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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3 - -Author: Gino Capponi - -Release Date: February 1, 2022 [eBook #67297] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed - Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was - produced from images made available by The Internet - Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 3/3 *** - - - STORIA - DELLA - REPUBBLICA DI FIRENZE - - DI - GINO CAPPONI. - - SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE. - - TOMO TERZO. - - - - FIRENZE, - G. BARBÈRA, EDITORE. - 1876. - - - - - Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per - godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria. - - G. BARBÈRA. - - _Gennaio 1875._ - - - - -SOMMARI DEL TOMO TERZO. - - - LIBRO SESTO. - - _Capitolo_ I. — IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE - DI PISA, CACCIATA DE’ MEDICI. [AN. 1492-1495.]. Pag. 1 - - Grande mutazione di cose avvenuta nel mondo in quell’anno - 1492. — Natura e governo di Piero dei Medici. — Alessandro - VI creato papa. — Primi accenni dello scomporsi - l’equilibrio che era tra’ principi italiani. — Lodovico - Sforza, che governava Milano, chiama in Italia Carlo VIII - re di Francia. — Apparecchi di questo Re; esercito raccolto - da lui in Lione. — Suoi ambasciatori a Firenze; ambasciate - in Francia dei Fiorentini. — Morte in Napoli di Ferrando. — - Apparecchi d’Alfonso per la difesa del Regno. Carlo giunge - in Asti ai 9 settembre 1494. — Paragone tra le armi - francesi e le italiane. — Carlo in Pavia visita l’infermo - Giovanni Galeazzo duca di Milano, cugino suo. Isabella di - Aragona. Morte improvvisa di Giovanni Galeazzo mentre Carlo - giungeva in Piacenza. — Questi entra in Toscana come - nemico. Piero de’ Medici, andato segretamente al Re in - Pontremoli, gli cede il dominio di Sarzana e d’altri - castelli. Tumulto in Firenze; ambasceria al Re. — Piero de’ - Medici in quel mentre tornato in Firenze è impedito - d’entrare in Palagio. Fuggono egli e i suoi due fratelli. - La Casa Medici va a sacco. — Carlo in Pisa, alle preghiere - dei Pisani dona ad essi la libertà. — Muovendo verso - Firenze, si ferma a Signa. Dopo alcuni giorni fa ingresso - solenne nella città armato con la lancia sulla coscia. — - Negoziati: rumori di popolo; infine è stretto un accordo - per cui rimase libera. Piero Capponi. — Carlo entra in - Roma: il Papa si chiude in Castel Sant’Angelo, poi fa lega - col Re: questi procede senza ostacoli fino a Napoli, dove - entra ai 21 di febbraio 1495. — Alfonso cede il regno al - figlio Ferdinando e fugge in Sicilia: il giovane Re si pone - in salvo con la sua famiglia nell’isola d’Ischia. — Incuria - e malgoverno dei Francesi in Napoli. — Una lega possente di - Principi si forma contro essi. — Carlo dopo tre mesi parte - da Napoli con la maggior parte delle sue forze. — Traversa - la Toscana, trattenendo con parole ambigue i Fiorentini e i - Pisani. Questi per ogni modo attendono a munirsi. — - Battaglia del Taro, dove i Francesi si aprono il passo a - traverso l’esercito unito dei Veneziani e dello Sforza. - Assediano lungamente Novara; il Re, fatta pace con lo - Sforza, torna in Francia. — Insurrezione generale dei - Napoletani. Un’armata veneta scende in Puglia. Ferdinando - passa in Calabria, avendo seco Consalvo di Cordova - sopraggiunto con poca forza di Spagnuoli. — Ributtato il Re - si presenta in Napoli, donde il popolo armato caccia i - Francesi. — Grossa guerra in Puglia e in Basilicata; - vittoria di Consalvo; le ultime reliquie dei Francesi - ottengono tornare in Francia. - - _Capitolo_ II. — NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO - SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.] 23 - - Lo Stato da principio torna qual’era avanti i Medici. - L’elezione agli uffici data per un anno a venti - Accoppiatori. — Nuova forma di Governo. La sovranità - risedesse in un Consiglio di mille le cui famiglie avessero - seduto nei tre maggiori uffici. Da questi uscisse un Senato - di quaranta, per l’esame delle Provvisioni vinte dai - Signori e Collegi, che poi andassero al Consiglio Grande. — - Fra Girolamo Savonarola ferrarese. Autorità somma da lui - acquistata con le predicazioni: suo zelo acceso per la - forma dei costumi e contro ai vizi del clero; sua indole - popolare. — Qualità della sua predicazione: la previdenza - dei gastighi in lui era fede. — Sua vita precedente. Forti - studi introdotti nel suo Convento insieme a una scuola di - pittura. Suoi scritti filosofici e sue poesie. — - All’appressarsi di Carlo VIII annunzia i flagelli. — Fin - dove s’ingerisse in cose civili. — Come il popolo si - esaltasse alle predicazioni del Frate: pigliò Firenze - aspetto d’una città penitente: arsioni in Piazza di cose - oscene e di strumenti di giuoco. — Favore ai Pisani non che - dei Francesi, di molti in Italia. — Nella guerra contro - Pisa muore Piero Capponi. — Massimiliano imperatore scende - in Maremma, assedia Livorno, poi torna in Germania. — - Edificazione di una sala per il Gran Consiglio: divisioni - in seno di questo. — Piero de’ Medici con soldati Veneziani - s’accosta a Firenze, ma tosto poi se ne ritira. — Cinque - cittadini sospettati di congiura pei Medici sono dannati a - morte; è negato ad essi l’appello al Consiglio generale. — - Il Savonarola in tutto questo si tacque. Non era più il - capo effettivo della sua Parte, venuta in mano ai politici: - Francesco Valori. — Il Frate ebbe veementi passioni civili, - ma era sempre frate. Inalzato dal grande seguito ch’egli - aveva, passò dalle minaccie dell’ira di Dio alle - affermazioni di profeta. — Avea devoti e partigiani, ma non - aveva una parte da sè ordinata e che egli guidasse a un - fine pratico e pensato. — Fra Girolamo è chiamato in Roma - dal Papa. La Signoria di Firenze s’interpone, ma ingrossano - i nemici contro lui: tumulti alle sue prediche. Infine ai - 22 giugno 1497 è pubblicata una scomunica non contro alle - dottrine sue ma contro lui per disubbidienza. — La Signoria - era amica a lui, devoti i _Piagnoni_, nemicissimi i - _Compagnacci_ e gli _Arrabbiati_. — Fra Girolamo si astiene - dal predicare, poi ricomincia nei primi del 98; il che fu - occasione di gravi tumulti. — Il Papa ne chiede la - consegna, minacciando l’interdetto sulla città; in questa - incerti i Consigli. — Ultima predica di commiato. — Nelle - precedenti aveva messo innanzi l’idea di un Concilio, ma - non fece pratiche per esso. — Il convento di San Marco e il - Clero in Firenze. — Fra Domenico da Pescia, predicando, - offre la prova del fuoco; un Francescano accetta la sfida. - La Signoria favorisce quell’esperimento, per il quale - assegna il giorno settimo d’aprile. — Grande e solenne - apparato in Piazza. Contegno provocatore dei frati. - Vertenze e difficoltà sul modo di fare la prova. Tumulto in - Piazza; una grande pioggia costringe tutti a tornare a - casa. — Il giorno seguente la città in arme: i Piagnoni - percossi o insultati; i più arditi si raccolgono armati in - Convento, che viene assalito e infine sforzato non senza - uccisioni. La Signoria fa da’ suoi mazzieri porre le mani - addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali sono - condotti nelle carceri del Palagio. — Francesco Valori - ucciso per via. — Fra Silvestro terzo carcerato: la - Signoria nega consegnarli al Papa. Elegge una Commissione - d’esaminatori tra’ più avversi ai frati. — Atti e modi del - processo. — Fra Girolamo, non reggendo alla tortura, - confessa cose che indi subito contradice; la reputazione di - lui è abbattuta. — Nuovo esame e nuovi martori: Atti del - processo falsificati. — Esami di Fra Domenico e di Fra - Silvestro e di altri. — Lettera dei frati di San Marco al - Papa. — La Signoria accetta che mandasse questi in Firenze - due Commissari a rinnovare il processo. — Meditazioni del - Savonarola scritte in carcere e pubblicate subito dopo. — - Nuovo esame fatto dai Commissari, i quali cercano per via - di tormenti se il Savonarola avesse aderenti alla proposta - del Concilio, ma nulla si trova. — Il giorno dopo esce la - condanna dei tre Frati a essere impiccati e poi arsi. — La - sentenza si eseguisce sulla Piazza ai 23 maggio 1498, - presente una grande e varia moltitudine: le ceneri gettate - in Arno. — Vittoria in Firenze della parte più mondana, che - si scatena contro al Frate. Prime impressioni sul conto - suo, poi grandi testimonianze che a lui fecero i più gravi - uomini. Dalla scuola del Savonarola uscivano quelli che poi - difesero la libertà o la piansero. — Culto del Frate - continuato nei conventi Domenicani. — Cercò la riforma, ma - dentro al seno della Chiesa. - - _Capitolo_ III. — GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI - SPAGNOLI A NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI - GONFALONIERE A VITA. [AN. 1498-1503.]. 63 - - Lega tra ’l Papa e Luigi XII nuovo re di Francia. Il Duca - Valentino. — Disegni dei Veneziani sopra Pisa, oppugnati da - Lodovico il Moro. — Piero dei Medici in Casentino: assalti - a Pisa: sospetti contro a Paolo Vitelli Capitano dei - Fiorentini; questi è imprigionato, poi messo a morte. — - [1499]. Luigi XII in Milano; Lodovico Sforza fugge in - Allemagna, poi torna indietro e i Francesi si chiudono in - Novara. [1500]. Lo Sforza tradito dagli Svizzeri, va - prigioniero a finire la vita in Francia. — Soldati francesi - chiamati dai Fiorentini, parteggiano co’ Pisani. — Il - Valentino con l’aiuto dei Francesi conquista la Romagna - della quale è dal Papa creato Duca: entrato in Toscana, si - pone presso a Firenze; quivi il Governo è senza forza; - stragi in Pistoia. — Piero de’ Medici seguita il Borgia, - che si fa dare segretamente la signoria di Pisa, poi tratta - co’ Fiorentini, e andando a Roma investe Piombino. — - Federigo d’Aragona, nuovo re in Napoli. Trattato segreto - tra Ferdinando di Spagna e Luigi XII per la divisione di - quel Reame. Consalvo di Cordova ne piglia possesso in nome - di Spagna. Federigo si rifugia in Francia. — Piero de’ - Medici in Arezzo, recuperata poi dalla Repubblica di - Firenze con l’aiuto del re Luigi. — Il Valentino soggioga - le Marche, poi viene a porsi in Imola. I condottieri che - seguivano il Valentino, si erano dichiarati contro lui; poi - si conciliano seco, ed egli venuto sotto Sinigaglia, con - inganno gli fa pigliare, 31 dicembre 1502. Orsini e altri - strangolati o ritenuti; il Borgia torna in Roma, dopo aver - sottomesso Città di Castello e Perugia. — La guerra si - rompe tra Spagnoli e Francesi. Consalvo si chiude in - Barletta; disfida tra’ cavalieri francesi e italiani, - questi rimanendo superiori. — Consalvo, ottenuta grande - vittoria alla Cerignola, entra in Napoli a’ 14 di maggio - 1503. — Consiglio Grande, sua composizione; popolarmente - bene accetto. Difetto d’uomini nei quali fossero scienza e - tradizioni, e che intendessero le cose di fuori. Le scelte - agli uffici cadevano sopra gli uomini più mediocri. — - Infine consentono a una riforma, purchè non si andasse a un - governo stretto e che il Consiglio Grande si mantenesse. — - Proposta di fare un Gonfaloniere a vita, che viene - approvata, ma negato mettergli intorno un Consiglio - stretto. È commessa l’elezione della persona al Gran - Consiglio, dove intervennero più di duemila cittadini. Fu - quivi eletto Piero Soderini, ch’entrò in ufficio il 1º - novembre 1502. Sue qualità e sua natura. — Il giorno stesso - cessò l’ufficio del Potestà, essendo a quello sostituita - una Ruota di cinque Giudici forestieri. - - _Capitolo_ IV. — GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE - LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — GUERRE IN ITALIA; RITORNO - DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.] 94 - - Morte d’Alessandro VI; tumulti in Roma. — Il Valentino - raccolto in Napoli da Consalvo, indi prigione in Ispagna, - d’onde fuggito, muore combattendo pe’ suoi parenti re di - Navarra. — [1503]. Giulio II. — Nuovo esercito francese al - Garigliano, distrutto per opera di Consalvo. Morte di - Piero dei Medici. — Guerra di Pisa; costanza dei Pisani. - Disegni di vari Principi sopra Pisa. L’Alviano per proprio - suo conto muovendo al soccorso di Pisa, è vinto alla torre - di San Vincenzio in Maremma. Assalto a Pisa, ributtato. — - Governo di Piero Soderini. Milizie paesane in tutto lo - Stato di Firenze, create per consiglio e con l’opera di - Niccolò Machiavelli: loro buoni ordini. — [1506]. Giulio II - venuto a Perugia, toglie ai Baglioni la signoria di quella - città; va in Urbino, poi entra in Bologna con l’aiuto dei - Francesi, ordina il governo di questa città; poi torna a - Roma. — Ferdinando il Cattolico viene a Napoli, poi - s’abbocca in Savona con Luigi XII; questi recupera Genova, - che gli si era ribellata. — Massimiliano imperatore muove - guerra ai Veneziani, nella quale perde gli Stati limitrofi - all’Adriatico. — [Dicembre 1508]. Lega di Cambray, già - preparata in Savona: Spagna, Francia e Germania si uniscono - alla distruzione della Repubblica di Venezia; il Papa entra - di mala voglia in quella Lega. — I Fiorentini stringono - Pisa; vari trattati, dopo i quali i Fiorentini entrano in - Pisa [9 giugno 1509]. — Rotta dei Veneziani alla - Ghiaradadda; assedio di Padova; Massimiliano si ritira a - Verona. — Conferma per danaro i privilegi alla Repubblica - di Firenze. — Il Papa si distacca dalla Lega: viene di - persona all’assedio della Mirandola e assolda Svizzeri. - Spagnoli in Italia contro Francia. — Il re Luigi promuove - un Concilio contro a Papa Giulio; il Soderini concede - radunarlo in Pisa, dove pochi intervengono. — Nuovo - esercito francese in Italia con Gastone di Foix: ribellione - e stragi di Brescia: battaglia di Ravenna, dove muore il - Foix vincitore [aprile 1512]. — Ma in breve essendo scesi - altri Svizzeri, i Francesi sono cacciati d’Italia; gli - Sforza tornano a Milano. — Un Congresso tenuto in Mantova - delibera la restituzione dei Medici in Firenze. — Il - cardinale Giovanni de’ Medici, e suoi accorgimenti. Stato - della città. Bernardo Rucellai. — Filippo Strozzi seniore, - suo palazzo. Filippo suo figlio prende in moglie Clarice - nata da Piero dei Medici. La Quarantía. — Il vicerè - Cardona, entrato con gli Spagnoli in Toscana, intima ai - Fiorentini la mutazione dello Stato. Sincero contegno del - gonfaloniere Soderini: sollevamento degli animi in Firenze. - — Saccheggio di Prato, cittadini prigioni e venduti [29 - agosto 1512]. — Terrore in Firenze. Il Gonfaloniere deposto - dal magistrato, quindi accompagnato fino al porto di - Ancona, d’onde egli passa in Ragusi. — Il Cardinale si - ferma in Campi. Gli Spagnoli abbandonano la Toscana. Gian - Battista Ridolfi Gonfaloniere. Il Cardinale e Giuliano - tornano alle loro case devastate. Chiamano con la forza dei - soldati una Balía, per la quale mutato il Governo, è - abolito il Gran Consiglio. — Debolezza del governo dei - Medici e male contentezze; inimicizia contro ai Medici dei - seguaci del Savonarola. — Cospirazione di Pietro Paolo - Boscoli e di Agostino Capponi contro alla vita del - Cardinale: ultime ore del Boscoli narrate da Luca della - Robbia. - - _Capitolo_ V. — PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.] 127 - - Morte di Giulio II. Leone X fatto Papa [11 marzo 1513]; - allegrezze, magnificenze. — Nature di Giulio II e di Leone - X. — In Firenze tutti gli animi si volgono al nuovo Papa. — - Famiglia dei Medici, governo della città e vari umori del - popolo. — Giulio dei Medici; il Cardinale da Bibbiena. — I - Francesi avendo la peggio in Lombardia, Venezia ed il Papa - ad essi si accostano; pericoli e fermezza dei Veneziani. — - [1º gennaio 1515] morte di Luigi XII. Francesco I, giovane - re, entra in Italia, distrugge le bande Svizzere a - Marignano, ed acquista la signoria di Milano. — Trattato di - Leone X con Francesco I. — Leone X in Firenze. Congresso e - Concordato di Bologna. — Morte di Giuliano dei Medici. - Leone X priva del ducato d’Urbino Francesco Maria della - Rovere, e ne fa la conquista in nome del suo nipote Lorenzo - [1516]. — Morto Ferdinando di Aragona, il nipote Carlo - diviene re di tutte le Spagne. — Venezia, riavuto l’intero - stato di Terraferma si mette in pace. — Francesco Maria - cerca di ripigliare lo Stato: guerra d’otto mesi, dopo la - quale il Della Rovere abbandona e cede il ducato. — - Pensieri d’alcuni Cardinali per uccidere Leone X. Il Papa - fa in un sol giorno promozione di 31 Cardinali. — Cerca - spogliare il Duca di Ferrara. Chiamato in Roma Paolo - Baglioni, lo fa morire. — Contegno principesco di Lorenzo - de’ Medici in Firenze: nuovi costumi e abiti cortigiani. Il - Duca, da un pezzo infermo, muore [4 maggio 1519]: pochi - giorni prima gli era nata Caterina che fu regina di - Francia. — Il cardinale Giulio dei Medici viene a reggere - lo Stato in Firenze. — Carlo V eletto Imperatore [28 giugno - 1519]. — Negoziati vari del Papa con Francia e Spagna. — - Lega tra ’l Papa e l’Imperatore [1521]. — Grande guerra in - Lombardia: l’esercito della Lega entra in Milano. — Morte - di Leone X [1º dicembre 1521]. - - _Capitolo_ VI. — FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE - GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI - PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]. 152 - - Elezione di Adriano VI. — Francesco Maria della Rovere - racquista lo Stato: movimenti di guerra nel Senese. — - Governo del cardinale Giulio dei Medici in Firenze. Pareri - scritti per una riforma dello Stato. — Orti Oricellari: - congiura per la quale un Diacceto e alcuni altri sono - decapitati, fuggendo il poeta Luigi Alamanni. — In - Lombardia gli Svizzeri, che andavano co’ Francesi, sono - sconfitti alla Bicocca; Lautrech abbandona la Lombardia: - Prospero Colonna entra in Genova con gli Spagnoli, che vi - danno il sacco. — Adriano giunge in Roma dove, uomo - semplice e severo, è male accetto. — Prepotenze spagnole in - Italia. — Disegno di Francesco I interrotto per il - tradimento del Borbone. — Adriano stringe lega con Carlo V: - muore, [1523]. — [19 novembre] Giulio dei Medici è fatto - Papa col nome di Clemente VII. — Stato della città di - Firenze: ondeggia tra i Medici e la libertà. Cauto - procedere di Clemente. Iacopo Salviati, Filippo Strozzi. - Giovanni dell’altro ramo della Casa Medici, già chiaro - nelle armi. — Ma la successione della famiglia si riduce - nei due bastardi Ippolito e Alessandro: da principio - Ippolito è messo innanzi per il governo di Firenze. Il - cardinale Silvio Passerini governatore per il Papa. — Carlo - V dalla Spagna governa e dirige le cose d’Italia; suoi - Generali. — Malo stato della Lombardia. — Guerra in - Provenza, fallita. Francesco I scende in Lombardia. — - Antonio da Leyva si chiude in Pavia dal Re assediata. - Battaglia di Pavia, dove il re Francesco è fatto prigione - [24 febbraio 1525]. — Irresolutezze di Clemente. Fra - Niccolò Schomberg arcivescovo di Capua. I Fiorentini tutti - francesi. — Francesco I condotto in Ispagna, stipula un - trattato per cui torna in libertà [18 marzo 1526]. — - Sottili disegni del Morone per la liberazione d’Italia: - morte del Pescara. Il Morone va con gli Imperiali. — Lega - di Cognac. Giovanni Medici dalle Bande Nere. Francesco - Guicciardini. — Il Papa mette in difesa Firenze; è tradito - dal Moncada e dai Colonna, i quali invadono e saccheggiano - il palazzo stesso di San Pietro; il Papa in Castel - Sant’Angelo fa un trattato con gli Spagnoli, subito - violato. — Morte di Giovanni delle Bande Nere. — I - Lanzichenecchi varcano il Po: gli Spagnoli si uniscono a - loro. Dubbia fede di Francesco Maria della Rovere: consigli - del luogotenente Guicciardini. — Volteggiamenti del Papa. - L’esercito del Borbone entra in Toscana e quindi avanza - fino ai prati di Roma. — Combattimento in Trastevere con la - morte del Borbone. Sacco di Roma [6 maggio 1527]: Clemente - prigioniero in Castel Sant’Angelo. - - _Capitolo_ VII. — NICCOLÒ MACHIAVELLI. — FRANCESCO - GUICCIARDINI — MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA - CITTÀ E STATO DI FIRENZE. 183 - - _Capitolo_ VIII. — CACCIATA DE’ MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — - CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.] 208 - - Mala disposizione contro alla Casa Medici dei maggiori tra - gli Ottimati. — In Firenze i giovani chiedono le armi; - quindi all’appressarsi dei due eserciti la città insorge e - si dichiara contro ai Medici. Ma essendovi entrati i - Capitani della Lega, si fa un compromesso. — Pel caso di - Roma i moti crescono in Firenze. Filippo Strozzi e madonna - Clarice sua moglie. I due giovani Medici obbligati a - partirsi di Firenze. — I popolani armati impongono la - riapertura del Consiglio Grande e un Governo com’era nel - dodici. — Niccolò Capponi eletto Gonfaloniere per tredici - mesi. — La città è divisa tra chi voleva e chi non voleva - romperla affatto co’ Medici. — Evasione del Papa. — Feste - in Firenze. Rigori contro ai partigiani dei Medici; guardia - di giovani al Palagio. — [1528]. Distruzione dell’esercito - francese sotto Napoli: finiscono le Bande Nere, che erano - al soldo dei Fiorentini. — Andrea Doria, fattosi amico a - Carlo V, costituisce in Genova una forma nuova di governo. - — I Francesi dopo altre sconfitte abbandonano anche la - Lombardia. — Istituzione in Firenze d’una milizia per cui - si danno le armi in mano al popolo. Solennità; orazioni che - furono recitate. — Sedizione dei giovani che avevano preso - la guardia del Palagio. Condanna di Iacopo Alamanni e sua - decapitazione. — Ingrossa la parte avversa al Capponi. — - Ippolito dei Medici è fatto Cardinale. — Pratiche di - Clemente per fare tornare i suoi in Firenze come semplici - cittadini. Il Gonfaloniere ascolta queste pratiche. — Una - lettera caduta di mano a lui è occasione a destituirlo dal - magistrato e farlo mettere in accusa. Viene assoluto in - quel giudizio, e torna a casa onorato. Francesco Carducci - eletto in sua vece. — Pratiche di pace tra ’l Papa e - Cesare. In Firenze i più esperti consigliavano accostarsi a - questo. Andrea Doria ne faceva formale proposta e mandava - qui a tal fine, ma inutilmente, Luigi Alamanni. — Trattato - di Barcellona, pel quale il Papa e Cesare si obbligano a - rimettere i Medici in Firenze. — Pace di Cambray: Francesco - I promette l’abbandono dei suoi alleati, intanto che egli e - la Corte addormentavano l’ambasciatore Baldassarre Carducci - di vane promesse. — Moti diversi degli animi in Firenze. — - Carlo V a Genova [12 agosto 1529]: nuovo assetto allora - dato da lui all’Italia. — Quattro ambasciatori mandati a - Cesare, dal quale sono rinviati al Papa. I quattro sono - divisi tra loro. È ad essi vietato seguirlo in Piacenza. — - L’ambasceria si discioglie, e Niccolò Capponi muore in - Castelnuovo di Garfagnana. - - _Capitolo_ IX. — APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO - DELLA CITTÀ. — PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. - [AN. 1529-1530.] 238 - - Carlo V fa muovere contro Firenze il Principe d’Orange; come - si componesse l’esercito da lui condotto. — Alfonso da Este - abbandona i Fiorentini, ai quali Venezia ricusa mandare - aiuto di soldati. — Clemente invia contro Perugia il - Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni soccorso dai - Fiorentini, si accorda col Papa di loro consentimento. — - L’Orange [14 settembre] assale Cortona che resiste, poi - s’arrende. — Castiglione Fiorentino saccheggiato. — I - nemici investono Arezzo, di dove il Commissario fiorentino - si ritira. — L’Orange pone il campo a Figline, e intanto fa - dai suoi occupare il Casentino. — In Firenze si delibera - mandare al Papa quattro ambasciatori: andò innanzi agli - altri Pier Francesco Portinari a fare istanza perchè il - Papa fermasse l’esercito: parole del Papa che invia - l’Arcivescovo di Capua. — Questi giunto in Firenze, non vi - è ascoltato. Mandano all’Orange ambasciatori. I tre che - raggiungono in Roma il Portinari trovano il Papa sulla - partenza: sono ascoltati da lui in Cesena, ed hanno - risposte che in Firenze non sono accolte. — Il Gonfaloniere - aveva chiamato una Pratica generale dove da tutti i - Gonfaloni, eccetto uno solo, viene deliberata la - resistenza. — Fautori dei Medici fuggiti e banditi o - ritenuti o condannati. Arsioni delle loro ville. — Arsioni - e guastamenti per decreto pubblico degli edifizi e giardini - a un miglio dalla città. — Fortificazioni alla città. Fanti - assoldati e milizie cittadine; Malatesta Baglioni e Stefano - Colonna. Balzelli, vendita di beni. — Fuga e poi ritorno di - Michelangelo Buonarroti che dirigeva le fortificazioni. — - Stato degli animi in Firenze. — Devastazione del Val - d’Arno. Lucrezia Mazzanti. L’Orange si conduce fino ad un - miglio dalla città [14 settembre]. — Descrizione del campo - dei Fiorentini. — Descrizione del campo degli assedianti, - Italiani, Tedeschi e Spagnoli. — Malatesta disfida i - nemici: questi la notte degli 11 novembre danno l’assalto - alla città, che si difende popolarmente. — Gli assediati - assalgono il campo nemico, da cui si ritraggono - onoratamente. — Morte di Mario Orsini e di Giorgio Santa - Croce. — Un nuovo esercito scende di Lombardia: la città - chiusa da ogni parte; perdita di Signa, di Pistoia e - d’altri luoghi. — Francesco Ferrucci Commissario d’Empoli, - ripiglia Castel Fiorentino, assale ed espugna San Miniato; - distrugge una banda di Spagnoli presso Palaia. — Francesco - Carducci esce di Gonfaloniere, a cui succede Raffaello - Girolami [1º gennaio 1530]. — Il Gonfaloniere, convocato un - grande Consiglio, lo interroga circa al mandare - ambasciatori al Papa; il che fu approvato, ma poi annullano - il voto e mettono condizioni che sono respinte duramente. — - Leggi spietate per fare danari sopra i beni dei ribelli; - ori e argenti dei luoghi sacri mandati alla Zecca. — - Predicatori popolari che promettevano liberazione: Fra - Benedetto da Foiano. — Caterina dei Medici: disegni - attribuiti al Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni fatto - Capitano generale. Suo concetto sopra i pericoli - dell’impresa; di qual sorta fosse il suo intendersi con - Clemente. Propositi forti delle milizie cittadine. - Scaramuccie continue, disfide. — Combattimento particolare - con la morte di Lodovico Martelli. — Carlo Capello - ambasciatore veneziano. — Valore di Lorenzo Carnesecchi - nella difesa della Romagna. — Proposte vane di Francia; - pensieri del Vescovo di Tarbes Oratore francese a Roma: - parole di Clemente e suo infelice stato dell’animo. - - _Capitolo_ X. — IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. — - LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.] 277 - - Il territorio della Repubblica per grandissima parte occupato - dai nemici. Francesco Ferrucci da Empoli sostiene la guerra - nelle provincie circostanti. — Ribellione di Volterra. — Il - Ferrucci, rinforzato di genti, assale Volterra, che dopo - fiera battaglia nelle strade si dà a discrezione. — - Fabbrizio Maramaldo, entrato nei borghi di Volterra, vi - fortifica. Il Marchese del Vasto, venuto dal campo sotto - Firenze, assalta Volterra, dalla quale è cacciato indietro - dopo replicati combattimenti. — Perdita d’Empoli per - assalti e tradimenti. — Malatesta in persona fa una mossa - contro al campo Imperiale. — Assalto notturno e sanguinoso - di Stefano Colonna contro al quartiere degli Imperiali a - Sant’Iacopo in Polverosa. Penuria di viveri e di danaro. — - Milizie accresciute, disegni temerari, male intelligenze - con Malatesta. — Il Ferrucci muove da Volterra. S’ammala in - Pisa, indi procede fino a Pescia d’onde per la via dei - monti aveva disegno scendere al soccorso di Firenze. — - Pratiche di Malatesta con l’Orange. — Deliberazione del - Grande Consiglio di dare l’assalto; al che Malatesta e il - Colonna si oppongono. — Intelligenze del Malatesta con - l’Orange: la Signoria invia sul campo Bernardo da - Castiglione, che torna avendo rotta ogni pratica. — In - città i soldati in arme, la gioventù in arme. — Grande - mossa dell’Orange contro al Ferrucci: si scontrano in - Gavinana. [3 agosto]; battaglia lunga e diversa, morte del - Principe. Sopraggiunge il Maramaldo, dal quale è preso e - ucciso il Ferrucci. — In Firenze altri chiedono armi, altri - s’accostano a Malatesta. Egli e il Colonna mandano a fare - accordo col Gonzaga. Zanobi Bartolini. Baccio Valori. Bozza - di Capitoli. — Malatesta propone si accettino; la Signoria - manda invece licenza a lui ed al Colonna. Malatesta ferisce - un Niccolini che gliela aveva recata, e minaccia di fare - entrare i nemici. — Quattrocento giovani e ricchi e uomini - di più sorte si radunano nella piazza di Santo Spirito, - facendo dire alla Signoria che non riconoscono più altri - che Malatesta. — La Signoria manda al campo quattro - ambasciatori per capitolare. Pochi in arme si raccolgono - intorno al Palazzo. — Articoli della Capitolazione [12 - agosto]. - - _Capitolo_ XI. — FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] - FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA 301 - - Entrano i soldati: Malatesta padrone della città: balzelli, - carestia e morti per tutto lo Stato. — Parlamento in - Piazza, guardata dai soldati; Baccio Valori fa eleggere una - Balía, per cui rimangono con nuovi uomini le antiche forme. - — Avarizia dei Capitani dell’esercito, che non lasciano - entrare i viveri; fame, timori e nuovi carichi sulla parte - vinta. — Grande zuffa degli Italiani del campo contro agli - Spagnoli ed ai Tedeschi: partenza di tutto l’esercito. — - Malatesta, dopo qualche difficoltà col Papa, torna a - Perugia e indi muore. — Ritorno degli usciti. Condanne a - morte, e in grandissimo numero a confine. I beni dati al - Fisco; restituiti ai proprietari i già tolti e le vendite - annullate; riduzione dei frutti del Monte. — Colonie - d’esuli a Venezia e sul fiume Rodano. — Stato miserabile - della Toscana: le città e le minori terre bene inclinate - verso i Medici. — Baccio Valori Governatore in Firenze. — - Non bene contenti i grandi amici e i parenti di Casa - Medici. — Il Cardinale Ippolito. — Ambasceria e discorso di - Palla Rucellai a Carlo V. La Balía conferisce al Duca - Alessandro un alto grado in Firenze. — Lodo pronunziato - dall’Imperatore, che istituisce capo della Repubblica di - Firenze il Duca Alessandro, al quale aveva sposata - Margherita sua figlia naturale. Questi al suo giungere - riceve l’investitura solenne per mano di Antonio - Muscettola, e riceve il giuramento dei Magistrati [6 luglio - 1531]. — Pareri presentati al Papa circa il governo di - Firenze. — Ricerca delle armi per tutte le case. — Condanne - ad arbitrio; terrore; sevizie d’un Bargello. — Filippo - Strozzi promotore presso Clemente di un governo assoluto e - del fabbricare in Firenze una fortezza. Clemente risoluto - fare da sè, manda Filippo dei Nerli in Firenze: parole del - Papa. — Comandi del Papa comunicati in Firenze - all’Arcivescovo di Capua ed ai principali cittadini. — - Nuova forma dello Stato, dove il principe era tutto. — [1º - maggio 1532]. L’ultimo Gonfaloniere esce di Palazzo: - Alessandro dei Medici ne piglia il possesso come Duca della - Repubblica fiorentina: cominciò allora il Principato. — - Firenze dopo la Repubblica. - - APPENDICE DI DOCUMENTI. - - I. Lettera dei Dieci di Balìa a Guidantonio Vespucci - e Pier Capponi oratori presso il Re di Francia, dei 7 - maggio 1494. 343 - II. _Litteræ Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, - fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris, - Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii - et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_ - MCCCCLXXXXIIII. — _Carolo Regi Gallorum. Mandata - quinque Oratorum ad Carolum Regem Francorum_ 346 - III. Trattato segreto di Confederazione tra Leone X e - Carlo V, de’ 17 gennaio 1519. - Capitoli segreti tra Leone X e Francesco I, de’ 20 - gennaio 1519 348 - IV. Quindici lettere di Rosso Buondelmonti e compagni, - oratori presso al Principe d’Orange; dal 13 al - 30 settembre 1529 361 - V. Cinque lettere di Ferrante Gonzaga al Marchese di - Mantova suo fratello, date dal Campo Cesareo - sotto Firenze; dal dì 16 luglio al 4 agosto 1530 377 - VI. Orazione di Palla Rucellaio recitata nel cospetto - di Carlo V imperatore per nome dell’Eccelsa - Repubblica Fiorentina 385 - - TAVOLA DEI NOMI E DELLE MATERIE 389 - - - - -STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. - - - - -LIBRO SESTO. - - - - -CAPITOLO I. - -IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’ -MEDICI. [AN. 1492-1495.] - - -Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto -le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi -diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti -e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè -gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età -di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi -nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi -tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII -per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e -l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni -della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più -agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci -del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo -Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese, -girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione -d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle -di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva -l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già -quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro -VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma -protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata -col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio -stesso e le tradizioni del nome latino. - -Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta -insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di -quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova -di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto -grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata, -divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime, -e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante -degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti -politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine -Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti -famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso -delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita -d’Italia. - -In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero -nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo -in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo -mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose -il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre -di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto -vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra, -l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo -e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva. -Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non -ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa -quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1] -Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa -piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino -allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini -vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne -egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse -a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini -nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici -più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di -quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e -le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente -gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo, -non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze -e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini, -finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto -Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli -adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o -erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva -coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi -era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo -da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli -era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero -gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte -le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2] -Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici, -Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio -Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con -Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti, -ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col -fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della -vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a -confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava -il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono -e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente -in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo -i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini -privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa -dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso -offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo -feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare -il dono perchè non voleva _essere Barone_; usando parole che hanno -del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse -d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4] - -Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno -più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano -aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di -Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote -Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso -duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra -tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male -poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che -si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo, -al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente, -era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e -nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato -trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto, -studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime. -Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di -nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e -della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale -in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna -dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la -creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5] -Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo -tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei -Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza, -al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma -il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da -un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva, -dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori -di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo -la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di -poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto -accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno -dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la -pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il -Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a -lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che -Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i -denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici, -parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque -piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse -come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè -si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma -era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro -disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6] - -Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità -vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè -comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re -di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli -dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più -quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera -dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il -più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici, -veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere -quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re -francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con -lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata: -lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava -il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace -a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale -impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’ -suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie. -Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di -Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli -tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo -eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo -di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli -uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri -nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere, -dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le -armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era -proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui -la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a -quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno -dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando -si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona -del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da -tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei -primi mesi del fatale anno 1494.[7] - -All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere -essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei -Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli -oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si -dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini -amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con -tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e -i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni -guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne -avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine -Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte -degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei -Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in -odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa -Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della -caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più -s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore -insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne -stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una -Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa -di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni, -aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi -infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio -Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca -d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale -di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si -recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito. - -Grandi erano intanto gli apparecchi d’Alfonso, il quale sapendo le -guerre di Napoli doversi vincere fuori del Reame, aveva mandato per -mare il fratello Federigo con forte armata contro a Genova, sperando -con l’aiuto de’ fuorusciti ribellarla dalla signoria di Lodovico: ma -la spedizione mosse troppo tardi, e questi inviativi da Milano soldati -in gran fretta contenne Genova, e indi con l’aiuto di Luigi duca -d’Orléans, cugino del Re, battute le forze nemiche a Rapallo, costrinse -Federigo con tutte le navi a ricovrarsi nel porto di Livorno, aperto -a lui dall’amicizia di Piero dei Medici. Da un’altra parte muoveva -il giovane Ferdinando duca di Calabria con buono esercito inverso -Romagna, sperando procedere insino a Parma, città male affetta ai Duchi -di Milano, e che gli avrebbe aperto l’entrata nel cuore di Lombardia. -Ma convenivagli amicarsi prima quei Signorotti della Romagna; al che -fu ostacolo principale Caterina Sforza che in nome del piccolo figlio -teneva Forlì. A questo modo le due imprese, le quali dovevano cuoprire -il Reame, del pari fallivano; e Carlo, cedendo ai nuovi stimoli che -egli ebbe dall’impetuoso Cardinale, e valicate pel Monginevra le Alpi, -giungeva in Asti ai 9 settembre.[11] - -Aveva seco oltre a dugento gentiluomini della guardia sua, mille -seicento lance composte, tra uomini d’arme, arcieri e valletti, -di sei cavalli ciascuna; cui s’aggiungevano, con sempre incerta -numerazione, ottomila fanti guasconi con archibuso e spada a due -mani; dodicimila balestrieri di altre parti della Francia, e ottomila -Svizzeri con picche e alabarde: fu creduto che attraversassero la -Toscana sessantamila soldati francesi.[12] Grande era il numero delle -artiglierie, tali che Italia non aveva mai veduto le somiglianti; -perchè le antiche bombarde per la pesantezza loro, e per essere le -palle di pietra, si trascinavano lentamente tirate da buoi, ed era il -piantarle lungo e difficile, ed i colpi di ciascuna molto radi; laddove -i Francesi avendo i cannoni loro più spediti, gli tiravano a cavalli -e gli piantavano e muovevano facilmente, essendone oltreciò i colpi -assai più frequenti e gli effetti più gagliardi. Ma troppo inferiori -in Italia erano per valore e fede i soldati, mercenari essi ed i -condottieri loro, che per guadagno, mutando spesso padroni, tutti gli -frodavano e poi gli tradivano: in Francia invece le milizie pagate dal -Re si componevano di gentili uomini, che oltre agli stimoli dell’onore -aveano certezza, con mostrarsi valorosi, di avanzare nei gradi, i -quali salivano infino a quello di capitano; le compagnie inoltre non si -rinnovavano a capriccio, nè si mutavano per diserzioni e arruolamenti, -ma erano d’uomini per lo più della provincia stessa insieme avvezzi a -combattere e a emularsi: il che si vuol dire anche dei fanti, che nelle -battaglie tenevano il fermo, laddove in Italia si sbandavano al primo -scontro: così la milizia, che era qui un mestiere, in Francia tenevasi -il più decoroso degli uffici. Scendevano lieti in paese dovizioso, di -dolce clima e di dolce vivere, al mondo famoso, da dover essere onorata -preda. - -In Asti veniva Lodovico Sforza con la moglie Beatrice d’Este e -splendido accompagnamento di dame e signori: grandi le onoranze, ma -sospetti rinascenti sempre rendevano Carlo dubbioso al muoversi, -perchè a ogni passo temeva una frode. Nè senza motivo, Lodovico -tenendo in riserva già l’altro disegno, quello di chiudere in Italia -l’oste francese ed opprimerla, nè avendo cessato mai dal praticare -segretamente con Piero de’ Medici, di cui fu detto che lo avesse -denunziato a Carlo.[13] Il quale in Asti côlto dal vaiuolo, dovè -indugiare più settimane; dipoi visitata in Casale la Reggente del -marchesato di Monferrato, che gli imprestò gioie da farne denari, -venne il Re a Pavia, dov’era tenuto sotto la guardia dello zio il -duca Giovanni Galeazzo cugino del Re per esser nati da due sorelle -della casa di Savoia. Lodovico avrebbe voluto nascondere a Carlo quel -misero giovane infermo e insidiato dalle male arti dello zio, e chiuso, -perchè fosse obliato, in quel castello insieme alla moglie Isabella -d’Aragona figlia d’Alfonso, e ad un bambino di pochi anni. Andava -Carlo a visitare il cugino giacente nel letto, cui non disse altro che -poche parole di conforto, essendo presente Lodovico; quando entrava -Isabella che gettandosi a’ piedi del Re, bella, infelice ed animosa, -gli raccomandava il padre e il fratello e la casa d’Aragona: ma Carlo -rispose, ch’era troppo tardi; e si levò tosto commosso, e impacciato, -dal tristo colloquio. Venne a Piacenza, dove allo Sforza giunse avviso -della morte del nipote, che tutti crederono da lui medesimo affrettata; -ond’egli recatosi a Milano, e quasi cedesse alle preghiere di molti, -pigliava il governo in proprio suo nome, sebbene tenesse nascosta per -allora l’investitura che già con danari aveva ottenuta da Massimiliano -imperatore.[14] - -Carlo da Piacenza muoveva diritto alla volta di Toscana per la via di -Pontremoli, ed aveva campeggiando in Lunigiana prese alcune castella -suddite o raccomandate ai Fiorentini e saccheggiato Fivizzano. Per -il che in Firenze dai governatori dello Stato si cominciò a temere, e -dalla parte avversa a questo si cominciò a sperare ed a sparlare senza -rispetto di Piero de’ Medici. Il quale cercando provvedere alla difesa, -quando si venne in Firenze a fare danaro trovò inaspettata difficoltà -nell’universale, e duri e male disposti allo spendere gli amici più -facoltosi a cui ne aveva fatta richiesta. Onde egli senza fare altra -prova sulla fede dei cittadini, e male imitando l’esempio del padre -quando si recò a Napoli, prese consiglio di andare al Re e rimettersi -nelle sue braccia lasciando la Lega degli Aragonesi con le condizioni -migliori d’accordo, che a lui fossero possibili. Uscì di Firenze -subitamente una sera con pochi amici, e venuto al Re, gli offriva -quasi che spontaneamente Sarzana e Pietrasanta, luoghi ben muniti, -poi Mutrone e Ripafratta ed altri castelli, egli come libero padrone -e senza averne autorità dalla Signoria. A queste cose non è da dire se -gli animi si alterassero in Firenze, di già sollevati per la partenza -di Piero. Nelle Pratiche e nello stesso ufficio dei Settanta dove Casa -Medici aveva i suoi più sviscerati, non mancavano parole di fiero -concetto, ma spesso timidamente proferite, e poi annacquate, perchè -dopo sessant’anni la dominazione di quella famiglia si era in Firenze -connaturata. I più disposti a cose nuove facevano capo a Piero Capponi, -e fra tutti si metteva innanzi un messer Luca Corsini, il quale una -notte andò per suonare a martello la campana grossa; ma ritenuto, non -potè suonare che due o tre tocchi, dal che la città fu più che mai -turbata e confusa. In Palagio avevano co’ modi regolari eletta una -Ambasceria di cinque cittadini che andassero a Carlo, dei quali era -primo Fra Girolamo Savonarola. Si appresentarono questi al Re, ma senza -venire a sorta alcuna di conclusione.[15] - -Piero de’ Medici in quel mezzo tornava in Firenze, e aveva dato -ordine a Paolo Orsino, che era agli stipendi della Repubblica e suo -congiunto, di fare soldati nel contado e riunirli seco in città; donde -gli avversari suoi si risolverono infine a mostrarsi. La maggior parte -della Signoria s’era volta contra a Piero; Iacopo de’ Nerli, armato -con altri che lo seguitavano, venne in Palagio, e fattolo serrare, -stava a guardia della porta. Era la mattina de’ 9 novembre, e Piero -co’ suoi staffieri e gran numero d’armati, armato anch’egli, ma sotto -il mantello, venne al Palagio, dove trovò la porta chiusa, e fugli -risposto che se voleva entrare entrasse solo e per lo sportello. -S’avvide allora che avea perduto lo Stato, e tornò a casa; dove -bentosto udì che il popolo si levava; ed essendogli da un mazziere -della Signoria notificato il bando di rubello, montò a cavallo e -prese la via di Bologna. Il Cardinale Giovanni suo fratello, ch’era in -Firenze, avea tentato venire in Piazza con seguito d’armati; ma visto -che il popolo moltiplicava, se ne fuggì anch’egli vestito da frate per -la stessa via, e seco Giuliano minore fratello, e degli amici della -famiglia taluni che erano dei più odiati. La splendida e ornata magione -di Cosimo e di Lorenzo andava a sacco; involate a questa molte ricche -suppellettili e preziosità dell’arte, e libri e anticaglie. Correva -la plebe alle case d’altri dei più noti partigiani, ma uomini savi -raffrenarono il tumulto; e intanto i Signori chiamato il popolo in -Piazza, annunziarono essere abolito l’ufficio degli Otto di Pratica, -e l’ordine dei Settanta, dov’era la forza di parte Medicea, e tolto il -corso ai quattrini bianchi che erano stati mezzo a rincarare il prezzo -del sale. Francesco Valori, che tornava da Pisa, perch’era tenuto uomo -netto che ai Medici aveva resistito, fu ricevuto con sommo gaudio ed in -Palagio portato di peso sopra le spalle dei cittadini.[16] - -Il giorno stesso in cui Firenze recuperava la libertà, perdeva Pisa. -Quivi era entrato il Re con l’esercito suo che sfilava alla volta -del Reame; e andato al Duomo ad offerire, uomini del popolo e donne -e fanciulli gli si fecero incontro al ritorno, e gridando Libertà, -chiedevano uscire di sotto al giogo dei Fiorentini. Pigliarono animo -vedendo benigna la faccia del Re, o fosse in lui compassione, o -desiderio di gratificarsi i popoli: quindi la sera stessa co’ primari -della città consentì che Pisa fosse libera sotto alla Regia bandiera, -avendo molti cittadini a lui giurato fedeltà; occupava con le armi -sue la fortezza nuova, la vecchia tennero soldati armati in fretta -dai Pisani. I quali frattanto con indicibile allegrezza si diedero -a cancellare da per tutto le armi e a disfare quanti rinvenivano -Marzocchi o altre insegne dei Fiorentini: di questi in Pisa erano -tanti, che nella città deserta si dicevano essere in maggior numero dei -Pisani: uscirono molti sotto la guardia dei Francesi, e i principali -insieme col Re. Nè questi al partire era in sè ben certo qual forma -volesse dare alle cose dei Pisani, tirato, com’era suo costume, da vari -consigli. Aveva in quei moti grande mano Lodovico duca di Milano, il -quale bruciava di voglia d’avere Pisa perchè una volta ella era stata -dei Visconti, che la venderono, e il vedersela torre di mano fu prima -causa dell’alienazione sua dai Francesi.[17] - -Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue -genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo -Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero, -soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano -ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti, -regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro -ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il -timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero -de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei -Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli -ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per -consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano -le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si -aggiusterebbe ogni cosa nella _gran villa_, faceva il giorno 17 di -novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai -Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo -giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un -baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina -della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche -vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri -che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo _Francia, -Francia_. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente -raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i -Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo -luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili -pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia -o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo -che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia, -ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli -oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi -equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed -in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto -un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa -zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un -tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa -potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori -venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire -certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli -a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al -quale atto il Re gridando: _noi suoneremo le trombe_; replicava Piero, -_e noi le campane_; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla -sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi -avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli -familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel -quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per -le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne -terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose -che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento -venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai -Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese -alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo -e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze -dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19] - -Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII -in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio -infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e -quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne -alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente -inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di -Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese -tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano -loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare, -sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente -poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano -promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile. -Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi -mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo -entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il -Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè -avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San -Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato -in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà -d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi -da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina -fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti -ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai -tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo -e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli -nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che -cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo -spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona -a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano, -sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i -Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e -dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi -quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in -questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio, -che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento -segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo -stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava -prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva -ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re, -avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale, -quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento, -bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero -in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità -o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed -egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in -Napoli a’ 21 di febbraio 1495. - -Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo -facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza, -insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà; -il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè -a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si -mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia -solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi -sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un -paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza, -poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che -gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in -discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia -sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale -però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia -per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi -entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani, -e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna. -Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in -Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in -Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile; -e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte -dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato, -lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli -Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva -egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali -si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza -toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20] - -Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie -parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani -francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica -suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato -loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca, -e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in -segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi: -attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le -offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due -città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale -ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto -con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini, -e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito -maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze, -dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco -Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per -traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel -tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da -più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando -le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta -ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne -parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo -esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in -alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso -da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto -vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo -i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e -le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a -mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta -per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse -ambigue alle due parti.[23] - -Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito -della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse -meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per -la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui -promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi: -quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta -dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a -Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si -ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in -casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran -lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti -sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene -fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo -sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori, -e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti, -milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli -del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il -Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso; -Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui -virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si -apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non -osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè -dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi -persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e -restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne -in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca -d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua: -credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che -fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re -ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era -fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento -ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati -Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero -gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato -da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara -miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il -Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe -finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re -Carlo VIII tornava in Francia.[24] - -Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si -levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva -pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma -le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare -ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia -aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi -unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono -Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il -giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio -con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo -di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che -aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà -del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che -teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando, -tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo -raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate -e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di -Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da -ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli, -vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo -assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu -ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia -d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi -chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul -punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia -rinfrescarono la guerra intorno a Napoli. - -Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in -più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di -Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando -cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che -gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si -tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti -contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’ -bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano -ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando -resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli -si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando, -contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni -angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando -per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette -chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la -fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le -grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso -d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava: -tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui -facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte -a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia -di tornare in Francia.[25] - - - - -CAPITOLO II. - -NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.] - - -Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni -servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso -della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti -Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla -facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli -_Otto_ e l’ordine dei _Settanta_ ed il Consiglio del _Cento_, nei -quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati -dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi -a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore -di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri -più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire. -Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da -principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un -generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a -sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse -compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di -già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio -dei _Dieci_, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace, -sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli _Otto_. -Ma i _Venti_ che in fatto venivano ad essere padroni della città, non -però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una -fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in -qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi -alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici -avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più -sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti. -Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza -coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende, -nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il -nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso -eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre -della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti, -essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori. - -Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni, -si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti, -a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù -sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica -di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che -ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i -cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale -rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i -voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più -veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava -essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a -tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse -il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale -Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o -il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici: -questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla -quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino -alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434. -Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere -netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di -ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini. -A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la -elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero -di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati -nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime -nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse -proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio -era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di -eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di -sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio -de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori -e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero -per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione -nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della -Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel -Consiglio Grande.[26] - -Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente, -fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in -Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452, -vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno -suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della -vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente, -scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi, -«la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si -trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: _heu fuge -crudeles terras, fuge litus avarum_: «e questo perchè io non potea -patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto -i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa -era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]» -Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire _da -questo fango_; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo -_suo militante cavaliero_. In questa lettera pare a noi che sia già -tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore -religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato, -ardito e ripieno della coscienza di sè stesso. - -Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in -questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e -la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare -in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni -dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di -rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola -era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era -la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti -suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o -applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito -di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il -solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si -mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma -grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo -altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori, -l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui -sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad -ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo. - -Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi -del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo -era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo -e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non -poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle -acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i -migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le -brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per -questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia, -nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano: -già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli -uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’ -disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie; -dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra -parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli -ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè -medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente -a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente -il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue -e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo -accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della -parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un -suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia, -non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le -dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita -e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò -fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura -e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare -i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di -confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare -noi stessi una forma per quindi adorarla. - -Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San -Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando -flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al -quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che -parlasse poco _de futuris_.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche -tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno -con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da -Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana -si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze. -Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore. -Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni -trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il -Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che -per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente -di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin -oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per -lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne -unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via -del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre -e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella -mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo -col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini -d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco, -eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto -sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i -creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille -fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una -scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni -Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al -Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i -pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido, -ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali -credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno -all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a -prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica -espressione. - -Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma -non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel -predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa -Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla -virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato; -accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati; -annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là -svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente -anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in -Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che -predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè, -doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo -la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione -grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare -dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,» -per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento: -raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le -ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo -ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31] - -La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando -si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse -i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo -da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse, -quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico -della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai -voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle -Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che -ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono -dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione -voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai -in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di -popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora -dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto -della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro -governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate -in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli -uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova -forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo -che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero -col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il -Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò -un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei -costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non -facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato, -perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In -seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si -distribuivano le gravezze, volendo che una _decima_ sulle possessioni, -dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che -si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva -perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei -loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero -Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da -uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto -al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro -all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste -cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato. -Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo, -fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri -magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi -con _sei_ voti condannare alla perdita della vita o della patria o -degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome -di Legge delle _sei fave_, fu data l’appellazione da quelle condanne al -Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione -di que’ giudizi dovesse farsi da _Ottanta_ o _Cento_ uomini principali. -Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a -quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al -Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello -che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da -questo errore prodursi gravi disordini e fatali. - -Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai -Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo -un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva -egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di -troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una -professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle -chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi -composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si -udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli -anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale, -tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli, -comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a -processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati -a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre -limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare -quello che appellavano le _vanità_, o gli _anatemi_; erano disegni e -libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano -adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie -combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza -del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a -dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori -dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma -che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e -che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova -il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli -fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo -ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33] - -Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano -sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti, -gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per -cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma -di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del -Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete -istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che -n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo -raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano -francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il -che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in -quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano, -la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica -fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto -il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi, -Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo -Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una -volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò -a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte -vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a -Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia -continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini -che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati -fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano -segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non -l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani -pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel -nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non -riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi -soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane -non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re -fatte.[36] - -Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di -Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in -Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno, -e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare -le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città, -dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a -molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni -cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche -segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva, -alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi -e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano -la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega; -gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte. -Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini -teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma -somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato -lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio -Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle -ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi -stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero -Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo; -uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’ -popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita -dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare -come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano -prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe -fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano -a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di -grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una -bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in -fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e -benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella -città ed un nome anche dai posteri onorato. - -La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo -efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella -impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la -reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli -era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia -di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro. -I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione -di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari -a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore -di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di -mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento -soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi, -scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva -mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui; -ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato -del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano -Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati, -presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed -apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero -non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra -materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca. -Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava. -Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente -Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa -in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente -la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e -per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena -dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37] - -La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma -d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa -loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia; -gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo -che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili -dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una -grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi -predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne -la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa -un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione, -che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla -procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro -i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo -starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè -gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità -degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così -in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini -di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono -dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e -le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato, -fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di -lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e -rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero, -severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie -pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici -ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi, -ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo -di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio; -e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che -rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a -quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare -di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte -dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano -iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime, -che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi -forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani -dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero, -uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che -spesso il Magnifico gli aveva fidate. - -Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte -agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli. -Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano -indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando -il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi -o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche, -s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli -uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra -pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti -fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro -alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo -finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità -nell’universale.[39] - -Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del -Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici -in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo -e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti -chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il -principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava -forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non -si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era -fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli -lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che -bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva -pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed -egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da -Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto -grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui -stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi -contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della -città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna, -Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono, -che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti, -gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando -Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti -soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani -che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto -di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse -favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il -secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta -Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici -allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più -sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi -nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41] - -Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero -dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso. -Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una -improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni -e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella, -malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so -quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare -quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque -primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa -Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò -Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella -Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi; -primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di -settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole -di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella -quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali -cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei. -Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove -lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati -mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i -Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come -allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma -vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli -altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese -pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La -Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò -grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in -nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che -agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero -che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida -per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione -(il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori -non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli -altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso -dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio -Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un -tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero -il confine, altri si assentarono.[42] - -Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si -tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli -detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo -Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro -di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica; -questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei -concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra -Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in -cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare -il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la -riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore -di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il -senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato -di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello -Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni -non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte -e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici -di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col -promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in -cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da -Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito -veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato, -ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza -sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo -certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero -tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo -nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più -specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose -pubbliche riguardassero. - -Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella -Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano -devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli -ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non -potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori -quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le -azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini -manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva -dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra -tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di -quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene -credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà -religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a -trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede -e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue -labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo. - -La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando -certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte -animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli -uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse -contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la -dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva -in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei -seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui -pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse. -Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra, -pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta -la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti -ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando -i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e -in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate -diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà -flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si -convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata -Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai -giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in -sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore -delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa -e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei -molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a -preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi -poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una -Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto, -nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni -nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a -quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe -il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani, -e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e -trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma -erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi -suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto -che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano -aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto -egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica -Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza, -e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i -potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il -capo increduli in faccia a un Profeta disarmato. - -Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta -Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento: -Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima -con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra -Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo -a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo -fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici -a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto -pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino -al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre -dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di -Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui -_seminatore di falsa dottrina_. Il Savonarola si era quei mesi taciuto; -ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido -ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in -ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando -erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano -in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle -finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini -armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro, -sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In -quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli -eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri -suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che -tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la -vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed -essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse -l’animo preparato a sentirlo morto. - -Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso, -e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del -procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel -tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco -sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la -residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con -l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il -predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni -in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti -lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza -e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come -si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro -la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato -la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema -i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito -nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche -più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva -annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già -da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si -trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita -del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati -stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande -strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento: -chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra -Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova -scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e -giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva -generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla -proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine -mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta -ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non -condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò -a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo -sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il -misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22 -giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete; -donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni, -grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai -Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano -i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli -Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo -stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco -e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza -fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e -i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta -manifesta del Frate e dei suoi. - -La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al -Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire -le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato -volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice -stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato -ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea -Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di -ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa, -essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del -Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo -a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo -alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava -l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la -chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il -Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta -della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero -con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.» -Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo, -ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai -direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso -ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città -l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo -spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via -il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la -quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale -si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria -stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto -di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove -nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato -dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede -in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi -temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma -una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese; -e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori -e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando -le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad -un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra -Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come -soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il -giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica. - -In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio, -sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di -Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che -si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare. -Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe _fatto -girare la chiavetta_, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo -circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più -sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli -aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire -congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non -dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse -solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano -i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o -scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe -nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma, -la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero -seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine -aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito, -dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva -fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa -più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui -chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva -intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere, -e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere -all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè -adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui -era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale -era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la -Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano -della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia -dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò -sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice -non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la -lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto -svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del -quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano -a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era -condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via -e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo -crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che -a lui precipitarono la ruina. - -Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia, -uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva -spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno -il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del -suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un -Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi -pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti -furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da -quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore -a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio -a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la -dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo -ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei -Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare -che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un -prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra -sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva -d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in -faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante -dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due -parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia -e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni, -le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli -uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era -in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O -egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè -rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro -lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era -Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca -di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi -abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze -tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe -stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe -quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile, -vigilia della domenica dell’Ulivo. - -Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si -distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per -tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero -un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano -divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani; -la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi, -le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci -che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior -parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che -s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco -Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a -lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà -con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo -degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo: -_Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus_: quindi le due parti -pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa -al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il -Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione, -e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il -Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi. -Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore -passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta -si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla -Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce _Laudi_ -e _Salmi_; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si -faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di -messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e -grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al -disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono -al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si -voltava contro a loro. - -La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone -che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno -a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente -assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si -ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la -piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari -dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano -furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta -prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano, -intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano -o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando -vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne -addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare; -l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel -giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva -impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno -al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a -sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi -ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore, -dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè -dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella -Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo -deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto -la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con -l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i -quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati -e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio -a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino, -dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di -Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva -libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la -Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente -in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei -mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul -capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta -alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47] - -Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano -della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro -Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città. -Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al -Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano -le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il -processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più -nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini, -che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate; -v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei -giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre -all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra -le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da -quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che -abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo -rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte -per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà -della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente -menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo -materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il -resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o -si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di -lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè -a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la -sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione -correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero; -la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte: -allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento -della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del -sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera -non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava. - -Che negli esami il Savonarola si contraddicesse non fu mai negato. -Sotto ai tratti della fune che lo martoriava si dichiarò mentitore; -poi rinnegava quel che aveva detto; cedeva ai tormenti fino al -vaneggiare; aveva il cuore di martire, ma non la fibra: di questa causa -di vacillamenti non sarebbe da tener conto. Chiamato poi a definire -a sè medesimo la propria sua ispirazione, si profondava in dottrine -astruse; e queste pure non è meraviglia che spesso fossero incoerenti. -Ma io per me credo che alla medesima sua coscienza, in quelli strazi -del corpo e dell’animo, si appresentasse quanto avea potuto in lui -l’orgoglio, perchè il pensiero accusatore in quelle tristezze più vivo -e pungente rimaneva solo; forse anche a sè stesso dava riprensione -di avere cercato turbare la Chiesa, quando non poteva sanarne le -piaghe. I giudici allora afferrando quelle confessioni, le traducevano -in parole che lui dichiarassero impostore, che tutto facesse per -ambizione mondana, e a solo fine di primeggiare: avvezzi a guardare la -coscienza grossamente, più in là non capivano, e allora credevano di -averlo colto. Ma in lui l’ambizione propriamente detta mai non si era -manifestata per fatti esteriori; non v’era materia d’accusa giuridica: -ma pure lo spargersi di quelle contradizioni gettava dubbiezze che -abbattevano la reputazione, in molti già scossa, di Fra Girolamo. - -Abbiamo un primo Esame fatto dai Commissari, ma che non parve -soddisfacesse. Fu allora chiamato certo Ser Ceccone notaio, che molto -prometteva: si tornò da capo, ed il misero per altro Esame più altre -volte fu martoriato: ma nemmeno questo secondo processo ottenne il -fine che i suoi nemici desideravano. Dovettero quindi nel pubblicare -i Processi farvisi manifeste alterazioni, e attribuirsi al Savonarola -confessioni di tale abiettezza, quali niun malvagio uomo di sè farebbe -giammai. Spesso un articolo dell’Esame finisce col dire: che ogni cosa -aveva egli fatta o simulata agli occhi degli uomini per ambizione di -farsi grande. Tali dichiarazioni è da notare che non si accordano -per la materia nè per l’intonazione con quel che precede: e qui la -menzogna si vede anche essere grossolana, tantochè fu confessata da -quei medesimi ch’erano stati a fare il Processo.[48] Subivano esame -nel tempo stesso i due suoi compagni; l’uno dei quali Fra Domenico, -si mantenne incrollabile nell’amore e nella fede al Maestro: nè Fra -Silvestro lo aggravava, non tenendo conto delle conclusioni, dove -spesso avviene che dopo averlo il testimone lodato o scusato gli si -faccia dire: infine conchiudo che fu traditore. Invece si vede Fra -Silvestro farsi accusatore di molti e molti cittadini Fiorentini -che praticavano il Convento, e a quali si vengono a imputare brighe -d’ogni maniera. Fra Domenico aveva nominati molti di quei medesimi -cittadini, ma come amici del Convento e senza per nulla nella sua -Esamina aggravarli. Fra Silvestro si trova essere stato principale -in quelle pratiche sediziose, nelle quali Fra Girolamo non apparisce -essere entrato menomamente. Dal suo deposto, non che da quelli di altri -o frati o cittadini, chiaro ne apparve, dopo allo studio molto accurato -che ne abbiamo fatto, fra tutti essere Fra Silvestro stato grande -mestatore, ed essersi imposto con le arti sue a Fra Girolamo, che in -lui credeva come a lui credevano o s’impacciavano seco altri cittadini -dei maggiori e fino di quelli che certo non erano da quella parte.[49] - -Andava intanto al Papa una lettera in nome dei Frati di San Marco: -in essa dichiarano ingannatore Fra Girolamo perch’egli medesimo nel -ritrattarsi lo avea confessato, ma insieme attestano ampiamente le -virtù sue, la santità della vita, i frutti delle predicazioni, e -gli eventi che avevano dato alle sue parole tale conferma che grandi -ingegni ne furono presi. È lettera scritta con singolare accorgimento, -perchè nel domandare l’assoluzione riducono a nulla il loro peccato: -sopra ogni altra cosa (com’è nello spirito di tali corporazioni) -pensavano alla vita e alla grandezza del Convento di San Marco; -chiedeano pertanto che si mantenesse separato dalla Congregazione -di Lombardia, e che rimanessero in quello tanti uomini insigni e -incolpabili che vi si erano aggregati. Rispose il Papa benignamente; -alla Signoria scriveva lettera molto graziosa, ed assolveva con altro -Breve le colpe commesse fino all’omicidio, a procurare la caduta del -Savonarola. Entrò dipoi la Signoria nuova, e persistendo nel rifiuto -di mandare i Frati a Roma, accettò che venissero in Firenze due -Commissarii a rinnovare il Processo per conto del Papa. - -Rimasto in carcere il Savonarola solo con sè stesso, ritrovava (come -a lui sempre avvenne) sè stesso. Compose allora due Meditazioni, che -furono insigni testimonianze del suo animo in quelli estremi giorni -della vita. Bentosto ebbero quelle due scritture celebrità grande e -vennero in più luoghi pubblicate. Quivi nulla del Processo, nulla dei -suoi Giudici; è solo con Dio, e a lui raccomanda l’anima sua quando -non possa la vita. «A chi rivolgermi io peccatore? Al Signore, la cui -misericordia è infinita: non è chi si possa gloriare in sè stesso. -— Confermami nel tuo spirito, o Signore; ed allora solamente potrò -insegnare agli iniqui le vie tue. — Io desidero con ardore che tutti -gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi -solleverebbero. Io ti prego perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa -tua, e veda come più sono gli infedeli che i cristiani, ed ognuno ha -fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi -la faccia della terra. L’inferno si empie, la tua Chiesa manca, levati -su; perchè dormi, o Signore? — Allora tutto lieto esclamai: Io non -mi confido negli uomini, ma solo nel Signore: e renderò i miei voti -dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la -morte dei Santi.» Poco dopo gli fu tolta la carta, e dovette cessare di -scrivere: ma quelle sue parole sono di grande momento a far giudizio -del Savonarola. Sul pergamo stesso e prima che fuori tuonasse la -riprensione degli altrui vizi, in fondo al cuor suo gemeva il dolore: -e qui troviamo la riprensione mantenersi rigida sempre, ma più devota, -dopo agli strazi degli esami e alla vigilia del supplizio. Giudichi -ognuno se chi sentiva allora in tal modo avrebbe potuto mentire tanti -anni freddamente a fine ambizioso. - -Ai 19 di maggio entrarono solennemente in Firenze i due Commissari -apostolici, che erano il Generale dei Domenicani e il Vescovo quindi -Cardinale Romolino: ricominciava il Processo il giorno dipoi. Ci -asterremo qui dal riprodurre le crudeli parole che furono attribuite -al Romolino, perchè non vogliamo tutto accettare dai Biografi. Il fine -cercato dai Commissari più specialmente era scuoprire quali aderenti -avesse il Frate alla proposta del Concilio. Disse: «Risponderò chiaro; -le cose del Concilio non mi furono consigliate da nessuno; co’ Principi -d’Italia non ne tenni pratiche, perchè gli stimavo tutti miei nemici; -speravo nei Principi stranieri; i Cardinali e Prelati sapevo essermi -tutti avversi.» Il Romolino cercava scuoprire se in nulla vi fosse -implicato il Cardinale di Napoli. Si venne quindi ai tormenti, in -mezzo ai quali gridò il torturato d’avere avuto pratiche seco; poi -si disdisse: quel Cardinale faceva stima del Savonarola, ma tra essi -non fu altra corrispondenza che in termini generali. Il terzo Esame -finì come gli altri, nè fu pubblicato. Si venne il giorno dopo al dare -sentenza, e tra i Giudici fu discorso di salvare Frate Domenico, ma -poi lo condannarono insieme con gli altri: presenti al Processo erano -Magistrati della Repubblica, la quale in una Pratica molto stretta, -negando uno solo, decretò eseguirsi la sentenza. Questa fu letta la -sera stessa ai tre condannati, portando che fossero prima impiccati e -quindi arsi. - -La notte il Savonarola assistito dal confortatore con la cappa nera, -ch’era per la Confraternita a ciò destinata un Niccolini, e da un -monaco di san Benedetto che gli fu dato per confessore, ottenne -rivedere i suoi due Compagni, che da lui furono comunicati la mattina: -era il 23 maggio, vigilia dell’Ascensione. Giunsero gli sbirri che -gli condussero nella Piazza, dove sulla ringhiera aveano alzato -il tribunale pel Vescovo che gli dovea degradare, e un altro pei -Commissari apostolici, ed un terzo pel Gonfaloniere e gli Otto, ai -quali spettava mandarli al patibolo. Questo era formato di un’asta che -in alto avea una traversa, dove i tre Frati dovevano essere appesi; -ma perchè troppo presentava la forma di croce, le sue braccia furono -scorciate: sotto si alzava un palco di legna e materie facili a -bruciare. In Piazza era grande la moltitudine: vi erano uomini amici al -Frate, tra’ quali il buono Iacopo Nardi che a noi lasciava memoria del -fatto: intorno ad essi altri esultavano, intanto che molti e fin dei -più avversi erano compresi di terrore. Aveano lasciato che passassero -vicino al rogo, e lo circondassero, di quelli uomini che senza vergogna -o insultano al vinto o sul misero inferociscono. I tre Frati salirono -il palco: Fra Domenico sereno e come andasse a festa; Fra Girolamo, -che della croce teneva il mezzo, fu l’ultimo al quale il boia desse -la spinta fatale; poi subito in mezzo ad urla feroci fu appiccato il -fuoco, che arse i tre corpi legati da una catena perchè non cadessero: -di essi e del palco e d’ogni cosa le ceneri furono gettate in Arno -dal Ponte Vecchio; ma donne pietose travestite spingendosi nella -folla, raccolsero quante reliquie potessero, e alcune ne rimangono -tuttavia.[50] - -La morte del Savonarola fu vittoria di tutto quanto era in Firenze di -più guasto; il vizio montato in superbia si gloriava di sè stesso; -e il ben vivere pareva che fosse dispregio:[51] entrava il secolo -corrottissimo del cinquecento, ed in Repubblica sempre popolare, i -costumi erano già tornati peggio che medicei. Uomini di conto, che -avevano prima notoriamente creduto al Frate, ora come lieti d’averlo -scoperto traditore, lo aggravavano gettandogli addosso le ingiurie -più odiose; lo chiamavano un diavolo, anzi una intera legione -d’inferno. Erano oltre agli Arrabbiati, gli astuti e i paurosi ed -il volgo dei prudenti, e l’altro volgo più innocente che aspettava -da lui un miracolo; e quelli che cercano mostrarsi furbi ai danni -altrui, ed i pentiti o vergognosi d’avergli creduto.[52] Cessate però -bentosto le ire e le paure, più non si leggono di tali accuse, ma in -Firenze e fuori troviamo invece uomini gravissimi averlo in onore: il -Guicciardini e il Machiavelli di lui parlano con rispetto; Filippo de -Comines, che aveva praticato seco, lo tenne per santo.[53] Le arti -nella loro maggiore eccellenza riprodussero più volte l’effigie del -Savonarola, e fin nelle stanze del Vaticano Raffaele Sanzio a lui dava -luogo tra’ grandi Teologi e tra’ Padri della Chiesa. - -Quanti in Firenze rimanevano capaci di libertà, e coloro che più tardi -o la difesero o la piansero, uscivano dalla scuola del Savonarola, o ne -seguivano le traccie via via cancellate nel corso dei secoli. Il culto -del Frate durò più che il regno della Casa Medici; ed a memoria dei -padri nostri, la mattina del 23 maggio trovavano fiori sparsi in quel -punto della Piazza, sul quale era stato piantato il rogo. Il Convento -di San Marco, già essendo fondato il governo principesco, dava ombra -ai Regnanti; e i frati ne furono per qualche tempo cacciati. In molti -conventi d’uomini e donne di san Domenico il Savonarola aveva culto e -ufficio suo proprio, che fu pubblicato per le stampe ai giorni nostri. -Ma sul cadere del cinquecento un Medici arcivescovo ed un Medici -granduca si accordarono insieme a proibire l’ufficio ed il culto; -nondimeno vi ebbero Santi e vi ebbero Papi suoi lodatori, e la dottrina -di lui posta in Roma sotto ad esame rigoroso, ne usciva incolpata.[54] - -Com’era da credere, i protestanti hanno preteso che il Savonarola fosse -uno dei loro; ma egli veramente in nulla precorse ai tedeschi novatori, -perchè nulla volea s’innovasse, nè mai gli cadde nemmeno in pensiero -mutare, com’essi fecero, il principio della fede. In religione non ambì -farsi capo di parte o fondatore d’una scuoia nuova, nè avrebbe saputo, -non essendo altro che un predicatore il quale si ardiva percuotere i -vizi palesi nei sommi della gerarchia; per questo fu arso. Non era la -sua di quelle nature che sieno atte a fare nel mondo le novità grandi, -perchè in tali uomini la volontà forte è necessario che sia anche -fredda e che adoperi le arti capaci ad ottenere il fine voluto: ma egli -era fidente nella sua propria ispirazione, e questa seguiva. Nessuno -dei maestri della Riforma lo pareggiava per alto sentire; avendo -incontro tale battaglia, rimase qual’era: era cattolico, era frate; e -grande anima con forte ingegno. - - - - -CAPITOLO III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A -NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN. -1498-1503.] - - -In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in -Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio -la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità -dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini, -vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla, -si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri -come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo -esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era -disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo -VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi -un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il -Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio, -credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a -lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si -preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati -tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che -fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche -dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad -altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre -e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali -convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare -Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra, -che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel -Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi -opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire. - -Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le -arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a -Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto -ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro, -quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno -all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina -del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano -a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò -quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi -ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano -verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste -rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di -Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi -fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli, -condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella -famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi -avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte -calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero -altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di -munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella -Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze -e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia -altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo -dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma -questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in -pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani, -si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei -soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina -Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei -Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme -tanto famoso. - -Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre -occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi -già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano -le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo -d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in -grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate -in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi -aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta -dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non -si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli -e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la -guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena -dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando -che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel -desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto -valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui -fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il -cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio -unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi -pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un -accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito, -fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale -che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una -signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di -vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza. -Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto -ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano -la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia, -che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con -la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in -Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente -benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a -scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento. - -Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i -Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero -e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le -posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal -Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante -volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che -mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi -trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura, -v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e -per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli; -ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette -cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò -a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi -il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di -muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione -dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta -più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a -regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’ -soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono; -talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi -perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi -nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele -nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana. -Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano -anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze -fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano -traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed -avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente -a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici -coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali -paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere -senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente: -credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il -capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al -Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto, -cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da -un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto -venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor -fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a -morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti, -benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza, -ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza -lodarono il fatto.[56] - -In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza -fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò -vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e -bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura, -chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a -vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea -lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi; -e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea, -invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero -o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese -Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il -quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria, -apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al -che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e -col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di -Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato, -ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così -tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona -e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le -accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel -settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato -il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la -sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito -assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in -poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro, -tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato -in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo, -scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso -in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico; -ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti -del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava -a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le -paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme -convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè -alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle -file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse -tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad -altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero -alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i -semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico -andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la -vita.[57] - -I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re -francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per -l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e -perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano -contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta -la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva -firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere -Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re -nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite -le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati -Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i -Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i -Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con -allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini: -ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e -gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con -l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta -una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì -a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il -termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i -Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non -più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti, -e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione -gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia. -Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa, -le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e -poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci -da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a -invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il -disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri; -era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi -condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel -riscatto pagò grossa taglia.[60] - -Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato -dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già -nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande -numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla -Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare -in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi. -Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice -si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle -grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato -abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la -Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e -per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non -lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè -utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri -oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco, -e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la -protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè -i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto. - -Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia -venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento -lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da -essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva -costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i -Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma -e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in -pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a -Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati -i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la -città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie -aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva; -ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma -prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed -i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per -qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500 -reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini, -e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo -sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che -aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini -avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva -il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto -e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed -ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre -infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma -gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi -all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta -con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo -si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse -libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro -d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè -l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali -pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini -ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte -intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col -tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva. -Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte -tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a -un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal -Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61] - -Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio -era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto -insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte -dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este -consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la -paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi -e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che -i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non -bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla -Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena -ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato -giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse -nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse -condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la -nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi -dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e -dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui -da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei -Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era -antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti. -Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno, -perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione -nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si -urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli: -Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto -agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in -arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi -di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna; -nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei -governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo -e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei -suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le -sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste -continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi -furono entrati.[63] - -Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino -a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re; -Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai -Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo -dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di -Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia -si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici, -o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni; -quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata -potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà -incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il -consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo -d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi -dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe -facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi -ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo -si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un -trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva -egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con -certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini -l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza -effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario -co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca -accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle -campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con -qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto -a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala -parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano -la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se -non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64] - -Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il -giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva -recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio -troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre -del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed -immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re, -scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere -in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da -accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo -fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo -Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale; -il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona, -sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non -mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli -buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve -essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì -seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando -vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale -veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più -accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare. -Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già -essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente -concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli -spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di -Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si -affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo -negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto -i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501. -Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa -Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento, -fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel -primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a -patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle -porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la -città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti, -massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza, -Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte -superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove -stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona -che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in -Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era -stato traditore. - -Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto -la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere -nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65] -andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la -Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano. -Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai -quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di -danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo, -dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo -volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani -e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe -contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena -ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo -un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e -non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il -Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti -a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in -Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni -ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le -sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe -preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva -questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore -da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo -essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze -annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi -XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del -Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini. -Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle -Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli -che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva -fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle -istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione -d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del -Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese. -Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò -l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale -era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si -fece allora tra le due Parti.[66] - -Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata -stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare -contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto -ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e -le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato, -entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il -duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe -per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e -i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa -purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e -Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che -il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute -da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati -della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta, -e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva -tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati -anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi -in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in -questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o -fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad -un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un -Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto -signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci: -col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo -a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia, -scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo, -restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava -fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che -si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai -Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano -Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze. -Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio -sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì -forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione, -e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono -accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono -essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi -col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la -Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini -di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia, -chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni. -Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della -città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le -genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso -a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i -quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati -la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava -l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi -fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi -dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei -quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non -mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale -maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse -allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e -d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura -delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi -chiamiamo civiltà. - -Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di -Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde -medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione -dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi -avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa, -mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci, -dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di -Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare -molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri -Baroni, _reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la -milizia d’Italia si spegnesse_.[68] Pandolfo, lasciata la città in -guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli -correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a -cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini; -per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più -non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava -dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di -Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69] - -Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene -a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma -senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare; -mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento -ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella -provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le -altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio -se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di -Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli -Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la -Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla -Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi -regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva -durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo -esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città -sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle -lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli -Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso -dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori -delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con -tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno -dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli -Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo -i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di -storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per -mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di -Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero. -Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio -moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore. -Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono -in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle -sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri -Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di -Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono -i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e -memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga -avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie -dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo -procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503. - -Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali -nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia -col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione -effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta -che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne -allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci -un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla -morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città, -contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo -sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che -uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una -repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti -volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo -peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata -come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio -della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità -somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato -che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior -Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano -quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto -a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie -che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza -dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio -rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine; -lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei -maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente -Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla -formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto -indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano -i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre -quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la -libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del -Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento; -questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso -aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei -Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio -confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la -signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e -alle vendette. - -Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere -ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da -per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva -l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o -di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere -co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i -Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega -contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava -il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte -famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni -a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia; -nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le -cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi -governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea -pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano -le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille -cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali -il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni -a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e -procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o -andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del -governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile -alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica -nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio -dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui -pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre -principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati. - -Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo -delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria -di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo -maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i -Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si -traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere -approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa -nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato; -ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva -togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava; -quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo: -sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di -poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri. -Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma -era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse -dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi -uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e -della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli -Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso -dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano -arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere -vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano; -oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci, -creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni -cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte -e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso -grande odio. Gli chiamavano i _Dieci spendenti_; imputavano ad essi -le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne -le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto -più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine -lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato. - -La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza -dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che -molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande, -nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano -accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella -gravezza che aveva nome di _Decima Scalata_, e per la quale dove i -meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo -alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che -le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva -su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i -cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma -tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava -in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no -a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito -potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli -Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti -s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con -l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà; -e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero -relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero -affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle -varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i -carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e -ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il -maggior numero nel Contado. - -Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè -questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu -quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea -sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa -da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero -della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi -avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli -stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando -vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle -spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla -quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le -cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra -loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna -pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non -si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con -l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori -a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano -poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male -condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le -leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta -all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto -peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non -volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno -i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la -lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere -secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva -che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio -degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima -che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè -ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non -tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con -chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.» -Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della -Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli -sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e -senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino -posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri -e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in -modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe -prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila. -Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari, -erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza -soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze -nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive -cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano -mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in -tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte -a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per -forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa -seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e -grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di -reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a -quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano -far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi, -un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di -cui trascriviamo qui molte parole. - -«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere -autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni -riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche -scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo -che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo -presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito -in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè -per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che -i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere -loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato, -dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di -danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si -volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece -di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case -loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che -avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano -che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che -erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel -quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e -con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto -gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si -ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una -volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si -era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri -questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e -della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo -intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri; -fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli -spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto -perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al -Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la -febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà -tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi -e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e -in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad -acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo, -purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in -pochi. - -Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali -cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per -mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri -pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli -ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati -nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà -maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano -altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e -pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il -peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali -volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere -i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica -più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più -radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo -a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare -lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di -luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un -Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato -portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e -primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo -scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a -proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita. - -Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una -deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta -e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto, -come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere -abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva -la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà; -la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del -Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro -modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado -che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a -tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con -più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di -quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo. -Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere -pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita -in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere -il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali. -Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici; -i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse -loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non -avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e -quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati -dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e -punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte -guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse -ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o -di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il -che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la -Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa -Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si -vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi -della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal -Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio, -perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla -prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme -a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo, -andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in -agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale -intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto -solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma. -Entrò in ufficio il primo di novembre 1502. - -Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo, -e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena -di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di -mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri -e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento -poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e -senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini -di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]» -Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo -popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite -le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante -volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la -moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e -più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi -più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò -pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando -le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore. -Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze -standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta -grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco -suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu -creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro. - -Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò -l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano, -ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè -in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini, -andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di -Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi -della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un -segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una -o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare; -guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava -in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate -nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del -Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei -cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove -intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di -Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati -cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti -insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza -se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita -almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a -loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo. -Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più -lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte -per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio; -da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio -Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome -del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74] - - - - -CAPITOLO IV. - -GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — -GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.] - - -Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale -venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro -declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni -dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero -Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare -Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe -avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse -cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era -in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della -scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero -in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e -il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso -al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno -seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a -casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta -generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il -veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze: -ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione -dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero -morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che -si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei -veri. - -Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte -un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano -che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano -al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte -nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad -essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere -un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima -tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa -Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad -eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona, -ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II, -per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono -la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè -dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne -ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni -di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto -e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò -il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore, -e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si -smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di -Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a -lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle -Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono -Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi -sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono -abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per -l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa -lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi -forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel -Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo -i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi -per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo -ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un -salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato -molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome -suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei -più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva -in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed -ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva -sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato -a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea -di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui -si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re -aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta -di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo, -fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di -Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire -per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato, -combattendo per conto di questo alcuni castelli. - -Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la -condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e -difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma -dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi -maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma -duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran -Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che -si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a -tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume -dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza -cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando -seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là -dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli -effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli -altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta -si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di -Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano -degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese, -avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre -pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con -essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il -fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa -del monastero di Montecassino.[75] - -Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re -che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella -sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio -terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e -chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal -fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere; -intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio, -ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino, -uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano -anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e -mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare -ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti -Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo -animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma -pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre -nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò -loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a -Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi -XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza, -che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si -disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando -in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano -dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la -recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di -ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in -sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da -Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro -a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra -si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17 -d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle -fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi -molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso -a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede -tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere -Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva -pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore -Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il -Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere -i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per -le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni -avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò -l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto -dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti -Spagnole.[76] - -Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare -co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed -in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva -il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini -principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli -conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva -contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone -fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò -molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il -Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando -quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese, -scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode. - -Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri -ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai -loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni -d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun -principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi; -ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava -insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia -tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli -provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne, -qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di -Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate. -Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti -deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al -Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne -egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia -fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con -nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila -almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto, -escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano, -e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie -dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera, -tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi -da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni -di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie, -faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere -udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero -ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni -trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte -disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto -don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col -Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta -fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori -nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni. -I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato; -gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso -in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle -milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta -l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento, -presi e descritti nel modo stesso.[77] - -Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui -dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in -mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo -a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non -pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri -grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua -indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre -1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali, -venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo -Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della -Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva -con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio -quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere -per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di -là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani, -entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi -cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva -dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di -Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi -dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava -sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto -alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della -città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato -indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri -nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava -in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella -concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era -contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78] - -Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia -sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo -stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato, -oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse -qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti -da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i -Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re -saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero, -che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando -pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni -Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti, -acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva -poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di -Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79] -Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva -in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò -fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme. -Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili -devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con -forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova, -rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città -il peso della soggezione. - -Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto -familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire -personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato -dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi -convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali -vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza -chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi -dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti. -A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro, -Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte -dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti, -non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con -minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto -proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi, -tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle -Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse -un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco -Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco -tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del -Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei -Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta, -per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale -ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì -gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu -condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume, -venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe -termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il -Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice -della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo, -pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e -Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione. -Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno -contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre -maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu -conchiusa la Lega celebre di Cambray. - -Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati, -e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere -fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re -di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra -di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella -città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella -volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro -genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma -erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a -caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per -la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non -difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la -Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi -debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi, -dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini -cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi -vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero -molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare -nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con -Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare -assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù -dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano. -Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero -seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo -formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte -a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni -le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che -uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle -sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da -Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi -tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto. -Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi -che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per -natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia -sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi -vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più -inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della -città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai -quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle -ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo -erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni -accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini, -le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza -di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi; -e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni -sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano -quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte -scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro -alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni -Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino -faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel -che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi -mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano -strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il -che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli -si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82] -Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i -Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose -da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza -in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati -di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano -voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine -si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo -volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con -loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero -accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo -gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti, -col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa -un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza -d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste -pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta -promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza -ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il -_Corpus Domini_, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che -fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini -subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno -di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in -Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più -mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si -combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno -viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e -tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo -favore sotto al Principato alquanto risorse.[83] - -Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso -in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume -dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati -d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo -d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto -impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale -dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano -fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente -di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte -dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei -Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali -ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso -nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione; -il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma, -e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per -allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di -ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero -allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine -provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova -essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia -di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia -dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti -aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge -Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni, -dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori, -nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi -fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva. - -A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze, -Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare -ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in -tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali -non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano -incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella -avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva -bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi -volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva -per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli -Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a -lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano -danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e -negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei -sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per -rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano -il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila. -Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve -Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a -quella città, oltre all’uso delle libertà sue, _la possessione di tutto -lo Stato che attualmente gode_: in queste parole si comprendeva anche -il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma -intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua -dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della -Repubblica fiorentina, _ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum_. -Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene -che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84] - -Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia, -Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come -re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico -prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al -dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi -fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette -Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio -mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva -sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed -offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e -focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita -fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia -i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è -ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di -terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme -cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e -feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le -città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II, -venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella -quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato -contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della -casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno, -tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto -armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli -dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro -alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si -ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per -il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva -rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio -tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo -re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una -grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di -Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta -lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare -la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo, -si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con -false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di -Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86] - -Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi -aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi -punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora -avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi -il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di -Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio -lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città -dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano. -Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di -Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la -Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e -la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi -essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si -vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore -favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’ -Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase -segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo, -aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte -maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito -fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che -v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare -un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima -nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine -doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di -ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più -si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il -Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo -che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno -dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo -e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale -Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il -Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano -poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento -lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di -Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di -ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una -rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed -i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano, -accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro -a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione -alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo -impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87] - -Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da -Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio -a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano -i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone -di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora -Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere -investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a -quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli -venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli -Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male -disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada -inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era -ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano: -quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la -rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la -cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con -grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme -furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo -fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era -stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti -avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi -dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè -l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di -nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando -un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo -tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila -fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata. -Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu -respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il -quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra -tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie -di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il -Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco -degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto -dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra -essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande -ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per -certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei -Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra -le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera -contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi -agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un -colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome, -vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii. -Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre; -il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna -si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi -vincitori. - -Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il -sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia -sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori -forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati. -Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di -Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette -bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse -abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che -aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona. -Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi -gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza -col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato -ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano -Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava -seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato -dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte -aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che -Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano -i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di -Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella -Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma -e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma, -tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo -campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito -in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune -consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il -Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati -il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo -di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli -Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente -accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo -muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze; -ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto -valicarono l’Appennino.[89] - -Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini -con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori, -nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra -fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità -prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili, -avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza -che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e -non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la -recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome: -si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con -l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata. -Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai -Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica -amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva -di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che -una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare -in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere: -uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti -personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in -molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a -lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto -della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo -Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore -fu raramente ad altri concesso.[91] - -Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana -venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa -di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo -andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non -avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici; -ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza -istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli -acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando -d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che -il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo -mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in -suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega -contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta -a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia -scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città, -gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora -in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze -con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a -Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando -era già in via. - -Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici -veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era -peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro -ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più -incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze. -Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte -vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno -di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei -Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una -necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano -avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè -stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare -una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non -era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e -del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva -la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior -condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava -che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta -che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e -pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la -libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi -della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella -recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a -molti era un benefizio. - -Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi -viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella -famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva -speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il -Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato -da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo -alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma, -si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura: -compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e -il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era -un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza -cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in -Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o -per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora -che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome -dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò, -tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon -giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella -molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi, -i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito -d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere -pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina: -edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne -a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici. -Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli -di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio -giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o -troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò -mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua, -dov’era caduto infine dall’antica stima.[94] - -Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome, -famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto -caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia -andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve -ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione -di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la -gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che -un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il -Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e -così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo -condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo -mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne -fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo -lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo -fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di -farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che -in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa, -chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e -il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse -lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati -si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al -confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro -a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava -in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò -un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere, -che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne -aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che -era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il -padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne -qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città -era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui, -ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi -ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e -che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli -avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite -giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte -discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario -di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza -appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile -secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di -giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò -mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase -null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97] - -Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente -per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito -valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar -Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari -e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di -uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva -nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non -aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri, -nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran -piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti -più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori -e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino -allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato -aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei -Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro -a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati -con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero -i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di -denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro, -e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto; -e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del -pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere -sospese le sorti quando è necessità trabocchino. - -In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a -trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande, -al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte -della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli -pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse. -Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro -al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono -gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la -difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva -il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si -adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani -di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal -modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli, -astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato, -e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che -v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella -misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni -delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul -sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni -del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che -barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia; -non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le -robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini -anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè -non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei -soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per -cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo -d’agosto.[99] - -A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti -ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che -fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi -chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e -parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli -che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie -nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare, -perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella -libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il -Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo -Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè -stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero -i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per -allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con -essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e -al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio, -condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il -che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse, -tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai -Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza -delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona -guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo -qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona, -dond’egli passò a Ragusi. - -Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le -felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del -Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi -appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di -Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila -ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini -privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi -l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la -Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un -anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre -a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi -parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e -capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò, -entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco, -in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più -ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e -in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi, -dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi -con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i -Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità, -i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano -avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche -dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale, -che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e -che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti. - -La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata -da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare -in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima -tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove -l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi -era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con -atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi -in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro -che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità -ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente -delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella -stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite -dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale -frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di -magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’ -suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta -violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali. -Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e -Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli -e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in -Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi, -che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti -da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal -quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme -costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi -usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía -quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi -si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era -la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e -l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti -due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si -facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto -di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza -una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo -Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di -oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri -principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli -alla volta della Lombardia.[100] - -Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale -per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi -cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel -Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei -Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni -male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini, -ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè -bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini, -e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in -mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era -Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel -grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato -Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato -impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato. -Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre, -fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa -Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434, -non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi, -che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato -dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella -Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla -finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione -della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero, -si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano -anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola -più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due -giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo -fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata -cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento -ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si -chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di -chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di -buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove -l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire. -Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della -famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente -religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le -parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non -è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato -ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero, -aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a -que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè -egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla -vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può -trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani -infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era -in via che si recava in Roma al Conclave. - - - - -CAPITOLO V. - -PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.] - - -Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei -Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai -creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma -non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano: -eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene -esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto -di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale -nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in -certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i -godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno -a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei -suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava -possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo -d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto -prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza -renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese -centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche -allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi -di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora -essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla -devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle -fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi -intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica, -oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile, -irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e -smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava -nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti -infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della -Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle -imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la -sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco -Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri, -non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della -vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero -con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano -sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio -della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà -immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere -con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare -ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e -nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano -per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe -non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli -sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto -del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I -quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se -stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare -concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di -quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma -troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e -dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe -Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva -quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia -del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui -tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice, -chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo, -scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella -città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti -prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte -impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San -Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi -e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella -Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che -dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime -storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del -tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze -per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San -Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella -chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo -non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi -onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte, -furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di -pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la -vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in -Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza. -Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza; -si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle -con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi -già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo -a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse -incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza -dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma -presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi -affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran -dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in -Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che -si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa -parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli -imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo -del Vaticano la _Calandra_ del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi -non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare -e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo -le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma -quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti, -sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele -sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli -divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse -a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le -fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con -gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano -di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte -mirabile del gran dipintore. - -In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la -sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando -ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in -privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città; -liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.» -Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere -i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del -Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata -a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in -terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma: -il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere -della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa -più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti. -«Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’ -mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità, -le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei -Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che -il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno: -però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava -ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per -avversario notato.[108]» - -Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme -le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del -fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande -ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo -Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase -in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle -difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per -il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di -Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di -Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo -nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano, -avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di -nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii -tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal -Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che, -dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio -di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava -ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte -saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi: -questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici -e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava -di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si -traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati: -rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse -e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da -principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina -di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che -a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava -ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di -capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del -Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte -larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi. -Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di -Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando -lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò -propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle -dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati -gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa -fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori, -o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che -allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da -quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano -la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie -diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi -erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle -dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e -si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere. -Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori -che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero -al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni, -empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in -compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone, -imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che -ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e -da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano -ai più severi.[110] - -Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo -Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura -dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo, -e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne -di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici -cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena -travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco -degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi -segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel -comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico; -fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano -consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei -Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi -arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto -si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel -fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a -quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici, -che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima -promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci -Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto -avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato -Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni -cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del -governo della Repubblica di Firenze. - -Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già -negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le -convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano. -Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e -i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni -altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro -Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi -d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in -Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di -corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre -ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando -poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille -e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la -Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde -contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro -scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri -in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco -indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli -Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei -Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei -lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva -la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il -vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto -anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi, -assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille, -il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono -delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia. -Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso -alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare -aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta -sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano -rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma -fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da -Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole -aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano, -e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè -l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare -i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo -abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria -già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia -servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma -più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che -non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte -e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con -buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel -Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina, -teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica. - -Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno -Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans -aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane -ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti -cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto -scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo -con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite, -perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le -vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso -Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea -prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si -affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe -le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute -essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due -giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte -uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini -avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e -Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo, -patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue -mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava -in Milano.[112] - -Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a -quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva -quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col -re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare -sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la -corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel -partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il -Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza -di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara, -la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato -avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del -Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica -inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano -in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli -antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti -che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta -francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze -fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la -lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa -Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri -pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa, -nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche -dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle -ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma -salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui -s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco -Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti: -chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori -accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle -genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo -mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re -nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne -quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re -come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che, -ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco, -promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove -Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano -ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115] - -Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re -Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei -Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero -compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero -il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le -strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi -Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito -dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna. -Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con -segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli: -pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli; -e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città -e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è -possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica -sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei -quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a -quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito -e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze -pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei -Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo -moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il -migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo -intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare. -Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato -d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva -per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte, -dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva -l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non -bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva -condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del -feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura, -commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa -di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si -ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero. - -In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore -continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano -aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia, -quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le -Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo -e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes -reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace, -cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani, -che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno -1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza, -l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia, -ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie -mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza -non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu -grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza, -dopo alla quale non è che la morte. - -La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava -oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani, -soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più -illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi, -seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano -dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli -seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani. -Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il -quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato -d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix, -signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di -Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il -quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo -tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse, -intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re -col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e -fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni -Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande -numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi -entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero -pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita -reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese -d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto -freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello -Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini, -obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea -dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava -profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa, -poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè -dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione. -Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo -ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare -in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena, -ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune -settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò -al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non -essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della -Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria -e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari -nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se -avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti -per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno -dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra. -Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non -s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici -il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco -le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che -Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella -guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila -ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più -tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col -Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118] - -In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni -pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni -volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli -antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei -Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di -guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta. -Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese -Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo -lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi, -ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il -cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con -parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un -giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre -offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè -lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il -chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso, -fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato -e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale -Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi -grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e -soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi -del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma -senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto -fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò -fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori -complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza, -il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni -del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro -all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a -lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza -d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai -parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli -per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane -lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai -promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè -gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi -contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro -a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma -a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in -Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi -peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia -fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o -poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi -spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei -Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie -una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti -di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze -in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato -in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe, -aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava -di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo -cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica. -Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva -colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio, -molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva -dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con -essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era -necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal -governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani -a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando -gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti -gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere -attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi -temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari. -In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi -nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a -governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove -lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero -atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi -morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico, -non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di -un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4 -maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere -partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina -di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio -Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato -in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era -un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava -riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso -creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava -in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si -era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale -Silvio Passerini di Cortona.[125] - -In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per -la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano -forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani -entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero, -avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in -mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo; -nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era -con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria -nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due -nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano -più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era -destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte -già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo -concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il -nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto. - -È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta -grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era -egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito -con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o -che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole, -sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la -scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo -principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si -vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava -tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare -in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e -Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come -suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del -quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un -Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare -con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto -Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo -che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le -armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro -d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni -pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti -gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa -comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero -insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale -acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio -superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al -dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò, -aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per -il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal -Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di -Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un -fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo. - -Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano -tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare -che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa -della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato -scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei -popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i -Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il -terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che -la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano -in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un -secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione -all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni -di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto -più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non -mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione, -portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per -ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso -i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati -come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti -che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che -una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più -gradito d’unirsi invece all’Imperatore. - -Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo -re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di -Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si -preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima -quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè -uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega, -che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea -rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi -tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione -promette osservarla _verbo romani pontificis_. Non poteva essere -infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato -d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti -sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della -Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del -sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il -motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei -sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la -morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di -procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè -una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze -era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici. -Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che -morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio -nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe -a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne -un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto -con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli -storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126] - -Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel -giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono) -arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei -suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza, -per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il -ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato -e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di -cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è -che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva -seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea -recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano -duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e -Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa -dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano -pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai -Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in -Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi -fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella -città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega, -già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza, -per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo, -deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra, -portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio -da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre -d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri -danni ferocissimo capitano. - -Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega -direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra -molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il -Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio -Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi -del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani, -e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col -re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il -Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini -con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra -’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si -partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con -forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato -il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli -Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno -apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici, -il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua -passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe -in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco -Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri -fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano. -Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi -dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di -Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni -ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano -sotto al dominio della Chiesa.[128] - -In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità -delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana. -Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno -prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare -tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi -racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio -verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche -grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un -altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per -il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni -affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la -cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando -il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu -côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa -da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina -del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che -il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per -gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere -egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo -d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu -liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere -gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129] -intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione: -cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto -degli altri, ricadevano sopra di noi. - - - - -CAPITOLO VI. - -FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE -VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.] - - -La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi -ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste -andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il -Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero -costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli -Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal -morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato -di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo, -essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino. -L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un -altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero -di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa -Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta -sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più -giorni. - -Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si -chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed -imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che -aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a -impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente -ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano -innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi -avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e -molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella -mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto, -gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto -Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma -temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come -un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione, -fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la -Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto, -di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia -quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle -mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa -di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo -Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere -della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero -Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di -mare. - -Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco -Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi -questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato -battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro, -espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva -posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva -mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di -sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro -a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto -di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le -cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’ -Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti -di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca -d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal -Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo -da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già -entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni -cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino -ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto -Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che -molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di -nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti; -Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131] - -Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo -assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della -Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre -avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non -avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella -bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato; -laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni, -perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere, -al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla -costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani. -S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva -dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città -potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che -in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli -teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli -animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e -molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati. -Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve -non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro -dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza -impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non -era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si -aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva -fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre -secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano -sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni -cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse -il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta -della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli -Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i -pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere -a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come -più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto -Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore: -il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più -savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci -del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le -speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per -la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così -fatte dimostrazioni furono molti che non crederono. - -Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati, -soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai -aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi -stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più -insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano -convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola -del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri -a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano -cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri -sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio. -Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei -pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro -debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più -lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta -famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio -Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella -spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di -mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma -col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella -impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove. -Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi -oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare -il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per -liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese -addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il -Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti -pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa, -furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi -luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre -degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto -che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli, -tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata -la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini; -ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà, -invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua -mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli -impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e -al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma: -il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi, -temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò -alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di -fanti.[133] - -In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila -Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro -agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva -assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove -gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi -in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti -ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo -svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della -vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè -la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già -famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto -disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro, -e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un -accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova -che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto -d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una -breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro -alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco, -deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che -seguitava la parte spagnola. - -Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove -Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via -d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le -norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e -nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo -grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe -anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo -al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi -per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi -avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo -aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò -la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse -temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio -per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia -di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e -straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima -stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i -modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco: -ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con -lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i -Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto -era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva -essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a -rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico; -e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o -se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse -che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice -separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse -virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e -alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro -di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti -carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare -l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie -che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un -mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato -vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva -Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi, -dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e -fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e -di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora -molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla; -dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi -dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e -selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano -spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano -mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in -quella Roma il miser uomo avea trista vita. - -In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella -Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà -degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni -di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane -Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi -portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse -dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre -contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire -in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non -che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da -riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V -mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore -a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero: -imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila, -a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di -Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via -d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava -alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di -possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti -al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel -ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua -mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in -Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano -con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da -essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si -astenessero dalle violenze. - -Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche -agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al -vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano, -al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto -per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca -e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare -a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici -allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di -cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo -era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che -molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al -Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e -togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori -Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale -Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere -in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione -ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva -nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani, -privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora -conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando -arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e -i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti -insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani -si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in -guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e -poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con -esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si -scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone -suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo -Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione. -Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con -molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato -in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte -di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in -Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri -autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri -in quella regione.[138] - -Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti -stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta -giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli -dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero -de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle -costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando -eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni -speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico -aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome -e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per -sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si -teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo -scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma -tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la -fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario, -patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il -cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’ -19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il -papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141] - -In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza, -la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle -sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto -fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere -papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe; -e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse -che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima -di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato -andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi -correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la -sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore -di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava -bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi, -per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un -vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente -parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così -fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel -giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città. - -Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore -che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici -con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale -forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non -erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette; -intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati, -cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome -d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine -loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe -stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo -alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che -lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte -qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il -comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario -modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile -di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme -dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza -mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi -la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di -una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno -la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste -nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune, -persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa -sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era -usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno -a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo -Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo -supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di -sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando -l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole -si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa -stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle -varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o -più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere -la riapertura del Consiglio grande. - -Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo -Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola -rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella -famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel -giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia -e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e -Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato. -Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da -Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i -Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo -Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava -sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto. -Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di -una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno -franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio, -scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età -corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù -ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle -alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado -la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa -Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli -altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non -aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi -a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla -madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano -con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a -quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui -mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava -tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di -quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello -di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza -della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò -a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla -fortuna che a lui parvero mancar sempre. - -Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè -d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di -sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una -gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua, -diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi -e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di -modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla -morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare -la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi -però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella -Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il -ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore -all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta, -mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino. -Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della -madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente -nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove -egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un -confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu -mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio -Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi -aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144] - -Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna -essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto -l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio -Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli -ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di -una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente. -Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che -mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per -favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio -da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta -oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di -Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti -conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza -militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in -mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato -virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto -l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne -la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti -ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente -devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime -estorsioni.[145] - -A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti -d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti -come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata, -era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile -a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era -stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva -contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva -che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da -principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto -più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del -vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il -che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura -capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo -di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde -quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato -ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui -dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e -accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu -incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva -grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non -fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali, -quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi; -ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto -ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio -Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra -Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre -e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato -distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena -d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la -preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che -la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna, -e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva -in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al -regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina. - -Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere -prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo -V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il -Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che -da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano -posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque -mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani -fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a -grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora -grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere -del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli -aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra -salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia, -il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta -e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non -s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a -quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne -seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva -si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore -della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva -condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in -lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza -d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla -perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano. -La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio -quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara -gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi -allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco -di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio -del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece -là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti -principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia; -il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli -col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per -tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi -ritenuto con grande ossequio e buona guardia. - -Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la -debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia -dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende -impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta -per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una -donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e -perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi -dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi -salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero -dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale -modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia -di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania -con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per -animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si -unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia. -Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi. -Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato -che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al -Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior -uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli -stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che -molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua, -tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato -da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel -quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso -di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano -obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte -della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne -furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e -messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che -mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi -a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano -sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che -mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto -poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e -molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti -italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli -sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini -che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza -di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più -sicurezza. - -Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato -in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di -tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra -in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e -stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare -nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli -fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che -bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria, -che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta -la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già -dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe -egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma -protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte -volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la -Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia -per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una -forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di -qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia -pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e -del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè -Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di -Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia -non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato -di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era -lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco -le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle -fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia -a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine -d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero -in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’ -18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma -d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima -le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto -dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per -questo modo anche l’onore. - -Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia -senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega -col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della -Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria -degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva -danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il -duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un -assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla -signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma -ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il -suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo -politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire -ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro -di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo -attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso -accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva -una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia, -Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte -stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando -bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe -conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno; -ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo -ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio -volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in -mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene -sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel -partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria -Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la -trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo -dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli -uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo -dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico -degli Imperiali. - -Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia, -donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno, -da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione -che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una -Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di -Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso. -Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai -non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli -Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos -marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza -era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione -contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della -Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine -Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle -fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con -autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso -fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva -con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel -Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia, -che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri -in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non -giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello; -nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che -l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire -Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con -Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle -dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che -il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però, -nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato -impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali -essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi -della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse -a Gaeta dov’era diretto.[150] - -Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma -stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti -del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza -degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne -mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà -loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città -di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni -luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con -l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel -Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne -architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine, -uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte -delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio -furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una -ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151] - -Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a -dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo -di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre -vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama -con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli -e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano -di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un -trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre -fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco -una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano -con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di -San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si -raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più -abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo -del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo; -e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del -tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano -i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano -all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel -Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle -case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente -sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare -i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria -dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua -famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni -ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi -agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso -era un preludio vergognoso di giorno più tristo. - -Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega, -tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe -l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto. -E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il -governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che -male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire -tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva; -e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma; -e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova -non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in -lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi -Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era -accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma -intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che -a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva, -e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo -presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di -quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli -fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande -uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava -oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre -qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che -dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere -l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere -stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco -innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli -scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor -Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli -venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era) -l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di -Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di -nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca. - -Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po, -cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di -Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati -dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a -Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria, -dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale -di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava -indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di -aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già -per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese, -il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi, -fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici -mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno -scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine -e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella -nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva -direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni -cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio -antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava -innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero -disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e -il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo -questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per -la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente, -devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove -la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone -che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi -negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano -con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero -finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto -danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli -si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da -quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla -bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai -soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano -per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano -al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito -dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva -ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era -trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse -con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno -di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire: -un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli -Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di -Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto -condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal -Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville -dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare -accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco -aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa, -nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le -cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il -Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno -cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare -le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse -a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento -mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona, -uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse -esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre -erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati -d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte -provvedimento _sarebbero stati una mattina presi nel letto_: il Papa -invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande -Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e -traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il -Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra -loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte -d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in -tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale -tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini -pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai -nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire -ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi: -e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di -maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e -San Pietro.[154] - -Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la -battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto -qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la -quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano -poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali, -ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i -nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi -agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse -al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa; -il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo, -confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè -mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a -gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali. -Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo -il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono -per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla -preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma -abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case, -le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le -chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli -fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa -alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non -si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti, -di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti -di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le -taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto -mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi -del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte -d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati, -gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti -forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate -care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna -tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani, -il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno -andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse -trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno; -prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri -dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in -quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono -sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e -più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa -ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime -condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di -Firenze già era caduto di mano a Clemente. - - - - -CAPITOLO VII. - -NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI. -DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. - - -Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò -Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai -ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al -duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai -Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi -più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste -cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice -di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli -Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della -vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio -piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai -moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene -la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di _mannerino_, che -a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non -ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni -piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole -confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali -tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati. -Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile -suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si -accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a -rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò -molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non -tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si -era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non -si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti -più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere -avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli -fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.» -I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua -conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più -ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo -Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi -delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri: -quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli -fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava. - -Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva -al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì -«e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero -adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se -io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non -si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non -debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè -anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia -ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici -non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò -fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli -Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori -per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine, -e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli -e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a -Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione -di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito -della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona -perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere -l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto, -a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse -al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato -lo Stato in Firenze. - -Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che -nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli -faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo -le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla -vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad -un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e -godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo -mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio -e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro -e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano. -«Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa -e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti -per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi -ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio -quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni -reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti -degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco -di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi -vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni; -e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di -tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi -sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.» - -Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore -della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi -pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo -scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che -avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri -del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva -di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del -conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono -a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di -Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non -essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a -mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui -non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, -le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse -dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che -«a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a -conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve -a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo, -gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa -direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per -quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le -quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi, -ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il -Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di -molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini -solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli -avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della -Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come -esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi -a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando -quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai -loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro -medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze -del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente -speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde -hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del -Machiavelli. - -Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella -Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al -libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e -il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero. -Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun -rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza -da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile -attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti -ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne, -la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni -che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era -più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi -sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano -e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel -mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città -italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro -sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre -nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie; -conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e -vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una -necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’_Arte della Guerra_, -i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano; -volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di -quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle -molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause -della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase, -quanto alla pratica, di nessun effetto. - -Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la -forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del -mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che -noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto -frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone -cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le -nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai -grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio -della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo -i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero -delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati -in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono -ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto -una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad -un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in -canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il -campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un -popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere -che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il -Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e -non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse -mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto -ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza -quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che -egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi -farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti -fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore -aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi -dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando -certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti -delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade -nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria -dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli, -e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi. -Nè quel suo _Principe_ educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi -s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo -cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli. - -Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in -Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero -nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge -ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi -malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in -un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per -necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle -leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè -stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate -quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè -nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti -nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri. -Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima -disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli -Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più -coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo -e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel -vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la -vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro. -Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e -popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e -sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San -Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io -credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne -concessa. - -Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione -di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e -fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere, -ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a -un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in -sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie -principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la -fortuna e vedere _se la se ne vergognasse_; e dopo lungo esercizio -in cose di Stato, ambizioso _di servire a chi reggeva_: ammirato e -vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro -e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli -maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza -che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi -e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia: -ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate, -grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione, -come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè -spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia: -come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno -del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e -con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale -l’Italia. - - -Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande -uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di -Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli, -non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma -uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare -in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del -pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene -costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di -Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde -tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta, -esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria. -Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è -visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea -attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione -di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare -dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto -e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria -congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando -sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più -elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già -che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma -trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che -a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia. - -Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre -vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo -scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava -ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi -a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della -famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e -vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari -discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora -patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici; -poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi -ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei -Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con -Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile; -per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano -generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col -Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era -in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino -e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo -troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare -il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e -consiglio che nulla lasciano da desiderare. - -In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a -esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi, -discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine -di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo -proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in -questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da -lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso, -quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie -sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle -date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi -d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le -cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui -come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di -riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia: -niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi -stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli -produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo -cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione -dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere -inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli. -Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le -guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza; -ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro -le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono -i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque -abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra. - -Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la -patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in -quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura -l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava -i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire -cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno, -ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando -in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa -occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono -grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle -Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè -un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa -coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini -ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più -che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne -la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a -spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè -basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare -mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi -doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore. -Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro, -superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi -modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come -procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e -superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento; -a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma -dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non -andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che -gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara -sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto -apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste -apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro -modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga -il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a -trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale -non s’era per anche indurita in colpe maggiori. - -Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù -delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in -che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse, -come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei -Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo -solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci, -primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio -di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo; -perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii, -saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe -più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli -non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi, -si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che -a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che -avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al -Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe -voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel -suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si -era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita -dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto -a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle -private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto -dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del -che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la -città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol -dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè -memoria odiata nella patria sua. - - -Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria -nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi -due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui -appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano -del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso -medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista, -ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza -dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio -d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla -continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole -dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra -incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista, -perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime -con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo -studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di -sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili -come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che -niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti -per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio -paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri -quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel -morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo -divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio -che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale -degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento -dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio -del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava, -sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro -del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel -suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero -scalpello. - -Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere -piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine -che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado -cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli -avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte -volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel -ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto -più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al -quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte -poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o -disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor -Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non -mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i -bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti -concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di -liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione. -Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il -pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni -volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già -dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta. - -Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così -mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi -anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa -di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè -maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del -pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo -regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi -com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano -alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua -diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.» -Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una -volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa -d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua, -che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè -e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di -Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con -cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe -fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo -fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero -andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho -comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il -modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano -lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande -accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre -glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il -divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre -era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta. - -Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva -ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato -l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità -d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno -che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto -sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di -uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era -abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il -Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai -fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi -nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio -era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva -del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura. -In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo -egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre, -onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella -figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara, -cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei -molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di -religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in -essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due -nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale -erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero -sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il -mondo. - -Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa -l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo -doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era -stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede -innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni -avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio -venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed -egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde -si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per -questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni -cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre -l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per -tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del -sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in -sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello -uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua -propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci -cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò -il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte -essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni -parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino -alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza -del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo. - -Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò -altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi -pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e -molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli -abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle -prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola, -mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse -in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse -al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè -avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece -mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre: -chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella -Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare -l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni -secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui -dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il -genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei -cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde -la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in -ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti: -tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza -di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri -Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a -seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue -vie. - -Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del -perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva -toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di -Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi -che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due -giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto -dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a -disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo -conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè, -poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non -vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè -altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro -a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a -salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che -saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba, -capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove -all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede -un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori -dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel -che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che -aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe -cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali, -faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal -vivo. - -Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua -stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte -vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino -all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a -quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in -una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei -nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli -dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una -tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima -composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene -ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato -e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e -pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i -loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale -gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu -vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte -aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando -potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui -riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere -nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe -stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva. - -Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu -consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della -città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti, -seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi -classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate: -nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla -cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un -suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura -di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti -estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però -si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le -aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del -voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure -da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi -su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a -fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere -cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito. -Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti, -e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta -la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una -quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla -sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto -ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e -importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per -gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato -mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a -quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti -voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi -apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che -oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà -d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo -Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564; -nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo. - - -Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una -descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in -qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni -Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle -descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne -poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la -statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai -fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella, -ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che -sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto -si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume -di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose -quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon -conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città; -ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i -battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso -opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non -contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero -dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero -dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese -collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le -confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle -più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di -carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione -ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in -diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni -della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate. -Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi, -dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da -limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo -Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici -mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più -dal pubblico in limosine. - -Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che -avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo -essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il -settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze -vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di -Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie -avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede -tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una -ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate -per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case -che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione -dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi. -Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza, -chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno -dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il -lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie -loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di -quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state -ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui -davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla -vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto -scriveva in sua lode: - - «Se dentro un mur, sotto un medesmo nome - Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi, - Non ti sarian da pareggiar due Rome.» - -Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia, -Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni -sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la -mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento; -e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica -mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti -dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori -col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli -di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano -essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle -Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate -della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini -d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di -maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana -di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello, -cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri -della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila -novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila; -dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo -d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti, -duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento -cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al -giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie -di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole -guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro: -nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, -settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad -arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto -tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò -di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila -cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a -cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe -d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per -terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si -maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e -della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila -pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette -pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di -moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete -forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi. - -Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza; -si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a -vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome -o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava -all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i -quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire, -il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva -intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava -che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano -altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più -fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute -dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma -nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del -mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in -Italia più avessero accolto i nuovi costumi. - - - - -CAPITOLO VIII. - -CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO -ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.] - - -L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori -quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze, -dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti -sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere -goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i -cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il -popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più -servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei -Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza, -secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede -nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi -era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli -e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro -governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa -mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali -sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare -dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa -paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a -forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un -padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e -della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia -più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche -i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al -principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno -di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze, -massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per -parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso. -Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con -gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela. -Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a -Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la -parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo -di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale -ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto -a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso -ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era -da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati -che li combatteva.[157] - -Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli -e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle -necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi -carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via -d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che -si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto -licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il -terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere -le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta -di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi -avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la -paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato, -entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e -vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la -via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto -fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu -salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici -il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi -tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i -due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini, -ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi -al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si -avvicinava alle porte di Firenze.[159] - -Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito -e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo, -uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale -disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che -i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di -giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini -di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a -provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere -Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute -parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure -quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si -offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto; -avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non -ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano -intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro -alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto -aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e -decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano -indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato -a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati -nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza, -della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al -Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano. -Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di -Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il -Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne -alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto -e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio -del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora -un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi -dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria, -e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a -tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel -quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si -tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese -quell’atto.[161] - -Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso -Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e -senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere -gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena -la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe -loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia -e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello -Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta -alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo -di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del -quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente -devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte -notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze -fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto -irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu -mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però -guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163] -ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè -Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti -perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero -in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai -cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164] -Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei -primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa -de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la -bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come -il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in -Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in -nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi -innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio -generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi -che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi -e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri -cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio; -ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli -per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi -furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono -pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e -il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono -a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone -loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella -di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari -pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti -dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la -frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da -quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella -città. - -Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto -aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola -tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde -in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso -nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè -gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di -quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa, -come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù -l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel -mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici, -o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro. -Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle -cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie, -pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo -largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile -a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri -Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non -poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e -cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà. -Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice -e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel -convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle. -Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in -arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini -delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al -Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii -la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli -che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi, -col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi -maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica, -abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel -1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di -guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè -la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e -bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero -riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del -quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si -radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento -cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin -lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo -rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere -il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e -infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal -primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse -divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due -mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che -avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta. -I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici, -e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da -ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto, -nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie, -com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con -ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti. - -I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè -d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si -dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli -d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo -di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini -diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come -quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile: -così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli -Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali -volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè -nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici -di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la -parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si -avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi -civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di -Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici, -nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei -migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli -antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici: -in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte, -perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, _quattrocento -fave ferme_ o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di -più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi -nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed -appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano -lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai -Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro, -spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si -accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi -che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano -oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto -il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro -fortuna nella sorte delle armi.[165] - -Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome -la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si -opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza -voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti -essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva -Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio -guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia -presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e -insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna -o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello -che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono, -sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più -facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra -alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore -tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una -mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello -che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con -altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate -sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle -milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate -Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso -esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice -nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città -d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da -Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto -Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle -galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa -rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma -e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e -vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi -nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma -forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo -nemico. - -Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono -molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il -numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento, -fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero -per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo -grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione -del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave, -costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e -amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case -dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme, -così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno -ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la -Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse -ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal -Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il -Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio -Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte -Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo -e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di -quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di -Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato -formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso. -Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà, -crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era -già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato -i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella -parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati -prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di -Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi -fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra. -Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi -di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia; -Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi -attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni -giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo, -andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di -cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria -ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o -scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma -nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria, -vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali -cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria, -che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero, -nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo. -Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con -quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi -contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano -a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto -co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste -riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e -co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse -dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari. -Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale -attestasse la solennità dell’atto. - -Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca -di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva -racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più -che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro -Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il -quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto -favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy, -il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe -d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma -e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi -e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa -nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e -avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli -abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto -l’esercito di Lautrech s’accampò intorno. - -Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una -battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse -le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a -Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e -oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste, -parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro -alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta -l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie -assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per -la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del -Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando -al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi -giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come -traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima -aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo -a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’ -Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite -o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian -Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a -Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta -vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati; -al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni -che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei -Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono -contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più -forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono. - -Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia, -poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori -effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già -lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia -di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre -l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un -governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo -periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea -Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande -servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben -meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure -ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi -sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre -maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene -a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro -avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente -sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con -diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè -trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati -e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue, -tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo -Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande -accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero -l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti -a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno -il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da -Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli -rimanevano. - -In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei -Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato; -cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza -contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la -signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel -tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII -tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi -a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato; -e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni -indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e -questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che -gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo, -essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da -Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto -intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità -dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano -per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti -nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al -popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè -in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era -il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè -vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel -timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il -Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale -fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano -la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6 -novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i -Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi, -benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un -cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si -scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere -nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille -settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o -spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve -cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo -con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati -decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione -tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa -quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra, -scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier -Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già -Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’ -più accesi verso il popolo e la libertà.[172] - -Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia -del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi. -Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un -comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno -a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza, -sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi -trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro -voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la -patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene. -Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace, -essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli -altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono -insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe -in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si -credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare -quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli -degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo. -Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare -insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il -ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli -radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è -un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse -in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a -giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e -di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un -partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che -fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni -decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in -sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo -di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo -che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se -veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un -gran cittadino. - -Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni -parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla -sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che -persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti. -Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto -poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli -più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che -sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo -del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo -com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono -essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già -era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata, -diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato -un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in -Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto -che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione -in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo, -era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato: -infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo -eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio -di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto -ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa -famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome -Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti -ultimi di questa Istoria. - -Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo, -quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini -importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli -dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose -mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo -della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più -la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito -cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma -nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al -futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione -alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il -Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando -a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle -robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti -vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente, -ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando -era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un -cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di -lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due -Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze -il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi -cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e -Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto -in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico -al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli -nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente -al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone -d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto -manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con -quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili, -nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro -temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e -ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose -di meno importanza. - -Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò -una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da -Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta -in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi -Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e -che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il -Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro -chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo -d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento, -deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi -principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia; -il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso, -ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi -deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era -gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di -Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene -avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero -che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del -Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla -fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior -parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso -ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica -legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza -essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e -parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento -degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano -condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra -molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così -tornò a casa.[175] - -In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare -facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa -Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse -chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando -inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in -Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle -armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che -Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe -offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi -adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato. -Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male -disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello -dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che -taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni, -gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato -le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia. -Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava -per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a -visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si -era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci -in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè -e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre -pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma -sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente -come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei -figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore -insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici. -Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e -poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV. -SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi -depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non -vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo -come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche, -si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a -noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo, -con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si -potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto -ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma -che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo -loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era -il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze -gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse -ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova -e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi -Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta -ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde -in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi -dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi -e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva -in esso più che altra cosa il sentimento. - -L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia, -avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno -1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che -la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado -che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea -di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta -in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva -dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi -ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad -essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto -questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere -via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere -qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta -nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in -briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico -divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella -delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la -recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne -l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle -armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal -Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura -che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli -Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa -medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava -tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia -al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano -stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno -ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero -dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente -gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in -Italia per la corona. - -Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano -riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto -poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti -in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale -anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero -creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli -mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno -che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè -l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono -smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray, -Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo -V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso -venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle -due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la -Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione -e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento -mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con -la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza -a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era -inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie -per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli -uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie -vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il -Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani -alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate -combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua -schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più -debole. - -Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da -parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano -peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui -confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare -alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta -città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e -abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento -degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi -trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che -voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non -sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso -si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito -fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a -Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano -in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a -Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di -Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: -allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano -quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e -i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione -circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava -fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto -non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come -Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i -Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli -amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea -scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando -poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo -aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle -piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad -essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo -da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A -questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray -a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori -costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] -Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e -leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia -erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei -Re. - -Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le -speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico -non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso -aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, -«procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che -il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia -pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso -d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri -Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato -dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale -Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna -pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, -le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la -difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti -e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e -gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il -nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di -parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava -modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli -ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali -entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. -Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse -una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno -al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di -Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più -prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi. - -Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta -necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando -l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che -Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: -lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille -cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila -venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo -dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non -contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino -allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei -popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una -continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi -era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse -fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui -ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero -non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo -di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel -resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla -Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata -come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; -col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; -divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo -V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il -possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature -dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna -poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa -non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze -e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui -era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia -con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, -abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria -conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: -la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al -popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che -a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli -antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; -l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato -di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, -come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o -poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori -con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era -col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa -fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra -grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte -nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il -Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di -Firenze. - -Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi -col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi -confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e -che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra -guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente -stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal -sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali -di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a -morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre -alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio -comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica -vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece -che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti -amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo -a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami -e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni -come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, -che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano -mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore -per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non -fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo -freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare -le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto -imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni -innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni -erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul -modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento -una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella -fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria -premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere -vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano -stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella -Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva -guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. -Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di -uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori -di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno -dell’Aragona.[181] - -Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto -alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano -gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad -essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati -pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi -fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel -rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò -in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello -Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove -appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire -novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in -contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne -fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo -Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. -Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo -alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi -condotto questa misera patria?[183]» - - - - -CAPITOLO IX. - -APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI -DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.] - - -Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, -che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione -al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti -e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel -mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del -luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per -conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè -ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. -«In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro -non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e -la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che -vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi -gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco -di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di -Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti -erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano -alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza -veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in -Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: -più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini -d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia -scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera -e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier -Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un -Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che -menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a -Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con -tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, -avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello -ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila -de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri -che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e -poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di -quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo -dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i -venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla -speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente -da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli -riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare -sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non -gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella -bella parte di Toscana.[184] - -Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai -Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai -Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale -non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno -fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio -primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; -finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, -disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro -nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel -tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese -di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i -patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da -spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, -il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso -nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno -la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna -e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, -mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, -non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando -convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva -quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, -salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio. - -Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange -di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore -Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della -Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli -di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze -circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in -guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto -mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange -aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era -fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, -nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le -condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai -ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, -e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello -Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi -nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove -sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva -non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle -loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un -condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere -egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse -meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa -città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti -d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un -uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto -essere cosa loro.[186] - -Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la -via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 -settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, -dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, -convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto -quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati -di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una -leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, -vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, -lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; -e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea -fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu -saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era -commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, -il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e -come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, -abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del -Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli -ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse -difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno -alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini -avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere -licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati -sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, -rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille -soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando -già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si -continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto -innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. -Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano -tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non -piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano -della Repubblica.[187] - -In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e -la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e -confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue -cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici -dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per -deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo -molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto -con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle -farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano -dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu -tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno -alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al -mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si -mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa -si era disciolta.[188] - -Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa, -nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè -taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di -allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco -Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed -ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto -fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la -commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere -che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non -avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino. -— Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere -ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena -fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e -non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre -molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di -questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai -con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e -alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte -cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi -del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito -alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di -tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora -gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo, -grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo -erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter -trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular -governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli -aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle -leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con -la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare -essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità, -la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima -recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che -lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo -grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua -Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano -fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di -tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare -al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la -città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità -facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei -noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo -giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga -avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più -efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo -di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha -voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo. -Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e -commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno -riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia -da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver -preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere -ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per -potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di -tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato -che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a -questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto -intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. — -In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non -essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità -non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li -sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole -e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto -asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità -non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato -sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà -noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro -discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di -essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando -a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata -provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva -il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre -ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e -Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il -mandato. - -Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo -sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non -ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che -si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline, -conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori -Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria: -la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un -Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto, -che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo -di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire -dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio -Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava -il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro -con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere -induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo -stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che -solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine, -riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come -per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta -San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure -i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un -messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai -prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte -d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte -e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta -fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza -qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di -rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente -udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi -a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi, -anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in -Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già -solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali -il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191] - -Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui -tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere -chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale -potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le -lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno -esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui -si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non -solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma -eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava -la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa -fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo -di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale -pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato -Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita -cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini -essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e -dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra -fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri, -la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo -a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo -esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari, -essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri -per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo -queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare -il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni, -eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni, -deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente -la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi -la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di -danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di -non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero -tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi -palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore -di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era -usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca -testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e -fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene -ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e -grande concordia.[193]» - -Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti -contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via -d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati. -Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati -per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non -comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in -quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni, -Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni -fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli. -Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in -segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in -Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone, -passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a -ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con -l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere -fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della -Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a -piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei -uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra -quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati -diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il -tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano -de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il -Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre -altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato -cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei -Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In -questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa -magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei -Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo -stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte. - -Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a -Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi -diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro -care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di -giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla -città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini, -per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità -o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia -d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito -si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di -San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo -Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione -desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto -bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando -difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio; -il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi -mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo -Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle -Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu -suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale -stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto -prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i -nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila -buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri -di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di -circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da -36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere -più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte -erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per -capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi -del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli -era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni, -che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono -Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini, -non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese -nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio -che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse -tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare -Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi -volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti -alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e -tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di -un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari -modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti -o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio -nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro -pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza -di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una -parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti; -istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o -inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro -amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi -termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure. -Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie -laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni -delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre -il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano -intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti -di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario -allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di -universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio -custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per -tutto l’Assedio.[196] - -In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare -con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato -dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il -terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva -Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico, -Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta -era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe -a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea -nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza; -nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e -pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del -Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista -che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita -pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia; -e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti -onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca -cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria -bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi. -Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non -per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò -alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da -San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti; -altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono -altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma -trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti -non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o -con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti -degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire -ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il -nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al -che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate -dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella -disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini, -i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria -nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori -provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero, -potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi -innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii -oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto, -non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo -di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà -questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma, -quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è -oppressa. - -L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca -sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini -infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo -devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto -era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano -i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti, -dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in -preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una -Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle -mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale -ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi -con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi -annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10 -l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare -nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla -città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro -innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi -gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i -broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto -avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra -parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio; -il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli -incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera -dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità -di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli -animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo -per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più -copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo -volontariamente. - -L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse -dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi, -perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore, -male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero -inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade -cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente, -che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse -pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi -che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che -l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi -in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei -Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi -artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203] - -Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da -una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio -trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di -questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva -dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava -un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero -in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro -lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi, -torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San -Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario -Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro -Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori. -Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce -stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo -colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere -dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda -stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio -e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla -guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte. - -Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi, -a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da -oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino -all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo -di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti: -qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il -conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli; -a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange -risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini: -lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava -Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto -con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San -Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si -erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso -alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli -Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto -Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto -il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a -Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali. - -Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole, -Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con -trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia: -poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno -si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che -molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i -vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti -giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando -la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe -accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di -assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e -gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i -ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle -finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio -a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde -le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove -udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per -il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno -dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo -intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie -a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le -case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla; -fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati. -Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle -quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia, -dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli -come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime -vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel -trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri -fuor d’ogni usanza. - -Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col -solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla, -girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa -di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose -ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori, -altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il -nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il -quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata -da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma -era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche -in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse -il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato -insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a -quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il -segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e -decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche. -Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi -e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al -buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una -camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in -quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi -e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano -pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta -e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina -tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece -che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo -insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il -rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata -sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo -Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi -nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con -grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa. -Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed -ai Fiorentini parve non lieve guadagno. - -Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa, -luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso -Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo -aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di -già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito -che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno -a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e -Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla -città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era -se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi -d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del -verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto -si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero -maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere -Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi -abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si -è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi -e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per -Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano -a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade -dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali -non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un -Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe -a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore, -prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri -diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a -Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra -perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima -imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta -con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del -sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò -Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204] - -Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può -dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze, -così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò -solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni -oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani, -che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del -soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che -aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura -per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto -a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa -coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava -il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza -quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava -ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva -fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano -in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo -genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa -e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci, -metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così -andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva -fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e -mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le -cose che importassero alla guerra.[205] - -Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare -quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter -essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al -nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare -all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano -ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle -contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè -visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il -Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto -Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo -prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio -non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a -cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e -artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella -di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento -soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e -combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai -soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito; -imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi -risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma -non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca, -salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo -sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della -forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima -di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli, -che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed -altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci -mirabile a molti, e segno d’invidia.[206] - -Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era -decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in -Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il -Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che -si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici, -schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più -efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e -senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani -e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto. -Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con -maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in -un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie -più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale -aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori -tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo -d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi, -destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui -concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli -stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo -di non troppo difficile composizione. - -Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere -nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti, -espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento, -al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che -stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci; -interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse -di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione; -parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore -dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima -posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che -badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e -nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più -lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro -all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati, -sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi, -intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano -negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto -tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri -e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso -Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che -lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna, -e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero -che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due -Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire -la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui -era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso -quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che -cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la -libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari; -questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama -d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano -pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a -dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro -a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così -tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio, -senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo -una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale -deliberare.[207] - -Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo -pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per -annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale -per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni -che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni, -con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro -due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di -soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli -altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità -stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate -vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al -quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli -a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per -togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca -tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di -chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei -luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via -d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla -Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata -da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra -ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete -d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce -con una corona di spine. - -Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni -ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo -senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre -ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse -molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione -prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San -Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso, -e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in -sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una -dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra -il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso -di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e -Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa -Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna, -per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse -a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei -cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse -atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza -la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe -un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano -misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di -buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome -il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti -e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del -Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di -Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e -ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere -essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209] - -Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di -Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva -allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di -dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto -suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal -lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo -articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano -ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle -ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse -poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza -fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava -per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la -Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero -Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine -andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto -a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo -a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in -quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e -condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare; -ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli -e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che -sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange -avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il -Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza -dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la -ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore -ubbidirebbe al suo giuramento.[210] - -Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere -fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene -molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in -modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore, -venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado -supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi -andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella -guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei -prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e -più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non -poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva -aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto -accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non -era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere -il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo -fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare -sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto -Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa -vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero, -verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore -non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze -l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti -credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile -della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire -nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano -dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la -dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo -stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l -Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse -tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo -Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta -quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in -Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra -Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza -saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa. - -Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre -stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà -forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta -nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in -cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia -scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero -altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero -di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, -perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse -unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna -la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di -Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti -nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; -non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, -ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, -senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le -squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti. - -Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo -nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla -più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San -Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe -d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non -senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio. -Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto -fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai -nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo -l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal -principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino, -l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto -che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’ -Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani -mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto -d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare -s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la -carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come -cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano -in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da -Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non -venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel -Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale -diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che -fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano -le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio -contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei -Fiorentini. - -Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori -durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti -anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane -di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore -della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu -detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro -alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto -l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta -de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore -accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente -donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un -compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa -spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi, -giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il -campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio -dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con -pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse -chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in -vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come -tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi, -gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella -seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore, -che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse -in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice -giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale -tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti -giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle -ferite.[212] - -Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con -l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore, -malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213] -Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da -lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi, -com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non -s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa. -Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava -Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia -la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo -Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale -con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto, -gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti -nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande -assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello -da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora -da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della -guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti -una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le -armi.[214] - -Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza -d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di -Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla -Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi -mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col -quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere. -A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma -poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più -tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga -lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto -le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che -bastavano, vettovaglie per più mesi, e il _cuore buono_ e risoluto a -mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico -da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza -dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più -volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento -assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che -all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo -motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva -che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo -V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto -un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè -a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco, -ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in -Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale -aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini -della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia, -bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti, -e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad -occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la -spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle -sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della -piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere -lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il -conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso -di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti -formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione -della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe -a bacchetta in tutto e per tutto.[217]» - -Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra -parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva -Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre -sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva -certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo -che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca -Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla -giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte -novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate -sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più -sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si -faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi -stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non -si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una -sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e -degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto -quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non -poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere -affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito -ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le -fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse -una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si -diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali -aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad -un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro -del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo. -Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella -che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi -suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando -il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere -impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che -sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero -per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal -petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non -fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli -umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano -con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi -veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle -bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere -essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando -esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e -via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani -si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del -Pontefice. - - - - -CAPITOLO X. - -IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. -[Dall’aprile all’agosto 1530.] - - -Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe -posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati -mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana -successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo -in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci, -e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla -Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel -Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque -il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e -insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote -essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da -piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute; -continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in -Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè -temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè -di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata -l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva -largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava -egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia -nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario. -Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e -di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva -molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi -italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per -l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli -salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola -stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili -principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il -nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati -Capitani. - -Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede -della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini, -duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei -confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero -poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare -a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi -l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali -dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro -Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro, -prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia -dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi -del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a -Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne -a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale -le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi -data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne -Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma -nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo -Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era -uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed -Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in -Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che -i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve -correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di -grandissimo momento alla Repubblica di Firenze. - -Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri -cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed -aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono; -e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la -notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve, -e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che -veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei -soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille -quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne -la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue -genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane -per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse: -aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina -fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre -luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese -le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo -traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i -nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla -piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno -con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a -fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una -rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con -una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie -spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta -la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè -assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in -piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e -avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel -ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o -per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel -male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le -quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo -dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono -accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a -tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo -di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non -fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora -guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al -Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli -storici.[220] - -Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese -nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a -chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine -i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono -suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi -accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare -nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior -numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il -Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare -i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra; -forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto -a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di -torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato -del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero -imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i -principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione; -questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere -certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il -Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò, -essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima -godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a -lui ubbidissero. - -Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero -di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e -che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa -che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva -impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi -col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, -intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le -due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso -a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi -sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche -uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento -di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci -un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi -minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli -tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi -della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 -giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro -mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che -sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il -Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi -larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti -con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il -Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più -debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, -quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi -soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso -ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la -caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola -alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con -la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il -Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ -21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate -a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una -febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. -Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le -batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei -di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e -olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e -Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel -disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono -ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di -più acquistarla.[221] - -La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange -saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo -era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa -volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro -Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. -Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè -molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta -strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli -Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel -tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini -Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. -Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra -interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e -dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, -secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe -condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui -tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa -non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano -costumi dei suoi più severi.[222] - -Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in -Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non -voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza -d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era -opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il -Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare, -come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a -casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di -riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa -di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case -dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli, -era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente -delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei -Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie, -avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il -comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta -Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli -fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie -di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un -Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono -con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che -il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane -con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso -di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta, -che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era -gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè -convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto -all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che -rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta, -essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva -uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna, -sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto -da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano -quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme -Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e -Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola -avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze -grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura. - -Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e -purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di -un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa, -che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal -modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la -sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla -sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta -riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al -Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta -Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati -del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare -fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle -donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati. -Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale -prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne -lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume. -Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non -molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo -Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati -venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi -amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di -Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le -città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette -piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da -saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di -molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se -non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano -a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi -allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo -degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui -però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri -propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei -molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi: -scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col -nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato. -Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini; -ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la -mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva -largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini -che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i -fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo -zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova, -che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi, -nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta -dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i -nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea -di Francesco Petrini, per _San Spirito_; Alessandro di Francesco del -Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per _Santa Croce_; messer -Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per _Santa -Maria Novella_; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli -Albizzi, per _San Giovanni_; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser -Francesco da Catignano.[223] - -Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco -a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano -spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però -di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli -assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie -nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato -andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a -tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il -che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva -del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in -Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive -con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona -guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano -in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la -libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere -a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più -amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco -stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava -fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al -Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece -cadere il partito. - -Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare -il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe -potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto -il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale, -con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del -dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa, -e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando -inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si -conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa -entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di -forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene -assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè -gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o -salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni, -e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa; -onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi -e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta -difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un -migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18 -luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli -si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu -danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè -i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto -vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme -con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col -nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi, -e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli -e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e -a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio -di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati -insieme in Pescia il primo d’agosto. - -Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del -Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra; -Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul -capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui -un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava -Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del -Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come -prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità -che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si -andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che -il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi -in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi -dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei -duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne -uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata -in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si -dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno -quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel -che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i -quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono -che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e -intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226] - -Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani -andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando -l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con -parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani -si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati, -che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue -pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani, -l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il -Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio -da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto -pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande -annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece, -che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più -acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono -alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia -luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo -che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo -egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari -al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse -che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per -accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se -gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla -curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato -avevano dell’accordo. - -Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal -24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva -col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo -aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo -fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227] -Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo -stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo -andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel -caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla -città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della -più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga, -al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora -con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto -pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva -saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a -questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a -quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che -del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la -pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228] - -Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito -essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci. -Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a -Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto -comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero -che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a -combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto -quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti -al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i -Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi -dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi -ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi -facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati -stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle -mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno -del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del -Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di -difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando -lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile -in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè -chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo -giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta -con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente, -scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo -bastanti motivi.[229] - -Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette, -aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo -di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a -impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori -forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli, -che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano -all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che, -facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il -passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle -spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale -avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte -di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi -veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli -Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San -Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare -in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri -e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e -avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a -mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era -condotto in quella stessa ora. - -Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno -a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto -di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti -e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di -artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti -assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, -castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la -via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto -in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri -lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte -Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli -fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi -gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un -lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè -il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli -Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme: -in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la -parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e -dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i -nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente -con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più -volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro -Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian -Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono -per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe -mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale -percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, -l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto -di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel -tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani -mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa -che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia -corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, -che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma -dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro, -già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero -per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e -facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto -nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando -il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian -Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli -uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli -fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano -lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi -un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco -Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad -un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e -la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli -sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan -Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico -d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato -seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata -vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche -uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il -soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto -Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo -in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che -aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero -dei morti e feriti andasse a duemila.[230] - -La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze -un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano -disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede -incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi; -chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano -in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e -altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi -potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla -fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna -del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno -soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò -chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta, -e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il -Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose -non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il -numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre -ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali -sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a -tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato -da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo -capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno -dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo -fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo -molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed -eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima -Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta, -a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di -questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per -essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente, -aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il -messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed -insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città -rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di -quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però -sempre a tali proposte il consentimento di Clemente. - -Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non -dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè -opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare -la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo -obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo -mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva -fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora -disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava -le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze -non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione -d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva -pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: -al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria -con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di -combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare -ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo -a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era -di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli -fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è -tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli -o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire -arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo -disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad -un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli -condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse -andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in -mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra -sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata -ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi -ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè -borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni. - -Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più -cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo -o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona -del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case -di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i -Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, -tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la -paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. -Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la -vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: -per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò -indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si -vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali -estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della -sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel -tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier -Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte -del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna -dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, -minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della -Milizia venissero avanti. - -Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi -e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di -quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in -trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano -disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte -delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati -si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta -per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli -altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori -detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, -e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi -acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di -Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal -fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo -antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani -che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano -da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo -in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in -essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: -Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, -vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma -fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari -minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo -ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; -al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore -che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, -alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non -conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà -Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la -sua fine. - -La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, -rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi -Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in -mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza -qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali -andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi -già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, -Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello -che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di -capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che -dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza -rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino -Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini -che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti -sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito -alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi -appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo -della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la -Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta -signore ed arbitro d’ogni cosa. - -I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da -ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi -avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i -sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia -con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e -i fuorusciti e banditi sieno _ipso facto_ restituiti alla patria -e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a -brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà -dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui -medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla -Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno -ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; -che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il -loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di -restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, -infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro -al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino -fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare -ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser -molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il -Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare -in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia -ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; -che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto -di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le -ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni -cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante -Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del -Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua -Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza -per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale -remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose -furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero -accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231] - - - - -CAPITOLO XI. - -FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA. - - -Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel -nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora -nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. -Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, -e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze -già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era -prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della -città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli -Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, -comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti -amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, -taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della -città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi -barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero -troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, -dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di -_Palle_ si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una -nuova faccia. - -I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu -serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero -essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare -ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco -l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi -da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava -in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano -libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui -da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice -fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero -di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto -a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, -da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che -provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi -rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi -essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. -Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, -come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, -parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati -per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la -carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. -Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di -stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati -amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra -si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e -delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno -gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare. - -Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale -nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con -l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di -Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco -importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica -altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria -scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le -solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali -avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il -grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici -dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, -udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera -stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al -modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto -da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello -degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava -un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse -uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, -da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando -severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande -numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro -accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici -dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più -di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione -loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa -furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia -arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare -l’antico.[232] - -Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del -pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero -entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio -continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per -avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto -impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi -due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da -Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano -per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano -fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui -vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi -tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero -questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli -tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i -Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come -prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; -questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a -vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini -di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più -ardenti a voler la guerra. - -Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e -Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle -due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli -Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva -cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli -Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò -i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e -quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli -con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e -postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano -dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; -onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero -prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli -stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina -di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i -Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di -Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali -senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che -gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte -venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a -pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233] - -Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila -fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni -presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie -dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio -del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune -difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente -che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo -a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che -il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che -non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale -mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i -soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro -capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano -gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo -che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi -motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il -tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose -convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse -altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a -guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la -città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi -prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, -portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli -aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia -era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto -aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, -il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta -così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua -villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva -mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche -pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: -della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia -lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, -servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, -convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si -allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di -Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235] - -Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o -che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; -e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva -già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: -imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva -d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in -quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato -a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel -Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. -I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, -e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe -assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando -aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli -stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii -di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano -il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, -fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da -Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi -come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due -per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti -cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure -avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere -impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse -stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di -Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. -Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che -fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a -scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. -Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede -che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà -stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per -contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi -osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più -temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando -allora di togliere ai vinti la patria. - -Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che -fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si -aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. -Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli -patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. -Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato -in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva -egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la -via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello -del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più -scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. -Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da -Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. -Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse -pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a -Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che -per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, -ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo -Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare -da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San -Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe -il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora -per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la -prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del -ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a -molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, -tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a -stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche -d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni -di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i -beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e -degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo -i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi -pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per -il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro -invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro -titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati -come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai -due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che -avevano su quello il loro sostentamento.[238] - -Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, -mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un -tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi -guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri -suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo -presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò -e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti -d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che -pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei -fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era -Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] -Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, -dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici -e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie -piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano -banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese -e vi acquistarono qualche lustro.[240] - -Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori -perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, -città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva -data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si -fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso -la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale -sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: -questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, -il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose -essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi -avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come -ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il -breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla -virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle -altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i -Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione -d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu -prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: -ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia -eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso -e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio -della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la -quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate -dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che -deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero -anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due -anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che -si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi -affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato. - -Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della -città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa -Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo -Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi -più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati -tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa -vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una -guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per -impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse -nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi -a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu -accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti -che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione -dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano -ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il -Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi -nel libro chiamato il _Cronista di Palazzo_, quello che più occorresse -o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale -avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei -nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere -estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di -più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi -per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini -soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non -empievano l’ingordigia di pochi maggiori. - -Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri -capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di -questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene -accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il -regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano -di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la -somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi -dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro -alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le -forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile -quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e -gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di -Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un -altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e -al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della -vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che -partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli; -nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato. - -Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata, -fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale -effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli -si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva -tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui -pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati -nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza -ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito -che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato, -e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della -sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col -trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi -che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze. -Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò -presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la -vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo -Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza -passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da -quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato -abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le -private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In -questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici, -partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace -di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al -quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche -dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di -Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio -Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si -era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii -implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli -altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli -che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando -per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato -ed altri molto ricchi benefizi.[242] - -Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai -quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo -intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva -sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da -una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore -con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una -provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici, -che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto -in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito, -nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave -bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica, -fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli -ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di -Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della -città.[243] - -Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di -Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al -quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita -sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse -dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui -si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere -in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì -richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di -Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della -Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano -prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il -Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina -in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici, -nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei -magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto -Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore. -Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad -essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere -di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da -uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre -di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo -d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale -potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo -scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore -Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non -avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati -a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi -pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati -vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di -appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come -allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati -a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore. -Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la -sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era -feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo -era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente -gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati, -stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o -concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi -negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244] - -Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore, -lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa -ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi -ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e -portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del -quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava -la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei -Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa -andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i -Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il -Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina -contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di -Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa, -interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al -punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni -più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano, -baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti -i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto. -Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario -parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che -tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo -popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri -tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro -popolo a gridare _Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca_. Questi, -tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria; -nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la -quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto -tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà -che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non -potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245] - -Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles, -ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco -Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore, -disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a -rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città -istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso -i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di -uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado -e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo -di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia -mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver -egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e -in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città, -_come lo avevano avuto i suoi maggiori_. Non accennò alla Capitolazione -tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto -dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace -fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia -da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria. -Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le -antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non -dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo -stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto -di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In -quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto, -e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e -virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè -dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi, -nè signori. - -Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto -quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con -questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti; -ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente -s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un -consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli -di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco -Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi -da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con -le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare -al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli -uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo -bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli -ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si -poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi -usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini -nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran -Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici -non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a -serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno -a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era -più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra -ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane -per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene -pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un -Bargello; poi levare le armi ai cittadini e _non lasciarle portare a -persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non -studiò in altro_. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare -gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare -ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque -avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano -allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza -questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava, -se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più -giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto -Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro, -faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la -notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze. -Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo, -che è _d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri -non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per -trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però -a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non -si allontanassero_. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini, -il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e -famiglie tanto strettamente che _lei senza loro, nè loro senza lei, non -possino vivere_: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con -le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi, -fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava -riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247] - -Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale -investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè -l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando -con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il -Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un -Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in -questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto -ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo -non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che -in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma -col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene -d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove -gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in -sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra -tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli -eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo. -Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo -vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno -più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo -pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i -forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249] -e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè -forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo -per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il -Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla -città di Firenze. - -Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le -armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al -quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi -consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni -passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi -i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a -cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici, -e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi -domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad -alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno -dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti -in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia -del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il -terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere -degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti -nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo -il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva -più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in -mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come -una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il -Papa volesse. - -Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo -Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore -fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due -Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto -quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare -al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato, -solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici -di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli -ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi -ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta -cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo -di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da -tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere -ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno -in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza. -Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti -dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo -stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza -soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore -sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo -soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la -fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si -allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè -nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto -a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che -circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per -dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da -questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che -più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti -col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo -deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze -sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo -che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e -che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più -avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne -fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato -restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose -s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato, -noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini -apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e -volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto -e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che -vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello -Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si -convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu -risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non -potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere -egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza -la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco -godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano -alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse -a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio -intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251] - -Quindi cessata ogni pratica, mandava Clemente all’Arcivescovo di -Capua dei suoi più fidati i quali gli aprissero tutta la mente -sua; e poco appresso tornato Filippo Strozzi, persuadeva facilmente -Francesco Vettori suo amicissimo. Furono anche fatti venire Francesco -Guicciardini e Baccio Valori; e tutti questi essendo ridotti in -Firenze, si radunò la Balìa, dove si vinse una Provvisione per cui -fu data autorità alla Signoria d’eleggere Dodici cittadini, i quali -insieme col Gonfaloniere di giustizia avessero per la riforma dello -Stato e del Governo facoltà amplissima; non però accennando nel -Proemio altro che a riforme da essere grate all’universale, come sui -giudizi della Ruota e sulle Decime. Indi a pochi giorni, nel nome di -questi Riformatori, usciva una Provvisione dove, _per dare fermezza al -presente Governo e posare gli animi_, era una serie di articoli i quali -mutavano a un tratto il governo in principato d’un uomo solo; benchè -mostrassero, con sottile ma inutile studio, che agli aboliti Magistrati -dovessero altri sostituirsi per voti o a sorte, com’era costume in -Firenze. - -Il primo articolo provvede e ordina questo modo: «Che per l’avvenire -in alcun tempo non si crei nè creare si debba più il magistrato della -Signoria nè il Gonfaloniere di Giustizia, ma s’intenda dopo il presente -mese d’aprile in tutto annullato ed estinto tal magistrato.» - -Col secondo articolo, la Balìa viene trasformata in un consiglio che si -chiamò dei _Dugento_, sebbene il numero fosse maggiore. - -Dipoi gli stessi Riformatori del Consiglio dei Dugento traggono e -istituiscono un Consiglio di _Quarantotto_ cittadini, col nome anche -di Senato, i quali abbiano autorità di vincere tutte le provvisioni di -danaro ed altre spettanti al Comune, e di eleggere ai principali ufizi -e magistrati di dentro e di fuori. La Provvisione contiene i nomi dei -primi chiamati a formare il Senato dei _Quarantotto_. - -In luogo e in vece della Signoria ordinano che abbiano ad essere -Quattro Consiglieri, eletti di tre mesi in tre mesi dal numero dei -Quarantotto, i quali rappresentino i Signori, e abbiano per Capo, -con tutta l’autorità che era del Gonfaloniere, il Duca Alessandro dei -Medici col nome di Duca della Repubblica Fiorentina, e dopo lui i suoi -legittimi discendenti maschi, e quindi i più prossimi nella famiglia -Medici, sempre per via di primogenitura. - -Il Duca in perpetuo abbia grado di Proposto nel Magistrato dei -_Quattro_ Consiglieri, i quali nulla possano fare senza di lui o di -persona da lui medesimo delegata, ed ogni cosa che facessero senza lui -sia irrita e nulla. - -Al Consiglio dei _Dugento_ spetti di vincere le provvisioni attinenti a -particolari persone o a Comunità del Dominio, e di eleggere agli ufizi -minori. - -Nè i Quarantotto nè i Dugento, nè altri Magistrati, possano adunarsi -senza la presenza del Duca o suo sostituto, a cui spetti di proporre -tutti i partiti; nè ad altri sia lecito. - -I _Quarantotto_ e i _Dugento_ sieno a vita, e si rinnuovino per via -d’Accoppiatori con certe forme, le quali è inutile qui descrivere. - -Non abbiano assegna di provvisione, ma di essi un certo determinato -numero debba entrare nei principali Magistrati o ufizi salariati. - -Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e -suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o -benefizi che prima spettavano alla Signoria. - -Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei -Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni. - -Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo, -gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe -di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con -l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica -fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare -annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove -_tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal -popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca -ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri_.[252] Il primo di maggio -1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan -Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare -solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo -la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro -Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono -con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto -l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato -degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo -stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo -giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254] - - -Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato. -Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura -di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non -potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da -principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò -a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo -ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito -dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi -facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle -industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore -proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III, -che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva -presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di -Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente -ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il -Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri. -Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza -imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo -V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine -uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti -si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta -la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo -averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero -crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia, -dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di -libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il -fatto, Lorenzino fuggì da Firenze. - -Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande -Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei -Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al -principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da -sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli -ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori. -Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini -appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che -avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero -che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro. -Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito; -due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame -d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata: -Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era -anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi, -come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso -ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della -famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran -fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo -tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli -Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era -mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti. -Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le -ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle -cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna, -ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca -e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era -venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo -intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati -Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso -al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento -salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove -con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti -vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti -a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini, -quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia, -e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua. -Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza; -gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in -piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati. -Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per -avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome -di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi -essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella -sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse -la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo -Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia, -e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a -Firenze. - -Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e -un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante -mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che -i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a -stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle -cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente -una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di -libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al -pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra -gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini -reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra -ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe -riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte -del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche -di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non -fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze -e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un -Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo -di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro -suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie -di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a -nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del -negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione -sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con -fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo -Granduca. - -Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che -di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo -antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora -un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando -per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che -danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per -bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un -qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era -in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano -aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi -per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno -di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla -regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli -lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande. -Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo, -si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le -Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi -insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano -come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti -cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e -minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la -città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla -nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non -erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era -qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di -dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei -signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella -prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’ -nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite -tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni -fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse -guardasse più a Roma o a Vienna. - -I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero -del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole -da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha -ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute -nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo -noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe -negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella -Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto -finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti -dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero -alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per -arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa -essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi, -e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in -Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode -migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli -scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente. -Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata -informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede -il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici, -e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro -fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire. -Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi -che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di -Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio -d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come -uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei -Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle -Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste, -nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni; -qui si udirono per la prima volta le Opere in musica. - -Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del -resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il -prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose -e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai -condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci -tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre -generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la -città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli -Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio -attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze -insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti: -avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei -commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso -affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato -alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala -usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno -fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la -marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si -acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona, -sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando -I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una -sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici. - -Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava -finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la -Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di -vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state -sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia -fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di -ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora -delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si -radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da -un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata -che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era -tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono -potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un -mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo -della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad -imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello -scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più -intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella -nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con -maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e -tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò -un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i -poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi -ebbe l’Arcadia impero assoluto. - -Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti -della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante -ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e -si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal -principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i -ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio -d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e -di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e -d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede, -secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero -interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si -disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che -non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il -paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo -di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra, -come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine -costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone -protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta -solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a -quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate; -dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di -regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo -il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto -dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea -nell’anno 1737. - -Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome -del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi -l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi -e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro -principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio -di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a -quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio -tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei -nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono -a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e -prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini -senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta -in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che -poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo -Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia; -nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto, -che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli -altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva -nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni -stranieri. - -Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche -traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti -da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo -corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che -riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca, -venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne -miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta. -Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio -quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme -lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e -l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a -minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo -l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli -permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di -giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò -unico esempio. - -Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea -di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le -leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da -un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che -spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene -accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la -ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi -prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del -contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli -animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè -dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne. - -Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre -visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe, -una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo -angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del -bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano -imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo -e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto -più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i -consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee -nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili -furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci -avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui -l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come -uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto -per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi -Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in -sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale -intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che -attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse -egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai -Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta -all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui -prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle -por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di -quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la -libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva; -dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui -piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte -a quelle del Padre. - -Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne -commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue, -anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto -all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati. -Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo -più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia; -di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo -allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni -con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il -vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione -Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva -un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e -quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana -poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti -egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui -nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed -un’allegrezza senza contradittori. - -Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da -parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può -dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana -era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto -ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò -il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e -lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia -toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo -si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe -ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le -idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e -i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a -conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti -inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera -che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e -dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma -già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia -ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava; -sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per -una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione -d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè -la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di -fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento -ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia. -Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere -e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi -anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa -d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più -altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò -l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte -giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto -gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana -quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto -più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse -ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai -a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè -adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento, -non manchi a sè stessa. - - - - -APPENDICE DI DOCUMENTI - - -Nº I. - -(Vedi pag. 8.) - -_Oratoribus apud Regem Francorum d. Guidantonio Vespuccio et Petro -Capponio, vii mai 1494_. - -(Dal Registro di _Lettere dei Dieci_, ad an., nell’Archivio di Firenze.) - - Poi che, a dì XXVI del passato, vi scrivemo ultimamente quello - ci occorreva, et vi mandamo copia della legha habbiamo con il - Re di Napoli, come ci richiedesti, habbiamo ricevute due vostre, - de’ dì XXVIII et XXIX del passato; per le quali particularmente - restiamo advisati di quanto per insino allhora havessi ritracto - del successo delle cose di costà: in che restiamo satisfacti assai - della diligentia vostra. Aspectiamo adviso da voi habbiate havuto - di poi audientia dalla Cristianissima Maestà et a quella exposto - le commissioni iniunctevi li nostri Signori, et di tucto ci harete - dato particularmente notitia. - - Da Roma, a dì passati, fumo advisati come il Cardinale di San - Piero ad Vincula, _clandestine et noctis tempore_, si era partito - da Hostia, in su uno brighantino armato, la persona sua con uno - suo solo scudiere, con argenti assai, et per quanto si dicessi, - con buona somma di danari. Della qual cosa il Papa et tucta la - Corte ha preso admiratione et dispiacere assai; _et presertim_ - essendosi per conclusa in buona forma la causa sua con il Papa, et - nel modo che lui medesimo havea saputo domandare. Donde il Papa - havea determinato expugnare Hostia, et a questo effecto vi havea - mandato buon numero di provigionati et di cavalli leggieri socto - il ghoverno del Conte di Pitigliano; il quale di già havea havuto - la terra, et ordinava piantare le bombarde che vi havevono condocte - alla rocha: et aspectavono ad ogni hora lo aiuto che ’l Re Alphonso - havea promesso molto liberamente mandarli per mare et per terra, - di navili, di gente et d’artiglierie; il quale venuto speravamo in - brevi di havere Hostia nelle mani. - - Domenica passata, entrorono li ambasciadori del Christianissimo Re - di Francia et furono Monsignore Dubignì, il Generale di Francia, - Presidente di Provenza, et Peron di Baccé, con circa cento chavalli - in loro compagnia. Furono et nello entrare et nello alloggiare - honorati convenientemente, secondo la consuetudine della città. - Lunedì appresso, accompagnati da buon numero de’ principali de’ - nostri cittadini, vennono in Palazo ad visitare li nostri Signori, - et exposono la loro commissione latina, et fu lo expositore il - Presidente di Provenza; et fu quasi nella infrascripta sententia. - _In primis_, che quella Christianissima Maestà molto amorevolmente - mandava salutando questa Signoria et universalmente tucta la - Comunità, come suoi antichissimi amici et collegati; offerendo - appresso, molto liberamente et ampiamente, le facultà sua et di - gente d’arme et di qualunche altra cosa oportuna, per aiuto et - defensione di questa Signoria et della nostra libertà da qualunche - la volessi offendere et molestare, _quocunque modo_. Sobgiugnendo - come, per esser pervenuto il Regno di Napoli, _iure hereditario_, - nella Maestà di quello Christianissimo Re (come era suto declarato - et deciso da molti de’ loro doctori et altre persone pratiche, le - quali havevono tritamente intese et examinate le sua ragioni); per - questo la Sua Maestà havea al tucto deliberato voler recuperare - nelle man sue quel Regno di Napoli, come cosa che legitimamente se - li aspectava et apparteneva. Et volendo a questo effecto fare la - impresa conveniente, et mandare li exerciti delle sua genti d’arme - per mare et per terra, havendo di già dalla parte sua et in suo - favore alchune delle potentie di Italia; desiderava la Sua Maestà - d’intendere da noi da qual parte volessimo essere et declararci, - dalla parte sua (come quella certamente si persuadeva, respecto - all’amicitia et observantia etc, per molti benifici havuti questa - città dalla Casa loro), o veramente dalla parte del Re Alphonso. - Et appresso, che disponendo del tutto la Sua Maestà prosequire - la impresa, ci richiedeva di consiglio, favore et aiuto; et oltre - acciò, di passo, commeato et vettovaglia per lo exercito suo, con - li loro danari. Pregando che a questi capi et effecti principali - dovessimo bene declarare l’animo nostro et darne loro aperta et - resoluta risposta. Parse a’ nostri Signori, per allora, rispondere - generalmente secondo le cerimonie et termini consueti, et pigliar - tempo ad rispondere; significhando a epsi oratori che, per essere - la expositione loro di momento assai et importantissima, questa - Signoria la volea comunichare et consultare secondo la consuetudine - della città, servata sempre _in rebus gravissimis_, con buon - numero de’ primi cittadini della città, con consiglio de’ quali - sarebbe loro facta conveniente risposta. Et così la Signoria, - convocati hieri in Palagio il Consiglio de’ LXX et oltre acciò - tucti li veduti et seduti Gonfalonieri di iustitia, da XXXIIII - anni in su, che fu copiosissimo numero, a’ quali proposta la - sententia della expositione et requisitione de’ prefati oratori di - Francia; la Signoria richiese parere et consiglio, da’ convenienti - cittadini, di quello che fussi da rispondere a epsi oratori, circa - le requisitioni facte. I quali cittadini, dopo matura examine et - consultatione fra loro, tucti _unanimiter et concorditer, nemine - discrepante_, concorsono et si conformorono, dover far tale - risposta in scriptis, in questa formale sententia, come vedrete - per l’alligata copia vi se ne manda. La quale consultatione et - resolutione, la Signoria, mandati buon numero di cittadini per - epsi oratori, i quali, condocti in Palagio, alla presentia di - tucti li sopranominati cittadini; la Signoria, dopo alchune brevi - et accomodate parole, rimettendosi alla risposta _in scriptis_, - la fece loro leggere per il Cancelliere; et dipoi, soscripta - et suggellata l’assegnorono a’ decti oratori. I quali, dopo - lo essersi alquanto ristrecti insieme, dimostrando non restare - satisfacti di tale risposta, per non corrispondere a quello che - il loro Christianissimo Re si persuadeva di questa città, per - molti rispecti etc.; dixono che ne adviserebbono la Sua Maestà, - mandandoli la decta risposta, della quale loro erano certissimi - che epsa non rimarrebbe punto nè bene contenta nè satisfacta. Et - così, presa buona licentia, se ne tornorono al loro alloggiamento; - et hoggi dopo mangiare disegnono partirsi per verso Roma. Sonsi - partiti li oratori et ne vanno stasera ad San Casciano. - - Scrivendo, habbiamo le vostre del primo dì, per le quali intendiamo - come non havevi havuto ancora audientia dalla Christianissima - Maestà et le cagioni perchè. Così habbiamo inteso quello scrivete - del successo di costà, et come non affermate nulla di certo, per - non ne potere fare alchuno vero iudicio con buon fondamento. - - Per questa cagione et non havere voi havuto audientia, a noi - non occorre significarvi altro; et la copia della risposta facta - vi mandiamo. Non s’è mandata perchè la comunichiate altrimenti, - ma solamente per vostra informatione, et ad fine che (essendone - domandati o essendo interpretata a diverso senso) possiate, come - bene informati della intention nostra, rispondere et iustifichare - secondo occorressi; perchè, come vedrete, la risposta non è punto - difforme alle Commissioni vostre. - - -Nº II. - -(Vedi pag. 12.) - -_Littere Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi -de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, -Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_ -MCCCCLXXXXIIII. - -(Dal Registro di _Legazioni e Commissioni_ ec., ad an., nell’Archivio -di Firenze.) - - _Carolo Regi Gallorum._ - - Serenissime etc. Etiam hos quinque legatos mittimus ad te, fratrem - Hieronymum Savonarolam predicatorem insignem, Tanai Nerolum, - Pandolfum Rucellarium, Petrum Caponium et Ioannem Cavalcantem, - nobiles cives nostros. Ex his mandata quæ a nobis ad te habeant - melius coram intelliges quam nos scriberemus. Commendamus tibi - urbem et populum nostrum tui observantissimum virtutisque et - fælicitatis admiratorem. Ex Palatio nostro etc. - - _Mandata quinque suprascriptorum Oratorum - ad Carolum Regem Francorum._ - - Anderete a ritrovare la Maestà del Christianissimo Re di Francia - con ogni possibile celerità; et giunti, intenderete dagli altri - nostri ambasciadori, che si trovano appresso alla Sua Maestà, in - che termine sieno le cose nostre colla Maestà sua, maximamente - circa le domande facte da lui et delle forteze et della gente - d’arme et del danaio che ne ha domandato; et trovandone facta - conclusione ferma, non harete in questo adoperarvi altrimenti. - Ma giugnendo a tempo che ancora non fussene facta conclusione, - sarete colla Maestà del Re, insieme con quelli che si truovano - quivi o senza loro, come o a loro o ad voi fusse paruto meglio; - et presentato la lettera della credentia harete con questa, et - facto le prime convenienti cerimonie et parole che parranno alla - prudentia vostra, interrete in questa materia et ingegneretevi fare - tucte queste sue petitioni migliori che vi sarà possibile per la - città nostra: dandovi in questa parte libera auctorità et absoluta - di fare et dire tucto quello che vi occorrerà, per la salute di - questa città. Habbiamo in Dio principalmente, da chi viene ogni - salute et ogni bene, grandissima speranza, et nella nostra opera; - la quale stimiamo che ci habbi ad liberare da ogni pericolo et dare - tranquillità ad questa città. - - Quella parte che diciamo di sopra che, trovato facto ferma - conclusione delle petitioni della Maestà del Re, non intendiamo - per quello che è sopradecto diminuire in alcuna parte la vostra - auctorità: ma potendo anchora in tal caso opera alcuna colla Sua - Maestà, come habbiamo fede nella prudentia et bontà vostra; ne - farete ogni opera. Et in questo ancora saranno maggiori e vostri - meriti inverso la vostra patria. - - Et harete ad mente, come cosa molto importante che, se le offese - non fussino levate in ogni luogo et ancora in Romagna, che per - clementia della Maestà Sua et vostra intercessione sieno levate - et tolto a questo popolo divotissimo di Sua Maestà questo tumulto - dell’arme et renduto alla sua consueta quiete, sotto l’antiquissima - protectione di Sua clementissima Maestà, et naturale observantia et - culto nostro in verso della Christianissima Maestà Sua. - - Harete ad mente alla porta fare rogare la partita vostra etc. - -Non sapevano se Piero dei Medici fosse tuttora presso al Re, nè se -gli Ambasciatori troverebbero le cose fatte. Quindi erano incerte le -Istruzioni, rimettendo alla prudenza degli Ambasciatori stessi tutta la -condotta dell’arduo negozio: ma nondimeno usano un linguaggio netto e -dignitoso che fa onore alla Cancelleria della Repubblica. - - -Nº III. - -(Vedi pag. 149.) - -TRATTATO SEGRETO DI CONFEDERAZIONE TRA PAPA LEONE X E CARLO RE DI -SPAGNA, SOTTOSCRITTO IN ROMA A’ DÌ 17 GENNAIO 1519. - -(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole -che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.) - -CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20 -GENNAIO 1519. - -(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.) - - -Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume -dell’_Archivio Storico Italiano_ (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso -agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i -manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani, -che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli. - -I motivi pe’ quali ebbe il Papa a desiderare più stretta lega con -Carlo di Spagna, si trovano esposti in questo terzo tomo, pag. 149, -nè più si ha dai Copialettere che, di pugno dell’Ardinghelli, stanno -fra’ manoscritti Torrigiani; dove neppure è cenno delle trattative -che naturalmente precedettero quella Lega: che non passassero per -la mediazione del cardinale Egidio, ch’era Legato presso il Re -Cattolico, ma per le mani di qualche altro negoziatore; o piuttosto, -che l’ambasciatore di Carlo ne trattasse in Roma personalmente col -Papa. Ben altrimenti andò la cosa per la Lega col Cristianissimo. Stava -presso di lui, come Legato pontificio, il cardinale Dovizi da Bibbiena: -a lui scriveva da parte del Papa, e anche in nome proprio, il cardinale -Giulio de’ Medici. - -Leone X, e come papa e come Medici, aveva molto da sperare per parte -del Cattolico, alla Corte del quale disegnava mandare il giovinetto -Ippolito, e «darglielo in perpetuo per servitore;» tanto più quando -ebbe inteso che, vivente ancora Massimiliano, gli Elettori pensavano -di dare a Carlo il titolo di re de’ Romani, e così agevolargli la -via all’Impero. Questo confortava il Papa a carezzare lo Spagnolo; -di che Francesco si mostrava geloso. Luisa di Savoia, madre di -lui, non ne taceva al Bibbiena; al quale commetteva di scrivere -a Leone X, che «avvertisse a tutte le pratiche che tiene con gli -altri Principi,» perchè la corte di Francia era bene avvisata «delle -cose che si trattano in tutte le bande.» Rispondevano da Roma: non -avere il Cristianissimo cagione di sospettare del Papa; al quale -pur conveniva non scoprirsi tutto francese, e anzi intrattenere -«con qualche amorevolezza gli altri Principi:» essere gli Elettori -disposti a nominare Carlo in re de’ Romani, e alla dieta di marzo 1519 -si pubblicherebbe: avere Carlo scritto al Papa fino dal settembre -del 1518 dandogli parte della futura elezione, e domandandogli la -conferma dell’investitura di Napoli, dalla quale, per antico patto, -l’eletto re de’ Romani verrebbe a decadere: essergli stata finalmente -dall’Imperatore domandata la corona senz’obbligo di venire a prenderla -in Roma; e avere il Cattolico unite le proprie alle istanze di Cesare. -Aggiungevasi, che il Papa non aveva promesso nè l’investitura nè la -corona; pur vedendo il pericolo che porterebbe il rifiuto. E poichè -dalla parte di Francia si esortava il Papa a non compiacere nè il -Cattolico nè Cesare; Leone faceva domandare al Cristianissimo quali -aiuti sarebbe disposto a dargli, quando quei potentissimi volessero -vendicarsi del suo rifiuto. - -«Nostro Signore (scriveva a’ 3 dicembre 1518 il Vicecancelliere -Cardinale de’ Medici al Bibbiena) ha molto bene da pensare et misurare -più d’una volta come si metta ad negare queste domande et offendere -queste due Maestà tanto nel vivo, provocandoseli imperpetuo inimici, -senza sapere al certo dove possi ricorrere per adiuto quando da loro -fussi sforzato o infestato, havendo maxime el Catholico molti modi -facili da offendere la Chiesa et Sua Santità, sanza che se li possi -reprobare che da lui vengha tala offesa; perchè la vicinanza del Regno -di Napoli et la parte grande che hanno in questi Baroni di Roma, et -maxime ne li Colonnesi, possono in un punto con piccola cosa molestare -Sua Santità et le terre di Roma: et quando più copertamente anchora -volessino farlo, non manca travagliare lo Stato di Siena sotto colore -et protectione di Borghese, et apiccare il foco in Toscana, et nel -transito di qua con le loro gente fare qualche disordine. La S. V. -mi potria respondere, che il Cristianissimo sarà quello lui, che, -quanto a le forze, è potente ad removere ogni iniuria, et desposto ad -farlo, et lo desidera, et di già lo ha promesso. A questo l’ultima mia -lettera potria replicare ad sufficentia, che se Nostro Signore vede -li Franzesi procedere con sì poco respecto de lo honore et dignità -di Sua Beatitudine in un tempo che epsa ha poco bisogno di loro; che -coniectura si può fare che habbino ad essere poi quando Sua Santità si -troverà in necessità, et havere offeso tucti questi altri ad petitione -di Francia? Non voglio anchor tacere, ad ciò che V. S. non creda che -questo punto si sia passato senza considerarlo, che se Nostro Signore -col negare la corona a Cesare et col non potere S. M. venire per epsa -a Roma, et con qualch’altro impedimento si interrompessi et variassi -questa electione del Catholico; forse quelli Electori potrieno fare -novi pensieri, et volgersi con la fantasia al Cristianissimo con quelli -mezi che si sono usati per il Catholico, et con maggiori et più potenti -anchora, quanto Francia ha più che dare et più che promettere che -Spagna: et se oltre a la auctorità et grandeza ordinaria che si trova -ne la corona di Francia, vi si adiungessi questa altra extraordinaria -de lo Imperio, Nostro Signore conosce molto bene che il Cristianissimo -andrebbe in cielo, et in tucto Sua Santità resterebbe a discretione -ec. Nondimeno, con tucte queste considerationi che, come ho decto, -non si passano per ignorantia; poi che una volta si è inclinato et -unito con S. M., et così si starà constantemente; et quando trovassi -riscontro, di novo si unirebbe et colligherebbe più strectamente, -riposandosi in su la fede et iuramento di S. M., et in su una certa -ragione naturale, che per exaltarlo et farli bene non havessi ad patire -et ad ricevere danno o vergogna; et quando di novo si capitulassi con -honore et commodo de l’uno et de l’altro, et si levassi via materia -di generare diffidentia et mala contenteza, si potrebbe confidare che -la capitulatione havessi ad durare et essere observata. Verbigratia, -chiarire lo articulo di Milano, che di queste cose spirituali o simili, -che domandano, non si parlassi et la Sede Apostolica vi havessi quella -auctorità che si conviene: che li ribelli non si racceptassino nè -da le parte, nè da subditi o feudatarii ec.: che la cosa dei Sali si -observassi in tucto: che le cose di Ferrara si stessino come le stanno; -et che il Re si obbligassi ad defendere in facto tucto quello che tiene -et possiede hoggi Nostro Signore, et non solo con 500 lance et XII.^M -ducati el mese, ma con tucto quello che fussi di bisogno, et si facessi -in tempo et in modo che giovassi; che sapete nel subsidio di Urbino -come passorono le cose; et che Sua Santità non sia molestata poi con -domande extraordinarie ec. In tal caso Nostro Signore parteciperebbe -sempre tucto quello che intendessi da ogni parte, et non piglierebbe -alcuno partito sanza consiglio del Cristianissimo, et in queste cose -di Cesare et del Catholico si governerebbe come paressi a Sua Maestà; -penserebbe di continuo a la exaltatione del Re, indicando che in -epsa fussi coniuncta quella de la Sede Apostolica et de la Casa sua. -A Nostro Signore è parso aprirvi tucto el suo secreto, et chiarirvi -meglio la ultima mia lettera.» - -A questa lettera, che racchiudeva la sostanza dei Capitoli da -stipulare, ne tenne dietro una del cardinal Giulio, più aperta e alle -cose temporali più accomodata. Esagerando il pericolo in cui si metteva -il Papa col negare a Cesare di mandar la corona, e di confermare -l’investitura al Re di Spagna quando fosse eletto Re de’ Romani, non -s’astiene di parlare col Bibbiena del danno che potrebbe venirne a -Casa Medici; perchè il Cattolico offeriva un Ducato di quindici o -ventimila ducati liberi a Lorenzo de’ Medici, e a Ippolito uno Stato -della rendita di seimila; occasioni (scriveva Giulio) che, «non che -a la vita di un papa, ma non tornano in mille anni; et chi non le sa -pigliare al tempo, invano si sforza poi di andare lor dreto.» Questa -lettera è de’ 21 dicembre. Ai 30 poi dello stesso mese «Sua Santità -(scriveva il Vicecancelliere al Legato) va di mano in mano togliendo -la speranza a li Spagnoli del mandar la corona a Cesare, per esser -cosa extraordinaria, et havendo compreso quanto questo prema al -Cristianissimo: ma quella Maestà ha bene ad pensare che Nostro Signore -non può in su le spalle sue reggere questo peso, et ha da fare dal -canto di S. M. in modo che il Papa intenda potere securamente negare, -et restare con lo animo quieto.» - -Così tutto il mese si andò stringendo il trattato. A’ 19 gennaio -scriveva il Cardinale Giulio al Bibbiena, confortandolo «a non perder -tempo di redurre a particulari quel tanto che vole fare S. M. circa -al novo restringimento di Nostro Signore col Cristianissimo.» Ma lo -spaccio non era ancora partito, che il Cristianissimo consegnava al -Bibbiena la Capitolazione da lui sottoscritta il 20. Al Papa giunse il -documento autentico con le lettere del 4 di febbraio, mentre si trovava -alla Magliana. Non gli parve che i Capitoli contenessero quanto avrebbe -desiderato; ma fidando nelle buone disposizioni del Re, ratificò i -Capitoli, e ne mandò al Bibbiena un esemplare sottoscritto di sua -propria mano e suggellato coll’anello del Pescatore. - -Queste notizie tanto precise e tanto chiare intorno alla Capitolazione -col re Francesco I, destano in noi un grave dubbio quanto al Trattato -con Carlo di Spagna. Abbiamo voluto qui a ogni modo ripubblicarlo, -perchè nel buio di quei viluppi e in quei giorni tanto decisivi, giova -sottoporre agli storici ogni documento atto a recare una qualche luce. -Ma noi crediamo che qualche cosa dovesse nascere tra ’l 17 e il 19 -gennaio perchè il Trattato a cui l’Ardinghelli aveva già ogni cosa -preparato e fino alle parole che Leone X doveva aggiungere al suo nome, -cotesto Trattato non avesse altro seguito e non andasse in Ispagna -mai per la sottoscrizione del Re. Nè pare a noi che altro motivo si -debba cercarne fuori della morte istessa di Massimiliano, avvenuta -l’11 di quel mese, la quale saputa in Roma tra ’l 17 e il 19 facesse -rompere il Trattato con Spagna, perchè nell’imminenza d’una elezione -all’Impero, nè il Papa voleva troppo impegnarsi, nè fare troppo; nè -si fidava che il Trattato restasse segreto, nè avrebbe sofferto di -romperla in modo scoperto e irrevocabile con Francia. Qui frattanto -la morte medesima saputa in quei medesimi giorni persuase a rompere -ogni indugio che ritardasse la Capitolazione; e al re Francesco fece -scrivere di propria mano, come si vedrà più sotto, quelle parole tanto -sviscerate verso il Papa, del quale Francesco aveva bisogno o che -poteva assai giovargli nella elezione ora imminente di un imperatore. -S’aggiunsero gli stimoli del Bibbiena, che tutto Francese, appena udita -la morte di Massimiliano, si affrettò a stringere quell’accordo prima -che da Roma gliene fossero pervenute le istruzioni; allora, cred’io, -cominciò a perdere il Bibbiena la grazia del Papa. Gli altri negoziati -dovevano essere corsi personalmente tra l’Ardinghelli e lo Spagnolo -Ambasciatore in Roma: rotti una volta, non ne rimase alcuna traccia, -e ai 19 l’Ardinghelli potè scrivere in Francia con nuove istanze per -la Capitolazione, la quale poi giunta innanzi tempo e non come il Papa -l’aveva voluta, fu da Leone ratificata per la meglio e per non rimanere -solo, trovandosi avere offeso ad un tempo i due possenti competitori. -Queste cose delle quali ora solamente abbiamo notizia, ci spiegano per -quale motivo il Trattato con Carlo di Spagna rimanesse tra le carte dei -ministri di Leone X come Atto che mai per circostanze sopravvenute non -giunse ad avere la sua perfezione. - - I. - - Cum inter Sanctissimum Dominum nostrum Leonem, divina providentia - Papam Decimum, et claræ memoriæ Ferdinandum, Aragonum atque - utriusque Siciliæ Regem Catholicum, dum viveret, fuerit bona et - sincera intelligentia, cupiantque eandem tam Sanctissimus Dominus - noster, sua in Carolum, Castellæ, Legionis, Granatæ, Aragonum - et utriusque Siciliæ Regem charitate, quam præfatus Serenissimus - Carolus regnorum præfati Ferdinandi non solum successor sed illius - in Sedem Apostolicam ac Sanctissimum Dominum nostrum devotionis - imitator, inter ipsos conservare, et in dies augere; præfati - Sanctissimus Dominus noster et Serenissimus Carolus Rex, ad laudem - omnipotentis Dei, eiusque Matris gloriosissimæ Virginis Mariæ, ac - beatorum Apostolorum Petri et Pauli, totiusque Curiæ cœlestis, - ad infrascriptam capitulationem sive ligam et confœderationem - devenerunt. - - 1. Imprimis, quod inter præfatum Sanctissimum Dominum nostrum et - Serenissimum Regem sit bona firma perpetua et inviolabilis liga, - confœderatio et intelligentia, ad vitam utriusque duratura, et ad - mutuam defensionem. - - 2. Item conventum est, quod præsens liga et confœderatio sit - principaliter ad defensionem personæ, dignitatis et auctoritatis - Sanctissimi Domini nostri et Sanctæ Sedis apostolicæ. - - 3. Item, quod ad invicem sint obligati, tam Sanctissimus Dominus - noster quam Rex Serenissimus, defendere ac tueri personam, - dignitatem et singula regna, status et loca quæ tam Sua Sanctitas - quam Rex præfatus tenent et possident de præsenti in Italia; et - si qua alia recuperarent nunc per alios occupata seu possessa, - omni auctoritate Consilio et favore et auxiliis, videlicet lanceis - quingentis, peditibus vero tribus mille vel eorum loco, singulo - quoquo mense ducatos decem mille. Hoc autem intelligatur, cum - altera pars bello proprio non vexaretur: quo casu, si ita occupata - esset in rebus propriis defendendis; quod non sufficeret præstare - præfata auxilia, non teneatur ad prædictam taxationem, sed tantum - ad ea quæ prestare aut tribuere posset, procedendo sincere, omni - remota fraude et dolo. Et ex abundantia paternæ charitatis qua - præfatum Serenissimum Regem complectitur promittit etiam Sua - Sanctitas, quod, si contigeret Maiestatem suam gravissimo bello - vexari in regnis quæ de præsenti extra Italiam obtinet, ita quod - ad ea defendenda ipsius Regis vires sufficere non viderentur; se - non denegaturam Maiestati suæ decimas ecclesiasticas in regnis suis - Hispaniarum, ad illud bellum sustinendum. - - 4. Item, quod neuter eorum possit tractare aut concludere - aliquid cum aliquo alio rege, principe, potentatu, comunitate aut - populo, in alterius præiudicium et quod præsenti capitulationi - contraveniret. - - 5. Item, quod præsens confœderatio sive liga inter Sanctissimum - Dominum nostrum et Serenissimum Regem, per quascumque alias - confœderationes et ligas non intelligatur quoquo modo labefactata - seu aliquantulum diminuta, sed semper in suo robore et vigore - permaneat, ad vitam utriusque duratura, ut præfertur. - - 6. Item, quod præsens capitulatio sit secreta et nemini publicetur, - nisi in eventum contraventionis, quod Deus avertat. - - 7. Item conventum est, ad tollendam omnem occasionem dissensionis - vel scandali, ut neutri parti liceat assummere aut retinere in - protectione aut tutela, absque permissione expressa et consensu - alterius partis, aliquem subditum vel vassallum, mediate aut - immediate, alterius; et hoc ut subditi et vassalli magis obedientes - et fideles sint proprio Domino. Immo, si contingeret alteram - partium velle punire aut castigare aliquem rebellem et inobedientem - subditum vel vassallum, egeretque auxilio alterius ad id commodius - faciendum, peteretque id sibi praestari, teneatur ab altera ea - auxilia vel medietas eorum tribui, quæ superius pro utriusque - defensione sunt expressa. - - 8. Item, quia præsens status Reipublicæ Florentinæ ita unitus est - Sanctissimo Domino nostro, ut merito arbitrari possit unum et idem - esse cum statu et dominio proprio Suæ Beatitudinis; conventum est, - illam Rempublicam et eius præsentem statum eodem modo contentum et - comprehensum esse in dicta confœderatione quo et status et dominium - ecclesiasticum. - - 9. Item conventum, ut neutri parti liceat recipere aut permittere - habitare in regnis aut in dominiis suis aliquem hostem alterius, - sine consensu et permissione alterius partis, excepta Urbe quæ - semper communis patria est habita. Pariter nec licebit, aliquem - offendere aut oppugnare aliquem confœderatum aut protectum ab - altera parte, dummodo non sint ex his qui supra excepti sunt. - - 10. Item conventum, ut utraque pars accipiat et pro accepto habeat - protectionem et defensionem illustrissimi domini Ducis Urbini, - Sanctissimi Domini nostri nepotis, personæ videlicet, loci et - præminentiæ quam obtinet in Republica Fiorentina, et statuum tam - quos nunc habet quam habere contingeret; defendendo ipsum iisdem - viribus, si opus esset, quibus utraque pars se defendere tenetur. - - 11. Item, quia magnifici domini confœderati Helvetiorum sunt - devotissimi et observantissimi filii Sanctos Sedis Apostolicæ et - Sanctissimi Domini nostri, confœderatique Suæ Beatitudinis, et boni - amici etiam Serenissimi Regis Hispaniarum; conventum est, ut ipsi - sint contenti et expresse nominati in præsenti confœderatione: - ita quod non liceat ulli parti aliquid moliri aut agere adversus - ipsos, sed ab utraque parte foveri ac defendi debeant, si ab alio - quopiam lacesserentur, omni authoritate, gratia et favore prout - eorum necessitas exigeret, ut bonos filios, amicos, et confœderatos - decet: quos ut confœderatos peculiares et devotissimos filios, ex - nunc, Sanctitas Sua et Rex Catholicus nominant et exprimunt; et - pariter Catholicus Rex Electores Sacri Romani Imperii nominat. - - 12. Item, cum ad dignitatem Sanctæ Romanæ Sedis faciat, rem et - auctoritatem Catholici Regis quam amplam esse, ut, cum sors tulerit - (ut quandoque tulit) et ortam in Sancta Ecclesia seditionem et - bellorum motus compescere possit, multaque officia Sanctæ Romanæ - Sedis iure merito in Catholicum Regem collata fuerint, neque - ab aliquo magis servari debeant quam ab eo qui haec contulerit; - pollicetur Sanctitas Sua, in verbo Romani Pontificis, se omnia quæ - nunc tenentur a Catholico Rege, sive possidentur, tam in Italia - quam extra Italiam, tempore modo et forma quibus supra dictum est, - sine exceptione aliqua, defensuram. - - 13. Item conventum, quod ob præsentem confœderationem et - conventiones in ipsa contentas, superius expressas, non - intelligatur præiudicatum esse aliquo pacto, ullis conventionibus - aut obligationibus quæ inter prædictas partes, aliis de causis - vel rationibus, sunt aut esse possent; similiter nec cæteris - confœderationibus et conventionibus quas prædictæ partes habere - possent cum aliis regibus, principibus aut potentatibus, nisi - in quantum illæ aut conventiones in illis contentæ præsenti - confœderationi et conventionibus contravenirent. - - 14. Item, quod de capitulis præsentis confœderationis fiant duo - exemplaria, manu propria, apud præfatum Sanctissimum Dominum - nostrum, Regis Serenissimi oratoris subscripta; quorum unum, manu - Sanctitatis Suæ ac sigilli sui sub annulo piscatoris impressione - munitum, Regi Serenissimo tradatur; alterum vero manu præfati Regis - subscribatur et sigilli sui impressione muniatur, ac Sanctitati - Suæ consignetur; quibus indubia fides cum omnimoda aucthoritate - adhibeatur. Et præfatus Sanctissimus Dominus noster sub verbo - Romani Pontificis, et Serenissimus Rex sub fide regia iurabunt, et - Deo vovebunt, ad unguem observare, et adimplere omnia et singula - capitula praedicta et in eis contenta, absque aliqua verborum - interpretatione, sed sempliciter et de plano prout iacent. - - - Nos Leo, divina providentia Papa Decimus, omnia et singula capitula - suprascripta et in eis contenta acceptamus, confirmamus, approbamus - ac observare, in verbo Romani Pontificis promittimus. Et in fidem - præfatorum omnium etiam manu nostra propria subscripsimus. Datum - Romæ, apud Sanctum Petrum, sub annulo piscatoris die xvii ianuarii - 1519, Pontificatus nostri anno sexto. Ita promittimus. - - P. ARDINGHELLUS. - - II. - - Quamvis amicitiæ et intelligentiæ, quæ bona voluntate ac sincero - animo fiunt, nullis aliis vinculis egent, cum ex se ipsæ immotæ - integræque perdurent, ne tamen aliquid nasci possit quod eas - turbet aut interrumpat, magnæ prudentiæ est illas quam arctissime - uniri astringique, ita ut nullo unquam casu variare possint. Atque - illæ precipue strictius uniri ac ligari debent, quæ non tantum - ad utriusque partis sed ad universæ etiam Reipublicæ Christianæ - beneficium et commodum faciunt, ut hæc est Sanctissimi D. N. - Leonis Decimi, excelsorum Dominorum Florentinorum, illustris - Domini Laurentii Ducis Urbini et nobilissimæ familiæ de Medicis - ex una, et serenissimi ac potentissimi Francisci Francorum Regis - Christianissimi ex altera partibus: quæ unio, amicitia atque - intelligentia, aliquanto ante, magno utrorumque assensu confirmata - est et conclusa, ea animorum sinceritate quæ maior esse vix - posset. Verum Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus predicti, - cupientes illam indissolubilem esse unumque ex ipsis corpus fieri, - ut optimi patris atque obedientissimi filii esse debet et ut una - atque eadem sit amborum fortuna; volunt, deliberant concluduntque, - se nullo unquam tempore, nec factis nec cogitatione, ab hac - sancta unione atque amicitia discessuros. Ideoque nedum denuo - approbant, ratificant et confirmant tractatum capitulationemque - alias inter se factam, sed etiam addunt infrascriptas res, ad - maiorem corroborationem ac firmitudinem dictæ amicitiæ et ligæ. - Quam quidem, ut rem Deo acceptissimam Reique publicæ Christianæ ac - sibi ipsis maxime salutarem, Sanctissimus D. N. ac Rex predicti, - se inviolabiliter custoditurus observaturosque, pontificiis ac - regalibus verbis promittunt, seque data acceptaque fide obligant - ac non tantum ipsi sibi invicem sed etiam Redemptori nostro - Iesu Christo, gloriosissimæque semper Virgini matri eius hoc se - prestaturos pollicentur. - - Et quoniam strictiores et efficaciores amicitiæ seu colligationes - et intelligentiæ redduntur ac melius et sincerius conservantur - diuturnioresque efficiuntur, cum ipsi confederati et amici fraterne - et caritative omnia suorum pectorum intima et secreta invicem - aperiunt et comunicant; Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus - id summopere cupientes et volentes, ut unanimiter ab utraque parte - omnia ad Statum spectantia agantur, pacta et capitula sequentia - inierunt, firmaverunt et concluserunt et omnino rata esse volunt. - - Videlicet, quod quelibet partium predictarum deinceps debet amanter - et confidenter comunicare cum altera omnia et singula negocia - Statum concernentia, quæ maxime erunt et videbuntur importantiæ. - Et pari modo omnia consilia cogitationesque suas in rebus arduis - inter se propalabunt et manifestabunt; ita tamen quod satis erit, - predictos Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum sibi invicem - supradicta comunicare tamquam principales contrahentes et auctores - huius strictæ colligationis. - - Item, quod talis unio, amicitia seu intelligentia inter predictos - Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum erit perpetua - et eiusdem vel similis affectionis, prout esse debet inter - optimum patrem et obedientem et devotum filium; et ab omnibus - inviolabiliter observabitur. - - Item, quod quelibet dictarum partium obnoxia erit et tenebitur - cum omnibus viribus suis, auctoritate potestate et consilio, pro - conductione et directione negociorum in beneficium, honorem et - utilitatem ipsarum utrarumque partium vel alterius partis prestare - auxilium, proviso tamen, quod talia negocia non sint aliqua in - parte contra auctoritatem, et in damnum aut preiudicium partis - auxilium prestantis directe vel indirecte verti minime possint. - - Item, quoniam vires Sanctissimi D. N. minime pares sunt summæ eius - dignitati atque auctoritati, multæque ac magnæ eius Beatitudini - inferri possent iniuriæ, Christianissimus Rex, cuius est magna - potentia, hoc considerans, ut obedientissimus filius et qui - maxime desiderat Statum Ecclesiæ et auctoritatem Sanctitatis Suæ - et Sanctæ Sedis Apostolicæ non solum tutari et conservare, verum - etiam quantum in ipso est, pro viribus procurare et eniti ut in - dies augeantur; promittit seque obligat non tantum quingentis - gravis et mille levis armaturæ equitibus ac duodecim aureorum - milibus quolibet mense, ut in alio tractatu tenetur, sed totis - etiam viribus, pecunia, regno, dominiisque suis omnibus, ac - personaliter quando opus fuerit et a Sanctissimo D. N. requiretur - terra marique, et tandem omnibus viis, formis et modis defendere - conservare ac manutenere omnem Statum quem Sanctissimus D. - N. in presentia possidet aut in posterum possidebit, honorem, - dignitatem, præminentiam atque auctoritatem Sanctitatis Suæ, Sedis - Apostolicæ ac Sanctæ matris Ecclesiæ, contra quemlibet principem - seu potentatum vel quoslibet principes seu potentatus, qui vel - armis vel quavis alia via directe vel indirecte contra Statum - atque auctoritatem dicti Sanctissimi D. N. aliquid tentarent - aut inferrent vel tentari aut inferri facerent. Atque hoc se - cum effectu absque exceptione aut excusatione aliqua facturum et - observaturum pollicetur. Salvo tamen, si ipse Rex Christianissimus - aliquo maximo et evidenti bello infestaretur et premeretur, ut - ad periculum proprium evitandum necesse esset omnes Maiestatis - eius vires convertere. Et similiter idem Christianissimus Rex - promittit se exhortaturum ac pro viribus impulsurum confederatos - suos et præsertim illustrissimos Dominos Venetos ut secum una - idem faciant ad defensionem, conservationemque Sanctissimi D. - N. ac rerum Sanctitatis Suæ quod illos facturos sibi persuadet - et fere pollicetur. Nec ad hunc effectum Maiestas Sua petet a - Sanctissimo D. N. pecunias, sed omnia suis sumptibus et expensis - faciet, mittendo aut conducendo illum peditum atque equitum numerum - quando et ad quem locum opus fuerit, et sub illis ductoribus seu - capitaneis qui Sanctitati Suæ magis placebunt. - - Item, Rex Christianissimus promittit et tenetur conservare et - manutenere inclytam Rempublicam Florentinam dulcissimam patriam - Sanctissimi D. N., illustrem D. Laurentium Ducem Urbini Sanctitatis - Suæ secundum carnem nepotem, in omni eius statu presenti et in - quolibet alio quem fortasse habiturus esset, et Magnificam totam - familiam de Medicis, prout in alio tractatu plenius continetur; et - eisdem auxilium et favorem prestare non minus quam si de negociis, - rebus, honore et auctoritate Sanctissimi D. N. ipsiusque Regis - Cristianissimi rebus et negociis propriis ageretur. - - Item, versa vice, Sanctissimus D. N., excelsa Florentinorum - Respublica et illustris D. Laurentius Dux Urbini, qui non minori - affectu Regem Christianissimum quam se ipsos prosequuntur, nec - minus desiderant conservationem atque amplitudinem Status ac - rerum Maiestatis Suæ quam suorum, præter id auxilium quod in alio - tractatu prestare tenentur, promittunt se pro viribus quicquid - etiam amplius poterunt effecturos, ad tuendas et conservandas res - Maiestatis Suæ. - - Item, quo ad materias beneficiales Ducatus Mediolanensis, cuius rei - causa, superioribus mensibus, missus est Romam dominus Leo Bellus; - Christianissimus Rex contentus est quod dictæ materiæ remaneant - in illo statu in quo nunc sunt, donec Sanctitas Sua ac Maiestas - eius conveniant se ac videant et simul colloquantur: ita tamen - ut si utraque pars deliberaret aptiorem aliquam et commodiorem - formam invenire, ea res in reverendissimo domino Iulio de Medicis - Vicecancellario et illustrissimo Domino de Boysi magno Franciæ - Magistro reponatur, eorumque ordinationi ac conclusioni Pontifex et - Rex predicti stare et acquiescere tenebuntur. - - Item, promittit Rex Christianissimus seque obligat effecturum, ut - in rebus beneficialibus dicti Ducatus Mediolanensis ministri eius - ac reliqui omnes Sedem Apostolicam, in omnibus et quibuscumque - rebus ad eam spectantibus, revereantur magnoque in honore atque - æstimatione habeant. Quæ res tum cuivis Principi Christiane tum - ipsi Christianissimo Regi precipue, qui Ecclesiæ primogenitus et - Sanctissimi D. N. obediens filius est, maxime convenit. - - Item, predicti Sanctissimus D. N. et Rex Christianissimus iterum - promittunt, tenentur et se obligant, negocium salis, quod Maiestas - Sua de terris Ecclesiæ pro convenienti precio capi facere tenetur, - in omnibus et per omnia observare et manutenere et observari et - manuteneri facere, iuxta capitula concordata et conclusa in alia - capitulatione, et præsertim in particulari tractatu super hoc - facto; in dictoque negocio et in omnibus ipsum concernentibus, - officiales et ministros hinc inde, bene, legaliter et realiter per - omnia et singula sese habituros. - - Item, quod rebelles et fuorusciti seu expulsi, pro causa Status - vel delictis enormibus, de terris partium Sanctissimi D. N., - non modo a Ducatu Mediolani expellantur, verum etiam captivi seu - presionarii Bononiam vel Florentiam respective, prout ad eorum - Status spectabit, remittantur. Et pari modo fiet in Statu Ecclesiæ - et Dominorum Florentinorum, de rebellibus et criminosis enormium - criminum Ducatus Mediolani; excepta tamen Urbe Romana quæ semper - fuit libera et comunis patria. - - Item, Christianissimus Rex promittit se, æstatis tempore, duas - triremes seu galeras instructas atque armatas ex pecuniis Cruciatæ - ac Decimarum sibi hactenus concessarum habiturum; et si opus - erit et a Sanctissimo D. N. requiretur, Maiestas Sua habebit et - dabit plures, pro ut necesse fuerit. Quæ, illis quas Pontifex in - præsentia habet adiunctæ, ab Infidelium excursionibus Tirrhenum et - Ligusticum mare tutari possint. - - Nos Franciscus Francorum Rex suprascrista omnia et singula Capitula - et in eis contenta acceptamus, confirmamus et approbamus ac - observari promittimus et iuramus; et in fidem predictorum omnium, - etiam manu nostra propria subscripsimus sigillique nostri fecimus - impressione communiri. - - Datum Parisiis, in palatio nostro, vulgariter nuncupato le - Torneles, die vigesima mensis ianuarii MDXIX. - - - Nous ferons pour noutre Saynt Pere et le saynt Syege plus de fayt - que par parole. - - FRANÇOYS. - - -Nº IV. - -(Vedi pag. 247.) - -L’Archivio di Stato ha in originale queste Lettere che Rosso -Buondelmonti scriveva ai Dieci durante la legazione al Principe -d’Orange, della quale abbiamo tenuto discorso nel testo. Il -Buondelmonti trovò il Principe sotto Cortona, dipoi l’accompagnò fino -a Figline, essendo tornato a Firenze quando la guerra fu divenuta -irrevocabile, contro alla voglia si può dire di coloro che vi ebbero -parte. Era un destino che si compieva, e come a questo si andasse -incontro, le parole giornaliere, scambiate nel campo, lo esprimono -alle volte meglio che un istorico non farebbe. Si aggiunge che Rosso è -abbastanza piacevole scrittore, e noi possiamo qui dare compita come -una piccola scena di quella catastrofe. Le lettere IV, V e XV, che -nell’Archivio mancano, si ebbe la fortuna di supplire sopra una copia, -della quale andiamo obbligati alla cortesia del signor cav. Alberto -Ricasoli, da noi più volte esperimentata. - -I. - -_Magnificis Dominis dominis Decemviris Libertatis et Pacis Reipublice -Fiorentine, dominis observandissimis._ - - _Magnifici Domini domini observandissimi_. — Questa per far noto - a Vostre Signorie che questo giorno sono arrivato qui, et subito - andai a trovare el signor Commissario Antonio Francesco delli - Albiti, per intendere se il salvocondocto era obtenuto dallo - illustrissimo Principe di Oranges; il quale m’ha decto haver - mandato per epso, et che sarà qui domani. Subito hauto decto - salvocondocto, monterò a cavallo et anderò verso sua illustrissima - Signoria, con più diligentia a me sarà possibile; che senza epso - salvocondocto non è da andare, respecto che qualche cavallo scorre - sempre in qua et in là. Se l’havessi trovato qui, mi sarei spinto - più avanti per fare più diligentia a me fussi suta possibile. Qui è - arrivato questa sera el signor Malatesta et la maggior parte delle - gente, come più ampiamente dal prefato signor Commissario Vostre - Signorie a pieno saranno raguagliate. Nè altro. A Vostre Signorie - humilmente mi raccomando. _Bene valete_. Da Arezo, a’ dì XIII di - septembre MDXXIX. - - _Servitor_ - ROSSUS DE BUONDELMONTIS _orator_. - - Mandata per mano del signor Commissario Anton Francesco degli - Albizzi.[256] - - -II.[257] - - _Magnifici Domini etc_. — Iersera, sotto lettere del signor - Commissario Generale, scripsi a Vostre Signorie quello occorreva. - Et questa mattina si è partito el signor Commissario e ’l signor - Malatesta con tutte le gente, per venire a cotesta volta; et - qui hanno lasciati alchuni capitani che hanno circa mille cento - paghe. Et questo giorno li ho hauti a me, nè trovo che in facti - habbino più che, vel circa, homini septecento, e quali sono molto - poco numero a volere guardare la ciptà; et per la consulta facta - con il Capitano Santa Croce, Giorgio cioè e ’l signor Francesco - dal Monte et altri Capitani, dicano harieno anchor di bisognio - di secento homini, et con facilità la guarderieno dalli inimici. - Però, Vostre Signorie examinino quello è da fare, perchè ogni volta - ci fussi mille cinquecento homini, sono certi non si metterieno - a venirci; et intendendo ci sia sì pochi, saria facil cosa farli - venire a questa volta. Et non ci venendo, questi signori Capitani - si conforterebbeno, ogni volta havessino passate dieci miglia - avanti, venire alla ciptà sì presto o prima a loro. Et però Vostre - Signorie advisino quando li inimici passassino senza dare altro - impedimento qui, se queste fanterie s’hanno da mandare a cotesta - volta, o quello si ha da fare; che è bene che il signor Capitano - et Commissario habbi la commissione quello habbi da fare, perchè in - questi casi, quattro, sei hore prima o poi importano assai. - - Li cavalli delli inimici s’intende questa sera alloggiare a - Castiglione Aretino, e ’l resto dello exercito a piè di Cortona, et - haver mandato trombetto a chieder la terra. Dispiacemi che quelli - po’ de fanti vi sono non sieno qui che servirieno più che esser là. - - El trombetto andò per il mio salvocondocto non è anchor tornato. - Dicemi el Capitano Giorgio Sancta Croce, dubitare non lo - ritenghino, perchè l’huomo non sia advisato de’ casi loro. Subito - haverò decto salvocondocto, anderò alla volta dello illustrissimo - Principe di Oranges. La più parte di queste fanterie et al simile - li cavalli sono alla fine della paga, et Vostre Signorie sanno - che a questi tempi non si possono tenere senza denari. Nè altro. A - Vostre Signorie mi raccomando. Da Arezo, a’ dì XIIII di septembre - MDXXIX. - - ROSSO DE BUON DEL MONTE _orator_. - - Portò un fante del signor Francesco del Monte. Partì a hore 23. - - -III. - - _Magnifici Domini etc._ — Questo giorno scripsi a Vostre Signorie - et mandale al signor Commissario Generale, con ordine che subito le - mandassi a Vostre Signorie, perchè qui non è rimasto nè cavallari - nè cavalli di poste nè nissuno da mandare, salvo che pedoni. Però - mando questa per uno diritto al prefato signor Commissario con - ordine le mandi a Vostre Signorie, per far intendere a quelle - che questa sera, che siamo a hore tre di nocte, è tornato il - trombetto dallo illustrissimo Principe di Orange, et ha portato il - mio salvocondocto. Però domattina, con più diligentia a me sarà - possibile mi transferirò verso Sua illustrissima Signoria, la - quale si trova a piè di Cortona; et, secondo di bocca referiscie - el decto trombetto, facevano conto di tirare l’artiglieria alla - terra, deliberati a fare la batteria per pigliar quella; et pare - che quelli della terra fussino d’animo di tenersi. _Tamen_ pare non - habbi gente in corpo a suffitientia, che si fa iuditio se havessino - fino a mille fanti, che senza dubio non sarieno per sforzarla. Però - saria suto bene si fussi deliberato di guardare qualchuno di questi - lochi, visto che li inimici non par sien volti a passar avanti, - lasciandosi nessuna di queste terre indreto. Però, quando a Vostre - Signorie paressi di far provisione qui di cinque o secento fanti da - vantaggio, si fa iuditio per questi signori Capitani gagliardemente - defendere questa terra. Però V. S. pensino bene quello è da fare - et dieno commissione qui al signor Capitano et Commissario quello - habbi da fare. Ricordando a Vostre Signorie che buona parte di - queste gente sono al fine della paga, et malvolentieri si posson - tenere. Et sempre che quelli li vorran tirare alla ciptà, questi - Capitani si confortano di tirarsi a buon salvamento. Nè altro per - la presente, salvo che di continuo a Vostre Signorie mi raccomando. - Di Arezo, a’ dì XIIII di septembre MDXXIX. - - Delle V. S. - - _Servitore_ - ROSSO DE BUON DEL MONTE _oratore_. - - Mandossi per un fante a posta di Arezzo diritto al signor - Commissario Generale Anton Francesco. - - -IV. - - _Magnifici Domini etc_. — Hieri scrissi d’Arezzo a VV. SS. quello - occorreva. Di poi sono arrivato qui in campo dell’illustrissimo - signor Principe d’Orange; e subito arrivato scavalcai al suo - alloggiamento, e fatto le debite cerimonie e presentata la lettera - di VV. SS., esposi quel tanto da quelle mi fu imposto. E fatti - molti discorsi, per ultima conclusione dice, non voler essere - intrattenuto di parole, perchè lui ha commessione dalla Cesarea - Maestà di appuntare e fare quel tanto che sua persona; e non - havendo altra commissione, che non scade più parlare, e che io - mandi per potere e pien mandato, per convenire et accordare le cose - del Papa e suoi Nepoti; i quali domanda volere essere restituiti - in casa loro, com’erano per l’avanti l’arrivata o vero passata del - Duca di Borbone. Io ho replicato molte cose, e rimostro che tutte - le differenze si potessino havere con la Santità di Nostro Signore, - gli ambasciatori che sono verso la Cesarea Maestà hanno più - potere di accordare il tutto. Al che lui sempre ha risposto: non - volendo trattar seco, non accadeva venire verso Sua illustrissima - Signoria. Io non ho mancato di rispondere ad ogni sua proposta - gagliardamente, con rimostrargli che ogni cosa si ha a patire per - il mantenimento della nostra libertà; e quando lui mi ha domandato - dovere egli rendere la città e tutto il dominio a devozione della - Cesarea Maestà, gli ho fatto intendere la Città essere benissimo - provista et avere 12 o 14 mila uomini da guerra et di sorte - fortificata, che quando Sua illustrissima Signoria la vederà non - parlerà sì gagliardamente così come fa. Hammi detto che abruceranno - il tutto e guasteranno fino alle porte, e molte braverie ch’io - ho ributtate gagliardamente, con dire che a noi basta salvare la - nostra libertà, e salvata quella, è salvato il tutto; la quale io - ho speranza in Dio non ci abbi a mancare. VV. SS. ne adviseranno - quel tanto habbi da seguire. Io ho trovato tutto l’esercito qui a - piè di Cortona; il quale per quello ho possuto vedere è bellissimo - esercito, benchè ancora non l’abbi potuto bene esaminare; e per - quanto sono suto raguagliato da qualcuno di questi Italiani sono - vel circa 8 mila fanti tra Lanzichenecchi, Spagnoli et Italiani, - dipoi la venuta del Marchese del Guasto, che ha condotto circa 2000 - Spagnoli, e cavalli, per quello posso giudicare, vel circa, 1000. - Et dicono aver dato in preda a l’esercito la città di Cortona, e - domani fanno conto dargli l’assalto da tutte le bande per haver - notitia non esservi dentro più che 400 huomini vel circa, i quali - sino a qui si sono difesi gagliardamente, et hanno ferito e morto - qualche decina di fanti. Certificando a VV. SS. che se ci fosse - dentro 2000 fanti, io fo giuditio che non la piglierebbono di - questo mese, e con gravissimo loro danno. Dispiacemi le cose sieno - così exarrutamente lassate con sì poco numero di gente. E perchè - come per altre mie ho scritto a VV. SS., in Arezzo ancora ci è - mancamento di 6 o 700 fanti, i quali giudicheria quando ci fossino - e volessin fare il debito loro gagliardamente, difenderiano quella - città; però VV. SS. pensino a quel tanto par loro necessario, e - provedere in tempo che le cose possino servire. - - Le gente di Ramazzotto e di Città di Castello per anco non sono - venute. Secondo dicono, saranno _vel_ circa 2000 fanti: quando - venghino aviserò VV. SS. - - Alla presenza di tutti questi ragionamenti hauti con - l’illustrissimo signor Principe si trovò il Marchese del Guasto - e il signor Don Ferrante di Gonzaga e ’l Commissario generale - dell’esercito, messer Giovan Antonio Muscettola napoletano. Il - Nunzio del Papa et ser Agnolo Marzi, che dicono ci è, per ancora - non ho visto; quando accaggi trovarmi dove loro, non mancherò di - quello occorrerà, dando aviso di tutto a VV. SS. Conforto quelle - con ogni diligentia a fortificare la città, e provedersi di - tutte le cose necessarie per la salvazione della nostra libertà; - certificandole che quando altro esercito che questo non venghi - a’ danni nostri, facilissimamente quelle si difenderanno et - salveranno il tutto. Ancora che minacciano guastare il tutto, - salvata la libertà è salvare il tutto. Perciò conforto VV. SS. - con gagliardissimo animo a volerlo fare senza rispetto alcuno. - Così a Dio piaccia concederlo. Nè altro. A VV. SS. del continuo mi - raccomando. Sotto Cortona, nel campo Cesareo, a’ 15 settembre 1529. - - ROSSO BUONDELMONTI _ambasciatore_. - - Portò un trombetto del signor Malatesta. - - -V. - - _Magnifici Domini etc._ — Hiersera scrissi a VV. SS. quello - occorreva, e le mandai ad Arezzo al signor Capitano per un - trombetto del signor Malatesta, al quale detti uno ducato a fine - facessi buona diligentia; et ordinai al detto signor Capitano che - subito con diligentia le mandassi alle VV. SS., dalle quali dopo - mia partita non ho hauto lettere. È questa per far loro intendere - che siamo qui a piè di Cortona; et hieri questo Principe si sforzò - con quattro pezzi d’artiglieria di far battere la terra quanto - a loro fu possibile, e questa mattina dovevano dare l’assalto, - et hanno trovato quei di dentro assai gagliardamente riparati, - dimodochè hanno rimossa l’artiglieria di dove era per piantarla - altrove; e per ancora non è seguito cosa veruna, nè per questo - giorno si vede abbi a seguire altro progresso. E se faranno per - l’avvenire come hanno fatto sino a qui, che hanno guadagnate molte - archibusate e lassatevi qualche diecina di huomini, faranno poco - acquisto: pure si fanno di grande animo, e sperano ottenere la - vittoria. Il che a Dio non piaccia, nè voglia che questa povera - città sia desolata. Stimo abbia ad essere cosa alquanto lunga. - Certificando VV. SS. che l’intenzione di questo esercito non fu - mai di fermarsi qui, anzi di andare alla volta di Siena e venire - con più diligentia fosse possibile verso la città; et è parso - miracolo si sieno abutati qui, per dare tanto più spazio a VV. SS. - per provedersi di sorte che gagliardamente si difenda la nostra - libertà; che così Iddio ce ne dia la gratia. Lo illustrissimo - Principe questa mattina è stato su alto alla terra, et altrimenti - non ho parlato a Sua illustrissima Signoria. E come per l’ultima - mia scrissi a VV. SS., è tutto resoluto non volere trattare di - nulla, se prima non ho mandato da VV. SS. di poter trattare delle - cose del Papa e suoi Nepoti; et quando gli ho rimostro gli Oratori - di VV. SS. essere a presso la Cesarea Maestà et havere potere di - tutto, lui dice non bisognava venir qua verso S. S. illustrissima, - non volendo trattar di quello che principalmente mostra esser la - cagione di venir a’ danni di VV. SS. Io non ho mancato nè mancherò - di tutte le cose necessarie et che saranno a benefizio della - nostra libertà. In questo mezzo VV. SS. mi advertiranno di quel - tanto habbia a seguire. Io sono stato, dipoi l’arrivo mio, qui - di continuo a presso messer Gio. Antonio Muscettola napoletano, - Commissario generale di questo esercito, il quale mi pare a presso - lo illustrissimo Principe essere il tutto, et hauto seco molte - dispute et ragionamenti. In conclusione mi risolvei qui non si - habbi a far nulla senza trattare di queste cose del Papa, et che - il meglio mezzo ci fossi, sarebbe mandare verso Sua Santità, il - quale mostra molto haver havuto con quella lunghi ragionamenti; - volendomi persuadere che, quando si facessi, si troveria qualche - buono espediente; dicendo lui non si curare salvo dell’honor suo, - e che altrimenti non pretende al governo di cotesta città. Hogli - rabbattuto ogni e qualunque cosa col rimostrargli il seguito de’ - tempi passati, et per lo avvenire andrebbono peggiorando; e che non - pensino, quando mai habbi a seguire, che noi habbiamo acconsentire - di perdere la nostra libertà. E quando questo illustrissimo - Principe ci vorrà ricevere in buona amicitia, ci troverà di tanta - fedeltà, che non fece mai cosa di chi fossi più contento, e ne - acquistassi più honore et utile di questo. Essendo a dormire, - questa mattina venne a me ser Agnolo Marzi molto submissamente et - con grate offerte e parole, volendomi dimostrare quanti benefizi - habbi fatto et è per fare nella ritardanza della venuta di questo - esercito a’ danni di VV. SS., e quanto la mente del Papa sia buona - verso la Città, con molte ragioni. Al che con brevi parole risposi - che gli effetti seguivano in contrario, e quando vedessi ci levassi - questo impeto da dosso, il che lui fa il contrario, nè altri che - lui ce lo manda, che sono tutti segni che non rispondono alle - parole;[258] ma che con la gratia di Dio ci difenderemo da ogni - ingiusta querela. - - Questo esercito fino a qui ha havuto gran penuria di vettovaglie, - et se non havessino trovati strami, era impossibile ci potessi - stare; pure è cominciato a venire di verso Siena quantità di pane - et carne che sopperisce: biade, si servono di frumenti, che hanno - trovati: de’ vini non ce n’è, la più parte beve la miglior acqua - può trovare. - - Scritto sin qui, questa mattina son suto al levare - dell’illustrissimo Principe, col quale sono andato spasseggiando - lungamente per questo campo, et havuti molti ragionamenti con Sua - illustrissima Signoria; et in conclusione mostra esser mal contento - di VV. SS., non mandassino prima verso lui che accordassi col Papa; - perchè adesso mal può mancare della fede che Sua illustrissima - Signoria gli ha promessa, e ’l simile alla Cesarea Maestà, il - qual dice volerla osservare in tutto e per tutto; ma che VV. SS. - trovino mezzo a farlo con più salvamento della nostra libertà - che è possibile: e l’ho trovato gratioso e benigno quanto è suto - possibile; et non ho mancato di rimostrargli che i benefitii che - farà a cotesta città sempre la ne harà grandissimo obligo e ne farà - buona ricognitione verso Sua illustrissima Signoria. - - Sendo qui tanta necessità di vino, e visto che l’illustrissimo - Principe non ne trova per denari, ho mandato ad Arezzo 6 muli di - Sua Signoria per caricargli del meglio vi si trovi; e scritto al - signor Capitano e Commissario, che subito me li rimandi indietro, - e quello costa VV. SS. ne le faranno rimborsare. E mi parrebbe - che quelle dovessino ordinare che ogni giorno, per la persona - dell’illustrissimo Principe e del signor Marchese del Guasto, e - ’l simile del signor Commissario generale dello esercito, fossi - qua mandato 3 some di vino del meglio si trova, per distribuirne - a ciascuno la parte sua; e quando si potesse havere una soma o 2 - di trebbiano in fiaschi, sarebbe cosa molto grata. Però VV. SS. - usino quella diligentia è possibile, perchè questi sono il tutto - di questo esercito, e tali mezzi fanno bene spesso meglio che - l’altre cose; et è da sollecitare mentre sono in questa penuria, - perchè poi non sarieno tanto accette. VV. SS. possono ordinare al - Capitano di Montepulciano che ogni giorno me ne mandassino qualche - soma, perchè è il meglio si possi havere in queste parti, et io ne - farò la distributione in quelli luoghi dove vedrò sia necessario. - Ricordando che quelli lo portano el portino in fiaschi, che è di - meglio a distribuirlo che altrimenti. - - Le cose di Cortona si stanno ancor così; e per non aver potuto - l’artiglieria fare tanta rottura che basti hanno fatto venire - qualche cento di guastatori verso Siena e di quello di Perugia, - e sono a presso la muraglia per vedere di mandarne più in terra - che possono. Quelli di dentro si difendono gagliardamente, et se - avessino qualche numero di gente più et artiglieria da poter levare - i loro ripari, giudicherei si avessino a salvare: pure, così così, - credo che sarà loro sì facile come sperano. Per di qui domane se - ne dovrà vedere che fine habbi da havere; e subito ne aviserò le - SS. VV., alle quali del continuo mi raccomando. Dal campo a piè di - Cortona, questa mattina, a hore 16 et a’ dì 17 di settembre 1529. - - Postcritto: Sono venuti 2 huomini della terra per appuntare con - l’illustrissimo Principe. Il quale mi ha detto voler perdonare alli - huomini della terra e fare ogn’opera di salvarla, ma volere le - genti da guerra a discretione. Non so quello seguirà; pure vanno - difendendosi gagliardamente. Dio sia quello presti loro il suo - aiuto: quello seguirà aviserò VV. SS. - - ROSSO BUONDELMONTI _ambasciatore_. - - -VI. - - _Magnifici Domini etc_. — Havevo scripto questo giorno a lungo - a Vostre Signorie. Egli è piaciuto a questo Principe ritener le - lettere, et dice non volere scriva lettera nessuna in cifera et che - Sua Excellentia non vegga. Holli facto intendere che non possendo - negotiare non posso star qua. Però Vostre Signorie mi advertiranno - quel tanto habbi da fare. Ho rimostro quello mi pareva fussi - conveniente; tamen non ho potuto rihaver la mia lettera. - - Come per l’utima scripsi a Vostre Signorie, questo Principe dice - che se Vostre Signorie non mi mandano mandato di poter negotiare - delle cose del Papa, come a lungo scripsi per l’ultima mia a - quelle, posso tornarmene alla ciptà. Però Vostre Signorie mi - adviseranno quel tanto habbi da seguire. - - Per esser qui mancamento di vini ho mandato a Arezo per qualche - soma per servire a questo illustrissimo Principe. Però Vostre - Signorie doverebbeno provedere che ogni giorno ce ne fussi qualche - soma, che sarebbe cosa grata a questi signior Capitani. - - Questa sera che siamo a hore ventiquattro, la terra, di Cortona - cioè, si è resa a discretione del Principe. Pure stimo l’habbino a - salvare per quanto intendo. Così a Dio piaccia. - - Io havevo scripto tanto a lungo per la lettera mi ha ritenuto il - signor Principe, che m’incresce non sia venuta nè potere advertire - Vostre Signorie quello occorreva. Non so che camino si habbi ad - pigliar questo exercito nel diloggiar di qui. Stimo che fra dua - giorni sia per partire. Però, se non scrivo di continuo a Vostre - Signorie quelle mi habbino per excusato, che tutto resta per non - potere. Nè altro per la presente, salvo che di continuo a V. S. mi - raccomando. Di Campo, a piè Cortona, a’ dì XVII di septembre a hore - dua di notte, volanti calamo MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitore_ - ROSSO DR BUONDEMONTE _oratore_. - - -VII. - - _Magnifici Domini etc._ — Hieri scripsi a Vostre Signorie per mano - del Commissario di Arezo, et di poi son qua non ho hauta lettera - alchuna da quelle; et questo Principe ogni hora mi dice quello - fo qua senza haver commissione alchuna di tractare delle cose di - Sanctità di Nostro Signore, che senza quelle dice non esser per - appuntare. Però a Vostre Signorie piacerà ordinarmi quel tanto - habbi da seguire. - - Come Vostre Signorie haranno inteso, hiersera la ciptà di Cortona - si rendè a discretione di questo illustrissimo Principe, el quale - con ogni diligentia, per sua humanità ha salvata, senza che sia - saccheggiata; et li fanti disarmati, usciti fuora, di poi sono - suti ritenuti al servitio di Sua illustrissima Signoria; salvo - e Capitani e quali ha ritenuti prigioni, e ’l simile el Capitano - della terra Bernardo Bagniesi e ’l Castellano et il Proveditore. - Parmi del tutto sia deliberato venir verso la ciptà, et per cosa - habbi saputa mostrare a Sua illustrissima Signoria, non mi pare sia - deliberato ritardare, perchè dice non volere essere trattenuto di - parole, non volendo venire a qualche conclusione di appuntamento. - Vostre Signorie sono prudentissime. Dio sia quello al meglio le - spiri. Nè altro per la presente, salvo che del continuo a Vostre - Signorie mi raccomando, que diu valeant. Di Castiglione Aretino, - questa sera, a hore ventitre, a’ dì XVIII septembris MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitore_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI _oratore_. - - -VIII. - - _Magnifici Domini etc_. — Hieri per il vostro oratore Lionardo - si scripse a Vostre Signorie, et per epso oratore harete inteso - la risposta ne havemo da lo illustrissimo Principe di Oranges; - et ne aspectiamo con desiderio el ritorno suo, per sapere come - ci habbiamo a governare, chè senza nuova conmissione non si può - negotiare più avanti. Et questa mattina siamo arrivati qui con - questo felicissimo exercito in Monte Varchi, dove questo giorno - riposeremo. Et saria facil cosa che domani non si partissi di - qui mediante li homini da bene che sono in questo exercito et la - supplicatione facta per noi allo illustrissimo Principe. Ne altro, - salvo che di continuo a Vostre Signorie ci raccomandiamo. Da Monte - Varchi, ai dì XXII di septembre MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitori_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI e - LORENZO STROZZI _oratori_. - - El presente corriere è uno mandato dello illustrissimo Principe - alla Cesarea Maestà, come Vostre Signorie vederanno, per la patente - ne porta facta per noi. - - -IX. - - _Magnifici Domini etc._ — Hieri, per uno corriere spacciato da - questo illustrissimo Principe alla Cesarea Maestà, si scripse - a V. Signorie, per dar notitia quanto sino a quel giorno si era - seguito. Di poi è comparso lo oratore Lionardo Ginori et hauta - la di Vostre Signorie de’ ventitre stante, et per essa et per il - decto Lionardo si è intesa la intentione di quelle. Et siamo suti - con questo illustrissimo Principe, et facte tutte quelle opere - verso Sua illustrissima Signoria et il Nuntio del Papa et altri - Signori. Et doppo molte dispute, Sua illustrissima Signoria si è - contenta restar qui per domani et dipoi andare fino a Figline, - dove dice quivi soprastarà duo giorni, come più ampiamente ne - referirà il presente latore Lorenzo Strozi nostro collega, el quale - è benissimo advertito del tutto. Vostre Signorie saranno contente - fare resolutione con più presteza è possibile, perchè quanto più - cavalcano verso la ciptà, tanto più è con danno di Vostre Signorie. - Alle quale del continuo ci raccomandiamo: pregando Dio in felicità - ne conservi. Nè altro. Da Monte Varchi, a’ dì XXIIII di septembre a - meza nocte, MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitori_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI et - LIONARDO GINORI _oratori_. - - -X. - - _Magnifici Domini etc_. — Questa mattina, per lo orator Lorenzo - Strozzi si scripse a Vostre Signorie quello occorreva, et da lui - a bocca saranno raguagliate ampiamente di quello occorre. Da poi, - sono arrivate le dodici some della vettovaglia et cere, che V. S. - hanno mandate, le quale non possetteno arrivare più a punto; et - subito si sono distribuite allo illustrissimo signor Primo et al - Marchese del Guasto et al signor don Fernando di Gonzaga et a tutti - questi altri Signori, secondo le qualità loro; et quando fussino - state tre volte tante, per la carestia hanno di vino et pan buono, - non haverieno supplito. Però confortiamo Vostre Signorie continuare - ogni giorno, per lo manco di tre some di vino, metà trebbiano - et metà vermiglio: e ’l simile altrettanto di pane, el quale sia - più bianco et miglior non è stato questo, per la bocca di questi - principal signori; et fussi pan piccolo et sopratutto bianco, come - sappiamo Vostre Signorie sapranno provedere. - - Questo illustrissimo Principe ci ha molto ricerchi che desidereria - havere uno paio di cavalli turchi delli meglio si potessi trovare; - e ’l simile, el signor Marchese del Guasto ne vorria uno. Però - conforteremmo Vostre Signorie facessino ogni diligentia di haverne - delli meglio si potessi trovare et fare questo presente; che quelle - non porrien fare cosa più grata, che son mezi che servono molto più - che le cose grande, bene spesso. Antonio Francesco delli Albizi - ne haveva uno molto bello, chè credo che fussi di Ottaviano de’ - Medici, el quale anchora ne ha delli altri che sarieno a proposito. - - Di poi la partita dello orator Lorenzo, non è rinovato altro, nè - per anchora è arrivato fra Nicolò della Magnia. Aspettando questa - sera; et allhora delibereranno se debbon diloggiar di qui per a - Figline, dove questo illustrissimo Principe soprastarà duo giorni, - come Vostre Signorie dal decto oratore saranno raguagliate. Siamo - suti questa mattina con Sua Signoria, quale ne ha visto molto - volentieri; et aspetta con desiderio grandissimo si habbi ad fare - qualche appuntamento buono, per non haver a venir più avanti, a’ - danni di Vostre Signorie, che Dio ne conceda gratia. - - Quando Vostre Signorie rimandino in qua vettovaglie, a quelle - piacci mandar duo some di biade, come che è vena e orzi, - perchè questi Signor non ne hanno per li lor gran cavalli; et - malvolentieri dan lor grani, chè certamente sarà cosa molto - accepta. Nè altro, salvo che di continuo a Vostre Signorie ci - raccomandiamo. Da Monte Varchi, a’ di _xxv_ di septembre _mdxxix_. - - Di V. S. - - _Servitori_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI et - LIONARDO GINORI _oratori_. - - -XI. - - _Magnifici Signori Dieci._ — La lettera delle Signorie Vostre delli - venticinque haviamo ricevuto, et inteso le electione di Bernardo - da Castiglione a questo illustrissimo Principe, per la venuta del - reverendissimo Arcivescovo di Capua, che si aspecta con desiderio; - et perchè venga sicuro, si manda il salvocondocto con il trombetto. - Però le Signorie Vostre accelerino la venuta sua, et con qualche - resolutione; perchè Sua Excellentia non vuol più parole, nè si - è possuto obtenere che non marci innanzi, che ad ogni modo vuole - andar domane a Figline. Et pensiamo che la cavalleria scorrerà ben - presso alla ciptà. Et il danno che questo povero paese riceve non - si potria credere; et molto più lo riceverà hora che si aproxima, - perchè e soldati, vedendo marciare, pensano che l’accordo non - segua; li quali stanno tanto desiderosi di venire quanto noi di - mandarneli; et ogni giorno ce ne compariscie di nuovo, et tutti - hanno ricapito. - - Non voliamo mancare di significare alle Signorie Vostre che, - subito venuto l’Arciveschovo di Capua, referì alla Excellentia - del Principe, havere trovati li oratori mandati dalle Signorie - Vostre al Papa; et inteso che non portavano auctorità nissuna - di convenire, secondo quello che Sua Sanctità domanda. Sua - Excellentia si alterò molto, dicendo che noi li haviamo mostro una - cosa per un’altra, et che non vuole più intendere altro. Noi ci - ristrigniemmo con la Excellentia Sua, et di nuovo efficacemente - li mostrammo quanto cotesta Republica era desiderosa di convenire - con la Maestà Cesarea et esser sua devotissima, et al Papa dare - le cose ragionevole; et che lui non ha che fare della ciptà più - che ciaschuno altro partichulare, ma che l’è libera ec. Et che se - Sua Maestà Cesarea consentirà che la ciptà sia occupata, mancherà - di quella somma iustitia, per il che dice esser venuta in Italia. - Et che Sua Maestà Cesarea se ne servirebbe assai più havendola - amica et devota in questo presente stato che altrimenti, perchè - mai mancò della fede nè mancherà. Et in conclusione non si è per - noi mancato con ogni diligentia di svolgerlo da questa fantasia - del Papa et tirarlo al convenir fra noi et la Maestà Cesarea. A - che, per assai si sia battuto, non ci è stato ordine che habbi - voluto udirne niente, allegando che conoscie bene che il servitio - della Maestà Cesarea saria haver la ciptà amica più in questo - presente vivere che altrimenti; ma che havendoli Sua Maestà Cesarea - promesso, prima consentirebbe di perdere tutto l’imperio suo che - manchare di sua parola. Et che Sua Excellentia non ha mancato - mostrare a questi Nuntii del Papa et prima alla Sanctità Sua, - quanto iniustamente questa guerra ci sia facta, dovendoli assai - bastare se lui era restituito in le cose sua legiptimamente: a che - Sua Sanctità ha risposto che, hauto che egli harà un certo honore, - che in questa cosa stima, dimostrerà a tutto il mondo, che lui non - vuole occupare per modo alchuno la ciptà, nè vuole se non le cose - iuste, ma esserli buon padre et protectore. Alle qual parole dando - Sua Excellentia molta fede, ci consigliava a mandare di nuovo al - Papa et rimetterci in le braccia sua; et che interim lui fermeria - lo exercito, con questo che le Signorie Vostre fermassino le - difese, sì come da Lorenzo Strozi quelle saranno state raguagliate. - Mostra Sua Excellentia tenere tanta buona voluntà inverso cotesta - ciptà quanto sia possibile, et che dei danni che la riceve et - che la potria ricevere dolerli quanto se nel suo stato fusse. Et - anche consigliava le S. V. nuovamente mandare allo Imperatore in - diligentia, supplicando che volessi contentarsi di voler lassar - la ciptà in questo presente stato; et se non altro ne potessi - cavare da Sua Maestà, almanco ne cavassi una buona lettera per il - Papa che lo confortassi a contentarsi de l’iusto. Hora le S. V. - possono secondo noi risolversi, da questo illustrissimo Principe - non cavare altra resolutione che questa, et in su questo fondarsi, - et mandare questo nuovo oratore con l’ultima loro voluntà, et con - nuovo mandato di poter convenire con questo illustrissimo Principe - in nome della Maestà; et con commissione (quando occorressi - convenire ne’ casi del denaro) che, se pure lo potessimo in modo - alchuno volgere con larghi partiti che se li facessino, noi lo - possiamo fare. Benchè, come è detto, non crediamo cavarne altra - resolutione; perchè, sendo stati lungamente in secreto con Sua - Signoria illustrissima et con il signor Marchese del Guasto, - habbiamo largamente mostroli la intentione delle Signorie Vostre - et il benefitio della ciptà et il dover della iustitia; et ci pare - haverne cavato quello che cavar se ne può. Per il che si manda alle - S. V. il presente Bernardo Capponi, perchè l’habbino questa salva. - Il quale piacerà alle S. V. rimandarci, perchè ce ne serviamo. - - Siamo stati con il reverendissimo Arciveschovo di Capua, et - inteso che qui non è venuto con altra commissione che secondo - l’appuntamento che Sua Sanctità ha con Cesare, che è il - sopranarrato, et che assai miglior pacti haria la ciptà, gittandosi - nelle braccia di Sua Sanctità che altrimenti. Nè altro ci occorre, - salvo che di continuo a V. Signorie ci raccomandiamo. Da Monte - Varchi, a’ dì XXVI di septembre MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitori_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI et - LIONARDO GINORI _oratori._ - - -XII. - - _Magnifici signori Dieci_. — Hiersera per Bernardo Capponi mandato - a posta alle S. V. quanto ne occorse scrivemo a quelle, et altro - di nuovo non habbiamo che dir loro. Fummo di poi con messer - Giovannantonio Muciettola, che è quello che governa il tutto, - et havemo alchuni ragionamenti, de’ quali le Signorie Vostre - saranno raguagliate da Francesco Marucelli presente latore, il - quale viene costì per provedere di certe cose per la persona di - questo illustrissimo Principe, et ha conmissione portargliele in - qua. Pertanto piacerà a V. S. lasciarlo tornare subito che haverà - expedito, perchè così ci ha imposto Sua Signoria illustrissima. - Siamo arrivati qui questa mattina, dove staremo questo giorno, nè - sappiamo quando diloggieremo di qua, che par pure debbino aspectare - l’artiglieria di Siena. Nè altro, salvo che del continuo a V. S. ci - raccomandiamo. Da Figline, a’ dì XXVII di septembre MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitori_ - ROSSO DE’ BUONDELMONTI et - LIONARDO GINORI _oratori_. - - _Postscripta_. — Questo illustrissimo Principe manda uno homo suo - in Genova o vero allo Imperatore che viene con il prefato Francesco - Marucelli et ne ha ricercho Sua Signoria illustrissima che li - facciano havere dalle S. V. salvocondocto per passare innanzi et - tornare indreto. Però piaccia alle S. V. fargliene tanto largo - quanto sia possibile, et farli tutti quelli favori et benefitii che - si può, che giovano assai etc. - - -XIII. - - _Magnifici domini etc_. — Hieri, circa di XX hore, arrivò qui - l’orator Bernardo et subito tutti e tre ci transferimo allo - illustrissimo signor Principe, dove era el Marchese del Guasto e - ’l signor Aschanio Colonna, e ’l Nuntio del Papa, l’Arciveschovo - di Capua, messer Giovannantonio Muciettola Neapoletano et molti - altri; alla presentia de’ quali presentamo la lettera credentiale - allo illustrissimo signor Principe. Di poi Bernardo expose come era - mandato da V. S., perchè insieme li altri oratori si tractassi di - fare l’accordo con la Sanctità di Nostro Signore, havendo mandato - qui Sua Beatitudine l’Arciveschovo per tale effecto; et che quando - Sua Sanctità voglia della ciptà quel tanto che sia honesto et - iusto, V. S. non sono per mancare. La illustrissima signoria del - Principe rispose come la Cristianissima Maestà havea promesso a Sua - Beatitudine, secondo la loro capitulatione, di rimetterli nella - ciptà; di che Sua Maestà non era per mancare, et per fare tutto - el possibile che tale effecto segua, promettendosi la victoria - certa; tante forze li pare havere. Per noi si replicò, come tale - domanda non era iusta, et che se Cesare havessi inteso le ragioni - della ciptà, eravamo certissimi non harebbe facte tale promesse; - perchè sappiamo Sua Cesarea Maestà è venuta in Italia per ridurre - et rassettare li stati di epsa, in quella forma et modi che dalla - iustitia è permesso. Et molte altre cose dicemo et replicamo che - non fumo loro capace. - - Mostrammo che la ciptà era munita, armata et unita di sorte, che - la si prometteva di non potere essere sforzata, et che tutti li - ciptadini di quella volevano prima morire che perdere la loro - libertà. E quali agenti risposeno la volevano conservare in quella; - ma che la Sanctità di Nostro Signore ci voleva solo l’honore et - dipoi mostrerebbe a tutto el mondo che voleva fussi libera, et che - da Sua Beatitudine dependessi tale libertà. A che si replicò non - eravamo per consentirlo, atteso quello era seguito l’anno MDXII. - Et veduta questa nostra opinione, fumo certo modo licentiati. Et - per non rompere el filo, deferimo d’esser di nuovo questa mattina - insieme; et così faremo, ma non crediamo cavarne altro. - - Di poi pregamo lo illustrissimo Principe che ci desse questa - mattina audientia secreta. Promisse farlo. Saremo con Sua - illustrissima Signoria, e tracteremo l’accordo con la Cesarea - Maestà, secondo la conmissione dataci, et quello ritrarremo ne - daremo notitia a V. S.; ma non speriamo cavarne altro che quello ci - ha decto da principio sino a qui. - - Ritiratici tutti in una stanza da parte, dove stemmo più d’una - grossa hora a fare tale disputa, et da loro et da noi fu detto - tutto quello era possibile, mostrando loro con ragioni promptissime - che se Sua Sanctità sarà bene consigliata, non insisterà in tale - opinione, ma adopererà che questo exercito non molesti le Signorie - Vostre nè il dominio di quelle; et in fine non ne potemo mai cavare - altro, se non che ci rimettessimo liberamente in Sua Beatitudine - etc. - - Noi haviamo qua Giovambatista di Lorenzo Strozi et Antonio di - Vectorio Landi, de’ quali continuamente ci serviamo, et di loro - non s’è dato notitia alli signori Octo che per respecto del bando - non vorremo cascassino in contumacia. Piaccia alle S. V. farlo loro - intendere, parendolo. - - Sarà di questa apportatore Bartholomeo Marucelli, che di quello che - per noi si mancassi sopplirà. Le Signorie Vostre ce lo rimandino e - accelerinlo, perchè ce ne serviamo. - - Postscripta. — Siamo a hore diciassepte, et andati per parlare - con lo illustrissimo signor Principe, trovamo Sua Excellentia, che - cavalcava, et per aspectare che tornassi andamo a trovare messer - Giovannantonio Muciettola, col quale siamo stati in lunghe dispute - per venire a uno modo di conventione, et finalmente nulla si è - facto. È ben vero che ci ha mosso uno certo ragionamento, al quale - sendo stato presente el prefato Bartholomeo Marucelli, ne informerà - le S. V. Et come Sua illustrissima Signoria sia tornata, anderemo - da quella; dove pensiamo che di questo medesimo ragionamento si - habbi a tractare; et se ne ritrarremo cosa che vi si possa prestare - li orecchi, subito per uno di noi ne saranno le Signorie Vostre - raguagliate. Nè altro. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX. - - Di V. S. - - _Servitori_ - BERNARDO DA CASTIGLIONE - ROSSO DE’ BUONDELMONTI et - LIONARDO GINORI _oratori_. - - -XIV. - - _Magnifici domini etc._ — Questa mattina per Bartholomeo Marucelli - scrivemo a V. S. quanto sino a quell’hora era seguito, et inoltre - conmectemmo a dicto Bartholomeo, che di bocca dicessi a quelle - più cose. Vostra non haviamo, et di questa sarà apportatore - l’oratore Lionardo Ginori nostro collega, el quale viene per dirvi - certa pratica mossaci da questi Cesarei. V. S. intenderanno et - piglieranno quella deliberatione che iudicheranno sia a benefitio - della ciptà. Noi non haviamo interamente potuto discostarcene - per non rompere il filo et per scoprir meglio le loro voluntà. - Raccomandianci alle Signorie Vostre, quale Dio conservi in felice - stato. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX. - - Et io, oratore Rosso, me ne verrò domani a cotesta volta; poi che - così le SS. VV. mi commettono.[259] - - Di V. S. - - _Servitori_ - BERNARDO DA CASTIGLIONE et - ROSSO DE’ BUONDELMONTI _oratori_. - - -XV. - -_Alli magnifici Ambasciatori a presso al Papa._ - - _Magnifici Domini etc._ — Hiersera ci fu mandato dal reverendissimo - Arcivescovo di Capua un piego di vostre lettere, quali andavano - alli Magnifici Dieci; e trovandoci noi qui a negotiare accordi fra - la Santità di Nostro Signore e la nostra Repubblica, le leggemmo - per intendere quello che VV. SS. trattavano di costà con Sua - Beatitudine; e veduto che quelle dicono che Sua Santità ha dato - mandato libero al prefato reverendissimo Arcivescovo, per essere - più facile il negotiare rispetto alla vicinità. A che vi dichiamo - che Sua Signoria reverendissima dice, il suo mandato non si - estendere ad alterare in parte alcuna la Capitolazione fatta fra - Sua Santità e la Maestà Cesarea; il che non è a proposito di Sua - Beatitudine nè della nostra Città; e sarebbe meglio trattare con - Sua Santità. Però confortiamo VV. SS. a fare ogni opera ridurla - costì, che all’arrivar di questa saranno comparsi gli altri Oratori - vostri colleghi e forse la potrebbono disporre. - - Noi habbiamo le medesime commessioni che hanno le SS. VV. e - crediamo fare poco frutto. E questo esercito si fa innanzi predando - e bruciando tutto il Paese; il che non passa senza carico di Sua - Beatitudine, essendo sua patria. Le allegate lettere di VV. SS. le - mandammo stamani di buon’hora alli signori Dieci. Nè altro, salvo - che del continuo a VV. SS. ci raccomandiamo. Di Feghine, a’ 30 di - settembre 1529. - - Portò il Selbastrella cavallaro del Papa. - - -Nº V. - -(Vedi pag. 291.) - -Le cinque Lettere che seguono, scritte da Ferrante Gonzaga al Marchese -di Mantova suo fratello, contengono un ragguaglio circostanziato della -battaglia di Gavinana e della morte del Ferrucci. Le pubblicò il signor -Eugenio Albèri, e noi le riproduciamo con qualche maggiore esattezza -di lezione sopra il codice 595, classe XXV, della Magliabechiana, -già Strozziano, c. 117 e segg. La prima, la terza e la quarta erano -state già riferite dal Varchi; ma due di queste (la prima e la -quarta) mancanti di una parte molto importante, che il grave Storico -dell’assedio credè forse potere omettere come quella che nulla -aggiungeva a dimostrare le intelligenze di Malatesta col campo nemico, -unico fine pel quale egli le produceva. La seconda e la quinta con i -suoi due allegati, mancano affatto nel Varchi: e questi tre ultimi -documenti sono forse i più autentici che ci rimangano intorno agli -estremi momenti del Ferruccio e alla battaglia di Gavinana. - - -_All’Eccellentissimo Signor Federigo Gonzaga Duca di Mantova_ _don -Ferrante Gonzaga suo fratello._ - -I. - - Per dar parte a V. E. del successo delle cose, di questi giorni - passati nacque un certo maneggio d’accordo, il quale sino a - quest’ora si era ristretto di sorte, che credevamo per cosa certa - che dovessi seguire; del che poi è successo il contrario, ed oggi - la pratica si è rotta in tutto, di sorte che avemo perso ogni - speranza di venire più in futuro a parlamento alcuno d’accordo. - La pratica ebbe principio in questo modo. Un capitano di quelli - della terra, nominato Cencio Guercio amico del signor Pirro da - Castelpiero, venendo a parlamento con alcuno de’ nostri, gli - ricercò che volessero fare intendere da sua parte al signor - Pirro, che volesse venirgli a parlare, e che aveva da dirgli - cose d’importanza. Il quale signor Pirro essendovi andato, con - licenza del signor Principe, trovò costui aver commissione dal - signor Malatesta di procurare col mezzo del signor Pirro, che - ’l prefato signor Principe volesse mandare un uomo drento col - quale potesse trattare d’accordo, che sperava che dovesse venire - a qualche buona conclusione. Il signor Principe inteso questo, - fece venire a sè questo Cencio Guercio, dal quale avendo inteso il - medesimo di sopra, lo rimandò drento con ordine di rispondere al - signor Malatesta, che sarebbe stato contento di mandare drento un - uomo che lui ricercava, ogni volta che da Sua Signoria gli fusse - data prima la fede, che il partito di tor drento le Palle fusse - accettato in forma, come stavano prima. Fu risposto dal signor - Malatesta, che S. E. volessi contentarsi di mandar drento la - persona mia, con ordine di parlare a quel popolo nella forma che - da lui mi fusse detto, e con minacciarlo che, se in quel punto non - si fusse ridotto a concordia, che non isperasse più rimedio alcuno - alla sua rovina, atteso che da quel punto innanzi non saria stato - in potere di S. E. il salvarli, nè di tenere i soldati che non - saccheggiassino la terra; con altre cose pensate da lui a proposito - di questo; dando intenzione che, facendo S. E. questo, saria per - seguire l’accordo nel modo che da lui era ricerco, senza però - volere promettere la fede del patto che dal signor Principe fu nel - primo capitolo addimandato, nè dare altra chiarezza dell’esito del - maneggio, che è quanto V. E. intende. Onde, considerato il signor - Principe di quanta importanza saria a S. E. ed a tutto l’esercito - l’avermi mandato per questo maneggio, quando poi non fusse seguìto - l’effetto, si risolvette in questo, di ritornare a rispondergli - con questo argomento: che non era per farlo, se prima Sua Signoria - non gli chiariva il punto di torre drento le Palle; promettendo - che, poichè di questo fosse certificato, in ogn’altra cosa si saria - mostrato tanto favorevole a quella città, quanto per lui si fusse - potuto. E con questa risoluzione avendo mandato drento il signor - Pirro prefato, dopo due giorni, oggi, è ritornato disconcluso in - tutto, che di ciò il signor Malatesta non vuole fare niente, nè - intendere più cosa alcuna in maneggio d’accordo. La qual risposta, - così risoluta e gagliarda, è discrepante molto dall’impressione - e indizio fatto da noi dell’inclinazione di quel popolo a - quest’accordo. Per questo motivo fatto dal signor Malatesta, e per - quello che ci detta la ragione dell’estrema necessità che drento - si pate, la quale nei progressi di questo maneggio avevo scoperta, - per relazione di loro medesimi, essere intollerabile, ci fa - molto maravigliare, e pensare che tal risposta non possa da altro - procedere, che da qualche fresca speranza, che abbiano per transito - di Francia in Italia per loro soccorso; il che essendo così, et - avendone V. E. notizia alcuna, come ragionevolmente deve avere, la - supplico, per quanto gli è cara la mia servitù, a volermene dare - avviso. - - P. S. — Mi era scordato di dare notizia a V. E. di certe lettere - che nuovamente sono state intercette di questi signori Fiorentini, - indiritte al Commissario Ferrucci residente in Volterra, per le - quali se li ordinava che con quelle genti che aveva, lasciati 400 - fanti per guardia della terra, si spignesse alla volta di Pisa - per il cammino di Livorno, e si unissi con le genti che quivi si - trovavano, lasciate nella terra otto compagnie per guardia; dipoi - tutta la massa, la quale facevano conto che dovesse compire il - numero di 4000 fanti a piedi et a cavallo....[260] dovesse marciare - alla volta di Pistoia e di Prato verso Firenze, con avvertenza - di fare ogni opera se per transito avesse potuto occupare una - di dette terre, e quivi si dovessi fermare con le genti; in caso - che no, seguitassi il cammino alla volta di Fiesole, con disegno - poi di quindi condursi drento Firenze. Il qual disegno apreso - dal Principe, mandò subito a Fabbrizio Maramaldo, il quale si - trovava alloggiato con il suo colonnello per quei luoghi intorno - a Volterra, che fusse avvertito, che quando quella gente uscisse - fuori di là, ei si transferissi subito con quella gente ad - alloggiare a Prato e Pistoia, con disegno poi, quando s’intendesse - venire la massa di verso Pisa, esserli alle spalle con tanto numero - d’altra gente dell’esercito che bastasse ad espugnare quella dei - nemici. - - Questa sera, 16 del presente, ha avuto nuova il signor Principe, - che detta gente di Volterra è uscita fuori marciando alla volta - di Pisa, e che il Maramaldo se gli è messo alla coda con animo - di venir seco alle mani, e di romperla prima che sia congiunta - con quella di Pisa. Nondimeno, pensando che tal disegno non possa - riuscire, gli ha mandato ordine che, fatto ch’egli abbia prova - d’impedire l’unione di detta gente, non venendogli fatto, si debba - mettere in Vico Pisano su la fiumara, lontano da Pisa dieci miglia, - dove detta gente bisogna che passi; e quivi, unitamente con il - colonnello del signor Alessandro Vitelli, il quale si trova di - presente alloggiato con quei fanti Spagnuoli ammuttinati che si - trovavano pur quivi intorno, faccia prova di negare loro il passo, - e non potendo, gli sia alle spalle sino che venghino ad incontrare - S. E., la quale ha fatto disegno d’aspettarli in quei confini di - Pistoia con 3000 fanti eletti, 500 cavalli leggieri, e la gente - d’arme, alla quale ha mandato subito ordine che senza indugio debba - andare ad alloggiare a Prato, per togliere detta gente de’ nemici - in mezzo, e rompere loro la testa, come ho speranza che venga - fatto, accadendo che essi seguitino il detto disegno, notato per - lettere intercetto. Di quello che seguirà alla giornata V. E. sarà - di mano in mano ragguagliata. - - Sono di poi state intercette altre infinite lettere in cifra - mandate di Francia a Firenze, le quali subito il signor Principe - ha mandate alla Santità di Nostro Signore, non avendo potuto di - quelle ritrarre altro senso, se non che il Cristianissimo doveva - mandare un uomo a quella Signoria per comporre seco loro le cose di - questa città; la qual cosa avendo S. E. mostrato d’avere molto per - male, se n’è risentito qui aspramente con questi agenti del Papa, - dicendo che, quando Sua Santità voglia intendere in questo, faria - un grandissimo torto alla Maestà Cesarea, e mostreria una grande - ingratitudine, che delle fatiche e dispendi di quella volesse ora - dare il tratto ad altri, e che ciò non saria comportato. Per detti - agenti gli è stato risposto, che di ciò S. E. stia sicura, che - il Papa non mancherà di quello che è conveniente al debito verso - l’Imperatore. E questo è quanto mi occorre per notizia di V. E., - alla quale bacio le mani. - - Di sotto Firenze, 16 luglio 1530. - - -II. - - Tutta questa notte siamo stati in aspettazione che gl’inimici - dovessero escire fuori di Firenze per darci un assalto, come fummo - avvisati che si apparecchiavano di fare, per quattro spie uscite - ieri fuori l’una dopo l’altra. Certa cosa è che tutto il dì di ieri - non attesero ad altro che a fare dimostrazione dentro, con dare - l’armi al popolo e le tratte delle munizioni, e andare intorno alla - terra ieri sera con infiniti lumi fuori dell’usato, cose tutte che - ci facevano indizio di quanto riportorno le spie; ma non essendo - poi seguito effetto alcuno di ciò, non sappiamo indovinare a che - fine fussero fatte. Dentro patono all’usato, crescendo ogni dì - tanto la necessità di tutte le cose, che alfine saranno sforzati - a soccombere, e ben presto, poichè da tutte le bande si vedono - derelitti. Da Napoli ci son nuove che il Marchese del Vasto si - trova indisposto, ed il Conte di Nugolara si trovava presso a - morte. - - Dal campo sotto Firenze, alli 23 di luglio 1530. - - -III. - - Ier mattina uscì di Firenze un Bino Signorello, parente del signor - Malatesta, sotto pretesto di volere andare a Perugia, e per il - transito si lasciò uscire di bocca parole che furono principio - al maneggio d’accordo; e dopo molte pratiche fatte, essendo - intrattenuta la cosa fin ad oggi, fu concluso che il prefato Bino - scrivesse al signor Malatesta avere operato col Principe, che l’uno - e l’altro di loro s’avessero ad abboccare insieme in certo luogo - fuori delle mura poco lontano dalla terra, e così fu fatto. Questa - sera s’aspettava il trombetta fuori colla risposta del signor - Malatesta, se si contentava di questa conclusione, o sì o no, il - qual trombetta non è venuto. Oggi abbiamo avviso da Napoli, che - il Conte di Nugolara per grazia di Dio è fuori di pericolo, e che - presto egli è per ricuperare la sanità. Del signor Marchese dicono - che il male sarà un poco lungo. - - Di sotto Firenze, alli 25 luglio 1530. - - -IV. - - In questo mezzo è successo, che avanti ieri fu al signor Principe - quel Cencio Guercio mandato dal signor Malatesta Baglioni, il quale - altre volte è usato uscire fuori per queste pratiche d’accordo, - ed ha fatto intendere a S. E, che il signor Malatesta era tornato - a ricercare quel che altre volte era stato per lui ricercato, di - mandare la persona mia a parlare a quelli eccelsi Signori nella - forma che di quivi mi fussi ordinato, promettendo, in luogo di - quella condizione che domandava S. E. (di prometterli che il punto - di tor drento le Palle sarebbe accettato), una delle cose seguenti; - o che essi Signori di buona voglia accetterebbono le Palle, o - che uscirebbe di Firenze esso con tutta la gente da guerra, che - sariano in numero di 5000 uomini. Fu a questa risposta detto che - si contenteria di farlo, e tornato drento con tal conchiusione - el prefato Guercio, mandò S. E. un trombetta a domandare il - salvocondotto a quelli Signori per la mia sicurtà; li quali (come - coloro che di tal materia non avevano notizia alcuna) risposero - che prima che concedessero detto salvocondotto, volevano mandar - fuori un loro cittadino per intendere quello che S. E. intendeva - fare proporre a quella città; ed essendo stato concesso detto - salvocondotto, con consulta e licenza del signor Malatesta, uscì - fuori detto cittadino nominato Bernardo da Castiglione. Al quale - fatto intendere S. E. che l’intenzione di voler mandare non - era altro che per volere esortare quel popolo a volere ridursi - all’accordo, prima che il volerlo vedere rovinare in tutto; fu in - questa sentenza da lui dichiarato e risposto apertamente, che se - questo accordo seguisse, di venire a condizione alcuna d’accettare - drento le Palle, non ne parlasse più oltre, perchè quella città - aveva determinato non volere di ciò intendere parola; ma in ogni - altra cosa che si fusse addomandata a servizio dell’Imperatore, - si disporrebbono di buonissima voglia; e senz’altra conclusione - ritornato drento, non s’è di poi inteso altro. Stassi aspettando - che risolva il signor Malatesta, parendo già si sia legato, per - quello che ho detto di sopra, di quanto è passato per il detto - Cencio col signor Principe. - - Partito il presente cittadino dal campo, poco di poi vennero - avvisi che il Commissario Ferrucci era uscito con la gente di - Pisa e marciava verso Pescia, e che drento in Firenze si faceva - apparecchio d’uscir fuori ad assalire il campo con tutta la forza - di quella città. Per il che S. E. concluse d’andare in persona - contra il Ferruccio, e lasciare il contrasto a me con quelli della - terra; ed essi quello partito iersera con mille lanzichenech, - mille spagnuoli, e altri tanti italiani. Restai io qui, dove tutta - la notte siamo stati in espettazione che detti nemici dovessero - uscire, e mai è uscito uomo. Questa notte il signor Principe ha - rimandato mille spagnuoli a tempo, con avviso, che gli pare avere - gente a bastanza con quelli di Fabbrizio Maramaldo, per combattere - detto Ferruccio; il quale dicono avere circa 4000 fanti e 300 - cavalli leggieri, e che marcia verso la Valle di Nievole. Di quello - succederà ne darò avviso a V. E. - - Data nel campo Cesareo sotto Firenze, 2 agosto 1530. - - -V. - - L’E. V. intenderà quello che nelle qui allegate[261] si contiene, - le quali ho intrattenute fino a quest’ora per potere dare notizia - dell’esercito di questo Ferruccio; del quale questa mattina avemmo - avviso essere stato alle mani con li nostri, in un castello - non molto lontano da Pistoia, detto Cavinana; il quale essendo - parimente occupato dall’una parte e l’altra, durò la pugna ivi - dalle 19 ore fino passate le 22; e dopo molto contrasto fatto - quivi, con poco vantaggio d’alcuna delle parti, essendo ridotta - la pugna fuori della terra, quivi li nostri restorno in breve - superiori, fatto tanta strage delli nemici che pochi restorno che - non fossero morti o prigioni, fra’ quali fu il signor Giovanpaolo - da Ceri, il signor Amico d’Arsoli; il commessario Ferruccio fu - morto. Ma per grande che questa vittoria sia stata (importando - indubitatamente il fine dell’impresa), ha recato più cordoglio - che allegrezza, per la perdita del signor Principe, il quale per - aversi voluto trovare ne’ primi combattimenti restò morto; cosa - che universalmente a tutto questo esercito è dispiaciuta molto; - specialmente a me per aver perduto un buon amico e signore, e tanto - servitore quant’era a S. M., e non meno buon fratello di V. E., - alla quale non dubito che a essa ancora ne peserà per tutti questi - rispetti. Di quello che seguirà da qui innanzi farò che quella sarà - avvisata, restando a me il carico di questo esercito, pure per - ordine del prefato signor Principe quando partì di qua. Si manda - il presente gentiluomo a S. M., che provveda di detto esercito come - gli pare. - - Del campo Cesareo sotto Firenze, 5 agosto 1530. - - 6 agosto 1530. - - Questa è per darvi avviso della fazione fatta per il Ferruccio - contro al Principe d’Oranges, Fabbrizio Maramaldo e Alessandro - Vitelli, e tutta la fazione Panciatica, cioè la città e la montagna - di Pistoia, et un numero di circa sette o otto mila fanti e 1500 - cavalli; e quelli del capitano Ferruccio non aggiungnevono a 3000 - fanti e 400 cavalli. E’ partirono di Pisa il dì primo d’agosto e - arrivorno al Ponte a Squarciabocconi, e dipoi a Collodi e Medicina - e Calamecca, et a dì 3 detto partitisi, arrivorno a San Marcello - e presonlo per forza ed abbrucioronlo, e dimororno lì circa - un’ora e mezzo e non più, non pensando che tanti eserciti fossero - loro contro, per non avere gente a piè e non stimare il nemico, - credendo fosse solo Fabbrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli e la - parte Panciatica. Et in quello stante arrivò il Principe con li - cavalli, e prese Cavinana e abbruciolla. Inteso che ebbe questo il - Ferruccio, messe in battaglia tutti i suoi a 7 per fila et andò - alla volta di Cavinana, e giunto lì, gagliardamente si affrontò - smontando a piè con l’arme bianca indosso e una stradiotta in mano, - combattendo valorosamente, et il Principe, il medesimo; entrorno - drento per forza, ma furno ributtati due o tre volte. Dipoi mille - lanzichenech, che erano fuori di Cavinana in sul monte, e quelli - di Fabbrizio nel fiume, i quali lanzichenech dettono per fianco - alla coda di quelli del Ferruccio, e subito li roppono e ne feciono - assai prigioni, quelli del Maramaldo e lanzichenech n’ammazzorno - assai. Vero è che il Ferruccio roppe tutti i cavalli del Principe. - E morì il Principe et il Ferruccio. Il signor Paolo è prigione - del signor Alessandro Vitelli, et il capitano Cattivanza è ferito - d’una archibugiata in una gamba, ed è prigione con di molti altri - capitani e uomini da bene. Et è stato ammazzato Pier Antonio Tonti - da Pistoia e molt’altri, e fattine prigioni assai della fazione - Cancelliera. Intendesi che il Ferruccio aveva cento trombe di fuoco - lavorato; ma tanto fu la cosa presta che non le poterono adoperare, - perchè erano sui muli ne’ corbelli, e le mozzore legate. - - Lucca, 4 agosto 1530. - - Prima vi sarà pervenuto agli orrecchi, come il Ferruccio, domenica - notte a tre ore, partì di Pisa con 3000 fanti e 300 cavalli e 12 - moschetti e vettovaglia per tre giorni, e 4 muli carichi di polvere - e tre some o quattro di scale, e benissimo in ordine. Il giorno - seguente si avvicinò la sera a Pescia, a due miglia, dove mandò a - domandare passo e vettovaglie, il che gli fu denegato; e la notte - andò ad alloggiare ad un castello de’ Lucchesi detto Medicina, - e di là si partì l’altra mattina per la via del monte, che potea - condursi al Montale et ancora a Vernio, per passare in Mugello. - Questi imperiali, subito che ebbono notizia della sua uscita, - ciascuno fece l’uffizio suo. Il signor Principe dal campo venne a - Pistoia con 2000 fanti e 1000 cavalli, così Fabbrizio Maramaldo, - Alessandro Vitelli ed il conte Pier Maria di San Secondo, che in - tutto si trovorno gl’imperiali 7000 fanti ridotti in Pistoia; e si - deliberorno d’andare ad impedirli la via, e gli messono alla coda - il Bracciolino con mille fanti. E ieri, ad ore 19, il Principe - dette drento, dov’egli restò morto e la sua banda quasi rovinata, - insieme con la cavalleria. E dipoi si mosse Fabbrizio insieme con - gli altri, i quali messono in rotta il Ferruccio e le sue genti, - la maggiore parte delle quali è destrutta. E Fabbrizio di sua - mano ammazzò il Ferruccio, che avevono a saldare insieme qualche - conto vecchio. Il signor Gio. Paolo e Cattivanza prigioni; et - insomma quello che mancassi, i villani faranno adesso loro offizio. - Pare a questi uomini savi, che a Firenze abbino ad avere così - grandissimo dispiacere della morte del Principe come della rovina - delle genti loro e del Ferruccio; perchè, come sapete, il Principe - aveva la pratica dell’accordo, che ad esso saria stato facile cosa - conchiuderlo in breve tempo. - - -Nº VI. - -(Vedi pag. 319.) - -ORAZIONE DI PALLA RUCELLAIO RECITATA NEL COSPETTO DI CARLO V IMPERATORE -PER NOME DELL’ECCELSA REPUBBLICA FIORENTINA. - -(Codice nº 102, manoscritto appresso di noi.) - - Per vetustus mos fuit apud Maiores nostros Florentinos, Carole - Caesar Imperator Auguste, summos atque optimos Imperatores et - colere semper et summopere venerari. Quod si quis unquam magnus - Rex fuit, si quis virtute praeditus Imperator, ea claritudo est - parentum avorum proavorum maiorumque tuorum, qui omnes aut Reges - maximi aut Imperatores optimi fuerunt, is splendor celsitudinis - tuae, ea perspicua argumenta divini favoris fidem omnibus - facientia, te a deo optimo maximo electum ac de coelo missum ad - resarciendas labentis orbis terrarum ruinas, ut nemini dubium - sit Florentinum Senatum in te colendo numquam pro more suo agere - posse, numquam animo ac voluntati suae satisfacturum. Accedunt - ingentia beneficia peculiariter in Civitatem Civesque nostros - collata atque eos Cives dicimus qui se ac patriam suam in tutelam - tuam collocarant, qui sine te, invictissime Imperator Carole, - salvi esse non poterant: quibus tu post annuam obsidionem, post - multos bellorum casus, post indignam fortissimorum tuorum Ducum - in ipsa victoria caedem, patriam, parentes, liberos vitam denique - ipsam restituisti. Ob haec igitur et alia multa a te accepta - beneficia quae sigillatim explicare hujus loci ac temporis non - est, acturi gratias Florentini Senatus nomine Celsitudini tuae, - Carole Caesar Imperator Auguste; si pro immortalibus in patriam - nostram meritis parum cumulate munus nostrum impleverimus, - quaesumus obtestamurque Celsitudinem tuam, ne solum imbecillitati - ingenii nostri, quod pertenue esse cognoscimus et dolemus, verum - multo magis magnitudini beneficiorum tuorum tribuendum putes. - Quid nam sapientius aut rebus christianis armorum ac temporum - iniuria afflictis conducibilius salubriusque excogitari poterit, - quam illud divinum consilium, quo nobis Christianis omnibus - consuluisti. Nam post plurimas insignesque de hostibus tuis - victorias quibus tu numquam animo elatior factus, Italiae pacem - et Principum Christianorum concordiam totis viribus procurasti; - cum omnis adhuc Italia armorum terrore quateretur, neque ullus - calamitatum finis appareret, consociatis repente Consiliis cum - Clemente VII Pontifice Maximo, utroque foedere, ac renovata - amicitia, inita et cum eo affinitate, ex Hyspania in Italiam - navigasti: quo eodem tempore compositis rebus cum Francisco - Gallorum Duce in Cameracensi conventu per illas numquam satis - laudatas heroinas quae ambae in Coelum receptae tum praeclari - facinoris nunc debitam mercedem recipiunt; Ianuam appulsus nihil - animo potius habuisti quam reliquas Civitates et Principes Italiae - pacatissimos reddere. Ad quam rem perficiendam cum Pontificis - Maximi praesentia multum conferre visa esset, protinus relicta - urbe Bononiam accessit exardens desiderio videndi Celsitudinem - tuam, teque in tuo optimo proposito, nullo sane negocio confirmans, - magnamque oneris huiusmodi partem in se suscipiens, primum sacris - Imperii insignibus voluit exornare, imposita Augusto capiti tuo - sacratissimis suis manibus aurea corona. Sequuta est interea - Viennensis obsidionis solutio faedaque Turcarum strages et turpis - fuga potiusquam discessus, quae victoria opportune divinitus tibi - a Deo optimo maximo concessa, Venetos statim Pontifice Maximo, - tuaeque Caesareae Maiestati coniunctissimos fecit. Receptus est - etiam in tutelam et amicitiam tuam Franciscus Sforzia Insubrum Dux - magna cum spe et populorum illorum letitia quod essent in pace - et ocio rebus suis aliquando facituri. Reliqui erant Florentini - apud quos pauci factiosi et scelerati parricidae aliquorum - animos fictis vaticiniis superstitionibusque imbuerant quasi - popularis status in ea Civitate superis gratissimus esset, alios - opifices ac mechanicos artifices fecem impiam plebis Florentinae - collatis Magistratibus ipsisque insolitis honoribus illexerant, - iuventutem omnem armaverunt, ex legem quaecumque libuissent facere - permiserunt, cunctorum denique animos rapinarum ac latrociniorum - maxima spe impleverant, proscriptis nobilium bonis, ipsisque - expulsis aut in carcere ad ultimum supplicium reservatis. Ita cum - pretextu religionis ac libertatis in superstitiosam impietatem et - execrabilem populi Thyrannidem induxissent coniecissentque, spreta - ea obedientia obmissisque obsequiis, quibus Civitas Florentina - solita est Sanctissimos Pontifices atque optimos Imperatores - perpetuo prosequi, omnia prius extrema pati decreverant, quam in - illo modo ad sanitatem redirent. Taceo quod aequas conditiones - multoties propositus et a Pontifice et a te Caesar Invictissime, - repudiaverint. Id nam manifestum ac luce clarius apparuit ex his - quos postremo armis ac fame coacti accepère. Cum itaque rerum - omnium nostrarum tuum esset arbitrium cumque propter arma in - te tuumque Neapolitanum Regnum suscepta obstinatamque popularis - illius status erga Pontificem Maximum, tuamque Caesaream Maiestatem - contumaciam, omni ditione nostra jure privati essemus; restitutos - in pristinam gratiam tuae Celsitudinis, ab omni noxa gratuito - liberatos esse voluisti, solitisque immunitatibus frui omnibus - permisisti, cives civitati, civitatem civibus, reddidisti, - eamque formam Reipublicae nostrae comprobasti quae cunctis bonis - esset optabilis; in qua Alexander Medices Dux cui filiam tuam - Margaritam altae indolis puellam in uxorem dedisti, primas partes - veluti majores sui fecerant esset habiturus, tuoque e sanguine, - divina favente clementia liberos procreaturus, qui Civitati - nostrae summa cum laude in posterum praesint. Quamobrem tantum - tibi Carole Caesar Imperator Auguste nos debere profitemur, ut - parentes, liberos, patriam, vitam ipsam atque immortalitatis - spem, nostraque omnia. Celsitudini tuae accepta referamus. Porge - itaque Invictissime Imperator Carole, sanare reliqua christiani - corporis vulnera, id quod assidue facis, ut post tuum ex Italia - discessum, una cum fratre tuo Ferdinando iam Caesare declarato, - validissimis Thurcarum viribus facilius, obsistere possis, - ultimamque de his victoriam reportare. Ad haec procul dubio missus - es vocatusque a Deo optimo maximo, ad haec te hortatur qui ejus in - Terris vices gerit Sanctissimus Pater Clemens, nihil obmissurus - cum reliquis Principibus Christianis quod in tanta re tuae - Celsitudini opportunum esse videatur. Nos autem Florentini quamquam - facultatibus spoliati ad nihilumque reducti, nihil praeter nuda - corpora et animas polliceri possumus, nihilominus imperata facere - parati erimus. In primis autem Alexander, gener tuus, ipse Dux, se - ducem nobilium ac bonorum omnium prestabit ad retinendam in officio - atque obsequio Civitatem erga Celsitudinem tuam, in cujus Tutelam, - urbem, agros, Cives, nostraque omnia, id quod in mandatis habuimus, - maximopere comendamus. - -In ultimo è scritto nel Codice stesso: - - Furono mandati Ambasciatori a Carlo Quinto Imperatore Palla - di Bernardo Rucellajo et Francesco di Niccolò Valori da poi - che l’Illmo Sig.e Duca Alessandro de’ Medici fu tornato da S. - Maestà, et fatta la declaratione del Governo della Città, come si - dimostra in questo libro _de verbo ad verbum_: e quali andorno a - render gratie a Sua Maestà Cesarea et fargli reverentia come per - la preallegata Orazione si dimostra composta et recitata per il - prefato Palla. - - -FINE DEL TOMO TERZO ED ULTIMO. - - - - -TAVOLA DEI NOMI E DELLE MATERIE. - -[La lettera A indica il tomo Primo; la lettera B il Secondo; la C il -Terzo.] - - -A. - -_Abati_. Uno di quella famiglia muore a Campaldino, A 87. Distruzione -delle loro case, 130. - -_Abati Bocca_. Taglia la mano a Iacopo de’ Pazzi che teneva l’insegna -de’ guelfi a Montaperti, A 49. - -_Abati Migliore._ Ambasciatore a Clemente IV, A 374-377. - -_Abati Neri_. Suo maleficio nella persona di alcuni de’ Cerchi, A 109. -Appicca il fuoco alle case di altri della sua famiglia, 130. - -_Abbondanza_ (_Magistrato della_), C 311. - -_Abbondanza_ (_Ufficiali della_), B 528. - -_Accademia del Cimento_, B 431, C 334. - -_Accademia del Piano_, C 331. - -_Accademia Platonica_, B 427, 431. Trasferita dalla Casa de’ Medici -negli Orti de’ Rucellai, C 118. - -_Accatti_. — Ved. _Gravezze_. - -_Acciaiuoli_. Seguono la parte dei Donati, A 107; e dei guelfi neri, -126. Hanno ducato nella Morea, B 142; e principato in Cefalonia, 218. - -_Acciaiuoli Agnolo_, vescovo di Firenze. Commenda pubblicamente il Duca -d’Atene, A 226. Capo della congiura dei grandi contro di lui, 231. -Congrega il popolo in Santa Reparata, 235. Presso di lui s’adoprano -i popolani affinchè i grandi non abbiano il Priorato, 238. Assolve di -certe colpe Donato Velluti, 261. - -_Acciaiuoli Agnolo_, cardinale. Con lui si scusa la Signoria del bando -dato a Donato suo fratello, B 80. - -_Acciaiuoli Agnolo_. Confinato, B 218. Restituito, 225. Sottoscrive la -pace tra i Fiorentini e il Duca di Milano, 278. Ambasciatore a Niccolò -V, 290. Gonfaloniere, 301. Oratore in Francia, 308. Sdegnato contro -Cosimo de’ Medici, 331. Risoluto di abbattere Piero suo figliuolo, -332. Sue pratiche a tale effetto, 339. Confinato con i figliuoli, -342. Domanda a Piero de’ Medici d’esser rimesso in patria, 343. Questi -vorrebbe richiamarlo, trovandosi all’estremo della vita, 351. - -_Acciaiuoli Alamanno_. De’ Priori, nel tumulto de’ Ciompi, B 25. Si -ostina a non voler lasciare il Palagio, poi cede, _ivi_. - -_Acciaiuoli Donato_. Sua grande autorità in Firenze, e uffici da lui -esercitati, B 78, 79. Pratica per riformare lo Stato, _ivi_. Confinato, -80. — Ved. _Donato_ (_San_). - -_Acciaiuoli Donato_. Oratore a Milano, B 363; a Roma, 380, 381, 389; in -Francia, 390. Muore per via; onori resigli dalla Repubblica, _ivi_. - -_Acciaiuoli Francesco_, ultimo duca d’Atene. Sua morte, B 325. - -_Acciaiuoli Margherita_. Assegno dotale fattole dalla Repubblica, B 390. - -_Acciaiuoli Niccolò_, gran siniscalco del Regno di Napoli. Mezzano -nella compra di Prato fatta dai Fiorentini, A 260. Manda al loro -servigio due galere armate a sue spese, 304. Viene in Firenze, 311. -Sospetti che si destano contro di lui, e legge che si fa per ciò, -_ivi_. — Ved. _Certosa. Villani Matteo._ - -_Acciaiuoli Niccolò_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Acciaiuoli Roberto_. Oratore al Gran Capitano, C 98; al Re di Francia, -116. Egli e Francesco Guicciardini detti dal Varchi le due più savie -teste d’Italia, 156. Imprigionato, 219. Sta fuori di Firenze e gli è -intimato il ritorno, 249. Confinato a Volterra, ne diventa Commissario -per il Papa, 278. Va a Roma, 279. Torna in Firenze, 312. Si adonta -di sottostare a Baccio Valori, 313. Di un suo Discorso intorno alla -riforma dello Stato, 321. - -_Accolti Benedetto_, cancelliere della Repubblica, B 434. - -_Accolti Francesco_, giureconsulto, B 434. - -_Accoppiatori_, B 213, 225, 283, C 24, 25. - -_Accorso_. — Ved. _Bagnolo_ (_da_) _Accorso_. - -_Acquasparta_ (_d’_) _Matteo_. Legato del Papa in Firenze, A 109, 110, -111, 122. Protettore dei guelfi neri, poi li avversa, 123. - -_Adda_. Sulle sue sponde celebrano i Fiorentini la festa di San -Giovanni, B 67. - -_Adimari_. Vanno in esilio, A 52. Loro brighe coi Tosinghi, 73. Seguono -la parte dei Cerchi, 106. Traggono in aiuto della Signoria, 120. Due di -loro cercati a morte; alcuni sbanditi e confinati, 124, 125. Arsione -delle loro case, 130. La loro loggia ha nome la Neghittosa, B 80. È -dato bando a un altro di loro, 81. - -_Adimari Antonio_. Capo della congiura dei popolani contro il Duca -d’Atene, A 231. Sostenuto in Palagio, 232. Fatto cavaliere dal Duca, -234. S’adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato, 238. - -_Adimari Bindo_. Si sposa a una degli Ubaldini, A 61. - -_Adimari Buonaccorso_. Dà per moglie a un suo figliuolo la figlia del -conte Guido Novello, A 61. - -_Adimari Cavicciuli_. Le loro case e torri, assalite dai popolani, si -arrendono, A 240. - -_Adimari Cavicciuli Talano_. Sostenuto in Palagio, n’è tratto da’ suoi -consorti, A 138. - -_Adimari Forese_. Capo dei fuorusciti guelfi di Toscana, A 55; e uno -dei capi de’ grandi, 104. - -_Adimari Francesco_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Adimari Tegghiaio Aldobrandi_. Consiglia di non muovere l’oste contro -Siena, A 46. — Ved. _Spedito_. - -_Adriani Marcello Virgilio_, cancelliere della Signoria, C 87. - -_Adriano VI_. Fa lega con la Repubblica, C 161, 162. - -_Aguglione_ (_d’_) _Baldo_. Dichiara irrevocabile l’esilio di Dante, A -155. - -_Aguto_ (_Hawkwood_) _Giovanni_. Con lui patteggiano i Fiorentini, A -322. È ai loro stipendi, 331, 332, B 43. Caccia del contado di Firenze -una compagnia di mercenari, 50. Sta a guardia della Piazza dei Signori, -53. Ottiene licenza, 57. Richiamato, 67. Sue imprese, _ivi_-71. Muore -ed è grandemente onorato, 82. — Ved. _Vettori Andrea_. - -_Aiuti Mattia_, notaro, B 558. - -_Alamanni Boccaccino_. Ambasciatore a Francesco Sforza, B 193. - -_Alamanni Iacopo_. Affronta Luigi Guicciardini gonfaloniere, e ferisce -uno dei Priori, C 211. Ferisce un Ginori, 224. Decapitato, 225. Sue -ultime parole, _ivi_. - -_Alamanni Luigi_, poeta, C 156. Congiura contro Giulio de’ Medici, -157. Fugge ed è fatto ribelle, _ivi_. Gli è dato rifugio da Lodovico -Ariosto in Garfagnana, _ivi_. È in Genova, 229. Esorta i Fiorentini -a conciliarsi l’imperatore Carlo V, _ivi_. Viene in Firenze per -commissione d’Andrea Doria, 230. Va con gli ambasciatori Fiorentini a -Carlo V, 237. Raccoglie danari in aiuto di Firenze assediata, 286. - -_Alamanni Luigi_, soldato. Congiura contro Giulio de’ Medici, ed è -decapitato, C 157. - -_Albergati Niccolò_, cardinale. Tratta la pace tra la Repubblica e il -Duca di Milano, B 176. - -_Alberghettino_. Nome di una prigione in Palagio, B 212. V’è rinchiuso -Cosimo de’ Medici, da cui è detta la Barbería, _ivi_. V’è poi rinchiuso -il Savonarola, C 53. - -_Albergotti Giovanni_, vescovo di Arezzo. Vuol tradire alla Chiesa -quella città, A 331. - -_Albergotti Lodovico_. Ambasciatore della Repubblica a Milano, B 86. - -_Alberti_ (_Conti_). — Ved. Conti Alberti. - -_Alberti_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Si guadagnano -il favore del popolo, B 60. Fanno grande apparato di feste per -l’avvenimento di Carlo di Napoli al trono d’Ungheria, ivi. Privati -degli uffici, 61. Accusati di congiura, 75. Banditi, 76. Altre condanne -contro di loro, 81, 82, 147. Riabilitati agli uffici, 225. - -_Alberti Benedetto_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 12, 19, 20, -24, 26, 34; dopo i quali resta dei capi dello Stato, 39. Sollecita -l’esecuzione capitale di Piero degli Albizzi, 41. Si allontana da -quelli della sua parte, 46. Oratore a Siena, 60. Fa parte della Balìa -da cui vien confinato, 61. Sua fine, _ivi_. - -_Alberti Cipriano_. Gonfaloniere, B 61. Accusato di congiura, 75. - -_Alberti Leon Battista_, B 352, 432, 433. - -_Alberti Niccolò_. Parla nelle Consulte, A 271. Sua ricchezza, e -magnificenza delle sue esequie, B 60. I suoi figliuoli e discendenti -sono esclusi da una condanna pronunziata contro quella famiglia, 505, -506. - -_Alberti Spinello_ di Luca. Privilegio a lui concesso, B 476. Suo -ufficio ricordato, 485. - -_Albertinelli Francesco_. Capitano al soldo della Repubblica, C 97. - -_Albigesi_. — Ved. _Paterini_. - -_Albizzi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Si adoprano perchè -le Arti, già ridotte a quattordici, siano riportate a ventuna, 282. -Loro contese coi Ricci, 286 _e segg._ Sono oriundi d’Arezzo, 287. Capi -della Parte Guelfa, _ivi_. Di nuovo delle loro contese coi Ricci, 311. -Segno della loro setta, 315. Le due sette si avvicinano, _ivi_. Non -è vera amicizia tra le due famiglie, 317. Tre di loro e altrettanti -dei Ricci esclusi a tempo da’ maggiori uffici, 318. Favoriscono gli -Ubaldini, 320. Alcuni di loro mutano l’arme e il cognome, chiamandosi -degli Alessandri, B 10. Potentissimi nell’Arte della lana, 77. -Restituiti agli uffici, 498. - -_Albizzi Antonfrancesco_. Partigiano de’ Medici, C 123. Commissario in -Arezzo, 242. In campo contro l’Orange, 251, 361-364, 371. Confinato, -309. - -_Albizzi Bellincione_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A -422. - -_Albizzi Luca_. Segue la parte di Cosimo Medici, B 223, 224. - -_Albizzi Luca_. Commissario in campo contro Pisa, C 70. Fatto prigione, -si riscatta, _ivi_. - -_Albizzi Manno_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Albizzi Maso_. Suo gonfalonierato, B 74-76. Si tenta d’ucciderlo, -80. Ambasciatore a Parigi, 85; a Roma, 93. Commissario in campo contro -Pisa, 104. Torna, 105. Persegue gli Alberti, 147. Uno dei capi dello -Stato, 150. Muore, _ivi_. Ricordato, 203, 204. Paragone tra lui e -Rinaldo suo figliuolo, 204. Degli Accoppiatori, 516. — Ved. Visconti -Gabriele Maria. - -_Albizzi Ormanno_. Viene in Firenze, B 189. Brani di lettere scritte a -lui da Rinaldo suo padre, 205, 206. Vuol manomettere Cosimo de’ Medici, -216. Confinato, 225. - -_Albizzi Piero_. Capo della Parte Guelfa, con tutta la sua famiglia, -A 287. Parla nelle Consulte, 290. Promotore della lega con Urbano V, -315; a cui va ambasciatore, _ivi_. Perde il Palagio dei Signori, ma gli -rimane quello della Parte Guelfa, 318. Prevale la sua sentenza in un -consiglio della Parte, B 10. Gli sono arse le case, 13. È confinato, -14. Decapitato, 41, 42. - -_Albizzi Rinaldo_. Dà il luogo per fabbricare lo Spedale -degl’Innocenti, B 145. Discorso a lui attribuito, 161, 166. Tenta di -trarre alla sua parte Giovanni de’ Medici, 167; poi gli si scuopre -nemico, 169. Oratore al Papa, e a Venezia, 172. Commissario a Volterra, -184, 185. Dei Dieci della guerra, 188. Commissario in campo contro -Lucca, 189, 191, 192. Paragone tra esso e Maso suo padre, 203, 204. -Potestà di Prato, 205. Sue lettere ricordate, _ivi_. Vuole allargare -nei Consigli il numero dei Richiesti, _ivi_. Avverso a Neri Capponi, -_ivi_. Senatore di Roma, 206. Siede con Cosimo de’ Medici in una -pratica eletta dalla Signoria, 212. Viene armato in Piazza, _ivi_. -Quel ch’egli faccia e pensi dopo l’esilio di Cosimo, 217, 218, 221, -224. Confinato, 225. Sua risposta ad Eugenio IV, _ivi_. Elenco delle -sue ambascerie, 535-542. Suoi sforzi per tornare in patria, 263-270. -Muore, 270. Caso pietoso di una sua figliuola, 324. — Ved. _Catasto. -Gambacorti. Guadagni Bernardo. Parentucelli Tommaso. Scandalosi_ -(_Legge degli_). - -_Albornoz_ (_d’_) _Egidio_. Manda il Vescovo di Narni a Firenze, A 294. -Accenna a una congiura che quivi era per sovvertire lo Stato, 311. — -Ved. Ricci Guglielmo. - -_Alderotti Buonaccorso_. Sua lettera a Gino Capponi, ricordata, B 97. - -_Aldighieri Donato_. Restituito, B 474. - -_Aldobrandi Bertino_. Suo duello con Dante da Castiglione, C 271. - -_Aldobrandi Tegghiaio_. — Ved. Adimari Tegghiaio. - -_Aldobrandini_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. - -_Aldobrandini Silvestro_. Confinato, C 309. — Ved. _Medici Caterina_. - -_Alessandri_. Nelle loro case andava la Signoria a vedere il palio di -San Giovanni, B 10. - -_Alessandri Alessandro_. Stipite della sua casata, B 25. - -_Alessandri Alessandro_. Oratore a Niccolò V, B 290. - -_Alessandri Ginevra_. Moglie di Giovanni di Cosimo de’ Medici, B 326. - -_Alessandria d’Egitto_. Vi va la prima galea mercantile dei Fiorentini, -B 141; e privilegi ch’essi vi ottengono, _ivi_. - -_Alessandro IV_. Gli duole la sconfitta dei Fiorentini a Montaperti, A -52. - -_Alessandro V_. Con lui sono in lega i Fiorentini, B 127. È in Prato e -in Pistoia, _ivi_. I Fiorentini sollecitano la sua andata a Roma, 128. - -_Alessandro VI_. Sue relazioni coi Fiorentini, concernenti il -Savonarola, C 45-49, 54-58. - -_Alfonso I_ e _II_ re di Napoli. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Alfonso I_ e -_II_. - -_Alidosi_. Raccomandati della Repubblica, B 156. - -_Alidosi Obizzo_. Capitano del Popolo in Firenze, B 47. - -_Alidosi Taddeo_. Manda gente in aiuto della Repubblica, B 345. - -_Alighieri Dante_. Si trova a Campaldino, A 85. È de’ Priori, 110. -Oratore al papa Bonifazio VIII, 114. Suo odio contro il medesimo, -123, 124. Sentenze contro di lui, 125. Sottoscrive il trattato dei -fuorusciti bianchi con gli Ubaldini di Mugello, 133. Biasima la -mossa dei fuorusciti contro Firenze, 136. Sua vita e opere, 165-171. -Ambasciatore a San Gimignano, 166, 391. Prime edizioni del suo poema, -ricordate, B 458. — Ved. _Arrigo VII. Aguglione_ (_d’_) _Baldo. Niccoli -Niccolò. Romena_ (_da_) _Alessandro_. - -_Alpi_. Riforme di quel Vicariato, B 484, 493. - -_Altafronte_ (_Castello di_). Rovina, A 210. - -_Altopascio_. Si arrende ai Fiorentini, A 193; che vi son rotti da -Castruccio, ivi. Preso dai Pisani, 304. - -_Altoviti_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di loro è -fatto decapitare dal Duca d’Atene, 224. - -_Altoviti Bardo_. Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, C -299. - -_Altoviti Bindo_. Bandito, B 81. - -_Altoviti Caccia_. Sta a guardia della Porta a San Pier Gattolini, -nell’Assedio, C 298. - -_Altoviti Palmieri_. Ambasciatore a Milano, B 86. - -_Altoviti Stoldo_. Devoto di Caterina da Siena, A 337. - -_Alvernia_. Ricca d’opere dei Della Robbia, B 239. - -_Alviano_ (_d’_) _Bartolommeo_. Vuol rimettere i Medici in Firenze, C -40. Rotto dai Fiorentini, 98. - -_Ambasciatori_. Loro elezione, ufficio, salario, A 388, 389. Riforma, B -494, 495. - -_Ambrogio_ (_Sant’_). Consacra la basilica di San Lorenzo, A 3. - -_Amidei_. Loro vendetta contro Buondelmonte dei Buondelmonti, A 26, 27. -Si ricovrano in Siena, 41. Non possono tornare in Firenze, 76. Arsione -delle loro case, 131. - -_Amidei Lambertuccio_. Prende parte all’uccisione di Buondelmonte dei -Buondelmonti, A 27. - -_Amieri_. Arsione delle loro case, A 131. Falliscono, 190. - -_Ammannati Iacopo_. Sue lettere a Lorenzo de’ Medici, e a Sisto IV, -ricordate, B 361, 391. - -_Ammirato Scipione_. Accusa il Machiavelli di molti errori e -alterazioni nelle sue _Storie_, B 343. - -_Ammonizioni_. Che cosa fossero, A 286. S’accrescono grandemente, 338, -339. — Ved. _Capitani di Parte Guelfa_. - -_Andalò Lotteringo_, frate Gaudente. Potestà ghibellino di Firenze, A -57-61. — Ved. Malavolti Catalano. - -_Angeli_ (_Frati degli_). Il loro convento è messo a ruba dal popolo, B -13. - -_Angelico frate Giovanni_, B 238, 239. - -_Angelo di ser Andrea_, notaro, A 399. - -_Anghiari_. Occupato da Vitellozzo Vitelli, C 77. Assalito da Francesco -Maria della Rovere, 141. — Ved. _Tarlati Marco_. - -_Anghiari_ (_d’_) _Baldaccio_. Al soldo dei Fiorentini, B 201. Mandato -da essi in aiuto dei Genovesi, 252. Sua morte, 275, 276. S’indagano le -cagioni di essa, 276-278. - -_Angiò_ (_d’_) _Carlo I_. I Fiorentini gli danno la signoria della -città, A 62. Suo ordine circa i beni dei ghibellini ribelli, 64. -Espugna Poggibonsi, 67. Suo soggiorno in Firenze, _ivi_. Privato -dell’ufficio di Vicario imperiale in Toscana, 73. I Fiorentini gli -mandano aiuti per ricuperare la Sicilia, 75. — Ved. _Monforte_ (_di_) -_Guido_. - -_Angiò_ (_d’_) _Carlo II_. Dà alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri, -A 84. - -_Angiò_ (_d’_) _Giovanni_. Dimora a lungo in Firenze, B 309. Parte, e -gli son fatti gran doni, 312. Richiede di lega i Fiorentini, 323. La -parte avversa ai Medici vuol richiamarlo, 339. - -_Angiò_ (_d’_) _Lodovico_. Ordina rappresaglie contro i Fiorentini, B -57. - -_Angiò_ (_d’_) _Luigi_. Chiamato in Italia dai Fiorentini, B 127. -Riceve in Prato i loro ambasciatori, 130. - -_Angiò_ (_d’_) _Renato_. Viene in Firenze, B 285. Torna in Italia a -istanza della Repubblica, 309. — Ved. Pazzi Andrea. - -_Angiolo_ (_Insegna dell’_), data dal Duca d’Atene ai mestieri soggetti -all’Arte della lana, B 16, 30. - -_Antellesi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. - -_Antinori Giovanfrancesco_. S’arma contro la Signoria, C 298. - -_Antonino_ (_Sant’_). — Ved. Pierozzi Antonio. - -_Antonio di Domenico_, monaco in Cestello, B 556. - -_Anziani_. Loro governo, A 35 _e segg._ — Ved. _Buonuomini_. - -_Apparita_, luogo presso Firenze. Vi giunge il Principe d’Orange, C 255. - -_Appiano_. Quella famiglia è in tutela della Repubblica, B 104, 156. - -_Appollonia_ (_Madonna_). Bandita da Firenze, B 247. - -_Approvatori dei bandi_, B 485. - -_Approvatori degli Statuti delle Arti_. Loro riforma, B 482. - -_Aquileia_ (_Patriarca d’_). Con lui praticano gli oratori fiorentini -mandati a Carlo IV, A 266. - -_Aragona_ (_d’_) _Alfonso I_ re di Napoli. Fa guerra alla Repubblica, B -288, 291-294, 307. - -_Aragona_ (_d’_) _Alfonso II_ duca di Calabria poi re di Napoli. Viene -in aiuto dei Fiorentini, B 346. Li combatte, 385 _e segg._ Vieta loro -la ricuperazione dì Sarzana, 400. È in buone relazioni con Lorenzo de’ -Medici, 401. Offre alcuni Stati nel Regno a Piero de’ Medici che li -ricusa, C 4. - -_Aragona_ (_d’_) _Ferdinando I_ duca di Calabria poi re di Napoli. -Fa guerra alla Repubblica, B 307. La ricerca di lega, 323. Fa elogio -di Lorenzo de’ Medici, 352. Con lui rinnovan lega i Fiorentini, 362. -Promette aiuto alla Congiura de’ Pazzi, 371. Conforta la Repubblica a -rendere al Papa il Cardinale Riario, 381. Le fa guerra, 385 _e segg._ -Manda due galere per condurre a Napoli Lorenzo de’ Medici, 396. Fa -pace con lui e con la Repubblica, 399. Soccorso dalla Repubblica nella -guerra contro i Baroni, 416, 417. - -_Aragona_ (_d’_) _Ferdinando il Cattolico_. Legazione della Repubblica -a lui, ricordata, C 102. Si accorda con essa, 104. Va oratore a lui -Francesco Guicciardini, 116. - -_Aragona_ (re d’) _Iacopo_. Stimolato dai Fiorentini a occupare la -Sardegna, A 143. - -_Aragonesi Niccolò_ di Pisa. Caso occorso in sua casa, B 523. - -_Ardinghelli_ famiglia, A 393, 394. - -_Ardinghelli Pietro_, segretario di Leone X. Suoi copialettere, -ricordati, C 348. Prepara e sottoscrive l’atto di un trattato tra -il Papa e Carlo V, 353, 357. Sollecita la sottoscrizione di un altro -trattato col Re di Francia, 354. - -_Aretini_. Collegati coi Conti Guidi, A 15. In guerra con la -Repubblica, 84 _e segg_. Sconfitti a Campaldino, 87. Vengono contro -Firenze, 134. Mandano aiuti ad Arrigo VII, 158. Si danno al Duca -d’Atene, 227. Mandano a regalarlo, 230. Tornano a libertà, 237. Loro -indipendenza mantenuta da un articolo del trattato tra i Fiorentini e -Carlo IV, 270. Fanno lega con la Repubblica, 324. Brano di una lettera -dei Fiorentini a loro, 331. Si ribellano, C 77. Tornano all’obbedienza, -_ivi_. Accolgono il principe d’Orange, 242. Altre notizie di essi -durante e dopo l’assedio di Firenze, 311. - -_Arezzo_. Vi si raccolgono i fuorusciti fiorentini, A 133. Sua fortezza -e bastia, 214; poi distrutte, 237. Tentato dal re Ladislao di Napoli, -B 124, 125. In pericolo d’essere occupato da Niccolò Piccinino, 198. — -Ved. _Albergotti Giovanni. Coucy_ (_di_) _Enguerramo. Donato_ (_San_). -_Tarlati Pier Saccone_. - -_Arezzo_ (_Vescovo di_). — Ved. _Pazzi Cosimo, Ubertini Buoso._ - -_Arezzo_ (_d’_) _Leonardo_. — Ved. Bruni Leonardo. - -_Argiropulo_. Maestro di Lorenzo dei Medici, B 352. - -_Armagnac_ (_d’_) _Bernardo_. Chiamato dai Fiorentini in Italia, B 85. - -_Armagnac_ (_d’_) _Giovanni_. Denari datigli dalla Repubblica, B 68. - -_Arnolfi Onofrio_. Oratore al Papa e al Re di Napoli, B 84. - -_Arnolfo_, architetto. Sue opere, A 178, 179. - -_Arrabbiati_. Chi fossero, C 47. Trionfano sui loro avversari, 53 _e -segg_. Come volessero ordinare lo Stato, 216. - -_Arrighetti Azzo._ Esule in Francia, A 65. Da lui deriva la famiglia -dei Mirabeau, _ivi_. - -_Arrigo IV._ Assedia Firenze, A 8, 9. - -_Arrigo VI._ Crea duca di Toscana Filippo suo fratello, A 18. - -_Arrigo VII._ Opinione ch’ebbero di lui Dante, Dino Compagni e il -Villani, A 145, 146. Manda oratori a Firenze, 146. Lettere di Dante a -lui, ricordate, 149. I Fiorentini gli suscitano dei nemici, 150. Egli -fa processi contro di loro, 153. Assedia Firenze, 157. Si leva, 158. -Pone l’oste a San Casciano, indi a Poggibonsi, 159. Dichiara ribelli -all’Impero i Fiorentini, _ivi_ - -_Arrigo_ duca di Baviera. Assedia e prende Firenze, in compagnia d’uno -de’ Conti Guidi, A 12, 13. - -_Arsoli_ (_d’_) _Amico_. Sua morte, C 295. - -_Arti_ (_Corporazioni delle_), A 22, 23. Loro nomi e insegne, 58, -59, 138. Il Duca d’Atene ne disfà gli ordinamenti, 228. Resta ad esse -il governo, cacciati i grandi, 242, 275. Riportate da quattordici a -ventuna, 282. Notizie di esse durante i moti del 1378, B 12 e _segg._ -Distribuzione degli uffici tra esse, 35, 36. Prevalenza delle minori, -37 e _segg._ Nuova distribuzione degli uffici; prevalenza delle -maggiori, 49 e _segg._ Diventano un nome vano nei congegni dello Stato, -148. Si vuol ridurne il numero, 357. Loro ordine, 524. Fanno la mostra -per la festa di San Giovanni, 531. Se ne vendono gl’immobili, C 252; -ch’esse poi ricuperano, 309. — Ved. _Consoli_ o _Capitudini delle -Arti_. — Ved. anche per le principali i loro rispettivi nomi. - -_Ascoli_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Ascoli_ (_d’_) _Francesco_. — Ved. Stabili Francesco. - -_Assisi_ (_Vescovo d’_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, A -230. - -_Assisi_ (_d’_) _Guglielmo_. Conservatore in Firenze per il Duca -d’Atene, A 230. Ucciso lui e un suo figliuolo, 235. - -_Atene_ (_Duca d’_). — Ved. _Brienne_ (_di_) _Gualtieri_. - -_Attendolo Micheletto_. Al soldo dei Fiorentini, B 197, 198, 200, 207, -268, 269. - -_Attendolo Sforza_. Al soldo dei Fiorentini, B 103 e _segg._ — Ved. -Tartaglia. - -_Aubigny_ (_Monsignore d’_). Oratore del Re di Francia in Firenze, C -344. - -_Aurispa Giovanni_. Insegna nello Studio Fiorentino, B 235. - -_Avignone_. Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252; che ne sono -cacciati, 328. - - -B. - -_Bacherelli Rosso_. Dei primi Priori delle Arti, A 78. - -_Badia_ (_Monaci di_), A 139. - -_Baglioni Baglione_. Potestà in Firenze per il Duca d’Atene, A 230. - -_Baglioni Gian Paolo_. Al soldo di Leone X, C 141. - -_Baglioni Malatesta_. Minaccia Firenze, C 154. È al soldo della -Repubblica, 241. Soccorso da essa contro il Principe d’Orange, _ivi_ -Ha il comando delle genti assoldate dalla Repubblica, 251. Primi -sospetti contro di lui, 253. Alloggia nelle case dei Serristori, 256. -Sfida i nemici, 257. Tratta con un inviato di Clemente VII, 264. Fatto -dalla Repubblica Capitano generale, 268. Si bisbiglia contro di lui, -283. Cambia d’alloggio, 284. Esce contro i nemici, _ivi_ Si oppone -al proposito di assaltare il Campo nemico, 287. Pratica segretamente -coll’Orange, 289-291. Di nuovo si oppone al disegno di assaltare il -Campo, 290. Impedisce di soccorrere il Ferruccio, 291. Accusa contro di -lui non provata, 292. Come si comportasse dopo la morte del Ferruccio, -295-300. Articolo relativo a lui nella Capitolazione della città, 300. -Ha in mano il governo di Firenze, 302-305. Il Papa lo ringrazia del suo -operato, 306; poi vuole che parta, _ivi_ Parte, e manda a scusarsi e a -difendersi dalla taccia di traditore, _ivi_, 307. - -_Baglioni Orazio_. Ricupera Perugia, dov’erano a guardia i Fiorentini, -C 154. Capitano delle Bande Nere, 217. - -_Baglioni Ridolfo_. È alla guardia di Firenze, C 315. - -_Bagnesi Bernardo_. Capitano di Cortona, fatto prigione dal Principe -d’Orange, C 369. - -_Bagno_ (_Contea di_). Tenuta in vicariato dalla Repubblica, B 307. - -_Bagno_ (_Conti di_). Ribelli della Repubblica, B 81. Loro distruzione, -93. - -_Bagno a Vena_. Battaglia _ivi_ successa tra i Fiorentini e i Pisani, A -305. - -_Bagnolo_ (_da_) _Accorso_, A 31. - -_Bagnone_ (_da_) _Stefano_. Parte che ebbe nella Congiura de’ Pazzi, B -372, 373. Sua fine, 377. - -_Baldovinetti Mariotto_. Ricordato nelle Storie del Cavalcanti, B 218. - -_Baldovino_ imperatore. Sua venuta e dimora in Firenze, A 70, 71. - -_Balducci Pegolotti Francesco_. Sue scritture, citate, B 141. - -_Balestrieri_, milizia del Comune. Sua formazione, A 295. - -_Balìa_. Dell’anno 1341, A 223, 225. Del 1342, 235. Due del 1378, B -12, 13,26 _e segg._ Tre del 1382, 48, 52, 53, 55. Del 1387, 61. Tre del -1393, 75, _ivi_, 81. Del 1433, 213, 214. Del seguente anno, 224, B 245, -246, 279. Del 1444, 282, 283. Del 1453 e 54, 312. Del 1458, 320, 321. -Del 1466, 342. Del 1471, 356, 357. Del 1490, 421. Del 1512, C 125, 132. -Del 1530, 303, 305, 312, 314; trasformata nel Consiglio dei Dugento, -325. - -_Balzelli_. — Ved. _Gravezze_. - -_Bambelli_ Pace, notaro. B 557. - -_Bande Nere_. Condotte da Giovanni de’ Medici, C 178. Nel campo contro -Carlo V, 217, 220. Stanno a guardia di Firenze, 251. - -_Banderesi_ di Roma. Esortati dai Fiorentini ad opporsi a Gregorio XI, -A 332, 334. - -_Bandiera Guido_, scardassiere. Fatto cavaliere da’ Ciompi e datigli -danari, B 22. - -_Bandini_ (_Villa dei_). — Ved. _Ripoli_ (_Piano di_). - -_Bandini Bernardo_. Sua parte nella Congiura de’ Pazzi, B 371-374. Sua -fine, 377, 378. Condannati anche i suoi fratelli, 378. - -_Bandini Domenico_. Ammonito, poi decapitato, A 312. - -_Bandini Giovanni_. Suo duello con Lodovico Martelli, C 271, 272. -Accusato d’aver trattata la vendita d’Empoli, 283. - -_Bandini Sallustio_, C 336. - -_Barbadori_. Uno di quella famiglia è decapitato, B 320. - -_Barbadori Donato_. Ambasciatore a Gregorio XI, A 327, 328. Lettore -nello Studio Fiorentino, 368. Oratore a Carlo di Durazzo, B 42. Messo a -morte, _ivi_. - -_Barbadori Niccolò_. Uno degli avversari di Cosimo de’ Medici, B 202. -Viene armato in Piazza, 222. Confinato, 225. - -_Barberìa_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Barberìa_. — Ved. _Alberghettino_. - -_Barberino_ (_da_) _Francesco_, poeta, A 173. - -_Barbiano_ (_da_) _Alberico_. Viene sotto le mura di Firenze a Signa e -a Pozzolatico, B 86. Condotto ai suoi stipendi dalla Repubblica, 93. - -_Barbolani_ di Montaguto. Raccomandati della Repubblica, A 214, 215. - -_Bardi_ (_Conti_). — Ved. _Mangona. Vernio._ - -_Bardi_. Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Mozzi, 92. Parte di loro -sta coi Cerchi, 106. Si pacificano co’ Mozzi, 119. Tengono la parte -dei guelfi neri, 126. Un loro castello si arrende ad Arrigo VII, 159. -Loro fallimento, 211, 212. Congiurano contro gli ordini popolari, 222; -contro il Duca d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, 241, 242. Vengono -armati in Piazza, B 222. Rimossi dagli uffici, 246. Caso d’una loro -fanciulla sposata in casa Acciaiuoli, 332. Due di essi, capi di gente -armata in Piazza, 342. - -_Bardi Alessandro_. Fatto di popolo, B 475. - -_Bardi Bartolo_. Dei tre primi Priori delle Arti, A 78. - -_Bardi Contessina._ Moglie di Cosimo de’ Medici, B 209. - -_Bardi Roberto_, teologo, A 367. - -_Barga_. Assalita dalle armi del Duca di Milano, B 254. - -_Bargellini_. Moneta falsa, A 162. - -_Bargello_. Ufficio creato dai Medici per il contado, B 357, 358. — -Ved. _Capitano della guardia_. - -_Baroccio_ (_Il_). Uno dei Ciompi, cassato dall’ufficio di -gonfaloniere, B 36. - -_Baroncelli_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Posti a sedere, -B 283. — Ved. _Poggio Imperiale_. - -_Bartoli Matteo_. Gonfaloniere, B 319. - -_Bartoli Tommaso_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Bartolini Zanobi_. Commissario in campo contro l’Orange, C 251. -Uno dei Commissari della milizia cittadina, 296. Cassato, _ivi_. poi -riassunto all’ufficio, 299. È nella Balia creata dopo la resa della -città, 304. Torna in grazia de’ Medici, 309. - -_Bartolommeo_ (_Fra_) di San Marco, B 440. Devotissimo del Savonarola, -C 29. - -_Barucci Sandro_. I suoi consorti e discendenti vengon restituiti agli -uffici, B 473. - -_Baschi_ (_da_) _Ranieri_. Fatto prigione dai Fiorentini, A 305. - -Basilea. — Ved. Ugolini Baccio. - -Bastari Filippo. Parla nelle Consulte, A 317. - -_Battifolle_ (_da_) _Francesco_ Conte di Poppi. Suoi rapporti con la -Repubblica, B 266, 267. Favorisce i fuorusciti venuti contro Firenze, -267. S’arrende ai Fiorentini, 271, 272. - -_Battifolle_ (_da_) _conte_ Guido. Capitano dei cavalieri mandati dalla -Repubblica a Carlo I d’Angiò, A 75. S’accosta in arme a Firenze, 112. -Vi viene per Vicario del re Roberto, 162. - -_Battifolle_ (_da_) _conte_ Simone. Viene in aiuto dei Fiorentini -contro il Duca d’Atene, A 234. Accompagna il Duca fuor di città, 236. - -_Battista d’Antonio_, priore di San Marco, B 555. - -_Beaumont_ (_di_) _Ugo_. Mandato da Luigi XII in aiuto dei Fiorentini, -C 69. - -_Beccanugi_. Uno di quella famiglia si fa capo di tumulti, B 55. - -_Beccaria_ (_da_). — Ved. _Vallombrosa_ (_Abate di_). - -_Becchi Stefano_. Privilegio a lui concesso, B 476. - -_Belcari Feo_, B 441. - -_Belcaro_, notaio, A 442. - -_Belforti_ o _Belfredotti_. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222. -Ricuperano Volterra, 237. - -_Belforti Bocchino_. Decapitato, A 302. - -_Belforti Ottaviano_. È del consiglio del Duca d’Atene, A 230. - -_Belli_ e _Buoni_. Nomi di parte, B 210. - -_Bellosguardo_. — Ved. _Spagnoli_. - -_Bembo Bernardo_. Oratore veneto in Firenze, B 392. - -_Benci_. Come diventino ricchi, B 315. - -_Benedetto XI_. Manda in Firenze il cardinale Niccolò da Prato, A 128. -Cita a comparirgli dinanzi la parte dei neri, 134. - -_Benedetto_ antipapa. Va a lui oratore Iacopo Salviati, B 124. - -_Benedetto Cieco_. Predice quali saranno i Gonfalonieri di Firenze, B -211. - -_Benintendi Niccolò_, C 271. - -_Benivieni Girolamo_, poeta, B 444, C 156. - -_Bentivoglio_. Amici dei Fiorentini, B 339. - -_Bentivoglio Ercole_. Al soldo dei Fiorentini, C 97. - -_Bentivoglio Giovanni I_. Collegato dei Fiorentini, B 90. - -_Bentivoglio Giovanni II_. Avvisa Piero de’ Medici del pericolo che -corre lo Stato suo, B 340. Manda gente in suo aiuto, 345. - -_Bentivoglio Santi_. — Ved. _Cascese_ (_da_) _Santi_. - -_Bernardo_, notaro. Roga un atto di promissione tra i Fiorentini e gli -uomini di Pogna, A 441. - -_Bernardone_. — Ved. _Delle Serre Bernardo_. - -_Biada_ (_Ufficiali della_), A 386. - -_Bianchi penitenti_ (_Compagnie de’_), B 88. - -_Bianchi e Neri_, A 106 _e segg._ Esilio dei Bianchi, 125. - -_Bianco_, Cardinale. Profetizza il ritorno de’ guelfi in Firenze, A 53. - -_Bibbiena_. Presa dai Fiorentini, A 88; dal Piccinino, B 267; dai -Veneziani, col favore di ser Piero da Bibbiena, C 65. Si dà al Principe -d’Orange, 243. - -_Bibbiena_ (_da_) _Bernardo_. Sua _Calandra_, ricordata, C 130. -Conferisce con Antonfrancesco degli Albizzi, 134. Fatto cardinale, -_ivi_. Governatore della guerra contro Francesco Maria della Rovere, -141. Legato presso il Re di Francia, 348-353. - -_Bibbiena_ (_da_) _ser Piero_, cancelliere di Lorenzo il Magnifico, B -424; e di Piero suo figliuolo, C 3. — Ved. _Bibbiena_. - -_Bichi Iacopo_. Suo duello, C 271. Sua morte, 285. - -_Bigallo_ (_Confraternita del_), A 179. - -_Biliotti Ivo_. Si porta valorosamente all’assedio di Firenze, C 285. - -_Bini_. Nelle loro case alloggia Malatesta Baglioni, C 284. - -_Bisticci_ (_da_) _Vespasiano_, B 301. - -_Boccaccio Giovanni_. Oratore al Papa, A 268; e di nuovo, 308. -Scrittore, 363-366. Chiamato a spiegar Dante, 368. - -_Bolgheri_, terra de’ Gherardesca. Crudelmente trattata dall’imperatore -Massimiliano, C 37. - -_Bolognesi_. Mandan gente in soccorso della Repubblica, A 47. -Soccorrono i fuorusciti di Firenze, 134, 135. Rinnuovano la lega co’ -Fiorentini, 150. Li soccorrono, 157, 186. Soccorsi da loro, 196. -Si ribellano dalla Chiesa col loro aiuto, 327. Rifanno lega coi -Fiorentini, B 72. - -_Bolsena_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 332. - -_Bonaccorsi Filippo_, soprannominato Callimaco Esperiente, letterato, B -434. - -_Bonaccorso_, giudice. Oratore a Clemente IV, A 374, 375. - -_Bonaccorso di Lapo_. Rivela al Conte di Virtù alcuni segreti della -Repubblica, B 66. Bandito, _ivi_. - -_Bonaccorso_ (_di_) _Domenico_, notaro, B 557. - -_Bonciani Guido_. Imprigionato, B 342. - -_Bonifazio VIII_. Suo breve contro a Giano della Bella, ricordato, A -101. Sue ingerenze nelle cose della Repubblica, 102, 108, 109, 113 _e -segg_. — Ved. _Alighieri Dante_. - -_Bonifazio IX_. Promuove la pace tra Giangaleazzo Visconti e i -Fiorentini, B 71. Oratori fiorentini presso di lui, 84, 85, 93. - -_Bonifazio_ (_Spedale di_). Fondato da Bonifazio Lapo, A 304. - -_Boninsegna_ (_di_) _Bonaguida_, notaro, A 377. - -_Boninsegni Domenico_ e _Piero_. Loro _Istoria_, ricordata, B 232. - -_Bonsi Antonio_. Gli è conferito un vescovado, C 163. - -_Borbone_ (_Contestabile di_). Entra ostilmente nel dominio della -Repubblica, C 181, 210. - -_Bordoni_. Sono dei guelfi neri, A 126. Capi della fazione dei -Serraglini, 187. Sbanditi, 189. — Ved. _Mangioni_. - -_Bordoni Niccolò_. Si piglia beffe di un ordine degli Otto ed è -condannato, B 249. - -_Borghini Borghino_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Borgia Cesare_. Viene ostilmente in quel di Firenze, C 73. A lui si -danno i Pisani, 74. Chiede il ritorno dei Medici in Firenze, _ivi_. -Ferma un trattato con la Repubblica, _ivi_. Occupa Ripomarance, -Piombino e l’Elba, 75. Favorito dai Fiorentini, 79. — Ved. _Pazzi -Cosimo_. - -_Borgia Lucrezia_. — Ved. _Este_ (_d’_) _Alfonso_. - -_Borgo Allegri_ (_Via_). Donde abbia tal nome, A 177. - -_Borgogna_ (_di_) _Maria imperatrice_. — Ved. Da Rabatta e Cambi. - -_Borgo San Sepolcro_. Occupato dai Fiorentini, B 270; da Vitellozzo -Vitelli, C 77. - -_Borromei Carlo_. Aderente dei Medici, B 369. - -_Borromei Giovanni_. — Ved. _Pazzi Giovanni_. - -_Borsellino_ (_Priori del_), B 62, 515, 516. - -_Boscoli Pietro Paolo_ e _Capponi Agostino_. Loro congiura, C 126. -Dannati a morto, ivi, 127. - -_Bostichi_. Loro scelleratezze, A 122. — Ved. _Mercato Nuovo_. - -_Bossolo della libertà,_ B 486. - -_Botticelli Sandro_, B 439, 440. - -_Bouciquaut_. — Ved. _Le Maingre Giovanni_. - -_Bozzolo_ (_da_) _Federigo_. — Ved. _Gonzaga Federigo da Bozzolo._ - -_Bracciolini Iacopo_. Qual parte avesse nella Congiura de’ Pazzi, B -372, 374. Impiccato, 375. - -_Bracciolini Poggio_, B 236, 237. Condanna di due suoi figliuoli, 378. - -_Brandini Ciuto_, scardassiere. Impiccato, A 277. - -_Brescia_. Nega ubbidienza ad Arrigo VII, a istigazione dei Fiorentini, -A 149. - -_Brescia_ (_di_) _Martinengo_. Al soldo della Repubblica, B 387. - -_Brettoni_ (_Compagnia de’_). Promettono di pigliar Firenze, A 331. - -_Brienne_ (_di_) _Gualtieri, duca di Atene_. Viene in Firenze, A -197. Ritorna, 224. Sua nascita e sue qualità, _ivi_. Conservatore del -popolo e Capitano della guardia, _ivi_. Gridato Signore a vita, 226. -Storia del suo governo, _ivi e segg_. Congiure contro di lui, 231 -_e segg_. Assalito in Palagio, 234. S’arrende e parte, 236. Dipinto -vituperosamente, ivi. — Ved. _Altoviti. Angiolo_ (_Insegna dell’_). - -_Brisighella_ (_da_) _Francesco_. Tenta di occupare la rocca di -Castiglionchio, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi e da Galeotto -Manfredi, B 350. - -_Brolio_. Principal sede dei Ricasoli, B 250. I Fiorentini l’hanno a -patti, ivi. Tentato da Ferdinando d’Aragona, 307. Preso e abbruciato, -388. - -_Broncone_ (_Compagnia del_). C 133. - -_Brucioli Antonio_, fuoruscito. Traduce la Bibbia, C 156. Congiura -contro i Medici, 157. - -_Bruggia_ in Fiandra. Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252. - -_Brunelleschi_. Seguono la parte dei Donati, A 107. Capi, con altri, -della parte dei guelfi neri, 126. Uno di essi rivela al Duca d’Atene -una congiura ordita contro di lui, 232. - -_Brunelleschi Betto_. Va al papa Benedetto XI, A 134. Con lui tratta -il cardinale Napoleone degli Orsini, 139. Suo consiglio circa al -rispondere agli oratori di Arrigo VII, 146. Muore, 154. - -_Brunelleschi Filippo_. Architetta lo Spedale degl’Innocenti, B 145. -Suo disegno di allagare Lucca, mal riuscito, 191. Notizie della sua -vita e opere, 240, 241. — Ved. _Rusciano_ (_Palazzo di_). - -_Brunelleschi Gabriele_. Ambasciatore del re Ladislao a’ Fiorentini, e -di questi al Re, B 129. - -_Bruni Francesco_. Oratore a Urbano V, A 308. - -_Bruni Leonardo_. Cancelliere della Repubblica, B 229, 233, 234. Suoi -scritti, 234. - -_Bucicaldo_. — Ved. _Le Maingre Giovanni_. - -_Buffalmacco_, A 177. - -_Bugigatto_. — Ved. _Simoncino_. - -_Bulsingi Giunta_, notaro, A 377. - -_Buonaguisi_. Magnificati nella _Cronaca_ di Ricordano Malespini, A -429, 430. - -_Buonarroti Michelangiolo_. L’artista e il poeta, e della vita sua, -C 196-204. Suo incontro con Niccolò Capponi, 238. È dei Nove della -Milizia e Commissario generale delle fortificazioni, 250. Fugge, poi -ritorna, 252, 253. Si tien nascosto dopo la resa della città, 309; -finchè è rassicurato dal Papa, _ivi_. — Ved. _Salviati Francesco_. - -_Buondelmonti_. Vengono ad abitare in Firenze, A 12. Contrari agli -Uberti, 27. Vanno in esilio, 52. Riconciliati con gli Uberti, 73. -In guerra coi Cavalcanti, 92. Disfatte le case a un di loro, 97, -Parteggiano pei Donati, 107. Fanno pace coi Gherardini, 119. Seguono la -parte dei guelfi neri, 126. Arsione delle loro case, B 13. Partigiani -dei Medici, 209. — Ved. _Montebuoni. Scolari._ - -_Buondelmonti_ Andrea. Oratore al Re d’Ungheria, B 84. - -_Buondelmonti Benedetto_. Mandato a Gian Iacopo Trivulzio, C 138. -Imprigionato, 219. Sua raccolta di documenti ricordata, 319. Suo -colloquio col Papa, 322, 323. - -_Buondelmonti Benghi_. Si dà alla setta dei Capitani di Parte Guelfa, A -316. Gonfaloniere della Parte, B 2. - -_Buondelmonti Buondelmonte_, A 26, 27. - -_Buondelmonti Cece_. — Ved. _Uberti Piero_. - -_Buondelmonti Filippo_. Gonfaloniere, C 126. - -_Buondelmonti Rosso_. Oratore al Principe d’Orange, C 246. Altro -mandato che riceve dalla Signoria, 299. Sue lettere ai Dieci, 361-376. - -_Buondelmonti Uguccione_. Va coi consorti in aiuto del Duca d’Atene, A -233. - -_Buondelmonti Zanobi_. Muore, C 156. Congiura contro i Medici, 157. - -_Buonomini_. Succedono agli Anziani, A 63, 64. Portati da dodici a -quattordici, 74. Scema la durata del loro ufficio, _ivi_. Aboliti, -78. Costituzione del loro ufficio, 382 _e segg_. — Ved. _Priori delle -Arti_. - -_Buonomini_. — Ved. _Dodici Buonomini_. - -_Buonvicini fra Domenico_. Predica in vece del Savonarola, C 50. -Dice che la dottrina del suo maestro sosterrebbe la prova del fuoco, -_ivi_. È scelto a sostenere quella prova, 51. Chiuso in Palagio, 53. -Esaminato, 56. Condannato e sua morte, 59, 60. - -_Burchiello_, barbiere e poeta, B 441. - -_Busini Giambatista_. Suo giudizio del Machiavelli, C 183. Dei -Gonfalonieri di Compagnia, 300. Notizia che ci dà circa i partigiani -dei Medici, 302. - -_Butronto_ (_Vescovo di_) _Niccolò_. Sua relazione del viaggio di -Arrigo VII in Italia, ricordata, A 150. — Ved. Savelli Pandolfo. - - -C. - -_Cacciaguida_. Va coll’imperatore Corrado in Terrasanta, A 13. - -_Cadolingi_ (_Conti_) di Fucecchio. — Ved. Monte Orlandi. Mangona. -Vernio. - -_Cafaggio_, presso Firenze. Vi si schierano i fuorusciti bianchi, A -135. — Ved. _Servi_ (_Chiesa dei_). - -_Cafaggiolo_ (_Villa di_). Alienata da Lorenzo de’ Medici, B 407. - -_Calabria_ (_Duca di_). — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Alfonso II_ e -_Ferdinando I_. - -_Calabria_ (_Duca di_) _Carlo_. I Fiorentini gli danno la Signoria -della città, A 196. Viene in Firenze, 197. Parte e vi lascia un -Vicario, 200. - -_Calabria_ (_Duchessa di_). Viene in Firenze, e vi fa abolire le leggi -contro gli adornamenti delle donne, A 197. - -_Calamecca_. Vi pernotta il Ferruccio, C 293. - -_Calboli_ (_da_) _Folcieri_. Potestà di Firenze, A 126. - -_Calcagnino_, tavernaio, B 19. - -_Calci_. Perso e ricuperato dai Fiorentini, B 197. - -_Calcio_ (_Giuoco del_). Solito farsi in Piazza di Santa Croce, C 271. - -_Calenzano_, A 194. - -_Calimala_ (_Arte di_). Nella sua bottega si aduna l’ufficio dei -Trentasei, A 58. Ne sono arse le scritture, 234. Numero grande dei suoi -fondachi, 251. Sua grande autorità in Firenze e fuori, 318. Decade, B -8. — Ved. _Fiorino d’oro. Sant’Eusebio_ (_Spedale di_). - -_Calimala_ (_Via_). Vi hanno le case i Lamberti, A 59. Le botteghe di -drappi che v’erano son distrutte dalle fiamme, 130. - -_Callimaco Esperiente_. — Ved. _Bonaccorsi Filippo_. - -_Camaiore_. Vi sono a campo i Fiorentini, B 192. La prendono, 255. - -_Camaldoli_ (_Abate di_). Si oppone alle armi dei Veneziani nel -Casentino, C 65. - -_Camaldoli di San Lorenzo_. — Ved. _Ciardo_. - -_Camarlinghi della Camera del Comune_. Loro ufficio, A 386. Riforma, B -482. — Ved. _Settimo e Ognissanti_ (_Frati di_). - -_Camarlingo delle cinque cose_, B 474. - -_Cambi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. — Ved. _Da Rabatta e -Cambi_. - -_Cambi Giovanni_. Dei Gonfalonieri di compagnia, B 19, 46. Accusato a -torto di congiura, 46. Cavalca per la città con l’insegna della Parte -Guelfa, 48. - -_Cambi Giovanni_. Decapitato, C 40, 41. - -_Cambi Giovanni_, lo storico. Racconta il fatto dell’ammonizione di suo -padre, B 424. - -_Cambi Marco_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Cambini Andrea_. Amicissimo di Francesco Valori, C 57. - -_Cambio_ (_Arte del_). Numero grande dei suoi banchi, A 251. - -_Camera dell’Armi_. Spese per il suo fornimento, A 257. - -_Camera del Comune_. Rotta dal popolo e arsene le scritture, A 234. -Salvata da Piero di Fronte, uno de’ Priori, B 13. - -_Campaldino_. Battaglia ivi successa, A 86, 87. - -_Campana Francesco_. Tiene un libro detto il _Cronista di Palazzo_, C -312. - -_Campora_, luogo presso Firenze. — Ved. _Spagnoli_. - -_Cancellieri_ famiglia. Venuti a confine in Firenze, vi recano le parti -bianca e nera, A 106. Rimessi in Pistoia dai Fiorentini, 261. Loro -guerra coi Panciatichi, C 73. Favoriscono la libertà di Firenze contro -i Medici, 260. Sono col Ferruccio alla battaglia di Gavinana, contro i -Panciatichi, 293. - -_Candia_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Canigiani_. Vanno in esilio, A 52. Sono arse loro le case, B 13. - -_Canigiani Giovanni_. In grande stima presso Lorenzo de’ Medici, B 354. -Degli Accoppiatori, 357. - -_Canigiani Piero_. Devoto di Caterina da Siena, A 337. - -_Cantelmo Iacopo_. Vicario del re Roberto in Firenze, A 160. - -_Capalle_, castello. Assalito dal conte Guido Novello, A 61. - -_Capello Carlo_, oratore veneto in Firenze. Sue lettere ricordate, C -240, 249, 252, 272. Loda a cielo i Fiorentini, _ivi_. Fa seppellire un -suo cavallo in Firenze, _ivi_. - -_Capitani di guerra_. Loro elezione ed ufficio, A 386, 387. - -_Capitani di Parte Guelfa_. Giano della Bella cerca frenare la loro -potenza, A 98. S’interpongono per la concordia tra bianchi e neri, -115. Loro costituzioni e atti, 277 _e segg_. Inventano le ammonizioni, -286. Riforme del loro ufficio, 313, 314. Attraversano la stipulazione -di una lega tra la Repubblica e Bernabò Visconti, 324. Infieriscono -nelle ammonizioni, 339, B 1, 2. Cercano impedire il gonfalonierato -di Salvestro de’ Medici, 10. Riforme del loro ufficio e degli altri -uffici della Parte, 36, 49, 75. I loro ordinamenti durano anche dopo la -riforma degli Statuti, 146. Scadono d’autorità, 148, 149. Testo di due -loro petizioni, A 415-418, B 502-504; e di due riformagioni relative -alle loro leggi, A 418-420, B 499-501. È tolto loro il gonfalone, 475. -Vanno ad offerta alla chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo, -533. Mutano le loro attribuzioni, 357. — Ved. _Consoli de’ Cavalieri. -Parte Guelfa_. - -_Capitano del Popolo_. Sua istituzione e suo gonfalone, A 35. Gli è -aggiunto il titolo di Difensore dell’Arti, 78. Sua primitiva dimora, -79. Il suo palagio è distrutto da un incendio, 131. Cessa durante la -signoria del re Roberto, 162; dopo la quale vien rieletto, 184. Si -ristringe la sua autorità, 189. Capo del Consiglio del Popolo, 203. Suo -salario, 257. Cassato e poi rimesso, 312. Costituzione del suo ufficio, -379 _e segg_., B 529, 530. È accresciuta la sua autorità, 213. Decade, -321. Tolto via, 364, 365. Va ad offerta alla chiesa di San Giovanni il -giorno di quel Santo, 533. — Ved. _Tizzoni_. - -_Capitano della guardia_ o _Bargello_. N’è uno in città e uno in -contado, A 223. - -_Capitudini delle Arti_. — Ved. _Consoli_. - -_Caponsacchi_. Uno di essi è potestà di Firenze, A 24. Esuli, non -posson tornare in città, 76. Arsione delle loro case, 130. - -_Cappiano_ (_Ponte a_). Espugnato dai Fiorentini, A 192. - -_Capponi_. Aprono il passo al popolo contro alle case dei Frescobaldi, -A 241. Consorti dei Vettori, B 101. Uno di quella famiglia è bandito, -350. Alcuni di loro s’armano contro la Signoria, C 298. Il loro -castello di Feugerolles in Francia passa nei Conti di quel nome, 310. - -_Capponi Agostino_. — Ved. _Boscoli Pietro Paolo_. - -_Capponi Bastiano_. Partecipe in una congiura contro Eugenio IV, B 250. - -_Capponi Bernardo_. È al servigio degli oratori fiorentini presso il -Principe d’Orange, C 374. - -_Capponi Gino_. Sue pratiche col Bucicaldo per l’acquisto di Pisa, B -97-99. Piglia la tenuta di quella cittadella, 99. Commissario in campo -contro Pisa, 104-112. Viene in Firenze a proporre i patti della resa, -110. Torna a Pisa a ratificare l’accordo, 111. Ricusa d’esser fatto -cavaliere, ivi. Sua parlata in quel Palagio de’ Priori, e risposta -fattagli da un Bartolo da Piombino, 113-115. Capitano di Pisa, 115. -Oratore a Gregorio XII, 122; a Venezia, 135. Uno dei capi dello Stato, -150. Muore, 151. Gonfaloniere, 186. Suoi scritti ricordati, 232. -Lettere della Signoria a lui, 519-523. — Ved. _Alderotti Buonaccorso. -Tartaglia_. - -_Capponi Neri_ di Gino. Si trova alla resa di Pisa, B 112. Accusato -di avere spinto Niccolò Fortebracci a far preda nel territorio di -Lucca, 187, 188. De’ Dieci della guerra, 188. In campo contro Lucca, -189-192, 196, 197. Avversato da Rinaldo degli Albizzi e dai Medici, -205. Confinato, 206. Suo atteggiamento quando si volle richiamare -dall’esilio Cosimo de’ Medici, 223, 224. Suoi scritti ricordati, 232. -Oratore a Siena e a Venezia, 250, 251; a Genova, 253. Va alla guardia -di Pisa, 254. Suo fatto d’arme contro Niccolò Piccinino, _ivi_. -Commissario in campo contro Lucca, 255-257. Oratore a Francesco Sforza -e a Venezia, 261, 265. Commissario in campo contro Niccolò Piccinino, -268-272; contro il Conte di Poppi, 272. Altra sua commissione -ricordata, 276. Amico a Baldaccio di Anghiari, 277, 278. Oratore a -Venezia, 278. Degli otto cittadini eletti a rivedere i libri delle -Riformagioni, 284. Uno degli arbitri nelle differenze tra Eugenio IV -e Francesco Sforza, 287. Due altre volte oratore a Venezia, 288, 289. -Oratore a Niccolò V, 290. Commissario in campo contro Alfonso I di -Aragona, 292, 293. Gli spiace il torsi la Repubblica dall’amicizia -di Venezia per favorire lo Sforza, 298, 299. Si oppone al mandare -in esilio molti cittadini, 301. Oratore allo Sforza fatto signore -di Milano, 303; e di nuovo a Venezia, 304. Muore, 317. Tre lettere -scrittegli dalla Signoria, 542, 544. — Ved. _Cascese_ (_da_) _Santi. -Pistoia_ (_Montagna di_). - -_Capponi Neri_ di Gino di Neri. Accompagna Carlo VIII nell’andata e nel -ritorno da Napoli, C 19. Oratore a lui, in Francia, 34. - -_Capponi Niccolò_. Commissario in campo contro Pisa, C 105. Tenuto capo -della fazione avversa ai Medici, 209. Suo vero animo, 214, 215. Suo -gonfalonierato, 215-227. Deposto, 227, 228. Oratore a Carlo V, 236, -237. Tornando, s’incontra con Michelangiolo Buonarroti, 238. Sue parole -morendo, _ivi_. - -_Capponi Piero_. Sua legazione a Lucca, B 392. Oratore a Carlo VIII, -s’adopra contro Piero de’ Medici, C 8. A lui fanno capo gli amatori di -novità, 12. Straccia i capitoli dell’accordo con Carlo VIII, 15, 16. -Sua natura, 35, 36. Commissario in campo contro Pisa, 36. Vi muore, -_ivi_. Lettere dei Dieci di balia a lui e a Guidantonio Vespucci, -343-345. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni oratori al Re -di Francia, 346, 347. — Ved. _Maruffi fra Silvestro_. - -_Capponi Piero di Niccolò_, C 227. - -_Capraia_. È dei Conti Alberti, A 21. Vi si ricovrano i guelfi di -Firenze, 33. Espugnata dai ghibellini, 34. - -_Capua_ (_Arcivescovo di_). — Ved. _Schomberg Niccolò_. - -_Capua_ (_da_) _Luigi_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 70. - -_Caracciolo Iacopo_. Cede ai Fiorentini la rôcca d’Arezzo, B 58. - -_Carafulla_, C 267. - -_Cardona_ (_da_) _Raimondo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 192, -193. - -_Cardona_ (_da_) _Raimondo_. Viene contro Firenze, C 120. Giunge a -Prato e lo pone a sacco, 121, 122. Si accorda con la Repubblica, 123. - -_Carducci Baldassarre_. Oratore in Francia, C 226. S’abbocca in Genova -con Andrea Doria, 229. Sue lettere ricordate, 233, 234. Muore, 234. - -_Carducci Filippo_. Privilegi concessigli dall’imperatore Paleologo, B -259. - -_Carducci Francesco_, C 226. Suo gonfalonierato, 228, 234, 243, 247, -248, 253, 263. Ha che dire con Malatesta Baglioni, 287. Sua grande -autorità, ivi, 296. Decapitato, 308. - -_Careggi_, A 194. - -_Careggi_ (_Villa di_). Vi muore Lorenzo de’ Medici, B 427. Incendiata, -C 250. - -_Carestia_ in Firenze, A 205, 206, 219, 247, 321, C 303, 304. - -_Carlo Magno_. Creduto riedificatore di Firenze, A 4, 5. - -_Carlo IV_. Chiamato dai Fiorentini in Italia, pratica con essi un -accordo, A 263-266. Viene a Pisa, 268. Capitoli dell’accordo, 269, 270, -398-404. Richiede i Fiorentini di lega, 272. Altre notizie di lui, ivi, -273. Torna in Germania, 273. Dà in pegno la sua corona a un mercante -fiorentino, 309. Abbandona per denari certe sue pretese contro i -Fiorentini, 310. Suo privilegio a favore dello Studio Fiorentino, 368. -— Ved. _Strada_ (_da_) _Zanobi_. - -_Carlo V_ imperatore. Impone danari alla Repubblica e le conferma -dei privilegi, C 160. Fa lega con essa e con Giulio de’ Medici, 161, -162. Come accolga in Genova gli oratori della Repubblica, 236-238. I -Fiorentini gli si arrendono, e Capitoli della resa, 300, 301. Per sua -interposizione si cessa in Firenze dal confinare cittadini, 309. Lodo -da esso pubblicato circa il governo di Firenze, 315. Sua ingerenza in -esso, 328. — Ved. _Clemente VII. Leone X. Orange_ (_d’_) _Filiberto. -Rucellai Palla._ - -_Carlo V_ re di Francia. Manda oratori al trattato di pace tra Gregorio -XI e la Repubblica, A 339. - -_Carlo VI_ re di Francia. Con lui fanno lega i Fiorentini, B 85. -Lettera di essi a lui, ricordata, 96. - -_Carlo VII_. Pressato dai Fiorentini a scendere in Italia, B 308. - -_Carlo VIII_. I Fiorentini si rifiutano di favorirlo nell’impresa del -Regno, C 7, 8. Egli caccia di Lione i ministri del banco dei Medici, -8. Gli mandano oratori, 12. Pone in libertà Pisa, 14. Suo ingresso e -dimora in Firenze, 15, 16. Incerto del restituir Pisa, 19, 20. Suo -trattato con la Repubblica, 33, 34. Restituisce Livorno, 34. Suoi -ambasciatori in Firenze, 344. — Ved. _Capponi Piero. Savonarola_. - -_Carlone_ (_di_) _Benedetto_. Parte da lui presa nel Tumulto dei -Ciompi, B 19, 34. - -_Carmagnola Francesco_. — Ved. _Foscari Francesco_. - -_Carmignano_. Preso e fortificato da Castruccio, A 194, 196. - -_Carmine_ (_Chiesa del_), A 179. - -_Carnesecchi Lorenzo_. Commissario della Romagna fiorentina, C 272. - -_Carpi_ (_Signori di_). — Ved. _Pio_ signori ec. - -_Carrara_ (_da_) _Francesco_. Viene in Firenze, B 63, 64. Con lui si -collegano i Fiorentini, 72, 73. - -_Carroccio_, A 43, 50, 67. - -_Casalecchio_. Vi sono sconfitti i Fiorentini, B 90. - -_Casali_ signori di Cortona. Con essi fanno lega i Fiorentini, A 213. — -Ved. _Cortona_ (_Signore di_). - -_Cascese_ (_da_) _Santi_ bastardo d’Ercole Bentivoglio. Esercita in -Firenze l’arte della lana, B 302. Raccomandato a Neri Capponi, _ivi_. -Va al governo di Bologna, 303. - -_Casentino_. Posseduto dai Conti Guidi, B 266. Vi vengono i fuorusciti -di Firenze, 267. Lo acquista la Repubblica, 272. Occupato dal Principe -d’Orange, C 243. — Ved. _Camaldoli_ (_Abate di_). _Cortona_ (_Signore -di_). - -_Casole_. Conquistato dai Fiorentini, B 394. - -_Castagneto_. Crudelmente trattato dall’imperatore Massimiliano, C 37. - -_Castel del Bosco_. Vi avviene un fatto d’arme tra i Fiorentini e i -Pisani, A 31. Un altro tra le genti della Repubblica e quelle del Duca -di Milano avviene tra quel castello e la rocca di San Romano, B 200. - -_Castel della Pieve_. Vi vanno a confine alcuni cittadini, A 110, 111. - -_Castelfiorentino_. Ribellato, indi ridotto all’ubbidienza della -Repubblica, C 262. - -_Castelfiorentino_ (_da_) _Domenico_. Degli Accoppiatori, B 283. - -_Castelfranco_, nel Valdarno di sopra. Edificato dai Fiorentini, A 104. - -_Castel San Niccolò_. Assediato da Niccolò Piccinino, B 267. - -_Castella_ (_Ufficiali delle_), B 528. - -_Castellani_. A uno di quella famiglia è arsa la casa, B 19. Vengono -armati in Piazza, 222. Privati degli uffici, 246. - -_Castellani Grazia_. Ambasciatore in Ungheria, B 84. - -_Castellani Matteo_. Nel campo dei Fiorentini contro Pisa, B 105, 107. -È tra i maggiori dello Stato, 150. - -_Castellina_ nel Chianti, B 201. Assediata dalle armi d’Alfonso I di -Aragona, 307. Tolta ai Fiorentini, 388. - -_Castello_ (_Villa di_). Le è dato fuoco, C 250. - -_Castiglia_ (_re di_) _Alfonso_. — Ved. _Latini Brunetto_. - -_Castiglionchio_ (_da_) _Bernardo_. Lettera a Lapo suo padre, -ricordata, A 317. - -_Castiglionchio_ (_da_) _Lapo_. Sua opera ricordata, A 279. Autore di -una legge in favore della Parte Guelfa, 317. Pratica contro gli Albizzi -e Ricci, _ivi_. Lettore nello Studio Fiorentino, 368. Capo della setta -dei Capitani di Parte, B 2. Suo consiglio non seguito, 10. Sua fuga, -13. Gli è posta addosso una taglia, 36. Dà al Petrarca le _Istituzioni -di Quintiliano_, 228, 229. Articolo di una provvisione contro di lui, -472. - -_Castiglionchio_ (_Rocca di_). — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_. - -_Castiglione_ (_da_) _Bernardo_. Oratore con altri al Principe -d’Orange, C 246; loro lettere, 375, 376. Nuovamente oratore a quel -Principe, 291. Decapitato, 308. - -_Castiglione_ (_da_) _Dante_. Abbatte, con altri, le immagini di Leone -X e Clemente VII, nella chiesa dei Servi, C 219. Confinato, 309. — Ved. -_Aldobrandi Bertino_. - -_Castiglione Aretino_. Saccheggiato dal Principe d’Orange, C 242. - -_Castiglione della Pescaia_. Acquistato dalla Repubblica, B 93. Viene -in potere d’Alfonso I d’Aragona, 292, 304, 310. - -_Castracani Castruccio_. — Ved. _Interminelli_. - -_Castro_ (_da_) _Paolo_. Riforma gli Statuti del Comune, A 93, B 145, -234. Lettore nello Studio Fiorentino, 234. - -_Castrocaro_. Acquistato dai Fiorentini, B 93. Difeso contro le armi di -Carlo V, C 273. - -_Catasto_ o _Tavola_. La sua formazione è avversata dai più ricchi, B -3. Non fu invenzione di Giovanni de’ Medici, ma piuttosto di Rinaldo -degli Albizzi e di Niccolò da Uzzano, 179. Come fosse ordinato, 180, -181. Annullato, 279. Rinnovato, 318, 319. — Ved. _Gravezze_. - -_Caterina_ (_Santa_) _da Siena_. Suo consiglio a Gregorio XI, A 328. -Sua dimora in Firenze, 335-337. Delle sue _Lettere_, 366, 367. - -_Catignano_ (_da_) _ser Domenico_. Notaro degli ultimi Priori, C 287. - -_Cattani Francesco_. — Ved. _Diacceto_ (_da_) _Francesco_. - -_Cattivanza_. — Ved. _Strozzi Bernardo_. - -_Cavalca fra Domenico_, A 175, 362, B 458. - -_Cavalcanti_. Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Buondelmonti, 92. -Seguono la parte dei Cerchi, 106. Sbanditi, 125. Tornano in potenza, -129. Arsione delle loro case, 131. Presi nel loro castello delle -Stinche e chiusi in carcere a Firenze, 132, 133. Quarantotto di loro -condannati nell’avere e nella persona, 154. Vengono in aiuto del Duca -di Atene, 233. Assaliti dal popolo, si arrendono, 240, 241. Imparentati -coi Medici, B 209. - -_Cavalcanti Bartolommeo._ Sua orazione ricordata, C 223. È in Francia, -234. Oratore a Clemente VII, 302. - -_Cavalcanti Cavalcante_. Dà in moglie al suo figliuolo Guido una -figliuola di Farinata degli Uberti, A 61. - -_Cavalcanti Giannozzo._ Si adopra in favore del Duca d’Atene, A 233. - -_Cavalcanti Giovanni_. Descrive un Consiglio di Richiesti, B 152. Si -corregge un errore delle sue Storie, 179. Parole che mette in bocca -a Niccolò da Uzzano, trascritte poi dal Machiavelli, 202, 204. Cenni -critici sulle Storie, 210, 447. - -_Cavalcanti Giovanni_. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni, -oratori a Carlo VIII, C 346, 347. - -_Cavalcanti Guido_. Suo scontro coi Donati, A 108, 109. Confinato, 111. -Torna e muore, _ivi_. È condannato un suo figliuolo, 132. Poeta, 173. — -Ved. _Cavalcanti Cavalcante_. - -_Cavallate_, A 83, 387, 388. - -_Cavicciuli_. Arsione delle loro case, B 13. - -_Ceccone_ (_ser_), notaio. Esamina fra Girolamo Savonarola, C 56. - -_Cefalonia_. — Ved. _Acciaiuoli_. - -_Cei Giovan Battista_. Decapitato, C 308. - -_Celestino III_. Manda suoi legati in Toscana, A 18. Ricordato, 74. - -_Cella di Ciardo_. — Ved. _Ciardo_. - -_Celona_ (_di_) _Giovanni_, A 104. - -_Cencio Guercio_. Va a trattare nel campo degl’imperiali sotto Firenze, -C 289, 378, 381, 382. - -_Cerbaia_, sulla Pesa. Vi muoiono alcuni cavalieri fiorentini, A 159. - -_Cerbaia_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230. - -_Cerchi_. Loro stato e condizione, A 105. Comprano il palazzo dei -Conti Guidi in Firenze, _ivi_. Capi dei bianchi, 106. Loro mischie coi -Donati, ivi, 107. Confinati, 111, 125. Salgono in grande potenza, 129. -Congiurano contro il Duca d’Atene, 231. - -_Cerchi Bindaccio_. Sua Cronichetta di famiglia, ricordata, A 122. - -_Cerchi Cerchio_. Uno de’ maggiori cittadini in Firenze, A 60. - -_Cerchi Giano_. Imprigionato, A 124. - -_Cerchi Niccolò_. — Ved. Donati Simone. - -_Cerchi Vieri_. È a Campaldino, A 85. Capo della sua famiglia, 105, -111, 112, 122. Va ad Arezzo, 129. - -_Ceri_ (_da_) _Renzo_, C 141. Un suo figliuolo è al soldo dei -Fiorentini, 270. - -_Cerretani Bartolommeo_. Che scriva di Francesco Valori, C 38; e che -del Machiavelli, nelle sue _Storie_, 183. - -_Cerreto_ (_da_) _Iacopo_. Ambasciatore a Clemente IV, A 374-377. - -_Certaldo_. Fa lega coi Fiorentini, A 20. Torna sotto la loro -giurisdizione, 97. — Ved. _Conti Alberti_. - -_Certomondo_, A 85. - -_Certosa_ presso Firenze. Vi sono inalzati splendidi edifizi da Niccolò -Acciaiuoli, A 369. - -_Chaumont_ (_di_) _Carlo_. Mandato da Luigi XII in aiuto dei -Fiorentini, C 77. - -_Chianti_. — Ved. _Cortona_ (_Signore di_). - -_Ciardo_, vinattiere. Decapitato, B 54. È arsa la sua casa nei -Camaldoli di San Lorenzo e rimane a quel luogo il nome di Cella di -Ciardo, _ivi_. - -_Cibo Franceschetto_. Gli è data in moglie Maddalena figliuola di -Lorenzo il Magnifico, B 420. - -_Cibo Innocenzio_, cardinale. Viene in Firenze, C 210. Poco aderente al -Principato dei Medici, 313. - -_Cimabue Giovanni_, A 177. - -_Ciompi_, B 16, 17. Tumultuano, 18 e _segg_. Vanno in rotta, 35. -Congiurano, 41, 42, 43, 51, 52, 59. Duemila di loro son mandati a -guardia delle castella, 91. - -_Cipro_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Città di Castello_. Soccorre i Fiorentini, A 157. Col loro aiuto si -ribella dalla Chiesa, 326. Rammentata, 327. - -_Civitavecchia_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326. - -_Clemente IV_. Dà a’ guelfi di Toscana la sua propria insegna, che -poi rimane alla Parte Guelfa di Firenze, A 56, 57. Sua ingerenza nel -governo della Repubblica, 62-64. — Ved. _Abati Migliore. Ubaldini -Ottaviano_. - -_Clemente V_. Manda suoi legati a Firenze, A 137. - -_Clemente VI_. Concede privilegi allo Studio Fiorentino, A 368. - -_Clemente VII_ (_Giulio de’ Medici_). Che pensi circa lo Stato di -Firenze, C 164, 165. Fa una lega con Cesare, in cui vengono inclusi -i Fiorentini e la Casa sua, 171. Vuol mutare lo Stato in Siena, -175, 176. Fortifica Firenze, 176. I Fiorentini gli mandano Francesco -Vettori, 177. Pratica per il ritorno de’ Medici in Firenze, 226-228. -Suo trattato con Cesare, 230. Sue risposte ad alcuni oratori della -Repubblica, 244-247. Spera di aver Firenze per vie pacifiche, 256. -Racquista varie terre del suo dominio, 261. Altra sua risposta ad altri -oratori, 265. Vive in angustie per l’assedio di Firenze, 275, 276. -Questa gli s’arrende, 300, 301. Sua risposta agli Aretini, 311. Manda -oratori fiorentini a Carlo V, 318, 319. Vuol fare Alessandro dei Medici -signore libero di Firenze, 319, 321-324. — Ved. _Baglioni Malatesta. -Buonarroti Michelangiolo. Cavalcanti Bartolommeo. Conte Rosso. Foiano_ -(_da_) _fra Benedetto. Gorini. Orange. Volterra._ - -_Clermont_ (_Signore di_). S’offre mediatore tra la Repubblica e -Clemente VII, C 273. - -_Cocchi Niccolò_. Gonfaloniere, B 221. - -_Colle di Valdelsa_. Afforzato, A 15. Fa lega con la Repubblica, 47, -67. Sua dedizione, 214. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, -230. Torna in potere della Repubblica, 259. Occupato dalle armi -del Papa e del Re di Napoli, 395. Riforme di quella Potesteria e -Capitanato, B 484, 493. - -_Collegi_ della Signoria. Così detti i Gonfalonieri di compagnie e i -Dodici Buonuomini, B 527. - -_Colleoni Bartolommeo_. Con lui praticano gli avversari di Casa Medici, -B 339. Fa guerra alla Repubblica, 344-319. - -_Collodi_. Espugnato dai Fiorentini, B 189. - -_Colombaia_ (_Poggio di_), A 194, C 284. - -_Colonna Sciarra_. — Ved. _Santa Margherita a Montici_. - -_Colonna Stefano_. S’interpone a favore dei figliuoli di Dino Compagni, -A 155. - -_Colonna Stefano_ di Palestrina. Capo della milizia cittadina -nell’assedio di Firenze, C 251. Dove alloggi, 256. Assale il campo -nemico, 258, 259, 285. Disapprova il disegno di riassaltarlo, 290. -Chiede licenza, 295. Articolo relativo a lui nella resa della città, -300. - -_Combiata_. Disfatta dai Fiorentini, A 21. - -_Comines_ (_di_) _Filippo_. Ambasciatore del Re di Francia in Firenze, -B 390. Creditore di Casa Medici, C 29. Tiene in concetto di santo il -Savonarola, 61. - -_Compagnacci_. Così detti gli avversari del Savonarola, C 47. Trionfano -sui loro avversari, 52 _e segg._ - -_Compagni Dino_. Gonfaloniere, A 97. Prende parte a un Consiglio di -cittadini, 110. Fatti in cui la sua Cronaca discorda da quella del -Villani, ivi, 117. Parla in un altro Consiglio, 112. È de’ Priori, -14. Raduna i cittadini in San Giovanni, 116. Di lui come scrittore, -175. Nota intorno alla _Storia_, 433-442. — Ved. _Arrigo VII. Colonna -Stefano._ - -_Compagnia Bianca._ Sue imprese a danno dei Fiorentini, A 306, 307. - -_Compagnie_. — Ved. _Confraternite_. - -_Compagnie del Popolo_. Loro primitiva formazione, A 35. Rinnovate, -128. Ottengono gonfaloni loro propri, d’onde i Gonfalonieri di -compagnie, 138. - -_Concilio Ecumenico_ in Firenze, B 258, 259. - -_Condotta_ (_Ufficiali della_), B 529. - -_Confraternite_ o _Compagnie_, B 160, 161, C 59, 205, 252, 331, 332. - -_Consalvo_. Sue relazioni colla Repubblica relative alla guerra di -Pisa, C 98. - -_Consegne_ (_Uffici delle_). Loro riforma, B 484. - -_Conservatori delle leggi_, B 206. - -_Consiglio del Capitano_ o _di Credenza_ della Massa de’ guelfi. Sua -istituzione, A 64. Notizie di esso, 383-385. - -_Consiglio del Cento_. La parte dei Medici impedisce che sia annullato, -B 334, 335. Ogni cosa si riduce in esso dopo l’abolizione dei Consigli -del Popolo e del Comune, 356. Abolito, C 24. Rifatto, 132. - -_Consiglio del Comune_. Sua istituzione e distinzione dall’altro -del Popolo, A 203. Sue riforme, B 36, 49, 213. Annullato, 356. Sua -costituzione, 527. - -_Consiglio dei Dugento_. — Ved. Balia del 1530. - -_Consiglio del Dugento_, B 154. - -_Consiglio di Giustizia_, C 93. - -_Consiglio Grande_ o _Generale_. Sua istituzione e ordinamento, C -25, 26, 82 _e segg._ Abolito, 125. Restaurato, 214, 215. Si aduna per -l’ultima volta, 302. - -_Consiglio degli Ottanta_. — Ved. Ottanta. - -_Consiglio del Popolo_. Sua istituzione e distinzione dall’altro del -Comune, A 203. Sue riforme, 239, B 36, 49, 213. Sua costituzione, 527. -Annullato, 356. - -_Consiglio dei Settanta_. — Ved. _Settanta_. - -_Consiglio dei Trecento_ e altri Consigli del Comune. Loro istituzione, -A 64; e altre notizie di essi, 383-385. - -_Consoli_. Loro governo, A 16, 22-25. - -_Consoli_ o _Capitudini delle Arti_, A 22-24. Manomessi da alcuni -grandi, 110. Loro costituzione, 385, 386, 527. Son rifatte le borse del -loro ufficio, B 213. — Ved. _Arti_. - -_Consoli de’ cavalieri_, poi Capitani di Parte Guelfa. Loro creazione e -costituzione, A 65. — Ved. Capitani ec. - -_Consoli del mare_, B 141 _e segg_. - -_Conte Novello_. — Ved. _Del Balzo Bertramo_. - -_Conte di Poppi_. — Ved. _Battifolle_ (_da_) _conte Francesco_. - -_Conte Rosso_. Fatto impiccare da Clemente VII, C 311. - -_Conte di Virtù_. — Ved. _Visconti Giangaleazzo._ - -_Contessa Matilde_, A 8-11. Fondatrice di badie, 25, 26. Ricordata, 344. - -_Conti Alberti_. Fanno trattati con la Repubblica, A 17. Antichi -atti tra essi e i Fiorentini, relativi a Fogna, Semifonte e Certaldo, -ricordati, A 441. — Ved. _Capraia. Mangona. Vernio._ - -_Conti Guidi_. Collegati cogli Aretini, A 15. Loro palagio in Firenze, -105. Giurano fedeltà ad Arrigo VII, 152. Amici della Repubblica, 215. -Mandano doni al Duca d’Atene, 230. Richiesti d’aiuti dalla Repubblica, -B 18. Cacciati del loro Stato, 271. — Ved. _Arrigo_ duca di Baviera. -_Battifolle. Casentino. Dovadola. Ingelberto. Monte Croce. Montemurlo_. - -_Contratti_. N’è ordinata la registrazione, A 162. - -_Corbinelli Bartolommeo_. Commissario in campo contro Pisa, B 108-112. -Potestà di Pisa, 115, 116. Lettere della Signoria a lui, 519, 520. - -_Corbonischi Niccola_. Potestà di Firenze, B 505. - -_Coriglia Michele_. Capitano di guardia del contado e distretto, C 100. - -_Corno_ (_da_) _Gian di Lucino_. Potestà di Firenze, A 100, 101. - -_Corrado_ imperatore. — Ved. _Cacciaguida_. - -_Correggio_ (_da_) _Giberto_. Al soldo della Repubblica, B 387. - -_Còrsi_ soldati, in Firenze, C 302, 303, 307. - -_Corsi_ famiglia. Rimossi dagli uffici, B 246. Nuove condanne contro -alcuni di loro, 378. - -_Corsi Bardo_. Tenuto fuori da ogni grado nella Repubblica, B 363, 364. - -_Corsi Giovanni_. Gonfaloniere, C 303. - -_Corsi Iacopo_. Decapitato egli e un suo figliuolo, C 288. - -_Corsini_. A uno di quella famiglia è arsa la casa dai Ciompi, B 19. - -_Corsini Luca_. Avverso ai Medici, C 12. - -_Corsini Piero_. Fatto cardinale, A 315. Gran personaggio ai suoi -tempi, 367. - -_Corsini Tommaso_. Lettore nello Studio Fiorentino, A 368. - -_Còrso Pasquino_. Al soldo dei Fiorentini, C 256. - -_Cortese Paolo_, B 434, 435. - -_Cortona_. Venduta ai Fiorentini dal re Ladislao, B 130. Occupata -da Vitellozzo Vitelli, C 77. Si arrende al Principe d’Orange, 242, -362-366, 368, 369. — Ved. _Casali_. - -_Cortona_ (_Signore di_). Vassallo della Repubblica, B 64. Fa scorrerie -nel Casentino e nel Chianti, 88. - -_Costantinopoli_ (_Patriarca di_). Viene in Firenze, B 259. Sepolto in -Santa Maria Novella, _ivi_. - -_Coucy_ (_di_) _Enguerramo_. Occupa Arezzo, B 57. Lo vende ai -Fiorentini, ivi. - -_Covoni_. Privati degli uffici, B 61. - -_Cremona_. Soccorsa dai Fiorentini, A 149. - -_Cresci Bartolommeo_. Sua morte, B 225. - -_Crisolora Emanuele_. Lettore nello Studio Fiorentino, B 234. - -_Cristiano_, arcivescovo e arcicancelliere dell’Impero. Suoi atti in -Firenze, A 14. - -_Cristo_. Eletto re di Firenze, C 219, 220, 234. - -_Crociate_. In esse intervengono cavalieri fiorentini, A 13, 28. - -_Cronaca_ (_Il_). — Ved. _Pollaiolo_ (_del_) _Simone_. - -_Cronista di Palazzo_. — Ved. _Campana Francesco._ - - -D. - -_Dagomari_ (_dell’Abbaco_) _Paolo_, B 435. - -_Damiata_. — Ved. _Della Pressa Buonaguisa_. - -_Da Panzano_ famiglia. Si mettono col popolo in un assalto contro i -grandi, A 241. - -_Da Panzano Luca_. Sua Cronaca, ricordata, A 260. Si vendica contro uno -dei Gherardini, B 29, 30. Cavaliere dei Ciompi, 30. Parte da esso presa -in quel tumulto, 30, 31. - -_Da Rabatta e Cambi_, compagnia mercantile. Fa un imprestito a Maria di -Borgogna, B 407. Fallisce, _ivi_. - -_Dati Goro_. Della sua _Storia_, B 232, 233. - -_Dati fra Leonardo_. Ambasciatore a Martino V, B 136, 137. Sua fama ed -autorità, 234. - -_Davanzati_. Uno di quella famiglia creato cavaliere da Eugenio IV, B -253. - -_Davanzati Manetto_, B 25. - -_Davanzati Niccolò_. In campo contro Pisa, B 105. - -_Decima Scalata_, B 406, C 85, 217. - -_Del Balzo Bertramo_ detto _il Conte Novello_. Vicario del re Roberto -in Firenze, A 162. Capitano dei Fiorentini, 191, 192. - -_Del Bene Sennuccio_, A 367. - -_Del Buono Niccolò_. Decapitato, A 312. - -_Del Caccia Alessandro_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Del Chiaro Girolami Salvi_. Dei primi Priori dell’Arti, A 78. - -_Del Fiesco_ famiglia. Raccomandati della Repubblica, B 142. - -_Del Fiesco Gian Luigi_. Fatto prigione dai Fiorentini, B 418. - -_Del Fiesco Luca_. Capitano di guerra della Repubblica, B 111, 519. - -_Del Garbo Dino_. Principale autore della morte di Cecco d’Ascoli, A -205. - -_Del Melano Biagio_. — Ved. Monte Petroso. - -_Del Migliore Filippo_. Consiglia di mandare oratori a Clemente VII, C -264. Pone in salvo la Libreria Medicea, _ivi_. - -_Del Nero Bernardo_. Commissario in campo sotto Pietrasanta, B 414. -Gonfaloniere, C 39. Fautore dei Medici, ivi, 40. Gli è mozzo il capo, -41. - -_Del Nero Marco_. Sua morte, C 221. Lodato dal Basini, 262. - -_Del Nero Canacci Niccolò_. De’ Priori nel Tumulto de’ Ciompi, B 25. Si -ostina a non voler lasciare il Palagio, poi cede, _ivi_. - -_Del Sarto Andrea_, B 440. — Ved. _San Salvi_ (_Monastero di_). - -_Del Verme Iacopo_. Entra ostilmente nel dominio della Repubblica, B -70, 71. - -_Del Verme Luigi_. Mandato dal Duca di Milano contro i Fiorentini, B -253. - -_Del Verme Taddeo_. Fatto prigione dall’Aguto capitano della -Repubblica, B 71. - -_Del Verrocchio Andrea_, B 439. - -_Dell’Abbaco Paolo_. — Ved. Dagomari Paolo. - -_Dell’Agnello Giovanni_. Promuove la pace tra i Fiorentini e i Pisani, -A 307. - -_Dell’Anguillara Deifebo_. Viene contro lo Stato di Firenze, B 345. Al -soldo della Repubblica, 394. - -_Dell’Anguillara Rosso_. Ha in guardia alcuni ostaggi della Repubblica, -A 71. - -_Dell’Antella_. Uno di quella famiglia accusa alcuni cittadini di -congiura, C 40. - -_Dell’Antella Alessandro_. Ambasciatore a Gregorio XI, A 327. - -_Dell’Antella Simone_. Ambasciatore a Carlo IV, A 398. - -_Dell’Aquila fra Piero_. Inquisitore in Firenze, A 323. - -_Della Bella Giano_. Nuovi ordinamenti da lui promossi nella -Repubblica; leggi contro ai Grandi; finisce la vita in esilio, A -92-102. — Ved. _Magalotti_. - -_Della Carda Bernardino_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 171. -Rompe le genti del Duca di Milano, 177. È a guardia di Poggibonsi, 197. -Passa ai servigi dei Senesi, 200. - -_Della Casa Agnolo_. Degli ultimi Priori fatti dal popolo, C 286. - -_Della Faggiola_. — Ved. _Faggiola_. - -_Della Gherardesca_ (_Conti_). — Ved. _Montescudaio_. - -_Della Gherardesca Ugolino_. Rimesso in Pisa dai Fiorentini, A 72. Sue -relazioni con essi e sua morte, 81, 82. - -_Della Luna Francesco_. Privato degli uffici, B 283. - -_Della Mirandola_. — Ved. Pico. - -_Della Mirandola Franceschino_. Al soldo della Repubblica, B 110. - -_Della Pressa Buonaguisa_. Suo atto di valore all’assedio di Damiata, A -28. - -_Della Robbia Andrea_, B 239. - -_Della Robbia Luca_, B 239. - -_Della Robbia Luca_. Descrive il caso di Pietro Paolo Boscoli e -Agostino Capponi, C 126. - -_Della Robbia fra Luca_, C 57. - -_Della Rovere Francesco_. Eletto generale dei Minori Osservanti in -Santa Croce di Firenze, B 360. Assunto al pontificato, prende nome di -Sisto IV, _ivi_. - -_Della Rovere Francesco Maria_. Spogliato del ducato d’Urbino da Leone -X, che ne investe Lorenzo de’ Medici suo nipote, C 139. Lo ricupera -e lo perde di nuovo, 141, 142. Capitano della Lega del 1527, 180 _e -segg_. — Ved. _Medici Lorenzo_ di Piero. - -_Della Scala_ signori di Verona. Fanno lega coi Fiorentini, A 208. - -_Della Scala Mastino_. Fa guerra alla Repubblica, A 218, 219. Le vende -Lucca, 219. Il Duca d’Atene gli ferma lo paghe della compra, 229. Fa -lega col Duca, 231. - -_Della Stufa Giovenco_. Dei Gonfalonieri di compagnia, B 19. - -_Della Stufa Prinzivalle_. Vuole ammazzare il gonfaloniere Soderini. C -119. - -_Della Tosa_. Capi, con altri, della parte dei guelfi neri, A 126. — -Ved. Tosinghi. - -_Della Tosa Giovanni_. Onore reso da lui e dai suoi consorti al Duca -d’Atene, A 226. Si adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato, -238. - -_Della Tosa Lottieri_, vescovo di Firenze. Tiene la parte di Corso -Donati, ond’essa è detta del Vescovo, A 127. - -_Della Tosa Pino_. Spedisce un messo ad Arrigo VII in Cortona, A 156. -Capo di una setta di guelfi, opposta a un’altra che ha per capo Simone -della Tosa, 161. - -_Della Tosa Rosso_. Segue la parte de’ Donati, A 107. Confinato, 110. -Avverso a Lottieri della Tosa, 127. Va al papa Benedetto XI, 134. - -_Della Tosa Simone_. — Ved. _Della Tosa Pino._ - -_Delle Brache Bindo_. Viene a trattare coi Commissari fiorentini in -campo contro Pisa, B 108, 109. - -_Delle Celle fra Giovanni_, A 367. - -_Delle Serre Bernardo_, detto _Bernardone_. Capitano delle genti -fiorentine e bolognesi contro il Conte di Virtù, B 90. - -_Diacceto_ (_da_) _Filippo_, B 181. - -_Diacceto_ (_da_) _Francesco_. Tiene la cattedra di filosofia Platonica -in Firenze, B 432. - -_Diacceto_ (_da_) _Iacopo_, C 156. Decapitato, 157. - -_Diamante_ (_Compagnia del_), C 133. - -_Dicomano_. Vi alberga la Gran Compagnia, A 298, 299. - -_Dieci di Balìa_. Loro costituzione, B 527, 528. Sono aboliti e poi -rifatti col nome di Dieci di Libertà e Pace, C 24. Nuova abolizione e -nuova restaurazione, 125, 214. Definitiva abolizione, 303. - -_Dieci di Libertà_. Loro istituzione, A 318. Riforme, B 49, 496. -Importanza e attribuzioni del loro ufficio, 528. - -_Dieci di Libertà e Pace_. — Ved. _Dieci di Balìa_. - -_Dieci del mare_. Loro istituzione, A 301. - -_Dieci di Pisa_. Loro elezione, B 116. - -_Difetti_ (_Ufficiali dei_). Loro riforma, B 483. - -_Dini Agostino_. Commissario di Pistoia, C 260. - -_Dini Giovanni_. Ammonito, A 338. Restituito, B 473, 474. - -_Dodici Buonuomini_. Consiglio aggiunto alla Signoria, A 164. Riforme -del loro ufficio, 188, 238, 239. B 49; e sua costituzione, 527. Vanno -ad offerta alla chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo, 533. -Nuove riforme, 315, 320, 334, 364, 404, C 24, 125, 132. - -_Dodici Procuratori_. Loro ufficio, B 405. - -_Dodici Riformatori_. Loro elezione e loro provvisioni, C 325, 326. - -_Domenico di Silvestro_. Oratore a Gregorio XI, A 327. - -_Dominici fra Giovanni_. Di grande autorità presso Gregorio XII, B 122. -Fatto cardinale, ivi, 233. Altre notizie di lui, 233. - -_Donatello_, B 139, 242, 243. - -_Donati famiglia_. Hanno briga coi Pazzi, A 78. In guerra tra loro, -92. Loro stato e condizione, 105. Capi dei Neri, 106. Mischie coi -Cerchi, 107, 108, 109. Si muovono i Lucchesi per venire in loro aiuto, -111. Congiurano contro il Duca d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, si -arrendono, 240, 241. - -_Donati Aldruda_, A 26. - -_Donati Amerigo_. Sentenza proferita contro di lui, A 187. Assale con -altri le Stinche e ne libera i prigioni, 233. - -_Donati Corso_. Capitano dei Lucchesi e Pistoiesi a Campaldino, A 85. -Accusato al Potestà e assoluto, 100. Il popolo minuto si leva contro -di lui, _ivi_. Capo della sua famiglia, 105. Suo stato e qualità, 107. -Suo scontro con Guido Cavalcanti, 109. Confinato, 110. Rientra a forza -in Firenze, 120. Sua grande potenza, 121. Suo lutto per la morte di un -figliuolo, 123. Assalta il Palagio, 126, 127. Infermo di gotta, 130. -Va in compagnia dei cittadini citati a comparire dinanzi a Benedetto -XI, 134. Creduto d’intesa col cardinale Napoleone degli Orsini, 140. -Condannato come ribello e traditore, 141. Sua morte e sepoltura, 142. -Sue esequie, _ivi_. — Ved._ Della Tosa Lottieri. Faggiola_ (_della_) -_Uguccione_. - -_Donati Gemma_. Moglie a Dante Alighieri, A 167. - -_Donati Manno_, A 238. Ambasciatore presso la Gran Compagnia, 298. Per -sua opera è arso Livorno, 307. Muore, 312. - -_Donati Simone_. Suo scontro con Niccolò de’ Cerchi, A 122, 123. Sua -morte, 123. - -_Donati Sinibaldo_. Confinato, A 110. - -_Donato_ (_San_). Donato Acciaiuoli reca in Firenze da Arezzo una sua -reliquia, B 117. - -_Doni_ famiglia. Mercanti in Lione, C 310. - -_Doria Andrea_. Sue esortazioni alla Repubblica, C 229. - -_Dovadola_. Presa da Bartolommeo Colleoni, B 348. - -_Dovadola_ (_Conti Guidi di_). Si danno in protezione alla Repubblica, -B 156. - -_Duchessina_. — Ved. _Medici Caterina_. - -_Durazzo_ (_di_) _Carlo_. Favorisce i fuorusciti di Firenze, B 40. -Suo accordo con la Repubblica, 43. Le chiede aiuti, 56. In Firenze si -festeggia il suo avvenimento al trono d’Ungheria, 60. — Ved. _Barbadori -Donato._ - - -E. - -_Ebrei_. — Ved. _Usura_. - -_Eduardo IV_ re d’Inghilterra. I denari di Cosimo de’ Medici gli sono -d’aiuto a sostenersi nel regno, B 327. - -_Egitto_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Elba_. I Fiorentini vi mandano un governatore, B 104. - -_Elisabetta_ regina d’Inghilterra. — Ved. _Pitti Iacopo_. - -_Empolesi_. Censuari de’ Fiorentini, A 17. - -_Empoli_. Vi si fa parlamento dei ghibellini di Toscana, A 53. Cade in -mano degli Spagnuoli, C 282, 283. — Ved. _Ferrucci Francesco_. - -_Entraigues_. Castellano delle fortezze tolte alla Repubblica da Carlo -VIII, C 34. - -_Esattori_ (_Ufficio degli_), B 485. - -_Esecutore degli Ordinamenti di giustizia_. Sua istituzione, A 139. -Si ristringe la sua autorità, 189. Suo salario, 256. Ridotto alla -condizione di Bargello, B 321, 365. Disposizione circa al suo stare -a sindacato, 496. Suo ufficio, 529. Va ad offerta alla chiesa di San -Giovanni il giorno di quel Santo, 533. - -_Este_ (_d’_) _Alberto_. In lega colla Repubblica, B 67, 72. - -_Este_ (_d’_) _Aldovrandino_. Impegna i suoi allodiali ai prestatori -fiorentini, A 31. - -_Este_ (_d’_) _Alfonso_. Pronunzia un lodo tra i Fiorentini e i Pisani, -C 65. I Fiorentini onorano le sue nozze con Lucrezia Borgia, 73. - -_Este_ (_d’_) _Borso_. Promette e manda soccorsi alla parte avversa -ai Medici, B 339, 340. Si adopra per la pace tra i Veneziani e i -Fiorentini, 348. - -_Este_ (_d’_) _Ercole I_. Mandato dal duca Borso suo fratello in -aiuto della parte avversa ai Medici, B 340, 345. Capitano generale dei -Fiorentini e del Duca di Milano, 389 _e segg_. Soccorso dai Fiorentini, -409-413. - -_Este_ (_d’_) _Ercole II_. Capitano generale delle genti della -Repubblica, C 240. - -_Este_ (_d’_) _Niccolò II_. A lui fu voce che i Ciompi volessero vender -Firenze, B 31. - -_Este_ (_d’_) _Niccolò III_. Soccorso dalla Repubblica, B 83. Ladislao -re di Napoli vuol tirarlo ai danni di lei coll’intermezzo di Francesco -Sforza, 132. È al soldo dei Fiorentini, 175. S’interpone per la pace -tra essi e il Duca di Milano, 202. Si adopera per la salvezza di Cosimo -de’ Medici, 215. - -_Estimo_, A 229, B 3. - -_Eugenio IV_. Viene in Firenze, B 219. Sua ingerenza nei fatti -concernenti il ritorno in patria di Cosimo de’ Medici, 223, 224. Sue -proteste a Rinaldo degli Albizzi, e risposta che ne ottiene, 225. -S’interpone a favore d’alcuni cittadini presi dal Potestà, 249. In -lega coi Fiorentini, 250. Consacra Santa Maria del Fiore, 253. Parte da -Firenze, ivi. S’adopra per la pace tra’ Fiorentini e i Lucchesi, 257. -Torna in Firenze a tenervi il Concilio, 259. Manda gente a difesa della -Toscana, 264. Si sdegna coi Fiorentini, 277. Parte da Firenze, 285, -286. Fa pace con Francesco Sforza, a istanza della Repubblica, 287. È -in guerra con essa, 288. - - -F. - -_Fabbroni_ di Marradi. Fautori dei Medici, C 285. - -_Fabriano_. Il suo dominio è sottoposto a un lodo della Repubblica, che -vi manda a governarla Bartolommeo Orlandini, B 287. - -_Faenza_ (_da_) fra Bartolommeo. Predica in Firenze, C 266. - -_Faggiola_ (_della_) famiglia. È loro vietato accostarsi ad Arezzo, A -215. Si danno in accomandigia ai Fiorentini, B 58. - -_Faggiola_ (_della_) _Uguccione_. Dà per moglie una sua figliuola a -Corso Donati, A 140. Gli manda aiuti, _ivi_. — Ved. _Montecatini_. - -_Falconieri_ famiglia. Seguono la parte dei Cerchi, A 106. Uno di essi -è giustiziato, 162. - -_Farganaccio_, B 214, 215. - -_Farnese Piero_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 304, 305. Muore -ed è splendidamente onorato, 305. - -_Farnese Rinuccio_. Al soldo dei Fiorentini, B 415. - -_Federigo I_. Toglie il contado a’ Fiorentini, che poi lo ricuperano, A -18. - -_Federigo II_. Mena in Puglia i capi guelfi di Firenze, A 34. - -_Federigo III_. Viene in Firenze due volte, B 305, 306. - -_Federigo_ principe d’Antiochia. Mandato da Federigo II suo padre -contro la parte guelfa in Toscana, A 33. - -_Ferdinando I_ re di Napoli. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Ferdinando_. - -_Ferdinando il Cattolico_. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Ferdinando il -Cattolico_. - -_Fermo_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Ferrucci Francesco_. Notizie di lui anteriori al suo commissariato di -Empoli, C 261. Commissario d’Empoli, ivi, 277 _e segg_. Sua impresa -di Volterra, 279-281. Generale commissario di tutta la campagna del -Dominio, 287, 288. Va a Pisa, 288; a Pescia, _ivi_; e a Gavinana, -293; dove combatte ed è morto, 294, 295, 382-384. — Ved. _Santa Croce -Giorgio_. - -_Feugerolles_, castello. — Ved. _Capponi_. - -_Fiamminghi_. Quattro di quella nazione impiccati in Firenze, B 14. - -_Fiandra_. Vi fanno viaggi le galee mercantili della Repubblica, B 142. -— Ved. _Bruggia_. - -_Ficino Marsilio_. Doni fattigli da Cosimo de’ Medici, B 330. Maestro a -Lorenzo nipote di lui, 352. Muore, 428. Sue opere e qualità dell’animo, -431, 432. Canonico del Duomo, C 61. Rinnega il Savonarola, _ivi_. Un -suo nipote è decapitato, 250. - -_Fiesole_, A 1 _e segg._ La sua rôcca è presa da’ Fiorentini, 12. - -_Fiesole_ (_Badia di_). Edificata da Cosimo de’ Medici, B 328; che vi -fonda una biblioteca, 329. - -_Fiesole_ (_da_) Mino, B 439. - -_Fifanti._ Si ricovrano a Siena, A 41. Mettono a rumore Firenze, 59. -Alcuni di loro morti o presi, 66. Esuli, non posson tornare in Firenze, -76. - -_Fifanti Oderigo._ Uccide Buondelmonte dei Buondelmonti, A 27. - -_Figline._ Si dà alla Repubblica, A 20. Occupata da Arrigo VII, 156; -dalla Compagnia Bianca, 306. Tentata dai fuorusciti di Firenze, B 41. -Vi si raccolgono le Compagnie dei Bianchi penitenti, 89. Vi si accampa -il Principe d’Orange, C 243. - -_Figline_ (_da_) _Grifone_. Decapitato, A 70. - -_Filelfo Francesco._ Insegna nello Studio Fiorentino, B 235. Sue -invettive contro Sisto IV, ricordate, 385. - -_Filicaia_ (_da_) _Antonio_. Commissario in campo contro Pisa, C 105. - -_Filippo VI_ re di Francia. Suo detto relativo al Duca d’Atene, A 227. - -_Filippo_ despoto di Romania. Viene in Firenze, A 197. - -_Filippo_ fratello dell’imperatore Arrigo VI. — Ved. _Arrigo VI_. - -_Finiguerra Maso_, incisore, B 440. - -_Fiorentini._ Ricordati da Tacito negli _Annali_, A 1. Loro diverse -origini, 3-7. Loro antica arme e come la riformassero, 7. Termine del -loro contado, 13. Origine e primi progressi delle loro discordie, 15, -16. S’amplia il loro commercio, 16. Fanno giurare tutto il contado alla -signoria del Comune, 28, 29. Estendono la loro azione oltre i confini -di Toscana, 30. Loro nuova arme, 37. Scomunicati, 41. Capi del nome -guelfo in Toscana e fuori, 65. I loro storici son tutti guelfi, 76. -Loro feste nel maggio, 89. Loro stato alla fine del secolo XIII, 90. -Pongono una gravezza ai chierici, 139. Loro commercio e industrie, -180, 181. Riordinano il governo, 202-205. Scema il loro credito nella -mercanzia e nelle arti, 212. Prendono nuove fogge di vestire, 227. Loro -antico proverbio, 231. Loro stato, entrate e spese, 249-258. Mandano -ad armar galere in Provenza, onde ha principio la loro armata di mare, -301. Quando comincino a usare il volgare nelle scritture pubbliche, -352, 353. Loro antico governo, 378-389. Si discorre del libro -intitolato: _De libertate civitatis Florentiæ ejusque dominii_, 411; -e della risposta ad esso, _ivi_, 412. Quando cominciarono gli studi -intorno ad essi e allo Stato della Repubblica, 438. Quando creassero -il primo debito, B 4. Loro spese disordinate nel comun vivere, 7. -Gran numero di ambascerie da essi mandate l’anno 1396, 84. A quanto -ammontassero le loro possessioni e i capitali sul Monte dopo l’acquisto -di Pisa, 119. Perdono una nave carica di lane e altre merci, 125. Loro -grandi commerci, 139-142. Somme da essi spese in varie guerre, 144. -Paragone tra essi e i Veneziani, 149, 150. Loro stato, usi e costumi, -C 204, 208. Alcuni andati in Francia mutano desinenza al loro cognome, -310. - -_Fiorino d’oro._ Fatto coniare dall’Arte di Calimala, A 38. Quanti se -ne battessero l’anno, 251. Ridotto al peso di quello di Venezia e detto -_Fiorino largo di galea_, B 142. - -_Firenze._ Sua origine, A 1 _e segg._ Sede di un vescovo, 3. Primo -e secondo cerchio, 8. Sue torri, 36. Colle pietre delle case dei -ghibellini disfatte si edificano le sue nuove mura, 125. Principio del -terzo cerchio, 180. Divisa in Quartieri, 237, B 524. Sua statistica -dell’anno 1336, A 249-253. Divisa in Sestieri; loro nomi e insegne, -383, 384. Inalzata a sede arcivescovile, B 138. Fortificazioni e -abbattimento delle sue torri, C 176. Suoi edifici ai primi del secolo -XVI, 205, 206. Nuove fortificazioni, 250, 251, 256. - -_Firenze_ (_da_) _Benedetto d’Amerigo_, priore della Badia di Firenze, -B 555, 556. - -_Firenze_ (_da_) _fra Benedetto_, scrittore della vita del Savonarola, -C 54. - -_Firenze_ (_da_) _Miniato di Francesco d’Andrea_, monaco di Badia, B -556. - -_Firenze_ (_da_) _Nofri d’Andrea_, dei Predicatori, B 556. - -_Firenzuola._ Edificata dai Fiorentini, A 216. — Ved. _Ramazzotto_. - -_Fivizzano._ È posto a sacco dalla gente di Carlo VIII, C 11. - -_Flagellanti_ (_Processione dei_). Viene in Firenze, A 211. - -_Foiano_, in Val di Chiana. Assediato dal re Ferdinando d’Aragona, A -307. - -_Foiano_ (_da_) _fra Benedetto_, domenicano. Predica in Firenze, C 266. -Fatto morire da Clemente VII, 307. - -_Foraboschi Razzante._ Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A -422. - -_Forlì._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326; che -poi tentano liberarlo dalle mani del Duca di Milano, B 158. - -_Fornai_ (_Arte dei_). Si oppone alla venuta in Firenze di Carlo di -Valois, A 116. - -_Fortebracci Niccolò._ Al soldo dei Fiorentini, B 185; e poi dei loro -nemici, 198. Amico a Neri Capponi, 205. - -_Fortini Bartolommeo._ Privato degli uffici, poi restituito, B 283. - -_Fortini Benedetto._ Privilegio a lui concesso, B 476. - -_Fortini Paolo._ Rimosso dall’ufficio di cancelliere della Repubblica, -B. 169. - -_Foscari Francesco_ doge di Venezia. Dà opera con Francesco Carmagnola -a formare la lega tra quella Repubblica e i Fiorentini, B 173-174. - -_Foscari Francesco._ Ambasciatore veneto in Firenze, C. 228. - -_Fossi_ (_Porta de’_), A 157. - -_Francesco I_ re di Francia. Gli sono inviati oratori dalla Repubblica, -C 138. È in lega con lei, 216. Le fa gran promesse, ma non le -attiene, 232, 233. Capitoli tra esso e Leone X in cui viene inclusa la -Repubblica, 357-360. — Ved. _Leone X_. - -_Francesco di Lorena_ granduca di Toscana, C. 336. - -_Francesi._ Alcuni di quella nazione vengono assoldati dalla -Repubblica, A 191. - -_Franco Matteo_, B 443. - -_Franzesi_ famiglia. Condannati dopo la Congiura de’ Pazzi, B 378. - -_Franzesi Musciatto._ Potentissimo presso i guelfi neri, A 126. - -_Franzesi Napoleone._ È a parte della Congiura de’ Pazzi, B 371. Sua -fine 377. - -_Fraticelli_, setta, A 335. - -_Fregosi_ o _Da Campo Fregoso_. — Ved. _Sarzana_ e _Sarzanello_. - -_Frescobaldi._ In guerra tra loro, A 92. Stanno co’ Cerchi, 106. A -casa loro smonta, venendo in Firenze, Carlo di Valois, 117. Alcuni di -essi sono dei guelfi neri, 126. Congiurano con gli altri grandi e coi -fuorusciti contro gli ordini popolari, 222. Congiurano contro il Duca -d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, si arrendono, 241. Rimossi dagli -uffici, B 246, - -_Frescobaldi_ (_Piazza dei_), A 108. - -_Frescobaldi Battista._ Attenta alla vita di Lorenzo de’ Medici ed è -impiccato, B 407. - -_Frescobaldi Leonardo._ Ambasciatore a Bonifazio IX, B 85. - -_Frescobaldi Tegghia._ Sentenza pronunziata contro di lui, A 187. - -_Frescobaldi Tommaso._ Sua morte, B 176. - -_Fronte_ (_di_) _Piero_. — Ved. _Camera del Comune. Santo Spirito_ -(_Convento di_). - -_Fucecchio._ Difeso dai fuorusciti guelfi, A 54. Vi viene a oste -Castruccio, 164. Vi vanno a campo i Fiorentini, 186. — Ved. _Cadolingi_ -(_Conti_). - - -G. - -_Gabbrielli Cante._ Potestà di Firenze, A 124, 125. - -_Gabbrielli Francesco._ Capitano del popolo di Firenze, B 75. Testo -della sua elezione, 507-510. - -_Gabelle_ diverse, A 253, 256. Loro ufficiali, B 485, 528. - -_Gaddi Gaddo_, A 178. - -_Gaddi Taddeo_, A 178. - -_Gaetani Piero._ Vende Laiatico e altre castella ai Fiorentini, B 102. -Gli sono tolte certe robe dai Gambacorti, 520-521. - -_Gagliano_ (_da_) _fra Roberto_. — Ved. _Ubaldini da Gagliano_. - -_Galigai_ famiglia. Son disfatte le loro case, A 97. Ricordati, 430. - -_Galilei Galileo_, B 467. Nasce il giorno che muore Michelangiolo, C -204. - -_Gallura_ (_Giudice di_) _Nino_, A 143. - -_Gambacorti._ Grandi amici della Repubblica, A 272-273. Tre di essi -fatti decapitare dall’imperatore Carlo IV, 273. A uno di loro si marita -una figliuola di Rinaldo degli Albizzi, B 270. — Ved. _Gaetani Piero_. - -_Gambacorti Giovanni._ Chiede un salvacondotto alla Repubblica per -gli oratori pisani, B 102. Assediata Pisa, vuol cacciarne le bocche -inutili, 106. Tratta di accordo coi Commissari fiorentini, e lo ferma, -107-109. Consegna la città, 111. - -_Gambacorti Piero._ Conferma ai Fiorentini i loro privilegi in Pisa e -ne aggiunge dei nuovi, A 309. Cerca schermirsi col Papa e i Fiorentini -in guerra tra loro, 328. Viene in Firenze a procurare un accordo, 338. -Nelle sue case si stipulano alcune convenzioni tra l’imperatore Carlo -IV e la Repubblica, 399. Mediatore di una lega tra il Conte di Virtù -e i Fiorentini, B 65. Desidera metter pace tra quei due Stati, 71. -Ucciso, 73. - -_Gambassi._ Quel castello torna in potere dei Fiorentini, A 97. - -_Gangalandi_ (_da_) famiglia. Sono esuli da Firenze e non posson -tornarvi, A 76. - -_Garfagnana._ Vi si combatte tra Fiorentini e Pisani, A 305. Quei -castelli son ricuperati dalla Repubblica, B 197. - -_Gargiolli Andrea._ Ha il comando delle navi della Repubblica, B 125. - -_Gasparre._ Uno di questo nome scrive le petizioni dei Ciompi, B 29. - -_Gaudenti_ (_Frati_). — Vedi _Andalò Lotteringo. Malavolti Catalano._ - -_Gavinana._ Battaglia ivi successa, C 293, 294, 383, 384. - -_Genova._ Vi sono sequestrate robe dei Fiorentini, B 96. - -_Genovesi._ Sconfitti dai Fiorentini, B 199; indi soccorsi, 252. Hanno -guerra con essi, 418. Tolgono loro Sarzana, C 34. Fanno lega con la -Repubblica, 161-162. — Ved. _Livorno_. - -_Gerusalemme._ Cosimo de’ Medici vi apre e dota uno spedale per i -pellegrini, B 328. - -_Gherardi Iacopo._ Oratore a Siena, A 42. - -_Gherardi Iacopo._ Nimicissimo di Niccolò Capponi, C 227. Decapitato, -308. - -_Gherardini._ Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Manieri, 92. Fanno -pace coi Buondelmonti, 119. Arsione delle loro case, 131. Di gran -potenza in contado, 132. - -_Gherardini Cece._ Non è voluto ascoltare un suo consiglio, A 46. - -_Gherardini Lotteringo._ Sentenza pronunziata contro di lui, A 187. - -_Gheri Goro._ Segretario di Lorenzo de’ Medici Duca d’Urbino, C 144, -145. - -_Ghibellina_ (_Via_), A 52. - -_Ghibellini._ Primo principio di quella fazione in Firenze, A 16. -Quando vi si cominci a pronunziare un tal nome, 26. Cavalieri di questa -e della contraria parte vanno insieme in Terra Santa, 28. Entrano -vittoriosi in Firenze dopo la battaglia di Montaperti, 52. Mettono -a rumore la terra, 59. Si rifugiano a Siena ed a Pisa per le loro -castella, 62. Sentenze contro di loro, 65. Danno principio alla colonia -dei Fiorentini in Francia, _ivi_. Sconfitti, 66, 67. Colle pietre delle -loro case si edificano le mura della città, 125. - -_Ghiberti Lorenzo._ Delle sue porte di San Giovanni e di altre opere, B -243, 244. - -_Ghinazzano_ (_da_) _fra Mariano_. Predica in Firenze contro il -Savonarola, C 39. - -_Ghirlandaio Domenico_, B 439. - -_Giachinotti Pier Adovardo._ Commissario in Pisa, C 288. Dannato a -morte, 308. - -_Giacomini Antonio._ Commissario in campo contro Pisa, C 97. - -_Giamboni Bono_, A 175. - -_Giandonati._ Vanno in esilio, A 52. - -_Gianfigliazzi._ Seguono la parte dei Donati, A 107; e quella dei -guelfi neri, 126. Un loro castello cade in forza d’Arrigo VII, 159. -Vengono armati in Piazza, B 212, 222. — Ved. _Marignolle_. - -_Gianfigliazzi Bongianni._ Commissario in campo sotto Pietrasanta, B -414. Muore, 415. - -_Gianfigliazzi Iacopo._ In campo contro Pisa, B 105. Armato cavaliere, -111. - -_Gianfigliazzi Luigi._ Ambasciatore a Carlo IV, A 398. - -_Gianfigliazzi Rinaldo._ Gonfaloniere, B 54. Gli è consegnata dalla -Signoria l’insegna del Popolo, 77. Disfà il parentado dì una sua -figliuola con un Alberti che poi si sposano, 78. Suo discorso nelle -Consulte, 159-160. Ha per nuora una figliuola di Rinaldo degli Albizzi, -324. - -_Gianni_ famiglia. Posti a sedere, B 283. - -_Gianni Astorre._ Commissario in campo contro Lucca, B 189 _e segg._ - -_Gianni_ (_Fra_), familiare del Cardinale Ottaviano degli Ubaldini, A -377. - -_Giannotti Donato._ Segretario dei Dieci della guerra, C 218, 261. -Porta innanzi il Ferruccio, 261. Durante l’Assedio, tenta d’indurre -Stefano Colonna a fare una sortita, 295. Confinato, 309. - -_Ginesio_, giudice, Oratore a Clemente IV, A 374, 375. - -_Ginori Giorgio._ Assale in Prato Bernardo e Silvestro Nardi che aveano -occupata quella terra, B 351. - -_Ginori Lionardo._ Oratore con altri al Principe d’Orange; loro -lettere, C 246, 370-376. Viene a Firenze, 560. - -_Giogoli_ presso Firenze, A 194. - -_Giordano_ (_Conte_). Capitano di guerra e Vicario del re Manfredi in -Firenze, A 52. Richiamato, 53. - -_Giordano_ (_Frate_), A 362. - -_Giotto_, A 177, 178, 212. — Ved. _Inondazione_. - -_Giovanna_ figliuola di Nino giudice di Gallura, A 143. - -_Giovanna_ regina di Napoli. Vende Prato ai Fiorentini, A 260. -S’interpone per la pace tra essi e Gregorio XI, 332, 339. - -_Giovanna_ sorella del re Ladislao. I Fiorentini procurano il suo -matrimonio con Sigismondo re d’Ungheria, B 84. - -_Giovanni XXIII._ S’accorda col re Ladislao per intramessa de’ -Fiorentini, B 131. Alloggia in Firenze, fuor della porta a San Gallo, -131-132. Suo detto a Bartolommeo Valori, 136. Fa atto di sottomissione -a Martino V in Firenze, 138. Ha la sepoltura e un monumento nella -chiesa di San Giovanni, 139. Suoi esecutori testamentari, _ivi_. - -_Giovanni_ principe della Morea. Viene in Firenze, A 197. - -_Giovanni_ re di Boemia. Lega fatta dai Fiorentini contro di lui, A 208. - -_Giovanni_ re di Portogallo. Deposita denari sul Monte di Firenze, B -144. - -_Giovanni_ (_ser_) _Fiorentino_, B 231. - -_Giovanni Gualberto._ Fonda il monastero della Vallombrosa, A 26. — -Ved. _Petroio_ (_Signori di_). - -_Giovanni di Mone_, biadaiuolo. Fatto cavaliere dai Ciompi e -assegnatagli la rendita della piazza di Mercato Vecchio, B 22, 36, 474. -Sua morte, 43. - -_Giovannini Carlo_, notaro, B 557. - -_Giraldi._ Uno di quella famiglia è ammonito, B 11. - -_Giramonte_, presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali condotti da -Alessandro Vitelli, G 257. - -_Girolami._ Loro torre, A 60. - -_Girolami Raffaello._ Ambasciatore a Carlo V, C 236, 237. Torna in -Firenze, 238. Commissario in campo contro l’Orange, 251. Gonfaloniere, -263, 264. Uomo leggiero, 287. Entra nella Balìa creata dopo la resa -della città, 304. Sua morte, 308. - -_Giudice delle Appellagioni._ Suo salario ed ufficio, A 256, 381, 382. - -_Giudici_ (_Collegio dei_). Numero dei suoi componenti, A 251. - -_Giugni._ Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Assalgono i bianchi, -130. Imparentati con Cosimo dei Medici, B 209. - -_Giugni Andrea._ Egli e Piero Orlandini, accusati di aver venduto -Empoli agli Spagnoli, sono dipinti in Firenze per traditori, C 283. - -_Giugni Bernardo._ Oratore a Venezia, B 289; a Milano, 336, 337. - -_Giulio II._ Soccorso dai Fiorentini C 101. Li interdice, poi li -assolve, 111, 112. Li invita a una lega contro Luigi XII re di Francia, -115, 116. - -_Giullari_ (_Pian di_). Vi alloggia il Principe d’Orange, presso le -case dei Guicciardini, C 257; e Baccio Valori, _ivi_. - -_Giustino_ luogotenente dell’imperatore Giustiniano. Difende Firenze -contro Totila, A 2. - -_Gofo_ (_di_) _Ghigo_, A 191. - -_Golfolina_, A 196. - -_Gondi Gian Battista._ — Ved. _Strozzi Marco_. - -_Gondi Simone._ Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Gonfaloniere di giustizia._ Aggiunto ai Priori, A 95. Tolto dal Duca -di Atene, 227. Rifatto, 239. Altre notizie intorno ad esso, 421, -422. Riforme del suo ufficio, B 36, 37, 49, 53. Si determina l’età -necessaria per esercitarlo, 75. È fatto a mano, 213. Costituzione del -suo ufficio, B 525-530. Si ricomincia a trarlo a sorte, 315. Gli è data -la mano sul Potestà, 321. Eletto a vita, C 90, 91. Ridotto di nuovo a -due mesi, 125, 132. Nuova riforma, 215. Si decreta che non possa dar -voto nei Consigli, 263. Rifatto per due mesi, 303. Abolito, 325. — Ved. -_Signoria_. - -_Gonfalonieri di compagnie._ Quando istituiti, A 138. Tratti a sorte, -188. Cassati dal Duca d’Atene, 228. I grandi, fatti di popolo, hanno -divieto temporaneo a quell’ufficio, 244. Loro riforme, B 49, 480, 492, -516, 517. Costituzione del loro ufficio, 527. Vanno ad offerta alla -chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo, 532. Nuove riforme, -315, 321, 334, 364, C 24, 125, 132. - -_Gonzaga Federico_ marchese di Mantova. Al soldo dei Signori di Milano -collegati con la Repubblica nella guerra con Sisto IV, B 394. - -_Gonzaga Federigo da Bozzolo._ Capitano nell’esercito Francese in -Firenze. Persuade alla Signoria venire a un accordo, di cui stende -l’atto Francesco Guicciardini, C 211, 212. - -_Gonzaga Ferrante._ Nel campo degli Imperiali sotto Firenze, C 289. -Invitato da Malatesta Baglioni a venire in città, _ivi_. I Fiorentini -gli negano il salvocondotto, 291. Forma con Baccio Valori i capitoli di -un accordo colla città, 296. Sue lettere dal campo al marchese Federigo -suo fratello, 377-384. - -_Gonzaga Ridolfo._ Al soldo della Repubblica, B 387. - -_Gorini._ Da una donna di quella famiglia nasce Clemente VII, B 379. - -_Gozzoli Benozzo_, B 439. - -_Gran Compagnia._ Si compone coi Fiorentini per danari, A 293. Il Conte -Corrado di Lando le ottiene il passo pel territorio della Repubblica, -296. Sbaragliata, e ferito il Conte, 297. Minaccia il contado di -Firenze, 299. — Ved. _Donati Manno_. - -_Grandi._ Privati degli uffici, indi riabilitati con certi divieti, A -243-245, 496. Tamburo ordinato contro di loro, 497. - -_Grascia_ (_Ufficiali della_). I Ciompi ardono le loro scritture, B 21. -Loro riforme, 483, 493. Loro attribuzioni, 528. - -_Grasselli_ di Milano. Uno di quella famiglia è potestà di Firenze, A -24. - -_Gravezze._ (Accatti, balzelli, prestanze.) Imposte dopo annullato il -Catasto, B 279 _e segg._, 299, 300, 312, 313; e dopo rinnovato, 349. Il -Savonarola si adopra a riformarne la distribuzione, C 31. Imposte per -la guerra con Carlo V, 217. Altre dopo la resa della città, 303-305. — -Ved. _Catasto. Decima Scalata. Graziosa._ - -_Gravina_ (_Duca di_) _Piero_. Mandato dal re Roberto suo fratello in -aiuto dei Fiorentini, A 161. Muore a Montecatini, _ivi_. - -_Graziani._ Sì corregge un errore della sua _Cronaca di Perugia_, A 271. - -_Graziosa._ Nome di una gravezza, B 280. - -_Grazzini Simone_, notaro, B 557. - -_Gregorio X._ Sua dimora in Firenze, A 70, 71. Interdice la città, poi -la ribenedice e la scomunica di nuovo, 71, 72. Ricordato, 123. — Ved. -_Niccolò III_. - -_Gregorio XI._ Sua guerra coi Fiorentini, A 319, 320. - -_Gregorio XII._ Chiede di venire in Firenze e non gli è concesso, B -121. I Fiorentini gli mandano Gino Capponi e lo fanno scortare da Lucca -a Siena, 122, 123. - -_Gregorio di Lorenzo_, ufficiale della gabella del vino, B 485. - -_Grimaldi_ signori di Monaco. Loro patti con la Repubblica, B 142, 143. - -_Grimaldi Perino._ Capitano di galere condotto dai Fiorentini, A 304. - -_Guadagni._ Uno di quella famiglia è decapitato, B 320. Mercanti in -Lione, C 310. - -_Guadagni Bernardo._ Rinaldo degli Albizzi favorisce la sua tratta -a gonfaloniere, B 211. Favorisce la liberazione di Cosimo de’ Medici -dalla prigione, 215, 216. Capitano di Pisa, 216. Sua morte e d’un suo -figliuolo, 249. - -_Guadagni Francesco._ Condannato al carcere perpetuo, B 248. - -_Guadagni Migliore._ Gli sono arse le case, B 13. Sono abolite alcune -riforme fatte in un suo gonfalonierato, 473. - -_Guadagni Vieri._ In campo contro Pisa, B 105. Uno degli esecutori -testamentari di Giovanni XXIII, 139. - -_Gualandi Giovanni._ Tenta indurre i Pisani a scuotere il giogo dei -Fiorentini, B 117, 197. - -_Gualdo_ (_da_) _Antonio_, vicario della Curia fiorentina. Autentica la -copia della Confessione del Montesecco, B 558. - -_Gualterotti Francesco._ Ambasciatore a Napoli, C 102. - -_Guardamorto_ (_Torre del_). Abbattuta, A 33. - -_Guarino Giambatista._ Insegna nello Studio Fiorentino, B 235. - -_Guasconi_ famiglia. Vengono armati in Piazza, B 222. Rimossi dagli -uffici, 246. - -_Guasconi Giovacchino._ Sta a guardia della Piazza mentre si capitola -coi Cesarei che assediavan Firenze, C 300. - -_Guazzalotri_ famiglia. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222. Sette -di loro decapitati in Firenze, 260. - -_Gubbio._ Manda aiuti ai Fiorentini contro Arrigo VII, A 157. Si -ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326. - -_Gubbio_ (_da_) _Lando_. Bargello in Firenze, A 162. - -_Guelfi._ Primo principio di questa fazione in Firenze, A 16. Quando vi -s’incominci a pronunziare un tal nome, 26. Cavalieri di questa e della -contraria parte vanno insieme in Terrasanta, 28. Si ritirano a Lucca -dopo la sconfitta di Montaperti 53. Ne son cacciati, 55. Si rifugiano -in Bologna e altrove, 55. — Ved. _Clemente IV_. - -_Guelfo_ marchese di Toscana, A 13. - -_Guicciardini._ — Ved. _Giullari_ (_Pian di_). - -_Guicciardini Francesco._ Suoi giudizi di Lorenzo de’ Medici, B 425, -429. Oratore in Ispagna, C 116. Suo parere intorno al governar Firenze, -ricordato, 145. Uffici che sostiene per il Papa, 150, 153. Lui e -Roberto Acciaiuoli detti dal Varchi le più savie teste d’Italia, 156. -Luogotenente del Papa nella guerra con Carlo V, 175 _e segg._ Dell’uomo -e de’ suoi scritti, 191-196. Scrive contro la Decima Scalata, 217. -Sta in villa dove scrive la _Storia_, 219. Gli è intimato di tornare -a Firenze, 249. Torna, 308. Come lo chiamassero in Firenze, 309. Si -adonta di sottostare a Baccio Valori, 312, 313. Luogotenente per il -Papa in Bologna, 314. Di un suo Discorso sulla Riforma dello Stato, -320, 321. Pratica per farne assoluto signore Alessandro de’ Medici, -324. — Ved. _Gonzaga Federigo da Bozzolo_. - -_Guicciardini Giovanni._ Commissario in campo contro Lucca, B 192. — -Ved. _Guicciardini Piero_. - -_Guicciardini Iacopo._ Commissario in campo nella guerra contro Sisto -IV e Ferdinando di Napoli, B 388. - -_Guicciardini Iacopo._ Ambasciatore a Clemente VII, C 246, 247. - -_Guicciardini Luigi._ Gonfaloniere, B 14. Gli è arsa la casa, ed è -creato cavaliere dai Ciompi, 19, 20. - -_Guicciardini Luigi._ Ambasciatore a Milano, B 236; e al Papa, 402. - -_Guicciardini Luigi._ Avverso al Principato, C 209. Gonfaloniere, 211. -Commissario di Pisa, 308. Di un suo Discorso circa la riforma dello -Stato, 321. - -_Guicciardini Piero._ Ritiene il fratello Giovanni dall’andare in aiuto -di Rinaldo degli Albizzi, B 223. - -_Guicciardini Piero._ Va nelle ambascerie, C 88. Oratore all’imperatore -Massimiliano, 108. - -_Guidi_ (_Conti_). — Ved. _Conti Guidi_. - -_Guido Guerra_ (_Conte_). Capitano di guerra dei Fiorentini, A 38. -Consiglia non doversi muovere l’oste contro Siena, 46. - -_Guido Novello_ (_Conte_). Potestà in Firenze per il re Manfredi, A 52; -poi suo capitano di guerra e Vicario generale in Toscana, 53. Sconfigge -i fuorusciti guelfi, di Firenze, 54. Combatte coi guelfi in città, -n’esce e va a Prato, 60, 61. I Fiorentini guastano le sue terre nel -Casentino, 84. — Ved. _Adimari Bonaccorso_. - -_Guiducci Taddeo._ Commissario in Volterra per Clemente VII, C 279, 280. - -_Guinicelli Guido_, A 172. - -_Guinigi Ladislao._ La Repubblica rifiuta di prenderlo ai suoi -stipendi, B 186. - -_Guinigi Paolo_ signore di Lucca. Disposto a favorire i Pisani -assediati dalla Repubblica, B 106. A lui ricorrono per aiuto i -Volterrani ribellatisi ai Fiorentini, 184. Guerra mossagli dalla -Repubblica, 187 _e segg._ Tratta di venderle Lucca, 104. - -_Gusciana_ (_Fosso della_), A 192. - - -H. - -_Habsburgo_ (_di_) _Giovanni_ e _Rinaldo_. Al soldo dei Fiorentini, A -303. - -_Hawkwood._ — Ved. _Aguto Giovanni_. - - -I. - -_Iacopo_, chierico, A 376, 377. - -_Iacopo_, notaro. Trascrive un antico atto fatto tra la Repubblica e -gli uomini di Pogna, e ne sbaglia la data, A 442. - -_Imborsazioni_ e _Tratte_. Quando cominciassero, A 188, 189. - -_Imola._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. -Cagione delle prime inimicizie tra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV, B -361-362. - -_Impruneta_ (_Tavola della Madonna dell’_). Custodita in Santa Maria -del Fiore, durante l’Assedio, C 252. - -_Incisa._ Quivi presso avviene un fatto d’arme tra i Fiorentini e i -tedeschi d’Arrigo VII, A 157. I Fiorentini vi son rotti dalla Compagnia -Bianca, 306. - -_Infangati Mangia._ Decapitato, A 41. - -_Ingelberto_ marchese di Toscana. Cacciato del suo Stato dai Conti -Guidi, A 12. - -_Inghilterra._ Ne son cacciati i Fiorentini, A 328. Vi fanno viaggi le -galee mercantili della Repubblica, B 142. - -_Inghilterra_ (_Re d’_). Sovvenuto di grandi somme di denari da’ Bardi -e Peruzzi, ond’essi falliscono, A 211, 212. - -_Innocenti_ (_Spedale degli_). — Ved. _Santa Maria degl’Innocenti_. - -_Innocenzio III._ Sua lettera al Priore e ai Rettori della Lega guelfa -di Toscana, A 19. Ricordato, 74. - -_Innocenzio VIII._ Gli è fatta guerra dai Fiorentini e da Lorenzo de’ -Medici, B 416, 417; che poi gli diventano amici, 420. - -_Inondazione_ dell’anno 1333, dopo la quale vien chiamato Giotto a -dirigere i lavori di riparazione, A 209-210. - -_Inquisizione_ in Firenze, A 205. - -_Interminelli_ (_degli_) _Castracani Castruccio_. Guerra da esso fatta -alla Repubblica, A 185-186,191-197. - -_Istria._ Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - - -L. - -_Ladislao_ re di Napoli. I Fiorentini tentano amicarlo col Papa, B -84. Ricusa di prendere in protezione i Pisani contro la Repubblica, -102-103. Sue relazioni coi Fiorentini circa al Concilio di Pisa, 123, -124. In guerra con loro, 124-125, 127. Fa la pace, 129. S’accorda -col Papa per intramessa della Repubblica, 131. Fa nuova guerra alla -Repubblica, 132. Conchiude con essa una lega, 133. - -_Laiatico._ — Ved. _Gaetani Piero_. - -_Lamberti._ Uno di quella famiglia stipula, in nome dei ghibellini -usciti di Firenze, un atto di lega coi Senesi, A 37. Fuggono da -Firenze, 41. Mettono a rumore la città, 59. Esuli, non posson tornare -a Firenze, 76. Sono arse loro le case, 130. Origine attribuita loro -dal Villani, 431. Uno di essi tien grado in Ungheria, B 134. — Ved. -_Calimala_ (_Via_). - -_Lamberti Mosca._ Prende parte all’uccisione di Buondelmonte dei -Buondelmonti, A 27. - -_Lamberto_ (_di_) _Tignoso_. Uno dei Consoli di Firenze, A 22. - -_Lana_ (_Arte della_). Le è dato la cura di proseguire la fabbrica di -Santa Maria del Fiore, A 212. Numero grande delle sue botteghe, 250. -Sua preminenza sulle altre Arti, B 8, 9. I Ciompi n’ardono il Palagio -e le scritture, 19, 21. Riforma dell’ufficio de’ suoi Consoli, 49. Si -oppone a una sollevazione delle Arti minori, 49-50. A sua richiesta, -s’interdice per cinque anni l’entrata dei panni forestieri in Firenze, -77. Continua il suo splendore, 140. Testo di alcune disposizioni -intorno ad essa, 491, 499. Essa e quella della Seta sono le principali -ricchezze di Firenze, C 207. - -_Landi Antonio._ È ai servigi degli oratori fiorentini presso il -Principe d’Orange, C 375. - -_Landino Cristoforo._ Sue opere, B 352, 432, 458. Sua sentenza intorno -la Lingua, 446. - -_Lando_ (_di_) _Conte Corrado_. — Ved. _Gran Compagnia_. - -_Lando_ (_di_) _Conte Luzzo_ o _Lucio_. Capitano di guerra dei -Fiorentini, A 331, 332. - -_Lanzi._ — Ved. _Poggio Imperiale_, già Villa de’ Baroncelli. - -_Lastra a Signa._ Persa dai Fiorentini nell’Assedio, C 260. — Ved. -_Magalotti_. - -_Latini Brunetto._ Ambasciatore ad Alfonso re di Castiglia, A 52. Ha -bando da Firenze, _ivi_. Si tocca delle sue opere, 174, 175. - -_Latino_ (_Cardinale_). — Ved. _Malabranca_. - -_Laurenziana_ (_Biblioteca_). Ha origine da quella di Cosimo de’ -Medici, B 329. - -_Lavaiano_ (_da_) _Gasparre_. Viene a trattare coi Commissari -fiorentini in campo contro Pisa, B 107. - -_Lavello_ (_da_) _Cristoforo_. Mandato dal Duca di Milano contro -Firenze, B 253. - -_Lecce_ (_Giudice di_). È del consiglio del Duca d’Atene in Firenze, A -230. - -_Leccia_ o _Monteluco_ nel Chianti, B 250. - -_Lega guelfa_ in Toscana, A 19, 21. - -_Leghe_ del contado e distretto, A 36, 95, 96. - -_Le Maingre_ (_Bouciquaut_ e _Bucicaldo_) _Giovanni_, governatore in -Genova pel Re di Francia. Intima ai Fiorentini di cessare le offese -contro Pisa, B 95. Fa sequestrare in Genova le loro robe, che poi -vengono restituite, 95-96. Sue pratiche con Gino Capponi, 98-101. Non -contrasta più ai Fiorentini l’impresa di Pisa, 108. - -_Lemmo_ (_di_) _ser Giovanni_. Sua _Cronaca_ ricordata, A 163. - -_Lenzi Simone_, Biadaiuolo. Suo _Diario_ ricordato, A 206. - -_Leone X_ (_Giovanni de’ Medici_). Sua magnificenza e suo carattere, -C 129-131. Festa in Firenze per la sua elezione, 131. Sue incertezze -tra Francia e Spagna, 137. Viene in Firenze, 138, 139. Vi torna, 139. -Chiede pareri sul governarla, 145. Suoi trattati con l’Imperatore e -col Re di Francia, e parte che prende nella guerra tra i due Monarchi, -147-151. Sua morte, 151-152. Testo dei trattati, 348-360. — Ved. _Della -Rovere Francesco Maria. Marignolle. Medici Ippolito. Santa Maria del -Fiore_ (_Capitolo di_). - -_Leoni._ Ve n’era un serraglio in Firenze, A 42. Spese per il loro -pasto, 257. - -_Leoni Piero_, medico. Sua morte, B 428. - -_Leonzio Pilato._ Chiamato a insegnare nello Studio Fiorentino, B 229. - -_Libertini._ Nome di parte, C 216. - -_Linari_, castello. Ricuperato dai Fiorentini, B 200. - -_Linguadoca_ (_di_) _Pier Ferrante_. Congiura in Firenze colla parte -dei bianchi, A 124. - -_Lione._ Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252; i cui traffici si -accrescono per il concorso dei fuorusciti, C 137. Questi mandano denari -in patria durante l’Assedio, 286. Vi cresce il numero degli esuli dopo -la resa della città, 310. - -_Lioni Ruberto._ Gonfaloniere, B 342. - -_Lippi fra Filippo_. B 439. - -_Lippo_ (_di_) _Neri_. Dei primi priori, cacciato il Duca d’Atene, A -422. - -_Livorno._ Arso dai Fiorentini, A 307. Venduto loro dai Genovesi, B -143, 144. Restituito da Carlo VIII, C 34. Assediato dall’imperatore -Massimiliano, 37. La sua fortezza torna in mano dei Fiorentini, 218. — -Ved. _Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_. - -_Lodovico il Bavaro_, A 198 _e segg._ - -_Lodrone_ (_Conte di_). Ha la guardia di Firenze, partitone Malatesta -Baglioni, C 307. - -_Loro._ Ricuperato dalla Repubblica, A 97. - -_Lucardo._ Occupato da Arrigo VII, A 159. - -_Lucca._ Offerta ai Fiorentini dai tedeschi ribellatisi da Lodovico il -Bavaro, A 207. I Fiorentini tentano occuparla ma ne sono impediti dai -Pisani, 304. — Ved. _Guinigi Paolo_. - -_Lucca_ (_da_) _Uberto_. Primo capitano del popolo di Firenze, A 35. - -_Lucchesi._ Atto di una loro promissione ai Fiorentini, ricordato, -A 24. Soccorrono i Fiorentini contro Siena, 47. Danno ricetto ai -fuorusciti di Firenze e di altri luoghi di Toscana, 51, 53; poi li -cacciano, 55. Fanno lega con la Repubblica, 67. Intervengono alla -pace da essa fatta coi Pisani, 96. Si muovono per venire in aiuto dei -Donati, 111. Vengono in aiuto della Repubblica, 127. Stando in Firenze, -mandano i bandi da parte del Comune di Lucca, _ivi_. Spartiscono coi -Fiorentini la signoria di Pistoia, 137. Li soccorrono contro Arrigo -VII, 157. Fanno lega con essi in guerra con Gregorio XI, 324. Si -ristringono sempre più, B 83. Imprese dei Fiorentini contro di loro, -187 _e segg._, 255. Collegati della Repubblica, inclinano ai nemici -di lei, 392, 393. Le tolgono Pietrasanta, C 34. Aiutano i Pisani -osteggiati dalle sue armi, 67, 104. Vengono agli accordi, 104. - -_Lucignano._ Viene in potere della Repubblica, B 58. Le è ritolto, 65. - -_Luigi XI._ Concede a Piero de’ Medici di fregiare dei gigli di Francia -l’arme sua, B 362. Sua lettera a Lorenzo de’ Medici dopo la Congiura -de’ Pazzi, e risposta di Lorenzo, ricordate, 385. Sua interposizione -per la pace tra la Repubblica e Sisto IV, 390, 391. - -_Luigi XII._ Aiuta i Fiorentini contro Pisa, C 69, 70, 77. Vuol -rimettere i Medici in Firenze, 77. Suo accordo con la Repubblica -intorno alle cose di Pisa, 104. Ottiene da essa di adunare un Concilio -in quella città, 110, 111. Non potendo aiutare Firenze contro Spagna ed -il Papa, desidera ch’ella si salvi per accordi, 116. — Ved. _Chaumont_ -(_di_) _Carlo_. - -_Lupo Bonifazio._ Capitano di guerra dei Fiorentini, A 302. Deposto, -304. — Ved. _Bonifazio_ (_Spedale di_). - -_Lupo Ramondino._ Capitano di guerra dei Fiorentini, A 265. - - -M. - -_Macerata._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Machiavelli._ Vanno in esilio, A 52. - -_Machiavelli Girolamo._ È posto alla tortura e muore in carcere, B 320. - -_Machiavelli Niccolò._ Sua _Vita di Castruccio_, ricordata, A 184. Si -cita la sua _Storia_ a proposito delle contese tra Albizzi e Ricci, -287, 288. Scrive erroneamente essere stato autore e trovatore del -Catasto Giovanni de’ Medici, B 179. Cancelliere dei Nove dell’Ordinanza -e Milizia, C 99, 100. Sue legazioni a Bologna e all’imperatore -Massimiliano, ricordate, 101, 103. Sua fiera risposta agl’inviati di -Pisa assediata dai Fiorentini, 106. Sue legazioni in Francia, 110; -e legazione in Pisa al Concilio, ricordate, 112. Suo parere circa il -governo di Firenze, ricordato, 155. Brano di una sua lettera relativa a -Giovanni delle Bande nere, 178. Muore, 183. Notizie e pensieri intorno -all’uomo ed alle sue opere, _ivi_-191. — Ved. _Ammirato Scipione. -Cavalcanti Giovanni._ - -_Machiavelli Vico._ Sua morte, C 285. - -_Magalotti._ Parenti di Giano della Bella, A 101. Tengono la parte dei -guelfi neri, 126. Uno di essi assale con altri, alla Lastra a Signa, la -casa dove erano i messi d’Arrigo VII, 151. - -_Magalotti Filippo._ È tratto gonfaloniere, ma non prende l’ufficio, B -61. Governatore di Piombino e dell’Elba, 104. - -_Magalotti Giovanni._ Pratica contro gli Albizzi e Ricci, A 317. È -degli Otto creati per la guerra con Gregorio XI, 338. Tenta di porre un -freno alle violenze della Parte Guelfa, _ivi_. - -_Magra._ Termine del dominio della Repubblica, B 157. - -_Maiano_ (_da_) _Dante_, A 173, 174. - -_Maiorca._ Vi va un’ambasceria della Repubblica, B 142. - -_Malabranca_ (_de’_) _Cardinale Latino_. Paciaro in Firenze, A 73. - -_Malaspina_ famiglia. Alcuni di essi si danno alla Repubblica, B 104, -157. Imparentati con Cosimo dei Medici, 209. - -_Malaspina Gabbriello._ Una sua figliuola è moglie a Piero Soderini, C -92. - -_Malatesta_ famiglia. È in lega coi Fiorentini, B 265. - -_Malatesta Annalena._ Moglie di Baldaccio d’Anghiari, B 276. - -_Malatesta Carlo._ Al soldo dei Fiorentini, B 86, 87, 158. - -_Malatesta Gismondo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 292. - -_Malatesta Malatesta_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 127, 128. - -_Malatesta Pandolfo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 306. - -_Malatesta Pandolfo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 158. - -_Malatesta Roberto_. I Fiorentini gli mandano aiuti, B 349, 350. -Stipendiano due suoi figliuoli, 387. Anche egli milita in servigio -della Repubblica, 394. - -_Malavolti Catalano_, frate Gaudente. Potestà guelfo di Firenze, A -57-61. - -_Malavolti Federigo_. Capitano dei fanti del Palagio, si rifiuta di -uccidere Cosimo de’ Medici, B 214. - -_Malespini_. Signori in contado, A 29. Partigiani dei Cerchi, 106; dei -Medici, C 285. — Ved. Buonaguisi. - -_Malespini Giachetto_. — Ved. Malespini Ricordano. - -_Malespini Ricordano_. Erra, scrivendo che Arrigo IV venisse a Firenze -da Siena, A 8. Magnate fiorentino e guelfo, 28. Con la Cronaca che va -sotto il nome di lui, continuata da Giachetto suo nipote, comincia -la serie degli Storici fiorentini, 175. Nota intorno alla medesima, -425-432. - -_Mancini_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Posti a sedere, B -283. - -_Mancini Bardo_. Gonfaloniere; sue leggi, B 61, 62. - -_Manetti Giannozzo_. Fa opera di riconciliare con la Repubblica papa -Eugenio IV, B 277. Sua lettera a Niccolò Piccinino, citata, 287. Vuol -mantenere l’antica lega coi Veneziani, 299. Oratore a Venezia, 304. Gli -sono imposte gravezze esorbitanti, 313. Altre notizie di lui e delle -sue opere, 314, 433, 434. - -_Manfredi_ re di Sicilia. Manda aiuti ai fuorusciti ghibellini di -Firenze, A 43, 45. — Ved. _Ubaldini Ottaviano_. - -_Manfredi_ famiglia. — Ved. _Marradi_. - -_Manfredi Astorre III_. Capitano di guerra della Repubblica, B 307. -Viene contro di lei, 345. - -_Manfredi Astorre IV_. In tutela della Repubblica, B 419. - -_Manfredi Galeotto_. — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_. - -_Manfredi Taddeo_. Al soldo dei Fiorentini, B 293. - -_Mangiadori_. Uno di loro uccide il Commissario fiorentino in San -Miniato, B 86. - -_Mangioni_ famiglia. Aggrediti dai Bordoni, A 288. - -_Mangona_ (_Contea di_). Passa dai Cadolingi nei Conti Alberti e poi -nei Bardi, e da questi nella Repubblica, A 215. Manda doni al Duca -d’Atene, 230. - -_Mangona_ (_di_) _conte Alberto_. Liberato da alcuni bandi e condanne, -A 401. - -_Mannelli_. Seguono la parte de’ Cerchi, A 106. Assaliti dal popolo, si -arrendono, 241. Privati degli uffici, B 61. - -_Mannelli Francesco_. Ferito per cagione di un debito che ha col -Comune, B 160. - -_Mannelli Raimondo_. Comanda una galeazza dei Fiorentini a Portofino, B -199. - -_Mannelli Zanobi_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Mansueto_ (_fra_), de’ Minori, A 376, 377. - -_Mantova_. Soccorsa dai Fiorentini, B 86. Quivi, in un Congresso, si -delibera di rimettere i Medici in Firenze, C 114-116. — Ved. _Strozzi -Tommaso_. - -_Manzuoli fra Luca_, B 122. - -_Maramaldo Fabrizio_. Pone assedio a Volterra, poi se ne ritrae, C -281, 282. Combatte contro il Ferruccio a Gavinana, 294. Lo ferisce e fa -uccidere da’ suoi, _ivi_. - -_Marchi Marco_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Marciano_ (_da_) _Antonio_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 415. - -_Marco_ (_don_) _di Benedetto_, monaco di Cestello, B 556. - -_Margherita_ figlia naturale di Carlo V. Fidanzata ad Alessandro dei -Medici, C 275. - -_Marignolle_ presso Firenze, A 194. Vi alloggia Leone X in una villa -dei Gianfigliazzi, C 138. — Ved. _Spagnoli_. - -_Marignolli Guerriante._ De’ Priori nel Tumulto de’ Ciompi, B 19. Esce -di Palagio, 24. Congiura contro lo Stato, 40. - -_Marignolli Rustico._ Ha una lapida in San Lorenzo, A 33. - -_Marina_ (_Valle di_), A 262. - -_Maringhi Piero._ Suo atto di valore, B 103. - -_Marradi._ L’acquistano i Fiorentini cacciandone uno de’ Manfredi di -Faenza, B 178. N’è domata una ribellione, C 272. - -_Marsili fra Luigi_, A 367. - -_Marsuppini Carlo._ Va con Cosimo de’ Medici a Verona, B 221. -Cancelliere della Repubblica, 434. - -_Martelli Lodovico._ Suo duello con Giovanni Bandini, C 271, 272. - -_Martelli Ugolino._ Suo traffico in Pisa, B 209. - -_Martinella._ Campana solita portarsi dai Fiorentini nell’oste, A 44. -Presa dai Senesi a Montaperti, 50. - -_Martini Martino di Luca_, cancelliere della Repubblica. Tiene la -parte de’ Medici, B 169. Rimosso dall’ufficio, _ivi_. È in grande -intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, 188. De’ Dieci della guerra, -_ivi_. Ricordato in una lettera di Rinaldo, 205. - -_Martino Polono._ Si tocca della sua Cronaca, A 428. - -_Martino V._ A lui manda una solenne ambasciata la Repubblica, B 136. -Sua venuta e dimora in Firenze, 137, 138. Ne parte sdegnato, 138. -Innalza la Sede Fiorentina a titolo Arcivescovile, _ivi_. A lui va -due volte ambasciatore Rinaldo degli Albizzi, 172. Cerca indurre i -Fiorentini alla pace col Duca di Milano, ivi, 176. — Ved. _Santa Maria -Novella_ (_Chiesa di_). - -_Marucelli Bartolommeo_ e _Francesco_. Sono ai servigi degli oratori -fiorentini presso il Principe d’Orange, C 374-376. - -_Maruffi fra Silvestro._ Imprigionato, C 54. Esaminato, 56, 57. -Confessore di Pier Capponi, 57. Sentenza pronunziata contro di lui e -sua morte, 59, 60. - -_Marzocco._ Impresa de’ Fiorentini, A 42, 257. - -_Masaccio_, B 238. - -_Massimiliano_ imperatore. Manda oratori alla Repubblica, C 36, 77. -Ne riceve da lei, 36, 103, 108. Fa un trattato con essa, 108. — Ved. -_Bolgheri. Castagneto_. - -_Mastino._ — Ved. _Siminetti Bartolo_. - -_Matharon_ (_de_) _Jean_. Oratore del Re di Francia in Firenze, C 344. - -_Matilde._ — Ved. _Contessa Matilde_. - -_Mattia Corvino_ re d’Ungheria. Ha relazioni di studi con Lorenzo dei -Medici, B 422. - -_Mazzanti Lucrezia._ Sua morte, C 255. - -_Medicea_ (_Biblioteca_). Messa insieme da Cosimo il vecchio, B 329. -Suo catalogo, ricordato, 330. È unita a quella di San Marco, C 29. — -Ved. _Del Migliore Filippo. Laurenziana_. - -_Medici_ famiglia. Feriscono a morte un popolano, A 118. Seguono la -parte dei Guelfi neri, 126. Assalgono i bianchi, 130. Uno di essi è -decapitato, 224. Congiurano contro il Duca d’Atene, 231. Assalgono -alcune case di grandi, 240. Due di essi banditi, e gli altri privati -degli uffici, B 81. Loro commercio in Ungheria, 134. Temono Neri -Capponi, 205. Avversano l’impresa contro Lucca, 207. Fatti dei grandi, -215-216. Riabilitati, 225. La loro casa è posta a sacco. C 13. Come -risorgessero, 124, 125. Di nuovo perdon grazia nel popolo, 209. -Deliberazione in loro favore, 213. Le loro armi vengono cancellate e -abbattute, 219. Si propone d’atterrarne il Palagio, 266-267. — Ved. -_Carlo VIII_. - -_Medici Alamanno._ Confinato, B 80. - -_Medici Alessandro._ Ottiene uno Stato nel Regno di Napoli, C 147. -Viene in Firenze, 167. Si accenna alla falsa voce ch’egli fosse -figliuolo di Clemente VII, 226. Onori fattigli in Firenze, 316. Gli -è conferito lo Stato con diploma dell’Imperatore, ivi. Assiste alla -promulgazione del diploma, 318. Visitato dalla Signoria, ivi. Fatto -signore assoluto di Firenze, 325-327. Suo governo, 327. Sua morte, 328. -— Ved. _Margherita_ ec. _Medici Ippolito_. - -_Medici Antonio_, B 377. - -_Medici Averardo_, B 168. Oratore a Ferrara, 177. Fautore dell’impresa -contro Lucca, 188. Fa richiamare dal campo Astorre Gianni, 191. -Ricordato in una lettera di Rinaldo degli Albizzi, 205. Brano di una di -Cosimo de’ Medici a lui, 208. Confinato, 213, 214. Muore, 248. - -_Medici Bartolommeo_. Rivelatore di una congiura, A 312. - -_Medici Bernardetto_. Commissario in campo contro Niccolò Piccinino, B -268-269. Premiato dalla Repubblica, 272. Fatto sostenere da Eugenio IV, -288. Commissario in campo contro Alfonso I d’Aragona, 292, 293. - -_Medici Bianca_. — Ved. Pazzi Guglielmo. - -_Medici Caterina_. Data certa della sua nascita, C 145. È nel monastero -delle Murate, 267; donde è trasferita in quello di Santa Lucia, da -Salvestro Aldobrandini, ivi, 268. Clemente VII ordina gli sia mandata -in Roma, 313. - -_Medici Clarice_, C 119. Moglie di Filippo Strozzi, 166. Sue fiere -parole a Ippolito de’ Medici e al Cardinal Passerini, 212-213. - -_Medici Contessina_. — Ved. _Ridolfi Piero_. - -_Medici Cosimo_. Rimprovera a Giovanni suo padre di non farsi più -vivo nei negozi della Repubblica, B 168. Dei Dieci della guerra, 188. -Oratore a Venezia, 207. Pratiche appostegli contrarie all’impresa -di Lucca, _ivi_. Sue lettere ricordate, 208 _e segg._ Posta del suo -capitale in commercio, 208, 209. Favore da lui goduto in Firenze; suoi -viaggi e sue parentele e aderenze; suo carattere e sue vedute, 208-210. -Siede con Rinaldo degli Albizzi in una Pratica eletta dalla Signoria, -211, 212. È imprigionato, poi confinato a Padova, 212-216. Onori che -riceve nell’esilio, 220, 221. Gli è tolto il bando, 225. Suo ritorno -in patria, 226, 227. Suoi detti, 246, 247. Suoi _Ricordi_ citati, 248. -Arde di voglia di acquistar Lucca alla Repubblica, 255. Ambasciatore a -Venezia, 256. Comincia a alienarsi dai Veneziani, 257. Gonfaloniere, -259. Sue risposte a Rinaldo degli Albizzi e agli altri fuorusciti, -263. Promette di maritare Piero suo figliuolo a una figliuola del -Conte di Poppi, poi rompe le pratiche, 267. Consapevole della trama -ordita contro Baldaccio d’Anghiari, 377. Teme la riputazione di Neri -Capponi e s’adopra ad abbassarlo, 278. Gonfaloniere, 284. Arbitro -nelle differenze tra Eugenio IV e Francesco Sforza, 287. Gran fautore -di quest’ultimo, 297, 298. Mezzi ch’egli adopera per somministrargli -denari, 300. Va oratore a lui, 303. Percuote con le gravezze i suoi -avversari, 312-313. Che vie tenesse a farsi capo della Repubblica, 315, -316. Come vivesse con Neri Capponi, 317. Muore, e onori resigli, 326. -Sue doti, vita e costumi e sua magnificenza, 326-328. Il suo tempo, e -protezione da lui accordata agli studi, 329-331. — Ved. _Eduardo IV. -Gerusalemme. Medici Lorenzo_ di Giovanni. _Niccolò V. Sforza Galeazzo -Maria Venezia_. - -_Medici_ (_de’_) _Cosimo I_. Nasce di Giovanni delle Bande nere e -di Maria Salviati, C 178. Succede al duca Alessandro, 328. Come si -assicuri lo Stato, e suo governo, 330-331. - -_Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_. Fonda la città e il porto di Livorno, -C 333. Dà in moglie a Enrico IV Maria sua nipote, 334. - -_Medici Filippo_. Arcivescovo di Pisa, B 232. Muore, 369. - -_Medici fra Francesco_, domenicano, C 57. - -_Medici Giovanni_ detto _Bicci_. Paga una somma di denari -all’imperatore Roberto in nome della Repubblica, B 89-90. Fa un -imprestito a papa Giovanni XXIII, e sborsa altri denari per la sua -liberazione dal carcere, 139. È uno dei suoi esecutori testamentari, -_ivi_. Gonfaloniere di giustizia; sue qualità e stato, 152-153. Biasima -la guerra contro Filippo Maria Visconti, 158. Rifiuta di prender -parte alla riforma dello Stato, 167, 168. Contento della sua vita di -mercante, 168-169. Sua afflizione per la remozione di ser Martino -Martini dall’ufficio di Cancelliere, 169. Ambasciatore a Venezia, -172. Ottiene che sia respinta la domanda del popolo circa al far -pagare i ricchi più di quello che aveano pagato d’imposta innanzi alla -formazione del Catasto, 183. Muore, e suoi ricordi ai figliuoli, 187. — -Ved. Catasto. - -_Medici Giovanni_ di Cosimo. Suo traffico di lana, B 209. Muore, 326. — -Ved. _Alessandri Ginevra_. - -_Medici Giovanni_ detto _delle Bande nere._ Sue prime armi, C 150-151. -Chiamato dal cardinal Giulio de’ Medici in suo aiuto, 154. Va co’ -Francesi, ivi. Si trova alla battaglia della Bicocca, 158. Poco amato -e tenuto lontano da Clemente VII, 166. Capitano generale delle fanterie -italiane nella guerra tra Francia e Spagna, 175. Sua morte, ed elogio, -177, 178. - -_Medici Giovanni_ di Lorenzo. Protonotario apostolico; beneficii da -lui ottenuti, B 420. Fatto Cardinale, 421. Fugge da Firenze, C 13. -Va ad Arezzo, 77. Divenuto papa, fa inalzare un monumento al fratello -Piero, 97. Va legato nell’esercito di Giulio II, 112. Fatto prigione -dai Francesi, 113. Muove contro lo Stato di Firenze in compagnia del -fratello Giuliano, 114, 115. Come si fosse riacquistato favore in -Firenze, 117-118. Presente al sacco dato a Prato dagli Spagnoli, 123. È -a Campi, dove lo vanno a trovare i Palleschi, 123. Entra in Firenze, e -vi riforma il governo, 124. Congiura ordita contro di lui e il fratello -Giuliano, 126. Eletto papa, prende il nome di Leone X, 127. Istruzione -e consigli datigli dal padre quando andava a Roma cardinale, 564-566. - -_Medici Giovanni_ di Pierfrancesco, B 425. Confinato insieme con -Lorenzo suo fratello, C 4; e favore che trovano in città e fuori -dopo la cacciata di Piero, 39. Sposa Caterina Sforza, ivi; da cui ha -Giovanni, detto poi _delle Bande nere_, 151. — Ved. _Popolani_. - -_Medici_ (_de’_) _Giovanni Gastone_. Con lui si spenge la Dinastia -Medicea, C 335, 336. - -_Medici Giuliano_ di Lorenzo. Fugge di Firenze, C 13. Viene ostilmente -nel Casentino, 65. Muove contro lo Stato di Firenze in compagnia del -fratello Giovanni, 114, 115. Rientra in città, 124. Congiura ordita -contro di lui e il fratello, 126. Gonfaloniere della Chiesa, 132. -Sposa Filiberta di Savoia, _ivi_. Creato duca di Nemours, 137. Mandato -dal Papa a Piacenza coi soldati della Chiesa, è costretto ritrarsene -per infermità, 137, 138. Si oppone alla volontà del Papa di privare -Francesco Maria della Rovere del Ducato d’Urbino, 139. Muore, _ivi_. - -_Medici Giuliano_ di Piero, B 326, 340. Sua natura dedita ai piaceri, -354. Per lui domanda il cardinalato Lorenzo suo fratello, 360. Combatte -una giostra, 364. Si duole con Lorenzo di un’ingiuria recata ai Pazzi, -369. Sua morte, 373. Sue esequie, 379. — Ved. Gorini. - -_Medici Giulio_. Brevi notizie di lui fino all’elezione di Leon X, -C 133-134. Arcivescovo di Firenze, 134. Cardinale e Vicecancelliere -apostolico, ivi. Chiede pareri, circa al governar Firenze, 145. -Piglia lo Stato in mano sua dopo la morte di Lorenzo duca d’Urbino, -_ivi_. Ottiene una pensione sull’arcivescovado di Toledo, 147. Legato -apostolico nella guerra col Re di Francia, 150. Va al Conclave dopo -la morte di Leone X, 152. Signore di Firenze, 154-157. Va a Roma, 161; -e fa lega col Papa e coll’Imperatore, 161-162. Eletto papa, prende il -nome di Clemente VII, 163. Scrive da parte del Papa e in nome proprio -al Legato in Francia, 348. Brani di alcune sue lettere, 349-352. Il -Papa e il Cristianissimo propongono di poter rimettere in lui e nel -Gran Maestro di Francia alcune loro differenze, 359. - -_Medici Ippolito_, C 166. Viene in Firenze, 167. Parte, 213. Fatto -Cardinale, 226. Legato presso Carlo V, 238; a Perugia, 306. Torna -in Firenze a insaputa del Papa, che gli manda dietro Baccio Valori, -314. Ottiene il Vicecancellierato e altri ricchi benefici, _ivi_. -Fatto morire di veleno da Alessandro de’ Medici, 328. Leone X disegna -mandarlo al Re Cattolico, 349. Gli è offerto dal Re uno Stato, 352. - -_Medici Lorenzino_. Uccide il duca Alessandro de’ Medici, C 328. - -_Medici Lorenzo_ detto _il magnifico_, B 324, 326, 340. Mandato dal -padre alle principali corti d’Italia, 351. Quale egli fosse alla morte -del padre, 352, 353. Sue prime arti per conservarsi lo Stato, 353-354. -Suo viaggio a Milano, 354. Suoi uffici in città e fuori, 357-360. Come -cominciasse l’inimicizia tra lui e Sisto IV, 362. Tratta un parentado -tra il Re di Francia e Ferdinando di Napoli, 363. Gli è tolto l’ufficio -di Depositario del Papa, 369. Come scampi alla Congiura de’ Pazzi, -373, 374. Scomunicato, 383, 384. Sua parlata in una grande adunanza di -cittadini, 386-387. Gli sono dati uomini per guardia della sua persona, -387. Si mormora contro di lui in Firenze, per cagione della guerra -col Papa, 396. Sua andata e dimora in Napoli, 396-399. Negligente nei -traffici, 407. Brano di una sua lettera, 411. Interviene alla dieta -tenuta per la guerra tra i Veneziani e il Duca di Ferrara, 412. Brano -d’un’altra lettera al Re di Napoli, 417. Va al campo contro Sarzana, -418. Procura e ottiene il cardinalato per Giovanni suo figliuolo, -420, 421. Fa eleggere una Balia, 421. Sue relazioni cogli altri Stati -d’Italia e fuori, 422. Brano di alcune sue istruzioni al figliuolo -Piero, 422-423. Suo stato e autorità in Firenze; sue qualità dell’animo -e dell’ingegno, 423 _e segg_. Muore, 427. Sue _Lettere_ ricordate, -429. Sua Vita scritta dal barone Alfredo di Reumont, _ivi_. Di lui -come scrittore, 444. Sue istruzioni e consigli a Giovanni suo figliuolo -quando andava a Roma cardinale, 564-566. Sue relazioni col Savonarola, -C 28. Lo chiama al suo letto di morte, 30. — Ved. _Aragona_ (_d’_) -_Alfonso II. Aragona_ (_d’_) _Ferdinando I. Cafaggiolo. Frescobaldi -Battista. Luigi XI. Medici Giuliano_ di Piero. _Montefeltro_ (_di_) -_Federigo. Poggio a Caiano. Riario Girolamo. Sforza Galeazzo Maria_. - -_Medici Lorenzo_ di Giovanni. Rimprovera a Giovanni suo padre di -non mostrarsi più vivo nei negozi della Repubblica, B 168. De’ Dieci -della guerra, 188. Oratore al Duca di Milano, 193. Pratiche appostegli -contrarie all’impresa di Lucca, 206, 207. Ha per moglie una Cavalcanti, -209. Raduna gente per liberare Cosimo suo fratello rinchiuso in -Palagio, 212. Va a Venezia coi figliuoli di lui, _ivi_. Confinato, -214-216. Egli e Cosimo prestano duemila fiorini d’oro alla nazione -Germanica rappresentata al Concilio di Costanza, B 258. Muore, 326. - -_Medici Lorenzo_ di Pierfrancesco, C 39. — Ved. _Medici Giovanni_ di -Pierfrancesco. - -_Medici Lorenzo_ di Piero di Lorenzo. Tiene lo Stato di Firenze, C -132. Comandante delle genti della Chiesa, 138. Torna in Firenze e si -comporta altrimenti che per il passato, 144. Muore, 145. Gli è offerto -uno Stato dal Re Cattolico, 352. — Ved. _Della Rovere Francesco Maria_. - -_Medici Lucrezia_ moglie di Iacopo Salviati, B 423, C 165. - -_Medici Maddalena_. — Ved. _Cibo Franceschetto_. - -_Medici Maria_. — Ved. _Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_. - -_Medici Michele_, B 77. - -_Medici Orlando_. Tesoriere della Marca, B 249. - -_Medici Ottaviano_. Sostenuto in Palagio durante l’Assedio, C 250. -Possessore di bei cavalli, 371. - -_Medici Pierfrancesco._ Suo traffico in Venezia, B 209. Ricordato, B -425. - -_Medici Piero_ di Cosimo. Suo traffico di seta, ricordato, B 209. -Ambasciatore a Niccolò V, B 290; a Francesco Sforza e a Venezia, -303, 304. Richiamato, 304. Sue note delle spese fatte per la morte -del padre, 326. Consiglio dato a lui da Dietisalvi Neroni e sue -conseguenze, 332, 333. Sue arti e provvedimenti per assicurarsi dello -Stato, 340 _e segg._ Piglia coscienza e abitudine quasi di principe, -351. Muore, 353. — Ved. _Acciaiuoli Agnolo. Bentivoglio Giovanni II. -Luigi XI. Sforza Galeazzo Maria. Tornabuoni Lucrezia. Tranchedini -Nicodemo._ - -_Medici Piero_ di Lorenzo, C 2-4. Favorisce gli Aragonesi contro Carlo -VIII, 8, 9. Offre a Carlo alcuni luoghi del dominio della Repubblica, -12. Bandito, 13. Ricusa di tornare a Firenze, 14, 15. N’è escluso, -nell’accordo fatto dalla Repubblica con Carlo VIII, 16. Accompagna -il Re nel suo ritorno da Napoli, 19. Pratica per tornare in Firenze, -40. Viene ostilmente nel Casentino, 65; a Loiano, 74; e ad Arezzo, -77. Muore, 97. Ricordato, 347. — Ved. _Aragona (d’) Alfonso II. -Montecassino. Orsini Alfonsina, Paolo_ e _Virginio_. - -_Medici Salvestro_, A 312. Pratica contro gli Albizzi e Ricci, 317. -Gonfaloniere, B 10. Notizie di lui relativamente ai moti del 1378, -11-14, 18-20, 26, 36. Confinato, 52. - -_Medici Vieri._ Ricusa di farsi capo delle Arti minute, B 77-78. I suoi -discendenti sono eccettuati dalla condanna che faceva dei grandi gli -altri di quella schiatta, 216. - -_Medici_ e _Cerusichi_ in Firenze, A 251. - -_Mercanzia_ (_Arte della_). — Ved. _Calimala_. - -_Mercanzia_ (_Consiglieri di_). Gli atti di quel Magistrato sono arsi -dal popolo, A 234. Gli è diminuita la giurisdizione, 365. Sue riforme, -B 483, 494, 497. Sua costituzione, 529. La riacquista, e se ne formano -nuovi Statuti, C 32. - -_Mercato Nuovo._ Vi avevano le case i Bostichi, A 122; e i Cavalcanti, -131. Arsione di tutte le case d’intorno, ivi. - -_Mercato Vecchio._ Arsione delle case intorno ad esso, A 130, 131. Vi -accade una zuffa, 287. — Ved. _Giovanni di Mone. Tosinghi._ - -_Messi_ (_Ufficio dei_), B 485. - -_Michele di Lando_, B 25. Gridato Gonfaloniere, _ivi_. Suo governo, 26, -33-35. Rimane in disparte nel nuovo Stato, 39. Degli Otto di guardia, -41. Confinato, 55. Torna in Firenze ove muore, _ivi_. - -_Michelozzi Michelozzo._ — Ved. _Venezia_. - -_Migliorati Lodovico._ Fa un’impresa a danno dei Pisani per denari -avuti dalla Repubblica, B 103. - -_Milano_ (_da_) _Maurizio_. Cancelliere degli Otto di guardia, C 322. - -_Milizia_ fatta per difesa della città, C 223, 224. Riordinata, 269. — -Ved. _Colonna Stefano_ di Palestrina. - -_Minerbetti Giovanni._ Gonfaloniere, B 245. - -_Minerbetti Piero._ Sua _Cronaca_, ricordata, B 232. - -_Minucci Paolo_, B 234. - -_Mirabeau_ famiglia. — Ved. _Arrighetti Azzo_. - -_Misericordia_ (_Confraternita della_), A 179. Lasciti fattile, 248. - -_Modigliana_ (_Conti di_). Ribelli della Repubblica, B 81. - -_Monaco_ (_Signori di_). — Ved. _Grimaldi_. - -_Monaldeschi Ormanno._ Potestà di Firenze, A 61. - -_Moncada_ (_di_) _Ugo_. Viene in Firenze, C 180. - -_Monforte_ (_di_) _Arrigo_. Al soldo della Repubblica, A 306. - -_Monforte_ (_di_) _Guido_. Mandato da Carlo d’Angiò in Firenze con -ottocento cavalieri, A 62. - -_Montaguto._ — Ved. _Barbolani_. - -_Montalcino_. Protetto dai Fiorentini, A 21. Cagione di guerra tra essi -e i Senesi, 30. Questi vi vanno a oste, 45. — Ved. Orvietani. - -_Montale_. Edificato dai Pistoiesi, A 21. - -_Montalpruno_. Vi si accampa l’esercito dei Fiorentini, A 84. - -_Montano Cola_. Accende gli animi dei Lucchesi contro la Repubblica, B -392. Preso e condotto a Firenze, 393. - -_Montaperti_. Vi si accampa l’oste dei Fiorentini andata contro Siena, -e vi è sconfitta, A 48-50. - -_Monte_ del debito del Comune, A 4-6, 21, 28, 36, 45, 54, 72, 119, 144, -211, 312, 364, 407, C 99, 207, 310. - -_Monte delle Doti_, B 159, 282, 359, 422, C 207. - -_Monte di Pietà_. Sua istituzione, C 32. - -_Monte Accianico_. Ruinato dai Fiorentini, A 137. - -_Monteagutello_. Acquistato dalla Repubblica, B 271. - -_Montebuoni_. Dà il nome ai Buondelmonti, ed è abbattuto dai -Fiorentini, A 12. - -_Montecarelli_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230. - -_Montecarlo_. Tolto dai Fiorentini ai Lucchesi, B 255, 257. - -_Montecassino_. Leone X fa innalzare in quella chiesa un monumento a -Piero de’ Medici suo fratello, C 97. - -_Montecatini_. I Fiorentini vi sono sconfitti da Uguccione della -Faggiola, A 161. Espugnato dai Fiorentini, 207. - -_Montecatini_ (_da_) _Giovanni_, medico. È impiccato e poi arso, B 317. - -_Monte Croce_. Tolto dai Fiorentini ai Conti Guidi, A 13. - -_Montedoglio_ (_Conti di_). È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A -215. Si danno in accomandigia alla Repubblica, B 58. - -_Montedoglio_ (_di_) _Alfonsina o Eufrosina_. — Ved. _Monterchi_. - -_Montedoglio_ (_di_) _conte Noferi_. Ha la guardia del Palagio, C 210. - -_Montefalcone_. Occupato dai Fiorentini, A 193. Vi ha una villa Rinaldo -degli Albizzi, B 189. - -_Montefeltro_ (_Conti di_). È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A -215. - -_Montefeltro_ (_di_) _Antonio_ conte d’Urbino. Con lui hanno guerra i -Fiorentini, B 58. - -_Montefeltro_ (_di_) _Federigo_. Capitano di guerra della Repubblica in -varie imprese, B 292, 345 _e segg_., 359. Onori e doni che ne riceve, -359, 360. Combatte contro di lei nella guerra mossale da Sisto IV e -dal Re di Napoli, 385 _e segg_. Nemico personale di Lorenzo de’ Medici, -388. - -_Montefeltro_ (_di_) _Guidantonio_ conte d’Urbino. Raccomandato della -Repubblica, B 156. È al soldo di lei, 196. - -_Montefeltro_ (_di_) _Guido_, A 76, 96. - -_Montefiascone_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A -326. - -_Montefiore_ (_da_) _Gentile_, cardinale. Chiesto da alcuni della -Signoria al Papa per pacificare la città, A 118. - -_Montegrossoli_. Ruinato dai Fiorentini, A 17. - -_Monteluco_. — Ved. _Leccia_. - -_Montelupo_. Edificato dai Fiorentini, A 21. - -_Montemagno_ (_da_) _Buonaccorso_, A 367. - -_Montemurlo_. Lo comprano i Fiorentini dai Conti Guidi, A 21. Assediato -da Castruccio, 195. Villa de’ Nerli, C 329. Vi sono disfatti e presi i -fuorusciti di Firenze, sotto Cosimo primo granduca, _ivi_. - -_Monte Oliveto_ presso Firenze. — Ved. Spagnoli. - -_Monte Orlandi_. È tolto dai Fiorentini ai Conti Cadolingi e abbattuto, -A 9. - -_Monte Petroso_. Eroicamente difeso per la Repubblica da Biagio del -Melano, B 171. - -_Montepulciano_. Lo tengono in accomandigia i Fiorentini, A 21. Cagione -di guerra tra essi e i Senesi, 30. Occupato dalla Repubblica, B 64. Le -si ribella per opera dei Senesi, C 19, 20. Ricuperato, 115. Occupato -dagl’Imperiali durante l’Assedio, 278. - -_Monterchi_. Ceduto alla Repubblica da Alfonsina di Montedoglio, B 271. - -_Monte San Savino_. Viene in potere dei Fiorentini, B 58. Occupato -dalle armi di Sisto IV e del Re di Napoli, 389. - -_Monte San Savino_ (_da_) _Andrea_, scultore e architetto, B 439. - -_Monte Santa Maria_ (_Marchesi del_). Raccomandati della Repubblica, B -156. - -_Monte Santa Maria_ (_del_) _Francesco_. Al soldo della Repubblica, C -243. - -_Montescudaio_ (_Conti Gherardesca di_). Si danno alla Repubblica, B -104. - -_Montesecco_ (_da_) _Giovan Battista_. Parte da esso presa nella -Congiura de’ Pazzi, B 370-373. Sua fine, 377. Testo della sua -Confessione, 547-558. - -_Montesenario_. — Ved. _Servi_ (_Ordine dei_). - -_Montevarchi_. Vi si ricovrano i guelfi di Firenze, A 33. Battuto da -Arrigo VII, gli s’arrende, 156. - -_Monticelli_ presso Firenze, A 195. - -_Montone_ (_da_) _Braccio_. Al soldo della Repubblica, B 129. Viene in -Firenze, 137. - -_Montone_ (_da_) _Carlo_. Gli ordina la Repubblica di non molestare i -Senesi, B 366. Condotto ai suoi stipendi dalla Repubblica, 394. Muore, -ivi. - -_Montone_ (_da_) _Oddo_. Al soldo dei Fiorentini, B 170. È ucciso, 171. - -_Montopoli_. È stretto dalle genti del Duca di Milano e liberato da -Niccolò da Tolentino, B 200. - -_Montopoli_ (_da_) _Michele_. Difende Pisa dalle armi di Carlo V ed -evvi morto, C 311. - -_Montughi_ presso Firenze. Vi ha una villa Iacopo de’ Pazzi, B 372. - -_Morea_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. La Repubblica vi -manda suoi oratori, 142. — Ved. _Acciaiuoli_. - -_Morelli Giovanni_. Della sua _Cronaca_, B 232. - -_Morelli Girolamo_. Ha gran favore in Firenze, B 398. - -_Morelli Iacopo_. Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, C -299. - -_Morone Girolamo_. Muore nel campo degl’Imperiali sotto Firenze, C 259. - -_Mortennana_. È degli Squarcialupi, A 30. - -_Mozzi_. Vanno in esilio, A 52. Albergano Gregorio X, 71. Sono in -guerra coi Bardi, 92. Seguono la parte dei Cerchi, 106. Alloggiano -il Cardinale d’Acquasparta, 111. Con loro si pacificano i Bardi, 119. -Alcuni di essi confinati, 125. Alloggiano alcuni fuorusciti bianchi e -ghibellini, 128. Si mettono col popolo in un assalto da esso dato alle -case dei grandi, 241. — Ved. _San Gregorio_ (_Chiesa di_). - -_Mozzi Luigi_. Oratore a Carlo IV, A 398. - -_Mozzi Vanni_. Uno de’ capi de’ grandi, A 104. - -_Mugello_. V’entrano i fuorusciti fiorentini con Scarpetta degli -Ordelaffi, A 133. Vi viene ostilmente Giovanni da Oleggio, 262. Sua -_Descrizione_, ricordata, B 232. Vi edifica una villa e un Convento pei -Frati Minori Cosimo de’ Medici, 328. - -_Muscettola Giovanni Antonio_, C 317. - -_Mutrone_. Dato da Piero de’ Medici a Carlo VIII, C 12. Viene alle mani -di Clemente VII, 261. — Ved. _Ottoboni Aldobrandino_. - - -N. - -_Narbona_ o _Nerbona_ (_di_) _Amerigo_. Nell’oste dei Fiorentini a -Campaldino, A 85. - -_Nardi Bernardo_ e _Silvestro_. Ribellano Prato alla Repubblica, B 350. -Il primo di essi è preso e decapitato, 351. - -_Nardi Iacopo_. Amico al Savonarola, C 60. Suo atto animoso, 211. -Confinato, 309. Governatore della Confraternita dei Fiorentini in -Venezia, 310. - -_Narni_ (_Vescovo di_). Viene in Firenze, A 294. - -_Narsi_ (_di_) _Piero_. Combatte pei Fiorentini ad Altopascio, A 193, -194. Sua fine, 196. - -_Nasi Francesco_, C 246. - -_Nasi Piero_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402. - -_Navarro_. Dirige alcune opere di fortificazione in Firenze, C 176. - -_Neghittosa_. Così è chiamata la Loggia degli Adimari, B 80. - -_Neri Pompeo_, C 336. - -_Nerli_ famiglia. Alcuni di loro seguono la parte dei Cerchi, A 106. -Tengono quella dei guelfi neri, 126. Assaliti dal popolo, s’arrendono, -241. — Ved. _Montemurlo_. - -_Nerli Bernardo_. Fa a sue spese la prima edizione dei poemi d’Omero, B -441. - -_Nerli Filippo_. Suoi Commentari, ricordati, B 192. Imprigionato, C -250. Istruzioni dategli da Clemente VII, venendo egli in Firenze, 323, -324. - -_Nerli Tanai_. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni oratori -a Carlo VIII, C 346, 347. - -_Neroni_. Uno di quella famiglia è fatto ribelle, B 350. - -_Neroni Dietisalvi_. Degli accoppiatori, B 283. Fautore di Francesco -Sforza, 299. Va oratore a lui, 303. Uomo di grande ingegno ma dubbio, -331. Consigliere di Piero dei Medici, 332. Sue pratiche contro ai -Medici, 339. Si oppone al consiglio di muovere a rumore la plebe, 341. -Studia di salvarsi in qualunque evento, 342. Confinato, _ivi_. Sono -presi tutti i suoi parenti, _ivi_. Sue arti per tornare in patria, 343. - -_Neroni Giovanni_. Arcivescovo di Firenze, va in esilio volontario a -Roma, B 342, 343. - -_Neroni Nerone_. È tra i maggiori dello Stato, B 150. Dei Dieci della -Guerra, 188. Suo atteggiamento nelle contese tra Cosimo de’ Medici e -Rinaldo degli Albizzi, 223. - -_Niccoli Niccolò_. Va con Cosimo dei Medici a Verona, B 221. Insigne -copiatore di Codici, 236. Suo giudizio di Dante, 446. — Ved. San Marco -(_Biblioteca di_). - -_Niccolini Andreolo_. Ambasciatore a Clemente VII, C 246, 247. Ferito a -tradimento da Malatesta Baglioni, 297. - -_Niccolini Lapo_. È dei maggiori dello Stato, B 150. - -_Niccolò II_. Muore in Firenze, A 8. - -_Niccolò III_. Conferma la sentenza di pace di Gregorio X tra i guelfi -e i ghibellini, e manda in Firenze il cardinal Latino de’ Malabranca, A -73. Ricordato, 123. - -_Niccolò V_. Ambasceria mandatagli dalla Repubblica, B 290. S’adopra -a metter pace in Italia, 291. Fa depositario della Chiesa Cosimo dei -Medici, 328. — Ved. _Parentucelli Tommaso._ - -_Nipozzano_. Vi hanno poderi i Cerchi, A 109. - -_Nobili Giovan Francesco_. Ultimo Gonfaloniere di giustizia, C 327. - -_Norcia_ (_da_) _Simone_. Giudice per il Duca di Atene sopra il -rivedere le ragioni del Comune, A 230. - -_Nori Anton Francesco_. Devoto dei Medici, C 212. Sostenuto in Palagio -durante l’Assedio, 249, 250. - -_Nori Francesco_. Ucciso nella Congiura de’ Pazzi, B 373. - -_Notari_. Loro numero in Firenze, A 251. - -_Novara_ (_Vescovo di_). Ha mano in una Congiura contro Eugenio IV, in -Firenze, B 250. - -_Nove d’Ordinanza e Milizia_. — Ved. _Ordinanza e Milizia_. - -_Novellet_, cardinale legato in Bologna. Richiesto di grano dai -Fiorentini si rifiuta, e fa che scenda in Toscana la Compagnia -degl’Inglesi, A 321. - -_Nuto_ (_ser_). Bargello in Firenze, impiccato e straziato nel tumulto -dei Ciompi, B 21. - - -O. - -_Obizzi Lodovico_. Al soldo della Repubblica, muore alla battaglia di -Zagonara, B 158. - -_Ognissanti_. In quel giorno il popolo minuto faceva festa coi vini -nuovi, A 116. - -_Ognissanti_ (_Frati d’_). Camarlinghi del Comune, A 64. - -_Ognissanti_ (_Prato d’_). — Ved. Santa Croce Giorgio. - -_Oleggio_ (_da_) _Giovanni_. — Ved. Visconti Giovanni da Oleggio. - -_Oltrarno_. È in potere de’ Grandi, A 221. Il popolo forza una parte di -quel Sesto, 222. Paga con quello di San Piero Scheraggio la metà e più -di tutte le gravezze, 237. - -_Omodeo_, speziale, A 376, 377. - -_Orange_ (_d’_) _Filiberto_. Posto da Carlo V a disposizione di -Clemente VII, C 238, 239. Suo esercito, 239, 240. Sue imprese nel -dominio della Repubblica, 241, 242. Negoziati dei Fiorentini con -lui, 246, 247. Si appressa alla città, 254. Vi pone l’assedio, 255, -257. Vuol darle la scalata, ma è ributtato, 258. Assaltato nel suo -accampamento, 258, 259. Cerca con le artiglierie atterrare le torri -e le opere di difesa, 270. Come acquisti Empoli, 283. Respinge una -sortita degli assediati, 284. Sue pratiche con Malatesta Baglioni, -289. Va contro al Ferruccio, 291-293. Combatte con esso a Gavinana e -vi muore, 293, 294, 382, 384. Vedute ch’egli aveva sopra Arezzo, 311. — -Ved. Castiglione (_da_) _Bernardo. Medici Caterina_. - -_Orcagna_ _Andrea_. Sua statua equestre di Piero da Farnese, A 305. -Architetto d’Orsanmichele, 369. - -_Ordelaffi_. Vengono contro lo Stato di Firenze, B 345. - -_Ordelaffi Pino_. — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_. - -_Ordelaffi Scarpetta_. A lui fanno capo i fuorusciti ghibellini di -Firenze, A 133. - -_Ordinamenti di giustizia_. Loro formazione, A 92-95. Tolti dal Duca -d’Atene, 226. Rinnovati, 243. - -_Ordinanza e Milizia_. Sua istituzione, C 100. Abolita, 125. - -_Oricellai_. Perchè così chiamati i Rucellai, A 224, 225. - -_Orivoli_ (_degli_) _Niccolò_. Scuopre ai Ciompi la cattura di un loro -compagno, B 18. - -_Orlandi_. Uno di quella famiglia vuol tradir Pescia ai fuorusciti -della Repubblica, e gli è mozzo il capo, B 350. - -_Orlandi Tommaso_, notaro, B 557. - -_Orlandini Bartolommeo_. Fautore dei Medici, B 225. Posto alla guardia -di Marradi, fugge vilmente, 265. Fa uccidere Baldaccio d’Anghiari, 275, -276. — Ved. Fabriano. - -_Orlandini Piero_. Decapitato, C 163. - -_Orlandini Piero_. — Ved. Giugni Andrea. - -_Orsammichele_. In quella loggia stavano appese immagini di cera alla -Vergine, A 130. Quando edificata, 179. Festa che vi si fa il giorno -di Sant’Anna, 236. Lasciti fatti a quella Compagnia, 247. Si cessa -dal lavoro di quell’edifizio, _ivi_. Vi si depositavano i grani dai -cittadini; gabella che questi ne pagavano al Comune, 255. Salario -dell’Ufficiale addetto a quella piazza, 256. Quella loggia è ridotta a -chiesa, 369. Di alcune statue che vi stanno intorno, B 242, 244. - -_Orsammichele_ (_Capitani di_). Riforma del loro ufficio, B 482. - -_Orsini_. Favoriscono il ritorno dei Medici in Firenze, C 77. Due di -loro dipinti come traditori da Andrea del Sarto, 270. - -_Orsini Alfonsina_. Sposa Piero di Lorenzo de’ Medici, B 423. S’adopra -a inalzare il figliuolo Lorenzo, C 139. - -_Orsini Clarice_. Data in moglie a Lorenzo de’ Medici, B 353. Non le -piace tenersi in casa il Poliziano, C 3. - -_Orsini Currado_. Al soldo della Repubblica, B 387. - -_Orsini Giovan Paolo_. Si unisce col Ferruccio, C 288. Combatte a -Gavinana, 294. Fatto prigione, si riscatta, _ivi_, 295. - -_Orsini Mario_. Grande amico a Michelangiolo, C 252. Al soldo dei -Fiorentini nell’Assedio, ivi, 256, 259. Muore, e onori resigli, 259. -Parole del Ferruccio a proposito della sua morte, 263. - -_Orsini Napoleone_, cardinale, A 137. Sua vana impresa contro Firenze, -139. - -_Orsini Niccola_. Al soldo dei Fiorentini, B 387, 415, 416, 418. - -_Orsini Orso_. Guida e consigliere ad Alfonso d’Aragona, mandato dal Re -di Napoli in aiuto dei Fiorentini, B 346. - -_Orsini Paolo_. Al soldo dei Fiorentini, B 127, 128. - -_Orsini Paolo_. Gli è ordinato da Piero de’ Medici di far soldati e -riunirli in città, C 12. - -_Orsini Pier Giampaolo_. Al soldo della Repubblica, B 265, 266. - -_Orsini Rinaldo_. Al soldo della Repubblica, B 67. - -_Orsini Rinaldo_, signore di Piombino, B 292. Preso in accomandigia -dalla Repubblica, 293. - -_Orsini Rinaldo_, arcivescovo di Firenze, B 369. Ritenuto prigione dal -Papa in Roma, C 79. - -_Orsini Virginio_. Parente e grande amico di Piero de’ Medici, C 6. - -_Orso_ (_d’_) _Antonio_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A -422. - -_Orvietani_. Si collegano coi Senesi contro la Repubblica, A 30. Si -offrono ai Fiorentini di fornire Montalcino, 46. Rinforzano il campo -dei Fiorentini a Montaperti, 47. I loro fanti vengono alle mani dei -nemici dopo la sconfitta, 50. Mandano soccorsi a Firenze, 61. Si -ribellano alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326. - -_Osimo_ (_da_) _Boccolino_, B 419. - -_Ostale_, passo delle Alpi. Vi vanno a guardia gli Ubaldini a istanza -della Repubblica, A 295. - -_Ostia_ (_Vescovo di_). Sua lettera a Lorenzo de’ Medici per -confortarlo a porre in libertà il cardinale Raffaello Riario, B 381, -382. - -_Ottanta_ (_Consiglio o Senato degli_), C 32, 84, 85, 90, 91. Abolito, -125. Restaurato, 214. - -_Otto di Balia_ creati per la guerra con Gregorio XI, A 322. Denominati -gli _Otto Santi_, 326. Citati dal Papa alla sua corte, _ivi_. Loro -provvedimenti, 330 _e segg_. Relegati dal Comune, 339. Rimangono in -Palagio anche dopo fatta la pace, B 15. Intenzione attribuita loro -da Gino Capponi, nella sua narrazione del _Tumulto dei Ciompi_, 26. -Cercano mantenersi lo Stato, 27. Depongono l’ufficio, 37. Rimangono a -parte dello Stato, caduti i Ciompi, 39. - -_Otto di Guardia_. Loro creazione, B 36. Riforma, 49. Sono fatti a -mano dalla Signoria, ed è loro concessa autorità d’inquisire in cose di -Stato, 213. È data loro balìa di sangue, 245. Facoltà speciali a loro -concesse, 498, 510, 512. Riforma, 511, 512. Loro attribuzioni, 528. - -_Otto di Guardia e Balia_. B 245. È reso permanente il loro ufficio, -320. Loro grande autorità, 365. Pronunziano grandi condanne dopo la -Congiura de’ Pazzi, 378. Sono scomunicati, 383. Le loro sentenze sono -soggette all’approvazione del Consiglio Grande, C 32. Riformati, 303. — -Ved. _Pazzi Francesco_. - -_Otto di Pratica_. Istituzione di quell’ufficio, B 405. Cassato, C 13. -Rifatto, 125. Rinnovato di tutti confidenti di Clemente VII, 312. - -_Otto di Santa Maria Novella_ creati dai Ciompi, B 32-34, 37. - -_Otto Santi_. — Ved. _Otto di Balìa_ ec. - -_Ottoboni Aldobrandino_. Ottiene che non si abbatta la rôcca del -Mutrone venuta in potere della Repubblica, e altre notizie intorno a -lui, A 40, 41. - - -P. - -_Pacioli fra Luca_, B 438. - -_Padova_ (_da_) _Monfiorito_. Potestà di Firenze, A 103, 104. - -_Pagnini Giovanfrancesco_. Suo libro sulla Decima, ricordato, B 141. - -_Palagio del Popolo_, residenza della Signoria. Sua fondazione, A 104. -Edificato da Arnolfo, 179. Allagato da una piena d’Arno, 209. Rifornito -di vasellami e d’arazzi, e sgombratone il cortile, B 321. Lapide -postavi sulla porta, C 220. Guardato da soldati tedeschi dopo l’Assedio -e la resa della città, 312. - -_Paleologo Giovanni_. Viene al Concilio di Firenze, B 258, 259. -Privilegi da lui concessi ai Priori e alla Repubblica, 259. — Ved. -Peruzzi. - -_Palmieri Matteo_. Sue opere, B 434. - -_Panciatichi famiglia_. Fautori de’ Medici, C 73, 260 — Ved. -Cancellieri. - -Panciatichi Gualtieri. Confinato, B 342. - -_Pandette_. Quando recate in Firenze, B 116, 117. - -_Pandolfini Agnolo_. Firma un atto di lega tra la Repubblica e Ladislao -re di Napoli, B 133. Si oppone al consiglio di muover guerra al Signore -di Lucca, 186. Dei Dieci della guerra, 188. Dissuade Palla Strozzi dal -recarsi armato in aiuto di Rinaldo degli Albizzi, 222. Si ritira in -villa, 247, 248. - -_Pandolfini Pandolfo_. Si oppone al mandare in esilio molti cittadini, -B 301. - -_Pandolfini Pierfilippo_. Sua orazione, ricordata, C 223, 224. - -_Paolo II_. Amico della Repubblica, poi si aliena da lei, B 338. -S’adopra a metter pace tra essa e i Veneziani, 348, 349. - -_Paolo III_. Ha in odio i Medici, C 328. - -_Paperini_. Così è appellata la setta degli Albizzi opposta a quella -dei Ricci, A 315. - -_Paradiso_ (_del_) _suor Domenica_, C 267. - -_Parentucelli Tommaso_. Ripetitore dei figliuoli di Rinaldo degli -Albizzi e di Palla Strozzi, B 290. Papa col nome di Niccolò V, _ivi_. - -_Parigi_ (_Università di_). Frequentata dai Fiorentini, A 252. - -_Parte Guelfa_. Testo della forma di giuramento dei cittadini per -essere ammessi come veri guelfi, A 418. Suoi uffici e loro riforme, B -477-481, 495. — Ved. _Capitani di Parte Guelfa. Clemente IV_. - -_Passavanti frate Iacopo_, A 356, 362. - -_Passerini Silvio_, cardinale. Nell’assenza di Giulio de’ Medici regge -lo Stato di Firenze, C 145, 167. Suo malgoverno, 167, 209. Parte, 213. -— Ved. _Medici Clarice_. - -_Paterini o Albigesi_, in Firenze, A 32. - -_Pazzi_. Vanno in esilio, A 52. Non posson tornare, 76. Seguon la -parte dei Donati, 107. Due di loro confinati, 110. Capi, con altri, -della parte dei guelfi neri, 126. Congiurano contro il Duca d’Atene, -231. Assaliti dal popolo, si arrendono, 240. Privati dei beni stati -loro donati per antichi servigi resi al Comune, 244. Arsione del loro -palagio, B 13. Aggravati dalle imposizioni, 313. Ingiurie fatte loro -dai Medici di cui pensano vendicarsi, 369, 370. Loro congiura, 370 _e -segg_. Molti di loro son uccisi, e gli altri rinchiusi nella torre di -Volterra, 378. Dipinti per traditori, e altre condanne contro di loro, -ivi, 379. È pattuita la loro liberazione dalla torre di Volterra, 400. -— Ved. _Porta San Piero_ (_Sesto di_). _Strozzi Filippo_. - -_Pazzi_ (_Canto de’_), B 379. - -_Pazzi Alamanno_. Capo dei cittadini armatisi contro la Signoria negli -ultimi giorni dell’Assedio, C 298. - -_Pazzi Alessandro_. Brano di un suo discorso intorno a Lorenzo de’ -Medici, B 423. Suo parere circa alla riforma del governo, ricordato, C -155. Sta fuori di Firenze e gli è intimato il ritorno, 249. - -_Pazzi Andrea_. Alloggia Renato d’Angiò, B 368. Condanna contro i suoi -discendenti, 378, 379. - -_Pazzi Antonio_, B 368. - -_Pazzi Cosimo,_ vescovo d’Arezzo. Ambasciatore all’imperatore -Massimiliano, C 36, 37. Oratore al Duca Valentino, 74. Ribellatosi -Arezzo, rifugge nella rôcca, 77. Arcivescovo di Firenze, 126. - -_Pazzi Francesco._ Sua natura, B 367-368. Tesoriere del Papa, 369. -Congiura contro i Medici, 369-374. Impiccato, 376. - -_Pazzi Galeotto_, B 376. - -_Pazzi Gaspare_, B 103. - -_Pazzi Geri._ Si adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato, A -238. Sua intromissione nelle contese tra Ricci e Albizzi, 287. - -_Pazzi Giovanni._ Ha per moglie una figliuola di Giovanni Borromei, B -369. Condotto in Palagio dopo la Congiura de’ Pazzi, 376. - -_Pazzi Guglielmino._ Muore a Campaldino, A 87. - -_Pazzi Guglielmo._ Marito di Bianca sorella di Lorenzo de’ Medici, B -368. Non è noto se prendesse parte alla Congiura della sua famiglia, -371. Confinato, 378. Capitano d’Arezzo, C 77. Gonfaloniere, 126. - -_Pazzi Iacopo._ — Ved. _Abati Bocca_. - -_Pazzi Iacopo._ Capo della sua famiglia, B 368. Congiura contro i -Medici, 370, 371, 375. Fugge, ed è ricondotto a Firenze ed ucciso, 377. -Strazio che ne fa il popolo, _ivi_. - -_Pazzi Pazzino._ Ucciso da uno dei Cavalcanti, A 154. - -_Pazzi Piero._ Fa copiare libri antichi, B 235. Ricordato, B 368. - -_Pazzi Piero._ Sua morte, C 285. - -_Pazzi Renato._ Biasima la Congiura della sua famiglia, B 371. È -impiccato, 376. - -_Pazzi di Valdarno._ È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A 215. -Congiurano coi grandi di Firenze, dove tengono case e amistà, 222. - -_Peccioli._ Assediato e preso dai Fiorentini, A 304. Torna di nuovo -nelle loro mani, B 104. - -_Pecora_, beccaio. Sua prepotenza, A 99, 103. - -_Pennonieri._ Loro istituzione, A 188. - -_Pepi Francesco._ Ambasciatore all’imperatore Massimiliano, C 36. - -_Pepoli Taddeo._ Con lui fa lega il Duca d’Atene, A 231. Manda gente in -suo aiuto, 232. - -_Pepoli Ugo._ Comandante delle Bande nere, C 221. - -_Péron de Basche._ Oratore del Re di Francia in Firenze, C 344. - -_Perugia._ Ne son cacciati i soldati della Repubblica che v’erano a -guardia, C 154. I Fiorentini mandano a difenderla contro il Principe -d’Orange, 241. - -_Perugia_ (_Vescovo di_). Inviato dal Papa in Firenze per ottenere la -liberazione del cardinale Raffaello Riario, B 381. - -_Perugia_ (_da_) _Margutte_, C 298. - -_Perugini._ Loro brighe con la Repubblica, A 29. Rinforzano il campo -dei Fiorentini a Montaperti, 47. Mandano aiuti a Firenze, 240. Fanno -lega con la Repubblica, 293. Col suo aiuto si ribellano alla Chiesa, -326. Accolgono in città Urbano VI e cacciano la parte aderente ai -Fiorentini, B 64. Collegati col Conte di Virtù contro della Repubblica, -72. — Ved. _Scarperia_. - -_Peruzzi._ Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Albergano Roberto -re di Napoli, 147. Falliscono, 211-212. Nella loro compagnia di -commercio era Giovanni Villani, 212. Vengono armati in Piazza, B 212. -Rimossi dagli uffici, 26. Alloggiano l’imperatore Paleologo, 259. - -_Peruzzi Ridolfo._ Viene armato in Piazza, B 222. Va in Palagio a -trattare un accordo, 223. Confinato, 225. - -_Peruzzi Simone._ Pratica contro gli Albizzi e Ricci, A 317. -Ambasciatore a Gregorio XI, 338. Degli Otto creati per la guerra contro -di lui, ivi. Gli è arsa la casa dai Ciompi, B 19. - -_Pescia._ Vi è firmata una pace tra i Fiorentini e i Pisani, A 307. — -Ved. _Orlandi_. - -_Peste_ in Firenze, A 219, 246 _e segg._, 305, 321, B 59, 88, 208, 317, -C 218, 286. - -_Petracco_ (_ser_) dall’Incisa, cancelliere della Repubblica e notaio -delle Riformagioni. Sbandito, A 125. - -_Petrarca Francesco._ Sua nascita, A 125. Dello scrittore e dell’uomo -e del suo secolo, 357-361. Ricercatore e copiatore di antichi codici, B -228, 229. - -_Petrini Andrea._ Uno degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286. - -_Petroio_ (_Signori di_). È di quella famiglia Giovanni Gualberto -fondatore dell’Ordine di Valombrosa, A 26. - -_Petrucci Antonio._ Oratore dei Senesi alla Repubblica, B 193. Munisce -Lucca assediata dai Fiorentini, _ivi_. Tende insidie ai loro oratori -andati a Niccolò V, B 290-291. Lettere della Repubblica ai Senesi -relative a lui, 542-544. - -_Petrucci Cesare._ Potestà di Prato, B 250. Gonfaloniere al tempo della -Congiura de’ Pazzi, 374, 375. - -_Petrucci Pandolfo._ Amico dei Fiorentini, C 64, poi trama contro di -loro, 77. - -_Piagnoni._ Così detti i devoti del Savonarola, C 47. Sopraffatti -dai loro avversari, 53. Parteggiano dopo la cacciata d’Ippolito -e Alessandro de’ Medici, 216. Prodi nell’armi, 234. Loro fede -incrollabile nella libertà della patria, 295. - -_Piano_ (_del_). Così è chiamata la parte dei Medici, opposta a quella -del Poggio, loro nemica, B 333. - -_Picchena_ (_Signori di_). Il loro castello è smantellato, A 395. - -_Piccinino Niccolò._ Al soldo della Repubblica, B 170, 171. Lascia i -suoi servigi, 171, 172. Rompe il campo dei Fiorentini, 196. Espugna -alcune castella del loro dominio, 198. Congiura contro lo Stato della -Repubblica e contro Eugenio IV, mentre era in Firenze, B 249. Sconfitto -da Francesco Sforza e Neri Capponi, 254. Sua vana impresa contro -Firenze, 265-268. È di nuovo sconfitto, 269-270. Sua risposta a una -lettera di Giannozzo Manetti, 287. - -_Piccolomini Enea Silvio._ Viene in Firenze, B 306. — Ved. _Pio II_. - -_Pico Galeotto_, signore della Mirandola. Al soldo dei Fiorentini, B -418. - -_Pico Giovanni_ della Mirandola, B 427. Sepolto in San Marco di -Firenze, 443. Suo giudizio di Lorenzo de’ Medici come scrittore, 444; -di Dante e del Petrarca, 446. Impressione che riceve da una predica del -Savonarola, C 30. - -_Piero_ (_ser_) _di ser Grifo_, notaio delle Riformagioni, B 6. Gli è -arsa la casa dai Ciompi, 19. - -_Pierozzi Antonio_ e _Antonino_, arcivescovo di Firenze. Muore, B 324. -Suo carattere e sue opere, _ivi_, 325. - -_Pieruccio_, C 267. - -_Pieruzzi ser Filippo_, notaio delle Riformagioni. Chiama le Balìe del -1433 e 1434, B 212, 224. Cassato, B 283. - -_Pietrabuona._ Tolta dai Fiorentini ai Pisani, e da questi ricuperata, -A 303. - -_Pietramala._ Viene in potere dei Fiorentini, B 58. - -_Pietrasanta._ Ivi presso è il campo dei Fiorentini contro Lucca, B -189-191. Presa dai Fiorentini, B 415. Data da Piero de’ Medici a Carlo -VIII, C 12. Cade in mano dei Lucchesi, 34. Restituita da essi alla -Repubblica, 142. Viene alle mani di Clemente VII, 261. - -_Pietro Leopoldo_ granduca di Toscana. Vende tutti gli oggetti di -curiosità raccolti dai Medici nel Palazzo Pitti, C 333. Stato della -Toscana sotto di lui e del suo successore, C 336-339. - -_Pio II_ (_Enea Silvio Piccolomini_). Viene in Firenze, B 323. Sua vita -ed opere, 435. - -_Pio_ signori di Carpi. Vengono contro lo Stato di Firenze, B 345. - -_Pio Rodolfo._ Oratore di Clemente VII in Firenze, C 264. Tratta con -Malatesta Baglioni, ivi, 269. - -_Piombino._ Vi è per governatore un fiorentino, B 104, 156, 157. -Assediato da Alfonso I d’Aragona e difeso dai Fiorentini, B 292, 293. -Vi convengono a trattare Niccolò Machiavelli e alcuni inviati di Pisa -assediata dalla Repubblica, C 106. - -_Piombino_ (_Signore di_). Fa lega coi Senesi contro la Repubblica, B -197. - -_Piombino_ (_da_) _Bartolo_. Sua risposta a un Discorso fatto da Gino -Capponi in Pisa, conquistata dalla Repubblica, B 115. - -_Pippo Spano._ — Ved. _Scolari Filippo_. - -_Pisa._ Vi vanno a guardia i Fiorentini, A 11. In quel Duomo si celebra -un trattato tra essi e l’imperatore Carlo IV, 271. Vi si aduna il -Concilio per la cessazione dello scisma, B 125. È sede del commercio -dei Fiorentini e vi risiedono due dei loro Consoli di mare, 143. Turpi -atti che vi commettono i soldati della Repubblica, 523. Vi si aduna un -altro Concilio detto il _Conciliabolo_, C 111. — Ved. _Pisani_. - -_Pisa_ (_da_) _Anguillotto_. Passa dal campo Imperiale sotto Firenze in -quello de’ Fiorentini, ed è morto, C 270. - -_Pisa_ (_da_) _Giovanni_, scultore, A 176. - -_Pisa_ (_da_) _Giunta_, scultore, A 177. - -_Pisa_ (_da_) _Niccolò_, scultore, A 31, 176. - -_Pisa_ (_da_) _Niccolò_, capitano di ventura, B 265. Va con Neri -Capponi contro il Conte di Poppi, 271. - -_Pisani._ Regalano ai Fiorentini due colonne di porfido tratte -dall’isola di Maiolica, A 12. Insieme con loro fanno guerra ai -Lucchesi e Senesi, 13. Si collegano con la Repubblica, 14. In guerra -con essa, 30, 31. Patti imposti loro dai Fiorentini, 39. Pace tra -le due Repubbliche, 96. Nuova pace, 207. Rompono loro la guerra per -toglierli dal possesso di Lucca, 220. Mandano aiuti in Firenze contro -il Duca d’Atene, che vengono rimandati, 234. Nuova guerra tra essi -e i Fiorentini, 300 _e segg._ Fanno lega con loro, 324. Sottoposti -all’interdetto per cagione dei Fiorentini in guerra col Papa, 328. -Pratiche e imprese dei Fiorentini contro di loro, B 95 _e segg._ -Vengono in potere della Repubblica, 111, 112. Feste che si fanno -in Firenze per tale acquisto, 116. Molti di loro con le famiglie -costretti a venire in Firenze, 117. Loro condizione sotto il dominio -della Repubblica, _ivi_, 118. Loro inutili sforzi per ridursi in -libertà, 197. Quello che facesse per essi Lorenzo de’ Medici, B 426. -Scuotono il giogo della Repubblica col favore di Carlo VIII, C 13, -14. Donde abbiano aiuti e loro provvedimenti, 19. Guerra tra essi e la -Repubblica, 34-36, 64-70, 73-74, 97, 98, 104-106. Si arrendono, 106. -Anche la loro fortezza torna in mano dei Fiorentini, 218. Non oppongono -resistenza alle armi di Carlo V, 311. - -_Pistoia._ Segue parte ghibellina, A 37. È in lega coi Fiorentini, -47, 67. Vi è potestà Giano della Bella, 102. Ne prendono la signoria -i Fiorentini, 106. Ne son cacciati i neri, 112. Difesa da uno degli -Uberti contro i Fiorentini e i Lucchesi, 125. Ferocissima nelle parti -cittadine, 128. Fiorentini e Lucchesi se ne spartiscono la signoria, -137. Taglieggiata dai Fiorentini, 150. Si dà al re Roberto di Napoli, -160. Tributaria di Castruccio, 185. Signoreggiata da Filippo Tedici, -192. Occupata da Castruccio, _ivi_. Se ne impadroniscono i Fiorentini, -poi è ricuperata da Castruccio, 200, 201. Liberata, fa pace coi -Fiorentini, 207. Questi vi mandano un Capitano, 213; poi l’occupano -a forza, ivi. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, 230. Torna -a libertà, 237. I Fiorentini l’hanno per accordi, 261. Manda oratori -a Carlo IV, 269. Vi viene papa Alessandro V, B 127. Suo capitanato, -ricordato, 484, 493. I Fiorentini vi fomentano le parti de’ Cancellieri -e dei Panciatichi, che vengono a guerra tra loro, C 73. Torna -all’ubbidienza della Repubblica, 78. Viene alle mani di Clemente VII, -260. - -_Pistoia_ (_Montagna di_). Vi ha gran seguito Neri Capponi, B 205. Suo -capitanato, ricordato, 484, 493. - -_Pistoia_ (_Vescovo di_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, -A 230. - -_Pistoia_ (_da_) _Cino_, A 173. Condotto a leggere nello Studio di -Firenze, 368. - -_Pistoiesi._ — Ved. _Pistoia_. - -_Pitti._ Uno di quella famiglia è mandato in bando, B 350. - -_Pitti Bonaccorso._ Imprigionato in Avignone, A 328. Oratore al Re di -Francia, B 85. Ha grande familiarità in quella corte, _ivi_. Oratore -all’imperator Roberto, 89; a Genova, 96. Ha grandi aderenze in Francia, -127. Sua _Cronaca_, e altre notizie di lui, 233. - -_Pitti Giannozzo_, B 223. Ambasciatore a Niccolò V, 290. Fautore di -Francesco Sforza, 299. - -_Pitti Iacopo._ È dell’Accademia del Piano, di cui dà ragguagli alla -Regina d’Inghilterra, C 331. - -_Pitti Luca._ De’ Priori, B 221. Figliuolo di Bonaccorso, 233. Sua -commissione a Roma, 264. Oratore a Francesco Sforza, 303. Autore di -gravezze imposte ai cittadini, 314. Neri Capponi lo oppone nei Consigli -a Cosimo de’ Medici, 317. Quello che operasse in un suo gonfalonierato, -319-322. Premi ed onori che ne riceve, 322. Edifizi da lui innalzati, -e sua impresa gentilizia, _ivi_. Uomo vano e fastoso, 331. Si fa -capo della fazione contraria ai Medici, 333. Congiura contro Piero, -poi se gli accosta, 341. Sua oscura fine, 313. Dei Venti creati per -la ricuperazione di Volterra, 360. — Ved. _Pitti_ (_Palazzo dei_). -_Scarampi_. - -_Pitti_ (_Palazzo dei_). Edificato da Luca Pitti, B 242, 322. - -_Pittori_ (_Compagnia_ o _Confraternita dei_) in Firenze, A 369. - -_Podere_ (_Vicariato del_), B 484, 493. - -_Poggibonsi._ Quelli uomini stanno contro ai Fiorentini, A 15. Confine -tra i dominii di Siena e di Firenze, 30. Espugnato dai Fiorentini, 70. -Si regge da sè, poi torna sotto la loro giurisdizione, 97. Vi viene -ostilmente Iacopo dal Verme, B 71, — Ved. _Della Carda Bernardino. -Poggio Imperiale_. - -_Poggibonsi_ (_da_) _Cecco d’Iacopo_. Parte da esso presa nel Tumulto -de’ Ciompi, B 16. - -_Poggio a Caiano_ (_Villa del_). In quel salone è dipinto il ritorno in -patria di Cosimo de’ Medici, B 226. Edificata da Lorenzo il Magnifico, -col disegno di Giuliano da San Gallo, 426. Si vuol darle fuoco, C 250. - -_Poggio Imperiale_, castello di Poggibonsi, restaurato e così appellato -da Arrigo VII, A 159. Tolto ai Fiorentini nella guerra contro Sisto IV, -B 395. - -_Poggio Imperiale_, già villa de’ Baroncelli presso Firenze. Vi -alloggiano i Lanzi di Carlo V, C 257. Vi segue il duello tra Lodovico -Martelli e Giovanni Bandini, 271. - -_Poggio_ (_del_). Nome di fazione. — Ved. _Piano_ (_del_). - -_Pogna._ Intorno a un antico trattato tra gli Uomini di quel castello e -i Consoli di Firenze, A 10. Abbattuta dai Fiorentini, 17. Di nuovo del -predetto trattato, 441, 442. - -_Poliziano Angelo._ Osservazione sul tempo in cui scrisse il poemetto -sulla giostra combattuta da Giuliano de’ Medici, B 364. Descrive la -Congiura de’ Pazzi, 374. Muore, 428. Altre notizie di lui e delle sue -opere, 443, 447, 459. Maestro a Piero di Lorenzo de’ Medici, C 3. - -_Pollaiolo_ (_del_) _Simone_ detto _il Cronaca_, scultore e architetto. -Autore del palazzo degli Strozzi, B 439, C 118,119. - -_Pontadera._ Perso e ricuperato dai Fiorentini, B 200. - -_Pontadera_ (_da_) _Antonio_. S’adopra invano per sottrarre Pisa al -dominio della Repubblica, B 196, 197. - -_Ponte alla Carraia._ Sua fondazione, A 31. Ivi presso era una porta, C -1. Rovina, 129; e di nuovo, 210. - -_Ponte a Rubaconte._ Sua fondazione, A 31. Danneggiato da una piena, -210. - -_Ponte a Santa Trinita._ Rovina, A 210. - -_Ponte Vecchio._ Era il solo ponte in Firenze, nel primo cerchio, A 8. -Vi è ucciso il Buondelmonti, 27. Ricordato, 131. Rovina, 210. Il Duca -d’Atene ne interrompe la riedificazione, 228. Le pigioni di quelle -botteghe vengono assegnate a Salvestro de’ Medici, B 22. - -_Ponte Carali_ (_da_) _Maffeo_, potestà di Firenze. Persuade i grandi, -congiurati tra loro, a partirsi dalla città, A 222. - -_Pontetetto._ Espugnato dai Fiorentini, B 189. - -_Pontormo_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230. - -_Popolani._ Cognome assunto da Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ -Medici, C 39, 166. - -_Popolo di Dio_ e _Popolo Santo_. Così chiamato il popolo minuto nel -Tumulto dei Ciompi, B 30. - -_Poppi._ Il Duca d’Atene vi ratifica l’atto di rinunzia alla signoria -di Firenze, A 236. Si arrende al Principe di Orange, C 243. - -_Poppi_ (_Conte di_). — Ved. _Battifolle_ (_da_) _Francesco_. - -_Porcari._ Uno di quella famiglia è potestà di Firenze, A 24. - -_Por Santa Maria_ (_Via di_), A 131. - -_Porta San Piero_ (_Sesto di_), detto _degli Scandali_. Vi hanno le -case i Pazzi e i Donati, A 105. - -_Portinari._ Mercanti in Ungheria, B 134. Come divengano ricchi, 315. - -_Portinari Beatrice_, A 167, 179. - -_Portinari Folco_ padre di Beatrice. Fondatore dello Spedale di Santa -Maria Nuova, A 179. - -_Portinari Giovanni._ Compra una schiava per conto di Cosimo dei -Medici, B 326. - -_Portinari Pier Francesco._ Ambasciatore a Clemente VII, C 244. Va a -capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, 299. - -_Portofino._ Vittoria ivi ottenuta dai Fiorentini, B 199. - -_Portogallo_ (_di_) _don Pietro_. Viene in Firenze, B 144. - -_Porto Pisano._ Occupato dai Fiorentini, che ne recano le catene in -Firenze e le appendono alle colonne dinanzi alla porta di San Giovanni, -A 304. — Ved. _Talamone_. - -_Potestà._ Prime notizie di quel magistrato, A 23-25. Dà annualmente -le insegne al popolo, 36. Ne sono eletti due, uno guelfo e l’altro -ghibellino, 57; poi mandati via, 61. Scema la sua autorità, 138. Cessa -durante la signoria del re Roberto, 160. Edificazione del suo Palagio, -179. Rieletto, 184. Ridotto a mero giudice salariato, 189. Capo del -Consiglio del Comune, 203. Il suo Palagio è allagato da una piena -d’Arno, 209. Le sue scritture sono arse dal popolo, 234. Suo salario, -256. Costituzione del suo ufficio, 379 _e segg._, B 529, 530. Nuova -arsione delle sue scritture, 21. Scade d’autorità, 321, 365. Va a -offerta a San Giovanni il giorno di quel Santo, 533. Abolito, C 92, 93. - -_Pozzolatico_, presso Firenze. — Ved. _Barbiano_ (_da_) _Alberico_. - -_Pratesi._ — Ved. _Prato_. - -_Pratica Segreta._ Nome di un Magistrato eletto dai Fiorentini per il -governo di Pistoia, A 213. - -_Pratiche_ che si tenevano dalla Repubblica, descritte dal Varchi, C -247. - -_Prato._ Disfatto dai Fiorentini, A 9. In lega con essi, 47, 67. -Multato da loro in una somma di danari, 97. Gli è bandita la croce -addosso dal Cardinale Niccolò, 128. Rinnova lega con la Repubblica, -150. Vi cavalcano i Fiorentini in guerra con Castruccio, 185. Si -dà a Carlo duca di Calabria, 198. Manda aiuti a Firenze contro il -Duca d’Atene, 234. Comprato dai Fiorentini, 260. Di un trattato per -ribellarlo alla Repubblica, 322. Vi viene papa Alessandro V, B 127. -Riforme della sua potesteria, 484, 493. — Ved. _Cardona_ (_da_) -_Raimondo_. _Nardi Bernardo_. - -_Prato_ (_da_) _Niccolò_, cardinale. Paciere in Firenze, A 128. Danna -i Fiorentini all’interdetto, _ivi_. Persuade Clemente V a mandare due -suoi Legati in Firenze, 137. Da lui riconoscono i cronisti l’elezione -all’Impero del conte Arrigo di Lucemburgo, 156; che egli poi, insieme -con altri due Cardinali, incorona in Roma, 156. - -_Prestanze._ — Ved. _Gravezze_. - -_Priori delle Arti_ poi _di Libertà_. Succedono ai Buonuomini, A -78. È aggiunto ad essi un Gonfaloniere di giustizia, 95, 204. È -tolto loro ogni ufficio e autorità dal Duca di Atene, 226. Creati -senza il Gonfaloniere, 227, 228. Sono di nome e non di fatto, -230. Portati al numero di dodici, di cui quattro de’ grandi, 238. -Restano otto, cacciati i grandi, e rifanno il Gonfaloniere, 239. -Riforme del loro ufficio, 242, B 26, 36, 49, 54, 213, 514-518. Altre -notizie, e costituzione del loro ufficio, A 379-389, 420-423, 524 _e -segg_. Cominciano a esser chiamati _Priori di Libertà_, 321. — Ved. -_Signoria_. - -_Proconsolo_. Era sopra ai Consoli dell’Arte dei Giudici e notari, B -524. - -_Procuratori_. — Ved. _Dodici Procuratori_. - -_Provenza_. I Fiorentini vi mandano ad armar galere, A 301. - -_Pucci Antonio_. Della sua destrezza ed ingegno fa suo pro Lorenzo -dei Medici, B 354. Degli Accoppiatori, 357. Commissario in campo sotto -Pietrasanta ove muore, 414-415. - -_Pucci Antonio_, vescovo di Pistoia. Condottiero di Svizzeri al soldo -del Papa, C 150. - -_Pucci Dionigi_. Oratore a Napoli, C 4. - -_Pucci Giannozzo_. Decapitato, C 40, 41. - -_Pucci Giovanni_. Ricordato in lettere di Rinaldo degli Albizzi, B 205. -Confinato, 216. Restituito, 225. - -_Pucci Lorenzo_. Oratore del Papa in Firenze, C 116. Creato cardinale, -134. Si comporta eroicamente nell’assalto dato a Roma dal Contestabile -di Borbone, 181-182. - -_Pucci Puccio_. De’ Dieci della guerra, B 188. Amico a Cosimo de’ -Medici, 210. Confinato, 216. Restituito, 225. Suo consiglio intorno -agli antichi ordini contro i nobili, 246. Come divenga ricco, 281. - -_Puccini_. Nome della parte dei Medici, B 209, 210. - -_Puccini Pandolfo_, soldato. Messo a morte, C 218. - -_Pulci_. Vanno in esilio, A 52. Tengono la parte dei guelfi neri, 126. -Arsione delle loro case, 131. - -_Pulci Bernardo_, B 442. - -_Pulci Luca_, B 442. - -_Pulci Luigi_. Legge il suo _Morgante Maggiore_ in casa i Medici, B -427. Si parla di quel poema, e per incidenza dell’autore e dell’età in -cui scrisse, 442. - -_Pulci Uberto_. Uno dei maggiori cittadini di Firenze, A 60. - -_Puliciano_ nel Mugello. Assalito dai fuorusciti ghibellini di Firenze, -A 133. - -_Pupilli_ (_Ufficiali dei_), B 528. - - -Q. - -_Quarantia_. Che fosse, C 120. Ampliata e rinnovata, 218. - -_Quarantotto_ (_Senato_ o _Consiglio dei_). Sua istituzione, C 325, 326. - -_Quarata_ (_da_) _Sandro_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, -A 422. - -_Quaratesi_. Si mettono col popolo, in un assalto da esso dato alle -case dei grandi, A 241. - -_Quartieri_ della città. Loro nomi, B 524. - -_Quattordici_. — Ved. _Buonomini_. - -_Quattordici_ eletti a riformare lo Stato, scoppiata appena la congiura -contro il Duca d’Atene. — Ved. _Balìa_ del 1342. - -_Quattro Consiglieri_ eletti invece della Signoria, sotto il duca -Alessandro de’ Medici, C 326, 327. - - -R. - -_Radagasio_. — Ved. _Stilicone_. - -_Radda_. Tolta ai Fiorentini nella guerra contro Sisto IV, B 388. - -_Raffacani_. Uno di quella famiglia ha la guardia della cittadella di -Pisa, B 101. - -_Ragionieri_. — Ved. _Scrivani_. - -_Ragusa_. Vi fanno viaggi le galee mercantili della Repubblica, B 142. - -_Ramazzotto_, condottiero di gente d’arme. È in Firenze, C 124. Occupa -Firenzuola e la Scarperia, 239. Ricordato, 365. - -_Rangone Guido_, condottiero di gente d’arme, C 141, 175. - -Rappresaglie, A 386. - -_Rassina_, nel Casentino. Viene in potere dei Fiorentini, B 271. - -_Ravenna_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Ravenna_ (_da_) _Giovanni_. Illustra pubblicamente in Firenze la -_Divina Commedia_, B 234. - -_Razzante_. Popolano fiorentino al campo di Montaperti, A 48. - -_Reggio_. Vi si rifugiano alcuni dei fuorusciti guelfi di Toscana, A 55. - -_Regolatori_ (_Ufficio dei_), B 528. - -_Remole_. Castello dei Donati, A 109. Vi pone il campo Niccolò -Piccinino, B 265. - -_Renai_ (_Via de’_). — Ved. _Serristori_. - -_Rencine_. Castello espugnato da Ferdinando d’Aragona, B 307. - -_Reparata_ (_Santa_). Sua festa e tempio in Firenze, A 2. — Ved. _Santa -Reparata._ - -_Retz_ (_de_), cardinale. È d’origine fiorentina, C 310. - -_Riario Girolamo_. Vuol mutare lo Stato di Firenze, B 367, 370. Invita -Lorenzo de’ Medici a andare a Roma, mentre congiura contro di lui, 372. -Riscalda il Papa contro la Repubblica dopo la Congiura dei Pazzi, 380. -Da lui muovono altre trame contro la vita del Magnifico, 407-408. I -Fiorentini attraversano altri suoi disegni, 410. - -_Riario Raffaello_, cardinale. Viene in Firenze, B 372. Convitato dai -Medici, _ivi_. Ritenuto in Palagio, 374. La Repubblica promette di -rilasciarlo, 381. Lo rilascia, 384. — Ved. _Ostia_ (_Vescovo di_). -_Perugia_ (_Vescovo di_). - -_Ribelli_ (_Ufficiali de’_). Sono arsi i libri del loro ufficio, A 244. - -_Ricasoli_ (_da_) _famiglia_. Non posson venire in Firenze, A 76. -Rimossi dagli uffici, B 246. Riabilitati, 388. — Ved. _Brolio_. - -_Ricasoli_ (_da_) _Bettino_. Dei Capitani di Parte, e violenza da esso -usata in un’ammonizione, B 11. Fatto de’ grandi, 76. - -_Ricasoli_ (_da_) _Egidio_, B 250. - -_Ricasoli_ (_da_) _Galeotto_, B 250. - -_Ricci_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di essi dannato -a morte dal Duca d’Atene, 224-225. Sei di loro banditi, e gli altri -privati degli uffici, B 81. Uno di essi decapitato, 317. Restituiti, -498. — Ved. _Albizzi_. - -_Ricci Giovanni_. Fatto ritenere e maltrattato dal Conte di Virtù, B 66. - -_Ricci Guglielmo_. Mandato da Uguccione suo padre in corte del -Cardinale Albornoz legato a Bologna, A 315. - -_Ricci Marietta_, C 271. - -_Ricci Ricciardo_, B 473. - -_Ricci Rosso_. Capitano della lega tra i Fiorentini ed il Papa contro -i Visconti, A 315. Si unisce cogli Albizzi, _ivi_. Restituito agli -uffici, B 472-473. - -_Ricci Uguccione_. Capo della sua famiglia, A 290. Va oratore a Carlo -IV, _ivi_. Procura e sottoscrive un accordo tra esso e la Repubblica, -_ivi_. De’ Priori, 313, 314. Oratore a Urbano V, 315. Si unisce con gli -Albizzi, ivi. Restituito agli uffici, B 472-473. - -_Riccio_. Principale autore di una congiura contro Eugenio IV, in -Firenze, B 250. - -_Richiesti_ o _Savi_, A 382, 383, B 205. - -_Ricorboli_ presso Firenze. Vi viene ostilmente la Compagnia Bianca, A -306. - -_Ricoveri Niccolò_. Gonfaloniere, B 79. - -_Ridolfi_. A due di quella famiglia è arsa la casa dai Ciompi, B 19. -Avversi ai Medici e al Principato, C 209. - -_Ridolfi Antonio_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402. - -_Ridolfi Giovan Battista_. Va nelle ambascerie, C 88. Gonfaloniere, 123. - -_Ridolfi Lorenzo_. Oratore a Roma ed a Napoli, B 84. De’ maggiori -dello Stato, 150. Gonfaloniere, 161. Oratore a Venezia, 172, 173. Dei -Dieci della guerra, 188. Vuol ristringere nei Consigli il numero dei -Richiesti, 205. Dottore di leggi nello Studio Fiorentino, 234. - -_Ridolfi Luigi_. Sta fuor di Firenze e gli è intimato il ritorno, C 249. - -_Ridolfi Niccolò_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Ridolfi Niccolò_. Decapitato, C 40-41. - -_Ridolfi Niccolò_. Fatto Cardinale, C 165. Viene in Firenze, C 210. -Poco aderente al Principato, 313. Ragiona col Papa della forma da dare -al governo di Firenze, 322, 323. Tiene in Firenze regnante Cosimo I; -poi se ne va per paura, 329. - -_Ridolfi Piero_. Sposa Contessina figliuola di Lorenzo il Magnifico, B -423. - -_Riformagioni_. Loro notari, A 385. Si creano otto cittadini a -rivederne i libri, B 284. - -_Riformatori_. — Ved. _Dodici Riformatori_. - -_Rifredi_ (_Ponte a_). Vi fa correre un palio Azzo Visconti, A 194-195. - -_Rinucci_ famiglia. Vanno in esilio, A 52. - -_Rinuccini_. Privati degli uffici, B 61. - -_Rinuccini Alamanno_. Benevolo alla famiglia de’ Pazzi, B 367; e acerbo -giudice di Lorenzo de’ Medici, 424. - -_Rinuccini Filippo_. Accompagna Bartolommeo Valori, oratore a Martino -V, B 136-137. - -_Ripafratta_. Vi si ritrae il campo dei Fiorentini, cacciato da -Francesco Sforza, B 194. Data da Piero de’ Medici a Carlo VIII, C 12. - -_Ripoli_ (_Piano di_). Vi si accampa il Principe d’Orange, alla villa -dei Bandini, C 255. - -_Ripomarance_. Tolta dalla Repubblica alla soggezione dei Volterrani, -B 185. Occupata da Alfonso I d’Aragona, B 291; dal Duca Valentino, C -74-75. - -_Rivalta_ (_da_) _frate Giordano_. A 175. - -_Roberto_ imperatore. Conferma ed accresce, per danari, i privilegi -concessi alla Repubblica da Carlo IV, B 89. - -_Roberto_ duca di Calabria poi re di Napoli. Capitano di guerra dei -Fiorentini e Lucchesi, A 136, 137. Succede al padre nel regno, 142. -Manda trecento cavalieri in aiuto della Repubblica, 146. Fa lega con -essa, 147. Le manda altri aiuti, 153, 159. Fatto signore di Firenze, -160. Cessa la sua signoria, 184. Con lui fanno lega i Fiorentini, 208. -Scrive al Duca d’Atene in Firenze, 227. — Ved. _Gravina_ (_di_) _Piero. -Peruzzi. Taranto_ (_Principe di_). - -_Rodi_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Rodolfo_ re dei Romani. Un suo luogotenente tenta inutilmente le città -guelfe di Toscana, A 75. - -_Romagna_. I Fiorentini perdono tutte le fortezze e terre che vi -possedevano, B 171. - -_Romagnoli_. Mandano aiuti ai Fiorentini contro Arrigo VII, A 157. - -_Romania_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. Vi fanno viaggi le -galee mercantili della Repubblica, 142. - -_Romena_ (_da_) _Alessandro_ dei Conti Guidi. Eletto per loro capitano -dai fuorusciti ghibellini, A 133. Tra i suoi consiglieri è Dante, -_ivi_. - -_Romolino_, cardinale. Fa il processo del Savonarola, C 59. - -_Romolo_ (_di_) _Andrea_, notaro, B 558. - -_Ronco_, luogo ove si radunarono i Ciompi, B 16. - -_Ronco_ (_del_) _Lodovico_. Capitano di guardia in Firenze, B 215. - -_Rondinelli_. Assalgono le case dei grandi, A 240. Vengono armati in -Piazza, B 222. Rimossi dagli uffici, B 246. - -_Rondinelli fra Andrea_. Scelto a sostenere la prova del fuoco contro i -seguaci del Savonarola, C 51. - -_Rossi_. Vanno in esilio, A 52. In guerra co’ Tornaquinci, 92. Seguono -la parte de’ Cerchi, 106. Fanno gran mali in Firenze, 122. Tengono -la parte dei guelfi neri, 126. Assaliti dal popolo, si arrendono, -241. Cacciati di Firenze, stanno nelle loro possessioni presso a San -Gimignano, 395. - -_Rossi Barna_. Ambasciatore a Carlo IV, A 398. - -_Rossi Pino_. Ha bando e confisca degli averi, A 312. - -_Rozzo Bernardo_, milanese. Rivela una congiura ordita in Firenze, A -311-312. - -_Rucellai_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di loro -dannato a morte dal Duca d’Atene, poi graziato, 224-225; indi fatto -impiccare, 229. Il Duca confisca a sè i loro beni, _ivi_. Congiurano -contro il Duca, 231. — Ved. _Oricellai_. - -_Rucellai_ (_Orti_). C 118, 156. - -_Rucellai Bernardo_. Notizie di lui, C 88, 118, 156. - -_Rucellai Cosimo_. Adorna gli Orti Rucellai, C 156. - -_Rucellai Francesco_. Ambasciatore al Papa e al Re di Napoli, B 84. - -_Rucellai Palla_. Prende il possesso di Pietrasanta e del Mutrone per -Clemente VII, C 261. Ambasciatore a Carlo V, 318; presso del quale -difende le forme libere della Repubblica, ivi. 319. Testo dell’orazione -da lui recitata in detta ambasceria, 385. - -_Rucellai Pandolfo_. Istruzioni date ad esso e a quattro suoi compagni -oratori a Carlo VIII, C 346, 347. - -_Rucellai Paolo_. Ha il comando di alcuni legni sottili della -Repubblica, B 199. - -_Ruffoli Baldo_. Primo gonfaloniere, A 95. - -_Rusciano_ (_Palazzo di_) in Pian di Ripoli. Edificato da Luca -Pitti, B 322. Comprato dalla Repubblica e da essa donato a Federigo -conte d’Urbino, 360. Disegnato dal Brunellesco, C 257. Vi alloggiano -gl’Imperiali con Gian Battista Savelli, ivi. - - -S. - -_Sacchetti Franco_ e le sue _Novelle_, B 231. - -_Sacchetti Giannozzo_: Messo a morte e Apologia di lui, ricordata, B 40. - -_Sacromoro Malatesta_, frate in San Marco, C 57. - -_Saggio_ (_Ufficio del_), B 485. - -_Salamoncelli Andrea_. Respinge un assalto dato dai Fiorentini a -Pistoia, A 260. - -_Salari_ degli ufficiali, A 256, 257. - -_Salutati Coluccio_, cancelliere della Repubblica. Sue _Lettere_, -ricordate, A 331. Astuzia da esso usata nel Caso dei Ciompi, B 53. Le -sue lettere temute dal Conte di Virtù, 83, 230. Sue lodi, 229, 230. - -_Saluzzo_ (_di_) _Tommaso_. Al soldo dei Fiorentini, B 387. - -_Salviati_. S’imparentano co’ Medici, B 378. Avversi al Principato, C -209. - -_Salviati Alamanno_. De’ Dieci eletti ad amministrare la guerra di -Lucca, B 188. Va in campo, 189. Ricordato in lettera di Rinaldo degli -Albizzi, 205. Degli Accoppiatori, B 283. Fautore di Francesco Sforza, -299. - -_Salviati Alamanno_. De’ Priori, C 90. Commissario in campo contra -Pisa, 105. - -_Salviati Andrea_. Degli Otto di balìa creati per la guerra con -Gregorio XI. B 39; poi Gonfaloniere, _ivi_. - -_Salviati Francesco_. Arcivescovo di Pisa, B 269. Sua parte nella -Congiura de’ Pazzi, ivi-374. Impiccato, 375. - -_Salviati Francesco_. Egli e Giorgio Vasari raccolgono i pezzi di un -braccio rotto al David di Michelangiolo, C 211. - -_Salviati Giovanni_, cardinale, C 165. Legato in Francia, 234. Poco -aderente al Principato, 313. Ragiona col Papa della forma da dare al -governo di Firenze, 322, 323. Viene a Firenze, regnante Cosimo I; poi -se ne va, per paura, 329. - -_Salviati Iacopo_. Ambasciatore a Roma, B 85, 93. Capitano delle genti -mandate contro gli Ubertini e i Conti di Bagno, 93. Ambasciatore in -Francia, 96. Nel campo dei Fiorentini contro Pisa, 105. Ambasciatore al -re Ladislao e a Benedetto antipapa, 124. Sue _Memorie_, ricordate, ivi, -232. Consapevole della Congiura de’ Pazzi, B 374. - -_Salviati Iacopo_. Sua legazione a Napoli, ricordata, C 102. -Ambasciatore residente in Roma, 125, 165, 226, 228, 246. Gli è intimato -il ritorno in Firenze, 249. È posto fuoco a una sua villa, 250. Difende -le forme libere di Firenze, 313. Ragiona col Papa delle forme di -governo da darle, e sua proposta, 322, 323. — Ved. _Medici Lucrezia_. - -_Salviati Maria_, moglie di Giovanni de’ Medici detto delle Bande nere, -C 178. - -_Salvini Anton Maria_. Sue postille marginali all’opera _Notizie della -vera libertà fiorentina_, ec., A 412-415. - -_Salvucci_. Odii e inimicizie tra essi e gli Ardinghelli, A 395. - -_Sambuca_, A 262. Sua castellaneria, ricordata, 484. - -_San Barnaba_. Costo del palio che si correva per quella festa, A 257. - -_San Casciano_ presso Firenze. Vi mena il guasto Castruccio -dell’Interminelli, A 196. Vi sta in villa Niccolò Machiavelli, C 184, -185. - -_San Concordio_ (_da_) _Bartolommeo_, A 176. - -_San Donato in Collina_. Vi fanno una scorreria gli Aretini, A 84. - -_Sant’Ellero_. In quel castello son morti o presi i capi dei ghibellini -di Firenze, B 66. - -_Sant’Eusebio_ (_Spedale di_). Il Comune lo ricupera dalle mani dei -grandi, A 97. È alla guardia dell’Arte di Calimala, 228. Tolto ai -poveri dal Duca d’Atene, _ivi_. - -_San Firenze_ (_Chiesa di_). Vi si aduna a folla il popolo l’anno 1250, -A 35. - -_San Frediano_ (_Borgo di_) in Firenze. Giuoco inventato da quegli -uomini nella venuta del Cardinale da Prato, A 129. - -_San Gallo_ (_Piazza di_). Vi sono impiccati molti fuorusciti bianchi, -A 136. - -_San Gallo_ (_da_) _Antonio_. Suoi lavori di fortificazione in Firenze, -C 176. - -_San Gallo_ (_da_) _Francesco_. Attende alle fortificazioni della -città, nell’assenza di Michelangiolo, C 253. - -_San Gallo_ (_da_) _Giuliano_. — Ved. _Poggio a Caiano_. - -_San Genesio_. In quella terra tiene un parlamento l’imperatore -Federico I e un altro l’Arcivescovo di Magonza, A 13, 14. Vi è fermata -una lega tra i Fiorentini e altre città di Toscana, 19. - -_San Gervasio_ presso Firenze, C 270. - -_San Gimignano_. In lega coi Fiorentini, A 47. Sgombrato dai guelfi, -53. Torna in lega coi Fiorentini, 67. Vi va ambasciatore Dante -Alighieri, 166. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, 230. Viene -in potere dei Fiorentini, 259. Atti della sua dedizione ricordati, -_ivi_. Sua istoria compendiata, 389-398. Non vuole assoggettarsi al -Catasto, B 183-184. - -_San Giorgio_ (_Compagnia di_). Viene contro lo Stato di Firenze, B -42-43. - -_San Giorgio_ (_Porta di_). — Ved. _Vasto_ (_Marchese del_). - -_San Giovanni Battista_. Costo del palio che si correva in quel giorno, -A 257. Descrizione delle feste, B 531-534. - -_San Giovanni Battista_ (_Chiesa di_). Colonne di porfido che vi -stanno dinanzi, A 12. Già tempio di Marte, 31. Incrostata di marmi al -di fuori, 179. Allagata da una piena d’Arno, 209. Si vendono le gioie -della sua Croce d’oro, C 266. — Ved. _Ghiberti Lorenzo. Giovanni XXIII. -Porto Pisano_. - -_San Giovanni_, terra nel Valdarno. Edificata dai Fiorentini, A 104. -Occupata da Arrigo VII, 156. - -_San Giovannino_ (_Chiesa di_). Occupata dai soldati tedeschi che -stavano a guardia di casa Medici, C 312. - -_San Girolamo_ (_Convento di_), a Fiesole. Edificato da Cosimo de’ -Medici, B 328. - -_San Giusto alle Monache_, castello nel Chianti. Bloccato dalle genti -del Signore di Milano, B 65. - -_San Gregorio_ (_Chiesa di_). Fatta edificare dai Mozzi e fondata da -Gregorio X, A 71. - -_San Lorenzo_ (_Basilica di_). Quivi presso si aduna il popolo in arme, -A 35. Vi si pratica l’accordo tra la Repubblica e l’imperatore Carlo -IV, 265. Ne dirige il lavoro il Brunelleschi, B 242. — Ved. _Ambrogio -(Sant’) Marignolli Rustico_. - -_San Malò_ (_Cardinale di_). Viene a Pisa, C 19. - -_San Malò_ (_Monsignore di_). Oratore del Re di Francia in Firenze, C -344. - -_San Marcello._ Vi passa coll’esercito il Ferruccio, C 293. Arso e -quasi disfatto dai Cancellieri di Pistoia, _ivi_. - -_San Marco_ (_Biblioteca di_). Fondata coi libri di Niccolò Niccoli, B -236. Vi è aggiunta la biblioteca Medicea, C 29. - -_San Marco_ (_Chiesa di_). Quando edificata, A 179. Ampliata, B 328. Vi -predica il Savonarola, C 48, 49. - -_San Marco_ (_Convento di_). Vi si adunano i Ciompi, B 29. Ampliato, -328. V’è aperta una scuola di Pittura, C 29. Assalito dai nemici del -Savonarola, 53. - -_San Marco_ (_Frati di_). Crescono di numero, essendo priore del -convento il Savonarola, C 29. Tenore di una loro lettera al Papa -relativa ad esso, 57. - -_San Marino_ (_Comune di_). La sua libertà è protetta dai Fiorentini, A -217. - -_San Martino_ (_Congregazione di_). Sua istituzione e scopo, B 324, 325. - -_San Miniato_ (_Chiesa di_) fuor delle porte di Firenze, A 31. - -_San Miniato._ Sede dei Vicari dell’imperatore onde fu detto _al -Tedesco_, A 9, 17. In lega coi Fiorentini, 47. Sgombrato dai guelfi, -53. Viene in potere della Repubblica, 207. Manda aiuti a Firenze -contro il Duca d’Atene, 234. Si dà a Carlo IV, 269. Riacquistato dalla -Repubblica, 310. Giangaleazzo Visconti cerca di ribellarglielo, B 66. -Vi si accampa l’Aguto capitano della Repubblica, 70. Vi si scopre un -trattato contro di essa, 201. Riforme di quella potesteria e vicariato, -484, 493. Occupato dagli Spagnoli e ricuperato dal Ferruccio, C 262, -263. — Ved. _Mangiadori_. - -_San Miniato_ (_da_) _Recupero_. Condotto a leggere nello Studio -Fiorentino, A 368. - -_San Pier Gattolino_ (_Porta di_), B 17. - -_San Pier Maggiore_ (_Chiesa e Piazza di_). Occupate da Corso Donati, A -120. - -_San Pier Martire._ Ha una statua in Firenze, A 32. - -_San Piero in Grado._ V’è il campo dei Fiorentini contro Pisa, B 105. - -_San Piero Scheraggio_ (_Chiesa di_). Vi si radunano i Consigli, A 383, -384. - -_San Piero Scheraggio_ (_Sesto di_). — Ved. _Oltrarno_. - -_San Romano._ — Ved. _Castel del Bosco_. - -_San Salvi_ (_Monastero di_). Vi pone il campo Arrigo VII, A 157. Fatto -relativo al Cenacolo ivi dipinto da Andrea del Sarto, C 250. - -_San Secondo_ (_da_) _Pier Maria_. — Ved. _Torre del Gallo_. - -_San Severino_ (_da_) _Ruberto_. Capitano di guerra della Repubblica, B -351. Viene ostilmente in quel di Pisa, 393. - -_San Vincenzio_ (_Chiesa di_), A 376. - -_Sant’Ambrogio_ (_Porta di_), A 157. - -_Sant’Anna._ Sua festa in Firenze, A 236. - -_Sant’Antonio del Vescovo_ (_Monastero di_) fuor della porta a San -Gallo. Vi alloggia Giovanni XXIII, B 131, 132. Quivi è aspettato, per -ucciderlo, Piero de’ Medici, 340. - -_Santa Croce_ (_Chiesa di_). Vi si raduna il popolo in armi, A 35. -Quando cominciata a edificare, 104, 179. Vi stavano le borse degli -squittini, 202. In quel convento prende stanza il Duca d’Atene, 224. -Questi vi fa grande festa, 226. - -_Santa Croce_ (_Frati di_). Hanno l’ufficio dell’Inquisizione, A 323. - -_Santa Croce_ (_Piazza di_). Vi tiene giostre il Duca d’Atene, A 230. -Giostre e altre feste celebratevi, per l’acquisto di Pisa, B 116; per -la venuta di Francesco Sforza, 254; e di Pio II, 323; per il matrimonio -di Lorenzo de’ Medici, 353. Una ve ne combatte Giuliano suo fratello, -364. Vi si fa il giuoco del Calcio, C 271. - -_Santa Croce Giorgio_. Al soldo dei Fiorentini nell’Assedio, C 256. Sta -co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti, ivi. Sua morte e onori resigli -in Firenze, 259. Parole del Ferruccio a proposito della sua morte, 263. -Ricordato in lettera di Rosso Buondelmonte oratore all’Orange, 363. - -_Santa Gonda_. Vi pone il campo Francesco Sforza, B 254. - -_Santa Margherita a Montici_ presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali -con Sciarra Colonna, C 257. - -_Santa Maria del Fiore_ (_Capitolo di_). Gli è donata una mitra da Leon -X, le cui gioie poi si vendono durante l’Assedio, C 266. - -_Santa Maria del Fiore_ (_Chiesa di_). Quando fondata, A 104, 178, 179. -Si prosegue, e Giotto n’edifica il campanile, 212. Procede lentamente, -369. Sua cupola, B 240-242. Consacrata da Eugenio IV, 253. Cade un -fulmine sulla cupola, 428. - -_Santa Maria degl’Innocenti_ (_Spedale di_). Sua edificazione, B 145. -Sua entrata e uscita annua, C 205. - -_Santa Maria in Monte_. Viene in potere dei Fiorentini, A 199. - -_Santa Maria Novella_ (_Chiesa di_). Ne pone la prima pietra il -cardinal Latino de’ Malabranca, A 73. Quivi si dà balía a Carlo di -Valois di pacificare i guelfi, 117. Data della sua edificazione, -179. Vi si radunano i Ciompi, B 31 _e segg_. Martino V ne consacra -l’altar maggiore e altre parti, 138. Vi è sepolto il Patriarca di -Costantinopoli, venuto al Concilio di Firenze, 259. - -_Santa Maria Novella_ (_Convento di_). Vi alloggia papa Eugenio IV, B -253, 259. Vi si tiene il Concilio Ecumenico, 259. Vi alloggia Leon X, C -138, 139. - -_Santa Maria Novella_, castello in Val di Pesa. Cade in forza d’Arrigo -VII, A 159. - -_Santa Maria Nuova_ (_Spedale di_). Sua fondazione, A 179. Lasciti ad -esso fatti, 248. Aveva gran numero di possessioni, e ciò che spendesse -annualmente, C 205. - -_Santa Maria sopra Porta_ (_Chiesa di_). Vi si radunava il magistrato -di Parte Guelfa, A 66. - -_Santa Petronella_ (_Monastero di_). Vi si accampa l’oste dei -Fiorentini contro Siena, A 44. - -_Santa Reparata_. Costo del palio che si correva in quel giorno, A 257. - -_Santa Reparata_ (_Chiesa di_). Vi si erige un monumento ad -Aldobrandino Ottoboni; poi abbattuto dai ghibellini, A 41. Vi si -radunano i Consigli e le Capitudini, 385. - -_Santa Trinita_. In quella chiesa si raduna un consiglio dei neri coi -Capitani di Parte e altri cittadini, A 112. Nel Convento fonda una -pubblica biblioteca Palla Strozzi, B 235. - -_Santo Spirito_ (_Chiesa di_). Quando edificata, A 179. Ne dirige il -lavoro Filippo Brunelleschi, B 242. Arde ed è tosto riedificata, 355. - -_Santo Spirito_ (_Convento di_). Vi va il popolo per rubare, ed è -ributtato da Piero di Fronte uno dei Priori, B 13. - -_Santo Spirito_ (_Piazza di_). Vi si radunano in arme molti cittadini, -C 298. - -_Santo Stefano_ (_Chiesa di_). Vi si raduna un consiglio dei più -eminenti cittadini, B 161. - -_Sanzanome_, giudice. Sua _Cronaca latina_, citata, A 6. - -_Sapienza_ (_Via della_). Donde abbia un tal nome, B 235. - -_Sarzana_. V’è confinato Guido Cavalcanti, A 111. Vi si tratta la -pace tra Gregorio XI e i Fiorentini, 339, 340. Questi la comprano da -Lodovico Fregoso, B 350. I Fregosi se ne impossessano, 400. Ricuperata -dalla Repubblica, 418. Viene alle mani di Carlo VIII, C 12; dei -Genovesi, 34. - -_Sarzanello_. I Fiorentini lo comprano da Lodovico Fregoso, B 350. -Occupato dai Genovesi, 418. - -_Sassetta_ (_della_) _Rinieri_, condottiero di gente d’arme. È in -Firenze, C 124. - -_Sassetti_. Come divengano ricchi, B 315. - -_Savelli Gian Battista_. — Ved. _Rusciano_ (_Palazzo di_). - -_Savelli Pandolfo_ e _Butronto_ (_di_) _Niccolò_. Messi d’Arrigo VII -in Toscana, A 150, 151. Citano e condannano in contumacia i Fiorentini, -152. - -_Savello Luca_. È alla guardia di Prato pei Fiorentini, C 120, 121. - -_Savi_. — Ved. _Richiesti_. - -_Savoia_ (_di_) _Bona_. — Ved. _Sforza Galeazzo Maria_. - -_Savoia_ (_di_) _Filiberta_. Moglie a Giuliano di Lorenzo dei Medici, C -132. - -_Savoia_ (_di_) _Luigi_. Oratore di Arrigo VII a Firenze, A 146. - -_Savonarola Girolamo._ Linguaggio delle sue prediche, B 461. -Ambasciatore a Carlo VIII, C 12; istruzioni date a lui e ai suoi -compagni d’ambasciata, 346, 347. Di nuovo ambasciatore a quel Re, 20. -Notizie della sua vita in Firenze, 26 _e segg._ Sue lettere a Carlo -VIII, ricordate, 34. Rinchiuso in Palagio, 53. Suoi esami, 54 _e segg_. -Meditazioni da lui composte in carcere, 58. Sentenza contro di lui e -sua morte, 59, 60. Si annoverano i principali che di lui scrissero, -60. Tenuto in onore dopo morte da uomini gravissimi, 61. Falso ch’ei -precorresse ai novatori tedeschi, 62. — Ved. _Ghinazzano_ (_da_) -_Mariano_. - -_Savorigi Guidingo_. Uno dei maggiori cittadini di Firenze, A 60. - -_Scala Bartolommeo_, cancelliere della Signoria. Risponde a un Breve di -scomunica di Sisto IV contro la Repubblica, B 384. Ricordato, 434. - -_Scali_ famiglia. Vanno in esilio, A 52. Seguono la parte dei Cerchi, -106. Sbanditi e confinati, 125. Falliscono, 190. Privati degli uffici, -B 61. Tre di essi banditi, 81. - -_Scali Giorgio_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 19, 20, 26, 27, -34. Ammonito, 27; restituito, 474. De’ Priori, 378. Uno dei capi dello -Stato dopo la caduta dei Ciompi, 39, 46. Decapitato, 47. - -_Scali Manetto_. Tiene la parte dei bianchi, A 119. Cercato a morte, -124. - -_Scandali_ (_Sesto degli_). — Ved. Porta San Piero. - -_Scandalosi_ (_Legge degli_). Rinaldo degli Albizzi teme sia fatta -contro di lui, B 206. - -_Scandicci_ presso Firenze. — Ved. _Spagnoli_. - -_Scarampi_. Parenti a Luca Pitti, che li favorisce in una differenza -con papa Paolo II, B 338. - -_Scarampi Lodovico_, cardinale. Legato del Papa nel campo della -Repubblica contro Niccolò Piccinino, B 268. - -_Scarperia_. Fabbricata dai Fiorentini, A 137, 138. Assediata da -Giovanni da Oleggio, 262. Pier Saccone Tarlati disperde la gente dei -Perugini andati a soccorrerla, _ivi_. I Senesi la soccorrono in favore -dei Fiorentini, _ivi_. Occupata dalle genti di Carlo V, C 239. - -_Scatizza_. Imprigionato poi liberato a forza dal popolo, B 46, 47. - -_Schomberg Niccolò_, arcivescovo di Capua e frate di San Marco, C -171. Persuade a Clemente VII una lega coll’Imperatore, _ivi_. Viene -in Firenze, poi va al campo del Principe d’Orange, 246, 247; suoi -negoziati, 372-377. Rappresentante del Papa in Firenze, 314. - -_Scolari_ famiglia. Fuggono e si ricovrano a Siena, A 41. Mettono -a romore Firenze, 59. Esclusi dal tornarvi, 76. Erano in antico dei -Buondelmonti, B 134. - -_Scolari Andrea_, vescovo in Ungheria, B 134. - -_Scolari Filippo_ detto _Pippo Spano_. Inviato dall’imperatore -Sigismondo in Firenze, B 134. Notizie di lui, ivi, 135. - -_Scolari Matteo_, B 134. Ha un palagio sontuoso in Firenze, 135; dove -alberga don Pietro di Portogallo, 144. - -_Scrivani e Ragionieri_ della Camera del Comune, B 485. - -_Secciano_ (_da_) _Ghiotto_. Dichiarato abile agli uffici di Comune, B -35. - -_Semifonte_, A 10. Abbattuto dai Fiorentini, 20. — Ved. _Conti Alberti_. - -_Senesi_. Fanno lega con la Repubblica, A 19. In guerra con essa, -21, 30. Si collegano cogli usciti ghibellini di Firenze, 37. Oratori -mandati loro dalla Repubblica, 42. Sconfitti dai Fiorentini, 70. -Creano i Nove a imitazione dei Priori dell’Arti di Firenze, 79, 80. -Soccorrono i Fiorentini contro Arezzo, 83. Intervengono alla pace tra -essi e i Pisani, 96. Rinnovan lega con la Repubblica, 150. Le mandano -aiuti di gente contro Arrigo VII, 157; contro Castruccio, 186, 191; -contro il Duca d’Atene, 234, 236; e dopo la sua cacciata, 240. Altre -leghe coi Fiorentini, 293. Tornano dal governo del basso popolo a -quello de’ Nove, di che si fa in Firenze gran festa, B 59, 60. Soccorsi -da Giangaleazzo Visconti contro la Repubblica, 64. Fanno pace coi -Fiorentini, 93, 94. Sono loro avversari nella guerra per l’acquisto -di Lucca, 197; ed in quella contro il Re di Napoli e Sisto IV, 388. -Respingono un loro assalto, C 34. Clemente VII tenta mutare il loro -governo, 175, 176. Soccorrono contro i Fiorentini, gl’Imperiali di -Carlo V, 255, 278. Uffici e preghiere della Repubblica presso di loro, -B 542-544. — Ved. _Montepulciano. Scarperia. Toppo_ (_Pieve al)_. - -_Seravezza_, B 190. - -_Serragli_ famiglia. Arsione delle loro case, B 13. Privati degli -uffici, 283. - -_Serragli Belcaro_ da Pogna. Chiede esser fatto di popolo, A 244. - -_Serragli Giachinotto_. Sua lettera a Niccolò Capponi, ricordata, C 227. - -_Serraglini_. — Ved. _Bordoni_. - -_Serravalle_. Vi pone il campo Castruccio, A 185. - -_Serristori_. Mandano gente da Figline in aiuto di Piero de’ Medici, B -341. Nelle loro case, su’ Renai, alloggia Malatesta Baglioni a guardia -della città, C 256. - -_Serristori Giovanni_. Ambasciatore a Ladislao re di Napoli, B 129. - -_Servi_ (_Chiesa dei_). È nel luogo anticamente detto Cafaggio, A 8. -Vi depongono i loro segreti i Capitani di Parte Guelfa, 66. — Ved. -_Castiglione_ (_da_) _Dante_. - -_Servi_ (_Ordine dei_). Viene in Firenze da Montesenario, A 33. Ad essi -indirizza Alessandro VI il Breve di scomunica contro il Savonarola, C -47. - -_Sestieri_. Loro nomi e insegne, A 382, 383. - -_Sesto_ presso Firenze, A 194. - -_Seta_ (_Arte della_). Antichissima in Firenze, A 251. Ha grande -incremento, B 59, 140. Fonda lo Spedale degl’Innocenti, 145. È fonte -principale di ricchezza in Firenze, 330, C 207. - -_Settanta_ (_Ordine e Consiglio dei_). Sua istituzione, B 404-406. Ne -scema l’autorità, 421. Abolito alla cacciata di Piero de’ Medici, C 13. -Ha la somma del governo, al ritorno di quella famiglia, nel 1512, 132. - -_Settignano_ (_da_) _Desiderio_, B 439. - -_Settimo_ (_Frati di_). Camarlinghi del Comune, A 64. Tenevano una -delle chiavi del forziere ov’erano le borse degli squittini, 202. - -_Settine_. Che cosa fossero, B 4. - -_Sforza Alessandro_. Viene contro lo Stato di Firenze, B 345. - -_Sforza Caterina_. Soccorsa dai Fiorentini, B 419. Sposa Giovanni di -Pierfrancesco de’ Medici, C 39. Favorisce la Repubblica nella guerra -per la ricuperazione di Pisa, 65. Manda i figliuoli a Firenze, 71. - -_Sforza Costanzo_. Al soldo della Repubblica, B 394, 409. - -_Sforza Francesco_. Fa guerra ai Fiorentini per il Duca di Milano, -B 194. S’accorda con loro per denari, 194, 195. Scuopre ai Senesi -l’animo ostile della Repubblica, 195. Capitano generale della lega -dei Fiorentini coi Veneziani e col Papa, 250. Viene in Firenze, e -suoi fatti in servigio della Repubblica, 254, 255. Per sua cagione -sono costretti i Fiorentini a lasciare l’impresa di Lucca, 257. Va -a soccorrere Venezia contro il Duca di Milano per intromessa dei -Fiorentini, 262. Neri Capponi appiana alcune differenze insorte tra lui -e i Veneziani, 265. Sovvenuto di denari dai Fiorentini, 285, 286. Viene -a Firenze, 288. Brani della corrispondenza tra esso e il suo oratore -in Firenze, 299. La Repubblica gli manda oratori, 303. — Ved. _Este_ -(_d’_) _Niccolò III_. - -_Sforza Francesco Maria_. Fa lega con l’Imperatore, col Papa e con lo -Stato di Firenze, e con altri, C 161, 162. - -_Sforza Galeazzo Maria_ duca di Milano. Viene in Firenze ed è ospitato -da Cosimo de’ Medici, B 323. Oratori mandatigli dalla Repubblica, -336. Questa si rifiuta a fargli un imprestito di denari, ivi, 337. -Manda gente in aiuto di Piero de’ Medici, 340. Torna in Firenze, 345; -e di nuovo con Bona di Savoia sua moglie, e sono alloggiati nelle -case di Lorenzo de’ Medici, 355. Questi tiene a battesimo alcuni suoi -figliuoli, ivi. Con lui rinnovan lega i Fiorentini, 362, 363. Va a lui -oratore della Repubblica Donato Acciaiuoli, 363. - -_Sforza Giangaleazzo_. Suoi aiuti ai Fiorentini in guerra con Sisto IV, -B 387. - -_Sforza Lodovico_ detto il Moro. Viene in Lunigiana, B 393. Piglia -la protezione di Pisa contro i Fiorentini, C 34. Favorisce Lorenzo -e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, 39. Aiuta i Fiorentini nella -guerra contro Pisa, 65. - -_Siena_. Vi si ricovrano i ghibellini di Firenze, A 41; indi i Ciompi -e altri usciti Fiorentini, B 41, 42. Battuta dai Fiorentini, 70. Nuova -impresa da essi tentata contro di lei, C 34. - -_Sigillo_ del Comune, A 138. - -_Sigismondo_ re d’Ungheria poi imperatore. La Repubblica gli manda -ambasciatori, B 84, 132. Implora l’aiuto di lui contro il Duca di -Milano, 172. Differenze ed accordi con esso, 201, 202. — Ved. _Scolari -Filippo._ - -_Signa_. È invasa da Castruccio, che vi fa battere moneta d’oro, A 194, -195; poi la smantella, 196. Vi soggiorna Carlo VIII, C 14, 15. — Ved. -_Barbiano_ (_da_) _Alberico_. - -_Signorelli Bino_. Appicca pratiche d’accordo col Principe d’Orange, C -290, 381. - -_Signorelli Ottaviano_. Amico a Malatesta Baglioni, muore nell’Assedio, -C 285. - -_Signoria_ (_Priori e Gonfaloniere di giustizia_). Si fonda il palagio -del Popolo per sua abitazione, A 104. Si comincia a trarla a sorte, -188. Come fosse costituita, 203, 204. Spese annue per il mantenimento -suo e della sua famiglia, 256. Sua Loggia, 369. È fatta a mano poi -si ricomincia a trarla a sorte, B 315. Se ne rialza la dignità; suo -Proposto, 321. Si torna a rifarla a mano, 320; e di nuovo a trarla -a sorte, 334. Nuovamente a mano, 342, 364. È scelta dall’Ordine dei -Settanta, 404; poi non più, 421. Va a offerta alla chiesa di San -Giovanni il giorno di quel Santo, 533. Nuove riforme, C 26, 125, 132. -Si ordina ch’ella segga tre mesi, 215. Abolita, 325. Giorno in cui -cessa, 327. - -_Signoria_ (_Piazza della_). S’apre sulle rovine delle case degli -Uberti, A 179. È sgombrata d’ogni impedimento, B 321. Come fosse -addobbata e ciò che vi si facesse il giorno di San Giovanni, 532. - -_Siminetti_. Arsione delle loro case, B 13. - -_Siminetti Bartolo_ detto _Mastino_. Dà nome a una legge fatta in -favore della Parte Guelfa, A 316, 317. Messo a morte, B 41. - -_Simoncino_ detto _Bugigatto_, uno dei Ciompi. Preso e torturato, poi -messo in libertà, B 17-19. - -_Simone di Biagio_, corazzaio. Egli ed un suo figliuolo son morti e -straziati dal popolo, B 48. - -_Sindaci dei cessanti e fuggitivi_. B 485. - -_Sisto IV_ (_Francesco della Rovere_). Come cominciassero le nimicizie -tra esso e Lorenzo de’ Medici, B 360, 361. Qual parte avesse nella -Congiura de’ Pazzi, 370. Suoi atti dopo scoppiata la Congiura, 380-384. -Dichiara la guerra alla Repubblica ove non cacci Lorenzo, 385, 386. -Condizioni che offre per la pace, rifiutate, 389-391. Assolve la -Repubblica, 402. Questa cerca promuovere un Concilio contro di lui, -410, 411. Lascia i Veneziani e passa alla parte dei Fiorentini nella -guerra col Duca di Ferrara, 412. Istruzioni a un suo ambasciatore al Re -di Napoli, trovandosi a quella corte Lorenzo de’ Medici, 559-563. - -_Smeducci Bartolommeo_. A lui fu voce che i Ciompi volessero vender -Firenze, B 31. - -_Soderini_. Vanno in esilio, A 52. Arsione delle loro case, B 13. -Restituiti in patria, C 131. Fatti ribelli, 157. - -_Soderini Francesco_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402. Accompagna Carlo -VIII nell’impresa del Regno, C 19. Fatto Cardinale, 92. Ha grandi -benefizi in Francia, 103. Favorisce l’elezione del cardinale Giovanni -de’ Medici al pontificato, 131. Cerca mutare lo Stato di Firenze, 154. -Chiuso in Castel Sant’Angelo, 161. - -_Soderini Gian Battista_. Sua morte, C 221. Ricordato con lode, 261, -262. - -_Soderini Giovan Vittorio_. Oratore all’imperatore Massimiliano, C 108. - -_Soderini Lorenzo_. Impiccato, C 286. - -_Soderini Luigi_. Decapitato, C 308. - -_Soderini Niccolò_. Devoto di Caterina da Siena, A 337. - -_Soderini Niccolò_. Cerca l’abbassamento dei Medici per restaurare la -libertà, B 333. Suo gonfalonierato, 334, 335. Accende gli animi della -parte avversa ai Medici, 340. Vuol muovere a rumore la plebe, 341. -Confinato, 342. Assegno fattogli dalla repubblica di Venezia, 343. - -_Soderini Paolantonio_. Commissario in campo contro Pisa, C 67. Vi -muore, _ivi_. - -_Soderini Paolantonio_, C 92. - -_Soderini Piero_. Gonfaloniere a vita, C 91, 92, 99, 103, 111, 115, -119-123. Va in Ragusi, 123; indi a Roma e vi muore, 131. È dannata la -sua memoria, 157. - -_Soderini Tommaso_. Amico a Piero de’ Medici, B 335. Oratore a Venezia, -348. Un suo figliuolo è sbandito, 350. Dell’esperienza e del nome di -lui si vale Lorenzo de’ Medici, 354. Due altre volte oratore a Venezia, -363, 392. - -_Soderini Tommaso_. Contrasta il gonfalonierato a Niccolò Capponi, C -215. Ambasciatore a Carlo V, 236-237. Va a Lucca, 238. - -_Soldanieri_. Fuorusciti di Firenze, è loro inibito il ritorno, A 76. - -_Soldanieri Gianni_. Tradisce i grandi, accostandosi col popolo, A 59. - -_Soiana_. All’assedio di quel castello muore Pier Capponi, C 36. - -_Soria_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. - -_Spadai_ (_Porta degli_). Rotta dai fuorusciti bianchi, A 135. - -_Spagnoli_ all’assedio di Firenze. Si distendono dalle Campora fin -sotto Marignolle e a Bellosguardo, e da Monte Olivato a Scandicci, C -257. Una loro banda è distrutta dal Ferruccio, 262. - -_Specchio_ del libro dei debitori del Comune, B 207, 208. - -_Spedito_. Degli Anziani, A 45. Consiglia di muover l’oste contro -Siena, 46. Gli è rinfacciato il consiglio da Tegghiaio Aldobrandi, -_ivi_. - -_Speziali_. Numero delle loro botteghe in Firenze, A 251. - -_Spini_. Vanno in esilio, A 52. Banchieri del Papa in Roma, 109, 113. -Seguono la parte dei neri, 119. Creditori di papa Giovanni XXIII, B -139. - -_Spini Geri_. Uno dei capi de’ grandi, A 104. Segue la parte dei -Donati, 107. Confinato, 110. Uno de’ capi della parte dei guelfi neri, -126. Va a papa Benedetto XI, 134. Con lui tratta il Cardinale degli -Orsini venuto contro Firenze, 139. Spedisce un messo ad Arrigo VII, -156. - -_Spini Ridolfo_. Dà un convito in onta del Savonarola e suoi seguaci, C -47. Degli Otto di guardia e balìa, 54. - -_Spini Ugo_. Dei primi Priori cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Spinola Francesco_. Capitano dei Genovesi, fatto prigione dai -Fiorentini, B 199. - -_Spinola Gherardino_. Ha guerra con la Repubblica, A 207. - -_Spoleto_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Squarcialapi_. — Ved. _Mortennana_. - -_Squittinio_. Dell’anno 1328, A 202, 203. Del 1342, 237, 238. Del -1343, 242. Del 1378, B 27. Del 1381, 515, 516. Del 1382, 52. Del -1385, 514. Del 1391, 515, 516. Del 1396, 516-518. Del 1444, detto _del -fiordaliso_, 282. Del 1465, 334. Del 1495, C 24. Del 1530, 312. - -_Stabili Francesco_. Arso in Firenze; cenni della sua vita e opere, A -174, 204-205. - -_Stampàce_, Rocca di Pisa. Presa dai Fiorentini, C 66. - -_Statuti_. Loro riforma, B 145. - -_Stefani Marchionne_. Dei Dieci di Libertà, A 318. Uno dei commissari -fiorentini in Bologna, nella guerra con Gregorio XI, 330. Suo dubbio -animo verso Caterina da Siena, 337. Si mostra acerbo a Giannozzo -Sacchetti, B 40. È a parte dello Stato dopo la cacciata dei Ciompi, 45. -Della sua Cronaca, 231-232. Ascritto alle Arti minori, 232. - -_Stefano IX_. Muore in Firenze, A 8. - -_Stefano_ duca di Baviera. Ha denari dalla Repubblica per scendere in -Italia contro il Conte di Virtù, B 67. - -_Stilicone_. Rompe le genti di Radagasio presso Fiesole, A 2. - -_Stinche_ (_Carcere delle_). Donde avesse un tal nome, A 132-133. Data -della sua edificazione, 179. Entrata che ne veniva in Comune, 255. -Rotto dal popolo, C 131, 132. - -_Stinche_ (_Soprastanti delle_). Ordine ad essi dato, B 490. - -_Strada_ (_da_) _Zanobi_, poeta. Coronato dall’imperatore Carlo IV, A -368. - -_Strinati Neri_. Sua _Cronichetta_, ricordata, A 191. - -_Strozzi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di essi -congiura contro lo Stato, B 40. Un altro è giustiziato, 42. Due -sbanditi, 81. Imparentati con Cosimo dei Medici, 209. Bando dato a un -altro di loro, B 350. - -_Strozzi_ (_Palazzo degli_). — Ved. _Pollaiolo_ (_del_) _Simone_. - -_Strozzi Andrea_. Suo attentato per farsi signore di Firenze, A 239. - -_Strozzi Bernardo_ detto _Cattivanza_. Fatto prigione a Gavinana, C 295. - -_Strozzi Carlo_. È tra i maggiori della Parte Guelfa, B 12. Manomesso -da un popolano, _ivi_. Gli sono arse le case, 13. Tumultua coi -compagni tornato in patria dal bando del 1378, 52-53. — Ved. _Strozzi -Maddalena_. - -_Strozzi Filippo_. Va a Napoli a chiedere un salvacondotto per Lorenzo -de’ Medici, B 396. Altre notizie di lui, C 118, 119. - -_Strozzi Filippo_ di Filippo. Condannato in denari e confinato, C 119. -Oratore a Francesco I di Francia, 138. Con lui si consiglia Lorenzo -de’ Medici duca d’Urbino, 144. Altre notizie di lui e sue qualità, 155, -166. Si adonta di servire a Ippolito e Alessandro de’ Medici, 209. Si -adira con Clemente VII, 212. Accompagna Ippolito e Alessandro nella -loro partenza da Firenze, e accusa che gli vien fatta, 213. Va ai suoi -banchi di Lione, 219. È infermo in Lucca, poi va a Roma, 249. Sospetto -al Papa, 313. Ragiona con lui della forma da dare al governo di -Firenze, 322, 323. Viene a Firenze e si adopra a favore del Principato, -324. Brevi notizie di lui sotto Cosimo I, 329, 330. - -_Strozzi Giovambatista_. È ai servigi degli oratori fiorentini presso -il Principe d’Orange, C 375. - -_Strozzi Leone_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249. -S’acquista fama nelle armi, 239. - -_Strozzi Lorenzo_. Sua _Vita_ di Palla Strozzi, ricordata, B 223. - -_Strozzi Lorenzo_. Oratore al Principe d’Orango in compagnia di Rosso -Buondelmonte e loro lettere ai Dieci, C 246, 370. Torna a Firenze, 370. -Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, 299. - -_Strozzi Maddalena di Carlo_. Si marita a Luchino Novello dei Visconti, -B 53. - -_Strozzi Marcello_. Oratore a Venezia, B 186. Insegna leggi nello -Studio Fiorentino, 234. - -_Strozzi Marco_. Commissario di Volterra con Gian Battista Gondi, C 288. - -_Strozzi Matteo_. Oratore a Carlo V, C 236, 237. Va in Venezia ai suoi -banchi, 238. - -_Strozzi Palla_. È dei maggiori dello Stato, B 150. Oratore a Venezia, -172; a Ferrara, 177. Commissario a Volterra, 184. De’ Dieci della -guerra, 188. Sua ricchezza, 222. Sua Vita scritta da Lorenzo Strozzi, -ricordata, 222-223. Bandito, 248. Muore, _ivi_. — Ved. _Parentucelli -Tommaso. Pandolfini Agnolo, Santa Trinità_. - -_Strozzi Pazzino_. Oratore a Carlo IV, A 398. - -_Strozzi Piero_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249. -Impresa di lui e degli altri fuorusciti contro Cosimo I de’ Medici, -329. - -_Strozzi Roberto_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249. - -_Strozzi Smeraldo_. Eccettuato da una sentenza di remozione dagli -uffici, B 472. - -_Strozzi Tommaso_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 19, 20, 24, -25. Uno dei capi dello Stato dopo la caduta dei Ciompi, 39, 46. Va a -Mantova ove trapianta un ramo della sua famiglia, 48. - -_Studio Fiorentino_. Sua istituzione, A 368; e altre notizie del -medesimo, ivi. B 234, 235, C 29. - -_Suriano Antonio_. Oratore Veneto in Firenze, C 228. - -_Susinana_ (_da_) _Maghinardo_. Prende in moglie una dei Tosinghi, A 77. - - -T. - -_Tafi Andrea_, A 177. - -_Talamone_. A quel porto avviano i commerci i Fiorentini per levarli da -Porto Pisano, A 300-302; poi si rimuovono da tal proposito, 309. - -_Tamburo de’ Grandi_. — Ved. _Grandi_. - -_Taranto_ (_Principe di_), fratello del re Roberto di Napoli, mandato -da lui in aiuto dei Fiorentini, A 161. Un suo figliuolo muore alla -battaglia di Montecatini, _ivi_. - -_Tarlati_ di Pietramala. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222. Uno -di quella famiglia è del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, 230. -Tentano rientrare in Arezzo, ma vi si oppongono i Fiorentini, 331. Si -mettono in protezione della Repubblica, B 156. - -_Tarlati Giantedesco_. Va in aiuto dei Senesi contro i Fiorentini, B 65. - -_Tarlati Guido_, vescovo d’Arezzo. Reca danni a’ Fiorentini durante -la guerra tra essi e Castruccio, A 196. Nasce da una donna de’ -Frescobaldi, 222. - -_Tarlati Marco_. Cede a’ Fiorentini Anghiari e altre castella di Val di -Tevere, B 58. - -_Tarlati Pier Saccone_. Cede Arezzo ai Fiorentini, A 213, 214. Nasce da -una donna de’ Frescobaldi, 222. — Ved. Scarperia. - -_Tartaglia_. Sue differenze con Sforza Attendolo, composte da Gino -Capponi, B 106, 109, 110. - -_Tavola_. — Ved. _Catasto_. - -_Tedaldi Bartolo_. Commissario in Volterra, C 278. Gli è dato lo -scambio, 288. - -_Tenedo_. Per la distruzione di quell’isola fanno un deposito i -Veneziani in mano dei Fiorentini, B 58, 59. - -_Terranuova_ nel Valdarno. Fondata dai Fiorentini, A 215. - -_Tessa_ serva della famiglia Portinari. Alla sua pietà si deve la prima -origine dello Spedale di Santa Maria Nuova, A 179, 180. - -_Tessa_ o _Contessa_. Nome proprio di donna, comune in Firenze, e -perchè, A 11. - -_Tharbes_ (_Vescovo di_). Ambasciatore del Re di Francia a Clemente -VII, durante l’assedio di Firenze, C 273-276. - -_Tincherari Matteo_. Esecutore degli Ordinamenti di Giustizia, B 507. - -_Tinucci Niccolò_. Sua Esamina citata, B 188. Non è da porre in essa -gran fede, 207. - -_Tira_ (_Il_). Uno dei Ciompi, cassato dall’ufficio dei Priori, B 36. - -_Tizzana_. Vi pone il campo Giovanni Aguto capitano dei Fiorentini, B -71. - -_Tizzoni_. Nelle case di quella famiglia abitava il Capitano del -Popolo, A 79. - -_Todi_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Tolentino_ (_da_) _Niccolò_. Al soldo dei Fiorentini, B 177, 199, 200. -Grande amico a Cosimo de’ Medici, 207. Rinchiuso questi in Palagio, -vorrebbe venire a liberarlo, 212. Sua morte ed esequie fattegli in -Firenze, 219, 220. - -_Tolosini Nastasio_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422. - -_Tomacelli Marino_. Oratore del Re di Napoli in Firenze, B 338. - -_Tonti Pierantonio_ da Pistoia. Muore a Gavinana, C 384. - -_Toppo_ (_Pieve al_). Gli Aretini vi sconfiggono i Senesi collegati -della Repubblica, A 84. - -_Tornabuoni_. Come divengano ricchi, B 315. - -_Tornabuoni Giovanni_ zio di Lorenzo de’ Medici. Cura in Roma le -ragioni di quella Casa, B 360. - -_Tornabuoni Giovanni_. Sta fuori di Firenze e gli è intimato il -ritorno, C 249. - -_Tornabuoni Lorenzo_. Decapitato, C 40, 41. - -_Tornabuoni Lucrezia,_ moglie di Piero di Cosimo de’ Medici, B 327. -Ricordata in una lettera di Dietisalvi Neroni, 344. Suoi componimenti -poetici ricordati, 352. - -_Tornaquinci_. Vanno in esilio, A 52. Loro case ricordate, 60. Sono -in guerra coi Rossi, 92. Seguono la parte dei Donati, 107. Fanno -grandissimi mali essendo in Firenze Carlo di Valois, 122. Tengono la -parte dei guelfi neri, 126. - -_Tornaquinci Giovanni_. Muore con un figliuolo e altri di quella -famiglia a Montaperti, A 50. - -_Tornaquinci Ugolino_. Suo consiglio circa al rispondere agli oratori -di Arrigo VII, A 146. - -_Torre_ (_Ufficiali di_), B 529. - -_Torre del Gallo_ presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali col conte -Pier Maria da San Secondo, C 25. - -_Toscana_. Soggetta ai Goti, A 2. Viene in retaggio alla Contessa -Matilde, 8. Qual fosse l’autorità dei suoi Duchi e Marchesi, 17. -Forma una Lega guelfa, 19. Torna ghibellina, 55. Formazione della sua -lingua, e vita che vi pigliano le lettere, 341-345. Governata da una -Reggenza dopo l’estinzione della Dinastia Medicea, C 336. Suo stato -sotto i Lorenesi, ivi-339. Parte da essa presa nei moti per il riscatto -nazionale, 339, 340. - -_Toscanelli Paolo_. Notizie di lui e delle sue opere, B 435, 436. - -_Toscani Matteo_. Potestà di Firenze, B 378, 555. - -_Toschi_ famiglia. Arsione delle loro case, A 130. - -_Tosinghi_. È abbattuto il loro edifizio detto il _Palazzo_, in Mercato -Vecchio, A 33. Vanno in esilio, 52. Loro brighe con gli Adimari, 73. -Mercanti in Ungheria, B 134. — Ved. _Della Tosa. Susinana_ (_da_) -_Maghinardo_. - -_Tosinghi Baschiera_. Tenta con gli altri fuorusciti bianchi un’impresa -contro Firenze, A 134, 135. - -_Tosinghi Ceccotto_. Sue imprese in compagnia del Ferruccio, C 262. -Parere da esso reso in Consiglio negli ultimi giorni dell’Assedio, 298. - -_Totila_. Non è vero che fosse sconfitto a Fiesole, A 2. Assedia -Firenze, ivi. - -_Tranchedini Nicodemo_. Oratore del Duca di Milano in Firenze e -consigliere di Piero de’ Medici, B 338. - -_Trasimeno_ (_Lago_). Cagione di brighe tra i Fiorentini e i Perugini, -A 29. - -_Tratte_. — Ved. _Imborsazioni_. - -_Traversari Ambrogio_. Notizie di lui e de’ suoi scritti, B 235, 236. - -_Trentasei_ (_Ufficio dei_), A 59. - -_Trinci_ di Foligno. Raccomandati della Repubblica, B 156. - -_Trinciavegli Albizzo_. Ambasciatore a Siena, A 42. - -_Trivulzio Giovan Giacomo_. — Ved. _Buondelmonti Benedetto_. - - -U. - -_Ubaldini_. Favoriscono i fuorusciti bianchi di Firenze, A 133. Imprese -della Repubblica contro di loro, 137, 216. Congiurano coi grandi di -Firenze, 222. Mandano doni al Duca d’Atene, 230. I Fiorentini finiscono -di abbattere la loro potenza, 320. Rialzano il capo, B 91. — Ved. -_Adimari Bindo. Ostale._ - -_Ubaldini Giovanni_. Viene in aiuto de’ Senesi contro i Fiorentini, B -65. Muore, _ivi_. - -_Ubaldini Ottaviano_, cardinale. È dei capi di parte ghibellina, A -32. Fa gran festa della sconfitta dei Fiorentini a Montaperti, 53. -Sua predizione circa i ghibellini di Firenze, 65. Uno dei primi poeti -toscani, 173. Atto col quale, in forza d’un Breve di Clemente IV, che -ivi si riporta, assolve la Repubblica dalle censure incorse essendo -ella in dipendenza del Re Manfredi, 373-377. - -_Ubaldini da Gagliano_ (_degli_) _fra Roberto_, C 57. - -_Uberti_. Suscitano le discordie civili, A 15, 16. Nemici ai -Buondelmonti, 27. Insolentiscono contro il popolo; questo si leva -contro di loro e gli altri nobili, 34, 35. Si ricovrano a Siena, 41. -Mettono a rumore Firenze, 59. Alcuni di loro morti o presi; atto eroico -d’uno di loro, 66, 67. Condotti a Firenze e chiusi nella torre del -Palagio, 67. Si riconciliano coi Buondelmonti, 73. Esclusi dal tornare -in Firenze, 76. Tre di loro muoiono a Campaldino, 87. Uno difende -Pistoia contro i Fiorentini e i Lucchesi, 125. La plebe bacia le loro -armi in Firenze, 128. Uno di loro è tra i quattordici caporali bianchi -richiamati dal Cardinale da Prato, 130. Tengono grande stato fuor di -Firenze, 134. Magnificati nelle _Cronache_ del Malespini e del Villani, -429, 430. — Ved. _Signoria_ (_Piazza della_). - -_Uberti Azzolino_. Decapitato, A 70. - -_Uberti Farinata._ È dei capi di parte ghibellina, A 32. Capo -dell’ambasceria dei fuorusciti al Re Manfredi, 43. Inganno teso da lui -ai Fiorentini, 45. S’oppone agli altri ghibellini che volean distrugger -Firenze, 53, 54. Rammentato per l’ultima volta nelle Storie, 54. I suoi -figliuoli e congiunti sono esclusi dal tornare in Firenze, 74. — Ved. -_Cavalcanti Cavalcante_. - -_Uberti Fazio_, A 368. - -_Uberti Lapo_, poeta, A 173. - -_Uberti Neracozzo_. Decapitato, A 70. - -_Uberti Piero_, soprannominato l’Asino. Uccide Cece de’ Buondelmonti, A -54, 55. - -_Uberti Schiatta_. Prende parte alla uccisione di Buondelmonte dei -Buondelmonti, A 27. - -_Uberti Schiattuzzo_. Ucciso a furia di popolo, A 41. - -_Uberti Tolosato_. Capitano di Pistoia, A 134. Tenta cogli altri -fuorusciti bianchi un’impresa contro Firenze, ivi-136. - -_Uberti Uberto_. Ha mozzo il capo, A 41. - -_Ubertini_ (_Conti_). È loro vietato di accostarsi ad Arezzo, A -215. Mandano doni al Duca d’Atene, 230. Si danno in accomandigia ai -Fiorentini, B 58. Fatti ribelli, 81. La Repubblica manda gente contro -di loro, 93. - -_Ubertini Buoso_, vescovo d’Arezzo. È del Consiglio del Duca d’Atene in -Firenze, A 230. - -_Ubertini Guglielmo_ o _Guglielmino_, vescovo d’Arezzo. Capo di parte -ghibellina, A 82, 83. È nell’oste dei ghibellini a Campaldino e vi è -morto, 84, 85, 87. - -_Uccello Paolo_. Dipinge l’effigie di Giovanni Aguto nel Duomo di -Firenze, B 82. - -_Uffici estrinseci_. Loro nomi, ordine e attribuzioni, B 530, 531. -Riforma d’alcuni di essi. — Ved. ai respettivi nomi. - -_Uffici intrinseci_. — Ved. ai respettivi nomi. - -_Ugo_ marchese di Toscana. Fondatore di badie, A 26. - -_Ugolini Baccio_. Oratore a Basilea, B 411. - -_Ugolino_, lanaiuolo. I Ciompi gli ardono le case, B 19. - -_Ulrico_ marchese di Toscana, A 13. - -_Ungheria_. Vi hanno grande commercio i Fiorentini, B 134. Vi edifica -chiese e altri luoghi per il culto Filippo Scolari, 135. - -_Uomini da bene_. Parte politica in Firenze, B 210. - -_Urbano V_. S’intromette per una pace tra i Fiorentini e i Pisani, A -307. Stringe lega con la Repubblica contro le compagnie di ventura, -308, 310. Oratori della Repubblica a lui, 315. - -_Urbano VI_. Gli sono inviati oratori dai Fiorentini, A 340. Pace tra -esso e la Repubblica, B 15. - -_Urbino_ (_Conte d’_). — Ved. Montefeltro (di) Antonio e Guidantonio. - -_Urbino_ (_Vescovo d’_). Mandato da Gregorio XI in Firenze a praticare -la pace tra lui e i Fiorentini, A 339. - -_Urbino_ (_da_) _Gentile_. Maestro di Lorenzo de’ Medici, B 352. -Vescovo d’Arezzo, 354, 355. - -_Urlimbacca_ tedesco. Soldato caro ai Fiorentini; preso nella battaglia -dell’Altopascio, A 193. - -_Usura_. Vizio usuale in Firenze, B 6. Si fa una legge contro gli Ebrei -che la esercitano, C 32. - -_Uzzano_, castello dei Lucchesi. Viene in potere dei Fiorentini, B 257. - -_Uzzano_ (_da_) _Giovanni_. Sue Antiche scritture sul commercio dei -Fiorentini, citate, B 141. - -_Uzzano_ (_da_) _Niccolò_. Gonfaloniere, B 78. Oratore a Venezia, -85. Prigione del Duca di Milano, 90. Riscattato, ivi. Tiene agenti di -commercio in Ungheria, 134. Esecutore testamentario di Giovanni XXIII, -139. De’ Consoli di mare, 141. Uno dei capi dello Stato, 150. Sua -grande autorità nei Consigli, 151 _e segg_. De’ Dieci della guerra, -158. Suoi concetti circa a una riforma dello Stato, 167-169. Mette -innanzi la formazione del Catasto, e in che somma venga tassato, 179, -182. Si oppone al consiglio di muover guerra al Signore di Lucca, 186. -Compiange la morte di Giovanni de’ Medici, 187. Muore, _ivi_. De’ Dieci -della guerra, 188. Voce ch’ei si opponesse alla compra di Lucca da -Francesco Sforza, 195. Lascia una parte d’eredità per la fabbrica di un -Collegio da unirsi allo Studio, 235. — Ved. _Cavalcanti Giovanni_. - - -V. - -_Vacchereccia_ (_Via_). Incendio ivi successo, A 131. - -_Vada_. Fortezza tolta da Ferdinando I d’Aragona ai Fiorentini e da -essi recuperata, B 307. - -_Vaiai e Pellicciai_ (_Arte dei_), B 494. - -_Valacchi_. Parte politica in Firenze, B 210. - -_Valdarno_. Quegli uomini sono posti in libertà dalla Repubblica, A 216. - -_Valdarno inferiore_. Riforme del suo vicariato, B 484, 493. - -_Val di Chiana_. Occupata da Vitellozzo Vitelli, C 77. - -_Val di Lamone_. Quegli uomini si oppongono al passaggio della Gran -Compagnia per l’Appennino, A 296 e segg. - -_Val di Nievole_. I Fiorentini n’ordinano il governo, A 261. Riforma -del suo vicariato, B 484, 493. - -_Val di Pesa_. Le dà il guasto Castruccio degli Interminelli, A 196. - -_Val di Tevere_. — Ved. _Tarlati Marco_. - -_Valialla_. Viene in potere della Repubblica, B 271. - -_Vallombrosa_. — Ved. _Giovanni Gualberto_. - -_Vallombrosa_ (_Abate di_) della famiglia da Beccaria. Giustiziato, A -41. - -_Vallombrosani_ (_Monaci_). Cinque di loro fanno parte della famiglia -del Palagio, A 204. - -_Valois_ (_di_) _Carlo_, A 113 _e segg._ - -_Valori_, famiglia. Mercanti in Lione, C 310, - -_Valori Baccio_. Commissario generale del Papa presso il Principe -d’Orange, è dichiarato ribelle e traditore della patria, C 249. Arbitro -del governo di Firenze con Malatesta Baglioni, 300. Ferma i capitoli -di resa della città in nome del Papa, _ivi_, 301. Sua autorità dopo la -capitolazione, 302-306. Resta solo a comandare, partito il Baglioni, -307 _e segg_. Va presidente della Romagna, 314. Viene in Firenze e -pratica per farne assoluto signore Alessandro de’ Medici, 324, 325. Si -tiene mal sodisfatto da quella famiglia e si mette tra i fuorusciti, -329. Sua fine, 330. — Ved. _Giullari_ (_Pian di_). _Gonzaga Ferrante. -Medici Ippolito. Vettori Paolo_. - -_Valori Bartolommeo_. Sua risposta al re Ladislao, B 124. Oratore a -Martino V, 137. Uno degli esecutori testamentari di Giovanni XXIII, -139. È tra i maggiori dello Stato, 150. — Ved. _Giovanni XXIII_. - -_Valori Francesco_. Avverso ai Medici, C 13. Sta tutto col Savonarola, -35. Gonfaloniere, 38. Fa condannare a morte cinque dei primari -cittadini, 41. Sua trista fine, 53-54. — Ved. _Cambini Andrea_. - -_Valori Francesco_. Ambasciatore a Carlo V, C 318. - -_Varano_ (_da_) signori di Camerino. Vengono contro lo Stato di -Firenze, B 345. - -_Varano_ (_da_) _Ridolfo_. Capitano di guerra della Repubblica nella -guerra contro i Pisani, A 304; e in quella con Gregorio XI, 330. Si -volta alla parte della Chiesa, 331. - -_Varchi Benedetto_. Del suo _Ercolano_, B 466. Suo giudizio del -Machiavelli, C 183; di Malatesta Baglioni, 291. - -_Vasari Giorgio_. — Ved. _Salviati Francesco_. - -_Vasto_ (_Marchese del_). S’accampa sotto Firenze presso la porta a San -Giorgio, C 257. Si mette intorno a Volterra, l’assalta e n’è respinto, -282. - -_Velluti Donato_. Dei Priori creati dal Duca d’Atene, A 230. Ha mano -in un’impresa contro Pistoia, 261. Ambasciatore a Siena, 263. Altre -notizie di lui; sua Cronaca, ricordata, 271, 314. - -_Velluti Donato_. Chiuso in carcere, B 222. - -_Venezia_. Commercio che vi fanno i Fiorentini, B 140. Cosimo de’ -Medici vi fa edificare la biblioteca dei Monaci Benedettini in San -Giorgio, col disegno del Michelozzi, B 221. I Fiorentini vi hanno una -Confraternita, C 310. - -_Veneziani_. S’interpongono per la pace tra i Fiorentini e il re -Ladislao di Napoli, B 125. Vogliono che i Fiorentini abbandonino i -commerci d’Alessandria, 142. Paragone tra le due Repubbliche, 149, 150. -Ambasciatori mandati ad essi dai Fiorentini, 172; e lega tra i due -Stati, 173, 174. In compagnia dei Fiorentini sconfiggono i Genovesi, -199. Va oratore a loro Cosimo dei Medici, 207. Mandano oratori a -Firenze a favore di lui, 215. Oratori mandati loro dalla Repubblica, -B 249, 250, 256, 257. Rinnovan lega coi Fiorentini, 261, 262. Nuove -legazioni dei Fiorentini a loro, 288, 304. Comincia la divisione -aperta tra le due Repubbliche, 305. Non vorrebbero che i Fiorentini -mandassero le loro galee in Levante, 335. Con essi cerca di far lega -la parte avversa ai Medici, 339. Prendono alcune navi cariche di robe -dei Fiorentini, 356; poi le rendono, 348. Fanno pace con loro, 349. -Favoriscono la ribellione di Volterra, 358, 359. Nova lega tra essi e i -Fiorentini, 363. Confortano i Fiorentini a rendere al Papa il Cardinale -Riario, 382. Come li soccorressero nella guerra col Papa, 387, 392. -Non entrano nella pace fatta tra i Fiorentini e il re Ferdinando di -Napoli, 400. Pigliano la protezione dei Pisani contro della Repubblica, -C 34, 36. Favoriscono il ritorno di Piero de’ Medici in Firenze, 40. -Continuano ad aiutar Pisa, 64. Ritirano le loro genti dalla Toscana, -66. Sordi alle istanze dei Fiorentini che li richiedevano d’aiuti -contro Carlo V ed il Papa, 240. Raccettano gli esuli Fiorentini dopo -la caduta della Repubblica, 310. — Ved. _Soderini Niccolò. Soderini -Tommaso. Strozzi Marcello. Tenedo._ - -_Ventiquattro_ cittadini creati a rivedere le sentenze di ammonizione -proferite dai Capitani di Parte, A 314, B 1, 11. - -_Vergerio Pier Paolo_. Insegna nello Studio Fiorentino, B 234. - -_Vernio_ (_Contea di_). Passa dai Cadolingi nei Conti Alberti e poi nei -Bardi, A 215; che tengono la parte dei Medici contro la Repubblica, C -285. - -_Vernio_ (_di_) _conte Nerone_. Si cassano alcuni bandi e condanne -fatte contro di lui, A 401. - -_Verrazzano_ (_da_) _Bernardo_. Uno dei Commissari della milizia -cittadina in Firenze, C 299. - -_Verrazzano_ (_da_) _Lodovico_. Oratore a Venezia, B 249. - -_Verrucola_. Viene alle mani dei Fiorentini, B 104. - -_Vescovo_. L’aveva Firenze nel quarto secolo, A 3. Cacciato poi -rimesso, 13. Donazioni fattegli dai nobili del contado, 29. Suo palazzo -nuovo, ricordato, 376. - -_Vespucci Amerigo_. Onore insolito reso a lui dalla Repubblica, C 115. - -_Vespucci Giovanni_. Due volte rinchiuso nelle Stinche, B 283. - -_Vespucci Guidantonio_. Ambasciatore a Luigi XI, B 390. Conchiude un -trattato con Carlo VIII, C 34. Sta col Savonarola, 35. Tenta sottrarre -a morte cinque dei primari cittadini, 41. Va nelle ambascerie, 88. Sua -proposta nel Consiglio Grande, e che gliene avvenga, 89. Lettere dei -Dieci di Balìa a lui e a Piero Capponi oratori in Francia, 343-345. - -_Vespucci Piero_. Rinchiuso nelle Stinche, B 378. - -_Vettori_. Consorti dei Capponi, B 101. - -_Vettori Andrea_. Corre pericolo di una condanna capitale, B 101. -Motteggiato dall’Aguto, 197. - -_Vettori Francesco_. Oratore all’imperatore Massimiliano, C 103. -Commissario in campo contro Francesco I, poi oratore a quel Re, 138. -Consigliere di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino, _ivi_. Oratore a -Clemente VII, 177. Si riporta il fine della sua _Storia_ dove parla del -Sacco di Roma, 182. Avverso al Principato, 209. Vive oscuro in Pistoia, -219. Di nuovo oratore al Pontefice, 246, 247. Gli è intimato il -ritorno, 249. Torna dopo l’Assedio e la resa della città, 312-313. Si -adonta di sottostare a Baccio Valori, 313. Di un suo _Discorso_ intorno -alla riforma dello Stato di Firenze, 321. Si accorda a farne assoluto -signore Alessandro de’ Medici, 324. — Ved. _Vettori Paolo_. - -_Vettori Paolo_. Egli e Francesco suo fratello e Baccio Valori -costringono il gonfaloniere Soderini a uscire di Palagio, C 122. -Deputato dai Medici alla guardia della Piazza e del Palagio, 125. -Capitano dell’armata della Chiesa, 153. Sottoscrive una lega dello -Stato di Firenze col Papa, con l’Imperatore e con altri, 161-162. - -_Vettori Piero_. È tra i cittadini armatisi contro la Signoria negli -ultimi giorni dell’Assedio, C 298. - -_Viareggio_. Tolto dai Fiorentini ai Lucchesi, B 255. - -_Vicchio_. Vi va ad albergo la Gran Compagnia, A 299. - -_Vico Pisano_. Sostiene a lungo l’assedio dei Fiorentini, B 104. - -_Villani Giovanni_. Erra, scrivendo che Arrigo IV venisse a Firenze -da Siena, A 8. Sua prima età, 89, 90, 117. Si tocca della sua Cronaca, -172. Fa parte di una compagnia mercantile che tratta di comprar Lucca -dai tedeschi ribellatisi a Lodovico il Bavaro, 207. Muore di peste, -248. Dimora più anni in Bruggia di Fiandra, 252. Confronto della sua -Cronaca con quella del Malespini, 427, 432. Come chiamasse Marin Sanudo -la lingua da lui adoperata, 465. — Ved. _Compagni Dino_. - -_Villani Filippo_. Continuatore della Storia di Matteo suo padre, A -305. Illustra pubblicamente la _Divina Commedia_, B 234. - -_Villani Matteo_. È il solo degli storici che parli largamente delle -prime relazioni dei Fiorentini con l’imperatore Carlo IV, A 273-275. -Avverso al magistrato di Parte Guelfa, 289. Muore, 305. Devoto a -Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco, 312. Ammonito, 313. Sua _Cronaca_ -citata, B 7, 8. - -_Vinci_ (_da_) _Leonardo_, B 436-438. - -_Visconti_. Con loro fanno lega i Fiorentini, A 208. - -_Visconti Azzo_. Viene in aiuto di Castruccio contro la Repubblica, A -193 _e segg._ - -_Visconti Bernabò_. Manda aiuti ai Fiorentini contro la Gran Compagnia, -A 300; poi a’ Samminiatesi contro i Fiorentini, 310. Ricordato a -proposito di una congiura contro lo Stato di Firenze, 311. Con lui si -collegano i Fiorentini, 324. Un suo ambasciatore offre di trattare la -pace tra essi e Gregorio XI, 334. Entra egli mediatore per detta pace, -339. - -_Visconti Filippo Maria_. Richiede i Fiorentini di pace, B 155. Manda -oratori a Firenze, 157. Non vuol ricevere quelli inviatigli dalla -Repubblica, ivi. Come conduca la guerra contro di essa, 175. Fa pace, -177. Manda oratori a Firenze, 192. Va oratore a lui Lorenzo di Giovanni -de’ Medici, 193. Attraversa l’impresa dei Fiorentini contro Lucca, 195. -Guerra tra lui e i Veneziani collegati dei Fiorentini, 198-202. Tien -mano in una congiura contro di loro, 249. Fa pace e lega con essi, 251; -rotta indi a poco, 252. Nuova guerra tra lui e i Fiorentini, 253, 263 -_e segg._ Nuova pace, 274. Nuove ostilità tra i due Stati, 288, 289. -Muore e sue qualità, 289, 290. - -_Visconti Gabriele Maria_ signore di Pisa. Ha un colloquio con -Maso degli Albizzi, B 98. Suo accordo circa alla vendita di Pisa ai -Fiorentini, 99. - -_Visconti Giangaleazzo_, Conte di Virtù. Fa guerra alla Repubblica, -B 64 _e segg._ Lodo pronunziato tra le due parti, 71, 72. Oratori -inviatigli dalla Repubblica, 83. Muore, 91. — Ved. _Ricci Giovanni. -Salutati Coluccio_. - -_Visconti Giovanni_, arcivescovo di Milano. Sua guerra coi Fiorentini, -A 261-266. - -_Visconti Giovanni_ da Oleggio. Sue imprese contro i Fiorentini, A 262, -263. Ricordato a proposito di una congiura contro lo Stato di Firenze, -311. - -_Visconti Luchino Novello_. — Ved. _Strozzi Maddalena_. - -_Visconti Marco_. Viene in Firenze a trattare la vendita di Lucca alla -Repubblica, A 207. - -_Visconti Matteo_. I Fiorentini soccorrono la Chiesa in guerra contro -di lui, A 184. - -_Visdomini_. Seguono la parte de’ Donati, A 107. - -_Visdomini Cerrettieri_. Intimo del Duca d’Atene, A 230. Scampa al -furore del popolo, 236. - -_Vitelleschi Giovanni_, legato d’Eugenio IV in Firenze. Pratica un -accordo tra Rinaldo degli Albizzi e la Signoria, B 228. Messo dai -Fiorentini in disgrazia del Papa, 264. - -_Vitelli Alessandro_. Chiamato dal cardinale Giulio de’ Medici alla -guardia della sua persona, C 157. Sue imprese nel dominio della -Repubblica, 278, 279. Parte da lui presa alla battaglia di Gavinana, -294. È alla guardia di Firenze, 315, 322. Vince i fuorusciti fiorentini -a Montemurlo, 329. — Ved. _Giramonte_. - -_Vitelli Niccolò_. Soccorso dalla Repubblica contro Sisto IV, B 362. -Rimesso in Città di Castello, 409. - -_Vitelli Paolo_. Mandato dai Fiorentini contro a Piero de’ Medici che -volea tornare in Firenze, C 40. Governa la guerra contro Pisa, 64-67. -Decapitato, 67. - -_Vitelli Vitello_, C 141. Al soldo dei Fiorentini, 175. - -_Vitelli Vitellozzo_. Scampa alla sorte toccata a Paolo suo fratello, C -67. Reca danni ai Fiorentini in Pisa, 74. Occupa alcuni luoghi del loro -dominio, 77. - -_Viterbo_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A 326. - -_Vittore II_. Tiene un Concilio in Firenze, ove muore, A 8. - -_Viviano_ (_ser_). Un suo figliuolo è privato degli uffici, B 283. -Notaro delle Riformagioni, 506. - -_Volognano_ (_Signori di_), A 130. - -_Volpi Bartolommeo_. Riforma con Paolo da Castro gli Statuti del -Comune, B 145. - -_Volterra_. Invasa dai Fiorentini che vi riformano il governo, A 39. In -lega con essi, 47, 67, 150. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, -230. Torna in signoria dei Belforti, 237. Si dà a Carlo IV, 269. Viene -in potere della Repubblica, 302. Le si ribella per cagione del Catasto, -B 183, 184. Torna all’ubbidienza, 185. Vi si scuopre un trattato, 201. -Di nuovo ribellatasi, è risottomessa e posta a sacco, 358, 359. Si dà -a Clemente VII durante l’assedio di Firenze, C 278. Ricuperata e difesa -dal Ferruccio, 279-282. Presso che deserta al cadere della Repubblica, -311. - -_Volterra_ (_Vescovo di_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, -A 230. - -_Volterra_ (_da_) _Antonio_. Entra nella Congiura de’ Pazzi e parte che -vi prende, B 372, 373. Sua fine, 377. - -_Volterra_ (_da_) _Giusto_. Ribella quella città ai Fiorentini, B 184. -Sua morte, 185. - - -Z. - -_Zabarella Francesco_. Lettore di teologia nello Studio Fiorentino, B -234. Vescovo di Firenze e Cardinale, ivi. - -_Zaccaria_ (_fra_), domenicano. Predica in Firenze, C 266. - -_Zagonara_. Vi è disfatto l’esercito della Repubblica, B 158. - -_Zanobi_ (_San_). Vescovo di Firenze, A 3. Sua arca in Santa Maria del -Fiore, B 244. - -_Zecca_ (_Signori della_). Loro ufficio, A 385. Vanno a offerta a San -Giovanni, il giorno di quel Santo, B 533. - - - - -NOTE: - - -[1] FABRONI, _Vita di Lorenzo_. - -[2] _Istorie della città di Firenze_ di IACOPO NARDI. — GUICCIARDINI, -_Storia di Firenze_. - -[3] GUICCIARDINI, _Del Reggimento di Firenze_, Discorso I, pag. 46. - -[4] «La Regia Maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati, -che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni, -nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per -degenerare in questo dalli modi loro. — Mi perdoni se io non accetto -quello che Lei mi dà; — e se pure Lei vuole beneficarmi, degni farlo -ordinariamente in quel che li pare costì, con gli miei del Banco, ec. -— Gli Stati dia la Maestà sua a quelli che ne sono più degni. — Io -non sono degno di sì gran cose, nè voglio esser Barone; nè mi pare il -bisogno di sua Maestà, perchè così privato li sarò più onorevole e più -utile servitore.» (Lettera di Piero dei Medici a Dionigi Pucci, oratore -a Napoli. _Archivio Storico Ital._, tomo I, pag. 347.) - -[5] Un politico di dozzina, dopo di avere tacciata di simonia quella -elezione, aggiunge: «era uomo di animo grande e borioso e liberale, -e fu reputata buona elezione per onore e reputazione della Chiesa -romana.» (_Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, pag. 150.) - -[6] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I. - -[7] _Mémoires de_ COMINES, lib. V. - -[8] NARDI, _Storie_. — GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_. — CERRETANI, -_Storie_, manoscritto. - -[9] _Mémoires de_ COMINES, lib. VII, cap. 5. — Abbiamo manoscritte -l’Istruzione e le Missive dei Dieci di Balìa in questa Legazione di -Piero Capponi in Francia. Pubblichiamo (_Appendice_, Nº I) quella sola -lettera che abbia qualche istorica importanza. - -[10] MALIPIERO, _Annali Veneti, Archivio Storico Italiano_, tomo VII, -part. I, pag. 328. - -[11] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I. - -[12] NARDI, _Storie_, lib. I. - -[13] La sopraccitata lettera di Piero de’ Medici, ch’è dei 6 maggio -1494, contiene tra le altre queste parole: «Nè per mia cagione toglia -Sua Maestà al Conte di Caiazzo lo stato suo: perchè questo deserviria a -quel fine che intendiamo, di fare prova di riducere in fede il signor -Lodovico: donde noi abbiamo lettere che sono alquanto migliori che -l’usato, e contengono in substantia, che in queste cose di Francia -opererà quanto bene saprà.» - -[14] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I. - -[15] Abbiamo copia dell’_Istruzione e lettera di credenza_ a questi -Ambasciatori. — Vedi _Appendice_ Nº II. - -[16] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — NARDI, _Storie Fiorentine_. — -CERRETANI, manoscritto. - -[17] GUICCIARDINI, _Storie_. — _Memoriale_ di GIOVANNI PORTOVENERI e -_Ricordi_ di Ser PERIZZOLO da Pisa. (_Archivio Storico Ital._, vol. VI, -part. II, Sez. 2.) - -[18] Il Re aveva chiesto desinare una mattina in Palazzo, e che per -questo se ne portassero via le armi: del che si turbarono le menti dei -cittadini; e le armi tratte fuori della Porta, rimisero poi la notte -per le finestre. Il Re fece intendere non voler più ire a Palazzo a -desinare. (CERRETANI, _Storie_ manoscritte.) - -[19] NARDI, _Storie Fiorentine_. — GUICCIARDINI, _Storia di Firenze -e d’Italia_. — CERRETANI, manoscritto. — MACHIAVELLI, _Decennali_. -— I capitoli d’accordo, abbiamo pubblicati nel tomo I dell’_Archivio -Storico Italiano_, pag. 348. - -[20] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II. - -[21] Questo apparisce anche dalle lettere dei Dieci a Francesco -Soderini vescovo di Volterra, e a Neri Capponi fratello di Piero, i -quali com’era stipulato accompagnarono il Re nell’andata e nel ritorno -da Napoli. In queste lettere sono lagnanze continue e pratiche circa le -cose di Pisa; ma perchè negli Archivi non sono altro che le missive dei -Dieci, poco vi ha di concernente la guerra di Napoli. - -[22] _Cronache Pisane_ (_Archivio Storico_ ec.). - -[23] NARDI, _Storie_. — GUICCIARDINI, _Storie_, lib. II. — AMMIRATO. - -[24] GUICCIARDINI, lib. II. — _Mémoires_ de COMINES. - -[25] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II. - -[26] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XII. — NARDI, _Storia -Fior_., lib. I. — _Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI. - -[27] Lettera di Fra Girolamo al padre, del 25 aprile 1475, pubblicata -da molti. - -[28] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XII. - -[29] SAVONAROLA, _In poeticen apologeticus_, nel Libro _De divisione -omnium scientiarum_; e molte sue Prediche. — VILLARI, _Storia di -Girolamo Savonarola_, lib. III, cap. 6. — Notizie tratte dall’_Archivio -delle Riformagioni_. — P. VINCENZIO MARCHESE, _Storia del Convento di -San Marco_; ed altre pubblicazioni relative a Fra Girolamo. - -[30] Lettera latina del Poliziano intorno alla morte di Lorenzo -(FABRONI dentro al testo della _Vita_ di questo). Ma le parole che, -stando al Burlamacchi, sarebbero corse tra essi due, non teniamo noi -per vere. - -[31] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — VILLARI, _Storia di Girolamo -Savonarola_, lib. I, cap. X. - -[32] GIANNOTTI, _Della Repubblica Fiorentina_. — GUICCIARDINI, _Storia -Fiorentina_. — VILLARI, _Storia di Girolamo Savonarola_, lib. II, cap. -5. — Documenti dell’_Archivio delle Riformagioni_, e luoghi vari di -Prediche. - -[33] BURLAMACCHI, _Vita di Fra Girolamo Savonarola_. — NARDI, -_Storie Fiorentine_. — CERRETANI, _Storie_ MS. — AQUARONE, _Vita del -Savonarola. — Canzone di un Piagnone sul Bruciamento delle Vanità_: -aggiuntavi la descrizione del Bruciamento, scrittura di GIROLAMO -BENIVIENI (edizione procurata dal conte Carlo Capponi, Firenze). Parla -il Carnevale cacciato da Firenze e caramente accolto in Roma. — Intorno -ai fatti del Savonarola molti Documenti stanno nella pregevole Vita di -lui che ne scrisse in Francia il professor Perrens, 1853. - -[34] MACHIAVELLI, _Frammenti Storici_. - -[35] Abbiamo le Missive della Repubblica a Neri Capponi, fratello di -Piero, che andato col Re a Napoli, rimase seco ambasciatore quando -egli fu tornato in Francia: ma il trattato col Re fu conchiuso da -Guid’Antonio Vespucci, che fu inviato a questo fine. - -[36] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II. — NARDI, _Stor. Fior_., -lib. I. — La lunga guerra dei Fiorentini contro Pisa viene minutamente -narrata nel _Memoriale_ di GIOVANNI PORTOVENERI e nei _Ricordi_ di Ser -PERIZZOLO, pisani. (_Archiv. Stor. Ital._, tomo VI.) - -[37] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. III. — _Stor. Fior_., cap. -XIV. — NARDI, _Stor. di Fir._, lib. II. - -[38] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. - -[39] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. XV. - -[40] Abbiamo per tutti questi anni le lettere dei residenti pel Duca di -Milano qui ed a Bologna, piene di animosità feroce contro quel Governo -e contro il Frate, del quale si ordiva per ogni modo la perdizione. -(_Archiv. Stor. Ital._, tomo XVIII.) - -[41] GUICCIARDINI. — MACHIAVELLI, _Frammenti Storici_. — NARDI. — -AMMIRATO. - -[42] IACOPO PITTI, _Stor. Fior_. (_Archiv. Stor. Ital_., tomo I.) — -CERRETANI. — NARDI. — _Istorie_ di GIOVANNI CAMBI (_Deliz. Erud._, tomo -XXI). - -[43] Lettere citate dei Residenti Milanesi. - -[44] _Nuovi Documenti intorno a Fra Girolamo_. (_Arch. St. It._, tomo -III, 1866.) - -[45] Lettere sopraccitate dei Residenti Milanesi. - -[46] _Audientia_ dei 30 marzo 1498. (_Archiv. Stor._, tomo III, 1866.) - -[47] Tutti gli Storici; ed altre Scritture citate dal Villari. — -_Cedrus Libani,_ Vita del Savonarola in terza rima di Fra Benedetto da -Firenze. (_Archiv. Stor. Ital._, 1849). L’autore, giovane di fantasia -calda, entrò in Convento per devozione a Fra Girolamo; scrisse più -tardi in prigione quello ed altri libri; aveva sull’anima l’avere forse -commesso omicidio combattendo la notte in San Marco. - -[48] NARDI, _Storia_, in fine del lib. II. - -[49] Esami di Fra Girolamo, di Fra Domenico e di Fra Silvestro: questi -si trova essere stato confessore di Piero Capponi, intorno a cui -nella _Esamina_ stampata di Fra Girolamo sono alcune oscure parole. -Si aggiungano gli esami di Fra Roberto degli Ubaldini da Gagliano, di -Fra Francesco dei Medici e di Fra Luca della Robbia. Non fu esaminato -Fra Malatesta Sacromoro, che nel Convento scrivono facesse la parte -di Giuda. Le deposizioni d’Andrea Cambini più ch’altro risguardano -Francesco Valori, di cui fu amicissimo. - -[50] La Vita di Fra Girolamo fu scritta dai suoi molto devoti Giovan -Francesco Pico della Mirandola e Fra Pacifico Burlamacchi, lucchese, -che aveva avuto da lui l’abito di san Domenico: queste e le scritture -di Fra Benedetto da Firenze talvolta s’assomigliano a leggenda. In -Francia il Padre Quétif pubblicava con illustrazioni l’opera del Pico, -e in Italia due altri Domenicani Barsanti e Di Poggio ampliarono -la notizia della Vita del Savonarola, intorno a cui pubblicarono -documenti. Questi oggi crebbero in assai gran numero, facendo seguito -alle Vite che ne scrissero, in Francia il professor Perrens, ed in -Italia con maggior pienezza d’ogni altro il professor Pasquale Villari, -— Molti documenti abbiamo pure nelle pregevoli scritture del Padre -Vincenzio Marchese e nei volumi già da noi citati dell’_Archivio -Storico Italiano_. - -[51] CAMBI, _Storie_, pag. 128. (_Deliz. Erud_., tomo XXI.) - -[52] Fra questi ne duole dovere contare il buon Marsilio Ficino, antico -seguace del Savonarola; ma era canonico del Duomo, ed ora vicino al -termine della vita dovette purgarsi in faccia al Capitolo. - -[53] «D’un tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza,» (MACHIAVELLI, -_Discorsi_.) — _Mémoires de_ COMINES in più luoghi. — Il Guicciardini -nell’_Istoria di Firenze_, cap. XVII, esalta in Fra Girolamo la -virtù, l’ingegno, il grande possesso della filosofia e della Bibbia, e -l’eccellenza nella predicazione; lo chiama nettissimo nella dottrina -e nella vita, riformatore efficacissimo dei costumi, benemerito -soprattutto della città che da lui può dirsi che fosse salvata quando -ebbe a farsi lo Stato nuovo. Propone il dubbio se fosse Profeta mandato -da Dio, e in lui non trovando nè vizio nè colpa, tranne l’orgoglio, -conchiude infine: «S’egli fu buono, abbiamo veduto ai tempi nostri -un grande profeta; se fu cattivo, un uomo grandissimo che seppe tanti -anni simulare una tanta cosa senza essere mai scoperto in una falsità.» -Questo nella prima opera giovanile: in quella scritta più anni dopo -non pone quanto a sè il caso della simulazione, non ha contro lui -parola severa; dice, avere il processo rimosso via ogni calunnia che -egli si muovesse per fine maligno: aggiungendo solamente, che molti lo -reputarono ingannatore, molti lo assolverono, e la confessione di lui -credettero fabbricata. — GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. III, -cap. VI. - -[54] _Officio_ pel Savonarola, con Prefazione di Cesare Guasti; -Firenze, 1863. - -[55] Il _Memoriale_ del PORTOVENERI (_Archivio Storico Italiano,_ tomo -VI) contiene ragguagli molto circostanziati dello spavento dei Pisani, -e poi della difesa popolare, e dei guadagni da essi fatti per la -fuga dei Fiorentini. — Vedi anche la _Cronica_ che segue di Scrittore -anonimo. - -[56] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, tomo III, cap. 18, 19, 20. — -NARDI, _Storie_, lib. III, in fine. - -[57] CORIO, _Storia di Milano_, in fine. — GUICCIARDINI, _Storia -d’Italia_, lib. IV. - -[58] _Documenti di Storia italiana_ editi dal MOLINI, tomo I, pag. 32. - -[59] _Cronaca francese_ citata dal SISMONDI, _Repub. Ital._, cap. 160. -— _Memoriale_ del PORTOVENERI, pag. 350 e seg. - -[60] Legazione di Francesco Della Casa e Niccolò Machiavelli in Francia -l’anno 1500. - -[61] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. IV. - -[62] NARDI. — CAMBI. — GREGOROVIUS, _Vita di Lucrezia Borgia_. - -[63] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_. — _Storie_ di GIOVANNI CAMBI. — -CERRETANI, _Storie manoscritte_. - -[64] GUICCIARDINI. — NARDI. - -[65] CAMBI, _Storie_, pag. 169. - -[66] GUICCIARDINI. — CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — Dispacci di -Pietro Ardinghelli, _Archivio Storico Italiano_, tomo XIX. - -[67] ARDINGHELLI, Dispacci sopracitati. - -[68] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, cap. 26. - -[69] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — MACHIAVELLI, _Legazione al Duca -Valentino_. - -[70] GUICCIARDINI, _Due discorsi circa il mantenere la legge delle più -fave, o fare vincere i partiti per la metà più uno_. (Op. ined., tomo -II, pag. 237.) - -[71] GUICCIARDINI, _Stor. Fior_., cap. 25. - -[72] NARDI, _Storie_. - -[73] CERRETANI, _Storie manoscritte_. - -[74] GUICCIARDINI, _Dialogo Del Reggimento di Firenze_. (_Op. ined_., -tomo II.) — GIANNOTTI, _Della Repub. Fior._, lib. III. — CAMBI, -_Storie_. — RINUCCINI, _Ricordi_. — AMMIRATO, _Storie_. - -[75] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_ e _Storia d’Italia_. - -[76] GUICCIARDINI. — NARDI. — CERRETANI. - -[77] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze. — Archivio Storico Italiano_, -tomo XV. — _Scritti inediti del Machiavelli_, stampati dal CANESTRINI, -1857. - -[78] MACHIAVELLI, Legazione a Bologna. - -[79] GUICCIARDINI. — Legazione di Francesco Gualterotti e Iacopo -Salviati ambasciatori fiorentini a Napoli; manoscritta appresso di noi. - -[80] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. VII. - -[81] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_. — NARDI. — CERRETANI. — -Legazione in Allemagna di Francesco Vettori e Niccolò Machiavelli. — -_Storia Fiorentina_ di IACOPO PITTI. - -[82] «Dissero che quel popolo Pisano era contento fare tutto quello che -volevano Vostre Signorie, purchè avessero sicurtà della vita, della -roba e dell’onor loro. — Risposi, che avevano a dire che sicurtà, se -volevano che io rispondessi; perchè Vostre Signorie volevano da loro -ubbidienza, nè si curavano di loro vita, nè di loro roba, nè di loro -onore.» (Lettera del Machiavelli, tomo VII delle _Opere_, pag. 249.) - -[83] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — Fine dell’_Istoria Fiorentina_ -di FRANCESCO GUICCIARDINI e delle _Cronache Pisane_. - -[84] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — _De Libertate Civitatis -Florentiæ ejusque Dominii_, pag. 94 (s. d., 1722). — _Notizia della -vera Libertà Fiorentina_ (s. d., 1724), in-folio, tomo II, c. XVI. - -[85] Vedi le Memorie di Bayard che ordinò l’agguato. - -[86] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — Terza e quarta Legazione del -Machiavelli in Francia, e ragguagli da Mantova e da Verona. - -[87] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — GUICCIARDINI. — NARDI. — -Commissione del Machiavelli in Pisa al Concilio. - -[88] Racconto del fatto di Brescia, scritto da GIAN GIACOMO MARTINENGO -che vi fu dentro, pubblicato da CARLO ROSMINI con la _Storia di -Milano_. - -[89] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia. — Diario_ di BIAGIO BONACCORSI. - -[90] NARDI. — CERRETANI. — AMMIRATO, an. 1510. - -[91] MIGLIORE, _Firenze Illustrata_, pag. 466. - -[92] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. VIII, e sua Legazione in -Spagna, di molto valore per le cose di quel regno. È da vedere come -Ferdinando si destreggiasse col gran Capitano, che egli diceva sempre -fintamente volere rinviare con un altro esercito in Italia. - -[93] CERRETANI, Storie manoscritte. - -[94] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. 29. — NARDI, _Storia -Fiorentina_. - -[95] _Vita di Filippo Strozzi il Seniore_, scritta da Lorenzo suo -secondo figlio. - -[96] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. 32. — Cambi, Storie, pag. -223. - -[97] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — NARDI. — _Storia_ di IACOPO -PITTI, lib. II. - -[98] FILIPPO DE’ NERLI, _Commentarii dei Fatti civili di Firenze_. - -[99] _Tre Relazioni del Sacco di Prato_. (_Archivio Storico Italiano_, -tomo I.) — _Ricordi_ di ANDREA BOCCHINERI di Prato. (_Archivio Storico -Italiano, Appendice_ I.) - -[100] NARDI, lib. V. — _Storia d’Italia dal 1511 al 1527_ di FRANCESCO -VETTORI. (_Archivio Storico, Appendice_ VI.) — GUICCIARDINI, _Storia -d’Italia_, lib. X. — _Storia Fiorentina_ di IACOPO PITTI. — AMMIRATO, -lib. XXVIII. - -[101] Tre Pareri di Francesco Guicciardini intorno al Governo di -Firenze; an. 1512 e 1516. (Opere Inedite, tomo II.) - -[102] _Narrazione del Caso di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino -Capponi scritta da Luca della Robbia l’anno 1513_. (_Archivio Storico -Italiano_, tomo I; e poi ristampata.) - -[103] Fu celebre il fatto di quell’agente traditore di Giulio II -in Inghilterra, narrato da Erasmo e dal Montaigne. Di cotest’uomo è -una lettera tra’ _Documenti_ del Molini (tomo I, pag. 57); e a lui -dall’Hume nelle _Istorie d’Inghilterra_ è dato il nome di Buonaviso, -che io credo non bene trascritto. - -[104] BANDELLO, Lettera premessa alla Novella X, Parte terza. - -[105] ARIOSTO, _Satire_. - -[106] GIOVIO, _Vita di Leone X_. — TIRABOSCHI, tomo VII in più luoghi. - -[107] RAZZI, _Vita di Pier Soderini_, con Documenti, a pag. 127 -(Padova, 1737). - -[108] Abbiamo trascritto qui molte parole dell’Istoria di Jacopo Pitti, -severo amatore della Repubblica, che non aveva egli veduta presente. - -[109] NARDI, _Storie Fiorentine_, lib. VI. - -[110] CAMBI, an. 1513. — NARDI, _Storia_. — NERLI, _Commentari_. — -_Storia_ d’JACOPO PITTI. - -[111] PRATO, _Storia di Milano_. (_Archivio Storico Italiano_, tomo -III.) - -[112] _Documenti_ editi dal MOLINI, tomo I, pag. 66. - -[113] Ved. Lettere del Vescovo di Tricarico. (_Archivio Storico -Italiano_, Appendice I, pag. 306.) - -[114] La parte del _Copialettere_ di Goro Gheri che riguarda il governo -di Piacenza è pubblicata nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice -VI. - -[115] _Storia_ di FRANCESCO VETTORI. - -[116] VASARI, _Vita di Andrea del Sarto_. - -[117] Galliano col titolo di Magnifico è tra’ personaggi del supposto -Dialogo nel libro del _Cortegiano_ di Baldassarre Castiglione. - -[118] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XIII. — _Storia_ di -FRANCESCO VETTORI. (_Archivio Storico Italiano_, Appendice VI.) -_Copialettere_ manoscritto di Goro Gheri. - -[119] MALAVOLTI, _Storia di Siena_. - -[120] Questi fatti, che si hanno dal Giovio, sono ampiamente descritti -nelle Cronache della Città di Fermo per quello risguarda i casi e la -morte di Lodovico nipote di Oliverotto, stato tiranno di quella città. -(_Cronache della città di Fermo_, di Paolo Montani e di un Anonimo, -pubblicate da Gaetano de Minicis. _Documenti di Storia Italiana_, tomo -IV.) - -[121] Intorno al Duca Lorenzo e allo Stato della Repubblica di Firenze -è da vedere il Sommario della Relazione di Marino Giorgi ambasciatore a -Roma, an. 1517. (_Relazioni Venete_, Serie II, vol. III.) - -[122] Possediamo il suo _Copialettere_ in quattro molto grossi volumi -dall’anno 1515 a subito dopo la morte del Duca Lorenzo nel maggio 1519. -Vi sono trattate giorno per giorno e molto a minuto le cose di quegli -anni ed i pensieri più intimi dei ministri del Papa. Di quei volumi -si potrebbe fare un estratto di qualche lume, oltrechè per l’istoria -generale, per quella interiore della città di Firenze e della Casa dei -Medici, anche per cose private non di rado risguardanti la Storia delle -Arti. - -[123] GUICCIARDINI, _Opere Inedite_, vol. II, pag. 325. - -[124] Nelle lettere del Gheri abbiamo la data certa della nascita di -Caterina de’ Medici, che fu a’ 13 aprile, essendo poi la madre morta il -28 dello stesso mese. - -[125] NARDI, GAMBI, NERLI, PITTI, AMMIRATO. — Ved. anche le Istruzioni -date in nome del Papa a Lorenzo de’ Medici quando venne al governo di -Firenze. (_Archivio Storico Italiano_, Appendice I, pag. 299.) - -[126] Lo abbiamo noi primi pubblicato nel primo volume dell’_Archivio -Storico Italiano_, da una copia di antica scrittura ch’era tra le carte -di Goro Gheri, uomo del Papa: riproduciamo il documento in questo -volume (_Appendice_ Nº III). Ma il bello si è che in questo nostro -Archivio di Stato è una Capitolazione tra il Re di Francia e il Papa, -originale de’ 20 gennaio 1519, tre giorni dopo alla data del Trattato -con Carlo V. Daremo i documenti e la storia di tutto questo doppio e -strano giuoco nella stessa _Appendice_ Nº III. - -[127] _Diario_ di PARIDE DE GRASSI, manoscritto appresso di noi. - -[128] GUCCIARDINI, tomo III, lib. XIV. - -[129] _Diario_ di PARIDE DE GRASSI. - -[130] Atti del Conclave di Adriano VI. Manoscritto presso di noi. - -[131] AMMIRATO, lib. XXIX. - -[132] MACHIAVELLI, _Opere. — Archivio Storico Italiano_, tomo I. - -[133] _Storia_ d’JACOPO PITTI. — NERLI, _Commentari_. — NARDI. — -_Giornale storico degli Archivi Toscani_, vol. III. - -[134] È sotto forma d’Istruzione ai tre Cardinali che a lui andavano in -Ispagna: noi l’abbiamo manoscritta, ed è atto di molta importanza nella -Storia del Pontificato. - -[135] Vedi il Capitolo del Berni contro a Papa Adriano. - -[136] Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore a Papa Adriano, -(_Relazioni Venete_, Serie II, vol. III, pag. 65.) - -[137] Viaggio degli Oratori Veneti a Roma (1523). _Relazioni Venete_, -Serie II, vol. III, pag. 74. - -[138] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XV. - -[139] GIOVIO, _Vita di Pompeo Colonna_. - -[140] - - «Ecce iterum e summo dilapsam culmine Romam - Pompeii et Julii mens furiosa premit. - Brute pium, Photine pium nunc stringite ferrum etc.» - -[141] Conclave di Clemente VII, Manoscritto presso di noi. - -[142] - - «. . . . . . . . . . Chi avesse - Detto a Lorenzo e al Duca di Nemorse, - Al Cardinal de’ Rossi et al Bibiena, - A cui meglio era esser rimaso a Torse; - E detto a Contessina e a Maddalena, - Alla Nuora, alla Suocera et a tutta - Quella famiglia d’allegrezza piena: - Tutti morrete ec.» — ARIOSTO, _Satira_ VII. - -Il cardinale de’ Rossi era figlio d’una sorella non legittima di -Lorenzo. - -[143] Goro Gheri nel Memoriale mandato al Papa e che sta in fine -del Copialettere, voleva persino maritare Ippolito alla Duchessina -Caterina, allora in fascie, ma che aveva diecimila scudi d’entrata -all’anno. - -[144] NERLI, _Commentari_. — NARDI, _Storie_, lib. VII. — CAMBI, -_Storie_. — PITTI IACOPO, lib. II. — AMMIRATO, lib. XXIX. - -[145] BURIGOZZO, _Storia di Milano_. (_Archiv. Stor. Italiano_, tomo -III.) - -[146] GUICCIARDINI, lib. XVI. - -[147] VETTORI, _Storia d’Italia_. - -[148] CAMBI, _Storie_. - -[149] Vedi in molti luoghi la Cronaca del BURIGOZZO milanese. - -[150] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XVI. - -[151] VARCHI. — NARDI. — Vedi anche le _Lettere_ del Machiavelli che fu -adoprato nella direzione di quelle opere. - -[152] FRANCESCO VETTORI, _Storia d’Italia_. - -[153] «Pochi dì fa si diceva per Firenze che il signor Giovanni -de’ Medici rizzava una bandiera di ventura per far guerra dove gli -venisse meglio. Questa voce mi destò l’animo in pensare che il popolo -dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi che fra -gli Italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano più volentieri -dietro, nè di chi gli Spagnuoli più dubitino, e stimino più. -Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran -concetti, pigliatore di gran partiti ec.» (Lettera del Machiavelli al -Guicciardini, 15 marzo 1526.) — Giovanni è sepolto ne’ sotterranei di -San Lorenzo con gli altri di Casa Medici; ma in San Giorgio di Mantova -è questa bella iscrizione: Johannes Medicee — _Qui ad Mincium tormento -ictus — Italiae fato magis quam suo cecidit anno 1526_. - -[154] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, e _Lettere_ scritte in quella -Luogotenenza, che formano il tomo IV e V delle Opere inedite; è come un -giornale di somma importanza. - -[155] Fine dell’_Istoria_ di FRANCESCO VETTORI. - -[156] Lettera dedicatoria al libro del _Principe_. - -[157] VARCHI, _Storia_, lib. II. — NARDI, _Storia_, lib. VIII. — NERLI, -_Commentarii_, lib. VII. — SEGNI, _Vita di Niccolò Capponi_. — PITTI, -_Storia_. - -[158] «Si ebbe a pagare in 9 mesi 220 mila fiorini d’oro in oro, e -toccò a pagare a forse circa poste 1200, e le poste che sopportano -le gravezze sono poste 9000 o più; che non si fece mai a Firenze una -simile crudeltà.» (CAMBI, _Stor. Fior._, tomo II, pag. 294, 301.) - -[159] Lettere del Guicciardini, _Opere inedite_. - -[160] Il Vasari e Francesco Salviati (_Vita_ di questo, scritta dal -primo), giovani pittori, raccolsero i pezzi di quel braccio e gli -custodirono. - -[161] VARCHI, _Storie_. — NERLI. — AMMIRATO, lib. XXX. — BUSINI, -Lettera II. - -[162] Ved. CAMBI, in più luoghi del tomo XXIII. - -[163] Lettera del Machiavelli al Guicciardini, anno 1525. - -[164] BUSINI, Lettera II. - -[165] VARCHI. — PITTI. — BUSINI. - -[166] NERLI, pag. 166. — VARCHI, lib. VIII. — Abbiamo uno scritto di -Francesco Guicciardini contro la Decima Scalata, _Opere inedite_, tomo -X. - -[167] Intorno alla Legge intricatissima della Quarantìa, vedi quello -che scrissero lungamente il Varchi e il Pitti. - -[168] BUSINI, Lettera VI, pag. 54. - -[169] CAMBI, _Storie_. - -[170] _Documenti di Storia Italiana_ editi dal MOLINI, tomo II, pag. 84. - -[171] _Documenti di Storia Italiana_ editi dal MOLINI, tomo II, pag. -26-60. - -[172] PITTI, _Storie_, 172. — SEGNI, _Vita di Niccolò Capponi_. - -[173] BUSINI, Lettera V. - -[174] BUSINI, Lettera III. — CAMBI, pag. 41. - -[175] VARCHI. — NARDI. — BUSINI, Lettera VI e VII. — SEGNI, _Stor. -Fior._, lib. II. — Relazioni di FRANCESCO FOSCARI e ANTONIO SURIANO -ambasciatori Veneti in Firenze. (_Relaz. Ambasc. Ven._, tomo II e XI.) - -[176] Lettera da Genova dei 17 dicembre 1528, nella Legazione di -Baldassarre Carducci; manoscritto sincrono appresso di noi. — Le stesse -cose affermò il Doria al Portinari quando tornava d’Inghilterra. — -BUSINI, Lettera X, pag. 93. - -[177] VARCHI, lib. IV. — SEGNI, _Storia_, lib. II. - -[178] Lettere di Baldassarre Carducci ai _Dieci_, dei 17 e 23 giugno; 9 -e 10 luglio. - -[179] Lettere del Carducci, 8, 2, 16, 19, 27 agosto, ultima 2 settembre -da Parigi. — GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. XVII. — VARCHI. — -NERLI. — PITTI. - -[180] Lettera 16 agosto e 2 settembre. - -[181] Istruzioni e Lettere agli Ambasciatori che andarono a Genova -(Archiv. di Stato, e in copia presso di noi). «Nostra intenzione è di -non avere a trattare cosa alcuna col Papa; ma vogliamo che Sua Maestà -sia quella che ascolti e giudichi ogni nostra differenza, pensando che -Ella sia venuta per conservare i popoli e non per distruggerli, come -farebbe se cercasse di ridurre le città d’Italia sotto le tiranniche -servitù.» (Lettera dei 26 agosto.) - -[182] VARCHI. — PITTI. — NERLI. Sono da vedere ancora le Lettere dì -Carlo Capello ambasciatore in Firenze. (_Relaz. Ven._, tomo II, pag. -214.) - -[183] VARCHI, lib. IX. — NERLI, lib. IX. — BUSINI, Lettere. — SEGNI, -_Storia_, lib. III, e _Vita di Niccolò Capponi_. — AMMIRATO, lib. XXIX. - -[184] VARCHI, _Storie_, lib. IX e X. - -[185] CAPELLO, Lettere dei 14 e 16 luglio, 4, 13, 17 settembre, ed -altre. - -[186] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. XIX, cap. 6. — VARCHI, lib. X. - -[187] VARCHI, lib. X. - -[188] SEGNI, _Storia_. — CAPELLO, Lettere. - -[189] Abbiamo di questa lettera, che il Portinari scrisse ai 22 di -settembre, la copia nel Codice 313 appresso di noi. - -[190] VARCHI, lib. X. — Lettere di Rosso Buondelmonti dal 13 al 30 -settembre 1529. Vedi _Appendice_ Nº IV. - -[191] VARCHI, lib. X. — SEGNI, lib. III. - -[192] Il Varchi descrive minutamente come si componessero questa sorta -di Pratiche, nelle quali s’intendeva raccogliere i voti liberi della -intera cittadinanza fiorentina. - -[193] CAPELLO, Lettera de’ 29 settembre, e altrove. — VARCHI, lib. X. — -_Fine dell’Istoria d’_IACOPO PITTI. - -[194] VARCHI, e con altri il PAOLI, il quale scriveva sul suo -_Priorista_, in ogni bimestre, i fatti avvenuti dentro quel tempo. - -[195] VARCHI, lib. IX e X. — SEGNI, lib. III. — NERLI, lib. IX. — -CAPELLO, Lettera 26 dicembre. - -[196] «Nè minore diligenza si usa di acquistarsi col divin culto il -favore di nostro Signore Iddio, con digiuni, comunioni, processioni -generalmente di ognuno e di quelli della milizia istessa; cosa -certamente a questi tempi meravigliosa da udire non che da vedere, -le armi congiunte con la pietà e timor di Dio. Nella terra non si -sente mancamento rumore, nè disordine alcuno. Il danaro si mantiene -abbondante, ed a questi giorni fu per il pubblico, tra gli altri, -venduto il palazzo e podere nel quale alloggia ora il Principe, e ne -fu ritrovato la valuta come si sarìa fatto nei tempi felici.» (CAPELLO, -Lettera de’ 29 ottobre.) - -[197] BUSINI, Lettera XIII. - -[198] _Commentari nella Vita di Michelangelo Buonarroti_ (VASARI, tomo -XII). — NARDI, _Storie_, lib. VIII. — Mentre era in torchio questa -seconda edizione, venne in luce la _Vita di Michelangelo Buonarroti_, -opera dell’amico nostro signor AURELIO GOTTI, corredata di lettere -e documenti, tra’ quali ve n’ha che risguardano a questa fuga di -Michelangelo. È notabile una lettera di questi a Giovanni Battista -Della Palla dove egli racconta misteriosamente di un tale che venne -a esercitare sopra di lui qualcosa più della persuasione perchè egli -fuggisse, giugnendo perfino a una sorta di violenza. Chi fosse l’ignoto -Michelangelo non volle dire; infine aggiugne: «o Dio o il diavolo, -quello che si sia stato non lo so.» Intorno a questo mistero faccia -ognuno le congetture che vuole, noi dichiariamo non averne alcuna che -sia probabile più d’un’altra. Questo medesimo Giovanni Battista dipoi -faceva con un’altra lettera a Michelangelo grande pressa perchè egli -tornasse, e gli andò incontro fino a Lucca per assicurarsi che non -mutasse pensiero; scriveva in nome anche d’altri cittadini, e tale -certo era il desiderio dei migliori e dei più autorevoli. — Vedi altre -Lettere. - -[199] Lettere alla Signoria di Venezia, 24, 25, 29 settembre, e 6 -ottobre. - -[200] _Priorista_ del PAOLI. _Continuazione dei Ricordi Rinuccini_; -Firenze, 1840. - -[201] CAPELLO, Lettera de’ 15 ottobre. — VARCHI, lib. X. — PAOLI, -_Priorista_. - -[202] MALAVOLTI, _Storia di Siena_. - -[203] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital_., lib. LIX, cap. 6. — PAOLI, ed -altri. - -[204] VARCHI. — AMMIRATO, lib. XXX. - -[205] SASSETTI, _Vita di Francesco Ferrucci_, e Lettere di questo -ai Dieci, da Prato (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte 2). — Il BUSINI -(Lettera V), dopo avere lodato molto Giovan Battista Soderini, segue -a questo modo: «Nè mai Firenze ebbe sì bella coppia, com’erano egli -e Marco Del Nero; ma il Soderini di più cuore. Di Giovan Battista ne -nacque un ramo, che fu il Ferruccio glorioso, che quanto seppe ebbe da -Giovan Battista, perchè cominciò a praticar seco quando era giovine -di 15 anni, e lo seguitò sempre fuori, e fu pagatore a Napoli.» — V. -GIANNOTTI, Lettera intorno al Ferrucci (tomo I delle _Opere_; Firenze, -1850). - -[206] Vedi le Lettere degli 11 novembre e 13 dicembre ed altre. Nella -prima narra il fatto di San Miniato così brevemente: «Ieri mattina -un’ora avanti giorno si andò alla volta di San Miniato, e giunti -lì, si dette l’assalto da due bande e vi si entrò. E riducendosi -gli uomini della terra nella Fortezza, difendendosi gagliardamente, -finalmente combattendo un pezzo, domandarono patti. I patti furono: -ch’e’ dovessino rendere la terra libera e la Fortezza alla Signoria -di Firenze; e io promessi loro di salvare la roba e le persone, e -così si osservò.....» In altre lettere domanda che il Commissario -Spagnolo preso, gli sia lasciato come suo prigione, per averne compenso -ai 350 ducati che gli era costato nella guerra di Napoli il proprio -suo riscatto. Altrove, a proposito della morte dell’Orsini e del -Santacroce, scrive: «Alla guerra non ne nasce, nè bisogna per questo -sbigottirsi; che quando i tre quarti di noi morissimo per non tornare -in servitù, il quarto che resterà sarà tanto glorioso che il resto vi -sarà bene speso.» - -[207] NERLI, lib. X. — VARCHI, lib. XI. — SEGNI, lib. IV. — BUSINI, -Lettera XVI. — CAPELLO, Lettere 3, 12 gennaio e 9 febbraio. - -[208] CAMBI. — PAOLI. — CAPELLO, Lettere. — BUSINI. — VARCHI. - -[209] SEGNI, lib. III. — AMMIRATO, lib. XXX. — BUSINI, Lettere. - -[210] NARDI, lib. IX. — BUSINI, Lett. XVI. - -[211] CAPELLO, Lettera, ultimo di febbraio. - -[212] Vedi intorno a questo Abbattimento una pubblicazione di Carlo -Milanesi (_Archivio Storico Italiano_, Nuova Serie, tomo IV). E le Note -del signor Passerini al Romanzo di _Marietta de’ Ricci_. - -[213] Essendo al Capello morto un Cavallo a lui carissimo, lo faceva -seppellire nei parapetti dell’Arno, fra il Ponte delle Grazie e il -Ponte Vecchio, con una iscrizione latina che ivi si legge tuttora -scolpita nel marmo. - -[214] VARCHI, lib. XI. — BUSINI, Lettere XI, XVIII. - -[215] CAPELLO, Lettere 28 gennaio e ultimo di febbraio. - -[216] «Venant de Boullogne icy, j’ay entendu la force et la foiblesse -des Fleurentins: la premiere pour avoir leur ville bien reparée, assez -gens de guerre, victuailles de pain et chair sallèe pour d’icy à la fin -d’aoust et davantage pour sucres pour satisfaire à leur boire; le coeur -bon et resolus de maintenir leur libertè; la seconde, la puissance du -Camp qu’est à leur porte, avec determinacion de n’en partir sans les -avoir par force a la longue ou par composicion.» — (Lettera del Vescovo -di Tarbes al re Francesco I; da Roma, aprile 1530. _Archivio Storico -Ital._, Appendice, vol. I, pag. 473.) - -[217] «Majs le tout fut si avant debatu qu’il y vint à la fin (il -Papa) et est contant que le tout ainsi se face (così almeno credeva -l’Ambasciatore); dont j’ay esté aussi aise qu’il est possible, tant -pour la conservacion de la ville qui est de tous pointz à vous, que -pour rendre l’Italie necte de telles maniere de gens, et pour la -commodité que vous aurez de faire ce qu’il vous plaira par ce moyen; -car vous serez non seulement comme arbitre, may commanderez à baguette -tant au principal que aux accessoires qui en peuvent deppendre.» -(Lettera citata.) - -[218] «Je lui dys que je no veoys point de necessité de faire gros ne -petit nombre (di Cardinali) en son endroit non voluntaire, luy disant -que supplieroys Sa dicte Sainctété de n’estre mal contente si je luys -en disoys mon advis, non comme vostre ambassadeur ou ministre, mays -comme chrestien, prebstre et evesque, et pur consequent son subget; -ce qu’il me accorda. Et lors je luy dys, que pour l’envye que j’avoys -de luy faire service et que son nom feust perpetué par bienfaictz -comme le lieu qu’il tient le requiert, j’avoys esté merveilleusement -marry de l’entreprinse de Florence et encore plus de la continuacion, -laquelle tout le monde de commune voix appelle obstinacion, et mesmes -les gens de guerre qui sont au camp, les quels publiquement disent -que toutes choses leur sont loysibles puis que le Chef de l’Eglise -leur donne autorité de mal faire; joinct aussi que delà ne luy pouvait -venir sinon despence, fascherye, melencolye, peine et ennuy. Bien -luy confessoys je, qu’il pourroit tirer quatre ou cinq cens mil escuz -faisant la creation surdite des dictz cardinaulx, mays qu’il falloit -qu’il pensast que ce faisant il ruyneroit de tous poinctz l’Eglise; -car oultre ce qu’il donneroit à parler aux lutheriens, il mectroit -une si grande peste au College, que les relicques en seroient d’icy -à cent ans; d’autant que ceulx qui y pretendent sont assez congneuz. -Il me dit que je savoys bien que la chose de ce monde qu’il fesoit le -plus envys estoit de crèer cardinaulx, encores gens de bien, pour la -moltitude qu’y est, et qu’il cognoissoit que ce que luy disoys estoit -toute verité, mays qu’il estoit constrainct pour son honneur de le -faire. Je luy dys qu’il n’y avait honneur ny prouffit, car posé ores -qu’il eust Florence, il l’auroit gastée et du tout ruynée, voyre de -sorte que d’icy a vingt ans il n’en sauroit tirer ung escut, et qu’il y -despendroit tout l’argent que dessus, et davantage, s’il en avoit: que -estoit son estrème oncion, car ce fait il n’avoit plus aucun moyen de -faire argent et seroit homme pour non estre puis après obey comme pape, -ainsi par adventure vilipendé de tous les princes chrestiens et donné -en proye des ses ennemys, despoilleroient l’Eglise de tout ce qu’elle a -maintenant; et que je congnoissoys son sens et son coueur estre telz, -que s’il se veoit là, il seroit contraint de mourir de faim et ennuy -maulgré luy. Il me dist qu’il estoit contant que Florence n’eust jamais -esté, et qu’il ne savoit qu’ilz y pouroient faire; et si je seroys -d’advis qu’il cedast a sept ou huit des plus pouvres de la ville de -Florence qui avoient conduit le peuple à consentir d’estre destrouictz, -etc.» (Lettera citata.) - -[219] MALAVOLTI, _Storia di Siena_. - -[220] FERRUCCI, _Lettere ai Dieci_ dai 21 ai 27 aprile. - -[221] VARCHI, _Storia_; e _Lettere_ del Ferrucci e del Tedaldi, dai 17 -maggio ai 22 giugno, e quella pure dei 6 luglio. - -[222] Il Ferrucci nelle prime lettere mostrava fare molta stima di -Piero Orlandini. Pure il suo nome è tra quelli di _cittadini da provare -et guadagnare a Casa Medici_ fin dall’anno 1519 (_Archiv. Stor._, tomo -I, pag. 320). In quanto a Empoli, scriveva il Ferruccio a’ 21 aprile: -«Qui si lascierà munito di sorte, che se la vigliaccheria non piglia -gli uomini del tutto, ve ne potete rendere sicuri.» E da Volterra, a’ -26 aprile: «Nè mancherò di rimandare a Empoli una banda acciò si renda -più sicuro; ancorchè si truova assettato di sorte, che le donne con le -rocche lo potrien guardare.» - -[223] VARCHI, _Storie_. — CAPELLO, _Lettere_ dei 11 e 20 luglio. — -AMMIRATO, lib. XXX. - -[224] NARDI. - -[225] «Il signor Paolo viene a questa impresa molto volentieri e -aiutaci in tutte le cose gagliardamente; ed è migliorato da qualche -dì in qua in tutti i conti con essi noi: andiamo incatenandolo col -Ferruccio per tutti i versi, e speriamo abbiano a fare buonissimo -composto.» (Lettera dei Commissari di Pisa dei 21 luglio, con quelle -del Ferrucci, pag. 674.) - -[226] Lettera di Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello, -dei 16 luglio, pubblicata con altre che seguono dal signor Eugenio -Albèri; e noi le riproduciamo, con sua licenza, nell’_Appendice_ Nº V. - -[227] Benedetto Varchi, letterato insigne, ma poco buon critico ed -istorico disordinato, avendo in mente un pensiero solo, quello di -mostrare Malatesta essere stato sempre traditore, scrive, contro -all’evidenza della lettera del Gonzaga da lui medesimo pubblicata, -l’Orange e Malatesta essersi abboccati effettivamente in segreto, -dando anche ad intendere le cose tra loro discorse. Nè questo è il -solo luogo del Varchi dove i fatti siano tirati oltre alla propria loro -significazione, come resulta dai molti documenti certi venuti in luce -ai giorni nostri. - -[228] Lettere del Gonzaga de’ 23, 25 luglio e 4 agosto. _Appendice_ Nº -V. - -[229] VARCHI; CAPELLO, _Lettera_ 13 agosto. - -[230] Lettera ultima del Ferrucci da Pescia, 1º agosto, con poscritto -del _due_ da Calamecca. — VARCHI, _Storia_. — GONZAGA, _Lettere_ del 5 -agosto con allegati. — AMMIRATO, lib. XXX. - -[231] LÜNIG, _Codex Italiæ Diplomaticus_, tomo I. — VARCHI, lib. -XI. — BUSINI, _Lettere_ 16, 17. — CAPELLO, Lettera de’ 13 agosto. — -NARDI, SEGNI, NERLI, CAMBI, AMMIRATO, lib. XXX. — PITTI, _Apologia de’ -Cappucci_ (_Archiv. Stor_., tom. IV, pag. 27). - -[232] VARCHI, lib. IX. — BUSINI, _Lettera_ 17 e _Lettera_ 21, pag. 221. - -[233] SEGNI, _Storia_, lib. V. - -[234] Carlo Capello, Ambasciatore veneziano, lasciando Firenze, -scriveva con l’ultima sua lettera dei 13 agosto: «Il signor Malatesta -mi ha due fiate richiesto che io offerisca alla Serenità Vostra ad -ogni servizio suo la persona sua e cinque o seimila fanti eletti. E -veramente come non si può negare che non sieno gente valorose quelle -che si trovano con Sua Signoria, così mi pare superfluo dire del -chiarissimo valore di quella, e quanto sia accorta ed avveduta.» — -Giov. Battista Vermiglioli, uomo benemerito della città sua per molti -suoi studi archeologici e storici, scrisse anche una _Vita di Malatesta -Baglioni_ (Perugia, 1839). In quella si studia difenderlo a spada -tratta, ma veramente nulla aggiunge a cose già note. - -[235] VARCHI, lib. XII. — Abbiamo il rendiconto e il benestare delle -spese passate per mano di Baccio Valori, dal principio della guerra -fino alla partenza degli Spagnoli, che ammontano a ducati 553,286, -soldi sette e due danari, d’oro di Camera, valutati a dieci giuli il -ducato. (_Giornale Storico degli Archivi_ ec., An. 1857, pag. 106.) - -[236] Ultima lettera del Commissario da Pisa, con poscritto dei 14 -agosto, pubblicata con quelle del Ferrucci. - -[237] BUSINI, Lettera 17. - -[238] SEGNI, lib. V, e VARCHI, lib. XII. - -[239] Stanno nell’_Appendice_ dell’_Archivio Storico Italiano_, vol. -IV. App. Ivi, nota 2, anno 1853; pubblicati dal compianto Agostino -Sagredo, che vi aggiungeva una pregevole Prefazione. - -[240] Fra questi i Doni, i Cambi, i Valori e i Guadagni ch’erano -ricchissimi: il castello di Feugerolles, prima posseduto dai Capponi, -passò per eredità nei Conti di questo titolo. Nè occorre dire come -due famosi tribuni francesi, Mirabeau e il Cardinale de Retz, fossero -d’origine fiorentina. - -[241] SEGNI, lib. V. - -[242] VARCHI, SEGNI. - -[243] NERLI, _Commentari_. - -[244] «Cupientes ejusdem Reipublicæ saluti libertati quieti et -tranquillitati optime consultum esse, atque universali Italiae pacem -stabilire nostramque et Romani imperii dignitatem et authoritatem, ut -tenemus, conservare, ne res iterum ad popularem factionem devenire, -et propterea dominium atque libertas dictæ Reipublicæ periclitari et -opprimi valeat; eisdem motu, scientia, animo, consilio, et auctoritate -prædictis, tenore præsentium statuimus, decernimus et declaramus, -volumus et jubemus, ut deinceps perpetuis futuris temporibus -magistratus dictæ reipublicæ eisdem modis et formis eligantur, -disponantur et instituantur quibus ante ejectam ipsam Mediceorum -familiam eligebantur atque instituebantur, utque eadem illustris -ipsa Mediceorum familia et in primis illustris Alexander de Medicis -Dux Civitatis Pennæ, cui nuper illustrem Margaritham filiam nostram -naturalem despondimus; quamdiu vixerit, atque eo e vivis sublato, ejus -filii, hæredes et successores ex suo corpore descendentes masculi, -ordine primogenituræ semper servato; et illis deficientibus, qui -proximior masculus ex ipsa Mediceorum famiilia erit, et sic successive -usque in infinitum, jure primogenituræ servato, sit atque esse debeat -dictas Reipublicæ Florentinæ gubernii, status atque regiminis caput, et -sub ejus præcipua cura et protectione ipsa civitas et Respublica cum -universo ejus Statu et dominio regatur, manuteneatur et conservetur, -et tam ipse illustris Alexander, quam sui prædicti possint et valeant -ac debeant in omnibus supradictis magistratibus qui in præsentia sunt, -et pro tempore, modo quo supra, aut aliis quomodocumque disponentur, -interesse, iisque præesse, ac si his qui pro tempore juxta ordinem, -ut supra, dispositum præesse debebit ad singulos ipsos magistratus -publicis suffragiis tamquam caput electus et designatus foret.» (LÜNIG, -_Codex Italiæ Diplomaticus_, tomo I.) - -[245] NERLI, VARCHI. - -[246] Abbiamo in bella copia manoscritta, fatta fare per uso proprio -da Benedetto Buondelmonti, con gli altri Atti risguardanti quella -mutazione anche il discorso di Palla Rucellai a Carlo V. Vedi -_Appendice_ Nº VI. - -[247] _Discorsi intorno alla Riforma dello Stato di Firenze._ Sono -di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Francesco e di Luigi -Guicciardini. (_Archivio Storico_, tomo I.) - -[248] VETTORI, ivi, pag. 738. - -[249] VETTORI, (_Archivio Storico_, tomo I), pag. 437. - -[250] VARCHI, SEGNI. - -[251] NERLI, pag. 261-62. - -[252] Manoscritto citato di BENEDETTO BUONDELMONTI. - -[253] Furono infino a lui 1372 Gonfalonieri, il quale ufficio mutandosi -ogni due mesi a cominciare dal 1293, non mancò mai che nel solo anno -del Duca d’Atene. Un solo Gonfaloniere creato a vita governò dieci -anni, uno poco meno di due anni, uno otto mesi, e un altro sette. - -[254] VARCHI, lib. XII. — SEGNI, lib. V. — NERLI, lib. XI. — AMMIRATO, -lib. XXXI. — Il capitano Enrico Napier della regia marina inglese -lasciava una _Storia della città di Firenze sino ai giorni nostri_, in -sei grossi volumi in-8º; Londra 1846. Deliberò scriverla perchè a lui -parve di non avere altro modo a reggere la vita, dopo perduto in poche -ore di cholèra, in una villa qui presso Firenze, una moglie fiorente -di bellezza straordinaria e di salute, madre di tre bambini, se io non -erro. Rimasto più anni in quella medesima villa, mantenne il proposito -con la costanza che è dote propria di quella nazione, usando nella -composizione del libro una incredibile diligenza. Ne usciva un’opera -forse troppo voluminosa per gli Inglesi e anche se vuolsi per gli -Italiani. Ma per l’Autore tutto il fine stava nel tempo lungo, finchè -egli si fosse con l’abitudine indurito a tanta miseria. - -[255] PITTI. - -[256] Questo e gli altri consimili ricordi, in fine delle lettere, -vengono, naturalmente, dalle copie, e gli abbiamo conservati. - -[257] Anche questa e tutte le altre hanno fuori l’indirizzo _Magnificis -Dominis dominis Decemviris_ etc., come la precedente. - -[258] Così il MS., dove senza dubbio manca _lo crederìa_ o altra parola -equivalente. - -[259] Quest’aggiunta è nella copia, dove altresì la data è 30 e non 29 -di settembre. - -[260] Questo vuoto è nel Codice Strozziano. - -[261] Questi allegati erano forse lettere intercette, o direttamente -scritte a qualcheduno del Campo. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 3/3 *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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