielo, quasi come se sacrificare volessino. - -Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti, -l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la -punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la -stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi, -con essi si ricomprano. - -Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e -smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova -le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde -si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e -vanno assentitamente [Sidenote: cautamente]. - -Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l -secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano -vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e -non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel -fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto -clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di -sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano -le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono -provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e -sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente -riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e -non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’ -fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso -non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro -gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo -odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Sidenote: Qui: aggrinza, -increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide. - -Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua, -e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò -che ’l corso non li menasse via. - -Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e -coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l -liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte, -del nemico si vendica. - - -LVIII. — IL DRAGONE.[87] - -Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Sidenote: -Plinio: _cratium modo_, a uso di graticci], e, colla testa levata, -passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così -non si unissin, annegherebbono. Così fa unione. - - -LIX. — SERPENTE.[88] - -Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per -l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca. -Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un -simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto -per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½: -avanzava colla testa tutte le piante d’una selva. - - -LX. — BOA.[89] - -Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe -della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la -dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte -Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale -avea tranghiottito. - - -LXI. — MACLI [Sidenote: Plinio: sorta di gran cervo (_cervus alces_)] -PEL SONNO È GIUNTA.[90] - -Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo, -se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano; -pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra -che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per -questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori, -intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e, -quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i -cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano, -perchè è d’incredibile velocità nel correre. - - -LXII. — BONASO [Sidenote: bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91] - -Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte -l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo -piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo -che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del -suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco. - - -LXIII. — PALPISTRELLO.[92] - -Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più -s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù. - - -LXIV. — PERNICE.[93] - -Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso, -e fura [Sidenote: ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati -seguitano la vera madre. - - -LXV. — RONDINE.[94] - -Questa co’ la celidonia [Sidenote: Sorta di pietra favolosa, che si -dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua -ciechi nati. - - -LXVI. — ERMELLINO.[95] - -Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che -’mbrattarsi. - - -LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI. - -Queste tengano l’unghie nella guaina, e mai le sfoderano, se non è -adosso alla preda o nemico. - - -LXVIII. — LEONESSA.[96] - -Quando la leonessa difende i figlioli dalle man de’ cacciatori, per non -si spaventare dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò che là, per -sua fuga, i figli non sieno prigioni. - - -LXIX. — LEONE.[97] - -Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vòte -carrette e simile il canto de’ galli; teme assai nel vederli e con -pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e forte invilisce quando ha -coperto il volto. - - -LXX. — PANTERE IN AFRICA.[98] - -Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile -e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di -rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre -le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde -essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti -s’assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire [Sidenote: -godere] tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e -subito lo divora. - - -LXXI. — CAMMELLI.[99] - -Quegli Battriani hanno due gobbi, gli Arabi uno; sono veloci in -battaglia e utilissimi a portare le some. Questo animale ha regola -e misura osservantissima, perchè non si move, se ha più carico che -l’usato, e, se fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, onde lì -bisogna a’ mercatanti alloggiare. - - -LXXII. — TIGRE.[100] - -Questa nasce in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera -per le diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole -velocità. Il cacciatore, quando truova i sua figli, li rapisce, subito -ponendo specchi nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce cavallo, -si fugge. La pantera, tornando, trova li specchi fermi in terra, ne’ -quali, vedendo sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando colle -zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante l’odore de’ figli, seguita -il cacciatore, e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia uno de’ -figlioli, e questa lo piglia e portalo al nido, e subito rigiugne sul -cacciatore, e fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in barca. - - -LXXIII. — CATOPLEAS [Sidenote: Plinio: _catoblepas_, sorta di -serpente].[101] - -Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto Nigricapo, è animale non -troppo grande e pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta -grandezza che malagevolmente lo porta, in modo che sempre sta chinato -inverso la terra, altremente sarebbe di somma peste alli omini, perchè -qualunque è veduto da’ sua occhi subito more. - - -LXXIV. — BASILISCO.[102] - -Questo nasce nella provincia Arenaica, e non è maggiore che 12 dita, e -ha in capo una macchia bianca a similitudine di diadema; col fischio -caccia ogni serpente, a similitudine di serpe, ma non si move con -torture, anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi che uno di questi, -essendo morto con un aste da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno -discorrendo su per l’aste, non che l’omo, ma il cavallo morì. Guasta le -biade, e, non solamente quelle che tocca, ma quelle dove soffia; secca -l’erbe, spezza i sassi. - - -LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.[103] - -Questa, trovando la tana del basilisco, coll’odore della sua sparsa -orina, l’occide: l’odore della quale orina ancora, spesse volte, essa -donnola occide. - - -LXXVI. — CERASTE [Sidenote: Plinio: Altra sorta di serpente].[104] - -Queste hanno quattro piccioli corni mobili, onde, quando si vogliano -cibare, nascondano sotto le foglie tutta la persona, salvo esse -cornicina; le quali movendo, pare agli uccelli quelli essere piccioli -vermini, che scherzino, onde subito si calano per beccarli, e questa -subito s’avviluppa loro in cerchio, e sì li divora. - - -LXXVII. — AMFESIBENE.[105] - -Questa ha due teste, l’una nel suo loco, l’altra nella coda, come se -non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno. - - -LXXVIII. — IACULO [Sidenote: Plinio: serpe velenoso].[106] - -Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso -le fiere, e l’uccide. - - -LXXIX. — ASPIDO.[107] - -Il morso di questo animale non ha rimedio, se non di subito tagliare -le parti morse. Questo sì pestifero animale ha tale affezione nella sua -compagna, che sempre vanno accompagnati; che, se per disgrazia l’uno di -loro è morto, l’altro, con incredibile velocità, seguita l’ucciditore; -ed è tanto attento e sollecito alla vendetta, che vince ogni -difficultà, passando ogni esercito. Solo il suo nemico cerca offendere, -e passa ogni spazio, e non si può schifarlo, se non col passare l’acque -o con velocissima fuga. Ha li occhi in dentro e grandi orecchi, e più -lo move l’audito che ’l vedere. - - -LXXX. — ICNEUMONE [Sidenote: Volg.: topo di Faraone].[108] - -Questo animale è mortale nemico all’aspido nasce in Egitto, e, -quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta -[Sidenote: Minutissima arena, che si suol trovare vicino a’ fiumi o -torrenti; come al n. LXXXIII] over fango del Nilo, e con quello tutto -s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s’imbratta, -e, così seccando l’un dopo l’altro, si fa tre o quattro veste, a -similitudine di corazza; e di poi assalta l’aspido, e ben contrasta con -quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza. - - -LXXXI. — COCODRILLO.[109] - -Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, nuoce in terra e in acqua, -nè altro terrestre animale ai truova sanza lingua, che questo, e -solo morde movendo la mascella di sopra; cresce insino in 40 piedi, è -unghiato, armato d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in terra, e -la notte in acqua. Questo, cibato di pesci, s’addormenta sulla riva -del Nilo colla bocca aperta, e l’uccello detto trochilo [Sidenote: -_troglodites_ o reatino], piccolissimo uccello, subito li corre -alla bocca e, saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando il -rimaso cibo, e, così stuzzicandolo con dilettevole voluttà, lo ’nvita -aprire tutta la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto dal eumone -[Sidenote: icneumone, vedi n. LXXX], subito si li lancia in bocca e, -foratoli lo stomaco e le budella, finalmente l’uccide. - - -LXXXII. — DELFINO.[110] - -La natura ha dato tal cognizione alli animali che, oltre al conoscere -la loro comodità, e’ conoscono la incomodità del nimico, onde intende -il delfino quanto vaglia il taglio dello sue pinne, posteli sulla -schiena, e quanto sia tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor -combattere si li caccia sotto, e tagliali la pancia, e così l’uccide. - -Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo a chi lo caccia. - - -LXXXIII. — HIPPOTAMO [Sidenote: ippopotamo].[111] - -Questo, quando si sente aggravatola cercando le spine o, dove sia, -i rimanenti de’ tagliati canneti, e lì tanto frega una vena, che la -taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, colla litta s’infanga e -risalda la piaga. Ha forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, coda -torta e denti di cinghiale, còllo con crini, la pelle non si po’ -passare se non si bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi allo -’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito. - - -LXXXIV. — IBIS.[112] - -Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato, -empie il gozzo d’acqua, e col becco si fa un cristero [Sidenote: -clistere]. - - -LXXXV. — CERVI.[113] - -Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de’ -granchi, e si libera di tal veneno. - - -LXXXVI. — LUSERTE [Sidenote: lucertola].[114] - -Questa, quando combatte colle serpe, mangia la cicerbita [Sidenote: -Linneo: _sonchus oleraceus_ (pianta)], e son libere. - - -LXXXVII. — RONDINE.[115] - -Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli col sugo della celidonia. - - -LXXXVIII. — BELLOLA.[116] - -Questa, quando caccia ai ratti, mangia prima della ruta. - - -LXXXIX. — CINGHIALE.[117] - -Questo medica i sua mali mangiando della edera. - - -XC. — SERPE.[118] - -Questa, quando si vol rennovare, gitta il vecchio scoglio [Sidenote: -scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe], comenciandosi dalla -testa; mutasi ’n un dì e una nocte. - - -XCI. — PANTERA.[119] - -Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, ancora combatte coi cani e -cacciatori. - - -XCII. — CAMALEONE.[120] - -Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme -colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati. - - -XCIII. — CORBO [Sidenote: corvo].[121] - -Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll’alloro. - - -XCIV. — MAGNANIMITÀ. - -Il falcone non piglia se non uccelli grossi, e prima more che mangiare -carne di non bono odore. - - -XCV. — GRU. - -Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte -li stanno dintorno con pietre in piè. - -Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru. - - -XCVI. — CARDELLINO. - -Il calderugio [Sidenote: cardellino] dà il tortomalio [Sidenote: -titimalo, titimaglio, pianta del genere _euforbia_] a’ figlioli -ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà! - - -XCVII. — DELL’ANTIVEDERE. - -Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l’ali; il papagallo, -nel mutarsi pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il -becco. - - -XCVIII. — PER BEN FARE. - -Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand’e’ ha -condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante -il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi -modi. - - -XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Per lo spino, insiditoli [Sidenote: innestatogli] sopra boni frutti, -significa quello, che per se non era disposto a virtù, ma mediante -l’aiuto del precettore dà di sè utilissime virtù. - - -C. — DEL LINO. - -Il lino è dedicato a morte e corruzione de’ mortali: a morte pe’ -lacciuoli delli uccelli, animali e pesci; a corruzione per le tele line -dove s’involgano i morti, che si sotterrano, i quali si corrompono in -tali tele. E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, se esso -non comincia a macerarsi o corrompersi, e questo è quello col quale si -deve incoronare e ornare li uffizî funerali. - - -CI. — FRAMMENTO. - -Per il pannolino, che si tien colla mano nel corso dell’acqua corrente, -nella quale acqua il panno lascia tutte le sue brutture, significa -questo ec. - - - - -I PENSIERI. - - - - -PENSIERI SULLA SCIENZA. - - -I. — LA TEORIA E LA PRATICA. - -Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica. - - -II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO LA PRATICA SANZA SCIENZA. - -Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l -nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha -certezza dove si vada. - -Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della -quale la _Prospettiva_ è guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa -bene ne’ casi di pittura. - - -III. — PARAGONE DEL PRATICO. - -Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione, -è come lo specchio, che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose, -sanza cognizione d’esse. - - -IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA ALLA PRATICA. - -La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati. - - -V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. - - -VI. — CONSIGLIO AL PITTORE. - -E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere, -che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu -farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona, -l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità. - - -VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la -pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di -nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio, -sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemica degli -Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni. - - -VIII. — SUL FATTO ANATOMICO DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO NEL -FANCIULLO. - -La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto -[Sidenote: il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali -[Sidenote: il petto]. - - -IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA DALLA PRATICA. - -Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica. - -La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte, -essa [Sidenote: Sott.: pratica] non s’accorda con essa scienza, nè -è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie, -mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso -li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica, -e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono -incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda -necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie, insieme colli -pesi [Sidenote: Sott.: che] sopra di lor si giudicano. - -Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi, -e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno -usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali, -overo incorporei.[122] - - -X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE SENZA APPLICAZIONE PRATICA. - -Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte, -come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte -meccanica. - - -XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme -coll’operante d’essa. - - -XII. — RICORDI DI LEONARDO. - -Quando tu metti insieme la _Scienza de’ moti dell’acqua_, ricordati di -mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che -tale scienza non sia inutile. - - -XIII. — LA DISTRIBUZIONE DEI SUOI TRATTATI. - -Da profondare un canale: fa questo nel libro _De’ giovamenti_, e, nel -provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine, -perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti -bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e -così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle -figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe -cosa confusa e interrotta. - - -XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE. - -L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto, -perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone. -Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha -cognizion di quella. - - -XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO AL SAPERE. - -Naturalmente li omini boni desiderano sapere. - - -XVI. — PIACERE, CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA. - -Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita, -nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi -strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del -mondo. - - -XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI DELLE SUE OPERE.[123] - -So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli, -de’ quali Deometro [Sidenote: Demetrio] disse, non faceva conto più -del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento, -ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio -di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della -sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è -più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze -dell’anima, che del corpo. - -E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano, -dubito non sì, come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi -s’è cosa mangiativa. - - -XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI DELLA SCIENZA. - -Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce -dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre, -ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè -lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino -fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e -l’altra eran di pari valimento e sustanzia. - - -XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA DEL CORPO UMANO. - -Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso -meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto -li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si -riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito -di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi -partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il -resto è assai manco che bestia. - - -XX. — CONTRO GLI UOMINI, CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE. - -Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di -sterco e riempitori di destri [Sidenote: latrine] chiamarsi debbono; -perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si -mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta. - - -XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA. - -La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e -cibo delle menti umane. - - -XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.[124] - -Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore -del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e -di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La -sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e -pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel -corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro, -così la sapienza è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e -niuna altra cosa è da a questa comparare.» - - -XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA. - -Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua -vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la -sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non -manchi il nutrimento. - - -XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA. - -.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del -tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della -virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori. - -Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta -alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama -di loro. - -Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire -di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al -ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza. - -Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la -sua vita, come fa la scienza? la quale sempre è testimonia e tromba -del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non -figliastra, come la pecunia. - - -XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI SI PO’ IMPARARE. - -Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu -trovi dove imitare. - - -XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ DELL’INGEGNO. - -Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà, -e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta. - - -XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA NON DÀ ALCUN FRUTTO. - -Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento, -così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere -cosa, ch’ella pigli. - - -XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo -studio sanza desiderio guasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella -pigli. - - -XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO -INTERVALLO. - -Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto -contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è -di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su -una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio -s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa -l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura. - - -XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS MUNDI. - -La verità sola fu figliola del tempo. - - -XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ. - -Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di -Dio, ella to’ [Sidenote: toglie] di grazia a sua deità; ed è di tanta -eccellenza la verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno -nobili. - -Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da -la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia, -che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza -comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni -e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la -bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose -non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi -ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e -barerie de’ palari [Sidenote: frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi] -nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta -altura! - - -XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI ALLA VERITÀ. - -L’impedimenti della verità si convertono in penitenza. - - -XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA. - -Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi -ultimi principii, (oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può -trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua, -cioè la scienza di _Geometria_, la quale, cominciando dalla superfizie -de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa -superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo -la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale -null’altra cosa può essere minore. - -Dunque il punto è il primo principio di _Geometria_, e niuna altra -cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar -principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una -superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere -creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto -essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo -è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa -superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, [Sidenote: Sott.: -che] sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero -unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti -immaginassi, un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo -alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che -tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver -nulla, cioè la decima figura de la _Aritmetica_, per la quale si figura -un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci, -e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente -crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui -in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono -eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine. - - -XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE DATE DA LEONARDO AL PITTORE. - -Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure: -imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e -chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori, -riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e -tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le -regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione -nelle tue opere. - -Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio; -imperochè ’l bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene -intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole -sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e -arti. - -Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai, -solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni -sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose. - - -XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO STORICO DELLA PITTURA E DELLE -SCIENZE. - -Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i -pittori non hanno per autore, che la fatta pittura. - -Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per -autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà -bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre -imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte -in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato -in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo -volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare su per li sassi -li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a -fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo, -dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti -quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti -imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando, -insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò -con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la -natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano. - -Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente -studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non -figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia -di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura, -lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura! - - -XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ NELLA SCIENZA. - -Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le -mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza, -presso de’ loro inesperti judizî: non considerando le mie cose essere -nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera. - - -XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI -SCRITTORI. - -Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore -e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai -loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, -non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non -concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, -non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno -essere biasimati. - - -XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE -OPERE ALTRUI. - -È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e -’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e -trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio -alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno -per sè è qualche cosa, e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla -natura, perchè sono sol d’accidental [Sidenote: della parte caduca -dell’uomo, la figura esteriore] vestiti, e sanza il quale potrei -accompagnarli in fra li armenti delle bestie! - - -XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI. - -So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli -parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo -sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì -come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo: -— quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me -medesimo non vogliano concedere? - -Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di -che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da -esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra -di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i -casi allegherò. - - -XL. — REVERENZA DI LEONARDO PER GLI ANTICHI INVENTORI. - -_De’ cinque corpi regolari_.[125] Contro alcuni commentatori, che -biasimano li antichi inventori, donde nasceron le grammatiche e le -scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi -non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’ -libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor -maestri. - - -XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ. - -Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto -la memoria. - - -XLII. — SPONTANEITÀ DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA. - -Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più -laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza -lettere, che un bon litterato sanza naturale. - - -XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ. - -L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne. - - -XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE. - -Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non -passa per le matematiche dimostrazioni. - -E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente -abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni, -e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la -quale nulla dà di sè certezza. - - -XLV. — LA ESPERIENZA. - -La sapienza è figliola della sperienza. - - -XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL FALLANO I NOSTRI GIUDIZI, -PROMETTENDOSI DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA POTESTÀ. - -A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme -rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa -esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza, -la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a -impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo -quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente -esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde -dimostrazioni. - - -XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE DELL’EFFETTO ALLA CAUSA. - -La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi, -promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti -causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che -seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non -fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che -doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del -detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già -detto principio. - - -XLVIII. — LA CERTEZZA DELLE MATEMATICHE. - -Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione, -e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze, -colle quali s’impara uno eterno gridore. - - -XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ DELLA MATEMATICA. - -La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma -etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia. - - -L. — DELLE SCIENZE. - -Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze -matematiche, over che non sono unite con esse matematiche. - - -LI. — LEONARDO AL LETTORE. - -Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî. - - -LII. — DELLA MECCANICA. - -La _Meccanica_ è il paradiso delle scienze matematiche, perchè con -quella si viene al frutto matematico. - - -LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA. - -A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza. - - -LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA E LA RAGIONE. - -La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, -ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità -constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone, -oprare le ’nsegni. - - -LV. — LA DEDUZIONE. - -Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della -scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione. - - -LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO ALL’IGNOTO. - -Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è -necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante -li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà -di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l -vento. - - -LVII. — LA LEGGE DI NATURA DOMINA I FATTI. - -Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti -bisogna sperienza. - - -LVIII. — L’ESPERIENZA È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA. - -Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi -la ragione. - - -LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi -le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe -troppo semplice; e dirai così: sperienza. - - -LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI SI SCOPRONO LE CAUSE. - -Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè -mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione -dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare. - -E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali -hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e -termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè -cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella -investigare la ragione. - - -LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE E VARIARE LE CIRCOSTANZE. - -Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o -tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti. - - -LXII. — ESEMPIO DELLA PRECEDENTE REGOLA. - -_Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con -egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno -infra loro eguali_.[126] - -La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa -forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino -lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di -moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a -vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E -questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente -non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e -ch’ella ingannassi o no il suo speculatore. - - -LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA -RAGIONE AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA. - -_Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più, -proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre -acquistando velocità di moto_.[127] - -E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe quasi veloce come la immaginazione -o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per -conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che -infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce, -e infinito cammin si moverebbe (perchè _ogni quantità continua è -divisibile in infinito_). La qual opinione è dannata dalla ragione e -per conseguente dalla sperienza. - -Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’ -l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol -di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle -sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come -l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che -spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà, -come qui si dimostra. - - -LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI, -PERCHÈ IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA. - -Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del -quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti; -perchè ha così licenza tal particula d’acqua a levarsi in tanta -altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è -stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il -quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non -si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale -invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai -di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione -[Sidenote: raccolta, somma] insieme col capitale del frutto, che tu -possiedi.[128] - - -LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.[129] - -Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i -contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della -dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti. - -La _Prospettiva_ adunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e -discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata -dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto -della _Matematica_, quanto della _Fisica_, ornata co’ fiori dell’una e -dell’altra. - -Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione [Sidenote: -analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo, -secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni, -alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le -cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna, -che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si -degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della -luce. - - -LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE DAL SENSO. - -Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti. - - -LXVII. — CONSEGUENZA DEL PREDETTO PRINCIPIO. - -Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il -senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità -dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato. - - -LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO È IL CRITERIO DEL VERO. - -E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione -mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale -impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo -rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare -impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per -li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il -medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè -egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano [Sidenote: -s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi -per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu -compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non -potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e -tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo, -e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi! - - -LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA -DEI SENSI. - -Dicono quella cognizione esser _meccanica_, la quale è partorita -dall’esperienza, e quella esser _scientifica_, che nasce e finisce -nella mente, e quella esser _semimeccanica_, che nasce dalla scienza e -finisce nella operazione manuale. - -Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le -quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non -terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine -non passa per nessuno de’ cinque sensi. - -E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto -maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi, -come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre -si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la -ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe. -Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la -verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio -resta in eterno distrutto, e s’esso litigio risurge, è bugiarda e -confusa scienza e non certezza rinata. - -Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare -per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non -pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e -noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al -fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura, -dette _Aritmetica_ e _Geometria_, che trattano con somma verità della -quantità discontinua e continua. - -Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che -un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con -eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite -dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali. - -E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche, -imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il -medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le -quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’_Astrologia_ -e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali, -com’è la _Pittura_, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e -non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione. - -Della qual _Pittura_, li sua scientifici e veri principî prima -ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e -ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore, -corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali -solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia la -_Scienza della Pittura_, che resta nella mente de’ suoi contemplanti, -della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta -contemplazione o scienza. - - -LXX. — INGANNO DELLA MENTE ABBANDONATA A SÈ STESSA. - -Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio. - - -LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni. - - -LXXII. — CONTRO LA METAFISICA. - -Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son -confermate dalla isperienza. - - -LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI SULL’UOMO. - -L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso; -li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola -certezza, che la gran bugia. - - -LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO. - -_Sillogismo:_ parlar dubbioso. _Sofismo:_ parlare confuso, il falso per -lo vero. _Teorica:_ scienza sanza pratica. - - -LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA. - -La _Pittura_ s’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque -cosa creata dalla natura, e la _Filosofia_ penetra dentro alli medesimi -corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane -satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la -prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna. - - -LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI. - -Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli -elementi non è in podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son -noti.[130] - - -LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA -SFERICA. - -Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il -mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare -unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La -qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro -delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità -d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una -mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131] Ma di -questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire, -come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è -occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura. - - -LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO È UN’ASTRAZIONE MENTALE. - -Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non -tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in -atto. - - -LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ ABBRACCIARE COLLA RAGIONE. - -Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è -lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito, -perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce -ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha -termini. - - -LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -_De anima._ Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella, -poco si move la parte percossa. - -L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso; - -Per lunga distanza la voce in fra l’aria; - -Più lunga in fra ’l foco; - -Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in -fra lo ’nfinito. - - -LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE TRASCENDE LA MENTE UMANA. - -O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che -ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente -conduce; ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose, che son -disegnate dalla mente tua! - - -LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI DEI PROBLEMI INSOLUBILI. - -Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri -antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose -improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono -chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e -falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del -suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito -in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro. - - -LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE DELL’ANIMA. - -Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con -vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più -bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue -invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi, -quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi -mette dentro l’anima d’esso corpo componitore. - -Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli -corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle -menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno -tutti li segreti. - -Lascio star le lettere incoronate [Sidenote: i libri ecclesiastici e i -dogmi], perchè son somma verità. - - -LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI IMPAZIENTI.[132] - -Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo -amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa -cognizione. - -L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual -certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le -quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che -debbono essere amate. - -Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui -fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la -maggior parte delle cose, di che il tutto è composto? - -Gli è vero che la impazienza, madre della stoltizia, è quella che lauda -la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li -servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come -è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella -quale s’include l’universo, caratando [Sidenote: pesandola a carati] e -minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare. - -O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la -tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi, -cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi, -ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual -si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono; -e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle -cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare -per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu -hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi, -che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta -dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi -fiori e frutti. - -Come fece Giustino, abbreviatore delle _Storie_ scritto da Trogo -Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti -delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti; -— e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li -quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato -utilmente, cioè nelli studi delle _opere di natura_ e delle _cose -umane_. - -Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani, -sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro -correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la -fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti -limosina, come a lor tutore! - - -LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE NEL SUO STUDIO. - -Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il -pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando -è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente -apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene -riservate. - -E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un -solo compagno sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la -indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più -simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo, -io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle -cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti -fare, ch’assa’ [Sidenote: assai] spesso non prestassi orecchi alle -loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti -male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione -dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro -parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa -parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu -saresti pur solo? - - -LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE. - -Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio, -il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per -obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li -sono contrapposte. - -Adunque conoscendo tu, pittore, non poter essere bono se non se’ -universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità -delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le -vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l -tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or -questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e -scelte in fra le men bone. - -E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia, -dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo, -riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino -o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o -parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non -altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria. - - -LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO. - -Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e -parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di -qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il -quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quelli delle cose, che -se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura. - - -LXXXVIII. — CONSIGLIO. - -La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi, -quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli -appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse -regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre. - - -LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO NE’ PAESI. - -Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura -e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e -cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li -oppongono, e remoto da altre cure. - -E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando -l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale -è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua -ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro. - -E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la -quale si trasmuta in tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua -obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî, -e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che -infine non troverà più utile compagnia. - - -XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI. - -Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni -che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende -se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in -una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa -essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che -lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a -parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora, -se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado -a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza. - -E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere -vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di -quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria -e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e -veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la -diligenza, che la prestezza. - - -XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO. - -Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì -22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di -molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per -ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e -credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare -una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare, -perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: — -questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non -volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso -ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a -rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di -tempo allo scrivere da una volta all’altra. - - -XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE. - -Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale -aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè -Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo -e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme -coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di -Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [Sidenote: il foco], -spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque -ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia -bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane -forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra -gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi -alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, — -piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, -colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso -piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, -questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato -alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; -paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là -entro fussi alcuna miracolosa cosa. - - - - -PENSIERI SULLA NATURA. - - -I. — PROEMIO. - -Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto, -perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili -e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne -l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte -cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca -valetudine [Sidenote: valore, pregio]. - -Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti -compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per -le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal -premio, qual merita la cosa da me data. - - -II. — NATURA E SCIENZA. - -La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza. - - -III. — LEGGI NECESSARIE DOMINANO I FATTI DELLA NATURA. - -La necessità è maestra e tutrice della natura. - -La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna. - - -IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA POTENZA DELLA LORO CAGIONE È -NECESSARIA.[134] - -_Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari -potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido -smalto,_ [Sidenote: dal percuotere su un piano liscio e sodo] _quanto a -gettarlo libero per l’aria._ - -O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a -nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò -sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei, -e quella nel suo obbedire trova intoppo: hai ordinato, che la potenza -del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi -la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta -da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a -trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria. - - -V. — LE LEGGI DELLA NATURA SONO IMPRESCINDIBILI. - -Natura non rompe sua legge. - - -VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei -infusamente vive. - - -VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA NECESSARIAMENTE. - -Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno -effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento -della cagione. - - -VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA DELL’EFFETTO ALLA SUA -CAUSA.[135] - -(_Studiando la natura dell’occhio._) - -Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti -dell’universo son ridotte in un punto, e quel punto è di tanta -maraviglia! - -O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti -li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause! - -Questi sono li miracoli! - -Scrivi nella tua _Notomia_, come, in tanto minimo spazio, l’immagine -[Sidenote: visiva, che si forma nell’occhio] possa rinascere e -ricomporsi nella sua dilatazione. - - -IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA LEGGE. - -Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento -dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti -conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che -Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura! - -Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’ -gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor -dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita -tempesta, con gran busse [Sidenote: urti] e sommersione di navili, -con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e -sbigottiti pesci! - - -X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ. - -Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e -potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore; -il sole la svelle [Sidenote: fa evaporare] non per necessità, ma per -potenza. - - -XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO. - -Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di -perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia -subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte -della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito, -nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando -chiudere li occhi con sua coperchi [Sidenote: le palpebre] serrati con -somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando -ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro -al sospetto suo. - -Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo -col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo da esso dormiente -guardato, d’alcuna cosa non sia offeso. - - -XII. — PROVVIDENZIALITÀ DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO DELLA -PUPILLA. - -_La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son -le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le -rappresentano._ - -In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è -offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio, -e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a -similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel -che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra, -e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre -tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione. -E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare -e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione -delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le -rappresentano. - - -XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA. - -L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso. -E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la -natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano -a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali, -ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni, -donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca -sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: — -perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per -la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte -per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo -cibo. - - -XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI. - -L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede, -vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore -la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto -mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro -loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore, -che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo -di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote: -gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua. - - -XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI. - -Li timoni, creati nelli omeri [Sidenote: formati dall’omero dell’ala] -che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per -un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso -volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto -furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto. - - -XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE NELLE PIANTE. - -Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che -sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente, -se la regola non è impedita. - -E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè -nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella -dell’occhio [Sidenote: gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in -contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo, -possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella -concavità del nascimento di essa foglia. - -Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente, -l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li -cinque rami. - - -XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE. - -Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere. - - -XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde -il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo -la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione, -finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e -retorto. - - -XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO NATURALE TENDONO A RITORNARVI. - -Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito -ritornare, e massime foco, acqua e terra. - - -XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO. - -Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve. - - -XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE NEL SUO TUTTO. - -Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire -dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè, -sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire. - - -XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA. - -Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con -seco s’unisce, e fassi una cosa medesima. - -L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, -l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, -lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione. - -Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è -posato, lì si riposa. - -La cosa conosciuta col nostro intelletto.... - - -XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO. - -Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima. - - -XXIV. — LA STESSA. - -Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo -che sia possibile. - - -XXV. — ANCORA LA STESSA. - -Nessuna azion naturale si può abbreviare. - -Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che -trovar si possa. - - -XXVI. — LA NATURA È VARIABILE IN INFINITO. - -Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li -alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso -somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o -frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un -altro. - - -XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI. - -I bugiardi interpreti di natura affermano lo _argento vivo_ essere -comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia -le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al -mondo. - - -XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ DELLA NATURA. - -Se la natura avesse ferma [Sidenote: fatta, fissata] una sola regola -nella _qualità_ delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono -somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe -conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del -volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla loro -_grandezza_, lei non l’ha osservata nella _qualità_, in modo tale che -l’un dall’altro chiaramente conoscere si può. - - -XXIX. — PRECETTO AL PITTORE. - -Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle -figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose -cose, ch’appariscono nelle opere della natura, è che nissuna opera, in -qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia -l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi -alla varietà de’ lineamenti. - - -XXX. — PRECETTO. - -Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi -moti nelle medesime storie [Sidenote: nel medesimo insieme di figure, -episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi -essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere -replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza -ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello, -ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno -precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette -bellezze. - - -XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI. - -Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti -li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa, -e nulla si variano, se non in lunghezza o in grossezza, come sarà -dimostro nella _Notomia_; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte -varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola, -perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti. - - -XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA. - -Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile. - -Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza. - -Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione -fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del -sôno, fatto dal martello di tal campana percussore. - -Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del -moto [Sidenote: l’impeto] impresso nel mobile. - - -XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE. - -Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto. - - -XXXIV. — LA STESSA. - -Il moto è causa d’ogni vita. - - -XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA. - -Che cosa è la forza? - -Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la -quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata -e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso [Sidenote: la -quiete] ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza. - - -XXXVI. — LA STESSA. - -Che cosa è forza? - -Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile, -la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale -violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale. - - -XXXVII. — LA MATERIA È INERTE. - -Nessuna cosa insensata [Sidenote: materiale, senza vita e senza -sensitività] per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri. - - -XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA. - -L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo -mobile, il quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita. - - -XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA. - -Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la -linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando -[Sidenote: chiamo, denomino] principio. - - -XL. — ORIGINE DELLA FORZA. - -La forza da carestia o dovizia [Sidenote: cioè: disequilibrio di -potenze] è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote -del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito -nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con -essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove -essa forza generare si potesse. - -La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro -accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro -essere e lor morte. - -La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per -le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde, -ingrossati, essi muscoli si vengono a raccortare o trarsi dirieto i -nervi [Sidenote: nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui -si causa la forza per le membra umane. - -La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra -forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa -sarà di più lungo moto l’una che l’altra. - - -XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA. - -La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione, -son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere -de’ mortali hanno loro essere e loro morte. - - -XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA. - -Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre -si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in -lui si riserva. - - -XLIII. — ANCORA. - -Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare -un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudine d’un -pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo -si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi -al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo -vieterebbe. - - -XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA DELLE SFERE CELESTI.[136] - -_Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no._ - -Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà -fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li -circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati: -adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non -avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione -pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati, -si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni -giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il -sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o -niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor -confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbe non farsi sôno -nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono -politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi -e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si -genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura. - -Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini -di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che -inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi -più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si -fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a -settentrione. - - -XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ. - -La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in -elemento più lieve. - -Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in -elemento più grave. - -Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera. - - -XLVI. — LA STESSA. - -Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per -desiderio che esso corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è -per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè -tal peso. - - -XLVII. — LA STESSA. - -— Il peso perchè non resta nel suo sito? - -— Non resta perchè non ha resistenza. - -— E donde si moverà? - -— Moverassi inverso il centro. - -— E perchè non per altre linee? - -— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la -via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo. - -— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità? - -— Perchè non va — come insensibile [Sidenote: come cosa, che non ha -vita, nè moto proprio] — prima vagando per diverse linee. - - -XLVIII. — LAUDE DEL SOLE. - -Se guarderai le stelle, sanza razzi [Sidenote: senza quelle false -irradiazioni, che provengon dall’occhio] (come si fa a vederle per -un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e -quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere -tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramente la lunga -distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che -son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua. - -Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza, -e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e -latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio -tenebroso. - -Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali -dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra; -fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume -posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l -vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza. - - -XLIX. — SEGUE LA LAUDE. - -E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro. -Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che -dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo -punì di tal errore poco peccò. - -Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che -voglion laudare più lo adorare gli omini, che tal sole, non vedendo -nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo -lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono. -Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali -vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo, -come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto -adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han -fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande -quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la -qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e -putridi e corruttibili nelle loro sepolture. - -La _Spera_ e Marullo laudan con molti altri esso sole.[137] - - -L. — SEGUE. - -Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti -muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale -ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo -nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora -lui fosse fronte di tal parallelo, e per conseguenza non essere più -grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era -insensibile per la lunga distanza del sole. - -Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro -emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è -grande il sole quanto e’ pare.) - - -LI. — SEGUE. - -Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’ -pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna, -quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza -come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men -d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la -luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è -un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è -necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa, -che l’opaco causa d’essa piramide. - - -LII. — SEGUE. - -Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!... -E qui si potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto -grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una -misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di -ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento -braccia, che è un sesto di miglio. - -Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la -sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe -camminato venticinque braccia per ora! - - -LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO PER NATURA E NON PER VIRTÙ. - -Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di -foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere, -che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al -color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco. - - -LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già -s’è detto. — - -Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li -rifrette più caldi, che esso foco. - -La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi, -presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco. - -Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi, -avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per -virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in -questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per -virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il -che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere -caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo -freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi -caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole, -che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran -calore. - -Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore. - - -LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI NELLO SPAZIO. - -Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan -natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor -natura, e, per qualunque loco transparente essi passassino, è come -s’elli penetrassino altrettanta aria. - - -LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE O DA SÈ. - -Dicano [Sidenote: Sott.: gli scrittori, gli autori] di avere il lume -da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da -sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse -oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio -nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel -luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente -di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il -sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga -distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi -nostri. - -Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’ -sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del -sole all’occhio nostro. - -Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto -più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume da sè che l’ombra, -che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe -a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma -questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non -n’aggiugne [Sidenote: raggiunge, arriva] infra troppe stelle, quello -ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del -corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole. - - -LVII. — LA TERRA È UNA STELLA. - -Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi -simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo! - -E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li -autori. - - -LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO. - -Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua, -che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e -risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra -ancora lei essere stella. - - -LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA ESSERE UNA STELLA. - -In prima diffinisci l’occhio. - -Poi mostra come il battere [Sidenote: il tremolio della luce, del -fulgore escitizio delle stelle] d’alcuna stella viene dall’occhio; e -perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come -li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere -delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra -d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo -adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo -veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come -la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del -foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari -portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre -[Sidenote: tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo. - - -LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI. - -Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa, -mediante il sole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più -remoti pare stella; e quest’è provo. - - -LXI. — LA TERRA NON È CENTRO DELL’UNIVERSO. - -Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del -mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei; -e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi, -questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe -offizio, tal qual fa la luna a noi. - - -LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE. - -Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume -antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in -libro quarto: _De mundo e acque_. - - -LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA DELLA LUNA. - -1. Nessun lievissimo è opaco. - -2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve. - -3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no. - -E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi, -perchè non cade al centro de’ nostri elementi? - -E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque -ella è più lieve che altro elemento. - -E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non -traspare? - - -LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA. - -Nessun denso è più lieve che l’aria. - -Avendo noi provato come la parte della luna, che risplende è acqua, -che specchia il corpo del sole, la quale ci riflette lo splendore da -lui ricevuto, e come, se tale acqua fusse sanza onde, ch’ella picciola -si dimostrerebbe, ma di splendore quasi simile al sole; al presente -bisogna provare, se essa luna è corpo grave o lieve; imperocchè se -fusse grave, confessando che dalla terra in su in ogni grado d’altezza -s’acquista gradi di levità, — conciò sia che l’acqua è più lieve che -la terra; e l’aria che l’acqua, e ’l foco che l’aria e così seguitando -successivamente, — e’ parrebbe che, se la luna avesse densità, com’ella -ha, ch’ella avesse gravità e, avendo gravità, che lo spazio, ove -essa si trova, non la potesse sostenere, e per conseguenza avesse _a -discendere inverso il centro dell’universo e congiugnersi colla terra_, -e se non lei almanco le sue acque avessino a cadere, e spogliarla di -sè, e cadere inverso il centro, e lasciar di sè la luna spogliata -e sanza lustro; onde, non seguitando quel che di lei la ragione ci -promette, egli è manifesto segno, che tal luna è vestita de’ sua -elementi, cioè acqua, aria e foco, e così in sè per sè si sostenga in -quello spazio, come fa la nostra terra coi sua elementi in quest’altro -spazio, e che tale offizio facciano le cose gravi ne’ sua elementi, -qual fanno l’altre cose gravi nelli elementi nostri. - - -LXV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -La luna densa e grave come sta, la luna? - - -LXVI. — I MONDI GRAVITANO IN SENO AI PROPRI ELEMENTI. - -Il rossume ovver tuorlo dell’ovo sta in mezzo al suo albume sanza -discendere d’alcuna parte, ed è più lieve o più grave o eguale d’esso -albume; e, s’egli è più lieve, egli dovrebbe sorgere sopra tutto -l’albume e fermarsi in contatto della scorza d’esso uovo e, s’elli è -più grave dovrebbe discender, e, s’elli è eguale, così potrebbe stare -nell’un delli stremi come in mezzo o di sotto. - - -LXVII. — IL CALORE COME PRINCIPIO DELLA VITA. - -Il caldo è cagione del movimento dell’umido, e ’l freddo lo ferma, come -si vede la region fredda, che ferma i nuvoli nell’aria. - -Dov’è vita è calore; dov’è calore vitale è movimento d’omore. - - -LXVIII. — LA TERRA È UN GRANDE VIVENTE. - -Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o -razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno; -nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna -parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono -l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in -gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima -vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li -ordini delle collegazioni [Sidenote: aggregazioni] de’ sassi, di che -si compongono le montagne, il suo tenerume sono li tufi, il suo sangue -sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core, -è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue -per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l -caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la -residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi -della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon -Gibello di Sicilia e altri lochi assai. - - -LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO E DEL MONDO. COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE -L’ACQUA. - -L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso -nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra, -acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo -ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi -sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove -cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha -il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei -ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene, -che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano -empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo -della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al -proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non -v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono -necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili. - - -LXX. — L’ACQUA. - -Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto -di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son -costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati. - - -LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA DEL MONDO. - -L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna, -o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice -de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il -mancamento del versato umore, quivi con curioso [Sidenote: sollecito] -soccorso abbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si -vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle, -in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto [Sidenote: -contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata -nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza -somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa -non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita. - - -LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra -è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene, -contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li -umori in tutte le spezie de’ corpi animali. - - -LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI. - -L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural -calore si move. - - -LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE ALL’ACQUA. - -L’acqua è ’l vetturale della natura. - - -LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA. - -Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra -l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano -li letti delli lor corsi. - -La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor -corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica -nell’ultime bassezze delli lor moti. - -Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto -prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più -tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di -minore o maggior quantità. - -E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion -de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi, -dond’ella discorre. - - -LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE. - -Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo -del mare. - -Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si -consumano. - -Come i mediterranei scopriranno i lor fondi all’aria, e sol -riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale -correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di -tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano. - - -LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI. - -In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi, -colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco, -come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove -manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle -inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza -della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua -dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e -separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La -declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso -corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare, -universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi. - -Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le -nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità, -fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io -non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto, -che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare, -contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo. - - -LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE. - -O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli -hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti, -dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose -o ritorte interiora [Sidenote: Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal -tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude -ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte! - - -LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO. - -Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia -se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari -essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa -le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue -e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le -testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti -monti, lontani dalli mari d’allora. - - -LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [Sidenote: le conchiglie fossili] -MARINI.[138] - -Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli -mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per -causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu -che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse -chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del -mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le -radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli -[Sidenote: a strati, a strati]. - -E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti -marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono -da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque -insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio -animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua, -— e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove -s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo, -con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato -di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse -chi tenne conto d’esso tempo. - -E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza, -non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi, -confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti -monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o -di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili. - -E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti -e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano -da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si -cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove -non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati -dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a -dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi -fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti -separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango e non con ordinati gradi -a suoli, come alli nostri tempi si vede. - - -LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI SONO PER MOLTO SPAZIO E -NATI REMOTI DALLI MARI, PER LA NATURA DEL SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE -E INFLUISCE TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI. - -A costor si risponderà che s’è tale influenza [Sidenote: influsso -degli astri, atto a crear animali fossili] d’animali, non potrebbero -accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e -non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere -sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non -l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi -dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche -de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre -specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si -movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la -scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando; -non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, li quali alcuni -dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero -tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini -gittati non fussino. - -E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più -dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non -sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate -non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza. - -Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi -mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno -di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in -forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo -che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal -sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi -si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia, -e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto -Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo -lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa -dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra per -ispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il -suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la -quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li -fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde -segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran -monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno -di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di -Perugia. - -Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in -tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci, -che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico -li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali -in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme -coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si -cavano, son pieni di nicchi. - -Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della -Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè -a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè -nelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e -ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val -di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano. - -Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque, -che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare -inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo, -perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella -del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua -del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose -mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili -cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del -mare, tanto più si fa potente e grave che quella. - -Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra -terra, se quivi nati non fussino! - -Se tu mi dicessi il fiume Era [Sidenote: Loira], che passa per la -Francia, nell’accrescimento del mare [Sidenote: nel flusso o alta -marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran -pianura, e ’l mare s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a -trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si -risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non -fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia -poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese. - - -LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, CHE DICONO I NICCHI ESSER -PORTATI PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI MARI PER CAUSA DEL DILUVIO, -TANT’ALTO CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA. - -Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti, -se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi -sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe -vacuo. - -E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il -grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude, -esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte -esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se -elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non -li tirano a sè. - -E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò -essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi -dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non -si rimovono, se non per causa di percussion d’onda. - -E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo -provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel -fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare -del mare dal terreno tolto vicino alli liti. - -Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è -lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la -cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie -ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran -provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può -portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua. - -Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e -quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti -con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza -l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti -li altri nicchi, che stanno insieme a congregazione, essere trovati -tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno -dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo! - -E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra -le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a -significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando -fu tagliato lo stretto di Gibilterra. - -Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi -e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io -facevo il gran cavallo di Milano [Sidenote: la statua equestre a -Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica -da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era -assai delli conservati nella prima bontà.... - -Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni -[Sidenote: le profonde cave di macigno], li legnami delle travi -lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di -Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che -la litta [Sidenote: fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che -quivi copriva, fusse abbandonata in tant’altezza, e che le pianure del -Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di -lì sgomberato. - -E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili -lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa -tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi -s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne -vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si -cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano. - - -LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA -DEL PRESENTE. - -Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti -delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora -asciutte. - -Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è -petrificato il nicchio insieme col fango. - -Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali -fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio. - -Come altra setta d’ignoranti affermano la natura o i cieli averli -in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si -trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come -nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i -mesi della lor vita, come [Sidenote: allo stesso modo che] nelle corna -de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non -furono mai tagliate in alcuna parte! - -E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere -manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza -moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da -penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi. - -Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte -di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’ -liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del -mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra? - -Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di -pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricoperta da una -terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando? - -E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu -troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine -di molte. - -Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava -le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli -scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino -stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che -ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto. - -E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi -fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo -stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le -pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso -il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti -marittimi. - -E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’ -monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso -de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più -gravi di lui, e, se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe -lasciate in diversi lochi seminate. - -Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in -Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati [Sidenote: corrosi dal -tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla -corrente de’ fiumi? - -E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie -d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre -appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi -d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona -pastura, diventano cibo del predetto nicchio. - -Non si trova l’arena mista coll’aliga marina [Sidenote: l’alga marina] -essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E -di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe. - - -LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI. - -E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti -mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione -fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n -un medesimo sito? - -E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi [Sidenote: stratificata -e cementata in roccie] in diverse altezze delli monti, perchè quivi è -di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi -in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi -li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute, -ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le -condusse? - -Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate -[Sidenote: fossilizzate e improntate] nelli alti sassi di tal monte, -e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E -così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in -pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi. - - -LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO. - -Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno -s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece -il secondo! - - -LXXXVI. — DUBITAZIONE. - -Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di -Noè fu universale o no, e qui parrà di no per le ragioni, che si -assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu -composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal -pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se -così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra -terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte -egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua -trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che -l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella -non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui -è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non -andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per -soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che -tale acqua fu vaporata dal calor del sole. - - -LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139] - -Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’ -fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice -aria, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina -della terra [Sidenote: il corpo sferico della Terra, rammollito per le -assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento -del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I -fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più -leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante; -tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e -mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di -ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro -vita, e mancherà la generazione umana. - -A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida -e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre) -e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento -[Sidenote: continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la -fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del -foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il -termine della terrestre natura. - - -LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’ -MONTI. - -Perpetui son li bassi lochi del fondo del mare, e il contrario son le -cime de’ monti, sèguita che la terra si farà sperica e tutta coperta -dall’acque, e sarà inabitabile. - - -LXXXIX. — LE LEGGI MECCANICHE DOMINANO I FENOMENI INORGANICI E ORGANICI. - -La scienza strumentale, over macchinale, è nobilissima e sopra tutte -l’altre utilissima, conciò sia che mediante quella tutti li corpi -animati, che hanno moto fanno tutte loro operazioni; i quali moti -nascono dal centro della lor gravità, che è posto in mezzo a parti di -pesi diseguali, e ha questo carestia e dovizia di muscoli [Sidenote: -disequilibrio di forza nervosa] ed etiam lieva e contra lieva. - - -XC. — POSSIBILITÀ CHE HA L’UOMO D’IMITARE STRUMENTALMENTE L’UCCELLO -VOLANTE. - -L’uccello è strumento oprante per legge matematica, il quale strumento -è in potestà dell’omo poterlo fare con tutti li sua moti, ma non con -tanta potenza; ma solo s’astende nella potenza del bilicarsi. Adunque -direm che tale strumento, composto per l’omo, non li manca se non -l’anima dello uccello, la quale anima bisogna, che sia contraffatta -dall’anima dell’omo. - -L’anima alle membra delli uccelli, sanza dubbio, obbidirà meglio a’ -bisogni di quelle, che a quelle non farebbe l’anima dell’omo, da esse -separato, e massimamente ne’ moti di quasi insensibili bilicazioni; -ma poi che alle molte sensibili varietà di moti noi vediamo l’uccello -provvedere, noi possiamo, per tale esperienza, giudicare, che le forte -sensibili potranno essere note alla cognizione dell’omo, e che esso -largamente potrà provvedere alla ruina di quello strumento, del quale -lui s’è fatto anima e guida. - - -XCI. — RICORDO, CHE RITORNA ALL’ANIMA DEL VINCI MENTRE SCRIVE SUL VOLO -DEL NIBBIO. - -Questo scriver sì distintamente del nibbio par che sia mio destino, -perchè ne la prima ricordazione della mia infanzia e’ mi parea che, -essendo io in culla, che un nibbio venissi a me, e mi aprissi la bocca -colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle -labbra. - - -XCII. — PERCHÈ LI PICCOLI UCCELLI NON VOLANO IN GRANDE ALTEZZA, NÈ LI -GRANDI UCCELLI SI DILETTANO VOLARE IN BASSO. - -Nasce per causa che li piccoli uccelli, essendo sanza piume, non -reggano alla immensa freddezza della grande altura dell’aria, nella -quale [Sidenote: Sott.: vivono] li avvoltoi e le aquile e altri grossi -uccelli, ben piumosi e vestiti di molti gradi di penne. - -Ancora li uccelli piccoli, con deboli e scempie [Sidenote: sottili] -ali, si sostengano in questa aria bassa, che è grossa, e non si -sosterrebbono nell’aria sottile, che poco resista. - - -XCIII. — FACCIAMO NOSTRA VITA COLL’ALTRUI MORTE. - -In nella cosa morta riman vita dissensata, la quale, ricongiunta alli -stomachi dei vivi, ripiglia vita sensitiva e ’ntellettiva. - - -XCIV. — COME IL CORPO DELL’ANIMALE AL CONTINUO MORE E RINASCE. - -Il corpo di qualunque cosa, la qual si nutrica, al continuo more e al -continuo rinasce, perchè entrare non po’ nutrimento, se non in quelli -lochi, dove il passato nutrimento è spirato; e s’elli è spirato, elli -più non ha vita; e se tu non li rendi nutrimento eguale al nutrimento -partito, allora la vita manca di sua valetudine; e se tu li levi -esso nutrimento, la vita in tutto resta distrutta. Ma se tu ne rendi -tanto quanto se ne distrugge alla giornata, allora tanto rinasce di -vita, quanto se ne consuma, a similitudine del lume della candela col -nutrimento datoli dall’omore d’essa candela: il quale lume ancora lui -al continuo con velocissimo soccorso restaura di sotto, quanto di sopra -se ne consuma morendo; e di splendida luce si converte, morendo, in -tenebroso fumo, la qual morte è continua, siccome è continuo esso fumo, -e la continuità di tal fumo è eguale al continuato nutrimento; e in -istante tutto il lume è morto e tutto rigenerato, insieme col moto del -nutrimento suo. - - -XCV. — CIRCOLAZIONE DELLA MATERIA. - -L’omo e li animali sono proprio transito e condotto di cibo, sepoltura -di animali, albergo de’ morti, guaina di corruzione, facendo a sè vita -dell’altrui morte. - - -XCVI. — SULLO STESSO SOGGETTO. - -Guarda il lume e considera la sua bellezza. Batti l’occhio e -riguardalo: ciò che di lui tu redi, prima non era e, ciò che di lui -era, più non è. - -Chi è quel che lo rifa, se ’l fattore al continuo muore? - - -XCVII. — ANCORA SULLO STESSO SOGGETTO.[140] - -Anassagora. Ogni cosa vien da ogni cosa, ed ogni cosa si fa ogni cosa, -e ogni cosa torna in ogni cosa, perchè ciò ch’è nelli elementi è fatto -da essi elementi. - - -XCVIII. — SULLA ESISTENZA DELLA MORTE E DEL DOLORE NEL MONDO. - -La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele -matrigna che madre, o d’alcuni non matrigna, ma pietosa madre. - - -XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Perchè la natura non ordinò, che l’uno animale non vivesse della morte -dell’altro? - -La natura, essendo vaga e pigliando piacere del creare e fare continue -vite e forme, perchè conosce, che sono accrescimento della sua -terrestre materia, è volonterosa e più presta nel suo creare, che ’l -tempo col consumare, e però ha ordinato, che molti animali siano cibo -l’uno dell’altro: e, non soddisfacendo questo a simile desiderio, -spesso manda fuora certi avvelenati e pestilenti vapori, sopra le gran -moltiplicazioni e congregazioni d’animali e massime sopra gli omini, -che fanno grande accrescimento, perchè altri animali non si cibano di -loro; e tolte via le cagioni mancheranno li effetti. - -Adunque, questa terra cerca di mancare di sua vita, desiderando la -continua moltiplicazione. - -Per la tua assegnata e demonstrata ragione spesso li effetti somigliano -le loro cagioni: gli animali sono esemplo della vita mondiale. - - -C. — DESIDERIO DI DISFARSI NELLE COSE E NEGLI ESSERI. - -Or vedi, la speranza e ’l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel -primo caso [Sidenote: nello stato primitivo, anteriore alla nascita], -fa a similitudine della farfalla al lume, e l’uomo, che con continui -desideri sempre con festa aspetta la nuova primavera e sempre la nuova -state, sempre e nuovi mesi e nuovi anni, parendogli che le desiderate -cose, venendo, sieno troppo tarde, e’ non s’avvede, che desidera la sua -disfazione!... - -Ma questo desiderio è la quintessenza, spirito degli elementi, che, -trovandosi rinchiusa per l’anima dello umano corpo, desidera sempre -ritornare al suo mandatario. E vo’ che sappi, che questo medesimo -desiderio è quella quintessenza, compagnia della natura, e l’uomo è -modello dello mondo. - -E questo uomo ha una somma pazzia che sempre stenta per non stentare, -e la vita a lui fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica -acquistati. - - -CI. — COME I SENSI SONO OFFIZIALI DELL’ANIMA. - -L’anima pare risiedere nella parte judiziale [Sidenote: parte judiziale -= intelletto (qui e altrove)]; e la parte judiziale pare essere nel -loco, dove concorrono tutti i sensi, il quale è detto senso comune -[Sidenote: senso comune = cervello], e non è tutta per tutto il corpo, -come molti hanno creduto; anzi tutta in nella parte, imperocchè, se -ella fusse tutta per tutto e tutta in ogni parte, non era necessario -li strumenti de’ sensi fare in fra loro uno medesimo concorso a uno -solo loco, anzi bastava che l’occhio operasse l’uffizio del sentimento -sulla sua superfizie e non mandare, per la via delli nervi ottici, -la similitudine delle cose vedute al senso, chè l’anima, alla sopra -detta ragione, le poteva comprendere in essa superfizie dell’occhio. -E similmente al senso dell’udito bastava solamente la voce risonasse -nelle concave porosità dell’osso petroso, che sta dentro all’orecchio, -e non fare da esso osso al senso comune altro transito, dove essa -s’abbocca, e abbia a discorrere al comune giudizio. - -Il senso dell’odorato ancora lui si vede essere dalla necessità -costretto a concorrere a detto judizio; il tatto passa per le corde -forate [Sidenote: corde = nervi], ed è portato a esso senso, le quali -corde si vanno spargendo, con infinita ramificazione, in nella pelle, -che circonda le corporee membra e visceri. - -Le corde perforate portano il comandamento e sentimento delli membri -offiziali [Sidenote: membri offiziali = muscoli], le quali corde e -nervi, infra i muscoli e le coste, comandano a quelli il movimento; -quelli ubbidiscono e tale obbedienza si mette in atto collo sgonfiare, -imperocchè ’l sgonfiare raccorta le loro lunghezze e tirasi dirieto i -nervi [Sidenote: nervi = tendini], i quali si tessono per le particule -de’ membri, essendo infusi nelli stremi de’ diti, portano al senso la -cagione del loro contatto. - -I nervi coi loro muscoli servono alle corde, come i soldati a’ -condottieri, e le corde servono al senso comune come i condottieri -al capitano; adunque la giuntura delli ossi obbedisce al nervo, e ’l -nervo al muscolo e ’l muscolo alla corda e la corda al senso comune, e -’l senso comune è sedia dell’anima, e la memoria è sua munizione e la -imprensiva è sua referendaria. - - -CII. — MECCANISMO DELLA SENSAZIONE. - -Il senso comune è quello, che giudica le cose a lui date da li altri -sensi. - -Il senso comune è mosso mediante le cose a lui date da li cinque sensi. - -E essi sensi si movono mediante li obbietti, e questi obbietti, -mandando le lor similitudini a’ cinque sensi, da quelli son transferiti -alla imprensiva [Sidenote: imprensiva = sensitività e percezione] e -da quella al comune senso; e lì, sendo judicate, sono mandate alla -memoria, nella quale sono, mediante la loro potenza, più o meno -riservate. - -I cinque sensi sono questi: vedere, udire, toccare, gustare, odorare. - -Li antichi speculatori hanno concluso, che quella parte del giudizio, -che è data all’omo, sia causata da uno strumento, al quale riferiscano -li altri cinque, mediante la imprensiva, e a detto strumento hanno -posto nome senso comune, e dicano questo senso essere situato in mezzo -il capo. E questo nome di _senso comune_ dicano, solamente, perchè è -comune judice de li altri cinque sensi, cioè vedere, udire, toccare, -gustare e odorare. Il senso comune si move mediante la imprensiva, ch’è -posta in mezzo in fra lui e i sensi. La imprensiva si muove mediante -la similitudine delle cose a lei date da li strumenti superfiziali, -cioè i sensi, i quali sono posti in mezzo, infra le cose esteriori e -la imprensiva, e similmente i sensi si movano mediante li obbietti. -La similitudine delle circustanti cose mandano, le loro similitudine -a’ sensi, e’ sensi le trasferiscono alla imprensiva, la imprensiva la -manda al senso comune, e da quello sono stabilite nella memoria, e lì -sono più o meno ritenute, secondo la importanza o potenza della cosa -data. - -Quello senso è più veloce nel suo offizio, il quale è più vicino alla -imprensiva; il qual è l’occhio, superiore e principe de li altri, del -quale solo tratteremo, e li altri lascieremo, per non ci allungare -dalla nostra materia. - - -CIII. — SUI MOVIMENTI AUTOMATICI. - -La natura ha ordinati nell’omo i muscoli uffiziali, tiratori de’ nervi, -i quali possino movere le membra, secondo la volontà e desiderio del -comun senso, a similitudine delli uffiziali stribuiti da uno signore -per varie province e città, i quali in essi lochi rappresentano e -obbediscano alla volontà d’esso signore. E quello ufiziale, che più in -un solo caso abbi obbedito alle concessione fattoli di bocca dal suo -signore, farà poi per sè, nel medesimo caso, cosa, che non si partirà -dalla volontà d’esso signore. - -Così si vede spesse volte fare alle dita, che imparando, con somma -obbedienza, la cosa sopra uno strumento, le quali li sieno comandate -dal giudizio, dopo esso imparare, le sonerà sanza ch’esso giudizio -v’attenda. - -I muscoli, che movano le gambe, non fanno ancora l’offizio loro, sanza -che l’omo lo sappi? - - -CIV. — COME I NERVI OPERANO QUALCHE VOLTA PER LORO, SANZA COMANDAMENTO -DELLI ALTRI OFFIZIALI DELL’ANIMA. - -Questo chiaramente apparisce, imperocchè tu vedrai movere ai paralitici -e a’ freddolosi e assiderati le loro tremanti membra, come testa e -mani, sanza licenza dell’anima, la quale anima, con tutte sue forze, -non potrà vietare a essi membri che non tremino. Questo medesimo accade -nel malcaduco e ne’ membra tagliati, come code di lucierte. - - -CV. — COME L’UOMO TENDE A RIPRODURRE SÈ STESSO NELLE PROPRIE OPERE. - -Sommo difetto è de’ pittori replicare li medesimi moti, i medesimi -volti e maniere di panni in una medesima istoria, e fare la maggiore -parte de’ volti, che somigliano al loro maestro. La qual cosa m’ha -molte volte dato ammirazione, perchè n’ho conosciuto alcuno, che in -tutte le sue figure parea avervisi ritratto al naturale. E in quelle si -vede li atti e li modi del loro fattore. - -E, s’egli è pronto nel parlare e ne’ modi, le sue figure sono il simile -in prontitudine, e, se ’l maestro è divoto, il simile paiano le figure -con lor colli torti, e, se ’l maestro è dappoco, le sue figure paiono -la pigrizia ritratta al naturale, e, se ’l maestro è sproporzionato, -le figure sue son simili, e, s’egli è pazzo, nelle sue istorie si -dimostra largamente, le quali sono nemiche di conclusione e non stanno -attente alla loro operazione, anzi chi guarda in qua e chi in là, come -se sognassino; e così segue ciascun accidente in pittura il proprio -accidente del pittore. - -E avendo io più volte considerato la causa di tal difetto, mi pare, che -sia da giudicare, che quella anima, che regge e governa ciascun corpo, -si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio -nostro. Adunque ella ha condotto tutta la figura dell’omo, com’ella -ha giudicato quello stare bene, o col naso lungo o corto o camuso, e -così li ha fermo la sua altezza e figura, ed è di tanta potenza questo -tal giudizio ch’egli move le braccia al pittore, e fagli replicare se -medesimo, parendo a essa anima, che quello sia il vero modo di figurare -l’omo, e, chi non fa come lui, faccia errore. E, s’ella trova alcuno, -che simigli al suo corpo, ch’ell’ha composto, ella l’ama o s’innamora -di quello, e per questo molti s’innamorano e toglian moglie, che -simiglia a lui, e spesso li figlioli, che nascano di tali, simigliano -ai loro genitori. - - -CVI. — UN ISTINTO NATURALE DELL’UOMO LO GUIDA A CERCARE SÈ STESSO NELLE -COSE E NEGLI ESSERI. - -Deve il pittore fare la sua figura sopra la regola d’un corpo naturale, -il quale comunemente sia di proporzione laudabile; oltre di questo -far misurare sè medesimo e vedere, in che parte la sua persona varia -assai o poco da quella antidetta laudabile, e, fatta questa notizia, -deve riparare con tutto il suo studio, di non incorrere ne’ medesimi -mancamenti, nelle figure da lui operate, che nella persona sua si -trova. - -E sappi, che con questo vizio ti bisogna sommamente pugnare, conciò -sia ch’egli è mancamento, ch’è nato insieme col giudizio: perchè -l’anima maestra del tuo corpo è quella, ch’è il tuo proprio giudizio, -e volentieri si diletta nelle opere simili a quella, ch’ella operò nel -comporre del suo corpo. E di qui nasce, che non è si brutta figura di -femmina, che non trovi qualche amante — se già non fussi mostruosa. - -Sì che ricordati intendere i mancamenti, che sono nella tua persona, e -da quelli ti guarda nelle figure, che da te si compongono. - - -CVII. — CONSIGLIO AL PITTORE. - -Quel pittore, che arà goffe mani, le farà simili nelle sua opere, e -quel medesimo li ’nterverrà in qualunque membro, se ’l lungo studio -non glielo vieta. Adunque tu, pittore, guarda bene quella parte, che -hai più brutta nella tua persona, e ’n quella col tuo studio fa bono -riparo, imperò che, se sarai bestiale, le tue figure saranno il simile -e sanza ingegnio, e similmente ogni parte di bono e di tristo, che hai -in te, si dimostrerà in parte nelle tue figure. - - -CVIII. — SUGLI STESSI SOGGETTI. - -Questo accade, chè il giudicio nostro è quello, che move la mano alla -creazione de’ lineamenti d’esse figure, per diversi aspetti, insino -a tanto ch’esso si satisfaccia; e perchè esso giudicio è una delle -potenze dell’anima nostra, con quella essa compose la forma del corpo, -dov’essa abita, secondo il suo volere. Onde avendo co’ le inani a -rifare un corpo umano volontieri rifà quel corpo, di ch’essa fu prima -inventrice, e di qui nasce che, chi s’innamora, volentieri s’innamorano -di cose a loro simiglianti. - - -CIX. — SULLA NATURA DEI SENSI. - -Quattro sono le potenze: memoria e intelletto, lascibili e -concupiscibili [Sidenote: senso e desiderio]. - -Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali. - -De’ cinque sensi: vedere, udire, odorato sono di poca proibizione, -tatto e gusto no. - -L’odorato mena con seco il gusto nel cane e altri golosi animali. - - -CX. — PROBLEMA DEI SOGNI. - -Perchè vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni, che colla -imaginazione stando desto? - - -CXI. — GIUDIZI INCONSCIENTI. - -La pupilla dell’occhio, stante all’aria, in ogni grado di moti -fatti dal sole, muta gradi di magnitudine [Sidenote: si dilata o si -restringe]. - -E, in ogni grado di magnitudine, una medesima cosa veduta si dimostrerà -di diverse grandezze, benchè spesse volte il paragone delle cose -circostanti non lascino discernere tale mutazione d’una sola cosa, che -si risguardi. - - -CXII. — INGANNO DEI SENSI. - -L’occhio, nelle debite distanze e debiti mezzi, meno s’inganna nel -suo uffizio, che nissun altro senso, perchè (non) vede se non per -linee rette, che compongono la piramide [Sidenote: formata dal raggi -luminosi], che si fa base dell’obbietto, e la conduce a esso occhio, -come intendo provare. - -Ma l’orecchio forte s’inganna nelli siti e distanze delli suoi -obbietti, perchè non vengono le spezie [Sidenote: le onde sonore] a -lui per rette linee, come quelle dell’occhio, ma per linee tortuose e -riflesse, e molte sono le volte che le remote paiano più vicine, che le -propinque, mediante li transiti di tali spezie; benchè la voce di eco -sol per linee rette si riferisce a esso senso. - -L’odorato meno si certifica del sito, donde si causa un’odore; ma il -gusto e il tatto, che toccano l’obbietto, han sola notizia di esso -tatto. - - -CXIII. — SUL TEMPO. - -Benchè il tempo sia annumerato in fra le continue quantità, esso, -per essere invisibile e sanza corpo, non cade integralmente sotto la -geometrica potenza, la quale lo divide per figure e corpi d’infinita -varietà, come continuo nelle cose visibili e corporee far si vede; ma -sol co’ sua primi principî si conviene, cioè col punto e colla linia: -il punto nel tempo è da essere equiparato al suo istante, e la linea, -ha similitudine colla lunghezza d’una quantità d’un tempo, e, siccome i -punti son principio o fine della predetta linea, così li instanti son -termine e principio di qualunque dato spazio di tempo, e se la linea -è divisibile in infinito, lo spazio d’un tempo di tal divisione non è -alieno, e se le parti divise della linea sono proporzionabili infra sè, -ancora le parti del tempo saranno proporzionabili infra loro. - - -CXIV. — SUL CONCETTO DEL TEMPO. - -Scrivi la qualità del tempo separata dalla geometrica. - - -CXV. — SUL CONCETTO DEL NULLA. - -Il minore punto naturale è maggiore di tutti i punti matematici, -e questo si pruova perchè il punto naturale è quantità continua, -e ogni continuo è divisibile in infinito, e il punto matematico è -indivisibile, perchè non è quantità. - -Ogni quantità continua intellettualmente è divisibile in infinito. - -Infra le grandezze delle cose, che sono infra noi, l’essere del Nulla -tiene il principato, e ’l suo offizio s’estende infra le cose, che non -hanno l’essere, e la sua essenza risiede appresso del tempo, infra ’l -preterito e ’l futuro — e nulla possiede del presente. - -Questo Nulla ha la sua parte eguale al tutto e ’l tutto alla parte e ’l -divisibile allo indivisibile, e tal somma produce nella sua partizione -come nella multiplicazione e nel suo sommare quanto nel sottrarre, come -si dimostra appresso delli aritmetici dello suo decimo carattere, che -rappresenta esso Nulla [Sidenote: lo zero]. E la podestà sua non si -estende infra le cose di natura. - -[Quello che è detto Niente si ritrova solo nel tempo e nelle parole: -nel tempo si trova infra ’l preterito e ’l futuro, e nulla ritiene del -presente, e così, infra le parole, delle cose che si dicono, che non -sono o che sono impossibili.] - -Appresso del tempo il Nulla risiede infra ’l preterito e ’l futuro, -e niente possiede del presente, e apresso di natura e’ s’accompagna -infra le cose impossibili. Onde per quel ch’è detto e’ non ha l’essere, -imperò che, dove fusse il nulla, sarebbe dato il vacuo. - - - - -PENSIERI SULLA MORALE. - - -I. — GLI STUDI DI LEONARDO. - -Io scopro alli omini l’origine della prima o forse seconda cagione del -loro essere. - - -II. — PROEMIO DELLA SUA ANATOMIA. - -E tu, che dici esser meglio il vedere fare l’anatomia, che vedere tali -disegni, diresti bene, se fusse possibile vedere tutte queste cose, -che in tali disegni si dimostrano, in una sola figura; nella quale, -con tutto il tuo ingegno, non vedrai e non avrai la notizia, se non -d’alquante poche vene; delle quali io, per averne vera e piena notizia, -ho disfatti più di dieci corpi umani, distruggendo ogni altri membri, -consumando con minutissime particule tutta la carne, che d’intorno -a esse vene si trovava, sanza insanguinarle, se non d’insensibile -insanguinamento delle vene capillari. E un sol corpo non bastava a -tanto tempo, che bisognava procedere di mano in mano in tanti corpi, -che si finisca la intera cognizione; la qual replicai due volte per -vedere le differenze. - -E se tu avrai l’amore a tal cosa, tu sarai forse impedito dallo -stomaco; e se questo non ti impedisce, tu sarai forse impedito dalla -paura coll’abitare nelli tempi notturni in compagnia di tali morti -squadrati e scorticati, e spaventevoli a vederli; e se questo non -t’impedisce, forse ti mancherà il disegno bono, il quale s’appartiene a -tal figurazione. - -E se tu avrai il disegno, e’ non sarà accompagnato dalla prospettiva; -e se sarà accompagnato, e’ ti mancherà l’ordine delle dimostrazion -geometriche e l’ordine delle calculazion delle forze e valimento de’ -muscoli; e forse ti mancherà la pazienza, chè tu non sarai diligente. - -Delle quali, se in me tutte queste cose sono stato o no, i centoventi -libri da me composti ne daran sentenza del sì o del no, nelli quali non -sono stato impedito nè d’avarizia o negligenza, ma sol dal tempo. Vale. - - -III. — PASSAGGIO DALLA ANATOMIA ALL’ETICA. - -Adunque qui, con 12 figure intere, ti sarà mostro la Cosmografia del -minor mondo la struttura dell’uomo col medesimo ordine, che innanzi a -me fu fatto da Tolomeo nella sua _Cosmografia_. E così dividerò poi -quello in membra, come lui divise il tutto in provincie; e poi dirò -l’uffizio delle parti per ciascun verso, mettendoti dinanzi alli occhi -la notizia di tutta la figura e valitudine dell’omo, in quanto a moto -locale, mediante lo sue parti. - -E così piacesse al Nostro Autore, che io potessi dimostrare la natura -delli omini e loro costumi, nel modo che io descrivo la sua figura. - - -IV. — CONSEGUENZE ETICHE CHE DISCENDONO DAGLI STUDI ANATOMICI. - -E tu, o omo, che consideri in questa mia fatica l’opere mirabili della -natura, se giudicherai essere cosa nefanda il distruggerla, or pensa -essere cosa nefandissima il tôrre la vita all’omo; del quale, se questa -sua composizione ti pare di maraviglioso artifizio, pensa questa essere -nulla rispetto all’anima, che in tale architettura abita, e veramente, -quale essa si sia, ella è cosa divina: sicchè lasciala abitare nella -sua opera a suo beneplacito, o non volere che la tua ira o malignità -distrugga una tanta vita, chè veramente, chi non la stima, non la -merita. - -Poichè così mal volentieri si parte dal corpo, e ben credo, che ’l suo -pianto e dolore non sia sanza cagione. - - -V. — IL METODO SPERIMENTALE E SUE CONSEGUENZE SULL’AGIRE UMANO. - -Queste regole son cagione di farti conoscere il vero dal falso, la -qual cosa fa che li omini si promettano le cose possibili e con più -moderanza, e che tu non ti veli d’ignoranza, che farebbe, che, non -avendo effetto, tu t’abbi con disperazione a darti malinconia. - - -VI. — LIMITI IMPOSTI DA LEONARDO ALLA SCIENZA. - -Come molti stiano con istrumento alquanto sotto l’acqua; come e perchè -io non scrivo il mio modo di star sotto l’acqua, quanto io posso star -sanza mangiare; e questo non pubblico o divolgo per le male nature -delli omini, li quali userebbono li assassinamenti ne’ fondi de’ mari, -col rompere i navili in fondo, e sommergerli, insieme colli omini, -che vi son dentro, e benchè io insegni delli altri, quelli non son di -pericolo, perchè di sopra all’acqua apparisce la bocca della canna, -onde alitano, posta sopra otri o sughero. - - -VII. — CONTRO LA NECROMANZIA. - -Delli discorsi umani stoltissimo è da essere riputato quello, il qual -s’astende alla credulità della Negromanzia, sorella della Alchimia, -partoritrice delle cose semplici e naturali; ma è tanto più degna di -riprensione che l’Alchimia, quanto ella non partorisce alcuna cosa se -non simile a sè, cioè bugia. - -Il che non interviene nella Alchimia, la quale è ministratrice de’ -semplici prodotti della natura; il quale uffizio fatto esser non può -da essa natura, perchè in lei non sono strumenti organici, colli quali -essa possa operare quel che adopera l’uomo mediante le mani, che in -tale uffizio ha fatti i vetri ecc. - -Ma essa Negromanzia, stendardo e vero bandiera volante mossa dal vento, -è guidatrice della stolta moltitudine, la quale al continuo testimonia, -collo abbaiamento, l’infiniti effetti di tale arte; e vanno empiuti -i libri, affermando che l’incanti e spiriti adoperino, e sanza lingua -parlino, e sanza strumenti organici, sanza i quali parlar non si può, -parlino, e portino gravissimi pesi, faccino tempestare e piovere, e che -li omini si convertino in gatti, lupi e altre bestie, benchè in bestia -prima entran quelli, che tal cosa affermano. - -E certo se tale Negromanzia fusse in essere, come dalli bassi ingegni -è creduto, nessuna cosa è sopra la terra, che al danno e servizio -dell’omo fusse di tanta valetudine: perchè, se fusse vero che in tale -arte si avesse potenza di far turbare la tranquilla serenità dell’aria, -convertendo quella in notturno aspetto, e far le corruscazioni o venti, -con spaventevoli toni e folgori scorrenti infra le tenebre, e con -impetuosi venti ruinare li alti edifizi, e diradicare le selve, e con -quelle percuotere li eserciti, e quelli rompendo e atterrando, e oltr’a -questo le dannose tempeste privando li cultori del premio delle lor -fatiche: — o qual modo di guerra può essere, che con tanto danno possa -offendere il suo nemico di aver podestà di privarlo delle sue raccolte? -qual battaglia marittima può essere, che si assomigli a quella di -colui, che comanda alli venti, e fa le fortune rovinose e sommergitrici -di qualunque armata? Certo quel che comanda a tali impetuose potenze -sarà signore delli popoli, e nessuno umano ingegno potrà resistere -alle sue dannose forze. Li occulti tesori e gemme riposti nel corpo -della terra fieno a costui tutti manifesti. Questo si farà portare -per l’aria dall’oriente all’occidente e per tutti li oppositi aspetti -dell’universo.... - -Ma perchè mi voglio più oltre estendere? qual è quella cosa, che per -tale artifizio far non si possa? — quasi nessuna, eccetto il levarsi la -morte. — E s’ell’è vera, perchè non è restata infra li omini, che tanto -la desiderano, non avendo riguardo a nessuna deità? - -E so che infiniti ce n’è, che, per soddisfare a un suo appetito, -ruinerebbero Iddio con tutto l’universo. - -E, s’ella non è rimasta infra li omini, essendo a lui tanto necessaria, -essa non fu mai, nè mai è per dovere essere: per la deffinizion dello -spirito, il quale è invisibile in corpo; e dentro alli elementi non -sono cose incorporee, perchè dove non è corpo è vacuo, e ’l vacuo -non si dà dentro alli elementi, perchè subito sarebbe dall’elemento -riempiuto. - - -VIII. — DELLI SPIRITI. - -Abbiamo insin qui dirieto a questa faccia detto, come la diffinizion -dello spirito è: — una potenza congiunta al corpo, perchè per sè -medesimo reggere non si può, nè pigliare alcuna sorte di moto locale. -— E se tu dirai che per sè si regga; questo essere non può, dentro -alli elementi, perchè, se lo spirito è quantità incorporea, questa tal -quantità è detta vacuo, e il vacuo non si dà in natura, e, dato che si -desse, sùbito sarebbe riempiuto dalla ruina di quell’elemento, nel qual -il vacuo si generasse. - -Adunque, per la deffinizione del peso, che dice: — la gravità è -una potenza accidentale, creata d’alcuno elemento tirato o sospinto -nell’altro; — sèguita, che nessuno elemento non pesando nel medesimo -elemento, e’ pesa nell’elemento superiore, ch’è più lieve di lui, come -si vede: la parte dell’acqua non ha gravità o levità più che l’altra -acqua, ma se tu la tirerai nell’aria, allora ella acquisterà gravezza, -la qual gravezza per sè sostener non si può; onde li è necessario -la ruina, e così cade infra l’acqua in quel loco, ch’è vacuo d’essa -acqua. Tale accaderebbe nello spirito, stando infra li elementi, che al -continuo genererebbe vacuo in quel tale elemento, dove lui si trovasse, -per la qual cosa li sarebbe necessario la continua fuga inverso il -celo, insinchè uscito fusse di tali elementi. - - -IX. — SE LO SPIRITO TIENE CORPO INFRA LI ELEMENTI. - -Abbiam provato, come lo spirito non può per sè stare infra li elementi, -sanza corpo, nè per sè si può movere, per moto volontario, se non è -allo in su. Ma al presente diremo, come, pigliando corpo d’aria tale -spirito, è necessario che s’infonda infra essa aria, perchè s’elli -stesse unito, e’ sarebbe separato, e caderebbe alla generazion del -vacuo, come di sopra è detto. Adunque è necessario che, a volere -restare infra l’aria, che esso s’infonda in una quantità d’aria, e, -se si mista [Sidenote: si mescola, si unisce] coll’aria, elli seguita -due inconvenienti, cioè, che elli levifica [Sidenote: rende leggera] -quella quantità dell’aria, dove esso si mista, per la qual cosa l’aria -levificata per sè vola in alto, e non resta infra l’aria più grossa -di lei; e oltre a questo tal virtù spirituale sparsa si disunisce, e -altera sua natura, per la qual cosa esso manca della prima virtù. - -Aggiugnesi un terzo inconveniente, e questo è, che tal corpo d’aria, -preso dallo spirito, è sottoposto alla penetrazion dei venti, li quali -al continuo disuniscono e stracciano le parti unite dell’aria, quelle -rivolgendo e raggirando infra l’altra aria. Adunque lo spirito in tale -aria infuso, sarebbe smembrato, o vero sbranato e rotto, insieme collo -sbranamento dell’aria, nella qual s’infuse. - - -X. — SE LO SPIRITO, AVENDO PRESO CORPO D’ARIA, SI PUÒ PER SÈ MUOVERE O -NO. - -Impossibile è che lo spirito, infuso a una quantità d’aria, possa -movere essa aria; e questo si manifesta per la passata, dove dice: — lo -spirito levifica quella quantità dell’aria, nella quale esso s’infonde. -— Adunque tale aria si leverà in alto sopra l’altra aria, e sarà moto -fatto dell’aria per la sua levità e non per moto volontario dello -spirito e, se tale aria si scontra nel vento, per la 3ª di questo, essa -aria sarà mossa dal vento e non dallo spirito, in lei infuso. - - -XI. — SE LO SPIRITO PUÒ PARLARE O NO. - -Volendo mostrare, se lo spirito può parlare o no, è necessario in prima -definire che cosa è voce, e come si genera: e diremo in questo modo: — -_la voce è movimento d’aria confricata in corpo denso o ’l corpo denso -confricato nell’aria (che è il medesimo), la qual confricazione di -denso con raro condensa il raro, e fassi resistenza; e ancora il veloce -raro nel tardo raro si condensano l’uno e l’altro ne’ contatti, e fanno -suono e grandissimo strepito._ — È il suono, overo mormorio, fatto -dal raro che si muove nel raro, con mediocre movimento, come la gran -fiamma, generatrice di suoni infra l’aria; è il grandissimo strepito -fatto di raro con raro, quando il veloce raro penetra in mobile raro, -come la fiamma del foco uscita dalla bombarda e percossa infra l’aria, -e ancora la fiamma uscita dal nuvolo, (che) percuote l’aria nella -generazion delle saette. - -Adunque diremo, che lo spirito non possa generar voce sanza movimento -d’aria, e aria in lui non è, nè la può cacciare da sè, se egli -non l’ha; e se vol movere quella, nella quale lui è infuso, egli è -necessario che lo spirito moltiplichi, e moltiplicar non può, se lui -non ha quantità, per la 4ª che dice: — nessuno raro si move, se non -ha loco stabile, donde lui pigli movimento, e massimamente avendosi -a movere lo elemento nello elemento, il quale non si move da sè, se -non per vaporazione [Sidenote: effusione] uniforme al centro della -cosa vaporata, come accade nella spugna ristretta nella mano, che sta -sotto l’acqua, dalla qual l’acqua fugge, per qualunque verso, con egual -movimento per le fessure interposte infra le dita della man, che dentro -a sè la strignie. — - -Se lo spirito ha voce articulata, e se lo spirito può essere audito. - -E che cosa è audire e vedere: l’onda della voce va per l’aria, come le -spezie delli obbietti vanno all’occhio. - - -XII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -O matematici fate lume a tale errore! - -Lo spirito non ha voce, perchè dov’è voce è corpo, e dove è corpo è -occupazion di loco, il quale impedisco all’occhio il vedere delle -cose poste dopo tale loco: adunque tal corpo empie di sè tutta -la circostante aria, cioè con le sua spezie [Sidenote: colle sue -immagini]. - - -XIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -Non po’ essere voce, dove non è movimento o percussione d’aria, non po’ -essere percussione d’essa aria, dove non è strumento, non po’ essere -strumento incorporeo. Essendo così, uno spirito non po’ avere nè voce, -nè forma, nè forza, e, se piglierà corpo, non potrà penetrare, nè -entrare, dove li usci sono serrati. E se alcuno dicessi: — per aria -congregata e ristretta insieme lo spirito piglia i corpi di varie -forme, e per quello strumento parla e move con forza; — a questa parte -dico, che, dove non è nervi e ossa, non po’ essere forza operata, in -nessuno movimento, fatto da gl’imaginati spiriti. - - -XIV. — STUDI SULLA FISONOMIA. - -Della fallace Fisonomia e Chiromanzia non mi astenderò, perchè in loro -non è verità, e questo si manifesta, perchè tali chimere non hanno -fondamenti scientifici. - -Ver è che li segni de’ volti mostrano in parte la natura degli uomini, -li lor vizi e complessioni [Sidenote: temperamenti], ma nel volto: - -_a_) Li segni, che separano le guance da’ labbri della bocca, e le nari -del naso, e casse degli occhi, sono evidenti, se sono uomini allegri -e spesso ridenti; e quelli, che poco li segnano, sono uomini operatori -della cogitazione. - -_b_) E quelli, ch’hanno le parti del viso di gran rilievo e profondità, -sono uomini bestiali e iracondi, con poca ragione. - -_c_) E quelli, ch’hanno le linee interposte infra le ciglia forte -evidenti, sono iracondi. - -_d_) E quelli, che hanno le linee trasversali della fronte forte -lineate, sono uomini copiosi di lamentazioni occulte o palesi. — E così -si po’ dire di molte parti. — - -Ma della mano? Tu troverai grandissimi eserciti essere morti ’n una -medesima ora di coltello, che nessun segno della mano è simile l’uno -all’altro; e così in un naufragio. - - -XV. — CONTRO I RICERCATORI DEL MOTO PERPETUO. - -L’acqua, che pel fiume si move, o ell’è chiamata, o ell’è cacciata, o -ella si move da sè; s’ella è chiamata, o vo’ dire addimandata, quale -è esso addimandatore? s’ella è cacciata, chi è quel che la caccia? -s’ella si move da sè, ella mostra d’avere discorso: il che nelli corpi -di continua mutazione di forma è impossibile avere discorso, perchè in -tali corpi non è giudizio [Sidenote: coscienza]. - - -XVI. — SEGUE. - -L’acqua da sè non ha fermezza, e da sè non si move, s’ella non discende. - -L’acqua per sè non si ferma, s’ella non è contenuta. - - -XVII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO. - -O speculatori dello continuo moto quanti vani disegni, in simile cerca, -avete creato! accompagnatevi colli cercatori dell’oro. - - -XVIII. — AVVERTIMENTO. - -Non si debbe desiderare lo impossibile. - - -XIX. — CONTRO LE SCIENZE OCCULTE. - -Voglio far miracoli! Abbi men che li altri omini più quieti: e quelli, -che vogliono arricchirsi in un dì, vivon del lungo tempo in gran -povertà, come interviene e interverrà in eterno alli alchimisti, -cercatori di creare oro e argento, e all’ingegnieri, che vogliono che -l’acqua morta dia vita motiva a sè medesima con continuo moto, e al -sommo stolto negromante e incantatore. - - -XX. — CONTRO I MEDICI. - -Omini son eletti per medici di malattie da loro non conosciute. - - -XXI. — ANCORA. - -Ogni omo desidera far capitale per dare a’ medici, destruttori di vite. - -Adunque devono esser ricchi. - - -XXII. — ANCORA. - -E ingegnati di conservare la sanità, la qual cosa tanto più ti -riuscirà, quanto più da’ fisici [Sidenote: medici] ti guarderai, perchè -le sue composizioni son di specie d’Alchimia, della quale non è men -numero di libri, ch’esista di Medicina. - - -XXIII. — FUNZIONE DEL DOLORE NELLA VITA ANIMALE. - -La natura ha posto, nel moto dell’omo, tutte quelle parti dinanzi, le -quali percotendo, l’orno abbia a sentire doglia; e questo si sente ne’ -fusi delle gambe e nella fronte e naso: ed è fatto a conservazione -dell’omo, inperó che, se tale dolore non fussi preparato in essi -membri, certo le molte percussioni, in tali membra ricevute, sarebbero -causa della lor destruzione. - - -XXIV. — PERCHÈ LE PIANTE NON HANNO IL DOLORE. - -Se la natura ha ordinato la doglia, nell’anime vegetative col moto -[Sidenote: gli animali], per conservazione delli strumenti, i quali -pel moto si potrebbono diminuire e guastare; l’anime vegetative sanza -moto [Sidenote: le piante] non hanno a percotere ne’ contra sè posti -obietti, onde la doglia non è necessaria nelle piante, onde rompendole -non sentono dolore, come quelle delli animali. - - -XXV. — FUNZIONE DELLE PASSIONI A CONSERVAZION DELLA VITA. - -Lussuria è causa della generazione. - -Gola è mantenimento della vita. - -Paura over timore è prolungamento di vita. - -Dolore è salvamento dello strumento. - - -XXVI. — ANIMOSITÀ E PAURA. - -Sì come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è sicurtà di -quella. - - -XXVII. — IL CORPO È SPECCHIO DELL’ANIMA. - -Chi vole vedere come l’anima abita nel suo corpo, guardi come esso -corpo usa la sua cotidiana abitazione; cioè, se quella è sanza ordine e -confusa, disordinato e confuso fia il corpo tenuto dalla su’ anima. - - -XXVIII. — INDIPENDENZA DELL’ANIMA DALLA MATERIA CORPOREA. - -L’anima mai si può corrompere nella corruzione del corpo, ma fa -a similitudine del vento, ch’è causa del sono dell’organo, che, -guastandosi una canna, non resultava per quella del vôto buono effetto. - - -XXIX. — LA MEMORIA. - -Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ’l sommo -danno, cioè la morte, che uccide essa ricordazione insieme colla vita. - - -XXX. — LO SPIRITO È DOMINATORE. - -Il corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo -spirito. - - -XXXI. — RAGIONE E SENSO. - -I sensi sono terrestri, e la ragione sta fuori di quelli, quando -contempla. - - -XXXII. — SENTIMENTO E MARTIRIO. - -Dov’è più sentimento, lì è più, ne’ martiri, gran martire. - - -XXXIII. — LA VIRTÙ È IL VERO BENE DELL’UOMO. - -Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere, la virtù è vero -nostro bene, ed è vero premio del suo possessore: lei non si può -perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia; le robe -e le esterne dovizie sempre le tieni con timore, e ispesso lasciano con -iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo la possessione. - - -XXXIV. — LA BREVITÀ DEL TEMPO È UNA ILLUSIONE DELLA MENTE. - -A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di -troppa velocità, non s’accorgendo quello esser di bastevole transito; -ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa -lungamente passata ci pare esser presente. - - -XXXV. — ILLUSIONI DELLA MENTE E DEL SENSO. - -Il giudizio nostro non giudica le cose, fatte in varie distanzie di -tempo, nelle debite e proprie lor distanzie, perchè molte cose passate -di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose -vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù; -e così fa l’occhio infra le cose distanti, che, per essere alluminate -dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano -distanti. - - -XXXVI. — IDEANDO UN OROLOGIO A PIOMBO. - -Non ci manca modi, nè vie di compartire e misurare questi nostri miseri -giorni, i quali ci debba ancor piacere di non ispenderli e trapassargli -indarno e sanza alcuna loda, e sanza lasciare di sè alcuna memoria -nelle menti de’ mortali. Acciò che questo nostro misero corso non -trapassi indarno. - - -XXXVII. — LA VITA VIRTUOSA. - -L’età, che vola, discorre [Sidenote: scorre] nascostamente, e inganna -altrui; e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama -raccoglie. - - -XXXVIII. — EPIGRAMMA. - -O dormiente, che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine colla morte; -o perchè non fai adunque tale opra, che, dopo la morte, tu abbi -similitudine di perfetto vivo, che, vivendo, farti, col sonno, simile -ai tristi morti? - - -XXXIX. — L’ATTIMO È FUGGEVOLE. - -L’acqua, che tocchi de’ fiumi, è l’ultima di quella che andò e la prima -di quella che viene: così il tempo presente. - - -XL. — NOBILTÀ DEL LAVORO. - -La vita bene spesa lunga è. - - -XLI. — LA VITA LABORIOSA. - -Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene -usata dà lieto morire. - - -XLII. — IL TEMPO DISTRUGGITORE. - -O tempo, consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, tu -distruggi tutte le cose! e consumate tutte le cose dai duri denti -della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte! Elena, quando -si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso, fatte per la -vecchiezza, piagne e pensa seco, perchè fu rapita due volte. - -O tempo consumatore delle cose, e o invidiosa antichità, per la quale -tutte le (cose) sono consumate! - - -XLIII. — DI QUELLI CHE BIASIMANO CHI DISEGNA ALLE FESTE E CHI ’NVESTIGA -L’OPERE DI DIO. - -Sono infra ’l numero delli stolti una certa setta detti ipocriti, -ch’al continuo studiano d’ingannare sè e altri, ma più altri, che -sè: ma invero ingannano più loro stessi, che gli altri. E questi -son quelli, che riprendono li pittori, li quali studiano li giorni -delle feste, nelle cose appartenenti alla vera cognizione di tutte le -figure, ch’hanno le opere di Natura, e, con sollecitudine, s’ingegnano -d’acquistare la cognizione di quelle, quanto a loro sia possibile. - -Ma tacciano tali reprensori, chè questo è ’l modo di conoscere -l’Operatore di tante mirabili cose, e quest’è ’l modo d’amare un tanto -Inventore! Che ’nvero il grande amore nasce dalla gran cognizione della -cosa, che si ama: e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai -amare; e se tu l’ami per il bene, che t’aspetti da lei, e non per la -somma sua virtù, tu fai come ’l cane, che mena la coda, e fa festa, -alzandosi verso colui, che li po’ dare un osso. Ma se conoscesse la -virtù di tale omo, l’amarebbe assai più — se tal virtù fussi al suo -proposito. - - -XLIV. — PREGHIERA. - -Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore, che ragionevolmente portare -ti debbo, secondariamente, chè tu sai abbreviare o prolungare la vita -alli omini. - - -XLV. — ORAZIONE. - -Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di fatica. - - -XLVI. — CONTRO I CATTIVI RELIGIOSI. - -E molti fecen bottega, ingannando la stolta moltitudine, e, se nessun -si scoprìa conoscitore de’ loro inganni, essi gli puniano. - - -XLVII. — ANCORA. - -Farisei frati santi vol dire. - - -XLVIII. — TUTTO È STATO DETTO.[141] - -Nulla può essere scritto per nuovo ricercare. - - -XLIX. — COMPARAZIONE DELLA PAZIENZA. - -La pazienza fa contra alle ingiurie non altrimenti che si faccino i -panni contra del freddo; imperò che, se ti multiplicherai di panni -secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; -similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie -offendere non ti potranno la tua mente. - - -L. — CONSIGLI AL PARLATORE. - -Sempre le parole, che non soddisfano all’orecchio dello auditore, li -danno tedio over rincrescimento: e ’l segno di ciò vedrai, spesse volte -tali auditori essere copiosi di sbadigli. Adunque tu, che parli dinanzi -a omini, di chi tu cerchi benivolenza, quando tu vedi tali prodigi -di rincrescimento, abbrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento; -e se altramente farai, allora, in loco della desiderata grazia, tu -acquisterai odio e inimicizia. - -E se vuoi vedere di quel che un si diletta, sanza udirlo parlare, -parla a lui mutando diversi ragionamenti, e quel dove tu lo vedi stare -intento, sanza sbadigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie -azioni, sta certo che quella cosa, di che si parla, è quella, di che -lui si diletta. - - -LI. — CONSIGLIO, MISERIA E GIUDIZIO. - -Ecci una cosa, che, quanto più se n’ha bisogno, più si rifiuta; e -questo è il consiglio, mal volontieri ascoltato, da chi ha più bisogno, -cioè dagl’ignoranti. - -Ecci una cosa, che, quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te -l’avvicini; e questo è la miseria, che quanto più la fuggi, più ti -farai misero e sanza riposo. - -Quando l’opera sia pari col giudizio, quello è tristo segno, in quel -giudizio; e quando l’opera supera il giudizio, questo è pessimo, -com’accade a chi si maraviglia d’avere sì ben operato; e quando il -giudizio supera l’opera, questo è perfetto segno; e se gli è giovane, -in tal disposizione, sanza dubbio questo fia eccellente operatore, ma -fia componitore di poche opere. Ma fieno di qualità, che fermeranno gli -uomini con admirazione, a contemplar le sue perfezioni. - - -LII. — SENTENZE, PROVERBI E SIMBOLI. - -Nessuna cosa è da temere più che la sozza fama. - -Questa sozza fama è nata da’ vizi. - -Comparazione. Un vaso rotto crudo, rotto, si può riformare, ma il cotto -no. - -Il vôto nasce, quando la speranza more. - -Non è sempre bono quel ch’è bello.... E in questo errore sono i belli -parlatori, sanza alcuna sentenza. - -Chi vuole essere ricco in un dì, è impiccato in un anno. - -La memoria de’ beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile. - -Reprendi l’amico in segreto, e laudalo in palese. - -Chi teme i pericoli, non perisce per quegli. - -Tale è ’l mal, che non mi noce, quale è ’l ben, che non mi giova. - -Chi altri offende, sé non sicura. - -Non essere bugiardo del preterito. - -La stoltizia è scudo della menzogna, come la improntitudine della -povertà. - -Dov’è libertà, non è regola. - -Ecci una cosa quanto più so n’ha di bisogno manco si stima, è il -consiglio. - -Mal fai se laudi e peggio se riprendi la cosa, quando ben tu non la -intendi. - -Ti ghiacciano le parole in bocca, e faresti gelatina in Mongibello. - -Le minaccie solo sono arme dello imminacciato. - -Dimanda consiglio a chi ben si corregge. - -Giustizia vol potenza, intelligenza e volontà, e si assomiglia al re -delle ave. - -Chi non punisce il male, comanda che si facci. - -Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde. - -Chi cava la fossa, quella gli ruina addosso. - -Chi non raffrena la voluttà, con le bestie s’accompagni. - -Non si po’ avere maggior nè minore signoria, che quella di sè medesimo. - -Chi poco pensa, molto erra. - -Più facilmente si contesta al principio, che al fine. - -Nessuno consiglio è più leale, che quello che si dà dalle navi, che -sono in pericolo. - -Aspetti danno quel, che si regge per giovane in consiglio. - -Tu cresci in reputazione, come il pane in mano a’ putti. - -Non po’ essere bellezza e utilità? come appare nelle fortezze e nelli -omini. - -Chi non teme, spesso è pien di danni spesso si pente. - -Se tu avessi il corpo secondo la virtù, tu non caperesti [Sidenote: non -saresti contenuto, non vivresti] in questo mondo. - -Dov’entra la ventura, la ’nvidia vi pone lo assedio, e la combatte; e -dond’ella si parte, vi lascia il dolore e pentimento. - -Le bellezze con le bruttezze paiono più potenti l’una per l’altra. - -Raro cade chi ben cammina. - -Oh miseria umana, di quante cose per danari ti fai servo! - -Sommo danno è, quando l’opinione avanza l’opera. - -Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire male d’un bono. - -La verità fa qui, che la bugia affligga le lingue bugiarde. - -Chi non stima la vita, non la merita. - -Cosa bella mortal passa e non dura. - -Fatica fugge, colla fama in braccio, quasi occultata. - -L’oro in verghe, s’affinisce nel foco. - -Spola: tanto mi moverò che la tela fia finita. - -Ogni torto si dirizza. - -Di lieve cosa nasciesi gran ruina. - -Al cimento si conosce il fine oro. - -Tal fia il getto, qual fia la stampa. - -Chi scalza il muro, quello gli cade addosso. - -Chi taglia la pianta, quella si vendica colla sua ruina. - -L’edera è di lunga vita. - -Al traditore la morte è vita, perchè, se usa gli altri, non gli è -creduto. - -Quando fortuna viene, prendil’a man salva, dinanzi dico, perchè dirieto -è calva. - -Constanzia: non chi comincia, ma quel che persevera. - -Impedimento non mi piega. - -Ogni impedimento è distrutto dal rigore. - -Non si volta chi a stella è fisso. - - -LIII. — LA VERITÀ. - -Il foco distrugge la bugia, cioè il sofistico, e rendo la verità, -scacciando le tenebre. - -Il foco è da essere messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore -e dimostratore di verità, perchè lui è luce, scacciatore delle tenebre, -occultatrici d’ogni essenzia. - -Il foco distrugge ogni sofistico, cioè lo inganno, e sol mantiene la -verità, cioè l’oro. - -La verità al fine non si cela: non val simulazione. - -Simulazione è frustrata, avanti a tanto giudice. - -La bugìa mette maschera. - -Nulla occulta sotto il sole. - -Il foco è messo per la verità, perchè distrugge ogni sofistico e bugìa, -e la maschera per la falsità e bugìa, occultatrici del vero. - - -LIV. — IL BEN FARE. - -Prima privato di moto che stanco di giovare, mancherà prima il moto che -’l giovamento. - -Prima morte che stanchezza. Non mi sazio di servire. Non mi stanco nel -giovare. - -Tutte le opere non son per istancarmi. - -È motto da carnovale. _Sine lassitudine_. - -Mani, nelle quali fioccan ducati e pietre preziose, queste mai si -stancano di servire, ma tal servizio è sol per sua utilità e non è al -nostro proposito. Natura così mi dispone, naturalmente. - - -LV. — LA INGRATITUDINE. - -Sia fatto in mano alla ingratitudine. - -Il legno notrica il foco che lo consuma. - -Quando apparisce il sole che scaccia le tenebre in comune, tu spegni il -lume, che te le scacciava in particolare, a tua necessità e commodità. - - -LVI. — LA INVIDIA. - -La ’nvidia offende colla fitta infamia cioè col detrarre, la qual cosa -spaventa la virtù. - -Questa Invidia si figura colle fiche verso il cielo, perchè, se -potesse, userebbe le sue forze contro a Dio. Fassi colla maschera in -volto di bella dimostrazione. Fassi ch’ella è ferita nella vista da -palma e olivo, fassi ferito l’orecchio di lauro e mirto, a significare -che vittoria e verità l’offendono. Fassile uscire molte folgori a -significare il suo mal dire. Fassi magra e secca, perchè è sempre in -continuo struggimento, fassile il core roso da un serpente enfiante. -Fassile un turcasso, e le freccie lingue, perchè spesso con quella -offende. Fassile una pelle di liopardo, perchè quello per invidia -ammazza il leone, con inganno. Fassile un vaso in mano pien di -fiori, e sia quello pien di scorpioni e rospi e altri veneni. Fassile -cavalcare la Morte, perchè la Invidia, non morendo, mai languisce: a -signoreggiare; fassile la briglia carica di diverse armi, perchè tutti -strumenti della morte. - -Subito che nasce la virtù quella partorisce contra sè la Invidia, e -prima fia il corpo sanza l’ombra, che la virtù sanza la Invidia. - - -LVII. — LA FAMA. - -La Fama sola si leva al cielo, perchè le cose virtudiose sono amiche -a Dio; la Infamia sotto sopra figurare si debbe, perchè tutte sue -operazioni son contrarie a Dio, e inverso l’inferi si dirizzano. - -Alla Fama si de’ dipignere tutta la persona piena di lingue, in -iscambio di penne, e ’n forma d’uccello. - - -LVIII. — PIACERE E DOLORE. - -Questo si è il Piacere insieme col Dispiacere e figuransi binati -[Sidenote: nati sul medesimo tronco], perchè mai l’uno è spiccato -dall’altro; fannosi colle schiene voltate, perchè son contrarî l’uno -all’altro; fannosi fondati sopra un medesimo corpo, perchè hanno un -medesimo fondamento: imperocchè il fondamento del Piacere si è la -fatica col Dispiacere, il fondamento del Dispiacere si sono i varî e -lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella man destra, -ch’è vana e sanza forza, e le punture fatte con quella son venenose. -Mettonsi (le canne) in Toscana al sostegno de’ letti, a significare -che quivi si fanno i vani sogni, e quivi si consuma gran parte della -vita, quivi si gitta di molto utile tempo, cioè quel della mattina, -chè la mente è sobria e riposata, e così il corpo atto a ripigliare -nove fatiche; ancora lì si pigliano molti vani piaceri e colla mente, -imaginando cose impossibili a sè, e col corpo, pigliando que’ piaceri, -che spesso son cagione di mancamento di vita; sicchè per questo si -tiene la canna per tali fondamenti. - - -LIX. — INFERIORITÀ FISIOLOGICA DELL’UOMO. - -Ho trovato nella composizione del corpo umano, che, come in tutte le -composizioni delli animali, esso è di più ottusi e grossi sentimenti: -così è composto di strumento manco ingegnoso e di lochi manco capaci a -ricevere la virtù de’ sensi. - -Ho veduto nella spezie leonina il senso dell’odorato avere parte della -sustanzia del celabro, e discendere le narici, capace riccettaculo -contro al senso dello odorato, il quale entra infra gran numero di -saccoli cartilaginosi, con assai vie, contro all’avvenimento del -predetto celabro. Li occhi della spezie leonina hanno gran parte -della lor testa per lor riccettacolo, e li nervi ottici immediate -congiugnersi col celabro; il che alli omini si vede in contrario, -perchè le casse delli occhi sono una piccola parte del capo, e li nervi -ottici sono sottili e lunghi e deboli, e, per debole operazione, si -vede poco il dì e peggio la notte, e li predetti animali vedono (più) -in nella notte che ’l giorno; e ’l segno se ne vede, perchè predano di -notte e dormono il giorno, come fanno ancora li uccelli notturni. - - -LX. — SUA INFERIORITÀ ETICA.[142] - -Come tu hai descritto il Re delli animali — ma io meglio direi dicendo -Re delle bestie, essendo tu la maggiore, — perchè non li hai uccisi, -acciò che possino poi darti li lor figlioli in benefizio della tua -gola, colla quale tu hai tentato farti sepoltura di tutti li animali? - -E più oltre direi se ’l dire il vero mi fusse integramente lecito. Ma -non usciamo delle cose umane, dicendo una somma scellerataggine, la -qual non accade nelli animali terrestri: imperocchè in quelli non si -trovano animali, che mangino della loro specie, se non per mancamento -di celabro [Sidenote: di cervello, di senno], (in poche infra loro e -de’ madri, come infra li omini, benchè non sieno in tanto numero), -e questo non accade se non nelli animali rapaci, come nella spezie -leonina, e pardi, pantere, cervieri, gatti e simili, li quali alcuna -volta si mangiano i figlioli.... - -Ma tu, oltre alli figlioli, ti mangi il padre, madre, fratello e -amici e non ti basta questi, che tu vai a caccia per le altrui isole, -pigliando li altri omini e questi, mezzo nudi li testiculi, fai -ingrassare e te li cacci giù per la gola. Or non produce la natura -tanti semplici [Sidenote: vegetali], che tu ti possa saziare? e, se -non ti contenti de’ semplici, non puoi tu con le mistion di quelli fare -infiniti composti, come scrisse il Platina e li altri autori di gola? - - -LXI. — CLASSIFICAZIONE DI LEONARDO. - -UOMO — la descrizione dell’omo, nella qual si contengono quelli, che -son quasi di simile spezie, come babbuino, scimmia e simili, che son -molti. - - -LXII. — L’UOMO COME ANIMALE. - -Dello andare dell’omo. L’andare dell’omo è sempre a uso dell’universale -andare delli animali di quattro piedi, imperocchè siccome essi movono i -loro piedi in croce a uso del trotto del cavallo, così l’omo in croce -si move le sue quattro membra, cioè se caccia innanzi il piè destro, -per camminare, egli caccia innanzi con quello il braccio sinistro, e -sempre così sèguita. - - -LXIII. — DAGLI ANIMALI ALL’UOMO VI È UN LENTO TRAPASSO. - -Fa uno particulare trattato nella descrizione de’ movimenti delli -animali di quattro piedi, infra li quali è l’omo, che ancora lui nella -infanzia va con quattro piedi. - - -LXIV. — L’EVOLUZIONE DELLA MODA. - -Alli miei giorni mi ricordo aver visto, nella mia puerizia, li omini -e piccoli e grandi avere tutti li stremi de’ vestimenti frappati in -tutte le parti sì da capo, come da piè e da lato; e ancora parve tanto -bella invenzione, a quell’età, che frappavano ancora le dette frappe, e -portavano li cappucci in simile modo e le scarpe e le creste frappate, -che uscivano dalle principali cuciture delli vestimenti, di varî -colori. - -Di poi vidi le scarpe, berrette, scarselle, armi, — che si portano per -offendere, — i collari de’ vestimenti, li stremi de’ giubboni da piedi, -le code de’ vestimenti, e in effetto infino alle bocche, di chi volean -parer belli, erano appuntate di lunghe e acute punte. - -Nell’altra età cominciorno a crescere le maniche e eran talmente -grandi, che ciascuna per se era maggiore della veste; poi cominciorno -a alzare li vestimenti intorno al collo tanto, ch’alla fine copersono -tutto il capo; poi cominciorno a spogliarlo in modo, che i panni non -potevano essere sostenuti dalle spalle, perchè non vi si posavan sopra. - -Poi cominciorno a slungare sì li vestimenti, che al continuo gli uomini -avevano le braccia cariche di panni, per non li pestare co’ piedi; poi -vennero in tanta stremità, che vestivano solamente fino a’ fianchi e -alle gomita, e erano sì stretti, che da quelli pativano gran supplicio -e molti ne crepavano di sotto; e li piedi sì stretti, che le dita -d’essi si soprapponevano l’uno all’altro, e caricavansi di calli. - - -LXV. — UN DISCEPOLO DI LEONARDO: GIACOMO.[143] - -A dì 23 d’aprile 1490 cominciai questo libro, e ricominciai il cavallo. - -Jacomo venne a stare con meco il dì della Maddalena nel 1490, d’età -d’anni 10. - - ladro, - bugiardo, - ostinato, - ghiotto. - -Il secondo dì li feci tagliare due camice, uno paro di calze e un -giubbone, e, quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, -lui mi rubò detti dinari della scarsella, e mai fu possibile farlielo -confessare, ben ch’io n’avessi vera certezza. — Lire 4. - -Il dì seguente andai a cena con Jacomo Andrea, e detto Jacomo cenò per -due e fece male per quattro, imperocchè ruppe tre ampolle, versò il -vino e, dopo questo, venne a cena dove me. - -Item, a dì 7 di settembre rubò uno graffio di valuta di 12 soldi -a Marco, che stava co’ meco, il quale era d’argento, e tolseglielo -dal suo studiolo e, poi che detto Marco n’ebbi assai cerco, lo trovò -nascosto in nella cassa di detto Jacomo — Lire 1 s. di L. [Sidenote: -soldi di Lira] 2. - -Item, a dì 26 di gennaro seguente, essendo io in casa di Messer -Galeazzo da Sanseverino a ’rdinare la festa della sua giostra, e -spogliandosi certi staffieri, per provarsi alcune veste d’omini -salvatichi [Sidenote: rustici, del contado], ch’a detta festa -accadeano, Jacomo s’accostò alla scarsella d’uno di loro, la qual era -in sul letto con altri panni, e tolse quelli dinari, che dentro vi -trovò. — Lire 2 s. di L. 4. - -Item, essendomi da maestro Agostino da Pavia, donato in detta casa una -pelle turchesca da fare uno paro di stivaletti, esso Jacomo, infra uno -mese, me la rubò e vendella a un acconciatore di scarpe per 20 soldi -de’ qua’ dinari, secondo che lui propio mi confessò, ne comprò anici, -confetti. Lire 2. - -Item, ancora a dì 2 d’aprile, lasciando Gian Antonio uno graffio -d’argento sopra uno suo disegno, esso Jacomo glielo rubò, il quale era -di valuta di soldi 24. Lire 1 s. di L. 4. - -Il primo anno un mantello: Lire 2; camice 6: Lire 4; 3 giubboni: Lire -6; 4 para di calze: Lire 7 s. di L. 8; vestito foderato: L. 5; 24 para -di scarpe: L. 6 s. d. L. 5; una berretta L. 1; in cinti, stringhe.... -L. 1. - - -LXVI. — LEONARDO ANALIZZATORE DELL’UOMO. - -Tutti i mali, che sono e che furono, essendo messi in opera da costui, -non saddisfarebbono al desiderio del suo iniquo animo. I’ non potrei, -con lunghezza di tempo, descrivervi la natura di costui. - - -LXVII. — FRAMMENTO DI LETTERA A GIULIANO DE’ MEDICI.[144] - -Tanto mi son rallegrato, Illustrissimo mio Signore, del desiderato -acquisto di vostra sanità, che quasi il male mio da me s’è fuggito. -Ma assai mi rincresce il non avere io potuto satisfare alli desidèri -di Vostra Eccellenza, mediante la malignità di cotesto ingannatore -tedesco; per il quale non ho lasciato indirieto cosa alcuna, colla -quale io abbia creduto fargli piacere. E secondariamente invitarlo -ad abitare e vivere con meco, per la qual cosa io vedrei al continuo -l’opera, che lui facesse e con facilità ricorreggerei li errori, e -oltre di questo imparerebbe la lingua italiana, mediante la quale lui -con facilità potrebbe parlare sanza interprete; e li sua dinari li -furon sempre dati innanzi al tempo. Di poi, la richiesta di costui -fu di avere li modelli finiti di legname, com’ellino aveano a essere -di ferro, e’ quali volea portare nel suo paese. La qual cosa io li -negai dicendoli, ch’io li darei in disegno la larghezza, lunghezza e -grossezza e figura di ciò, ch’elli avesse a fare; e così restammo mal -volontieri. - -La seconda cosa fu, che si fece un’altra bottega, e morse e strumenti, -dove dormiva e quivi lavorava per altri; dipoi andava a desinare co’ -Svizzeri della guardia, dove sta gente sfaccendata, della qual cosa -lui tutti li vinceva. E ’l più delle volte se n’andavano due o tre di -loro, colli scoppietti, ammazzavano uccelli per le anticaglie, e questo -durava insino a sera. - -E, se io mandavo Lorenzo a sollecitarli lavoro, lui si crucciava e -diceva, che non volea tanti maestri sopra capo, e che il lavorar suo -era per la guardaroba di Vostra Eccellenza. E passò due mesi, e così -seguitava, e indi trovando Gian Niccolò della guardaroba, domandailo -se ’l Tedesco avea finito l’opere del Magnifico, e lui mi disse non -esser vero, ma che solamente li avea dato a nettar dua scoppietti. Di -poi, facendolo io sollecitare, lui lasciò la bottega, e perdè assai -tempo nel fare un’altra morsa e lime e altri strumenti a vite, e quivi -lavorava mulinelli da torcere seta, li quali nascondeva, quando un de’ -mia v’entrava, e con mille bestemmie e rimbrotti: in modo che nessun -de’ mia voleva più entrare. - -Al fine ho trovato, come questo maestro Giovanni delli Specchi è -quello, che ha fatto il tutto per due cagioni: e la prima, perchè lui -ha avuto a dire, che la venuta mia qui li ha tolto la conversazione -di Vostra Signoria.... L’altra è che la stanza di quest’omini.... -disse convenirsi a lui per lavorare li specchi, e di questo n’ha fatto -dimostrazione, chè, oltre al farmi costui nimico, li ha fatto vendere -ogni suo e lasciare a lui la sua bottega, nella quale lavora con molti -lavoranti assai specchi per mandare alle fiere. - - -LXVIII. — I MISERI STUDIOSI CON CHE SPERANZA E’ POSSONO ASPETTARE -PREMIO DI LOR VIRTÙ? - -E in questo caso io so, che io ne acquisterò non pochi nemici, conciò -sia che nessun crederà, ch’io possa dire di lui; perchè pochi son -quelli a chi i sua vizi dispiacciano, anzi solamente a quegli uomini li -dispiacciono, che son di natura contrarî a tali vizi; e molti odiano -li padri, e guastan le amicizie de’ reprensori de’ sua vizi, e non -vogliono esempli contrari a essi, nè nessuno uman consiglio. - -E, se alcuno se ne trova virtuoso e bono, non lo scacciate da voi, -fategli onore, acciò che non abbia a fuggirsi da voi e ridursi nelli -eremi o spelonche o altri lochi soletari, per fuggirsi dalle vostre -insidie; e, se alcun di questi tali si trova, fateli onore, perchè -questi sono li vostri Iddii terrestri, questi meritan da voi le statue -e li simulacri.... - -Ma ben vi ricordo, che li lor simulacri non sien da voi mangiati, come -ancora in alcuna regione dell’India[145], chè quando li simulacri -operano alcuno miraculo, secondo loro, li sacerdoti li tagliano in -pezzi (essendo di legno) e ne danno a tutti quelli del paese — non -sanza premio. — E ciascun raspa sottilmente la sua parte, e mette sopra -la prima vivanda che mangiano, e così tengono per fede aversi mangiato -il suo Santo, e credono che lui li guardi poi da tutti li pericoli. - -Che ti pare omo qui della tua specie? sei tu così savio come tu ti -tieni? son queste cose da esser fatte da omini? - - -LXIX. — DIALOGO FRA IL CERVELLO E LO SPIRITO, CHE IN ESSO ABITAVA. - -Il quale spirito ritrova il cerebro, donde partito s’era; con alta -voce, con tali parole mosse: - -— O felice, o avventurato spirito, donde partisti! io ho questo uomo, -a male mio grado, ben conosciuto. Questo è riccetto di villania, questo -è proprio ammunizione [Sidenote: cumulo, somma] di somma ingratitudine, -in compagnia di tutti i vizi. - -Ma che vo io con parole indarno affaticandomi? La somma de’ peccati -solo in lui trovati sono. E, se alcuno infra loro si trova, che -alcuna bontà possegga, non altrimenti, come che me, dalli altri uomini -trattati sono; e in effetto io ho questa conclusione, ch’è male s’elli -sono nimici, e peggio s’elli son amici. - - -LXX. — FRAMMENTO DI LETTERA. - -Io ho uno, che, per aversi di me promesso cose assai men che debite, -essendo rimasto ingannato del suo prosuntuoso desiderio, ha tentato -di tormi tutti li amici; e perchè li ha trovati savi e non leggeri al -suo volere, mi ha minacciato, che trovate le annunziazioni [Sidenote: -accuse], che mi torrà i benefattori; onde io ho di questo informato -Vostra Signoria, acciò che, volendo questi seminare li usati scandali, -non trovi terreno atto a seminare i pensieri e li atti della sua mala -natura. — Che, tentando lui fare di Vostra Signoria strumento della sua -iniqua e malvagia natura, rimanga ingannato di suo desiderio. - - - - -PENSIERI SULL’ARTE. - - - - -DIFESA DELLA PITTURA CONTRO LE ARTI LIBERALI. - - -I. — PROEMIO. - -Con debita lamentazione si dole la Pittura per essere lei scacciata dal -numero delle arti liberali, conciossiachè essa sia vera figliola della -natura e operata da più degno senso [Sidenote: l’occhio]. - -Ond’è a torto, o scrittori, l’avete lasciata fuori del numero di dette -arti liberali, conciossiachè questa, non che alle opere di natura, ma -ad infinite attende, che la natura mai le creò. - - -II. — PERCHÈ LA PITTURA NON È CONNUMERATA NELLE SCIENZE? - -Perchè gli scrittori non hanno avuto notizia della scienza della -Pittura, non hanno possuto descriverne i gradi e parti di quella, e lei -medesima non si dimostra col suo fine [Sidenote: l’opera artistica] -nelle parole, essa è restata, mediante l’ignoranza, indietro alle -predette scienze non mancando per questo di sua divinità. - -E veramente non sanza cagione non l’hanno nobilitata, perchè per sè -medesima si nobilita, sanza l’aiuto delle altrui lingue, non altrementi -che si facciano l’eccellenti opere di natura. E se i pittori non hanno -di lei descritto e ridottala in scienza, non è colpa della Pittura, -e ella non è per questo meno nobile, poscia che pochi pittori fanno -professione di lettere, perchè la lor vita non basta a intendere -quella. - -Per questo, avremo noi a dire, che le virtù dell’erbe, pietre, piante -non sieno in essere, perchè li omini non le abbiano conosciute? — Certo -no; ma diremo esse erbe restarsi in sè nobili, sanza lo aiuto delle -lingue o lettere umane. - - -III. — LA PITTURA È SCIENZA UNIVERSALE. - -Quella scienza è più utile, della quale il suo frutto è più -comunicabile [Sidenote: universalmente inteso], e così, per contrario, -è meno utile ch’è meno comunicabile. - -La Pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni -dell’universo, perchè il suo fine è subbietto della virtù visiva, e non -passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa -per il vedere. - -Dunque questa non ha bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno -le lettere, e sùbito ha saddisfatto all’umana spezie, non altrementi -che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla spezie -umana, ma agli altri animali: come si è manifestato in una pittura, -imitata da uno padre di famiglia, alla quale facean carezze li piccioli -figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e gatta -della medesima casa, ch’era cosa meravigliosa a considerare tale -spettacolo. - - -IV. — LA PITTURA NON SI PUÒ DIVULGARE. - -Le scienze, che sono imitabili, sono in tal modo, che con quelle il -discepolo si fa eguale all’autore, e similmente fa il suo frutto. -Queste sono utili allo imitatore, ma non sono di tanta eccellenza, -quanto sono quelle, che non si possono lasciare per eredità, come -l’altre sustanze. - -Infra le quali la Pittura è la prima. Questa non s’insegna a chi natura -no ’l concede, come fan le Matematiche, delle quali tanto ne piglia il -discepolo, quanto il maestro gli ne legge; questa non si copia, come -si fa le lettere, che tanto vale la copia, quanto l’origine; questa -non s’impronta, come si fa la Scultura, della quale tal è l’impressa, -qual è l’origine, in quanto alla virtù dell’opera; questa non fa -infiniti figliuoli, come fa li libri stampati. Questa sola si resta -nobile, questa sola onora il suo autore, o resta preziosa ed unica, e -non partorisce mai figlioli eguali a sè. E tal singolarità la fa più -eccellente che quelle, che per tutto sono pubblicate. - -Or non vediamo noi li grandissimi re dell’Oriente andare velati e -coperti, credendo diminuire la fama loro col pubblicare e divulgare -le loro presenze? or non si vede le pitture, rappresentatrici delle -divine Deità, esser al continuo tenute coperte con copriture di -grandissimi prezzi? e quando si scoprano, prima si fa grandi solennità -ecclesiastiche di varî canti con diversi suoni; e, nello scoprire, -la gran moltitudine de’ popoli, che quivi concorrono, immediate si -gettano a terra, quelle adorando e pregando, per cui tale pittura è -figurata, dell’acquisto della perduta sanità e della eterna salute, non -altrementi, che se tale Idea fusse lì presente in vita? - -Questo non accade in nessun’altra scienza od altra umana opera. E se -tu dirai, questa non esser virtù del pittore, ma propria virtù della -cosa imitata; si risponderà, che in questo caso la mente de li omini -po’ saddisfare, standosi nel letto, e non andare ne’ lochi faticosi e -pericolosi, ne’ pellegrinaggi, come al continuo far si vede. - -Ma, se pure tal pellegrinaggi al continuo sono in essere, chi li move, -sanza necessità? Certo tu confesserai essere tale simulacro, il quale -far non po’ tutte le scritture, che figurar potessino in effigie ed in -virtù tal Idea. Dunque pare, ch’essa Idea ami tal pittura, ed ami chi -l’ama e riverisce, e si diletti d’essere adorata più in quella, che -in altra figura di lei imitata, e per quella faccia grazia e doni di -salute, — secondo il credere di quelli, che in tal loco concorrono. - - -V. — COME LA PITTURA AVANZA TUTTE L’OPERE UMANE PER SOTTILE -SPECULAZIONE APPARTENENTE A QUELLA. - -L’occhio, che si dice finestra dell’anima, è la principale via, donde -il comune senso può più copiosamente e magnificamente considerare le -infinite opere di natura; e l’orecchio è il secondo, il quale si fa -nobile per le cose racconte, le quali ha veduto l’occhio. - -Se voi, storiografi o poeti o altri matematici, non avessi coll’occhio -viste le cose, male le potreste riferire per le scritture; e se tu, -poeta, figurerai una storia colla pittura della penna, e ’l pittore -col pennello la farà di più facile saddisfazione, e men tediosa a -essere compresa. Se tu dimanderai la pittura muta poesia, ancora il -pittore potrà dire del poeta orba pittura. Or guarda: — quale è più -dannoso morso [Sidenote: danno] o cieco o muto? — Se ’l poeta è libero, -come ’l pittore, nelle invenzioni, le sue finzioni non sono di tanta -saddisfazione a li omini, quanto le pitture, perchè, se la Poesia -s’astende con le parole a figurare forme, atti e siti, il pittore -si move, colle proprie similitudine de le forme, a contraffare esse -forme. Or guarda: — qual’è più propinquo all’omo, ’l nome d’omo o la -similitudine [Sidenote: la figura] d’esso omo? — Il nome dell’omo si -varia in varî paesi, e la forma non è mutata se non da morte. - -Se voi dicessi: — la Poesia è più eterna —; per questo io dirò essere -più eterne l’opere d’un calderaio, che il tempo più le conserva che le -vostre o nostre opere, nientedimeno è di poca fantasia, e la Pittura si -po’, dipignendo sopra rame con colori di vetro, fare molto più eterna. - -Noi per arte possiamo essore detti nipoti a Dio. Se la Poesia s’astende -in filosofia morale e questa in filosofia naturale; se quella descrive -l’operazione della mente, che considera, questa colla mente opera -ne’ movimenti; se quella spaventa i popoli con le infernali finzioni, -questa colle medesime cose in atto fa il simile. Pongasi il poeta a -figurare una bellezza, una fierezza, una cosa nefanda e brutta, una -mostruosa, col pittore; faccia a suo modo, come vuole, tramutazione -di forme, che il pittore non saddisfassi più [Sidenote: in modo da -superare il pittore]. Non s’è egli viste pitture avere tanta conformità -colla cosa vera, ch’ell’ha ingannato omini e animali? - - -VI. — LA PITTURA CREA LA REALTÀ. - -Tal proporzione è dall’immaginazione a l’effetto, qual’è dall’ombra al -corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla Poesia alla Pittura. -Perchè la Poesia pon le sue cose nell’imaginazione di lettere, e la -Pittura le dà realmente fori dell’occhio, dal quale occhio riceve le -similitudini non altrementi, che s’elle fussino naturali; e la Poesia -le dà sanza essa similitudine, e non passano all’imprensiva per la via -della virtù visiva, come la Pittura. - - -VII. — RAPPRESENTAZIONE E DESCRIZIONE. - -La Pittura rappresenta al senso, con più verità e certezza, le -opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere -rappresentano con più verità le parole, che non fa la Pittura. Ma -diremo essere più mirabile quella scienza, che rappresenta l’opere -di natura, che quella, che rappresenta l’opere dell’operature, cioè -l’opere degli uomini, che sono le parole, com’è la Poesia o simili, che -passano per la umana lingua. - - -VIII. — ECCELLENZA DELL’OCCHIO. - -L’occhio, dal quale la bellezza dell’universo è specchiata dalli -contemplanti, è di tanta eccellenza, che chi consente alla sua perdita, -si priva della rappresentazione di tutte l’opere della natura, per la -veduta delle quali l’anima sta contenta nelle umane carceri [Sidenote: -il corpo], mediante gli occhi, per li quali essa anima si rappresenta -tutte le varie cose di natura; ma chi li perde, lascia essa anima in -una oscura prigione, dove si perde ogni speranza di riveder il sole, -luce di tutt’il mondo. E quanti son quelli, a chi le tenebre notturne -sono in somm’odio, ma ancora ch’elle sieno di breve vita! Oh! che -farebbono questi, quando tali tenebre fussino compagne della vita loro? - -Certo, non è nissuno, che non volesse più tosto perdere l’audito -o l’odorato, che l’occhio, la perdita del quale audire consente la -perdita di tutte le scienze, ch’hanno termine nelle parole; e sol fa -questo per non perdere la bellezza del mondo, la quale consiste nella -superfizie de’ corpi, sì accidentali [Sidenote: prodotti dall’arte] -come naturali, li quali si riflettono nell’occhio umano. - - -IX. — IL PITTORE VA DIRETTAMENTE ALLA NATURA. - -La Pittura serve a più degno senso, che la Poesia, e fa con più verità -le figure delle opere di natura, che il poeta; e sono molto più degne -l’opere di natura che le parole, che sono l’opere dell’omo, perchè tal -proporzione è dalle opere de li uomini a quello della natura, qual -è quella, ch’è da l’omo a Dio. Adunque è più degna cosa l’imitar le -cose di natura, che sono le vere similitudini in fatto, che con parole -imitare li fatti e parole de li omini. - -E se tu, poeta, vuoi descrivere l’opere di natura co’ la tua semplice -professione, fingendo diversi siti e forme di varie cose, tu sei -superato dal pittore con infinita proporzione di potenza; ma se vuoi -vestirti de l’altrui scienze, separate da essa poesia, elle non sono -tue, come Astrologia, Rettorica, Teologia, Filosofia, Geometria, -Aritmetica e simili. Tu non sei allora più poeta, tu ti trasmuti, e -non sei più quello, di che qui si parla. Or non vedi tu, che se tu vuoi -andare alla natura, che tu vi vai con mezzi di scienze, fatte d’altrui -sopra li effetti di natura? E il pittore per sè, sanza aiuto di -scienziali [Sidenote: di cose pertinenti alle varie scienze] o d’altrui -mezzi, va immediate all’imitazione d’esse opere di natura. - -Con questa si muovono li amanti verso li simulacri della cosa amata, -a parlare coll’imitate pitture; con questa si muovono popoli, con -infervorati voti, a ricercare li simulacri delli Iddii, e non a vedere -le opere de’ poeti, che con parole figurino li medesimi Iddii; con -questa si ingannano li animali. Già vid’io una pittura, che ingannava -il cane, mediante la similitudine del suo padrone, alla quale esso cane -faceva grandissima festa; e similmente ho visto i cani baiare e voler -mordere i cani dipinti; e una scimmia fare infinite pazzie contro ad -un’altra scimmia dipinta; ho veduto le rondini volare e posarsi sopra -li ferri dipinti, che sportano fuori delle finestre de li edifizi. - - -X. — POTENZA ESPRESSIVA DELLA PITTURA. - -Non vede l’imaginazione cotal eccellenza, qual vede l’occhio, perchè -l’occhio riceve le spezie overo similitudini delli obbietti, e -dàlli alla imprensiva, e da essa imprensiva al senso comune, e lì è -giudicata. Ma la imaginazione non esce fuori da esso senso comune, -se non in quanto essa va alla memoria, e lì si ferma e muore, se -la cosa imaginata, non è di molta eccellenza. E in questo caso si -ritrova la Poesia nella mente overo imaginativa del poeta, il quale -finge le medesime cose del pittore, per le quali finzioni egli vuole -equipararsi a esso pittore, ma invero ei n’è molto rimoto, come di -sopra è dimostrato. Adunque in tal caso di finzione, diremo con verità -esser tal proporzione dalla scienza della Pittura alla Poesia, qual -è dal corpo alla sua ombra derivativa, e ancora maggior proporzione, -conciossiachè l’ombra di tal corpo almeno entra per l’occhio al senso -comune, ma la imaginazione di tal corpo non entra in esso senso, ma lì -nasce, nell’occhio tenebroso [Sidenote: il cervello o senso comune]. -Oh! che differenza è a imaginare tal luce nell’occhio tenebroso, al -vederla in atto fuori delle tenebre! - -Se tu, poeta, figurerai la sanguinosa battaglia, mista con la oscura e -tenebrosa aria, mediante il fumo delle spaventevoli e mortali macchine, -mista con la spessa polvere, intorbidatrice de l’aria, e la paurosa -fuga de li miseri spaventati dalla orribile morte; in questo caso il -pittore ti supera, perchè la tua penna fia consumata, innanzi che tu -descriva appieno quel, che immediate il pittore ti rappresenta co’ -la sua scienza. E la tua lingua sarà impedita dalla sete e il corpo -dal sonno e fame, prima che tu con parole dimostri quello, che in un -istante il pittore ti dimostra. Nella qual pittura non manca altro, -che l’anima delle cose finte, e in ciascun corpo è l’integrità di -quella parte, che per un sol aspetto può dimostrarsi, il che lunga e -tediosissima cosa sarebbe alla poesia a ridire tutti li movimenti de -li operatori di tal guerra, e le parti delle membra e lor ornamenti, -delle quali cose la pittura finita, con gran brevità e verità, ti pone -innanzi; e a questa tal dimostrazione non manca, se non il romore delle -macchine, e le grida de li spaventanti vincitori, e le grida e pianti -de li spaventati, le quali cose ancora il poeta non può rappresentare -al senso dell’audito. Diremo adunque la Poesia essere scienza, che -sommamente opera nelli orbi, e la Pittura fare il medesimo nelli sordi. -Essa tanto resta più degna che la Poesia, quanto ella serve a miglior -senso. - -Solo il vero uffizio del poeta è fingere parole di gente, che insieme -parlino, e sol queste rappresenta al senso dell’audito tanto come -naturali, perchè in sè sono naturali create dall’umana voce, e, in -tutte l’altre consequenzie, è superato dal pittore. Ma molto più sanza -comparazione son le varietà, in che s’astende la Pittura, che quelle, -in che s’astendono le parole, perchè infinite cose farà il pittore, -che le parole non le potrà nominare, per non aver vocaboli appropriati -a quelle. Or non vedi tu, che, se ’l pittore vol fingere animali -o diavoli nell’inferno, con quanta abbondanzia d’invenzione egli -trascorre? - -E già intervenne a me fare una pittura, che rappresentava una cosa -divina, la quale comperata dall’amante di quella, volle levarne la -rappresentazione di tal deità, per poterla baciare sanza sospetto. Ma -infine la coscienza vinse li sospiri e la libidine, e fu forza, ch’ei -se la levasse di casa. Or va tu, poeta, descrivi una bellezza sanza -rappresentazioni di cosa viva, e desta li uomini con quella a tali -desiderî! Se tu dirai: — io ti descriverò l’inferno o ’l paradiso, e -altre delizie o spaventi —; il pittore ti supera, perchè ti metterà -innanzi cose, che, tacendo, diranno tali delizie, o ti spaventeranno, -e ti movono l’animo a fuggire. Move più presto li sensi la pittura, -che la poesia. E se tu dirai, che con le parole tu leverai un popolo -in pianto o in riso; io ti dirò, che non sei tu che muove, egli è -l’oratore, e è ’l riso. Uno pittore fece una pittura, che, chi la -vedeva, sùbito sbadigliava, e tanto replicava tale accidente, quanto -si teneva l’occhi alla pittura, la quale ancora lei era finta a -sbadigliare. - -Altri hanno dipinto atti libidinosi e tanto lussuriosi, ch’hanno -incitati li risguardatori di quella alla medesima festa, il che non -farà la Poesia. E se tu scriverai la figura d’alcuni Dei, non sarà tale -scrittura nella medesima venerazione che la Idea dipinta, perchè a tale -pittura sarà fatto di continuo voti e diverse orazioni, e a quella -concorreranno varie generazioni di diverse provincie e per li mari -orientali. E da tali si dimanderà soccorso a tal pittura e non alla -scrittura. - -Qual è colui, che non voglia prima perdere l’audito, l’odorato e ’l -tatto, che ’l vedere? Perchè, chi perde il vedere, è com’uno, ch’è -cacciato dal mondo, perchè egli più no ’l vede, nè nessuna cosa. E -questa vita è sorella della morte. - - -XI. — IMPORTANZA DELL’OCCHIO NELLA VITA ANIMALE. - -Maggior danno ricevono li animali per la perdita del vedere, che -dell’audire, per più cagioni; e prima, che mediante il vedere il cibo -è ritrovato, donde si debbe nutrire, il quale è necessario a tutti gli -animali; e ’l secondo, che per il vedere si comprende il bello delle -cose create, massime delle cose, ch’inducono all’amore, nel quale il -cieco nato non può pigliare per lo audito, perchè mai non ebbe notizia, -che cosa fusse bellezza d’alcuna cosa. Restagli l’audito, per il quale -solo intende le voci e parlare umano, nel quale è i nomi di tutte le -cose, a chi è dato il suo nome. Sanza la saputa d’essi nomi ben si può -vivere lieto, come si vede nelli sordi nati, cioè li muti, che mediante -il disegno, il quale è più de’ muti, si dilettano. - - -XII. — LA PITTURA È UNA POESIA MUTA. - -Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie -della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Qual fia quello, -che ti dimostrerà siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si -rappresenti li tuoi passati piaceri, con più verità del pittore? - -E se tu dici: — la Pittura è una Poesia muta per sè, se non v’è chi -dica o parli per lei, quello ch’ella rappresenta —; or non vedi tu, che -’l tuo libro si trova in peggior grado? Perchè ancora ch’egli abbia -un uomo, che parli per lui, non si vede niente della cosa, di che si -parla, come si vederà di quello, che parla per le pitture; le quali -pitture, se saranno ben proporzionati li atti co’ li loro accidenti -mentali, saranno intese, come se parlassino. - - -XIII. — SEGUE DELLA PITTURA E POESIA. - -La Pittura è una Poesia, che si vede e non si sente, e la Poesia è -una Pittura, che si sente e non si vede. Adunque queste due Poesie, -o vuoi dire due Pitture, hanno scambiati li sensi, per li quali esse -dovrebbono penetrare all’intelletto. Perchè, se l’una e l’altra è -Pittura, de’ passare al senso comune per il senso più nobile, cioè -l’occhio; e se l’una e l’altra è Poesia, esse hanno a passare per il -senso meno nobile, cioè l’audito. - -Adunque daremo la Pittura al giudizio del sordo nato, e la Poesia -sarà giudicata dal cieco nato; e, se la Pittura sarà figurata con -li movimenti appropriati alli accidenti mentali delle figure, che -operano in qualunque caso, sanza dubbio il sordo nato intenderà -le operazioni e l’intenzioni degli operatori, ma il cieco nato non -intenderà mai cosa che dimostri il poeta, la qual faccia onore a essa -Poesia; conciossiachè delle nobili sue parti è il figurare li gesti e -li componimenti delle istorie e li siti ornati e dilettevoli, con le -trasparenti acque, per le quali si vede li verdeggianti fondi delli -suoi corsi, scherzare le onde sopra prati e minute ghiare, coll’erbe, -che con lor si mischiano, insieme con li sguizzanti pesci, e simili -descrizioni, le quali si potrebbono così dire ad un sasso, corno ad un -cieco nato; perchè mai vide nessuna cosa, di che si compone la bellezza -del mondo, cioè luce, tenebre, colore, corpo, figura, sito, remozione, -propinquità, moto e quiete, le quali son dieci ornamenti della natura. - -Ma il sordo, avendo perso il senso meno nobile, ancora ch’egli abbia -insieme persa la loquela, perchè mai udì parlare, mai potè imparare -alcun linguaggio, ma questo intenderà bene ogni accidente, che sia -nelli corpi umani, meglio che un che parli e che abbia audito, e -similmente conoscerà le opere de’ pittori e quello, che in esse si -rappresenti, e a che tali figure siano appropriate. - - -XIV. — SEGUE. - -La Pittura è una Poesia muta, e la Poesia è una Pittura cieca, e l’una -e l’altra va imitando la natura, quanto è possibile alle lor potenze, -e per l’una o per l’altra si può dimostrare molti morali costumi, come -fece Apelle colla sua _Calunnia_. - -Ma della Pittura, perchè serve all’occhio, senso più nobile, ne -risulta una proporzione armonica; cioè che, siccome molte varie voci, -insieme aggiunte ad un medesimo tempo, ne risulta una proporzione -armonica, la quale contenta tanto il senso dell’udito, che li auditori -restano, con stupente ammirazione, quasi semivivi; ma molto più -farà le proporzionali bellezze d’un angelico viso, posto in pittura, -dalla quale proporzionalità ne risulta un’armonico concento, il quale -serve all’occhio in uno medesimo tempo, che si faccia dalla musica -all’orecchio. E se tale armonia delle bellezze sarà mostrato all’amante -di quella, di che tali bellezze sono imitate, sanza dubbio esso resterà -con istupenda ammirazione e gaudio incomparabile e superiore a tutti -l’altri sensi. - -Ma della Poesia, — la quale s’abbia a stendere alla figurazione d’una -perfetta bellezza, con la figurazione particulare di ciascuna parte, -della quale si compone in pittura la predetta armonia, — non ne -risulta altra grazia, che si facessi a far sentir nella musica ciascuna -voce per sè sola in vari tempi, dello quali non si comporrebbe alcun -concento, come se volessimo mostrare un volto a parte a parte, sempre -ricoprendo quelle, che prima si mostrarno, delle quali dimostrazioni -l’oblivione [Sidenote: dimenticare] non lascia comporre alcuna -proporzionalità d’armonia, perchè l’occhio non le abbraccia co’ la sua -virtù visiva a un medesimo tempo. - -Il simile accade nelle bellezze di qualunque cosa finta dal poeta, -de le quali, per essere le sue parti dette separatamente in separati -tempi, la memoria non riceve alcuna armonia. - - -XV. — LA PITTURA SI PRESENTA ALL’OCCHIO NEL SUO TUTTO IN ISTANTE. - -La Pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione, per -la quale il suo fattore l’ha generata, e dà quel piacere al senso -massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. E in questo -caso, il poeta, che manda le medesime cose al comun senso per la via -dell’audito, minor senso, non dà all’occhio altro piacere, che se un -sentissi raccontar una cosa. - -Or vedi, che differenza è dall’audir raccontare una cosa, che dà -piacere all’occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella -prestezza che si vedono le cose naturali. E ancorchè le cose de’ poeti -sieno con lungo intervallo di tempo lette, spesse sono le volte, -ch’elle non sono intese, e bisogna farli sopra diversi comenti, -de’ quali rarissime volte tali comentatori intendono qual fusse la -mente del poeta; e molte volte i lettori non leggono, se non piccola -parte delle loro opere, per disagio di tempo. Ma l’opera del pittore -immediate è compresa dalli suoi riguardatori. - - -XVI. — SEGUE. - -La Pittura ti rappresenta in un sùbito la sua essenza nella virtù -visiva e per il proprio mezzo, donde la imprensiva riceve li obbietti -naturali, e ancora nel medesimo tempo, nel quale si compone l’armonica -proporzionalità delle parti, che compongono il tutto, che contenta il -senso; e la Poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno de -l’occhio, il quale porta nell’imprensiva più confusamente e con più -tardità le figurazioni delle cose nominate, che non fa l’occhio, vero -mezzo intra l’obbietto e l’imprensiva, il quale immediate conferisce -con somma verità le vere superfizie e figure di quel, che dinanzi -se gli appresenta; delle quali ne nasce la proporzionalità detta -armonia, che con dolce concento contenta il senso, non altrementi, -che si facciano le proporzionalità di diverse voci al senso dello -udito, il quale ancora è men degno, che quello dell’occhio, perchè -tanto, quanto ne nasce, tanto ne more, e è sì veloce nel morire, come -nel nascere. Il che intervenire non può nel senso del vedere; perchè, -se tu rappresenterai all’occhio una bellezza umana, composta di -proporzionalità di belle membra, esse bellezze non sono sì mortali, nè -sì presto si struggono, come fa la musica, anzi, ha lunga permanenza, -e ti si lascia vedere e considerare; e non rinasce, come fa la musica -nel molto sonare, nè t’induce fastidio, anzi t’innamora, e è causa, che -tutti li sensi insieme con l’occhio, la vorrebbero possedere, e pare, -che a gara voglian combattere con l’occhio. Pare, che la bocca, s’è -la bocca, se la vorrebbe per sè in corpo; l’orecchio piglia piacere -d’audire le sue bellezze; il senso del tatto la vorrebbe penetrare -per tutti i suoi meati; il naso ancora vorrebbe ricevere l’aria, ch’al -continuo di lei spira. - -Ma la bellezza di tale armonia il tempo in pochi anni la distrugge, -il che non accade in tal bellezza imitata dal pittore, perchè il -tempo lungamente la conserva; e l’occhio, inquanto al suo uffizio, -piglia il vero piacere di tal bellezza dipinta, qual si facessi della -bellezza viva; mancagli il tatto, il quale si fa maggior fratello -nel medesimo tempo, il quale, poichè avrà avuto il suo intento, non -impedisce la ragione del considerare la divina bellezza. E in questo -caso la pittura, imitata da quella, in gran parte supplisce: il che -supplire non potrà la descrizione del poeta, il quale in questo caso -si vole equiparare al pittore, ma non s’avvede, che le sue parole, nel -far menzione delle membra di tal bellezza, il tempo le divide l’una -dall’altra, v’inframmette l’oblivione, e divide le proporzioni, le -quali lui, sanza gran prolissità, non può nominare; e non potendole -nominare, esso non può comporne l’armonica proporzionalità, la quale -è composta di divine proporzioni. E per questo un medesimo tempo, -nel quale s’inchiude la speculazione d’una bellezza dipinta, non può -dare una bellezza descritta, e fa peccato contro natura quel, che si -de’ mettere per l’occhio, a volerlo mettere per l’orecchio. Lasciavi -entrare l’uffizio della Musica, e non vi mettere la scienza della -Pittura, vera imitatrice delle naturali figure di tutte le cose. - -Chi ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue abitazioni della -città, e lasciare li parenti e amici, e andare in lochi campestri per -monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo, la quale, se -ben consideri, sol col senso del vedere fruisci? e se il poeta vole -in tal caso chiamarsi anco lui pittore, perchè non pigliavi tali siti -descritti dal poeta, e startene in casa sanza sentire il superchio -calore del sole? oh! non t’era questo più utile e men fatica, perchè si -fa al fresco e sanza moto e pericolo di malattia? Ma l’anima non potea -fruire il benefizio de li occhi, finestre delle sue abitazioni, e non -potea ricevere le spezie de li allegri siti, non potea vedere l’ombrose -valli rigate dallo scherzare delli serpeggianti fiumi, non potea vedere -li varî fiori, che con loro colori fanno armonia all’occhio, e così -tutte le altre cose, che ad esso occhio rappresentare si possono. Ma se -il pittore, nelli freddi e rigidi tempi dell’inverno, ti pone innanzi -li medesimi paesi dipinti ed altri, ne’ quali tu abbi ricevuto li tuoi -piaceri; se appresso a qualche fonte, tu possi rivedere te, amante -con la tua amata, nelli fioriti prati, sotto le dolci ombre delle -verdeggianti piante, non riceverai tu altro piacere, che a udire tale -effetto descritto dal poeta? - -Qui risponde il poeta, e cede alle sopra dette ragioni, ma dice, -che supera il pittore, perchè lui fa parlare e ragionare li omini -con diverse finzioni, nelle quali ei finge cose, che non sono; e che -commuoverà li omini a pigliare le armi; e che descriverà il cielo, le -stelle e la natura e le arti e ogni cosa. Al quale si risponde, che -nessuna di queste cose, di che egli parla, è sua professione propria, -ma che, s’ei vuol parlare e orare, è da persuadere che in questo -egli è vinto dall’oratore; e se parla di Astrologia, che lo ha rubato -all’astrologo; e di Filosofia al filosofo, e che in effetto la Poesia -non ha propria sedia, nè la merita altramente che di un merciaio -ragunatore di mercanzie, fatte da diversi artigiani. - -Quando il poeta cessa del figurare colle parole quel che in natura è un -fatto, allora il poeta non si fa equale al pittore, perchè se il poeta, -lasciando tal figurazione, e’ descrive le parole ornate e persuasive -di colui a chi esso vole far parlare, allora egli si fa oratore, e -non è più poeta, nè è pittore; e se lui parla de’ cieli, egli si fa -astrologo; e filosofo e teologo parlando delle cose di natura e di Dio; -ma, se esso ritorna alla figurazione di qualunque cosa, e’ si farebbe -emulo al pittore, se potesse saddisfare all’occhio in parole come fa il -pittore. - -Ma la deità della scienza della Pittura considera le opere, così -umane, come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè -linee de’ termini de’ corpi, con le quali ella comanda allo scultore -la perfezione delle sue statue. Questa col suo principio, cioè il -disegno, insegna all’architettore a fare, che il suo edifizio si renda -grato all’occhio; questa alli componitori di diversi vasi; questa alli -orefici, tessitori, recamatori; questa ha trovato li caratteri, con li -quali si esprimono li diversi linguaggi; questa ha dato li caratteri -alli aritmetici; questa ha insegnata la figurazione alla Geometria; -questa insegna alli prospettivi e astrolaghi e alli macchinatori e -ingegneri. - - -XVII. — COME LA SCIENZA DELL’ASTROLOGIA NASCE DALL’OCCHIO, PERCHÈ -MEDIANTE QUELLO È GENERATA. - -Nessuna parte è nell’Astrologia, che non sia ufficio delle linee -visuali e della Prospettiva, figliuola della Pittura — perchè il -pittore è quello, che, per necessità della sua arte, ha partorite essa -Prospettiva, e non si può fare sanza linee, dentro alle quali linee -s’inchiudono tutte le varie figure de’ corpi, generate dalla natura, -sanza le quali l’arte del geometra è orba. - -E se ’l geometra riduce ogni superfice, circondata da linee, alla -figura del quadrato e ogni corpo alla figura del cubo, e l’Aritmetica -fa il simile con le sue radici cube e quadrate; queste due scienze non -s’astendono, se non alla notizia della quantità continua e discontinua, -ma della qualità non si travagliano, la quale è bellezza delle opere di -natura e ornamento del mondo. - - -XVIII. — PARLA IL POETA COL PITTORE. - -Dice il poeta, che la sua scienza è invenzione e misura, e questo -è il semplice corpo di poesia, invenzione di materia e misura nei -versi, che si riveste poi di tutte le scienze. Al quale risponde il -pittore, l’avere li medesimi obblighi nella scienza della Pittura, cioè -invenzione e misura; invenzione nella materia, che lui debbe fingere, -e misura nelle cose dipinte, acciocchè non sieno sproporzionate; ma -che ei non si veste di tali tre scienze, anzi che l’altre in gran -parte si vestono della Pittura, come l’Astrologia, che nulla fa sanza -la Prospettiva, la quale è principal membro d’essa Pittura, — cioè -l’Astrologia matematica, non dico della fallace giudiciale (perdonami, -chi, per mezzo delli sciocchi, no vive!) - -Dice il poeta, che descrive una cosa, che ne rappresenta un’altra piena -di belle sentenze [Sidenote: l’allegoria]. Il pittore dice aver in -arbitrio di far il medesimo, e in questa parte anco egli è poeta. E se -’l poeta dice di far accendere li omini ad amaro, ch’è cosa principale -della spezie di tutti l’animali, il pittore ha potenza di fare il -medesimo, tanto più, che lui mette innanzi all’amante la propria -effigie della cosa amata, il quale spesso fa con quella, baciandola e -parlandole, quello, che non farebbe colle medesime bellezze, portate -innanzi dallo scrittore; e tanto più supera gl’ingegni de li omini, che -l’induce ad amare e innamorarsi di pittura, che non rappresenta alcuna -donna viva. - -E se il poeta serve al senso per la via dell’orecchio, il pittore per -l’occhio più degno senso. Ma io non voglio da questi tali altro, se -non che uno bono pittore figuri il furore d’una battaglia, e che ’l -poeta ne scriva un altro, e che sieno messi in pubblico da compagnia -[Sidenote: daccanto]; vedrai i veditori dove più si fermeranno, dove -più considereranno, dove si darà più laude, e quale saddisferà meglio. -Certo la pittura, di gran lunga più utile e bella, più piacerà. -Poni iscritto il nome di Dio in uno loco, e ponevi la sua figura a -riscontro, vedrai quale fia più reverita. Se la Pittura abbraccia -in sè tutte le forme della natura, voi non avete se non è i nomi, i -quali non sono universali come le forme. Se voi avete li effetti delle -dimostrazioni, noi abbiamo le dimostrazioni delli effetti. - -Tolgasi uno poeta, che descriva le bellezze d’una donna al suo -innamorato, togli uno pittore che la figuri, vedrai dove la natura -volterà più il giudicatore innamorato. Certo il cimento delle cose -dovrebbe lasciare dare la sentenza alla sperienza. Voi avete messa la -pittura infra l’arti meccaniche; certo, se i pittori fussino atti a -laudare collo scrivere l’opere loro, come voi, io dubito non diacerebbe -in sì vile cognome. Se voi la chiamate meccanica, perchè è per manuale -[Sidenote: per opera delle mani] che le mani figurano quel che trovano -nella fantasia, voi pittori disegnate con la penna manualmente quello -che nello ingegno vostro si trova. E se voi dicessi essere meccanica, -perchè si fa a prezzo; chi cade in questo errore, se errore si po’ -chiamare, più di voi? Se voi leggete per li Studî, non andate voi a -chi più vi premia? Fate voi alcuna opera, sanza qualche premio? benchè -questo non dico per biasimare simili opinioni, perchè ogni fatica -aspetta premio, o potrà dire uno poeta: — io farò una finzione, che -significa cosa grande. — Questo medesimo farà il pittore, come fece -Apello la _Calunnia_. - - -XIX. — RISPOSTA DEL RE MATTIA AD UN POETA CHE GAREGGIAVA CON UN PITTORE. - -Portando, il dì del natale del re Mattìa, un poeta un’opera fattagli -in laude del giorno, ch’esso re era nato, a beneficio del mondo, e un -pittore gli presentò un ritratto della sua innamorata; sùbito il Re -rinchiuse il libro del poeta, e voltossi alla pittura, e a quella fermò -la vista con grande ammirazione. - -Allora il poeta, forte sdegnato, disse: — o re, leggi, leggi, e -sentirai cosa di maggior sustanzia, che una muta pittura! — - -Allora il re, sentendosi riprendere del risguardar cose mute, disse: -«o poeta, taci, chè non sai ciò che ti dica; questa pittura serve a -miglior senso che la tua, la qual è da orbi. Dammi cosa che io la possa -vedere e toccare, e non che solamente la possa udire, e non biasimare -la mia elezione dell’avermi io messo la tua opera sotto il gomito, -e questa del pittore tengo con le due mani, dandola alli miei occhi, -perchè le mani da lor medesime hanno tolto a servire a più degno senso, -che non è l’audire. E io per me giudico, che tale proporzione sia della -scienza del pittore a quella del poeta, qual è dalli suoi sensi, de’ -quali questi si fanno obbietti. - -»Non sai tu che la nostra anima è composta d’armonia, e armonia non -s’ingenera se non in istanti [Sidenote: armonia esige contemporaneità -di parti], nei quali le proporzionalità delli obbietti si fan vedere o -udire? Non vedi, che nella tua scienza non è proporzionalità creata in -istante, anzi l’una parte nasce dall’altra successivamente, e non nasce -la succedente, se l’antecedente non muore? - -»Per questo giudico la tua invenzione essere assai inferiore a quella -del pittore, solo perchè da quella non componesi proporzionalità -armonica. Essa non contenta la mente dell’auditore o veditore, come fa -la proporzionalità delle bellissime membra, componitrici delle divine -bellezze di questo viso, che m’è dinanzi, le quali in un medesimo -tempo tutte ’nsieme giunte, mi dànno tanto piacere colla divina loro -proporzione, che null’altra cosa giudico esser sopra la terra fatta -dall’uomo, che dar lo possa maggiore.» - - -XX. — ALTEZZA DEL MONDO VISIBILE. - -Non è sì insensato giudizio che, se gli è proposto qual è più da -eleggere o stare in perpetue tenebre o voler perder l’audito, che -sùbito non dica voler più tosto perdere l’audito insieme con l’odorato, -prima che restar cieco. - -Perchè chi perde il vedere, perde la bellezza del mondo con tutte le -forme delle cose create, e il sordo sol perde il suono fatto dal moto -dell’aria percossa, ch’è minima cosa nel mondo. Tu, che dici la scienza -essere tanto più nobile, quant’essa s’astende in più degno subbietto, -e per questo più vale una falsa immaginazione dell’essenza di Dio, -che una immaginazione d’una cosa men degna; e per questo diremo, la -Pittura, la quale solo s’astende nell’opere d’Iddio essere più degna -della Poesia, che solo si astende in bugiarde finzioni de l’opere -umane. - - -XXI. — ARGUIZIONE DEL POETA CONTRO ’L PITTORE. - -— Tu dici, o pittore, che la tua arte è adorata, ma non imputare a te -tal virtù, ma alla cosa, di che tal pittura è rappresentatrice. — - -Qui il pittore risponde: — o tu, poeta, che ti fai ancora tu imitatore, -perchè non rappresenti con le tue parole cose, che le lettere tue, -contenitrici d’esse parole, ancora loro sieno adorate? — - -Ma la natura ha più favorito il pittore che ’l poeta, e meritamente -l’opere del favorito debbono essere più onorate, che di quello che non -è in favore. - -Adunque, laudiamo quello che con le parole saddisfa all’audito, e quel -che con la pittura saddisfa al contento del vedere; ma tanto meno quel -delle parole, quanto elle sono accidentali e create da minor autore, -che l’opere di natura, di che ’l pittore è imitatore. - -La qual natura è terminante dentro alle figure della lor superfizie. - - -XXII. — CONCLUSIONE INFRA ’L POETA E IL PITTORE. - -Poi che noi abbiamo concluso, la Poesia esser in sommo grado di -comprensione alli ciechi, e che la Pittura fa il medesimo alli sordi, -noi diremo, tanto più valere la Pittura che la Poesia, quanto la -Pittura serve a miglior senso e più nobile, che la Poesia; la qual -nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di tre altri sensi, perchè -è stato eletto di volere piuttosto perdere l’audito e odorato e tatto, -che ’l senso del vedere. - -Perchè, chi perde il vedere, perde la veduta e bellezza dell’universo, -e resta a similitudine di un che sia chiuso in vita in una sepoltura, -nella quale abbia moto e vita. - -Or non vedi tu, che l’occhio abbraccia la bellezza di tutto il mondo? -Egli è capo dell’Astrologia; egli fa la Cosmografia; esso tutte le -umane arti consiglia e corregge; move l’omo a diverse parti del mondo; -questo è principe delle Matematiche; le sue scienze sono certissime; -questo ha misurato l’altezze e grandezze delle stelle; questo ha -trovato gli elementi e loro siti; questo ha fatto predire le cose -future, mediante il corso delle stelle; questo l’Architettura e -Prospettiva, questo la divina Pittura ha generata. O eccellentissimo -sopra tutte l’altre cose create da Dio! quali laudi fien quelle, -ch’esprimere possino la tua nobiltà? quali popoli, quali lingue saranno -quelle, che appieno possino descrivere la tua vera operazione? - -Questa è finestra dell’umano corpo, per la quale l’anima specula e -fruisce la bellezza del mondo; per questo l’anima si contenta della -umana carcere, e, sanza questo, esso umano carcere è suo tormento; e -per questo l’industria umana ha trovato il fuoco, mediante il quale -l’occhio riacquista quello, che prima li tolsero le tenebre. Questo ha -ornato la natura coll’agricoltura e dilettevoli giardini. - -Ma che bisogna, ch’io m’astenda in sì alto e lungo discorso? qual è -quella cosa, che per lui non si faccia? Ei move li omini dall’Oriente -all’Occidente; questo ha trovato la navigazione; e in questo supera -la natura, che li semplici naturali [Sidenote: le varietà minerali, -vegetali e animali] sono finiti, e l’opere, che l’occhio comanda alle -mani, sono infinite, come dimostra il pittore nelle finzioni d’infinite -forme d’animali e erbe, piante e siti. - - -XXIII. — COME LA MUSICA SI DEE CHIAMARE SORELLA E MINORE DELLA PITTURA. - -La Musica non è da essere chiamata altro, che sorella della Pittura, -conciossiachè essa è subbietto dell’audito, secondo senso all’occhio, -e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali, -operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o -più tempi armonici; li quali tempi circondano la proporzionalità de’ -membri, di che tale armonia si compone, non altrementi, che si faccia -la linea circonferenziale [Sidenote: il contorno] le membra, di che si -genera la bellezza umana. - -Ma la Pittura eccelle e signoreggia la Musica, perchè essa non more -immediate dopo la sua creazione, come fa la sventurata Musica, anzi -resta in essere, e ti si dimostra in vita, quel che in fatto è, una -sola superfizie. - -O maravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’ -mortali, le quali hanno più permanenza, che le opere di natura, le -quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita -vecchiezza! e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura, -quale hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è -adorata. - - -XXIV. — PITTURA E MUSICA. - -Quella cosa è più degna, che saddisfa a miglior senso: adunque la -Pittura saddisfattrice al senso del vedere, è più nobile della Musica, -che solo saddisfa all’audito. - -Quella cosa è più nobile, che ha più eternità; adunque la Musica, che -si va consumando, mentre ch’ella nasce, è men degna della Pittura, che -con vetri [Sidenote: Vedi sopra al n. V] si fa eterna. - -Quella cosa, che contiene in se più universalità e varietà di cose, -quella fia detta di più eccellenza: adunque la Pittura è da essere -preposta a tutte le operazioni; perchè è contenitrice di tutte le -forme, che sono, e di quelle, che non sono in natura, è più da essere -magnificata e esaltata, che la musica, che solo attende alla voce. - -Con questa si fa i simulacri alli Dii; dintorno a questa si fa il -culto divino, il quale è ornato con la Musica, a questa servente; -con questa si dà copia alli amanti della causa de’ loro amori; con -questa si riserva le bellezze, le quali il tempo e la genitrice natura -fa fuggitive; con questa noi riserviamo le similitudini degli omini -famosi. E se tu dicessi: — la Musica s’eterna con lo scriverla —; il -medesimo facciamo noi qui colle lettere. - -Adunque, poichè tu hai messa la Musica infra le arti liberali, o tu vi -metti questa, o tu ne levi quella. - -E se tu dicessi: — li omini vili l’adoprano —; e così è guasta la -Musica da chi non la sa. - -Se tu dirai: — le scienze non meccaniche sono le mentali —; io dirò -che la pittura è mentale, e ch’ella, — siccome la Musica e Geometria -consideran le proporzioni delle quantità continue, e l’Aritmetica delle -discontinue, — questa considera tutte le quantità continue e le qualità -delle proporzioni d’ombre e lumi e distanze, nella sua Prospettiva. - - -XXV. — PARLA IL MUSICO COL PITTORE. - -Dice il mimico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del -pittore, perchè essa compone un corpo di molte membra, del quale lo -speculatore contempla tutta la sua grazia, in tanti tempi armonici, -quanti sono li tempi nelli quali essa nasce e more; e con quelli -tempi trastulla con grazia l’anima, che risiede nel corpo del suo -contemplante. - -Ma il pittore risponde e dice, che il corpo, composto delle umane -membra, non dà di sè piacere a’ tempi armonici, nelli quali essa -bellezza abbia a nascere e morire, ma lo fa permanente per moltissimi -anni, e è di tanta eccellenza, ch’ella riserva in vita quella armonia -delle proporzionate membra, le quali natura con tutte sue forze -conservar non potrebbe. - -Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza, -che il tempo o morte in breve ha distrutto il suo naturale esempio; e è -restata più degna l’opera del pittore, che della natura sua maestra! - -Se tu, o musico, dirai che la Pittura è meccanica per essere operata -coll’esercizio delle mani; e la Musica è operata con la bocca, ma non -pel conto del senso del gusto, come la mano (non pel) senso del tatto. - -Meno degne sono ancora le parole che’ fatti. Ma tu scrittore delle -scienze, non copi tu con mano, scrivendo ciò che sta nella mente, come -fa il pittore? - -E se tu dicessi, la Musica essere composta di proporzione; ho io, con -questa medesima, sèguito la Pittura, come mi vedrai. - - -XXVI. — CONCLUSIONE DEL POETA, PITTORE E MUSICO. - -Tal differenza è in quanto alla figurazione delle cose corporee dal -pittore al poeta, quant’è dalli corpi smembrati alli uniti: perchè il -poeta, nel descrivere la bellezza o bruttezza di qualunque corpo, te -lo dimostra a membro a membro e in diversi tempi, e il pittore tel fa -vedere tutto in un tempo. - -Il poeta non può porre colle parole la vera figura delle membra, di -che si compone un tutto, come il pittore, il quale tel pone innanzi con -quella verità, ch’è possibile in natura. E al poeta accade il medesimo, -come al musico, che canta solo un canto composto di quattro cantori; -e canta prima il canto [Sidenote: Oggi: soprano], poi il tenore, e -così sèguita il contralto e poi il basso: e di costui non risulta la -grazia della proporzionalità armonica, la quale si rinchiude in tempi -armonici. E fa esso poeta a similitudine di un bel volto, il quale ti -si mostra a membro a membro, che, così facendo, non rimarresti mai -saddisfatto della sua bellezza, la quale solo consiste nella divina -proporzionalità delle predette membra insieme composte, le quali -solo in un tempo compongono essa divina armonia, di esso congiunto -[Sidenote: insieme accordo] di membra, che spesso tolgono la libertà -posseduta a chi le vede. - -E la Musica ancora fa, nel suo tempo armonico, le soavi melodie, -composte delle sue varie voci, dalle quali il poeta è privato della -loro discrezione [Sidenote: spartizione o divisione] armonica; e, -benchè la Poesia entri pel senso dell’audito alla sedia del giudizio, -siccome la Musica, esso poeta non può descrivere l’armonia della -Musica, perchè non ha podestà in un medesimo tempo di dire diverse -cose, come la proporzionalità armonica della Pittura, composta di -diverse membra in un medesimo tempo, la dolcezza delle quali sono -giudicate in un medesimo tempo, così in comune, come in particolare. In -comune in quanto allo intento del composto, in particolare, in quanto -allo intento de’ componenti, di che si compone esso tutto; e per questo -il poeta resta, in quanto alla figurazione delle cose corporee, molto -indietro al pittore, e delle cose invisibili rimane indietro al musico. - -Ma, s’esso poeta toglie in prestito l’aiuto delle altre scienze, potrà -comparire alle fiere come gli altri mercanti, portatori di diverse -cose, fatte da più inventori: e fa questo il poeta, quando si impresta -l’altrui scienza, come dell’oratore, filosofo, astrologo, cosmografo -e simili, le quali scienze sono in tutto separate dal poeta. Adunque -questo è un sensale, che giunge insieme diverse persone a fare una -conclusione di un mercato; e, se tu vorrai trovare il proprio ufficio -del poeta, tu troverai non essere altro, che un ragunatore di cose -rubate a diverse scienze, colle quali egli fa un composto bugiardo, -o vuoi, con più onesto dire, un composto finto. — E in questa tal -finzione libera esso poeta s’è equiparato al pittore, ch’è la più -debole parte della pittura. - - -XXVII. — CAUSA DELLA INFERIORITÀ IN CUI È TENUTA LA PITTURA. - -Per fingere le parole la Poesia supera la Pittura, e per fingere -fatti la Pittura supera la Poesia, e quella proporzione ch’è da’ fatti -alle parole, tal è dalla Pittura ad essa Poesia, perchè i fatti sono -subbietto dell’occhio, e le parole subbietto dell’orecchio; e così li -sensi hanno la medesima proporzione in fra loro, quali hanno li loro -obbietti infra sè medesimi, e per questo giudico la Pittura essere -superiore alla Poesia. - -Ma per non sapere li suoi operatori dire la sua ragione è restata lungo -tempo sanza avvocati; perchè lei non parla, ma per sè si dimostra e -termina ne’ fatti, e la Poesia finisce in parole, con le quali, come -boriosa, sè stessa lauda. - - - - -IL PITTORE E LA PITTURA. - - -I. — VASTITÀ DEL CAMPO DELLA PITTURA. - -Ciò ch’è visibile è connumerato nella scienza della pittura. - - -II. — ORIGINE DELLA PITTURA. - -Come la prima pittura fu sol d’una linia, la quale circondava l’ombra -dell’omo, fatta dal sole ne’ muri. - - -III. — COME ’L PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTE DI GENTE E DI TUTTE LE -COSE. - -Se ’l pittore vuol vedere bellezze, che lo innamorino, egli n’è Signore -di generarle; e se vuol vedere cose mostruose, che spaventino, o che -sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n’è -Signore e Dio; e se vuol generare siti e deserti, lochi ombrosi o -foschi, ne’ tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi, ne’ tempi -freddi. Se vuol valli, se vuole delle alte cime de’ monti scoprire -gran campagna, e se vuole, dopo quelle, vedere l’orizzonte del mare, -egli n’è Signore, e se delle basse valli vuol vedere gli alti monti -o de li alti monti le basse valli e spiaggie. E in effetto ciò ch’è -nell’universo per essenza, frequenza o immaginazione, esso lo ha prima -nella mente e poi nelle mani; e quelle sono di tanta eccellenza, che in -pari tempi generano una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual -fanno le cose. - - -IV. — LA PITTURA È UNA SECONDA CREAZIONE. - -Chi biasima la Pittura, biasima la natura, perchè l’opere del pittore -rappresentano l’opere d’essa natura, e per questo il detto biasimatore -ha carestia di sentimento. - - -V. — COME IL PITTORE NON È LAUDABILE SE QUELLO NON È UNIVERSALE. - -Alcuni si po’ chiaramente dire che s’ingannano, i quali chiamano bono -maestro quello pittore, il quale sol fa bene una testa o una figura. -Certo e’ non è gran fatto che studiando una sola cosa tutt’il tempo -della sua vita, che non ne venga a qualche perfezione. - -Ma conoscendo noi, che la pittura abbraccia e contiene in sè tutte le -cose, che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione -degli omini, e in ultimo ciò che si po’ comprendere con gli occhi, mi -paro uno tristo maestro quello, che solo una figura fa bene. - -Or non vedi tu quanti e quali atti sieno fatti dalli omini? non vedi -quanti diversi animali e così alberi e erbe, fiori, varietà di siti -montuosi e piani, fonti, fiumi, città, edifizî pubblici e privati, -strumenti opportuni a l’uso umano, vari abiti e ornamenti e arti? - -Tutte queste cose appartengano d’essere di pari operazione e bontà -usate da quello, che tu vogli chiamare bon pittore. - - -VI. — IL PITTORE E LA NATURA. - -Il dipintore disputa e gareggia con la natura. - - -VII. — COME CHI SPREZZA LA PITTURA NON AMA LA FILOSOFIA DELLA NATURA. - -Se tu sprezzerai la Pittura, la quale è sola imitatrice di tutte -l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile -invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera -tutte le qualità delle forme, arie [Sidenote: i fondi o campi delle -figure] e siti, piante, animali, erbe e fiori, le quali sono cinte -d’ombra e lume. E veramente questa è scienza e legittima figlia di -natura, perchè la Pittura è partorita da essa natura. Ma, per dire più -corretto, diremo nipote di natura, perchè tutte le cose evidenti sono -state partorite dalla natura, delle quali cose partorite è nata la -Pittura. Adunque rettamente la dimanderemo nipote di natura e parente -di Dio. - - -VIII. — COME NELL’OPERE D’IMPORTANZA L’OMO NON SI DE’ FIDARE TANTO -DELLA SUA MEMORIA, CHE NON DEGNI RITRARRE DI NATURALE. - -Quel maestro, il quale si desse d’intendere di potere riservare in -sè tutte le forme e li effetti della natura, certo mi parrebbe questo -essere ornato di molta ignoranza, con ciò sia cosa che detti effetti -son infiniti, e la memoria nostra non è di tanta capacità, che basti. - -Adunque tu, pittore, guarda che la cupidità del guadagno, non superi -in te l’onore dell’arte, che ’l guadagno dell’onore è molto maggiore, -che l’onore delle ricchezze. Sì che per queste e altre ragioni, che si -potrebbon dire, attenderai prima col disegno a dare con dimostrativa -forma all’occhio la intenzione e la invenzione fatta in prima -nella tua imaginativa; di poi va levando o ponendo tanto che tu ti -saddisfaccia; di poi fa acconciare omini vestiti o nudi, nel modo ch’in -sull’opera hai ordinato, e fa che per misura e grandezza, sottoposta -alla Prospettiva, che non passi niente de l’opera, che bene non sia -consigliata dalla ragione e dalli effetti naturali: e questa fia la via -a farti onorare della tua arte. - - -IX. — DEL GIUDICARE LA TUA PITTURA. - -Noi sappiamo chiaro che li errori si conoscono più in altrui opere, che -nelle sue, e spesso, riprendendo li altrui piccioli errori, ignorerai -i tua grandi. E per fuggire simile ignoranza, fa che prima sia bono -prospettivo, di poi abbi intera notizia delle misure dell’omo e d’altri -animali, e ancora bono architetto, cioè in quanto s’appartiene alla -forma delli edifizî e dell’altre cose, che sono sopra la terra, che -sono infinite forme. Di quante più avrai notizia, più fia laudabile -la tua operazione, e in quelle che tu non hai pratica non recusare il -ritrarle di naturale. - - -X. — COME ’L PITTORE DEBB’ESSER VAGO D’AUDIRE, NEL FARE DELL’OPERA SUA, -IL GIUDIZIO D’OGN’OMO. - -Certamente non è da recusare, in mentre che l’omo dipigne, il giudizio -di ciascuno; imperocchè noi conosciamo chiaro, che l’omo, benchè non -sia pittore, avrà notizia della forma dell’altro omo, e ben giudicherà -s’egli è gobbo, o ha una spalla alta o bassa, o s’egli ha gran bocca o -naso od altri mancamenti. — E se noi conosciamo alti omini potere con -verità giudicare l’opera della natura, quanto maggiormente ci converrà -confessare questi potere giudicare i nostri errori, chè sappiamo quanto -l’omo s’inganna nelle sue opere, e se non lo conosci in te, consideralo -in altrui, e farai profitto degli altrui errori. - -Sì che sia vago con pazienza udire l’altrui opinioni; e considera bene -e pensa bene, se ’l biasimatore ha cagione o no di biasimarti: e se -trovi di sì, racconcia; e se trovi di no, fagli vista non l’aver inteso -o tu li dimostra per ragione, s’egli è omo che tu stimi, la ragione -come lui s’inganna. - - -XI. — DELLA TRISTA SCUSAZIONE FATTA DA QUELLI CHE FALSA — E -INDEGNAMENTE SI FANNO CHIAMARE PITTORI. - -Ecci una certa generazione di pittori, i quali, per loro poco studio, -bisogna che vivano sotto la bellezza d’oro e d’azzurro, i quali, con -somma stoltizia, allegano non mettere in opera le bone cose per li -tristi pagamenti, che saprebbono ancora ben loro fare come un altro, -quando fussino bene pagati. Or vedi gente istolte! non sanno questi -tali tenère qualche opera bona, dicendo: — questa è da bon premio; e -questa è da mezzano; e questa è di sorte [Sidenote: di basso prezzo] —; -e mostrare d’avere opera da ogni premio. - - -XII. — COME LO SPECCHIO È ’L MAESTRO DE’ PITTORI. - -Quando vuoi vedere, se la tua pittura tutta insieme ha conformità -con la cosa ritratta di naturale, abbi uno specchio, e favvi dentro -specchiare la cosa viva, e paragona la cosa specchiata con la -tua pittura, e considera bene, se ’l subbietto de l’una e l’altra -similitudine ha conformità insieme. - -E sopra tutto lo specchio si de’ pigliare per suo maestro, cioè -lo specchio piano, imperocchè su la sua superfizie le cose hanno -similitudine con la pittura in molte parti. - -Cioè, tu vedi la pittura fatta sopra un piano dimostrare cose, che -paiono rilevate, e lo specchio sopra uno piano fa quel medesimo; la -pittura è una sola superfizie, e lo specchio quel medesimo; la pittura -è impalpabile, in quanto che quello, che pare tondo e spiccato, non si -po’ circondare co’ le mani, e lo specchio fa il simile; lo specchio -e la pittura mostra la similitudine dello cose circondate da ombra e -lume; l’una e l’altra pare assai di là dalla sua superfizie. - -E se tu conosci, che lo specchio, per mezzo de’ lineamenti e ombre e -lumi, ti fa parere le cose dispiccate, e avendo tu fra il tuoi colori -l’ombre e lumi più potenti che quelli dello specchio, certo, se tu li -saprai ben comporre insieme, la tua pittura parrà ancora lei una cosa -naturale, vista in uno grande specchio. - - -XIII. — PRECETTO AL PITTORE. - -Ogni ramo e ogni frutto nasce sopra il nascimento della sua foglia, la -quale li scusa [Sidenote: gli fa le veci di madre] madre col porgergli -l’acqua delle pioggie e l’umidità della rugiada, che li cade la notte -di sopra, e molte volte li toglie li superchi calori delli raggi del -sole. - -Adunque tu, pittore, che non hai tali regole, per fuggire il biasimo -delli intendenti, sii vago di ritrarre ogni tua cosa di naturale, e non -disprezzare lo studio, come fanno i guadagnatori. - - -XIV. — LA PITTURA È UN DISCORSO FIGURATO. - -Li omini e le parole son fatti, e tu, pittore, non sapendo operare le -tue figure, tu se’ come l’oratore, che non sa adoperare le parole sue. - - -XV. — ORDINE DELLO STUDIO. - -Il giovane debbe prima imparare Prospettiva; poi le misure d’ogni -cosa; poi di mano di bon maestro, per suefarsi a bone membra; poi di -naturale, per confermarsi le ragioni delle cose imparate; poi vedere -a uno tempo di mano di diversi maestri; poi fare abito al mettere in -pratica e operare l’arte. - - -XVI. — SULLO STESSO SOGGETTO. - -Dico, che prima si debbe imparare le membra e sua travagliamenti, e -finita tal notizia si debbe seguitare li atti secondo li accidenti, -che accadano all’omo, e terzo comporre le storie, lo studio delle -quali sarà fatto dalli atti naturali, fatti a caso mediante li loro -accidenti; e porli mente per le strade, piazze e campagne, e notarli -con brieve descrizione di liniamenti: cioè che per una testa si faccia -uno O e per uno braccio una linia retta e piegata, e ’l simile si -faccia delle gambe e busto; e poi tornando alla casa fare tali ricordi -in perfetta forma. - -Dice l’avversario, che per farsi pratico e fare opere assai, ch’elli -è meglio che ’l tempo primo dello studio sia messo in ritrarre vari -componimenti, fatti per carte o muri per diversi maestri, e in quelli -si fa pratica veloce e bono abito. Al quale si risponde, che questo -abito sarebbe bono, essendo fatto sopra opere di boni componimenti -e di studiosi maestri; e perchè questi tali maestri son sì rari, che -pochi se ne trova, è più sicuro andare alle cose naturali, che a quelle -d’esso naturale con gran peggioramento imitate, e fare triste abito, -perchè chi può andare alla fonte non vada al vaso. - - -XVII. — DEL MODO DELLO IMPARARE BENE A COMPORRE INSIEME LE FIGURE NELLE -STORIE. - -Quando tu avrai imparato bene di Prospettiva, e avrai a mente tutte -le membra e corpi delle cose, sia vago ispesse volte, nel tuo andarti -a sollazzo, vedere e considerare i siti e li atti delli omini in nel -parlare, in nel contendere o ridere o zuffare insieme, che atti fieno -in loro, e che atti facciano i circostanti, i spartitori o veditori -d’esse cose; e quelli notare con brievi segni, in questa forma, su un -tuo picciolo libretto. Il quale tu debbi sempre portar con teco, e sia -di carte tinte, acciò non l’abbi a scancellare, ma mutare di vecchio -in un novo, chè queste non sono cose da essere scancellate, anzi con -grande diligenza riserbate, perchè gli è tante le infinite forme e atti -delle cose, che la memoria non è capace a ritenerle, onde queste ti -serberai come tuoi autori e maestri. - - -XVIII. — DELLO STUDIARE IN SINO QUANDO TI DESTI O INNANZI T’ADDORMENTI -NEL LETTO, ALLO SCURO. - -Ho in me provato essere di non poca utilità, quando ti trovi allo -scuro nel letto, andare co’ la imaginativa, ripetendo li liniamenti -superfiziali delle forme per l’addietro studiate o altre cose notabili, -da sottile speculazione comprese; ed è questo proprio un atto laudabile -e utile a confermarsi le cose nella memoria. - - -XIX. — MODO D’AUMENTARE E DESTARE LO ’NGIEGNO A VARIE INVENZIONI. - -Non resterò però di mettere infra questi precetti una nova invenzione -di speculazione, la quale, benchè paia piccola e quasi degna di -riso, non di meno è di grande utilità a destare lo ’ngegnio a varie -invenzioni: e questo è, se tu riguarderai in alcuni muri imbrattati di -varie macchie o pietre di varî misti [Sidenote: composte di diverse -sostanze], se avrai a invencionare [Sidenote: inventare, ideare] -qualche sito, potrai lì vedere similitudine di diversi paesi, ornati -di montagne, fiumi, sassi, alberi, pianure, grandi valli e colli -in diversi modi; ancora vi potrai vedere diverse battaglie e atti -pronti di figure, strane arie di volti [Sidenote: fisonomie] e abiti -e infinite cose, le quali tu potrai ridurre integra e bona forma. E -interviene in simili muri e misti come del sôn di campane, che ne’ loro -tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo, che tu imaginerai. - -Io ho già veduto nelli nuvoli e muri macchie, che mi hanno desto -a belle invenzioni di varie cose, le quali macchie, ancora che -integralmente fussino in sè private di perfezione di qualunque membro, -non mancavano di perfezione nelli loro movimenti o altre azioni. - - -XX. — LA STANZA DEL PITTORE. - -Le stanze overo abitazioni piccole ravvian lo ’ngegno, e le grandi lo -sviano. - - -XXI. — L’IDEA E LA PRATICA DELL’ARTE. - -Tristo è quel maestro, del quale l’opera avanza il giudizio suo, -e quello si dirizza alla perfezione dell’arte, del quale l’opera è -superata dal giudizio. - - -XXII. — PROGRESSO INDEFINITO DELL’ARTE. - -Tristo è quel discepolo, che non avanza il suo maestro. - - -XXIII. — QUEL PITTORE, CHE NON DUBITA, POCO ACQUISTA. - -Quando l’opera supera il giudizio de l’operatore, esso operante poco -acquista; e quando il giudizio supera l’opera, essa opera mai finisce -di migliorare, se l’avarizia non l’impedisce. - - -XXIV. — PRECETTI SULLA PITTURA. - -E tu, pittore, studia di fare le tue opere ch’abbino a tirare a sè li -sua veditori, e quelli fermare con grande ammirazione e dilettazione; -e non tirarli e poi scacciarli, come fa l’aria a quel, che, nelli -tempi notturni, salta ignudo dal letto a contemplare la qualità d’essa -aria nubilosa o serena, che immediate, scacciato dal freddo di quella, -ritorna nel letto, donde prima si tolse. Ma fa le opere tue simili a -quell’aria, che, ne’ tempi caldi, tira gli omini de li lor letti, e -gli ritiene con dilettazione a prendere lo estivo fresco; e non voler -essere prima pratico che dotto, e che l’avarizia vinca la gloria, che -di tal arte meritamente s’acquista. - -Non vedi tu che, infra le umane bellezze, il viso bellissimo ferma li -viandanti e non i loro ricchi ornamenti? E questo dico a te, che con -oro o altri ricchi fregi adorni le tue figure. Non vedi tu isplendenti -bellezze della gioventù diminuire di loro eccellenza per li eccessivi -e troppo culti ornamenti? Non hai tu visto le montanare, involte ne -gl’inculti e poveri panni, acquistare maggior bellezza, che quelle, che -sono ornate? - -Non usare le affettate conciature o capellature di teste, dove, -appresso delli goffi cervelli, un sol capello posto più d’un lato che -dall’altro, colui che lo tiene, se ne promette grand’infamia, credendo -che li circostanti abbandonino ogni lor primo pensiero, e solo di quel -parlino, e solo quello riprendano. E questi tali han sempre per lor -consigliero lo specchio e il pettine, e il vento è loro capital nemico, -sconciatore delli azzimati capegli. - -Fa tu dunque alle tue teste li capegli scherzare insieme col finto -vento, intorno alli giovanili volti e, con diverso revoltare, -graziosamente ornarli; e non far come quelli che gl’impiastrano -con colla, e fanno parere i visi, come se fussino invetriati.... -Umane pazzie in aumentazione, delle quali non bastano li naviganti a -condurre dalle orientali parti le gomme arabiche, per riparare che ’l -vento non varî l’equalità delle sue chiome, chè di più vanno ancora -investigando!... - - - - -PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. - - -I. - -Adoperandomi io non meno in Scoltura, che in Pittura, e facendo l’una e -l’altra ’n un medesimo grado, mi pare, con picciola imputazione, potere -dare sentenza quale sia di maggiore ingegno e difficultà e perfezione -l’una, che l’altra. Prima, la Scoltura è sottoposta a certi lumi, cioè -di sopra, e la pittura porta per tutto con seco lume e ombra; e ’l -lume e l’ombra è la importanza adunque della Scoltura. Lo scultore in -questo caso è aiutato dalla natura del rilievo, che lo genera per sè, -e ’l pittore per accidentale arte lo fa ne’ lochi, dove ragionevolmente -lo farebbe la natura. Lo scultore non si può diversificare nelle varie -nature de’ colori delle cose; la Pittura non manca in parte alcuna. Le -prospettive delli scultori non paiono niente vere; quelle del pittore -paiono a centinaia di miglia di là dall’opera. La Prospettiva aerea -è lontana dalla loro opera, non possono figurare i corpi trasparenti, -non possano figurare i luminosi, non linee riflesse, non corpi lucidi -come specchi e simili cose lustranti, non nebbie, non tempi oscuri e -infinite cose, che non si dicono per non tediare. - -Ciò ch’ell’ha è che la è più resistente al tempo, benchè ha simile -resistenza la pittura fatta sopra rame grosso coperto di smalto bianco, -e sopra quello dipinto con colori di smalto, e rimesso in fuoco, e -fatto cuocere. Questa per eternità avanza la scoltura. Potran dire -che dove fanno un errore non esserli facile il racconciare. Questo è -tristo argomento a voler provare, che una ismemorataggine irremediabile -faccia l’opera più degna. Ma vi dirò bene che lo ingegno del maestro -sia più difficile a racconciare, che fa simili errori, che non è -racconciare l’opera da quello guasta. Noi sappiamo bene, che quello, -che sarà pratico e bono, non farà simili errori, anzi con buone regole -andrà levando tanto poco per volta, che ben conducerà sua opera. -Ancora, lo scultore, se fa di terra o cera, può levare e porre, e -quand’è terminata, con facilità si getta di bronzo, e questa è l’ultima -operazione e la più permanente, ch’abbia la Scoltura, imperocchè -quella, ch’è sola di marmo, è sottoposta, alla rovina, che non la ’n -bronzo. - -Adunque quella pittura fatta in rame che si può, con i metodi della -Pittura, levare e porre, è pari al bronzo, che quando facevi prima -l’opera di cera, ancor si poteva lei levare e porre. — Se questa -scoltura di bronzo è eterna, questa di rame o di vetro è eternissima; -se il bronzo rimane nero e brutto, questa è piena di varî e vaghi -colori e d’infinite varietà, delle quale come di sopra è, se tu volessi -dire solamente della pittura fatta in tavola, di questa son io contento -dare la sentenza con la Scoltura, dicendo così: — come la Pittura è più -bella e di più fantasia e più copiosa, e la Scoltura più durabile, e -altro non ha. — - -La Scoltura con poca fatica mostri quel che ’n la pittura pare cosa -miracolosa a far parere palpabili le cose impalpabili, rilevate le -cose piane, lontane le cose vicine! In effetto la Pittura è ornata -d’infinite speculazioni, che la Scoltura non l’adopera. - - -II. - -La Scoltura non è scienza, ma arte meccanicissima, perchè genera sudore -e fatica corporale al suo operatore, e solo bastano, a tale artista, -le semplici misure de’ membri e la natura delli movimenti e posate, e -così in sè finisce, dimostrando all’occhio quel, che quello è, e non dà -di sè alcuna ammirazione al suo contemplante, come fa la Pittura, che -in una piana superfizie, per forza di scienza, dimostra le grandissime -campagne co’ lontani orizzonti. - - -III. - -Tra la Pittura e la Scoltura non trovo altra differenza, se non che -lo scultore conduce le sue opere con maggior fatica di corpo, che il -pittore, e il pittore conduce le opere sue con maggior fatica di mente. - -Provasi così esser vero, conciossiachè lo scultore, nel fare la sua -opera, fa per forza di braccia e di percussione a consumare il marmo -o altra pietra soverchia, ch’eccede la figura, che dentro a quella si -rinchiude con esercizio meccanicissimo, accompagnato spesse volte da -gran sudore, composto di polvere e convertito in fango, con la faccia -impastata e tutto infarinato di polvere di marmo, che pare un fornaio, -e coperto di minute scaglie, che pare gli sia fioccato addosso, e -l’abitazione imbrattata e piena di scaglie e di polvere di pietre. - -Il che tutto al contrario avviene al pittore, parlando di pittori -e scultori eccellenti. Imperocchè il pittore con grande agio siede -dinanzi alla sua opera, ben vestito, e muove il lievissimo pennello -con li vaghi colori. È ornato di vestimenti come a lui piace, e è -l’abitazione sua piena di vaghe pitture e pulita; e accompagnata spesse -volte di musiche o lettori di varie e belle opere, le quali — sanza -strepito di martelli o altro rumore misto — sono con gran piacere -udite. - - -IV. - -Nessuna comparazione è dallo ingegno e artificio e discorso della -Pittura a quello della Scoltura, che non s’impaccia della Prospettiva, -causata dalla virtù della materia e non dall’artefice. - -E se lo scultore dice non poter racconciare la materia levata di -soperchio alla sua opera, come può il pittore; qui si risponde che quel -che troppo leva, poco intende, e non è maestro. — Perchè se lui ha in -potestà le misure, egli non leverà quello che non deve; adunque diremo -tal difetto essere dell’operatore e non della materia. - -Ma di questi non parlo, perchè non sono maestri, ma guastatori di marmi. - -Li maestri non si fidano nel giudizio dell’occhio, perchè sempre -inganna, come prova, chi vol dividere una linea in due parti eguali, -a giudizio di occhio, che spesso la sperienza lo inganna; onde -per tale sospetto li buoni giudici sempre temono, il che non fanno -l’ignoranti, e per questo, colla notizia della misura di ciascuna -lunghezza, grossezza e larghezza de’ membri sempre si vanno al continuo -governando, e così facendo, non levano più del dovere. - -Ma la Pittura è di maraviglioso artificio, tutta di sottilissime -speculazioni, delle quali in tutto la Scoltura n’è privata, per essere -di brevissimo discorso. - -Rispondesi allo scultore, che dice, che la sua scienza è più permanente -che la Pittura, che tal permanenza è virtù della materia sculta e -non dello scultore, e in questa parte lo scultore non se lo debbe -attribuire a sua gloria, ma lasciarla alla natura, creatrice di tale -materia. - - -V. - -La Pittura è di maggior discorso mentale e di maggiore artificio e -meraviglia che la Scoltura, perciocchè necessità costringe la mente -del pittore a trasmutarsi nella propria mente di natura, e che sia -interprete infra essa natura e l’arte, cementando con quella le cause -delle sue dimostrazioni, costrette dalla sua legge; e in che modo le -similitudini delli obbietti circostanti all’occhio concorrino colli -veri simulacri alla popilla dell’occhio; e infra li obbietti eguali in -grandezza quale si dimostrerà maggiore a esso occhio; e infra li colori -eguali qual si dimostrerà più o meno oscuro o più o meno chiaro; e -infra le cose di eguale bassezza quale si dimostrerà più o men bassa: -o di quelle, che sono poste in altezza eguale, quale si dimostrerà più -o meno alta; e delli obbietti eguali posti in varie distanze, perchè si -dimostreranno men noti l’un che l’altro. - -E tale arte abbraccia e restringe in sè tutte le cose visibili, il che -far non può la povertà della Scoltura, cioè: li colori di tutte le cose -e loro diminuzioni; questa figura le cose trasparenti, e lo scultore -ti mostrerà le naturali, sanza suo artifizio; il pittore ti mostrerà -varie distanze con variamenti del colore, dall’aria interposta fra -li obbietti e l’occhio; egli le nebbie per le quali con difficoltade -penetrano le spezie dalli obbietti; egli le pioggia, che mostrano dopo -sè li nuvoli con monti e valli; egli la polvere, che mostrano in sè e -dopo sè li combattenti di essa motori; egli li fumi più o meno densi; -questo ti mostrerà li pesci scherzanti infra la superfizie delle acque -e il fondo suo; egli le pulite ghiare con varî colori posarsi sopra le -lavate arene del fondo de’ fiumi, circondati dalle ondeggianti erbe, -dentro alla superfizie dell’acqua; egli le stelle in diverse altezze -sopra di noi e così altri innumerabili effetti, alli quali la Scoltura -non aggiunge. - - -VI. — CONCLUSIONE. - -Manca la Scoltura della bellezza de’ colori, manca della prospettiva -de’ colori, manca della prospettiva e confusione de’ termini delle -cose remote all’occhio, imperocchè così farà cognito li termini delle -cose propinque, come delle remote; non farà l’aria, interposta, -infra l’obbietto remoto e l’occhio, occupare più esso obbietto, -come le figure velate, che mostrano la nuda carne sott’i veli, a -quella anteposti; non farà la minuta ghiara di varî colori, sotto la -superfizie delle trasparenti acque. - - - - -I PAESI E LE FIGURE. - - - - -I PAESI. - - -I. — UN EFFETTO DI NUBI SUL LAGO MAGGIORE. - -Io sono già stato a vedere tal multiplicazione di arie [Sidenote: -condensazione di nubi nell’atmosfera], e già sopra a Milano, inverso -lago Maggiore, vidi una nuvola in forma di grandissima montagna, -piena di scogli infocati, perchè li raggi del sole, che già era -all’orizzonte, che rosseggiava, la tigneano del suo colore. E questa -tal nuvola attraeva a sè tutti li nuvoli piccioli, che intorno le -stavano; e la nuvola grande non si movea di suo loco, anzi riservò -nella sua sommità il lume del sole insino a una ora e mezzo di notte, -tant’era la sua immensa grandezza; e infra due ore di notte generò sì -gran venti, che fu cosa stupenda e inaudita. - - -II. — UN’ASCENSIONE AL MONTE ROSA.[146] - -Dico, l’azzurro, in che si mostra l’aria, non essere suo proprio -colore, ma è causato da umidità calda, vaporata in minutissimi e -insensibili atomi, la quale piglia dopo se la percussion de’ raggi -solari, e fassi luminosa sotto la oscurità delle immense tenebre della -regione del fuoco, che di sopra le fa coperchio. - -E questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Momboso [Sidenote: il -monte Rosa], giogo dell’Alpi che dividono la Francia dalla Italia, la -qual montagna ha la sua base che partorisce li quattro fiumi, che rigan -per quattro aspetti contrarî tutta l’Europa: e nessuna montagna ha la -sua base in simile altezza. - -Questa si leva in tanta altura, che quasi passa tutti li nuvoli, e -raro volte vi cade neve, ma sol grandine di stato, quando li nuvoli -sono nella maggiore altezza; e questa grandine vi si conserva in modo, -che, se non fosse la rarità del cadervi e del montarvi nuvoli, che -non accade due volte in una età, egli vi sarebbe altissima quantità di -diaccio, innalzato dalli gradi della grandine. Il quale di mezzo Luglio -vi trovai grossissimo; e vidi l’aria sopra di me tenebrosa; e ’l sole, -che percotea la montagna, essere più luminoso quivi assai, che nelle -basse pianure, perchè minor grossezza d’aria s’interponea in fra la -cima d’esso monte e ’l sole. - - -III. — TRACCIA. - -Descrivi i paesi con vento e con acqua, o con tramontare e levare del -sole. - - -IV. — ALTRA TRACCIA. - -Descrivi uno vento terrestre e marittimo, descrivi una pioggia. - - -V. — VARIE COLORAZIONI DEL MARE. - -Il mare ondeggiante non ha colore universale, ma chi lo vede di terra -ferma, è di colore oscuro, e tanto più oscuro, quant’egli è più vicino -all’orizzonte, e vedevi alcuni chiarori over lustri, che si movono -con tardità a uso di pecore bianche nelli armenti; e chi vede il mare -stando in alto mare lo vede azzurro. E questo nasce, che da terra il -mare pare oscuro, perchè tu vedi in lui l’onde, che specchiano la -oscurità della terra; e d’alto mare paiono azzurre, perchè tu vedi -nell’onde l’aria azzurra, da tali onde specchiata. - - -VI. — LA VEGETAZIONE DI UN COLLE. - -Quell’erbe e piante saranno di color tanto più pallido, quanto il -terreno che le nutrisce è più magro e carestioso [Sidenote: scarso, -povero] d’umore: il terreno è più carestioso e magro sopra li sassi, -di che si compongono li monti. E li alberi saranno tanto minori e più -sottili, quanto essi si fanno più vicini alla sommità de’ monti: e il -terreno è tanto più magro, quanto s’avvicina più alle predette sommità -de’ monti; e tanto più abbondante il terreno è di grassezza, quanto -esso è più propinquo alle concavità delle valli. - -Adunque tu, pittore, mostrerai nelle sommità de’ monti li sassi, di -che esso si compone, in gran parte scoperti di terreno, e l’erbe, -che vi nascono, minute e magre e in gran parte impallidite e secche, -per carestia d’umore, e l’arenosa e magra terra si veda transparire -infra le pallide erbe; e le minute piante, stentate e invecchiate in -minima grandezza, con corte e spesse ramificazioni e con poche foglie, -scoprendo in gran parte le rugginenti e aride radici, tessute con -le falde [Sidenote: gli strati delle roccie] e rotture [Sidenote: i -crepacci] delli rugginosi scogli, nate dalli ceppi, storpiati dalli -uomini e da’ venti; e in molte parti si vegga li scogli superare -li còlli de li alti monti, vestiti di sottile e pallida ruggine; e -in alcuna parte dimostrare li lor veri colori scoperti, mediante la -percussione delle folgori del cielo, il corso delle quali, non sanza -vendetta di tali scogli, spesso son impedite. - -E quanto più discendi alle radici de’ monti, le piante saranno più -vigorose e spesse di rami e di foglie; e le lor verdure di tante -varietà, quanto sono le specie delle piante, di che tal selve si -compongono, delle quali la ramificazione è con diversi ordini e diverse -spessitudini [Sidenote: abbondanza di rami frondosi] di rami e di -foglie e diverse figure e altezze: e alcuni con istrette ramificazioni, -come il cipresso; e similmente degli altri con ramificazioni sparse -e dilatabili, com’è la quercia e il castagno e simili; alcuni con -minutissime foglie; altri con rare, com’è il ginepro e ’l platano e -simili; alcune quantità di piante, insieme nate, divise da diverse -grandezze di spazi e altre unite, sanza divisioni di parti o altri -spazi. - - -VII. — DEL MODO DEL FIGURARE UNA NOTTE. - -Quella cosa ch’è privata interamente di luce è tutta tenebre. Essendo -la notte in simile condizione, e tu vi vogli figurare una storia, -farai che, sendovi ’l grande foco, che quella cosa ch’è più propinqua -di detto foco più si tinga nel suo colore, perchè quella cosa ch’è -più vicina all’obbietto, più partecipa della sua natura. E facendo il -foco pendere in colore rosso, farai tutte le cose alluminate da quello -ancora loro rosseggiare e quelle che sono più lontane a detto foco -più sien tinte del colore nero della notte. Le figure, che sono fra -te e ’l foco, appariscano scure nella oscurità della notte e non della -chiarezza del foco, e quelle che si trovano dai lati sieno mezze oscure -e mezze rosseggianti, e quelle che si possono vedere dopo i termini -delle fiamme saranno tutte alluminate di rosseggiante lume in campo -nero. - -In quanto alli atti, farai quelli che li sono presso, farsi scudo colle -mani e con mantegli, a riparo del superchio calore, e, torto col volto -in contraria parte, mostrare fuggire da quelli più lontani; farai gran -parte di loro farsi colle mani riparo alli occhi offesi da superchio -splendore. - - -VIII. — COME SI DEE FIGURAR UNA FORTUNA [Sidenote: burrasca]. - -Se vuoi figurare bene una fortuna, considera e poni bene i sua effetti, -quando il vento, soffiando sopra la superfizie del mare e della -terra, rimove e porta con seco quelle cose, che non sono ferme, colla -universal marea. - -E per ben figurare questa fortuna, farai in prima i nuvoli spezzati -e rotti dirizzarsi per lo corso del vento, accompagnati dall’arenosa -polvere, levata da’ liti marini, e rami e foglie levati per la potenza -del furore del vento, isparsi per l’aria, e in compagnia di quelle -molte altre leggere cose. Li alberi e l’erbe piegate a terra quasi -mostrarsi volere seguire il corso dei venti, coi rami storti fuor del -naturale corso e le scompigliate e racconciate foglie. Gli omini, che -lì si trovano, parte caduti e rivolti per li panni e per la polvere, -quasi sieno sconosciuti; e quelli, che restano ritti, sieno dopo -qualche albero abbracciati a quelli, perchè il vento non li strascini; -altri con le mani a li occhi per la polvere, chinati a terra, e i panni -e capegli diretti al corso del vento. Il mare turbato e tempestoso -sia pieno di retrosi [Sidenote: aggiramenti vorticosi dell’acqua], e -schiuma in fra le elevate onde, e ’l vento levare infra la combattuta -aria della schiuma più sottile a uso di spessa e avviluppata nebbia. -I navilî, che dentro vi sono, alcuni ve ne farai con la vela rotta, -e i brani d’essa ventilando infra l’aria in compagnia d’alcuna corda -rotta; alcuni alberi rotti, caduti, col navilio intraversato e rotto -infra le tempestose onde; certi omini gridanti abbracciare il rimanente -del navilio; farai i nuvoli cacciati dagl’impetuosi venti, battuti -nell’alte cime delle montagne, fare a quegli avviluppati retrosi, a -similitudine dell’onde percosse nelli scogli. L’aria spaventosa per le -oscure tenebre fatte nell’aria dalla polvere, nebbia e nuvoli folti. - - -IX. — MODO DI FIGURARE UNA BATTAGLIA. - -Farai in prima il fumo dell’artiglieria, mischiato in fra l’aria, -insieme con la polvere, mossa dal movimento de’ cavalli e de’ -combattitori. La quale mistione userai così: la polvere, perchè è cosa -terrestre e ponderosa, e ben che per la sua sottilità facilmente si -levi e mischi infra l’aria, niente di meno volentieri ritorna in basso, -e il suo sommo montare è fatto dalla parte più sottile, adunque il meno -fia veduta, e parrà quasi di colore d’aria; il fumo, che si mischia in -fra l’aria impolverata, quanto più s’alza a certa altezza, parrà oscura -nuvola, e vederassi ne le sommità più espeditamente il fumo, che la -polvere. - -Il fumo penderà in colore alquanto azzurre, e la polvere terrà il -suo colore: dalla parte che viene il lume, parrà questa mistione -d’aria, fumo e polvere molto più lucida, che dalla opposita parte; i -combattitori quanto più fieno infra detta turbolenza, meno si vedranno -e meno differenza fia dai loro lumi alle loro ombre. - -Farai rosseggiare i volti e le persone e l’aria e li scoppettieri -insieme co’ vicini, e detto rossore quanto più si parte dalla sua -cagione, più si perda; e le figure, che sono in fra te e ’l lume, -essendo lontane, parranno scure in campo chiaro, e le loro gambe, -quanto più s’apresseran alla terra, men fieno vedute, perchè la polvere -è lì più grossa e più spessa. - -E se farai cavalli correnti fuori della turba, falli nuvoletti di -polvere distanti l’uno dall’altro, quanto po’ essere lo ’ntervallo de’ -salti fatti dal cavallo, e quello nuvolo, ch’è più lontano da detto -cavallo, men si vegga, anzi sia alto, sparso e raro, e più presso sia -più evidente e minore e più denso. - -L’aria sia piena di saettume di diverse ragioni: chi monti, chi -discenda, qual sia per linea piana; e le ballotte delli scoppietti -sieno accompagnate d’alquanto fumo dirieto al lor corso. - -E le prime figure farai polverose, i capegli e ciglia e altri lochi -piani, atti a sostenere la polvere. Farai i vincitori correnti co’ -capegli, e altre cose leggiere, sparse al vento: con le ciglia basse -e’ caccia i contrarî membri innanzi, cioè se mandera’ innanzi il -piè destro che ’l braccio stanco ancor lui venga innanzi. E se farai -alcuno caduto fara’ gli il segno dello sdrucciolare su per la polvere, -condotto [Sidenote: ridotto, trasmutato] in sanguinoso fango, e -dintorno alla mediocre liquidezza della terra farai vedere istampite -[Sidenote: impresse] le pedate degli omini e cavalli di lì passati. - -Farai alcuno cavallo strascinare morto il suo signore, e dirieto a -quello lasciare per la polvere e fango il segno dello strascinato -corpo; farai li vinti e battuti pallidi colle ciglia alte nella lor -congiunzione, e la carne, che resta sopra loro, sia abbondante di -dolenti crespe. Le fauci del naso sieno con alquante grinze partite -in arco dalle narici e terminate nel principio dell’occhio; le narici -alte, cagion di dette pieghe; le labbra arcate scoprano i denti di -sopra. I denti spartiti in modo di gridare con lamento. L’una delle -mani faccia scudo ai paurosi occhi, voltando il dirieto inverso il -nimico, l’altra stia a terra a sostenere il levato busto. Altri farai -gridanti colla bocca isbarrata e fuggenti; fara’ molte sorte d’arme in -fra i piedi de’ combattitori come scudi rotti, lancie, spade rotte, -altre simili cose; farai omini morti, alcuni ricoperti mezzi dalla -polvere, altri tutta la polvere, che si mischia coll’uscito sangue, -convertirsi in rosso fango, e vedere il sangue del su’ colore correre -con torto corso dal corpo alla polvere; altri morendo strignere i -denti o travolgere gli occhi, strignere le pugna alla persona e le -gambe storte. Potrebbesi vedere alcuno disarmato e abbattuto dal nemico -volgersi al nemico, con morsi e graffi fare crudele e aspra vendetta; -potresti vedere alcuno cavallo leggero correre coi crini sparsi al -vento, correre in fra i nemici, e co’ piedi fare molto danno; vedresti -alcuno storpiato, caduto in terra farsi copritura col suo scudo, e ’l -nemico, chinato in basso, fare forza di dare morte a quello. - -Potrebbesi vedere molti omini caduti in un gruppo sopra uno caval -morto. Vederai alcuni vincitori lasciare il combattere e uscire -dalla moltitudine nettandosi co le due mani li occhi e le guancia -ricoperte di fango, fatte da lagrimare degli occhi per l’amor della -polvere. Vederesti le squadre del soccorso stare pien di speranza e -sospetto, co’ le ciglia aguzze, facendo a quelle ombra con le mani, e -riguardare infra la folta e confusa caligine dell’essere attenti al -comandamento del capitano; e simile, il capitano col bastone levato -e corrente inverso il soccorso, mostrare a quelli la parte dove di -loro è carestìa; e alcun fiume dentro cavalli correnti riempiendo la -circustante acqua di turbolenza di onde di schiuma e d’acqua confusa, -saltante infra l’aria e tra le gambe e corpi de’ cavalli. E non fare -nessun loco piano, se non le pedate ripiene di sangue. - - -X. — FIGURAZIONE DEL DILUVIO. - -L’aria era oscura per la spessa pioggia, la qual, con obbliqua discesa, -piegata dal trasversal corso de’ venti, faceva onde di sè per l’aria, -non altrementi che far si vegga alla polvere, ma sol si variava -perchè tale innondazione era traversata dalli liniamenti, che fanno -le gocciole dell’acqua, che discende. Ma il colore suo era dato dal -fuoco, generato dalle saette fenditrici e squarciatrici delli nuvoli, i -vampi delle quali percoteano e aprivano li gran pelaghi delle riempiute -valli, li quali aprimenti mostravano nelli lor vertici le piegate cime -delle piante. E Nettuno si vedea in mezzo alle acque col tridente, e -vedeasi Eolo colli sua venti ravvilluppare notanti piante diradicate, -miste colle immense onde. - -L’orizzonte, con tutto lo emisperio, era turbo e focoso, per le -ricevute vampe delle continue saette. Vedevansi li omini e li uccelli, -che riempivan di sè li grandi alberi, scoperti dalle dilatate onde, -componitrici delli colli, circondatori delli gran baratri. - - -XI. — SEGUE. - -Vedeasi la oscura e nebulosa aria essere combattuta dal corso di -diversi venti, e avviluppati dalla continua pioggia e misti colla -gragnuola, li quali or qua ora là portavano infinita ramificazione -delle stracciate piante, miste con infinite foglie. Dintorno vedeasi le -antiche piante diradicate e stracciate dal furor de’ venti. Vedevasi le -ruine de’ monti, già scalzati dal corso de’ lor fiumi, ruinare sopra -i medesimi fiumi e chiudere le loro valli; li quali fiumi ringorgati -allagavano, e sommergevano le moltissime terre, colli lor popoli. - -Ancora avresti potuto vedere, nelle sommità di molti monti, essere -insieme ridotte molte varie spezie d’animali, spaventati e ridotti -al fin dimesticamente, in compagnia de’ fuggiti omini e donne colli -lor figlioli. E le campagne coperte d’acqua mostravan le sue onde in -gran parte coperte di tavole, lettiere, barche, altri vari strumenti, -fatti dalla necessità e paura della morte, sopra li quali eran donne, -omini colli lor figlioli misti, con diverse lamentazioni e pianti, -spaventati dal furor de’ venti, li quali con grandissima fortuna -rivolgevan l’acque sotto sopra insieme colli morti, da quella annegati. -E nessuna cosa più lieve che l’acqua era che non fussi coperta di -diversi animali, i quali, fatti tregua, stavano insieme con paurosa -collegazione [Sidenote: aggruppamento], infra’ quali eran lupi, -volpi, serpi e d’ogni sorte, fuggitori dalla morte. E tutte l’onde -percuotitrici de’ lor lidi, combattevan quelli, colle varie percussioni -di diversi corpi annegati, le percussioni de’ quali uccidevano quelli, -alli quali era restato vita. - -Alcune congregazioni d’omini avresti potuti vedere, le quali con -armata mano difendevano li piccioli siti, che loro eran rimasti, -da lioni, lupi e animali rapaci, che quivi cercavan lor salute. Oh! -quanti romori spaventevoli si sentivan per l’aria scura, percossa dal -furore de’ tuoni e delle folgori, da quelli scacciate, — che per quella -ruinosamente scorrevano, percotendo ciò che s’opponea al suo corso! -Oh! quanti avresti veduti colle proprie mani chiudersi li orecchi per -schifare l’immensi romori, fatti per la tenebrosa aria dal furore de’ -venti misti con pioggia, tuoni celesti e furore di saette! - -Altri, non bastando loro il chiudere delli occhi, ma colle proprie mani -ponendo quelle l’una sopra dell’altra, più se li coprivano, per non -vedere il crudele strazio fatto della umana spezie dall’ira di Dio. -— Oh! quanti lamenti e quanti spaventati si gettavano dalli scogli! -Vedeasi le grandi ramificazioni delle gran quercie, cariche d’omini, -esser portate per l’aria dal furore delli impetuosi venti. - -Quante eran le barche volte sotto sopra, e quelle intere e quelle in -pezzi esservi sopra gente, travagliandosi per loro scampo, con atti -e movimenti dolorosi, pronosticanti di spaventevole morte. Altri con -movimenti disperati si toglievano la vita, disperandosi di non potere -sopportare tal dolore: de’ quali alcuni si gittavano dalli alti scogli, -altri si stringevano la gola colle proprie mani, alcuni pigliavan li -propri figlioli, e con grande rapidità li sbattevan interi, alcuni -colle proprie sue armi si ferivano e uccidean sè medesimi, altri -gittandosi ginocchioni si raccomandavan a Dio. Oh! quante madri -piangevano i sua annegati figlioli, quelli tenendo sopra le ginocchia, -alzando le braccia aperte in verso il cielo, e con voci, composte -di diversi urlamenti, riprendevan l’ira delli Dei; altri, colle man -giunte e le dita insieme tessute, mordevano, e con sanguinosi morsi -quel divoravan, piegandosi col petto alle ginocchia per lo immenso e -insopportabile dolore. - -Vedeansi li armenti delli animali, come cavalli, buoi, capre, pecore, -esser già attorniati dalle acque e essere restati in isola nell’alte -cime de’ monti, già restrigniersi insieme, e quelli del mezzo elevarsi -in alto, e camminare sopra delli altri, e fare infra loro gran zuffe, -de’ quali assai ne morivan per carestia di cibo. - -E già li uccelli si posavan sopra li omini e altri animali, non -trovando più terra scoperta che non fusse occupata da’ viventi; già -la fame, ministra della morte, avea tolto la vita a gran parte delli -animali; quando li corpi morti già levificati si levavano dal fondo -delle profonde acque e surgevano in alto. E infra le combattenti onde, -sovra le quali si sbattevano l’un nell’altro, e, come balle piene di -vento, risaltavan indirieto dal sito della lor percussione, questi si -facevan base de’ predetti morti. E sopra queste maledizioni si vedea -l’aria coperta di oscuri nuvoli, divisi dalli serpeggianti moti dello -infuriate saette del cielo, alluminanti or qua or là infra la oscurità -delle tenebre. - -Vedesi il moto dell’aria mediante il moto della polvere, mossa dal -corso del cavallo, il moto della quale è tanto veloce a riempiere il -vacuo, che di sè lascia nell’aria, che di sè lo vestiva, quanto è la -velocità di tal cavallo a fuggirsi dalla predetta aria. - -E ti parrà forse potermi riprendere dell’avere io figurato le vie fatte -per l’aria dal moto del vento, conciò sia che ’l vento per sè non si -vede infra l’aria. A questa parte si risponde, che non il moto del -vento, ma il moto delle cose da lui portate è sol quel che per l’aria -si vede. - -Tenebre, vento, fortuna di mare, diluvio d’acqua, selve infocate, -pioggia, saette del cielo, terremoti e ruina di monti, spianamenti di -città. - -Venti revertiginosi [Sidenote: raggirantisi turbinosamente], che -portano acqua, rami di piante e omini infra l’aria. - -Rami stracciati da’ venti, misti col corso de’ venti, con gente di -sopra. - -Piante rotte, cariche di gente. - -Navi rotte in pezzi, battute in iscogli. - -Delli armenti, grandine, saette, venti revertiginosi. - -Gente che sien sopra piante, che non si posson sostenere, alberi e -scogli, torri, còlli pien di gente, barche, tavole, madie e altri -strumenti da natare, còlli coperti d’uomini e donne e animali, e saette -da’ nuvoli, che alluminino le cose. - -Sia imprima figurata la cima d’un aspro monte con alquanta valle -circustante alla sua base, e ne’ lati di questo si veda la scorza -del terreno levarsi insieme colle minute radici di piccoli sterpi, e -spogliar di sè gran parte delli circonstanti scogli; rovinosa discenda -di tal dirupamento; con turbolenza del corso vada percuotendo e -scalzando le ritorte e globulenti [Sidenote: piene di prominenze, di -bulbi] radici delle gran piante, e quelle ruinando sotto sopra. E le -montagne, denudandosi, scoprano le profonde fessure, fatte in quelle -dalli antichi terremoti; e li piedi delle montagne siano in gran -parte rincalzati e vestiti delle ruine delli arbusti precipitati da’ -lati dell’alte cime de’ predetti monti, i quali sien misti con fango, -radici, rami d’alberi, con diverse foglie, infuse infra esso fango e -terra e sassi. - -E le ruine d’alcuni monti sien discese nella profondità d’alcuna valle, -e facciansi argine della ringorgata acqua del suo fiume, la quale -argine, già rotta, scorra con grandissime onde, delle quali le massime -percuotino, e ruinino le mura delle città e ville di tal valle. E le -ruine degli alti edifizî delle predette città levino gran polvere, -l’acqua si levi in alto in forme di fumo, ed in ravviluppati, nuvoli si -movano contro alla discendente pioggia. - -Ma la ringorgata acqua si vada raggirando pel pelago, che dentro a -sè la rinchiude, e con ritrosi revertiginosi in diversi obbietti, -percuotendo e risaltando in aria colla fangosa schiuma, poi ricadendo -e facendo riflettere in aria l’acqua percossa. E le onde circolari, -che si fuggono dal loco della percussione, camminando col suo impeto -in traverso, sopra del moto dell’altre onde circolari, che contra di -loro si muovono, e, dopo la fatta percussione, risalgano in aria, sanza -spiccarsi dalle lor basi. - -E all’uscita, che l’acqua fa di tal pelago, si vede le disfatte onde -distendersi inverso la loro uscita, dopo la quale, cadendo over -discendendo infra l’aria, acquista peso e moto impetuoso, dopo il -quale, penetrando la percossa acqua, quella apre, e penetra con furore -alla percussione del fondo, dal quale poi riflettendo, risalta inverso -la superfizie del pelago, accompagnata dall’aria, che con lei si -sommerse, e questa resta nella uscita colla schiuma, mista con legnami -e altre cose più lievi che l’acqua, intorno alle quali si dà principio -all’onde, che tanto più crescono in circuito, quanto più acquistano -di moto: il qual moto le fa tanto più basse quanto ell’acquistano più -larga base, e per questo sono poco evidenti nel lor consumamento. Ma, -se l’onde ripercotono in varî obbietti, allora elle risaltano indirieto -sopra l’avvenimento dell’altre onde, osservando l’accrescimento della -medesima curvità, ch’ell’avrebbero acquistato nell’osservazione del già -principiato moto. - -Ma la pioggia nel discendere de’ sua nuvoli è del medesimo color d’essi -nuvoli, cioè della sua parte ombrosa, se già li razzi solari non li -penetrassino: il che se così fusse, la pioggia si dimostrerebbe di -minore oscurità che esso nuvolo. E se li gran pesi delle massime ruine -delli gran monti o d’altri magni edifizî, in lor ruine, percuoteranno -li gran pelaghi dell’acque, allora risalterà gran quantità d’acqua -infra l’aria, il moto della quale sarà fatto per contrario aspetto a -quello che fece il moto del percussore dell’acque, cioè l’angolo della -riflession, e fia simile all’angolo della incidenza. - -Delle cose portate dal corso delle acque, quella si discosterà più -dalle opposite rive, che fia più grave over di maggior quantità. Li -ritrosi delle acque nelle sue parti sono tanto più veloci, quanto elle -son più vicine al suo centro. La cima delle onde del mare discende -dinanzi alle lor basi, battendosi e confregandosi sopra le globulenze -della sua faccia: e tal confregazione, trita in minute particule della -discendente acqua, la qual, convertendosi in grossa nebbia, si mischia -nelli corsi de’ venti a modo di ravviluppato fumo e revoluzion di -nuvoli, e la leva al fine infra l’aria, e si converte in nuvoli. Ma la -pioggia, che discende infra l’aria, nell’essere combattuta e percossa -dal corso de’ venti, si fa rara o densa, secondo la rarità o densità -d’essi venti, e per questo si genera infra l’aria una innondazione di -trasparenti, fatti dalla discesa della pioggia che è vicina all’occhio, -che la vede. L’onde del mare, che percuotono l’obliquità de’ monti, -che con lui combinano, saranno schiumose, con velocità contro al dosso -de’ detti colli, e nel tornare indirieto si scontrano nell’avvenimento -della seconda onda, e dopo il gran loro strepito tornan, con grande -innondazione, al mare, donde si partirono. Gran quantità di popoli, -d’uomini e d’animali diversi si vedean scacciati dell’accrescimento del -diluvio inverso le cime de’ monti, vicini alle predette acque. - -Onde del mare di Piombino, tutte d’acqua schiumosa. - -Dell’acqua che risalta; de’ venti di Piombino; a Piombino ritrosi -di venti e di pioggia con rami e alberi misti coll’aria; votamenti -dell’acqua, che piove nelle barche.[147] - - -XII. — L’ISOLA DI CIPRO. - -Dalli meridionali lidi di Cilicia si vede per australe la bell’isola di -Cipro, la qual fu regno della dea Venere, e molti, incitati dalla sua -bellezza, hanno rotte le loro navi e sartie infra li scogli, circondati -dalle vertiginose onde. Quivi la bellezza del dolce colle invita i -vagabondi naviganti a recrearsi infra le sue fiorite verdure, fra le -quali i venti raggirandosi empiono l’isola e ’l circostante mare di -soavi odori.... Oh! quante navi quivi già son sommerse! oh! quanti -navili rotti negli scogli! Quivi si potrebbero vedere innumerabili -navili, chi è rotto e mezzo coperto dall’arena, chi si mostra da poppa -e chi da prua, chi da carena e chi da costa, — e parrà a similitudine -d’un Giudizio, che voglia risuscitare navili morti, tant’è la somma -di quelli, che copre tutto il lito settentrionale. Quivi i venti -d’aquilone, resonando, fan varî e paurosi soniti. - - - - -IL VIAGGIO IN ORIENTE. - - -DIVISIONE DEL LIBRO.[148] - - _La predica e persuasione di fede._ - _La súbita innondazione insino al fine suo._ - _La ruina della città._ - _La morte del popolo e disperazione._ - _La caccia del predicatore e la sua liberazione e benivolenza._ - _Il danno ch’ella fece._ - _Ruine di neve._ - _Trovata del profeta._ - _La profezia sua._ - _Allagamento delle parti basse di Erminia [Sidenote: Armenia] - occidentale, li scolamenti delle quali erano - per la tagliata di monte Tauro._ - _Come il novo profeta (mostra) questa ruina - è fatta al suo proposito._ - - -LETTERA I. - -DESCRIZIONE DEL MONTE TAURO E DEL FIUME EUFRATES. - -_Al Diodario [Sidenote: Diodarro, devadâr o dervâdâr, specie di -Prefetto di palazzo] di Soria [Sidenote: Siria], locotenente del sacro -Soltano di Babilonia._ - -Il nuovo accidente, accaduto in queste nostre parti settentrionali, -il quale son certo, che non solamente a te, ma a tutto l’universo darà -terrore, (il quale) successivamente ti sarà detto per ordine, mostrando -prima l’effetto e poi la causa. - -Ritrovandomi io in queste parti d’Erminia, a dare con amore e -sollecitudine opra a quello uffizio, pel quale tu mi mandasti, e -nel dare principio in quelle parti, che a me pareano essere più al -proposito nostro, entrai nella città di Calindra [Sidenote: È la -medievale Kelindreh], vicina ai nostri confini. - -Questa città è posta nelle ispiagge di quella parte del monte Tauro, -che è divisa dall’Eufrates, e riguarda i corni del gran monte Tauro per -ponente. - -Questi corni son di tanta altura, che par che tocchino il cielo, -chè nell’universo non è parte terrestre più alta della sua cima, e -sempre 4 ore innanzi dì è percossa dai razzi del sole in oriente; e -per l’essere lei di pietra bianchissima, essa forte risplende e fa -l’uffizio a questi Ermini, come farebbe un bel lume di luna nel mezzo -delle tenebre; e per la sua grande altura, essa passa le somme altezze -de’ nugoli per ispazio di 4 miglia a linia retta. Questa cima è veduta -di gran parte dell’occidente alluminata dal sole dopo il suo tramontare -insino alla terza parte della notte, ed è quella che appresso di voi -ne’ tempi sereni abbiam già giudicato essere una cometa, e pare a noi -nelle tenebre della notte mutarsi in varie figure, e quando dividersi -in due o in tre parti, e quando lunga, e quando corta; o questo nasce -per li nuvoli, che ne l’orizzonte del cielo s’interpongono in fra parte -d’esso monte e ’l sole; e, per tagliare loro essi razzi solari, il lume -del monte è interrotto con varî spazi di nugoli, e però è di figura -variabile nel suo splendore. - - -Perchè il monte risplende nella sua cima la metà o ’l terzo della -notte, e pare una cometa a quelli di ponente, dopo la sera, e innanzi -dì a quelli di levante. - -Perchè essa cometa par di variabile figura in modo, che ora è tonda, -or lunga, e or divisa in due o in tre parti, e ora unita, e quando si -perde, e quando si rivede. - - -LETTERA II. - -FIGURA DEL MONTE TAURO. - -Non sono, o Diodario, da essere da te imputato di pigrizia, come le tue -rampogne par che accennino, ma lo isfrenato amore, il quale ha creato -il benefizio, ch’io posseggo da te, è quello che m’ha costretto con -somma sollecitudine a cercare e con diligenza a ’nvestigare la causa -di sì grande e stupendo effetto; la qual cosa non sanza tempo ha potuto -avere effetto. Ora, per farti ben soddisfatto della causa di sì grande -effetto, è necessario ch’io ti mostri la forma del sito, e poi verrò -allo effetto, col quale, credo, rimarrai soddisfatto. - -Non ti dolere, o Diodario, del mio tardare a dar risposta alla tua -desiderosa richiesta, perchè queste cose, di che tu mi richiedesti, son -di natura, che non sanza processo di tempo si possono bene esprimere, e -massime perchè a voler mostrare la causa di sì grande effetto, bisogna -discrivere con bona forma la natura del sito, e mediante quella tu -potrai poi con facilità soddisfarti della predetta richiesta. - -Io lascierò indirieto la descrizione della forma dell’Asia Minore, -e che mare o terre sien quelle, che terminino la figura della sua -quantità, perchè so che la diligenza e sollecitudine de’ tua studi non -t’hanno di tal notizia privato, e verrò a denotare la vera figura di -Taurus monte, il quale è quello ch’è causatore di sì stupenda e dannosa -maraviglia, il quale serve alla espedizione del nostro proposito. - -Questo monte Tauro è quello che appresso di molti è detto essere il -giogo del monte Caucaso; ma avendo voluto ben chiarirmi, ho voluto -parlare con alquanti di quelli, che abitano sopra del mar Caspio, i -quali mostrano che, benchè i monti loro abbino il medesimo nome, questi -son di maggiore altura, e però confermano quello sia il vero monte -Caucaso, perchè Caucaso in lingua scitica vol dire somma altezza. E -invero non ci è notizia che l’Oriente nè l’Occidente, abbia monte di sì -grande altura, e la pruova che così sia è che li abitatori de’ paesi, -che li stanno per ponente, veggono i razzi del sole, che allumina -insino alla quarta parte della maggior notte parte della sua cima, e ’l -simile fa a quelli paesi, che li stanno per oriente. - - -QUALITÀ E QUANTITÀ DEL MONTE TAURO. - -L’ombra di questo giogo del Tauro è di tanta altura, che quando di -mezzo Giugno il sole è a mezzogiorno, la sua ombra s’astende insino al -principio della Sarmazia [Sidenote: La regione che si estende all’E., -dal Tanai sino al mar Caspio], che son giornate 12, e a mezzo Dicembre -s’astende insino ai monti Iperborei, che è viaggio d’un mese inverso -tramontana; e sempre la sua parte opposita al vento che soffia è piena -di nuvoli e nebbie, perchè il vento, che s’apre nella percussione del -sasso, dopo esso sasso si viene a richiudere, e in tal modo porta con -seco i nuvoli da ogni parte e lasciali nella lor percussione, e sempre -è priva di percussione di saette per la gran moltitudine di nugoli, -che lì son ricettati, onde il sasso è tutto fracassato e pien di gran -ruine. - -Questa nelle sue radici è abitata da ricchissimi popoli, ed è piena -di bellissime fonti e fiumi e fertile e abbondante d’ogni bene, e -massime nelle parti che riguardano a mezzogiorno; ma quando se n’è -montata circa a 3 miglia, si comincia a trovare le selve de’ grandi -abeti, pini, faggi e altri simili alberi; dopo questi per ispazio di -altre 3 miglia, si truova praterie e grandissime pasture; e tutto il -resto, insino al nascimento del monte Tauro, sono nevi eterne, che mai -per alcun tempo si partono, che s’astendono all’altezza di circa 14 -miglia in tutto. Da questo nascimento del Tauro, insino all’altezza -d’un miglio non passano mai i nuvoli, chè qui abbiamo 15 miglia, che -sono circa a 5 miglia d’altezza per linia retta, e altrettanto o circa, -troviamo essere la cima delli corni del Tauro, ne’ quali, dal mezzo -in su, si comincia a trovare aria, che riscalda, e non vi si sente -soffiamenti di venti, ma nessuna cosa ci può troppo vivere; quivi non -nasce cosa alcuna, salvo alcuni uccelli rapaci, che covano nell’alte -fessure del Tauro, e discendono poi sotto i nuvoli a fare le lor prede -sopra i monti erbosi. — Questo è tutto sasso semplice, cioè da’ nuvoli -in su, ed è sasso candidissimo, e in sulla alta cima non si po’ andare -per l’aspra e pericolosa sua salita. - - -LETTERA III. - -Essendomi io più volte con lettere rallegrato teco della tua prospera -fortuna, al presente so che, come amico, ti contristerai con meco del -misero stato, nel quale mi trovo, e questo è che ne’ giorni passati -sono stato in tanti affanni, paure, pericoli e danno, insieme con -questi miseri paesani, che avevamo d’avere invidia ai morti: e certo -io non credo, che, poichè gli elementi con lor separazione disfeciono -il gran Caos, che essi riunissino lor forza, anzi rabbia, a fare tanto -nocimento alli omini, quanto al presente da noi s’è veduto e provato; -in modo ch’io non posso imaginare che cosa si possa più accrescere a -tanto male, il quale noi provammo in spazio di dieci ore. - -In prima fummo assaliti e combattuti dall’impeto e furore de’ venti, -e a questo s’aggiunsero le ruine delli gran monti di neve, i quali -hanno ripieno tutte queste valli e conquassato gran parte della nostra -città. E, non si contentando di questo, la fortuna, con sùbiti diluvi -d’acque, ebbe a sommergere tutta la parte bassa di questa città; oltre -di questo s’aggiunse una sùbita pioggia, anzi ruinosa tempesta piena -d’acqua, sabbia, fango e pietre, insieme avviluppate con radici, sterpi -e ciocchi di varie piante, e ogni cosa scorrendo per l’aria, discendea -sopra di noi; e in ultimo uno incendio di fuoco parea condotto non -che da’ venti, ma da diecimila diavoli, che ’l portassino, il quale ha -abbruciato e disfatto tutto questo paese, e ancora non vi è cessato. - -E que’ pochi, che siamo restati, siamo rimasti con tanto sbigottimento -e tanta paura che appena, come balordi, abbiamo ardire di parlare -l’uno coll’altro. Avendo abbandonato ogni nostra cura, ci stiamo -insieme uniti in certe ruine di chiese, insieme misti maschi e femmine, -piccoli e grandi, a modo di torme di capre. I vicini per pietà ci hanno -soccorso di vettovaglie, i quali eran prima nostri nimici, e se non -fusse soccorso di vettovaglia, tutti saremmo morti di fame. - -Ora vedi come ci troviamo! E tutti questi mali son niente a -comparazione di quelli, che in breve tempo ne son promessi. - -So che, come amico, ti contristerai del mio male, come già, con -lettere, ti mostrai con effetto rallegrarmi del tuo bene. - - -FRAMMENTO. - -Vedevasi gente, che con gran sollecitudine apparecchiavan vettovaglia -sopra diverse sorta di navili, fatti brevissimi per la necessità. - -Li lustri dell’onde non si dimostravano in que’ luoghi, dove le -tenebrose pioggia colli lor nuvoli refrettevano. - -Ma dove le vampe generate dalle celesti saette refrettevano, si vedeva -tanti lustri fatti da’ simulacri de’ lor vampi, quant’eran l’onde che a -li occhi de’ circustanti potean refrettere. - -Tanto crescevano il numero de’ simulacri fatti da vampi delle saette -sopra l’onde dell’acqua, quanto cresceva la distanzia delli occhi lor -risguardatori, — com’è provato nella descrizione dello splendore della -luna. - -E così diminuiva tal numero di simulacri, quanto più si avvicinavano -agli occhi che li vedeano, — com’è provato nella definizione dello -splendore della luna, e del nostro orizzonte marittimo, quando il sole -vi refrette co’ sua razzi, e che l’occhio che riceve tal refressione -sia lontano dal predetto mare. - - - - -LE FIGURE. - - -I. — LA PITTURA ESPRESSIVA. - -La pittura, over le figure dipinte, debbono essere fatte in modo tale, -che i riguardatori d’esse possano con facilità conoscere, mediante -le loro attitudini, il concetto dell’animo loro. E se tu hai a fare -parlare un omo dabbene, fare che li atti sua sieno compagni delle bone -parole; e similmente se tu hai a figurare uno omo bestiale, fallo co’ -movimenti fieri, gittando le braccia contro all’auditore, e la testa -col petto, sportato fori de’ piedi, accompagnino le mani del parlatore: -a similitudine del muto che, vedendo due parlatori, benchè esso sia -privato dell’audito, niente di meno, mediante li effetti e li atti -d’essi parlatori, lui comprende il tema della loro disputa. - -Io vidi già in Firenze uno sordo accidentale, il quale se tu li parlavi -forte, lui non ti intendea, e parlando piano, sanza suono di voce, lui -t’intendea solo per lo menar delle labbra. Or mi potresti dir: — non -mena le labbra uno, che parla forte, come piano? e menandole l’uno come -l’altro, non sarà inteso l’altro come l’uno? — A questa parte io lascio -dare la sentenza alla sperienza: fa parlare uno piano e poi forte, e -pon mente le labbra. - - -II. — AVVERTIMENTO AL PITTORE. - -Poni mente per le strade, sul fare della sera, i volti d’omini e donne, -quando è cattivo tempo, quanta grazia e dolcezza si vede in loro! - - -III. — LA PITTURA DEVE MOSTRARE LA PASSIONE DELLA FIGURA DIPINTA. - -Il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’omo e il -concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, -perchè s’ha a figurare con gesti e movimenti delle membra, e questo -è da essere imparato dalli muti, che meglio ’l fanno, che alcun’altra -sorte di omini. - - -IV. — COME IL MUTO È MAESTRO DEL PITTORE. - -Le figure delli omini abbiano atti proprî alla loro operazione in modo -che, vedendoli, tu intendi quello che per loro si pensa o dice; li -quali saranno bene imparati da ch’imiterà li moti delli muti, li quali -parlano con movimenti delle mani e degli occhi e ciglia e di tutta la -persona, nel voler esprimere il concetto dell’animo loro. - -E non ti ridere di me, perchè io ti propongo un precettore sanza -lingua, il quale t’abbia a insegnare quell’arte, che lui non sa -fare, perchè meglio t’insegnerà co’ fatti, che tutti li altri con le -parole. E non sprezzare tal consiglio, perchè loro sono li maestri de’ -movimenti, e intendono da lontano di quel che uno parla, quando egli -accomoda li moti delle mani con le parole. - - -V. — IL PREGIO DELLA PITTURA STA NELLA RISPONDENZA DEL SEGNO AL -SIGNIFICATO. - -Farai le figure in tale atto, il quale sia soffiziente a dimostrare -quel che la figura ha nell’animo, altrimenti la tua arte non fia -laudabile. - - -VI. — SEGUE. - -Come la figura non fia laudabile se in quella non apparisce atto, -ch’esprima la passione dell’anima. - -Quella figura è più laudabile, che con l’atto meglio esprime la -passione del suo animo. - - -VII. — VARIETÀ INFINITA NELL’ESPRESSIONE DEI SENTIMENTI. - -Tanti son varî li movimenti delli omini, quanto sono le varietà delli -accidenti, che discorrono per le loro menti; e ciascuno accidente -in sè move più o meno essi uomini, secondo che saranno di maggiore -o di minore potenza e secondo l’età, perch’altro moto farà, sopra un -medesimo caso, un giovane ch’un vecchio. - - -VIII. — LE ETÀ DELL’UOMO. - -Come si deono figurare l’età dell’omo, cioè: infanzia, puerizia, -adolescenza, gioventù, vecchiezza, decrepitudine. - -Come i vecchi devono essere fatti con pigri e lenti movimenti, e gambe -piegate ne le ginocchia, quando stanno fermi, e pie’ e pari, distanti -l’uno dall’altro, schiene declinanti in basso, la testa innanzi -inclinata, e le braccia non troppo distese. - -Come le donne si deono figurare con atti vergognosi, gambe insieme -strette, braccia raccolte insieme, teste basse e piegate in traverso. - -Come le vecchie si debbon figurare ardite e pronte a rabbiosi -movimenti, a uso di furie infernali, e i movimenti deono apparire più -pronti nelle braccia e teste, che nelle gambe. - -I putti piccioli con atti pronti e storti, quando seggano, e, nello -stare ritti, atti timidi e paurosi. - - -IX. — DEL FIGURARE UNO CHE PARLI INFRA PIÙ PERSONE. - -Usera’ fare quello, che tu vuoi che infra molte persone parli, di -considerare la materia di che lui ha a trattare, e d’accomodare ivi li -atti appartenenti a essa materia: cioè se l’è materia persuasiva, che -li atti siano al proposito, se l’è materia dichiarativa per diverse -ragioni, che quello che dice pigli colle sue due dita della mano destra -uno dito de la mano sinistra, avendone serrate le due minori, e col -viso rivolto verso il popolo, con la bocca alquanto aperta, che paia -che parli; e, so lui sedeva, che paia che si sollevi alquanto ritto e -innanzi con la testa; e se lo fai in piè fallo alquanto chinarsi col -petto e la testa inverso il popolo. - -Il quale figurerai lì tacito e attento, tutti riguardare l’oratore -in volto con atti ammirativi, e fare le bocche d’alcuno vecchio, per -maraviglia delle audite sentenze, tenere la bocca con le sua streme -basi, tirarsi dirieto molte pieghe de le guancie, e con le ciglia alte -ne le giunture, le quali creino molte pieghe per la fronte; alcuni -sedenti colle dita della mano insieme tessute tenervi dentro lo stanco -ginocchio; altri con l’uno ginocchio sopra l’altro, sul quale tenga -la man, che dentro a sè riceva il gomito, del quale la sua mano vada a -sostenere il mento barbuto d’alcuno chinato vecchio. - - -X. — APPUNTI SULLA COMPOSIZIONE DEL CENACOLO.[149] - -Uno, che beveva, lascia la zaina [Sidenote: la tazza] nel suo sito, e -volge la testa inverso il proponitore. - -Un altro tesse le dita delle sue mani insieme, e con rigide ciglia -si volta al compagno; l’altro, colle mani aperte, mostra le palme -di quelle, e alza la spalla inverso li orecchi, e fa la bocca della -maraviglia. - -Un altro parla nell’orecchio all’altro, e quello che l’ascolta si -torce inverso lui, e gli porge li orecchi, tenendo un coltello nell’una -mano e nell’altra il pane, mezzo diviso da tal coltello. L’altro, nel -voltarsi, tenendo un coltello in mano, versa con tal mano una zaina -sopra della tavola. - -L’altro posa le mani sopra della tavola e guarda, l’altro soffia nel -boccone, l’altro si china per vedere il proponitore, e fassi ombra -colla mano alli occhi, l’altro si tira indirieto a quel che si china, e -vede il proponitore infra ’l muro e ’l chinato. - - -XI. — COME SI DEVE FARE UNA FIGURA IRATA. - -Alla figura irata farai tenere uno per li capegli, e ’l capo storto a -terra, e con uno de’ ginocchi sul costato, e col braccio destro levare -il pugno in alto: questo abbia li capegli elevati, le ciglie basse e -strette, i denti stretti, e i due stremi d’accanto della bocca arcati; -il collo grosso e dinanzi, per lo chinarsi al nimico, sia pieno di -grinze. - - -XII. — COME SI FIGURA UNO DISPERATO. - -Al disperato farai darsi d’un coltello, e colle mani aversi stracciato -i vestimenti, e sia una d’esse mani in opera a stracciarsi la ferita; -e farailo co’ piè distanti e le gambe alquanto piegate e la persona -similmente inverso terra, con capegli stracciati e sparsi. - - - - -UN GIGANTE FANTASTICO.[150] - - -LETTERA I. - -La nera faccia, sul primo oggetto [Sidenote: incontro] è molto orribile -e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti -sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare -la terra. - -E, credimi, che non è sì fiero omo che, dove voltava li infocati occhi, -che volontieri non mettesse ali per fuggire, chè Lucifero infernale -paría volto angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato, con -l’ampie nari, de’ quali uscivan molte e grandi setole, sotto le quali -era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali -era pelo a uso delle gatte e denti gialli. Avanza sopra i corpi de li -omini a cavallo dal dosso de’ piedi in sù. - -E rincrescendole il molto (pazientare), volta l’ira in furore, cominciò -co’ piè, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra -la turba, e con calci gettava li omini per l’aria, i quali cadeano -non altramente sopra gli altri omini, come se stata fussino una -spessa grandine. E molti furon quelli, che, morendo, dettò morte; e -questa crudeltà durò, finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata -nell’aria, costrinse questa furia infernale a ritirarsi indirieto. E -noi seguitammo la fuga. - -Oh! quanti varî assalimenti furono usati contro a questa indiavolata, -a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale -le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi -non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi, non v’è restato se -non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o -simili animali: trovate salute e vostro scampo! - -Oh quante infelici madri e padri furono private de’ lor figlioli! Oh -quante misere femmine private de la lor compagnia! Certo certo, caro -mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fusse mai -visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore. - -Certo, in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra -generazione d’animali: imperocchè se l’aquila vince per potenza li -altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde -le rondini, colla lor prestezza, scampano dalla rapina del merlo; i -delfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’ -gran capidogli; ma, noi miseri!, non ci vale alcuna fuga, imperocchè -questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce -corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e’ mi pare tuttavia a -notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte -sepolto nel gran ventre. - - -LETTERA II. - -_Caro Benedetto de’ Pertarti._ - -Caduto il fiero gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa -terra, parve che cadesse una montagna, onde la campagna, squassata di -terremoto, è spavento a Plutone infernale. E, per la gran percossa, -ristette sulla piana terra alquanto stordito, e sùbito il popolo, -credendo fusse morto di qualche saetta — tornata la gran turba — a -guisa di formiche, che scorrono a furia, correndo per il corpo del -caduto robore — così questi scorrendo per l’ampie membra, laceravanle -con spesse ferite. - -Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto dalla moltitudine, -sùbito sentesi cuocere per le punture — mise un mugghio, che parve -fusse uno spaventoso tuono, e posto le sue mani in terra e levato -il pauroso volto, e postosi una delle mani in capo trovosselo pieno -d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali, -che fra quegli sogliono nascere; onde, scuotendo il capo, gli omini -lancia non altramente per l’aria, che si faccia la grandine, quando -va con furor di venti, e trovossi molti di questi uomini esser morti, -da quegli, che gli stavano sopra ritti, coi piedi calpestando. — E -tenendosi a’ capegli e ingegnandosi nascondere fra quegli, facevano -a similitudine de’ marinai, quando è fortuna, che corrono su per le -corde, per abbassarle a poco vento. — - - -FRAMMENTO. - -Nuove delle cose di Levante? Sappi come nel mese di Giugno è apparuto -un gigante che vien dalla deserta Libia:.... a similitudine delle -formiche furiando.... su per l’arbore abbattuto dalla scure del rigido -villano. - -Questo gigante era nato nel Mont’Atalante, ed era un eroe, e ebbe a -contrastare cogli Egizî e Arabi, Medi e Persi, viveva in mare delle -balene, de’ gran capidogli e de’ navilî. - -Marte temendo della vita, s’era fuggito sotto la (sedia) di Giove.... - -E per la gran caduta parve la provincia tutta tremasse. - - - - -LE PROFEZIE E LE FACEZIE. - - - - -LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI RAZIONALI. - - -I. — PROFEZIA. - -Vedrassi la specie leonina colle unghiate branche aprire la terra, e -nelle fatte spelonche seppellire sè insieme colli altri animali a sè -sottoposti. - -Usciranno dalla terra animali vestiti di tenebre, i quali, con -maravigliosi assalti, assaliranno l’umana generazione, e quella da -feroci morsi fia, con confusione di sangue, da essi divorata. - -Ancora, scorrerà per l’aria la nefanda specie volatile, la quale -assalirà li omini e li animali, e di quelli si ciberanno con gran -gridore: empieranno i loro ventri di vermiglio sangue. - -Vedrassi il sangue uscire dalle stracciate carni, rigare le -superfiziali parti delli omini. - -Verrà alli omini tal crudele malattia, che colle proprie unghie si -stracceranno le loro carni — sarà la rogna. - -Vedrassi le piante rimanere sanza foglie, e i fiumi fermare i loro -corsi. - -L’acqua del mare si leverà sopra l’alte cime de’ monti, verso il cielo, -e ricaderà sopra alle abitazioni delli omini — cioè per nuvoli. - -Vederà i maggiori alberi delle selve essere portati dal furor de’ venti -dall’Oriente all’Occidente — cioè per mare. - -Li omini getteranno via le proprie vettovaglie — cioè seminando. - - -II. — DE’ FANCIULLI CHE STANNO LEGATI NELLE FASCIE. - -O città marine! io veggo in voi i vostri cittadini, così femmine come -maschi, essere istrettamente da forti legami, colle braccia e gambe, -esser legati da gente, che non intenderanno i nostri linguaggi; e -sol vi potrete isfogare li vostri dolori e perduta libertà mediante i -lagrimosi pianti e li sospiri e lamentazione in fra voi medesimi, chè -chi vi lega non v’intenderà, nè voi loro intenderete. - - -III. — DE’ PUTTI CHE TETTANO. - -Molti Franceschi, Domenichi e Benedetti fingeranno quel che da altri -altre volte vicinamente è stato mangiato, che staranno molti mesi -avanti che possano parlare. - - -IV. — IL DORMIRE SOPRA LE PIUME DELL’UCCELLI. - -Molta turba fia quella che, dimenticato loro essere e nome, staran come -morto sopra lo spoglie delli altri morti. - - -V. — DELLO SCRIVER LETTERE DA UN PAESE A UN ALTRO. - -Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno all’altro, e -risponderansi. - - -VI. — DELLE PUTTE MARITATE. - -Vedrassi ai padri donare le lor figliole alla lussuria delli omini, e -premiare, e abbandonare ogni passata guardia — quando si maritano le -putte. - - -VII. — DELLE DOTE DELLE FANCIULLE. - -E dove prima la gioventù femminina non si potea difendere dalla -lussuria e rapina da’ maschi, nè per guardie di parenti, nè fortezze di -mura; verrà tempo che bisognerà, che padre e parenti d’esse fanciulle -le paghino di gran prezzo chi voglia dormire con loro, ancorachè esse -sien ricche, nobili e bellissime. - -Certo e’ par qui che la natura voglia spegnere la umana specie, come -cosa inutile al mondo e guastatrice di tutte le cose create. - - -VIII. — DELLO SPEGNERE IL LUME A CHI VA AL LETTO. - -Molti, per mandare fòri il fiato con troppa prestezza, perderanno il -vedere e in breve tutti i sentimenti. - - -IX. — DEL SOGNARE. - -Andranno li omini, e non si moveranno; parleranno con chi non si trova; -sentiranno chi non parla. - - -X. — ANCORA DEL SOGNARE. - -Alli omini parrà vedere nel cielo nove ruine; parrà in quello levarsi a -volo, e da quello fuggire con paura le fiamme, che di lui discendano; -sentiran parlare li animali, di qualunque sorta, il linguaggio umano; -scorreranno immediate colla lor persona in diverse parti del mondo, -sanza moto; vedranno nelle tenebre grandissimi splendori. — Oh! -maraviglia della umana spezie! Qual frenesia t’ha sì condotto? Parlerai -cogli animali di qualunque spezie, e quelli con teco in linguaggio -umano. Vedratti cadere di grandi alture, sanza tuo danno. I torrenti -t’accompagneranno. - - -XI. — DELL’OMBRA CHE SI MOVE COLL’UOMO. - -Vedrannosi forme e figure d’uomini e d’animali, che seguiranno essi -animali o omini, dovunque fuggiranno: e tal fia il moto di lui qual è -dell’altro, ma parrà cosa mirabile delle varie grandezze in che essi si -trasmutano. - - -XII. — DELL’OMBRA CHE FA L’OMO DI NOTTE COL LUME. - -Appariranno grandissime figure in forma umana, le quali quanto più le -ti farai vicino, più diminuiranno la loro immensa magnitudine. - - -XIII. — DELL’OMBRA DEL SOLE E DELLO SPECCHIARSI NELL’ACQUA IN UN -MEDESIMO TEMPO. - -Vedrassi molte volte l’uno omo diventare tre, e tutti lo seguono: e -spesso l’uno, il più certo, l’abbandona. - - -XIV. — DELLE LINGUE DE’ DIVERSI POPOLI. - -Verrà a tale la generazione umana, che non si intenderà il parlare -l’uno dell’altro — cioè un tedesco con un turco. - - -XV. — DE’ SOLDATI A CAVALLO. - -Molti saran veduti portati da grandi animali, con veloce corso, alla -ruina della sua vita e prestissima morte. Per l’aria e per la terra -saranno veduti animali di diversi colori portarne con furore li omini -alla distruzione di lor vita. - - -XVI. — DE’ SEGATORI. - -Saranno molti, che si moveran l’uno contra dell’altro, tenendo in mano -il tagliente ferro; questi non si faranno intra loro altro nocimento, -che di stanchezza, perchè quanto l’uno si caccerà innanzi, tanto -l’altro si ritirerà indirieto. Ma tristo chi si inframmetterà in mezzo, -perchè al fine rimarrà tagliato in pezzi. - - -XVII. — DE’ ZAPPATORI. - -Molti fien quegli, che scorticando la madre, le arrovescieranno la sua -pelle addosso — i laboratori della terra. - - -XVIII. — DEL SEMINARE. - -Allora la gran parte delli omini, che resteran vivi, gitteran fuori -delle lor case le serbate vettovaglie in libera preda delli uccelli e -animali terrestri, sanza curarsi d’esse in parte alcuna. - - -XIX. — LE TERRE LAVORATE. - -Vedrassi voltare la terra sotto sopra, e risguardare l’oppositi -emisferi, e scoprire le spelonche a ferocissimi animali. - - -XX. — I CALZOLARI. - -Li omini vederanno con piacere disfare, e rompere l’opere loro. - - -XXI. — DEL SEGARE DELLE ERBE. - -Spegneransi innumerabili vite, e farassi sopra la terra innumerabili -buche. - - -XXII. — DEL GRANO E ALTRE SEMENZE. - -Getteranno li omini fori delle lor proprie case quelle vettovaglie, le -quali eran dedicate a sostentar la lor vita. - - -XXIII. — DEL BATTERE IL GRANO. - -Li omini batteranno aspramente chi fia causa di lor vita — batteranno -il grano. - - -XXIV. — DE’ GIOCATORI. - -Le pelli delli animali removeranno li omini, con gran gridori e -bestemmie, dal lor silenzio — le balle da giuocare. - - -XXV. — DEL SUONO DELLA VITA. - -Il vento, passato per le pelli delli animali, farà saltare li omini — -cioè la piva, che fa lo saltare. - - -XXVI. — DE’ DADI. - -Vedrannosi l’ossa de’ morti, con veloce moto, trattare la fortuna del -suo motore — i dadi. - - -XXVII. — DE’ BATTUTI E SCOREGGIATI. - -Li omini si nasconderanno sotto le scorze delle scorticate erbe, -e, quivi gridando, si daran martiri, con battimenti di membra, a sè -medesimi. - - -XXVIII. — LE LINGUE DE’ PORCI E VITELLI NELLE BUDELLE. - -Oh! cosa spòrca, che si vedrà l’uno animale aver la lingua in culo -all’altro. - - -XXIX. — DE’ VILLANI IN CAMICIA CHE LAVORANO. - -Verranno tenebre in mezzo l’Oriente, le quali con tanta oscurità -tigneranno il cielo, che copre l’Italia. - - -XXX. — DE’ BARBIERI. - -Tutti li omini si fuggiranno in Africa. - - - - -LE PROFEZIE DEGLI ANIMALI IRRAZIONALI. - - -I. — TIRAN LE BOMBARDE. - -I buoi fieno in gran parte causa delle ruine delle città, e similemente -cavalli e bufoli. - - -II. — DE’ BUOI CHE SI MANGIANO. - -Mangeranno i padron delle possessioni i lor propri lavoratori. - - -III. — DELLI ASINI BASTONATI. - -O natura trascurata, perchè ti se’ fatta parziale, facendoti ai -tua figli d’alcuni pietosa e benigna madre, ad altri crudelissima -e dispietata matrigna? Io veggo i tua figlioli esser dati in altrui -servitù, sanza mai benefizio alcuno; e in loco di remunerazione de’ -fatti benefizi, esser pagati di grandissimi martirî; e spender sempre -la lor vita in benefizio del suo malefattore. - - -IV. — DELLI ASINI. - -Le molte fatiche saran remunerate di fame, di sete, di disagio e di -mazzate e di punture e bestemmie e gran villanie. - - -V. — DELLE CAMPANELLE DE’ MULI CHE STANNO PRESSO AI LORO ORECCHI. - -Sentirassi in molte parte dell’Europa strumenti di varie magnitudini -far diverse armonie, con grandissime fatiche di chi più presso l’ode. - - -VI. — DE’ MULI CHE PORTANO LE RICCHE SOME DELL’ARGENTO E ORO. - -Molti tesori e gran ricchezze saranno appresso alli animali di quattro -piedi, i quali le porteranno in diversi lochi. - - -VII. — DE’ CAPRETTI. - -Ritornerà il tempo d’Erode, perchè l’innocenti figliuoli saranno tolti -alle loro balie, e da crudeli omini, di gran ferite, moriranno. - - -VIII. — DELLE PECORE, VACCHE, CAPRE E SIMILI. - -A innumerabili saran tolti i loro piccoli figlioli, e quelli scannati, -e crudelissimamente squartati. - - -IX. — DELLE GATTE CHE MANGIANO I TOPI. - -A voi, città dell’Africa, si vedrà i vostri nati essere squarciati -nelle proprie case da crudelissimi e rapaci animali del paese vostro. - - -X. — LE API CHE FANNO LA CERA DELLE CANDELE. - -Sarà annegato chi fa il lume al culto divino. - -E quelli, che pascono l’erbe, faran della notte giorno — sevo. - - -XI. — DELL’API. - -E a molti altri saran tolte le munizioni e lor cibi, e crudelmente, da -gente sanza ragione, saranno sommersi e annegati. O giustizia di Dio, -perchè non ti desti a vedere così malmenare i tua creati! - - -XII. — DELLE FORMICHE. - -Molti popoli fien quelli, che nasconderan sè e sua figlioli e -vettovaglie dentro alle oscure caverne; e lì, nelli lochi tenebrosi, -ciberan sè e sua famiglia per molti mesi, sanza altro lume accidentale -o naturale. - - -XIII. — DELLE MOSCHE E ALTRI INSETTI. - -Usciranno li omini dalle sepolture, convertiti in uccelli, e -assaliranno li altri omini togliendo loro il cibo dalle proprie mani e -mense — le mosche. - -XIV. — DELLE CIVETTE O GUFI CON CHE S’UCCELLA ALLA PANIA. - -Molti periranno di fracassamento di testa, e salteranno loro li occhi -in gran parte della testa, per causa d’animali paurosi usciti dalle -tenebre. - - -XV. — DELLE BISCIE PORTATE DALLE CICOGNE. - -Vedrassi in grandissima altezza dell’aria lunghissimi serpi combattere -colli uccelli. - - -XVI. — I PESCI LESSI. - -Li animali d’acqua moriranno nelle bollenti acque. - - -XVII. — DE’ PESCI CHE SI MANGIANO NON NATI. - -Infinita generazione si perderà per la morte delle grandi. - - -XVIII. — DE’ NICCHI E CHIOCCIOLE CHE SONO RIBUTTATE DAL MARE, CHE -MARCISCONO DENTRO AI LOR GUSCI. - -Oh! quanti fien quelli, che, poichè fien morti, marciranno nelle -lor proprie case, empiendo le circostanti parti piene di fetulente -[Sidenote: fetido] puzzo! - - -XIX. — DELL’OVA CHE SENDO MANGIATE NON POSSONO FARE I PULCINI. - -Oh! quanti fien quegli, ai quali sarà proibito il nascere. - - -XX. — DELLE TACCOLE [Sidenote: specie di cornacchie] E STORNELLI. - -Quelli che si fideranno abitare appresso di lui, che saranno gran -turbe, questi tutti moriranno di crudele morte, e si vedran i padri -e le madri, d’insieme colle sue famiglie, esser da crudeli animali -divorati e morti. - - -XXI. — DELLE API. - -Vivono a popoli insieme, sono annegate per torle il miele; molti e -grandissimi popoli saranno annegati nelle lor proprie case. - - - - -LE PROFEZIE DELLE PIANTE. - - -I. — DELLE NOCI E ULIVE E GHIANDE E CASTAGNE E SIMILI. - -Molti figlioli da dispietate bastonate fien tolti delle proprie braccia -delle lor madri, e gittati in terra, e poi lacerati. - - -II. — DE’ NOCI BATTUTI. - -Quelli che avranno fatto meglio saranno più battuti, e i sua figliuoli -tolti e scorticati, overo spogliati, e rotte e fracassate le sue ossa. - - -III. — L’ULIVE CHE CADONO DAGLI ULIVI DANDOCI OLIO CHE FA LUME. - -Discenderà con furia diverso la terra chi ci darà nutrimento e luce. - - -IV. — DE’ LEGNAMI CHE BRUCIANO. - -Li alberi e arbusti delle gran selve si convertiranno in cenere. - - -V. — DELLI ALBERI CHE NUTRISCONO I NESTI [Sidenote: i ramoscelli -innestati sulla pianta]. - -Vedrannosi i padri e le madri fare molto più giovamento ai figliastri, -che ai lor veri figlioli. - - - - -LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. - - -I. - -I. — DELLA SOLA DELLE SCARPE CHE SON DI BUE. - -E si vedrà in gran parte del paese camminare sopra le pelli delli -grandi animali. - - -II. — DE’ CRIVELLI FATTI DI PELLE D’ANIMALI. - -Vedrassi il cibo degli animali passar dentro alle lor pelli per ogni -parte, salvo che per la bocca, e penetrare dall’opposta parte insino -alla piana terra. - - -III. — DELLE LANTERNE. - -Le feroci corna de’ possenti tori difenderanno la luce notturna -dall’impetuoso furor de’ venti. - - -IV. — DELLE MEDESIME. - -I buoi, colle lor corna, difenderanno il foco dalla sua morte — la -lanterna. - - -V. — DELLE MANICHE DE’ COLTELLI FATTE DI CORNA DI CASTRONE. - -Nelle corna delli animali si vedranno taglienti ferri, colli quali si -toglie la vita a molti della loro specie. - - -VI. — DELLI ARCHI FATTI COLLI CORNI DE’ BUOI. - -Molti fien quelli che, per causa delle bovine corna, moriranno di -dolente morte. - - -VII. — DELLE PIUME NE’ LETTI. - -Li animali volatili sosterran l’omini colle lor proprie penne. - - -VIII. — DEL PETTINE NEL TELAIO. - -Molte volte la cosa disunita fia causa di grande unizione — cioè il -pettine, fatto dalla disunita canna, unisce le fila nella seta. - - -IX. — IL FILATOIO DA SETA. - -Sentirassi le dolenti grida, le alte strida, le rauche e infocate voci -di quei che fieno con tormento spogliati, e al fine lasciati ignudi e -sanza moto: e questo fia per causa del motore, che tutto volge. - - -X. — DEL LINO CHE FA LA CURA DELLE GENTI. - -Saran reveriti e onorati, e con reverenzia e amore ascoltati li sua -precetti, di chi prima fusse legato, sdraiato, o martirizzato da molte -e diverse battiture. - - -XI. — DEL MANICO DELLA SCURE. - -Le selve partoriranno figlioli, che fiano causa della lor morte — il -manico della scure. - - -XII. — IL BASTONE CH’È MORTO. - -Il movimento de’ morti farà fuggire, con dolore e pianto e con grida, -molti vivi. - - -XIII. — DE’ LACCIUOLI E TRAPPOLE. - -Molti morti si moveran con furia, e piglieranno, e legheranno i vivi, e -servirannogli a’ lor nemici circa la lor morte e distruzione. - - -XIV. — DEL MOTO DELL’ACQUE CHE PORTANO I LEGNAMI CHE SON MORTI. - -Corpi sanz’anima per sè medesimi si moveranno, e porteran con -seco innumerabile generazione di morti, togliendo le ricchezze a’ -circustanti viventi. - - -XV. — DEI CARRI E NAVI. - -Vedrassi i morti portare i vivi — i carri e navi in diverse parti. - - -XVI. — DELLE CASSE CHE RISERBANO MOLTI TESORI. - -Troverassi dentro a de’ noci e delli alberi e altre piante tesori -grandissimi, i quali lì stanno occulti, e ben guardati. - - -XVII. — DEL NAVIGARE. - -Vedrassi li alberi delle gran selve di Taurus e di Sinai, Apennino -e Atlante scorrere per l’aria da oriente a occidente, da aquilone a -meridie; e porteranno per l’aria gran moltitudine d’omini. - -Oh! quanti vóti! oh! quanti morti! oh! quanta separazion d’amici! di -parenti! e quanti fien quelli, che non rivedranno più le lor provincie, -nè le lor patrie, e che moriranno sanza sepoltura, colle lor ossa -sparse in diversi siti del mondo! - - -XVIII. — DEL NAVIGARE. - -Saranno gran venti, per li quali le cose orientali si faranno -occidentali; e quelle di mezzodì, in gran parte miste col corso de’ -venti, seguirannolo per lunghi paesi. - - -XIX. — DE’ NAVILI CHE ANNEGANO. - -Vedrannosi grandissimi corpi, sanza vita, portare con furia moltitudine -d’omini alla distruzione di lor vita. - - -XX. — LI ANIMALI CHE VAN SOPRA LE TERRE ANDANDO IN ZOCCOLO. - -Saran sì grandi i fanghi, che li omini andranno sopra l’alberi de’ loro -paesi. - - -XXI. — DELLE BAGHE [Sidenote: sacchi, otri di pelle]. - -Le capre condurranno il vino alle città. - - -XXII. — DEL PARASOLE. - -La percussione della spera del sole apparirà cosa che, chi la crederà -coprire, sarà coperto da lei. - - -II. - -I. — DE’ SASSI CONVERTITI IN CALCINA DE’ QUALI SI MURANO LE PRIGIONI. - -Molti, che fieno disfatti dal fuoco innanzi a questo tempo, torranno la -libertà a molti uomini. - - -II. — DELLO SPECCHIARE LE MURA DELLE CITTÀ NELL’ACQUA DE’ LOR FOSSI. - -Vedrannosi l’alte mura delle gran città sotto sopra ne’ loro fossi. - - -III. — DEI FORNI. - -A molti fia tolto il cibo di bocca — ai forni. - - -IV. — ANCORA DEI FORNI. - -A quelli, che si imboccheranno per l’altrui mani, fia loro tolto il -cibo di bocca — il forno. - - -V. — DEL METTERE E TRARRE IL PANE DALLA BOCCA DEL FORNO. - -Per tutte le città e terre e castelli e case si vedrà, per desiderio di -mangiare, trarre il proprio cibo di bocca l’uno all’altro, sanza poter -fare difesa alcuna. - - -VI. — DELLE FORNACI DI MATTONI E CALCINA. - -Al fine la terra si farà rossa per lo infocamento di molti giorni, e le -pietre si convertiranno in cenere. - - -VII. — DELLE ARMI DA OFFENDERE. - -L’umane opere fien cagione di lor morte — le spade e lance. - - -VIII. — IL FERRO USCITO DI SOTTO TERRA È MORTO, E SE NE FA L’ARME CHE -HA MORTI TANTI UOMINI. - -I morti usciranno di sotto terra, e coi loro fieri movimenti cacceranno -dal mondo innumerabili creature umane. - - -IX. — DELLE SPADE E LANCE CHE PER SÈ MAI NUOCONO A NESSUNO. - -Chi per sè è mansueto, e sanza alcuna offensione, si farà -spaventevole e feroce mediante la trista compagnia, e torrà la -vita crudelissimamente a molte genti; e più n’ucciderebbe, se corpi -sanz’anima, e usciti dalle spelonche, non li difendessino — cioè le -corazze di ferro. - - -X. — DELLE STELLE DELLI SPRONI. - -Per causa delle stelle si vedranno li omini esser velocissimi, al pari -di qualunque animale veloce. - - -XI. — DEL FUOCO DELLE BOMBARDE. - -Oh! quanti grandi edifizî fieno ruinati, per causa del fuoco! - - -XII. — DELLE BOMBARDE CH’ESCAN DELLA FOSSA E DELLA FORMA. - -Uscirà di sotto terra chi, con ispaventevoli grida, stordirà i -circostanti vicini, e col suo fiato farà morire li omini, e ruinare le -città e castella. - - -XIII. — LA PIETRA DEL FUCILE, CHE FA FOCO CHE CONSUMA TUTTE LE SOME -DELLE LEGNE, CON CHE SI DISFAN LE SELVE; E CUOCERASSI CON ESSE LA CARNE -DELLE BESTIE. - -I gran sassi de’ monti getteran fuoco tale che bruceranno il legname di -molte e grandissime selve, e molte fiere selvatiche e domestiche. - - -XIV. — DELL’ESCA. - -Con pietra e con ferro si renderanno visibili le cose, che prima non si -vedeano. - - -XV. — DE’ METALLI. - -Uscirà dalle oscure e tenebrose spelonche chi metterà tutta l’umana -specie in grandi affanni, pericoli e morte. - -A molti seguaci lor, dopo molti affanni, darà diletto; ma chi non fia -suo partigiano, morrà con stento e calamità. - -Questo commetterà infiniti tradimenti; questo aumenterà e persuaderà li -omini tutti alli assassinamenti e latrocini e le perfidie; questo darà -sospetto ai sua partigiani; questo torrà lo stato alle città libere; -questo torrà la vita a molti; questo travaglierà li omini infra loro -con molte arti, inganni e tradimenti. - -O animal mostruoso! quanto sarebbe meglio agli omini che tu ti tornassi -nell’inferno: per costui rimarran diserte le gran selve delle lor -piante; per costui infiniti animali perderanno la vita. - - -XVI. — DE’ DANARI E ORO. - -Uscirà dalle cavernose spelonche chi farà, con sudore, affaticare tutti -i popoli del mondo, con grandi affanni, ansietà, sudori, per essere -aiutato da lui. - - - - -LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. - - -I. — DE’ MORTI CHE SI VANNO A SOTTERRARE. - -I semplici popoli porteran gran quantità di lumi per far lume ne’ -viaggi a tutti quelli, che integralmente hanno perso la virtù visiva. - - -II. — DE LI UFFIZI, FUNERALI E PROCESSIONI E LUMI E CAMPANE E COMPAGNIA. - -Agli omini saran fatti grandissimi onori e pompe, sanza lor saputa. - - -III. — DEL DÌ DE’ MORTI. - -E quanti fien quelli che piangeranno i lor antenati morti, portando -lumi a quelli. - - -IV. — DEL PIANTO FATTO IL VENERDÌ SANTO. - -In tutte le parti d’Europa sarà pianto di gran popoli per la morte d’un -solo omo, morto in Oriente. - - -V. — DE’ CRISTIANI. - -Molti, che tengon la fede del figliolo, sol fan templi nel nome della -madre. - - -VI. — DEL TURIBOLO DELL’INCENSO. - -Quelli che, con vestimenti bianchi, andranno con arroganti movimenti -minacciando con metallo e fuoco, chi non faceva lor detrimento alcuno. - - -VII. — DE’ PRETI CHE DICONO MESSA. - -Molti fien quelli che, per esercitare la lor arte, si vestiran -ricchissimamente: e questo parrà esser fatto secondo l’uso de’ -grembiali. - - -VIII. — DE’ PRETI CHE TENGONO L’OSTIA IN CORPO. - -Allora tutti quasi i tabernacoli, dove sta il corpus domini, si -vedranno manifestamente per sè stessi andare per diverse strade del -mondo. - - -IX. — DE’ FRATI CONFESSORI. - -Le sventurate donne, di propria volontà, andranno a palesare agli -uomini tutte le loro lussurie e opere vergognose e segretissime. - - -X. — DELLE PITTURE DE’ SANTI ADORATE. - -Parleranno li omini alli omini, che non sentiranno; avran gli occhi -aperti, e non vedranno; parleranno a quelli, e non fia loro risposta; -chiederan grazia a chi avrà orecchi, e non ode; faran lume a chi è -orbo. - - -XI. — DELLE SCOLTURE. - -Ohimè! che vedo il Salvatore di novo crocifisso. - - -XII. — DE’ CROCEFISSI VENDUTI. - -Io vedo di nuovo venduto e crocifisso Cristo, e martirizzare i sua -santi. - - -XIII. — DELLA RELIGIONE DE’ FRATI CHE VIVONO PER LI LORO SANTI, MORTI -PER ASSAI TEMPO! - -Quelli che saranno morti, dopo mille anni, fien quelli che daranno le -spese a molti vivi. - - -XIV. — DEL VENDERE IL PARADISO. - -Infinita moltitudine venderanno pubblicamente e pacificamente cose di -grandissimo prezzo, sanza licenza del padrone di quelle, e che mai non -furon loro, nè in lor potestà, e a questo non provvederà la giustizia -umana. - - -XV. — DE’ FRATI CHE SPENDENDO PAROLE RICEVONO DI GRAN RICCHEZZE, E -DANNO IL PARADISO. - -Le invisibili monete faran trionfare molti spenditori di quelle. - - -XVI. — DELLE CHIESE E ABITAZION DE’ FRATI. - -Assai saranno, che lascieranno li esercizî e le fatiche e povertà -di vita e di roba, e andranno abitare nelle ricchezze e trionfanti -edifizî, mostrando questo esser il mezzo di farsi amico a Dio. - - - - -LE PROFEZIE DEI COSTUMI. - - -I. — DELLO SGOMBERARE L’OGNISSANTI. - -Molti abbandoneranno le proprie abitazioni, e porteran seco i sua -valsenti [Sidenote: le loro ricchezze], e andranno abitare in altri -paesi. - - -II. — DELLI OMINI CHE DORMAN NELL’ASSE D’ALBERO. - -Li omini dormiranno, e mangeranno, e abiteranno infra li alberi, nati -nelle selve e campagne. - - -III. — DEL BATTERE IL LETTO PER RIFARLO. - -Verranno li omini a tanta ingratitudine che, chi darà loro albergo, -sanza alcun prezzo, sarà carico di bastonate, in modo che gran parte -delle interiora si spigneranno dal loco loro, e s’andranno rivoltanto -pel suo corpo. - - -IV. — I MEDICI CHE VIVONO DE’ MALATI. - -Verranno li omini in tanta viltà, che avran di grazia che altri -trionfino sopra i loro mali, ovvero della perduta lor vera ricchezza — -cioè la sanità. - - -V. — DEL COMUNE. - -Un meschino sarà soiato [Sidenote: adulato beffardamente] e essi -soiatori [Sidenote: adulatori] sempre fien sua ingannatori e rubatori, -e assassini d’esso meschino. - - -VI. — PROFEZIA. - -Porterassi neve distante no’ lochi caldi, tolta dall’alte cime de’ -monti, e si lascierà cadere nelle feste, alle piazze, nel tempo -dell’estate. - - - - -LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. - - -I. — DELLA FOSSA. - -Staran molti occupati in esercizio a levare di quella cosa, che tanto -crescerà, quanto se ne levò. - - -II. — DEL PESO POSTO SUL PIUMACCIO. - -E a molti corpi nel vedere da lor levar la testa, si vedrà -manifestamente crescere, e, rendendo loro la levata testa, -immediatamente diminuiscono la grandezza. - - -III. — DEL PIGLIARE DE’ PIDOCCHI. - -E’ saran molti cacciatori d’animali che, quanto più ne piglieranno, -manco n’avranno, e così, di converso, più n’avrà quanto men ne -piglieranno. - - -IV. — DELL’ATTIGNERE L’ACQUA CON DUE SECCHIE A UNA SOLA CORDA. - -E rimarranno occupati molti che, quanto più tireranno in giù la cosa, -essa più se ne fuggirà in contrario moto. - - - - -LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. - - -I. — DELL’AVARO. - -Molti fieno quelli che, con ogni studio e sollecitudine, seguiranno con -furia quella cosa, che sempre li ha spaventati, non conoscendo la sua -malignità. - - -II. — DELLI UOMINI CHE QUANTO PIÙ INVECCHIANO PIÙ SI FANNO AVARI, CHE -AVENDOSI A STAR POCO DOVREBBERO FARSI LIBERALI. - -Vedransi quelli, che son giudicati di più sperienza e giudizio, -quanto egli hanno men bisogno delle cose, con più avidità cercarle e -ricercarle. - - -III. — DEL DESIDERIO DI RICCHEZZA. - -Li omini perseguiranno quella cosa, della qual più temono, cioè saran -miseri, per non venire in miseria. - - -IV. — DELLE COSE CHE SI MANGIANO, CHE PRIMA S’UCCIDONO. - -Sarà morto da loro il loro nutritore, e flagellato con spietata morte. - - -V. — DELLA BOCCA DELL’OMO CH’È SEPOLTURA. - -Usciranno gran romori dalle sepolture di quelli, che son finiti da -cattiva e violenta morte. - - -VI. — DEL CIBO STATO ANIMATO. - -Gran parte de’ corpi animati passerà pe’ corpi de gli altri animali, -cioè le case disabitate passeran in pezzi per le case abitate, dando -a quelle un utile, e portando con seco i sua danni: quest’è, cioè, -la vita dell’omo si fa delle cose mangiate, le quali portan con se la -parte dell’omo, ch’è morta. - - -VII. — DELLA VITA DELLI OMINI CHE OGNI ANNO SI MUTANO CARNE. - -Li omini passeran morti per le sue proprie budelle. - - -VIII. — DELLA CRUDELTÀ DELL’OMO. - -Vedrannosi animali sopra della terra, i quali sempre combatteranno -infra loro e con danni grandissimi e, spesso, morte di ciascuna delle -parti. - -Questi non avran termine nelle lor malignità: per le fiere membra -di questi verranno a terra gran parte delli alberi delle gran selve -dell’universo; e poi ch’essi avranno pasciuto, il nutrimento de’ loro -desideri sarà di dar morte e affanno e fatiche e guerre e furie a -qualunque cosa animata. E per la loro smisurata superbia questi si -vorranno levare inverso il cielo, ma la superchia gravezza delle lor -membra gli porrà in basso. Nulla cosa resterà sopra la terra, o sotto -la terra e l’acqua, che non sia perseguitata, remossa o guasta; e -quella dell’un paese remossa nell’altro; e ’l corpo di questi si farà -sepoltura e transito di tutti i già da lor morti corpi animati. - -O mondo! come è che non t’apri a precipitarlo nell’alte fessure de’ -tua gran baratri e spelonche, e non mostrare più al cielo sì crudele e -spietato mostro? - - -IX. — DELLA LETTURA DE’ BUONI LIBRI. - -Felici fien quelli che presteranno orecchi alle parole de’ morti: — -leggere le bone opere, e osservarle. - - -X. — DE’ LIBRI CHE INSEGNANO PRECETTI. - -I corpi sanz’anima ci daranno, con lor sentenzie, precetti utili al ben -morire. - - -XI. — DELLA FAMA. - -Le penne leveranno li omini, siccome gli uccelli, inverso il cielo: — -cioè per le lettere, fatte da esse penne. - - -XII. — DELLE PELLI DELLI ANIMALI CHE TENGONO IL SENSO DEL TATTO, CHE -V’È SU LE SCRITTURE. - -Quanto più si parlerà colle pelli, vesti del sentimento, tanto più -s’acquisterà sapienza. - - -XIII. — DELLA STORIA. - -Le cose disunite s’uniranno, e riceveranno in sè tal virtù, che -renderanno la persa memoria alli omini: — cioè i papiri che son fatti -di peli disuniti, e tengono memoria delle cose e fatti delli omini. - - -XIV. — IN OGNI PUNTO DELLA TERRA SI PUÒ FARE DIVISIONE DE’ DUE EMISPERI. - -Li omini tutti scambieranno emisperio immediate. - - -XV. — IN OGNI PUNTO È DIVISIONE DA ORIENTE A OCCIDENTE. - -Moverannosi tutti li animali da oriente a occidente, e così da aquilone -a meriggio scambievolmente, e così di converso. - - -XVI. — DEGLI EMISPERI, CHE SONO INFINITI E DA INFINITE LINEE SON -DIVISI, IN MODO CHE SEMPRE CIASCUNO OMO N’HA UNA D’ESSE LINEE INFRA -L’UN DE’ PIEDI E L’ALTRO. - -Parleransi, e toccheransi, e abbracceransi li omini, stanti dall’uno -all’altro emisperio, intenderansi i loro linguaggi. - - -XVII. — DELLE NUVOLE. - -Gran parte del mare si fuggirà inverso il cielo e per molto tempo non -farà ritorno: — cioè pe’ nuvoli. - - -XVIII. — LA NEVE CHE FIOCCA, CHE È ACQUA. - -L’acqua caduta dai nuvoli, ancora in moto sopra le spiagge de’ monti, -si fermerà per lungo spazio di tempo sanza fare alcun moto, e questo -accaderà in molte e diverse provincie. - - -XIX. — LA PALLA DELLA NEVE ROTOLANDO SOPRA LA NEVE. - -Molti fien quelli, che cresceran nelle lor ruine. - - -XX. — DELLE PIOGGIE, CHE FANNO CHE I FIUMI INTORBIDATI PORTAN VIA LE -TERRE. - -Verrà diverso il cielo chi trasmuterà gran parte dell’Africa, che -si mostra a esso cielo inverso l’Europa, e quelle di Europa inverso -l’Africa; e quelle delle provincie Scitiche si mescoleranno insieme con -gran rivoluzione. - - -XXI. — QUESTO SONO LI FIUMI, CHE PORTANO LE TERRE DA LORO LEVATE DALLE -MONTAGNE, E LE SCARICANO AI MARINI LITI; E DOVE ENTRA LA TERRA SI FUGGE -IL MARE. - -Le grandissime montagne, ancorachè sieno remote da’ marini liti, -scacceranno il mare dal suo sito. - - -XXII. — DELL’ACQUA, CHE CORRE TORBIDA E MISTA CON TERRA, E DELLA -POLVERE E NEBBIA MISTA COLL’ARIA, E DEL FOCO MISTO COL SUO [Sidenote: -Sott.: elemento] E ALTRI CON CIASCUNO. - -Vedrassi tutti li elementi insieme misti con gran rivoluzione, -trascorrere ora inverso il centro del mondo, ora inverso il cielo, e -quando dalle parti meridionali scorrere con furia inverso il freddo -settentrione, qualche volta dall’oriente inverso l’occidente, e così da -questo in quell’altro emisperio. - - -XXIII. — IL VENTO D’ORIENTE CHE SCORRERÀ IN PONENTE. - -Vedrannosi le parti orientali discorrere nell’occidentali, e le -meridionali in settentrione, avviluppandosi per l’universo con grande -strepito e tremore o furore. - - -XXIV. — DELLA NOTTE CHE NON SI CONOSCE ALCUN COLORE. - -Verrà a tanto che non si conoscerà differenza in fra’ colori, anzi si -faran tutti di nera qualità. - - -XXV. — DEL FOCO. - -Nascerà di piccolo principio chi si farà con prestezza grande; questo -non stimerà alcuna creata cosa, anzi colla sua potenza quasi il tutto -avrà in potenza di trasformare il suo essere in un altro. - - -XXVI. — LO SPECCHIO CAVO ACCENDE IL FOCO COL QUALE SI SCALDA IL FORNO, -CHE HA IL FONDO, CHE STA SOTTO IL SUO CIELO. - -I raggi solari accenderanno il foco in terra, col quale s’infocherà ciò -ch’è sotto il cielo, e, ripercossi nel suo impedimento, ritorneranno in -basso. - - -XXVII. — TRACCIA. - -Restaci il moto, che separa il motore dal mobile. - - -XXVIII. — DEI PIANETI. - -E molti terrestri e acquatici animali monteranno fra le stelle: — cioè -pianeti. - - -XXIX. — DEL CONSIGLIO. - -E colui che sarà più necessario a chi avrà bisogno di lui, sarà -sconosciuto, cioè più sprezzato. - - -XXX. — DELLA PAURA DELLA POVERTÀ. - -La cosa malvagia e spaventevole darà di sè tanto timore appresso a -detti omini che come matti, credendo fuggirla, concorreranno con veloce -moto alle sue smisurate forze. - - -XXXI. — DELLA BUGIA. - -Tutte le cose, che nel verno fien nascoste sotto la neve, rimarranno -scoperte e palesi nell’estate: — detta per la bugìa, che non può stare -occulta. - - - - -LE FACEZIE. - - -I. — DI UN FRATE AD UN MERCANTE. - -Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle -quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perchè -essi vivono di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto -loro innanzi. Onde, abbattendosi, in detti viaggi, una coppia d’essi -frati a un’osteria, in compagnia d’un certo mercantuolo, il quale, -essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà -dell’osteria, altro che un pollastro cotto; onde esso mercantuolo, -vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: -— se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri -conventi d’alcuna maniera di carne. — Alle quali parole i frati furono -costretti, per la lor regola, sanza altre cavillazioni, a dire ciò -essere la verità: onde il mercantuolo ebbe il suo desiderio; e così, si -mangiò essa pollastra; e i frati feciono il meglio poterono. - -Ora, dopo tale desinare, questi commensali si partirono tutti e tre -di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovato un fiume di bona -larghezza e profondità, essendo tutti e tre a piedi, — i frati per -povertà e l’altro per avarizia, — fu necessario, per l’uso della -compagnia, che uno de’ frati, essendo discalzi, passasse sopra i sua -omeri esso mercantuolo: onde datoli il frate a serbo i zoccoli, si -caricò di tale omo. - -Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora -si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, -alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: — dimmi un poco, -hai tu nissun dinari addosso? — Ben sai, rispose questo, come credete -voi che mia pari mercatante andasse altrementi attorno? — Ohimè! disse -il frate, la nostra regola vieta, che noi non possiamo portare danari -addosso; — e sùbito lo gettò nell’acqua. La qual cosa conosciuta dal -mercatante, facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con -piacente riso, pacificamente, mezzo arrossito por vergogna, la vendetta -sopportò. - - -II. — DI UN PITTORE AD UN PRETE. - -Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è -usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un -pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso -pittore, voltosi indirieto, alquanto scrucciato, disse, perchè facesse -tale spargimento sopra le sue pitture. Allora il prete disse essere -così usanza, e ch’era suo debito il fare così, e che faceva bene, e chi -fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che -d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’avrebbe di sopra per ogni un -cento. - -Allora il pittore, aspettato ch’elli uscisse fori, se li fece di sopra -alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, -dicendo: — ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu -dicesti che accaderebbe del bene, che mi facevi colla tua acqua santa, -colla quale m’hai guasto mezzo le mie pitture. — - - -III. — MOTTO DI UN ARTIGIANO AD UN SIGNORE. - -Uno artigiano, andando spesso a visitare uno signore, sanza altro -proposito dimandare al quale [Sidenote: senza che nulla gli occorresse -da chiedergli], il signore domandò quello, che andava facendo. Questo -disse, che veniva lì per avere de’ piaceri, che lui aver non potea; -perocchè volentieri vedova omini più potenti di lui, come fanno i -popolani, ma che ’l signore non potea vedere, se non omini di men possa -di lui: per questo i signori mancano d’esso piacere. - - -IV. — BELLA RISPOSTA AD UN PITAGOREO. - -Uno, volendo provare colla autorità di Pitagora, come altre volte lui -era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento; -allor costui disse a questo tale: — e per tale segnale, che io altre -volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro. — Allora -costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, -che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato -l’asino, che gli portava la farina. - - -V. — RISPOSTA DI UN PITTORE. - -Fu dimandato un pittore perchè, facendo lui di figure sì belle che -eran cose morte, per che causa esso avesse fatti i figlioli sì brutti. -Allora il pittore rispose, che le pitture le fece di dì e i figlioli di -notte. - - -VI. — UN AMICO AD UN MALDICENTE. - -Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perchè quello spesso li diceva -male delli amici sua. Il quale, lasciato l’amico, un dì, dolendosi -collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che li dicesse quale -fusse la cagione, che lo avesse fatto dimenticare tanta amicizia. Al -quale esso rispose: — io non voglio più usare con teco per ch’io ti -voglio bene, e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo -amico, che altri abbiano come me a fare trista impressione di te, -dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più -insieme parrà che noi siamo fatti nimici, e per il dire tu male di -me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi -usassimo insieme. — - - -VII. — DETTO DI UN INFERMO. - -Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta, e -domandato uno de’ sua servi chi era, che batteva l’uscio, esso servo -rispose esser una, che si chiamava madonna Bona. Allora l’infermo -alzate le braccia ringraziò Dio con alta voce; poi disse ai servi che -lasciassero venire presto questa, acciocchè potesse vedere una donna -bona innanzi che esso morisse, imperocchè in sua vita mai ne vide -nessuna. - - -VIII. — DETTO DI UN DORMIGLIONE. - -Fu detto a uno che si levasse dal letto, perchè già era levato il sole, -e lui rispose: — se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto -lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, -ancora non mi voglio levare. — - - -IX. — ARGUZIA. - -Uno vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il -tavolaccio, e gridò vedendo la sua lancia: — ohimè! questo è troppo -picciol lavorante a sì gran bottega! — - - -X. — RISPOSTA AD UN MOTTO. - -Uno vede una grande spada allato a un altro, e dice: — o poverello! -ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perchè non -ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà? — Al quale -costui rispose: — questa è cosa non tua, anzi è vecchia. — Questi, -sentendosi mordere, rispose: — io ti conosco sapere sì poche cose in -questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per -nova. — - - -XI. — FACEZIA AD UN VANTATORE. - -Uno disputando, e vantandosi di saper fare molti varî e belli giochi, -un altro de’ circostanti disse: — io so fare uno gioco, il quale farà -trarre le brache a chi a me parrà. — Il primo vantatore, trovandosi -sanza brache: — che no, disse, che a me non le farai trarre! E vadane -un paro di calze. — Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ’nvito, -improntò [Sidenote: si procacciò] più para di brache, e trassele nel -volto al mettitore delle calze, e vinse il pegno. - - -XII. — RISPOSTA AD UN MOTTO. - -Uno disse a un suo conoscente: — tu hai tutti li occhi trasmutati in -istrano colore. — Quello li rispose intervenirli spesso: — ma tu non -ci hai posto cura. — E quando t’addivien questo? — Rispose l’altro: — -ogni volta ch’e’ mia occhi veggono il tuo viso strano, per la violenza -ricevuta da sì gran dispiacere, s’impallidiscono, e mutano in istrano -colore. — - - -XIII. — LA STESSA. - -Uno disse a un altro: — tu hai tutti li occhi mutati in istran -colore. — - -Quello li rispose: — egli è perchè i mia occhi veggono il tuo viso -strano. — - - -XIV. — MOTTO. - -Uno disse, che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. -L’altro rispose: — tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la -stranezza della tua brutta presenza. — - - -XV. — FACEZIA DI UN PRETE. - -Una lavava i panni, e pel freddo avea i piedi molto rossi; e passandole -appresso uno prete, domandò, con ammirazione, donde tale rossezza -derivassi; al quale la femmina subito rispose che tale effetto -accadeva, perchè ella avea sotto il foco. Allora il prete mise mano -a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella -accostandosi, con dolce e sommessiva voce, pregò quella che ’n cortesia -li dovessi un poco accendere quella candela. - - -XVI. — FACEZIA. - -Uno, andando a Modana, ebbe a pagare 5 soldi di Lira di gabella -della sua persona. Alla qual cosa cominciato a fare gran romore e -ammirazione, attrasse a sè molti circostanti; i quali domandando donde -veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: — oh! non mi debbo io -maravigliare? conciossia che tutto un omo non paghi altro che 5 soldi -di Lira, e a Firenze io, solo a metter dentro il c..., ebbi a pagare -10 ducati d’oro, e qui metto il c...., i c.... e tutto il resto per sì -piccol dazio. Dio salvi e mantenga tal città, e chi la governa! — - - -XVII. — MOTTO ARGUTO. - -Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece grande -strepito col culo; e disse l’altro compagno: — or veggo io ch’i’ son -da te amato. — Come? disse l’altro. — Quel rispose: — tu mi porgi la -coreggia, perch’io non caggia, nè mi perda da te. — - - -XVIII. — MOTTO DETTO DA UN GIOVANE A UN VECCHIO. - -Dispregiando un vecchio pubblicamente un giovane, mostrando audacemente -non temer quello, onde il giovane li rispose che la sua lunga età li -faceva migliore scudo che la lingua o la forza. - - -XIX. — FACEZIA. - -Perchè li Ungheri tengon la croce doppia. - - - - -NOTE. - - -[1] _De illustratione urbis Florentiæ_, Parigi, 1583, pag. 27. - -[2] _Arch. Storico Italiano._ Firenze, 1672, serie III, vol. XVI, pag. -222. - -[3] _Le Vite_ (ed. Milanesi). Firenze. Sansoni, 1379, vol. IV, pag. 22. - -[4] UZIELLI, _Ric. int. a L. d. V._ Torino, Loescher, 1896, pag. 61. - -[5] L. D. V., _The literary works_ (ed. Richter). Vol. II, pag. 395-396. - -[6] PACIOLI, _Divine proportione_. Venezia, 1509, c. I v. - -[7] LUZIO, _I precettori d’Isabella d’Este_, Ancona, Morelli, 1887. - -[8] _Ricordi._ Venezia, 1555, c. 51 v. - -[9] _Le Vite_, vol. IV, pag. 18, 49. - -[10] ANONIMO, _Breve vita. Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. -XVI, pag. 226. - -[11] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51, 21. - -[12] LIBRI, _Histoire des sciences mathém. en Italie_. Parigi, -Renouard, 1840, vol. IV, pag. 17. - -[13] UZIELLI, _Paolo dal Pozzo Toscanelli_, Roma, Rac. Colomb., 1894 -pag. 520. - -[14] _Le Vite_, vol. IV, pag. 50-51. - -[15] VASARI, _Le Vite_, vol. IV, pag. 46. - -[16] SOLMI, _Studî sulla filosofia naturale di L. d. V._ Modena, -Vincenzi, 1898, pag. 57. - -[17] Cfr. _G_, cop. r.: «Partissi il magnifico Giuliano de’ Medici a -dì 9 di Gennaio 1515 in sull’aurora da Roma, per andare a sposare la -moglie in Savoia, e in tal dì ci fu la morte del re di Francia.» - -[18] _Le Vite_, vol. IV, pag. 47: «Lionardo intendendo ciò, partì ed -andò in Francia.» - -[19] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 226. - -[20] UZIELLI, _Ricerche intorno a L. d. V._ Roma, Salviucci, 1884, pag. -459. - -[21] Cfr. _Atti della R. Accademia dei Lincei_. Roma, 1876, serie II, -vol. III, pag. 13. - -[22] BOSSI, _Del Cenacolo di L. d. V._ Milano, Stamperia Reale, 1810, -pag. 19-22. - -[23] _Arch. Storico Italiano_, serie III, vol. XVI, pag. 222. - -[24] _Le Vite_, vol. IV, pag. 21, 40. - -[25] BANDELLO, _Novelle_. Londra, Harding, 1740, vol. I, c. 363-364. Si -ricordi come Matteo Bandello fosse ascritto al convento di Santa Maria -delle Grazie. Cfr. QUETIF et ECHARD, _Script. Ord. Prædicat._, vol. II, -pag. 155. - -[26] _Le Vite_, vol. IV, pag. 28-29. - -[27] DU FRESNE, _Il trattato detta pittura di L. d. V._ Parigi, 1651. - -[28] Si riscontri la TAVOLA DELLE SIGLE. - -[29] Si veda: _Qui incomincia el Tesoro di_ BRUNETTO LATINO _di -Firense, e parla del nascimento e della natura di tutte le cose_. -Treviso, 1474. Lib. IV, cap. 4. (Ed. di Venezia, 1841. Vol. I, pag. -202), dalla quale opera Leonardo attinge la materia di questa favola. - -[30] La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento -storico, e si deve far risalire probabilmente al _Tractato de le -piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del -mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal -strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de_ MANDAVILLA. Milano, -1480. Folio _g._ 3 vº, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota -del _Codice Atlantico_: folio 207 rº. Per analoghe leggende si veda -PRIDEAUX, _Life of Mahomet_. Pag. 82 e seg.; A. D’ANCONA, _La leggenda -di Maometto in Occidente_. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. -Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238. - -[31] Si veda: _Fiore di virtù che tratta tutti i vitti humani, et come -si deve acquistare la virtù_. Venezia, 1474. Cap. I, pag. 3-4, libro -ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, e che è la -fonte capitale di tutto il Bestiario del Vinci. Intorno a quest’ultimo -si veda: A. SPRINGER, _Ueber den Physiologus des Leonardo da Vinci_, -in _Berichte über die Verhandlung der k. sächs. Gesell. d. Wissen. zu -Leipzig. Philolog.-hist. Classe_. Leipzig, 1884. Fasc. 3-4; e GOLDSTAUB -und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_. Halle, 1892. Pag. -240-254; _Anhang zu Kap. VI, Exkurs über den Bestiarius des Leonardo da -Vinci_, che riavvicina al testo del manoscritto _H_ passi di Solino, -di Alberto Magno, di Ugo da San Vittore, di Vincenzo di Beauvais, del -Neckam. - -[32] _Fior di virtù_, Roma, 1740. Cap. III, pag. 22-23: _Del vizio -dell’invidia appropriato al nibbio_. - -[33] _Ivi_, cap. IV, pag. 26: _Dell’allegrezza appropriata al gallo_. - -[34] _Ivi_, cap. V, pag. 29: _Del vizio della tristizia appropriato al -corbo_. - -[35] _Ivi_, cap. VII, pag. 34: _Della virtù della pace appropriata al -castoro_. - -[36] _Ivi_, cap. VIII, pag. 37-38: _Del vizio dell’ira appropriato -all’orso_. - -[37] _Ivi_, cap. IX, pag. 43: _Della virtù della misericordia, ed è -appropriata a’ figliuoli dell’uccello ipega_. - -[38] _Ivi_, cap. XII, pag. 58: _Del vizio dell’avarizia appropriato -alla botta_. - -[39] Donde Leonardo abbia tratta questa allegoria non mi è stato dato -di determinare. - -[40] _Fior di virtù_, cap. X, pag. 47: _Del vizio della crudeltà -appropriato al basilisco_. - -[41] _Ivi_, cap. XI, pag. 50: _Della virtù della liberalità appropriata -all’aquila_. - -[42] _Ivi_, cap. XIII, pag. 62-63: _Della correzione appropriata al -lupo_. - -[43] _Ivi_, cap. XIV, pag. 66: _Della lusinga appropriata alla sirena_. - -[44] _Ivi_, cap. XV, pag. 69-70: _Della prudenza appropriata alla -formica_. - -[45] _Ivi_, cap. XVI, pag. 76-77: _Della pazzia appropriata al bue -salvatico_. - -[46] _Ivi_, cap. XVII, pag. 79-80: _Della giustizia appropriata al re -delle api_. - -[47] _Ivi_, cap. XXI, pag. 98-99: _Della verità appropriata alla -pernice_. - -[48] _Ivi_, cap. XIX, pag. 91: _Della lialtà appropriata alla grua_. - -[49] _Ivi_, cap. XX, pag. 95: _Della falsità appropriata alla volpe_. - -[50] _Ivi_, cap. XXII, pag. 102: _Della bugia appropriata alla -topinara_. - -[51] _Ivi_, cap. XXIV, pag. 109: _Del timore appropriato alla lepre_. - -[52] _Ivi_, cap. XXV, pag. 111: _Della magnanimità appropriata al -girifalco_. - -[53] _Ivi_, cap. XXVI, pag. 112-113: _Della vanagloria appropriata allo -pavone_. - -[54] _Ivi_, cap. XXVII, pag. 115-116: _Della constanzia appropriata -alla fenice_. - -[55] _Ivi_, cap. XXVIII, pag. 117-118: _Della incostanzia appropriata -alla rondine_. - -[56] _Ivi_, cap. XXIX, pag. 120-121: _Della temperanza appropriata al -cammello_. - -[57] _Ivi_, cap. XXX, pag. 125: _Della intemperanza appropriata al -liocorno_. - -[58] _Ivi_, cap. XXXI, pag. 128: _Della umiltà appropriata allo -agnello_. - -[59] _Ivi_, cap. XXXII, pag. 133: _Della superbia appropriata al -falcone_. - -[60] _Ivi_, cap. XXXIII, pag. 137: _Dell’astinenza appropriata -all’asino salvatico_. - -[61] _Ivi_, cap. XXXIV, pag. 139: _Della gola appropriata -all’avvoltoio_. - -[62] _Ivi_, cap. XXXV, pag. 141: _Della castità appropriata alla -tortora_. - -[63] _Ivi_, cap. XXXVI, pag. 146: _Della lussuria appropriata al -pipistrello_. - -[64] _Ivi_, cap. XXXVII, pag. 152-153: _Della moderanza appropriata -all’ermellino_. - -[65] Si veda: CECCO ASCULANO, _Lacerba_. Venezia, 1492. Lib. III, cap. -III, folio 32 rº e vº: _Aquila_. - -[66] _Ivi_, lib. III, cap. IV, folio 33 rº: _De la natura de lumerpa_. - -[67] _Ivi_, lib. III, cap. V, folio 33 rº: _De la natura de plicano_. - -[68] _Ivi_, lib. III, cap. VI, folio 33 vº: _De quatro animali che -vivono de quattro elementi et primo de salamandra_. - -[69] _Ivi_, lib. III, cap. VII, folio 33 vº: _De cameleone_. - -[70] _Ivi_, lib. III, cap. VII: _Alepo_. - -[71] _Ivi_, lib. III, cap. VIII: _De la natura del struzo_. - -[72] _Ivi_, lib. III, cap. X, folio 34 vº: _De la natura del cygno_. - -[73] _Ivi_, lib. III, cap. XI, folio 35 rº: _De la natura de la -cicogna_. - -[74] _Ivi_, lib. III, cap. XII, folio 35 rº e vº: _De la natura de la -cichada_. - -[75] _Ivi_, lib. III, cap. XXX, folio 40 vº: _De la natura del -basalisco_. - -[76] _Ivi_, lib. III, cap. XXXI, folio 40 vº e 41 rº: _Del aspido_. — -_Ivi_, lib. III, cap. XXXII, folio 41 rº: _Del dracone_. - -[77] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIII, folio 41 vº: _De la vipera_. - -[78] _Ivi_, lib. III, cap. XXXIV, folio 41 vº e 42 rº: _Del scorpione_. - -[79] _Ivi_, lib. III, cap. XXXV, folio 42 rº: _Del crocodilo_. - -[80] _Ivi_, lib. III, cap. XXXVI, folio 42 vº: _Del botto_. - -[81] Questa allegoria sembra originale di Leonardo. - -[82] Questa allegoria sembra originale di Leonardo. - -[83] Si veda la _Historia naturale di_ CAIO PLINIO SECONDO _tradocta -di lingua latina in florentina per Cristoforo Landino_. Venezia, -1476. Lib. VIII, cap. XVII e seg., opera che Leonardo ricorda, con la -parola _Plinio_, nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº; e nel _Codice -Trivulziano_: folio 3 rº. - -[84] Si veda C. PLINII SECUNDI _Naturalis Historia_ (ed. Detlefsen), -vol. I, Berlino, 1866; e per le discussioni, che si sono levate a -proposito della diretta derivazione di questi passi da Plinio, si veda -GOLDSTAUB und WENDRINER, _Ein tosco-venezianischer Bestiarius_, pag. -245-247. - -[85] In Plinio non mi fu dato di riscontrare il testo di questo simbolo. - -[86] C. PLINII _Nat. hist._, lib. VIII, cap. I, pag. 47; cap. IV, pag. -48; cap. V, pag. 49; cap. XII, pag. 53. - -[87] _Ivi_, lib. VIII, cap. XII, pag. 53-54. - -[88] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIV, pag. 54 (36-37). - -[89] _Ivi_, lib. VIII, cap. XIII, pag. 54 (37-38). - -[90] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54 (38-40). - -[91] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 54-55 (40-41). - -[92] Non mi è stato dato di precisare con esattezza la fonte di questo -simbolo. - -[93] Cfr. C. PLINII _Nat. hist._, lib. X, cap. LXXIII, pag. 1. - -[94] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[95] _Ivi_, lib. VIII, cap. XV, pag. 55 (41-42). - -[96] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 55. - -[97] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVI, pag. 57 (52-53). - -[98] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVII, pag. 59. - -[99] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59-60 (67-69). - -[100] _Ivi_, lib. VIII, cap. XVIII, pag. 59 (66-67). Si noti nel brano -di Leonardo la confusione fra le parole _tigre_ e _pantera_. - -[101] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61 (77-78). - -[102] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 61-62 (78-79). - -[103] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXI, pag. 62 (79-80). - -[104] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86). - -[105] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63(85-86). - -[106] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIII, pag. 63 (85-86). - -[107] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXXIII, pag. 63 (86-88). - -[108] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXIV, pag. 63. - -[109] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 63-64. - -[110] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64. - -[111] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXV, pag. 64-65. - -[112] _Ivi_, lib. VIII. cap. XXVII, pag. 65. - -[113] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[114] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (97-98). - -[115] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[116] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65. - -[117] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (98-99). - -[118] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65 (99-100). - -[119] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 65-66 (100-101). - -[120] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66. - -[121] _Ivi_, lib. VIII, cap. XXVII, pag. 66 (101-102). - -[122] La profonda osservazione, contenuta in questo passo, è stata -suggerita a Leonardo dalle contraddizioni e incertezze, in cui s’era -avvolta la meccanica presso gli antichi. La leva archimedea non -essendo una verga solida, ma una linea geometrica, poteva fornire agli -investigatori soltanto dei risultati matematici e astratti; più tardi -gli antichi, incautamente, fusero e confusero i dati della aritmetica -coi dati della esperienza, rendendo così più acuto quel contrasto fra -l’ideale e il reale, che la scienza greco-romana non riuscì a comporre. -Il Vinci, intuendo nettamente una scienza interprete e legislatrice -della natura, attenua qui il proposito di voler correggere, con critica -investigazione, le cifre discordanti, offerte dagli antichi testi. — Si -veda sulle caratteristiche dell’antica e della nuova scienza: HÖFFDING, -_Geschichte der neueren Philosophie_. Leipzig, 1895. Vol. I, pag. 84; -176-227. E su Leonardo: DÜHRING, _Kritische Geschichte der allgemeinen -Prinzipien der Mechanik_. Leipzig, 1877. Pag. 12 e seg. - -[123] Questo passo, o più esattamente il seguente, che vi è contenuto, -e attinto al VALTURIO, _De re militari libri XII ad Sigismundum -Pandulfum Malatestam ........ edente Paulo Ramusio_. Verona, 1483. Pag. -12; opera da Leonardo ricordata nel _Codice Atlantico_: folio 207 rº, -con la indicazione: _De re militari_. Non hanno quindi nessuna ragione -le ricerche iniziate dal Müller Strubing in RICHTER, _The literary -works of Leonardo da Vinci_. London, 1883. Vol. I, pag. 16. - -[124] Si veda ancora: VALTURIO, _De re militari_. Pag. 12, donde questo -frammento è stato tradotto parola a parola. - -[125] Il passo qui riferito precede le splendide pagine di Leonardo -contro l’ipotesi filolaico-platonica, che assegnava rispettivamente -la figura di ciascuno dei cinque poliedri regolari (_figuræ mundanæ_) -agli elementi della terra, acqua, aria, fuoco e universo. — Sul valore -matematico di questo concetto, si veda lo CHASLES, _Aperçu historique -sur l’origine et sur le développement des méthodes en géométrie_, -Paris, 1875, pag. 512-515; e sui passi del Vinci ad esso relativi, i -miei _Studî sulla filosofia naturale di Leonardo da Vinci_. Modena, -1898, pag. 88-89. Per le fonti cfr. LUCA PACIOLI, _Divina proporzione_. -Venezia, 1509. Pag. LV. - -[126] Leonardo, nelle sue ricerche lente e faticose sulla caduta dei -gravi, non giunse alla determinazione di quella legge degli spazi -proporzionali ai quadrati dei tempi, che rese immortale Galileo -Galilei. Il principio qui espresso è che il peso cadente è soggetto ad -una forza di accelerazione costante, la quale fa sì che l’aumento della -distanza fra i gravi discendenti è eguale e proporzionale ai tempi -della caduta. Intorno alle investigazioni di Leonardo sulla discesa dei -gravi si veda il VENTURI, _Essai sur les ouvrages phisico-mathématiques -de Léonard de Vinci_. Paris, 1797, pag. 16; e le acute pagine del -CAVERNI, _Storia del metodo sperimentale in Italia_. Firenze, 1895. -Vol. IV, pag. 69-80. - -[127] Tale concetto intorno ai moti equabili, tratto dalla meccanica -aristotelica (_Quæstiones mechanicæ_. Opera. Venezia, 1560. Vol. -XI, cap. II), è affermato vero dal Vinci nei limiti naturali: «Se -una potenza moverà un corpo in alquanto tempo un alquanto spazio, la -medesima potenza moverà la metà di quel corpo nel medesimo tempo due -volte quello spazio, ovvero la medesima virtù moverà la metà di quel -corpo per tutto quello spazio nella metà di quel tempo.» Manoscritto -_F_, folio 26 vº. — Ciò che Leonardo combatte nel frammento LXII è -l’arbitraria estensione della legge al di là di ogni esperienza e -di ogni possibilità di natura, è la tendenza ingenita in certe menti -irrequiete di dar forma metafisica alle leggi fisiche, di applicare la -vuota astrattezza del termine _in infinito_ alla natura manifestantesi -nello spazio e nel tempo finito. - -[128] Il frammento è stato compiutamente frainteso dal Ravaisson, -per la sostituzione della parola _frate_ alla parola _fructo_, che si -trova realmente nel manoscritto. (_Les manuscrits de Léonard de Vinci. -Manuscrits F et I de la bibliothèque de l’Institut._ Paris, 1889. _F_, -folio 72 vº.) - -[129] Leonardo ha tradotto questo passo parola a parola dalla -_Prospettiva_ di GIOVANNI PECCKHAM († 1292). Si veda in fatti: -_Prospectiva communis domini Johanni Archiepischopi Cantuariensis -fratris ordinum minorum_. Milano, s. d., folio a, 2. - -[130] Secondo le dottrine aristoteliche, era concesso alla mente umana -di conoscere la natura dei quattro elementi terra, acqua, aria e fuoco, -risultanti dalla varia mescolanza del grave col leggero, dell’umido col -secco, principî ultimi componenti la molteplice varietà delle cose. -Si veda ARISTOTILE, _De cœlo_. Lib. IV, cap. 4. — Leonardo nega qui -la possibilità di conoscere la natura degli elementi, che compongono -la realtà esterna; come altrove (_Codice Atlantico_, folio 79 rº, pag. -187) aveva negato, a somiglianza del suo contemporaneo Niccolò Cusano, -la possibilità di giungere alla conoscenza di elementi primitivi in -generale. Cfr. LASSWITZ, _Geschichte der Atomistik vom Mittelalter bis -Newton_. Hamburg und Leipzig, 1890. I, pag. 278. - -[131] Son qui profondamente intravveduti gli effetti di quella coesione -intermolecolare, che fa che la gocciola d’acqua assume forma sferica -intorno al centro della propria figura; e gli effetti di quella più -vasta attrazione, che tiene raccolto l’elemento liquido intorno al -centro della Terra. - -[132] Leonardo ricorda nel _Codice Atlantico_, folio 207 rº, con la -parola _Justino: Il libro di_ JUSTINO, _posto diligentemente in materna -lingua da Girolamo Squarzafico_. Venezia, 1477; libro che gli ispirava -questo memorabile frammento. Si veda G. D’ADDA, _Leonardo da Vinci e -la sua libreria_. Milano, 1872; e _The literary works of Leonardo da -Vinci_. Londra, 1883. I, pag. 419 e seg. - -[133] _Pag. 108._ Piero di Braccio Martelli, ricordato altrove dal -Vinci (codice del _British Museum_: folio 202 vº. Cfr. RICHTER, _The -literary works_, vol. II, n. 1420), non solo fu cittadino di grande -integrità, ma matematico insigne, singolare ragione perchè fosse caro -a Leonardo. Sul principio del secolo XVI, benchè infermo di corpo, -se dobbiamo credere al Poccianti, egli compose: _Libri quattuor in -Mathematicas disciplinas, Epistolæ plures et elegantes, Epigrammata -non pauca et acutissima_; opere, che, smarrite durante il sacco di Roma -(1527), ci hanno forse tolto un nuovo esempio di quella efficacia, che -Leonardo da Vinci ebbe su alcuni matematici del tempo suo. - -[134] La legge affermata qui da Leonardo è quella stessa che il -Galilei dichiarava nei _Dialoghi delle scienze nuove_ (_Opere_, ed. -Albèri. Vol. XIII, pag. 177): scendendo un corpo in varî modi, deviato -per obbliquità di rimbalzi, giunge al medesimo punto ch’egli avrebbe -toccato, se vi fosse pervenuto senza altro impedimento: «Ogni movimento -fatto dalla forza, scrive col suo stile limpido e conciso il Vinci, -conviene che faccia tal corso, quanto è la proporzione della cosa mossa -con quella che muove; e, se ella troverà resistente opposizione, finirà -la lunghezza del suo debito viaggio per circolar moto o per altri varî -risaltamenti e balzi, i quali, computato il tempo e il viaggio, fia -come se ’l corso fosse stato sanz’alcuna contraddizione.» Manoscritto -_A_, folio 60 vº. - -[135] Leonardo accetta in questo frammento il principio che la -visione si compia nell’interno dell’occhio, in un punto indivisibile -o matematico. (Cfr. VITELLONE, _Optica edente Fred. Rixnero_. -Norimberga, 1535, libro ricordato da Leonardo nel _Codice Atlantico_, -folio 243 rº e folio 222 rº.) Fu più tardi, nel progresso delle sue -ottiche investigazioni, che egli giunse alla razionale convinzione -dell’esistenza di una superficie sensibile alla luce e ai colori, cioè -a quella che oggi si chiama _la retina_. Grandiosa conclusione, alla -quale è portato da una serie di scoperte non meno grandiose, raccolte -nel manoscritto _D_, e disperse nei manoscritti _F, K, E_. - -[136] La fonte per le notizie sulle idee di Pitagora intorno -all’armonia delle sfere si deve ritenere, in ultima analisi, il _De -Cœlo_ d’Aristotele (lib. II, cap. IX); tuttavia il Vinci procede -indipendentemente dalle argomentazioni peripatetiche. Secondo la -filosofia pitagorea, ogni corpo, mosso rapidamente, genera un suono; i -corpi celesti, nel loro eterno movimento, producono anch’essi una serie -di suoni, la di cui altezza varia secondo la velocità e la velocità -secondo la distanza. Gli intervalli degli astri corrispondono, secondo -i pitagorei, agli intervalli dei suoni nell’ottava. — Si veda ZELLER, -_Geschichte der Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen -Entwicklung_. Tubinga, 1869. Vol. I, pag. 398 e 399. - -[137] Leonardo si riferisce alla _Spera_ di GORO DATI [Firenze, 1478] -e agli _Hymni et epigrammata_ di MICHELE TARCANIOTA (MARULLO) [Firenze, -1497]. Nella prima di queste due opere, le strofe, che vanno dalla 16ª -alla 22ª, sono dedicate alle lodi del sole: - - Chiaro splendore e fiamma rilucente, - Sopra tutt’altre creatura bella, ec. - -e non è difficile rinvenirvi idee ed espressioni simili a quelle usate -dal Vinci. - -Negli _Hymni et epigrammata_ del Marullo, il secondo dei _Libri -hymnorum naturalium_ si apre coll’inno al sole: - - _Quis novus hic animis furor incidit, unde repente_ - _Mens fremit horrentique sonant præcordia motu?_ ec. - -Le notizie, che seguono nei frammenti L, LI, LII, intorno alle idee di -Epicuro sono tratte, più che da Lucrezio, che Leonardo nomina una sola -volta di seconda mano, dal _El libro de la vita de philosophi e delle -loro elegantissime sententie extracte da_ DIOGENE LAHERTIO _e da altri -antiquissimi auctori_. Venezia, 1480, lib. X (ed. Lipsia, 1833, vol. -II, pag. 223). - -[138] Il tentativo d’incanalare l’Arno per bonificare tutto il piano -d’Empoli e dintorni, già suggerito da Luca Fancelli (si veda G. -UZIELLI, _La vita e i tempi di Paolo dal Pozzo Toscanelli_. Roma, 1890, -pag. 520), conduce il Vinci, dal campo strettamente pratico, ai più -alti problemi di idraulica e di geologia. Il Sasso della Gonfolina, -che si trova fra Signa e Montelupo, formava in antico un altissimo -argine, separatore di due vasti laghi, l’uno coperto dalle acque -salse, l’altro dalle acque dolci (si veda il frammento LXXXI). Secondo -GIOVANNI VILLANI († 1348), lontano ancora da ogni idea di dinamica -terrestre, la mano provvida dell’uomo avrebbe spezzata questa diga, -onde lasciare libero il transito al fiume (Cfr. _Croniche di Giovanni, -Matteo e Filippo Villani_. Trieste, 1861); Leonardo vede nell’opera -lenta dell’acqua la causa del benefico effetto. Alte e feconde sono le -conclusioni che il Vinci seppe trarre da questo e da simili fatti, ma -le puerili credenze del tempo (cfr. FRANCESCO PATRIZZI, _De antiquorum -rethorica_. Venezia, 1562) erano radicate così profondamente nell’anima -dei ricercatori, che, perfino due secoli dopo, ANTONIO VALLISNIERI -(_Opere fisico-mediche_. Venezia, 1733, vol. II), riguardato come il -padre della moderna scienza geologica, ne sa assai meno di lui intorno -all’esistenza delle conchiglie fossili e intorno alla meccanica delle -trasformazioni terrestri. - -[139] Il problema della fine della vita nel mondo preoccupa, come -può scorgersi dai frammenti LXXXVII e LXXXVIII, Leonardo da Vinci; ma -ciò che è degno di considerazione è che egli, senza ricorrere ad una -volontà extramondana, riguarda il finale dissolvimento degli esseri -come una naturale conseguenza del successivo operare delle forze -fisiche. Due opposte conclusioni si potevano trarre dal trasformarsi -lento e continuo della superficie terrestre: nel corso dei secoli le -acque si troveranno rinserrate nel fondo di voragini senza fine, per il -lavorío dei fiumi che approfondiscono il proprio letto; nel corso dei -secoli l’acqua circonderà in ogni sua parte la terra, per l’abbassarsi -dei monti, in causa del dispogliamento del terreno, dovuto all’acqua. -La prima ipotesi è toccata e combattuta da ARISTOTELE nei _Libri -metheorologici_, lib. II, cap. I, § 1. Cfr. lib. II. cap. 1, § 1-17; -entrambe sono espresse qui dal Vinci. - -[140] Secondo ANASSAGORA, ogni cosa nel mondo è composta da una somma -di componenti della stessa natura dell’intero, chiamati da lui stesso -σπέρματα (Fr. 1, 3, 6 [4]): questi principî ultimi si trovano sparsi da -per tutto, sempre eguali a sè stessi, ed entrano nella composizione -di ogni essere inorganico e organico. Si veda ZELLER, _Gesch. der -Philosophie der Griechen_. I, pag. 875-885. Le medesime espressioni -del frammento di Leonardo si trovano nel _De umbris idearum_, Berlino, -1868, pag. 28, del BRUNO, e risalgono probabilmente a LUCREZIO, _De -rerum natura_, lib. I, v. 830 e segg. - -[141] Si veda: ROBERTO VALTURIO, _De re militari_. Parigi, 1534. Pag. -4, donde è tratto il frammento. - -[142] Le notizie su queste costumanze dei selvaggi sono state tratte -dal MANDAVILLA, _Tractato de le più maravigliose cosse e più notabili -che si trovano in le parti del mondo_. Milano, 1480, folio _l_ 4 -rº: «e se sono grassi di subito li mangiano, e se sono magri li -fano ingrassare.» L’opera del PLATINA qui citata è il _De la honesta -voluptate et valetudine et de li obsonij_. Venezia, 1487, ricordata nel -_Codice Atlantico_ con le parole: _De onesta voluptà_, folio 207 rº. - -[143] Il _codice_, nel quale si trova questo frammento, contiene, -quasi esclusivamente, note intorno al trattato DI LUCE ED OMBRA. Il -_cavallo_, di cui qui si parla, è il modello per la statua equestre -a Francesco Sforza. _Jacomo Andrea_, nella casa del quale Leonardo -si reca a cena con il discepolo suo _Giacomo_, è Andrea da Ferrara, -profondo conoscitore di Vitruvio e architetto di alto grido, che morì, -ucciso per ordine del generale Trivulzio, nel 15 maggio 1500 (Cfr. G. -UZIELLI, _Ricerche intorno a Leonardo da Vinci_. Torino, 1896. Vol. -I, pag. 377-382). _Marco_ è Marco d’Oggionno, pittore e discepolo del -Vinci. _Galeazzo Sanseverino_, in casa del quale Leonardo dirige quella -giostra, che rimase poi sempre famosa in Milano (26 gennaio 1491), è -il capitano al quale Lodovico il Moro affiderà il proprio esercito nel -funesto 1499, e profondo conoscitore dell’arte militare. _Agostino da -Pavia_ è ricordato, insieme con Leonardo da Vinci, nella lettera che -Bartolomeo Calco, segretario dello Sforza, dirige al Referendario di -Pavia, in occasione del matrimonio di Lodovico con Beatrice d’Este e -d’Anna, sorella del duca Galeazzo, con Alfonso d’Este, per richiedere -il ritorno degli artisti che si trovavano in quella città (8 dicembre -1490:..... _Augustino et Magistro Leonardo_....., cfr. BELTRAMI, _Il -Castello di Milano_. Milano, 1895. Pag. 188). Finalmente _Gian Antonio_ -è l’artista Gian Antonio Boltraffio, altro dei discepoli di Leonardo in -Milano. L’intero frammento è, quasi senza dubbio, un memoriale per il -risarcimento de’ danni e delle spese. - -[144] Il frammento è di grande importanza per la biografia di Leonardo -e particolarmente per gli anni, che vanno dal 1513 al 1515. _Maestro -Giovanni degli Specchi_ e gli altri, ricordati qui vagamente, sono -lavoranti o meccanici tedeschi, della cui opera il Vinci si serviva -per attuare i suoi molteplici disegni di strumenti, come per esempio il -memorabile tornio ovale (si veda: _Codice Atlantico_, folio 121 rº: _fa -fare il tornio ovale al Tedesco_). - -[145] _Pag. 228._ Non si può negare, come fa incautamente il RICHTER -(_The literary works of Leonardo da Vinci_. Vol. II, pag. 413), la -possibilità di una simile costumanza presso gli abitanti delle Indie, -data la scarsa conoscenza che possediamo delle pratiche superstiziose -popolari, soggiacenti ai principî più alti delle religioni asiatiche. -Ma è più probabile, e nello stesso tempo più naturale, che il Vinci si -riferisca, con le parole: _come ancora in alcuna regione dell’India_; -alle notizie che cominciavano a diffondersi sul principio del secolo -XVI in Europa intorno agli usi dei popoli americani: e allora le sue -parole trovano più di una luminosa conferma nelle pagine del FRAZER, -_The golden bough — a study in comparative religion_. Londra, 1890, -vol. II, pag. 79-81; e in quelle dell’ACOSTA, _Natural and moral -history of the Indies_. Londra, 1880, vol. II, pag. 356-360. - -[146] Il nome di Momboso è adoperato per indicare il gruppo del Monte -Rosa da FLAVIO BIONDO, _Roma ristaurata ed Italia illustrata_, trad. -Venezia, 1542, pag. 165; e da LEANDRO ALBERTI, _Descrittione di tutta -Italia_. Venezia, 1588, pag. 435. «I quattro fiumi che rigan per -quattro aspetti contrarî tutta l’Europa,» sono «il Rodano a mezzodì -e ’l Reno a tramontana, il Danubio over Danoja a greco e ’l Po a -levante.» (_Mss. di Leicester_, c. 10 rº; RICHTER, _The literary -works_. Vol. II, pag. 247). L’osservazione intorno alla caduta della -grandine o «grésil,» quella, ancor più importante ed in contrasto con -le idee del tempo, della maggiore tenebrosità del cielo sereno a grandi -altezze, confermata più di tre secoli dopo dal DE SAUSSURE per le Alpi, -e dall’HUMBOLDT per le Cordigliere (KAEMTZ, _Cours de météorologie_. -Parigi, 1858, vol. V, pag. 315), portano a ritenere che Leonardo da -Vinci è salito oltre i 3000 metri. - -[147] Le descrizioni di Leonardo ritraggono per lo più fenomeni -realmente osservati. A proposito del passo: «onde del mare di Piombino, -tutte d’acqua schiumosa»; si ricordi il disegno di un’onda coperta di -schiuma, che si trova nel manoscritto _L_ e la nota che lo accompagna: -«fatta al mare di Piombino» (anno 1502). LEONARDO DA VINCI, _Les -manuscrits G, L, M, de la bibliothèque de l’Institut_. Parigi, 1890, -vol. V, folio 6 vº. - -[148] La questione del viaggio di Leonardo in Oriente, aperta dal -RICHTER nella _Zeitschrif für bildende Kunst._ Vienna, 1881, vol. XVI, -e esaminata a fondo dal DOUGLAS FRESHFIELD nei _Proceedings of the -Royal Geographical Society_. Londra, 1884. Vol. VI, pag. 323 e segg.; -può dirsi, non che risoluta, neppure proposta nei suoi veri termini. Se -da una parte la DIVISIONE DEL LIBRO suggerisce l’idea di una narrazione -fantastica, sia pure condotta con tutta la maggiore precisione -storica e geografica propria del genio di Leonardo; resta sempre il -spiegarsi l’origine di certe notizie; la ragione di certi schizzi, -grossolani e accurati nello stesso tempo, che riproducono uomini e -cose asiatiche; il senso di certe espressioni più vaghe su personaggi e -costumi orientali, che spuntano inaspettatamente nei manoscritti, come -rimembranze di cose vedute, poste ad esempio di principî prospettici o -idraulici. La stessa notizia dello splendore notturno del Tauro, può -dirsi, piuttosto che una riproduzione dai _Libri meteorologici_ di -ARISTOTELE, una rettifica del testo Aristotelico, fatta con argomenti -tratti dalla diretta conoscenza dei luoghi. - -[149] Se si confronta questa specie di abbozzo del _Cenacolo_ con -l’opera finita, si ritroveranno facilmente alcuni degli elementi della -prima, seconda e terza figura descritte nella prima figura, alla destra -di Cristo (Giovanni); nella prima (Giacomo maggiore) e nella quarta -(Matteo), alla sua sinistra. L’artifizio del coltello; il gruppo -dell’uomo che parla e di quello che ascolta; l’episodio della tazza -rovesciata si ritrovano nell’atteggiamento della terza figura a destra -del Salvatore (Pietro), in quello delle due ultime figure a sinistra -(Taddeo e Simone), in quello di Giuda. L’uomo che posa le mani sulla -tavola e guarda è colla maggiore evidenza l’apostolo Bartolomeo della -pittura. La penultima figura a sinistra (Giacomo minore) conserva -qualche caratteristica delle ultime linee del frammento. - -[150] Quale sia la fonte di questa e della seguente lettera mi è -stato impossibile determinare, sebbene qualche punto richiami certe -espressioni del _Morgante maggiore di Luigi Pulci_. Venezia 1488. -Ancora più difficile sarebbe precisare lo scopo del contenuto di questa -narrazione. - - - - -SOMMARII E RIFERIMENTI. - - -LE FAVOLE. - -_Pag. 3._ L’irrequietezza. R. 1314. — La carta e l’inchiostro. R. 1322. -— L’acqua. R. 1271. — _4._ La fiamma e la candela. C. A. 67 r. — _5._ -Quelli che s’umiliano, sono esaltati. R. 1314. — _6._ Sul medesimo -soggetto. C. A. 67 v. — La pietra. C. A. 172 v. — _7._ Il rasoio. C. -A. 172 v. — _8._ Il giglio. H. 44 r. — Il noce. C. A. 76 r. — _9._ -Il fico. C. A. 76 r. — La pianta e il palo. C. A. 76 r. — Il cedro -e le altre piante. C. A. 76 r. — La vitalba. C. A. 76 r. — _10._ La -cattiva compagnia trascina i buoni nella propria rovina. R. 1314. — -Sul medesimo soggetto. R. 1314. — Il cedro. C. A. 76 r. — Il persico. -C. A. 76 r. — _11._ L’olmo e il fico. C. A. 76 r. — Le piante e il -pero. C. A. 76 r. — _12._ La rete. R. 1314. — Nasce rovina dal seguire -il falso splendore. C. A. 67 r. — _13._ Il castagno e il fico. C. A. -67 r. — _14._ Il rovistico e il merlo. C. A. 67 r. — _15._ La noce e -il campanile. C. A. 67 v. — _16._ Il salice e la zucca. C. A. 67 v. -— _19._ L’aquila. C. A. 67 v. — Il ragno. C. A. 67 v. — Il granchio. -R. 1314. — _20._ L’asino e il ghiaccio. C. A. 67 v. — La formica e il -chicco di grano. C. A. 67 v. — L’ostrica, il ratto e la gatta. H. 51 -v. — Il falcone e l’anitra. H. 44 v. — _21._ L’ostrica e il granchio. -C. A. 67 v. — I tordi e la civetta. C. A. 67 v. — _22._ La scimmia e -l’uccelletto. C. A. 67 v. — Il cane e la pulce. C. A. 119 r. — _23._ -Il topo, la donnola e il gatto. C. A. 67 v. — Il ragno e il grappolo -d’uva. R. 1314. — _24._ Sul medesimo soggetto. C. A. 67 v. — Traccia. -H 44. v. — Il villano e la vite. H. 44 v. — _25._ Leggenda del vino -e di Maometto. C. A. 67 r. — _26._ Traccia. R. 1281. — Le fiamme e la -caldaia. C. A. 116 v. — _27._ Lo specchio e la regina. R. 1324. - - -LE ALLEGORIE. - -_Pag. 31._ Amore di virtù. H. 5 r. — _32._ Invidia. — Allegrezza. — -Tristezza. H. 5 v. — Pace. — _33._ Ira. H. 6 r. — Misericordia over -gratitudine. — Avarizia. — _34._ Ingratitudine. H. 6 v. — Crudeltà. H. -7 r. — Liberalità. — Correzione. H. 7 v. — _35._ Lusinghe over soie. -— Prudenza. — Pazzia. H. 8 r. — Giustizia. — _36._ Verità. H. 8 v. — -Fedeltà over lialtà. — Falsità. H. 9 r. — _37._ Bugia. — Timore over -viltà. H. 9 v. — Magnanimità. — Vanagloria. — _38._ Constanza. H. 10 r. -— Inconstanza. — Temperanza. — Intemperanza. H. 10 v. — _39._ Umiltà. -— Superbia. H. 11 r. — Astinenza. — Gola. — _40._ Castità. H. 11 v. — -Lussuria. — Moderanza. — Aquila. H. 12 r. — _41._ Lumerpa, fama. H. -12 v. — Pellicano. — Salamandra. — _42._ Camaleon. H. 13 r. — Alepo -pesce. — Struzzo. — Cigno. — Cicogna. H. 13 v. — _43._ Cicala. H. 14 r. -— Basalisco. — L’aspido, sta per la virtù. H. 14 v. — Drago. — Vipera. -— _44._ Scorpione. H. 15 r. — Cocodrillo, ipocresia. — Botta. H. 17 r. -— _45._ Bruco, della virtù in generale. — Ragno. H. 17 v. — Leone. H. -16 r. — _46._ Taranta. — Duco o civetta H. 18 v. — Leofante. H. 19, 20 -r. e v. — _48._ Il dragone. H. 20 v. — _49._ Serpente. — Boa. H. 21 r. -— Macli pel sonno è giunta. — _50._ Bonaso noce colla fuga. H. 21 v. -— Palpistrello. — _51._ Pernice. — Rondine. H. 14 r. — Ermellino. H. -48 v. — Leoni, pardi, pantere, tigri. H. 22 r. — Leonessa. H. 22 v. -— _52._ Leone. — Pantere in Africa. H. 23 r. — Cammelli. H. 23 v. — -_53._ Tigre. — Catopleas. H. 24 r. — _54._ Basilisco. — Donnola over -bellola. — _55._ Ceraste. H. 24 v. — Amfesibene. — Iaculo. — Aspido. -H. 25 r. — _56._ Icneumone. — Cocodrillo. H. 25 v. — _57._ Delfino. H. -26 r. — _58._ Hippotamo. — Iris. — Cervi. H. 26 v. — _59._ Luserte. — -Rondine. — Bellola. — Cinghiale. H. 27 r. — Serpe. — Pantera. — _60._ -Camaleonte. H. 27 v. — Corbo. — Magnanimità. — Gru. — Cardellino. H. -17 v. — _61._ Dell’antivedere. H. 98 r. — Per ben fare. H. 98 v. — Sul -medesimo soggetto. H 99 r. — Del lino. G. 88 v. — _62._ Frammento. G. -89 r. - - -I PENSIERI. - -PENSIERI SULLA SCIENZA. - -_Pag. 65._ La teoria e la pratica. R. 110. — Dell’error di quelli, -che usano la pratica sanza scienza. G. 8 r. — Paragone del pratico. -C. A. 76 r. — _66._ Precedenza della teorica alla pratica. I. 130 r. -— Sul medesimo soggetto. Lu. 405. — Consiglio al pittore. Lu. 750. -— Sul medesimo soggetto. Lu. 54. — _67._ Sul fatto anatomico dello -sviluppo grande del cranio nel fanciullo. Ash. I. 7 r. — Diversità -della teorica dalla pratica. C. A. 93 v. — _68._ Sterilità delle -scienze senza applicazione pratica. Lu. 9. — Sul medesimo soggetto. -R. 1169. — Ricordi di Leonardo. F. 2 v. — _69._ La distribuzione dei -suoi trattati. F. 23 r. — Valore intrinseco del sapere. C. A. 223 r. -— Naturale istinto dell’uomo al sapere. C. A. 119 r. — _70._ Piacere, -che nasce dalla contemplazione della natura. C. A. 91 v. — Leonardo -contro gli sprezzatori delle sue opere. C. A. 119 r. — _71._ Contro gli -sprezzatori della scienza. T. 41 v. — Riflessione sulla struttura del -corpo umano. R. 1178. — _72._ Contro gli uomini, che mirano solo alla -vita materiale. R. 1179. — I due campi della conoscenza. C. A. 365 v. -— Il supremo bene è il sapere. T. 2 r. — _73._ Valore del sapere nella -vita. C. A. 112 r. — Glorificazione della scienza. Lu. 65. — _74._ Come -per tutti’ viaggi si po’ imparare. Ash. I. 31 v. — L’inerzia guasta -la sottilità dell’ingegno. C. A. 284 v. — Lo studio senza voglia non -dà alcun frutto. R. 1175. — Sul medesimo soggetto. Ash. I. 34 r. — -_75._ Per giudicare l’opera propria bisogna riguardarla dopo lungo -intervallo. C. A. 122 v. — Antiquitas sæculi iuventus mundi. M. 58 v. -— Glorificazione della verità. V. U. 12 r. — _76._ Conseguenza delle -opposizioni alla verità. C. A. 118 r. — Definizione della scienza. -Lu. 1. — _78._ Valore delle regole date da Leonardo al pittore. C. -A. 218 v. — _79._ Legge, che governa lo svolgimento storico della -pittura e delle scienze. C. A. 141 r. — _80._ Contro il principio di -autorità nella scienza. C. A. 119 r. — _81._ Il seguace della natura e -il seguace della autorità degli scrittori. C. A. 117 r. — Superiorità -degli scopritori del vero sui commentatori delle opere altrui. C. -A. 117 r. — _82._ Contro gli umanisti. C. A. 119 r. — Reverenza di -Leonardo per gli antichi inventori. F. 27 v. — _83._ Valore della -autorità. C. A. 76 r. — Spontaneità della creazione artistica e -scientifica. C. A. 76 r. — Studio dell’antichità. C. A. 147 r. — -Necessità della esperienza e della matematica nelle scienze. Lu. 1. — -_84._ La esperienza. R. 1150. — La sperienza non falla, ma sol fallano -i nostri giudizi, promettendosi di lei cose, che non sono in sua -potestà. C. A. 154 r. — _85._ Necessità della successione dell’effetto -alla causa. C. A. 154 r. — La certezza delle matematiche. R. 1157. -— Generale applicabilità della matematica. K. 49 r. — _86._ Delle -scienze. G. 96. — Leonardo al lettore. R. 3. — Della meccanica. E. 8 r. -— La meccanica e la esperienza. R. 1156. — Accordo fra l’esperienza e -la ragione. C. A. 86 r. — _87._ La deduzione. R. 6. — Bisogna passare -dal noto all’ignoto. E. 54 r. — La legge di natura domina i fatti. -C. A. 147 v. — L’esperienza è il fondamento della scienza. H. 90 r. -— _88._ Sul medesimo soggetto. A. 31 r. — Dalla investigazione degli -effetti si scoprono le cause. E. 55 r. — Bisogna ripetere le esperienze -e variare le circostanze. A. 47 r. — _89._ Esempio della precedente -regola. M. 57 r. — Bisogna limitare la ragione alla esperienza, non -estendere la ragione al di là della esperienza. I. 102 r. e v. — _90._ -A coloro che affermano l’acqua trovarsi alla sommità dei monti, perchè -il mare è più alto, che la terra. F. 72 v. — _91._ La prospettiva -e la matematica. C. A. 200 r. — _92._ La cognizione ha origine dal -senso. T. 20 v. — Conseguenza del predetto principio. R. 838. — _93._ -La testimonianza del senso è il criterio del vero. Lu. 16. — _94._ Le -vere scienze sono quelle che si fondano sulla testimonianza dei sensi. -Lu. 33. — _96._ Inganno della mente abbandonata a sè stessa. Lu. 65. -— Sul medesimo soggetto. C. A. 153 v. — Contro la metafisica. B. 4 v. -— _97._ Superiorità degli animali sull’uomo. F. 96 v. — Dal dizionario -di Leonardo. T. 12 r. — Superiorità della scienza della pittura sulla -filosofia. Lu. 10. — Non si conosce l’essenza delle cose, ma i loro -effetti. C. A. 79 r. — _98._ Come la massa dell’acqua, che circonda la -terra, ha forma sferica. C. A. 75 v. — La divisibilità all’infinito -è un’astrazione mentale. C. A. 119 r. — _99._ L’infinito non si può -abbracciare colla ragione. C. A. 113 v. — Sul medesimo soggetto. H. 67 -v. — La finalità delle cose trascende la mente umana. G. 47 r. — _100._ -Gli antichi si sono proposti dei problemi insolubili. C. A. 119 r. — -Limiti alla definizione dell’anima. R. 837. — _101._ Contro gli ingegni -impazienti. R. 1210. — _103._ Della vita del pittore nel suo studio. -Ash. I. 27 v. — _104._ Consigli al pittore. Ash. II. 1 r. — _105._ -Altro consiglio. Lu. 58. — _106._ Consiglio. L. 53. — Vita del pittore -filosofo ne’ paesi. C. A. 181 v. — _107._ Necessità della analisi. Ash. -I. 28 r. — _108._ Carattere delle opere di Leonardo. R. 4. — _109._ Suo -desiderio insaziabile di conoscere. R. 1339. - -PENSIERI SULLA NATURA. - -_Pag. 111._ Proemio. C. A. 119 r. — _112._ Natura e scienza. I. 18 -r. — Leggi necessarie dominano i fatti della natura. R. 1135. — La -rispondenza degli effetti alla potenza della loro cagione è necessaria. -A. 24 r. — _113._ Le leggi della natura sono imprescindibili. E. 43 -v. — Sul medesimo soggetto. C. 23 v. — L’effetto succede alla causa -necessariamente. C. A. 169 v. — Il miracolo sta nella rispondenza -dell’effetto alla sua causa. C. A. 337 v. — _114._ Ogni cosa obbedisce -alla propria legge. R. 156 r. — _115._ Passività e attività. T. 39 r. -— Provvidenza della natura nella conformazione del corpo umano. C. A. -116 r. — _116._ Provvidenzialità della dilatazione e restringimento -della pupilla. D. 5 r. — _117._ Contro coloro che si arrogano di -correggere la natura. C. A. 76 r. — Sul fenomeno della spinta delle -radici. C. A. 76 r. — _118._ Sulla struttura delle ali. E. 52 v. — -Sulla disposizione delle foglie nelle piante. Lu. 398. — _119._ Legge -universale delle cose. Ash. II. 4 r. — Sul medesimo soggetto. A. 60 r. -— _120._ Le cose fuori del loro stato naturale tendono a ritornarvi. -C. 26 v. — Legge del minimo sforzo. C. 28 v. — Ogni parte desidera -essere nel suo tutto. C. A. 59 r. — Suggetto colla forma. T. 6 r. — -_121._ Legge del minimo sforzo. G. 74 v. — La stessa. D. 4 r. — Ancora -la stessa. — La natura è variabile in infinito. C. A. 112 v. — _122._ -Contro gli alchimisti. Lu. 501. — Ancora sulla varietà della natura. -C. A. 76 r. — Precetto al pittore. C. A. 1119 r. — _123._ Precetto. -Lu. 270. — Vi è una omogeneità di struttura negli esseri animati. -Lu. 107. — _124._ Concetto dell’energia. G. 5 v. — Legge universale. -G. 73 r. — La stessa. T. 36 v. — _125._ Definizione della forza. T. -36 v. — La stessa. H. 141 r. — La materia è inerte. A. 34 r. — Legge -della trasmissione del moto e della sua equivalenza. B. 63 r. — _126._ -Principio d’inerzia. F. 74 v. — Origine della forza. E. 22 r. — _127._ -Aspetti varî della forza. I. 68 r. — Ancora del principio d’inerzia. -R. 859. — Ancora. V. U. 13 r. — _128._ Sulla pitagorica armonia delle -sfere celesti. C. A. 122 v. — _129._ Sulla legge di gravità. F. 56 v. -— La stessa. F. 69 v. — _130._ La stessa. C. A. 153 v. — Laude del -sole. R. 860. — _131._ Segue la laude. F. 5 r. — _132._ Segue. F. 4 -v. — _133._ Segue. F. 6 r. — Segue. F. 8 r. — _134._ Della prova che -’l sole è caldo per natura e non per virtù. F. 10 r. — Sul medesimo -soggetto. G. 34 r.; F. 34 v. — _135._ Propagazione dei raggi nello -spazio. F. 85 v. — _136._ Se le stelle han lume dal sole o da sè. -F. 86 r. — _137._ La terra è una stella. F. 57 r. — Essa risplende -nell’universo. R. 886. — _138._ Ordine del provare la terra essere una -stella. F. 56 v. — La terra sembra stella ai lontani. C. A. 112 v. — -_139._ La terra non è centro dell’universo. F. 25 v. — Come in un’età -lontana la terra aveva un più vivo splendore. F. 94 v. — Questioni -sulla natura della luna. F. 41 v. — _140._ Sulla gravità della luna. -F. 69 v. — _141._ Sul medesimo soggetto. R. 892. — I mondi gravitano -in seno ai proprî elementi. R. 902. — _142._ Il calore come principio -della vita. K. 1 r. — La terra è un grande vivente. R. 896. — _143._ -Paragone dell’uomo e del mondo. C. A. 80 r. — Cominciamento del -trattato de l’acqua. R. 1000. — _144._ L’acqua. A. 55 v. — L’acqua -è il sangue e la linfa del mondo. R. 970. — _145._ Sul medesimo -soggetto. H. 77 r. — L’acqua sui monti. R. 965. — Trasformazioni dovute -all’acqua. H. 95 r. — _146._ Della vibrazion della terra. K. 2 r. — -Vaste trasformazioni nel passato e nell’avvenire. G. 49 v. — _147._ -L’acqua nei fiumi. R. 953. — _148._ Su una conchiglia fossile. R. 954. -— Basta un piccolo segno per ricostruire l’intero passato. R. 955. — -_149._ Del diluvio e de’ nicchi marini. R. 984. — _151._ Di quelli che -dicono, che i nicchi sono per molto spazio e nati remoti dalli mari, -per la natura del sito e de’ cieli, che dispone e influisce tal loco a -simile creazione d’animali. R. 987. — _155._ Confutazione ch’è contro -coloro, che dicono i nicchi esser portati per molte giornate distanti -dalli mari per causa del diluvio, tant’alto che superasse tale altezza. -R. 988. — _158._ I fossili rispecchiano nel passato una vita analoga -a quella del presente. R. 989. — _161._ De’ nicchi ne’ monti. F. 80 -r. — _162._ Sulla stratificazione geologica e contro il diluvio. R. -994. — Dubitazione. C. A. 155 r. — _163._ Quale sarà il termine della -vita nel mondo. R. 995. — _165._ La terra immersa nell’acqua per la -lenta consumazione de’ monti. F. 52 v. — Le leggi meccaniche dominano -i fenomeni inorganici e organici. V. U. 3 r. — Possibilità che ha -l’uomo d’imitare strumentalmente l’uccello volante. F. 52 r. — _166._ -Ricordo, che ritorna all’anima del Vinci mentre scrive sul volo del -nibbio. C. A. 161 r. — _167._ Perchè li piccoli uccelli non volano in -grande altezza, nè li grandi uccelli si dilettano volare in basso. C. -A. 66 v. — Facciamo nostra vita coll’altrui morte. E. 43 r. — Come -il corpo dell’animale al continuo more e rinasce. H. 89 v. — _168._ -Circolazione della materia. R. 483. — _169._ Sullo stesso soggetto. F. -49 v. — Ancora sullo stesso soggetto. C. A. 376 v. — Sulla esistenza -della morte e del dolore nel mondo. R. 846. — Sul medesimo soggetto. -R. 1219. — _170._ Desiderio di disfarsi nelle cose e negli esseri. -R. 1187. — _171._ Come i sensi sono offiziali dell’anima. R. 838. — -_173._ Meccanismo della sensazione. C. A. 90 r. — _175._ Sui movimenti -automatici. C. A. 119 r. — _176._ Come i nervi operano qualche volta -per loro, sanza comandamento delli altri offiziali dell’anima. R. -839. — Come l’uomo tende a riprodurre sè stesso nelle proprie opere. -Lu. 108. — _178._ Un istinto naturale dell’uomo lo guida a cercare -sè stesso nelle cose e negli esseri. Lu. 109. — _179._ Consiglio al -pittore. A. 23 r. — Sugli stessi soggetti. Lu. 499. — _180._ Sulla -natura dei sensi. T. 7 v. — Problema dei sogni. R. 1114. — Giudizi -inconscienti. I. 20 r. — _181._ Inganno dei sensi. Lu. 2. — _182._ Sul -tempo. R. 916. — Sul concetto del tempo. R. 917. — _183._ Sul concetto -del nulla. Ash. III. 27 v.; R. 918. - -PENSIERI SULLA MORALE. - -_Pag. 185._ Gli studi di Leonardo. R. 841. — Proemio della sua -anatomia. R. 796. — _187._ Passaggio dalla anatomia all’etica. R. -798. — Conseguenze etiche che discendono dagli studi anatomici. An. -A. 2 r. — _188._ Il metodo sperimentale e sue conseguenze sull’agire -umano. C. A. 119 r. — Limiti imposti da Leonardo alla scienza. R. 1. -— _189._ Contro la necromanzia. R. 1213. — _192._ Degli spiriti. — -_193._ Se lo spirito tiene corpo infra li elementi. R. 1214. — _194._ -Se lo spirito, avendo preso corpo d’aria, si può per sè muovere o -no. R. 1215. — _195._ Se lo spirito può parlare o no. C. A. 187 v. — -_196._ Sul medesimo soggetto. — _197._ Sul medesimo soggetto. B. 4 v. — -Studi sulla fisonomia. Lu. 292. — _198._ Contro i ricercatori del moto -perpetuo. K. 101 v. — _199._ Segue. F. 30 v. — Sul medesimo soggetto. -R. 1206. — Avvertimento. E. 31 v. — Contro le scienze occulte. R. -796. — _200._ Contro i medici. R. 797. — Ancora. — Ancora. F. 96 v. -— _201._ Funzione del dolore nella vita animale. R. 100 — Perchè le -piante non hanno il dolore. H. 60 r. — _202._ Funzione delle passioni -a conservazion della vita. H. 32 r. — Animosità e paura. C. A. 76 r. — -Il corpo è specchio dell’anima. C. A. 76 r. — Indipendenza dell’anima -dalla materia corporea. T. 32 r. — _203._ La memoria. H. 33 v. — Lo -spirito è dominatore. T. 34 v. — Ragione e senso. T. 33 r. — Sentimento -e martirio. T. 23 v. — La virtù è il vero bene dell’uomo. Ash. I. 34 -v. — _204._ La brevità del tempo è una illusione della mente. C. A. -76 r. — Illusioni della mente e del senso. C. A. 29 v. — Ideando un -orologio a piombo. C. A. 12 r. — _205._ La vita virtuosa. C. A. 71 v. -— Epigramma. C. A. 76 r. — L’attimo è fuggevole. T. 34 r. — Nobiltà -del lavoro. T. 34 r. — _206._ La vita laboriosa. T. 27 r. — Il tempo -distruggitore. C. A. 71 r. — Di quelli che biasimano chi disegna alle -feste e chi ’nvestiga l’opere di Dio. Lu. 77. — _207._ Preghiera. R. -1132. — Orazione. R. 1133. — _208._ Contro i cattivi religiosi. E. -5 v. — Ancora. T. 68. — Tutto è stato detto. T. 14 r. — Comparazione -della pazienza. C. A. 117 v. — Consigli al parlatore. G. 49 r. — _209._ -Consiglio, miseria e giudizio. C. A. 80 v. — _210._ Sentenze, proverbi -e simboli. H. passim. — _214._ La verità. T. 38 r. — _215._ Il ben -fare. H. 48 v. — _216._ La ingratitudine. — La invidia. — _217._ La -fama. Ash. II. 22 v. — Piacere e dolore. R. 1196. — _218._ Inferiorità -fisiologica dell’uomo. R. 827. — _219._ Sua inferiorità etica. R. 844. -— _221._ Classificazione di Leonardo. R. 816. — L’uomo come animale. -C. A. 292 r. — Dagli animali all’uomo vi è un lento trapasso. E. 16 r. -— L’evoluzione della moda. Lu. 541. — _223._ Un discepolo di Leonardo: -Giacomo. C. 15 r. — _225._ Leonardo analizzatore dell’uomo. H. 137 v. -— Frammento di lettera a Giuliano de’ Medici. C. A. 243 v. — _227._ -I miseri studiosi con che speranza e’ possono aspettare premio di lor -virtù? R. 1358. — _229._ Dialogo fra il cervello e lo spirito, che in -esso abitava. R. 1355. — Frammento di lettera. C. A. 360 r. - -PENSIERI SULL’ARTE. - -_Pag. 231._ Difesa della pittura contro le arti liberali. — Proemio. -Lu. 27. — Perchè la pittura non è connumerata nelle scienze? Lu. 34. — -_232._ La pittura è scienza universale. Lu. 7. — _233._ La pittura non -si può divulgare. Lu. 8. — _235._ Come la pittura avanza tutte l’opere -umane per sottile speculazione appartenente a quella. Ash. I. 19 v. -— _237._ La pittura crea la realtà. Lu 2. — _238._ Rappresentazione -e descrizione. Lu. 7. — Eccellenza dell’occhio. Lu. 24. — _239._ -Il pittore va direttamente alla natura. Lu. 14. — _241._ Potenza -espressiva della pittura. Lu. 15; 25. — _245._ Importanza dell’occhio -nella vita animale. Lu. 16. — _246._ La pittura è una poesia muta. Lu. -18. — _247._ Segue della pittura e poesia. Lu. 20. — _248._ Segue. -Lu. 21. — _250._ La pittura si presenta all’occhio nel suo tutto in -istante. Lu. 22. — _251._ Segue. R. 658. — _257._ Come la scienza -dell’astrologia nasce dall’occhio, perchè mediante quello è generata. -Lu. 17. — Parla il poeta col pittore. Ash. I. 13 r. — _260._ Risposta -del re Mattia ad un poeta, che gareggiava con un pittore. Lu. 27. — -_262._ Altezza del mondo visibile. Lu. 27. — _263._ Arguizione del -poeta contro ’l pittore. Lu. 26. — _264._ Conclusione infra ’l poeta -e il pittore. Lu. 28. — _266._ Come la musica si dee chiamare sorella -e minore della pittura. Lu. 29. — _267._ Pittura e musica. Lu. 30; 31. -— _269._ Parla il musico col pittore. Lu. 30. — _270._ Conclusione del -poeta, pittore e musico. Lu. 32. — _273._ Causa della inferiorità in -cui è tenuta la pittura. Lu. 46. - -_Pag. 274._ Il pittore e la pittura. — Vastità del campo della pittura. -Lu. 438. — Origine della pittura. Ash. I. 17 r. — Come ’l pittore è -signore d’ogni sorte di gente e di tutte le cose. Lu. 13. — _275._ -La pittura è una seconda creazione. Lu. 9. — Come il pittore non è -laudabile se quello non è universale. Ash. I. 25 v. — _276._ Il pittore -e la natura. R. 520. — Come chi sprezza la pittura non ama la filosofia -della natura. Ash. I. 20 r. — _277._ Come nell’opere d’importanza l’omo -non si de’ fidare tanto della sua memoria, che non degni ritrarre di -naturale. Ash. I. 26 r. — _278._ Del giudicare la tua pittura. Ash. -I. 28 r. — _279._ Come ’l pittore debb’esser vago d’audire, nel fare -dell’opera sua, il giudizio d’ogni omo. Ash. I. 26 r. — _280._ Della -trista scusazione fatta da quelli che falsa — e indegnamente si fanno -chiamare pittori. Ash. I. 25 r. — Come lo specchio è ’l maestro de’ -pittori. Ash. I. 24 v. — _282._ Precetto al pittore. G. 33 r. e v. — -La pittura è un discorso figurato. K. 110 v. — Ordine dello studio. -Ash. I. 17 v. — _283._ Sullo stesso soggetto. C. A. 196 v. — _284._ -Del modo dello imparare bene a comporre insieme le figure nelle storie. -C. A. 27 v. — _285._ Dello studiare in sino quando ti desti o innanzi -t’addormenti nel letto, allo scuro. Ash. I. 26 r. — Modo d’aumentare -e destare lo ’ngiegno a varie invenzioni. Ash. I. 22 v. — _286._ La -stanza del pittore. Ash. I. 16 r. — L’idea e la pratica dell’arte. Lu. -57. — _287._ Progresso indefinito dell’arte. R. 498. — Quel pittore, -che non dubita, poco acquista. Lu. 62. — Precetti sulla pittura. Lu. -404. - -_Pag. 289._ PARAGONE DELLA PITTURA COLLA SCULTURA. — I. Ash. I. 25 r. e -24 v. — _292._ II. Lu. 35. — III. Lu. 36. — _293._ IV. Lu. 33. — _295._ -V. Lu. 40. — _296._ VI. Conclusione. Lu. 41. - - -I PAESI E LE FIGURE. - -I PAESI. - -_Pag. 301._ Un effetto di nubi sul lago Maggiore. R. 1021. — _302._ -Un’ascensione al monte Rosa. R. 300. — _303._ Traccia. R. 471. — Altra -traccia. R. 605. — Varie colorazioni del mare. Lu. 237. — _304._ La -vegetazione di un colle. Lu. 606. — _306._ Del modo del figurare una -notte. Ash. I. 18 v. — _307._ Come si dee figurar una fortuna. Ash. I. -21 r. — _308._ Modo di figurare una battaglia. Ash. I. 30 v. — _313._ -Figurazione del diluvio. G. 6 v. — _314._ Segue. R. 327. — _323._ -L’isola di Cipro. R. 1104. - -_Pag. 324._ Il viaggio in Oriente.-Divisione del libro. — _325. Lettera -I._-Descrizione del monte Tauro e del fiume Eufrates. — _327. Lettera -II._-Figura del monte Tauro. — _329._ Qualità e quantità del monte -Tauro. C. A. 145 r. e v. — _331. Lettera III._ C. A. 211 v. — _333._ -Frammento. C. A. 189 v. - - -LE FIGURE. - -_Pag. 335._ La pittura espressiva. C. A. 139 r. — _336._ Avvertimento -al pittore. Ash. I. 21 r. — La pittura deve mostrare la passione della -figura dipinta. Lu. 180. — _337._ Come il muto è maestro del pittore. -Lu. 115. — Il pregio della pittura sta nella rispondenza del segno -al significato. Ash. I. 20 r. — _338._ Segue. Ash. I. 27 r. — Varietà -infinita nell’espressione dei sentimenti. Lu. 373. — Le età dell’uomo. -Ash. I. 17 v. — _339._ Del figurare uno che parli infra più persone. -Ash. I. 21 r. — _340._ Appunti sulla composizione del Cenacolo. R. 666. -— _341._ Come si deve fare una figura irata. Ash. I. 29 r. — _342._ -Come si figura uno disperato. Ash. I. 29 r. - -_Pag. 342._ UN GIGANTE FANTASTICO. — _Lettera I._ C. A. 96 v. — _344. -Lettera II._ C. A. 304 r. — _346._ Frammento. - - -LE PROFEZIE E LE FACEZIE. - -LE PROFEZIE. - -_Pag. 349._ Le profezie degli animali razionali. — Profezia. I. 63 -r. e v. — _350._ De’ fanciulli che stanno legati nelle fascie. C. A. -143 r. — _351._ De’ putti che tettano. I. 67 r. — Il dormire sopra le -piume dell’uccelli. R. 1297. — Dello scriver lettere da un paese a un -altro. C. A. 362 r. — Delle putte maritate. I. 64 r. — Delle dote delle -fanciulle. C. A. 362 v. — _352._ Dello spegnere il lume a chi va a -letto. C. A. 362 r. — Del sognare. C. A. 362 r. — Ancora del sognare. -C. A. 145 r. — _353._ Dell’ombra che si move coll’uomo. C. A. 362 r. — -Dell’ombra che fa l’omo di notte col lume. K. 50 v. — Dell’ombra del -sole e dello specchiarsi nell’acqua in un medesimo tempo. C. A. 362 -r. — _354._ Delle lingue de’ diversi popoli. I. 64 v. — De’ soldati a -cavallo. C. A. 362 r. — De’ segatori. C. A. 362 v. — De’ zappatori. -I. 64 r. — _355._ Del seminare. — Le terre lavorate. C. A. 362 r. — -I calzolari. R. 1312. — Del segare delle erbe. R. 1311. — Del grano e -altre semenze. R. 1310. — _356._ Del battere il grano. I. 65 r. — De’ -giocatori. I. 64 v. — Del suono della piva. I. 65 r. — De’ dadi. I. 65. -r. — De’ battuti e scoreggiati. C. A. 362 r. — _357._ Le lingue de’ -porci e vitelli nelle budelle. C. A. 362 r. — De’ villani in camicia -che lavorano. — De’ barbieri. R. 1290. - -_Pag. 357._ Le profezie degli animali irrazionali. — Tiran le bombarde. -R. 1297. — De’ buoi che si mangiano. C. A. 362 r. — _358._ Delli asini -bastonati. C. A. 143 r. — Delli asini. C. A. 362 r. — Delle campanelle -de’ muli che stanno presso ai loro orecchi. C. A. 362 r. — De’ muli -che portano le ricche some dell’argento e oro. L. 91 r. — _359._ De’ -capretti. R. 1313. — Delle pecore, vacche, capre e simili. C. A. 143 -r. — Delle gatte che mangiano i topi. C. A. 143 r. — Le api che fanno -la cera delle candele. R. 1297. — Dell’api. C. A. 143 r. — _360._ Delle -formiche. C. A. 143 r. — Delle mosche e altri insetti. I. 64 r. — Delle -civette o gufi con che s’uccella alla pania. C. A. 162 r. — Delle -biscie portate dalle cicogne. C. A. 127 v. — _361._ I pesci lessi. -C. A. 362 r. — De’ pesci che si mangiano non nati. C. A. 362 r. — De’ -nicchi e chiocciole che sono ributtate dal mare, che marciscono dentro -ai lor gusci. I. 67 r. — Dell’ova che sendo mangiate non possono fare -i pulcini. C. A. 362 v. — Delle taccole e stornelli. G. 76 r. — _362._ -Delle api. R. 1329. - -_Pag. 362._ LE PROFEZIE DELLE PIANTE. — Delle noci e ulive e ghiande e -castagne e simili. C. A. 143 v. — De’ noci battuti. I. 65. v. — _363._ -L’ulive che cadono dagli ulivi dannoci olio che fa lume. C. A. 362 r. — -De’ legnami che bruciano. C. A. 362 r. — Degli alberi che nutriscono i -nesti. R. 1310. - -_Pag. 363._ LE PROFEZIE DELLE COSE MATERIALI. — I. Della sola delle -scarpe che son di bue. C. A. 362 r. — _364._ De’ crivelli fatti di -pelle d’animali. C. A. 362 r. — Delle lanterne. F. 64 v. — Delle -medesime. C. A. 362 r. — Delle maniche de’ coltelli fatte di corna di -castrone. C. A. 362 r. — Delli archi fatti colli corni de’ buoi. C. -A. 362 v. — _365._ Delle piume ne’ letti. C. A. 362 r. — Del pettine -nel telaio. F. 65 r. — Il filatoio da seta. C. A. 362 r. — Del lino -che fa la cura delle genti. C. A. 362 r. — Del manico della scure. F. -64 v. — _366._ Il bastone ch’è morto. C. A. 362 r. — De’ lacciuoli e -trappole. C. A. 362 r. — Del moto dell’acque che portano i legnami che -son morti. C. A. 362 r. — Dei carri e navi. I. 66 r. — Delle casse che -riserrano molti tesori. C. A. 362 r. — _367._ Del navigare. C. A. 362 -v. — Del navigare. C. A. 362 v. — De’ navili che annegano. C. A. 362 r. -— Li animali che van sopra le terre andando in zoccolo. C. A. 362 r. — -_368._ Delle baghe. R. 1317. — Del parasole. - -_Pag. 368._ II. De’ sassi convertiti in calcina de’ quali si murano le -prigioni. I. 66 v. — Dello specchiare le mura delle città nell’acqua -de’ lor fossi. C. A. 362 r. — Dei forni. I. 66 r. — _369._ Ancora dei -forni. I. 66 r. — Del mettere e trarre il pane dalla bocca del forno. -C. A. 362 r. — Delle fornaci di mattoni e calcina. C. A. 362 r. — Delle -armi da offendere. I. 64 v. — Il ferro uscito di sotto terra è morto, -e se ne fa l’arme che ha morti tanti uomini. R. 1297. — _370._ Delle -spade e lance che per sè mai nuocono a nessuno. C. A. 362 r. — Delle -stelle degli sproni. C. A. 362 r. — Del fuoco delle bombarde. R. 1297. -— Delle bombarde ch’escan della fossa e della forma. C. A. 197 v. — -_371._ La pietra del fucile, che fa foco che consuma tutte le some -delle legne, con che si disfan le selve; e cuocerassi con esse la carne -delle bestie. R. 1297. — Dell’esca. C. A. 362 r. — De’ metalli. C. A. -362 r. — _372._ De’ danari e oro. C. A. 36 r. - -_Pag. 372._ LE PROFEZIE DELLE CERIMONIE. — De’ morti che si vanno -a sotterrare. C. A. 362 v. — De li uffizi funerali e processioni e -lumi e campane e compagnia. C. A. 143 v. — _373._ Del dì de’ morti. -C. A. 362 v. — Del pianto fatto il venerdì santo. C. A. 362 r. — De’ -cristiani. C. A. 145 r. — Del turibolo dell’incenso. R. 1310. — De’ -preti che dicono messa. C. A. 362 v. — De’ preti che tengono l’ostia -in corpo. I. 65 v. — _374._ De’ frati confessori. C. A. 362 v. — Delle -pitture de’ santi adorate. C. A. 362 r. — Delle scolture. I. 65 v. — -De’ crocefissi venduti. I. 66 v. — Della religione de’ frati che vivono -per li loro santi, morti per assai tempo! I. 66 v. — _375._ Del vendere -il Paradiso. C. A. 362 v. — De’ frati che spendendo parole ricevono -di gran ricchezze, e danno il Paradiso. C. A. 362 r. — Delle chiese e -abitazion de’ frati. - -_Pag. 376._ LE PROFEZIE DEI COSTUMI. — Dello sgomberare l’Ognissanti. -C. A. 362 v. — Delli omini che dorman nell’asse d’albero. C. A. 145 r. -— Del battere il letto per rifarlo. C. A. 362 r. — I medici che vivono -de’ malati. I. 66. v. — _377._ Del comune. C. A. 36 r. — Profezia. G. -14 v. - -_Pag. 377._ LE PROFEZIE DE’ CASI CHE NON POSSONO STARE IN NATURA. — -Della fossa. C. A. 362 r. — Del peso posto sul piumaccio. C. A. 362 -r. — _378._ Del pigliare de’ pidocchi. C. A. 362 r. — Dell’attignere -l’acqua con due secchie a una sola corda. C. A. 362 r. - -_Pag. 378._ LE PROFEZIE DELLE COSE FILOSOFICHE. — Dell’avaro. C. A. 362 -r. — _379._ Delli uomini che quanto più invecchiano più si fanno avari, -chè avendosi a star poco dovrebbero farsi liberali. C. A. 362 r. — -Del desiderio di ricchezza. I. 64 v. — Delle cose che si mangiano, che -prima s’uccidono. C. A. 362 r. — Della bocca dell’omo ch’è sepoltura. -I. 65 v. — Del cibo stato animato. C. A. 145 r. — _380._ Della vita -delli omini che ogni anno si mutano carne. R. 1311. — Della crudeltà -dell’omo. C. A. 362 v. — _381._ Della lettura de’ buoni libri. I. 64 -r. — De’ libri che insegnano precetti. C. A 362 r. — Della fuma. I. 64 -v. — Delle pelli delli animali che tengono il senso del tatto, che v’è -sulle scritture. I. 64 v. — _382._ Della storia. I. 65 v. — In ogni -punto della terra si può fare divisione de’ due emisperi. C. A. 362 -r. — In ogni punto è divisione da oriente a occidente. C. A. 362 r. — -Degli emisperi, che sono infiniti e da infinite linee son divisi, in -modo che sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linee infra l’un de’ piedi -e l’altro. C. A. 362 v. — _383._ Delle nuvole. R. 1297. — La neve che -fiocca, che è acqua. R. 1297. — La palla della neve rotolando sopra -la neve. R. 1297. — Delle pioggie, che fanno che i fiumi intorbidati -portan via le terre. C. A. 362 r. — _384._ Questo sono li fiumi, -che portano la terre da loro levate dalle montagne, e le scaricano -ai marini liti; e dove entra la terra si fugge il mare. R. 1297. — -Dell’acqua, che corre torbida e mista con terra, e della polvere e -nebbia mista coll’aria, e del foco misto col suo e altri con ciascuno. -C. A. 362 r. — Il vento d’oriente che scorrerà in ponente. R. 1297. -— _385._ Della notte che non si conosce alcun colore. C. A. 362 r. — -Del foco. C. A. 362 r. — Lo specchio cavo accende il foco col quale si -scalda il forno, che ha il fondo, che sta sotto il suo cielo. R. 1297. -— Traccia. R. 1297. — _386._ Dei pianeti. I. 66 r. — Del consiglio. C. -A. 36 r. — Della paura della povertà. C. A. 36 r. — Della bugia. I. 39 -v. - -LE FACEZIE. - -_Pag. 387._ Di un frate ad un mercante. C. A. 147 v. — _389._ Di -un pittore ad un prete. C. A. 117 r. — Motto di un artigiano ad un -signore. R. 1283. — _390._ Bella risposta ad un pitagoreo. M. 58 v. — -Risposta di un pittore. M. 58 v. — _391._ Un amico ad un maldicente. -C. A. 300 v. — Detto di un infermo. R. 1290. — _392._ Detto di un -dormiglione. R. 1292. — Arguzia. F. cop. v. — Risposta ad un motto. C. -A. 12 r. — _393._ Facezia ad un vantatore. C. A. 75 v. — Risposta ad un -motto. C. A. 75 v. — _394._ La stessa. C. A. 75 v. — Motto. C. A. 75 v. -— Facezia di un prete. C. A. 75 v. — _395._ Facezia. C. 19 v. — Motto -arguto. — _396._ Motto detto da un giovane ad un vecchio. T. 8 r. — -Facezia. H. 37 r. - - - - -INDICE - - - Prefazione Pag. V - Tavola delle sigle LXIII - Le favole 1 - Le allegorie 29 - I pensieri 63 - Pensieri sulla scienza 65 - Pensieri sulla natura 111 - Pensieri sulla morale 185 - Pensieri sull’arte 231 - Difesa della pittura contro le arti liberali 231 - Il pittore e la pittura 274 - Paragone della pittura colla scultura 289 - I paesi e le figure 299 - I paesi 301 - Il viaggio in Oriente 324 - Le figure 335 - Un gigante fantastico 342 - Le profezie e le facezie 347 - Le profezie degli animali razionali 349 - Le profezie degli animali irrazionali 357 - Le profezie delle piante 362 - Le profezie delle cose materiali 363 - Le profezie delle cerimonie 372 - Le profezie dei costumi 376 - Le profezie de’ casi che non possono - stare in natura 377 - Le profezie delle cose filosofiche 378 - Le facezie 387 - Note 397 - Sommarii e riferimenti 419 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è -stato aggiunto un indice generale a fine volume. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK FRAMMENTI LETTERARI E -FILOSOFICI *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for an eBook, except by following -the terms of the trademark license, including paying royalties for use -of the Project Gutenberg trademark. 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General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. 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