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-The Project Gutenberg eBook of Storia della Repubblica di Firenze v.
-3/3, by Gino Capponi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-using this eBook.
-
-Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3
-
-Author: Gino Capponi
-
-Release Date: February 1, 2022 [eBook #67297]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed
- Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
- produced from images made available by The Internet
- Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI
-FIRENZE V. 3/3 ***
-
-
- STORIA
- DELLA
- REPUBBLICA DI FIRENZE
-
- DI
- GINO CAPPONI.
-
- SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE.
-
- TOMO TERZO.
-
-
-
- FIRENZE,
- G. BARBÈRA, EDITORE.
- 1876.
-
-
-
-
- Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per
- godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
-
- G. BARBÈRA.
-
- _Gennaio 1875._
-
-
-
-
-SOMMARI DEL TOMO TERZO.
-
-
- LIBRO SESTO.
-
- _Capitolo_ I. — IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE
- DI PISA, CACCIATA DE’ MEDICI. [AN. 1492-1495.]. Pag. 1
-
- Grande mutazione di cose avvenuta nel mondo in quell’anno
- 1492. — Natura e governo di Piero dei Medici. — Alessandro
- VI creato papa. — Primi accenni dello scomporsi
- l’equilibrio che era tra’ principi italiani. — Lodovico
- Sforza, che governava Milano, chiama in Italia Carlo VIII
- re di Francia. — Apparecchi di questo Re; esercito raccolto
- da lui in Lione. — Suoi ambasciatori a Firenze; ambasciate
- in Francia dei Fiorentini. — Morte in Napoli di Ferrando. —
- Apparecchi d’Alfonso per la difesa del Regno. Carlo giunge
- in Asti ai 9 settembre 1494. — Paragone tra le armi
- francesi e le italiane. — Carlo in Pavia visita l’infermo
- Giovanni Galeazzo duca di Milano, cugino suo. Isabella di
- Aragona. Morte improvvisa di Giovanni Galeazzo mentre Carlo
- giungeva in Piacenza. — Questi entra in Toscana come
- nemico. Piero de’ Medici, andato segretamente al Re in
- Pontremoli, gli cede il dominio di Sarzana e d’altri
- castelli. Tumulto in Firenze; ambasceria al Re. — Piero de’
- Medici in quel mentre tornato in Firenze è impedito
- d’entrare in Palagio. Fuggono egli e i suoi due fratelli.
- La Casa Medici va a sacco. — Carlo in Pisa, alle preghiere
- dei Pisani dona ad essi la libertà. — Muovendo verso
- Firenze, si ferma a Signa. Dopo alcuni giorni fa ingresso
- solenne nella città armato con la lancia sulla coscia. —
- Negoziati: rumori di popolo; infine è stretto un accordo
- per cui rimase libera. Piero Capponi. — Carlo entra in
- Roma: il Papa si chiude in Castel Sant’Angelo, poi fa lega
- col Re: questi procede senza ostacoli fino a Napoli, dove
- entra ai 21 di febbraio 1495. — Alfonso cede il regno al
- figlio Ferdinando e fugge in Sicilia: il giovane Re si pone
- in salvo con la sua famiglia nell’isola d’Ischia. — Incuria
- e malgoverno dei Francesi in Napoli. — Una lega possente di
- Principi si forma contro essi. — Carlo dopo tre mesi parte
- da Napoli con la maggior parte delle sue forze. — Traversa
- la Toscana, trattenendo con parole ambigue i Fiorentini e i
- Pisani. Questi per ogni modo attendono a munirsi. —
- Battaglia del Taro, dove i Francesi si aprono il passo a
- traverso l’esercito unito dei Veneziani e dello Sforza.
- Assediano lungamente Novara; il Re, fatta pace con lo
- Sforza, torna in Francia. — Insurrezione generale dei
- Napoletani. Un’armata veneta scende in Puglia. Ferdinando
- passa in Calabria, avendo seco Consalvo di Cordova
- sopraggiunto con poca forza di Spagnuoli. — Ributtato il Re
- si presenta in Napoli, donde il popolo armato caccia i
- Francesi. — Grossa guerra in Puglia e in Basilicata;
- vittoria di Consalvo; le ultime reliquie dei Francesi
- ottengono tornare in Francia.
-
- _Capitolo_ II. — NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO
- SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.] 23
-
- Lo Stato da principio torna qual’era avanti i Medici.
- L’elezione agli uffici data per un anno a venti
- Accoppiatori. — Nuova forma di Governo. La sovranità
- risedesse in un Consiglio di mille le cui famiglie avessero
- seduto nei tre maggiori uffici. Da questi uscisse un Senato
- di quaranta, per l’esame delle Provvisioni vinte dai
- Signori e Collegi, che poi andassero al Consiglio Grande. —
- Fra Girolamo Savonarola ferrarese. Autorità somma da lui
- acquistata con le predicazioni: suo zelo acceso per la
- forma dei costumi e contro ai vizi del clero; sua indole
- popolare. — Qualità della sua predicazione: la previdenza
- dei gastighi in lui era fede. — Sua vita precedente. Forti
- studi introdotti nel suo Convento insieme a una scuola di
- pittura. Suoi scritti filosofici e sue poesie. —
- All’appressarsi di Carlo VIII annunzia i flagelli. — Fin
- dove s’ingerisse in cose civili. — Come il popolo si
- esaltasse alle predicazioni del Frate: pigliò Firenze
- aspetto d’una città penitente: arsioni in Piazza di cose
- oscene e di strumenti di giuoco. — Favore ai Pisani non che
- dei Francesi, di molti in Italia. — Nella guerra contro
- Pisa muore Piero Capponi. — Massimiliano imperatore scende
- in Maremma, assedia Livorno, poi torna in Germania. —
- Edificazione di una sala per il Gran Consiglio: divisioni
- in seno di questo. — Piero de’ Medici con soldati Veneziani
- s’accosta a Firenze, ma tosto poi se ne ritira. — Cinque
- cittadini sospettati di congiura pei Medici sono dannati a
- morte; è negato ad essi l’appello al Consiglio generale. —
- Il Savonarola in tutto questo si tacque. Non era più il
- capo effettivo della sua Parte, venuta in mano ai politici:
- Francesco Valori. — Il Frate ebbe veementi passioni civili,
- ma era sempre frate. Inalzato dal grande seguito ch’egli
- aveva, passò dalle minaccie dell’ira di Dio alle
- affermazioni di profeta. — Avea devoti e partigiani, ma non
- aveva una parte da sè ordinata e che egli guidasse a un
- fine pratico e pensato. — Fra Girolamo è chiamato in Roma
- dal Papa. La Signoria di Firenze s’interpone, ma ingrossano
- i nemici contro lui: tumulti alle sue prediche. Infine ai
- 22 giugno 1497 è pubblicata una scomunica non contro alle
- dottrine sue ma contro lui per disubbidienza. — La Signoria
- era amica a lui, devoti i _Piagnoni_, nemicissimi i
- _Compagnacci_ e gli _Arrabbiati_. — Fra Girolamo si astiene
- dal predicare, poi ricomincia nei primi del 98; il che fu
- occasione di gravi tumulti. — Il Papa ne chiede la
- consegna, minacciando l’interdetto sulla città; in questa
- incerti i Consigli. — Ultima predica di commiato. — Nelle
- precedenti aveva messo innanzi l’idea di un Concilio, ma
- non fece pratiche per esso. — Il convento di San Marco e il
- Clero in Firenze. — Fra Domenico da Pescia, predicando,
- offre la prova del fuoco; un Francescano accetta la sfida.
- La Signoria favorisce quell’esperimento, per il quale
- assegna il giorno settimo d’aprile. — Grande e solenne
- apparato in Piazza. Contegno provocatore dei frati.
- Vertenze e difficoltà sul modo di fare la prova. Tumulto in
- Piazza; una grande pioggia costringe tutti a tornare a
- casa. — Il giorno seguente la città in arme: i Piagnoni
- percossi o insultati; i più arditi si raccolgono armati in
- Convento, che viene assalito e infine sforzato non senza
- uccisioni. La Signoria fa da’ suoi mazzieri porre le mani
- addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i quali sono
- condotti nelle carceri del Palagio. — Francesco Valori
- ucciso per via. — Fra Silvestro terzo carcerato: la
- Signoria nega consegnarli al Papa. Elegge una Commissione
- d’esaminatori tra’ più avversi ai frati. — Atti e modi del
- processo. — Fra Girolamo, non reggendo alla tortura,
- confessa cose che indi subito contradice; la reputazione di
- lui è abbattuta. — Nuovo esame e nuovi martori: Atti del
- processo falsificati. — Esami di Fra Domenico e di Fra
- Silvestro e di altri. — Lettera dei frati di San Marco al
- Papa. — La Signoria accetta che mandasse questi in Firenze
- due Commissari a rinnovare il processo. — Meditazioni del
- Savonarola scritte in carcere e pubblicate subito dopo. —
- Nuovo esame fatto dai Commissari, i quali cercano per via
- di tormenti se il Savonarola avesse aderenti alla proposta
- del Concilio, ma nulla si trova. — Il giorno dopo esce la
- condanna dei tre Frati a essere impiccati e poi arsi. — La
- sentenza si eseguisce sulla Piazza ai 23 maggio 1498,
- presente una grande e varia moltitudine: le ceneri gettate
- in Arno. — Vittoria in Firenze della parte più mondana, che
- si scatena contro al Frate. Prime impressioni sul conto
- suo, poi grandi testimonianze che a lui fecero i più gravi
- uomini. Dalla scuola del Savonarola uscivano quelli che poi
- difesero la libertà o la piansero. — Culto del Frate
- continuato nei conventi Domenicani. — Cercò la riforma, ma
- dentro al seno della Chiesa.
-
- _Capitolo_ III. — GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI
- SPAGNOLI A NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI
- GONFALONIERE A VITA. [AN. 1498-1503.]. 63
-
- Lega tra ’l Papa e Luigi XII nuovo re di Francia. Il Duca
- Valentino. — Disegni dei Veneziani sopra Pisa, oppugnati da
- Lodovico il Moro. — Piero dei Medici in Casentino: assalti
- a Pisa: sospetti contro a Paolo Vitelli Capitano dei
- Fiorentini; questi è imprigionato, poi messo a morte. —
- [1499]. Luigi XII in Milano; Lodovico Sforza fugge in
- Allemagna, poi torna indietro e i Francesi si chiudono in
- Novara. [1500]. Lo Sforza tradito dagli Svizzeri, va
- prigioniero a finire la vita in Francia. — Soldati francesi
- chiamati dai Fiorentini, parteggiano co’ Pisani. — Il
- Valentino con l’aiuto dei Francesi conquista la Romagna
- della quale è dal Papa creato Duca: entrato in Toscana, si
- pone presso a Firenze; quivi il Governo è senza forza;
- stragi in Pistoia. — Piero de’ Medici seguita il Borgia,
- che si fa dare segretamente la signoria di Pisa, poi tratta
- co’ Fiorentini, e andando a Roma investe Piombino. —
- Federigo d’Aragona, nuovo re in Napoli. Trattato segreto
- tra Ferdinando di Spagna e Luigi XII per la divisione di
- quel Reame. Consalvo di Cordova ne piglia possesso in nome
- di Spagna. Federigo si rifugia in Francia. — Piero de’
- Medici in Arezzo, recuperata poi dalla Repubblica di
- Firenze con l’aiuto del re Luigi. — Il Valentino soggioga
- le Marche, poi viene a porsi in Imola. I condottieri che
- seguivano il Valentino, si erano dichiarati contro lui; poi
- si conciliano seco, ed egli venuto sotto Sinigaglia, con
- inganno gli fa pigliare, 31 dicembre 1502. Orsini e altri
- strangolati o ritenuti; il Borgia torna in Roma, dopo aver
- sottomesso Città di Castello e Perugia. — La guerra si
- rompe tra Spagnoli e Francesi. Consalvo si chiude in
- Barletta; disfida tra’ cavalieri francesi e italiani,
- questi rimanendo superiori. — Consalvo, ottenuta grande
- vittoria alla Cerignola, entra in Napoli a’ 14 di maggio
- 1503. — Consiglio Grande, sua composizione; popolarmente
- bene accetto. Difetto d’uomini nei quali fossero scienza e
- tradizioni, e che intendessero le cose di fuori. Le scelte
- agli uffici cadevano sopra gli uomini più mediocri. —
- Infine consentono a una riforma, purchè non si andasse a un
- governo stretto e che il Consiglio Grande si mantenesse. —
- Proposta di fare un Gonfaloniere a vita, che viene
- approvata, ma negato mettergli intorno un Consiglio
- stretto. È commessa l’elezione della persona al Gran
- Consiglio, dove intervennero più di duemila cittadini. Fu
- quivi eletto Piero Soderini, ch’entrò in ufficio il 1º
- novembre 1502. Sue qualità e sua natura. — Il giorno stesso
- cessò l’ufficio del Potestà, essendo a quello sostituita
- una Ruota di cinque Giudici forestieri.
-
- _Capitolo_ IV. — GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE
- LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. — GUERRE IN ITALIA; RITORNO
- DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.] 94
-
- Morte d’Alessandro VI; tumulti in Roma. — Il Valentino
- raccolto in Napoli da Consalvo, indi prigione in Ispagna,
- d’onde fuggito, muore combattendo pe’ suoi parenti re di
- Navarra. — [1503]. Giulio II. — Nuovo esercito francese al
- Garigliano, distrutto per opera di Consalvo. Morte di
- Piero dei Medici. — Guerra di Pisa; costanza dei Pisani.
- Disegni di vari Principi sopra Pisa. L’Alviano per proprio
- suo conto muovendo al soccorso di Pisa, è vinto alla torre
- di San Vincenzio in Maremma. Assalto a Pisa, ributtato. —
- Governo di Piero Soderini. Milizie paesane in tutto lo
- Stato di Firenze, create per consiglio e con l’opera di
- Niccolò Machiavelli: loro buoni ordini. — [1506]. Giulio II
- venuto a Perugia, toglie ai Baglioni la signoria di quella
- città; va in Urbino, poi entra in Bologna con l’aiuto dei
- Francesi, ordina il governo di questa città; poi torna a
- Roma. — Ferdinando il Cattolico viene a Napoli, poi
- s’abbocca in Savona con Luigi XII; questi recupera Genova,
- che gli si era ribellata. — Massimiliano imperatore muove
- guerra ai Veneziani, nella quale perde gli Stati limitrofi
- all’Adriatico. — [Dicembre 1508]. Lega di Cambray, già
- preparata in Savona: Spagna, Francia e Germania si uniscono
- alla distruzione della Repubblica di Venezia; il Papa entra
- di mala voglia in quella Lega. — I Fiorentini stringono
- Pisa; vari trattati, dopo i quali i Fiorentini entrano in
- Pisa [9 giugno 1509]. — Rotta dei Veneziani alla
- Ghiaradadda; assedio di Padova; Massimiliano si ritira a
- Verona. — Conferma per danaro i privilegi alla Repubblica
- di Firenze. — Il Papa si distacca dalla Lega: viene di
- persona all’assedio della Mirandola e assolda Svizzeri.
- Spagnoli in Italia contro Francia. — Il re Luigi promuove
- un Concilio contro a Papa Giulio; il Soderini concede
- radunarlo in Pisa, dove pochi intervengono. — Nuovo
- esercito francese in Italia con Gastone di Foix: ribellione
- e stragi di Brescia: battaglia di Ravenna, dove muore il
- Foix vincitore [aprile 1512]. — Ma in breve essendo scesi
- altri Svizzeri, i Francesi sono cacciati d’Italia; gli
- Sforza tornano a Milano. — Un Congresso tenuto in Mantova
- delibera la restituzione dei Medici in Firenze. — Il
- cardinale Giovanni de’ Medici, e suoi accorgimenti. Stato
- della città. Bernardo Rucellai. — Filippo Strozzi seniore,
- suo palazzo. Filippo suo figlio prende in moglie Clarice
- nata da Piero dei Medici. La Quarantía. — Il vicerè
- Cardona, entrato con gli Spagnoli in Toscana, intima ai
- Fiorentini la mutazione dello Stato. Sincero contegno del
- gonfaloniere Soderini: sollevamento degli animi in Firenze.
- — Saccheggio di Prato, cittadini prigioni e venduti [29
- agosto 1512]. — Terrore in Firenze. Il Gonfaloniere deposto
- dal magistrato, quindi accompagnato fino al porto di
- Ancona, d’onde egli passa in Ragusi. — Il Cardinale si
- ferma in Campi. Gli Spagnoli abbandonano la Toscana. Gian
- Battista Ridolfi Gonfaloniere. Il Cardinale e Giuliano
- tornano alle loro case devastate. Chiamano con la forza dei
- soldati una Balía, per la quale mutato il Governo, è
- abolito il Gran Consiglio. — Debolezza del governo dei
- Medici e male contentezze; inimicizia contro ai Medici dei
- seguaci del Savonarola. — Cospirazione di Pietro Paolo
- Boscoli e di Agostino Capponi contro alla vita del
- Cardinale: ultime ore del Boscoli narrate da Luca della
- Robbia.
-
- _Capitolo_ V. — PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.] 127
-
- Morte di Giulio II. Leone X fatto Papa [11 marzo 1513];
- allegrezze, magnificenze. — Nature di Giulio II e di Leone
- X. — In Firenze tutti gli animi si volgono al nuovo Papa. —
- Famiglia dei Medici, governo della città e vari umori del
- popolo. — Giulio dei Medici; il Cardinale da Bibbiena. — I
- Francesi avendo la peggio in Lombardia, Venezia ed il Papa
- ad essi si accostano; pericoli e fermezza dei Veneziani. —
- [1º gennaio 1515] morte di Luigi XII. Francesco I, giovane
- re, entra in Italia, distrugge le bande Svizzere a
- Marignano, ed acquista la signoria di Milano. — Trattato di
- Leone X con Francesco I. — Leone X in Firenze. Congresso e
- Concordato di Bologna. — Morte di Giuliano dei Medici.
- Leone X priva del ducato d’Urbino Francesco Maria della
- Rovere, e ne fa la conquista in nome del suo nipote Lorenzo
- [1516]. — Morto Ferdinando di Aragona, il nipote Carlo
- diviene re di tutte le Spagne. — Venezia, riavuto l’intero
- stato di Terraferma si mette in pace. — Francesco Maria
- cerca di ripigliare lo Stato: guerra d’otto mesi, dopo la
- quale il Della Rovere abbandona e cede il ducato. —
- Pensieri d’alcuni Cardinali per uccidere Leone X. Il Papa
- fa in un sol giorno promozione di 31 Cardinali. — Cerca
- spogliare il Duca di Ferrara. Chiamato in Roma Paolo
- Baglioni, lo fa morire. — Contegno principesco di Lorenzo
- de’ Medici in Firenze: nuovi costumi e abiti cortigiani. Il
- Duca, da un pezzo infermo, muore [4 maggio 1519]: pochi
- giorni prima gli era nata Caterina che fu regina di
- Francia. — Il cardinale Giulio dei Medici viene a reggere
- lo Stato in Firenze. — Carlo V eletto Imperatore [28 giugno
- 1519]. — Negoziati vari del Papa con Francia e Spagna. —
- Lega tra ’l Papa e l’Imperatore [1521]. — Grande guerra in
- Lombardia: l’esercito della Lega entra in Milano. — Morte
- di Leone X [1º dicembre 1521].
-
- _Capitolo_ VI. — FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE
- GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE VII. — BATTAGLIA DI
- PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]. 152
-
- Elezione di Adriano VI. — Francesco Maria della Rovere
- racquista lo Stato: movimenti di guerra nel Senese. —
- Governo del cardinale Giulio dei Medici in Firenze. Pareri
- scritti per una riforma dello Stato. — Orti Oricellari:
- congiura per la quale un Diacceto e alcuni altri sono
- decapitati, fuggendo il poeta Luigi Alamanni. — In
- Lombardia gli Svizzeri, che andavano co’ Francesi, sono
- sconfitti alla Bicocca; Lautrech abbandona la Lombardia:
- Prospero Colonna entra in Genova con gli Spagnoli, che vi
- danno il sacco. — Adriano giunge in Roma dove, uomo
- semplice e severo, è male accetto. — Prepotenze spagnole in
- Italia. — Disegno di Francesco I interrotto per il
- tradimento del Borbone. — Adriano stringe lega con Carlo V:
- muore, [1523]. — [19 novembre] Giulio dei Medici è fatto
- Papa col nome di Clemente VII. — Stato della città di
- Firenze: ondeggia tra i Medici e la libertà. Cauto
- procedere di Clemente. Iacopo Salviati, Filippo Strozzi.
- Giovanni dell’altro ramo della Casa Medici, già chiaro
- nelle armi. — Ma la successione della famiglia si riduce
- nei due bastardi Ippolito e Alessandro: da principio
- Ippolito è messo innanzi per il governo di Firenze. Il
- cardinale Silvio Passerini governatore per il Papa. — Carlo
- V dalla Spagna governa e dirige le cose d’Italia; suoi
- Generali. — Malo stato della Lombardia. — Guerra in
- Provenza, fallita. Francesco I scende in Lombardia. —
- Antonio da Leyva si chiude in Pavia dal Re assediata.
- Battaglia di Pavia, dove il re Francesco è fatto prigione
- [24 febbraio 1525]. — Irresolutezze di Clemente. Fra
- Niccolò Schomberg arcivescovo di Capua. I Fiorentini tutti
- francesi. — Francesco I condotto in Ispagna, stipula un
- trattato per cui torna in libertà [18 marzo 1526]. —
- Sottili disegni del Morone per la liberazione d’Italia:
- morte del Pescara. Il Morone va con gli Imperiali. — Lega
- di Cognac. Giovanni Medici dalle Bande Nere. Francesco
- Guicciardini. — Il Papa mette in difesa Firenze; è tradito
- dal Moncada e dai Colonna, i quali invadono e saccheggiano
- il palazzo stesso di San Pietro; il Papa in Castel
- Sant’Angelo fa un trattato con gli Spagnoli, subito
- violato. — Morte di Giovanni delle Bande Nere. — I
- Lanzichenecchi varcano il Po: gli Spagnoli si uniscono a
- loro. Dubbia fede di Francesco Maria della Rovere: consigli
- del luogotenente Guicciardini. — Volteggiamenti del Papa.
- L’esercito del Borbone entra in Toscana e quindi avanza
- fino ai prati di Roma. — Combattimento in Trastevere con la
- morte del Borbone. Sacco di Roma [6 maggio 1527]: Clemente
- prigioniero in Castel Sant’Angelo.
-
- _Capitolo_ VII. — NICCOLÒ MACHIAVELLI. — FRANCESCO
- GUICCIARDINI — MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA
- CITTÀ E STATO DI FIRENZE. 183
-
- _Capitolo_ VIII. — CACCIATA DE’ MEDICI E GOVERNO POPOLARE. —
- CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.] 208
-
- Mala disposizione contro alla Casa Medici dei maggiori tra
- gli Ottimati. — In Firenze i giovani chiedono le armi;
- quindi all’appressarsi dei due eserciti la città insorge e
- si dichiara contro ai Medici. Ma essendovi entrati i
- Capitani della Lega, si fa un compromesso. — Pel caso di
- Roma i moti crescono in Firenze. Filippo Strozzi e madonna
- Clarice sua moglie. I due giovani Medici obbligati a
- partirsi di Firenze. — I popolani armati impongono la
- riapertura del Consiglio Grande e un Governo com’era nel
- dodici. — Niccolò Capponi eletto Gonfaloniere per tredici
- mesi. — La città è divisa tra chi voleva e chi non voleva
- romperla affatto co’ Medici. — Evasione del Papa. — Feste
- in Firenze. Rigori contro ai partigiani dei Medici; guardia
- di giovani al Palagio. — [1528]. Distruzione dell’esercito
- francese sotto Napoli: finiscono le Bande Nere, che erano
- al soldo dei Fiorentini. — Andrea Doria, fattosi amico a
- Carlo V, costituisce in Genova una forma nuova di governo.
- — I Francesi dopo altre sconfitte abbandonano anche la
- Lombardia. — Istituzione in Firenze d’una milizia per cui
- si danno le armi in mano al popolo. Solennità; orazioni che
- furono recitate. — Sedizione dei giovani che avevano preso
- la guardia del Palagio. Condanna di Iacopo Alamanni e sua
- decapitazione. — Ingrossa la parte avversa al Capponi. —
- Ippolito dei Medici è fatto Cardinale. — Pratiche di
- Clemente per fare tornare i suoi in Firenze come semplici
- cittadini. Il Gonfaloniere ascolta queste pratiche. — Una
- lettera caduta di mano a lui è occasione a destituirlo dal
- magistrato e farlo mettere in accusa. Viene assoluto in
- quel giudizio, e torna a casa onorato. Francesco Carducci
- eletto in sua vece. — Pratiche di pace tra ’l Papa e
- Cesare. In Firenze i più esperti consigliavano accostarsi a
- questo. Andrea Doria ne faceva formale proposta e mandava
- qui a tal fine, ma inutilmente, Luigi Alamanni. — Trattato
- di Barcellona, pel quale il Papa e Cesare si obbligano a
- rimettere i Medici in Firenze. — Pace di Cambray: Francesco
- I promette l’abbandono dei suoi alleati, intanto che egli e
- la Corte addormentavano l’ambasciatore Baldassarre Carducci
- di vane promesse. — Moti diversi degli animi in Firenze. —
- Carlo V a Genova [12 agosto 1529]: nuovo assetto allora
- dato da lui all’Italia. — Quattro ambasciatori mandati a
- Cesare, dal quale sono rinviati al Papa. I quattro sono
- divisi tra loro. È ad essi vietato seguirlo in Piacenza. —
- L’ambasceria si discioglie, e Niccolò Capponi muore in
- Castelnuovo di Garfagnana.
-
- _Capitolo_ IX. — APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO
- DELLA CITTÀ. — PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO.
- [AN. 1529-1530.] 238
-
- Carlo V fa muovere contro Firenze il Principe d’Orange; come
- si componesse l’esercito da lui condotto. — Alfonso da Este
- abbandona i Fiorentini, ai quali Venezia ricusa mandare
- aiuto di soldati. — Clemente invia contro Perugia il
- Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni soccorso dai
- Fiorentini, si accorda col Papa di loro consentimento. —
- L’Orange [14 settembre] assale Cortona che resiste, poi
- s’arrende. — Castiglione Fiorentino saccheggiato. — I
- nemici investono Arezzo, di dove il Commissario fiorentino
- si ritira. — L’Orange pone il campo a Figline, e intanto fa
- dai suoi occupare il Casentino. — In Firenze si delibera
- mandare al Papa quattro ambasciatori: andò innanzi agli
- altri Pier Francesco Portinari a fare istanza perchè il
- Papa fermasse l’esercito: parole del Papa che invia
- l’Arcivescovo di Capua. — Questi giunto in Firenze, non vi
- è ascoltato. Mandano all’Orange ambasciatori. I tre che
- raggiungono in Roma il Portinari trovano il Papa sulla
- partenza: sono ascoltati da lui in Cesena, ed hanno
- risposte che in Firenze non sono accolte. — Il Gonfaloniere
- aveva chiamato una Pratica generale dove da tutti i
- Gonfaloni, eccetto uno solo, viene deliberata la
- resistenza. — Fautori dei Medici fuggiti e banditi o
- ritenuti o condannati. Arsioni delle loro ville. — Arsioni
- e guastamenti per decreto pubblico degli edifizi e giardini
- a un miglio dalla città. — Fortificazioni alla città. Fanti
- assoldati e milizie cittadine; Malatesta Baglioni e Stefano
- Colonna. Balzelli, vendita di beni. — Fuga e poi ritorno di
- Michelangelo Buonarroti che dirigeva le fortificazioni. —
- Stato degli animi in Firenze. — Devastazione del Val
- d’Arno. Lucrezia Mazzanti. L’Orange si conduce fino ad un
- miglio dalla città [14 settembre]. — Descrizione del campo
- dei Fiorentini. — Descrizione del campo degli assedianti,
- Italiani, Tedeschi e Spagnoli. — Malatesta disfida i
- nemici: questi la notte degli 11 novembre danno l’assalto
- alla città, che si difende popolarmente. — Gli assediati
- assalgono il campo nemico, da cui si ritraggono
- onoratamente. — Morte di Mario Orsini e di Giorgio Santa
- Croce. — Un nuovo esercito scende di Lombardia: la città
- chiusa da ogni parte; perdita di Signa, di Pistoia e
- d’altri luoghi. — Francesco Ferrucci Commissario d’Empoli,
- ripiglia Castel Fiorentino, assale ed espugna San Miniato;
- distrugge una banda di Spagnoli presso Palaia. — Francesco
- Carducci esce di Gonfaloniere, a cui succede Raffaello
- Girolami [1º gennaio 1530]. — Il Gonfaloniere, convocato un
- grande Consiglio, lo interroga circa al mandare
- ambasciatori al Papa; il che fu approvato, ma poi annullano
- il voto e mettono condizioni che sono respinte duramente. —
- Leggi spietate per fare danari sopra i beni dei ribelli;
- ori e argenti dei luoghi sacri mandati alla Zecca. —
- Predicatori popolari che promettevano liberazione: Fra
- Benedetto da Foiano. — Caterina dei Medici: disegni
- attribuiti al Principe d’Orange. — Malatesta Baglioni fatto
- Capitano generale. Suo concetto sopra i pericoli
- dell’impresa; di qual sorta fosse il suo intendersi con
- Clemente. Propositi forti delle milizie cittadine.
- Scaramuccie continue, disfide. — Combattimento particolare
- con la morte di Lodovico Martelli. — Carlo Capello
- ambasciatore veneziano. — Valore di Lorenzo Carnesecchi
- nella difesa della Romagna. — Proposte vane di Francia;
- pensieri del Vescovo di Tarbes Oratore francese a Roma:
- parole di Clemente e suo infelice stato dell’animo.
-
- _Capitolo_ X. — IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. —
- LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.] 277
-
- Il territorio della Repubblica per grandissima parte occupato
- dai nemici. Francesco Ferrucci da Empoli sostiene la guerra
- nelle provincie circostanti. — Ribellione di Volterra. — Il
- Ferrucci, rinforzato di genti, assale Volterra, che dopo
- fiera battaglia nelle strade si dà a discrezione. —
- Fabbrizio Maramaldo, entrato nei borghi di Volterra, vi
- fortifica. Il Marchese del Vasto, venuto dal campo sotto
- Firenze, assalta Volterra, dalla quale è cacciato indietro
- dopo replicati combattimenti. — Perdita d’Empoli per
- assalti e tradimenti. — Malatesta in persona fa una mossa
- contro al campo Imperiale. — Assalto notturno e sanguinoso
- di Stefano Colonna contro al quartiere degli Imperiali a
- Sant’Iacopo in Polverosa. Penuria di viveri e di danaro. —
- Milizie accresciute, disegni temerari, male intelligenze
- con Malatesta. — Il Ferrucci muove da Volterra. S’ammala in
- Pisa, indi procede fino a Pescia d’onde per la via dei
- monti aveva disegno scendere al soccorso di Firenze. —
- Pratiche di Malatesta con l’Orange. — Deliberazione del
- Grande Consiglio di dare l’assalto; al che Malatesta e il
- Colonna si oppongono. — Intelligenze del Malatesta con
- l’Orange: la Signoria invia sul campo Bernardo da
- Castiglione, che torna avendo rotta ogni pratica. — In
- città i soldati in arme, la gioventù in arme. — Grande
- mossa dell’Orange contro al Ferrucci: si scontrano in
- Gavinana. [3 agosto]; battaglia lunga e diversa, morte del
- Principe. Sopraggiunge il Maramaldo, dal quale è preso e
- ucciso il Ferrucci. — In Firenze altri chiedono armi, altri
- s’accostano a Malatesta. Egli e il Colonna mandano a fare
- accordo col Gonzaga. Zanobi Bartolini. Baccio Valori. Bozza
- di Capitoli. — Malatesta propone si accettino; la Signoria
- manda invece licenza a lui ed al Colonna. Malatesta ferisce
- un Niccolini che gliela aveva recata, e minaccia di fare
- entrare i nemici. — Quattrocento giovani e ricchi e uomini
- di più sorte si radunano nella piazza di Santo Spirito,
- facendo dire alla Signoria che non riconoscono più altri
- che Malatesta. — La Signoria manda al campo quattro
- ambasciatori per capitolare. Pochi in arme si raccolgono
- intorno al Palazzo. — Articoli della Capitolazione [12
- agosto].
-
- _Capitolo_ XI. — FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.]
- FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA 301
-
- Entrano i soldati: Malatesta padrone della città: balzelli,
- carestia e morti per tutto lo Stato. — Parlamento in
- Piazza, guardata dai soldati; Baccio Valori fa eleggere una
- Balía, per cui rimangono con nuovi uomini le antiche forme.
- — Avarizia dei Capitani dell’esercito, che non lasciano
- entrare i viveri; fame, timori e nuovi carichi sulla parte
- vinta. — Grande zuffa degli Italiani del campo contro agli
- Spagnoli ed ai Tedeschi: partenza di tutto l’esercito. —
- Malatesta, dopo qualche difficoltà col Papa, torna a
- Perugia e indi muore. — Ritorno degli usciti. Condanne a
- morte, e in grandissimo numero a confine. I beni dati al
- Fisco; restituiti ai proprietari i già tolti e le vendite
- annullate; riduzione dei frutti del Monte. — Colonie
- d’esuli a Venezia e sul fiume Rodano. — Stato miserabile
- della Toscana: le città e le minori terre bene inclinate
- verso i Medici. — Baccio Valori Governatore in Firenze. —
- Non bene contenti i grandi amici e i parenti di Casa
- Medici. — Il Cardinale Ippolito. — Ambasceria e discorso di
- Palla Rucellai a Carlo V. La Balía conferisce al Duca
- Alessandro un alto grado in Firenze. — Lodo pronunziato
- dall’Imperatore, che istituisce capo della Repubblica di
- Firenze il Duca Alessandro, al quale aveva sposata
- Margherita sua figlia naturale. Questi al suo giungere
- riceve l’investitura solenne per mano di Antonio
- Muscettola, e riceve il giuramento dei Magistrati [6 luglio
- 1531]. — Pareri presentati al Papa circa il governo di
- Firenze. — Ricerca delle armi per tutte le case. — Condanne
- ad arbitrio; terrore; sevizie d’un Bargello. — Filippo
- Strozzi promotore presso Clemente di un governo assoluto e
- del fabbricare in Firenze una fortezza. Clemente risoluto
- fare da sè, manda Filippo dei Nerli in Firenze: parole del
- Papa. — Comandi del Papa comunicati in Firenze
- all’Arcivescovo di Capua ed ai principali cittadini. —
- Nuova forma dello Stato, dove il principe era tutto. — [1º
- maggio 1532]. L’ultimo Gonfaloniere esce di Palazzo:
- Alessandro dei Medici ne piglia il possesso come Duca della
- Repubblica fiorentina: cominciò allora il Principato. —
- Firenze dopo la Repubblica.
-
- APPENDICE DI DOCUMENTI.
-
- I. Lettera dei Dieci di Balìa a Guidantonio Vespucci
- e Pier Capponi oratori presso il Re di Francia, dei 7
- maggio 1494. 343
- II. _Litteræ Credititiæ et Mandata quinque Oratorum,
- fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris,
- Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii
- et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_
- MCCCCLXXXXIIII. — _Carolo Regi Gallorum. Mandata
- quinque Oratorum ad Carolum Regem Francorum_ 346
- III. Trattato segreto di Confederazione tra Leone X e
- Carlo V, de’ 17 gennaio 1519.
- Capitoli segreti tra Leone X e Francesco I, de’ 20
- gennaio 1519 348
- IV. Quindici lettere di Rosso Buondelmonti e compagni,
- oratori presso al Principe d’Orange; dal 13 al
- 30 settembre 1529 361
- V. Cinque lettere di Ferrante Gonzaga al Marchese di
- Mantova suo fratello, date dal Campo Cesareo
- sotto Firenze; dal dì 16 luglio al 4 agosto 1530 377
- VI. Orazione di Palla Rucellaio recitata nel cospetto
- di Carlo V imperatore per nome dell’Eccelsa
- Repubblica Fiorentina 385
-
- TAVOLA DEI NOMI E DELLE MATERIE 389
-
-
-
-
-STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
-
-
-
-
-LIBRO SESTO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-IMPRESA DI CARLO VIII IN ITALIA. — RIBELLIONE DI PISA, CACCIATA DE’
-MEDICI. [AN. 1492-1495.]
-
-
-Se vi ebbe mai tempo in cui si veggano ad un tratto mutare aspetto
-le umane cose come per iscena di teatro, e nuovi uomini atteggiarsi
-diversamente da quei di prima, e un altro ordine prodursi di fatti
-e d’idee; tale fu quello al quale è giunta l’Istoria nostra, talchè
-gli scrittori sogliono quivi fermare il punto dove si chiude l’età
-di mezzo, e ha suo principio la moderna. Composte allora le grandi
-nazioni nella unità di monarchie possenti, cominciarono a mescolarsi
-tra loro per grandi imprese, cui dava il segno quella di Carlo VIII
-per la conquista del Regno di Napoli; i grossi eserciti permanenti e
-l’armi da fuoco in mano ai soldati mutavano gli ordini e le condizioni
-della guerra; intantochè l’uso già universale della stampa rendeva più
-agevoli a tutti gli uomini, e continui tra gente e gente i commerci
-del pensiero. In questo anno 1492 del quale scriviamo, Cristoforo
-Colombo scuopriva l’America; e poco dopo Vasco di Gama portoghese,
-girando l’Affrica, navigò alle Indie: l’Italia ebbe doppia cagione
-d’abbassamento dall’essersi ai traffici aperte altre vie da quelle
-di prima. In quello stesso 1492, il conquisto di Granata compieva
-l’unificazione della Spagna sgombrata dai Mori; ed era compiuta già
-quella di Francia. Nell’anno medesimo il pontificato di Alessandro
-VI inaugurava quei tristi tempi, di mezzo ai quali uscì la Riforma
-protestante che scisse l’Europa, e fu vendetta delle nazioni consumata
-col Sacco di Roma e con l’avvilire non che la potenza, ma il genio
-stesso e le tradizioni del nome latino.
-
-Le guerre d’Italia diedero cagione allo incontrarsi la prima volta
-insieme Francesi, Spagnuoli, Tedeschi; e l’antica terra fu il campo di
-quelle battaglie dalle quali usciva l’Europa moderna. Fino alla prova
-di quelle guerre l’Italia tenevasi (nè senza ragione) in più alto
-grado delle altre genti: discesero queste, e ritrovandola disarmata,
-divisa, impotente; allora pigliarono maggiore fiducia di sè medesime,
-e si rallegrarono: ma nell’Italia cessò ad un tratto la vita esultante
-degli ultimi anni; falliva il pensiero nutrito più secoli, le arti
-politiche si vedeano fatte ludibrio a sè stesse. Fra queste ruine
-Firenze rinvenne la popolare libertà sua e fiorì per uomini rimasti
-famosi; felice a confronto delle altre Provincie, finchè tutto il peso
-delle armi straniere non cadde sovr’essa per quivi estinguere la vita
-d’Italia.
-
-In quella sorta di potenza che per sessant’anni i Medici tennero
-nella Repubblica di Firenze, questo era di debole, che nulla avendo
-in sè di legale, dipendeva tutta dalle qualità dell’uomo cui era duopo
-mantenersela ogni giorno con arti minute: per il difetto di queste cose
-il figlio di Cosimo era stato a grande repentaglio di vedersi tôrre
-di mano lo Stato; e come il figlio di Lorenzo lo perdesse, bentosto
-vedremo. Piero dei Medici, valente del corpo, aveva dura la fibra,
-l’animo leggero, scarso l’ingegno e presontuoso, il consiglio subitaneo
-e temerario: toccava appena ventidue anni quando suo padre moriva.
-Ebbe a maestro il Poliziano e da lui buona coltura di lettere; ciò non
-ostante alla madre sua, specchiata donna, non piaceva tenersi per casa
-quest’uomo d’animo poco buono e di costumi non pari all’ingegno.[1]
-Gaj e fastosi erano quegli anni, e al giovane Piero sopra ogni cosa
-piaceva mostrarsi eccellente negli esercizi del corpo: era vissuto fino
-allora come figlio di principe, e quando i più qualificati cittadini
-vennero ad offrirgli, com’era consueto, il grado del padre, si tenne
-egli subito naturalmente Principe, non pensando nè quali fatiche avesse
-a Lorenzo costato fermare io direi quasi uomo per uomo i cittadini
-nell’ubbidienza sua, nè come i tempi ora volgessero a Casa Medici
-più difficili e a tutta Italia pericolosi. Le ragioni commerciali di
-quella famiglia erano si può dire in fallimento, e tutto l’ingegno e
-le seduzioni di Lorenzo appena bastavano ad abbagliare siffattamente
-gli occhi dei più spensierati che non vedessero divorate per lui solo,
-non che molta parte del pubblico erario, le stesse private ricchezze
-e le doti fidate nei Monti di credito alla università dei cittadini,
-finchè la Repubblica fu libera di sè stessa. Molti che avevano temuto
-Lorenzo o che erano da lui tenuti a bada con gli onori e con gli
-adescamenti dei quali era maestro, disprezzavano la inesperienza, o
-erano offesi dalla superbia di Piero. Questi volentieri si ristringeva
-coi più servili che l’odio pubblico non temessero. Primo tra questi
-era un ser Piero Dovizzi, fratello maggiore di più anni a quel Bernardo
-da Bibbiena, che poi fu Cardinale e chiaro per franco ingegno. Quegli
-era stato sotto a Lorenzo grande strumento al fare danari; ma Piero
-gli messe in mano ogni cosa, e tirò alla Cancelleria di casa sua tutte
-le faccende che prima solevano stare negli Otto della Pratica.[2]
-Erano in Firenze due molto ricchi e gentili giovani di Casa Medici,
-Lorenzo e Giovanni, del ramo che discendeva dal fratello del vecchio
-Cosimo. Giovanni una sera a un ballo di donne essendo venuto con
-Piero a contesa per giovanili rivalità e forse per altri sospetti,
-ebbe da lui una ceffata; del che risentitosi, fu egli insieme col
-fratello suo messo in custodia, e forse avrebbe corso pericolo della
-vita: ma infine Piero si contentava di una sentenza che gli mandava a
-confine nelle loro ville, contenuto dal favore che ad essi mostrava
-il popolo di Firenze.[3] Tale fu Piero, secondo i fatti mostrarono
-e tutti concordemente giudicarono gli scrittori. Non erano spente
-in lui però le tradizioni della famiglia, per le quali aveano fermo
-i Medici d’essere in fatto principi, ma con le apparenze di uomini
-privati; sapeano gli umori della città, e aborrivano sopra ogni cosa
-dall’ingerirsi di signorie baronali. Quando una volta il re Alfonso
-offriva donare a Piero alcuni Stati nel Reame, il che era farlo suo
-feudatario; questi rendeva umili grazie, ma rifiutava d’accettare
-il dono perchè non voleva _essere Barone_; usando parole che hanno
-del risentito, e in lui mostrerebbero nobiltà d’animo degna forse
-d’accoppiarsi a mente più salda, o a meno avversa fortuna.[4]
-
-Al di fuori l’equilibrio tra’ potentati d’Italia riusciva ogni giorno
-più difficile a mantenere. Svolgeasi il disegno che di lunga mano
-aveva covato Lodovico Sforza detto il Moro d’usurpare il Ducato di
-Milano, del quale era egli reggente in nome dell’infelice suo nipote
-Giovanni Galeazzo; ma questo essendo marito a una figlia di Alfonso
-duca di Calabria, tutti si aspettavano che ne uscirebbe una guerra
-tra’ due potentati, massime che il vecchio re Ferrando di Napoli male
-poteva opporsi con la prudenza agli ardimenti del figlio. Al che
-si aggiunse più grave caso, che tre mesi dopo la morte di Lorenzo,
-al papa Innocenzio VIII, che soleva molto a lui essere deferente,
-era succeduto col nome di Alessandro VI Roderigo Borgia spagnuolo e
-nipote di Callisto III; per il che avendo egli vissuto nel Cardinalato
-trentacinque anni, aveva potuto con l’ingegno, ch’era in lui molto,
-studiare le vie, oltre all’avere acquistate ricchezze grandissime.
-Divenne il papato d’Alessandro VI come una leggenda di delitti e di
-nefandezze, nè crediamo noi che i fatti spacciati sul conto di lui e
-della famiglia Borgia siano tutti veri, ma tutti parvero cosa naturale
-in chi mostrava non essere frenato nè dalla coscienza nè dalla vergogna
-dove il suo utile apparisse. Il vecchio Ferrando di Napoli, udita la
-creazione d’Alessandro, disse; quel Papa sarebbe ruina d’Italia.[5]
-Lodovico il Moro, anch’egli tenendo pericolosa l’elevazione di un uomo
-tale, ebbe un bel pensiero: voleva che tutti gli Ambasciatori dei
-Principi italiani andassero insieme a fare omaggio, com’era usanza,
-al nuovo Pontefice, e che uno facesse l’orazione in nome di tutti: ma
-il disegno fu sventato per l’opera (dissero) di Piero de’ Medici, da
-un lato istigato dai principi Aragonesi di Napoli cui molto aderiva,
-dall’altro bramoso di non confondersi egli, ch’era tra gli Ambasciatori
-di Firenze, con gli altri d’Italia, e fare spiccare meglio da sè solo
-la magnificenza delle sue livree. Un altro fatto, sebbene anch’esso di
-poco momento, servì ad accrescere i sospetti. Si era da principio molto
-accostato Alessandro VI ai principi Aragonesi, cercando inalzare uno
-dei figli suoi col matrimonio di una bastarda di Alfonso; ma perchè la
-pratica allora si ruppe e il Papa mostrava altri disegni, si pensò il
-Re porgli sul collo come una briglia col fare che Virginio Orsini, a
-lui devoto, comprasse da Franceschetto Cibo alcune piccole castella che
-Innocenzio VIII gli aveva donate vicine a Roma; il re Ferrando sborsò i
-denari, ed il contratto si fece per l’intromessa di Piero dei Medici,
-parente stretto e grande amico dell’Orsini. I quali indizi, comunque
-piccoli, bastarono alla sagacità di Lodovico perchè egli scorgesse
-come all’occorrenza Toscana e Napoli si volgerebbero contro a lui: nè
-si fidava in certa lega stretta da lui col Papa e co’ Veneziani; ma
-era di quelle che tra’ Principi d’Italia un giorno faceva ed un altro
-disfaceva, e i tempi frattanto divenivano più grossi.[6]
-
-Lodovico allora, che aveva l’ingegno sottile e pronto alle cupidità
-vicine quanto era l’animo troppo angusto ai vasti pensieri che in sè
-comprendono l’avvenire, si volse a chiamare in Italia Carlo VIII re
-di Francia. Aveva questi ereditato le ragioni sul regno di Napoli
-dei Duchi d’Angiò; ma insieme aveva sotto alla corona sua non più
-quella Francia debole e divisa che per gran tempo era stata, ma intera
-dentro a quei confini che essa ha da natura, così già essendo il
-più possente tra gli Stati che avesse l’Europa. Lorenzo de’ Medici,
-veduta ch’egli ebbe con l’annessione della Brettagna compita essere
-quella unione, aveva predetto i mali che verrebbero all’Italia dai Re
-francesi. Ma Carlo esultava in quella grandezza giovanilmente, e con
-lui molti di quella nazione fra tutte guerriera, ma poco considerata:
-lo Stato nuovo per anche non aveva bene composte le forze sue, mancava
-il danaro; e Carlo, smanioso d’acquistare gloria, non era capace
-a condurre sè medesimo, non che un reame di quella mole e una tale
-impresa. Facea Lodovico prima tentare segretamente l’animo suo e de’
-suoi ministri, uomini nuovi e molto cedevoli a private cupidigie.
-Mandava dipoi con ambasciata solenne Carlo da Barbiano conte di
-Belgioioso che offrisse al Re per la riconquista del reame di Napoli
-tutte le forze di Lombardia: già erano ai fianchi del giovane Carlo
-eccitatori all’impresa i Principi di Salerno e di Bisignano, ambo
-di Casa Sanseverina, fiera nemica degli Aragonesi. Ma in Francia gli
-uomini di maggior prudenza, nè al Re si fidavano nè a’ suoi consiglieri
-nè alle forze stesse del reame per anche immature: facile il vincere,
-dicevano, pericoloso il rimanere nei luoghi occupati; degli Italiani le
-armi disprezzavano, le arti temevano. Carlo stesso vacillava, com’era
-proprio della natura sua; ma sempre poi la temerità vincendo in lui
-la prudenza, si era pacificato con tutti i Principi a lui vicini, a
-quello di Spagna cedendo la provincia del Rossiglione, perchè da niuno
-dei grandi potentati fosse impedito quel suo disegno che vaneggiando
-si allargava da Napoli fino alla cacciata dei Turchi e alla corona
-del greco Impero. Da tali stimoli agitato, ordinava s’accogliessero da
-tutta la Francia le armi in Lione, dove il Re stesso poneva stanza nei
-primi mesi del fatale anno 1494.[7]
-
-All’appressarsi di tali eventi, che ciascuno in sè presentiva dovere
-essere formidabili, grande fu in Italia il moto degli animi, nei
-Principi incerto ed instabile il consiglio. Piero dei Medici agli
-oratori venuti in nome del Re di Francia perchè la Repubblica si
-dichiarasse per lui, rispose ambiguo tra le inclinazioni dei Fiorentini
-amici antichi di quella Casa, e le sue proprie che s’era legato con
-tutto l’animo agli Aragonesi. Questa città, che i suoi commerci e
-i capitali avea in gran parte fuori di casa, era costretta in ogni
-guerra temere per sè; in Francia avevano banchi fiorentissimi, ne
-avevano a Napoli: i due Re minacciavano rappresaglie; ed infine
-Piero avendo mostrato apertamente l’inclinazione sua verso la parte
-degli Aragonesi, Carlo scacciò di Lione i soli ministri del Banco dei
-Medici, così mostrando di riconoscere l’ingiuria da lui e porlo in
-odio ai Fiorentini.[8] Già erano appresso al Re ambasciatori di questa
-Repubblica; uno dei quali Piero Capponi, bramoso in segreto della
-caduta di Piero dei Medici, aggravava le commissioni perchè il Re più
-s’inasprisse contro a lui, secondo parve a Filippo de Comines scrittore
-insigne di questi fatti.[9] Degli altri Principi, Venezia se ne
-stava chiusa nella fiducia della potenza sua; l’inerzia piaceva a una
-Repubblica d’ottimati, molti dei quali non voleano credere alla discesa
-di Carlo VIII.[10] Papa Alessandro, seguendo le sue private passioni,
-aveva più volte nel corso di pochi mesi mutato amicizie; stringevasi
-infine con Alfonso che era succeduto nella corona al vecchio
-Ferdinando, e che mandava buon numero di soldati a cacciare dalla rôcca
-d’Ostia il fiero ed al Papa nemicissimo Giuliano della Rovere cardinale
-di San Pietro in Vincula; il quale fuggitosi per mare una notte, si
-recò a Vienna nel Delfinato, dov’era già il Re con tutto l’esercito.
-
-Grandi erano intanto gli apparecchi d’Alfonso, il quale sapendo le
-guerre di Napoli doversi vincere fuori del Reame, aveva mandato per
-mare il fratello Federigo con forte armata contro a Genova, sperando
-con l’aiuto de’ fuorusciti ribellarla dalla signoria di Lodovico: ma
-la spedizione mosse troppo tardi, e questi inviativi da Milano soldati
-in gran fretta contenne Genova, e indi con l’aiuto di Luigi duca
-d’Orléans, cugino del Re, battute le forze nemiche a Rapallo, costrinse
-Federigo con tutte le navi a ricovrarsi nel porto di Livorno, aperto
-a lui dall’amicizia di Piero dei Medici. Da un’altra parte muoveva
-il giovane Ferdinando duca di Calabria con buono esercito inverso
-Romagna, sperando procedere insino a Parma, città male affetta ai Duchi
-di Milano, e che gli avrebbe aperto l’entrata nel cuore di Lombardia.
-Ma convenivagli amicarsi prima quei Signorotti della Romagna; al che
-fu ostacolo principale Caterina Sforza che in nome del piccolo figlio
-teneva Forlì. A questo modo le due imprese, le quali dovevano cuoprire
-il Reame, del pari fallivano; e Carlo, cedendo ai nuovi stimoli che
-egli ebbe dall’impetuoso Cardinale, e valicate pel Monginevra le Alpi,
-giungeva in Asti ai 9 settembre.[11]
-
-Aveva seco oltre a dugento gentiluomini della guardia sua, mille
-seicento lance composte, tra uomini d’arme, arcieri e valletti,
-di sei cavalli ciascuna; cui s’aggiungevano, con sempre incerta
-numerazione, ottomila fanti guasconi con archibuso e spada a due
-mani; dodicimila balestrieri di altre parti della Francia, e ottomila
-Svizzeri con picche e alabarde: fu creduto che attraversassero la
-Toscana sessantamila soldati francesi.[12] Grande era il numero delle
-artiglierie, tali che Italia non aveva mai veduto le somiglianti;
-perchè le antiche bombarde per la pesantezza loro, e per essere le
-palle di pietra, si trascinavano lentamente tirate da buoi, ed era il
-piantarle lungo e difficile, ed i colpi di ciascuna molto radi; laddove
-i Francesi avendo i cannoni loro più spediti, gli tiravano a cavalli
-e gli piantavano e muovevano facilmente, essendone oltreciò i colpi
-assai più frequenti e gli effetti più gagliardi. Ma troppo inferiori
-in Italia erano per valore e fede i soldati, mercenari essi ed i
-condottieri loro, che per guadagno, mutando spesso padroni, tutti gli
-frodavano e poi gli tradivano: in Francia invece le milizie pagate dal
-Re si componevano di gentili uomini, che oltre agli stimoli dell’onore
-aveano certezza, con mostrarsi valorosi, di avanzare nei gradi, i
-quali salivano infino a quello di capitano; le compagnie inoltre non si
-rinnovavano a capriccio, nè si mutavano per diserzioni e arruolamenti,
-ma erano d’uomini per lo più della provincia stessa insieme avvezzi a
-combattere e a emularsi: il che si vuol dire anche dei fanti, che nelle
-battaglie tenevano il fermo, laddove in Italia si sbandavano al primo
-scontro: così la milizia, che era qui un mestiere, in Francia tenevasi
-il più decoroso degli uffici. Scendevano lieti in paese dovizioso, di
-dolce clima e di dolce vivere, al mondo famoso, da dover essere onorata
-preda.
-
-In Asti veniva Lodovico Sforza con la moglie Beatrice d’Este e
-splendido accompagnamento di dame e signori: grandi le onoranze, ma
-sospetti rinascenti sempre rendevano Carlo dubbioso al muoversi,
-perchè a ogni passo temeva una frode. Nè senza motivo, Lodovico
-tenendo in riserva già l’altro disegno, quello di chiudere in Italia
-l’oste francese ed opprimerla, nè avendo cessato mai dal praticare
-segretamente con Piero de’ Medici, di cui fu detto che lo avesse
-denunziato a Carlo.[13] Il quale in Asti côlto dal vaiuolo, dovè
-indugiare più settimane; dipoi visitata in Casale la Reggente del
-marchesato di Monferrato, che gli imprestò gioie da farne denari,
-venne il Re a Pavia, dov’era tenuto sotto la guardia dello zio il
-duca Giovanni Galeazzo cugino del Re per esser nati da due sorelle
-della casa di Savoia. Lodovico avrebbe voluto nascondere a Carlo quel
-misero giovane infermo e insidiato dalle male arti dello zio, e chiuso,
-perchè fosse obliato, in quel castello insieme alla moglie Isabella
-d’Aragona figlia d’Alfonso, e ad un bambino di pochi anni. Andava
-Carlo a visitare il cugino giacente nel letto, cui non disse altro che
-poche parole di conforto, essendo presente Lodovico; quando entrava
-Isabella che gettandosi a’ piedi del Re, bella, infelice ed animosa,
-gli raccomandava il padre e il fratello e la casa d’Aragona: ma Carlo
-rispose, ch’era troppo tardi; e si levò tosto commosso, e impacciato,
-dal tristo colloquio. Venne a Piacenza, dove allo Sforza giunse avviso
-della morte del nipote, che tutti crederono da lui medesimo affrettata;
-ond’egli recatosi a Milano, e quasi cedesse alle preghiere di molti,
-pigliava il governo in proprio suo nome, sebbene tenesse nascosta per
-allora l’investitura che già con danari aveva ottenuta da Massimiliano
-imperatore.[14]
-
-Carlo da Piacenza muoveva diritto alla volta di Toscana per la via di
-Pontremoli, ed aveva campeggiando in Lunigiana prese alcune castella
-suddite o raccomandate ai Fiorentini e saccheggiato Fivizzano. Per
-il che in Firenze dai governatori dello Stato si cominciò a temere, e
-dalla parte avversa a questo si cominciò a sperare ed a sparlare senza
-rispetto di Piero de’ Medici. Il quale cercando provvedere alla difesa,
-quando si venne in Firenze a fare danaro trovò inaspettata difficoltà
-nell’universale, e duri e male disposti allo spendere gli amici più
-facoltosi a cui ne aveva fatta richiesta. Onde egli senza fare altra
-prova sulla fede dei cittadini, e male imitando l’esempio del padre
-quando si recò a Napoli, prese consiglio di andare al Re e rimettersi
-nelle sue braccia lasciando la Lega degli Aragonesi con le condizioni
-migliori d’accordo, che a lui fossero possibili. Uscì di Firenze
-subitamente una sera con pochi amici, e venuto al Re, gli offriva
-quasi che spontaneamente Sarzana e Pietrasanta, luoghi ben muniti,
-poi Mutrone e Ripafratta ed altri castelli, egli come libero padrone
-e senza averne autorità dalla Signoria. A queste cose non è da dire se
-gli animi si alterassero in Firenze, di già sollevati per la partenza
-di Piero. Nelle Pratiche e nello stesso ufficio dei Settanta dove Casa
-Medici aveva i suoi più sviscerati, non mancavano parole di fiero
-concetto, ma spesso timidamente proferite, e poi annacquate, perchè
-dopo sessant’anni la dominazione di quella famiglia si era in Firenze
-connaturata. I più disposti a cose nuove facevano capo a Piero Capponi,
-e fra tutti si metteva innanzi un messer Luca Corsini, il quale una
-notte andò per suonare a martello la campana grossa; ma ritenuto, non
-potè suonare che due o tre tocchi, dal che la città fu più che mai
-turbata e confusa. In Palagio avevano co’ modi regolari eletta una
-Ambasceria di cinque cittadini che andassero a Carlo, dei quali era
-primo Fra Girolamo Savonarola. Si appresentarono questi al Re, ma senza
-venire a sorta alcuna di conclusione.[15]
-
-Piero de’ Medici in quel mezzo tornava in Firenze, e aveva dato
-ordine a Paolo Orsino, che era agli stipendi della Repubblica e suo
-congiunto, di fare soldati nel contado e riunirli seco in città; donde
-gli avversari suoi si risolverono infine a mostrarsi. La maggior parte
-della Signoria s’era volta contra a Piero; Iacopo de’ Nerli, armato
-con altri che lo seguitavano, venne in Palagio, e fattolo serrare,
-stava a guardia della porta. Era la mattina de’ 9 novembre, e Piero
-co’ suoi staffieri e gran numero d’armati, armato anch’egli, ma sotto
-il mantello, venne al Palagio, dove trovò la porta chiusa, e fugli
-risposto che se voleva entrare entrasse solo e per lo sportello.
-S’avvide allora che avea perduto lo Stato, e tornò a casa; dove
-bentosto udì che il popolo si levava; ed essendogli da un mazziere
-della Signoria notificato il bando di rubello, montò a cavallo e
-prese la via di Bologna. Il Cardinale Giovanni suo fratello, ch’era in
-Firenze, avea tentato venire in Piazza con seguito d’armati; ma visto
-che il popolo moltiplicava, se ne fuggì anch’egli vestito da frate per
-la stessa via, e seco Giuliano minore fratello, e degli amici della
-famiglia taluni che erano dei più odiati. La splendida e ornata magione
-di Cosimo e di Lorenzo andava a sacco; involate a questa molte ricche
-suppellettili e preziosità dell’arte, e libri e anticaglie. Correva
-la plebe alle case d’altri dei più noti partigiani, ma uomini savi
-raffrenarono il tumulto; e intanto i Signori chiamato il popolo in
-Piazza, annunziarono essere abolito l’ufficio degli Otto di Pratica,
-e l’ordine dei Settanta, dov’era la forza di parte Medicea, e tolto il
-corso ai quattrini bianchi che erano stati mezzo a rincarare il prezzo
-del sale. Francesco Valori, che tornava da Pisa, perch’era tenuto uomo
-netto che ai Medici aveva resistito, fu ricevuto con sommo gaudio ed in
-Palagio portato di peso sopra le spalle dei cittadini.[16]
-
-Il giorno stesso in cui Firenze recuperava la libertà, perdeva Pisa.
-Quivi era entrato il Re con l’esercito suo che sfilava alla volta
-del Reame; e andato al Duomo ad offerire, uomini del popolo e donne
-e fanciulli gli si fecero incontro al ritorno, e gridando Libertà,
-chiedevano uscire di sotto al giogo dei Fiorentini. Pigliarono animo
-vedendo benigna la faccia del Re, o fosse in lui compassione, o
-desiderio di gratificarsi i popoli: quindi la sera stessa co’ primari
-della città consentì che Pisa fosse libera sotto alla Regia bandiera,
-avendo molti cittadini a lui giurato fedeltà; occupava con le armi
-sue la fortezza nuova, la vecchia tennero soldati armati in fretta
-dai Pisani. I quali frattanto con indicibile allegrezza si diedero
-a cancellare da per tutto le armi e a disfare quanti rinvenivano
-Marzocchi o altre insegne dei Fiorentini: di questi in Pisa erano
-tanti, che nella città deserta si dicevano essere in maggior numero dei
-Pisani: uscirono molti sotto la guardia dei Francesi, e i principali
-insieme col Re. Nè questi al partire era in sè ben certo qual forma
-volesse dare alle cose dei Pisani, tirato, com’era suo costume, da vari
-consigli. Aveva in quei moti grande mano Lodovico duca di Milano, il
-quale bruciava di voglia d’avere Pisa perchè una volta ella era stata
-dei Visconti, che la venderono, e il vedersela torre di mano fu prima
-causa dell’alienazione sua dai Francesi.[17]
-
-Il Re da Pisa muoveva tosto verso Firenze, avendo parte delle sue
-genti mandato a Siena per altre vie. Ma perchè sapeva essere il popolo
-Fiorentino in armi e in fermentazione per la cacciata di Piero,
-soprastette a Signa alcuni giorni; e intanto andavano e venivano
-ambasciatori della Repubblica, i quali togliendo al Re i sospetti,
-regolassero l’ingresso suo nella città e pigliassero sicurezza contro
-ai disegni che si agitavano intorno a lui, dei quali era grande il
-timore. Imperocchè aveva egli mandato a invitare che tornasse Piero
-de’ Medici; non che si fidasse più in lui che nelle inclinazione dei
-Fiorentini verso Francia, ma perchè sperava con questa paura condurli
-ai patti che a lui piacessero. Piero da Venezia ricusò tornare, per
-consiglio (siccome fu detto) di quella Repubblica. A Signa proseguivano
-le pratiche ed i festevoli apparecchi; e il Re, avendo detto che si
-aggiusterebbe ogni cosa nella _gran villa_, faceva il giorno 17 di
-novembre il suo solenne ingresso in Firenze. Ricevuto alla porta dai
-Magistrati, venne alla chiesa di Santa Maria del Fiore per un largo
-giro, egli tutto armato e con la lancia sulla coscia, sotto a un
-baldacchino, che poi finita la cerimonia fu abbandonato alla rapina
-della plebe, com’era usanza. Destavano ammirazione grande le ricche
-vesti e le armi e le bardature e il portamento dei Baroni e Cavalieri
-che in grande numero seguivano il Re: gridava il popolo _Francia,
-Francia_. Carlo ebbe alloggio nella Casa dei Medici prestamente
-raddobbata: qui furono lunghi e difficili i negoziati, chiedendo i
-Francesi prima il dominio della città, dove il Re lasciasse un suo
-luogotenente; poi scendendo tortuosamente ad altre intollerabili
-pretensioni, secondo che, in mezzo a quel viluppo di cose, l’avarizia
-o l’ambizione o la paura gli sollecitavano.[18] Imperocchè è certo
-che il popolo aveva paura di loro, ed essi del popolo, in Italia,
-ed in Firenze massimamente, dove era una vita del tutto ignota agli
-oltramontani, e la potenza di una coltura dai sommi agli infimi
-equabilmente diffusa. Poi le vie strette impedivano i soldati, ed
-in questi era fama terribile del subitaneo levarsi in arme di tutto
-un popolo al suono d’una campana e dell’accorrere dal contado. Certa
-zuffa che nel Borgo d’Ognissanti destata per lieve cagione divenne un
-tumulto, parve essere indizio di moti più gravi. Ma sopra ogni cosa
-potè l’ardimento di Piero Capponi, il quale con gli altri ambasciatori
-venuto per conchiudere gli accordi nella presenza del Re, all’udire
-certe condizioni esorbitanti che un segretario leggeva, strappatagli
-a un tratto di mano la carta, la fece in brani e gettò a terra; al
-quale atto il Re gridando: _noi suoneremo le trombe_; replicava Piero,
-_e noi le campane_; uscendo impetuosamente co’ suoi compagni dalla
-sala. Non era già Carlo troppo male inclinato, e avea col Capponi
-avuta in Francia dimestichezza; laonde richiamatolo e sorridendogli
-familiarmente, quel giorno stesso fu sottoscritto l’accordo, pel
-quale Firenze rimase libera e da quella escluso Piero dei Medici: per
-le cose della guerra dovevano due ambasciatori seguire il Re, che ne
-terrebbe due in Firenze, che intervenissero quando si trattasse cose
-che importassero alla Lega; i Fiorentini pagare in sei mesi cento
-venti mila fiorini d’oro; le fortezze cedute dal Medici rimanessero ai
-Francesi finchè durasse la guerra, e le terre di Lunigiana fossero rese
-alla Repubblica: rimanevano in sospeso le cose di Pisa. Fatto l’accordo
-e dal Re giurato solennemente nel Duomo, questi che aveva in Firenze
-dimorato dieci giorni, progrediva per la via di Siena.[19]
-
-Non si appartiene al nostro assunto raccontare l’impresa di Carlo VIII
-in Italia, nè le altre guerre che da questa ebbero causa e principio
-infelicissimo: diremo i fatti solo a mostrare come si producessero, e
-quali effetti ne seguitassero. Andato il Re a Siena, vi si trattenne
-alcun poco e vi lasciò guardia, continuando il cammino direttamente
-inverso Roma. Avea Ferdinando duca di Calabria, che tornava di
-Romagna, avuta intenzione di fare testa in Viterbo; ma perchè il paese
-tumultuava, ed i Colonnesi minacciavano da Ostia e dalle terre ch’erano
-loro, indietreggiò fino a Roma, dove il Pontefice lo lasciò entrare,
-sebbene con l’animo incerto e agitato da varie paure, massimamente
-poi da quella che volesse Carlo insieme ai Prelati che lo seguitavano
-promuovere nella Chiesa una riforma; pensiero a lui molto terribile.
-Cercava pertanto rassicurarsi per via di negoziati, che furono lunghi
-mentre avanzavano i Francesi; i quali essendo per un primo accordo
-entrati in Roma mentre ne usciva il Duca di Calabria, si chiuse il
-Papa in Castel Sant’Angelo; e i negoziati continuavano, infinchè
-avendo conchiusa una lega col Re, lo accolse molto solennemente in San
-Pietro, da lui ricevendo le dimostrazioni consuete. Ferdinando tornato
-in Napoli, trovò gli animi in fermento per la memoria delle crudeltà
-d’Alfonso e degli inganni da lui consigliati al padre suo, come teneasi
-da molti: nè bastò ad Alfonso che gli avanzi della fazione Angioina
-fossero distrutti, mostrandosi i popoli per odio di lui disposti
-ad accogliere i Francesi: ond’egli agitato da questi terrori e dai
-tormenti della coscienza, i quali abbatterono quell’animo tanto superbo
-e feroce, non trovava requie nè il dì nè la notte, appresentandosegli
-nel sonno le ombre di quei signori morti, e il popolo concitato che
-cercasse il suo supplizio; fuggiva pertanto come forsennato dallo
-spavento, e ricoverandosi con pochi legni in Sicilia, cedeva la corona
-a Ferdinando: questi con l’esercito si raccoglieva in San Germano,
-sperando vietare il passo ai nemici. Ma già i soldati impauriti e i
-Capitani per salvare gli Stati propri, vacillavano di fede e d’animo; e
-dietro alle spalle era il Reame in grandissima sollevazione. Levatisi
-quindi vergognosamente da San Germano, si ridussero in Capua; nè in
-questa potè fermarsi il nuovo Re, perchè Giovan Giacomo Trivulzio,
-che aveva la guardia di quella città, facea con iniquo tradimento
-segreto accordo co’ Francesi, ai quali rimase poi sempre fedele. Lo
-stesso Virginio Orsini, che tanto fu innalzato dagli Aragonesi, mandava
-prima agli stipendi di Carlo il figlio suo, e quindi da Nola chiedeva
-ritrarsi con le sue genti. Così da tutti abbandonato il giovane Re,
-avendo prima radunati sulla piazza del Castelnuovo, abitazione reale,
-quanti potè dei Napoletani, gli discioglieva da ogni giuramento,
-bruciava o affondava le galere che erano nel Porto perchè non venissero
-in mano ai nemici, si opponeva con animo regio alla irrompente cupidità
-o all’iniqua levità degli uomini che tutto sperano dalle cose nuove, ed
-egli con la famiglia sua passava nell’isola d’Ischia. Carlo entrava in
-Napoli a’ 21 di febbraio 1495.
-
-Ma tosto s’avviddero i Francesi quanto poco fondamento avesse la troppo
-facile conquista. Più attendevano a godersela che a darle fermezza,
-insolentivano con la presunzione cresciuta in essi per l’altrui viltà;
-il Re, intento ai suoi piaceri, non badava nè a fare giustizia nè
-a mettere ordine nel governo: bentosto il falso amore dei popoli si
-mutò in odio contro allo straniero. E intanto i Principi, non d’Italia
-solamente ma d’oltremonte, si commovevano, quelli impauriti e questi
-sollevati a nuovi pensieri dall’essersi accorti, l’Italia essere un
-paese che in sè medesimo non aveva la propria difesa. Lodovico Sforza,
-poichè ebbe veduto procedere innanzi rapidamente i Francesi, e che
-gli ostacoli da lui sperati all’impresa loro cadevano tosto, entrò in
-discorsi col Senato Veneziano, uscito al fine dalla ponderata inerzia
-sua, e col Pontefice già disposto a entrare in quella Lega; la quale
-però non ebbe effetto sin ch’ell’era di soli italiani: ma fu in Venezia
-per ambasciatori solennemente conchiusa nel mese d’aprile, essendovi
-entrato Massimiliano imperatore, allora col titolo di re de’ Romani,
-e Ferdinando e Isabella che insieme tenevano il regno di Spagna.
-Questi più volonterosi degli altri avevano mandata una loro armata in
-Sicilia, di là preparandosi a portare la guerra in Calabria. Non era in
-Italia più da soprastare pei Francesi dopo una Lega tanto formidabile;
-e divenendo pericoloso l’indugio, il Re con la maggior parte
-dell’esercito partiva da Napoli dopo tre mesi dacchè vi era entrato,
-lasciati a guardia del Reame sotto Gilberto di Montpensier parte degli
-Svizzeri e dei Francesi, e cinquecento uomini d’arme italiani che aveva
-egli a soldo. Traversò Roma, donde il Papa ed il Collegio de’ Cardinali
-si erano ritratti in Orvieto; e in Siena fermatosi alcuni giorni, senza
-toccare Firenze, per la via più breve s’incamminò a Pisa.[20]
-
-Le cose di questa città procedevano allora in tal modo; le dubbie
-parole del Re ai Fiorentini e la grande propensione dei Capitani
-francesi davano animo ai Pisani, che usciti al tutto dall’antica
-suggezione, intendevano a fortificare di genti e d’armi lo Stato
-loro, avendo a sè amiche le due città vicine di Siena e di Lucca,
-e giovandosi del favore e degli aiuti che ad essi dava, benchè in
-segreto, lo Sforza, ma scopertamente in nome proprio i Genovesi:
-attendevano anche a liberare tutto il contado; e già cominciavano le
-offese quando in Roma, essendo al Re venuti ambasciatori delle due
-città nemiche, mandava questi il Cardinale di San Malò suo principale
-ministro a comporre, come si diceva, le cose di Pisa; il quale avuto
-con tale esca il rimanente dei danari al Re promessi dai Fiorentini,
-e andato a Pisa, nulla fece, dando così ai Pisani del loro proposito
-maggior conferma. Non è da dire se queste cose dispiacessero a Firenze,
-dov’era grandissimo sospetto del Re che nel ritorno conduceva seco
-Piero de’ Medici, e non si spiegava quanto alla via che piglierebbe per
-traversare la Toscana.[21] Si aggiungeva che i Senesi aveano in quel
-tempo fatto ribellare Montepulciano; talchè la Repubblica scoperta da
-più lati e minacciata, si diede a mettere in città soldati rafforzando
-le difese, intantochè a Poggibonsi gli mandavano per la seconda volta
-ambasciatore il Savonarola, che bene accolto, ne riportava benigne
-parole. Ma quanto a Pisa le incertezze duravano sempre, anche dopo
-esservi entrato il Re, perchè i consigli erano divisi, potendo in
-alcuni l’idea d’un diritto che stava pei Fiorentini, e l’oro sparso
-da questi in Corte, ma nel maggior numero quel sentimento che è molto
-vivo nei Francesi di farsi liberatori degli oppressi: muovevano Carlo
-i pianti delle donne e dei fanciulli che udiva sotto alla sua casa, e
-le supplicazioni delle più belle tra le Pisane che si raccoglievano a
-mesto ballo intorno a lui.[22] Partiva da Pisa contuttociò in fretta
-per la imminente guerra, nulla ivi mutando e con le solite promesse
-ambigue alle due parti.[23]
-
-Di già si formava innanzi a lui nelle gole dell’Appennino l’esercito
-della Lega per chiuderne il passo: erano i Francesi in numero forse
-meno che di ventimila, il Re avendone separate alcune squadre per
-la conquista di Genova che i Fieschi e gli altri fuorusciti a lui
-promettevano, ma inutilmente, come avean fatto con gli Aragonesi:
-quindi traversava Pontremoli che si rese a patti, ma una vendetta
-dei suoi soldati lo mandò a sacco e a filo di spada. Giunto il Re a
-Fornovo sul fiume Taro, si trovò a fronte l’esercito veneziano che si
-ordinava, e non molta parte di quello del Duca di Milano che aveva in
-casa un’altra guerra, come bentosto diremo: insieme superavano di gran
-lunga il numero dei Francesi. Era il 6 luglio quando i due eserciti
-sul greto del fiume vennero a battaglia fiera e memorabile, sebbene
-fosse di breve durata; un solo urto della cavalleria francese avendo
-sbaragliati gli Italiani che attorno a quel punto già erano vincitori,
-e che non seppero poi rannodarsi, massimamente perchè gli Stradioti,
-milizie greche o albanesi al servigio dei Veneziani, veduto i bagagli
-del Re abbandonati, uscirono dalla mischia per darsi al saccheggio. Il
-Re combattendo animosamente corse due volte pericolo d’esser preso;
-Francesco Gonzaga capitano dei Veneziani condusse quanto era in lui
-virtuosamente la battaglia: ma la vittoria fu pei Francesi, che si
-apersero la via con perdita assai minore di quella dei nemici. Non
-osarono però assalirli di nuovo nel campo dove si erano raccolti; nè
-dall’altra parte il conte Niccola Orsini di Pitigliano potè ai suoi
-persuadere di tornare indietro contro ai Francesi disordinati, e
-restaurare la battaglia. Il Re non senza difficoltà grande pervenne
-in Asti dopo alcuni giorni. Questa città, era di pertinenza del Duca
-d’Orléans, rimasta a lui dalla eredità di Valentina Visconti ava sua:
-credeasi per questa avere un titolo su tutto il ducato di Milano, che
-fino d’allora ambiva togliere allo Sforza; ed essendo lasciato dal Re
-ivi a guardare la Lombardia, occupò Novara per sorpresa, e vi si era
-fortificato. Lodovico Sforza, quando si fu riavuto dal primo spavento
-ch’era sempre in lui grandissimo, arruolò in grande numero soldati
-Tedeschi e Svizzeri, buoni a resistere ai Francesi più che non fossero
-gli Italiani. Fu l’assedio lungo e vario di casi, avendo Carlo cercato
-da Asti di liberare l’Orléans; crudele la guerra, la fame in Novara
-miserabile oltre ogni dire. Già da Fornovo, Carlo aveva mandato il
-Comines a trattare della pace separatamente con Lodovico, la quale ebbe
-finalmente conclusione ai 10 di ottobre; e sciolto l’assedio, il re
-Carlo VIII tornava in Francia.[24]
-
-Mentre accadevano queste cose, i popoli delle provincie napoletane si
-levavano per Ferdinando. Gaeta, che fu prima ad insorgere ne soffriva
-pena crudele, i Francesi avendo fatta dei paesani orribile strage. Ma
-le ribellioni moltiplicavano da per tutto; le quali a viepiù eccitare
-ed a farsi un piede sulle coste dell’Adriatico, il Senato di Venezia
-aveva mandato Antonio Grimani con ventiquattro galere; cui essendosi
-unito con altre poche Federigo d’Aragona fratello d’Alfonso, occuparono
-Monopoli in Puglia, che dagli Stradioti fu messo a sacco. Frattanto il
-giovane Ferdinando passato in Sicilia, scendeva da Messina in Reggio
-con gli Spagnuoli, pochi e poco buoni, ma condotti da quel Consalvo
-di Cordova, a cui rimase nella posterità il nome di Gran Capitano che
-aveva dal grado. Questi allora costretto dall’appassionata volontà
-del Re ad avanzare fino a Seminara, ed ivi incontrato il d’Aubigny che
-teneva la Calabria nel nome di Francia, furono sconfitti. Ferdinando,
-tornato in Sicilia, formò un ardito e savio divisamento: avendo
-raccolte quante navi potè rinvenire (ed erano ottanta male armate
-e senza numero bastante di marinari), entrò con esse nel golfo di
-Salerno, certo di empirle degli uomini che accorrerebbero a lui da
-ogni parte. Nè s’ingannava, poichè essendosi accostato a Napoli,
-vi entrava chiamato dal popolo in arme, che in città e fuori avendo
-assaliti i Francesi sosteneva lungo e animoso combattimento: ciò fu
-ai 7 luglio, giorno susseguente a quello del Taro. Giungeva notizia
-d’altre città che si liberavano; e dentro a Napoli essendo i Francesi
-chiusi nei Castelli, il Montpensier per inopia di vettovaglia era sul
-punto di capitolare, quando altre schiere Francesi muovendo di Puglia
-rinfrescarono la guerra intorno a Napoli.
-
-Qui, anticipando i tempi, diremo come variamente si combattesse in
-più parti del Reame, i Veneziani avendo al Re mandato il Marchese di
-Mantova e seco una grossa schiera di soldati, a patto che Ferdinando
-cedesse loro sull’Adriatico cinque delle città principali che
-gli avrebbero fatti padroni di quel mare fin dove il suo nome si
-tramuta in quello di Ionio. Fu lunga e aspra guerra, le due parti
-contendendosi il grosso provento della dogana di Manfredonia su’
-bestiami che in grandissimo numero dalla pianura di Puglia risalivano
-ai monti d’Abruzzo. Una grossa mano di Tedeschi ai soldi di Ferdinando
-resisterono fino a che tutti non fossero uccisi: gli Orsini e i Vitelli
-si posero al soldo dei Francesi, i Colonna stando per Ferdinando,
-contro al quale insieme raccolti facevano testa gli antichi Baroni
-angiovini: e il Montpensier accorreva per dare forza ai suoi, quando
-per mancanza di soldo essendo abbandonato dagli Svizzeri, dovette
-chiudersi in Atella di Basilicata; ma crescendo le diserzioni e la
-fame, e avendo Consalvo di Cordova con la prima e migliore tra le
-grandi vittorie sue rotti a Laino i Baroni che andavano al soccorso
-d’Atella, s’arrenderono i Francesi a patti, e la guerra cessava:
-tornarono al Re le fortezze presso che tutte, ed i Baroni a lui
-facevano ubbidienza: le ultime reliquie dell’esercito francese, ridotte
-a numero piccolissimo nelle micidiali paludi di Baja, ottennero grazia
-di tornare in Francia.[25]
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-NUOVA FORMA DI REPUBBLICA. — FRA GIROLAMO SAVONAROLA. [AN. 1495-1498.]
-
-
-Poichè fu partito da Firenze Carlo Ottavo, la città libera da ogni
-servitù si trovò addosso vario e molteplice e mal definito il peso
-della insolita libertà. Nel giorno stesso in cui si erano fuggiti
-Piero de’ Medici e i fratelli suoi, i loro contrari correndo alla
-facile e pronta opera dell’abbattere, aveano abolito l’ufficio degli
-_Otto_ e l’ordine dei _Settanta_ ed il Consiglio del _Cento_, nei
-quali pareva che stesse la forza del caduto Governo, e avevano rivocati
-dall’esiglio quanti erano stati banditi dal 1434 in poi come avversi
-a parte Medicea. Sarebbono cominciate le vendette, ed un esattore
-di gravezze odiato dall’infima plebe fu tratto a morte; ma gli altri
-più invisi, per l’interposta di savi uomini, ebbero campo di fuggire.
-Quando poi si venne a ordinare il nuovo Governo, non seppero altro da
-principio che tornare sulle antiche orme, e decretarono si facesse un
-generale squittinio di tutti coloro tra’ quali dovrebbonsi tirare a
-sorte i magistrati; e per il primo anno, finchè lo squittinio non fosse
-compiuto, gli uffici si dessero a mano da Venti Accoppiatori, nome di
-già usato nel maneggio delle elezioni. Risuscitarono anche l’ufficio
-dei _Dieci_, che prima si chiamavano di Balía ed ora di Libertà e Pace,
-sebbene attendessero alla guerra: quindi si fecero anche gli _Otto_.
-Ma i _Venti_ che in fatto venivano ad essere padroni della città, non
-però avevano in sè nemmeno quella potenza che si appartiene ad una
-fazione: insieme ad uomini di gran conto, v’erano di quelli che in
-qualunque modo si trovarono a galla in quel giorno o seppero imporsi
-alla città sopraffatta; scarso il numero di coloro che ai Medici
-avessero in qualcosa resistito; taluni ve n’era persino dei loro più
-sviscerati che ora si mostravano, come avvien sempre, i più zelanti.
-Quindi erano varie e male accorte le scelte; non potean fare senza
-coloro nei quali da tanti anni era la scuola delle pubbliche faccende,
-nè avrebbero voluto, temendo le vecchie passioni dei ritornati, o il
-nuovo scatenarsi di gente avida e corrotta: tra questi timori spesso
-eleggevano agli uffici uomini inetti a camminare per le vie scabre
-della libertà, e non di rado la Signoria usciva fuori per pochi voti,
-essendo divisi gli animi e le voglie ed il pensare degli Accoppiatori.
-
-Ma intanto al di sopra delle private insufficienze e delle passioni,
-si alzavano quelli antichi spiriti popolari che a un tratto risorti,
-a sè cercavano una forma: quella delle Arti avea perduto la virtù
-sua, ed oggi l’ammirazione degli uomini si voltava alla Repubblica
-di Venezia. Conoscevano essere fondata sul vero quella sovranità che
-ivi risedeva nel Maggior Consiglio, dove i nobili rappresentavano i
-cittadini qualificati: poteva dirsi che il governo di Venezia per tale
-rispetto fosse un governo popolare. A questo miravano astrattamente i
-voti dei più assennati, sebbene gli ambiziosi lo avversassero e i più
-veggenti poco ne sperassero; ma quella sola via possibile si trovava
-essere anche la migliore, ed il sentire del maggior numero spingeva a
-tal fine. Poichè non avevano come a Venezia la nobiltà che segnasse
-il grado, erano costretti cercare per la formazione del Generale
-Consiglio quelli tra’ beneficiati o aggravezzati che avessero essi o
-il padre, o l’avo, o il bisavo loro, seduto nei tre maggiori uffici:
-questo era in Firenze il solo titolo d’aristocrazia, dentro alla
-quale si raccoglievano uomini di varie qualità e colore, andando sino
-alle famiglie di quelli che avevano tenuto lo Stato avanti al 1434.
-Per entrarvi era necessario avere compiti ventinove anni, ed essere
-netti di specchio: il numero incerto variava, essendo da principio di
-ottocento, e poi volendosi che fosse composto di sopra mille cittadini.
-A questo Consiglio si apparteneva l’autorità del fare leggi e la
-elezione a tutti gli uffici, pe’ quali traevasi a sorte un certo numero
-di proponenti, e i nominati da questi doveano poi essere approvati
-nel Consiglio per la metà almeno dei voti più uno: perchè le prime
-nominazioni fossero migliori, si dava un certo premio a chi avesse
-proposto uomini che indi pe’ voti fossero vinti. Questo Consiglio
-era il sovrano, come a Venezia, della città: spettava quindi a lui di
-eleggere ottanta uomini da quarant’anni in su, che si scambiassero di
-sei in sei mesi, potendo essere indefinitamente raffermati; l’ufficio
-de’ quali fosse consigliare la Signoria ed eleggere gli Ambasciatori
-e Commissari; le provvisioni vinte dai Signori e Collegi passassero
-per le mani di questo Senato, per quindi avere la finale perfezione
-nel Consiglio Grande. Avevano prima lasciato ai Venti l’elezione della
-Signoria; ma questi essendo venuti a disciogliersi, andava pur essa nel
-Consiglio Grande.[26]
-
-Questa nuova forma di Repubblica, a tutti ignota e a molti spiacente,
-fu accettata per la grandissima autorità di cui godeva allora in
-Firenze Fra Girolamo Savonarola. Questi nato in Ferrara l’anno 1452,
-vestiva in Bologna l’abito dei Domenicani riformati essendo nell’anno
-suo ventitreesimo; e forse avendo un poco assaggiato le tempeste della
-vita secolare; ma perch’egli s’era fuggito dal padre occultamente,
-scusavasi a lui del fatto proposito, al quale gli erano stati motivi,
-«la grande miseria del mondo, l’iniquità degli uomini che più non si
-trova chi faccia bene;» ond’egli soleva dire con Virgilio: _heu fuge
-crudeles terras, fuge litus avarum_: «e questo perchè io non potea
-patire la gran malitia dei ciechati popoli d’Italia e tanto più quanto
-i’ vedea le virtù essere spente al fondo, e i vizii sollevati; questa
-era la maggior passione che io potessi avere in questo mondo.[27]»
-Per la qual cosa pregava Dio che gli mostrasse la via d’uscire _da
-questo fango_; e Dio l’aveva ora a lui mostrata degnandosi farlo
-_suo militante cavaliero_. In questa lettera pare a noi che sia già
-tutto intero il Savonarola. Vestiva quell’abito per farsi riformatore
-religioso, riformatore dei costumi e della disciplina; appassionato,
-ardito e ripieno della coscienza di sè stesso.
-
-Aveva di lettere buona tintura: della filosofia sapeva molto, ed in
-questa la precisione del suo linguaggio, l’elevatezza dei pensieri e
-la franchezza dei giudizi, mostrano ch’egli avrebbe potuto esercitare
-in Italia un apostolato di alte dottrine, se le tranquille meditazioni
-dell’ingegno in lui non erano impedite dal cuore bollente e non di
-rado anche dai sogni della fantasia. Ma innanzi tutto il Savonarola
-era uomo religioso, mistico a un tempo e moralista: la scienza sua era
-la Bibbia, dalla quale uscivano come da fonte viva e perenne i molti
-suoi scritti editi e inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture, o
-applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare tutto era nutrito
-di bibliche ricordanze: pare a me che nella povertà nostra sia egli il
-solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, tanto egli si
-mostra efficace non per arte tribunizia e non per impeti inconsulti, ma
-grave, ordinato, potente di quella che a lui era sola scienza; severo
-altamente e ad un tempo familiare tra quanti mai fossero oratori,
-l’indole sua ed i propositi a lui insegnando un certo suo fare per cui
-sembra volgersi parlando agli ascoltatori suoi, uomo per uomo, e ad
-ognuno era come se dicesse particolarmente a lui medesimo.
-
-Fin da principio della sua predicazione fu riprenditore franco dei vizi
-del Clero e più che mai di quelli più in alto locati; con quest’animo
-era entrato in convento, ed era questa la sua milizia; tanto più acerbo
-e veemente quanto più crescesse in lui l’alterezza di sè medesimo: non
-poteva un forte sentire in cose di religione andare disgiunto dalle
-acri riprensioni, nè vivere senza quella brama di riforme che tutti i
-migliori aveano comune. In lui era fede che Dio vorrebbe torre via le
-brutture della sua Chiesa e gastigare quelli che n’erano autori. Per
-questa fede le sue parole pigliarono tosto affermazione di profezia,
-nella quale tanto più s’incaloriva quanto più i tempi ingrossavano:
-già un terrore cupo regnava negli animi degli Italiani ed agitava gli
-uomini religiosi dopo ai principii del papato d’Alessandro VI e pe’
-disegni di Carlo VIII. Gli eventi sembrarono verificare le profezie;
-dipoi la guerra che a lui era mossa dai politici del Clero, e d’altra
-parte l’assenso fanatico dei suoi più devoti, facevano che egli
-ardente di fede, ma con l’animo in tempesta, cercasse rifugio a sè
-medesimo nella sicurezza dell’uomo ispirato, allora sentendosi potente
-a quella opera cui Dio lo chiamava. In fine a questa vedeva in mente
-il sacrifizio della vita sua, non la grandezza; e se le passioni sue
-e le altrui lo fecero qualche volta minore a sè stesso, nessuno lo
-accusi d’artifizi calcolati. Abbattere il male con la potenza della
-parola, ciò solo voleva, non alzare in contro all’altare profanato un
-suo altare; ma co’ soli uomini corrotti e malvagi avendo battaglia,
-non mai si trova ch’egli cercasse d’alterare in nulla non che le
-dottrine ma nemmeno gli ordini della gerarchia. L’intera sua vita
-e l’esame ch’ebbero i libri suoi da chi più l’odiava, fanno di ciò
-fede certissima; era egli uomo essenzialmente italiano, e la natura
-e le tradizioni nostre negano a noi la facoltà e la voglia d’alzare
-i trovati del nostro intelletto fuori del sentire universale, di
-confidarsi troppo in una dottrina da noi vista nascere, e d’inventare
-noi stessi una forma per quindi adorarla.
-
-Da più anni era il Savonarola venuto a Firenze nel convento di San
-Marco, e predicava con grande fama di santità e dottrina, minacciando
-flagelli grandissimi e tribolazioni; tantochè Lorenzo de’ Medici, al
-quale lo stato presente pareva essere molto buono, lo fece ammonire che
-parlasse poco _de futuris_.[28] Nell’intervallo era dimorato qualche
-tempo in Brescia, la Provincia di Lombardia facendo allora tutt’uno
-con quella di Toscana, finchè lo stesso frate Girolamo non ottenne da
-Papa Alessandro che la Congregazione dei Frati Predicatori di Toscana
-si reggesse come Provincia da sè; la quale cosa lo fermò in Firenze.
-Si diede allora tutto alla riforma del Convento del quale fu Priore.
-Ai Domenicani stretti era vietato il possedere, ma da un cinquant’anni
-trascorsa la disciplina, avevano terre e case di molta rendita: il
-Savonarola in poco tempo vendè ogni cosa; ma tanta era la devozione che
-per lui ne venne al Convento da bastare a un numero sempre crescente
-di Frati; i quali di cinquanta ch’erano prima, si moltiplicarono fin
-oltre a dugento. Aveva comprato la Casa in Via della Sapienza, dove per
-lascito di Niccolò da Uzzano dovea risiedere lo Studio, e che venne
-unita a San Marco per via d’un passare sotterraneo a traverso la via
-del Maglio. Quivi erano scuole di greco e d’ebraico, di scienze sacre
-e di profane, a formare uomini capaci ad un voto che gli stava nella
-mente, quello di predicare il Vangelo ai Turchi. Faceva tutto questo
-col ritratto dei beni venduti; comprava dal Fisco per tremila fiorini
-d’oro la Biblioteca Medicea, che aggiunta all’antica di San Marco,
-eredità di Niccolò Niccoli, era quivi messa a pubblico uso; ed intanto
-sovveniva alle strettezze della Repubblica inabile a soddisfare i
-creditori di casa Medici, tra’ quali era Filippo de Comines, per mille
-fiorini dei quali il Frate si accollò il pagamento. Aprì anche una
-scuola di Pittura nel Convento, prezioso pei dipinti di Fra Giovanni
-Angelico, ed ora per quelli di Fra Bartolommeo, tanto devoto al
-Savonarola che dopo la morte di questi lasciava per due anni da banda i
-pennelli. Fra Girolamo sentiva l’arte come filosofo non di cuore arido,
-ed il Bello definiva con alti concetti, semplici ed evidenti, nei quali
-credo sia la sostanza di quante dottrine mai si facessero intorno
-all’Arte.[29] Fu inoltre poeta e non dei volgari, la sua mente a
-prodursi intera avendo bisogno d’espandersi anche per via della poetica
-espressione.
-
-Lorenzo de’ Medici lo aveva chiamato al suo letto di morte;[30] ma
-non appena mancato questi, si era Fra Girolamo sentito più libero nel
-predicare, dov’era tutta la forza sua. L’Avvento del 1493 in Santa
-Maria del Fiore espose intera la sua dottrina intorno alla fede e alla
-virtù delle opere; mostrò il Vangelo essere da tutti abbandonato;
-accusò le Corti dei Principi e il mondano fasto dei grandi Prelati;
-annunziò il flagello che si avvicinava. Assiduo sul pergamo, di là
-svolgeva i suoi concetti sempre più alto e più incalzante nel seguente
-anno 1494, mentre Carlo VIII scendeva in Italia. Questi giunse in
-Asti ai 9 settembre, e ai 21 di quel mese avendo il gran Frate, che
-predicava sulla Genesi, discorso più giorni dell’Arca mistica di Noè,
-doveva esporre le parole intorno al Diluvio. Sotto alle vôlte del Duomo
-la folla si accalcava da più ore oltre al consueto; la trepidazione
-grande; e quando la voce del Savonarola si udì ad un tratto tuonare
-dal pulpito queste parole: «Ecco, io manderò le acque sulla terra,»
-per tutta la chiesa furono grida e pianti di terrore e di spavento:
-raccontava Pico della Mirandola che un brivido gli era corso per le
-ossa, e i capelli gli stavano ritti sulla fronte; confessa Fra Girolamo
-ch’egli era commosso quel giorno al pari degli ascoltatori suoi.[31]
-
-La potenza del Frate in Firenze non aveva chi la pareggiasse; e quando
-si venne a riformare lo Stato, la voce di lui era la sola che dominasse
-i voleri incerti o divisi, e che mettesse unità in questo popolo servo
-da tanti anni e disgregato, ricomponendo, quanto allora si potesse,
-quel grande fascio della comunanza, dov’era stata la forza in antico
-della città di Firenze. «O popolo mio, tu sai che io non sono mai
-voluto entrare in cose di Stato (predicava egli quando si venne alle
-Riforme): credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che
-ciò è necessario alla salute delle anime? — le mie parole vengono
-dal Signore — purificate il vostro animo; e se in tale disposizione
-voi riformate la città vostra, tu, popolo di Firenze, incomincierai
-in questo modo la riforma di tutta Italia....» Il Savonarola era di
-popolo come uomo e come frate e come santo; i vizi scendevano allora
-dall’alto, ed il popolo si manteneva pio e costumato al confronto
-della corruttela dei suoi capi, sia laici, sia cherici: nè altro
-governo qui era possibile a impedire la tirannia d’un solo. Il Frate
-in mezzo a tutti apparve temperato nei consigli, conoscitore degli
-uomini e degli ordini civili. Chiamato in Palagio, approvò la nuova
-forma con savie parole, mostrando che era allora assai fermare un modo
-che fosse buono in universale, e che i disordini si correggerebbero
-col tempo. Dopo questo volle raccogliere in Duomo i Magistrati ed il
-Popolo, escludendone le donne e i fanciulli. Propose e raccomandò
-un Governo popolare fondato sul timore di Dio e sulla riforma dei
-costumi, non guasto dal tarlo dei fini privati, eguale per tutti, non
-facendo distinzione tra gli uomini del vecchio e del nuovo Stato,
-perdonando le passate colpe, di modochè fosse pace universale. In
-seguito ebbe mano egli stesso nell’abolire il modo tirannico per cui si
-distribuivano le gravezze, volendo che una _decima_ sulle possessioni,
-dipendente dal valore dei fondi, togliesse via le personalità che
-si usavano nell’imporre. Il tribunale della Mercatanzia, che aveva
-perduto l’antico credito mentre sotto ai Medici era in mano dei
-loro amici, fu rialzato con nuovi Statuti, i quali divennero un vero
-Codice di commercio. Il Monte di Pietà, predicato più anni prima da
-uomini religiosi, non si era mai potuto fondare; ma ciò venne fatto
-al Savonarola, ed una Legge tutta di carità si venne a porre contro
-all’usura praticata iniquamente dagli Ebrei. Raccomandava egli queste
-cose dal pergamo, e prima già erano accolte dai Capi dello Stato.
-Ma ciò che sopra ogni altra cosa diede carattere al nuovo governo,
-fu l’abolizione del tirannico diritto che, prima concesso ad altri
-magistrati, risedeva ora negli Otto di Guardia e Balía, potendo questi
-con _sei_ voti condannare alla perdita della vita o della patria o
-degli averi quale si fosse cittadino. Per una legge, che indi ebbe nome
-di Legge delle _sei fave_, fu data l’appellazione da quelle condanne al
-Consiglio Generale. Aveva il Savonarola opinato bene, che la revisione
-di que’ giudizi dovesse farsi da _Ottanta_ o _Cento_ uomini principali.
-Ma i partigiani d’un Governo stretto con grande calore si opponevano a
-quella legge; da ultimo accettarono che l’appellazione si facesse al
-Consiglio Grande, più esposto alle brighe e alle seduzioni di quello
-che fosse un Consiglio stretto e scelto tra i sommi.[32] Vedremo da
-questo errore prodursi gravi disordini e fatali.
-
-Queste alienazioni dal Savonarola già si mostravano in seno ai
-Consigli; tra lui e il popolo bene s’intendevano, e aveva su questo
-un ascendente che nessun altri mai. Lo esercitava perchè ubbidiva
-egli medesimo a un dovere; per tal conto a lui non pareva mai fare di
-troppo. Firenze non era più la città del Magnifico, ma universale una
-professione di costumi severi, e frequenza d’atti religiosi; nelle
-chiese ufficii, ed un pregare di donne ai tabernacoli per le vie; Laudi
-composte in linguaggio familiare dal Frate e da’ suoi più devoti, si
-udivano invece dei sozzi Canti carnascialeschi. Tal era Firenze gli
-anni 95 e 96; nei primi di questo, gli ultimi giorni del Carnevale,
-tacquero le pazze feste consuete; uomini e donne e fanciulli,
-comunicatisi la mattina, andarono dopo desinare in numero grandissimo a
-processione per la città. Nei giorni prima erano molti fanciulli andati
-a frotte con certi ordinati modi a chiedere, o piuttosto a imporre
-limosina ai passanti per le vie, e per le case a farsi consegnare
-quello che appellavano le _vanità_, o gli _anatemi_; erano disegni e
-libri osceni, arnesi di giuoco e abiti da maschera: di questi aveano
-adunata grande piramide sulla Piazza della Signoria con entro materie
-combustibili, alle quali fu dato fuoco tra le grida e l’esultanza
-del popolo ond’era gremita la Piazza. Ai tempi nostri si cominciò a
-dire che erano allora state distrutte molte preziosità e capolavori
-dell’Arte, fu molto gridato contro alla barbarie del Savonarola: ma
-che un barbaro non fosse egli abbiamo mostrato, e oggi tutti sanno; e
-che per le cose bruciate le Arti non facessero iattura grande, prova
-il silenzio dei contemporanei, sebbene a lui poco amici, che non gli
-fecero tale accusa. D’opere che avessero pregio dall’arte non trovo
-ricordato che un tavoliere di ricco lavoro.[33]
-
-Mentre in Firenze si facevano queste cose, quelle di Pisa divenivano
-sempre più dure ai Fiorentini. Tostochè il Re fu tornato in Asti,
-gli Ambasciatori della Repubblica aveano fatto seco un trattato per
-cui dovesse restituire le fortezze, ed ebbe a tal fine certa somma
-di danari. Di Francia venivano Ambasciatori per l’esecuzione del
-Trattato; ma il fatto non seguiva, contrapponendosi o per segrete
-istruzioni, o per cagioni private, o per danari avuti, l’Entraigues che
-n’era castellano. Anzi una volta i Commissari della Repubblica avendo
-raccozzate genti e mandatele fin dentro la città di Pisa, il Castellano
-francese cominciò a trarre addosso a loro con le artiglierie, per il
-che dovettono tornare indietro: e male potendosi tenere le terre in
-quella provincia, che ad ogni occasione che ne avessero si ribellavano,
-la guerra posava per allora. Il solo acquisto che facesse la Repubblica
-fu di Livorno, restituito poco dopo secondo i patti, che in tutto
-il resto erano violati: Pietrasanta venne in mano dei Lucchesi,
-Sarzana dei Genovesi, e la Repubblica vedeva dissiparsi l’antico suo
-Stato. Nemici i Senesi tenevano sempre Montepulciano, per il che una
-volta fu da Firenze tentata un’impresa contro Siena, la quale andò
-a vuoto perchè la città divisa si levò tutta, quando alle sue porte
-vidde la minaccia delle armi Fiorentine.[34] Scriveva Fra Girolamo a
-Carlo lettere di ammonizione in nome di Dio; gli Oratori in Francia
-continuavano le lagnanze, inutili sempre:[35] allegavano i Fiorentini
-che il Re avea giurato, ed essi, oltre al debito gli erano stati
-fedeli; per lui si avevano nimicata l’Italia intera. Ma quando faceano
-segno d’accostarsi alla confederazione contro lui, sapeva il Re che non
-l’avrebbono mai fatto, offesi dall’avere il duca Lodovico e i Veneziani
-pigliato la protezione di Pisa, che da questi ultimi fu occupata nel
-nome della Lega. L’unione d’Italia non faceva pei Fiorentini se non
-riavessero Pisa, e brutta parte era quella loro quando chiamavano essi
-soli il re Carlo VIII a una nuova spedizione, della quale rimasero vane
-non che le promesse anche le preparazioni che una volta ne aveva il Re
-fatte.[36]
-
-Qualunque si fossero le azioni e i consigli della Repubblica di
-Firenze, mettevano capo al Savonarola: continuava questi a predicare in
-Santa Reparata con maggiore udienza che mai avesse predicatore alcuno,
-e apertamente cominciò a dire che egli era mandato da Dio ad annunziare
-le cose future. Dal che nascevano divisioni e mali umori nella città,
-dove molti non credevano naturalmente a queste cose, e dispiaceva a
-molti il Governo popolare, che da lui era tenuto fondamento di ogni
-cosa che fosse salute alla città e all’Italia ed alla Chiesa. Qualche
-segreta macchinazione fu tosto repressa; ma la divisione cresceva,
-alienandosi non pochi da lui secondo che il Frate andasse più innanzi
-e i tempi divenissero più difficili. Tutti i seguaci di lui favorivano
-la parte di Francia, avrebbono gli altri voluto accordarsi colla Lega;
-gli uomini più autorevoli, o erano seco o si tenevano in disparte.
-Francesco Valori era tutto col Savonarola; Pagol’Antonio Soderini
-teneva la stessa parte, ma nell’animo altro non cercava che una forma
-somigliante a quella della Repubblica di Venezia, dove era egli stato
-lungamente ambasciatore e s’era formato a quella scuola. Guid’Antonio
-Vespucci, giureconsulto di autorità grande, molto adoperato nelle
-ambascerie, aveva servito i Medici, e nulla amava fuori dei governi
-stretti, benchè si sapesse molto bene destreggiare nei Consigli. Piero
-Capponi per forza d’animo soprastava, ma era tenuto vario e subitaneo;
-uomo di fatti più che di parole, nelle Consulte s’impazientiva, co’
-popolani sviscerati male s’intendeva, e poco al Frate credeva. La vita
-dei campi si confaceva alla natura sua, talchè mandato a governare
-come Commissario la guerra di Pisa, riusciva meglio di quanti v’erano
-prima di lui stati; ma in guerra del pari odiosa e meschina, ebbe
-fine miserando. Soiana è castello delle colline Pisane dove guardano
-a Volterra, o piuttosto corte rettangolare, poco vasta, ma cinta di
-grosse mura. Il Commissario per abbatterlo attendeva a piantare una
-bombarda, quando dalle mura la palla di un falconetto lo colse in
-fronte: così moriva, toccati appena i cinquant’anni, Piero Capponi, e
-benchè non da tutti amato, lasciava di sè grandissimo desiderio nella
-città ed un nome anche dai posteri onorato.
-
-La fortuna dei Pisani in quei giorni prosperava molto, avendo
-efficaci aiuti dai Veneziani che aveano abbracciato con ardore quella
-impresa. Del che insospettito Lodovico il Moro, si pensò accrescere la
-reputazione sua chiamando in Italia l’imperatore Massimiliano che gli
-era parente, ma del quale conosceva la levità dei consigli e l’inopia
-di moneta, per cui non sarebbe altro che un nome da usare in suo pro.
-I Veneziani dall’altra parte, che temeano allora un’altra spedizione
-di Francesi e un altro voltarsi del Moro, prestarono anch’essi danari
-a questo Imperatore vendereccio: pareano tornati sotto al predecessore
-di Carlo V i tempi nei quali veniano in Italia i Cesari a fare parte di
-mendichi. Nè Massimiliano aveva potuto raccogliere altro che trecento
-soldati a cavallo e mille cinquecento a piedi; del che vergognandosi,
-scansava le grandi città, e si condusse così fino a Genova. Aveva
-mandato ambasciatori ai Fiorentini e questi ne aveano mandati a lui;
-ai quali non volendo dare risposta, disse che l’avrebbono dal Legato
-del Papa, che gli rimandò al Duca di Milano. Gli ambasciatori, ch’erano
-Cosimo de’ Pazzi vescovo di Arezzo e Francesco Pepi, di ciò indignati,
-presentandosi al Duca che gli aveva ricevuti con molta pompa ed
-apprestava solenne discorso come grande arbitro dell’Italia, dissero
-non avere altro mandato che solamente di fargli reverenza; nè in altra
-materia volendo entrare, se ne andarono con grande sdegno del Duca.
-Massimiliano da Genova essendo sceso innanzi Livorno, l’assediava.
-Una parte delle sue genti entrate in Maremma trattarono crudelmente
-Bolgheri e Castagneto, terre dei Gherardesca: fu questa la sola impresa
-in Italia di Massimiliano imperatore; il quale guidando pessimamente
-la guerra, e le sue navi essendo malmenate dalle tempeste autunnali e
-per la sopravvenienza di navi Francesi, ritrattosi dopo un mese appena
-dacch’era disceso, tornò in Allemagna.[37]
-
-La Repubblica pareva in questi tempi fortificarsi, essendo la somma
-d’ogni cosa nel Consiglio Grande, che i Frateschi amavano come cosa
-loro, e molti favorivano come imitazione della Repubblica di Venezia;
-gli uomini stessi dello Stato vecchio temevano meno da un Governo largo
-che da uno Stato più ristretto in cui dominassero i più implacabili
-dei nemici loro. A questo Consiglio aveano in Palagio edificato una
-grande Sala, che aprirono allora in modo solenne, e il Savonarola vi
-predicava: questa Sala, più tardi ornata dai Medici per cancellarne
-la prima origine, tacque più secoli; ai giorni nostri si diede in essa
-un primo passo alla unità nazionale. Accade in ogni grande mutazione,
-che da principio la naturale sua bontà si creda che basti a farla
-procedere chiamando a tal fine gli uomini semplici e tenendo addietro
-i più ambiziosi. Ma questi, che sono anche i più forti, non soffrendo
-starsi inoperosi, empiono tosto il nuovo Stato dei vizi loro; perchè
-gli Stati, qualunque sia la loro forma, dipendono infine dalle qualità
-degli uomini, e queste per niuno rivolgimento vengono a mutarsi. Così
-in Firenze, dopo avere nei primi tempi dato i magistrati a cittadini
-di poco valore, dovettero infine venire ai sommi; i quali recarono
-dentro ai Consigli, oltre alla scienza loro, gli astii e le cupidità e
-le divisioni. Francesco Valori, che prima era stato sempre ributtato,
-fu a calen di gennaio 1497 (st. com.) creato Gonfaloniere. Scrive di
-lui un contemporaneo, che «fu di presenza grande, ed il volto lungo e
-rosso, d’animo vastissimo, di grande gravità, di poche parole, altiero,
-severo, visse parcamente, vestiva modestissimo; e delle pecunie
-pubbliche nettissimo, ma cupidissimo dell’onore: in servire gli amici
-ardente, ma con loro superbo.[38]» Portato dal favore dei Frateschi,
-ne divenne capo: attese a crescere autorità al Consiglio purgandolo
-di taluni che v’erano entrati nella confusione del primo scrutinio;
-e perchè il numero rimaneva scarso, abbassò fino ai 24 anni l’età che
-rendesse abile ad entrarvi. Erano i Frati di San Francesco avversi a
-quelli di San Domenico per antica rivalità; il Valori ne fece cacciare
-di Firenze alcuni che predicando contradicevano al Savonarola. La parte
-dei Medici si risentiva, e molti preti e cortigiani Fiorentini erano
-iti a stare a Roma col Cardinale: contr’essi uscirono leggi asprissime,
-che gli richiamavano e proibivano di praticarli. Ma ebbero queste leggi
-forte contrasto; e i nemici al Savonarola facendo causa co’ partigiani
-dei Medici, trassero a Gonfaloniere dopo al Valori Bernardo del Nero,
-uomo fra tutti autorevole per la pratica delle maggiori faccende che
-spesso il Magnifico gli aveva fidate.
-
-Era il Consiglio assai migliorato d’autorità e di credito, le scelte
-agli uffici della città e fuori essendo generalmente ragionevoli.
-Nondimeno perchè il favore stava pe’ Frateschi, gli altri s’adopravano
-indefessamente a screditare il Consiglio per via d’astuzie, allargando
-il numero dei voti perchè s’empisse d’inetti e malvagi; ed essi poi
-o astenendosi dall’intervenire, o a tutti dando le fave bianche,
-s’ingegnavano perchè il Consiglio disordinandosi venisse a noia agli
-uomini dabbene. Le proposizioni per gli uffici, che prima giravano tra
-pochi, abolirono, sostituendovi le tratte, in modo però che i sortiti
-fossero poi squittinati da tutto il Consiglio: il che riuscì contro
-alla volontà dei cospiranti, perchè il Consiglio tutto intero avendo
-finalmente in mano le scelte agli uffici, ne acquistò grazia e autorità
-nell’universale.[39]
-
-Cotesti maneggi avevano a capo lo stesso Gonfaloniere, Bernardo del
-Nero, del quale però non era intenzione richiamare Piero dei Medici
-in Firenze, ma formare uno Stato stretto, mettendo innanzi Lorenzo
-e Giovanni di Pier Francesco, i quali si erano, come vedemmo, fatti
-chiamare Popolani, ed aspettavano da quelle bassezze ottenere il
-principato. Favoriva queste loro pratiche il Duca di Milano, che odiava
-forte quei governi larghi coi quali è impossibile tenere segreti e non
-si ha di nulla sicurezza.[40] Giovanni, bello della persona, si era
-fatta moglie la bella vedova Caterina Sforza che reggeva pei figli
-lo Stato di Forlì. Ma intanto che andava questa congiura, altri che
-bramavano il ritorno di Piero, animati dallo sparlare che si faceva
-pubblicamente nella città, cominciarono a tenere pratica seco. Ed
-egli a disporre meglio la materia, mandò in Firenze maestro Mariano da
-Ghinazzano generale dell’Ordine di Sant’Agostino, che aveva qui avuto
-grande fama di predicatore al tempo di Lorenzo, ed era appresso a lui
-stato in grande favore. Il quale dal pulpito apertamente dichiarandosi
-contrario a Fra Girolamo, promuoveva destramente l’accordarsi della
-città colla Lega. Le quali cose perchè non aveano punizione alcuna,
-Piero ingagliardito e confidandosi al modo che i fuorusciti sogliono,
-che al solo mostrarsi, i cittadini stanchi, affamati e malcontenti,
-gli aprirebbero le porte; negli ultimi giorni del mese d’aprile, quando
-Bernardo del Nero era al termine dell’ufficio, venne a Siena con molti
-soldati condotti da Bartolommeo d’Alviano, per opera dei Veneziani
-che si credevano, rimettendo Piero in Firenze, assicurarsi l’acquisto
-di Pisa: a questa impresa era naturale che Lodovico Sforza non desse
-favore. Ma Piero venuto il primo giorno a Tavarnelle, s’accostò il
-secondo fin presso alle mura della città; dove chiamato in fretta
-Pagolo Vitelli che a lui s’opponesse, fecero Signoria nuova di amici
-allo Stato, e sostennero in Palagio circa dugento cittadini dei più
-sospetti. Piero, essendo stato più ore alla porta, veduto non farsi
-nella città rumore alcuno, se ne tornò a Siena.[41]
-
-Rimasero nella città i sospetti grandi, a molti parendo che Piero
-dovesse avere intelligenze dentro, sulla cui fede si fosse egli mosso.
-Questi ed altri mali umori bollivano, quando tre mesi dopo al fatto una
-improvvisa rivelazione fece divampare quei sospetti in fiere passioni
-e in atti che furono, come vedremo, perniciosissimi. Un Dell’Antella,
-malvagio uomo ch’era in bando a Roma, cercando il ritorno e non so
-quale guadagno, scrisse avere cose di grande momento da denunziare
-quando gli dessero salvocondotto. Venuto in Firenze, accusava cinque
-primarii cittadini di pratiche in vario modo tenute a favore di Casa
-Medici. Erano questi Lorenzo Tornabuoni cugino di Piero, Niccolò
-Ridolfi suocero a una figlia di Lorenzo, Giannozzo Pucci di quella
-Casa che aveva innalzato il vecchio Cosimo, e un Giovanni Cambi;
-primo fra tutti d’autorità e di grado Bernardo del Nero, vecchio di
-settantacinque anni, convinto non esser egli autore, ma consapevole
-di quei fatti. A giudicare i cinque rei fu eletta una Pratica, nella
-quale oltre alla Signoria ed ai Collegi sederono molti principali
-cittadini: doveano essere dugento, ma intervennero soli centotrentasei.
-Le passioni erano furibonde, e la sentenza riusciva dubbia, se nuove
-lettere venute allora, e messe fuori, non aggravavano gli accusati
-mostrando imminente il pericolo della Repubblica. La Signoria ed i
-Collegi che intervenivano nelle Pratiche e avevano ciascuno (come
-allora si diceva) la loro pancata, pronunziarono l’assoluzione: ma
-vinse la morte pel maggior numero degli aggiunti, che dietro agli
-altri sedevano. Allora messer Guid’Antonio Vespucci levatosi, chiese
-pei condannati l’appello al Gran Consiglio, secondo la legge. La
-Pratica fu rimessa ad un altro giorno, e il disordine dalla Sala passò
-grandissimo nella Piazza. Era costume che nelle Pratiche dicessero in
-nome della loro pancata quelli che in testa sedevano, senza però che
-agli altri fosse vietato parlare. In questa seconda consulta vollero
-che ciascuno desse il suo voto personalmente: ma tali erano le grida
-per tutta la Sala, che non si sarebbe venuto a capo della risoluzione
-(il che era cercato dai difensori degli accusati), se Francesco Valori
-non avesse imposta una sentenza di morte immediata, destando negli
-altri con le minaccie una paura che meglio avrebbe egli per sè stesso
-dovuta sentire. In questo modo rimaneva escluso l’appello al Consiglio
-Generale, ultimo scampo ai cinque miseri, ai quali in mezzo ad un
-tumulto feroce fu quella notte stessa mozzo il capo: pochi altri ebbero
-il confine, altri si assentarono.[42]
-
-Di quelle morti furono autori gli amici del Savonarola, ed egli si
-tacque: nell’esame di lui che abbiamo a stampa si legge avere egli
-detto che di quel giudizio non s’era impacciato, ma che Lorenzo
-Tornabuoni aveva raccomandato al Valori. Inoltre non era egli arbitro
-di quelle vite, nè allora padrone per modo alcuno della Repubblica;
-questa era già in mano d’uomini politici, e la legge che ai rei
-concedeva l’appello al popolo uscì diversa da quella che aveva Fra
-Girolamo consigliata. Poteva ben egli con verità dichiarare, che in
-cose di Stato non gli era piaciuto d’ingerirsi mai, e che nel fondare
-il Governo popolare non ebbe altro fine che il bene delle anime e la
-riforma dei costumi. Predicatore d’una idea, non fu egli mai ordinatore
-di un disegno: il guardare gli uomini dall’alto gli aveva educato il
-senso pratico delle cose; grande si mostrava nell’ordinare lo Stato
-di Firenze, ma di condurlo non si brigava; era il profeta di quello
-Stato, ma non avrebbe voluto esserne il ministro; di queste ambizioni
-non ebbe egli mai, sebbene avesse in sè le passioni dell’uomo di parte
-e a quelle servisse. Vietò da principio si perseguitassero gli amici
-di Casa Medici; ma l’adoprarsi a ricondurne la dominazione era col
-promuovere una tirannide contrastare alla grande opera che stava in
-cima di ogni suo pensiero, e alla quale si sentiva egli chiamato da
-Dio; era delitto cui non poteva essere indulgente. Quando sul pulpito
-veniva a dire dei provvedimenti che via via occorrevano per lo Stato,
-ciò a lui era farsi banditore del Vangelo in tutta quanta l’ampiezza
-sua, nè al predicatore credeva bastasse ripetere sempre come a stampo
-certi temi della vita spirituale; ma le sue prediche volea pigliassero
-tutto l’uomo direttamente, svelatamente, l’uomo in famiglia, l’uomo
-nella vita civile, secondo che i tempi e i costumi volessero certe più
-specificate riprensioni e più immediate, o certi consigli che a cose
-pubbliche riguardassero.
-
-Intanto però benchè il Savonarola propriamente non fosse capo di quella
-Parte, ne aveva in sè l’anima e la forza pei tanti che a lui erano
-devoti con cieca credenza. In lui certamente la sicurezza ch’egli
-ponea nell’affermare le cose future derivava dalla fede che Dio non
-potesse a lungo restarsi permettitore del male; e chiunque ignori
-quel che sia fede e non la creda capace a muovere di per sè sola le
-azioni umane, non potrà intendere il Savonarola. Ma quando agli uomini
-manifestava e persuadeva con tanta efficacia quel ch’egli sentiva
-dentro dell’anima esaltata, era impossibile non si credesse dotato fra
-tutti di un superiore conoscimento, e quindi in lui non si destasse di
-quella superbia che suole isterilire i nostri più alti pensieri. Bene
-credo fosse inconsapevole di sè stessa, poichè si mesceva alla umiltà
-religiosa; ma era in lui nutrita dalla potenza di una parola capace a
-trarre dietro sè le moltitudini, che spesso inebria chi la possiede
-e quasi fa l’uomo seduttore di sè stesso; vedeva il Frate dalle sue
-labbra pendere il popolo allora più colto che fosse nel mondo.
-
-La dottrina del Savonarola si era formata in profezia pigliando
-certezza dalla sua propria rettitudine e dalle promesse d’un forte
-animo ed appassionato. Usava dialogizzare nelle prediche con gli
-uditori a questo modo: «Oh Padre, ma se tutto il mondo ti venisse
-contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia dottrina è la
-dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio.» La parte che aveva
-in ciò la superbia era di continuo fomentata dal grande numero dei
-seguaci e dalla fede ardente dei semplici, in faccia ai quali a lui
-pareva essere da meno, se una qualche volta l’intelletto dubitasse.
-Si aggiunga poi l’urto delle fazioni che si raccendono l’una l’altra,
-pigliando credenza in cose impossibili; ed in quel caso, l’essere tutta
-la purità dalla parte sua contro ad uomini sacrileghi, malvagi e rotti
-ad ogni vizio. Gli eventi più volte aveano data ragione a lui: quando
-i saggi del mondo temevano, il Frate affermava che nulla sarebbe; e
-in modi affatto inopinati erano i pericoli più volte svaniti. Il Frate
-diceva: «la Chiesa di Dio ha bisogno di riforma e di rinnovazione; sarà
-flagellata, e dopo i flagelli riformata e rinnovata: gli infedeli si
-convertiranno a Cristo ed alla sua fede. Sarà flagellata e rinnovata
-Firenze, e verrà quindi a prospero Stato: avverranno queste cose ai
-giorni nostri.» In tutto ciò nulla era che sapesse d’eresia, o che in
-sè avesse rivolta o scisma. Nel Trionfo della Croce, ch’è la maggiore
-delle sue opere, affermava con parole amplissime l’unità della Chiesa
-e la supremazia del Pontefice Romano. Ma Roma batteva di continuo pei
-molti suoi vizi, le profane sommità del Clero metteva nel fango, a
-preti nè a frati non faceva grazia; e perchè incontro a tutti questi
-poneva sè stesso, veniva a farsi senza volerlo autore e capo d’una
-Riforma. La quale a promuovere e ad effettuare nulla aveva in pronto,
-nulla preparava; sincero del pari come imprudente, non aveva compagni
-nè gli cercava, per nulla pensava ad usare mezzi i quali andassero a
-quel fine. Dentro era la fede e fuori usciva la parola; Iddio farebbe
-il resto da sè. In chiesa dal pulpito s’acquistava egli i partigiani,
-e quindi tornato in cella scriveva postille sui libri della Bibbia, e
-trattati filosofici o ascetici, quando non lo venivano a cercare. Ma
-erano troppi quei suoi partigiani, troppo lo innalzavano agli occhi
-suoi stessi, e come fanatici nutrivano quella sua fede altiera; intanto
-che rimanendo in sè disgregati, nè a lui nè all’opera sua portavano
-aiuto bastante, e molti tra essi erano facili a voltare. Così nel fatto
-egli come solo si tirava addosso la forte compagine dell’ecclesiastica
-Gerarchia e Roma e i grandi Prelati e tanta potenza e ricchezza,
-e tutto può dirsi il Clero e tutti gli altri ordini religiosi, e i
-potentati d’Italia e gli uomini politici, e quelli che scuoteano il
-capo increduli in faccia a un Profeta disarmato.
-
-Ma intanto queste cose destavano gli animi a nuovi pensieri, per tutta
-Italia se ne parlava e dalla Germania veniano lettere di consentimento:
-Roma non poteva lasciare quei semi pigliare radici. Si cominciò prima
-con le blandizie; Alessandro VI scriveva lettera tutta laudatoria a Fra
-Girolamo, per il molto bene che egli facea nella Chiesa, confortandolo
-a recarsi a Roma con parole nelle quali era una intimazione. Questo
-fu nel luglio del 1495. Il Frate era infermo, e i Magistrati amici
-a lui s’interposero tanto che il Papa gli concesse rimanere; intanto
-pratiche si faceano intorno a lui ed offerte di onori e di gradi fino
-al cappello di Cardinale. Come le offerte disdegnasse non occorre
-dire, ma si conobbe da un Breve per via obliqua diretto ai Frati di
-Santa Croce, dove al comando si aggiungevano minaccie, chiamando lui
-_seminatore di falsa dottrina_. Il Savonarola si era quei mesi taciuto;
-ma tornò in pulpito nella Quaresima del 96 più fiero di prima, rigido
-ai suoi, a tutti severo, mantenendo la suprema potestà del Papa e in
-ciò diffondendosi con calde parole, ma dichiarando che a lui quando
-erra manifestamente non deve ubbidirsi. A contenere gli uditori avevano
-in questa Quaresima alzato gradini in Duomo fino all’altezza delle
-finestre; la folla seguiva il predicatore quando usciva, ed uomini
-armati gli stavano appresso, temendosi oltre ai nemici di dentro,
-sicarii che si dicevano appostati contro lui dal Duca di Milano. In
-quelle Prediche ogni cosa è vivo; e quivi sono ampiamente svolti gli
-eterni precetti della morale e della fede, le cose presenti ed i propri
-suoi pericoli. Nell’ultima diceva: «Qual sarà la fine della guerra che
-tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale, ti rispondo che sarà la
-vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti dico invece, morire ed
-essere tagliato a pezzi.» Scrivendo alla madre sua, cercava che avesse
-l’animo preparato a sentirlo morto.
-
-Continuarono anche dopo Pasqua le Prediche: il Papa si teneva chiuso,
-e aveva commesso a una Congregazione l’esame della dottrina e del
-procedere di Fra Girolamo, senza che ne uscisse accusa: tentava nel
-tempo stesso di ricondurre la Congregazione toscana di San Marco
-sotto alla lombarda, o sottoporla ad un Vicario che avesse in Roma la
-residenza. Fine d’ogni cosa era levare il Savonarola di Firenze, o con
-l’escluderlo dal pergamo tôrre a lui ogni forza. Fu a lui vietato il
-predicare: al che taceva egli per alcun tempo, ma le gravi condizioni
-in cui la Repubblica versava fecero sì che i Magistrati a lui devoti
-lo richiedessero di fare udire la sua voce, da cui attingevano potenza
-e aiuto contro agli avversari che già si cominciavano a mostrare. Come
-si è detto, Piero de’ Medici era alle porte, la fame e la peste dentro
-la città e fuori. Fra Girolamo tornato in pulpito, avea predicato
-la Quaresima sopra Ezechiele; faceva sovente nella Bibbia suo tema
-i Profeti che nella antica legge tenevano il grado da lui più ambito
-nella Chiesa. Ma tosto che Piero si fu allontanato, le parti nemiche
-più si voltarono contro al Frate: questi, malgrado il divieto, aveva
-annunziata in Duomo una predica pel giorno della Ascensione, che già
-da molti si antivedeva sarebbe occasione di tumulti. Nella mattina si
-trovò il pergamo imbrattato d’ogni sozzura; pareva minacciata la vita
-del Frate, ed egli entrava circondato da molti de’ suoi che armati
-stettero intorno al pulpito. A un punto dato, ecco farsi un grande
-strepito nella chiesa dov’erano gli animi già preparati allo spavento:
-chi fuggiva e chi si armava: in mezzo a un infernale disordine, Fra
-Girolamo fu ricondotto al suo Convento, ed in quel giorno si trova
-scritto che a lui medesimo fallisse l’animo. La Signoria di maggio e
-giugno 1497 era in grande parte contro a lui; uscì bando che proibiva
-generalmente ad ogni frate il predicare: una Pratica si tenne sulla
-proposta di dare esiglio al Savonarola, ma non si vinse. Il Papa infine
-mandò fuori la scomunica, indirizzata col solito modo questa volta
-ai Frati Serviti, grandi affezionati di Casa Medici. La scomunica non
-condannava dottrine di lui, ma solamente la disubbidienza che si andò
-a cercare nei fatti circa alla Congregazione Domenicana. Grande era lo
-sdegno di Papa Alessandro; ma nulla infine potè trovare, nè tutto il
-misero poteva dire; era la condanna atto politico e non religioso. A 22
-giugno fu la scomunica pubblicata in Duomo con le solennità consuete;
-donde un insorgere contro ai Frateschi, e nella festa del San Giovanni,
-grande lo sfoggio d’ogni mondanità che più riuscisse d’ingiuria ai
-Piagnoni: così appellavano i devoti al Frate. Incontro ad essi erano
-i Compagnacci, i quali professando un vivere sciolto, davano mano agli
-Arrabbiati, sotto il quale nome si raccoglievano gli amici d’un Governo
-stretto e i non avversi a Casa Medici. Un Ridolfo Spini, giovane ricco
-e licenzioso, immaginò un convito dove ogni delicatura ed ogni lautezza
-fossero profuse, lo sfoggio facendosi la notte a vista di popolo, e
-i convitati girando per la città con torchi accesi e musica, in onta
-manifesta del Frate e dei suoi.
-
-La Signoria entrata il primo di luglio e la seguente, furono amiche al
-Savonarola, cercando col mezzo dell’Ambasciatore in Roma d’ammansire
-le ire del Papa, il quale percosso da un colpo crudele aveva sembrato
-volersi riscotere. Era nel Borgia una bontà sola, ma che a un Pontefice
-stava poco bene, l’amore ai figli; di questi il maggiore fu trovato
-ucciso una notte per domestica tragedia, secondo fu detto. Scrivea
-Fra Girolamo al padre afflitto lettera di conforto, ma insieme di
-ammonizione benevola, grave e prudentemente dignitosa. Ma il Papa,
-essendo tornato bentosto ai modi soliti, chiedea la consegna del
-Savonarola; e questi, dopo essersi più mesi tenuto in silenzio, cedendo
-a sè stesso e forse ai conforti di quei dello Stato, riavutisi dopo
-alle turbazioni pel caso dei Cinque, tornò a predicare. Cominciava
-l’anno 1498: il popolo radunato sulla piazza di San Marco (perchè la
-chiesa non bastava) era chiamato a una solenne preghiera: usciva il
-Frate col Sacramento in mano, e da un pergamo alzato fuori della porta
-della chiesa, benediceva il popolo e diceva: «Signore, se io non opero
-con sincerità d’animo, se le mie parole non sono da te, gastigami.»
-Il volto del Savonarola oltre al solito esprimeva la fede dell’animo,
-ed il popolo pregava. In Duomo le prediche andavano più che mai
-direttamente contro a Roma ed al Papa; il quale personalmente offeso
-ed impaurito del grande rumore che se ne faceva, minacciava sulla città
-l’interdetto, se a lui non dessero il Savonarola nelle mani: al che lo
-spingeva Lodovico il Moro, allora grande amico al Papa.[43] Mandar via
-il Frate sarebbe piaciuto alla Signoria nuova per marzo ed aprile; la
-quale non appena entrata in ufizio radunò una Pratica, dove però tale
-si mostrava la propensione verso il Frate, che fu costretta la Signoria
-stessa mandare al Papa lettera in difesa di lui con espresso rifiuto
-di fargli offesa o divieto. Abbiamo gli atti di queste Pratiche, dove
-nei pareri degli intervenuti si trova espresso mirabilmente lo stato
-dei partiti con le varietà loro: guidava i seguaci del Frate la fede
-in lui ed il sentimento della indipendenza cittadina; degli altri, chi
-temeva l’autorità del Papa e chi la potenza. Avevano chiesta a Roma
-una Decima, senza cui la Repubblica non poteva reggere alle spese;
-e quando venisse un interdetto, vedevano disertati i banchi di fuori
-e i commerci guasti.[44] Fu quindi scelta una via di mezzo, vietando
-le Prediche in Duomo; le quali continuavano in San Marco: finchè ad
-un’altra lettera del Papa la Signoria ordinava, fosse tolto a Fra
-Girolamo il predicare dovunque fosse. Questi, radunato prima come
-soleva le donne in San Lorenzo, le accomiatava con addio pietoso, e il
-giorno dopo agli uomini in San Marco faceva l’ultima sua predica.
-
-In alcune delle precedenti avea messo innanzi l’idea d’un Concilio,
-sebbene dovesse accorgersi quanto differente caso fosse da quel di
-Costanza, ed egli medesimo dicesse che il tempo non era venuto, ma che
-si doveva pregare il Signore perchè si potesse una volta radunare.
-Adombrava questo suo pensiero sovente col dire, che avrebbe _fatto
-girare la chiavetta_, cioè propalato le cose ch’egli aveva in serbo
-circa l’indegnità d’Alessandro Borgia; e credo ne avesse delle più
-sostanziose ed accertate che non gli scandali del Burcardo o gli
-aneddoti dell’Infessura: «Ma Concilio (predicava egli) vuol dire
-congregare la Chiesa, e non si domanda propriamente Chiesa se non
-dov’è la grazia dello Spirito Santo; ed oggi dove si trova essa? Forse
-solamente in qualche buono omiciattolo. Nel Concilio si gastigano
-i cattivi cherici, si depone il vescovo ch’è stato simoniaco o
-scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! forse non ne rimarrebbe
-nessuno.» L’Italia non era capace nè degna di operare una riforma,
-la quale salisse di basso in alto, nè le altre nazioni l’avrebbero
-seguitata. Ma il Savonarola in quella sua troppo elevata solitudine
-aveva in sè la necessità d’andare innanzi, e quando era in pulpito,
-dice egli stesso che non potea frenarsi dal dire cose le quali aveva
-fatto proposito di tacere. Scriveva ben egli al Papa lettera dolorosa
-più che minacciosa; per sè aspettava con desiderio la morte; a lui
-chiedeva che senza indugio volesse provvedere alla sua salute. Faceva
-intanto per mezzo d’amici qualche pratica nelle Corti straniere,
-e si rinvennero presso a lui, quando fu preso, bozze di lettere
-all’Imperatore, e ai Re di Spagna e d’Inghilterra e d’Ungheria, perchè
-adunassero un Concilio. Ne aveva già scritto al re Carlo VIII, cui
-era solito di riprendere per non avere compita l’opera alla quale
-era chiamato da Dio; e questo Re n’ebbe più volte il disegno, cui la
-Sorbona lo esortava, e più d’ogni altro a ciò lo spingeva Giuliano
-della Rovere, cardinale di San Pietro in Vincula, che allora in Francia
-dimorava. Ma nè Carlo era uomo da tanto, nè in Francia materia a ciò
-sufficiente: fra tutti profano era il Cardinale, che nel Pontefice
-non guardava che al principato furiosamente ambito da lui. Andava la
-lettera del Savonarola in Francia per un corriere, che essendo fatto
-svaligiare dal Moro, facea questi pervenire la lettera al Papa, del
-quale s’accese più che mai lo sdegno; talchè nuovi assalti sovrastavano
-a Fra Girolamo. E questi frattanto da una fiducia presuntuosa era
-condotto a quel punto estremo dov’egli vedevasi mancare innanzi la via
-e cadere l’opera sua: dovette allora più che mai sentire nell’animo
-crudeli battaglie; e come affranto ne rimanesse, vedremo dai fatti che
-a lui precipitarono la ruina.
-
-Era nel convento di San Marco un Fra Domenico Buonvicini da Pescia,
-uomo semplice, fanatico, tutto devoto a Fra Girolamo, che lo faceva
-spesso predicare in vece sua quand’era costretto al silenzio. Un giorno
-il pio Frate si lasciò andare dal pulpito a dire che la dottrina del
-suo Maestro sosterrebbe anche la prova del fuoco: il giorno dipoi un
-Francescano, predicando in Santa Croce, raccolse la sfida, offrendosi
-pronto a fare l’esperimento: le forme ed i modi tra le due parti
-furono dibattuti, e i Magistrati della Repubblica v’intervennero. Da
-quel momento il Savonarola fu spacciato, e fu da indi in poi minore
-a sè stesso. Non avea fede in quei giudizi, nè approvava tentare Dio
-a quei miracoli; ma contrapporsi, era confessare vinta la causa e la
-dottrina sua, levare in alto gli uomini del peccato e dare scandalo
-ai suoi devoti: vedevasi innanzi Roma fulminante, ed il trionfo dei
-Francescani, ed il beffardo insulto dei Compagnacci: nè oso affermare
-che a lui medesimo non balenasse in qualche momento la speranza d’un
-prodigio; fu incerto, e non sempre quanto bisognava decoroso. La fibra
-sua era singolarmente delicata e sensitiva: nei tumulti si perdeva
-d’animo; alle brighe riusciva inetto; aveva bisogno di essere solo in
-faccia a un popolo e a Dio. Sarebbe lungo e tedioso esporre le tante
-dispute che nacquero circa al fermare le condizioni: molti dalle due
-parti campioni s’offersero; rimasero all’ultimo Fra Domenico da Pescia
-e un frate Andrea Rondinelli. E intanto le fazioni civili, i disegni,
-le macchinazioni dei politici di dentro e di fuori, e i dolori degli
-uomini virtuosi, e i pii affetti delle donne popolane, ogni cosa era
-in fermentazione durante quei giorni. Diceano i nemici del Frate: «O
-egli morrà, o del tutto perderà credito.» Poi veduto che egli per sè
-rifiutava, di lui si beffavano. In Palazzo la Signoria stava contro
-lui, sparsi negli altri Magistrati i suoi partigiani: da Roma, dov’era
-Piero dei Medici, non è da dire se venisse esca all’incendio: il Duca
-di Milano vi soffiava dentro notoriamente, e degli emissarii suoi
-abbiamo lettere.[45] Fu adunata una Consulta, dove con poche differenze
-tutti opinarono fosse bene di lasciare correre le prove, che sarebbe
-stato a ogni modo finirla con le divisioni, e la città ne avrebbe
-quiete.[46] Assegnava quindi la Signoria per l’esperimento il 7 aprile,
-vigilia della domenica dell’Ulivo.
-
-Dall’angolo del Palazzo della Signoria verso il tetto dei Pisani si
-distendeva un palco formato di materie combustibili con sopra per
-tutta la lunghezza fascine dai due lati, e in mezzo a queste libero
-un andare della larghezza di due braccia. La Loggia dei Signori aveano
-divisa in due spazi, che uno pei Frati Minori e l’altra pei Domenicani;
-la Piazza guardata da molto numero di soldati a cavallo e a piedi,
-le armature dei Capitani splendide come a un tornèo. I Compagnacci
-che si mettevano innanzi a tutti, uomini nobili e ricchi la maggior
-parte, facevano anch’essi un bel vedere con la loro compagnia che
-s’andò a porre vicina al palco. All’ora data mossero da San Marco
-Fra Domenico innanzi in piviale e tutto animoso nella faccia; dopo a
-lui Fra Girolamo col Sacramento in mano, a lato uomini della nobiltà
-con torchi accesi; indi lunghissimo ordine di Frati, e grande popolo
-degli amici loro in arme. Entrati sulla Piazza, intuonarono il Salmo:
-_Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus_: quindi le due parti
-pigliarono posto sotto alla Loggia. Qui nacque la prima contesa circa
-al fare entrare Fra Domenico nel rogo con l’Ostia in mano, come il
-Savonarola pretendeva; gridavano molti che ciò sarebbe profanazione,
-e peggio ancora se l’Ostia bruciasse: tutti s’accorgevano che il
-Savonarola questo faceva perchè l’esperimento non andasse innanzi.
-Sorgevano altri punti di controversia tra le due parti, e le ore
-passavano, ed il popolo aspettando tumultuava; discorsi d’ogni sorta
-si facevano, e Fra Girolamo non ne aveva la parte migliore. Sotto alla
-Loggia i frati suoi non cessavano dal cantare ad alta voce _Laudi_
-e _Salmi_; gli altri serbavano un pio silenzio e dignitoso. Nulla si
-faceva: dal Palazzo alla Loggia era un andare ed un venire continuo di
-messi della Signoria; ma il giorno declinava, quando una subitanea e
-grossa pioggia, o interruppe la foga degli animi, o diede occasione al
-disperdersi. Non senza grande pericolo Fra Girolamo e i suoi tornarono
-al Convento, peggio che vinti, perchè il pensare del maggior numero si
-voltava contro a loro.
-
-La mattina del giorno dipoi nella città era un muoversi di persone
-che si osservavano a vicenda, ciascuno cercando raccogliere intorno
-a sè i suoi: ma già si vedeva la parte del Frate essere grandemente
-assottigliata. Stava il Palazzo per gli Arrabbiati, che già si
-ordinavano come a guerra regolare; i Compagnacci tenevano armati la
-piazza del Duomo; le strade si empievano dei vecchi e nuovi avversari
-dei Piagnoni; questi venivano insultati, e due poveretti che pregavano
-furono scelleratamente uccisi. A San Marco erano accorsi i fidi a tutta
-prova, ed armi vi furono recate che taluni dei frati indossavano,
-intantochè altri, secondo le varie nature d’ognuno, si nascondevano
-o fuggivano, o stavano intorno a Fra Girolamo, che nel coro pregando
-vietava si spargesse sangue dai suoi: diede un mesto e solenne
-addio in poche parole ai circostanti; null’altro a lui era da fare;
-l’affetto dell’animo andava diritto ad alto segno, ed egli in quel
-giorno rinvenne sè stesso. Francesco Valori, che era in Convento, aveva
-impedita ogni temerità dalla parte sua: cominciarono le offese intorno
-al Duomo all’ora di vespro; gli assalitori gridarono a San Marco! e a
-sera il Convento fu investito. Di dentro non mancarono le difese; vi
-ebbero morti, taluni vennero a cadere su’ gradini dell’altare maggiore,
-dietro al quale stava il Savonarola inginocchiato. Questi, poichè
-dalla chiesa bisognò uscire, andò a porsi col Sacramento in mano nella
-Biblioteca greca, come la chiamavano, perch’ivi era stato il primo
-deposito di libri dai quali uscirono grandi le antiche lettere. Intanto
-la Signoria, che ogni cosa dirigeva, mandò i suoi messaggieri con
-l’ordine di porre le mani addosso a Fra Girolamo e a Fra Domenico, i
-quali non fecero resistenza, e a notte avanzata furono condotti legati
-e in mezzo a crudeli insulti nella prigione assegnata dentro al Palagio
-a ciascuno d’essi; toccò al Savonarola quella detta l’Alberghettino,
-dov’era stato Cosimo de’ Medici. Ora è da dire la trista fine di
-Francesco Valori. Avendo questi scavalcato il muro dell’orto, usciva
-libero dal Convento, e in casa cercava radunare partigiani, quando la
-Signoria gli mandava ordine di recarsi tosto al Palagio: andava fidente
-in mezzo ai mazzieri, ma intorno fremeva la turba, e due parenti dei
-mandati a morte da lui che gli venivano incontro, datogli d’un’arme sul
-capo, l’uccisero. La moglie sua che tratta dal rumore s’era prima fatta
-alla finestra, moriva percossa da un colpo di balestra.[47]
-
-Il giorno dopo la Signoria mandò avviso al Papa e al Duca di Milano
-della presura dei due Frati; ai quali aggiunse un Fra Silvestro
-Maruffi, uomo dubbio, procacciante, di molto seguito in città.
-Deliberarono che i rei qui fossero giudicati, negando consegnarli al
-Papa; rinnovarono gli ufizi degli Otto e dei Dieci, ai quali spettavano
-le cause di Stato; elessero una commissione d’esaminatori a fare il
-processo, usando la tortura od ogni altro mezzo: furono eletti dei più
-nemici al Savonarola, tra’ quali ne basti nominare quel Ridolfo Spini,
-che noi conosciamo e che più volte avea minacciato la vita del Frate;
-v’entrarono due Canonici fiorentini, con mandato venuto da Roma. Nei
-giudizi di Stato la sentenza, come tra vinti e vincitori, precorre
-all’esame; e i fatti essendo generalmente palesi, ma contrario tra
-le due parti l’apprezzamento del bene e del male, l’istoria impara da
-quei processi a giudicare più spesso i giudici che i rei. Gli atti che
-abbiamo di questo accrescono le dubbiezze anzichè cessarle, questo solo
-rimanendo certo, che da chi scriveva furono alterati; ripresi tre volte
-per successiva inquisizione, tra loro s’intralciano; e qui l’empietà
-della tortura mostrò, più che altrove, quanto ella fosse crudelmente
-menzognera. Si aggiunga poi sopra ogni cosa, che da cima a fondo
-materia all’esame non furono altro che i fatti della coscienza: il
-resto era nulla, e un solo punto si giudicava: se il Savonarola fosse o
-si credesse o si fingesse da Dio ispirato; da questo pendeva la vita di
-lui. Ma intorno a ciò nè avrebbe saputo egli rispondere giustamente, nè
-a quel che dicesse poteva concedersi valore giuridico. Credeva buona la
-sua dottrina, e la mantenne anche negli esami; alla divina ispirazione
-correva incontro, e da molti anni vi s’immergeva con tutto il pensiero;
-la fede viva poi gli mancava, com’egli medesimo si lagna più volte:
-allora cercava ricostruire quel ch’era in lui come il sostentamento
-della vita, e allora l’orgoglio veniva a soccorso, e alla credenza del
-sentimento sostituiva una credenza quasi manufatta, finchè la preghiera
-non raccendeva la fede o il predicare non la rianimava.
-
-Che negli esami il Savonarola si contraddicesse non fu mai negato.
-Sotto ai tratti della fune che lo martoriava si dichiarò mentitore;
-poi rinnegava quel che aveva detto; cedeva ai tormenti fino al
-vaneggiare; aveva il cuore di martire, ma non la fibra: di questa causa
-di vacillamenti non sarebbe da tener conto. Chiamato poi a definire
-a sè medesimo la propria sua ispirazione, si profondava in dottrine
-astruse; e queste pure non è meraviglia che spesso fossero incoerenti.
-Ma io per me credo che alla medesima sua coscienza, in quelli strazi
-del corpo e dell’animo, si appresentasse quanto avea potuto in lui
-l’orgoglio, perchè il pensiero accusatore in quelle tristezze più vivo
-e pungente rimaneva solo; forse anche a sè stesso dava riprensione
-di avere cercato turbare la Chiesa, quando non poteva sanarne le
-piaghe. I giudici allora afferrando quelle confessioni, le traducevano
-in parole che lui dichiarassero impostore, che tutto facesse per
-ambizione mondana, e a solo fine di primeggiare: avvezzi a guardare la
-coscienza grossamente, più in là non capivano, e allora credevano di
-averlo colto. Ma in lui l’ambizione propriamente detta mai non si era
-manifestata per fatti esteriori; non v’era materia d’accusa giuridica:
-ma pure lo spargersi di quelle contradizioni gettava dubbiezze che
-abbattevano la reputazione, in molti già scossa, di Fra Girolamo.
-
-Abbiamo un primo Esame fatto dai Commissari, ma che non parve
-soddisfacesse. Fu allora chiamato certo Ser Ceccone notaio, che molto
-prometteva: si tornò da capo, ed il misero per altro Esame più altre
-volte fu martoriato: ma nemmeno questo secondo processo ottenne il
-fine che i suoi nemici desideravano. Dovettero quindi nel pubblicare
-i Processi farvisi manifeste alterazioni, e attribuirsi al Savonarola
-confessioni di tale abiettezza, quali niun malvagio uomo di sè farebbe
-giammai. Spesso un articolo dell’Esame finisce col dire: che ogni cosa
-aveva egli fatta o simulata agli occhi degli uomini per ambizione di
-farsi grande. Tali dichiarazioni è da notare che non si accordano
-per la materia nè per l’intonazione con quel che precede: e qui la
-menzogna si vede anche essere grossolana, tantochè fu confessata da
-quei medesimi ch’erano stati a fare il Processo.[48] Subivano esame
-nel tempo stesso i due suoi compagni; l’uno dei quali Fra Domenico,
-si mantenne incrollabile nell’amore e nella fede al Maestro: nè Fra
-Silvestro lo aggravava, non tenendo conto delle conclusioni, dove
-spesso avviene che dopo averlo il testimone lodato o scusato gli si
-faccia dire: infine conchiudo che fu traditore. Invece si vede Fra
-Silvestro farsi accusatore di molti e molti cittadini Fiorentini
-che praticavano il Convento, e a quali si vengono a imputare brighe
-d’ogni maniera. Fra Domenico aveva nominati molti di quei medesimi
-cittadini, ma come amici del Convento e senza per nulla nella sua
-Esamina aggravarli. Fra Silvestro si trova essere stato principale
-in quelle pratiche sediziose, nelle quali Fra Girolamo non apparisce
-essere entrato menomamente. Dal suo deposto, non che da quelli di altri
-o frati o cittadini, chiaro ne apparve, dopo allo studio molto accurato
-che ne abbiamo fatto, fra tutti essere Fra Silvestro stato grande
-mestatore, ed essersi imposto con le arti sue a Fra Girolamo, che in
-lui credeva come a lui credevano o s’impacciavano seco altri cittadini
-dei maggiori e fino di quelli che certo non erano da quella parte.[49]
-
-Andava intanto al Papa una lettera in nome dei Frati di San Marco:
-in essa dichiarano ingannatore Fra Girolamo perch’egli medesimo nel
-ritrattarsi lo avea confessato, ma insieme attestano ampiamente le
-virtù sue, la santità della vita, i frutti delle predicazioni, e
-gli eventi che avevano dato alle sue parole tale conferma che grandi
-ingegni ne furono presi. È lettera scritta con singolare accorgimento,
-perchè nel domandare l’assoluzione riducono a nulla il loro peccato:
-sopra ogni altra cosa (com’è nello spirito di tali corporazioni)
-pensavano alla vita e alla grandezza del Convento di San Marco;
-chiedeano pertanto che si mantenesse separato dalla Congregazione
-di Lombardia, e che rimanessero in quello tanti uomini insigni e
-incolpabili che vi si erano aggregati. Rispose il Papa benignamente;
-alla Signoria scriveva lettera molto graziosa, ed assolveva con altro
-Breve le colpe commesse fino all’omicidio, a procurare la caduta del
-Savonarola. Entrò dipoi la Signoria nuova, e persistendo nel rifiuto
-di mandare i Frati a Roma, accettò che venissero in Firenze due
-Commissarii a rinnovare il Processo per conto del Papa.
-
-Rimasto in carcere il Savonarola solo con sè stesso, ritrovava (come
-a lui sempre avvenne) sè stesso. Compose allora due Meditazioni, che
-furono insigni testimonianze del suo animo in quelli estremi giorni
-della vita. Bentosto ebbero quelle due scritture celebrità grande e
-vennero in più luoghi pubblicate. Quivi nulla del Processo, nulla dei
-suoi Giudici; è solo con Dio, e a lui raccomanda l’anima sua quando
-non possa la vita. «A chi rivolgermi io peccatore? Al Signore, la cui
-misericordia è infinita: non è chi si possa gloriare in sè stesso.
-— Confermami nel tuo spirito, o Signore; ed allora solamente potrò
-insegnare agli iniqui le vie tue. — Io desidero con ardore che tutti
-gli uomini sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi
-solleverebbero. Io ti prego perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa
-tua, e veda come più sono gli infedeli che i cristiani, ed ognuno ha
-fatto Dio del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi
-la faccia della terra. L’inferno si empie, la tua Chiesa manca, levati
-su; perchè dormi, o Signore? — Allora tutto lieto esclamai: Io non
-mi confido negli uomini, ma solo nel Signore: e renderò i miei voti
-dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel cospetto di Dio la
-morte dei Santi.» Poco dopo gli fu tolta la carta, e dovette cessare di
-scrivere: ma quelle sue parole sono di grande momento a far giudizio
-del Savonarola. Sul pergamo stesso e prima che fuori tuonasse la
-riprensione degli altrui vizi, in fondo al cuor suo gemeva il dolore:
-e qui troviamo la riprensione mantenersi rigida sempre, ma più devota,
-dopo agli strazi degli esami e alla vigilia del supplizio. Giudichi
-ognuno se chi sentiva allora in tal modo avrebbe potuto mentire tanti
-anni freddamente a fine ambizioso.
-
-Ai 19 di maggio entrarono solennemente in Firenze i due Commissari
-apostolici, che erano il Generale dei Domenicani e il Vescovo quindi
-Cardinale Romolino: ricominciava il Processo il giorno dipoi. Ci
-asterremo qui dal riprodurre le crudeli parole che furono attribuite
-al Romolino, perchè non vogliamo tutto accettare dai Biografi. Il fine
-cercato dai Commissari più specialmente era scuoprire quali aderenti
-avesse il Frate alla proposta del Concilio. Disse: «Risponderò chiaro;
-le cose del Concilio non mi furono consigliate da nessuno; co’ Principi
-d’Italia non ne tenni pratiche, perchè gli stimavo tutti miei nemici;
-speravo nei Principi stranieri; i Cardinali e Prelati sapevo essermi
-tutti avversi.» Il Romolino cercava scuoprire se in nulla vi fosse
-implicato il Cardinale di Napoli. Si venne quindi ai tormenti, in
-mezzo ai quali gridò il torturato d’avere avuto pratiche seco; poi
-si disdisse: quel Cardinale faceva stima del Savonarola, ma tra essi
-non fu altra corrispondenza che in termini generali. Il terzo Esame
-finì come gli altri, nè fu pubblicato. Si venne il giorno dopo al dare
-sentenza, e tra i Giudici fu discorso di salvare Frate Domenico, ma
-poi lo condannarono insieme con gli altri: presenti al Processo erano
-Magistrati della Repubblica, la quale in una Pratica molto stretta,
-negando uno solo, decretò eseguirsi la sentenza. Questa fu letta la
-sera stessa ai tre condannati, portando che fossero prima impiccati e
-quindi arsi.
-
-La notte il Savonarola assistito dal confortatore con la cappa nera,
-ch’era per la Confraternita a ciò destinata un Niccolini, e da un
-monaco di san Benedetto che gli fu dato per confessore, ottenne
-rivedere i suoi due Compagni, che da lui furono comunicati la mattina:
-era il 23 maggio, vigilia dell’Ascensione. Giunsero gli sbirri che
-gli condussero nella Piazza, dove sulla ringhiera aveano alzato
-il tribunale pel Vescovo che gli dovea degradare, e un altro pei
-Commissari apostolici, ed un terzo pel Gonfaloniere e gli Otto, ai
-quali spettava mandarli al patibolo. Questo era formato di un’asta che
-in alto avea una traversa, dove i tre Frati dovevano essere appesi;
-ma perchè troppo presentava la forma di croce, le sue braccia furono
-scorciate: sotto si alzava un palco di legna e materie facili a
-bruciare. In Piazza era grande la moltitudine: vi erano uomini amici al
-Frate, tra’ quali il buono Iacopo Nardi che a noi lasciava memoria del
-fatto: intorno ad essi altri esultavano, intanto che molti e fin dei
-più avversi erano compresi di terrore. Aveano lasciato che passassero
-vicino al rogo, e lo circondassero, di quelli uomini che senza vergogna
-o insultano al vinto o sul misero inferociscono. I tre Frati salirono
-il palco: Fra Domenico sereno e come andasse a festa; Fra Girolamo,
-che della croce teneva il mezzo, fu l’ultimo al quale il boia desse
-la spinta fatale; poi subito in mezzo ad urla feroci fu appiccato il
-fuoco, che arse i tre corpi legati da una catena perchè non cadessero:
-di essi e del palco e d’ogni cosa le ceneri furono gettate in Arno
-dal Ponte Vecchio; ma donne pietose travestite spingendosi nella
-folla, raccolsero quante reliquie potessero, e alcune ne rimangono
-tuttavia.[50]
-
-La morte del Savonarola fu vittoria di tutto quanto era in Firenze di
-più guasto; il vizio montato in superbia si gloriava di sè stesso;
-e il ben vivere pareva che fosse dispregio:[51] entrava il secolo
-corrottissimo del cinquecento, ed in Repubblica sempre popolare, i
-costumi erano già tornati peggio che medicei. Uomini di conto, che
-avevano prima notoriamente creduto al Frate, ora come lieti d’averlo
-scoperto traditore, lo aggravavano gettandogli addosso le ingiurie
-più odiose; lo chiamavano un diavolo, anzi una intera legione
-d’inferno. Erano oltre agli Arrabbiati, gli astuti e i paurosi ed
-il volgo dei prudenti, e l’altro volgo più innocente che aspettava
-da lui un miracolo; e quelli che cercano mostrarsi furbi ai danni
-altrui, ed i pentiti o vergognosi d’avergli creduto.[52] Cessate però
-bentosto le ire e le paure, più non si leggono di tali accuse, ma in
-Firenze e fuori troviamo invece uomini gravissimi averlo in onore: il
-Guicciardini e il Machiavelli di lui parlano con rispetto; Filippo de
-Comines, che aveva praticato seco, lo tenne per santo.[53] Le arti
-nella loro maggiore eccellenza riprodussero più volte l’effigie del
-Savonarola, e fin nelle stanze del Vaticano Raffaele Sanzio a lui dava
-luogo tra’ grandi Teologi e tra’ Padri della Chiesa.
-
-Quanti in Firenze rimanevano capaci di libertà, e coloro che più tardi
-o la difesero o la piansero, uscivano dalla scuola del Savonarola, o ne
-seguivano le traccie via via cancellate nel corso dei secoli. Il culto
-del Frate durò più che il regno della Casa Medici; ed a memoria dei
-padri nostri, la mattina del 23 maggio trovavano fiori sparsi in quel
-punto della Piazza, sul quale era stato piantato il rogo. Il Convento
-di San Marco, già essendo fondato il governo principesco, dava ombra
-ai Regnanti; e i frati ne furono per qualche tempo cacciati. In molti
-conventi d’uomini e donne di san Domenico il Savonarola aveva culto e
-ufficio suo proprio, che fu pubblicato per le stampe ai giorni nostri.
-Ma sul cadere del cinquecento un Medici arcivescovo ed un Medici
-granduca si accordarono insieme a proibire l’ufficio ed il culto;
-nondimeno vi ebbero Santi e vi ebbero Papi suoi lodatori, e la dottrina
-di lui posta in Roma sotto ad esame rigoroso, ne usciva incolpata.[54]
-
-Com’era da credere, i protestanti hanno preteso che il Savonarola fosse
-uno dei loro; ma egli veramente in nulla precorse ai tedeschi novatori,
-perchè nulla volea s’innovasse, nè mai gli cadde nemmeno in pensiero
-mutare, com’essi fecero, il principio della fede. In religione non ambì
-farsi capo di parte o fondatore d’una scuoia nuova, nè avrebbe saputo,
-non essendo altro che un predicatore il quale si ardiva percuotere i
-vizi palesi nei sommi della gerarchia; per questo fu arso. Non era la
-sua di quelle nature che sieno atte a fare nel mondo le novità grandi,
-perchè in tali uomini la volontà forte è necessario che sia anche
-fredda e che adoperi le arti capaci ad ottenere il fine voluto: ma egli
-era fidente nella sua propria ispirazione, e questa seguiva. Nessuno
-dei maestri della Riforma lo pareggiava per alto sentire; avendo
-incontro tale battaglia, rimase qual’era: era cattolico, era frate; e
-grande anima con forte ingegno.
-
-
-
-
-CAPITOLO III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A
-NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN.
-1498-1503.]
-
-
-In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in
-Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio
-la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità
-dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini,
-vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla,
-si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri
-come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo
-esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era
-disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo
-VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi
-un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il
-Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio,
-credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a
-lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si
-preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati
-tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che
-fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche
-dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad
-altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre
-e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali
-convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare
-Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra,
-che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel
-Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi
-opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire.
-
-Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le
-arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a
-Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto
-ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro,
-quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno
-all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina
-del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano
-a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò
-quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi
-ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano
-verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste
-rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di
-Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi
-fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli,
-condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella
-famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi
-avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte
-calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero
-altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di
-munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella
-Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze
-e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia
-altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo
-dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma
-questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in
-pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani,
-si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei
-soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina
-Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei
-Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme
-tanto famoso.
-
-Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre
-occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi
-già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano
-le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo
-d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in
-grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate
-in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi
-aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta
-dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non
-si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli
-e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la
-guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena
-dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando
-che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel
-desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto
-valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui
-fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il
-cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio
-unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi
-pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un
-accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito,
-fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale
-che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una
-signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di
-vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza.
-Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto
-ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano
-la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia,
-che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con
-la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in
-Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente
-benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a
-scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento.
-
-Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i
-Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero
-e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le
-posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal
-Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante
-volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che
-mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi
-trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura,
-v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e
-per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli;
-ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette
-cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò
-a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi
-il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di
-muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione
-dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta
-più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a
-regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’
-soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono;
-talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi
-perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi
-nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele
-nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana.
-Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano
-anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze
-fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano
-traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed
-avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente
-a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici
-coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali
-paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere
-senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente:
-credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il
-capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al
-Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto,
-cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da
-un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto
-venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor
-fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a
-morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti,
-benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza,
-ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza
-lodarono il fatto.[56]
-
-In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza
-fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò
-vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e
-bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura,
-chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a
-vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea
-lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi;
-e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea,
-invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero
-o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese
-Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il
-quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria,
-apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al
-che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e
-col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di
-Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato,
-ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così
-tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona
-e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le
-accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel
-settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato
-il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la
-sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito
-assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in
-poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro,
-tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato
-in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo,
-scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso
-in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico;
-ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti
-del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava
-a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le
-paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme
-convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè
-alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle
-file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse
-tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad
-altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero
-alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i
-semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico
-andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la
-vita.[57]
-
-I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re
-francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per
-l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e
-perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano
-contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta
-la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva
-firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere
-Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re
-nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite
-le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati
-Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i
-Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i
-Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con
-allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini:
-ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e
-gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con
-l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta
-una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì
-a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il
-termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i
-Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non
-più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti,
-e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione
-gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia.
-Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa,
-le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e
-poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci
-da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a
-invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il
-disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri;
-era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi
-condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel
-riscatto pagò grossa taglia.[60]
-
-Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato
-dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già
-nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande
-numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla
-Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare
-in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi.
-Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice
-si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle
-grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato
-abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la
-Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e
-per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non
-lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè
-utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri
-oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco,
-e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la
-protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè
-i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto.
-
-Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia
-venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento
-lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da
-essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva
-costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i
-Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma
-e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in
-pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a
-Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati
-i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la
-città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie
-aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva;
-ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma
-prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed
-i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per
-qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500
-reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini,
-e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo
-sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che
-aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini
-avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva
-il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto
-e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed
-ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre
-infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma
-gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi
-all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta
-con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo
-si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse
-libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro
-d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè
-l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali
-pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini
-ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte
-intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col
-tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva.
-Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte
-tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a
-un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal
-Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61]
-
-Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio
-era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto
-insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte
-dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este
-consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la
-paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi
-e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che
-i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non
-bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla
-Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena
-ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato
-giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse
-nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse
-condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la
-nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi
-dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e
-dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui
-da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei
-Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era
-antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti.
-Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno,
-perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione
-nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si
-urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli:
-Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto
-agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in
-arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi
-di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna;
-nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei
-governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo
-e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei
-suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le
-sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste
-continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi
-furono entrati.[63]
-
-Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino
-a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re;
-Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai
-Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo
-dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di
-Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia
-si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici,
-o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni;
-quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata
-potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà
-incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il
-consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo
-d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi
-dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe
-facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi
-ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo
-si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un
-trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva
-egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con
-certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini
-l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza
-effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario
-co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca
-accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle
-campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con
-qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto
-a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala
-parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano
-la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se
-non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64]
-
-Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il
-giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva
-recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio
-troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre
-del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed
-immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re,
-scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere
-in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da
-accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo
-fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo
-Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale;
-il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona,
-sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non
-mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli
-buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve
-essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì
-seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando
-vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale
-veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più
-accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare.
-Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già
-essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente
-concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli
-spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di
-Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si
-affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo
-negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto
-i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501.
-Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa
-Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento,
-fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel
-primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a
-patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle
-porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la
-città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti,
-massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza,
-Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte
-superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove
-stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona
-che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in
-Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era
-stato traditore.
-
-Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto
-la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere
-nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65]
-andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la
-Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano.
-Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai
-quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di
-danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo,
-dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo
-volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani
-e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe
-contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena
-ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo
-un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e
-non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il
-Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti
-a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in
-Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni
-ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le
-sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe
-preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva
-questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore
-da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo
-essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze
-annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi
-XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del
-Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini.
-Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle
-Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli
-che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva
-fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle
-istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione
-d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del
-Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese.
-Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò
-l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale
-era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si
-fece allora tra le due Parti.[66]
-
-Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata
-stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare
-contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto
-ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e
-le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato,
-entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il
-duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe
-per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e
-i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa
-purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e
-Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che
-il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute
-da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati
-della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta,
-e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva
-tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati
-anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi
-in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in
-questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o
-fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad
-un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un
-Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto
-signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci:
-col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo
-a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia,
-scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo,
-restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava
-fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che
-si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai
-Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano
-Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze.
-Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio
-sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì
-forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione,
-e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono
-accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono
-essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi
-col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la
-Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini
-di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia,
-chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni.
-Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della
-città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le
-genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso
-a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i
-quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati
-la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava
-l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi
-fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi
-dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei
-quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non
-mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale
-maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse
-allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e
-d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura
-delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi
-chiamiamo civiltà.
-
-Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di
-Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde
-medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione
-dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi
-avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa,
-mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci,
-dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di
-Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare
-molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri
-Baroni, _reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la
-milizia d’Italia si spegnesse_.[68] Pandolfo, lasciata la città in
-guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli
-correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a
-cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini;
-per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più
-non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava
-dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di
-Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69]
-
-Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene
-a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma
-senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare;
-mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento
-ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella
-provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le
-altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio
-se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di
-Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli
-Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la
-Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla
-Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi
-regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva
-durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo
-esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città
-sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle
-lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli
-Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso
-dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori
-delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con
-tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno
-dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli
-Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo
-i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di
-storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per
-mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di
-Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero.
-Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio
-moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore.
-Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono
-in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle
-sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri
-Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di
-Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono
-i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e
-memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga
-avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie
-dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo
-procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503.
-
-Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali
-nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia
-col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione
-effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta
-che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne
-allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci
-un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla
-morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città,
-contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo
-sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che
-uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una
-repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti
-volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo
-peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata
-come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio
-della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità
-somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato
-che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior
-Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano
-quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto
-a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie
-che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza
-dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio
-rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine;
-lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei
-maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente
-Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla
-formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto
-indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano
-i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre
-quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la
-libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del
-Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento;
-questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso
-aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei
-Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio
-confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la
-signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e
-alle vendette.
-
-Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere
-ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da
-per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva
-l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o
-di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere
-co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i
-Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega
-contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava
-il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte
-famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni
-a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia;
-nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le
-cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi
-governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea
-pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano
-le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille
-cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali
-il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni
-a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e
-procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o
-andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del
-governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile
-alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica
-nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio
-dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui
-pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre
-principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati.
-
-Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo
-delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria
-di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo
-maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i
-Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si
-traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere
-approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa
-nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato;
-ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva
-togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava;
-quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo:
-sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di
-poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri.
-Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma
-era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse
-dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi
-uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e
-della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli
-Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso
-dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano
-arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere
-vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano;
-oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci,
-creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni
-cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte
-e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso
-grande odio. Gli chiamavano i _Dieci spendenti_; imputavano ad essi
-le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne
-le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto
-più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine
-lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.
-
-La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza
-dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che
-molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande,
-nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano
-accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella
-gravezza che aveva nome di _Decima Scalata_, e per la quale dove i
-meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo
-alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che
-le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva
-su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i
-cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma
-tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava
-in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no
-a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito
-potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli
-Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti
-s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con
-l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà;
-e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero
-relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero
-affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle
-varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i
-carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e
-ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il
-maggior numero nel Contado.
-
-Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè
-questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu
-quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea
-sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa
-da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero
-della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi
-avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli
-stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando
-vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle
-spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla
-quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le
-cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra
-loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna
-pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non
-si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con
-l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori
-a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano
-poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male
-condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le
-leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta
-all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto
-peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non
-volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno
-i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la
-lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere
-secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva
-che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio
-degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima
-che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè
-ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non
-tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con
-chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.»
-Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della
-Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli
-sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e
-senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino
-posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri
-e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in
-modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe
-prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila.
-Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari,
-erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza
-soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze
-nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive
-cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano
-mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in
-tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte
-a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per
-forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa
-seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e
-grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di
-reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a
-quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano
-far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi,
-un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di
-cui trascriviamo qui molte parole.
-
-«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere
-autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni
-riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche
-scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo
-che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo
-presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito
-in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè
-per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che
-i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere
-loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato,
-dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di
-danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si
-volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece
-di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case
-loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che
-avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano
-che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che
-erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel
-quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e
-con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto
-gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si
-ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una
-volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si
-era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri
-questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e
-della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo
-intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri;
-fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli
-spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto
-perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al
-Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la
-febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà
-tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi
-e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e
-in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad
-acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo,
-purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in
-pochi.
-
-Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali
-cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per
-mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri
-pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli
-ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati
-nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà
-maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano
-altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e
-pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il
-peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali
-volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere
-i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica
-più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più
-radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo
-a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare
-lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di
-luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un
-Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato
-portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e
-primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo
-scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a
-proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.
-
-Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una
-deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta
-e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto,
-come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere
-abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva
-la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà;
-la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del
-Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro
-modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado
-che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a
-tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con
-più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di
-quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo.
-Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere
-pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita
-in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere
-il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali.
-Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici;
-i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse
-loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non
-avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e
-quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati
-dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e
-punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte
-guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse
-ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o
-di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il
-che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la
-Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa
-Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si
-vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi
-della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal
-Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio,
-perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla
-prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme
-a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo,
-andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in
-agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale
-intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto
-solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma.
-Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.
-
-Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo,
-e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena
-di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di
-mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri
-e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento
-poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e
-senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini
-di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]»
-Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo
-popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite
-le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante
-volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la
-moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e
-più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi
-più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò
-pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando
-le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore.
-Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze
-standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta
-grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco
-suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu
-creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.
-
-Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò
-l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano,
-ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè
-in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini,
-andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di
-Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi
-della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un
-segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una
-o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare;
-guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava
-in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate
-nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del
-Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei
-cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove
-intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di
-Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati
-cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti
-insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza
-se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita
-almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a
-loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo.
-Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più
-lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte
-per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio;
-da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio
-Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome
-del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-GIULIO II. — RIACQUISTO DI PISA. — GRANDE LEGA CONTRO A’ VENEZIANI. —
-GUERRE IN ITALIA; RITORNO DE’ MEDICI IN FIRENZE. [AN. 1503-1512.]
-
-
-Le vittorie di Consalvo rendeano perplessa la mente del Papa, il quale
-venuto in somma potenza con l’aiuto dei Francesi, vedeva le sorti loro
-declinare; e già sapeva che il re Luigi, temendo le armi e le ambizioni
-dei Borgia, cercava opporre ad essi una Lega, nella quale entrassero
-Firenze, Bologna e Siena, avendo in questa città fatto ritornare
-Pandolfo Petrucci. Vedeva all’incontro che dagli Spagnoli potrebbe
-avere partiti larghi; e benchè il volgersi dalla parte loro gli paresse
-cosa di molto pericolo ora che un altro esercito di Francesi già era
-in Italia, tenendosi pure in tanta grandezza quasi che arbitro della
-scelta, era opinione sarebbe andato dove lo tirava la sete d’impero
-in lui più accesa dalla fortuna. Ma in quel mentre avendo il Papa e
-il Valentino dato una cena ad alcuni Cardinali in una vigna presso
-al Vaticano, il Papa sorpreso da morbo improvviso moriva nel giorno
-seguente, che fu il 18 di agosto 1503, e il Valentino era portato a
-casa in grande pericolo della vita. Corre un’istoria, e fu creduta
-generalmente, che per lo sbaglio di certi fiaschi bevessero entrambi il
-veleno da essi apparecchiato a quei Cardinali per averne le ricchezze:
-ma noi ricordiamo che a molti Principi riuscì fatale in quella stagione
-dell’anno l’aria appestata della campagna di Roma, che poi si dissero
-morti di veleno; ed all’istoria della Casa Borgia teniamo per fermo che
-si aggiunga una leggenda d’infami delitti e poco credibili; gastigo dei
-veri.
-
-Morto Alessandro, fu grande tumulto in Roma; già quasi era sulle porte
-un esercito di Francesi avviato a Napoli, e seco il Cardinale di Roano
-che si confidava per tal mezzo salire al papato. Gli Orsini correvano
-al sangue del Valentino; e questi in mezzo alla infermità, raccolte
-nei prati di Roma le genti sue e guadagnatisi i Colonna con rendere ad
-essi le tolte castella, faceva testa e si confidava di fare eleggere
-un Papa a suo modo. Ma nel Conclave la divisione essendo grandissima
-tra’ Cardinali spagnoli o francesi e tra gli amici o nemici della Casa
-Borgia, portò la minaccia dei pericoli vicini che si accordassero ad
-eleggere in pochi dì un Papa vecchio ed infermo e di qualità buona,
-ch’era Francesco Piccolomini arcivescovo di Siena, nipote di Pio II,
-per la cui memoria si fece chiamare Pio III. I Francesi continuarono
-la via loro; il Valentino un poco riavuto dalla infermità sua, perchè
-dentro a Roma stessa gli Orsini e i Baglioni erano più forti, ottenne
-ritrarsi in Castel Sant’Angelo; e intanto moriva Pio III dopo 26 giorni
-di pontificato: al quale successe, con mirabile consenso, il più temuto
-e ricco e potente dei Cardinali, Giuliano della Rovere, che pigliò
-il nome di Giulio II; agli uni amico, agli altri largo promettitore,
-e tenuto uomo di franca e veridica natura; capace fra tutti a non si
-smarrire in mezzo a quella tempesta di cose. Tornavano nelle città di
-Romagna gli antichi Signori, ma il Valentino teneva le fortezze, nè a
-lui male affetti erano i popoli. I Veneziani che aveano piede in quelle
-Provincie ed erano avidi d’ampliarsi, facendosi innanzi, investirono
-Faenza, città ch’era solita di avere guardia dai Fiorentini; ma questi
-sebbene temessero molto quella prossimità dei Veneziani, non furono
-abili a impedire che dopo Faenza avessero anche Rimini e Pesaro, per
-l’abbandono che fece di quella l’ultimo dei Malatesta, di questa
-lo Sforza. Giulio II in quei principii del pontificato credendosi
-forse avere bisogno del Valentino, lo raccoglieva onoratamente nel
-Palagio per averne i contrassegni delle fortezze, che in altro modo
-i Castellani negavano cedere; avevagli anche dato licenza di recarsi
-per mare da Ostia a Napoli, ma poi nata qualche differenza, lo
-ritenne; finchè il Valentino, dopo lunghe pratiche, avuto in mano un
-salvocondotto di Consalvo, si fuggiva, da questi accolto e accarezzato
-molto familiarmente. Nè il Borgia cessava dai vasti disegni: il nome
-suo, che era terrore a molti, sapeva che avrebbe tuttora sèguito dei
-più audaci; gli sparsi soldati a lui anderebbero volentieri; teneva
-in deposito per conto suo dugentomila ducati nei banchi di Genova. Ed
-ora pensando a far valere quell’antico titolo di signoria che aveva
-sulla città di Pisa, ed accordatosi con l’Alviano, il quale voltato
-a parte spagnola cercava rimettere Piero de’ Medici in Firenze; avea
-di consentimento e con l’aiuto di Consalvo ordito un disegno per cui
-si sarebbe gettato in Toscana. Ma lo Spagnolo aveva scritto al suo Re
-aspettando quel che gli ordinasse circa il Valentino, e fu la risposta
-di farlo prigione: quindi preso all’uscire dalle stanze di Consalvo,
-fu con solo un paggio sopra una galera condotto nella fortezza di
-Medina del Campo, ed ivi rinchiuso; due anni dopo riuscito a fuggire
-per l’opera del suo cognato Re di Navarra, fece morte da soldato,
-combattendo per conto di questo alcuni castelli.
-
-Da Roma i Francesi avevano continuata la via per Napoli sotto la
-condotta del Marchese di Mantova: era già cominciato l’inverno aspro e
-difficile oltre il consueto, ed essi pigliarono la via più breve; ma
-dove il Garigliano, alto e profondo presso alla foce, poneva ad essi
-maggiore ostacolo. Avea Consalvo più scarso il numero dei soldati, ma
-duri al disagio e pazienti per la fede che aveano grandissima nel gran
-Capitano, laddove i Francesi malvolentieri ubbidivano al Marchese che
-si dovette come straniero partire dal campo, lasciando il governo a
-tre Capitani tra loro discordi. Tentarono invano il passo del fiume
-dove Consalvo si tenne fermo, e tenne i suoi con mirabile costanza
-cinquanta giorni. Ma quando a lui fu sopraggiunto l’Alviano recando
-seco le forze di Casa Orsina, Consalvo allora spingendosi ardito di là
-dal fiume, ruppe i Francesi con grande vittoria e memorabile per gli
-effetti, essendo gran numero di essi perito in quelle paludi, e gli
-altri dispersi e spenti in più modi per la diligenza di Consalvo: Gaeta
-si arrese il primo dell’anno 1504, e da quell’ora la possessione di
-Napoli, come di Sicilia, stettero per bene due secoli sicure in mano
-degli Spagnoli. Piero dei Medici, che seguitava l’esercito francese,
-avendo nella levata del campo cercato con altri gentiluomini condurre
-pel fiume a Gaeta alcuni pezzi d’artiglieria, si annegò insieme con
-essi pel troppo peso della barca e i venti contrari: più tardi il
-fratello, divenuto Papa, gli fece inalzare un monumento nella chiesa
-del monastero di Montecassino.[75]
-
-Dopo la rotta al Garigliano si fece tregua e indi pace tra i due Re
-che nella Italia si adagiarono; ma continuava sempre in Toscana quella
-sciagurata guerra contro Pisa, la quale parve migliore consiglio
-terminare lentamente col dare il guasto alle terre dei Pisani e
-chiudere i passi alle vettovaglie per terra e per mare, avendo a tal
-fine condotto Francesco Albertinelli fiorentino con alcune galere;
-intantochè l’esercito di terra campeggiava sotto Ercole Bentivoglio,
-ed era Commissario quel celebrato Antonio Giacomini, buon cittadino,
-uomo risoluto e franco ed esperto nelle cose della guerra. Avevano
-anche dato ascolto ad un disegno di volgere il corso dell’Arno e
-mettere Pisa in secco; ma quell’opera falliva, e una fortuna di mare
-ruppe le galere. Pensarono allora di lasciare libera l’uscita a quanti
-Pisani volessero e ad essi restituire le terre: non credevano al fermo
-animo di quel popolo, e aveano speranza di vuotare così la città; ma
-pochi uscirono, bocche inutili; e i tornati nel possesso delle terre
-nascostamente sovvenivano alla penuria di quei di dentro. Ne mancò
-loro anche questa volta soccorso di Principi ch’aveano disegni sopra a
-Pisa. Nel seguente anno 1505 credendosi generalmente che il re Luigi
-XII fosse per malattia vicino a morte, il cardinale Ascanio Sforza,
-che stava in Roma, formò con l’intelligenza di Consalvo, e come si
-disse dei Veneziani e del Papa, un disegno per cui l’Alviano entrando
-in Toscana per la via di Pisa riconducesse il Cardinale e Giuliano
-dei Medici in Firenze, i quali poi dessero aiuto allo Sforza per la
-recuperazione di Milano. Ma il Re tornò sano contro all’opinione di
-ciascuno, e invece Ascanio venne a morte: l’Alviano, che era già in
-sull’arme, non avendo come impiegare i suoi soldati e molto eccitato da
-Pandolfo Petrucci, deliberava per suo conto seguire l’impresa contro
-a’ Fiorentini. Da Siena pigliando la via per la Maremma di Volterra
-si condusse fino alla Torre di San Vincenzio, dove incontrato a’ 17
-d’agosto dalle schiere Fiorentine che lo avanzavano per il numero delle
-fanterie, quel grande ma sempre infelice Capitano fu rotto, e presi
-molti de’ suoi e tutti i carriaggi e le bandiere; scampato egli stesso
-a mala pena con dietro la caccia dei vincitori. Questa vittoria diede
-tanto animo al Gonfaloniere Soderini, che egli si credette di avere
-Pisa: ma perchè Consalvo, sapendo lui essere di parte Francese, aveva
-pigliato la protezione dei Pisani, gli mandò in Napoli ambasciatore
-Roberto Acciaioli. Consalvo allegava una promessa che in Roma il
-Cardinale Soderini aveva fatta in nome del fratello di non offendere
-i Pisani; e benchè Roberto dicesse non essere la città obbligata per
-le promesse del Gonfaloniere, dichiarò l’altro che in otto giorni
-avrebbe mandato a Pisa delle sue genti. Al che il Gonfaloniere affrettò
-l’impresa; la quale però ebbe l’effetto consueto, essendo l’assalto
-dei Fiorentini ributtato, intanto che in Pisa entrava una mano di genti
-Spagnole.[76]
-
-Piero Soderini, poco arrischiato per sè medesimo, aveva natura da stare
-co’ molti; il che a lui tenne luogo di forza in quella Repubblica ed
-in quei tempi a mantenere il grado suo e a non eccederlo. Seguiva
-il pensare comune dei Fiorentini, dando poco ascolto agli uomini
-principali dai quali avrebbe avuto alle volte migliori consigli, ma gli
-conosceva divisi e diversi di voglie e di fede. Pei quali modi teneva
-contenta la moltitudine, cui bastava che fosse in Palagio un timone
-fermo: dava a lui poi sommo favore che avendo trovato quando entrò
-molto disordinata l’amministrazione, e le gravezze grandissime, e il
-Monte che non rendeva le paghe; egli con la diligenza sua, ed usando
-quella parsimonia che soleva anche nelle cose private, limitò le spese,
-scemò le gravezze e rinnalzò il credito del Monte con molta sua lode.
-
-Quanto alla guerra, diveniva in tutta Italia necessario opporre altri
-ordini e altri modi ai grossi eserciti e alle fanterie, ch’erano ai
-loro paesi una milizia cittadina e parte essenziale delle istituzioni
-d’ogni Stato. L’Italia non ebbe fanterie paesane perchè nessun
-principe o città voleva dare le armi in mano ai propri suoi sudditi;
-ma poichè il tristo mestiere dei Condottieri veniva meno e si mostrava
-insufficiente ai nuovi casi, era necessità il provvedere. Venezia
-tirava senza suo pericolo soldati propri d’oltremare e aveva il Friuli
-provincia belligera; nondimeno cominciò a fare, col nome di cerne,
-qualche leva tra’ popoli sudditi di Terraferma: anche il Duca di
-Ferrara, che teneva nello Stato radice profonda, le aveva tentate.
-Firenze in quegli anni fece la prova; e benchè ne uscissero effetti
-deboli, fu concetto forte di Niccolò Machiavelli che lo persuase al
-Gonfaloniere Soderini, essendosi in quello poi molto adoprato. Divenne
-egli Cancelliere di un ufficio di Nove creato per l’Ordinanza o Milizia
-fiorentina, che negletta per due secoli, fu a quel tempo istituita con
-nuovi ordini i quali abbiamo di mano sua. Doveano essere dieci mila
-almeno gli uomini scritti a quella milizia nel contado e distretto,
-escluse però Firenze e le città murate delle quali non si fidavano,
-e perchè non fosse armare in ogni città le discordie. Le Compagnie
-dovean essere di trecento almeno, sotto un capitano e una bandiera,
-tutti dimoranti nello stesso Vicariato; armati di picche o altre armi
-da taglio con poco numero di scoppietti. Erano esercitati nei giorni
-di festa; ed un Conestabile, che aveva il comando di più compagnie,
-faceva riviste molto solenni due volte all’anno, nelle quali dopo avere
-udita la messa in luogo aperto, si facevano discorsi che rammemorassero
-ai militi i loro doveri verso Dio e la Patria; le pene gravi per ogni
-trascorso, fino alla bestemmia e al giuoco. A mantenere una forte
-disciplina condussero per Capitano di Guardia del contado e distretto
-don Michele Coriglia spagnolo, uomo terribile, che era stato col
-Valentino; ed a lui diedero trenta balestrieri a cavallo e cinquanta
-fanti perchè facesse eseguire le sentenze o condannasse i trasgressori
-nelle rassegne, che ordinava nei luoghi diversi dov’erano battaglioni.
-I Conestabili per la maggior parte erano presi fuori dello Stato;
-gli esercizi a modo svizzero o tedesco. Il Machiavelli andava spesso
-in nome dei Nove a fare le mostre; il Giacomini avea la cura delle
-milizie nei luoghi che guardavano verso a Pisa. Più tardi fu aggiunta
-l’Ordinanza d’una milizia a cavallo, che doveano essere cinquecento,
-presi e descritti nel modo stesso.[77]
-
-Ora cominciano le imprese di Giulio II. Raffaello d’Urbino lui
-dipingeva portato in sedia nel tempio d’onde un angelo con la spada in
-mano cacciava gli spogliatori. Questo voleva Giulio II, ma come uomo
-a cui piaceva il fare da sè; non però al modo di Alessandro VI e non
-pe’ suoi, recando egli con maggior decoro nel seggio papale pensieri
-grandiosi di principe e mente d’uomo di Stato, quando però la sua
-indole fiera e impaziente non lo traportasse. Nel mese di settembre
-1506 uscito da Roma con l’accompagnamento di oltre a venti Cardinali,
-venne a Perugia; dove occupate le fortezze e tolta a Gian Paolo
-Baglioni la signoria, lo condusse co’ suoi soldati a servigi della
-Chiesa per l’impresa contro a Bologna, alla quale il Papa s’accingeva
-con la promessa anche di soccorso dal Re di Francia. Recavasi Giulio
-quindi in Urbino, dove il nipote suo Francesco Maria della Rovere
-per adozione dell’ultimo dei Montefeltro era divenuto Duca: di
-là volgendosi, e per evitare Faenza che era tenuta dai Veneziani,
-entrato di Romagna dentro allo Stato dei Fiorentini, e avuto da essi
-cento uomini d’arme, s’appressò a Bologna, contro alla quale veniva
-dall’altra parte con l’esercito Francese Chaumont Governatore di
-Milano. La famiglia dei Bentivoglio cedeva lo Stato, Giovanni essendosi
-dato prigione al Re di Francia con buoni patti: il Pontefice ordinava
-sotto il dominio della Chiesa il governo di Bologna, che fosse quanto
-alla pubblica amministrazione dato a quaranta dei principali della
-città, i quali avendo a capo un Senatore presentassero forma di Stato
-indipendente: questa forma durava in Bologna fino al tempo dei padri
-nostri. Papa Giulio, dopo essersi ivi trattenuto poco tempo, tornava
-in Roma subitamente contro all’opinione di tutti: il fine di quella
-concordia tra lui e Francia, sebbene per anche non manifesto, era
-contro a’ Veneziani; ma nuove cose intanto nacquero in Italia.[78]
-
-Il re cattolico Ferdinando, che dopo la morte d’Isabella di Castiglia
-sua consorte portava nome di re d’Aragona, era venuto in quel tempo
-stesso a visitare l’altro suo regno di Napoli. Qui lo avea chiamato,
-oltre alla voglia di abbassare la troppa grandezza di Consalvo, forse
-qualche altro maggiore disegno intorno alle cose d’Italia: molti
-da lui speravano l’abbassamento dei Veneziani, speravano oltreciò i
-Fiorentini riavere Pisa. Ma prima di scendere in Napoli aveva il Re
-saputo la morte improvvisa del giovane arciduca Filippo suo genero,
-che seco divideva la monarchia di Spagna. Rimase in Napoli Ferdinando
-pure quell’inverno; e poichè per la pace con Francia doveva ai Baroni
-Angiovini la restituzione dei feudi che prima erano stati loro tolti,
-acconciò alla meglio le cose tra essi e i Baroni Aragonesi: partiva
-poi, conducendo seco il Gran Capitano ornato da lui col titolo di
-Grande Conestabile di quel regno, dal quale veniva intanto rimosso.[79]
-Genova in quel tempo si era ribellata contro al re Luigi, che la teneva
-in protezione da quando ebbe tolto lo Stato allo Sforza, sebbene ciò
-fosse con le apparenze di governo libero e serbando le antiche forme.
-Ora i popolani teneano lo Stato, avendo cacciato l’ordine dei nobili
-devoto al Re; il quale disceso in Italia nel mese d’aprile 1507 con
-forte esercito di Francesi, nè senza battaglia entrato in Genova,
-rimetteva gli ordini antichi ma più stretti, aggravando su quella città
-il peso della soggezione.
-
-Dopo ciò ebbero i due Re in Savona un molto segreto e molto
-familiare abboccamento, essendo stati insieme tre giorni a conferire
-personalmente comuni disegni; e la sostanza fu di assalire lo Stato
-dei Veneziani appena che a loro ne venisse il destro. Ma entrambi
-convennero che fosse ogni cosa da differire per gli apparecchi i quali
-vedevano farsi dall’imperatore Massimiliano, che aveva in Costanza
-chiamato una Dieta, ed annunziava scendere in Italia con le armi
-dell’Impero a pigliare la corona ed a rivendicarne gli antichi diritti.
-A fine pertanto di togliere ogni sospetto delle intenzioni loro,
-Ferdinando tornava in Ispagna, e Luigi XII ritirava d’Italia gran parte
-dell’esercito.[80] I Fiorentini stavano in due, come erano consueti,
-non bene sapendo da quale delle contrarie parti avrebbono avuto con
-minore sborso di danaro partiti migliori. Il Soderini era per conto
-proprio e del fratello Cardinale che aveva in Francia grandi benefizi,
-tutto francese, come per uso antico era il popolo di Firenze. Fu nelle
-Pratiche disputato molto; gli Ottimati volendo che a Cesare andasse
-un’ambasceria solenne; ma il Gonfaloniere gli mandò invece Francesco
-Vettori, senza facoltà di trattare; nè di lui troppo fidandosi, poco
-tempo dopo gli pose accanto il Machiavelli ch’era tutto cosa del
-Gonfaloniere.[81] In questo tempo Massimiliano, perchè l’aiuto dei
-Tedeschi gli mancava sotto, leggiero com’era di consigli e di moneta,
-per fare qualcosa, mosse ai Veneziani un poco di guerra; nella quale
-ributtato dai villani delle Alpi affezionati al nome veneziano, soffrì
-gravi perdite dal lato del Friuli; dove la bandiera di San Marco fu
-condotta da Bartolommeo d’Alviano fino a Trieste e Gorizia e Fiume,
-venendo a chiudere sotto il suo dominio tutto l’Adriatico. Ma qui ebbe
-termine l’ingrandirsi di quella Repubblica: a dieci dicembre 1508 il
-Cardinale d’Amboise e Margherita, figlia di Massimiliano e governatrice
-della Fiandra, conchiusero essi due soli in Cambray un segreto accordo,
-pel quale lo Stato dei Veneziani doveva dividersi tra l’Impero e
-Francia e Spagna e il Papa, se Giulio accettasse quella convenzione.
-Il che egli non fece senza qualche repugnanza, ma vinse lo sdegno
-contro alla Repubblica; e peggio era forse rimanere solo, quando i tre
-maggiori sovrani d’Europa tra loro partivano a brani l’Italia: così fu
-conchiusa la Lega celebre di Cambray.
-
-Quella concordia tra’ due Re gli rendeva arbitri dei minori Stati,
-e innanzi di porsi ad un maggiore cimento bramavano entrambi avere
-fermate le cose in Toscana. Luigi XII, trattando in nome anche del Re
-di Spagna, mandava in Firenze un Ambasciatore il quale facesse mostra
-di vietare ai Fiorentini la recuperazione di Pisa, per essere quella
-città in protezione di Francia e di Spagna, mandando pure a quella
-volta uomini d’arme; e levò dai soldi della Repubblica un corsaro
-genovese il quale chiudeva con le sue navi le bocche dell’Arno. Ma
-erano lustre, e in quanto a Pisa null’altro cercavano che venderne a
-caro prezzo l’abbandono, bisognosi com’erano entrambi di danaro per
-la grande guerra che allora imprendevano. Infine convennero di non
-difendere i Pisani e d’impedire che i Genovesi gli soccorressero, la
-Repubblica obbligandosi di pagare centomila ducati a Francia e farsi
-debitrice di cinquanta mila al Re di Spagna. Rimanevano i Lucchesi,
-dai quali andavano soccorsi a Pisa d’ogni maniera: prima i Fiorentini
-cercarono di costringerli facendo una mossa contro Viareggio, ma poi
-vennero agli accordi, i Lucchesi promettendo, quando non fossero
-molestati nella possessione di Pietrasanta, non lasciare entrare
-nella città assediata soldati nè viveri. A Firenze voleano finirla con
-Pisa, la quale sapevano essere agli estremi. Aveano cessato di tentare
-assalti, che ogni volta erano riusciti a male per la disperata virtù
-dei Pisani, persino le donne facendo la parte che in guerra potevano.
-Ma ogni anno si dava il guasto alle terre che i Pisani avessero
-seminate, riuscendo utilissime alla crudele opera le milizie di nuovo
-formate, per essere meglio disciplinate e più obbedienti e più atte
-a spargersi in piccole compagnie. Formavano questi nuovi battaglioni
-le due terze parti dell’oste dei Fiorentini divisa in tre campi, che
-uno a San Piero in Grado, l’altro a Ripafratta e l’ultimo nella Valle
-sotto Calci; dei quali erano Commissari Alamanno Salviati, Antonio da
-Filicaia e Niccolò figlio di Piero Capponi; comunicavano i tre campi
-tra loro per via di ponti allora edificati sull’Arno e sul fiume morto.
-Dentro la città si viveva a questo modo: la governavano quelli stessi
-che avevano in mano le armi, e vi potevano molto i contadini, fieri per
-natura in quei luoghi bassi, e che avendo perduta ogni cosa, tuttavia
-sostenevano la città col farvi entrare un poco di viveri dai luoghi
-vicini: costoro essendosi vedute ogni anno guastare le terre, più
-inclinavano alla resa. Aveano sèguito nella più affamata plebe della
-città, dentro alla quale molti si erano rifugiati; e capi autorevoli ai
-quali era necessità soddisfare sino a fare entrare alcuni di loro nelle
-ambasciate o commissioni che si mandavano fuori. Quelli del Governo
-erano accusati di farsi ricchi nella penuria pubblica e di rompere ogni
-accordo per non essere costretti a rendere le robe tolte ai Fiorentini,
-le quali erano nelle mani loro. Nutrivano sempre qualche speranza
-di fuori, aspettando che la Lega di Cambray venisse a sciogliersi;
-e in quello Stato incerto d’Italia piovevano in Pisa emissari d’ogni
-sorta con nuovi disegni. Oltreciò i popoli all’intorno gli aiutavano
-quanto più potessero segretamente; a quei di Lucca bastava di notte
-scavalcare il monte Pisano; Genova mandava soccorsi e incentivi contro
-alla potenza di Francia, che aveva per sè i Fiorentini. Intanto alcuni
-Signori in Toscana si adoperavano per l’accordo; quello di Piombino
-faceva istanze perchè da Firenze mandassero un uomo loro a sentire quel
-che dicessero alcuni venuti da Pisa a quello effetto; la Repubblica vi
-mandava il Machiavelli che era in campo: ma perchè i Pisani facevano
-strane proposte, e dicevano di essere senza mandato a conchiudere, il
-che mostrava d’avere voluto solamente guadagnar tempo; il Machiavelli
-si licenziava con parole crude, e quella pratica andò a vuoto.[82]
-Ma nel mese di maggio essendo la città stretta con tale rigore che i
-Commissari facevano morire chiunque si provasse a mettervi dentro cose
-da mangiare; un contadino con seguito di molti uomini entrato per forza
-in Palazzo, disse: «Qui bisogna pigliare partito, noi siamo deliberati
-di non morire di fame.» Due dei loro capi, che da Piombino non erano
-voluti rientrare in Pisa, faceano pratiche al di fuori, tantochè infine
-si deliberarono mandare uomini in campo ad Alamanno Salviati, dicendo
-volere andare in Firenze a fare sottomissione, ma che egli venisse con
-loro a trattare. Andarono insieme, e dopo molte difficoltà si sarebbero
-accordati; ma in Pisa, ecco altri indugi per la ratificazione secondo
-gli avvisi che venivano di fuori; ed in Firenze nascevano tumulti,
-col dire che erano ingannati. Due o tre volte fu da Firenze e Pisa
-un andare ed un venire: intanto a Pisa mancava ogni ultima speranza
-d’aiuto: i contadini con que’ loro capi ch’erano in mezzo a queste
-pratiche stringevano forte: gli altri infine cederono, avendo avuta
-promessa che loro sarebbero lasciate le cose tolte ai Fiorentini, senza
-ricercare quelle che avessero ad altri vendute. Il giorno dopo era il
-_Corpus Domini_, e i Pisani vollero poter fare la processione; il che
-fu concesso dai Commissari, purchè cedessero alle armi dei Fiorentini
-subito le porte della città e la torre della Spina. A’ 9 di giugno
-di quell’anno 1509 i Commissari con tutto l’esercito entrarono in
-Pisa: le date promesse furono attenute, usando anche poi governo più
-mite. Questa fu l’ultima guerra tra città e città che nell’Italia si
-combattesse: erano tempi nei quali ogni cosa fino agli odii era meno
-viva; sopra all’antica idea di Città, che soleva essere tanto stretta e
-tanto forte, sorgeva più ampia l’idea di Stato, dimodochè Pisa godendo
-favore sotto al Principato alquanto risorse.[83]
-
-Fin dal principio della primavera Luigi XII era nuovamente disceso
-in Italia con forte esercito, e rapidamente procedeva sino al fiume
-dell’Adda, dove i Veneziani con dubbio consiglio si erano deliberati
-d’aspettarlo. Si venne alle mani per la virtù impetuosa di Bartolommeo
-d’Alviano, che non soffrendo starsi fermo alle difese, ben tosto
-impegnava su quelle ghiare dell’Adda grande battaglia, nella quale
-dopo lunghe prove di ferocia da ambe le parti, l’esercito Veneziano
-fu rotto, essendovi rimasto ucciso grandissimo numero massimamente
-di fanti, e prigione l’Alviano stesso. Dopo di che tutta quella parte
-dello Stato di Venezia ch’era al di là del Mincio venne in potere dei
-Francesi; e indi poi subito Verona, Vicenza e Padova, delle quali
-ultime città il re Luigi, secondo i patti, faceva pigliar possesso
-nel nome dell’Imperatore. Grande fu in Venezia la costernazione;
-il Senato proscioglieva dall’ubbidienza i sudditi della Terraferma,
-e n’ebbe aiuto più valido. Massimiliano scendeva dalle Alpi, e per
-allora provvisto di denari aveva un numero grandissimo di soldati di
-ogni nazione; seco andavano settecento uomini d’arme francesi e numero
-allora insolito di artiglierie. Frattanto i contadini delle vicine
-provincie ch’erano in arme per la Repubblica, avendo saputo in Padova
-essere poca guardia di nemici, vi entrarono e portando seco gran copia
-di viveri, insieme coi cittadini rafforzarono le difese. Da Venezia
-dugento giovani di famiglie nobili vennero a chiudersi con molti
-aderenti loro dentro alle mura di Padova, e primi due figli del doge
-Leonardo Loredano. Gli assalti a Padova continuarono sedici giorni,
-dopo i quali Massimiliano cedendo all’indomita costanza dei difensori,
-nè senza avere intorno ad essa tentato altre prove, dovette ritirarsi
-fino a Verona, e da quel giorno Venezia fu salva.
-
-A quell’assedio erano presenti due oratori della Repubblica di Firenze,
-Piero Guicciardini e Giovan Vittorio Soderini. Mandare a Cesare
-ambasciate soleva ogni volta produrre dissensi, perchè si venivano in
-tale caso a risuscitare necessariamente gli antichi diritti Imperiali
-non mai cancellati dal fatto de’ secoli, e in quei negoziati si avevano
-incontro i curialisti, pei quali Firenze aveva di libertà quanto ella
-avesse di privilegi. Massimiliano chiedeva danari, dei quali aveva
-bisogno grande contro a Veneziani; ma nelle formule degli atti i suoi
-volevano apparisse che imponeva un censo il quale a Cesare occorreva
-per andare in Roma a prendere la corona e poi fare guerra contro agli
-Infedeli. Quando la prima volta gli Ambasciatori chiesero udienza a
-lui per mezzo del Cancelliere, Massimiliano domandò prima se portavano
-danari; e udito che no, rispose: «Qua non si vive senza danari;» e
-negò l’udienza. Venuti allo stringere, chiedeano i Ministri Cesarei
-sessantamila ducati e altri diecimila in drappi di seta e d’oro per
-rivestire la Corte: ma gli Oratori fiorentini fecero bene; avevano
-il mandato per somma maggiore, ma si accordarono per quaranta mila.
-Nel Trattato, che abbiamo a stampa, la Maestà dell’Imperatore assolve
-Firenze da ogni debito di censi o d’altra qualsiasi natura, e concede a
-quella città, oltre all’uso delle libertà sue, _la possessione di tutto
-lo Stato che attualmente gode_: in queste parole si comprendeva anche
-il dominio di Pisa, che sempre gli Imperatori avevano impugnato, ma
-intorno al quale ora non fu controversia. È da notare che la Maestà Sua
-dichiara farsi quella confermazione delle libertà e del dominio della
-Repubblica fiorentina, _ad omnem cautelam et quemlibet juris effectum_.
-Diceano a Firenze che non ve n’era bisogno, ed i Tedeschi sapevano bene
-che erano diritti ora impossibili a rivendicare.[84]
-
-Massimiliano con le prime mosse avea facilmente recuperato Gorizia,
-Trieste e Fiume, ch’erano d’Imperiale giurisdizione. Ferdinando come
-re di Napoli era venuto in possesso di tutti i porti sull’Adriatico
-prima occupati dai Veneziani; Giulio II avea ricondotto sotto al
-dominio della Chiesa Ravenna e le altre città di Romagna. Per questi
-fatti le ire del Papa s’erano placate, e in quei disastri dovette
-Venezia mostrarsegli forte ed all’Italia necessaria; nè a Giulio
-mancavano pensieri di principe, nè amava i Francesi egli che aveva
-sofferto di vivere ad essi cliente nei tristi suoi giorni. Sospetti ed
-offese antiche e recenti vie più accendevano quella fibra sanguigna e
-focosa; quindi si distaccò dalla Lega, e il rimanente della sua vita
-fu tutto ravvolto in un feroce pensiero, quello di cacciare d’Italia
-i Francesi. Quindi seguitarono tre anni di guerre, delle quali non è
-ufficio nostro raccontare tutti i fatti vari e crudeli. Battaglie di
-terra, battaglie di navi sul fiume del Po; Venezia e il Papa insieme
-cercavano la distruzione del Duca di Ferrara amico ai Francesi e
-feudatario della Chiesa; e intanto altre armi tedesche insanguinare le
-città Venete, e altre armi francesi scendere in Romagna. Giulio II,
-venuto in Bologna con tutta la Corte, comandava quella guerra nella
-quale pigliata Modena, la riuniva al Patrimonio della Chiesa; e andato
-contro alla Mirandola, dove una donna tutrice di piccoli figli della
-casa Pico seguiva gli Estensi, il vecchio Giulio, nel cuore del verno,
-tra fanghi e geli e sotto alla neve con gli stivali in piede e tutto
-armato piantava egli stesso e dirizzava le batterie, correva pericoli
-dagli agguati dei Francesi[85] e dalle artiglierie della terra, dentro
-alla quale finalmente entrò per la breccia: allora Giulio non si
-ricordava d’essere pontefice. Ma il Trivulzio, venuto al comando per
-il re Luigi, vinceva in Romagna, e sgominate le genti del Papa, faceva
-rientrare i Bentivogli in Bologna. Non cessò la guerra, ma Giulio
-tornava in Roma. Aveva cercato di muovere contro a Francia il nuovo
-re d’Inghilterra Arrigo VIII; faceva poi scendere in Lombardia una
-grossa mano di Svizzeri sotto il guerriero Vescovo poi Cardinale di
-Sion: aveva con maggiore effetto, ma da principio segretamente, fatta
-lega col re Ferdinando, il quale non appena assicurato di governare
-la Spagna intera per la tutela ch’egli ebbe del piccolo nipote Carlo,
-si volse tutto contro a Luigi XII che più anni aveva tenuto a bada con
-false amicizie. Mandava pertanto egli in Italia un grosso esercito di
-Spagnoli, donde poi nacquero eventi maggiori.[86]
-
-Dalle due parti si adopravano anche le armi spirituali. Il re Luigi
-aveva chiamato un’Assemblea del Clero francese, la quale fermando certi
-punti della disciplina, citava il Papa dinanzi a un Concilio, qualora
-avesse ai loro decreti negato l’assenso. Concorreva in questi propositi
-il Re de’ Romani, il quale per mezzo del suo Cancelliere vescovo di
-Gurck cercava farsi arbitro di quella contesa: quanto al Concilio
-lo avrebbe egli molto desiderato, ma purchè fosse in qualche città
-dell’Allemagna; al che i Francesi per modo alcuno non consentivano.
-Si era fermato Luigi XII nel pensiero di radunarlo nella città di
-Pisa, e a questo fine aveva segretamente richiesto in Firenze se la
-Repubblica vi consentirebbe. Qui erano due parti: chi amava il popolo e
-la libertà, voleva anche una riforma nelle cose della Chiesa; e questi
-essendo francesi d’animo ed avendo seco il Gonfaloniere Soderini, si
-vinse di permettere in Pisa la radunata del Concilio con tanto maggiore
-favore che l’altra parte in quel tempo era molto sospetta di stare co’
-Medici: quel voto, sebbene dato da centocinquanta cittadini, rimase
-segreto. Il Papa intanto, volendo egli stesso preoccupare il campo,
-aveva chiamato in Laterano un Concilio, al quale intervennero la parte
-maggiore dei Cardinali, e vi si tennero alcune sessioni, dove subito
-fu condannato quell’altro Concilio e dichiarati eretici quelli che
-v’intervenissero. Avrebbe Luigi voluto a questo Concilio Pisano dare
-un carattere molto solenne, com’ebbe l’altro che cento anni prima
-nella città stessa depose due Papi e ne creò un terzo; per suo ordine
-doveva la Chiesa francese esservi rappresentata dalla presenza di
-ventiquattro Vescovi; ma quando si venne al punto di radunarlo, i più
-si ritrassero, chi in qua chi in là. Cesare non mandò nessuno, e il
-Re d’Aragona avea col Pontefice segreta alleanza, sebbene in questo
-che ebbe nome di Conciliabolo, rimanessero due Cardinali spagnoli; uno
-dei quali essendo morto, la radunanza venne a comporsi d’uno Spagnolo
-e d’un Francese, nè d’Italiani v’era altri che il solo Cardinale
-Sanseverino. Cotesti essendo percossi dalle scomuniche, e stando il
-Clero di Pisa contr’essi, ed anche il popolo dileggiandoli, si tenevano
-poco sicuri. Aveva offerto il Re di mandare a guardia loro trecento
-lance di Francesi: ma il Soderini temendo per la stessa città di
-Pisa, e non volendo troppo manifestamente offendere il Papa, negò di
-ricevere un tale soccorso; e i Cardinali, pigliando occasione da una
-rissa sanguinosa la quale era nata tra i Francesi di loro seguito ed
-i popolani di Pisa, trasferirono il Concilio nella città di Milano,
-accolti qui pure con poco favore. Il Papa, che aveva pronunziato contro
-a’ Fiorentini un interdetto molto feroce, non diede in fatto esecuzione
-alla sentenza; e, come a lui spesso accadeva, rimettendosi dal primo
-impeto, gli tornò in grazia con modi benigni.[87]
-
-Salivano per la Romagna le genti Spagnole condotte da Raimondo da
-Cardona vicerè in Napoli, e unite a quelle del Papa mettevano assedio
-a Bologna; il Cardinale de’ Medici andava Legato all’esercito. Erano
-i Francesi molto ingrossati al Finale, con l’esservi giunto Gastone
-di Foix duca di Nemours, giovane di ventidue anni, mandato allora
-Luogotenente del Re in Italia. Questi avendo inteso Bologna essere
-investita, guidava, in una nottata d’inverno e sotto alla neve, a
-quella volta i suoi soldati con tanto improvvisa rapidità, che gli
-venne fatto di mettersi dentro alla città prima che il campo degli
-Spagnoli ne avesse sentore. I quali poi tosto, perchè erano ivi male
-disposti a una battaglia, si levarono da Bologna pigliando la strada
-inverso Romagna. Giungeva frattanto avviso al Foix che Brescia si era
-ribellata, essendovi entrato Andrea Gritti Provveditore veneziano:
-quindi, lasciate in Bologna genti che bastassero, correva con la
-rapidità medesima contro alla misera Brescia, ed entratovi per la
-cittadella e fatta lunga battaglia dentro alla città istessa, con
-grandissima uccisione di soldati e strage di cittadini, che insieme
-furono più migliaia di corpi, domava nel sangue la ribellione, avendo
-fatta dal boia sul palco tagliare la testa a Luigi Avogadro che n’era
-stato capo. Molti dei Veneziani furono in più scontri dispersi o morti
-avanti e dopo l’espugnazione di Brescia;[88] dalla quale partendosi
-dopo quattro o cinque giorni il Foix, riprese la via di Romagna, perchè
-l’esercito della Lega che si chiamò Santa, dopo essersi appressato di
-nuovo a Bologna, tornava ora indietro e sfilava per Forlì, cercando
-un luogo adatto da farvi testa. Il Foix soprastette un poco, e avendo
-tutti raccolti i suoi, che erano mille ottocento lance e quindici mila
-fanti, seguiva le péste degl’inimici ed anelava fare con essi giornata.
-Pervenuto fin sotto a Ravenna, dava l’assalto alla città, e ne fu
-respinto: venivano innanzi gli Spagnoli lungo il fiume del Ronco, il
-quale essendo passato a guado dai Francesi, appiccavano grande e sopra
-tutte le precedenti fiera battaglia [11 aprile 1512]. Le artiglierie
-di ambe le parti facevano vuoti nei due eserciti, ma senza romperli; il
-Francese allora per una svolta maestrevole si gettava contro il fianco
-degli Spagnoli: erano col Foix sei mila lanzichenecchi, nome corrotto
-dalla lingua tedesca e da quel giorno troppo famoso in Italia. Tra
-essi ed i fanti spagnoli fu lungo il combattersi, mescolati con grande
-ferocia per la tenacità connaturale a quelle nazioni, e allora per
-certa rivalità nella gloria militare: sopravvenne dipoi l’impeto dei
-Francesi, e fu la rotta degli altri e la strage tale, che si disse tra
-le due parti esservi rimasti quattordici mila o più soldati. La fiera
-contesa era presso che finita quando il Foix, che andava sempre innanzi
-agli altri, essendogli sotto caduto il cavallo, moriva trafitto da un
-colpo di picca nel fianco, lasciando fama grandissima del suo nome,
-vittorie inutili per la sua nazione, e nella Italia barbari esterminii.
-Da ambe le parti perirono molti Signori di grande nome nelle guerre;
-il Cardinale Legato rimase prigioniero de’ Francesi; Fabrizio Colonna
-si diede ad Alfonso duca di Ferrara, che fu a quella pugna insieme coi
-vincitori.
-
-Ma qui mutarono le fortune dei Francesi, che dopo avere dato il
-sacco a Ravenna ed invasa la Romagna, furono richiamati in Lombardia
-sull’avviso che gli Svizzeri si preparavano ad assalirli con maggiori
-forze di quelle che i Francesi teneano disperse nei luoghi acquistati.
-Rimase con poche genti il Cardinale Sanseverino in quelle città di
-Romagna, che egli diceva tenere in nome del Concilio, ma quindi dovette
-bentosto ritrarsi; e le fortezze dello Stato veneziano essere anch’esse
-abbandonate dai Francesi per l’avanzarsi dei venti mila Svizzeri che
-aveano ottenuto da Massimiliano il passo, ed erano già in Verona.
-Avevano prima cercato i Francesi di fare testa in Pavia, ma i Tedeschi
-gli abbandonarono per avere Massimiliano rotta con inganno l’alleanza
-col re Luigi; e gli Svizzeri più avanzavano, e Milano si era già dato
-ad essi, che ne pigliarono possesso in nome del duca Massimiliano
-Sforza primogenito del Moro. Intanto Arrigo VIII d’Inghilterra dava
-seimila fanti in aiuto del Re d’Aragona contro alla Francia dal lato
-dei Pirenei; Genova che il Papa, come nativo della Liguria, più volte
-aveva cercato di liberare, mutava Governo cacciando il presidio che
-Luigi XII vi teneva: così due mesi dopo alla vittoria di Ravenna erano
-i Francesi usciti d’Italia, e questa caduta in mano di Svizzeri e di
-Tedeschi e di Spagnoli. Ma Giulio, perchè era stato l’anima di quella
-Lega, aveva al dominio della Chiesa aggiunto dopo a Modena anche Parma
-e Piacenza; i Veneziani riebbero tosto gli antichi Stati di terraferma,
-tra potentati stranieri rimanendo semi di discordie e guerre su questo
-campo disputato ch’era oggimai fatta l’Italia. Un Congresso riunito
-in Mantova nulla conciliava; sola una cosa fu ivi risoluta di comune
-consentimento, rimettere in Firenze i Medici con la forza: qui era il
-Governo popolare tutto cosa francese, e quindi unanime nei Collegati
-il desiderio di mutarlo. Il Cardinale Legato, Giovanni dei Medici, capo
-di questa famiglia, sottrattosi alla prigionia francese, andava con gli
-Spagnoli; e il suo minor fratello Giuliano era in Mantova onoratamente
-accolto. Fu quivi pertanto fatta deliberazione, che il Vicerè spagnolo
-muovesse in compagnia dei due fratelli contro allo Stato di Firenze;
-ed essi con mille uomini d’arme e sei mila fanti nel mese d’agosto
-valicarono l’Appennino.[89]
-
-Da quasi dieci anni Firenze si governava sotto al Gonfaloniere Soderini
-con migliore costituzione che avesse mai, senza travagli di fuori,
-nè dentro alla città contrasto di parti civili che l’una con l’altra
-fosse necessario contenere. Il Soderini con quella sua mediocrità
-prudente, e l’essersi anche abbattuto in tempi non troppo difficili,
-avea mantenuto bene la reputazione dello Stato e la sua propria, senza
-che il lungo governo gli avesse destato contro inimicizie grandi, e
-non senza onore pei fatti che aveva saputo condurre. Sopra ogni cosa la
-recuperazione di Pisa tanti anni bramata, poneva in alto il suo nome:
-si aggiunse l’avere saputo cavare di mano a Pandolfo Petrucci, con
-l’opera di Giulio II, Montepulciano che da più anni si era ribellata.
-Pandolfo vi si era lungamente rifiutato, dicendo sarebbe crocifisso dai
-Senesi, e il Papa cercava tutt’altro che avvantaggiare la Repubblica
-amica ai Francesi; ma vinse in Pandolfo il grande bisogno che aveva
-di ristringere la lega co’ Fiorentini, e in Giulio II l’opinione che
-una tale lega fosse togliere occasione alle armi di Francia d’entrare
-in Toscana.[90] Tale fino allora si era mostrato il Gonfaloniere:
-uomo di faccende, non ebbe caldezza d’amici che fossero a lui devoti
-personalmente, nè con gli artisti e co’ letterati si trova che fosse in
-molto favore. Aveva egli antica familiarità con Amerigo Vespucci che a
-lui indirizzava la relazione d’uno de’ suoi viaggi, talchè per decreto
-della Repubblica si mandarono lumiere a Casa dei Vespucci in Borgo
-Ognissanti, che stessero accese dì e notte tre giorni; il quale onore
-fu raramente ad altri concesso.[91]
-
-Quando l’esercito della Lega girando attorno i confini della Toscana
-venne a Bologna, il Soderini eleggeva tre Commissari per la difesa
-di quei vicariati i quali fossero più esposti. Nel tempo medesimo
-andava in Spagna ambasciatore Francesco Guicciardini, che per non
-avere compito i 30 anni sarebbe per legge stato inabile agli uffici;
-ma per la divisione che era ne’ Consigli andò il Guicciardini senza
-istruzioni, e vi rimase mentre che in Firenze mutava lo Stato; egli
-acutissimo scrutatore di quella buia politica della quale Ferdinando
-d’Aragona a tutti era maestro.[92] Questi diceva al Guicciardini, che
-il Vicerè aveva pieno mandato circa alle cose d’Italia; ma in questo
-mezzo Lorenzo Pucci, Datario inviato dal Papa in Firenze, chiedeva in
-suo nome e in quello di Spagna che la Repubblica entrasse nella Lega
-contro a Francesi. Il che fu negato da una Pratica molto larga raccolta
-a quest’uopo, sebbene Roberto Acciaioli ambasciatore in Francia
-scrivesse che il Re, non potendo a quel tempo soccorrere la città,
-gradiva che da sè medesima si salvasse per via dell’accordo. Tuttora
-in Mantova sedeva il Congresso che aveva decretato di assalire Firenze
-con le armi; e gli Oratori fiorentini che andavano a Mantova furono a
-Bologna trattenuti, nè altri Oratori ebbero ascolto dal Vicerè quando
-era già in via.
-
-Importa qui ora esporre lo stato della città di Firenze. I Medici
-veramente non vi avevano quel che oggi chiamasi un partito; ma vi era
-peggio che un partito, vi era una opinione fatta più debole contro
-ad essi, e intanto l’amore della libertà più stracco, gli animi più
-incerti, e molto rallentata l’antica compagine del popolo di Firenze.
-Il fascio delle Arti si era disciolto, le industrie in gran parte
-vivevano della splendidezza delle Corti, le lettere avevano bisogno
-di protezione. Bene i Fiorentini amavano sempre l’andare a sedersi nei
-Consigli e dare il voto, ma la libertà non era più come in antico una
-necessità prepotente; non la sentivano in sè stessi quanto si credevano
-avere obbligo di professarla; era come un fregio, che ognuno a sè
-stesso cercava di mantenere. Ai Nobili molto sarebbe piaciuto dominare
-una libera repubblica; ma poichè in Firenze la parte degli Ottimati non
-era mai venuta a capo di mettersi insieme, ora malcontenti del popolo e
-del Consiglio grande e di un Gonfaloniere a vita che ad essi chiudeva
-la via, si persuadevano che sotto un principe avrebbero avuta maggior
-condizione, e molti ai Medici inclinavano. Il basso popolo ricordava
-che sotto a Lorenzo era un vivere più grasso e più in festa: una volta
-che fu carestia, le donne di plebe andarono in piazza gridando palle e
-pane.[93] Le città suddite e le terre grosse tutt’altro amavano che la
-libertà in Firenze: la libertà in una città dominante voleva nutrirsi
-della servitù delle altre, talchè il politico abbassamento di quella
-recava in tutte le parti dello Stato una inferiore egualità, che a
-molti era un benefizio.
-
-Piero de’ Medici nell’esiglio non aveva saputo altro che rendersi
-viepiù odioso, talchè la sua morte giovò alla grandezza di quella
-famiglia. Nei vari assalti da lui tentati contro a Firenze aveva
-speso tutto il mobile avanzato a Casa Medici dalla ribellione; ma il
-Cardinale, com’ebbe altro ingegno, tenne altra via. Nulla vi era stato
-da dire di lui per tutto il regno d’Alessandro, ma nei tumulti dopo
-alla morte di questo Papa essendo a lui stata commessa la cura di Roma,
-si aveva guadagnata lode di prudenza, ed era tenuto di buona natura:
-compieva ora appena trentasette anni, ma già i venti di cardinalato e
-il corpo malsano lo facevano contare tra vecchi. Dacchè in Firenze era
-un governo fermo, pareva egli poco avere l’animo a tornarvi, e senza
-cercare di farsi una parte, accoglieva quanti Fiorentini andassero in
-Roma, che era la fontana delle grazie per la spedizione de’ benefizi o
-per altre loro faccende; amorevole a tutti del pari e a quelli ancora
-che più erano stati contrari al fratello. Per questi suoi modi il nome
-dei Medici tornava in favore senza che facesse paura; e bastava ciò,
-tante essendo le radici poste in Firenze da quella famiglia. Il buon
-giudizio di Cosimo e di Lorenzo aveva co’ matrimoni legate a quella
-molte parentele di case potenti, come i Salviati, i Ridolfi, i Pazzi,
-i Tornabuoni, i Rucellai. Di questo casato era Bernardo, stato marito
-d’una sorella di Lorenzo, uomo di molto ingegno e chiaro in lettere
-pei libri di storia e d’antiquaria da lui composti in lingua latina:
-edificò i celebri Orti de’ Rucellai, dove l’Accademia Platonica venne
-a trasferirsi quando fu chiusa nel novantaquattro la casa dei Medici.
-Bernardo poteva molto per eloquenza nei Consigli; ma o fosse egli
-di coloro che troppo avvezzi alla compagnia dei libri, sanno meglio
-giudicare le idee altrui che non fermarsi le proprie nell’animo, o
-troppa in lui fosse superbia o ambizione, di nessun governo si contentò
-mai, ebbe a disdegno i più alti onori e il vivere della città sua,
-dov’era caduto infine dall’antica stima.[94]
-
-Veniva in questi tempi un grande maritaggio a mettere innanzi un nome,
-famoso poi variamente nelle istorie nostre. Erano gli Strozzi alquanto
-caduti dall’antica potenza loro, quando un Filippo di quella famiglia
-andato in Napoli a esercitarvi la mercatura, e divenuto in breve
-ricchissimo, tornò a Firenze verso al 1480. Avea la splendida ambizione
-di farsi un Palazzo che fosse il più bello della città; ma temendo la
-gelosia di Lorenzo, del quale era amico, prima cominciò a dire che
-un bel disegno glielo avrebbe fatto Simone del Pollaiolo, detto il
-Cronaca, insigne architetto, ma che era una troppo grande spesa; e
-così aguzzando il gusto artistico di Lorenzo, si fece da lui medesimo
-condurre a tirar su quell’edifizio che lasciava addietro il Palazzo
-mediceo, e sarebbe in qualsiasi luogo da pochi agguagliato qualora ne
-fosse terminato il cornicione fra tutti bellissimo.[95] Questo Filippo
-lasciava un figlio che fu anch’egli chiamato Filippo, ed era nel primo
-fiore della gioventù, quando agli amici dei Medici venne in mente di
-farlo marito a Clarice, figlia giovanetta lasciata da Piero. Del che
-in città fu rumore grande; chi temeva di mettersi i Medici in casa,
-chi avrebbe per sè voluto la fanciulla: se ne fece caso di Stato, e
-il garzone capitava male, se il Gonfaloniere temporeggiando non avesse
-lasciato il giudizio in mano degli Otto, che essendo uomini temperati
-si contentarono di condannare Filippo in cinquecento ducati d’oro ed al
-confine per tre anni in Napoli; rinforzarono il bando di ribelli contro
-a tutti i maschi della casa Medici.[96] Pei quali intanto si cospirava
-in Firenze: un giovane Prinzivalle della Stufa, testa leggera, confidò
-un giorno a Filippo Strozzi, che egli voleva ammazzare il Gonfaloniere,
-che aveva intelligenza di soldati, e che a Bologna imbacuccato, ne
-aveva una notte tenuto discorso col Cardinale. Filippo gli disse che
-era matto, ma promise di non denunziarlo: quegli fuggiva, e allora il
-padre di lui andato da sè medesimo a costituirsi, mostrò di saperne
-qualcosa. Fu lungo l’agitarsi nei Consigli per questo caso, e la città
-era tutta sottosopra: i nemici del Soderini levavano accuse contro lui,
-ed egli avendo con nobile schiettezza un giorno fatto recare innanzi
-ai Consigli i libri dell’amministrazione sua, disse guardassero, e
-che egli poteva rendere conto d’ogni suo atto e d’ogni fiorino ch’egli
-avesse speso: ne usciva lodato, e contro agli uomini sospettati fu mite
-giudizio. Per questo caso e per quello di Filippo era stato più volte
-discorso di radunare la Quarantia, ch’era un giudizio straordinario
-di cittadini tratti a sorte in grande numero per casi di Stato senza
-appellazione, talchè agli accusati poteva riuscire molto terribile
-secondo gli umori che dominassero in quel giorno. Questa forma di
-giudizio, che in Venezia era molto solenne, negli Ottanta non passò
-mai, nè il Soderini mai volle adoprarla; tanto che la Quarantia rimase
-null’altro che un nome nella Repubblica di Firenze.[97]
-
-Entrava in Toscana il Vicerè spagnolo Raimondo da Cardona rapidamente
-per la bontà dei soldati che avea tra migliori di quell’esercito
-valoroso; mandava ben tosto intimazione alla Repubblica di mutar
-Governo, e accogliere nella città i Medici fuorusciti. Qui erano vari
-e dubbi pareri, gli animi incerti e sollevati; scarso l’apparecchio di
-uomini d’arme, e deboli contro a tale impeto le Ordinanze. Gli aveva
-nutriti di qualche speranza sapere che il Papa nel fondo dell’animo non
-aveva altro che una cosa sola, cacciare d’Italia tutti gli stranieri,
-nè si potevano figurare che volesse lasciarvi pigliare tanto gran
-piede agli Spagnoli. Raccolsero intorno alle mura di Firenze quanti
-più soldati potessero, perchè fossero difesa contro a nemici di fuori
-e guardia dentro contro ai partigiani dei Medici, i quali poco fino
-allora si erano mostrati. Nè il Vicerè progredendo aveva trovato
-aiuti o favore quanto gli aveano promesso alcuni già congiurati pei
-Medici; e i viveri difettavano, ed essendo sceso dal Mugello incontro
-a Prato, avea trovato quivi sufficiente guardia di quattro mila armati
-con Luca Savello, vecchio capitano. Era un momento che se avessero
-i Fiorentini saputo coglierlo, poteano ottenere con qualche somma di
-denaro e col mutare Gonfaloniere che gli Spagnoli tornassero indietro,
-e forse i Medici non si rimettessero. Ma quel momento fuggiva tosto;
-e veramente nei casi estremi pare che un segreto istinto ammonisca del
-pari ciascuna delle due parti, che niun temperamento varrebbe a tenere
-sospese le sorti quando è necessità trabocchino.
-
-In mezzo a quella trepidazione il Soderini, avvezzo dal popolo a
-trarre i consigli, radunava per modo di Pratica il Consiglio grande,
-al quale con molto bella orazione avendo esposto quello che da parte
-della Lega fosse domandato alla città, disse: quanto a sè essere egli
-pronto a deporre il grado suo qualora il popolo se ne contentasse.
-Poi fece dividere il Consiglio per Gonfaloni, perchè ognuno dentro
-al suo Gonfalone liberamente dicesse l’animo suo. Tutti affermarono
-gagliardamente, che voleano mettere il sangue e la roba per la
-difesa di quel Governo: così ogni accordo fu rifiutato.[98] Aveva
-il Cardona chiesto cento some di pane pel vitto delle sue genti; si
-adunò Consiglio e i pani gli furono negati, confidando i popolani
-di costringerlo a fuggirsi, ed i segreti macchinatori godendo in tal
-modo fare prevalere partiti che fossero di poca prudenza. Ond’egli,
-astretto dalla penuria, si gettava con tutto l’impeto contro a Prato,
-e tra ’l valore de’ suoi e la fortuna e il poco animo dei soldati che
-v’erano dentro, rotte le mura, faceva ai suoi affamati invadere quella
-misera terra. Crudelissime sopra tutte furono in Italia le invasioni
-delle armi Spagnole, che mai non pagate dal regio erario, viveano sul
-sacco e sulla ruina dei luoghi acquistati. Abbiamo più narrazioni
-del Sacco di Prato, dove per la ferità degl’invasori è certo che
-barbaramente perirono uomini e donne e fanciulli in più centinaia;
-non perdonato alla pudicizia delle vergini chiuse nei chiostri; le
-robe sanguinose dei Pratesi portate a vendere in Firenze; i cittadini
-anche mezzanamente facoltosi fatti prigioni e menati attorno finchè
-non pagassero le ingorde taglie, venduti anche a uomini peggiori dei
-soldati stessi, che speculavano sulla crudeltà dei trattamenti per
-cavarne lucro più ingordo: quel miserando giorno fu il ventinovesimo
-d’agosto.[99]
-
-A quell’annunzio un terrore grande occupò gli animi in Firenze; svaniti
-ad un tratto quei diciott’anni di libertà goduta, nessun consiglio che
-fosse buono, ridotta a nulla l’autorità del Gonfaloniere. Aveva questi
-chiamati in Palagio e ivi fatti sostenere circa venticinque amici e
-parenti di Casa Medici. Ma dovea la libertà cadere per mano di quelli
-che più aveano obbligo d’esserne difensori: alcuni giovani di famiglie
-nobili, di quelle medesime che aveano fondato il Governo popolare,
-perduti pei debiti, audaci d’animo e insofferenti di vivere in quella
-libertà dimessa, entrati in Palagio, salirono fino alle camere dove il
-Soderini stava come uomo abbandonato: primi e più arditi furono Paolo
-Vettori e Baccio Valori, nome infelice alla sua patria e infine a sè
-stesso. Costoro da prima chiesero al Gonfaloniere che rilasciassero
-i venticinque; il che ottenuto con le minaccie, se ne andarono per
-allora: ma poi tornarono in maggior numero, ed in arme, ed era con
-essi Francesco Vettori fratello di Paolo, il quale ai Magistrati e
-al Gonfaloniere impaurito offerse, purchè egli uscisse dal Palagio,
-condurlo alle case sue proprie facendo a lui sicurezza della vita. Il
-che accettato dal Soderini, mantennero a lui amorevolmente le promesse,
-tanto rispettavano la innocenza e integrità sua; ma nel Palagio ai
-Magistrati imposero fosse egli privato dell’ufficio con la osservanza
-delle forme che a un tale caso erano prescritte. Dipoi con buona
-guardia di soldati condussero il Soderini verso Siena; poi temendo
-qualcosa dal Papa, celatamente l’accompagnarono al porto d’Ancona,
-dond’egli passò a Ragusi.
-
-Il cardinale Giovanni de’ Medici avea tristamente inaugurato le
-felicità sue; fu presente al Sacco di Prato, ed era nel campo del
-Vicerè quando si fece accordo con gli Oratori fiorentini, mandati ivi
-appena mutato lo Stato. Fu convenuto che gli Spagnoli uscissero di
-Toscana, promettendo la Repubblica pagare al Vicerè centoquaranta mila
-ducati e rimettere in Firenze la famiglia dei Medici come cittadini
-privati, e con la facoltà di ricomprare i beni ch’avevano innanzi
-l’esiglio. Era l’ultimo d’agosto, nel quale giorno doveva farsi la
-Signoria nuova; a questa aggiunsero un Gonfaloniere che sedesse un
-anno: al quale ufficio il Consiglio grande, dove intervennero oltre
-a 1500 cittadini, con molto consenso elesse Gian Battista Ridolfi
-parente del Cardinale, ma che si era mostrato amatore di libertà e
-capace più che altri al governo d’una Repubblica ordinata. Fatto ciò,
-entrava Giuliano a Firenze in abito civile, che allora dicevano lucco,
-in compagnia d’Anton Francesco degli Albizzi ch’era stato dei più
-ardenti tra’ congiurati: era il palazzo Medici spogliato di mobili e
-in devastazione, per il che il giovane smontò alle case degli Albizzi,
-dalle quali il bisavo di lui aveva cacciato Rinaldo. Tenne il Ridolfi
-con dignità e fermezza nei primi giorni l’ufficio suo; vedevano i
-Palleschi la parte loro scarsa di numero e più che mai d’autorità,
-i cittadini volonterosi di mantenere le forme libere a cui si erano
-avvezzati; Giuliano essere uomo nato alla quiete più che alle fatiche
-dei governi, e facile a essere aggirato. Andarono quindi al Cardinale,
-che era in Campi, dicendogli che non avevano sicurtà in quel modo, e
-che egli sarebbe di nuovo cacciato quando gli Spagnoli fossero partiti.
-
-La Casa Medici tornando in patria con le armi straniere, chiamata
-da pochi, non poteva starvi al pari con gli altri, nè a ripigliare
-in mano lo Stato poteva usare quei modi stessi che aveva da prima
-tenuti a fondarlo. Oggi era in Firenze una Repubblica ordinata, dove
-l’università dei cittadini avea larga parte, nè incontro ad essa vi
-era maniera di chiamarsi popolari, ma era invece necessità disfarla con
-atti che sempre avrebbono del tirannico. Lo Stato voleva ristringersi
-in pochi i quali ai Medici ubbidissero; ma per allora non aveano altro
-che uomini spicciolati, di scarso credito, e i quali era necessità
-ingrassare, perchè l’avarizia, come in città guasta, era il movente
-delle ambizioni: la Casa Medici, logorata dall’esiglio, aveva ella
-stessa necessità di rifarsi il capitale, usando a pro suo le rendite
-dello Stato. Queste cose teneva già in mente il Cardinale, il quale
-frattanto entrato in Firenze con quattrocento lance sotto colore di
-magnificenza, e andato a smontare nel suo Palazzo, deliberava co’
-suoi più accosti fare una Balía co’ modi soliti ma con più scoperta
-violenza, per essere oggimai tolto anche il mentire le forme legali.
-Venuti pertanto a’ 16 di settembre in Piazza Rinieri della Sassetta e
-Ramazzotto bolognese, Condottieri di qualche nome, e alcuni dei Vitelli
-e degli Orsini, con mille armati, fecero alcuni di loro salire in
-Palagio, dove gli Ottanta sedevano. Trovo scritto anche in vari modi,
-che vi entrasse lo stesso Raimondo da Cardona o alcuni che travestiti
-da Capitani di Spagnoli chiedessero in nome di questi un governo dal
-quale avessero sicurtà. Ma certo vi entrava Giuliano; e tutti insieme
-costrinsero la Signoria, in poca parte consenziente, a fare co’ modi
-usati un Parlamento che desse a un certo numero di cittadini balía
-quanta la città intera. Furono cinquanta, ai quali pochi altri dipoi
-si aggiunsero; e da questi fu abolito il Consiglio grande, ch’era
-la somma d’ogni cosa, e i Dieci di Balìa, e molte leggi o divieti, e
-l’Ordinanza della Milizia. Fu il Gonfaloniere ridotto a stare i soliti
-due mesi, e che poi gli altri, con tutta la Signoria e i Collegi, si
-facessero a mano per mezzo degli Accoppiatori. Rifecero anche gli Otto
-di Pratica: ma quel che importava, messero al Palagio ed alla Piazza
-una grossa guardia di soldati forestieri sotto al comando di Paolo
-Vettori. Fatto il Parlamento, e ricevuto che ebbe il Vicerè la somma di
-oltre centocinquanta mila fiorini, computando i donativi a lui ed altri
-principali personaggi, partiva da Prato con l’esercito degli Spagnoli
-alla volta della Lombardia.[100]
-
-Ma in Firenze era mala contentezza, non solamente nell’universale
-per vedersi privati del Consiglio grande, ma nei più ambiziosi
-cittadini; i quali se prima credevano aver troppo poca parte nel
-Governo popolare, vedevano ora tutto il corso rivolto alle case dei
-Medici; quindi da ciascuno sperarsi ogni bene, quindi temersi ogni
-male. Cercavano quelli del Governo di tenere stretti gli squittini,
-ma i nuovi congegni per fare le tratte rimanevano insufficienti, nè
-bene i Medici poteano lasciare da banda i più qualificati cittadini,
-e quelli stessi che amici alla Casa, odiavano pure uno Stato in
-mano di pochi e che in sè avesse del tirannesco.[101] Tra questi era
-Iacopo Salviati, marito a una figlia di Lorenzo, e assai potente pel
-grado che egli teneva in città: piacque levarlo di qui e fu mandato
-Ambasciatore in Roma, fidandosi che egli avrebbe a ogni modo cercato
-impedire qualunque disegno facesse il Papa contro a quello Stato.
-Gian Battista Ridolfi Gonfaloniere avendo cessato col fine d’ottobre,
-fu scelto pei successivi due mesi Filippo dei Buondelmonti di casa
-Grande, che riammessa dal vecchio Cosimo agli uffici dopo al 1434,
-non aveva per anche avuto il supremo magistrato. Guglielmo de’ Pazzi,
-che a lui venne dopo, era parente stretto dei Medici; pure dominato
-dall’Arcivescovo suo figliuolo, predicava dovere essi stare nella
-Repubblica come cittadini, secondo i patti; e avea messa fuori alla
-finestra del Palagio la bandiera vecchia turchina con l’iscrizione
-della Libertà. Gli amatori d’un Governo largo, potenti pel numero,
-si aiutavano fra di loro con le fave nel dare gli uffici: nascevano
-anche sètte più segrete; quanti rimanevano seguaci del Savonarola
-più ardenti degli altri, vedevano in ciascun Medici un tiranno. Due
-giovani aveano cospirato insieme per uccidere il Cardinale ed il suo
-fratello; scoperti a caso per una cedola che fu da uno d’essi lasciata
-cadere, e messi in carcere e condannati a morte, furono argomento
-ad una scrittura che molto innalzava i nomi loro nella posterità. Si
-chiamarono Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi; ma l’affetto di
-chi legge si ferma sul primo, il quale essendo di molto ingegno e di
-buone lettere, spiegava nelle ultime sue ore una tempra d’animo dove
-l’errore della mente veniva coperto dalla squisitezza del sentire.
-Descrisse quelle ore e quei discorsi Luca della Robbia, uno della
-famiglia di quei tanto gentili Artisti, e che essendo uomo fortemente
-religioso e letterato, confortava il Boscoli e ne riferiva poi le
-parole con tale dolcezza di scrivere che in tutta la lingua nostra non
-è chi l’agguagli: con essi era un Frate di San Marco, che il condannato
-ottenne di avere confessore. Il povero giovane, cristiano sincero,
-aveva la mente pure invasata delle idee classiche e pagane, onde a
-que’suoi cari chiedeva che gli cavassero dalla testa Bruto, perchè
-egli voleva morire da cristiano. Grande e vivo insegnamento circa alla
-vita interiore ed al sentire degli uomini in quella età singolare può
-trarre l’istoria dal mesto racconto e dalle parole di quei giovani
-infelici.[102] Quando essi andarono al supplizio, il Cardinale già era
-in via che si recava in Roma al Conclave.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-PONTIFICATO DI LEONE X. [AN. 1513-1521.]
-
-
-Giulio II era morto a 21 febbraio 1513; agli 11 marzo Giovanni dei
-Medici fu eletto Papa, e assunse il nome di Leone X. Non fu mai
-creazione la quale destasse tanta allegrezza nè sì universale, in Roma
-non solo, ma nella Cristianità, per le speranze che in lui si ponevano:
-eletto senza macchia di simonia, giovane di trentasette anni, ma bene
-esperto; caro e onorato pel grande nome del padre suo, ed egli tenuto
-di buoni costumi, benigno e mansueto, magnifico nella vita, liberale
-nelle grazie e nello spendere eccessivo; di animo regio fin anche in
-certa incuranza signorile per cui mostrava della grandezza volere i
-godimenti, ma non le fatiche: un gaio vivere e fastoso regnò intorno
-a lui; l’Italia versava in Roma sè stessa con tutta la copia dei
-suoi belli ingegni. Piacque a Leone che il giorno nel quale pigliava
-possesso del Pontificato fosse un mese dopo alla creazione, l’undecimo
-d’aprile, anniversario di quel giorno nel quale era egli rimasto
-prigione per la rotta di Ravenna. Le arti, le lettere, l’opulenza
-renderono splendida e memorabile quella cerimonia; il Papa vi spese
-centomila scudi; profana ogni cosa; encomiavano Leone con mitologiche
-allusioni, ed accennando ai due precedenti regni, dicevano in versi
-di latinità elegante avere avuto i tempi loro Ciprigna e Marte, ora
-essere venuto il regno di Pallade. Non avea mai veduto Roma dopo alla
-devastazione dei Barbari un giorno più magnifico nè più superbo. Alle
-fortune del nuovo Papa si aggiungeva l’avere trovato gli animi stanchi
-intorno a lui per essere stati tenuti da Giulio in continua fatica,
-oppressi da quella volontà subita, dalle ire, dall’animo infaticabile,
-irrequieto, e dagli impeti del pensiero corrivo ai disegni vasti e
-smisurati. Nè a lui piacevano altro che le cose grandi, nè si abbassava
-nei disegni privati e proprii; due concetti soli ebbe egli costanti
-infino all’ultimo suo respiro, ampliare lo stato temporale della
-Chiesa e liberare (com’egli diceva) l’Italia dai Barbari. Nato alle
-imprese ed alle grandezze di principe secolare, nella Chiesa ebbe la
-sua famiglia, nè si curò molto dei suoi congiunti: avendo a Francesco
-Maria della Rovere suo nipote consentita l’adozione dei Montefeltri,
-non cercò ampliare lo Stato d’Urbino, e solamente negli estremi della
-vita domandò in grazia dal Collegio dei Cardinali che lo accrescessero
-con l’investitura di Pesaro, senza la quale i Duchi d’Urbino avevano
-sede troppo arida e ingrata. Ma egli si teneva certo nel principio
-della primavera, che poscia non vidde, costringere sotto alla potestà
-immediata della Chiesa Ferrara cacciandone gli Estensi, e opprimere
-con le armi d’Inghilterra il Re francese a cui vietava prestare
-ubbidienza, fidandosi molto nella virtù militare degli Svizzeri e
-nella rozzezza dei loro costumi e in quel tenere che essi facevano
-per signore chiunque gli pagasse, siccome coloro che altro principe
-non riconoscevano; contava col nome di Pontefice e col danaro tenergli
-sotto alla dipendenza sua, compiendo con le armi loro il finale voto
-del suo regno, cacciare d’Italia dopo a’ Francesi anche gli Spagnoli. I
-quali disegni che s’incalzavano nella mente sua, per essere troppi, se
-stessi impedivano; e prorompendo per via di collere e di un comandare
-concitato, gli avevano tolta con l’affezione anche la fiducia di
-quelli medesimi che egli era solito adoprare.[103] Natura potente ma
-troppo diversa, non che dall’ufficio che a lui si spettava, dai tempi e
-dagli uomini in mezzo ai quali gli toccò a vivere e regnare. Non ebbe
-Leone di tali concetti; ma per le magnificenze del suo regno soleva
-quel secolo chiamarsi da lui. Ai letterati ed agli artisti la reggia
-del figlio di Lorenzo Medici pareva essere casa loro; intorno a lui
-tutti sapeano di lettere o ne facevano professione. Appena pontefice,
-chiamò in Roma ad essergli segretari Giovanni Sadoleto e Pietro Bembo,
-scrittori celebratissimi di lingua latina; la stampa fioriva in quella
-città, e il nome di Leone X si ritrova da per tutto. Avevano le Arti
-prima di lui toccato il colmo, e Giulio II lasciava in esse più forte
-impronta di vera grandezza: fu suo pensiero che la chiesa di San
-Pietro vincesse d’ampiezza e di magnificenza tutti gli edifizi antichi
-e moderni; al Buonarroti faceva dipingere la vôlta della Cappella
-Sistina e gettare in bronzo la propria sua effigie colossale, che
-dai Bolognesi fu poi distrutta; nelle stanze del Vaticano, le prime
-storie che vi facesse Raffaello da Urbino, e le più belle, sono del
-tempo di Giulio II. Da Leone X fu il Buonarroti mandato in Firenze
-per ivi servire a Casa Medici con la costruzione della facciata di San
-Lorenzo, che non fu mai fatta, e con la Cappella o Sagrestia di quella
-chiesa per le sepolture di due congiunti del Papa, che il grande uomo
-non condusse a fine e che a lui furono sempre mal gradite. Ma i sommi
-onori ch’ebbe Raffaello nei suoi ultimi anni come signore dell’Arte,
-furono decoro di Roma e del Papa; nè quante opere ivi si facessero di
-pregio insigne è possibile numerare. In ogni cosa Leone X amava la
-vita splendida, e tenere intorno a sè allegro il mondo; le feste in
-Roma si succedevano alle feste, e ad esse le Arti davano bellezza.
-Voleva il tempo queste allegrie, che sono accusa di spensieratezza;
-si viddero sempre venire innanzi alle calamità ultime, e prepararle
-con quella molle scioperataggine ch’esse inducono in fondo agli animi
-già di prima guasti e avviliti. Leone X partecipava egli medesimo
-a quella smania di godimenti frettolosi, non che la sua mente fosse
-incapace d’antivedere i mali e nemmeno di prevenirli con l’accortezza
-dei partiti e con l’indirizzo che bene sapeva dare ai consigli; ma
-presto s’annoiava dei lunghi pensieri, e male soffriva pigliarsi
-affanni prima del tempo. Quando da principio gli facevano un gran
-dire delle predicazioni e degli scritti che certo Lutero spargeva in
-Germania, gli parvero cose da non vi badare.[104] In quel piacere che
-si pigliava dei Letterati e degli Artisti, oltre allo spendere troppa
-parte di sè stesso, non tenne sempre cura bastante dei doveri che gli
-imponevano gravità di vita: faceva lui presente recitare nel Palazzo
-del Vaticano la _Calandra_ del Cardinale Bibbiena, commedia che oggi
-non si rappresenterebbe sulle scene. Poco era severo quanto al pensare
-e al vivere di coloro che avea per amici; baciava l’Ariosto sovra ambo
-le gote,[105] e avrebbe voluto fare Cardinale Raffaello da Urbino. Ma
-quello che è peggio, si dilettava nelle cene di buffoni e di parasiti,
-sè stesso abbassando infino a riderne, e pigliandosi alle volte crudele
-sollazzo di aggirare con le celie la testa dei semplici sino a farli
-divenire mentecatti.[106] Io credo la fibra molle e cagionosa fosse
-a lui scusa e gli facesse cercare piuttosto siffatti piaceri che le
-fatiche dell’intelletto: era grande della persona e corpulento con
-gambe sottili; e la sua faccia, chi la vede espressa al vivo di mano
-di Raffaello, costretto a guardarla, non fa pensare altro che l’arte
-mirabile del gran dipintore.
-
-In Firenze la novella di questa elezione recata, forse per segnali, la
-sera stessa «messe tutta la città per allegria sottosopra, pazzeggiando
-ciascuno di qualunque etade e sesso. Si festeggiò in pubblico e in
-privato: rupponsi le Stinche, e tutte le altre carceri della città;
-liberarono gli Otto e la Balia tutti i confinati per la congiura.»
-Aveva il Cardinale Soderini, sagacissimo come egli era nell’antivedere
-i suoi privati vantaggi, favorita sino dal principio l’elezione del
-Medici; e questi avendola tosto con Breve onorevolissima annunziata
-a Piero Soderini che per sospetto de’ Ragusèi si era sottratto in
-terra de’ Turchi, gli fece invito che si recasse a vivere in Roma:
-il che essendo da questi accettato, dimorò l’antico Gonfaloniere
-della Repubblica all’ombra del Papa, sinchè non moriva in Roma stessa
-più anni dopo:[107] tutti i Soderini furono in patria restituiti.
-«Tali benefizi ricevuti da tali famiglie, le speranze concepite da’
-mercatanti, dagli artefici, dai negoziatori, al guadagno; le dignità,
-le utilità già rapite col pensiero dai parenti e dagli amici dei
-Medici; facevano un’armonia di tanta satisfazione universale, che
-il pensiero della Repubblica pareva sparito dagli animi di ciascuno:
-però rivoltisi universalmente alla osservanza dei Medici, s’ingegnava
-ciascuno di guadagnarsi la grazia loro, o almanco di non essere per
-avversario notato.[108]»
-
-Della famiglia dei Medici allora molto numerosa chi ponga insieme
-le affinità e le aderenze, Giuliano era dopo alla esaltazione del
-fratello andato in Roma con cento cavalli, separatamente dalla grande
-ambasceria che in nome della città doveva fare ubbidienza al nuovo
-Pontefice. Giuliano ben tosto creato Gonfaloniere della Chiesa rimase
-in Roma, nè delle cose di Firenze s’impacciò mai, come poco atto alle
-difficili brighe di quel Governo. Il Papa ordiva cose maggiori per
-il fratello che, vivo ancora Luigi XII, divenne marito a Filiberta di
-Savoia, della quale una maggiore sorella, di nome Luisa, era madre di
-Francesco duca d’Angouleme, che poco dopo fu re in Francia. Il primo
-nato dei figli del magnifico Lorenzo, Piero che affogò nel Garigliano,
-avea lasciato dall’Alfonsina degli Orsini un figlio, anch’esso di
-nome Lorenzo, in età allora di venti anni. Questi, già con gli zii
-tornato in patria, fu per accordi passati in famiglia destinato dal
-Papa a tenere lo Stato di Firenze. La forma fu quella stessa che,
-dall’avo istituita, lasciò di sè molto gloriosa memoria: un Consiglio
-di Settanta aveva la somma di tutto il Governo; da quello si andava
-ad un altro Consiglio chiamato dei Cento, ma che per le molte aggiunte
-saliva a maggior numero, e cui spettava decretare le spese e le leggi:
-questo Consiglio era scelto anch’esso tra gli amici della Casa Medici
-e tra quelli che poco temuti si volevano onorare, o che si cercava
-di guadagnare: il Gonfaloniere a due mesi; la Signoria e i Collegi si
-traevano dalle borse formate con ogni studio per cotesti Magistrati:
-rimase in piedi la Balia con la potestà sua di rinnovare le borse
-e provvedere ai casi più straordinari. Il giovane Lorenzo usava da
-principio modi civili; facile alle udienze, andava in Piazza la mattina
-di buon’ora con accompagnamento di staffieri e intorno giovani che
-a lui più erano familiari; udiva i casi che nascevano, raccomandava
-ai Magistrati fare a tutti eguale giustizia. Con questa figura di
-capo della Repubblica, e sopra ogni cosa con la grande potenza del
-Papa cui Firenze era come un privato suo patrimonio, stavano aperte
-larghe le vie agli ambiziosi, che sono i principi dei paesi liberi.
-Nel libro pubblico del Priorista è scritto con quella nuova forma di
-Governo la nobiltà essersi vendicata e ridotta in libertà, riformando
-lo Stato secondo la volontà degli ottimati e dei patrizi.[109] Ciò
-propriamente non era vero, ma veniva al fine stesso quando in Roma alle
-dignità e alle grandi faccende civili o ecclesiastiche erano chiamati
-gli uomini più ingegnosi, che molti ne aveva Firenze, e un Papa
-fiorentino volentieri gli adoperava portandoli alle dignità maggiori,
-o ad essi fidando le cose più gravi. In questo muoversi e salire che
-allora si fece, gran parte del popolo era tirata o dai guadagni o da
-quella sorta d’allucinamento che dà la grandezza; nel fondo amavano
-la Repubblica, ma con pensieri disuniti, e ciascuno andando per vie
-diverse, ed i pensieri personali avendo più forza dei pubblici: vi
-erano uomini incorrotti, vi era una plebe ingenua e temprata sulle
-dottrine del Frate, la quale aveva spavento dei vizi levati in alto, e
-si atterriva pensando ai gastighi che pure una volta doveano scendere.
-Un predicatore in Santa Croce gli annunziava con tanto tremendi colori
-che tutta la città ne fu compresa. I cortigiani ed i gaudenti corsero
-al riparo; ed oltre all’avere proibito siffatte prediche e devozioni,
-empirono la città di mascherate, trionfi e giostre, formandosi in
-compagnie, che l’una si chiamava del Diamante, l’altra del Broncone,
-imprese dei Medici: rappresentavano que’ trionfi il secolo d’oro, che
-ad essi pareva tornato al mondo; si fecero cavalieri con gran pompa e
-da lunghi anni disusata: le feste disordinate o scandalose dispiacevano
-ai più severi.[110]
-
-Apparteneva alla famiglia dei Medici Giulio, figlio naturale del primo
-Giuliano, e nato dopo all’essere ucciso il padre suo nella Congiura
-dei Pazzi, l’anno 1478. Fu egli educato insieme co’ figli di Lorenzo,
-e visse dopo all’esiglio nella corte del Cardinale con le insegne
-di cavaliere di Rodi. Quando le pratiche pel ritorno di Casa Medici
-cominciarono, fu egli di queste principale autore: andò col Bibbiena
-travestito a conferire nella villa di Nipozzano con Anton Francesco
-degli Albizzi; e seco e con gli altri congiurati mantenne dipoi
-segreto carteggio. Tornato in patria, fu sostituito a Paolo Vettori nel
-comando di quelle milizie che aveano la guardia del Palazzo pubblico;
-fatto Papa il cugino, fu egli suo principale strumento e lo dicevano
-consigliero dei maggiori negozi. Quando fu nominata l’ambasceria dei
-Fiorentini al nuovo Pontefice, dovea presiederla Cosimo dei Pazzi
-arcivescovo di Firenze. Ma questi moriva subitamente; e perchè intanto
-si dissero fatte rivelazioni di aderenze che il Pazzi avesse nel
-fatto del Boscoli, sospetti allora troppo frequenti nacquero intorno a
-quella morte. Leone bentosto dava l’arcivescovado a Giulio dei Medici,
-che indi a non molto fu Cardinale. Quattro erano in quella prima
-promozione, dei quali tre fiorentini, Giulio dei Medici e Lorenzo Pucci
-Datario e Bernardo da Bibbiena, che con l’ingegno e la destrezza molto
-avea fatto per la elezione del suo gran patrono, del quale era stato
-Segretario nel Conclave. Giulio divenne Vicecancelliere, ed era ogni
-cosa nel papato del cugino, avendo in sue mani la direzione anche del
-governo della Repubblica di Firenze.
-
-Le cose intanto di Lombardia erano oltremodo travagliate, sebbene già
-negli ultimi giorni del precedente anno Massimiliano Sforza per le
-convenzioni di Mantova fosse venuto al possesso del ducato di Milano.
-Seco erano il Vicerè spagnolo e in nome di Cesare il Vescovo Gurgense e
-i rozzi deputati dei Cantoni degli Svizzeri, temuti allora sopra ogni
-altro: avevano forma di governo regolare, tantochè andavano alle loro
-Diete ambasciatori di alto grado mandati dai Principi, ciascuno bramosi
-d’avere seco le armi loro. A discrezione di tutti questi regnava in
-Milano il nuovo Duca giovinetto di venti anni, misero d’animo e di
-corpo: i Milanesi questo guadagno aveano fatto, d’avere a pagare oltre
-ai soldati forestieri anche una Corte fastosa e impotente.[111] Quando
-poi scese un altro esercito di Francesi condotti da La Tremouille
-e dal Trivulzio marescialli, ai quali si era già stretta in lega la
-Repubblica di Venezia; ribellandosi Milano ed altre città lombarde
-contro a quel falso governo del Duca, non rimase a questi altro
-scampo che rinchiudersi in Novara, dove l’esercito degli Svizzeri
-in grande numero si fortificava; talchè i Francesi, tiratisi un poco
-indietro, aspettarono la battaglia. Fu questa oltre modo feroce: gli
-Svizzeri avendo con infinito sangue conquistate le artiglierie dei
-Francesi, le voltarono contro ad essi, facendo strage massimamente dei
-lanzichenecchi odiati da loro quasi con odio di consanguinei; periva
-la nobile gendarmeria francese o si disperse in fuga vilissima. Il
-vinto esercito ripassava le Alpi, e frattanto aveano i Francesi perduto
-anche Genova; ed altri Svizzeri, uniti questa volta con altri Tedeschi,
-assediavano in Digione l’avanzo francese condotto dal La Tremouille,
-il quale scampava per grossa somma di danari e promettendo l’abbandono
-delle fortezze che in Italia si tenevano tuttavia nel nome di Francia.
-Luigi XII aveva nel tempo stesso con gli Inglesi guerra infelice presso
-alle coste della Manica; il re Scozzese Giacomo IV, venuto a recare
-aiuto ai Francesi, periva in una di quelle battaglie. Venezia rimasta
-sola, non però cedeva dalla consueta sua fermezza: si era l’Alviano
-rinchiuso in Padova; Treviso e Crema si tenevano per la Repubblica; ma
-fuori di queste, le città e campagne erano devastate barbaramente da
-Spagnoli e da Tedeschi infino all’orlo della laguna; le palle spagnole
-aveano una volta cercato l’antico palazzo dei Dogi. Usciva l’Alviano,
-e campeggiando felicemente sosteneva la guerra ineguale, tantochè
-l’Imperatore dovette ritrarsi, e Raimondo da Cardona faceva svernare
-i suoi soldati nei colli Euganei presso a Padova. Il Papa in questo
-abbassamento dei Francesi si raccostò ad essi, tra Spagna ed Austria
-già preparandosi quella terribile congiunzione che fu all’Italia
-servitù: cercò pertanto di rappacificare co’ Veneziani l’Imperatore; ma
-più efficace delle sue pratiche fu la virtù del Senato di Venezia, che
-non atterrito nemmen da un incendio che avea consumato la miglior parte
-e la più ricca della città, ripigliava con l’anno nuovo la guerra con
-buoni successi, avendo l’Alviano disperso le armi Spagnole e vinto nel
-Friuli quelle dei Tedeschi: Renzo da Ceri, anch’egli di Casa Orsina,
-teneva fortemente Crema e con essa quel lembo estremo della Repubblica.
-
-Essendo morto Luigi XII il primo giorno del 1515, succede al regno
-Francesco I, il quale per essere anch’egli del ramo degli Orléans
-aggiunse al titolo di Re di Francia quello di Duca di Milano; giovane
-ch’era nel ventunesimo anno, del corpo bellissimo, nutrito di spiriti
-cavallereschi da trarsi dietro gli animi dei Francesi. Deliberò tosto
-scendere in Italia; e già nell’estate varcava le Alpi, conducendo
-con ammirazione di tutti l’esercito per valli insolite ed inospite,
-perchè gli Svizzeri occupando fortemente Susa gli aveano impedito le
-vie consuete del Monginevra e del Cenisio. Avendo colto all’improvviso
-Prospero Colonna ch’aveva il comando pel duca Massimiliano, lo facea
-prigione; ed occupata la Lombardia fino alle porte di Milano, si
-affrontarono i due eserciti presso Marignano, con tanto valore da ambe
-le parti, che al Trivulzio parve diciotto battaglie che aveva vedute
-essere state appresso a questa giuochi da fanciulli. Fu la vittoria due
-giorni disputata; ma infine l’avanzo degli Svizzeri, la maggior parte
-uccisi, non fuggitivo ma con virtù che non si crederebbe in uomini
-avvezzi a fare ogni cosa per moneta, si ritrasse. Milano fu sgombro, e
-Massimiliano Sforza, ceduto il castello e rinunciando allo Stato suo,
-patteggiò vivere oscuro in Francia con la provvisione di settantadue
-mila lire tornesi all’anno: ne’ primi d’ottobre il re Francesco entrava
-in Milano.[112]
-
-Al cominciare di questa guerra Leone era stato ambiguo e sospeso a
-quale parte volgersi: avea lega col Re Cattolico, ma lo intimoriva
-quel forte esercito dei Francesi e quell’ardore. Teneva inoltre col
-re Francesco segrete pratiche, disegnando con armi unite conquistare
-sugli Spagnoli il regno di Napoli e darne a Giuliano suo fratello la
-corona. Ma perchè il Re si era mostrato risolutamente avverso a quel
-partito,[113] creando Giuliano solamente duca di Nemours; teneva il
-Papa in mano altre fila per fargli uno Stato di qualche importanza
-di qua dal Po, mettendo insieme quelli di Parma e Modena e Ferrara,
-la quale anelava torre agli Estensi. Gli conveniva da un altro lato
-avere qualche rispetto alle cose di Firenze, dove l’appressarsi del
-Re francese destava gli animi a nuovi pensieri, perchè all’antica
-inclinazione dei Fiorentini si aggiungeva il gran capitale che avevano
-in Francia sulla piazza di Lione e per le rive del Rodano: quivi gli
-antichi traffici s’erano accresciuti per le molte case di fuorusciti
-che mantennero in Lione allora e per lungo tempo una colonia divenuta
-francese, ma sempre avversa ai Medici e speranza di quanti in Firenze
-fossero amatori di libertà. Leone infine deliberato di osservare la
-lega con Spagna, mandava col gonfalone e coi soldati della Chiesa
-Giuliano a Piacenza, della quale aveva fatto Governatore Goro Gheri
-pistoiese:[114] ma intanto Lorenzo anch’egli voleva essere qualcosa,
-nè a lui bastando avere in Firenze il nome di Capitano, convenne anche
-dargli soldati da condurre. Il Papa era tirato in più parti dalle
-ambizioni dei suoi parenti; ma bentosto Giuliano essendo da inferma
-salute costretto partirsi, lasciava il campo libero al nipote, cui
-s’aggiungeva, in qualità di Commissario de’ Fiorentini, Francesco
-Vettori. Doveano essi fare mostra di guerra senza venire a effetti:
-chiedeva istantemente il Cardona passassero il Po, ma il Vettori
-accortamente cavava Lorenzo d’impaccio negandogli il soccorso delle
-genti fiorentine. Seguita la grande vittoria di Marignano, Lorenzo
-mandava al Trivulzio Benedetto Buondelmonti, già essendo presso al Re
-nunzio per il Papa Lodovico Canossa vescovo di Tricarico. Si venne
-quindi a un trattato pel quale Parma e Piacenza erano date al Re
-come facenti parte del ducato di Milano, con più altri accordi che,
-ratificati dal Papa, condussero ad una amicizia tra lui e Francesco,
-promettendo questi di recarsi a fare ossequio al Papa in Bologna, dove
-Leone intendeva condursi a riceverlo. Pei Fiorentini al Re andavano
-ambasciatori in Milano Francesco Vettori e Filippo Strozzi.[115]
-
-Leone X, che si recava per la via di Toscana ad aspettare il re
-Francesco, rimase tre giorni presso a Firenze nella villa dei
-Gianfigliazzi a Marignolle, sinchè gli apparecchi nella città fossero
-compiuti. Aveano all’entrare abbattuto l’antiporto perchè vi capissero
-il Papa ed il seguito, nel quale erano diciotto Cardinali; per tutte le
-strade archi trionfali con ornati, emblemi e figure, opere dei grandi
-Artisti che aveva Firenze.[116] Leone discese nell’alloggiamento solito
-dei Papi a Santa Maria Novella; poi continuava la via per Bologna.
-Quivi stettero più giorni il Papa e il Re nella stessa casa, con
-segni scambievoli di grande fiducia e conferendo tra loro due soli:
-pensava Francesco a ripigliare i suoi diritti sul regno di Napoli;
-e quanti disegni si facessero tra loro, e quanto palleggio di città
-e di Stati cosicchè potessero trovarvi entrambi il conto loro, non è
-possibile indovinare. Convenuti di abolire la così detta prammatica
-sanzione per cui si reggeva la Chiesa di Francia, fecero accordi nei
-quali il Papa e il Re avevano i guadagni loro, ma parve ingiuria a
-quella Chiesa. Quando si furono dipartiti, il Re, licenziato l’esercito
-e stato poco a Milano, tornò in Francia: il Papa, venuto a Firenze
-pei giorni del Natale, vi dimorò qualche settimana nel Palazzo dei
-Medici, ed era già in Roma nel febbraio del 1516. Pochi giorni dopo
-moriva nella Badia di Fiesole senza figli Giuliano de’ Medici: era il
-migliore della famiglia, di vita placida, grande spenditore, tenendo
-intorno a sè uomini ingegnosi, ed ogni nuova cosa voleva provare.
-Leone in quel tempo aveva già fermo nell’animo di privare del ducato
-d’Urbino Francesco Maria della Rovere, al che Giuliano si opponeva
-per la memoria del grazioso rifugio ch’egli ebbe in quella Corte,
-dov’era il seggio d’ogni eleganza[117]. Ma in casa Medici assai poteva
-l’Alfonsina degli Orsini, vedova di Piero, donna imperiosa, cui non
-bastava pel figlio Lorenzo il grado tenuto da lui in Firenze. Usciva
-condanna contro al Della Rovere, che lo spogliava per fellonia del
-feudo d’Urbino; e il Papa ne dava a Lorenzo dei Medici l’investitura,
-commettendo a lui di farne l’acquisto con le armi: il che non fu cosa
-di molta fatica, e il duca Francesco Maria con la moglie e figli si
-ridusse in Mantova presso al marchese Francesco suo suocero.
-
-In Lombardia, dopo che il Re fu partito, Massimiliano imperatore
-continuava quella sua guerra contro i Veneziani, ai quali prestavano
-aiuto debole i Francesi. Aveva il Cardona sgombrato la Lombardia,
-quando la morte di Ferdinando d’Aragona faceva re unico di tutte le
-Spagne Carlo suo nipote, giovinetto che per gli anni andava col secolo
-e aveva dal padre la signoria delle Fiandre. Il Cardinale Ximenes
-reggeva lo Stato, e conchiuse con Francia una tregua che divenne pace,
-cui aderiva a contro genio l’Imperatore. Per questa pace i Veneziani,
-che prima avevano riacquistata Brescia, riebbero ai primi dell’anno
-1517 anche Verona: dopo bene otto anni di guerre crudeli e di costanza,
-l’antico Stato di Terraferma tornava intero alla Repubblica di Venezia,
-ma guasto, misero, devastato, e mentre i commerci pigliando altre vie
-mancavano a quella regina dei mari. D’allora in poi la veneta sapienza
-non ebbe più altro che un solo pensiero, protrarsi la vita; e fu
-grandissima sua lode averla condotta fino all’estrema decrepitezza,
-dopo alla quale non è che la morte.
-
-La pace tra’ grossi potentati che si disputavano l’Italia, lasciava
-oziosi molti soldati spagnoli, guasconi, tedesche, svizzeri, italiani,
-soliti a vivere della guerra. Vi erano poi gentiluomini delle più
-illustri famiglie italiane, i quali faceano loro mestiere le armi,
-seguendo chi l’uno chi l’altro principe; condottieri che differivano
-dagli antichi, perchè non avevano compagnia stabile di soldati che gli
-seguitasse: di essi taluni s’erano acquistata insigne fama di capitani.
-Tra questi era in Mantova Federigo da Bozzolo, di Casa Gonzaga, il
-quale diede animo a Francesco Maria Della Rovere di ricuperare lo Stato
-d’Urbino: entrambi fecero aggradire cotesto disegno a Odetto di Foix,
-signore di Lautrech, preposto allora dal re Francesco al governo di
-Milano. A lui pareva che fosse bene indebolire le forze del Papa, il
-quale tenendo tanto grande Stato e posto nel cuore d’Italia in mezzo
-tra i Francesi e gli Spagnoli, poteva, se l’occasione gliene venisse,
-intendere l’animo a cose maggiori: avea mostrato poco rispetto al Re
-col negare al Duca di Ferrara la restituzione di Modena e Reggio, e
-fare contro alle istanze sue l’impresa d’Urbino. Per queste ragioni
-Lautrech diede mano a Francesco Maria ed a Federigo, i quali con grande
-numero di quei soldati d’ogni nazione invasero la Romagna, e quindi
-entrati su quello d’Urbino, recuperarono facilmente lo Stato intero
-pel grande amore che aveano quei popoli alla casa Montefeltra, solita
-reggerli con mansuetudine. Leone a quell’improvviso assalto richiese
-d’aiuto i Re che si erano a lui collegati, e si mostrarono molto
-freddi; assoldò i migliori di quei Capitani, Renzo da Ceri, Vitello
-Vitelli, Guido Rangone, parte in nome suo, parte dei Fiorentini,
-obbligando a seguitarlo Gian Paolo Baglioni per la dipendenza che avea
-dalla Chiesa; ma le paghe non si facevano perchè il danaro andava
-profuso dal Papa e dai suoi. Lorenzo dei Medici guidava l’impresa,
-poco ubbidito dai Capitani, i quali cercavano tirarla in lungo, perchè
-dallo stare sull’armi ottenevano oltre ai guadagni anche reputazione.
-Vi furono scontri e assalti vari di castelli; in uno dei quali Lorenzo
-ferito gravemente nella testa, dovette lasciare il campo e farsi curare
-in Ancona: invece sua era mandato dal Papa il Cardinale Bibbiena,
-ingegno pronto a ogni cosa, ma di guerra non s’intendeva. Dopo alcune
-settimane Lorenzo venuto a Firenze dove lo dicevano già morto, ritornò
-al campo: Francesco Maria, rinvigorito d’altri soldati che per non
-essere pagati lasciarono il Papa, gli conduceva per le città della
-Marca, dalle quali aveva danari in via di riscatto. Entrato nell’Umbria
-e avendo trovato a lui connivente Gian Paolo Baglioni, assaltò Anghiari
-nella Toscana, e avrebbe condotte le cose del Papa a mal partito, se
-avesse avuto soldati che da lui veramente dipendessero. I due Re uniti
-per la difesa di Leone, avevano entrambi sospetto di lui, e l’uno
-dell’altro gelosia grandissima, ond’è che cercarono finire la guerra.
-Dalle due parti erano Spagnoli, i quali Francesco Maria temette non
-s’accordassero a tradirlo: costretto pertanto abbandonò al Medici
-il ducato, avendo ottenuto con l’interposta dei due Re portare seco
-le artiglierie e tutte le robe sue, e nominatamente la Libreria che
-Federigo da Montefeltro suo avolo aveva raccolta in Urbino. Quella
-guerra continuata per otto mesi aveva costato al Papa ottocentomila
-ducati d’oro, pagati la maggior parte dai Fiorentini, ai quali più
-tardi Leone cedeva in via di compenso la Fortezza di San Leo col
-Montefeltro e il Piviere di Sestino.[118]
-
-In quella pace tra’ Principi cristiani, e poichè vana riusciva ogni
-pratica di fare lega contro al Turco, due cose cercava Leone ogni
-volta che l’occasione gli se ne offrisse; domare l’avanzo degli
-antichi feudatari della Chiesa, ed in Toscana fondare alla Casa dei
-Medici un principato. Nei primi tempi che fu Papa, col minacciare di
-guerra i Lucchesi ottenne restituissero ai Fiorentini Pietrasanta.
-Volendo inoltre assicurarsi di Siena, cacciava con le armi Borghese
-Petrucci figlio di Pandolfo che la teneva come in signoria, facendo
-lo Stato passare in un altro di quella famiglia discaro ai Senesi,
-ma che era tutto sua creatura. Del che pigliò tanta indignazione il
-cardinale Alfonso Petrucci fratello di Borghese, che minacciava con
-parole furiose la vita stessa del Papa, fino a dire che lo avrebbe un
-giorno ucciso di sua mano in mezzo del Concistoro. Essendosi inoltre
-offerto a Leone di fare venire da Firenze certo famoso chirurgo perchè
-lo curasse di una fistola che lo molestava, fu detto avesse pagato il
-chirurgo che lo avvelenasse. Temendo il Petrucci quindi per sè stesso,
-fuggiva di Roma; dove tornato poi con salvocondotto, e imprigionato
-e sottoposto ad un processo, moriva in carcere: altro cardinale
-Bandinello Sauli, amico d’Alfonso, e condannato come lui, ebbe poi
-grazia della vita. Raffaello Riario, dei più vecchi nel Cardinalato, e
-soprattutti magnifico, il quale confessò avere conosciuti i propositi
-del Petrucci, fu privato del grado, che riebbe quindi per danaro, ma
-senza voce nel Concistoro: per somigliante motivo Adriano da Corneto
-fuggiva, e nulla di poi se ne seppe: il Cardinale Soderini si ricovrò
-fuori dello Stato della Chiesa: furono in Siena squartati alcuni minori
-complici.[119] Dopo ciò il Papa fece un atto di molta risolutezza,
-il quale può dirsi venisse a mutare sostanzialmente le condizioni
-del Sacro Collegio; facea promozione di trentun Cardinali, contro
-all’usanza, tutti in un solo giorno. Prima il Collegio era di pochi e a
-lui poco amici, ma ora il molto numero abbassava la soverchia potenza
-d’alcuni. Tra’ nuovi eletti erano uomini di qualità varie; insieme ai
-parenti del Papa e agli amici, v’erano ecclesiastici dei più autorevoli
-per bontà e dottrina, e alcuni nobili delle antiche famiglie romane
-lasciate in disparte quando erano più temute: raccolse il Papa dai
-promossi, com’era consueto, forte somma di danaro. Frattanto, e finchè
-gli bastò la vita, seguiva Leone gli antichi disegni di Giulio e suoi
-contro al Duca di Ferrara, cercando in più modi torgli lo Stato. Contro
-a Gian Paolo Baglioni aveva più accuse in pronto: lo chiamò in Roma
-a purgarsene con gran promessa di sicurezza; ma fattolo chiudere in
-Castel Sant’Angelo, e ricercati per via di processo i molti e grandi
-peccati che aveva, gli fece mozzare il capo: d’allora in poi Perugia
-fu sottoposta al Governo immediato della Chiesa. La sorte medesima, o
-poco dissimile, avvenne ad altri tirannucci; e quindi il seme di questi
-spegnevasi in tutta l’Umbria e nelle Marche.[120] Il duca Lorenzo dei
-Medici teneva lo Stato in Firenze.[121] Dal re Francesco ebbe in moglie
-una fanciulla di sangue congiunto al sangue reale, Maddalena dei Conti
-di Boulogne e dell’Alvergna: si celebrarono con gran pompa le nozze
-in Parigi, dove Lorenzo tenne a battesimo un figlio del Re. Tornato
-in patria, fra tante grandezze mutava contegno: viveva da principe,
-aveva una corte, non soffriva l’eguaglianza cittadina, male si appagava
-di quella mezzana signoria; si consigliava con Filippo Strozzi suo
-cognato e con Francesco Vettori, uomini più da corte che da repubblica.
-Ma vietava il Papa a lui di scuoprirsi, e di quel vivere gli faceva
-colpa: Goro Gheri, segretario del Duca ed uomo di grande maneggio,
-molto intendente delle faccende, tutto devoto a Casa Medici, dipendeva
-dal Papa e dai suoi più autorevoli consiglieri, tenendo carteggio con
-essi continuo.[122] Imposto al Duca dalla volontà del Papa, gli era
-necessario quando i piaceri e quindi la malattia lo distraevano dal
-governo. Ma intanto in Firenze mutavano i costumi, andavano i giovani
-a quella parte dove era vita più gaia e più sciolta; molti disdegnando
-gli antichi cappucci, portavano barbe alla francese, divenuti
-gentiluomini della Corte, o lancie spezzate. Piacevasi il Duca di avere
-attorno soldati, massime poi quando la presenza in Italia dei Francesi
-temeva potesse ridestare le speranze dei molti ch’erano a lui contrari.
-In quel tempo il Papa e Giulio cardinale, non si tenendo ben fermi
-nella città, domandavano pareri intorno al modo che fosse migliore a
-governarla: ne abbiamo a stampa uno di Francesco Guicciardini, dove
-lodando il confidarsi a uno Stato largo, descriveva i modi che fossero
-atti a tenerlo stretto in mano di pochi.[123] Ma bentosto, per vecchi
-morbi e continui vizi, Lorenzo infermava; divenuto d’altiero salvatico,
-non tollerava compagnia d’altri che del cognato Filippo Strozzi e di
-un buffone che gli era conforto nelle ultime ore. Si moriva egli a’ 4
-maggio 1519; e sei giorni prima era morta la moglie sua, dopo avere
-partorito una figliola di nome Caterina che fu poi famosa regina
-di Francia:[124] — con lui si spense la stirpe maschile del vecchio
-Cosimo e di Lorenzo. Il Cardinale, venuto da Roma, pigliava lo Stato
-in mano sua, ma con modi tutti differenti: nel Palazzo dei Medici era
-un fare più semplice, una compagnia più grave, ai Magistrati mostrava
-riverenza; fece andare per tratte non pochi uffici ch’era invalso
-creare a mano e ad arbitrio. Quando il cardinal Giulio de’ Medici stava
-in Roma, sia per l’ufizio della Vicecancelleria, o perchè il Papa si
-era avvezzo averlo vicino, reggeva invece di lui lo Stato il cardinale
-Silvio Passerini di Cortona.[125]
-
-In questi tempi era una grande contesa in Europa. Vacato l’Impero per
-la morte di Massimiliano nei primi giorni dell’anno 1519, facevano
-forza per esservi eletti Carlo di Spagna e Francesco I, giovani
-entrambi e potentissimi; quello dei due che fosse asceso all’Impero,
-avrebbe grandezza da molti secoli non mai veduta. La scelta era in
-mano dei sette Elettori, i quali mettevano i voti loro a caro prezzo;
-nel che avea posta la sua speranza il Re francese, che intanto si era
-con le armi accostato al luogo della elezione. Ma gli era contraria
-nella opinione degli Alemanni quella stessa contiguità tra le due
-nazioni, cagione di guerre tra Francia e Germania; gli Spagnoli erano
-più lontani, e Carlo Arciduca, tedesco di nascita e di famiglia, era
-destinato dall’avo ad essergli successore per mezzo di pratiche aperte
-già prima da Massimiliano; tantochè al giorno della elezione facendo
-concorso con le armi i principi e le città libere, ai 28 giugno il
-nuovo eletto Imperatore pigliava nome di Carlo Quinto.
-
-È ragionevole figurarsi che a Leone riuscisse molesto che tanta
-grandezza di Carlo venisse a rompere quella bilancia la quale s’era
-egli creduto tenere in Italia tra’ due Re stranieri. Aveva favorito
-con modi palesi l’elezione di Francesco, non che molto si credesse o
-che bramasse di farla riuscire, ma perchè essendo la parte più debole,
-sperava, cercando che l’una con l’altra si pareggiassero, fare che la
-scelta venisse a cadere, com’era da molti bramato, su qualche piccolo
-principe d’Allemagna. Fallito il disegno, e poichè da tutti già si
-vedeva tra’ due gran rivali inevitabile una guerra, Leone mostrava
-tuttavia sempre di tenere la parte medesima; offriva però d’entrare
-in lega co’ Francesi, qualora ottenesse la restituzione di Parma e
-Piacenza e l’abbandono del Duca di Ferrara, che il Re teneva come
-suo protetto. Tra queste pratiche si consumò l’anno 1520, in fine del
-quale e quando la guerra già era imminente, Leone fermava in Roma un
-Trattato, dov’era espressa con altri patti una promessa di aiutare
-con le armi Francesco alla recuperazione di Napoli. Andava cotesto
-Trattato in Francia per la ratificazione, che il Re indugiava temendo
-che sotto vi fosse un inganno, e che una volta che egli fosse con le
-armi sue nel fondo d’Italia, le forze del Papa se gli voltassero contro
-d’intesa con Carlo. Dopo di che tosto Leone rompendo con Francia ogni
-pratica, stringeva con Cesare solenne Lega, cui seguitarono pronti
-gli effetti. Era stipulato che fosse tra loro confederazione a difesa
-comune ed eziandio della Casa Medici e dei Fiorentini; s’obbligassero
-insieme con le armi alla recuperazione del ducato di Milano, il quale
-acquistandosi, ne fosse messo in possessione Francesco Maria, figlio
-superstite di Lodovico Sforza; Piacenza e Parma tornassero sotto al
-dominio della Chiesa, Carlo promettendo dare al Pontefice, oltre ciò,
-aiuti contro al Duca di Ferrara. In questa Lega, dove ogni cosa era per
-il Papa, non dimenticava questi nemmeno i suoi congiunti; e il Cardinal
-Giulio ebbe una pensione di diecimila ducati sull’arcivescovado di
-Toledo, e uno stato di eguale entrata nel reame di Napoli fu dato a un
-fanciullo di nome Alessandro, bastardo lasciato dal Duca Lorenzo.
-
-Fuori anche di questi vantaggi privati, più altre ragioni doveano
-tirare l’animo del Papa. E prima di tutte quella grandissima di cercare
-che l’Imperatore pigliasse in Germania con mano potente la difesa
-della Chiesa, contro alla quale Martino Lutero già si era ribellato
-scopertamente, avendo seco alcuni Principi e non poco favore nei
-popoli. Ma quanto spetta poi alle cose d’Italia, è da pensare che i
-Francesi da venticinque anni con le invasioni frequenti n’erano il
-terrore, che degli Spagnoli più cauti e più lenti meno si temeva: che
-la possessione del regno di Napoli in mano di Principi che dimoravano
-in Ispagna andava quieta e umiliava poco gli Italiani, avvezzi da un
-secolo a vedere su quel trono re Aragonesi, ch’erano stati cagione
-all’Italia di continui turbamenti. Pensava il Papa come le possessioni
-di questo Carlo, in tanti luoghi sparse, dovevano essergli di tanto
-più difficili a tenere; laddove le forze compatte di Francia, e il non
-mancare a quei Re il danaro e il genio guerriero di quella nazione,
-portavano a noi vicino pericolo, se mano valida non le contenesse. Per
-ultimo, un Papa di Casa Medici non poteva sentire in sè amore verso
-i Francesi che erano amati da’ popolani fiorentini e da essi invocati
-come propugnatori di libertà. Per queste ragioni crederono allora molti
-che il volersi collegare con Francia non fosse per il Papa altro che
-una mostra, e che egli covasse nel fondo dell’animo il pensiero più
-gradito d’unirsi invece all’Imperatore.
-
-Abbiamo una Lega o Confederazione segretissima tra’l Papa e Carlo
-re in Ispagna: è del 17 gennaio 1519, sei giorni dopo alla morte di
-Massimiliano. Già era un pezzo che i politici dei grandi Stati si
-preparavano alle conseguenze di questa morte, tra le quali era massima
-quella della creazione d’un nuovo Cesare: Leone aveva intorno a sè
-uomini devoti a Spagna e volentieri gli ascoltava. Di qui la Lega,
-che era tutta personale, da durare quanto la vita d’entrambi: dovea
-rimanere segreta e avere per documento due soli esemplari da scambiarsi
-tra’ due Principi che la giuravano; e il Papa nella sottoscrizione
-promette osservarla _verbo romani pontificis_. Non poteva essere
-infermata per qualsiasi altro trattato; doveva estendersi allo Stato
-d’Urbino e a quello della Repubblica di Firenze, che nelle presenti
-sue condizioni formava come una cosa sola insieme ai dominii della
-Sedia pontificale. Carlo nominava come alleati suoi gli Elettori del
-sacro romano Impero: ne sembra qui stare da parte di Carlo tutto il
-motivo di quel Trattato, dove Leone con l’accettare per alleati quei
-sette Principi faceva come se gli esortasse a eleggere Carlo dopo la
-morte di Massimiliano. Aveva il Papa dal canto suo buone ragioni di
-procacciarsi l’aiuto di Spagna, ma di ciò fare celatamente, perchè
-una Confederazione vigeva tra lui e il re Francesco, e in Firenze
-era una principessa di sangue francese, moglie di Lorenzo dei Medici.
-Questi però travagliato da non curabile malattia, sapeva il Papa che
-morrebbe presto, e dubitava se la prole già concetta di quel matrimonio
-nascerebbe sana; così il legame di parentela col Re francese verrebbe
-a sciogliersi. Era usuale cosa, non appena formata una Lega, cercarne
-un’altra con la contraria parte; ma qui si voleva tenere il segreto
-con ogni cautela, tantochè di questo Trattato non ebbero notizia gli
-storici, ed uscì a stampa solo nei giorni nostri.[126]
-
-Ma dai successi di quella guerra che non appena dichiarata fu mossa nel
-giugno del 1521, sperava Leone grandi e (come allora taluni crederono)
-arcane cose. Il Ceremoniere pontificio Paride de’ Grassi racconta nei
-suoi Diari, che in Roma si diceva esservi altra secreta intelligenza,
-per la quale Francesco Maria Sforza cederebbe a Giulio de’ Medici il
-ducato di Milano, e questi a lui darebbe in compenso il cardinalato
-e la cancelleria e i benefizi che allora godeva per l’entrata di
-cinquanta mila ducati.[127] Ma checchessia di queste cose, certo è
-che il Papa faceva la guerra a spese sue per la maggior parte: aveva
-seicento uomini d’arme suoi e dei Fiorentini, ed altrettanti ne avea
-recati da Napoli con duemila fanti il Marchese di Pescara; v’erano
-duemila fanti Spagnoli, quattromila Italiani ed altrettanti Tedeschi e
-Grigioni, soldati a spese comuni: duemila Svizzeri rimanevano al Papa
-dei seimila che aveva pagati, e che ora cercava di recuperare. Tenevano
-pratiche in Lombardia con Girolamo Morone, per sollevarla contro ai
-Francesi; e Girolamo Adorno avea tentato, ma inutilmente, mettere in
-Genova gli Spagnoli. Di qua dal Po erano i Francesi venuti innanzi
-fino alle porte di Reggio, donde furono respinti, essendo in quella
-città Governatore Francesco Guicciardini; quindi l’esercito della Lega,
-già insieme raccolto, andò alla sua volta sino al fiume della Lenza,
-per indi porre l’assedio a Parma. Il quale però andando in lungo,
-deliberava Prospero Colonna, che aveva il governo di tutta la guerra,
-portare questa senza indugio di là dal Po; che fu consiglio d’Antonio
-da Leyva spagnolo, il quale di piccola condizione asceso nelle guerre
-d’Italia per tutti i gradi della milizia, divenne famoso e ai nostri
-danni ferocissimo capitano.
-
-Varcato il Po a Casalmaggiore, andava pertanto l’esercito della Lega
-direttamente alla volta di Milano. Al buono effetto di quella guerra
-molto importava sollecitare la venuta di quelli Svizzeri che il
-Cardinale Sedunense conduceva, ed ai quali era andato incontro Antonio
-Pucci vescovo di Pistoia con gli altri Svizzeri che già erano ai soldi
-del Papa. Si opposero a quella congiunzione debolmente i Veneziani,
-e con peggior sorte il duca Alfonso di Ferrara, ch’erano in lega col
-re Francesco. Aveva il Papa fatto Capitano di tutto l’esercito il
-Marchese di Mantova, e Commissario generale Francesco Guicciardini
-con molto ampia autorità; quindi, per emulazioni sopravvenute tra
-’l Colonna ed il Pescara, mandava Legato il Cardinale Giulio, che si
-partiva da Firenze a questo effetto. Così l’esercito si condusse con
-forze congiunte al fiume dell’Adda, sul quale Lautrech avea concentrato
-il maggior nerbo della sua difesa; ma vinsero l’impeto e l’arte degli
-Spagnoli che si condussero al di là dal fiume, essendo in quel giorno
-apparso mirabile agli occhi di tutti il valore di Giovanni dei Medici,
-il quale sopra un cavallo turco nuotando per la profondità dell’acqua
-passò all’altra ripa: un altro Giovanni, a noi già noto, lo ebbe
-in Forlì da quell’animosa donna che fu Caterina figlia di Francesco
-Sforza; non aveva compiuti per anche ventitrè anni, e già in più altri
-fatti minori si era mostrato fra tutti ardito e felicissimo capitano.
-Ma questa passata dell’Adda gettava grandissimo scoramento negli animi
-dei Francesi e soprattutto di Lautrech, il quale tosto fuggitosi di
-Milano, lasciava quella città in mano dei vincitori. In pochi giorni
-ebbero questi altre città della Lombardia; Parma e Piacenza ritornavano
-sotto al dominio della Chiesa.[128]
-
-In Roma si succedevano gli avvisi di tante vittorie, nella felicità
-delle quali il Papa si era recato a diporto alla villa della Magliana.
-Ordinava rendimenti pubblici di grazie, e aveva intimato per un giorno
-prossimo il Concistoro dei Cardinali, cui si proponeva comunicare
-tutto il fatto. A questo fine tornò in Roma: e qui Paride de Grassi
-racconta, aver egli chiesto al Papa se da quei fatti alcun beneficio
-verrebbe alla Chiesa, la quale altrimenti non usava rendere pubbliche
-grazie per le vittorie che un Principe cristiano avesse ai danni d’un
-altro. Il Papa rispose festivo e ridente, che grandi ve n’era; per
-il che, e per la somma letizia di quelli eventi mostrata con segni
-affatto insoliti, si confermò il Grassi in quel suo supposto circa la
-cessione del Ducato. Discorrevano tra loro le cose da fare, quando
-il Papa avendogli detto che voleva riposare qualche ora solo, fu
-côlto la sera da una piccola febbre che da principio compariva cosa
-da nulla. Passarono due giorni, dopo i quali a un tratto la mattina
-del primo dicembre si seppe che il Papa stava male, e poco dopo, che
-il Papa era morto. Leone moriva nelle esultanze della vittoria e per
-gli svaghi d’una villeggiatura. Fu detto, secondo il solito, essere
-egli morto di veleno a lui fatto apprestare dal re Francesco per mezzo
-d’un Barnabò Malaspina coppiere del Papa; ma costui preso, bentosto fu
-liberato senza che nulla si scuoprisse. Espone il nostro Ceremoniere
-gli argomenti del veleno, dei quali sembra egli però dubitare,[129]
-intantochè gli Storici più insigni senz’altro corrono all’affermazione:
-cotali accuse, troppo allora facilmente credute e spacciate sul conto
-degli altri, ricadevano sopra di noi.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-FIRENZE SOTTO IL GOVERNO DEL CARDINALE GIULIO DE’ MEDICI, POI CLEMENTE
-VII. — BATTAGLIA DI PAVIA. — SACCO DI ROMA. [AN. 1521-1527.]
-
-
-La morte del Papa rompeva la Lega, nè più si vedeva a quali comandi
-ubbidissero le armi della Chiesa. I Cardinali Medici e di Sion in poste
-andavano al Conclave, lasciando l’esercito; il che bastò perchè il
-Colonna ed il Pescara, che a stento pagavano i loro Spagnoli, fossero
-costretti a licenziare i fanti tedeschi e il maggior numero degli
-Svizzeri. Le quali cose rialzando gli animi di tutti gli oppressi, dal
-morto Pontefice, Francesco Maria col solo mostrarsi recuperava lo Stato
-di Urbino e Pesaro ed il Montefeltro; racquistava più tardi San Leo,
-essendo rimasto alla Repubblica di Firenze il vicariato di Sestino.
-L’antico Signore di Casa Varano rientrò in Camerino, cacciatone un
-altro di quella famiglia che Leone X avea fatto duca. Lo Stato intero
-di Ferrara tornava in mano del duca Alfonso; ma rimanevano alla Chiesa
-Modena e Reggio; e il Guicciardini Governatore difendeva con molta
-sua lode la città di Parma da un forte assalto dei Francesi durato più
-giorni.
-
-Tardi arrivavano in Roma i Cardinali, dei quali trentanove si
-chiusero in Conclave, numero insolito, non preparati al grande atto ed
-imprevisto, nè bene intesi ciascuno co’ suoi. Giulio dei Medici, che
-aveva poca speranza per sè medesimo, bastava però col molto seguito a
-impedire l’elezione del Soderini che sopra ogni altro manifestamente
-ambiva il papato. Nei primi giorni, a fine di prova, si metteano
-innanzi, com’è consueto, diversi nomi; quando ai 9 di gennaio trovatosi
-avere il Cardinale di Tortosa quindici voti, si levò il Gaetano, e
-molto lodandolo esortava gli altri Cardinali a eleggerlo in quella
-mattina istessa per via di accessione: il che da uno essendo fatto,
-gli altri seguitarono, ed il cardinale Adriano Florenzio riescì eletto
-Papa,[130] quando niuno a lui pensava e niuno forse lo conosceva: ma
-temendo ciascuno un nemico più che non avesse per sè fiducia, fu come
-un riposo eleggere un uomo ignoto e lontano. Era di piccola estrazione,
-fiammingo di nascita; e stato educatore del giovane Carlo, governava la
-Spagna dopo il Ximenes in assenza dell’Imperatore: uomo pio e dotto,
-di costumi semplici; e grande dovette in lui essere la maraviglia
-quando gli giunse il primo nunzio che lo salutava Papa. Non volle
-mutare nome, perchè in tale usanza soleva egli forse vedere qualcosa
-di troppo fastoso, e si chiamò Adriano VI. Andava più tardi al nuovo
-Pontefice una solenne Legazione di tre Cardinali, conducendo le galere
-della Chiesa quel Paolo Vettori che fu principale nella caduta di Piero
-Soderini e poi sollevato da Leone X al comando generale delle armi di
-mare.
-
-Francesco Maria della Rovere nel riacquisto di Urbino aveva seco
-Malatesta e Orazio figli dell’ucciso Gian Paolo Baglioni, bramosi
-questi di recuperare Perugia: Ad essa muovendo insieme, e dato
-battaglia contro alle genti dei Fiorentini che vi erano dentro,
-espugnarono la città cacciando un altro Baglioni che Leone X vi aveva
-posto. Continuarono verso Siena, della quale se ad essi riusciva
-mutare lo Stato, si confidavano che Firenze vorrebbe togliersi di
-sotto al giogo di Casa Medici. Era il Cardinale accorso già incontro
-a questi pericoli; e avendo assoldati Svizzeri e Tedeschi e fatto
-di Lombardia venire Giovanni de’ Medici, potè oltre a fermare le
-cose di Siena, minacciare anche Perugia: ma in Roma il Collegio de’
-Cardinali, dov’erano molti avversi al Medici, vietò a quelle genti
-di andar oltre sulle terre della Chiesa, e confermò lo stato al Duca
-d’Urbino. Intanto un altro disegno si ordiva per simile effetto dal
-Cardinale Soderini, con l’intesa dei Francesi e con le armi di Renzo
-da Ceri che stava disoccupato nella campagna di Roma. Questi era già
-entrato nel territorio di Siena, dove però gli riusciva male ogni
-cosa, il Cardinale avendo condotti a’ suoi stipendi il Duca d’Urbino
-ed i Baglioni che prima gli erano stati tanto fieri nemici, e fatto
-Governatore generale di tutta la guerra il conte Guido Rangone; del che
-molto essendosi adontato Giovanni de’ Medici, andò coi Francesi: ma di
-nuovo il Collegio de’ Cardinali faceva posare le armi alle due parti;
-Giulio dei Medici rimaneva signore in Firenze.[131]
-
-Teneva lo Stato in modo pressochè assoluto, ma senza forme che lo
-assicurassero e non avendo a chi trasmetterlo: rimaneva ultimo della
-Casa di Lorenzo e non legittimo, e quanto a sè avendo l’animo sempre
-avvinto al desiderio del papato, senza del quale s’accorgeva che non
-avrebbe potuto nemmeno tenere Firenze. Era invecchiata oramai quella
-bugia di governo che doveva parere repubblica ed essere principato;
-laonde Giulio si propose ringiovanire cotesta forma slentando i freni,
-perchè riuscisse più effettiva la libertà. Parco allo spendere,
-al donare scarso, vivea sulle entrate dei suoi benefizi, nulla
-costando alla città, con molto mala contentezza de’ suoi partigiani.
-S’intratteneva co’ cittadini migliori e più degni, ai quali s’apriva
-dicendo volere d’accordo con essi trovare una forma per cui la città
-potesse vivere con soddisfazione di tutti e senza mutare Stato; che
-in quanto a sè aveva in Roma la stanza sua, rispetto al grado ch’egli
-teneva. Andavano oltre questi discorsi, e non è a dire quanto gli
-animi se ne accendessero; il Cardinale chiedeva pareri a ognuno, e
-molte sorte di modelli di nuova repubblica a lui erano presentati.
-Quello che aveva il Machiavelli scritto ad istanza di Leone X, parve
-non praticabile come insolito e stravagante; un altro di Alessandro
-dei Pazzi, che pure abbiamo a stampa, lasciava le cose in aria senza
-impegnarsi contro al volere dei governanti.[132] A questo modo non
-era disegno che non si facesse; perchè alle diverse parti civili si
-aggiungevano anche le dottrine, in città di molto sapere, e che aveva
-fatto tante esperienze di libertà e di servitù nel corso vario di tre
-secoli. Vi fu chi avrebbe voluto comporre un governo di Ottimati, vano
-sogno nella città di Firenze; chi ristringerlo in pochi arbitri d’ogni
-cosa sotto all’ombra del nome dei Medici: i più chiedevano si riaprisse
-il Consiglio grande con un Senato eletto a vita, dove i Settanta
-della Costituzione di Lorenzo facessero anche le parti che erano degli
-Ottanta nel governo popolare. A questo parvero una volta fermarsi i
-pareri, e già si parlava d’un Gonfaloniere ad anno e di chi scegliere
-a quel grado; le opinioni essendo divise tra Francesco Vettori come
-più aderente ai Medici, e un uomo di molta autorità e nome, Roberto
-Acciaioli, che era stato da papa Leone tenuto in Francia ambasciatore:
-il Varchi scrive di lui, che egli e il Guicciardini erano le due più
-savie teste d’Italia. Nè il Cardinale respingeva gli antichi seguaci
-del Savonarola, che in tanto rumore venivano innanzi anch’essi con le
-speranze loro; e si giovava della familiarità di Girolamo Benivieni per
-la riverenza in che era tenuta la bontà e fede di cotest’uomo. A così
-fatte dimostrazioni furono molti che non crederono.
-
-Era in Firenze una conversazione di nobili giovani e letterati,
-soliti convenire insieme negli Orti che Bernardo e Cosimo Rucellai
-aveano adornati signorilmente in via della Scala, svariati di alberi
-stranieri, e viali e grotte artisticamente lavorate: gli uomini più
-insigni per nome o per grado che capitassero in Firenze, vi erano
-convitati. Si venne a formare qui una sorta d’Accademia, dove la scuola
-del Ficino ebbe qualche parte; ma i giovani attendevano più volentieri
-a esercitarsi nelle antiche storie e negli studi che più risguardano
-cose di Stato: il Machiavelli scriveva per quella radunanza i Libri
-sull’Arte della guerra e i Discorsi sopra le Deche di Tito Livio.
-Zanobi Buondelmonti e Luigi Alamanni conducevano quella scuola a dei
-pensieri di libertà: il primo nella gioventù si estinse; l’altro
-debole poeta, ma copioso ed elegante scrittore di versi, ebbe più
-lunghe la vita e la fama. Con essi andavano Jacopo di quella dotta
-famiglia da Diacceto continuatrice della scuola Platonica, e Antonio
-Brucioli che in Venezia fuoruscito tradusse la Bibbia. Questi nella
-spedizione di Renzo da Ceri si erano confidati avere occasione di
-mutare lo Stato in Firenze, tenendo pratiche a tale effetto in Roma
-col Cardinale e con gli altri Soderini che furono autori di quella
-impresa; e non cessavano, svanita questa, di macchinare cose nuove.
-Nelle quali essendosi accorti quei giovani Fiorentini d’essersi
-oramai troppo avanzati, deliberarono venire al fatto con l’ammazzare
-il Cardinale; non che avessero odio seco, a quel che dissero, ma per
-liberare la patria loro. Fu scoperta la congiura per lettere prese
-addosso a un cavallaro che andava da Firenze a Siena, e tosto il
-Diacceto e un altro Luigi Alamanni, che era soldato in Arezzo, fatti
-pigliare ed esaminati, e avendo per mezzo loro saputa i ogni cosa,
-furono decapitati. Fuggirono il Brucioli e il Buondelmonti in diversi
-luoghi; l’altro Alamanni, di nome celebre, si condusse nelle terre
-degli Estensi in Garfagnana, dove ebbe rifugio da Lodovico Ariosto
-che n’era Governatore: essi e tutti i Soderini furono fatti ribelli,
-tra’ quali il vecchio Piero essendo morto in quei giorni, fu dannata
-la sua memoria. Concorsero alla Casa Medici i principali cittadini;
-ai quali raccolti insieme, il Cardinale con amorevole maestà,
-invocando in testimonio Iddio e gli uomini, affermava l’ottima sua
-mente verso la patria comune; la quale dolendosi che i malvagi gli
-impedissero dimostrare, sperava un giorno soddisfare alla sua pietà e
-al desiderio popolare. Cessarono per allora i discorsi della riforma:
-il Cardinale adoperandosi a frenare le prepotenze dei partigiani suoi,
-temporeggiava; ma per assicurarsi da ora innanzi meglio la vita, chiamò
-alla guardia della sua persona Alessandro Vitelli con un numero di
-fanti.[133]
-
-In questo tempo l’esercito dei Francesi, rinforzato di diecimila
-Svizzeri, combatteva sotto agli ordini di Lautrech in Lombardia, contro
-agli Spagnoli e a un egual numero di Tedeschi mercenari che aveva
-assoldati Prospero Colonna: difendeva questi Milano e altre città, dove
-gli Svizzeri agognavano trovare col sacco le paghe sottratte ad essi
-in Francia per lo scialacquo di danaro che il Re faceva. Disubbidienti
-ad ogni disciplina, aveano forzato Lautrech a impegnarsi in luogo
-svantaggioso alla Bicocca presso Milano, e per cupidità prodighi della
-vita, si lanciarono temerariamente innanzi contro l’ordine dato; nè
-la gendarmeria francese, nè Giovanni dei Medici con le sue di già
-famose Bande Nere poterono restaurare la battaglia da quel folle impeto
-disordinata: gli Svizzeri mezzo distrutti tornarono alle montagne loro,
-e indi a poco Lautrech fu costretto evacuare la Lombardia per via d’un
-accordo. Dopodichè Prospero Colonna andato rapidamente contro Genova
-che i Francesi con piccole forze tuttora occupavano, già era sul punto
-d’averla a patti, quando i soldati suoi accortisi nelle mura essere una
-breccia che niuno guardava, entrarono senza comando, nè freno, dentro
-alla città opulente, che da quelli avidi mal pagati fu messa a sacco,
-deposto il Doge di Casa Fregosa ed il suo luogo dato a un Adorno che
-seguitava la parte spagnola.
-
-Frattanto il Collegio dei Cardinali governava lo Stato in Roma, dove
-Adriano tardò a recarsi. Col solenne avviso della elezione, per via
-d’una carta minutamente specificata gli avevano posto innanzi le
-norme ed i confini della sovranità che risedeva nel Papa insieme e
-nel Collegio;[134] nè quanto a lui, era uomo da invasarsi del sommo
-grado ch’egli assunse non senza una vera trepidazione: si direbbe
-anzi, che prima cercasse in sè medesimo d’assuefare la mente e l’animo
-al pontificato. Percorse alcune città della Spagna prima di muoversi
-per la Italia, nè altro fece se non esortare con lettere i due grandi
-avversari a pacificarsi. Carlo V nel tornare di Fiandra in Ispagna lo
-aveva richiesto d’una conferenza in Barcellona, ma il Papa sollecitò
-la partenza, deliberato mostrarsi eguale tra’ contendenti, e forse
-temendo qualcosa concedere all’affetto pel discepolo o all’ossequio
-per l’Imperatore. Giungeva in Roma nel mese d’agosto in compagnia
-di molti Cardinali che gli erano andati incontro a Livorno. Nuovo e
-straniero entrava in mezzo a quella politica nella quale erano prima
-stati immersi con lunga pratica i predecessori suoi; gli usi ed i
-modi e il linguaggio non conosceva, e degli uomini si fidava poco:
-ai Cardinali dal canto loro tornava male avere a parlare latino con
-lui. Da principio avea saputo entrargli in grazia il Soderini, tra i
-Cardinali il più intramettente; avere tolto a suo ministro chi tutto
-era dedito a parte francese, mostrava l’animo d’un Pontefice che voleva
-essere comune padre. Badava in quanto a sè a correggere i vizi e a
-rettamente governare quella parte che spetta all’ordine ecclesiastico;
-e se era in lui tempra più forte e più capace alle grandi cose, o
-se avesse egli intorno a sè trovato altri di egual volere, forse
-che un papa non italiano era più atto ad impedire quella infelice
-separazione che avvenne allora dentro alla Chiesa. Ma le sue stesse
-virtù lo rendevano odioso ai Romani, avvezzi al fare secolaresco e
-alla incurante prodigalità di Leone X, che aveva consunto il tesoro
-di Giulio II, e lasciato dopo sè l’erario vuoto e gravato di molti
-carichi delle guerre. Adriano invece severo e stretto nel cercare
-l’economia dello Stato, era anche più rigido e guardingo nelle grazie
-che sono d’ordine ecclesiastico: a un suo nipote, al quale avea dato un
-mediocre benefizio, negò il secondo. Parco e dimesso nel suo privato
-vivere e contento di piccola Corte, dei cento palafrenieri che aveva
-Leone, dodici ne ritenne a mala voglia; si perdeva negli alti palagi,
-dei ricchi arredi non sapea che fare, condannava i gai passatempi e
-fino agli studi che in Roma fiorivano. Irto di teologia scolastica e
-di feudale giurisprudenza, odiava le lettere, profane com’erano allora
-molto e licenziose, il bello delle arti al suo animo non diceva nulla;
-dal gruppo antico del Laocoonte di poco scoperto, rivolse gli occhi
-dicendo ch’erano idoli dei pagani. Quindi era tenuto come zotico e
-selvaggio, e Roma al suo tempo pareva deserta; i letterati fuggivano
-spauriti, andavano i Vescovi alle loro diocesi che prima non avevano
-mai vedute, maledicevano i poeti a un Papa barbaro e frugale:[135] in
-quella Roma il miser uomo avea trista vita.
-
-In quell’autunno la peste afflisse Roma e si venne a dilatare nella
-Toscana. Intanto Rodi, baluardo della cristianità, cadeva in potestà
-degli Ottomanni, difesa con lungo valore dai Cavalieri di San Giovanni
-di Gerusalemme, i quali avevano sede in quell’isola; il giovane
-Solimano, che vi era in persona, concesse loro di uscirne liberi
-portando seco quanta più roba potevano. In favor loro niuno si mosse
-dei Principi cristiani, i quali ordivano leghe che di nome erano sempre
-contro al Turco; ma in Italia vinceva ogni cosa il desiderio d’impedire
-in Lombardia un’altra invasione di Francesi che il Re minacciava. Non
-che fosse dolce quella dominazione degli Spagnoli, nè decorosa, nè da
-riposarvisi volentieri guardando al piede che vi pigliavano; Carlo V
-mescolava con molta destrezza qui tra noi le parti di conquistatore
-a quelle di Cesare, dimodochè insieme si confondessero e aiutassero:
-imponeva ora a Milano ventimila ducati al mese, a Firenze quindicimila,
-a Genova ottomila, e minori somme a Siena, a Lucca ed ai Marchesi di
-Monferrato e di Saluzzo, come Stati che rilevavano dall’Impero per via
-d’un diritto non mai abolito comunque in oggi poco espresso. Confermava
-alla Repubblica e allo Stato di Firenze i privilegi di libertà e di
-possessi, dati per ultimo da Massimiliano: Leone X gli avea chiesti
-al nuovo eletto Imperatore, in nome del quale don Giovanni Manuel
-ambasciatore di Cesare in Roma ne fece promessa con una cedola di sua
-mano, la quale ebbe ora spedizione per Bolla imperiale. Grandi erano in
-Roma l’autorità e la potenza di cotesti Ambasciatori; la esercitavano
-con altura spagnola, che molto bene s’investiva del nome imperiale da
-essi rappresentato, ma senza però che rifuggissero dalle astuzie, o si
-astenessero dalle violenze.
-
-Che da principio fosse il Papa sinceramente neutrale, parve anche
-agli occhi sospettosi degli ambasciatori Veneziani.[136] Ma indi al
-vedere l’ostinazione di Francesco I per la recuperazione di Milano,
-al quale effetto si preparava con grandi armamenti, e perchè intanto
-per tutta Italia si era contenti d’avere in Milano quell’ombra di Duca
-e mantenere la pace, Adriano credette potersi onestamente avvicinare
-a quella parte che più gli era accetta. Giulio cardinale dei Medici
-allora venne da Firenze in Roma, dov’egli entrò con grande numero di
-cavalli, incontrato da Cardinali e sommi personaggi; al suo palazzo
-era più frequenza di corteggiatori che in corte del Papa. Il che
-molto accrebbe la parte Spagnola; e il Duca di Sessa, che succede al
-Manuel, faceva al di fuori delle porte di Roma fermare i corrieri e
-togliere ad essi le lettere, il ch’era avvenuto anche agli ambasciatori
-Veneziani.[137] In tale modo se n’ebbero in mano del cardinale
-Soderini, per le quali esortava il re Francesco a fare scendere
-in Sicilia soldati che avrebbero dato mano a una grande ribellione
-ordita in quell’isola: dopo di che il Papa imprigionava e chiudeva
-nel Castello il Soderini come perturbatore della pace tra’ Cristiani,
-privandolo delle sue grandissime ricchezze. Una Lega fu allora
-conchiusa tra il Papa e Cesare e il Re d’Inghilterra e Ferdinando
-arciduca d’Austria minore fratello di Carlo V, e il Duca di Milano e
-i Genovesi e il Cardinale dei Medici e lo Stato di Firenze, congiunti
-insieme; che in Milano fu sottoscritta da Paolo Vettori. I Veneziani
-si erano prima legati a Cesare, ma non vollero impegnarsi a entrare in
-guerra col Turco, sapendo che in quella sarebbero i primi esposti e
-poi da tutti abbandonati. E già il Re di Francia, venuto a Lione con
-esercito grandissimo, stava per muoversi verso l’Italia, quando si
-scoperse lo scellerato ed inaudito tradimento che il Duca di Borbone
-suo primo congiunto preparava non contro al Re solo, ma contro allo
-Stato di Francia, del quale aveva patteggiato co’ nemici la divisione.
-Il Re in tanto caso non si volle partire di Francia, ma inviava con
-molta parte dell’esercito in Italia l’ammiraglio Bonnivet, che entrato
-in Lombardia stava già presso a Milano, quando giunse nuova della morte
-di papa Adriano, dopo un anno e pochi giorni dacch’egli era venuto in
-Italia: lo tolse di vita in una villa presso Roma una di quelle febbri
-autunnali ch’erano state fatali a tanti Papi ed a Principi forestieri
-in quella regione.[138]
-
-Si venne quindi all’elezione del nuovo pontefice, innanzi a tutti
-stando il nome del cardinale Giulio de’ Medici; talchè per cinquanta
-giorni che durò il Conclave si dibattè sempre sostanzialmente se egli
-dovesse o no essere papa. Sicuri aveva dodici voti, ma il numero
-de’ suoi non bastava a fare i due terzi che sono richiesti dalle
-costituzioni; e contro di lui stavano i più vecchi Cardinali, ricusando
-eleggere un papa di quarantasei anni, che a loro avrebbe tolta ogni
-speranza. Gli conduceva Pompeo Colonna, giovane fra tutti, ma nemico
-aperto dei Medici e cardinale di grande seguito per l’ingegno e il nome
-e i costumi signorili.[139] Nulla si faceva, i vecchi adoperandosi per
-sè ciascuno, e Giulio essendo uomo ostinato nelle ambizioni e che si
-teneva all’alta cattedra come necessario. Di tanto indugio grave era lo
-scandalo; i letterati ricordavano la contesa che fu nell’antica Roma
-tra un altro Giulio e un altro Pompeo, ed imprecavano ai presenti la
-fine istessa.[140] Infine il Colonna tediato si offerse all’avversario,
-patteggiando per sè la Vicecancelleria col sontuoso palazzo che il
-cardinale Raffaele Riario aveva fatto terminare da Bramante: così a’
-19 novembre 1523 Giulio de’ Medici ottenne col nome di Clemente VII il
-papato, infelicissimo a lui stesso ed alla Italia ed alla Chiesa.[141]
-
-In Firenze per quella esaltazione si fecero feste con poca allegrezza,
-la quale fu anche turbata subito da un atroce fatto. Era usanza nelle
-sedi vacanti scommettere calcolando con diverse proporzioni quanto
-fosse probabile il caso all’uno o all’altro cardinale di essere
-papa. Un Piero Orlandini aveva scommesso che il Medici non sarebbe;
-e chiamato a pagare i cento scudi i quali erano la sua posta, disse
-che voleva prima vedere se la elezione, attesa la nascita illegittima
-di Giulio, fosse tenuta valida; talchè il vincitore per essere pagato
-andò agli Otto, e questi giudicando tali dubbi non essere da lasciarsi
-correre, chiamato a sè l’Orlandini, gli fecero senz’altro discorso la
-sera stessa mozzare la testa. In quel giudizio un Antonio Bonsi dottore
-di leggi, ch’era degli Otto, solo aveva dato scopertamente la fava
-bianca; del che andò in Roma a giustificarsi presso il Papa: questi,
-per levarlo di Firenze, lo ritenne presso di sè, avendogli conferito un
-vescovado e quindi altri uffici di conto. Agli avversari di Clemente
-parevano queste tutte essere simulazioni; ma vero è poi che in così
-fare seguiva l’antico suo costume, avendone forti ragioni in quel
-giudizio che si era dovuto fare egli stesso della città.
-
-Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore
-che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici
-con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale
-forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non
-erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette;
-intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati,
-cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome
-d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine
-loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe
-stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo
-alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che
-lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte
-qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il
-comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario
-modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile
-di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme
-dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza
-mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi
-la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di
-una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno
-la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste
-nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune,
-persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa
-sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era
-usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno
-a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo
-Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo
-supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di
-sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando
-l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole
-si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa
-stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle
-varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o
-più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere
-la riapertura del Consiglio grande.
-
-Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo
-Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola
-rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella
-famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel
-giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia
-e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e
-Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato.
-Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da
-Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i
-Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo
-Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava
-sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto.
-Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di
-una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno
-franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio,
-scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età
-corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù
-ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle
-alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado
-la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa
-Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli
-altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non
-aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi
-a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla
-madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano
-con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a
-quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui
-mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava
-tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di
-quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello
-di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza
-della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò
-a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla
-fortuna che a lui parvero mancar sempre.
-
-Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè
-d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di
-sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una
-gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua,
-diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi
-e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di
-modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla
-morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare
-la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi
-però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella
-Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il
-ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore
-all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta,
-mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino.
-Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della
-madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente
-nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove
-egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un
-confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu
-mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio
-Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi
-aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]
-
-Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna
-essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto
-l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio
-Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli
-ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di
-una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente.
-Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che
-mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per
-favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio
-da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta
-oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di
-Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti
-conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza
-militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in
-mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato
-virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto
-l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne
-la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti
-ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente
-devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime
-estorsioni.[145]
-
-A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti
-d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti
-come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata,
-era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile
-a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era
-stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva
-contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva
-che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da
-principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto
-più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del
-vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il
-che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura
-capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo
-di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde
-quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato
-ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui
-dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e
-accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu
-incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva
-grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non
-fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali,
-quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi;
-ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto
-ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio
-Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra
-Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre
-e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato
-distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena
-d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la
-preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che
-la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna,
-e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva
-in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al
-regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.
-
-Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere
-prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo
-V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il
-Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che
-da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano
-posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque
-mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani
-fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a
-grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora
-grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere
-del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli
-aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra
-salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia,
-il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta
-e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non
-s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a
-quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne
-seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva
-si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore
-della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva
-condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in
-lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza
-d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla
-perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano.
-La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio
-quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara
-gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi
-allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco
-di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio
-del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece
-là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti
-principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia;
-il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli
-col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per
-tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi
-ritenuto con grande ossequio e buona guardia.
-
-Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la
-debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia
-dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende
-impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta
-per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una
-donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e
-perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi
-dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi
-salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero
-dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale
-modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia
-di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania
-con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per
-animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si
-unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia.
-Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi.
-Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato
-che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al
-Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior
-uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli
-stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che
-molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua,
-tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato
-da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel
-quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso
-di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano
-obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte
-della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne
-furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e
-messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che
-mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi
-a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano
-sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che
-mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto
-poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e
-molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti
-italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli
-sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini
-che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza
-di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più
-sicurezza.
-
-Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato
-in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di
-tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra
-in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e
-stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare
-nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli
-fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che
-bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria,
-che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta
-la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già
-dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe
-egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma
-protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte
-volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la
-Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia
-per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una
-forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di
-qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia
-pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e
-del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè
-Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di
-Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia
-non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato
-di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era
-lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco
-le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle
-fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia
-a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine
-d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero
-in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’
-18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma
-d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima
-le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto
-dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per
-questo modo anche l’onore.
-
-Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia
-senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega
-col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della
-Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria
-degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva
-danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il
-duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un
-assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla
-signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma
-ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il
-suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo
-politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire
-ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro
-di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo
-attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso
-accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva
-una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia,
-Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte
-stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando
-bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe
-conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno;
-ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo
-ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio
-volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in
-mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene
-sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel
-partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria
-Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la
-trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo
-dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli
-uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo
-dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico
-degli Imperiali.
-
-Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia,
-donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno,
-da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione
-che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una
-Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di
-Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso.
-Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai
-non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli
-Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos
-marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza
-era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione
-contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della
-Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine
-Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle
-fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con
-autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso
-fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva
-con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel
-Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia,
-che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri
-in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non
-giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello;
-nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che
-l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire
-Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con
-Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle
-dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che
-il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però,
-nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato
-impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali
-essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi
-della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse
-a Gaeta dov’era diretto.[150]
-
-Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma
-stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti
-del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza
-degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne
-mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà
-loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città
-di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni
-luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con
-l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel
-Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne
-architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine,
-uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte
-delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio
-furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una
-ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]
-
-Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a
-dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo
-di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre
-vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama
-con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli
-e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano
-di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un
-trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre
-fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco
-una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano
-con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di
-San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si
-raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più
-abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo
-del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo;
-e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del
-tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano
-i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano
-all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel
-Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle
-case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente
-sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare
-i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria
-dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua
-famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni
-ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi
-agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso
-era un preludio vergognoso di giorno più tristo.
-
-Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega,
-tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe
-l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto.
-E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il
-governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che
-male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire
-tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva;
-e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma;
-e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova
-non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in
-lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi
-Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era
-accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma
-intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che
-a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva,
-e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo
-presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di
-quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli
-fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande
-uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava
-oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre
-qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che
-dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere
-l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere
-stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco
-innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli
-scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor
-Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli
-venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era)
-l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di
-Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di
-nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.
-
-Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po,
-cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di
-Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati
-dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a
-Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria,
-dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale
-di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava
-indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di
-aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già
-per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese,
-il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi,
-fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici
-mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno
-scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine
-e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella
-nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva
-direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni
-cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio
-antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava
-innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero
-disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e
-il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo
-questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per
-la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente,
-devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove
-la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone
-che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi
-negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano
-con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero
-finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto
-danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli
-si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da
-quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla
-bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai
-soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano
-per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano
-al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito
-dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva
-ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era
-trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse
-con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno
-di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire:
-un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli
-Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di
-Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto
-condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal
-Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville
-dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare
-accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco
-aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa,
-nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le
-cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il
-Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno
-cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare
-le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse
-a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento
-mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona,
-uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse
-esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre
-erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati
-d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte
-provvedimento _sarebbero stati una mattina presi nel letto_: il Papa
-invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande
-Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e
-traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il
-Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra
-loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte
-d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in
-tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale
-tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini
-pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai
-nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire
-ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi:
-e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di
-maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e
-San Pietro.[154]
-
-Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la
-battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto
-qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la
-quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano
-poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali,
-ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i
-nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi
-agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse
-al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa;
-il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo,
-confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè
-mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a
-gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali.
-Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo
-il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono
-per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla
-preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma
-abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case,
-le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le
-chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli
-fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa
-alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non
-si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti,
-di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti
-di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le
-taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto
-mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi
-del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte
-d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati,
-gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti
-forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate
-care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna
-tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani,
-il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno
-andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse
-trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno;
-prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri
-dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in
-quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono
-sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e
-più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa
-ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime
-condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di
-Firenze già era caduto di mano a Clemente.
-
-
-
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-CAPITOLO VII.
-
-NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI.
-DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.
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-
-Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò
-Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai
-ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al
-duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai
-Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi
-più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste
-cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice
-di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli
-Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della
-vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio
-piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai
-moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene
-la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di _mannerino_, che
-a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non
-ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni
-piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole
-confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali
-tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati.
-Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile
-suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si
-accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a
-rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò
-molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non
-tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si
-era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non
-si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti
-più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere
-avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli
-fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.»
-I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua
-conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più
-ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo
-Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi
-delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri:
-quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli
-fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.
-
-Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva
-al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì
-«e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero
-adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se
-io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non
-si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non
-debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè
-anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia
-ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici
-non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò
-fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli
-Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori
-per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine,
-e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli
-e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a
-Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione
-di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito
-della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona
-perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere
-l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto,
-a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse
-al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato
-lo Stato in Firenze.
-
-Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che
-nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli
-faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo
-le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla
-vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad
-un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e
-godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo
-mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio
-e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro
-e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano.
-«Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa
-e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti
-per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi
-ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio
-quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni
-reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti
-degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco
-di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi
-vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni;
-e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di
-tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi
-sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»
-
-Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore
-della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi
-pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo
-scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che
-avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri
-del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva
-di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del
-conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono
-a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di
-Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non
-essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a
-mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui
-non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè,
-le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse
-dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che
-«a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a
-conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve
-a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo,
-gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa
-direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per
-quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le
-quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi,
-ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il
-Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di
-molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini
-solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli
-avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della
-Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come
-esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi
-a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando
-quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai
-loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro
-medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze
-del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente
-speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde
-hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del
-Machiavelli.
-
-Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella
-Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al
-libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e
-il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero.
-Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun
-rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza
-da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile
-attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti
-ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne,
-la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni
-che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era
-più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi
-sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano
-e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel
-mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città
-italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro
-sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre
-nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie;
-conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e
-vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una
-necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’_Arte della Guerra_,
-i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano;
-volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di
-quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle
-molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause
-della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase,
-quanto alla pratica, di nessun effetto.
-
-Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la
-forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del
-mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che
-noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto
-frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone
-cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le
-nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai
-grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio
-della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo
-i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero
-delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati
-in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono
-ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto
-una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad
-un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in
-canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il
-campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un
-popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere
-che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il
-Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e
-non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse
-mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto
-ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza
-quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che
-egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi
-farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti
-fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore
-aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi
-dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando
-certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti
-delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade
-nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria
-dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli,
-e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi.
-Nè quel suo _Principe_ educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi
-s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo
-cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.
-
-Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in
-Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero
-nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge
-ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi
-malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in
-un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per
-necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle
-leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè
-stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate
-quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè
-nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti
-nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri.
-Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima
-disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli
-Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più
-coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo
-e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel
-vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la
-vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro.
-Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e
-popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e
-sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San
-Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io
-credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne
-concessa.
-
-Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione
-di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e
-fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere,
-ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a
-un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in
-sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie
-principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la
-fortuna e vedere _se la se ne vergognasse_; e dopo lungo esercizio
-in cose di Stato, ambizioso _di servire a chi reggeva_: ammirato e
-vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro
-e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli
-maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza
-che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi
-e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia:
-ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate,
-grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione,
-come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè
-spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia:
-come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno
-del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e
-con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale
-l’Italia.
-
-
-Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande
-uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di
-Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli,
-non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma
-uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare
-in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del
-pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene
-costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di
-Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde
-tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta,
-esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria.
-Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è
-visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea
-attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione
-di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare
-dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto
-e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria
-congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando
-sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più
-elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già
-che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma
-trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che
-a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.
-
-Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre
-vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo
-scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava
-ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi
-a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della
-famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e
-vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari
-discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora
-patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici;
-poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi
-ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei
-Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con
-Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile;
-per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano
-generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col
-Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era
-in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino
-e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo
-troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare
-il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e
-consiglio che nulla lasciano da desiderare.
-
-In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a
-esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi,
-discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine
-di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo
-proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in
-questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da
-lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso,
-quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie
-sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle
-date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi
-d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le
-cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui
-come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di
-riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia:
-niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi
-stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli
-produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo
-cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione
-dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere
-inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli.
-Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le
-guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza;
-ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro
-le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono
-i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque
-abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.
-
-Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la
-patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in
-quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura
-l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava
-i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire
-cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno,
-ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando
-in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa
-occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono
-grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle
-Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè
-un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa
-coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini
-ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più
-che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne
-la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a
-spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè
-basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare
-mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi
-doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore.
-Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro,
-superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi
-modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come
-procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e
-superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento;
-a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma
-dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non
-andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che
-gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara
-sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto
-apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste
-apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro
-modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga
-il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a
-trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale
-non s’era per anche indurita in colpe maggiori.
-
-Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù
-delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in
-che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse,
-come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei
-Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo
-solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci,
-primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio
-di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo;
-perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii,
-saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe
-più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli
-non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi,
-si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che
-a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che
-avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al
-Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe
-voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel
-suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si
-era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita
-dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto
-a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle
-private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto
-dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del
-che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la
-città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol
-dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè
-memoria odiata nella patria sua.
-
-
-Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria
-nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi
-due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui
-appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano
-del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso
-medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista,
-ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza
-dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio
-d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla
-continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole
-dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra
-incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista,
-perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime
-con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo
-studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di
-sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili
-come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che
-niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti
-per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio
-paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri
-quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel
-morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo
-divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio
-che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale
-degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento
-dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio
-del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava,
-sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro
-del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel
-suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero
-scalpello.
-
-Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere
-piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine
-che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado
-cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli
-avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte
-volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel
-ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto
-più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al
-quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte
-poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o
-disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor
-Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non
-mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i
-bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti
-concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di
-liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione.
-Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il
-pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni
-volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già
-dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta.
-
-Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così
-mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi
-anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa
-di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè
-maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del
-pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo
-regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi
-com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano
-alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua
-diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.»
-Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una
-volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa
-d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua,
-che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè
-e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di
-Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con
-cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe
-fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo
-fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero
-andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho
-comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il
-modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano
-lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande
-accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre
-glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il
-divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre
-era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta.
-
-Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva
-ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato
-l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità
-d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno
-che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto
-sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di
-uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era
-abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il
-Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai
-fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi
-nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio
-era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva
-del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura.
-In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo
-egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre,
-onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella
-figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara,
-cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei
-molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di
-religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in
-essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due
-nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale
-erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero
-sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il
-mondo.
-
-Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa
-l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo
-doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era
-stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede
-innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni
-avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio
-venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed
-egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde
-si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per
-questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni
-cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre
-l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per
-tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del
-sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in
-sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello
-uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua
-propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci
-cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò
-il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte
-essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni
-parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino
-alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza
-del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo.
-
-Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò
-altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi
-pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e
-molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli
-abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle
-prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola,
-mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse
-in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse
-al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè
-avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece
-mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre:
-chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella
-Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare
-l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni
-secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui
-dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il
-genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei
-cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde
-la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in
-ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti:
-tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza
-di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri
-Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a
-seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue
-vie.
-
-Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del
-perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva
-toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di
-Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi
-che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due
-giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto
-dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a
-disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo
-conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè,
-poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non
-vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè
-altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro
-a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a
-salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che
-saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba,
-capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove
-all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede
-un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori
-dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel
-che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che
-aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe
-cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali,
-faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal
-vivo.
-
-Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua
-stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte
-vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino
-all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a
-quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in
-una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei
-nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli
-dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una
-tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima
-composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene
-ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato
-e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e
-pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i
-loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale
-gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu
-vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte
-aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando
-potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui
-riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere
-nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe
-stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva.
-
-Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu
-consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della
-città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti,
-seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi
-classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate:
-nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla
-cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un
-suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura
-di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti
-estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però
-si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le
-aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del
-voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure
-da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi
-su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a
-fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere
-cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito.
-Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti,
-e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta
-la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una
-quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla
-sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto
-ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e
-importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per
-gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato
-mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a
-quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti
-voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi
-apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che
-oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà
-d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo
-Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564;
-nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo.
-
-
-Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una
-descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in
-qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni
-Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle
-descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne
-poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la
-statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai
-fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella,
-ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che
-sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto
-si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume
-di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose
-quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon
-conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città;
-ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i
-battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso
-opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non
-contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero
-dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero
-dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese
-collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le
-confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle
-più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di
-carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione
-ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in
-diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni
-della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate.
-Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi,
-dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da
-limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo
-Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici
-mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più
-dal pubblico in limosine.
-
-Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che
-avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo
-essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il
-settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze
-vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di
-Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie
-avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede
-tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una
-ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate
-per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case
-che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione
-dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi.
-Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza,
-chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno
-dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il
-lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie
-loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di
-quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state
-ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui
-davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla
-vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto
-scriveva in sua lode:
-
- «Se dentro un mur, sotto un medesmo nome
- Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi,
- Non ti sarian da pareggiar due Rome.»
-
-Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia,
-Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni
-sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la
-mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento;
-e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica
-mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti
-dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori
-col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli
-di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano
-essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle
-Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate
-della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini
-d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di
-maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana
-di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello,
-cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri
-della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila
-novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila;
-dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo
-d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti,
-duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento
-cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al
-giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie
-di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole
-guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro:
-nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici,
-settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad
-arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto
-tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò
-di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila
-cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a
-cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe
-d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per
-terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si
-maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e
-della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila
-pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette
-pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di
-moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete
-forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi.
-
-Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza;
-si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a
-vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome
-o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava
-all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i
-quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire,
-il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva
-intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava
-che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano
-altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più
-fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute
-dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma
-nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del
-mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in
-Italia più avessero accolto i nuovi costumi.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO
-ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]
-
-
-L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori
-quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze,
-dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti
-sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere
-goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i
-cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il
-popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più
-servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei
-Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza,
-secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede
-nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi
-era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli
-e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro
-governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa
-mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali
-sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare
-dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa
-paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a
-forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un
-padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e
-della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia
-più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche
-i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al
-principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno
-di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze,
-massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per
-parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso.
-Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con
-gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela.
-Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a
-Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la
-parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo
-di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale
-ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto
-a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso
-ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era
-da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati
-che li combatteva.[157]
-
-Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli
-e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle
-necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi
-carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via
-d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che
-si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto
-licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il
-terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere
-le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta
-di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi
-avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la
-paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato,
-entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e
-vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la
-via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto
-fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu
-salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici
-il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi
-tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i
-due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini,
-ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi
-al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si
-avvicinava alle porte di Firenze.[159]
-
-Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito
-e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo,
-uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale
-disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che
-i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di
-giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini
-di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a
-provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere
-Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute
-parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure
-quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si
-offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto;
-avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non
-ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano
-intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro
-alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto
-aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e
-decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano
-indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato
-a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati
-nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza,
-della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al
-Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano.
-Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di
-Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il
-Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne
-alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto
-e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio
-del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora
-un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi
-dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria,
-e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a
-tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel
-quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si
-tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese
-quell’atto.[161]
-
-Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso
-Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e
-senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere
-gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena
-la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe
-loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia
-e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello
-Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta
-alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo
-di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del
-quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente
-devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte
-notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze
-fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto
-irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu
-mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però
-guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163]
-ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè
-Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti
-perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero
-in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai
-cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164]
-Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei
-primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa
-de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la
-bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come
-il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in
-Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in
-nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi
-innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio
-generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi
-che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi
-e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri
-cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio;
-ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli
-per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi
-furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono
-pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e
-il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono
-a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone
-loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella
-di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari
-pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti
-dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la
-frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da
-quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella
-città.
-
-Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto
-aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola
-tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde
-in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso
-nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè
-gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di
-quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa,
-come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù
-l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel
-mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici,
-o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro.
-Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle
-cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie,
-pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo
-largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile
-a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri
-Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non
-poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e
-cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà.
-Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice
-e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel
-convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle.
-Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in
-arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini
-delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al
-Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii
-la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli
-che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi,
-col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi
-maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica,
-abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel
-1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di
-guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè
-la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e
-bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero
-riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del
-quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si
-radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento
-cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin
-lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo
-rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere
-il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e
-infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal
-primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse
-divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due
-mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che
-avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta.
-I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici,
-e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da
-ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto,
-nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie,
-com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con
-ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.
-
-I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè
-d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si
-dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli
-d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo
-di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini
-diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come
-quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile:
-così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli
-Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali
-volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè
-nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici
-di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la
-parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si
-avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi
-civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di
-Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici,
-nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei
-migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli
-antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici:
-in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte,
-perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, _quattrocento
-fave ferme_ o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di
-più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi
-nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed
-appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano
-lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai
-Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro,
-spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si
-accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi
-che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano
-oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto
-il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro
-fortuna nella sorte delle armi.[165]
-
-Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome
-la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si
-opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza
-voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti
-essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva
-Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio
-guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia
-presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e
-insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna
-o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello
-che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono,
-sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più
-facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra
-alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore
-tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una
-mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello
-che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con
-altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate
-sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle
-milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate
-Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso
-esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice
-nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città
-d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da
-Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto
-Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle
-galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa
-rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma
-e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e
-vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi
-nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma
-forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo
-nemico.
-
-Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono
-molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il
-numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento,
-fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero
-per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo
-grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione
-del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave,
-costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e
-amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case
-dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme,
-così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno
-ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la
-Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse
-ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal
-Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il
-Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio
-Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte
-Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo
-e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di
-quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di
-Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato
-formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso.
-Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà,
-crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era
-già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato
-i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella
-parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati
-prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di
-Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi
-fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra.
-Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi
-di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia;
-Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi
-attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni
-giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo,
-andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di
-cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria
-ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o
-scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma
-nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria,
-vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali
-cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria,
-che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero,
-nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo.
-Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con
-quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi
-contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano
-a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto
-co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste
-riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e
-co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse
-dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari.
-Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale
-attestasse la solennità dell’atto.
-
-Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca
-di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva
-racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più
-che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro
-Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il
-quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto
-favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy,
-il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe
-d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma
-e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi
-e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa
-nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e
-avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli
-abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto
-l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.
-
-Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una
-battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse
-le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a
-Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e
-oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste,
-parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro
-alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta
-l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie
-assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per
-la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del
-Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando
-al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi
-giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come
-traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima
-aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo
-a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’
-Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite
-o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian
-Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a
-Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta
-vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati;
-al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni
-che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei
-Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono
-contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più
-forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.
-
-Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia,
-poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori
-effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già
-lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia
-di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre
-l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un
-governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo
-periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea
-Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande
-servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben
-meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure
-ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi
-sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre
-maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene
-a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro
-avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente
-sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con
-diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè
-trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati
-e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue,
-tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo
-Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande
-accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero
-l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti
-a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno
-il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da
-Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli
-rimanevano.
-
-In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei
-Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato;
-cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza
-contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la
-signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel
-tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII
-tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi
-a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato;
-e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni
-indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e
-questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che
-gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo,
-essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da
-Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto
-intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità
-dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano
-per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti
-nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al
-popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè
-in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era
-il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè
-vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel
-timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il
-Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale
-fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano
-la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6
-novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i
-Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi,
-benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un
-cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si
-scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere
-nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille
-settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o
-spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve
-cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo
-con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati
-decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione
-tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa
-quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra,
-scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier
-Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già
-Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’
-più accesi verso il popolo e la libertà.[172]
-
-Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia
-del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi.
-Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un
-comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno
-a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza,
-sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi
-trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro
-voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la
-patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene.
-Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace,
-essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli
-altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono
-insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe
-in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si
-credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare
-quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli
-degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo.
-Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare
-insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il
-ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli
-radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è
-un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse
-in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a
-giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e
-di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un
-partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che
-fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni
-decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in
-sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo
-di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo
-che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se
-veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un
-gran cittadino.
-
-Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni
-parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla
-sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che
-persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti.
-Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto
-poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli
-più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che
-sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo
-del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo
-com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono
-essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già
-era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata,
-diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato
-un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in
-Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto
-che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione
-in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo,
-era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato:
-infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo
-eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio
-di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto
-ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa
-famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome
-Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti
-ultimi di questa Istoria.
-
-Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo,
-quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini
-importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli
-dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose
-mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo
-della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più
-la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito
-cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma
-nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al
-futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione
-alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il
-Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando
-a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle
-robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti
-vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente,
-ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando
-era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un
-cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di
-lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due
-Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze
-il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi
-cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e
-Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto
-in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico
-al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli
-nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente
-al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone
-d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto
-manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con
-quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili,
-nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro
-temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e
-ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose
-di meno importanza.
-
-Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò
-una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da
-Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta
-in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi
-Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e
-che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il
-Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro
-chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo
-d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento,
-deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi
-principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia;
-il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso,
-ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi
-deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era
-gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di
-Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene
-avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero
-che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del
-Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla
-fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior
-parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso
-ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica
-legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza
-essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e
-parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento
-degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano
-condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra
-molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così
-tornò a casa.[175]
-
-In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare
-facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa
-Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse
-chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando
-inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in
-Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle
-armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che
-Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe
-offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi
-adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato.
-Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male
-disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello
-dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che
-taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni,
-gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato
-le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia.
-Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava
-per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a
-visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si
-era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci
-in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè
-e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre
-pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma
-sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente
-come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei
-figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore
-insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici.
-Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e
-poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV.
-SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi
-depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non
-vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo
-come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche,
-si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a
-noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo,
-con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si
-potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto
-ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma
-che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo
-loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era
-il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze
-gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse
-ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova
-e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi
-Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta
-ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde
-in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi
-dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi
-e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva
-in esso più che altra cosa il sentimento.
-
-L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia,
-avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno
-1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che
-la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado
-che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea
-di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta
-in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva
-dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi
-ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad
-essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto
-questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere
-via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere
-qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta
-nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in
-briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico
-divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella
-delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la
-recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne
-l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle
-armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal
-Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura
-che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli
-Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa
-medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava
-tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia
-al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano
-stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno
-ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero
-dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente
-gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in
-Italia per la corona.
-
-Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano
-riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto
-poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti
-in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale
-anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero
-creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli
-mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno
-che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè
-l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono
-smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray,
-Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo
-V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso
-venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle
-due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la
-Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione
-e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento
-mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con
-la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza
-a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era
-inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie
-per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli
-uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie
-vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il
-Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani
-alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate
-combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua
-schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più
-debole.
-
-Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da
-parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano
-peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui
-confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare
-alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta
-città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e
-abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento
-degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi
-trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che
-voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non
-sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso
-si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito
-fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a
-Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano
-in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a
-Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di
-Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo:
-allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano
-quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e
-i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione
-circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava
-fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto
-non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come
-Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i
-Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli
-amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea
-scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando
-poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo
-aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle
-piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad
-essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo
-da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A
-questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray
-a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori
-costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179]
-Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e
-leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia
-erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei
-Re.
-
-Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le
-speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico
-non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso
-aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza,
-«procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che
-il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia
-pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso
-d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri
-Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato
-dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale
-Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna
-pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano,
-le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la
-difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti
-e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e
-gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il
-nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di
-parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava
-modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli
-ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali
-entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti.
-Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse
-una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno
-al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di
-Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più
-prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.
-
-Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta
-necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando
-l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che
-Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto:
-lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille
-cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila
-venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo
-dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non
-contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino
-allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei
-popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una
-continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi
-era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse
-fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui
-ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero
-non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo
-di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel
-resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla
-Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata
-come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero;
-col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile;
-divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo
-V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il
-possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature
-dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna
-poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa
-non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze
-e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui
-era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia
-con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po,
-abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria
-conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca:
-la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al
-popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che
-a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli
-antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio;
-l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato
-di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o,
-come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o
-poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori
-con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era
-col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa
-fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra
-grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte
-nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il
-Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di
-Firenze.
-
-Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi
-col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi
-confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e
-che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra
-guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente
-stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal
-sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali
-di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a
-morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre
-alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio
-comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica
-vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece
-che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti
-amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo
-a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami
-e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni
-come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria,
-che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano
-mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore
-per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non
-fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo
-freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare
-le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto
-imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni
-innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni
-erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul
-modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento
-una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella
-fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria
-premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere
-vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano
-stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella
-Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva
-guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa.
-Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di
-uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori
-di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno
-dell’Aragona.[181]
-
-Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto
-alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano
-gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad
-essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati
-pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi
-fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel
-rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò
-in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello
-Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove
-appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire
-novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in
-contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne
-fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo
-Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze.
-Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo
-alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi
-condotto questa misera patria?[183]»
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI
-DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]
-
-
-Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente,
-che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione
-al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti
-e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel
-mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del
-luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per
-conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè
-ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere.
-«In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro
-non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e
-la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che
-vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi
-gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco
-di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di
-Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti
-erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano
-alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza
-veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in
-Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto:
-più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini
-d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia
-scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera
-e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier
-Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un
-Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che
-menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a
-Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con
-tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne,
-avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello
-ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila
-de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri
-che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e
-poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di
-quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo
-dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i
-venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla
-speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente
-da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli
-riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare
-sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non
-gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella
-bella parte di Toscana.[184]
-
-Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai
-Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai
-Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale
-non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno
-fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio
-primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno;
-finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo,
-disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro
-nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel
-tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese
-di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i
-patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da
-spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere,
-il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso
-nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno
-la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna
-e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello,
-mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero,
-non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando
-convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva
-quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero,
-salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.
-
-Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange
-di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore
-Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della
-Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli
-di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze
-circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in
-guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto
-mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange
-aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era
-fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche,
-nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le
-condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai
-ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini,
-e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello
-Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi
-nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove
-sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva
-non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle
-loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un
-condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere
-egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse
-meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa
-città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti
-d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un
-uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto
-essere cosa loro.[186]
-
-Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la
-via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14
-settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona,
-dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande,
-convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto
-quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati
-di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una
-leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio,
-vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte,
-lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi;
-e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea
-fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu
-saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era
-commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno,
-il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e
-come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca,
-abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del
-Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli
-ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse
-difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno
-alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini
-avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere
-licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati
-sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto,
-rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille
-soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando
-già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si
-continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto
-innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre.
-Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano
-tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non
-piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano
-della Repubblica.[187]
-
-In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e
-la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e
-confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue
-cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici
-dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per
-deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo
-molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto
-con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle
-farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano
-dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu
-tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno
-alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al
-mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si
-mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa
-si era disciolta.[188]
-
-Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa,
-nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè
-taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di
-allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco
-Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed
-ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto
-fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la
-commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere
-che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non
-avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino.
-— Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere
-ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena
-fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e
-non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre
-molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di
-questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai
-con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e
-alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte
-cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi
-del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito
-alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di
-tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora
-gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo,
-grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo
-erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter
-trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular
-governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli
-aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle
-leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con
-la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare
-essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità,
-la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima
-recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che
-lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo
-grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua
-Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano
-fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di
-tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare
-al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la
-città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità
-facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei
-noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo
-giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga
-avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più
-efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo
-di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha
-voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo.
-Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e
-commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno
-riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia
-da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver
-preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere
-ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per
-potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di
-tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato
-che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a
-questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto
-intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. —
-In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non
-essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità
-non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li
-sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole
-e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto
-asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità
-non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato
-sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà
-noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro
-discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di
-essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando
-a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata
-provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva
-il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre
-ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e
-Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il
-mandato.
-
-Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo
-sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non
-ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che
-si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline,
-conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori
-Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria:
-la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un
-Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto,
-che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo
-di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire
-dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio
-Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava
-il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro
-con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere
-induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo
-stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che
-solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine,
-riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come
-per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta
-San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure
-i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un
-messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai
-prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte
-d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte
-e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta
-fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza
-qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di
-rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente
-udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi
-a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi,
-anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in
-Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già
-solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali
-il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]
-
-Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui
-tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere
-chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale
-potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le
-lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno
-esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui
-si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non
-solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma
-eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava
-la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa
-fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo
-di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale
-pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato
-Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita
-cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini
-essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e
-dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra
-fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri,
-la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo
-a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo
-esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari,
-essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri
-per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo
-queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare
-il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni,
-eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni,
-deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente
-la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi
-la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di
-danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di
-non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero
-tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi
-palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore
-di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era
-usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca
-testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e
-fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene
-ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e
-grande concordia.[193]»
-
-Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti
-contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via
-d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati.
-Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati
-per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non
-comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in
-quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni,
-Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni
-fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli.
-Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in
-segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in
-Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone,
-passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a
-ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con
-l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere
-fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della
-Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a
-piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei
-uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra
-quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati
-diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il
-tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano
-de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il
-Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre
-altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato
-cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei
-Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In
-questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa
-magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei
-Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo
-stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.
-
-Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a
-Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi
-diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro
-care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di
-giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla
-città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini,
-per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità
-o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia
-d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito
-si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di
-San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo
-Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione
-desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto
-bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando
-difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio;
-il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi
-mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo
-Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle
-Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu
-suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale
-stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto
-prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i
-nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila
-buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri
-di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di
-circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da
-36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere
-più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte
-erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per
-capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi
-del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli
-era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni,
-che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono
-Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini,
-non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese
-nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio
-che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse
-tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare
-Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi
-volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti
-alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e
-tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di
-un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari
-modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti
-o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio
-nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro
-pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza
-di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una
-parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti;
-istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o
-inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro
-amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi
-termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure.
-Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie
-laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni
-delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre
-il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano
-intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti
-di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario
-allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di
-universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio
-custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per
-tutto l’Assedio.[196]
-
-In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare
-con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato
-dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il
-terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva
-Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico,
-Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta
-era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe
-a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea
-nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza;
-nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e
-pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del
-Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista
-che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita
-pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia;
-e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti
-onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca
-cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria
-bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi.
-Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non
-per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò
-alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da
-San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti;
-altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono
-altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma
-trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti
-non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o
-con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti
-degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire
-ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il
-nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al
-che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate
-dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella
-disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini,
-i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria
-nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori
-provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero,
-potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi
-innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii
-oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto,
-non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo
-di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà
-questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma,
-quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è
-oppressa.
-
-L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca
-sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini
-infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo
-devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto
-era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano
-i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti,
-dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in
-preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una
-Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle
-mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale
-ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi
-con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi
-annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10
-l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare
-nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla
-città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro
-innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi
-gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i
-broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto
-avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra
-parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio;
-il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli
-incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera
-dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità
-di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli
-animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo
-per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più
-copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo
-volontariamente.
-
-L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse
-dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi,
-perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore,
-male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero
-inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade
-cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente,
-che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse
-pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi
-che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che
-l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi
-in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei
-Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi
-artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]
-
-Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da
-una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio
-trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di
-questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva
-dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava
-un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero
-in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro
-lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi,
-torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San
-Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario
-Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro
-Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori.
-Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce
-stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo
-colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere
-dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda
-stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio
-e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla
-guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.
-
-Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi,
-a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da
-oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino
-all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo
-di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti:
-qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il
-conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli;
-a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange
-risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini:
-lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava
-Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto
-con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San
-Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si
-erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso
-alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli
-Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto
-Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto
-il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a
-Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.
-
-Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole,
-Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con
-trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia:
-poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno
-si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che
-molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i
-vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti
-giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando
-la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe
-accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di
-assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e
-gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i
-ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle
-finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio
-a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde
-le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove
-udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per
-il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno
-dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo
-intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie
-a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le
-case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla;
-fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati.
-Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle
-quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia,
-dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli
-come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime
-vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel
-trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri
-fuor d’ogni usanza.
-
-Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col
-solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla,
-girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa
-di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose
-ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori,
-altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il
-nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il
-quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata
-da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma
-era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche
-in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse
-il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato
-insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a
-quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il
-segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e
-decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche.
-Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi
-e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al
-buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una
-camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in
-quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi
-e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano
-pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta
-e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina
-tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece
-che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo
-insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il
-rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata
-sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo
-Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi
-nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con
-grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa.
-Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed
-ai Fiorentini parve non lieve guadagno.
-
-Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa,
-luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso
-Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo
-aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di
-già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito
-che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno
-a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e
-Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla
-città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era
-se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi
-d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del
-verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto
-si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero
-maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere
-Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi
-abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si
-è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi
-e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per
-Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano
-a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade
-dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali
-non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un
-Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe
-a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore,
-prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri
-diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a
-Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra
-perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima
-imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta
-con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del
-sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò
-Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]
-
-Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può
-dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze,
-così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò
-solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni
-oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani,
-che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del
-soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che
-aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura
-per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto
-a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa
-coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava
-il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza
-quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava
-ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva
-fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano
-in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo
-genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa
-e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci,
-metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così
-andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva
-fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e
-mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le
-cose che importassero alla guerra.[205]
-
-Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare
-quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter
-essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al
-nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare
-all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano
-ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle
-contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè
-visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il
-Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto
-Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo
-prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio
-non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a
-cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e
-artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella
-di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento
-soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e
-combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai
-soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito;
-imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi
-risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma
-non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca,
-salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo
-sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della
-forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima
-di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli,
-che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed
-altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci
-mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]
-
-Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era
-decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in
-Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il
-Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che
-si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici,
-schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più
-efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e
-senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani
-e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto.
-Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con
-maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in
-un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie
-più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale
-aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori
-tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo
-d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi,
-destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui
-concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli
-stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo
-di non troppo difficile composizione.
-
-Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere
-nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti,
-espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento,
-al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che
-stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci;
-interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse
-di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione;
-parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore
-dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima
-posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che
-badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e
-nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più
-lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro
-all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati,
-sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi,
-intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano
-negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto
-tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri
-e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso
-Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che
-lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna,
-e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero
-che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due
-Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire
-la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui
-era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso
-quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che
-cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la
-libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari;
-questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama
-d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano
-pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a
-dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro
-a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così
-tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio,
-senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo
-una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale
-deliberare.[207]
-
-Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo
-pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per
-annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale
-per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni
-che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni,
-con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro
-due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di
-soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli
-altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità
-stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate
-vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al
-quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli
-a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per
-togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca
-tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di
-chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei
-luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via
-d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla
-Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata
-da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra
-ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete
-d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce
-con una corona di spine.
-
-Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni
-ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo
-senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre
-ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse
-molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione
-prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San
-Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso,
-e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in
-sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una
-dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra
-il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso
-di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e
-Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa
-Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna,
-per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse
-a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei
-cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse
-atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza
-la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe
-un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano
-misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di
-buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome
-il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti
-e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del
-Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di
-Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e
-ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere
-essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]
-
-Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di
-Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva
-allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di
-dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto
-suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal
-lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo
-articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano
-ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle
-ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse
-poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza
-fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava
-per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la
-Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero
-Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine
-andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto
-a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo
-a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in
-quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e
-condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare;
-ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli
-e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che
-sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange
-avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il
-Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza
-dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la
-ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore
-ubbidirebbe al suo giuramento.[210]
-
-Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere
-fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene
-molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in
-modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore,
-venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado
-supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi
-andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella
-guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei
-prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e
-più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non
-poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva
-aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto
-accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non
-era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere
-il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo
-fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare
-sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto
-Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa
-vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero,
-verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore
-non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze
-l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti
-credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile
-della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire
-nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano
-dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la
-dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo
-stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l
-Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse
-tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo
-Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta
-quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in
-Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra
-Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza
-saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.
-
-Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre
-stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà
-forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta
-nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in
-cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia
-scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero
-altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero
-di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima,
-perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse
-unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna
-la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di
-Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti
-nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva;
-non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città,
-ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa,
-senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le
-squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.
-
-Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo
-nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla
-più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San
-Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe
-d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non
-senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio.
-Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto
-fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai
-nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo
-l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal
-principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino,
-l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto
-che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’
-Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani
-mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto
-d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare
-s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la
-carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come
-cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano
-in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da
-Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non
-venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel
-Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale
-diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che
-fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano
-le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio
-contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei
-Fiorentini.
-
-Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori
-durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti
-anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane
-di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore
-della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu
-detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro
-alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto
-l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta
-de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore
-accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente
-donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un
-compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa
-spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi,
-giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il
-campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio
-dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con
-pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse
-chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in
-vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come
-tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi,
-gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella
-seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore,
-che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse
-in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice
-giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale
-tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti
-giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle
-ferite.[212]
-
-Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con
-l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore,
-malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213]
-Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da
-lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi,
-com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non
-s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa.
-Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava
-Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia
-la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo
-Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale
-con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto,
-gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti
-nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande
-assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello
-da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora
-da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della
-guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti
-una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le
-armi.[214]
-
-Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza
-d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di
-Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla
-Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi
-mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col
-quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere.
-A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma
-poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più
-tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga
-lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto
-le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che
-bastavano, vettovaglie per più mesi, e il _cuore buono_ e risoluto a
-mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico
-da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza
-dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più
-volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento
-assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che
-all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo
-motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva
-che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo
-V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto
-un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè
-a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco,
-ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in
-Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale
-aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini
-della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia,
-bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti,
-e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad
-occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la
-spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle
-sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della
-piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere
-lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il
-conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso
-di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti
-formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione
-della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe
-a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»
-
-Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra
-parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva
-Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre
-sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva
-certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo
-che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca
-Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla
-giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte
-novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate
-sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più
-sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si
-faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi
-stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non
-si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una
-sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e
-degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto
-quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non
-poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere
-affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito
-ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le
-fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse
-una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si
-diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali
-aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad
-un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro
-del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo.
-Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella
-che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi
-suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando
-il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere
-impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che
-sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero
-per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal
-petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non
-fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli
-umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano
-con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi
-veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle
-bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere
-essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando
-esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e
-via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani
-si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del
-Pontefice.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI.
-[Dall’aprile all’agosto 1530.]
-
-
-Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe
-posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati
-mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana
-successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo
-in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci,
-e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla
-Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel
-Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque
-il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e
-insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote
-essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da
-piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute;
-continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in
-Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè
-temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè
-di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata
-l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva
-largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava
-egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia
-nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario.
-Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e
-di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva
-molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi
-italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per
-l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli
-salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola
-stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili
-principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il
-nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati
-Capitani.
-
-Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede
-della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini,
-duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei
-confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero
-poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare
-a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi
-l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali
-dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro
-Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro,
-prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia
-dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi
-del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a
-Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne
-a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale
-le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi
-data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne
-Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma
-nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo
-Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era
-uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed
-Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in
-Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che
-i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve
-correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di
-grandissimo momento alla Repubblica di Firenze.
-
-Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri
-cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed
-aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono;
-e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la
-notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve,
-e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che
-veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei
-soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille
-quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne
-la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue
-genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane
-per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse:
-aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina
-fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre
-luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese
-le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo
-traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i
-nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla
-piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno
-con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a
-fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una
-rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con
-una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie
-spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta
-la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè
-assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in
-piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e
-avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel
-ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o
-per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel
-male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le
-quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo
-dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono
-accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a
-tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo
-di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non
-fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora
-guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al
-Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli
-storici.[220]
-
-Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese
-nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a
-chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine
-i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono
-suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi
-accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare
-nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior
-numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il
-Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare
-i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra;
-forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto
-a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di
-torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato
-del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero
-imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i
-principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione;
-questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere
-certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il
-Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò,
-essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima
-godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a
-lui ubbidissero.
-
-Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero
-di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e
-che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa
-che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva
-impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi
-col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco,
-intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le
-due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso
-a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi
-sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche
-uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento
-di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci
-un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi
-minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli
-tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi
-della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12
-giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro
-mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che
-sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il
-Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi
-larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti
-con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il
-Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più
-debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre,
-quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi
-soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso
-ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la
-caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola
-alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con
-la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il
-Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’
-21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate
-a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una
-febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese.
-Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le
-batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei
-di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e
-olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e
-Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel
-disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono
-ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di
-più acquistarla.[221]
-
-La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange
-saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo
-era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa
-volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro
-Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto.
-Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè
-molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta
-strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli
-Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel
-tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini
-Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli.
-Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra
-interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e
-dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori,
-secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe
-condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui
-tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa
-non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano
-costumi dei suoi più severi.[222]
-
-Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in
-Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non
-voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza
-d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era
-opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il
-Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare,
-come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a
-casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di
-riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa
-di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case
-dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli,
-era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente
-delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei
-Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie,
-avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il
-comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta
-Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli
-fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie
-di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un
-Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono
-con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che
-il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane
-con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso
-di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta,
-che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era
-gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè
-convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto
-all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che
-rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta,
-essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva
-uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna,
-sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto
-da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano
-quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme
-Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e
-Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola
-avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze
-grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura.
-
-Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e
-purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di
-un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa,
-che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal
-modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la
-sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla
-sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta
-riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al
-Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta
-Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati
-del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare
-fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle
-donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati.
-Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale
-prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne
-lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume.
-Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non
-molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo
-Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati
-venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi
-amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di
-Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le
-città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette
-piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da
-saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di
-molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se
-non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano
-a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi
-allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo
-degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui
-però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri
-propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei
-molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi:
-scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col
-nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato.
-Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini;
-ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la
-mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva
-largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini
-che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i
-fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo
-zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova,
-che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi,
-nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta
-dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i
-nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea
-di Francesco Petrini, per _San Spirito_; Alessandro di Francesco del
-Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per _Santa Croce_; messer
-Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per _Santa
-Maria Novella_; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli
-Albizzi, per _San Giovanni_; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser
-Francesco da Catignano.[223]
-
-Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco
-a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano
-spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però
-di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli
-assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie
-nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato
-andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a
-tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il
-che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva
-del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in
-Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive
-con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona
-guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano
-in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la
-libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere
-a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più
-amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco
-stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava
-fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al
-Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece
-cadere il partito.
-
-Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare
-il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe
-potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto
-il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale,
-con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del
-dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa,
-e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando
-inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si
-conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa
-entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di
-forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene
-assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè
-gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o
-salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni,
-e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa;
-onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi
-e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta
-difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un
-migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18
-luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli
-si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu
-danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè
-i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto
-vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme
-con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col
-nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi,
-e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli
-e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e
-a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio
-di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati
-insieme in Pescia il primo d’agosto.
-
-Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del
-Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra;
-Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul
-capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui
-un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava
-Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del
-Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come
-prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità
-che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si
-andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che
-il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi
-in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi
-dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei
-duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne
-uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata
-in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si
-dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno
-quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel
-che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i
-quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono
-che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e
-intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226]
-
-Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani
-andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando
-l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con
-parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani
-si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati,
-che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue
-pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani,
-l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il
-Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio
-da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto
-pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande
-annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece,
-che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più
-acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono
-alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia
-luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo
-che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo
-egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari
-al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse
-che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per
-accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se
-gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla
-curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato
-avevano dell’accordo.
-
-Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal
-24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva
-col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo
-aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo
-fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227]
-Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo
-stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo
-andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel
-caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla
-città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della
-più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga,
-al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora
-con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto
-pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva
-saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a
-questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a
-quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che
-del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la
-pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228]
-
-Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito
-essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci.
-Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a
-Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto
-comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero
-che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a
-combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto
-quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti
-al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i
-Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi
-dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi
-ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi
-facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati
-stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle
-mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno
-del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del
-Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di
-difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando
-lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile
-in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè
-chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo
-giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta
-con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente,
-scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo
-bastanti motivi.[229]
-
-Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette,
-aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo
-di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a
-impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori
-forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli,
-che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano
-all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che,
-facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il
-passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle
-spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale
-avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte
-di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi
-veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli
-Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San
-Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare
-in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri
-e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e
-avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a
-mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era
-condotto in quella stessa ora.
-
-Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno
-a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto
-di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti
-e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di
-artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti
-assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale,
-castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la
-via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto
-in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri
-lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte
-Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli
-fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi
-gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un
-lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè
-il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli
-Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme:
-in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la
-parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e
-dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i
-nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente
-con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più
-volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro
-Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian
-Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono
-per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe
-mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale
-percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima,
-l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto
-di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel
-tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani
-mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa
-che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia
-corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio,
-che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma
-dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro,
-già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero
-per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e
-facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto
-nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando
-il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian
-Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli
-uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli
-fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano
-lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi
-un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco
-Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad
-un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e
-la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli
-sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan
-Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico
-d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato
-seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata
-vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche
-uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il
-soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto
-Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo
-in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che
-aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero
-dei morti e feriti andasse a duemila.[230]
-
-La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze
-un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano
-disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede
-incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi;
-chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano
-in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e
-altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi
-potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla
-fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna
-del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno
-soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò
-chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta,
-e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il
-Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose
-non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il
-numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre
-ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali
-sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a
-tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato
-da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo
-capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno
-dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo
-fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo
-molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed
-eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima
-Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta,
-a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di
-questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per
-essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente,
-aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il
-messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed
-insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città
-rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di
-quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però
-sempre a tali proposte il consentimento di Clemente.
-
-Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non
-dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè
-opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare
-la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo
-obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo
-mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva
-fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora
-disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava
-le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze
-non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione
-d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva
-pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene:
-al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria
-con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di
-combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare
-ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo
-a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era
-di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli
-fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è
-tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli
-o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire
-arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo
-disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad
-un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli
-condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse
-andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in
-mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra
-sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata
-ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi
-ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè
-borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.
-
-Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più
-cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo
-o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona
-del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case
-di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i
-Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa,
-tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la
-paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza.
-Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la
-vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai:
-per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò
-indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si
-vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali
-estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della
-sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel
-tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier
-Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte
-del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna
-dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa,
-minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della
-Milizia venissero avanti.
-
-Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi
-e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di
-quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in
-trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano
-disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte
-delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati
-si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta
-per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli
-altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori
-detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà,
-e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi
-acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di
-Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal
-fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo
-antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani
-che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano
-da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo
-in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in
-essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava:
-Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere,
-vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma
-fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari
-minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo
-ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi;
-al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore
-che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano,
-alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non
-conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà
-Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la
-sua fine.
-
-La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta,
-rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi
-Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in
-mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza
-qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali
-andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi
-già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti,
-Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello
-che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di
-capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che
-dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza
-rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino
-Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini
-che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti
-sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito
-alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi
-appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo
-della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la
-Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta
-signore ed arbitro d’ogni cosa.
-
-I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da
-ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi
-avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i
-sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia
-con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e
-i fuorusciti e banditi sieno _ipso facto_ restituiti alla patria
-e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a
-brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà
-dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui
-medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla
-Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno
-ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà;
-che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il
-loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di
-restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città,
-infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro
-al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino
-fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare
-ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser
-molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il
-Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare
-in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia
-ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni;
-che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto
-di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le
-ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni
-cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante
-Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del
-Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua
-Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza
-per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale
-remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose
-furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero
-accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]
-
-
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-CAPITOLO XI.
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-FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.
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-
-Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel
-nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora
-nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori.
-Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso,
-e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze
-già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era
-prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della
-città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli
-Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza,
-comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti
-amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi,
-taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della
-città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi
-barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero
-troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche,
-dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di
-_Palle_ si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una
-nuova faccia.
-
-I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu
-serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero
-essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare
-ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco
-l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi
-da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava
-in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano
-libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui
-da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice
-fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero
-di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto
-a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio,
-da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che
-provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi
-rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi
-essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero.
-Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria,
-come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta,
-parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati
-per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la
-carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo.
-Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di
-stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati
-amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra
-si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e
-delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno
-gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.
-
-Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale
-nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con
-l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di
-Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco
-importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica
-altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria
-scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le
-solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali
-avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il
-grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici
-dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde,
-udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera
-stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al
-modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto
-da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello
-degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava
-un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse
-uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati,
-da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando
-severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande
-numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro
-accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici
-dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più
-di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione
-loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa
-furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia
-arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare
-l’antico.[232]
-
-Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del
-pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero
-entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio
-continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per
-avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto
-impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi
-due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da
-Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano
-per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano
-fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui
-vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi
-tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero
-questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli
-tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i
-Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come
-prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio;
-questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a
-vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini
-di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più
-ardenti a voler la guerra.
-
-Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e
-Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle
-due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli
-Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva
-cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli
-Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò
-i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e
-quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli
-con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e
-postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano
-dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo;
-onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero
-prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli
-stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina
-di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i
-Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di
-Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali
-senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che
-gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte
-venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a
-pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]
-
-Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila
-fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni
-presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie
-dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio
-del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune
-difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente
-che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo
-a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che
-il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che
-non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale
-mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i
-soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro
-capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano
-gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo
-che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi
-motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il
-tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose
-convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse
-altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a
-guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la
-città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi
-prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini,
-portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli
-aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia
-era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto
-aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici,
-il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta
-così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua
-villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva
-mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche
-pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore:
-della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia
-lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte,
-servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze,
-convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si
-allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di
-Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]
-
-Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o
-che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove;
-e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva
-già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo:
-imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva
-d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in
-quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato
-a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel
-Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani.
-I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi,
-e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe
-assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando
-aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli
-stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii
-di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano
-il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato,
-fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da
-Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi
-come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due
-per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti
-cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure
-avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere
-impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse
-stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di
-Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata.
-Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che
-fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a
-scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere.
-Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede
-che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà
-stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per
-contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi
-osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più
-temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando
-allora di togliere ai vinti la patria.
-
-Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che
-fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si
-aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati.
-Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli
-patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti.
-Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato
-in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva
-egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la
-via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello
-del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più
-scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa.
-Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da
-Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini.
-Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse
-pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a
-Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che
-per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini,
-ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo
-Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare
-da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San
-Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe
-il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora
-per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la
-prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del
-ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a
-molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa,
-tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a
-stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche
-d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni
-di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i
-beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e
-degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo
-i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi
-pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per
-il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro
-invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro
-titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati
-come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai
-due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che
-avevano su quello il loro sostentamento.[238]
-
-Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini,
-mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un
-tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi
-guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri
-suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo
-presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò
-e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti
-d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che
-pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei
-fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era
-Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239]
-Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano,
-dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici
-e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie
-piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano
-banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese
-e vi acquistarono qualche lustro.[240]
-
-Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori
-perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo,
-città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva
-data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si
-fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso
-la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale
-sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo:
-questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa,
-il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose
-essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi
-avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come
-ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il
-breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla
-virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle
-altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i
-Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione
-d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu
-prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni:
-ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia
-eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso
-e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio
-della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la
-quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate
-dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che
-deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero
-anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due
-anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che
-si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi
-affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.
-
-Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della
-città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa
-Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo
-Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi
-più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati
-tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa
-vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una
-guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per
-impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse
-nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi
-a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu
-accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti
-che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione
-dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano
-ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il
-Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi
-nel libro chiamato il _Cronista di Palazzo_, quello che più occorresse
-o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale
-avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei
-nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere
-estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di
-più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi
-per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini
-soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non
-empievano l’ingordigia di pochi maggiori.
-
-Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri
-capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di
-questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene
-accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il
-regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano
-di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la
-somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi
-dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro
-alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le
-forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile
-quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e
-gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di
-Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un
-altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e
-al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della
-vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che
-partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli;
-nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.
-
-Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata,
-fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale
-effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli
-si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva
-tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui
-pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati
-nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza
-ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito
-che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato,
-e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della
-sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col
-trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi
-che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze.
-Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò
-presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la
-vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo
-Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza
-passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da
-quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato
-abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le
-private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In
-questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici,
-partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace
-di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al
-quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche
-dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di
-Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio
-Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si
-era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii
-implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli
-altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli
-che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando
-per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato
-ed altri molto ricchi benefizi.[242]
-
-Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai
-quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo
-intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva
-sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da
-una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore
-con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una
-provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici,
-che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto
-in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito,
-nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave
-bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica,
-fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli
-ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di
-Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della
-città.[243]
-
-Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di
-Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al
-quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita
-sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse
-dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui
-si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere
-in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì
-richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di
-Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della
-Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano
-prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il
-Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina
-in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici,
-nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei
-magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto
-Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore.
-Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad
-essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere
-di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da
-uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre
-di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo
-d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale
-potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo
-scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore
-Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non
-avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati
-a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi
-pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati
-vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di
-appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come
-allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati
-a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore.
-Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la
-sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era
-feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo
-era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente
-gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati,
-stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o
-concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi
-negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]
-
-Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore,
-lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa
-ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi
-ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e
-portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del
-quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava
-la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei
-Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa
-andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i
-Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il
-Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina
-contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di
-Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa,
-interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al
-punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni
-più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano,
-baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti
-i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto.
-Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario
-parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che
-tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo
-popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri
-tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro
-popolo a gridare _Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca_. Questi,
-tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria;
-nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la
-quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto
-tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà
-che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non
-potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]
-
-Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles,
-ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco
-Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore,
-disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a
-rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città
-istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso
-i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di
-uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado
-e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo
-di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia
-mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver
-egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e
-in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città,
-_come lo avevano avuto i suoi maggiori_. Non accennò alla Capitolazione
-tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto
-dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace
-fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia
-da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria.
-Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le
-antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non
-dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo
-stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto
-di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In
-quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto,
-e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e
-virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè
-dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi,
-nè signori.
-
-Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto
-quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con
-questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti;
-ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente
-s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un
-consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli
-di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco
-Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi
-da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con
-le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare
-al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli
-uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo
-bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli
-ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si
-poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi
-usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini
-nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran
-Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici
-non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a
-serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno
-a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era
-più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra
-ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane
-per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene
-pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un
-Bargello; poi levare le armi ai cittadini e _non lasciarle portare a
-persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non
-studiò in altro_. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare
-gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare
-ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque
-avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano
-allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza
-questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava,
-se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più
-giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto
-Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro,
-faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la
-notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze.
-Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo,
-che è _d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri
-non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per
-trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però
-a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non
-si allontanassero_. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini,
-il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e
-famiglie tanto strettamente che _lei senza loro, nè loro senza lei, non
-possino vivere_: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con
-le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi,
-fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava
-riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]
-
-Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale
-investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè
-l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando
-con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il
-Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un
-Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in
-questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto
-ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo
-non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che
-in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma
-col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene
-d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove
-gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in
-sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra
-tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli
-eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo.
-Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo
-vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno
-più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo
-pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i
-forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249]
-e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè
-forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo
-per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il
-Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla
-città di Firenze.
-
-Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le
-armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al
-quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi
-consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni
-passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi
-i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a
-cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici,
-e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi
-domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad
-alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno
-dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti
-in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia
-del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il
-terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere
-degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti
-nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo
-il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva
-più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in
-mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come
-una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il
-Papa volesse.
-
-Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo
-Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore
-fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due
-Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto
-quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare
-al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato,
-solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici
-di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli
-ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi
-ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta
-cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo
-di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da
-tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere
-ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno
-in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza.
-Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti
-dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo
-stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza
-soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore
-sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo
-soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la
-fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si
-allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè
-nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto
-a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che
-circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per
-dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da
-questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che
-più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti
-col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo
-deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze
-sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo
-che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e
-che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più
-avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne
-fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato
-restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose
-s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato,
-noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini
-apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e
-volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto
-e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che
-vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello
-Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si
-convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu
-risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non
-potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere
-egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza
-la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco
-godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano
-alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse
-a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio
-intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251]
-
-Quindi cessata ogni pratica, mandava Clemente all’Arcivescovo di
-Capua dei suoi più fidati i quali gli aprissero tutta la mente
-sua; e poco appresso tornato Filippo Strozzi, persuadeva facilmente
-Francesco Vettori suo amicissimo. Furono anche fatti venire Francesco
-Guicciardini e Baccio Valori; e tutti questi essendo ridotti in
-Firenze, si radunò la Balìa, dove si vinse una Provvisione per cui
-fu data autorità alla Signoria d’eleggere Dodici cittadini, i quali
-insieme col Gonfaloniere di giustizia avessero per la riforma dello
-Stato e del Governo facoltà amplissima; non però accennando nel
-Proemio altro che a riforme da essere grate all’universale, come sui
-giudizi della Ruota e sulle Decime. Indi a pochi giorni, nel nome di
-questi Riformatori, usciva una Provvisione dove, _per dare fermezza al
-presente Governo e posare gli animi_, era una serie di articoli i quali
-mutavano a un tratto il governo in principato d’un uomo solo; benchè
-mostrassero, con sottile ma inutile studio, che agli aboliti Magistrati
-dovessero altri sostituirsi per voti o a sorte, com’era costume in
-Firenze.
-
-Il primo articolo provvede e ordina questo modo: «Che per l’avvenire
-in alcun tempo non si crei nè creare si debba più il magistrato della
-Signoria nè il Gonfaloniere di Giustizia, ma s’intenda dopo il presente
-mese d’aprile in tutto annullato ed estinto tal magistrato.»
-
-Col secondo articolo, la Balìa viene trasformata in un consiglio che si
-chiamò dei _Dugento_, sebbene il numero fosse maggiore.
-
-Dipoi gli stessi Riformatori del Consiglio dei Dugento traggono e
-istituiscono un Consiglio di _Quarantotto_ cittadini, col nome anche
-di Senato, i quali abbiano autorità di vincere tutte le provvisioni di
-danaro ed altre spettanti al Comune, e di eleggere ai principali ufizi
-e magistrati di dentro e di fuori. La Provvisione contiene i nomi dei
-primi chiamati a formare il Senato dei _Quarantotto_.
-
-In luogo e in vece della Signoria ordinano che abbiano ad essere
-Quattro Consiglieri, eletti di tre mesi in tre mesi dal numero dei
-Quarantotto, i quali rappresentino i Signori, e abbiano per Capo,
-con tutta l’autorità che era del Gonfaloniere, il Duca Alessandro dei
-Medici col nome di Duca della Repubblica Fiorentina, e dopo lui i suoi
-legittimi discendenti maschi, e quindi i più prossimi nella famiglia
-Medici, sempre per via di primogenitura.
-
-Il Duca in perpetuo abbia grado di Proposto nel Magistrato dei
-_Quattro_ Consiglieri, i quali nulla possano fare senza di lui o di
-persona da lui medesimo delegata, ed ogni cosa che facessero senza lui
-sia irrita e nulla.
-
-Al Consiglio dei _Dugento_ spetti di vincere le provvisioni attinenti a
-particolari persone o a Comunità del Dominio, e di eleggere agli ufizi
-minori.
-
-Nè i Quarantotto nè i Dugento, nè altri Magistrati, possano adunarsi
-senza la presenza del Duca o suo sostituto, a cui spetti di proporre
-tutti i partiti; nè ad altri sia lecito.
-
-I _Quarantotto_ e i _Dugento_ sieno a vita, e si rinnuovino per via
-d’Accoppiatori con certe forme, le quali è inutile qui descrivere.
-
-Non abbiano assegna di provvisione, ma di essi un certo determinato
-numero debba entrare nei principali Magistrati o ufizi salariati.
-
-Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e
-suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o
-benefizi che prima spettavano alla Signoria.
-
-Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei
-Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni.
-
-Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo,
-gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe
-di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con
-l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica
-fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare
-annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove
-_tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal
-popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca
-ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri_.[252] Il primo di maggio
-1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan
-Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare
-solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo
-la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro
-Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono
-con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto
-l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato
-degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo
-stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo
-giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254]
-
-
-Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato.
-Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura
-di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non
-potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da
-principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò
-a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo
-ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito
-dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi
-facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle
-industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore
-proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III,
-che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva
-presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di
-Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente
-ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il
-Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri.
-Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza
-imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo
-V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine
-uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti
-si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta
-la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo
-averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero
-crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia,
-dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di
-libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il
-fatto, Lorenzino fuggì da Firenze.
-
-Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande
-Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei
-Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al
-principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da
-sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli
-ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori.
-Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini
-appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che
-avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero
-che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro.
-Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito;
-due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame
-d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata:
-Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era
-anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi,
-come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso
-ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della
-famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran
-fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo
-tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli
-Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era
-mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti.
-Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le
-ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle
-cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna,
-ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca
-e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era
-venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo
-intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati
-Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso
-al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento
-salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove
-con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti
-vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti
-a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini,
-quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia,
-e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua.
-Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza;
-gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in
-piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati.
-Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per
-avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome
-di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi
-essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella
-sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse
-la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo
-Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia,
-e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a
-Firenze.
-
-Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e
-un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante
-mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che
-i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a
-stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle
-cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente
-una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di
-libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al
-pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra
-gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini
-reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra
-ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe
-riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte
-del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche
-di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non
-fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze
-e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un
-Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo
-di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro
-suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie
-di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a
-nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del
-negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione
-sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con
-fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo
-Granduca.
-
-Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che
-di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo
-antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora
-un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando
-per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che
-danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per
-bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un
-qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era
-in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano
-aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi
-per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno
-di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla
-regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli
-lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande.
-Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo,
-si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le
-Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi
-insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano
-come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti
-cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e
-minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la
-città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla
-nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non
-erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era
-qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di
-dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei
-signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella
-prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’
-nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite
-tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni
-fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse
-guardasse più a Roma o a Vienna.
-
-I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero
-del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole
-da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha
-ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute
-nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo
-noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe
-negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella
-Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto
-finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti
-dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero
-alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per
-arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa
-essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi,
-e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in
-Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode
-migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli
-scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente.
-Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata
-informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede
-il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici,
-e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro
-fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire.
-Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi
-che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di
-Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio
-d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come
-uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei
-Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle
-Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste,
-nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni;
-qui si udirono per la prima volta le Opere in musica.
-
-Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del
-resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il
-prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose
-e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai
-condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci
-tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre
-generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la
-città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli
-Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio
-attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze
-insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti:
-avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei
-commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso
-affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato
-alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala
-usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno
-fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la
-marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si
-acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona,
-sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando
-I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una
-sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici.
-
-Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava
-finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la
-Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di
-vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state
-sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia
-fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di
-ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora
-delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si
-radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da
-un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata
-che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era
-tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono
-potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un
-mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo
-della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad
-imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello
-scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più
-intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella
-nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con
-maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e
-tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò
-un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i
-poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi
-ebbe l’Arcadia impero assoluto.
-
-Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti
-della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante
-ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e
-si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal
-principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i
-ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio
-d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e
-di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e
-d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede,
-secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero
-interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si
-disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che
-non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il
-paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo
-di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra,
-come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine
-costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone
-protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta
-solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a
-quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate;
-dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di
-regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo
-il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto
-dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea
-nell’anno 1737.
-
-Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome
-del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi
-l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi
-e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro
-principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio
-di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a
-quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio
-tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei
-nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono
-a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e
-prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini
-senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta
-in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che
-poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo
-Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia;
-nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto,
-che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli
-altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva
-nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni
-stranieri.
-
-Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche
-traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti
-da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo
-corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che
-riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca,
-venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne
-miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta.
-Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio
-quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme
-lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e
-l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a
-minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo
-l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli
-permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di
-giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò
-unico esempio.
-
-Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea
-di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le
-leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da
-un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che
-spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene
-accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la
-ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi
-prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del
-contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli
-animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè
-dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne.
-
-Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre
-visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe,
-una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo
-angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del
-bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano
-imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo
-e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto
-più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i
-consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee
-nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili
-furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci
-avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui
-l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come
-uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto
-per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi
-Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in
-sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale
-intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che
-attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse
-egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai
-Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta
-all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui
-prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle
-por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di
-quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la
-libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva;
-dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui
-piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte
-a quelle del Padre.
-
-Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne
-commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue,
-anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto
-all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati.
-Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo
-più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia;
-di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo
-allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni
-con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il
-vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione
-Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva
-un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e
-quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana
-poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti
-egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui
-nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed
-un’allegrezza senza contradittori.
-
-Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da
-parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può
-dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana
-era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto
-ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò
-il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e
-lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia
-toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo
-si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe
-ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le
-idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e
-i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a
-conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti
-inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera
-che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e
-dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma
-già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia
-ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava;
-sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per
-una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione
-d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè
-la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di
-fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento
-ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia.
-Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere
-e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi
-anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa
-d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più
-altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò
-l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte
-giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto
-gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana
-quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto
-più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse
-ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai
-a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè
-adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento,
-non manchi a sè stessa.
-
-
-
-
-APPENDICE DI DOCUMENTI
-
-
-Nº I.
-
-(Vedi pag. 8.)
-
-_Oratoribus apud Regem Francorum d. Guidantonio Vespuccio et Petro
-Capponio, vii mai 1494_.
-
-(Dal Registro di _Lettere dei Dieci_, ad an., nell’Archivio di Firenze.)
-
- Poi che, a dì XXVI del passato, vi scrivemo ultimamente quello
- ci occorreva, et vi mandamo copia della legha habbiamo con il
- Re di Napoli, come ci richiedesti, habbiamo ricevute due vostre,
- de’ dì XXVIII et XXIX del passato; per le quali particularmente
- restiamo advisati di quanto per insino allhora havessi ritracto
- del successo delle cose di costà: in che restiamo satisfacti assai
- della diligentia vostra. Aspectiamo adviso da voi habbiate havuto
- di poi audientia dalla Cristianissima Maestà et a quella exposto
- le commissioni iniunctevi li nostri Signori, et di tucto ci harete
- dato particularmente notitia.
-
- Da Roma, a dì passati, fumo advisati come il Cardinale di San
- Piero ad Vincula, _clandestine et noctis tempore_, si era partito
- da Hostia, in su uno brighantino armato, la persona sua con uno
- suo solo scudiere, con argenti assai, et per quanto si dicessi,
- con buona somma di danari. Della qual cosa il Papa et tucta la
- Corte ha preso admiratione et dispiacere assai; _et presertim_
- essendosi per conclusa in buona forma la causa sua con il Papa, et
- nel modo che lui medesimo havea saputo domandare. Donde il Papa
- havea determinato expugnare Hostia, et a questo effecto vi havea
- mandato buon numero di provigionati et di cavalli leggieri socto
- il ghoverno del Conte di Pitigliano; il quale di già havea havuto
- la terra, et ordinava piantare le bombarde che vi havevono condocte
- alla rocha: et aspectavono ad ogni hora lo aiuto che ’l Re Alphonso
- havea promesso molto liberamente mandarli per mare et per terra,
- di navili, di gente et d’artiglierie; il quale venuto speravamo in
- brevi di havere Hostia nelle mani.
-
- Domenica passata, entrorono li ambasciadori del Christianissimo Re
- di Francia et furono Monsignore Dubignì, il Generale di Francia,
- Presidente di Provenza, et Peron di Baccé, con circa cento chavalli
- in loro compagnia. Furono et nello entrare et nello alloggiare
- honorati convenientemente, secondo la consuetudine della città.
- Lunedì appresso, accompagnati da buon numero de’ principali de’
- nostri cittadini, vennono in Palazo ad visitare li nostri Signori,
- et exposono la loro commissione latina, et fu lo expositore il
- Presidente di Provenza; et fu quasi nella infrascripta sententia.
- _In primis_, che quella Christianissima Maestà molto amorevolmente
- mandava salutando questa Signoria et universalmente tucta la
- Comunità, come suoi antichissimi amici et collegati; offerendo
- appresso, molto liberamente et ampiamente, le facultà sua et di
- gente d’arme et di qualunche altra cosa oportuna, per aiuto et
- defensione di questa Signoria et della nostra libertà da qualunche
- la volessi offendere et molestare, _quocunque modo_. Sobgiugnendo
- come, per esser pervenuto il Regno di Napoli, _iure hereditario_,
- nella Maestà di quello Christianissimo Re (come era suto declarato
- et deciso da molti de’ loro doctori et altre persone pratiche, le
- quali havevono tritamente intese et examinate le sua ragioni); per
- questo la Sua Maestà havea al tucto deliberato voler recuperare
- nelle man sue quel Regno di Napoli, come cosa che legitimamente se
- li aspectava et apparteneva. Et volendo a questo effecto fare la
- impresa conveniente, et mandare li exerciti delle sua genti d’arme
- per mare et per terra, havendo di già dalla parte sua et in suo
- favore alchune delle potentie di Italia; desiderava la Sua Maestà
- d’intendere da noi da qual parte volessimo essere et declararci,
- dalla parte sua (come quella certamente si persuadeva, respecto
- all’amicitia et observantia etc, per molti benifici havuti questa
- città dalla Casa loro), o veramente dalla parte del Re Alphonso.
- Et appresso, che disponendo del tutto la Sua Maestà prosequire
- la impresa, ci richiedeva di consiglio, favore et aiuto; et oltre
- acciò, di passo, commeato et vettovaglia per lo exercito suo, con
- li loro danari. Pregando che a questi capi et effecti principali
- dovessimo bene declarare l’animo nostro et darne loro aperta et
- resoluta risposta. Parse a’ nostri Signori, per allora, rispondere
- generalmente secondo le cerimonie et termini consueti, et pigliar
- tempo ad rispondere; significhando a epsi oratori che, per essere
- la expositione loro di momento assai et importantissima, questa
- Signoria la volea comunichare et consultare secondo la consuetudine
- della città, servata sempre _in rebus gravissimis_, con buon
- numero de’ primi cittadini della città, con consiglio de’ quali
- sarebbe loro facta conveniente risposta. Et così la Signoria,
- convocati hieri in Palagio il Consiglio de’ LXX et oltre acciò
- tucti li veduti et seduti Gonfalonieri di iustitia, da XXXIIII
- anni in su, che fu copiosissimo numero, a’ quali proposta la
- sententia della expositione et requisitione de’ prefati oratori di
- Francia; la Signoria richiese parere et consiglio, da’ convenienti
- cittadini, di quello che fussi da rispondere a epsi oratori, circa
- le requisitioni facte. I quali cittadini, dopo matura examine et
- consultatione fra loro, tucti _unanimiter et concorditer, nemine
- discrepante_, concorsono et si conformorono, dover far tale
- risposta in scriptis, in questa formale sententia, come vedrete
- per l’alligata copia vi se ne manda. La quale consultatione et
- resolutione, la Signoria, mandati buon numero di cittadini per
- epsi oratori, i quali, condocti in Palagio, alla presentia di
- tucti li sopranominati cittadini; la Signoria, dopo alchune brevi
- et accomodate parole, rimettendosi alla risposta _in scriptis_,
- la fece loro leggere per il Cancelliere; et dipoi, soscripta
- et suggellata l’assegnorono a’ decti oratori. I quali, dopo
- lo essersi alquanto ristrecti insieme, dimostrando non restare
- satisfacti di tale risposta, per non corrispondere a quello che
- il loro Christianissimo Re si persuadeva di questa città, per
- molti rispecti etc.; dixono che ne adviserebbono la Sua Maestà,
- mandandoli la decta risposta, della quale loro erano certissimi
- che epsa non rimarrebbe punto nè bene contenta nè satisfacta. Et
- così, presa buona licentia, se ne tornorono al loro alloggiamento;
- et hoggi dopo mangiare disegnono partirsi per verso Roma. Sonsi
- partiti li oratori et ne vanno stasera ad San Casciano.
-
- Scrivendo, habbiamo le vostre del primo dì, per le quali intendiamo
- come non havevi havuto ancora audientia dalla Christianissima
- Maestà et le cagioni perchè. Così habbiamo inteso quello scrivete
- del successo di costà, et come non affermate nulla di certo, per
- non ne potere fare alchuno vero iudicio con buon fondamento.
-
- Per questa cagione et non havere voi havuto audientia, a noi
- non occorre significarvi altro; et la copia della risposta facta
- vi mandiamo. Non s’è mandata perchè la comunichiate altrimenti,
- ma solamente per vostra informatione, et ad fine che (essendone
- domandati o essendo interpretata a diverso senso) possiate, come
- bene informati della intention nostra, rispondere et iustifichare
- secondo occorressi; perchè, come vedrete, la risposta non è punto
- difforme alle Commissioni vostre.
-
-
-Nº II.
-
-(Vedi pag. 12.)
-
-_Littere Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi
-de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii,
-Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die_ V _novembris_
-MCCCCLXXXXIIII.
-
-(Dal Registro di _Legazioni e Commissioni_ ec., ad an., nell’Archivio
-di Firenze.)
-
- _Carolo Regi Gallorum._
-
- Serenissime etc. Etiam hos quinque legatos mittimus ad te, fratrem
- Hieronymum Savonarolam predicatorem insignem, Tanai Nerolum,
- Pandolfum Rucellarium, Petrum Caponium et Ioannem Cavalcantem,
- nobiles cives nostros. Ex his mandata quæ a nobis ad te habeant
- melius coram intelliges quam nos scriberemus. Commendamus tibi
- urbem et populum nostrum tui observantissimum virtutisque et
- fælicitatis admiratorem. Ex Palatio nostro etc.
-
- _Mandata quinque suprascriptorum Oratorum
- ad Carolum Regem Francorum._
-
- Anderete a ritrovare la Maestà del Christianissimo Re di Francia
- con ogni possibile celerità; et giunti, intenderete dagli altri
- nostri ambasciadori, che si trovano appresso alla Sua Maestà, in
- che termine sieno le cose nostre colla Maestà sua, maximamente
- circa le domande facte da lui et delle forteze et della gente
- d’arme et del danaio che ne ha domandato; et trovandone facta
- conclusione ferma, non harete in questo adoperarvi altrimenti.
- Ma giugnendo a tempo che ancora non fussene facta conclusione,
- sarete colla Maestà del Re, insieme con quelli che si truovano
- quivi o senza loro, come o a loro o ad voi fusse paruto meglio;
- et presentato la lettera della credentia harete con questa, et
- facto le prime convenienti cerimonie et parole che parranno alla
- prudentia vostra, interrete in questa materia et ingegneretevi fare
- tucte queste sue petitioni migliori che vi sarà possibile per la
- città nostra: dandovi in questa parte libera auctorità et absoluta
- di fare et dire tucto quello che vi occorrerà, per la salute di
- questa città. Habbiamo in Dio principalmente, da chi viene ogni
- salute et ogni bene, grandissima speranza, et nella nostra opera;
- la quale stimiamo che ci habbi ad liberare da ogni pericolo et dare
- tranquillità ad questa città.
-
- Quella parte che diciamo di sopra che, trovato facto ferma
- conclusione delle petitioni della Maestà del Re, non intendiamo
- per quello che è sopradecto diminuire in alcuna parte la vostra
- auctorità: ma potendo anchora in tal caso opera alcuna colla Sua
- Maestà, come habbiamo fede nella prudentia et bontà vostra; ne
- farete ogni opera. Et in questo ancora saranno maggiori e vostri
- meriti inverso la vostra patria.
-
- Et harete ad mente, come cosa molto importante che, se le offese
- non fussino levate in ogni luogo et ancora in Romagna, che per
- clementia della Maestà Sua et vostra intercessione sieno levate
- et tolto a questo popolo divotissimo di Sua Maestà questo tumulto
- dell’arme et renduto alla sua consueta quiete, sotto l’antiquissima
- protectione di Sua clementissima Maestà, et naturale observantia et
- culto nostro in verso della Christianissima Maestà Sua.
-
- Harete ad mente alla porta fare rogare la partita vostra etc.
-
-Non sapevano se Piero dei Medici fosse tuttora presso al Re, nè se
-gli Ambasciatori troverebbero le cose fatte. Quindi erano incerte le
-Istruzioni, rimettendo alla prudenza degli Ambasciatori stessi tutta la
-condotta dell’arduo negozio: ma nondimeno usano un linguaggio netto e
-dignitoso che fa onore alla Cancelleria della Repubblica.
-
-
-Nº III.
-
-(Vedi pag. 149.)
-
-TRATTATO SEGRETO DI CONFEDERAZIONE TRA PAPA LEONE X E CARLO RE DI
-SPAGNA, SOTTOSCRITTO IN ROMA A’ DÌ 17 GENNAIO 1519.
-
-(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole
-che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.)
-
-CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20
-GENNAIO 1519.
-
-(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.)
-
-
-Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume
-dell’_Archivio Storico Italiano_ (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso
-agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i
-manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani,
-che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli.
-
-I motivi pe’ quali ebbe il Papa a desiderare più stretta lega con
-Carlo di Spagna, si trovano esposti in questo terzo tomo, pag. 149,
-nè più si ha dai Copialettere che, di pugno dell’Ardinghelli, stanno
-fra’ manoscritti Torrigiani; dove neppure è cenno delle trattative
-che naturalmente precedettero quella Lega: che non passassero per
-la mediazione del cardinale Egidio, ch’era Legato presso il Re
-Cattolico, ma per le mani di qualche altro negoziatore; o piuttosto,
-che l’ambasciatore di Carlo ne trattasse in Roma personalmente col
-Papa. Ben altrimenti andò la cosa per la Lega col Cristianissimo. Stava
-presso di lui, come Legato pontificio, il cardinale Dovizi da Bibbiena:
-a lui scriveva da parte del Papa, e anche in nome proprio, il cardinale
-Giulio de’ Medici.
-
-Leone X, e come papa e come Medici, aveva molto da sperare per parte
-del Cattolico, alla Corte del quale disegnava mandare il giovinetto
-Ippolito, e «darglielo in perpetuo per servitore;» tanto più quando
-ebbe inteso che, vivente ancora Massimiliano, gli Elettori pensavano
-di dare a Carlo il titolo di re de’ Romani, e così agevolargli la
-via all’Impero. Questo confortava il Papa a carezzare lo Spagnolo;
-di che Francesco si mostrava geloso. Luisa di Savoia, madre di
-lui, non ne taceva al Bibbiena; al quale commetteva di scrivere
-a Leone X, che «avvertisse a tutte le pratiche che tiene con gli
-altri Principi,» perchè la corte di Francia era bene avvisata «delle
-cose che si trattano in tutte le bande.» Rispondevano da Roma: non
-avere il Cristianissimo cagione di sospettare del Papa; al quale
-pur conveniva non scoprirsi tutto francese, e anzi intrattenere
-«con qualche amorevolezza gli altri Principi:» essere gli Elettori
-disposti a nominare Carlo in re de’ Romani, e alla dieta di marzo 1519
-si pubblicherebbe: avere Carlo scritto al Papa fino dal settembre
-del 1518 dandogli parte della futura elezione, e domandandogli la
-conferma dell’investitura di Napoli, dalla quale, per antico patto,
-l’eletto re de’ Romani verrebbe a decadere: essergli stata finalmente
-dall’Imperatore domandata la corona senz’obbligo di venire a prenderla
-in Roma; e avere il Cattolico unite le proprie alle istanze di Cesare.
-Aggiungevasi, che il Papa non aveva promesso nè l’investitura nè la
-corona; pur vedendo il pericolo che porterebbe il rifiuto. E poichè
-dalla parte di Francia si esortava il Papa a non compiacere nè il
-Cattolico nè Cesare; Leone faceva domandare al Cristianissimo quali
-aiuti sarebbe disposto a dargli, quando quei potentissimi volessero
-vendicarsi del suo rifiuto.
-
-«Nostro Signore (scriveva a’ 3 dicembre 1518 il Vicecancelliere
-Cardinale de’ Medici al Bibbiena) ha molto bene da pensare et misurare
-più d’una volta come si metta ad negare queste domande et offendere
-queste due Maestà tanto nel vivo, provocandoseli imperpetuo inimici,
-senza sapere al certo dove possi ricorrere per adiuto quando da loro
-fussi sforzato o infestato, havendo maxime el Catholico molti modi
-facili da offendere la Chiesa et Sua Santità, sanza che se li possi
-reprobare che da lui vengha tala offesa; perchè la vicinanza del Regno
-di Napoli et la parte grande che hanno in questi Baroni di Roma, et
-maxime ne li Colonnesi, possono in un punto con piccola cosa molestare
-Sua Santità et le terre di Roma: et quando più copertamente anchora
-volessino farlo, non manca travagliare lo Stato di Siena sotto colore
-et protectione di Borghese, et apiccare il foco in Toscana, et nel
-transito di qua con le loro gente fare qualche disordine. La S. V.
-mi potria respondere, che il Cristianissimo sarà quello lui, che,
-quanto a le forze, è potente ad removere ogni iniuria, et desposto ad
-farlo, et lo desidera, et di già lo ha promesso. A questo l’ultima mia
-lettera potria replicare ad sufficentia, che se Nostro Signore vede
-li Franzesi procedere con sì poco respecto de lo honore et dignità
-di Sua Beatitudine in un tempo che epsa ha poco bisogno di loro; che
-coniectura si può fare che habbino ad essere poi quando Sua Santità si
-troverà in necessità, et havere offeso tucti questi altri ad petitione
-di Francia? Non voglio anchor tacere, ad ciò che V. S. non creda che
-questo punto si sia passato senza considerarlo, che se Nostro Signore
-col negare la corona a Cesare et col non potere S. M. venire per epsa
-a Roma, et con qualch’altro impedimento si interrompessi et variassi
-questa electione del Catholico; forse quelli Electori potrieno fare
-novi pensieri, et volgersi con la fantasia al Cristianissimo con quelli
-mezi che si sono usati per il Catholico, et con maggiori et più potenti
-anchora, quanto Francia ha più che dare et più che promettere che
-Spagna: et se oltre a la auctorità et grandeza ordinaria che si trova
-ne la corona di Francia, vi si adiungessi questa altra extraordinaria
-de lo Imperio, Nostro Signore conosce molto bene che il Cristianissimo
-andrebbe in cielo, et in tucto Sua Santità resterebbe a discretione
-ec. Nondimeno, con tucte queste considerationi che, come ho decto,
-non si passano per ignorantia; poi che una volta si è inclinato et
-unito con S. M., et così si starà constantemente; et quando trovassi
-riscontro, di novo si unirebbe et colligherebbe più strectamente,
-riposandosi in su la fede et iuramento di S. M., et in su una certa
-ragione naturale, che per exaltarlo et farli bene non havessi ad patire
-et ad ricevere danno o vergogna; et quando di novo si capitulassi con
-honore et commodo de l’uno et de l’altro, et si levassi via materia
-di generare diffidentia et mala contenteza, si potrebbe confidare che
-la capitulatione havessi ad durare et essere observata. Verbigratia,
-chiarire lo articulo di Milano, che di queste cose spirituali o simili,
-che domandano, non si parlassi et la Sede Apostolica vi havessi quella
-auctorità che si conviene: che li ribelli non si racceptassino nè
-da le parte, nè da subditi o feudatarii ec.: che la cosa dei Sali si
-observassi in tucto: che le cose di Ferrara si stessino come le stanno;
-et che il Re si obbligassi ad defendere in facto tucto quello che tiene
-et possiede hoggi Nostro Signore, et non solo con 500 lance et XII.^M
-ducati el mese, ma con tucto quello che fussi di bisogno, et si facessi
-in tempo et in modo che giovassi; che sapete nel subsidio di Urbino
-come passorono le cose; et che Sua Santità non sia molestata poi con
-domande extraordinarie ec. In tal caso Nostro Signore parteciperebbe
-sempre tucto quello che intendessi da ogni parte, et non piglierebbe
-alcuno partito sanza consiglio del Cristianissimo, et in queste cose
-di Cesare et del Catholico si governerebbe come paressi a Sua Maestà;
-penserebbe di continuo a la exaltatione del Re, indicando che in
-epsa fussi coniuncta quella de la Sede Apostolica et de la Casa sua.
-A Nostro Signore è parso aprirvi tucto el suo secreto, et chiarirvi
-meglio la ultima mia lettera.»
-
-A questa lettera, che racchiudeva la sostanza dei Capitoli da
-stipulare, ne tenne dietro una del cardinal Giulio, più aperta e alle
-cose temporali più accomodata. Esagerando il pericolo in cui si metteva
-il Papa col negare a Cesare di mandar la corona, e di confermare
-l’investitura al Re di Spagna quando fosse eletto Re de’ Romani, non
-s’astiene di parlare col Bibbiena del danno che potrebbe venirne a
-Casa Medici; perchè il Cattolico offeriva un Ducato di quindici o
-ventimila ducati liberi a Lorenzo de’ Medici, e a Ippolito uno Stato
-della rendita di seimila; occasioni (scriveva Giulio) che, «non che
-a la vita di un papa, ma non tornano in mille anni; et chi non le sa
-pigliare al tempo, invano si sforza poi di andare lor dreto.» Questa
-lettera è de’ 21 dicembre. Ai 30 poi dello stesso mese «Sua Santità
-(scriveva il Vicecancelliere al Legato) va di mano in mano togliendo
-la speranza a li Spagnoli del mandar la corona a Cesare, per esser
-cosa extraordinaria, et havendo compreso quanto questo prema al
-Cristianissimo: ma quella Maestà ha bene ad pensare che Nostro Signore
-non può in su le spalle sue reggere questo peso, et ha da fare dal
-canto di S. M. in modo che il Papa intenda potere securamente negare,
-et restare con lo animo quieto.»
-
-Così tutto il mese si andò stringendo il trattato. A’ 19 gennaio
-scriveva il Cardinale Giulio al Bibbiena, confortandolo «a non perder
-tempo di redurre a particulari quel tanto che vole fare S. M. circa
-al novo restringimento di Nostro Signore col Cristianissimo.» Ma lo
-spaccio non era ancora partito, che il Cristianissimo consegnava al
-Bibbiena la Capitolazione da lui sottoscritta il 20. Al Papa giunse il
-documento autentico con le lettere del 4 di febbraio, mentre si trovava
-alla Magliana. Non gli parve che i Capitoli contenessero quanto avrebbe
-desiderato; ma fidando nelle buone disposizioni del Re, ratificò i
-Capitoli, e ne mandò al Bibbiena un esemplare sottoscritto di sua
-propria mano e suggellato coll’anello del Pescatore.
-
-Queste notizie tanto precise e tanto chiare intorno alla Capitolazione
-col re Francesco I, destano in noi un grave dubbio quanto al Trattato
-con Carlo di Spagna. Abbiamo voluto qui a ogni modo ripubblicarlo,
-perchè nel buio di quei viluppi e in quei giorni tanto decisivi, giova
-sottoporre agli storici ogni documento atto a recare una qualche luce.
-Ma noi crediamo che qualche cosa dovesse nascere tra ’l 17 e il 19
-gennaio perchè il Trattato a cui l’Ardinghelli aveva già ogni cosa
-preparato e fino alle parole che Leone X doveva aggiungere al suo nome,
-cotesto Trattato non avesse altro seguito e non andasse in Ispagna
-mai per la sottoscrizione del Re. Nè pare a noi che altro motivo si
-debba cercarne fuori della morte istessa di Massimiliano, avvenuta
-l’11 di quel mese, la quale saputa in Roma tra ’l 17 e il 19 facesse
-rompere il Trattato con Spagna, perchè nell’imminenza d’una elezione
-all’Impero, nè il Papa voleva troppo impegnarsi, nè fare troppo; nè
-si fidava che il Trattato restasse segreto, nè avrebbe sofferto di
-romperla in modo scoperto e irrevocabile con Francia. Qui frattanto
-la morte medesima saputa in quei medesimi giorni persuase a rompere
-ogni indugio che ritardasse la Capitolazione; e al re Francesco fece
-scrivere di propria mano, come si vedrà più sotto, quelle parole tanto
-sviscerate verso il Papa, del quale Francesco aveva bisogno o che
-poteva assai giovargli nella elezione ora imminente di un imperatore.
-S’aggiunsero gli stimoli del Bibbiena, che tutto Francese, appena udita
-la morte di Massimiliano, si affrettò a stringere quell’accordo prima
-che da Roma gliene fossero pervenute le istruzioni; allora, cred’io,
-cominciò a perdere il Bibbiena la grazia del Papa. Gli altri negoziati
-dovevano essere corsi personalmente tra l’Ardinghelli e lo Spagnolo
-Ambasciatore in Roma: rotti una volta, non ne rimase alcuna traccia,
-e ai 19 l’Ardinghelli potè scrivere in Francia con nuove istanze per
-la Capitolazione, la quale poi giunta innanzi tempo e non come il Papa
-l’aveva voluta, fu da Leone ratificata per la meglio e per non rimanere
-solo, trovandosi avere offeso ad un tempo i due possenti competitori.
-Queste cose delle quali ora solamente abbiamo notizia, ci spiegano per
-quale motivo il Trattato con Carlo di Spagna rimanesse tra le carte dei
-ministri di Leone X come Atto che mai per circostanze sopravvenute non
-giunse ad avere la sua perfezione.
-
- I.
-
- Cum inter Sanctissimum Dominum nostrum Leonem, divina providentia
- Papam Decimum, et claræ memoriæ Ferdinandum, Aragonum atque
- utriusque Siciliæ Regem Catholicum, dum viveret, fuerit bona et
- sincera intelligentia, cupiantque eandem tam Sanctissimus Dominus
- noster, sua in Carolum, Castellæ, Legionis, Granatæ, Aragonum
- et utriusque Siciliæ Regem charitate, quam præfatus Serenissimus
- Carolus regnorum præfati Ferdinandi non solum successor sed illius
- in Sedem Apostolicam ac Sanctissimum Dominum nostrum devotionis
- imitator, inter ipsos conservare, et in dies augere; præfati
- Sanctissimus Dominus noster et Serenissimus Carolus Rex, ad laudem
- omnipotentis Dei, eiusque Matris gloriosissimæ Virginis Mariæ, ac
- beatorum Apostolorum Petri et Pauli, totiusque Curiæ cœlestis,
- ad infrascriptam capitulationem sive ligam et confœderationem
- devenerunt.
-
- 1. Imprimis, quod inter præfatum Sanctissimum Dominum nostrum et
- Serenissimum Regem sit bona firma perpetua et inviolabilis liga,
- confœderatio et intelligentia, ad vitam utriusque duratura, et ad
- mutuam defensionem.
-
- 2. Item conventum est, quod præsens liga et confœderatio sit
- principaliter ad defensionem personæ, dignitatis et auctoritatis
- Sanctissimi Domini nostri et Sanctæ Sedis apostolicæ.
-
- 3. Item, quod ad invicem sint obligati, tam Sanctissimus Dominus
- noster quam Rex Serenissimus, defendere ac tueri personam,
- dignitatem et singula regna, status et loca quæ tam Sua Sanctitas
- quam Rex præfatus tenent et possident de præsenti in Italia; et
- si qua alia recuperarent nunc per alios occupata seu possessa,
- omni auctoritate Consilio et favore et auxiliis, videlicet lanceis
- quingentis, peditibus vero tribus mille vel eorum loco, singulo
- quoquo mense ducatos decem mille. Hoc autem intelligatur, cum
- altera pars bello proprio non vexaretur: quo casu, si ita occupata
- esset in rebus propriis defendendis; quod non sufficeret præstare
- præfata auxilia, non teneatur ad prædictam taxationem, sed tantum
- ad ea quæ prestare aut tribuere posset, procedendo sincere, omni
- remota fraude et dolo. Et ex abundantia paternæ charitatis qua
- præfatum Serenissimum Regem complectitur promittit etiam Sua
- Sanctitas, quod, si contigeret Maiestatem suam gravissimo bello
- vexari in regnis quæ de præsenti extra Italiam obtinet, ita quod
- ad ea defendenda ipsius Regis vires sufficere non viderentur; se
- non denegaturam Maiestati suæ decimas ecclesiasticas in regnis suis
- Hispaniarum, ad illud bellum sustinendum.
-
- 4. Item, quod neuter eorum possit tractare aut concludere
- aliquid cum aliquo alio rege, principe, potentatu, comunitate aut
- populo, in alterius præiudicium et quod præsenti capitulationi
- contraveniret.
-
- 5. Item, quod præsens confœderatio sive liga inter Sanctissimum
- Dominum nostrum et Serenissimum Regem, per quascumque alias
- confœderationes et ligas non intelligatur quoquo modo labefactata
- seu aliquantulum diminuta, sed semper in suo robore et vigore
- permaneat, ad vitam utriusque duratura, ut præfertur.
-
- 6. Item, quod præsens capitulatio sit secreta et nemini publicetur,
- nisi in eventum contraventionis, quod Deus avertat.
-
- 7. Item conventum est, ad tollendam omnem occasionem dissensionis
- vel scandali, ut neutri parti liceat assummere aut retinere in
- protectione aut tutela, absque permissione expressa et consensu
- alterius partis, aliquem subditum vel vassallum, mediate aut
- immediate, alterius; et hoc ut subditi et vassalli magis obedientes
- et fideles sint proprio Domino. Immo, si contingeret alteram
- partium velle punire aut castigare aliquem rebellem et inobedientem
- subditum vel vassallum, egeretque auxilio alterius ad id commodius
- faciendum, peteretque id sibi praestari, teneatur ab altera ea
- auxilia vel medietas eorum tribui, quæ superius pro utriusque
- defensione sunt expressa.
-
- 8. Item, quia præsens status Reipublicæ Florentinæ ita unitus est
- Sanctissimo Domino nostro, ut merito arbitrari possit unum et idem
- esse cum statu et dominio proprio Suæ Beatitudinis; conventum est,
- illam Rempublicam et eius præsentem statum eodem modo contentum et
- comprehensum esse in dicta confœderatione quo et status et dominium
- ecclesiasticum.
-
- 9. Item conventum, ut neutri parti liceat recipere aut permittere
- habitare in regnis aut in dominiis suis aliquem hostem alterius,
- sine consensu et permissione alterius partis, excepta Urbe quæ
- semper communis patria est habita. Pariter nec licebit, aliquem
- offendere aut oppugnare aliquem confœderatum aut protectum ab
- altera parte, dummodo non sint ex his qui supra excepti sunt.
-
- 10. Item conventum, ut utraque pars accipiat et pro accepto habeat
- protectionem et defensionem illustrissimi domini Ducis Urbini,
- Sanctissimi Domini nostri nepotis, personæ videlicet, loci et
- præminentiæ quam obtinet in Republica Fiorentina, et statuum tam
- quos nunc habet quam habere contingeret; defendendo ipsum iisdem
- viribus, si opus esset, quibus utraque pars se defendere tenetur.
-
- 11. Item, quia magnifici domini confœderati Helvetiorum sunt
- devotissimi et observantissimi filii Sanctos Sedis Apostolicæ et
- Sanctissimi Domini nostri, confœderatique Suæ Beatitudinis, et boni
- amici etiam Serenissimi Regis Hispaniarum; conventum est, ut ipsi
- sint contenti et expresse nominati in præsenti confœderatione:
- ita quod non liceat ulli parti aliquid moliri aut agere adversus
- ipsos, sed ab utraque parte foveri ac defendi debeant, si ab alio
- quopiam lacesserentur, omni authoritate, gratia et favore prout
- eorum necessitas exigeret, ut bonos filios, amicos, et confœderatos
- decet: quos ut confœderatos peculiares et devotissimos filios, ex
- nunc, Sanctitas Sua et Rex Catholicus nominant et exprimunt; et
- pariter Catholicus Rex Electores Sacri Romani Imperii nominat.
-
- 12. Item, cum ad dignitatem Sanctæ Romanæ Sedis faciat, rem et
- auctoritatem Catholici Regis quam amplam esse, ut, cum sors tulerit
- (ut quandoque tulit) et ortam in Sancta Ecclesia seditionem et
- bellorum motus compescere possit, multaque officia Sanctæ Romanæ
- Sedis iure merito in Catholicum Regem collata fuerint, neque
- ab aliquo magis servari debeant quam ab eo qui haec contulerit;
- pollicetur Sanctitas Sua, in verbo Romani Pontificis, se omnia quæ
- nunc tenentur a Catholico Rege, sive possidentur, tam in Italia
- quam extra Italiam, tempore modo et forma quibus supra dictum est,
- sine exceptione aliqua, defensuram.
-
- 13. Item conventum, quod ob præsentem confœderationem et
- conventiones in ipsa contentas, superius expressas, non
- intelligatur præiudicatum esse aliquo pacto, ullis conventionibus
- aut obligationibus quæ inter prædictas partes, aliis de causis
- vel rationibus, sunt aut esse possent; similiter nec cæteris
- confœderationibus et conventionibus quas prædictæ partes habere
- possent cum aliis regibus, principibus aut potentatibus, nisi
- in quantum illæ aut conventiones in illis contentæ præsenti
- confœderationi et conventionibus contravenirent.
-
- 14. Item, quod de capitulis præsentis confœderationis fiant duo
- exemplaria, manu propria, apud præfatum Sanctissimum Dominum
- nostrum, Regis Serenissimi oratoris subscripta; quorum unum, manu
- Sanctitatis Suæ ac sigilli sui sub annulo piscatoris impressione
- munitum, Regi Serenissimo tradatur; alterum vero manu præfati Regis
- subscribatur et sigilli sui impressione muniatur, ac Sanctitati
- Suæ consignetur; quibus indubia fides cum omnimoda aucthoritate
- adhibeatur. Et præfatus Sanctissimus Dominus noster sub verbo
- Romani Pontificis, et Serenissimus Rex sub fide regia iurabunt, et
- Deo vovebunt, ad unguem observare, et adimplere omnia et singula
- capitula praedicta et in eis contenta, absque aliqua verborum
- interpretatione, sed sempliciter et de plano prout iacent.
-
-
- Nos Leo, divina providentia Papa Decimus, omnia et singula capitula
- suprascripta et in eis contenta acceptamus, confirmamus, approbamus
- ac observare, in verbo Romani Pontificis promittimus. Et in fidem
- præfatorum omnium etiam manu nostra propria subscripsimus. Datum
- Romæ, apud Sanctum Petrum, sub annulo piscatoris die xvii ianuarii
- 1519, Pontificatus nostri anno sexto. Ita promittimus.
-
- P. ARDINGHELLUS.
-
- II.
-
- Quamvis amicitiæ et intelligentiæ, quæ bona voluntate ac sincero
- animo fiunt, nullis aliis vinculis egent, cum ex se ipsæ immotæ
- integræque perdurent, ne tamen aliquid nasci possit quod eas
- turbet aut interrumpat, magnæ prudentiæ est illas quam arctissime
- uniri astringique, ita ut nullo unquam casu variare possint. Atque
- illæ precipue strictius uniri ac ligari debent, quæ non tantum
- ad utriusque partis sed ad universæ etiam Reipublicæ Christianæ
- beneficium et commodum faciunt, ut hæc est Sanctissimi D. N.
- Leonis Decimi, excelsorum Dominorum Florentinorum, illustris
- Domini Laurentii Ducis Urbini et nobilissimæ familiæ de Medicis
- ex una, et serenissimi ac potentissimi Francisci Francorum Regis
- Christianissimi ex altera partibus: quæ unio, amicitia atque
- intelligentia, aliquanto ante, magno utrorumque assensu confirmata
- est et conclusa, ea animorum sinceritate quæ maior esse vix
- posset. Verum Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus predicti,
- cupientes illam indissolubilem esse unumque ex ipsis corpus fieri,
- ut optimi patris atque obedientissimi filii esse debet et ut una
- atque eadem sit amborum fortuna; volunt, deliberant concluduntque,
- se nullo unquam tempore, nec factis nec cogitatione, ab hac
- sancta unione atque amicitia discessuros. Ideoque nedum denuo
- approbant, ratificant et confirmant tractatum capitulationemque
- alias inter se factam, sed etiam addunt infrascriptas res, ad
- maiorem corroborationem ac firmitudinem dictæ amicitiæ et ligæ.
- Quam quidem, ut rem Deo acceptissimam Reique publicæ Christianæ ac
- sibi ipsis maxime salutarem, Sanctissimus D. N. ac Rex predicti,
- se inviolabiliter custoditurus observaturosque, pontificiis ac
- regalibus verbis promittunt, seque data acceptaque fide obligant
- ac non tantum ipsi sibi invicem sed etiam Redemptori nostro
- Iesu Christo, gloriosissimæque semper Virgini matri eius hoc se
- prestaturos pollicentur.
-
- Et quoniam strictiores et efficaciores amicitiæ seu colligationes
- et intelligentiæ redduntur ac melius et sincerius conservantur
- diuturnioresque efficiuntur, cum ipsi confederati et amici fraterne
- et caritative omnia suorum pectorum intima et secreta invicem
- aperiunt et comunicant; Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus
- id summopere cupientes et volentes, ut unanimiter ab utraque parte
- omnia ad Statum spectantia agantur, pacta et capitula sequentia
- inierunt, firmaverunt et concluserunt et omnino rata esse volunt.
-
- Videlicet, quod quelibet partium predictarum deinceps debet amanter
- et confidenter comunicare cum altera omnia et singula negocia
- Statum concernentia, quæ maxime erunt et videbuntur importantiæ.
- Et pari modo omnia consilia cogitationesque suas in rebus arduis
- inter se propalabunt et manifestabunt; ita tamen quod satis erit,
- predictos Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum sibi invicem
- supradicta comunicare tamquam principales contrahentes et auctores
- huius strictæ colligationis.
-
- Item, quod talis unio, amicitia seu intelligentia inter predictos
- Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum erit perpetua
- et eiusdem vel similis affectionis, prout esse debet inter
- optimum patrem et obedientem et devotum filium; et ab omnibus
- inviolabiliter observabitur.
-
- Item, quod quelibet dictarum partium obnoxia erit et tenebitur
- cum omnibus viribus suis, auctoritate potestate et consilio, pro
- conductione et directione negociorum in beneficium, honorem et
- utilitatem ipsarum utrarumque partium vel alterius partis prestare
- auxilium, proviso tamen, quod talia negocia non sint aliqua in
- parte contra auctoritatem, et in damnum aut preiudicium partis
- auxilium prestantis directe vel indirecte verti minime possint.
-
- Item, quoniam vires Sanctissimi D. N. minime pares sunt summæ eius
- dignitati atque auctoritati, multæque ac magnæ eius Beatitudini
- inferri possent iniuriæ, Christianissimus Rex, cuius est magna
- potentia, hoc considerans, ut obedientissimus filius et qui
- maxime desiderat Statum Ecclesiæ et auctoritatem Sanctitatis Suæ
- et Sanctæ Sedis Apostolicæ non solum tutari et conservare, verum
- etiam quantum in ipso est, pro viribus procurare et eniti ut in
- dies augeantur; promittit seque obligat non tantum quingentis
- gravis et mille levis armaturæ equitibus ac duodecim aureorum
- milibus quolibet mense, ut in alio tractatu tenetur, sed totis
- etiam viribus, pecunia, regno, dominiisque suis omnibus, ac
- personaliter quando opus fuerit et a Sanctissimo D. N. requiretur
- terra marique, et tandem omnibus viis, formis et modis defendere
- conservare ac manutenere omnem Statum quem Sanctissimus D.
- N. in presentia possidet aut in posterum possidebit, honorem,
- dignitatem, præminentiam atque auctoritatem Sanctitatis Suæ, Sedis
- Apostolicæ ac Sanctæ matris Ecclesiæ, contra quemlibet principem
- seu potentatum vel quoslibet principes seu potentatus, qui vel
- armis vel quavis alia via directe vel indirecte contra Statum
- atque auctoritatem dicti Sanctissimi D. N. aliquid tentarent
- aut inferrent vel tentari aut inferri facerent. Atque hoc se
- cum effectu absque exceptione aut excusatione aliqua facturum et
- observaturum pollicetur. Salvo tamen, si ipse Rex Christianissimus
- aliquo maximo et evidenti bello infestaretur et premeretur, ut
- ad periculum proprium evitandum necesse esset omnes Maiestatis
- eius vires convertere. Et similiter idem Christianissimus Rex
- promittit se exhortaturum ac pro viribus impulsurum confederatos
- suos et præsertim illustrissimos Dominos Venetos ut secum una
- idem faciant ad defensionem, conservationemque Sanctissimi D.
- N. ac rerum Sanctitatis Suæ quod illos facturos sibi persuadet
- et fere pollicetur. Nec ad hunc effectum Maiestas Sua petet a
- Sanctissimo D. N. pecunias, sed omnia suis sumptibus et expensis
- faciet, mittendo aut conducendo illum peditum atque equitum numerum
- quando et ad quem locum opus fuerit, et sub illis ductoribus seu
- capitaneis qui Sanctitati Suæ magis placebunt.
-
- Item, Rex Christianissimus promittit et tenetur conservare et
- manutenere inclytam Rempublicam Florentinam dulcissimam patriam
- Sanctissimi D. N., illustrem D. Laurentium Ducem Urbini Sanctitatis
- Suæ secundum carnem nepotem, in omni eius statu presenti et in
- quolibet alio quem fortasse habiturus esset, et Magnificam totam
- familiam de Medicis, prout in alio tractatu plenius continetur; et
- eisdem auxilium et favorem prestare non minus quam si de negociis,
- rebus, honore et auctoritate Sanctissimi D. N. ipsiusque Regis
- Cristianissimi rebus et negociis propriis ageretur.
-
- Item, versa vice, Sanctissimus D. N., excelsa Florentinorum
- Respublica et illustris D. Laurentius Dux Urbini, qui non minori
- affectu Regem Christianissimum quam se ipsos prosequuntur, nec
- minus desiderant conservationem atque amplitudinem Status ac
- rerum Maiestatis Suæ quam suorum, præter id auxilium quod in alio
- tractatu prestare tenentur, promittunt se pro viribus quicquid
- etiam amplius poterunt effecturos, ad tuendas et conservandas res
- Maiestatis Suæ.
-
- Item, quo ad materias beneficiales Ducatus Mediolanensis, cuius rei
- causa, superioribus mensibus, missus est Romam dominus Leo Bellus;
- Christianissimus Rex contentus est quod dictæ materiæ remaneant
- in illo statu in quo nunc sunt, donec Sanctitas Sua ac Maiestas
- eius conveniant se ac videant et simul colloquantur: ita tamen
- ut si utraque pars deliberaret aptiorem aliquam et commodiorem
- formam invenire, ea res in reverendissimo domino Iulio de Medicis
- Vicecancellario et illustrissimo Domino de Boysi magno Franciæ
- Magistro reponatur, eorumque ordinationi ac conclusioni Pontifex et
- Rex predicti stare et acquiescere tenebuntur.
-
- Item, promittit Rex Christianissimus seque obligat effecturum, ut
- in rebus beneficialibus dicti Ducatus Mediolanensis ministri eius
- ac reliqui omnes Sedem Apostolicam, in omnibus et quibuscumque
- rebus ad eam spectantibus, revereantur magnoque in honore atque
- æstimatione habeant. Quæ res tum cuivis Principi Christiane tum
- ipsi Christianissimo Regi precipue, qui Ecclesiæ primogenitus et
- Sanctissimi D. N. obediens filius est, maxime convenit.
-
- Item, predicti Sanctissimus D. N. et Rex Christianissimus iterum
- promittunt, tenentur et se obligant, negocium salis, quod Maiestas
- Sua de terris Ecclesiæ pro convenienti precio capi facere tenetur,
- in omnibus et per omnia observare et manutenere et observari et
- manuteneri facere, iuxta capitula concordata et conclusa in alia
- capitulatione, et præsertim in particulari tractatu super hoc
- facto; in dictoque negocio et in omnibus ipsum concernentibus,
- officiales et ministros hinc inde, bene, legaliter et realiter per
- omnia et singula sese habituros.
-
- Item, quod rebelles et fuorusciti seu expulsi, pro causa Status
- vel delictis enormibus, de terris partium Sanctissimi D. N.,
- non modo a Ducatu Mediolani expellantur, verum etiam captivi seu
- presionarii Bononiam vel Florentiam respective, prout ad eorum
- Status spectabit, remittantur. Et pari modo fiet in Statu Ecclesiæ
- et Dominorum Florentinorum, de rebellibus et criminosis enormium
- criminum Ducatus Mediolani; excepta tamen Urbe Romana quæ semper
- fuit libera et comunis patria.
-
- Item, Christianissimus Rex promittit se, æstatis tempore, duas
- triremes seu galeras instructas atque armatas ex pecuniis Cruciatæ
- ac Decimarum sibi hactenus concessarum habiturum; et si opus
- erit et a Sanctissimo D. N. requiretur, Maiestas Sua habebit et
- dabit plures, pro ut necesse fuerit. Quæ, illis quas Pontifex in
- præsentia habet adiunctæ, ab Infidelium excursionibus Tirrhenum et
- Ligusticum mare tutari possint.
-
- Nos Franciscus Francorum Rex suprascrista omnia et singula Capitula
- et in eis contenta acceptamus, confirmamus et approbamus ac
- observari promittimus et iuramus; et in fidem predictorum omnium,
- etiam manu nostra propria subscripsimus sigillique nostri fecimus
- impressione communiri.
-
- Datum Parisiis, in palatio nostro, vulgariter nuncupato le
- Torneles, die vigesima mensis ianuarii MDXIX.
-
-
- Nous ferons pour noutre Saynt Pere et le saynt Syege plus de fayt
- que par parole.
-
- FRANÇOYS.
-
-
-Nº IV.
-
-(Vedi pag. 247.)
-
-L’Archivio di Stato ha in originale queste Lettere che Rosso
-Buondelmonti scriveva ai Dieci durante la legazione al Principe
-d’Orange, della quale abbiamo tenuto discorso nel testo. Il
-Buondelmonti trovò il Principe sotto Cortona, dipoi l’accompagnò fino
-a Figline, essendo tornato a Firenze quando la guerra fu divenuta
-irrevocabile, contro alla voglia si può dire di coloro che vi ebbero
-parte. Era un destino che si compieva, e come a questo si andasse
-incontro, le parole giornaliere, scambiate nel campo, lo esprimono
-alle volte meglio che un istorico non farebbe. Si aggiunge che Rosso è
-abbastanza piacevole scrittore, e noi possiamo qui dare compita come
-una piccola scena di quella catastrofe. Le lettere IV, V e XV, che
-nell’Archivio mancano, si ebbe la fortuna di supplire sopra una copia,
-della quale andiamo obbligati alla cortesia del signor cav. Alberto
-Ricasoli, da noi più volte esperimentata.
-
-I.
-
-_Magnificis Dominis dominis Decemviris Libertatis et Pacis Reipublice
-Fiorentine, dominis observandissimis._
-
- _Magnifici Domini domini observandissimi_. — Questa per far noto
- a Vostre Signorie che questo giorno sono arrivato qui, et subito
- andai a trovare el signor Commissario Antonio Francesco delli
- Albiti, per intendere se il salvocondocto era obtenuto dallo
- illustrissimo Principe di Oranges; il quale m’ha decto haver
- mandato per epso, et che sarà qui domani. Subito hauto decto
- salvocondocto, monterò a cavallo et anderò verso sua illustrissima
- Signoria, con più diligentia a me sarà possibile; che senza epso
- salvocondocto non è da andare, respecto che qualche cavallo scorre
- sempre in qua et in là. Se l’havessi trovato qui, mi sarei spinto
- più avanti per fare più diligentia a me fussi suta possibile. Qui è
- arrivato questa sera el signor Malatesta et la maggior parte delle
- gente, come più ampiamente dal prefato signor Commissario Vostre
- Signorie a pieno saranno raguagliate. Nè altro. A Vostre Signorie
- humilmente mi raccomando. _Bene valete_. Da Arezo, a’ dì XIII di
- septembre MDXXIX.
-
- _Servitor_
- ROSSUS DE BUONDELMONTIS _orator_.
-
- Mandata per mano del signor Commissario Anton Francesco degli
- Albizzi.[256]
-
-
-II.[257]
-
- _Magnifici Domini etc_. — Iersera, sotto lettere del signor
- Commissario Generale, scripsi a Vostre Signorie quello occorreva.
- Et questa mattina si è partito el signor Commissario e ’l signor
- Malatesta con tutte le gente, per venire a cotesta volta; et
- qui hanno lasciati alchuni capitani che hanno circa mille cento
- paghe. Et questo giorno li ho hauti a me, nè trovo che in facti
- habbino più che, vel circa, homini septecento, e quali sono molto
- poco numero a volere guardare la ciptà; et per la consulta facta
- con il Capitano Santa Croce, Giorgio cioè e ’l signor Francesco
- dal Monte et altri Capitani, dicano harieno anchor di bisognio
- di secento homini, et con facilità la guarderieno dalli inimici.
- Però, Vostre Signorie examinino quello è da fare, perchè ogni volta
- ci fussi mille cinquecento homini, sono certi non si metterieno
- a venirci; et intendendo ci sia sì pochi, saria facil cosa farli
- venire a questa volta. Et non ci venendo, questi signori Capitani
- si conforterebbeno, ogni volta havessino passate dieci miglia
- avanti, venire alla ciptà sì presto o prima a loro. Et però Vostre
- Signorie advisino quando li inimici passassino senza dare altro
- impedimento qui, se queste fanterie s’hanno da mandare a cotesta
- volta, o quello si ha da fare; che è bene che il signor Capitano
- et Commissario habbi la commissione quello habbi da fare, perchè in
- questi casi, quattro, sei hore prima o poi importano assai.
-
- Li cavalli delli inimici s’intende questa sera alloggiare a
- Castiglione Aretino, e ’l resto dello exercito a piè di Cortona, et
- haver mandato trombetto a chieder la terra. Dispiacemi che quelli
- po’ de fanti vi sono non sieno qui che servirieno più che esser là.
-
- El trombetto andò per il mio salvocondocto non è anchor tornato.
- Dicemi el Capitano Giorgio Sancta Croce, dubitare non lo
- ritenghino, perchè l’huomo non sia advisato de’ casi loro. Subito
- haverò decto salvocondocto, anderò alla volta dello illustrissimo
- Principe di Oranges. La più parte di queste fanterie et al simile
- li cavalli sono alla fine della paga, et Vostre Signorie sanno
- che a questi tempi non si possono tenere senza denari. Nè altro. A
- Vostre Signorie mi raccomando. Da Arezo, a’ dì XIIII di septembre
- MDXXIX.
-
- ROSSO DE BUON DEL MONTE _orator_.
-
- Portò un fante del signor Francesco del Monte. Partì a hore 23.
-
-
-III.
-
- _Magnifici Domini etc._ — Questo giorno scripsi a Vostre Signorie
- et mandale al signor Commissario Generale, con ordine che subito le
- mandassi a Vostre Signorie, perchè qui non è rimasto nè cavallari
- nè cavalli di poste nè nissuno da mandare, salvo che pedoni. Però
- mando questa per uno diritto al prefato signor Commissario con
- ordine le mandi a Vostre Signorie, per far intendere a quelle
- che questa sera, che siamo a hore tre di nocte, è tornato il
- trombetto dallo illustrissimo Principe di Orange, et ha portato il
- mio salvocondocto. Però domattina, con più diligentia a me sarà
- possibile mi transferirò verso Sua illustrissima Signoria, la
- quale si trova a piè di Cortona; et, secondo di bocca referiscie
- el decto trombetto, facevano conto di tirare l’artiglieria alla
- terra, deliberati a fare la batteria per pigliar quella; et pare
- che quelli della terra fussino d’animo di tenersi. _Tamen_ pare non
- habbi gente in corpo a suffitientia, che si fa iuditio se havessino
- fino a mille fanti, che senza dubio non sarieno per sforzarla. Però
- saria suto bene si fussi deliberato di guardare qualchuno di questi
- lochi, visto che li inimici non par sien volti a passar avanti,
- lasciandosi nessuna di queste terre indreto. Però, quando a Vostre
- Signorie paressi di far provisione qui di cinque o secento fanti da
- vantaggio, si fa iuditio per questi signori Capitani gagliardemente
- defendere questa terra. Però V. S. pensino bene quello è da fare
- et dieno commissione qui al signor Capitano et Commissario quello
- habbi da fare. Ricordando a Vostre Signorie che buona parte di
- queste gente sono al fine della paga, et malvolentieri si posson
- tenere. Et sempre che quelli li vorran tirare alla ciptà, questi
- Capitani si confortano di tirarsi a buon salvamento. Nè altro per
- la presente, salvo che di continuo a Vostre Signorie mi raccomando.
- Di Arezo, a’ dì XIIII di septembre MDXXIX.
-
- Delle V. S.
-
- _Servitore_
- ROSSO DE BUON DEL MONTE _oratore_.
-
- Mandossi per un fante a posta di Arezzo diritto al signor
- Commissario Generale Anton Francesco.
-
-
-IV.
-
- _Magnifici Domini etc_. — Hieri scrissi d’Arezzo a VV. SS. quello
- occorreva. Di poi sono arrivato qui in campo dell’illustrissimo
- signor Principe d’Orange; e subito arrivato scavalcai al suo
- alloggiamento, e fatto le debite cerimonie e presentata la lettera
- di VV. SS., esposi quel tanto da quelle mi fu imposto. E fatti
- molti discorsi, per ultima conclusione dice, non voler essere
- intrattenuto di parole, perchè lui ha commessione dalla Cesarea
- Maestà di appuntare e fare quel tanto che sua persona; e non
- havendo altra commissione, che non scade più parlare, e che io
- mandi per potere e pien mandato, per convenire et accordare le cose
- del Papa e suoi Nepoti; i quali domanda volere essere restituiti
- in casa loro, com’erano per l’avanti l’arrivata o vero passata del
- Duca di Borbone. Io ho replicato molte cose, e rimostro che tutte
- le differenze si potessino havere con la Santità di Nostro Signore,
- gli ambasciatori che sono verso la Cesarea Maestà hanno più
- potere di accordare il tutto. Al che lui sempre ha risposto: non
- volendo trattar seco, non accadeva venire verso Sua illustrissima
- Signoria. Io non ho mancato di rispondere ad ogni sua proposta
- gagliardamente, con rimostrargli che ogni cosa si ha a patire per
- il mantenimento della nostra libertà; e quando lui mi ha domandato
- dovere egli rendere la città e tutto il dominio a devozione della
- Cesarea Maestà, gli ho fatto intendere la Città essere benissimo
- provista et avere 12 o 14 mila uomini da guerra et di sorte
- fortificata, che quando Sua illustrissima Signoria la vederà non
- parlerà sì gagliardamente così come fa. Hammi detto che abruceranno
- il tutto e guasteranno fino alle porte, e molte braverie ch’io
- ho ributtate gagliardamente, con dire che a noi basta salvare la
- nostra libertà, e salvata quella, è salvato il tutto; la quale io
- ho speranza in Dio non ci abbi a mancare. VV. SS. ne adviseranno
- quel tanto habbi da seguire. Io ho trovato tutto l’esercito qui a
- piè di Cortona; il quale per quello ho possuto vedere è bellissimo
- esercito, benchè ancora non l’abbi potuto bene esaminare; e per
- quanto sono suto raguagliato da qualcuno di questi Italiani sono
- vel circa 8 mila fanti tra Lanzichenecchi, Spagnoli et Italiani,
- dipoi la venuta del Marchese del Guasto, che ha condotto circa 2000
- Spagnoli, e cavalli, per quello posso giudicare, vel circa, 1000.
- Et dicono aver dato in preda a l’esercito la città di Cortona, e
- domani fanno conto dargli l’assalto da tutte le bande per haver
- notitia non esservi dentro più che 400 huomini vel circa, i quali
- sino a qui si sono difesi gagliardamente, et hanno ferito e morto
- qualche decina di fanti. Certificando a VV. SS. che se ci fosse
- dentro 2000 fanti, io fo giuditio che non la piglierebbono di
- questo mese, e con gravissimo loro danno. Dispiacemi le cose sieno
- così exarrutamente lassate con sì poco numero di gente. E perchè
- come per altre mie ho scritto a VV. SS., in Arezzo ancora ci è
- mancamento di 6 o 700 fanti, i quali giudicheria quando ci fossino
- e volessin fare il debito loro gagliardamente, difenderiano quella
- città; però VV. SS. pensino a quel tanto par loro necessario, e
- provedere in tempo che le cose possino servire.
-
- Le gente di Ramazzotto e di Città di Castello per anco non sono
- venute. Secondo dicono, saranno _vel_ circa 2000 fanti: quando
- venghino aviserò VV. SS.
-
- Alla presenza di tutti questi ragionamenti hauti con
- l’illustrissimo signor Principe si trovò il Marchese del Guasto
- e il signor Don Ferrante di Gonzaga e ’l Commissario generale
- dell’esercito, messer Giovan Antonio Muscettola napoletano. Il
- Nunzio del Papa et ser Agnolo Marzi, che dicono ci è, per ancora
- non ho visto; quando accaggi trovarmi dove loro, non mancherò di
- quello occorrerà, dando aviso di tutto a VV. SS. Conforto quelle
- con ogni diligentia a fortificare la città, e provedersi di
- tutte le cose necessarie per la salvazione della nostra libertà;
- certificandole che quando altro esercito che questo non venghi
- a’ danni nostri, facilissimamente quelle si difenderanno et
- salveranno il tutto. Ancora che minacciano guastare il tutto,
- salvata la libertà è salvare il tutto. Perciò conforto VV. SS.
- con gagliardissimo animo a volerlo fare senza rispetto alcuno.
- Così a Dio piaccia concederlo. Nè altro. A VV. SS. del continuo mi
- raccomando. Sotto Cortona, nel campo Cesareo, a’ 15 settembre 1529.
-
- ROSSO BUONDELMONTI _ambasciatore_.
-
- Portò un trombetto del signor Malatesta.
-
-
-V.
-
- _Magnifici Domini etc._ — Hiersera scrissi a VV. SS. quello
- occorreva, e le mandai ad Arezzo al signor Capitano per un
- trombetto del signor Malatesta, al quale detti uno ducato a fine
- facessi buona diligentia; et ordinai al detto signor Capitano che
- subito con diligentia le mandassi alle VV. SS., dalle quali dopo
- mia partita non ho hauto lettere. È questa per far loro intendere
- che siamo qui a piè di Cortona; et hieri questo Principe si sforzò
- con quattro pezzi d’artiglieria di far battere la terra quanto
- a loro fu possibile, e questa mattina dovevano dare l’assalto,
- et hanno trovato quei di dentro assai gagliardamente riparati,
- dimodochè hanno rimossa l’artiglieria di dove era per piantarla
- altrove; e per ancora non è seguito cosa veruna, nè per questo
- giorno si vede abbi a seguire altro progresso. E se faranno per
- l’avvenire come hanno fatto sino a qui, che hanno guadagnate molte
- archibusate e lassatevi qualche diecina di huomini, faranno poco
- acquisto: pure si fanno di grande animo, e sperano ottenere la
- vittoria. Il che a Dio non piaccia, nè voglia che questa povera
- città sia desolata. Stimo abbia ad essere cosa alquanto lunga.
- Certificando VV. SS. che l’intenzione di questo esercito non fu
- mai di fermarsi qui, anzi di andare alla volta di Siena e venire
- con più diligentia fosse possibile verso la città; et è parso
- miracolo si sieno abutati qui, per dare tanto più spazio a VV. SS.
- per provedersi di sorte che gagliardamente si difenda la nostra
- libertà; che così Iddio ce ne dia la gratia. Lo illustrissimo
- Principe questa mattina è stato su alto alla terra, et altrimenti
- non ho parlato a Sua illustrissima Signoria. E come per l’ultima
- mia scrissi a VV. SS., è tutto resoluto non volere trattare di
- nulla, se prima non ho mandato da VV. SS. di poter trattare delle
- cose del Papa e suoi Nepoti; et quando gli ho rimostro gli Oratori
- di VV. SS. essere a presso la Cesarea Maestà et havere potere di
- tutto, lui dice non bisognava venir qua verso S. S. illustrissima,
- non volendo trattar di quello che principalmente mostra esser la
- cagione di venir a’ danni di VV. SS. Io non ho mancato nè mancherò
- di tutte le cose necessarie et che saranno a benefizio della
- nostra libertà. In questo mezzo VV. SS. mi advertiranno di quel
- tanto habbia a seguire. Io sono stato, dipoi l’arrivo mio, qui
- di continuo a presso messer Gio. Antonio Muscettola napoletano,
- Commissario generale di questo esercito, il quale mi pare a presso
- lo illustrissimo Principe essere il tutto, et hauto seco molte
- dispute et ragionamenti. In conclusione mi risolvei qui non si
- habbi a far nulla senza trattare di queste cose del Papa, et che
- il meglio mezzo ci fossi, sarebbe mandare verso Sua Santità, il
- quale mostra molto haver havuto con quella lunghi ragionamenti;
- volendomi persuadere che, quando si facessi, si troveria qualche
- buono espediente; dicendo lui non si curare salvo dell’honor suo,
- e che altrimenti non pretende al governo di cotesta città. Hogli
- rabbattuto ogni e qualunque cosa col rimostrargli il seguito de’
- tempi passati, et per lo avvenire andrebbono peggiorando; e che non
- pensino, quando mai habbi a seguire, che noi habbiamo acconsentire
- di perdere la nostra libertà. E quando questo illustrissimo
- Principe ci vorrà ricevere in buona amicitia, ci troverà di tanta
- fedeltà, che non fece mai cosa di chi fossi più contento, e ne
- acquistassi più honore et utile di questo. Essendo a dormire,
- questa mattina venne a me ser Agnolo Marzi molto submissamente et
- con grate offerte e parole, volendomi dimostrare quanti benefizi
- habbi fatto et è per fare nella ritardanza della venuta di questo
- esercito a’ danni di VV. SS., e quanto la mente del Papa sia buona
- verso la Città, con molte ragioni. Al che con brevi parole risposi
- che gli effetti seguivano in contrario, e quando vedessi ci levassi
- questo impeto da dosso, il che lui fa il contrario, nè altri che
- lui ce lo manda, che sono tutti segni che non rispondono alle
- parole;[258] ma che con la gratia di Dio ci difenderemo da ogni
- ingiusta querela.
-
- Questo esercito fino a qui ha havuto gran penuria di vettovaglie,
- et se non havessino trovati strami, era impossibile ci potessi
- stare; pure è cominciato a venire di verso Siena quantità di pane
- et carne che sopperisce: biade, si servono di frumenti, che hanno
- trovati: de’ vini non ce n’è, la più parte beve la miglior acqua
- può trovare.
-
- Scritto sin qui, questa mattina son suto al levare
- dell’illustrissimo Principe, col quale sono andato spasseggiando
- lungamente per questo campo, et havuti molti ragionamenti con Sua
- illustrissima Signoria; et in conclusione mostra esser mal contento
- di VV. SS., non mandassino prima verso lui che accordassi col Papa;
- perchè adesso mal può mancare della fede che Sua illustrissima
- Signoria gli ha promessa, e ’l simile alla Cesarea Maestà, il
- qual dice volerla osservare in tutto e per tutto; ma che VV. SS.
- trovino mezzo a farlo con più salvamento della nostra libertà
- che è possibile: e l’ho trovato gratioso e benigno quanto è suto
- possibile; et non ho mancato di rimostrargli che i benefitii che
- farà a cotesta città sempre la ne harà grandissimo obligo e ne farà
- buona ricognitione verso Sua illustrissima Signoria.
-
- Sendo qui tanta necessità di vino, e visto che l’illustrissimo
- Principe non ne trova per denari, ho mandato ad Arezzo 6 muli di
- Sua Signoria per caricargli del meglio vi si trovi; e scritto al
- signor Capitano e Commissario, che subito me li rimandi indietro,
- e quello costa VV. SS. ne le faranno rimborsare. E mi parrebbe
- che quelle dovessino ordinare che ogni giorno, per la persona
- dell’illustrissimo Principe e del signor Marchese del Guasto, e
- ’l simile del signor Commissario generale dello esercito, fossi
- qua mandato 3 some di vino del meglio si trova, per distribuirne
- a ciascuno la parte sua; e quando si potesse havere una soma o 2
- di trebbiano in fiaschi, sarebbe cosa molto grata. Però VV. SS.
- usino quella diligentia è possibile, perchè questi sono il tutto
- di questo esercito, e tali mezzi fanno bene spesso meglio che
- l’altre cose; et è da sollecitare mentre sono in questa penuria,
- perchè poi non sarieno tanto accette. VV. SS. possono ordinare al
- Capitano di Montepulciano che ogni giorno me ne mandassino qualche
- soma, perchè è il meglio si possi havere in queste parti, et io ne
- farò la distributione in quelli luoghi dove vedrò sia necessario.
- Ricordando che quelli lo portano el portino in fiaschi, che è di
- meglio a distribuirlo che altrimenti.
-
- Le cose di Cortona si stanno ancor così; e per non aver potuto
- l’artiglieria fare tanta rottura che basti hanno fatto venire
- qualche cento di guastatori verso Siena e di quello di Perugia,
- e sono a presso la muraglia per vedere di mandarne più in terra
- che possono. Quelli di dentro si difendono gagliardamente, et se
- avessino qualche numero di gente più et artiglieria da poter levare
- i loro ripari, giudicherei si avessino a salvare: pure, così così,
- credo che sarà loro sì facile come sperano. Per di qui domane se
- ne dovrà vedere che fine habbi da havere; e subito ne aviserò le
- SS. VV., alle quali del continuo mi raccomando. Dal campo a piè di
- Cortona, questa mattina, a hore 16 et a’ dì 17 di settembre 1529.
-
- Postcritto: Sono venuti 2 huomini della terra per appuntare con
- l’illustrissimo Principe. Il quale mi ha detto voler perdonare alli
- huomini della terra e fare ogn’opera di salvarla, ma volere le
- genti da guerra a discretione. Non so quello seguirà; pure vanno
- difendendosi gagliardamente. Dio sia quello presti loro il suo
- aiuto: quello seguirà aviserò VV. SS.
-
- ROSSO BUONDELMONTI _ambasciatore_.
-
-
-VI.
-
- _Magnifici Domini etc_. — Havevo scripto questo giorno a lungo
- a Vostre Signorie. Egli è piaciuto a questo Principe ritener le
- lettere, et dice non volere scriva lettera nessuna in cifera et che
- Sua Excellentia non vegga. Holli facto intendere che non possendo
- negotiare non posso star qua. Però Vostre Signorie mi advertiranno
- quel tanto habbi da fare. Ho rimostro quello mi pareva fussi
- conveniente; tamen non ho potuto rihaver la mia lettera.
-
- Come per l’utima scripsi a Vostre Signorie, questo Principe dice
- che se Vostre Signorie non mi mandano mandato di poter negotiare
- delle cose del Papa, come a lungo scripsi per l’ultima mia a
- quelle, posso tornarmene alla ciptà. Però Vostre Signorie mi
- adviseranno quel tanto habbi da seguire.
-
- Per esser qui mancamento di vini ho mandato a Arezo per qualche
- soma per servire a questo illustrissimo Principe. Però Vostre
- Signorie doverebbeno provedere che ogni giorno ce ne fussi qualche
- soma, che sarebbe cosa grata a questi signior Capitani.
-
- Questa sera che siamo a hore ventiquattro, la terra, di Cortona
- cioè, si è resa a discretione del Principe. Pure stimo l’habbino a
- salvare per quanto intendo. Così a Dio piaccia.
-
- Io havevo scripto tanto a lungo per la lettera mi ha ritenuto il
- signor Principe, che m’incresce non sia venuta nè potere advertire
- Vostre Signorie quello occorreva. Non so che camino si habbi ad
- pigliar questo exercito nel diloggiar di qui. Stimo che fra dua
- giorni sia per partire. Però, se non scrivo di continuo a Vostre
- Signorie quelle mi habbino per excusato, che tutto resta per non
- potere. Nè altro per la presente, salvo che di continuo a V. S. mi
- raccomando. Di Campo, a piè Cortona, a’ dì XVII di septembre a hore
- dua di notte, volanti calamo MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitore_
- ROSSO DR BUONDEMONTE _oratore_.
-
-
-VII.
-
- _Magnifici Domini etc._ — Hieri scripsi a Vostre Signorie per mano
- del Commissario di Arezo, et di poi son qua non ho hauta lettera
- alchuna da quelle; et questo Principe ogni hora mi dice quello
- fo qua senza haver commissione alchuna di tractare delle cose di
- Sanctità di Nostro Signore, che senza quelle dice non esser per
- appuntare. Però a Vostre Signorie piacerà ordinarmi quel tanto
- habbi da seguire.
-
- Come Vostre Signorie haranno inteso, hiersera la ciptà di Cortona
- si rendè a discretione di questo illustrissimo Principe, el quale
- con ogni diligentia, per sua humanità ha salvata, senza che sia
- saccheggiata; et li fanti disarmati, usciti fuora, di poi sono
- suti ritenuti al servitio di Sua illustrissima Signoria; salvo
- e Capitani e quali ha ritenuti prigioni, e ’l simile el Capitano
- della terra Bernardo Bagniesi e ’l Castellano et il Proveditore.
- Parmi del tutto sia deliberato venir verso la ciptà, et per cosa
- habbi saputa mostrare a Sua illustrissima Signoria, non mi pare sia
- deliberato ritardare, perchè dice non volere essere trattenuto di
- parole, non volendo venire a qualche conclusione di appuntamento.
- Vostre Signorie sono prudentissime. Dio sia quello al meglio le
- spiri. Nè altro per la presente, salvo che del continuo a Vostre
- Signorie mi raccomando, que diu valeant. Di Castiglione Aretino,
- questa sera, a hore ventitre, a’ dì XVIII septembris MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitore_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI _oratore_.
-
-
-VIII.
-
- _Magnifici Domini etc_. — Hieri per il vostro oratore Lionardo
- si scripse a Vostre Signorie, et per epso oratore harete inteso
- la risposta ne havemo da lo illustrissimo Principe di Oranges;
- et ne aspectiamo con desiderio el ritorno suo, per sapere come
- ci habbiamo a governare, chè senza nuova conmissione non si può
- negotiare più avanti. Et questa mattina siamo arrivati qui con
- questo felicissimo exercito in Monte Varchi, dove questo giorno
- riposeremo. Et saria facil cosa che domani non si partissi di
- qui mediante li homini da bene che sono in questo exercito et la
- supplicatione facta per noi allo illustrissimo Principe. Ne altro,
- salvo che di continuo a Vostre Signorie ci raccomandiamo. Da Monte
- Varchi, ai dì XXII di septembre MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI e
- LORENZO STROZZI _oratori_.
-
- El presente corriere è uno mandato dello illustrissimo Principe
- alla Cesarea Maestà, come Vostre Signorie vederanno, per la patente
- ne porta facta per noi.
-
-
-IX.
-
- _Magnifici Domini etc._ — Hieri, per uno corriere spacciato da
- questo illustrissimo Principe alla Cesarea Maestà, si scripse
- a V. Signorie, per dar notitia quanto sino a quel giorno si era
- seguito. Di poi è comparso lo oratore Lionardo Ginori et hauta
- la di Vostre Signorie de’ ventitre stante, et per essa et per il
- decto Lionardo si è intesa la intentione di quelle. Et siamo suti
- con questo illustrissimo Principe, et facte tutte quelle opere
- verso Sua illustrissima Signoria et il Nuntio del Papa et altri
- Signori. Et doppo molte dispute, Sua illustrissima Signoria si è
- contenta restar qui per domani et dipoi andare fino a Figline,
- dove dice quivi soprastarà duo giorni, come più ampiamente ne
- referirà il presente latore Lorenzo Strozi nostro collega, el quale
- è benissimo advertito del tutto. Vostre Signorie saranno contente
- fare resolutione con più presteza è possibile, perchè quanto più
- cavalcano verso la ciptà, tanto più è con danno di Vostre Signorie.
- Alle quale del continuo ci raccomandiamo: pregando Dio in felicità
- ne conservi. Nè altro. Da Monte Varchi, a’ dì XXIIII di septembre a
- meza nocte, MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI et
- LIONARDO GINORI _oratori_.
-
-
-X.
-
- _Magnifici Domini etc_. — Questa mattina, per lo orator Lorenzo
- Strozzi si scripse a Vostre Signorie quello occorreva, et da lui
- a bocca saranno raguagliate ampiamente di quello occorre. Da poi,
- sono arrivate le dodici some della vettovaglia et cere, che V. S.
- hanno mandate, le quale non possetteno arrivare più a punto; et
- subito si sono distribuite allo illustrissimo signor Primo et al
- Marchese del Guasto et al signor don Fernando di Gonzaga et a tutti
- questi altri Signori, secondo le qualità loro; et quando fussino
- state tre volte tante, per la carestia hanno di vino et pan buono,
- non haverieno supplito. Però confortiamo Vostre Signorie continuare
- ogni giorno, per lo manco di tre some di vino, metà trebbiano
- et metà vermiglio: e ’l simile altrettanto di pane, el quale sia
- più bianco et miglior non è stato questo, per la bocca di questi
- principal signori; et fussi pan piccolo et sopratutto bianco, come
- sappiamo Vostre Signorie sapranno provedere.
-
- Questo illustrissimo Principe ci ha molto ricerchi che desidereria
- havere uno paio di cavalli turchi delli meglio si potessi trovare;
- e ’l simile, el signor Marchese del Guasto ne vorria uno. Però
- conforteremmo Vostre Signorie facessino ogni diligentia di haverne
- delli meglio si potessi trovare et fare questo presente; che quelle
- non porrien fare cosa più grata, che son mezi che servono molto più
- che le cose grande, bene spesso. Antonio Francesco delli Albizi
- ne haveva uno molto bello, chè credo che fussi di Ottaviano de’
- Medici, el quale anchora ne ha delli altri che sarieno a proposito.
-
- Di poi la partita dello orator Lorenzo, non è rinovato altro, nè
- per anchora è arrivato fra Nicolò della Magnia. Aspettando questa
- sera; et allhora delibereranno se debbon diloggiar di qui per a
- Figline, dove questo illustrissimo Principe soprastarà duo giorni,
- come Vostre Signorie dal decto oratore saranno raguagliate. Siamo
- suti questa mattina con Sua Signoria, quale ne ha visto molto
- volentieri; et aspetta con desiderio grandissimo si habbi ad fare
- qualche appuntamento buono, per non haver a venir più avanti, a’
- danni di Vostre Signorie, che Dio ne conceda gratia.
-
- Quando Vostre Signorie rimandino in qua vettovaglie, a quelle
- piacci mandar duo some di biade, come che è vena e orzi,
- perchè questi Signor non ne hanno per li lor gran cavalli; et
- malvolentieri dan lor grani, chè certamente sarà cosa molto
- accepta. Nè altro, salvo che di continuo a Vostre Signorie ci
- raccomandiamo. Da Monte Varchi, a’ di _xxv_ di septembre _mdxxix_.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI et
- LIONARDO GINORI _oratori_.
-
-
-XI.
-
- _Magnifici Signori Dieci._ — La lettera delle Signorie Vostre delli
- venticinque haviamo ricevuto, et inteso le electione di Bernardo
- da Castiglione a questo illustrissimo Principe, per la venuta del
- reverendissimo Arcivescovo di Capua, che si aspecta con desiderio;
- et perchè venga sicuro, si manda il salvocondocto con il trombetto.
- Però le Signorie Vostre accelerino la venuta sua, et con qualche
- resolutione; perchè Sua Excellentia non vuol più parole, nè si
- è possuto obtenere che non marci innanzi, che ad ogni modo vuole
- andar domane a Figline. Et pensiamo che la cavalleria scorrerà ben
- presso alla ciptà. Et il danno che questo povero paese riceve non
- si potria credere; et molto più lo riceverà hora che si aproxima,
- perchè e soldati, vedendo marciare, pensano che l’accordo non
- segua; li quali stanno tanto desiderosi di venire quanto noi di
- mandarneli; et ogni giorno ce ne compariscie di nuovo, et tutti
- hanno ricapito.
-
- Non voliamo mancare di significare alle Signorie Vostre che,
- subito venuto l’Arciveschovo di Capua, referì alla Excellentia
- del Principe, havere trovati li oratori mandati dalle Signorie
- Vostre al Papa; et inteso che non portavano auctorità nissuna
- di convenire, secondo quello che Sua Sanctità domanda. Sua
- Excellentia si alterò molto, dicendo che noi li haviamo mostro una
- cosa per un’altra, et che non vuole più intendere altro. Noi ci
- ristrigniemmo con la Excellentia Sua, et di nuovo efficacemente
- li mostrammo quanto cotesta Republica era desiderosa di convenire
- con la Maestà Cesarea et esser sua devotissima, et al Papa dare
- le cose ragionevole; et che lui non ha che fare della ciptà più
- che ciaschuno altro partichulare, ma che l’è libera ec. Et che se
- Sua Maestà Cesarea consentirà che la ciptà sia occupata, mancherà
- di quella somma iustitia, per il che dice esser venuta in Italia.
- Et che Sua Maestà Cesarea se ne servirebbe assai più havendola
- amica et devota in questo presente stato che altrimenti, perchè
- mai mancò della fede nè mancherà. Et in conclusione non si è per
- noi mancato con ogni diligentia di svolgerlo da questa fantasia
- del Papa et tirarlo al convenir fra noi et la Maestà Cesarea. A
- che, per assai si sia battuto, non ci è stato ordine che habbi
- voluto udirne niente, allegando che conoscie bene che il servitio
- della Maestà Cesarea saria haver la ciptà amica più in questo
- presente vivere che altrimenti; ma che havendoli Sua Maestà Cesarea
- promesso, prima consentirebbe di perdere tutto l’imperio suo che
- manchare di sua parola. Et che Sua Excellentia non ha mancato
- mostrare a questi Nuntii del Papa et prima alla Sanctità Sua,
- quanto iniustamente questa guerra ci sia facta, dovendoli assai
- bastare se lui era restituito in le cose sua legiptimamente: a che
- Sua Sanctità ha risposto che, hauto che egli harà un certo honore,
- che in questa cosa stima, dimostrerà a tutto il mondo, che lui non
- vuole occupare per modo alchuno la ciptà, nè vuole se non le cose
- iuste, ma esserli buon padre et protectore. Alle qual parole dando
- Sua Excellentia molta fede, ci consigliava a mandare di nuovo al
- Papa et rimetterci in le braccia sua; et che interim lui fermeria
- lo exercito, con questo che le Signorie Vostre fermassino le
- difese, sì come da Lorenzo Strozi quelle saranno state raguagliate.
- Mostra Sua Excellentia tenere tanta buona voluntà inverso cotesta
- ciptà quanto sia possibile, et che dei danni che la riceve et
- che la potria ricevere dolerli quanto se nel suo stato fusse. Et
- anche consigliava le S. V. nuovamente mandare allo Imperatore in
- diligentia, supplicando che volessi contentarsi di voler lassar
- la ciptà in questo presente stato; et se non altro ne potessi
- cavare da Sua Maestà, almanco ne cavassi una buona lettera per il
- Papa che lo confortassi a contentarsi de l’iusto. Hora le S. V.
- possono secondo noi risolversi, da questo illustrissimo Principe
- non cavare altra resolutione che questa, et in su questo fondarsi,
- et mandare questo nuovo oratore con l’ultima loro voluntà, et con
- nuovo mandato di poter convenire con questo illustrissimo Principe
- in nome della Maestà; et con commissione (quando occorressi
- convenire ne’ casi del denaro) che, se pure lo potessimo in modo
- alchuno volgere con larghi partiti che se li facessino, noi lo
- possiamo fare. Benchè, come è detto, non crediamo cavarne altra
- resolutione; perchè, sendo stati lungamente in secreto con Sua
- Signoria illustrissima et con il signor Marchese del Guasto,
- habbiamo largamente mostroli la intentione delle Signorie Vostre
- et il benefitio della ciptà et il dover della iustitia; et ci pare
- haverne cavato quello che cavar se ne può. Per il che si manda alle
- S. V. il presente Bernardo Capponi, perchè l’habbino questa salva.
- Il quale piacerà alle S. V. rimandarci, perchè ce ne serviamo.
-
- Siamo stati con il reverendissimo Arciveschovo di Capua, et
- inteso che qui non è venuto con altra commissione che secondo
- l’appuntamento che Sua Sanctità ha con Cesare, che è il
- sopranarrato, et che assai miglior pacti haria la ciptà, gittandosi
- nelle braccia di Sua Sanctità che altrimenti. Nè altro ci occorre,
- salvo che di continuo a V. Signorie ci raccomandiamo. Da Monte
- Varchi, a’ dì XXVI di septembre MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI et
- LIONARDO GINORI _oratori._
-
-
-XII.
-
- _Magnifici signori Dieci_. — Hiersera per Bernardo Capponi mandato
- a posta alle S. V. quanto ne occorse scrivemo a quelle, et altro
- di nuovo non habbiamo che dir loro. Fummo di poi con messer
- Giovannantonio Muciettola, che è quello che governa il tutto,
- et havemo alchuni ragionamenti, de’ quali le Signorie Vostre
- saranno raguagliate da Francesco Marucelli presente latore, il
- quale viene costì per provedere di certe cose per la persona di
- questo illustrissimo Principe, et ha conmissione portargliele in
- qua. Pertanto piacerà a V. S. lasciarlo tornare subito che haverà
- expedito, perchè così ci ha imposto Sua Signoria illustrissima.
- Siamo arrivati qui questa mattina, dove staremo questo giorno, nè
- sappiamo quando diloggieremo di qua, che par pure debbino aspectare
- l’artiglieria di Siena. Nè altro, salvo che del continuo a V. S. ci
- raccomandiamo. Da Figline, a’ dì XXVII di septembre MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI et
- LIONARDO GINORI _oratori_.
-
- _Postscripta_. — Questo illustrissimo Principe manda uno homo suo
- in Genova o vero allo Imperatore che viene con il prefato Francesco
- Marucelli et ne ha ricercho Sua Signoria illustrissima che li
- facciano havere dalle S. V. salvocondocto per passare innanzi et
- tornare indreto. Però piaccia alle S. V. fargliene tanto largo
- quanto sia possibile, et farli tutti quelli favori et benefitii che
- si può, che giovano assai etc.
-
-
-XIII.
-
- _Magnifici domini etc_. — Hieri, circa di XX hore, arrivò qui
- l’orator Bernardo et subito tutti e tre ci transferimo allo
- illustrissimo signor Principe, dove era el Marchese del Guasto e
- ’l signor Aschanio Colonna, e ’l Nuntio del Papa, l’Arciveschovo
- di Capua, messer Giovannantonio Muciettola Neapoletano et molti
- altri; alla presentia de’ quali presentamo la lettera credentiale
- allo illustrissimo signor Principe. Di poi Bernardo expose come era
- mandato da V. S., perchè insieme li altri oratori si tractassi di
- fare l’accordo con la Sanctità di Nostro Signore, havendo mandato
- qui Sua Beatitudine l’Arciveschovo per tale effecto; et che quando
- Sua Sanctità voglia della ciptà quel tanto che sia honesto et
- iusto, V. S. non sono per mancare. La illustrissima signoria del
- Principe rispose come la Cristianissima Maestà havea promesso a Sua
- Beatitudine, secondo la loro capitulatione, di rimetterli nella
- ciptà; di che Sua Maestà non era per mancare, et per fare tutto
- el possibile che tale effecto segua, promettendosi la victoria
- certa; tante forze li pare havere. Per noi si replicò, come tale
- domanda non era iusta, et che se Cesare havessi inteso le ragioni
- della ciptà, eravamo certissimi non harebbe facte tale promesse;
- perchè sappiamo Sua Cesarea Maestà è venuta in Italia per ridurre
- et rassettare li stati di epsa, in quella forma et modi che dalla
- iustitia è permesso. Et molte altre cose dicemo et replicamo che
- non fumo loro capace.
-
- Mostrammo che la ciptà era munita, armata et unita di sorte, che
- la si prometteva di non potere essere sforzata, et che tutti li
- ciptadini di quella volevano prima morire che perdere la loro
- libertà. E quali agenti risposeno la volevano conservare in quella;
- ma che la Sanctità di Nostro Signore ci voleva solo l’honore et
- dipoi mostrerebbe a tutto el mondo che voleva fussi libera, et che
- da Sua Beatitudine dependessi tale libertà. A che si replicò non
- eravamo per consentirlo, atteso quello era seguito l’anno MDXII.
- Et veduta questa nostra opinione, fumo certo modo licentiati. Et
- per non rompere el filo, deferimo d’esser di nuovo questa mattina
- insieme; et così faremo, ma non crediamo cavarne altro.
-
- Di poi pregamo lo illustrissimo Principe che ci desse questa
- mattina audientia secreta. Promisse farlo. Saremo con Sua
- illustrissima Signoria, e tracteremo l’accordo con la Cesarea
- Maestà, secondo la conmissione dataci, et quello ritrarremo ne
- daremo notitia a V. S.; ma non speriamo cavarne altro che quello ci
- ha decto da principio sino a qui.
-
- Ritiratici tutti in una stanza da parte, dove stemmo più d’una
- grossa hora a fare tale disputa, et da loro et da noi fu detto
- tutto quello era possibile, mostrando loro con ragioni promptissime
- che se Sua Sanctità sarà bene consigliata, non insisterà in tale
- opinione, ma adopererà che questo exercito non molesti le Signorie
- Vostre nè il dominio di quelle; et in fine non ne potemo mai cavare
- altro, se non che ci rimettessimo liberamente in Sua Beatitudine
- etc.
-
- Noi haviamo qua Giovambatista di Lorenzo Strozi et Antonio di
- Vectorio Landi, de’ quali continuamente ci serviamo, et di loro
- non s’è dato notitia alli signori Octo che per respecto del bando
- non vorremo cascassino in contumacia. Piaccia alle S. V. farlo loro
- intendere, parendolo.
-
- Sarà di questa apportatore Bartholomeo Marucelli, che di quello che
- per noi si mancassi sopplirà. Le Signorie Vostre ce lo rimandino e
- accelerinlo, perchè ce ne serviamo.
-
- Postscripta. — Siamo a hore diciassepte, et andati per parlare
- con lo illustrissimo signor Principe, trovamo Sua Excellentia, che
- cavalcava, et per aspectare che tornassi andamo a trovare messer
- Giovannantonio Muciettola, col quale siamo stati in lunghe dispute
- per venire a uno modo di conventione, et finalmente nulla si è
- facto. È ben vero che ci ha mosso uno certo ragionamento, al quale
- sendo stato presente el prefato Bartholomeo Marucelli, ne informerà
- le S. V. Et come Sua illustrissima Signoria sia tornata, anderemo
- da quella; dove pensiamo che di questo medesimo ragionamento si
- habbi a tractare; et se ne ritrarremo cosa che vi si possa prestare
- li orecchi, subito per uno di noi ne saranno le Signorie Vostre
- raguagliate. Nè altro. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX.
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- BERNARDO DA CASTIGLIONE
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI et
- LIONARDO GINORI _oratori_.
-
-
-XIV.
-
- _Magnifici domini etc._ — Questa mattina per Bartholomeo Marucelli
- scrivemo a V. S. quanto sino a quell’hora era seguito, et inoltre
- conmectemmo a dicto Bartholomeo, che di bocca dicessi a quelle
- più cose. Vostra non haviamo, et di questa sarà apportatore
- l’oratore Lionardo Ginori nostro collega, el quale viene per dirvi
- certa pratica mossaci da questi Cesarei. V. S. intenderanno et
- piglieranno quella deliberatione che iudicheranno sia a benefitio
- della ciptà. Noi non haviamo interamente potuto discostarcene
- per non rompere il filo et per scoprir meglio le loro voluntà.
- Raccomandianci alle Signorie Vostre, quale Dio conservi in felice
- stato. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX.
-
- Et io, oratore Rosso, me ne verrò domani a cotesta volta; poi che
- così le SS. VV. mi commettono.[259]
-
- Di V. S.
-
- _Servitori_
- BERNARDO DA CASTIGLIONE et
- ROSSO DE’ BUONDELMONTI _oratori_.
-
-
-XV.
-
-_Alli magnifici Ambasciatori a presso al Papa._
-
- _Magnifici Domini etc._ — Hiersera ci fu mandato dal reverendissimo
- Arcivescovo di Capua un piego di vostre lettere, quali andavano
- alli Magnifici Dieci; e trovandoci noi qui a negotiare accordi fra
- la Santità di Nostro Signore e la nostra Repubblica, le leggemmo
- per intendere quello che VV. SS. trattavano di costà con Sua
- Beatitudine; e veduto che quelle dicono che Sua Santità ha dato
- mandato libero al prefato reverendissimo Arcivescovo, per essere
- più facile il negotiare rispetto alla vicinità. A che vi dichiamo
- che Sua Signoria reverendissima dice, il suo mandato non si
- estendere ad alterare in parte alcuna la Capitolazione fatta fra
- Sua Santità e la Maestà Cesarea; il che non è a proposito di Sua
- Beatitudine nè della nostra Città; e sarebbe meglio trattare con
- Sua Santità. Però confortiamo VV. SS. a fare ogni opera ridurla
- costì, che all’arrivar di questa saranno comparsi gli altri Oratori
- vostri colleghi e forse la potrebbono disporre.
-
- Noi habbiamo le medesime commessioni che hanno le SS. VV. e
- crediamo fare poco frutto. E questo esercito si fa innanzi predando
- e bruciando tutto il Paese; il che non passa senza carico di Sua
- Beatitudine, essendo sua patria. Le allegate lettere di VV. SS. le
- mandammo stamani di buon’hora alli signori Dieci. Nè altro, salvo
- che del continuo a VV. SS. ci raccomandiamo. Di Feghine, a’ 30 di
- settembre 1529.
-
- Portò il Selbastrella cavallaro del Papa.
-
-
-Nº V.
-
-(Vedi pag. 291.)
-
-Le cinque Lettere che seguono, scritte da Ferrante Gonzaga al Marchese
-di Mantova suo fratello, contengono un ragguaglio circostanziato della
-battaglia di Gavinana e della morte del Ferrucci. Le pubblicò il signor
-Eugenio Albèri, e noi le riproduciamo con qualche maggiore esattezza
-di lezione sopra il codice 595, classe XXV, della Magliabechiana,
-già Strozziano, c. 117 e segg. La prima, la terza e la quarta erano
-state già riferite dal Varchi; ma due di queste (la prima e la
-quarta) mancanti di una parte molto importante, che il grave Storico
-dell’assedio credè forse potere omettere come quella che nulla
-aggiungeva a dimostrare le intelligenze di Malatesta col campo nemico,
-unico fine pel quale egli le produceva. La seconda e la quinta con i
-suoi due allegati, mancano affatto nel Varchi: e questi tre ultimi
-documenti sono forse i più autentici che ci rimangano intorno agli
-estremi momenti del Ferruccio e alla battaglia di Gavinana.
-
-
-_All’Eccellentissimo Signor Federigo Gonzaga Duca di Mantova_ _don
-Ferrante Gonzaga suo fratello._
-
-I.
-
- Per dar parte a V. E. del successo delle cose, di questi giorni
- passati nacque un certo maneggio d’accordo, il quale sino a
- quest’ora si era ristretto di sorte, che credevamo per cosa certa
- che dovessi seguire; del che poi è successo il contrario, ed oggi
- la pratica si è rotta in tutto, di sorte che avemo perso ogni
- speranza di venire più in futuro a parlamento alcuno d’accordo.
- La pratica ebbe principio in questo modo. Un capitano di quelli
- della terra, nominato Cencio Guercio amico del signor Pirro da
- Castelpiero, venendo a parlamento con alcuno de’ nostri, gli
- ricercò che volessero fare intendere da sua parte al signor
- Pirro, che volesse venirgli a parlare, e che aveva da dirgli
- cose d’importanza. Il quale signor Pirro essendovi andato, con
- licenza del signor Principe, trovò costui aver commissione dal
- signor Malatesta di procurare col mezzo del signor Pirro, che
- ’l prefato signor Principe volesse mandare un uomo drento col
- quale potesse trattare d’accordo, che sperava che dovesse venire
- a qualche buona conclusione. Il signor Principe inteso questo,
- fece venire a sè questo Cencio Guercio, dal quale avendo inteso il
- medesimo di sopra, lo rimandò drento con ordine di rispondere al
- signor Malatesta, che sarebbe stato contento di mandare drento un
- uomo che lui ricercava, ogni volta che da Sua Signoria gli fusse
- data prima la fede, che il partito di tor drento le Palle fusse
- accettato in forma, come stavano prima. Fu risposto dal signor
- Malatesta, che S. E. volessi contentarsi di mandar drento la
- persona mia, con ordine di parlare a quel popolo nella forma che
- da lui mi fusse detto, e con minacciarlo che, se in quel punto non
- si fusse ridotto a concordia, che non isperasse più rimedio alcuno
- alla sua rovina, atteso che da quel punto innanzi non saria stato
- in potere di S. E. il salvarli, nè di tenere i soldati che non
- saccheggiassino la terra; con altre cose pensate da lui a proposito
- di questo; dando intenzione che, facendo S. E. questo, saria per
- seguire l’accordo nel modo che da lui era ricerco, senza però
- volere promettere la fede del patto che dal signor Principe fu nel
- primo capitolo addimandato, nè dare altra chiarezza dell’esito del
- maneggio, che è quanto V. E. intende. Onde, considerato il signor
- Principe di quanta importanza saria a S. E. ed a tutto l’esercito
- l’avermi mandato per questo maneggio, quando poi non fusse seguìto
- l’effetto, si risolvette in questo, di ritornare a rispondergli
- con questo argomento: che non era per farlo, se prima Sua Signoria
- non gli chiariva il punto di torre drento le Palle; promettendo
- che, poichè di questo fosse certificato, in ogn’altra cosa si saria
- mostrato tanto favorevole a quella città, quanto per lui si fusse
- potuto. E con questa risoluzione avendo mandato drento il signor
- Pirro prefato, dopo due giorni, oggi, è ritornato disconcluso in
- tutto, che di ciò il signor Malatesta non vuole fare niente, nè
- intendere più cosa alcuna in maneggio d’accordo. La qual risposta,
- così risoluta e gagliarda, è discrepante molto dall’impressione
- e indizio fatto da noi dell’inclinazione di quel popolo a
- quest’accordo. Per questo motivo fatto dal signor Malatesta, e per
- quello che ci detta la ragione dell’estrema necessità che drento
- si pate, la quale nei progressi di questo maneggio avevo scoperta,
- per relazione di loro medesimi, essere intollerabile, ci fa
- molto maravigliare, e pensare che tal risposta non possa da altro
- procedere, che da qualche fresca speranza, che abbiano per transito
- di Francia in Italia per loro soccorso; il che essendo così, et
- avendone V. E. notizia alcuna, come ragionevolmente deve avere, la
- supplico, per quanto gli è cara la mia servitù, a volermene dare
- avviso.
-
- P. S. — Mi era scordato di dare notizia a V. E. di certe lettere
- che nuovamente sono state intercette di questi signori Fiorentini,
- indiritte al Commissario Ferrucci residente in Volterra, per le
- quali se li ordinava che con quelle genti che aveva, lasciati 400
- fanti per guardia della terra, si spignesse alla volta di Pisa
- per il cammino di Livorno, e si unissi con le genti che quivi si
- trovavano, lasciate nella terra otto compagnie per guardia; dipoi
- tutta la massa, la quale facevano conto che dovesse compire il
- numero di 4000 fanti a piedi et a cavallo....[260] dovesse marciare
- alla volta di Pistoia e di Prato verso Firenze, con avvertenza
- di fare ogni opera se per transito avesse potuto occupare una
- di dette terre, e quivi si dovessi fermare con le genti; in caso
- che no, seguitassi il cammino alla volta di Fiesole, con disegno
- poi di quindi condursi drento Firenze. Il qual disegno apreso
- dal Principe, mandò subito a Fabbrizio Maramaldo, il quale si
- trovava alloggiato con il suo colonnello per quei luoghi intorno
- a Volterra, che fusse avvertito, che quando quella gente uscisse
- fuori di là, ei si transferissi subito con quella gente ad
- alloggiare a Prato e Pistoia, con disegno poi, quando s’intendesse
- venire la massa di verso Pisa, esserli alle spalle con tanto numero
- d’altra gente dell’esercito che bastasse ad espugnare quella dei
- nemici.
-
- Questa sera, 16 del presente, ha avuto nuova il signor Principe,
- che detta gente di Volterra è uscita fuori marciando alla volta
- di Pisa, e che il Maramaldo se gli è messo alla coda con animo
- di venir seco alle mani, e di romperla prima che sia congiunta
- con quella di Pisa. Nondimeno, pensando che tal disegno non possa
- riuscire, gli ha mandato ordine che, fatto ch’egli abbia prova
- d’impedire l’unione di detta gente, non venendogli fatto, si debba
- mettere in Vico Pisano su la fiumara, lontano da Pisa dieci miglia,
- dove detta gente bisogna che passi; e quivi, unitamente con il
- colonnello del signor Alessandro Vitelli, il quale si trova di
- presente alloggiato con quei fanti Spagnuoli ammuttinati che si
- trovavano pur quivi intorno, faccia prova di negare loro il passo,
- e non potendo, gli sia alle spalle sino che venghino ad incontrare
- S. E., la quale ha fatto disegno d’aspettarli in quei confini di
- Pistoia con 3000 fanti eletti, 500 cavalli leggieri, e la gente
- d’arme, alla quale ha mandato subito ordine che senza indugio debba
- andare ad alloggiare a Prato, per togliere detta gente de’ nemici
- in mezzo, e rompere loro la testa, come ho speranza che venga
- fatto, accadendo che essi seguitino il detto disegno, notato per
- lettere intercetto. Di quello che seguirà alla giornata V. E. sarà
- di mano in mano ragguagliata.
-
- Sono di poi state intercette altre infinite lettere in cifra
- mandate di Francia a Firenze, le quali subito il signor Principe
- ha mandate alla Santità di Nostro Signore, non avendo potuto di
- quelle ritrarre altro senso, se non che il Cristianissimo doveva
- mandare un uomo a quella Signoria per comporre seco loro le cose di
- questa città; la qual cosa avendo S. E. mostrato d’avere molto per
- male, se n’è risentito qui aspramente con questi agenti del Papa,
- dicendo che, quando Sua Santità voglia intendere in questo, faria
- un grandissimo torto alla Maestà Cesarea, e mostreria una grande
- ingratitudine, che delle fatiche e dispendi di quella volesse ora
- dare il tratto ad altri, e che ciò non saria comportato. Per detti
- agenti gli è stato risposto, che di ciò S. E. stia sicura, che
- il Papa non mancherà di quello che è conveniente al debito verso
- l’Imperatore. E questo è quanto mi occorre per notizia di V. E.,
- alla quale bacio le mani.
-
- Di sotto Firenze, 16 luglio 1530.
-
-
-II.
-
- Tutta questa notte siamo stati in aspettazione che gl’inimici
- dovessero escire fuori di Firenze per darci un assalto, come fummo
- avvisati che si apparecchiavano di fare, per quattro spie uscite
- ieri fuori l’una dopo l’altra. Certa cosa è che tutto il dì di ieri
- non attesero ad altro che a fare dimostrazione dentro, con dare
- l’armi al popolo e le tratte delle munizioni, e andare intorno alla
- terra ieri sera con infiniti lumi fuori dell’usato, cose tutte che
- ci facevano indizio di quanto riportorno le spie; ma non essendo
- poi seguito effetto alcuno di ciò, non sappiamo indovinare a che
- fine fussero fatte. Dentro patono all’usato, crescendo ogni dì
- tanto la necessità di tutte le cose, che alfine saranno sforzati
- a soccombere, e ben presto, poichè da tutte le bande si vedono
- derelitti. Da Napoli ci son nuove che il Marchese del Vasto si
- trova indisposto, ed il Conte di Nugolara si trovava presso a
- morte.
-
- Dal campo sotto Firenze, alli 23 di luglio 1530.
-
-
-III.
-
- Ier mattina uscì di Firenze un Bino Signorello, parente del signor
- Malatesta, sotto pretesto di volere andare a Perugia, e per il
- transito si lasciò uscire di bocca parole che furono principio
- al maneggio d’accordo; e dopo molte pratiche fatte, essendo
- intrattenuta la cosa fin ad oggi, fu concluso che il prefato Bino
- scrivesse al signor Malatesta avere operato col Principe, che l’uno
- e l’altro di loro s’avessero ad abboccare insieme in certo luogo
- fuori delle mura poco lontano dalla terra, e così fu fatto. Questa
- sera s’aspettava il trombetta fuori colla risposta del signor
- Malatesta, se si contentava di questa conclusione, o sì o no, il
- qual trombetta non è venuto. Oggi abbiamo avviso da Napoli, che
- il Conte di Nugolara per grazia di Dio è fuori di pericolo, e che
- presto egli è per ricuperare la sanità. Del signor Marchese dicono
- che il male sarà un poco lungo.
-
- Di sotto Firenze, alli 25 luglio 1530.
-
-
-IV.
-
- In questo mezzo è successo, che avanti ieri fu al signor Principe
- quel Cencio Guercio mandato dal signor Malatesta Baglioni, il quale
- altre volte è usato uscire fuori per queste pratiche d’accordo,
- ed ha fatto intendere a S. E, che il signor Malatesta era tornato
- a ricercare quel che altre volte era stato per lui ricercato, di
- mandare la persona mia a parlare a quelli eccelsi Signori nella
- forma che di quivi mi fussi ordinato, promettendo, in luogo di
- quella condizione che domandava S. E. (di prometterli che il punto
- di tor drento le Palle sarebbe accettato), una delle cose seguenti;
- o che essi Signori di buona voglia accetterebbono le Palle, o
- che uscirebbe di Firenze esso con tutta la gente da guerra, che
- sariano in numero di 5000 uomini. Fu a questa risposta detto che
- si contenteria di farlo, e tornato drento con tal conchiusione
- el prefato Guercio, mandò S. E. un trombetta a domandare il
- salvocondotto a quelli Signori per la mia sicurtà; li quali (come
- coloro che di tal materia non avevano notizia alcuna) risposero
- che prima che concedessero detto salvocondotto, volevano mandar
- fuori un loro cittadino per intendere quello che S. E. intendeva
- fare proporre a quella città; ed essendo stato concesso detto
- salvocondotto, con consulta e licenza del signor Malatesta, uscì
- fuori detto cittadino nominato Bernardo da Castiglione. Al quale
- fatto intendere S. E. che l’intenzione di voler mandare non
- era altro che per volere esortare quel popolo a volere ridursi
- all’accordo, prima che il volerlo vedere rovinare in tutto; fu in
- questa sentenza da lui dichiarato e risposto apertamente, che se
- questo accordo seguisse, di venire a condizione alcuna d’accettare
- drento le Palle, non ne parlasse più oltre, perchè quella città
- aveva determinato non volere di ciò intendere parola; ma in ogni
- altra cosa che si fusse addomandata a servizio dell’Imperatore,
- si disporrebbono di buonissima voglia; e senz’altra conclusione
- ritornato drento, non s’è di poi inteso altro. Stassi aspettando
- che risolva il signor Malatesta, parendo già si sia legato, per
- quello che ho detto di sopra, di quanto è passato per il detto
- Cencio col signor Principe.
-
- Partito il presente cittadino dal campo, poco di poi vennero
- avvisi che il Commissario Ferrucci era uscito con la gente di
- Pisa e marciava verso Pescia, e che drento in Firenze si faceva
- apparecchio d’uscir fuori ad assalire il campo con tutta la forza
- di quella città. Per il che S. E. concluse d’andare in persona
- contra il Ferruccio, e lasciare il contrasto a me con quelli della
- terra; ed essi quello partito iersera con mille lanzichenech,
- mille spagnuoli, e altri tanti italiani. Restai io qui, dove tutta
- la notte siamo stati in espettazione che detti nemici dovessero
- uscire, e mai è uscito uomo. Questa notte il signor Principe ha
- rimandato mille spagnuoli a tempo, con avviso, che gli pare avere
- gente a bastanza con quelli di Fabbrizio Maramaldo, per combattere
- detto Ferruccio; il quale dicono avere circa 4000 fanti e 300
- cavalli leggieri, e che marcia verso la Valle di Nievole. Di quello
- succederà ne darò avviso a V. E.
-
- Data nel campo Cesareo sotto Firenze, 2 agosto 1530.
-
-
-V.
-
- L’E. V. intenderà quello che nelle qui allegate[261] si contiene,
- le quali ho intrattenute fino a quest’ora per potere dare notizia
- dell’esercito di questo Ferruccio; del quale questa mattina avemmo
- avviso essere stato alle mani con li nostri, in un castello
- non molto lontano da Pistoia, detto Cavinana; il quale essendo
- parimente occupato dall’una parte e l’altra, durò la pugna ivi
- dalle 19 ore fino passate le 22; e dopo molto contrasto fatto
- quivi, con poco vantaggio d’alcuna delle parti, essendo ridotta
- la pugna fuori della terra, quivi li nostri restorno in breve
- superiori, fatto tanta strage delli nemici che pochi restorno che
- non fossero morti o prigioni, fra’ quali fu il signor Giovanpaolo
- da Ceri, il signor Amico d’Arsoli; il commessario Ferruccio fu
- morto. Ma per grande che questa vittoria sia stata (importando
- indubitatamente il fine dell’impresa), ha recato più cordoglio
- che allegrezza, per la perdita del signor Principe, il quale per
- aversi voluto trovare ne’ primi combattimenti restò morto; cosa
- che universalmente a tutto questo esercito è dispiaciuta molto;
- specialmente a me per aver perduto un buon amico e signore, e tanto
- servitore quant’era a S. M., e non meno buon fratello di V. E.,
- alla quale non dubito che a essa ancora ne peserà per tutti questi
- rispetti. Di quello che seguirà da qui innanzi farò che quella sarà
- avvisata, restando a me il carico di questo esercito, pure per
- ordine del prefato signor Principe quando partì di qua. Si manda
- il presente gentiluomo a S. M., che provveda di detto esercito come
- gli pare.
-
- Del campo Cesareo sotto Firenze, 5 agosto 1530.
-
- 6 agosto 1530.
-
- Questa è per darvi avviso della fazione fatta per il Ferruccio
- contro al Principe d’Oranges, Fabbrizio Maramaldo e Alessandro
- Vitelli, e tutta la fazione Panciatica, cioè la città e la montagna
- di Pistoia, et un numero di circa sette o otto mila fanti e 1500
- cavalli; e quelli del capitano Ferruccio non aggiungnevono a 3000
- fanti e 400 cavalli. E’ partirono di Pisa il dì primo d’agosto e
- arrivorno al Ponte a Squarciabocconi, e dipoi a Collodi e Medicina
- e Calamecca, et a dì 3 detto partitisi, arrivorno a San Marcello
- e presonlo per forza ed abbrucioronlo, e dimororno lì circa
- un’ora e mezzo e non più, non pensando che tanti eserciti fossero
- loro contro, per non avere gente a piè e non stimare il nemico,
- credendo fosse solo Fabbrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli e la
- parte Panciatica. Et in quello stante arrivò il Principe con li
- cavalli, e prese Cavinana e abbruciolla. Inteso che ebbe questo il
- Ferruccio, messe in battaglia tutti i suoi a 7 per fila et andò
- alla volta di Cavinana, e giunto lì, gagliardamente si affrontò
- smontando a piè con l’arme bianca indosso e una stradiotta in mano,
- combattendo valorosamente, et il Principe, il medesimo; entrorno
- drento per forza, ma furno ributtati due o tre volte. Dipoi mille
- lanzichenech, che erano fuori di Cavinana in sul monte, e quelli
- di Fabbrizio nel fiume, i quali lanzichenech dettono per fianco
- alla coda di quelli del Ferruccio, e subito li roppono e ne feciono
- assai prigioni, quelli del Maramaldo e lanzichenech n’ammazzorno
- assai. Vero è che il Ferruccio roppe tutti i cavalli del Principe.
- E morì il Principe et il Ferruccio. Il signor Paolo è prigione
- del signor Alessandro Vitelli, et il capitano Cattivanza è ferito
- d’una archibugiata in una gamba, ed è prigione con di molti altri
- capitani e uomini da bene. Et è stato ammazzato Pier Antonio Tonti
- da Pistoia e molt’altri, e fattine prigioni assai della fazione
- Cancelliera. Intendesi che il Ferruccio aveva cento trombe di fuoco
- lavorato; ma tanto fu la cosa presta che non le poterono adoperare,
- perchè erano sui muli ne’ corbelli, e le mozzore legate.
-
- Lucca, 4 agosto 1530.
-
- Prima vi sarà pervenuto agli orrecchi, come il Ferruccio, domenica
- notte a tre ore, partì di Pisa con 3000 fanti e 300 cavalli e 12
- moschetti e vettovaglia per tre giorni, e 4 muli carichi di polvere
- e tre some o quattro di scale, e benissimo in ordine. Il giorno
- seguente si avvicinò la sera a Pescia, a due miglia, dove mandò a
- domandare passo e vettovaglie, il che gli fu denegato; e la notte
- andò ad alloggiare ad un castello de’ Lucchesi detto Medicina,
- e di là si partì l’altra mattina per la via del monte, che potea
- condursi al Montale et ancora a Vernio, per passare in Mugello.
- Questi imperiali, subito che ebbono notizia della sua uscita,
- ciascuno fece l’uffizio suo. Il signor Principe dal campo venne a
- Pistoia con 2000 fanti e 1000 cavalli, così Fabbrizio Maramaldo,
- Alessandro Vitelli ed il conte Pier Maria di San Secondo, che in
- tutto si trovorno gl’imperiali 7000 fanti ridotti in Pistoia; e si
- deliberorno d’andare ad impedirli la via, e gli messono alla coda
- il Bracciolino con mille fanti. E ieri, ad ore 19, il Principe
- dette drento, dov’egli restò morto e la sua banda quasi rovinata,
- insieme con la cavalleria. E dipoi si mosse Fabbrizio insieme con
- gli altri, i quali messono in rotta il Ferruccio e le sue genti,
- la maggiore parte delle quali è destrutta. E Fabbrizio di sua
- mano ammazzò il Ferruccio, che avevono a saldare insieme qualche
- conto vecchio. Il signor Gio. Paolo e Cattivanza prigioni; et
- insomma quello che mancassi, i villani faranno adesso loro offizio.
- Pare a questi uomini savi, che a Firenze abbino ad avere così
- grandissimo dispiacere della morte del Principe come della rovina
- delle genti loro e del Ferruccio; perchè, come sapete, il Principe
- aveva la pratica dell’accordo, che ad esso saria stato facile cosa
- conchiuderlo in breve tempo.
-
-
-Nº VI.
-
-(Vedi pag. 319.)
-
-ORAZIONE DI PALLA RUCELLAIO RECITATA NEL COSPETTO DI CARLO V IMPERATORE
-PER NOME DELL’ECCELSA REPUBBLICA FIORENTINA.
-
-(Codice nº 102, manoscritto appresso di noi.)
-
- Per vetustus mos fuit apud Maiores nostros Florentinos, Carole
- Caesar Imperator Auguste, summos atque optimos Imperatores et
- colere semper et summopere venerari. Quod si quis unquam magnus
- Rex fuit, si quis virtute praeditus Imperator, ea claritudo est
- parentum avorum proavorum maiorumque tuorum, qui omnes aut Reges
- maximi aut Imperatores optimi fuerunt, is splendor celsitudinis
- tuae, ea perspicua argumenta divini favoris fidem omnibus
- facientia, te a deo optimo maximo electum ac de coelo missum ad
- resarciendas labentis orbis terrarum ruinas, ut nemini dubium
- sit Florentinum Senatum in te colendo numquam pro more suo agere
- posse, numquam animo ac voluntati suae satisfacturum. Accedunt
- ingentia beneficia peculiariter in Civitatem Civesque nostros
- collata atque eos Cives dicimus qui se ac patriam suam in tutelam
- tuam collocarant, qui sine te, invictissime Imperator Carole,
- salvi esse non poterant: quibus tu post annuam obsidionem, post
- multos bellorum casus, post indignam fortissimorum tuorum Ducum
- in ipsa victoria caedem, patriam, parentes, liberos vitam denique
- ipsam restituisti. Ob haec igitur et alia multa a te accepta
- beneficia quae sigillatim explicare hujus loci ac temporis non
- est, acturi gratias Florentini Senatus nomine Celsitudini tuae,
- Carole Caesar Imperator Auguste; si pro immortalibus in patriam
- nostram meritis parum cumulate munus nostrum impleverimus,
- quaesumus obtestamurque Celsitudinem tuam, ne solum imbecillitati
- ingenii nostri, quod pertenue esse cognoscimus et dolemus, verum
- multo magis magnitudini beneficiorum tuorum tribuendum putes.
- Quid nam sapientius aut rebus christianis armorum ac temporum
- iniuria afflictis conducibilius salubriusque excogitari poterit,
- quam illud divinum consilium, quo nobis Christianis omnibus
- consuluisti. Nam post plurimas insignesque de hostibus tuis
- victorias quibus tu numquam animo elatior factus, Italiae pacem
- et Principum Christianorum concordiam totis viribus procurasti;
- cum omnis adhuc Italia armorum terrore quateretur, neque ullus
- calamitatum finis appareret, consociatis repente Consiliis cum
- Clemente VII Pontifice Maximo, utroque foedere, ac renovata
- amicitia, inita et cum eo affinitate, ex Hyspania in Italiam
- navigasti: quo eodem tempore compositis rebus cum Francisco
- Gallorum Duce in Cameracensi conventu per illas numquam satis
- laudatas heroinas quae ambae in Coelum receptae tum praeclari
- facinoris nunc debitam mercedem recipiunt; Ianuam appulsus nihil
- animo potius habuisti quam reliquas Civitates et Principes Italiae
- pacatissimos reddere. Ad quam rem perficiendam cum Pontificis
- Maximi praesentia multum conferre visa esset, protinus relicta
- urbe Bononiam accessit exardens desiderio videndi Celsitudinem
- tuam, teque in tuo optimo proposito, nullo sane negocio confirmans,
- magnamque oneris huiusmodi partem in se suscipiens, primum sacris
- Imperii insignibus voluit exornare, imposita Augusto capiti tuo
- sacratissimis suis manibus aurea corona. Sequuta est interea
- Viennensis obsidionis solutio faedaque Turcarum strages et turpis
- fuga potiusquam discessus, quae victoria opportune divinitus tibi
- a Deo optimo maximo concessa, Venetos statim Pontifice Maximo,
- tuaeque Caesareae Maiestati coniunctissimos fecit. Receptus est
- etiam in tutelam et amicitiam tuam Franciscus Sforzia Insubrum Dux
- magna cum spe et populorum illorum letitia quod essent in pace
- et ocio rebus suis aliquando facituri. Reliqui erant Florentini
- apud quos pauci factiosi et scelerati parricidae aliquorum
- animos fictis vaticiniis superstitionibusque imbuerant quasi
- popularis status in ea Civitate superis gratissimus esset, alios
- opifices ac mechanicos artifices fecem impiam plebis Florentinae
- collatis Magistratibus ipsisque insolitis honoribus illexerant,
- iuventutem omnem armaverunt, ex legem quaecumque libuissent facere
- permiserunt, cunctorum denique animos rapinarum ac latrociniorum
- maxima spe impleverant, proscriptis nobilium bonis, ipsisque
- expulsis aut in carcere ad ultimum supplicium reservatis. Ita cum
- pretextu religionis ac libertatis in superstitiosam impietatem et
- execrabilem populi Thyrannidem induxissent coniecissentque, spreta
- ea obedientia obmissisque obsequiis, quibus Civitas Florentina
- solita est Sanctissimos Pontifices atque optimos Imperatores
- perpetuo prosequi, omnia prius extrema pati decreverant, quam in
- illo modo ad sanitatem redirent. Taceo quod aequas conditiones
- multoties propositus et a Pontifice et a te Caesar Invictissime,
- repudiaverint. Id nam manifestum ac luce clarius apparuit ex his
- quos postremo armis ac fame coacti accepère. Cum itaque rerum
- omnium nostrarum tuum esset arbitrium cumque propter arma in
- te tuumque Neapolitanum Regnum suscepta obstinatamque popularis
- illius status erga Pontificem Maximum, tuamque Caesaream Maiestatem
- contumaciam, omni ditione nostra jure privati essemus; restitutos
- in pristinam gratiam tuae Celsitudinis, ab omni noxa gratuito
- liberatos esse voluisti, solitisque immunitatibus frui omnibus
- permisisti, cives civitati, civitatem civibus, reddidisti,
- eamque formam Reipublicae nostrae comprobasti quae cunctis bonis
- esset optabilis; in qua Alexander Medices Dux cui filiam tuam
- Margaritam altae indolis puellam in uxorem dedisti, primas partes
- veluti majores sui fecerant esset habiturus, tuoque e sanguine,
- divina favente clementia liberos procreaturus, qui Civitati
- nostrae summa cum laude in posterum praesint. Quamobrem tantum
- tibi Carole Caesar Imperator Auguste nos debere profitemur, ut
- parentes, liberos, patriam, vitam ipsam atque immortalitatis
- spem, nostraque omnia. Celsitudini tuae accepta referamus. Porge
- itaque Invictissime Imperator Carole, sanare reliqua christiani
- corporis vulnera, id quod assidue facis, ut post tuum ex Italia
- discessum, una cum fratre tuo Ferdinando iam Caesare declarato,
- validissimis Thurcarum viribus facilius, obsistere possis,
- ultimamque de his victoriam reportare. Ad haec procul dubio missus
- es vocatusque a Deo optimo maximo, ad haec te hortatur qui ejus in
- Terris vices gerit Sanctissimus Pater Clemens, nihil obmissurus
- cum reliquis Principibus Christianis quod in tanta re tuae
- Celsitudini opportunum esse videatur. Nos autem Florentini quamquam
- facultatibus spoliati ad nihilumque reducti, nihil praeter nuda
- corpora et animas polliceri possumus, nihilominus imperata facere
- parati erimus. In primis autem Alexander, gener tuus, ipse Dux, se
- ducem nobilium ac bonorum omnium prestabit ad retinendam in officio
- atque obsequio Civitatem erga Celsitudinem tuam, in cujus Tutelam,
- urbem, agros, Cives, nostraque omnia, id quod in mandatis habuimus,
- maximopere comendamus.
-
-In ultimo è scritto nel Codice stesso:
-
- Furono mandati Ambasciatori a Carlo Quinto Imperatore Palla
- di Bernardo Rucellajo et Francesco di Niccolò Valori da poi
- che l’Illmo Sig.e Duca Alessandro de’ Medici fu tornato da S.
- Maestà, et fatta la declaratione del Governo della Città, come si
- dimostra in questo libro _de verbo ad verbum_: e quali andorno a
- render gratie a Sua Maestà Cesarea et fargli reverentia come per
- la preallegata Orazione si dimostra composta et recitata per il
- prefato Palla.
-
-
-FINE DEL TOMO TERZO ED ULTIMO.
-
-
-
-
-TAVOLA DEI NOMI E DELLE MATERIE.
-
-[La lettera A indica il tomo Primo; la lettera B il Secondo; la C il
-Terzo.]
-
-
-A.
-
-_Abati_. Uno di quella famiglia muore a Campaldino, A 87. Distruzione
-delle loro case, 130.
-
-_Abati Bocca_. Taglia la mano a Iacopo de’ Pazzi che teneva l’insegna
-de’ guelfi a Montaperti, A 49.
-
-_Abati Migliore._ Ambasciatore a Clemente IV, A 374-377.
-
-_Abati Neri_. Suo maleficio nella persona di alcuni de’ Cerchi, A 109.
-Appicca il fuoco alle case di altri della sua famiglia, 130.
-
-_Abbondanza_ (_Magistrato della_), C 311.
-
-_Abbondanza_ (_Ufficiali della_), B 528.
-
-_Accademia del Cimento_, B 431, C 334.
-
-_Accademia del Piano_, C 331.
-
-_Accademia Platonica_, B 427, 431. Trasferita dalla Casa de’ Medici
-negli Orti de’ Rucellai, C 118.
-
-_Accatti_. — Ved. _Gravezze_.
-
-_Acciaiuoli_. Seguono la parte dei Donati, A 107; e dei guelfi neri,
-126. Hanno ducato nella Morea, B 142; e principato in Cefalonia, 218.
-
-_Acciaiuoli Agnolo_, vescovo di Firenze. Commenda pubblicamente il Duca
-d’Atene, A 226. Capo della congiura dei grandi contro di lui, 231.
-Congrega il popolo in Santa Reparata, 235. Presso di lui s’adoprano
-i popolani affinchè i grandi non abbiano il Priorato, 238. Assolve di
-certe colpe Donato Velluti, 261.
-
-_Acciaiuoli Agnolo_, cardinale. Con lui si scusa la Signoria del bando
-dato a Donato suo fratello, B 80.
-
-_Acciaiuoli Agnolo_. Confinato, B 218. Restituito, 225. Sottoscrive la
-pace tra i Fiorentini e il Duca di Milano, 278. Ambasciatore a Niccolò
-V, 290. Gonfaloniere, 301. Oratore in Francia, 308. Sdegnato contro
-Cosimo de’ Medici, 331. Risoluto di abbattere Piero suo figliuolo,
-332. Sue pratiche a tale effetto, 339. Confinato con i figliuoli,
-342. Domanda a Piero de’ Medici d’esser rimesso in patria, 343. Questi
-vorrebbe richiamarlo, trovandosi all’estremo della vita, 351.
-
-_Acciaiuoli Alamanno_. De’ Priori, nel tumulto de’ Ciompi, B 25. Si
-ostina a non voler lasciare il Palagio, poi cede, _ivi_.
-
-_Acciaiuoli Donato_. Sua grande autorità in Firenze, e uffici da lui
-esercitati, B 78, 79. Pratica per riformare lo Stato, _ivi_. Confinato,
-80. — Ved. _Donato_ (_San_).
-
-_Acciaiuoli Donato_. Oratore a Milano, B 363; a Roma, 380, 381, 389; in
-Francia, 390. Muore per via; onori resigli dalla Repubblica, _ivi_.
-
-_Acciaiuoli Francesco_, ultimo duca d’Atene. Sua morte, B 325.
-
-_Acciaiuoli Margherita_. Assegno dotale fattole dalla Repubblica, B 390.
-
-_Acciaiuoli Niccolò_, gran siniscalco del Regno di Napoli. Mezzano
-nella compra di Prato fatta dai Fiorentini, A 260. Manda al loro
-servigio due galere armate a sue spese, 304. Viene in Firenze, 311.
-Sospetti che si destano contro di lui, e legge che si fa per ciò,
-_ivi_. — Ved. _Certosa. Villani Matteo._
-
-_Acciaiuoli Niccolò_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Acciaiuoli Roberto_. Oratore al Gran Capitano, C 98; al Re di Francia,
-116. Egli e Francesco Guicciardini detti dal Varchi le due più savie
-teste d’Italia, 156. Imprigionato, 219. Sta fuori di Firenze e gli è
-intimato il ritorno, 249. Confinato a Volterra, ne diventa Commissario
-per il Papa, 278. Va a Roma, 279. Torna in Firenze, 312. Si adonta
-di sottostare a Baccio Valori, 313. Di un suo Discorso intorno alla
-riforma dello Stato, 321.
-
-_Accolti Benedetto_, cancelliere della Repubblica, B 434.
-
-_Accolti Francesco_, giureconsulto, B 434.
-
-_Accoppiatori_, B 213, 225, 283, C 24, 25.
-
-_Accorso_. — Ved. _Bagnolo_ (_da_) _Accorso_.
-
-_Acquasparta_ (_d’_) _Matteo_. Legato del Papa in Firenze, A 109, 110,
-111, 122. Protettore dei guelfi neri, poi li avversa, 123.
-
-_Adda_. Sulle sue sponde celebrano i Fiorentini la festa di San
-Giovanni, B 67.
-
-_Adimari_. Vanno in esilio, A 52. Loro brighe coi Tosinghi, 73. Seguono
-la parte dei Cerchi, 106. Traggono in aiuto della Signoria, 120. Due di
-loro cercati a morte; alcuni sbanditi e confinati, 124, 125. Arsione
-delle loro case, 130. La loro loggia ha nome la Neghittosa, B 80. È
-dato bando a un altro di loro, 81.
-
-_Adimari Antonio_. Capo della congiura dei popolani contro il Duca
-d’Atene, A 231. Sostenuto in Palagio, 232. Fatto cavaliere dal Duca,
-234. S’adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato, 238.
-
-_Adimari Bindo_. Si sposa a una degli Ubaldini, A 61.
-
-_Adimari Buonaccorso_. Dà per moglie a un suo figliuolo la figlia del
-conte Guido Novello, A 61.
-
-_Adimari Cavicciuli_. Le loro case e torri, assalite dai popolani, si
-arrendono, A 240.
-
-_Adimari Cavicciuli Talano_. Sostenuto in Palagio, n’è tratto da’ suoi
-consorti, A 138.
-
-_Adimari Forese_. Capo dei fuorusciti guelfi di Toscana, A 55; e uno
-dei capi de’ grandi, 104.
-
-_Adimari Francesco_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Adimari Tegghiaio Aldobrandi_. Consiglia di non muovere l’oste contro
-Siena, A 46. — Ved. _Spedito_.
-
-_Adriani Marcello Virgilio_, cancelliere della Signoria, C 87.
-
-_Adriano VI_. Fa lega con la Repubblica, C 161, 162.
-
-_Aguglione_ (_d’_) _Baldo_. Dichiara irrevocabile l’esilio di Dante, A
-155.
-
-_Aguto_ (_Hawkwood_) _Giovanni_. Con lui patteggiano i Fiorentini, A
-322. È ai loro stipendi, 331, 332, B 43. Caccia del contado di Firenze
-una compagnia di mercenari, 50. Sta a guardia della Piazza dei Signori,
-53. Ottiene licenza, 57. Richiamato, 67. Sue imprese, _ivi_-71. Muore
-ed è grandemente onorato, 82. — Ved. _Vettori Andrea_.
-
-_Aiuti Mattia_, notaro, B 558.
-
-_Alamanni Boccaccino_. Ambasciatore a Francesco Sforza, B 193.
-
-_Alamanni Iacopo_. Affronta Luigi Guicciardini gonfaloniere, e ferisce
-uno dei Priori, C 211. Ferisce un Ginori, 224. Decapitato, 225. Sue
-ultime parole, _ivi_.
-
-_Alamanni Luigi_, poeta, C 156. Congiura contro Giulio de’ Medici,
-157. Fugge ed è fatto ribelle, _ivi_. Gli è dato rifugio da Lodovico
-Ariosto in Garfagnana, _ivi_. È in Genova, 229. Esorta i Fiorentini
-a conciliarsi l’imperatore Carlo V, _ivi_. Viene in Firenze per
-commissione d’Andrea Doria, 230. Va con gli ambasciatori Fiorentini a
-Carlo V, 237. Raccoglie danari in aiuto di Firenze assediata, 286.
-
-_Alamanni Luigi_, soldato. Congiura contro Giulio de’ Medici, ed è
-decapitato, C 157.
-
-_Albergati Niccolò_, cardinale. Tratta la pace tra la Repubblica e il
-Duca di Milano, B 176.
-
-_Alberghettino_. Nome di una prigione in Palagio, B 212. V’è rinchiuso
-Cosimo de’ Medici, da cui è detta la Barbería, _ivi_. V’è poi rinchiuso
-il Savonarola, C 53.
-
-_Albergotti Giovanni_, vescovo di Arezzo. Vuol tradire alla Chiesa
-quella città, A 331.
-
-_Albergotti Lodovico_. Ambasciatore della Repubblica a Milano, B 86.
-
-_Alberti_ (_Conti_). — Ved. Conti Alberti.
-
-_Alberti_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Si guadagnano
-il favore del popolo, B 60. Fanno grande apparato di feste per
-l’avvenimento di Carlo di Napoli al trono d’Ungheria, ivi. Privati
-degli uffici, 61. Accusati di congiura, 75. Banditi, 76. Altre condanne
-contro di loro, 81, 82, 147. Riabilitati agli uffici, 225.
-
-_Alberti Benedetto_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 12, 19, 20,
-24, 26, 34; dopo i quali resta dei capi dello Stato, 39. Sollecita
-l’esecuzione capitale di Piero degli Albizzi, 41. Si allontana da
-quelli della sua parte, 46. Oratore a Siena, 60. Fa parte della Balìa
-da cui vien confinato, 61. Sua fine, _ivi_.
-
-_Alberti Cipriano_. Gonfaloniere, B 61. Accusato di congiura, 75.
-
-_Alberti Leon Battista_, B 352, 432, 433.
-
-_Alberti Niccolò_. Parla nelle Consulte, A 271. Sua ricchezza, e
-magnificenza delle sue esequie, B 60. I suoi figliuoli e discendenti
-sono esclusi da una condanna pronunziata contro quella famiglia, 505,
-506.
-
-_Alberti Spinello_ di Luca. Privilegio a lui concesso, B 476. Suo
-ufficio ricordato, 485.
-
-_Albertinelli Francesco_. Capitano al soldo della Repubblica, C 97.
-
-_Albigesi_. — Ved. _Paterini_.
-
-_Albizzi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Si adoprano perchè
-le Arti, già ridotte a quattordici, siano riportate a ventuna, 282.
-Loro contese coi Ricci, 286 _e segg._ Sono oriundi d’Arezzo, 287. Capi
-della Parte Guelfa, _ivi_. Di nuovo delle loro contese coi Ricci, 311.
-Segno della loro setta, 315. Le due sette si avvicinano, _ivi_. Non
-è vera amicizia tra le due famiglie, 317. Tre di loro e altrettanti
-dei Ricci esclusi a tempo da’ maggiori uffici, 318. Favoriscono gli
-Ubaldini, 320. Alcuni di loro mutano l’arme e il cognome, chiamandosi
-degli Alessandri, B 10. Potentissimi nell’Arte della lana, 77.
-Restituiti agli uffici, 498.
-
-_Albizzi Antonfrancesco_. Partigiano de’ Medici, C 123. Commissario in
-Arezzo, 242. In campo contro l’Orange, 251, 361-364, 371. Confinato,
-309.
-
-_Albizzi Bellincione_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A
-422.
-
-_Albizzi Luca_. Segue la parte di Cosimo Medici, B 223, 224.
-
-_Albizzi Luca_. Commissario in campo contro Pisa, C 70. Fatto prigione,
-si riscatta, _ivi_.
-
-_Albizzi Manno_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Albizzi Maso_. Suo gonfalonierato, B 74-76. Si tenta d’ucciderlo,
-80. Ambasciatore a Parigi, 85; a Roma, 93. Commissario in campo contro
-Pisa, 104. Torna, 105. Persegue gli Alberti, 147. Uno dei capi dello
-Stato, 150. Muore, _ivi_. Ricordato, 203, 204. Paragone tra lui e
-Rinaldo suo figliuolo, 204. Degli Accoppiatori, 516. — Ved. Visconti
-Gabriele Maria.
-
-_Albizzi Ormanno_. Viene in Firenze, B 189. Brani di lettere scritte a
-lui da Rinaldo suo padre, 205, 206. Vuol manomettere Cosimo de’ Medici,
-216. Confinato, 225.
-
-_Albizzi Piero_. Capo della Parte Guelfa, con tutta la sua famiglia,
-A 287. Parla nelle Consulte, 290. Promotore della lega con Urbano V,
-315; a cui va ambasciatore, _ivi_. Perde il Palagio dei Signori, ma gli
-rimane quello della Parte Guelfa, 318. Prevale la sua sentenza in un
-consiglio della Parte, B 10. Gli sono arse le case, 13. È confinato,
-14. Decapitato, 41, 42.
-
-_Albizzi Rinaldo_. Dà il luogo per fabbricare lo Spedale
-degl’Innocenti, B 145. Discorso a lui attribuito, 161, 166. Tenta di
-trarre alla sua parte Giovanni de’ Medici, 167; poi gli si scuopre
-nemico, 169. Oratore al Papa, e a Venezia, 172. Commissario a Volterra,
-184, 185. Dei Dieci della guerra, 188. Commissario in campo contro
-Lucca, 189, 191, 192. Paragone tra esso e Maso suo padre, 203, 204.
-Potestà di Prato, 205. Sue lettere ricordate, _ivi_. Vuole allargare
-nei Consigli il numero dei Richiesti, _ivi_. Avverso a Neri Capponi,
-_ivi_. Senatore di Roma, 206. Siede con Cosimo de’ Medici in una
-pratica eletta dalla Signoria, 212. Viene armato in Piazza, _ivi_.
-Quel ch’egli faccia e pensi dopo l’esilio di Cosimo, 217, 218, 221,
-224. Confinato, 225. Sua risposta ad Eugenio IV, _ivi_. Elenco delle
-sue ambascerie, 535-542. Suoi sforzi per tornare in patria, 263-270.
-Muore, 270. Caso pietoso di una sua figliuola, 324. — Ved. _Catasto.
-Gambacorti. Guadagni Bernardo. Parentucelli Tommaso. Scandalosi_
-(_Legge degli_).
-
-_Albornoz_ (_d’_) _Egidio_. Manda il Vescovo di Narni a Firenze, A 294.
-Accenna a una congiura che quivi era per sovvertire lo Stato, 311. —
-Ved. Ricci Guglielmo.
-
-_Alderotti Buonaccorso_. Sua lettera a Gino Capponi, ricordata, B 97.
-
-_Aldighieri Donato_. Restituito, B 474.
-
-_Aldobrandi Bertino_. Suo duello con Dante da Castiglione, C 271.
-
-_Aldobrandi Tegghiaio_. — Ved. Adimari Tegghiaio.
-
-_Aldobrandini_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126.
-
-_Aldobrandini Silvestro_. Confinato, C 309. — Ved. _Medici Caterina_.
-
-_Alessandri_. Nelle loro case andava la Signoria a vedere il palio di
-San Giovanni, B 10.
-
-_Alessandri Alessandro_. Stipite della sua casata, B 25.
-
-_Alessandri Alessandro_. Oratore a Niccolò V, B 290.
-
-_Alessandri Ginevra_. Moglie di Giovanni di Cosimo de’ Medici, B 326.
-
-_Alessandria d’Egitto_. Vi va la prima galea mercantile dei Fiorentini,
-B 141; e privilegi ch’essi vi ottengono, _ivi_.
-
-_Alessandro IV_. Gli duole la sconfitta dei Fiorentini a Montaperti, A
-52.
-
-_Alessandro V_. Con lui sono in lega i Fiorentini, B 127. È in Prato e
-in Pistoia, _ivi_. I Fiorentini sollecitano la sua andata a Roma, 128.
-
-_Alessandro VI_. Sue relazioni coi Fiorentini, concernenti il
-Savonarola, C 45-49, 54-58.
-
-_Alfonso I_ e _II_ re di Napoli. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Alfonso I_ e
-_II_.
-
-_Alidosi_. Raccomandati della Repubblica, B 156.
-
-_Alidosi Obizzo_. Capitano del Popolo in Firenze, B 47.
-
-_Alidosi Taddeo_. Manda gente in aiuto della Repubblica, B 345.
-
-_Alighieri Dante_. Si trova a Campaldino, A 85. È de’ Priori, 110.
-Oratore al papa Bonifazio VIII, 114. Suo odio contro il medesimo,
-123, 124. Sentenze contro di lui, 125. Sottoscrive il trattato dei
-fuorusciti bianchi con gli Ubaldini di Mugello, 133. Biasima la
-mossa dei fuorusciti contro Firenze, 136. Sua vita e opere, 165-171.
-Ambasciatore a San Gimignano, 166, 391. Prime edizioni del suo poema,
-ricordate, B 458. — Ved. _Arrigo VII. Aguglione_ (_d’_) _Baldo. Niccoli
-Niccolò. Romena_ (_da_) _Alessandro_.
-
-_Alpi_. Riforme di quel Vicariato, B 484, 493.
-
-_Altafronte_ (_Castello di_). Rovina, A 210.
-
-_Altopascio_. Si arrende ai Fiorentini, A 193; che vi son rotti da
-Castruccio, ivi. Preso dai Pisani, 304.
-
-_Altoviti_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di loro è
-fatto decapitare dal Duca d’Atene, 224.
-
-_Altoviti Bardo_. Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, C
-299.
-
-_Altoviti Bindo_. Bandito, B 81.
-
-_Altoviti Caccia_. Sta a guardia della Porta a San Pier Gattolini,
-nell’Assedio, C 298.
-
-_Altoviti Palmieri_. Ambasciatore a Milano, B 86.
-
-_Altoviti Stoldo_. Devoto di Caterina da Siena, A 337.
-
-_Alvernia_. Ricca d’opere dei Della Robbia, B 239.
-
-_Alviano_ (_d’_) _Bartolommeo_. Vuol rimettere i Medici in Firenze, C
-40. Rotto dai Fiorentini, 98.
-
-_Ambasciatori_. Loro elezione, ufficio, salario, A 388, 389. Riforma, B
-494, 495.
-
-_Ambrogio_ (_Sant’_). Consacra la basilica di San Lorenzo, A 3.
-
-_Amidei_. Loro vendetta contro Buondelmonte dei Buondelmonti, A 26, 27.
-Si ricovrano in Siena, 41. Non possono tornare in Firenze, 76. Arsione
-delle loro case, 131.
-
-_Amidei Lambertuccio_. Prende parte all’uccisione di Buondelmonte dei
-Buondelmonti, A 27.
-
-_Amieri_. Arsione delle loro case, A 131. Falliscono, 190.
-
-_Ammannati Iacopo_. Sue lettere a Lorenzo de’ Medici, e a Sisto IV,
-ricordate, B 361, 391.
-
-_Ammirato Scipione_. Accusa il Machiavelli di molti errori e
-alterazioni nelle sue _Storie_, B 343.
-
-_Ammonizioni_. Che cosa fossero, A 286. S’accrescono grandemente, 338,
-339. — Ved. _Capitani di Parte Guelfa_.
-
-_Andalò Lotteringo_, frate Gaudente. Potestà ghibellino di Firenze, A
-57-61. — Ved. Malavolti Catalano.
-
-_Angeli_ (_Frati degli_). Il loro convento è messo a ruba dal popolo, B
-13.
-
-_Angelico frate Giovanni_, B 238, 239.
-
-_Angelo di ser Andrea_, notaro, A 399.
-
-_Anghiari_. Occupato da Vitellozzo Vitelli, C 77. Assalito da Francesco
-Maria della Rovere, 141. — Ved. _Tarlati Marco_.
-
-_Anghiari_ (_d’_) _Baldaccio_. Al soldo dei Fiorentini, B 201. Mandato
-da essi in aiuto dei Genovesi, 252. Sua morte, 275, 276. S’indagano le
-cagioni di essa, 276-278.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Carlo I_. I Fiorentini gli danno la signoria della
-città, A 62. Suo ordine circa i beni dei ghibellini ribelli, 64.
-Espugna Poggibonsi, 67. Suo soggiorno in Firenze, _ivi_. Privato
-dell’ufficio di Vicario imperiale in Toscana, 73. I Fiorentini gli
-mandano aiuti per ricuperare la Sicilia, 75. — Ved. _Monforte_ (_di_)
-_Guido_.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Carlo II_. Dà alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri,
-A 84.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Giovanni_. Dimora a lungo in Firenze, B 309. Parte, e
-gli son fatti gran doni, 312. Richiede di lega i Fiorentini, 323. La
-parte avversa ai Medici vuol richiamarlo, 339.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Lodovico_. Ordina rappresaglie contro i Fiorentini, B
-57.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Luigi_. Chiamato in Italia dai Fiorentini, B 127.
-Riceve in Prato i loro ambasciatori, 130.
-
-_Angiò_ (_d’_) _Renato_. Viene in Firenze, B 285. Torna in Italia a
-istanza della Repubblica, 309. — Ved. Pazzi Andrea.
-
-_Angiolo_ (_Insegna dell’_), data dal Duca d’Atene ai mestieri soggetti
-all’Arte della lana, B 16, 30.
-
-_Antellesi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126.
-
-_Antinori Giovanfrancesco_. S’arma contro la Signoria, C 298.
-
-_Antonino_ (_Sant’_). — Ved. Pierozzi Antonio.
-
-_Antonio di Domenico_, monaco in Cestello, B 556.
-
-_Anziani_. Loro governo, A 35 _e segg._ — Ved. _Buonuomini_.
-
-_Apparita_, luogo presso Firenze. Vi giunge il Principe d’Orange, C 255.
-
-_Appiano_. Quella famiglia è in tutela della Repubblica, B 104, 156.
-
-_Appollonia_ (_Madonna_). Bandita da Firenze, B 247.
-
-_Approvatori dei bandi_, B 485.
-
-_Approvatori degli Statuti delle Arti_. Loro riforma, B 482.
-
-_Aquileia_ (_Patriarca d’_). Con lui praticano gli oratori fiorentini
-mandati a Carlo IV, A 266.
-
-_Aragona_ (_d’_) _Alfonso I_ re di Napoli. Fa guerra alla Repubblica, B
-288, 291-294, 307.
-
-_Aragona_ (_d’_) _Alfonso II_ duca di Calabria poi re di Napoli. Viene
-in aiuto dei Fiorentini, B 346. Li combatte, 385 _e segg._ Vieta loro
-la ricuperazione dì Sarzana, 400. È in buone relazioni con Lorenzo de’
-Medici, 401. Offre alcuni Stati nel Regno a Piero de’ Medici che li
-ricusa, C 4.
-
-_Aragona_ (_d’_) _Ferdinando I_ duca di Calabria poi re di Napoli.
-Fa guerra alla Repubblica, B 307. La ricerca di lega, 323. Fa elogio
-di Lorenzo de’ Medici, 352. Con lui rinnovan lega i Fiorentini, 362.
-Promette aiuto alla Congiura de’ Pazzi, 371. Conforta la Repubblica a
-rendere al Papa il Cardinale Riario, 381. Le fa guerra, 385 _e segg._
-Manda due galere per condurre a Napoli Lorenzo de’ Medici, 396. Fa
-pace con lui e con la Repubblica, 399. Soccorso dalla Repubblica nella
-guerra contro i Baroni, 416, 417.
-
-_Aragona_ (_d’_) _Ferdinando il Cattolico_. Legazione della Repubblica
-a lui, ricordata, C 102. Si accorda con essa, 104. Va oratore a lui
-Francesco Guicciardini, 116.
-
-_Aragona_ (re d’) _Iacopo_. Stimolato dai Fiorentini a occupare la
-Sardegna, A 143.
-
-_Aragonesi Niccolò_ di Pisa. Caso occorso in sua casa, B 523.
-
-_Ardinghelli_ famiglia, A 393, 394.
-
-_Ardinghelli Pietro_, segretario di Leone X. Suoi copialettere,
-ricordati, C 348. Prepara e sottoscrive l’atto di un trattato tra
-il Papa e Carlo V, 353, 357. Sollecita la sottoscrizione di un altro
-trattato col Re di Francia, 354.
-
-_Aretini_. Collegati coi Conti Guidi, A 15. In guerra con la
-Repubblica, 84 _e segg_. Sconfitti a Campaldino, 87. Vengono contro
-Firenze, 134. Mandano aiuti ad Arrigo VII, 158. Si danno al Duca
-d’Atene, 227. Mandano a regalarlo, 230. Tornano a libertà, 237. Loro
-indipendenza mantenuta da un articolo del trattato tra i Fiorentini e
-Carlo IV, 270. Fanno lega con la Repubblica, 324. Brano di una lettera
-dei Fiorentini a loro, 331. Si ribellano, C 77. Tornano all’obbedienza,
-_ivi_. Accolgono il principe d’Orange, 242. Altre notizie di essi
-durante e dopo l’assedio di Firenze, 311.
-
-_Arezzo_. Vi si raccolgono i fuorusciti fiorentini, A 133. Sua fortezza
-e bastia, 214; poi distrutte, 237. Tentato dal re Ladislao di Napoli,
-B 124, 125. In pericolo d’essere occupato da Niccolò Piccinino, 198. —
-Ved. _Albergotti Giovanni. Coucy_ (_di_) _Enguerramo. Donato_ (_San_).
-_Tarlati Pier Saccone_.
-
-_Arezzo_ (_Vescovo di_). — Ved. _Pazzi Cosimo, Ubertini Buoso._
-
-_Arezzo_ (_d’_) _Leonardo_. — Ved. Bruni Leonardo.
-
-_Argiropulo_. Maestro di Lorenzo dei Medici, B 352.
-
-_Armagnac_ (_d’_) _Bernardo_. Chiamato dai Fiorentini in Italia, B 85.
-
-_Armagnac_ (_d’_) _Giovanni_. Denari datigli dalla Repubblica, B 68.
-
-_Arnolfi Onofrio_. Oratore al Papa e al Re di Napoli, B 84.
-
-_Arnolfo_, architetto. Sue opere, A 178, 179.
-
-_Arrabbiati_. Chi fossero, C 47. Trionfano sui loro avversari, 53 _e
-segg_. Come volessero ordinare lo Stato, 216.
-
-_Arrighetti Azzo._ Esule in Francia, A 65. Da lui deriva la famiglia
-dei Mirabeau, _ivi_.
-
-_Arrigo IV._ Assedia Firenze, A 8, 9.
-
-_Arrigo VI._ Crea duca di Toscana Filippo suo fratello, A 18.
-
-_Arrigo VII._ Opinione ch’ebbero di lui Dante, Dino Compagni e il
-Villani, A 145, 146. Manda oratori a Firenze, 146. Lettere di Dante a
-lui, ricordate, 149. I Fiorentini gli suscitano dei nemici, 150. Egli
-fa processi contro di loro, 153. Assedia Firenze, 157. Si leva, 158.
-Pone l’oste a San Casciano, indi a Poggibonsi, 159. Dichiara ribelli
-all’Impero i Fiorentini, _ivi_
-
-_Arrigo_ duca di Baviera. Assedia e prende Firenze, in compagnia d’uno
-de’ Conti Guidi, A 12, 13.
-
-_Arsoli_ (_d’_) _Amico_. Sua morte, C 295.
-
-_Arti_ (_Corporazioni delle_), A 22, 23. Loro nomi e insegne, 58,
-59, 138. Il Duca d’Atene ne disfà gli ordinamenti, 228. Resta ad esse
-il governo, cacciati i grandi, 242, 275. Riportate da quattordici a
-ventuna, 282. Notizie di esse durante i moti del 1378, B 12 e _segg._
-Distribuzione degli uffici tra esse, 35, 36. Prevalenza delle minori,
-37 e _segg._ Nuova distribuzione degli uffici; prevalenza delle
-maggiori, 49 e _segg._ Diventano un nome vano nei congegni dello Stato,
-148. Si vuol ridurne il numero, 357. Loro ordine, 524. Fanno la mostra
-per la festa di San Giovanni, 531. Se ne vendono gl’immobili, C 252;
-ch’esse poi ricuperano, 309. — Ved. _Consoli_ o _Capitudini delle
-Arti_. — Ved. anche per le principali i loro rispettivi nomi.
-
-_Ascoli_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Ascoli_ (_d’_) _Francesco_. — Ved. Stabili Francesco.
-
-_Assisi_ (_Vescovo d’_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, A
-230.
-
-_Assisi_ (_d’_) _Guglielmo_. Conservatore in Firenze per il Duca
-d’Atene, A 230. Ucciso lui e un suo figliuolo, 235.
-
-_Atene_ (_Duca d’_). — Ved. _Brienne_ (_di_) _Gualtieri_.
-
-_Attendolo Micheletto_. Al soldo dei Fiorentini, B 197, 198, 200, 207,
-268, 269.
-
-_Attendolo Sforza_. Al soldo dei Fiorentini, B 103 e _segg._ — Ved.
-Tartaglia.
-
-_Aubigny_ (_Monsignore d’_). Oratore del Re di Francia in Firenze, C
-344.
-
-_Aurispa Giovanni_. Insegna nello Studio Fiorentino, B 235.
-
-_Avignone_. Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252; che ne sono
-cacciati, 328.
-
-
-B.
-
-_Bacherelli Rosso_. Dei primi Priori delle Arti, A 78.
-
-_Badia_ (_Monaci di_), A 139.
-
-_Baglioni Baglione_. Potestà in Firenze per il Duca d’Atene, A 230.
-
-_Baglioni Gian Paolo_. Al soldo di Leone X, C 141.
-
-_Baglioni Malatesta_. Minaccia Firenze, C 154. È al soldo della
-Repubblica, 241. Soccorso da essa contro il Principe d’Orange, _ivi_
-Ha il comando delle genti assoldate dalla Repubblica, 251. Primi
-sospetti contro di lui, 253. Alloggia nelle case dei Serristori, 256.
-Sfida i nemici, 257. Tratta con un inviato di Clemente VII, 264. Fatto
-dalla Repubblica Capitano generale, 268. Si bisbiglia contro di lui,
-283. Cambia d’alloggio, 284. Esce contro i nemici, _ivi_ Si oppone
-al proposito di assaltare il Campo nemico, 287. Pratica segretamente
-coll’Orange, 289-291. Di nuovo si oppone al disegno di assaltare il
-Campo, 290. Impedisce di soccorrere il Ferruccio, 291. Accusa contro di
-lui non provata, 292. Come si comportasse dopo la morte del Ferruccio,
-295-300. Articolo relativo a lui nella Capitolazione della città, 300.
-Ha in mano il governo di Firenze, 302-305. Il Papa lo ringrazia del suo
-operato, 306; poi vuole che parta, _ivi_ Parte, e manda a scusarsi e a
-difendersi dalla taccia di traditore, _ivi_, 307.
-
-_Baglioni Orazio_. Ricupera Perugia, dov’erano a guardia i Fiorentini,
-C 154. Capitano delle Bande Nere, 217.
-
-_Baglioni Ridolfo_. È alla guardia di Firenze, C 315.
-
-_Bagnesi Bernardo_. Capitano di Cortona, fatto prigione dal Principe
-d’Orange, C 369.
-
-_Bagno_ (_Contea di_). Tenuta in vicariato dalla Repubblica, B 307.
-
-_Bagno_ (_Conti di_). Ribelli della Repubblica, B 81. Loro distruzione,
-93.
-
-_Bagno a Vena_. Battaglia _ivi_ successa tra i Fiorentini e i Pisani, A
-305.
-
-_Bagnolo_ (_da_) _Accorso_, A 31.
-
-_Bagnone_ (_da_) _Stefano_. Parte che ebbe nella Congiura de’ Pazzi, B
-372, 373. Sua fine, 377.
-
-_Baldovinetti Mariotto_. Ricordato nelle Storie del Cavalcanti, B 218.
-
-_Baldovino_ imperatore. Sua venuta e dimora in Firenze, A 70, 71.
-
-_Balducci Pegolotti Francesco_. Sue scritture, citate, B 141.
-
-_Balestrieri_, milizia del Comune. Sua formazione, A 295.
-
-_Balìa_. Dell’anno 1341, A 223, 225. Del 1342, 235. Due del 1378, B
-12, 13,26 _e segg._ Tre del 1382, 48, 52, 53, 55. Del 1387, 61. Tre del
-1393, 75, _ivi_, 81. Del 1433, 213, 214. Del seguente anno, 224, B 245,
-246, 279. Del 1444, 282, 283. Del 1453 e 54, 312. Del 1458, 320, 321.
-Del 1466, 342. Del 1471, 356, 357. Del 1490, 421. Del 1512, C 125, 132.
-Del 1530, 303, 305, 312, 314; trasformata nel Consiglio dei Dugento,
-325.
-
-_Balzelli_. — Ved. _Gravezze_.
-
-_Bambelli_ Pace, notaro. B 557.
-
-_Bande Nere_. Condotte da Giovanni de’ Medici, C 178. Nel campo contro
-Carlo V, 217, 220. Stanno a guardia di Firenze, 251.
-
-_Banderesi_ di Roma. Esortati dai Fiorentini ad opporsi a Gregorio XI,
-A 332, 334.
-
-_Bandiera Guido_, scardassiere. Fatto cavaliere da’ Ciompi e datigli
-danari, B 22.
-
-_Bandini_ (_Villa dei_). — Ved. _Ripoli_ (_Piano di_).
-
-_Bandini Bernardo_. Sua parte nella Congiura de’ Pazzi, B 371-374. Sua
-fine, 377, 378. Condannati anche i suoi fratelli, 378.
-
-_Bandini Domenico_. Ammonito, poi decapitato, A 312.
-
-_Bandini Giovanni_. Suo duello con Lodovico Martelli, C 271, 272.
-Accusato d’aver trattata la vendita d’Empoli, 283.
-
-_Bandini Sallustio_, C 336.
-
-_Barbadori_. Uno di quella famiglia è decapitato, B 320.
-
-_Barbadori Donato_. Ambasciatore a Gregorio XI, A 327, 328. Lettore
-nello Studio Fiorentino, 368. Oratore a Carlo di Durazzo, B 42. Messo a
-morte, _ivi_.
-
-_Barbadori Niccolò_. Uno degli avversari di Cosimo de’ Medici, B 202.
-Viene armato in Piazza, 222. Confinato, 225.
-
-_Barberìa_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Barberìa_. — Ved. _Alberghettino_.
-
-_Barberino_ (_da_) _Francesco_, poeta, A 173.
-
-_Barbiano_ (_da_) _Alberico_. Viene sotto le mura di Firenze a Signa e
-a Pozzolatico, B 86. Condotto ai suoi stipendi dalla Repubblica, 93.
-
-_Barbolani_ di Montaguto. Raccomandati della Repubblica, A 214, 215.
-
-_Bardi_ (_Conti_). — Ved. _Mangona. Vernio._
-
-_Bardi_. Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Mozzi, 92. Parte di loro
-sta coi Cerchi, 106. Si pacificano co’ Mozzi, 119. Tengono la parte
-dei guelfi neri, 126. Un loro castello si arrende ad Arrigo VII, 159.
-Loro fallimento, 211, 212. Congiurano contro gli ordini popolari, 222;
-contro il Duca d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, 241, 242. Vengono
-armati in Piazza, B 222. Rimossi dagli uffici, 246. Caso d’una loro
-fanciulla sposata in casa Acciaiuoli, 332. Due di essi, capi di gente
-armata in Piazza, 342.
-
-_Bardi Alessandro_. Fatto di popolo, B 475.
-
-_Bardi Bartolo_. Dei tre primi Priori delle Arti, A 78.
-
-_Bardi Contessina._ Moglie di Cosimo de’ Medici, B 209.
-
-_Bardi Roberto_, teologo, A 367.
-
-_Barga_. Assalita dalle armi del Duca di Milano, B 254.
-
-_Bargellini_. Moneta falsa, A 162.
-
-_Bargello_. Ufficio creato dai Medici per il contado, B 357, 358. —
-Ved. _Capitano della guardia_.
-
-_Baroccio_ (_Il_). Uno dei Ciompi, cassato dall’ufficio di
-gonfaloniere, B 36.
-
-_Baroncelli_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Posti a sedere,
-B 283. — Ved. _Poggio Imperiale_.
-
-_Bartoli Matteo_. Gonfaloniere, B 319.
-
-_Bartoli Tommaso_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Bartolini Zanobi_. Commissario in campo contro l’Orange, C 251.
-Uno dei Commissari della milizia cittadina, 296. Cassato, _ivi_. poi
-riassunto all’ufficio, 299. È nella Balia creata dopo la resa della
-città, 304. Torna in grazia de’ Medici, 309.
-
-_Bartolommeo_ (_Fra_) di San Marco, B 440. Devotissimo del Savonarola,
-C 29.
-
-_Barucci Sandro_. I suoi consorti e discendenti vengon restituiti agli
-uffici, B 473.
-
-_Baschi_ (_da_) _Ranieri_. Fatto prigione dai Fiorentini, A 305.
-
-Basilea. — Ved. Ugolini Baccio.
-
-Bastari Filippo. Parla nelle Consulte, A 317.
-
-_Battifolle_ (_da_) _Francesco_ Conte di Poppi. Suoi rapporti con la
-Repubblica, B 266, 267. Favorisce i fuorusciti venuti contro Firenze,
-267. S’arrende ai Fiorentini, 271, 272.
-
-_Battifolle_ (_da_) _conte_ Guido. Capitano dei cavalieri mandati dalla
-Repubblica a Carlo I d’Angiò, A 75. S’accosta in arme a Firenze, 112.
-Vi viene per Vicario del re Roberto, 162.
-
-_Battifolle_ (_da_) _conte_ Simone. Viene in aiuto dei Fiorentini
-contro il Duca d’Atene, A 234. Accompagna il Duca fuor di città, 236.
-
-_Battista d’Antonio_, priore di San Marco, B 555.
-
-_Beaumont_ (_di_) _Ugo_. Mandato da Luigi XII in aiuto dei Fiorentini,
-C 69.
-
-_Beccanugi_. Uno di quella famiglia si fa capo di tumulti, B 55.
-
-_Beccaria_ (_da_). — Ved. _Vallombrosa_ (_Abate di_).
-
-_Becchi Stefano_. Privilegio a lui concesso, B 476.
-
-_Belcari Feo_, B 441.
-
-_Belcaro_, notaio, A 442.
-
-_Belforti_ o _Belfredotti_. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222.
-Ricuperano Volterra, 237.
-
-_Belforti Bocchino_. Decapitato, A 302.
-
-_Belforti Ottaviano_. È del consiglio del Duca d’Atene, A 230.
-
-_Belli_ e _Buoni_. Nomi di parte, B 210.
-
-_Bellosguardo_. — Ved. _Spagnoli_.
-
-_Bembo Bernardo_. Oratore veneto in Firenze, B 392.
-
-_Benci_. Come diventino ricchi, B 315.
-
-_Benedetto XI_. Manda in Firenze il cardinale Niccolò da Prato, A 128.
-Cita a comparirgli dinanzi la parte dei neri, 134.
-
-_Benedetto_ antipapa. Va a lui oratore Iacopo Salviati, B 124.
-
-_Benedetto Cieco_. Predice quali saranno i Gonfalonieri di Firenze, B
-211.
-
-_Benintendi Niccolò_, C 271.
-
-_Benivieni Girolamo_, poeta, B 444, C 156.
-
-_Bentivoglio_. Amici dei Fiorentini, B 339.
-
-_Bentivoglio Ercole_. Al soldo dei Fiorentini, C 97.
-
-_Bentivoglio Giovanni I_. Collegato dei Fiorentini, B 90.
-
-_Bentivoglio Giovanni II_. Avvisa Piero de’ Medici del pericolo che
-corre lo Stato suo, B 340. Manda gente in suo aiuto, 345.
-
-_Bentivoglio Santi_. — Ved. _Cascese_ (_da_) _Santi_.
-
-_Bernardo_, notaro. Roga un atto di promissione tra i Fiorentini e gli
-uomini di Pogna, A 441.
-
-_Bernardone_. — Ved. _Delle Serre Bernardo_.
-
-_Biada_ (_Ufficiali della_), A 386.
-
-_Bianchi penitenti_ (_Compagnie de’_), B 88.
-
-_Bianchi e Neri_, A 106 _e segg._ Esilio dei Bianchi, 125.
-
-_Bianco_, Cardinale. Profetizza il ritorno de’ guelfi in Firenze, A 53.
-
-_Bibbiena_. Presa dai Fiorentini, A 88; dal Piccinino, B 267; dai
-Veneziani, col favore di ser Piero da Bibbiena, C 65. Si dà al Principe
-d’Orange, 243.
-
-_Bibbiena_ (_da_) _Bernardo_. Sua _Calandra_, ricordata, C 130.
-Conferisce con Antonfrancesco degli Albizzi, 134. Fatto cardinale,
-_ivi_. Governatore della guerra contro Francesco Maria della Rovere,
-141. Legato presso il Re di Francia, 348-353.
-
-_Bibbiena_ (_da_) _ser Piero_, cancelliere di Lorenzo il Magnifico, B
-424; e di Piero suo figliuolo, C 3. — Ved. _Bibbiena_.
-
-_Bichi Iacopo_. Suo duello, C 271. Sua morte, 285.
-
-_Bigallo_ (_Confraternita del_), A 179.
-
-_Biliotti Ivo_. Si porta valorosamente all’assedio di Firenze, C 285.
-
-_Bini_. Nelle loro case alloggia Malatesta Baglioni, C 284.
-
-_Bisticci_ (_da_) _Vespasiano_, B 301.
-
-_Boccaccio Giovanni_. Oratore al Papa, A 268; e di nuovo, 308.
-Scrittore, 363-366. Chiamato a spiegar Dante, 368.
-
-_Bolgheri_, terra de’ Gherardesca. Crudelmente trattata dall’imperatore
-Massimiliano, C 37.
-
-_Bolognesi_. Mandan gente in soccorso della Repubblica, A 47.
-Soccorrono i fuorusciti di Firenze, 134, 135. Rinnuovano la lega co’
-Fiorentini, 150. Li soccorrono, 157, 186. Soccorsi da loro, 196.
-Si ribellano dalla Chiesa col loro aiuto, 327. Rifanno lega coi
-Fiorentini, B 72.
-
-_Bolsena_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 332.
-
-_Bonaccorsi Filippo_, soprannominato Callimaco Esperiente, letterato, B
-434.
-
-_Bonaccorso_, giudice. Oratore a Clemente IV, A 374, 375.
-
-_Bonaccorso di Lapo_. Rivela al Conte di Virtù alcuni segreti della
-Repubblica, B 66. Bandito, _ivi_.
-
-_Bonaccorso_ (_di_) _Domenico_, notaro, B 557.
-
-_Bonciani Guido_. Imprigionato, B 342.
-
-_Bonifazio VIII_. Suo breve contro a Giano della Bella, ricordato, A
-101. Sue ingerenze nelle cose della Repubblica, 102, 108, 109, 113 _e
-segg_. — Ved. _Alighieri Dante_.
-
-_Bonifazio IX_. Promuove la pace tra Giangaleazzo Visconti e i
-Fiorentini, B 71. Oratori fiorentini presso di lui, 84, 85, 93.
-
-_Bonifazio_ (_Spedale di_). Fondato da Bonifazio Lapo, A 304.
-
-_Boninsegna_ (_di_) _Bonaguida_, notaro, A 377.
-
-_Boninsegni Domenico_ e _Piero_. Loro _Istoria_, ricordata, B 232.
-
-_Bonsi Antonio_. Gli è conferito un vescovado, C 163.
-
-_Borbone_ (_Contestabile di_). Entra ostilmente nel dominio della
-Repubblica, C 181, 210.
-
-_Bordoni_. Sono dei guelfi neri, A 126. Capi della fazione dei
-Serraglini, 187. Sbanditi, 189. — Ved. _Mangioni_.
-
-_Bordoni Niccolò_. Si piglia beffe di un ordine degli Otto ed è
-condannato, B 249.
-
-_Borghini Borghino_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Borgia Cesare_. Viene ostilmente in quel di Firenze, C 73. A lui si
-danno i Pisani, 74. Chiede il ritorno dei Medici in Firenze, _ivi_.
-Ferma un trattato con la Repubblica, _ivi_. Occupa Ripomarance,
-Piombino e l’Elba, 75. Favorito dai Fiorentini, 79. — Ved. _Pazzi
-Cosimo_.
-
-_Borgia Lucrezia_. — Ved. _Este_ (_d’_) _Alfonso_.
-
-_Borgo Allegri_ (_Via_). Donde abbia tal nome, A 177.
-
-_Borgogna_ (_di_) _Maria imperatrice_. — Ved. Da Rabatta e Cambi.
-
-_Borgo San Sepolcro_. Occupato dai Fiorentini, B 270; da Vitellozzo
-Vitelli, C 77.
-
-_Borromei Carlo_. Aderente dei Medici, B 369.
-
-_Borromei Giovanni_. — Ved. _Pazzi Giovanni_.
-
-_Borsellino_ (_Priori del_), B 62, 515, 516.
-
-_Boscoli Pietro Paolo_ e _Capponi Agostino_. Loro congiura, C 126.
-Dannati a morto, ivi, 127.
-
-_Bostichi_. Loro scelleratezze, A 122. — Ved. _Mercato Nuovo_.
-
-_Bossolo della libertà,_ B 486.
-
-_Botticelli Sandro_, B 439, 440.
-
-_Bouciquaut_. — Ved. _Le Maingre Giovanni_.
-
-_Bozzolo_ (_da_) _Federigo_. — Ved. _Gonzaga Federigo da Bozzolo._
-
-_Bracciolini Iacopo_. Qual parte avesse nella Congiura de’ Pazzi, B
-372, 374. Impiccato, 375.
-
-_Bracciolini Poggio_, B 236, 237. Condanna di due suoi figliuoli, 378.
-
-_Brandini Ciuto_, scardassiere. Impiccato, A 277.
-
-_Brescia_. Nega ubbidienza ad Arrigo VII, a istigazione dei Fiorentini,
-A 149.
-
-_Brescia_ (_di_) _Martinengo_. Al soldo della Repubblica, B 387.
-
-_Brettoni_ (_Compagnia de’_). Promettono di pigliar Firenze, A 331.
-
-_Brienne_ (_di_) _Gualtieri, duca di Atene_. Viene in Firenze, A
-197. Ritorna, 224. Sua nascita e sue qualità, _ivi_. Conservatore del
-popolo e Capitano della guardia, _ivi_. Gridato Signore a vita, 226.
-Storia del suo governo, _ivi e segg_. Congiure contro di lui, 231
-_e segg_. Assalito in Palagio, 234. S’arrende e parte, 236. Dipinto
-vituperosamente, ivi. — Ved. _Altoviti. Angiolo_ (_Insegna dell’_).
-
-_Brisighella_ (_da_) _Francesco_. Tenta di occupare la rocca di
-Castiglionchio, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi e da Galeotto
-Manfredi, B 350.
-
-_Brolio_. Principal sede dei Ricasoli, B 250. I Fiorentini l’hanno a
-patti, ivi. Tentato da Ferdinando d’Aragona, 307. Preso e abbruciato,
-388.
-
-_Broncone_ (_Compagnia del_). C 133.
-
-_Brucioli Antonio_, fuoruscito. Traduce la Bibbia, C 156. Congiura
-contro i Medici, 157.
-
-_Bruggia_ in Fiandra. Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252.
-
-_Brunelleschi_. Seguono la parte dei Donati, A 107. Capi, con altri,
-della parte dei guelfi neri, 126. Uno di essi rivela al Duca d’Atene
-una congiura ordita contro di lui, 232.
-
-_Brunelleschi Betto_. Va al papa Benedetto XI, A 134. Con lui tratta
-il cardinale Napoleone degli Orsini, 139. Suo consiglio circa al
-rispondere agli oratori di Arrigo VII, 146. Muore, 154.
-
-_Brunelleschi Filippo_. Architetta lo Spedale degl’Innocenti, B 145.
-Suo disegno di allagare Lucca, mal riuscito, 191. Notizie della sua
-vita e opere, 240, 241. — Ved. _Rusciano_ (_Palazzo di_).
-
-_Brunelleschi Gabriele_. Ambasciatore del re Ladislao a’ Fiorentini, e
-di questi al Re, B 129.
-
-_Bruni Francesco_. Oratore a Urbano V, A 308.
-
-_Bruni Leonardo_. Cancelliere della Repubblica, B 229, 233, 234. Suoi
-scritti, 234.
-
-_Bucicaldo_. — Ved. _Le Maingre Giovanni_.
-
-_Buffalmacco_, A 177.
-
-_Bugigatto_. — Ved. _Simoncino_.
-
-_Bulsingi Giunta_, notaro, A 377.
-
-_Buonaguisi_. Magnificati nella _Cronaca_ di Ricordano Malespini, A
-429, 430.
-
-_Buonarroti Michelangiolo_. L’artista e il poeta, e della vita sua,
-C 196-204. Suo incontro con Niccolò Capponi, 238. È dei Nove della
-Milizia e Commissario generale delle fortificazioni, 250. Fugge, poi
-ritorna, 252, 253. Si tien nascosto dopo la resa della città, 309;
-finchè è rassicurato dal Papa, _ivi_. — Ved. _Salviati Francesco_.
-
-_Buondelmonti_. Vengono ad abitare in Firenze, A 12. Contrari agli
-Uberti, 27. Vanno in esilio, 52. Riconciliati con gli Uberti, 73.
-In guerra coi Cavalcanti, 92. Disfatte le case a un di loro, 97,
-Parteggiano pei Donati, 107. Fanno pace coi Gherardini, 119. Seguono la
-parte dei guelfi neri, 126. Arsione delle loro case, B 13. Partigiani
-dei Medici, 209. — Ved. _Montebuoni. Scolari._
-
-_Buondelmonti_ Andrea. Oratore al Re d’Ungheria, B 84.
-
-_Buondelmonti Benedetto_. Mandato a Gian Iacopo Trivulzio, C 138.
-Imprigionato, 219. Sua raccolta di documenti ricordata, 319. Suo
-colloquio col Papa, 322, 323.
-
-_Buondelmonti Benghi_. Si dà alla setta dei Capitani di Parte Guelfa, A
-316. Gonfaloniere della Parte, B 2.
-
-_Buondelmonti Buondelmonte_, A 26, 27.
-
-_Buondelmonti Cece_. — Ved. _Uberti Piero_.
-
-_Buondelmonti Filippo_. Gonfaloniere, C 126.
-
-_Buondelmonti Rosso_. Oratore al Principe d’Orange, C 246. Altro
-mandato che riceve dalla Signoria, 299. Sue lettere ai Dieci, 361-376.
-
-_Buondelmonti Uguccione_. Va coi consorti in aiuto del Duca d’Atene, A
-233.
-
-_Buondelmonti Zanobi_. Muore, C 156. Congiura contro i Medici, 157.
-
-_Buonomini_. Succedono agli Anziani, A 63, 64. Portati da dodici a
-quattordici, 74. Scema la durata del loro ufficio, _ivi_. Aboliti,
-78. Costituzione del loro ufficio, 382 _e segg_. — Ved. _Priori delle
-Arti_.
-
-_Buonomini_. — Ved. _Dodici Buonomini_.
-
-_Buonvicini fra Domenico_. Predica in vece del Savonarola, C 50.
-Dice che la dottrina del suo maestro sosterrebbe la prova del fuoco,
-_ivi_. È scelto a sostenere quella prova, 51. Chiuso in Palagio, 53.
-Esaminato, 56. Condannato e sua morte, 59, 60.
-
-_Burchiello_, barbiere e poeta, B 441.
-
-_Busini Giambatista_. Suo giudizio del Machiavelli, C 183. Dei
-Gonfalonieri di Compagnia, 300. Notizia che ci dà circa i partigiani
-dei Medici, 302.
-
-_Butronto_ (_Vescovo di_) _Niccolò_. Sua relazione del viaggio di
-Arrigo VII in Italia, ricordata, A 150. — Ved. Savelli Pandolfo.
-
-
-C.
-
-_Cacciaguida_. Va coll’imperatore Corrado in Terrasanta, A 13.
-
-_Cadolingi_ (_Conti_) di Fucecchio. — Ved. Monte Orlandi. Mangona.
-Vernio.
-
-_Cafaggio_, presso Firenze. Vi si schierano i fuorusciti bianchi, A
-135. — Ved. _Servi_ (_Chiesa dei_).
-
-_Cafaggiolo_ (_Villa di_). Alienata da Lorenzo de’ Medici, B 407.
-
-_Calabria_ (_Duca di_). — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Alfonso II_ e
-_Ferdinando I_.
-
-_Calabria_ (_Duca di_) _Carlo_. I Fiorentini gli danno la Signoria
-della città, A 196. Viene in Firenze, 197. Parte e vi lascia un
-Vicario, 200.
-
-_Calabria_ (_Duchessa di_). Viene in Firenze, e vi fa abolire le leggi
-contro gli adornamenti delle donne, A 197.
-
-_Calamecca_. Vi pernotta il Ferruccio, C 293.
-
-_Calboli_ (_da_) _Folcieri_. Potestà di Firenze, A 126.
-
-_Calcagnino_, tavernaio, B 19.
-
-_Calci_. Perso e ricuperato dai Fiorentini, B 197.
-
-_Calcio_ (_Giuoco del_). Solito farsi in Piazza di Santa Croce, C 271.
-
-_Calenzano_, A 194.
-
-_Calimala_ (_Arte di_). Nella sua bottega si aduna l’ufficio dei
-Trentasei, A 58. Ne sono arse le scritture, 234. Numero grande dei suoi
-fondachi, 251. Sua grande autorità in Firenze e fuori, 318. Decade, B
-8. — Ved. _Fiorino d’oro. Sant’Eusebio_ (_Spedale di_).
-
-_Calimala_ (_Via_). Vi hanno le case i Lamberti, A 59. Le botteghe di
-drappi che v’erano son distrutte dalle fiamme, 130.
-
-_Callimaco Esperiente_. — Ved. _Bonaccorsi Filippo_.
-
-_Camaiore_. Vi sono a campo i Fiorentini, B 192. La prendono, 255.
-
-_Camaldoli_ (_Abate di_). Si oppone alle armi dei Veneziani nel
-Casentino, C 65.
-
-_Camaldoli di San Lorenzo_. — Ved. _Ciardo_.
-
-_Camarlinghi della Camera del Comune_. Loro ufficio, A 386. Riforma, B
-482. — Ved. _Settimo e Ognissanti_ (_Frati di_).
-
-_Camarlingo delle cinque cose_, B 474.
-
-_Cambi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. — Ved. _Da Rabatta e
-Cambi_.
-
-_Cambi Giovanni_. Dei Gonfalonieri di compagnia, B 19, 46. Accusato a
-torto di congiura, 46. Cavalca per la città con l’insegna della Parte
-Guelfa, 48.
-
-_Cambi Giovanni_. Decapitato, C 40, 41.
-
-_Cambi Giovanni_, lo storico. Racconta il fatto dell’ammonizione di suo
-padre, B 424.
-
-_Cambi Marco_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Cambini Andrea_. Amicissimo di Francesco Valori, C 57.
-
-_Cambio_ (_Arte del_). Numero grande dei suoi banchi, A 251.
-
-_Camera dell’Armi_. Spese per il suo fornimento, A 257.
-
-_Camera del Comune_. Rotta dal popolo e arsene le scritture, A 234.
-Salvata da Piero di Fronte, uno de’ Priori, B 13.
-
-_Campaldino_. Battaglia ivi successa, A 86, 87.
-
-_Campana Francesco_. Tiene un libro detto il _Cronista di Palazzo_, C
-312.
-
-_Campora_, luogo presso Firenze. — Ved. _Spagnoli_.
-
-_Cancellieri_ famiglia. Venuti a confine in Firenze, vi recano le parti
-bianca e nera, A 106. Rimessi in Pistoia dai Fiorentini, 261. Loro
-guerra coi Panciatichi, C 73. Favoriscono la libertà di Firenze contro
-i Medici, 260. Sono col Ferruccio alla battaglia di Gavinana, contro i
-Panciatichi, 293.
-
-_Candia_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Canigiani_. Vanno in esilio, A 52. Sono arse loro le case, B 13.
-
-_Canigiani Giovanni_. In grande stima presso Lorenzo de’ Medici, B 354.
-Degli Accoppiatori, 357.
-
-_Canigiani Piero_. Devoto di Caterina da Siena, A 337.
-
-_Cantelmo Iacopo_. Vicario del re Roberto in Firenze, A 160.
-
-_Capalle_, castello. Assalito dal conte Guido Novello, A 61.
-
-_Capello Carlo_, oratore veneto in Firenze. Sue lettere ricordate, C
-240, 249, 252, 272. Loda a cielo i Fiorentini, _ivi_. Fa seppellire un
-suo cavallo in Firenze, _ivi_.
-
-_Capitani di guerra_. Loro elezione ed ufficio, A 386, 387.
-
-_Capitani di Parte Guelfa_. Giano della Bella cerca frenare la loro
-potenza, A 98. S’interpongono per la concordia tra bianchi e neri,
-115. Loro costituzioni e atti, 277 _e segg_. Inventano le ammonizioni,
-286. Riforme del loro ufficio, 313, 314. Attraversano la stipulazione
-di una lega tra la Repubblica e Bernabò Visconti, 324. Infieriscono
-nelle ammonizioni, 339, B 1, 2. Cercano impedire il gonfalonierato
-di Salvestro de’ Medici, 10. Riforme del loro ufficio e degli altri
-uffici della Parte, 36, 49, 75. I loro ordinamenti durano anche dopo la
-riforma degli Statuti, 146. Scadono d’autorità, 148, 149. Testo di due
-loro petizioni, A 415-418, B 502-504; e di due riformagioni relative
-alle loro leggi, A 418-420, B 499-501. È tolto loro il gonfalone, 475.
-Vanno ad offerta alla chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo,
-533. Mutano le loro attribuzioni, 357. — Ved. _Consoli de’ Cavalieri.
-Parte Guelfa_.
-
-_Capitano del Popolo_. Sua istituzione e suo gonfalone, A 35. Gli è
-aggiunto il titolo di Difensore dell’Arti, 78. Sua primitiva dimora,
-79. Il suo palagio è distrutto da un incendio, 131. Cessa durante la
-signoria del re Roberto, 162; dopo la quale vien rieletto, 184. Si
-ristringe la sua autorità, 189. Capo del Consiglio del Popolo, 203. Suo
-salario, 257. Cassato e poi rimesso, 312. Costituzione del suo ufficio,
-379 _e segg_., B 529, 530. È accresciuta la sua autorità, 213. Decade,
-321. Tolto via, 364, 365. Va ad offerta alla chiesa di San Giovanni il
-giorno di quel Santo, 533. — Ved. _Tizzoni_.
-
-_Capitano della guardia_ o _Bargello_. N’è uno in città e uno in
-contado, A 223.
-
-_Capitudini delle Arti_. — Ved. _Consoli_.
-
-_Caponsacchi_. Uno di essi è potestà di Firenze, A 24. Esuli, non
-posson tornare in città, 76. Arsione delle loro case, 130.
-
-_Cappiano_ (_Ponte a_). Espugnato dai Fiorentini, A 192.
-
-_Capponi_. Aprono il passo al popolo contro alle case dei Frescobaldi,
-A 241. Consorti dei Vettori, B 101. Uno di quella famiglia è bandito,
-350. Alcuni di loro s’armano contro la Signoria, C 298. Il loro
-castello di Feugerolles in Francia passa nei Conti di quel nome, 310.
-
-_Capponi Agostino_. — Ved. _Boscoli Pietro Paolo_.
-
-_Capponi Bastiano_. Partecipe in una congiura contro Eugenio IV, B 250.
-
-_Capponi Bernardo_. È al servigio degli oratori fiorentini presso il
-Principe d’Orange, C 374.
-
-_Capponi Gino_. Sue pratiche col Bucicaldo per l’acquisto di Pisa, B
-97-99. Piglia la tenuta di quella cittadella, 99. Commissario in campo
-contro Pisa, 104-112. Viene in Firenze a proporre i patti della resa,
-110. Torna a Pisa a ratificare l’accordo, 111. Ricusa d’esser fatto
-cavaliere, ivi. Sua parlata in quel Palagio de’ Priori, e risposta
-fattagli da un Bartolo da Piombino, 113-115. Capitano di Pisa, 115.
-Oratore a Gregorio XII, 122; a Venezia, 135. Uno dei capi dello Stato,
-150. Muore, 151. Gonfaloniere, 186. Suoi scritti ricordati, 232.
-Lettere della Signoria a lui, 519-523. — Ved. _Alderotti Buonaccorso.
-Tartaglia_.
-
-_Capponi Neri_ di Gino. Si trova alla resa di Pisa, B 112. Accusato
-di avere spinto Niccolò Fortebracci a far preda nel territorio di
-Lucca, 187, 188. De’ Dieci della guerra, 188. In campo contro Lucca,
-189-192, 196, 197. Avversato da Rinaldo degli Albizzi e dai Medici,
-205. Confinato, 206. Suo atteggiamento quando si volle richiamare
-dall’esilio Cosimo de’ Medici, 223, 224. Suoi scritti ricordati, 232.
-Oratore a Siena e a Venezia, 250, 251; a Genova, 253. Va alla guardia
-di Pisa, 254. Suo fatto d’arme contro Niccolò Piccinino, _ivi_.
-Commissario in campo contro Lucca, 255-257. Oratore a Francesco Sforza
-e a Venezia, 261, 265. Commissario in campo contro Niccolò Piccinino,
-268-272; contro il Conte di Poppi, 272. Altra sua commissione
-ricordata, 276. Amico a Baldaccio di Anghiari, 277, 278. Oratore a
-Venezia, 278. Degli otto cittadini eletti a rivedere i libri delle
-Riformagioni, 284. Uno degli arbitri nelle differenze tra Eugenio IV
-e Francesco Sforza, 287. Due altre volte oratore a Venezia, 288, 289.
-Oratore a Niccolò V, 290. Commissario in campo contro Alfonso I di
-Aragona, 292, 293. Gli spiace il torsi la Repubblica dall’amicizia
-di Venezia per favorire lo Sforza, 298, 299. Si oppone al mandare
-in esilio molti cittadini, 301. Oratore allo Sforza fatto signore
-di Milano, 303; e di nuovo a Venezia, 304. Muore, 317. Tre lettere
-scrittegli dalla Signoria, 542, 544. — Ved. _Cascese_ (_da_) _Santi.
-Pistoia_ (_Montagna di_).
-
-_Capponi Neri_ di Gino di Neri. Accompagna Carlo VIII nell’andata e nel
-ritorno da Napoli, C 19. Oratore a lui, in Francia, 34.
-
-_Capponi Niccolò_. Commissario in campo contro Pisa, C 105. Tenuto capo
-della fazione avversa ai Medici, 209. Suo vero animo, 214, 215. Suo
-gonfalonierato, 215-227. Deposto, 227, 228. Oratore a Carlo V, 236,
-237. Tornando, s’incontra con Michelangiolo Buonarroti, 238. Sue parole
-morendo, _ivi_.
-
-_Capponi Piero_. Sua legazione a Lucca, B 392. Oratore a Carlo VIII,
-s’adopra contro Piero de’ Medici, C 8. A lui fanno capo gli amatori di
-novità, 12. Straccia i capitoli dell’accordo con Carlo VIII, 15, 16.
-Sua natura, 35, 36. Commissario in campo contro Pisa, 36. Vi muore,
-_ivi_. Lettere dei Dieci di balia a lui e a Guidantonio Vespucci,
-343-345. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni oratori al Re
-di Francia, 346, 347. — Ved. _Maruffi fra Silvestro_.
-
-_Capponi Piero di Niccolò_, C 227.
-
-_Capraia_. È dei Conti Alberti, A 21. Vi si ricovrano i guelfi di
-Firenze, 33. Espugnata dai ghibellini, 34.
-
-_Capua_ (_Arcivescovo di_). — Ved. _Schomberg Niccolò_.
-
-_Capua_ (_da_) _Luigi_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 70.
-
-_Caracciolo Iacopo_. Cede ai Fiorentini la rôcca d’Arezzo, B 58.
-
-_Carafulla_, C 267.
-
-_Cardona_ (_da_) _Raimondo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 192,
-193.
-
-_Cardona_ (_da_) _Raimondo_. Viene contro Firenze, C 120. Giunge a
-Prato e lo pone a sacco, 121, 122. Si accorda con la Repubblica, 123.
-
-_Carducci Baldassarre_. Oratore in Francia, C 226. S’abbocca in Genova
-con Andrea Doria, 229. Sue lettere ricordate, 233, 234. Muore, 234.
-
-_Carducci Filippo_. Privilegi concessigli dall’imperatore Paleologo, B
-259.
-
-_Carducci Francesco_, C 226. Suo gonfalonierato, 228, 234, 243, 247,
-248, 253, 263. Ha che dire con Malatesta Baglioni, 287. Sua grande
-autorità, ivi, 296. Decapitato, 308.
-
-_Careggi_, A 194.
-
-_Careggi_ (_Villa di_). Vi muore Lorenzo de’ Medici, B 427. Incendiata,
-C 250.
-
-_Carestia_ in Firenze, A 205, 206, 219, 247, 321, C 303, 304.
-
-_Carlo Magno_. Creduto riedificatore di Firenze, A 4, 5.
-
-_Carlo IV_. Chiamato dai Fiorentini in Italia, pratica con essi un
-accordo, A 263-266. Viene a Pisa, 268. Capitoli dell’accordo, 269, 270,
-398-404. Richiede i Fiorentini di lega, 272. Altre notizie di lui, ivi,
-273. Torna in Germania, 273. Dà in pegno la sua corona a un mercante
-fiorentino, 309. Abbandona per denari certe sue pretese contro i
-Fiorentini, 310. Suo privilegio a favore dello Studio Fiorentino, 368.
-— Ved. _Strada_ (_da_) _Zanobi_.
-
-_Carlo V_ imperatore. Impone danari alla Repubblica e le conferma
-dei privilegi, C 160. Fa lega con essa e con Giulio de’ Medici, 161,
-162. Come accolga in Genova gli oratori della Repubblica, 236-238. I
-Fiorentini gli si arrendono, e Capitoli della resa, 300, 301. Per sua
-interposizione si cessa in Firenze dal confinare cittadini, 309. Lodo
-da esso pubblicato circa il governo di Firenze, 315. Sua ingerenza in
-esso, 328. — Ved. _Clemente VII. Leone X. Orange_ (_d’_) _Filiberto.
-Rucellai Palla._
-
-_Carlo V_ re di Francia. Manda oratori al trattato di pace tra Gregorio
-XI e la Repubblica, A 339.
-
-_Carlo VI_ re di Francia. Con lui fanno lega i Fiorentini, B 85.
-Lettera di essi a lui, ricordata, 96.
-
-_Carlo VII_. Pressato dai Fiorentini a scendere in Italia, B 308.
-
-_Carlo VIII_. I Fiorentini si rifiutano di favorirlo nell’impresa del
-Regno, C 7, 8. Egli caccia di Lione i ministri del banco dei Medici,
-8. Gli mandano oratori, 12. Pone in libertà Pisa, 14. Suo ingresso e
-dimora in Firenze, 15, 16. Incerto del restituir Pisa, 19, 20. Suo
-trattato con la Repubblica, 33, 34. Restituisce Livorno, 34. Suoi
-ambasciatori in Firenze, 344. — Ved. _Capponi Piero. Savonarola_.
-
-_Carlone_ (_di_) _Benedetto_. Parte da lui presa nel Tumulto dei
-Ciompi, B 19, 34.
-
-_Carmagnola Francesco_. — Ved. _Foscari Francesco_.
-
-_Carmignano_. Preso e fortificato da Castruccio, A 194, 196.
-
-_Carmine_ (_Chiesa del_), A 179.
-
-_Carnesecchi Lorenzo_. Commissario della Romagna fiorentina, C 272.
-
-_Carpi_ (_Signori di_). — Ved. _Pio_ signori ec.
-
-_Carrara_ (_da_) _Francesco_. Viene in Firenze, B 63, 64. Con lui si
-collegano i Fiorentini, 72, 73.
-
-_Carroccio_, A 43, 50, 67.
-
-_Casalecchio_. Vi sono sconfitti i Fiorentini, B 90.
-
-_Casali_ signori di Cortona. Con essi fanno lega i Fiorentini, A 213. —
-Ved. _Cortona_ (_Signore di_).
-
-_Cascese_ (_da_) _Santi_ bastardo d’Ercole Bentivoglio. Esercita in
-Firenze l’arte della lana, B 302. Raccomandato a Neri Capponi, _ivi_.
-Va al governo di Bologna, 303.
-
-_Casentino_. Posseduto dai Conti Guidi, B 266. Vi vengono i fuorusciti
-di Firenze, 267. Lo acquista la Repubblica, 272. Occupato dal Principe
-d’Orange, C 243. — Ved. _Camaldoli_ (_Abate di_). _Cortona_ (_Signore
-di_).
-
-_Casole_. Conquistato dai Fiorentini, B 394.
-
-_Castagneto_. Crudelmente trattato dall’imperatore Massimiliano, C 37.
-
-_Castel del Bosco_. Vi avviene un fatto d’arme tra i Fiorentini e i
-Pisani, A 31. Un altro tra le genti della Repubblica e quelle del Duca
-di Milano avviene tra quel castello e la rocca di San Romano, B 200.
-
-_Castel della Pieve_. Vi vanno a confine alcuni cittadini, A 110, 111.
-
-_Castelfiorentino_. Ribellato, indi ridotto all’ubbidienza della
-Repubblica, C 262.
-
-_Castelfiorentino_ (_da_) _Domenico_. Degli Accoppiatori, B 283.
-
-_Castelfranco_, nel Valdarno di sopra. Edificato dai Fiorentini, A 104.
-
-_Castel San Niccolò_. Assediato da Niccolò Piccinino, B 267.
-
-_Castella_ (_Ufficiali delle_), B 528.
-
-_Castellani_. A uno di quella famiglia è arsa la casa, B 19. Vengono
-armati in Piazza, 222. Privati degli uffici, 246.
-
-_Castellani Grazia_. Ambasciatore in Ungheria, B 84.
-
-_Castellani Matteo_. Nel campo dei Fiorentini contro Pisa, B 105, 107.
-È tra i maggiori dello Stato, 150.
-
-_Castellina_ nel Chianti, B 201. Assediata dalle armi d’Alfonso I di
-Aragona, 307. Tolta ai Fiorentini, 388.
-
-_Castello_ (_Villa di_). Le è dato fuoco, C 250.
-
-_Castiglia_ (_re di_) _Alfonso_. — Ved. _Latini Brunetto_.
-
-_Castiglionchio_ (_da_) _Bernardo_. Lettera a Lapo suo padre,
-ricordata, A 317.
-
-_Castiglionchio_ (_da_) _Lapo_. Sua opera ricordata, A 279. Autore di
-una legge in favore della Parte Guelfa, 317. Pratica contro gli Albizzi
-e Ricci, _ivi_. Lettore nello Studio Fiorentino, 368. Capo della setta
-dei Capitani di Parte, B 2. Suo consiglio non seguito, 10. Sua fuga,
-13. Gli è posta addosso una taglia, 36. Dà al Petrarca le _Istituzioni
-di Quintiliano_, 228, 229. Articolo di una provvisione contro di lui,
-472.
-
-_Castiglionchio_ (_Rocca di_). — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_.
-
-_Castiglione_ (_da_) _Bernardo_. Oratore con altri al Principe
-d’Orange, C 246; loro lettere, 375, 376. Nuovamente oratore a quel
-Principe, 291. Decapitato, 308.
-
-_Castiglione_ (_da_) _Dante_. Abbatte, con altri, le immagini di Leone
-X e Clemente VII, nella chiesa dei Servi, C 219. Confinato, 309. — Ved.
-_Aldobrandi Bertino_.
-
-_Castiglione Aretino_. Saccheggiato dal Principe d’Orange, C 242.
-
-_Castiglione della Pescaia_. Acquistato dalla Repubblica, B 93. Viene
-in potere d’Alfonso I d’Aragona, 292, 304, 310.
-
-_Castracani Castruccio_. — Ved. _Interminelli_.
-
-_Castro_ (_da_) _Paolo_. Riforma gli Statuti del Comune, A 93, B 145,
-234. Lettore nello Studio Fiorentino, 234.
-
-_Castrocaro_. Acquistato dai Fiorentini, B 93. Difeso contro le armi di
-Carlo V, C 273.
-
-_Catasto_ o _Tavola_. La sua formazione è avversata dai più ricchi, B
-3. Non fu invenzione di Giovanni de’ Medici, ma piuttosto di Rinaldo
-degli Albizzi e di Niccolò da Uzzano, 179. Come fosse ordinato, 180,
-181. Annullato, 279. Rinnovato, 318, 319. — Ved. _Gravezze_.
-
-_Caterina_ (_Santa_) _da Siena_. Suo consiglio a Gregorio XI, A 328.
-Sua dimora in Firenze, 335-337. Delle sue _Lettere_, 366, 367.
-
-_Catignano_ (_da_) _ser Domenico_. Notaro degli ultimi Priori, C 287.
-
-_Cattani Francesco_. — Ved. _Diacceto_ (_da_) _Francesco_.
-
-_Cattivanza_. — Ved. _Strozzi Bernardo_.
-
-_Cavalca fra Domenico_, A 175, 362, B 458.
-
-_Cavalcanti_. Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Buondelmonti, 92.
-Seguono la parte dei Cerchi, 106. Sbanditi, 125. Tornano in potenza,
-129. Arsione delle loro case, 131. Presi nel loro castello delle
-Stinche e chiusi in carcere a Firenze, 132, 133. Quarantotto di loro
-condannati nell’avere e nella persona, 154. Vengono in aiuto del Duca
-di Atene, 233. Assaliti dal popolo, si arrendono, 240, 241. Imparentati
-coi Medici, B 209.
-
-_Cavalcanti Bartolommeo._ Sua orazione ricordata, C 223. È in Francia,
-234. Oratore a Clemente VII, 302.
-
-_Cavalcanti Cavalcante_. Dà in moglie al suo figliuolo Guido una
-figliuola di Farinata degli Uberti, A 61.
-
-_Cavalcanti Giannozzo._ Si adopra in favore del Duca d’Atene, A 233.
-
-_Cavalcanti Giovanni_. Descrive un Consiglio di Richiesti, B 152. Si
-corregge un errore delle sue Storie, 179. Parole che mette in bocca
-a Niccolò da Uzzano, trascritte poi dal Machiavelli, 202, 204. Cenni
-critici sulle Storie, 210, 447.
-
-_Cavalcanti Giovanni_. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni,
-oratori a Carlo VIII, C 346, 347.
-
-_Cavalcanti Guido_. Suo scontro coi Donati, A 108, 109. Confinato, 111.
-Torna e muore, _ivi_. È condannato un suo figliuolo, 132. Poeta, 173. —
-Ved. _Cavalcanti Cavalcante_.
-
-_Cavallate_, A 83, 387, 388.
-
-_Cavicciuli_. Arsione delle loro case, B 13.
-
-_Ceccone_ (_ser_), notaio. Esamina fra Girolamo Savonarola, C 56.
-
-_Cefalonia_. — Ved. _Acciaiuoli_.
-
-_Cei Giovan Battista_. Decapitato, C 308.
-
-_Celestino III_. Manda suoi legati in Toscana, A 18. Ricordato, 74.
-
-_Cella di Ciardo_. — Ved. _Ciardo_.
-
-_Celona_ (_di_) _Giovanni_, A 104.
-
-_Cencio Guercio_. Va a trattare nel campo degl’imperiali sotto Firenze,
-C 289, 378, 381, 382.
-
-_Cerbaia_, sulla Pesa. Vi muoiono alcuni cavalieri fiorentini, A 159.
-
-_Cerbaia_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230.
-
-_Cerchi_. Loro stato e condizione, A 105. Comprano il palazzo dei
-Conti Guidi in Firenze, _ivi_. Capi dei bianchi, 106. Loro mischie coi
-Donati, ivi, 107. Confinati, 111, 125. Salgono in grande potenza, 129.
-Congiurano contro il Duca d’Atene, 231.
-
-_Cerchi Bindaccio_. Sua Cronichetta di famiglia, ricordata, A 122.
-
-_Cerchi Cerchio_. Uno de’ maggiori cittadini in Firenze, A 60.
-
-_Cerchi Giano_. Imprigionato, A 124.
-
-_Cerchi Niccolò_. — Ved. Donati Simone.
-
-_Cerchi Vieri_. È a Campaldino, A 85. Capo della sua famiglia, 105,
-111, 112, 122. Va ad Arezzo, 129.
-
-_Ceri_ (_da_) _Renzo_, C 141. Un suo figliuolo è al soldo dei
-Fiorentini, 270.
-
-_Cerretani Bartolommeo_. Che scriva di Francesco Valori, C 38; e che
-del Machiavelli, nelle sue _Storie_, 183.
-
-_Cerreto_ (_da_) _Iacopo_. Ambasciatore a Clemente IV, A 374-377.
-
-_Certaldo_. Fa lega coi Fiorentini, A 20. Torna sotto la loro
-giurisdizione, 97. — Ved. _Conti Alberti_.
-
-_Certomondo_, A 85.
-
-_Certosa_ presso Firenze. Vi sono inalzati splendidi edifizi da Niccolò
-Acciaiuoli, A 369.
-
-_Chaumont_ (_di_) _Carlo_. Mandato da Luigi XII in aiuto dei
-Fiorentini, C 77.
-
-_Chianti_. — Ved. _Cortona_ (_Signore di_).
-
-_Ciardo_, vinattiere. Decapitato, B 54. È arsa la sua casa nei
-Camaldoli di San Lorenzo e rimane a quel luogo il nome di Cella di
-Ciardo, _ivi_.
-
-_Cibo Franceschetto_. Gli è data in moglie Maddalena figliuola di
-Lorenzo il Magnifico, B 420.
-
-_Cibo Innocenzio_, cardinale. Viene in Firenze, C 210. Poco aderente al
-Principato dei Medici, 313.
-
-_Cimabue Giovanni_, A 177.
-
-_Ciompi_, B 16, 17. Tumultuano, 18 e _segg_. Vanno in rotta, 35.
-Congiurano, 41, 42, 43, 51, 52, 59. Duemila di loro son mandati a
-guardia delle castella, 91.
-
-_Cipro_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Città di Castello_. Soccorre i Fiorentini, A 157. Col loro aiuto si
-ribella dalla Chiesa, 326. Rammentata, 327.
-
-_Civitavecchia_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326.
-
-_Clemente IV_. Dà a’ guelfi di Toscana la sua propria insegna, che
-poi rimane alla Parte Guelfa di Firenze, A 56, 57. Sua ingerenza nel
-governo della Repubblica, 62-64. — Ved. _Abati Migliore. Ubaldini
-Ottaviano_.
-
-_Clemente V_. Manda suoi legati a Firenze, A 137.
-
-_Clemente VI_. Concede privilegi allo Studio Fiorentino, A 368.
-
-_Clemente VII_ (_Giulio de’ Medici_). Che pensi circa lo Stato di
-Firenze, C 164, 165. Fa una lega con Cesare, in cui vengono inclusi
-i Fiorentini e la Casa sua, 171. Vuol mutare lo Stato in Siena,
-175, 176. Fortifica Firenze, 176. I Fiorentini gli mandano Francesco
-Vettori, 177. Pratica per il ritorno de’ Medici in Firenze, 226-228.
-Suo trattato con Cesare, 230. Sue risposte ad alcuni oratori della
-Repubblica, 244-247. Spera di aver Firenze per vie pacifiche, 256.
-Racquista varie terre del suo dominio, 261. Altra sua risposta ad altri
-oratori, 265. Vive in angustie per l’assedio di Firenze, 275, 276.
-Questa gli s’arrende, 300, 301. Sua risposta agli Aretini, 311. Manda
-oratori fiorentini a Carlo V, 318, 319. Vuol fare Alessandro dei Medici
-signore libero di Firenze, 319, 321-324. — Ved. _Baglioni Malatesta.
-Buonarroti Michelangiolo. Cavalcanti Bartolommeo. Conte Rosso. Foiano_
-(_da_) _fra Benedetto. Gorini. Orange. Volterra._
-
-_Clermont_ (_Signore di_). S’offre mediatore tra la Repubblica e
-Clemente VII, C 273.
-
-_Cocchi Niccolò_. Gonfaloniere, B 221.
-
-_Colle di Valdelsa_. Afforzato, A 15. Fa lega con la Repubblica, 47,
-67. Sua dedizione, 214. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni,
-230. Torna in potere della Repubblica, 259. Occupato dalle armi
-del Papa e del Re di Napoli, 395. Riforme di quella Potesteria e
-Capitanato, B 484, 493.
-
-_Collegi_ della Signoria. Così detti i Gonfalonieri di compagnie e i
-Dodici Buonuomini, B 527.
-
-_Colleoni Bartolommeo_. Con lui praticano gli avversari di Casa Medici,
-B 339. Fa guerra alla Repubblica, 344-319.
-
-_Collodi_. Espugnato dai Fiorentini, B 189.
-
-_Colombaia_ (_Poggio di_), A 194, C 284.
-
-_Colonna Sciarra_. — Ved. _Santa Margherita a Montici_.
-
-_Colonna Stefano_. S’interpone a favore dei figliuoli di Dino Compagni,
-A 155.
-
-_Colonna Stefano_ di Palestrina. Capo della milizia cittadina
-nell’assedio di Firenze, C 251. Dove alloggi, 256. Assale il campo
-nemico, 258, 259, 285. Disapprova il disegno di riassaltarlo, 290.
-Chiede licenza, 295. Articolo relativo a lui nella resa della città,
-300.
-
-_Combiata_. Disfatta dai Fiorentini, A 21.
-
-_Comines_ (_di_) _Filippo_. Ambasciatore del Re di Francia in Firenze,
-B 390. Creditore di Casa Medici, C 29. Tiene in concetto di santo il
-Savonarola, 61.
-
-_Compagnacci_. Così detti gli avversari del Savonarola, C 47. Trionfano
-sui loro avversari, 52 _e segg._
-
-_Compagni Dino_. Gonfaloniere, A 97. Prende parte a un Consiglio di
-cittadini, 110. Fatti in cui la sua Cronaca discorda da quella del
-Villani, ivi, 117. Parla in un altro Consiglio, 112. È de’ Priori,
-14. Raduna i cittadini in San Giovanni, 116. Di lui come scrittore,
-175. Nota intorno alla _Storia_, 433-442. — Ved. _Arrigo VII. Colonna
-Stefano._
-
-_Compagnia Bianca._ Sue imprese a danno dei Fiorentini, A 306, 307.
-
-_Compagnie_. — Ved. _Confraternite_.
-
-_Compagnie del Popolo_. Loro primitiva formazione, A 35. Rinnovate,
-128. Ottengono gonfaloni loro propri, d’onde i Gonfalonieri di
-compagnie, 138.
-
-_Concilio Ecumenico_ in Firenze, B 258, 259.
-
-_Condotta_ (_Ufficiali della_), B 529.
-
-_Confraternite_ o _Compagnie_, B 160, 161, C 59, 205, 252, 331, 332.
-
-_Consalvo_. Sue relazioni colla Repubblica relative alla guerra di
-Pisa, C 98.
-
-_Consegne_ (_Uffici delle_). Loro riforma, B 484.
-
-_Conservatori delle leggi_, B 206.
-
-_Consiglio del Capitano_ o _di Credenza_ della Massa de’ guelfi. Sua
-istituzione, A 64. Notizie di esso, 383-385.
-
-_Consiglio del Cento_. La parte dei Medici impedisce che sia annullato,
-B 334, 335. Ogni cosa si riduce in esso dopo l’abolizione dei Consigli
-del Popolo e del Comune, 356. Abolito, C 24. Rifatto, 132.
-
-_Consiglio del Comune_. Sua istituzione e distinzione dall’altro
-del Popolo, A 203. Sue riforme, B 36, 49, 213. Annullato, 356. Sua
-costituzione, 527.
-
-_Consiglio dei Dugento_. — Ved. Balia del 1530.
-
-_Consiglio del Dugento_, B 154.
-
-_Consiglio di Giustizia_, C 93.
-
-_Consiglio Grande_ o _Generale_. Sua istituzione e ordinamento, C
-25, 26, 82 _e segg._ Abolito, 125. Restaurato, 214, 215. Si aduna per
-l’ultima volta, 302.
-
-_Consiglio degli Ottanta_. — Ved. Ottanta.
-
-_Consiglio del Popolo_. Sua istituzione e distinzione dall’altro del
-Comune, A 203. Sue riforme, 239, B 36, 49, 213. Sua costituzione, 527.
-Annullato, 356.
-
-_Consiglio dei Settanta_. — Ved. _Settanta_.
-
-_Consiglio dei Trecento_ e altri Consigli del Comune. Loro istituzione,
-A 64; e altre notizie di essi, 383-385.
-
-_Consoli_. Loro governo, A 16, 22-25.
-
-_Consoli_ o _Capitudini delle Arti_, A 22-24. Manomessi da alcuni
-grandi, 110. Loro costituzione, 385, 386, 527. Son rifatte le borse del
-loro ufficio, B 213. — Ved. _Arti_.
-
-_Consoli de’ cavalieri_, poi Capitani di Parte Guelfa. Loro creazione e
-costituzione, A 65. — Ved. Capitani ec.
-
-_Consoli del mare_, B 141 _e segg_.
-
-_Conte Novello_. — Ved. _Del Balzo Bertramo_.
-
-_Conte di Poppi_. — Ved. _Battifolle_ (_da_) _conte Francesco_.
-
-_Conte Rosso_. Fatto impiccare da Clemente VII, C 311.
-
-_Conte di Virtù_. — Ved. _Visconti Giangaleazzo._
-
-_Contessa Matilde_, A 8-11. Fondatrice di badie, 25, 26. Ricordata, 344.
-
-_Conti Alberti_. Fanno trattati con la Repubblica, A 17. Antichi
-atti tra essi e i Fiorentini, relativi a Fogna, Semifonte e Certaldo,
-ricordati, A 441. — Ved. _Capraia. Mangona. Vernio._
-
-_Conti Guidi_. Collegati cogli Aretini, A 15. Loro palagio in Firenze,
-105. Giurano fedeltà ad Arrigo VII, 152. Amici della Repubblica, 215.
-Mandano doni al Duca d’Atene, 230. Richiesti d’aiuti dalla Repubblica,
-B 18. Cacciati del loro Stato, 271. — Ved. _Arrigo_ duca di Baviera.
-_Battifolle. Casentino. Dovadola. Ingelberto. Monte Croce. Montemurlo_.
-
-_Contratti_. N’è ordinata la registrazione, A 162.
-
-_Corbinelli Bartolommeo_. Commissario in campo contro Pisa, B 108-112.
-Potestà di Pisa, 115, 116. Lettere della Signoria a lui, 519, 520.
-
-_Corbonischi Niccola_. Potestà di Firenze, B 505.
-
-_Coriglia Michele_. Capitano di guardia del contado e distretto, C 100.
-
-_Corno_ (_da_) _Gian di Lucino_. Potestà di Firenze, A 100, 101.
-
-_Corrado_ imperatore. — Ved. _Cacciaguida_.
-
-_Correggio_ (_da_) _Giberto_. Al soldo della Repubblica, B 387.
-
-_Còrsi_ soldati, in Firenze, C 302, 303, 307.
-
-_Corsi_ famiglia. Rimossi dagli uffici, B 246. Nuove condanne contro
-alcuni di loro, 378.
-
-_Corsi Bardo_. Tenuto fuori da ogni grado nella Repubblica, B 363, 364.
-
-_Corsi Giovanni_. Gonfaloniere, C 303.
-
-_Corsi Iacopo_. Decapitato egli e un suo figliuolo, C 288.
-
-_Corsini_. A uno di quella famiglia è arsa la casa dai Ciompi, B 19.
-
-_Corsini Luca_. Avverso ai Medici, C 12.
-
-_Corsini Piero_. Fatto cardinale, A 315. Gran personaggio ai suoi
-tempi, 367.
-
-_Corsini Tommaso_. Lettore nello Studio Fiorentino, A 368.
-
-_Còrso Pasquino_. Al soldo dei Fiorentini, C 256.
-
-_Cortese Paolo_, B 434, 435.
-
-_Cortona_. Venduta ai Fiorentini dal re Ladislao, B 130. Occupata
-da Vitellozzo Vitelli, C 77. Si arrende al Principe d’Orange, 242,
-362-366, 368, 369. — Ved. _Casali_.
-
-_Cortona_ (_Signore di_). Vassallo della Repubblica, B 64. Fa scorrerie
-nel Casentino e nel Chianti, 88.
-
-_Costantinopoli_ (_Patriarca di_). Viene in Firenze, B 259. Sepolto in
-Santa Maria Novella, _ivi_.
-
-_Coucy_ (_di_) _Enguerramo_. Occupa Arezzo, B 57. Lo vende ai
-Fiorentini, ivi.
-
-_Covoni_. Privati degli uffici, B 61.
-
-_Cremona_. Soccorsa dai Fiorentini, A 149.
-
-_Cresci Bartolommeo_. Sua morte, B 225.
-
-_Crisolora Emanuele_. Lettore nello Studio Fiorentino, B 234.
-
-_Cristiano_, arcivescovo e arcicancelliere dell’Impero. Suoi atti in
-Firenze, A 14.
-
-_Cristo_. Eletto re di Firenze, C 219, 220, 234.
-
-_Crociate_. In esse intervengono cavalieri fiorentini, A 13, 28.
-
-_Cronaca_ (_Il_). — Ved. _Pollaiolo_ (_del_) _Simone_.
-
-_Cronista di Palazzo_. — Ved. _Campana Francesco._
-
-
-D.
-
-_Dagomari_ (_dell’Abbaco_) _Paolo_, B 435.
-
-_Damiata_. — Ved. _Della Pressa Buonaguisa_.
-
-_Da Panzano_ famiglia. Si mettono col popolo in un assalto contro i
-grandi, A 241.
-
-_Da Panzano Luca_. Sua Cronaca, ricordata, A 260. Si vendica contro uno
-dei Gherardini, B 29, 30. Cavaliere dei Ciompi, 30. Parte da esso presa
-in quel tumulto, 30, 31.
-
-_Da Rabatta e Cambi_, compagnia mercantile. Fa un imprestito a Maria di
-Borgogna, B 407. Fallisce, _ivi_.
-
-_Dati Goro_. Della sua _Storia_, B 232, 233.
-
-_Dati fra Leonardo_. Ambasciatore a Martino V, B 136, 137. Sua fama ed
-autorità, 234.
-
-_Davanzati_. Uno di quella famiglia creato cavaliere da Eugenio IV, B
-253.
-
-_Davanzati Manetto_, B 25.
-
-_Davanzati Niccolò_. In campo contro Pisa, B 105.
-
-_Decima Scalata_, B 406, C 85, 217.
-
-_Del Balzo Bertramo_ detto _il Conte Novello_. Vicario del re Roberto
-in Firenze, A 162. Capitano dei Fiorentini, 191, 192.
-
-_Del Bene Sennuccio_, A 367.
-
-_Del Buono Niccolò_. Decapitato, A 312.
-
-_Del Caccia Alessandro_. Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Del Chiaro Girolami Salvi_. Dei primi Priori dell’Arti, A 78.
-
-_Del Fiesco_ famiglia. Raccomandati della Repubblica, B 142.
-
-_Del Fiesco Gian Luigi_. Fatto prigione dai Fiorentini, B 418.
-
-_Del Fiesco Luca_. Capitano di guerra della Repubblica, B 111, 519.
-
-_Del Garbo Dino_. Principale autore della morte di Cecco d’Ascoli, A
-205.
-
-_Del Melano Biagio_. — Ved. Monte Petroso.
-
-_Del Migliore Filippo_. Consiglia di mandare oratori a Clemente VII, C
-264. Pone in salvo la Libreria Medicea, _ivi_.
-
-_Del Nero Bernardo_. Commissario in campo sotto Pietrasanta, B 414.
-Gonfaloniere, C 39. Fautore dei Medici, ivi, 40. Gli è mozzo il capo,
-41.
-
-_Del Nero Marco_. Sua morte, C 221. Lodato dal Basini, 262.
-
-_Del Nero Canacci Niccolò_. De’ Priori nel Tumulto de’ Ciompi, B 25. Si
-ostina a non voler lasciare il Palagio, poi cede, _ivi_.
-
-_Del Sarto Andrea_, B 440. — Ved. _San Salvi_ (_Monastero di_).
-
-_Del Verme Iacopo_. Entra ostilmente nel dominio della Repubblica, B
-70, 71.
-
-_Del Verme Luigi_. Mandato dal Duca di Milano contro i Fiorentini, B
-253.
-
-_Del Verme Taddeo_. Fatto prigione dall’Aguto capitano della
-Repubblica, B 71.
-
-_Del Verrocchio Andrea_, B 439.
-
-_Dell’Abbaco Paolo_. — Ved. Dagomari Paolo.
-
-_Dell’Agnello Giovanni_. Promuove la pace tra i Fiorentini e i Pisani,
-A 307.
-
-_Dell’Anguillara Deifebo_. Viene contro lo Stato di Firenze, B 345. Al
-soldo della Repubblica, 394.
-
-_Dell’Anguillara Rosso_. Ha in guardia alcuni ostaggi della Repubblica,
-A 71.
-
-_Dell’Antella_. Uno di quella famiglia accusa alcuni cittadini di
-congiura, C 40.
-
-_Dell’Antella Alessandro_. Ambasciatore a Gregorio XI, A 327.
-
-_Dell’Antella Simone_. Ambasciatore a Carlo IV, A 398.
-
-_Dell’Aquila fra Piero_. Inquisitore in Firenze, A 323.
-
-_Della Bella Giano_. Nuovi ordinamenti da lui promossi nella
-Repubblica; leggi contro ai Grandi; finisce la vita in esilio, A
-92-102. — Ved. _Magalotti_.
-
-_Della Carda Bernardino_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 171.
-Rompe le genti del Duca di Milano, 177. È a guardia di Poggibonsi, 197.
-Passa ai servigi dei Senesi, 200.
-
-_Della Casa Agnolo_. Degli ultimi Priori fatti dal popolo, C 286.
-
-_Della Faggiola_. — Ved. _Faggiola_.
-
-_Della Gherardesca_ (_Conti_). — Ved. _Montescudaio_.
-
-_Della Gherardesca Ugolino_. Rimesso in Pisa dai Fiorentini, A 72. Sue
-relazioni con essi e sua morte, 81, 82.
-
-_Della Luna Francesco_. Privato degli uffici, B 283.
-
-_Della Mirandola_. — Ved. Pico.
-
-_Della Mirandola Franceschino_. Al soldo della Repubblica, B 110.
-
-_Della Pressa Buonaguisa_. Suo atto di valore all’assedio di Damiata, A
-28.
-
-_Della Robbia Andrea_, B 239.
-
-_Della Robbia Luca_, B 239.
-
-_Della Robbia Luca_. Descrive il caso di Pietro Paolo Boscoli e
-Agostino Capponi, C 126.
-
-_Della Robbia fra Luca_, C 57.
-
-_Della Rovere Francesco_. Eletto generale dei Minori Osservanti in
-Santa Croce di Firenze, B 360. Assunto al pontificato, prende nome di
-Sisto IV, _ivi_.
-
-_Della Rovere Francesco Maria_. Spogliato del ducato d’Urbino da Leone
-X, che ne investe Lorenzo de’ Medici suo nipote, C 139. Lo ricupera
-e lo perde di nuovo, 141, 142. Capitano della Lega del 1527, 180 _e
-segg_. — Ved. _Medici Lorenzo_ di Piero.
-
-_Della Scala_ signori di Verona. Fanno lega coi Fiorentini, A 208.
-
-_Della Scala Mastino_. Fa guerra alla Repubblica, A 218, 219. Le vende
-Lucca, 219. Il Duca d’Atene gli ferma lo paghe della compra, 229. Fa
-lega col Duca, 231.
-
-_Della Stufa Giovenco_. Dei Gonfalonieri di compagnia, B 19.
-
-_Della Stufa Prinzivalle_. Vuole ammazzare il gonfaloniere Soderini. C
-119.
-
-_Della Tosa_. Capi, con altri, della parte dei guelfi neri, A 126. —
-Ved. Tosinghi.
-
-_Della Tosa Giovanni_. Onore reso da lui e dai suoi consorti al Duca
-d’Atene, A 226. Si adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato,
-238.
-
-_Della Tosa Lottieri_, vescovo di Firenze. Tiene la parte di Corso
-Donati, ond’essa è detta del Vescovo, A 127.
-
-_Della Tosa Pino_. Spedisce un messo ad Arrigo VII in Cortona, A 156.
-Capo di una setta di guelfi, opposta a un’altra che ha per capo Simone
-della Tosa, 161.
-
-_Della Tosa Rosso_. Segue la parte de’ Donati, A 107. Confinato, 110.
-Avverso a Lottieri della Tosa, 127. Va al papa Benedetto XI, 134.
-
-_Della Tosa Simone_. — Ved. _Della Tosa Pino._
-
-_Delle Brache Bindo_. Viene a trattare coi Commissari fiorentini in
-campo contro Pisa, B 108, 109.
-
-_Delle Celle fra Giovanni_, A 367.
-
-_Delle Serre Bernardo_, detto _Bernardone_. Capitano delle genti
-fiorentine e bolognesi contro il Conte di Virtù, B 90.
-
-_Diacceto_ (_da_) _Filippo_, B 181.
-
-_Diacceto_ (_da_) _Francesco_. Tiene la cattedra di filosofia Platonica
-in Firenze, B 432.
-
-_Diacceto_ (_da_) _Iacopo_, C 156. Decapitato, 157.
-
-_Diamante_ (_Compagnia del_), C 133.
-
-_Dicomano_. Vi alberga la Gran Compagnia, A 298, 299.
-
-_Dieci di Balìa_. Loro costituzione, B 527, 528. Sono aboliti e poi
-rifatti col nome di Dieci di Libertà e Pace, C 24. Nuova abolizione e
-nuova restaurazione, 125, 214. Definitiva abolizione, 303.
-
-_Dieci di Libertà_. Loro istituzione, A 318. Riforme, B 49, 496.
-Importanza e attribuzioni del loro ufficio, 528.
-
-_Dieci di Libertà e Pace_. — Ved. _Dieci di Balìa_.
-
-_Dieci del mare_. Loro istituzione, A 301.
-
-_Dieci di Pisa_. Loro elezione, B 116.
-
-_Difetti_ (_Ufficiali dei_). Loro riforma, B 483.
-
-_Dini Agostino_. Commissario di Pistoia, C 260.
-
-_Dini Giovanni_. Ammonito, A 338. Restituito, B 473, 474.
-
-_Dodici Buonuomini_. Consiglio aggiunto alla Signoria, A 164. Riforme
-del loro ufficio, 188, 238, 239. B 49; e sua costituzione, 527. Vanno
-ad offerta alla chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo, 533.
-Nuove riforme, 315, 320, 334, 364, 404, C 24, 125, 132.
-
-_Dodici Procuratori_. Loro ufficio, B 405.
-
-_Dodici Riformatori_. Loro elezione e loro provvisioni, C 325, 326.
-
-_Domenico di Silvestro_. Oratore a Gregorio XI, A 327.
-
-_Dominici fra Giovanni_. Di grande autorità presso Gregorio XII, B 122.
-Fatto cardinale, ivi, 233. Altre notizie di lui, 233.
-
-_Donatello_, B 139, 242, 243.
-
-_Donati famiglia_. Hanno briga coi Pazzi, A 78. In guerra tra loro,
-92. Loro stato e condizione, 105. Capi dei Neri, 106. Mischie coi
-Cerchi, 107, 108, 109. Si muovono i Lucchesi per venire in loro aiuto,
-111. Congiurano contro il Duca d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, si
-arrendono, 240, 241.
-
-_Donati Aldruda_, A 26.
-
-_Donati Amerigo_. Sentenza proferita contro di lui, A 187. Assale con
-altri le Stinche e ne libera i prigioni, 233.
-
-_Donati Corso_. Capitano dei Lucchesi e Pistoiesi a Campaldino, A 85.
-Accusato al Potestà e assoluto, 100. Il popolo minuto si leva contro
-di lui, _ivi_. Capo della sua famiglia, 105. Suo stato e qualità, 107.
-Suo scontro con Guido Cavalcanti, 109. Confinato, 110. Rientra a forza
-in Firenze, 120. Sua grande potenza, 121. Suo lutto per la morte di un
-figliuolo, 123. Assalta il Palagio, 126, 127. Infermo di gotta, 130.
-Va in compagnia dei cittadini citati a comparire dinanzi a Benedetto
-XI, 134. Creduto d’intesa col cardinale Napoleone degli Orsini, 140.
-Condannato come ribello e traditore, 141. Sua morte e sepoltura, 142.
-Sue esequie, _ivi_. — Ved._ Della Tosa Lottieri. Faggiola_ (_della_)
-_Uguccione_.
-
-_Donati Gemma_. Moglie a Dante Alighieri, A 167.
-
-_Donati Manno_, A 238. Ambasciatore presso la Gran Compagnia, 298. Per
-sua opera è arso Livorno, 307. Muore, 312.
-
-_Donati Simone_. Suo scontro con Niccolò de’ Cerchi, A 122, 123. Sua
-morte, 123.
-
-_Donati Sinibaldo_. Confinato, A 110.
-
-_Donato_ (_San_). Donato Acciaiuoli reca in Firenze da Arezzo una sua
-reliquia, B 117.
-
-_Doni_ famiglia. Mercanti in Lione, C 310.
-
-_Doria Andrea_. Sue esortazioni alla Repubblica, C 229.
-
-_Dovadola_. Presa da Bartolommeo Colleoni, B 348.
-
-_Dovadola_ (_Conti Guidi di_). Si danno in protezione alla Repubblica,
-B 156.
-
-_Duchessina_. — Ved. _Medici Caterina_.
-
-_Durazzo_ (_di_) _Carlo_. Favorisce i fuorusciti di Firenze, B 40.
-Suo accordo con la Repubblica, 43. Le chiede aiuti, 56. In Firenze si
-festeggia il suo avvenimento al trono d’Ungheria, 60. — Ved. _Barbadori
-Donato._
-
-
-E.
-
-_Ebrei_. — Ved. _Usura_.
-
-_Eduardo IV_ re d’Inghilterra. I denari di Cosimo de’ Medici gli sono
-d’aiuto a sostenersi nel regno, B 327.
-
-_Egitto_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Elba_. I Fiorentini vi mandano un governatore, B 104.
-
-_Elisabetta_ regina d’Inghilterra. — Ved. _Pitti Iacopo_.
-
-_Empolesi_. Censuari de’ Fiorentini, A 17.
-
-_Empoli_. Vi si fa parlamento dei ghibellini di Toscana, A 53. Cade in
-mano degli Spagnuoli, C 282, 283. — Ved. _Ferrucci Francesco_.
-
-_Entraigues_. Castellano delle fortezze tolte alla Repubblica da Carlo
-VIII, C 34.
-
-_Esattori_ (_Ufficio degli_), B 485.
-
-_Esecutore degli Ordinamenti di giustizia_. Sua istituzione, A 139.
-Si ristringe la sua autorità, 189. Suo salario, 256. Ridotto alla
-condizione di Bargello, B 321, 365. Disposizione circa al suo stare
-a sindacato, 496. Suo ufficio, 529. Va ad offerta alla chiesa di San
-Giovanni il giorno di quel Santo, 533.
-
-_Este_ (_d’_) _Alberto_. In lega colla Repubblica, B 67, 72.
-
-_Este_ (_d’_) _Aldovrandino_. Impegna i suoi allodiali ai prestatori
-fiorentini, A 31.
-
-_Este_ (_d’_) _Alfonso_. Pronunzia un lodo tra i Fiorentini e i Pisani,
-C 65. I Fiorentini onorano le sue nozze con Lucrezia Borgia, 73.
-
-_Este_ (_d’_) _Borso_. Promette e manda soccorsi alla parte avversa
-ai Medici, B 339, 340. Si adopra per la pace tra i Veneziani e i
-Fiorentini, 348.
-
-_Este_ (_d’_) _Ercole I_. Mandato dal duca Borso suo fratello in
-aiuto della parte avversa ai Medici, B 340, 345. Capitano generale dei
-Fiorentini e del Duca di Milano, 389 _e segg_. Soccorso dai Fiorentini,
-409-413.
-
-_Este_ (_d’_) _Ercole II_. Capitano generale delle genti della
-Repubblica, C 240.
-
-_Este_ (_d’_) _Niccolò II_. A lui fu voce che i Ciompi volessero vender
-Firenze, B 31.
-
-_Este_ (_d’_) _Niccolò III_. Soccorso dalla Repubblica, B 83. Ladislao
-re di Napoli vuol tirarlo ai danni di lei coll’intermezzo di Francesco
-Sforza, 132. È al soldo dei Fiorentini, 175. S’interpone per la pace
-tra essi e il Duca di Milano, 202. Si adopera per la salvezza di Cosimo
-de’ Medici, 215.
-
-_Estimo_, A 229, B 3.
-
-_Eugenio IV_. Viene in Firenze, B 219. Sua ingerenza nei fatti
-concernenti il ritorno in patria di Cosimo de’ Medici, 223, 224. Sue
-proteste a Rinaldo degli Albizzi, e risposta che ne ottiene, 225.
-S’interpone a favore d’alcuni cittadini presi dal Potestà, 249. In
-lega coi Fiorentini, 250. Consacra Santa Maria del Fiore, 253. Parte da
-Firenze, ivi. S’adopra per la pace tra’ Fiorentini e i Lucchesi, 257.
-Torna in Firenze a tenervi il Concilio, 259. Manda gente a difesa della
-Toscana, 264. Si sdegna coi Fiorentini, 277. Parte da Firenze, 285,
-286. Fa pace con Francesco Sforza, a istanza della Repubblica, 287. È
-in guerra con essa, 288.
-
-
-F.
-
-_Fabbroni_ di Marradi. Fautori dei Medici, C 285.
-
-_Fabriano_. Il suo dominio è sottoposto a un lodo della Repubblica, che
-vi manda a governarla Bartolommeo Orlandini, B 287.
-
-_Faenza_ (_da_) fra Bartolommeo. Predica in Firenze, C 266.
-
-_Faggiola_ (_della_) famiglia. È loro vietato accostarsi ad Arezzo, A
-215. Si danno in accomandigia ai Fiorentini, B 58.
-
-_Faggiola_ (_della_) _Uguccione_. Dà per moglie una sua figliuola a
-Corso Donati, A 140. Gli manda aiuti, _ivi_. — Ved. _Montecatini_.
-
-_Falconieri_ famiglia. Seguono la parte dei Cerchi, A 106. Uno di essi
-è giustiziato, 162.
-
-_Farganaccio_, B 214, 215.
-
-_Farnese Piero_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 304, 305. Muore
-ed è splendidamente onorato, 305.
-
-_Farnese Rinuccio_. Al soldo dei Fiorentini, B 415.
-
-_Federigo I_. Toglie il contado a’ Fiorentini, che poi lo ricuperano, A
-18.
-
-_Federigo II_. Mena in Puglia i capi guelfi di Firenze, A 34.
-
-_Federigo III_. Viene in Firenze due volte, B 305, 306.
-
-_Federigo_ principe d’Antiochia. Mandato da Federigo II suo padre
-contro la parte guelfa in Toscana, A 33.
-
-_Ferdinando I_ re di Napoli. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Ferdinando_.
-
-_Ferdinando il Cattolico_. — Ved. _Aragona_ (_d’_) _Ferdinando il
-Cattolico_.
-
-_Fermo_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Ferrucci Francesco_. Notizie di lui anteriori al suo commissariato di
-Empoli, C 261. Commissario d’Empoli, ivi, 277 _e segg_. Sua impresa
-di Volterra, 279-281. Generale commissario di tutta la campagna del
-Dominio, 287, 288. Va a Pisa, 288; a Pescia, _ivi_; e a Gavinana,
-293; dove combatte ed è morto, 294, 295, 382-384. — Ved. _Santa Croce
-Giorgio_.
-
-_Feugerolles_, castello. — Ved. _Capponi_.
-
-_Fiamminghi_. Quattro di quella nazione impiccati in Firenze, B 14.
-
-_Fiandra_. Vi fanno viaggi le galee mercantili della Repubblica, B 142.
-— Ved. _Bruggia_.
-
-_Ficino Marsilio_. Doni fattigli da Cosimo de’ Medici, B 330. Maestro a
-Lorenzo nipote di lui, 352. Muore, 428. Sue opere e qualità dell’animo,
-431, 432. Canonico del Duomo, C 61. Rinnega il Savonarola, _ivi_. Un
-suo nipote è decapitato, 250.
-
-_Fiesole_, A 1 _e segg._ La sua rôcca è presa da’ Fiorentini, 12.
-
-_Fiesole_ (_Badia di_). Edificata da Cosimo de’ Medici, B 328; che vi
-fonda una biblioteca, 329.
-
-_Fiesole_ (_da_) Mino, B 439.
-
-_Fifanti._ Si ricovrano a Siena, A 41. Mettono a rumore Firenze, 59.
-Alcuni di loro morti o presi, 66. Esuli, non posson tornare in Firenze,
-76.
-
-_Fifanti Oderigo._ Uccide Buondelmonte dei Buondelmonti, A 27.
-
-_Figline._ Si dà alla Repubblica, A 20. Occupata da Arrigo VII, 156;
-dalla Compagnia Bianca, 306. Tentata dai fuorusciti di Firenze, B 41.
-Vi si raccolgono le Compagnie dei Bianchi penitenti, 89. Vi si accampa
-il Principe d’Orange, C 243.
-
-_Figline_ (_da_) _Grifone_. Decapitato, A 70.
-
-_Filelfo Francesco._ Insegna nello Studio Fiorentino, B 235. Sue
-invettive contro Sisto IV, ricordate, 385.
-
-_Filicaia_ (_da_) _Antonio_. Commissario in campo contro Pisa, C 105.
-
-_Filippo VI_ re di Francia. Suo detto relativo al Duca d’Atene, A 227.
-
-_Filippo_ despoto di Romania. Viene in Firenze, A 197.
-
-_Filippo_ fratello dell’imperatore Arrigo VI. — Ved. _Arrigo VI_.
-
-_Finiguerra Maso_, incisore, B 440.
-
-_Fiorentini._ Ricordati da Tacito negli _Annali_, A 1. Loro diverse
-origini, 3-7. Loro antica arme e come la riformassero, 7. Termine del
-loro contado, 13. Origine e primi progressi delle loro discordie, 15,
-16. S’amplia il loro commercio, 16. Fanno giurare tutto il contado alla
-signoria del Comune, 28, 29. Estendono la loro azione oltre i confini
-di Toscana, 30. Loro nuova arme, 37. Scomunicati, 41. Capi del nome
-guelfo in Toscana e fuori, 65. I loro storici son tutti guelfi, 76.
-Loro feste nel maggio, 89. Loro stato alla fine del secolo XIII, 90.
-Pongono una gravezza ai chierici, 139. Loro commercio e industrie,
-180, 181. Riordinano il governo, 202-205. Scema il loro credito nella
-mercanzia e nelle arti, 212. Prendono nuove fogge di vestire, 227. Loro
-antico proverbio, 231. Loro stato, entrate e spese, 249-258. Mandano
-ad armar galere in Provenza, onde ha principio la loro armata di mare,
-301. Quando comincino a usare il volgare nelle scritture pubbliche,
-352, 353. Loro antico governo, 378-389. Si discorre del libro
-intitolato: _De libertate civitatis Florentiæ ejusque dominii_, 411;
-e della risposta ad esso, _ivi_, 412. Quando cominciarono gli studi
-intorno ad essi e allo Stato della Repubblica, 438. Quando creassero
-il primo debito, B 4. Loro spese disordinate nel comun vivere, 7.
-Gran numero di ambascerie da essi mandate l’anno 1396, 84. A quanto
-ammontassero le loro possessioni e i capitali sul Monte dopo l’acquisto
-di Pisa, 119. Perdono una nave carica di lane e altre merci, 125. Loro
-grandi commerci, 139-142. Somme da essi spese in varie guerre, 144.
-Paragone tra essi e i Veneziani, 149, 150. Loro stato, usi e costumi,
-C 204, 208. Alcuni andati in Francia mutano desinenza al loro cognome,
-310.
-
-_Fiorino d’oro._ Fatto coniare dall’Arte di Calimala, A 38. Quanti se
-ne battessero l’anno, 251. Ridotto al peso di quello di Venezia e detto
-_Fiorino largo di galea_, B 142.
-
-_Firenze._ Sua origine, A 1 _e segg._ Sede di un vescovo, 3. Primo
-e secondo cerchio, 8. Sue torri, 36. Colle pietre delle case dei
-ghibellini disfatte si edificano le sue nuove mura, 125. Principio del
-terzo cerchio, 180. Divisa in Quartieri, 237, B 524. Sua statistica
-dell’anno 1336, A 249-253. Divisa in Sestieri; loro nomi e insegne,
-383, 384. Inalzata a sede arcivescovile, B 138. Fortificazioni e
-abbattimento delle sue torri, C 176. Suoi edifici ai primi del secolo
-XVI, 205, 206. Nuove fortificazioni, 250, 251, 256.
-
-_Firenze_ (_da_) _Benedetto d’Amerigo_, priore della Badia di Firenze,
-B 555, 556.
-
-_Firenze_ (_da_) _fra Benedetto_, scrittore della vita del Savonarola,
-C 54.
-
-_Firenze_ (_da_) _Miniato di Francesco d’Andrea_, monaco di Badia, B
-556.
-
-_Firenze_ (_da_) _Nofri d’Andrea_, dei Predicatori, B 556.
-
-_Firenzuola._ Edificata dai Fiorentini, A 216. — Ved. _Ramazzotto_.
-
-_Fivizzano._ È posto a sacco dalla gente di Carlo VIII, C 11.
-
-_Flagellanti_ (_Processione dei_). Viene in Firenze, A 211.
-
-_Foiano_, in Val di Chiana. Assediato dal re Ferdinando d’Aragona, A
-307.
-
-_Foiano_ (_da_) _fra Benedetto_, domenicano. Predica in Firenze, C 266.
-Fatto morire da Clemente VII, 307.
-
-_Foraboschi Razzante._ Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A
-422.
-
-_Forlì._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326; che
-poi tentano liberarlo dalle mani del Duca di Milano, B 158.
-
-_Fornai_ (_Arte dei_). Si oppone alla venuta in Firenze di Carlo di
-Valois, A 116.
-
-_Fortebracci Niccolò._ Al soldo dei Fiorentini, B 185; e poi dei loro
-nemici, 198. Amico a Neri Capponi, 205.
-
-_Fortini Bartolommeo._ Privato degli uffici, poi restituito, B 283.
-
-_Fortini Benedetto._ Privilegio a lui concesso, B 476.
-
-_Fortini Paolo._ Rimosso dall’ufficio di cancelliere della Repubblica,
-B. 169.
-
-_Foscari Francesco_ doge di Venezia. Dà opera con Francesco Carmagnola
-a formare la lega tra quella Repubblica e i Fiorentini, B 173-174.
-
-_Foscari Francesco._ Ambasciatore veneto in Firenze, C. 228.
-
-_Fossi_ (_Porta de’_), A 157.
-
-_Francesco I_ re di Francia. Gli sono inviati oratori dalla Repubblica,
-C 138. È in lega con lei, 216. Le fa gran promesse, ma non le
-attiene, 232, 233. Capitoli tra esso e Leone X in cui viene inclusa la
-Repubblica, 357-360. — Ved. _Leone X_.
-
-_Francesco di Lorena_ granduca di Toscana, C. 336.
-
-_Francesi._ Alcuni di quella nazione vengono assoldati dalla
-Repubblica, A 191.
-
-_Franco Matteo_, B 443.
-
-_Franzesi_ famiglia. Condannati dopo la Congiura de’ Pazzi, B 378.
-
-_Franzesi Musciatto._ Potentissimo presso i guelfi neri, A 126.
-
-_Franzesi Napoleone._ È a parte della Congiura de’ Pazzi, B 371. Sua
-fine 377.
-
-_Fraticelli_, setta, A 335.
-
-_Fregosi_ o _Da Campo Fregoso_. — Ved. _Sarzana_ e _Sarzanello_.
-
-_Frescobaldi._ In guerra tra loro, A 92. Stanno co’ Cerchi, 106. A
-casa loro smonta, venendo in Firenze, Carlo di Valois, 117. Alcuni di
-essi sono dei guelfi neri, 126. Congiurano con gli altri grandi e coi
-fuorusciti contro gli ordini popolari, 222. Congiurano contro il Duca
-d’Atene, 231. Assaliti dal popolo, si arrendono, 241. Rimossi dagli
-uffici, B 246,
-
-_Frescobaldi_ (_Piazza dei_), A 108.
-
-_Frescobaldi Battista._ Attenta alla vita di Lorenzo de’ Medici ed è
-impiccato, B 407.
-
-_Frescobaldi Leonardo._ Ambasciatore a Bonifazio IX, B 85.
-
-_Frescobaldi Tegghia._ Sentenza pronunziata contro di lui, A 187.
-
-_Frescobaldi Tommaso._ Sua morte, B 176.
-
-_Fronte_ (_di_) _Piero_. — Ved. _Camera del Comune. Santo Spirito_
-(_Convento di_).
-
-_Fucecchio._ Difeso dai fuorusciti guelfi, A 54. Vi viene a oste
-Castruccio, 164. Vi vanno a campo i Fiorentini, 186. — Ved. _Cadolingi_
-(_Conti_).
-
-
-G.
-
-_Gabbrielli Cante._ Potestà di Firenze, A 124, 125.
-
-_Gabbrielli Francesco._ Capitano del popolo di Firenze, B 75. Testo
-della sua elezione, 507-510.
-
-_Gabelle_ diverse, A 253, 256. Loro ufficiali, B 485, 528.
-
-_Gaddi Gaddo_, A 178.
-
-_Gaddi Taddeo_, A 178.
-
-_Gaetani Piero._ Vende Laiatico e altre castella ai Fiorentini, B 102.
-Gli sono tolte certe robe dai Gambacorti, 520-521.
-
-_Gagliano_ (_da_) _fra Roberto_. — Ved. _Ubaldini da Gagliano_.
-
-_Galigai_ famiglia. Son disfatte le loro case, A 97. Ricordati, 430.
-
-_Galilei Galileo_, B 467. Nasce il giorno che muore Michelangiolo, C
-204.
-
-_Gallura_ (_Giudice di_) _Nino_, A 143.
-
-_Gambacorti._ Grandi amici della Repubblica, A 272-273. Tre di essi
-fatti decapitare dall’imperatore Carlo IV, 273. A uno di loro si marita
-una figliuola di Rinaldo degli Albizzi, B 270. — Ved. _Gaetani Piero_.
-
-_Gambacorti Giovanni._ Chiede un salvacondotto alla Repubblica per
-gli oratori pisani, B 102. Assediata Pisa, vuol cacciarne le bocche
-inutili, 106. Tratta di accordo coi Commissari fiorentini, e lo ferma,
-107-109. Consegna la città, 111.
-
-_Gambacorti Piero._ Conferma ai Fiorentini i loro privilegi in Pisa e
-ne aggiunge dei nuovi, A 309. Cerca schermirsi col Papa e i Fiorentini
-in guerra tra loro, 328. Viene in Firenze a procurare un accordo, 338.
-Nelle sue case si stipulano alcune convenzioni tra l’imperatore Carlo
-IV e la Repubblica, 399. Mediatore di una lega tra il Conte di Virtù
-e i Fiorentini, B 65. Desidera metter pace tra quei due Stati, 71.
-Ucciso, 73.
-
-_Gambassi._ Quel castello torna in potere dei Fiorentini, A 97.
-
-_Gangalandi_ (_da_) famiglia. Sono esuli da Firenze e non posson
-tornarvi, A 76.
-
-_Garfagnana._ Vi si combatte tra Fiorentini e Pisani, A 305. Quei
-castelli son ricuperati dalla Repubblica, B 197.
-
-_Gargiolli Andrea._ Ha il comando delle navi della Repubblica, B 125.
-
-_Gasparre._ Uno di questo nome scrive le petizioni dei Ciompi, B 29.
-
-_Gaudenti_ (_Frati_). — Vedi _Andalò Lotteringo. Malavolti Catalano._
-
-_Gavinana._ Battaglia ivi successa, C 293, 294, 383, 384.
-
-_Genova._ Vi sono sequestrate robe dei Fiorentini, B 96.
-
-_Genovesi._ Sconfitti dai Fiorentini, B 199; indi soccorsi, 252. Hanno
-guerra con essi, 418. Tolgono loro Sarzana, C 34. Fanno lega con la
-Repubblica, 161-162. — Ved. _Livorno_.
-
-_Gerusalemme._ Cosimo de’ Medici vi apre e dota uno spedale per i
-pellegrini, B 328.
-
-_Gherardi Iacopo._ Oratore a Siena, A 42.
-
-_Gherardi Iacopo._ Nimicissimo di Niccolò Capponi, C 227. Decapitato,
-308.
-
-_Gherardini._ Vanno in esilio, A 52. In guerra coi Manieri, 92. Fanno
-pace coi Buondelmonti, 119. Arsione delle loro case, 131. Di gran
-potenza in contado, 132.
-
-_Gherardini Cece._ Non è voluto ascoltare un suo consiglio, A 46.
-
-_Gherardini Lotteringo._ Sentenza pronunziata contro di lui, A 187.
-
-_Gheri Goro._ Segretario di Lorenzo de’ Medici Duca d’Urbino, C 144,
-145.
-
-_Ghibellina_ (_Via_), A 52.
-
-_Ghibellini._ Primo principio di quella fazione in Firenze, A 16.
-Quando vi si cominci a pronunziare un tal nome, 26. Cavalieri di questa
-e della contraria parte vanno insieme in Terra Santa, 28. Entrano
-vittoriosi in Firenze dopo la battaglia di Montaperti, 52. Mettono
-a rumore la terra, 59. Si rifugiano a Siena ed a Pisa per le loro
-castella, 62. Sentenze contro di loro, 65. Danno principio alla colonia
-dei Fiorentini in Francia, _ivi_. Sconfitti, 66, 67. Colle pietre delle
-loro case si edificano le mura della città, 125.
-
-_Ghiberti Lorenzo._ Delle sue porte di San Giovanni e di altre opere, B
-243, 244.
-
-_Ghinazzano_ (_da_) _fra Mariano_. Predica in Firenze contro il
-Savonarola, C 39.
-
-_Ghirlandaio Domenico_, B 439.
-
-_Giachinotti Pier Adovardo._ Commissario in Pisa, C 288. Dannato a
-morte, 308.
-
-_Giacomini Antonio._ Commissario in campo contro Pisa, C 97.
-
-_Giamboni Bono_, A 175.
-
-_Giandonati._ Vanno in esilio, A 52.
-
-_Gianfigliazzi._ Seguono la parte dei Donati, A 107; e quella dei
-guelfi neri, 126. Un loro castello cade in forza d’Arrigo VII, 159.
-Vengono armati in Piazza, B 212, 222. — Ved. _Marignolle_.
-
-_Gianfigliazzi Bongianni._ Commissario in campo sotto Pietrasanta, B
-414. Muore, 415.
-
-_Gianfigliazzi Iacopo._ In campo contro Pisa, B 105. Armato cavaliere,
-111.
-
-_Gianfigliazzi Luigi._ Ambasciatore a Carlo IV, A 398.
-
-_Gianfigliazzi Rinaldo._ Gonfaloniere, B 54. Gli è consegnata dalla
-Signoria l’insegna del Popolo, 77. Disfà il parentado dì una sua
-figliuola con un Alberti che poi si sposano, 78. Suo discorso nelle
-Consulte, 159-160. Ha per nuora una figliuola di Rinaldo degli Albizzi,
-324.
-
-_Gianni_ famiglia. Posti a sedere, B 283.
-
-_Gianni Astorre._ Commissario in campo contro Lucca, B 189 _e segg._
-
-_Gianni_ (_Fra_), familiare del Cardinale Ottaviano degli Ubaldini, A
-377.
-
-_Giannotti Donato._ Segretario dei Dieci della guerra, C 218, 261.
-Porta innanzi il Ferruccio, 261. Durante l’Assedio, tenta d’indurre
-Stefano Colonna a fare una sortita, 295. Confinato, 309.
-
-_Ginesio_, giudice, Oratore a Clemente IV, A 374, 375.
-
-_Ginori Giorgio._ Assale in Prato Bernardo e Silvestro Nardi che aveano
-occupata quella terra, B 351.
-
-_Ginori Lionardo._ Oratore con altri al Principe d’Orange; loro
-lettere, C 246, 370-376. Viene a Firenze, 560.
-
-_Giogoli_ presso Firenze, A 194.
-
-_Giordano_ (_Conte_). Capitano di guerra e Vicario del re Manfredi in
-Firenze, A 52. Richiamato, 53.
-
-_Giordano_ (_Frate_), A 362.
-
-_Giotto_, A 177, 178, 212. — Ved. _Inondazione_.
-
-_Giovanna_ figliuola di Nino giudice di Gallura, A 143.
-
-_Giovanna_ regina di Napoli. Vende Prato ai Fiorentini, A 260.
-S’interpone per la pace tra essi e Gregorio XI, 332, 339.
-
-_Giovanna_ sorella del re Ladislao. I Fiorentini procurano il suo
-matrimonio con Sigismondo re d’Ungheria, B 84.
-
-_Giovanni XXIII._ S’accorda col re Ladislao per intramessa de’
-Fiorentini, B 131. Alloggia in Firenze, fuor della porta a San Gallo,
-131-132. Suo detto a Bartolommeo Valori, 136. Fa atto di sottomissione
-a Martino V in Firenze, 138. Ha la sepoltura e un monumento nella
-chiesa di San Giovanni, 139. Suoi esecutori testamentari, _ivi_.
-
-_Giovanni_ principe della Morea. Viene in Firenze, A 197.
-
-_Giovanni_ re di Boemia. Lega fatta dai Fiorentini contro di lui, A 208.
-
-_Giovanni_ re di Portogallo. Deposita denari sul Monte di Firenze, B
-144.
-
-_Giovanni_ (_ser_) _Fiorentino_, B 231.
-
-_Giovanni Gualberto._ Fonda il monastero della Vallombrosa, A 26. —
-Ved. _Petroio_ (_Signori di_).
-
-_Giovanni di Mone_, biadaiuolo. Fatto cavaliere dai Ciompi e
-assegnatagli la rendita della piazza di Mercato Vecchio, B 22, 36, 474.
-Sua morte, 43.
-
-_Giovannini Carlo_, notaro, B 557.
-
-_Giraldi._ Uno di quella famiglia è ammonito, B 11.
-
-_Giramonte_, presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali condotti da
-Alessandro Vitelli, G 257.
-
-_Girolami._ Loro torre, A 60.
-
-_Girolami Raffaello._ Ambasciatore a Carlo V, C 236, 237. Torna in
-Firenze, 238. Commissario in campo contro l’Orange, 251. Gonfaloniere,
-263, 264. Uomo leggiero, 287. Entra nella Balìa creata dopo la resa
-della città, 304. Sua morte, 308.
-
-_Giudice delle Appellagioni._ Suo salario ed ufficio, A 256, 381, 382.
-
-_Giudici_ (_Collegio dei_). Numero dei suoi componenti, A 251.
-
-_Giugni._ Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Assalgono i bianchi,
-130. Imparentati con Cosimo dei Medici, B 209.
-
-_Giugni Andrea._ Egli e Piero Orlandini, accusati di aver venduto
-Empoli agli Spagnoli, sono dipinti in Firenze per traditori, C 283.
-
-_Giugni Bernardo._ Oratore a Venezia, B 289; a Milano, 336, 337.
-
-_Giulio II._ Soccorso dai Fiorentini C 101. Li interdice, poi li
-assolve, 111, 112. Li invita a una lega contro Luigi XII re di Francia,
-115, 116.
-
-_Giullari_ (_Pian di_). Vi alloggia il Principe d’Orange, presso le
-case dei Guicciardini, C 257; e Baccio Valori, _ivi_.
-
-_Giustino_ luogotenente dell’imperatore Giustiniano. Difende Firenze
-contro Totila, A 2.
-
-_Gofo_ (_di_) _Ghigo_, A 191.
-
-_Golfolina_, A 196.
-
-_Gondi Gian Battista._ — Ved. _Strozzi Marco_.
-
-_Gondi Simone._ Degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Gonfaloniere di giustizia._ Aggiunto ai Priori, A 95. Tolto dal Duca
-di Atene, 227. Rifatto, 239. Altre notizie intorno ad esso, 421,
-422. Riforme del suo ufficio, B 36, 37, 49, 53. Si determina l’età
-necessaria per esercitarlo, 75. È fatto a mano, 213. Costituzione del
-suo ufficio, B 525-530. Si ricomincia a trarlo a sorte, 315. Gli è data
-la mano sul Potestà, 321. Eletto a vita, C 90, 91. Ridotto di nuovo a
-due mesi, 125, 132. Nuova riforma, 215. Si decreta che non possa dar
-voto nei Consigli, 263. Rifatto per due mesi, 303. Abolito, 325. — Ved.
-_Signoria_.
-
-_Gonfalonieri di compagnie._ Quando istituiti, A 138. Tratti a sorte,
-188. Cassati dal Duca d’Atene, 228. I grandi, fatti di popolo, hanno
-divieto temporaneo a quell’ufficio, 244. Loro riforme, B 49, 480, 492,
-516, 517. Costituzione del loro ufficio, 527. Vanno ad offerta alla
-chiesa di San Giovanni il giorno di quel Santo, 532. Nuove riforme,
-315, 321, 334, 364, C 24, 125, 132.
-
-_Gonzaga Federico_ marchese di Mantova. Al soldo dei Signori di Milano
-collegati con la Repubblica nella guerra con Sisto IV, B 394.
-
-_Gonzaga Federigo da Bozzolo._ Capitano nell’esercito Francese in
-Firenze. Persuade alla Signoria venire a un accordo, di cui stende
-l’atto Francesco Guicciardini, C 211, 212.
-
-_Gonzaga Ferrante._ Nel campo degli Imperiali sotto Firenze, C 289.
-Invitato da Malatesta Baglioni a venire in città, _ivi_. I Fiorentini
-gli negano il salvocondotto, 291. Forma con Baccio Valori i capitoli di
-un accordo colla città, 296. Sue lettere dal campo al marchese Federigo
-suo fratello, 377-384.
-
-_Gonzaga Ridolfo._ Al soldo della Repubblica, B 387.
-
-_Gorini._ Da una donna di quella famiglia nasce Clemente VII, B 379.
-
-_Gozzoli Benozzo_, B 439.
-
-_Gran Compagnia._ Si compone coi Fiorentini per danari, A 293. Il Conte
-Corrado di Lando le ottiene il passo pel territorio della Repubblica,
-296. Sbaragliata, e ferito il Conte, 297. Minaccia il contado di
-Firenze, 299. — Ved. _Donati Manno_.
-
-_Grandi._ Privati degli uffici, indi riabilitati con certi divieti, A
-243-245, 496. Tamburo ordinato contro di loro, 497.
-
-_Grascia_ (_Ufficiali della_). I Ciompi ardono le loro scritture, B 21.
-Loro riforme, 483, 493. Loro attribuzioni, 528.
-
-_Grasselli_ di Milano. Uno di quella famiglia è potestà di Firenze, A
-24.
-
-_Gravezze._ (Accatti, balzelli, prestanze.) Imposte dopo annullato il
-Catasto, B 279 _e segg._, 299, 300, 312, 313; e dopo rinnovato, 349. Il
-Savonarola si adopra a riformarne la distribuzione, C 31. Imposte per
-la guerra con Carlo V, 217. Altre dopo la resa della città, 303-305. —
-Ved. _Catasto. Decima Scalata. Graziosa._
-
-_Gravina_ (_Duca di_) _Piero_. Mandato dal re Roberto suo fratello in
-aiuto dei Fiorentini, A 161. Muore a Montecatini, _ivi_.
-
-_Graziani._ Sì corregge un errore della sua _Cronaca di Perugia_, A 271.
-
-_Graziosa._ Nome di una gravezza, B 280.
-
-_Grazzini Simone_, notaro, B 557.
-
-_Gregorio X._ Sua dimora in Firenze, A 70, 71. Interdice la città, poi
-la ribenedice e la scomunica di nuovo, 71, 72. Ricordato, 123. — Ved.
-_Niccolò III_.
-
-_Gregorio XI._ Sua guerra coi Fiorentini, A 319, 320.
-
-_Gregorio XII._ Chiede di venire in Firenze e non gli è concesso, B
-121. I Fiorentini gli mandano Gino Capponi e lo fanno scortare da Lucca
-a Siena, 122, 123.
-
-_Gregorio di Lorenzo_, ufficiale della gabella del vino, B 485.
-
-_Grimaldi_ signori di Monaco. Loro patti con la Repubblica, B 142, 143.
-
-_Grimaldi Perino._ Capitano di galere condotto dai Fiorentini, A 304.
-
-_Guadagni._ Uno di quella famiglia è decapitato, B 320. Mercanti in
-Lione, C 310.
-
-_Guadagni Bernardo._ Rinaldo degli Albizzi favorisce la sua tratta
-a gonfaloniere, B 211. Favorisce la liberazione di Cosimo de’ Medici
-dalla prigione, 215, 216. Capitano di Pisa, 216. Sua morte e d’un suo
-figliuolo, 249.
-
-_Guadagni Francesco._ Condannato al carcere perpetuo, B 248.
-
-_Guadagni Migliore._ Gli sono arse le case, B 13. Sono abolite alcune
-riforme fatte in un suo gonfalonierato, 473.
-
-_Guadagni Vieri._ In campo contro Pisa, B 105. Uno degli esecutori
-testamentari di Giovanni XXIII, 139.
-
-_Gualandi Giovanni._ Tenta indurre i Pisani a scuotere il giogo dei
-Fiorentini, B 117, 197.
-
-_Gualdo_ (_da_) _Antonio_, vicario della Curia fiorentina. Autentica la
-copia della Confessione del Montesecco, B 558.
-
-_Gualterotti Francesco._ Ambasciatore a Napoli, C 102.
-
-_Guardamorto_ (_Torre del_). Abbattuta, A 33.
-
-_Guarino Giambatista._ Insegna nello Studio Fiorentino, B 235.
-
-_Guasconi_ famiglia. Vengono armati in Piazza, B 222. Rimossi dagli
-uffici, 246.
-
-_Guasconi Giovacchino._ Sta a guardia della Piazza mentre si capitola
-coi Cesarei che assediavan Firenze, C 300.
-
-_Guazzalotri_ famiglia. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222. Sette
-di loro decapitati in Firenze, 260.
-
-_Gubbio._ Manda aiuti ai Fiorentini contro Arrigo VII, A 157. Si
-ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326.
-
-_Gubbio_ (_da_) _Lando_. Bargello in Firenze, A 162.
-
-_Guelfi._ Primo principio di questa fazione in Firenze, A 16. Quando vi
-s’incominci a pronunziare un tal nome, 26. Cavalieri di questa e della
-contraria parte vanno insieme in Terrasanta, 28. Si ritirano a Lucca
-dopo la sconfitta di Montaperti 53. Ne son cacciati, 55. Si rifugiano
-in Bologna e altrove, 55. — Ved. _Clemente IV_.
-
-_Guelfo_ marchese di Toscana, A 13.
-
-_Guicciardini._ — Ved. _Giullari_ (_Pian di_).
-
-_Guicciardini Francesco._ Suoi giudizi di Lorenzo de’ Medici, B 425,
-429. Oratore in Ispagna, C 116. Suo parere intorno al governar Firenze,
-ricordato, 145. Uffici che sostiene per il Papa, 150, 153. Lui e
-Roberto Acciaiuoli detti dal Varchi le più savie teste d’Italia, 156.
-Luogotenente del Papa nella guerra con Carlo V, 175 _e segg._ Dell’uomo
-e de’ suoi scritti, 191-196. Scrive contro la Decima Scalata, 217.
-Sta in villa dove scrive la _Storia_, 219. Gli è intimato di tornare
-a Firenze, 249. Torna, 308. Come lo chiamassero in Firenze, 309. Si
-adonta di sottostare a Baccio Valori, 312, 313. Luogotenente per il
-Papa in Bologna, 314. Di un suo Discorso sulla Riforma dello Stato,
-320, 321. Pratica per farne assoluto signore Alessandro de’ Medici,
-324. — Ved. _Gonzaga Federigo da Bozzolo_.
-
-_Guicciardini Giovanni._ Commissario in campo contro Lucca, B 192. —
-Ved. _Guicciardini Piero_.
-
-_Guicciardini Iacopo._ Commissario in campo nella guerra contro Sisto
-IV e Ferdinando di Napoli, B 388.
-
-_Guicciardini Iacopo._ Ambasciatore a Clemente VII, C 246, 247.
-
-_Guicciardini Luigi._ Gonfaloniere, B 14. Gli è arsa la casa, ed è
-creato cavaliere dai Ciompi, 19, 20.
-
-_Guicciardini Luigi._ Ambasciatore a Milano, B 236; e al Papa, 402.
-
-_Guicciardini Luigi._ Avverso al Principato, C 209. Gonfaloniere, 211.
-Commissario di Pisa, 308. Di un suo Discorso circa la riforma dello
-Stato, 321.
-
-_Guicciardini Piero._ Ritiene il fratello Giovanni dall’andare in aiuto
-di Rinaldo degli Albizzi, B 223.
-
-_Guicciardini Piero._ Va nelle ambascerie, C 88. Oratore all’imperatore
-Massimiliano, 108.
-
-_Guidi_ (_Conti_). — Ved. _Conti Guidi_.
-
-_Guido Guerra_ (_Conte_). Capitano di guerra dei Fiorentini, A 38.
-Consiglia non doversi muovere l’oste contro Siena, 46.
-
-_Guido Novello_ (_Conte_). Potestà in Firenze per il re Manfredi, A 52;
-poi suo capitano di guerra e Vicario generale in Toscana, 53. Sconfigge
-i fuorusciti guelfi, di Firenze, 54. Combatte coi guelfi in città,
-n’esce e va a Prato, 60, 61. I Fiorentini guastano le sue terre nel
-Casentino, 84. — Ved. _Adimari Bonaccorso_.
-
-_Guiducci Taddeo._ Commissario in Volterra per Clemente VII, C 279, 280.
-
-_Guinicelli Guido_, A 172.
-
-_Guinigi Ladislao._ La Repubblica rifiuta di prenderlo ai suoi
-stipendi, B 186.
-
-_Guinigi Paolo_ signore di Lucca. Disposto a favorire i Pisani
-assediati dalla Repubblica, B 106. A lui ricorrono per aiuto i
-Volterrani ribellatisi ai Fiorentini, 184. Guerra mossagli dalla
-Repubblica, 187 _e segg._ Tratta di venderle Lucca, 104.
-
-_Gusciana_ (_Fosso della_), A 192.
-
-
-H.
-
-_Habsburgo_ (_di_) _Giovanni_ e _Rinaldo_. Al soldo dei Fiorentini, A
-303.
-
-_Hawkwood._ — Ved. _Aguto Giovanni_.
-
-
-I.
-
-_Iacopo_, chierico, A 376, 377.
-
-_Iacopo_, notaro. Trascrive un antico atto fatto tra la Repubblica e
-gli uomini di Pogna, e ne sbaglia la data, A 442.
-
-_Imborsazioni_ e _Tratte_. Quando cominciassero, A 188, 189.
-
-_Imola._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-Cagione delle prime inimicizie tra Lorenzo de’ Medici e Sisto IV, B
-361-362.
-
-_Impruneta_ (_Tavola della Madonna dell’_). Custodita in Santa Maria
-del Fiore, durante l’Assedio, C 252.
-
-_Incisa._ Quivi presso avviene un fatto d’arme tra i Fiorentini e i
-tedeschi d’Arrigo VII, A 157. I Fiorentini vi son rotti dalla Compagnia
-Bianca, 306.
-
-_Infangati Mangia._ Decapitato, A 41.
-
-_Ingelberto_ marchese di Toscana. Cacciato del suo Stato dai Conti
-Guidi, A 12.
-
-_Inghilterra._ Ne son cacciati i Fiorentini, A 328. Vi fanno viaggi le
-galee mercantili della Repubblica, B 142.
-
-_Inghilterra_ (_Re d’_). Sovvenuto di grandi somme di denari da’ Bardi
-e Peruzzi, ond’essi falliscono, A 211, 212.
-
-_Innocenti_ (_Spedale degli_). — Ved. _Santa Maria degl’Innocenti_.
-
-_Innocenzio III._ Sua lettera al Priore e ai Rettori della Lega guelfa
-di Toscana, A 19. Ricordato, 74.
-
-_Innocenzio VIII._ Gli è fatta guerra dai Fiorentini e da Lorenzo de’
-Medici, B 416, 417; che poi gli diventano amici, 420.
-
-_Inondazione_ dell’anno 1333, dopo la quale vien chiamato Giotto a
-dirigere i lavori di riparazione, A 209-210.
-
-_Inquisizione_ in Firenze, A 205.
-
-_Interminelli_ (_degli_) _Castracani Castruccio_. Guerra da esso fatta
-alla Repubblica, A 185-186,191-197.
-
-_Istria._ Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-
-L.
-
-_Ladislao_ re di Napoli. I Fiorentini tentano amicarlo col Papa, B
-84. Ricusa di prendere in protezione i Pisani contro la Repubblica,
-102-103. Sue relazioni coi Fiorentini circa al Concilio di Pisa, 123,
-124. In guerra con loro, 124-125, 127. Fa la pace, 129. S’accorda
-col Papa per intramessa della Repubblica, 131. Fa nuova guerra alla
-Repubblica, 132. Conchiude con essa una lega, 133.
-
-_Laiatico._ — Ved. _Gaetani Piero_.
-
-_Lamberti._ Uno di quella famiglia stipula, in nome dei ghibellini
-usciti di Firenze, un atto di lega coi Senesi, A 37. Fuggono da
-Firenze, 41. Mettono a rumore la città, 59. Esuli, non posson tornare
-a Firenze, 76. Sono arse loro le case, 130. Origine attribuita loro
-dal Villani, 431. Uno di essi tien grado in Ungheria, B 134. — Ved.
-_Calimala_ (_Via_).
-
-_Lamberti Mosca._ Prende parte all’uccisione di Buondelmonte dei
-Buondelmonti, A 27.
-
-_Lamberto_ (_di_) _Tignoso_. Uno dei Consoli di Firenze, A 22.
-
-_Lana_ (_Arte della_). Le è dato la cura di proseguire la fabbrica di
-Santa Maria del Fiore, A 212. Numero grande delle sue botteghe, 250.
-Sua preminenza sulle altre Arti, B 8, 9. I Ciompi n’ardono il Palagio
-e le scritture, 19, 21. Riforma dell’ufficio de’ suoi Consoli, 49. Si
-oppone a una sollevazione delle Arti minori, 49-50. A sua richiesta,
-s’interdice per cinque anni l’entrata dei panni forestieri in Firenze,
-77. Continua il suo splendore, 140. Testo di alcune disposizioni
-intorno ad essa, 491, 499. Essa e quella della Seta sono le principali
-ricchezze di Firenze, C 207.
-
-_Landi Antonio._ È ai servigi degli oratori fiorentini presso il
-Principe d’Orange, C 375.
-
-_Landino Cristoforo._ Sue opere, B 352, 432, 458. Sua sentenza intorno
-la Lingua, 446.
-
-_Lando_ (_di_) _Conte Corrado_. — Ved. _Gran Compagnia_.
-
-_Lando_ (_di_) _Conte Luzzo_ o _Lucio_. Capitano di guerra dei
-Fiorentini, A 331, 332.
-
-_Lanzi._ — Ved. _Poggio Imperiale_, già Villa de’ Baroncelli.
-
-_Lastra a Signa._ Persa dai Fiorentini nell’Assedio, C 260. — Ved.
-_Magalotti_.
-
-_Latini Brunetto._ Ambasciatore ad Alfonso re di Castiglia, A 52. Ha
-bando da Firenze, _ivi_. Si tocca delle sue opere, 174, 175.
-
-_Latino_ (_Cardinale_). — Ved. _Malabranca_.
-
-_Laurenziana_ (_Biblioteca_). Ha origine da quella di Cosimo de’
-Medici, B 329.
-
-_Lavaiano_ (_da_) _Gasparre_. Viene a trattare coi Commissari
-fiorentini in campo contro Pisa, B 107.
-
-_Lavello_ (_da_) _Cristoforo_. Mandato dal Duca di Milano contro
-Firenze, B 253.
-
-_Lecce_ (_Giudice di_). È del consiglio del Duca d’Atene in Firenze, A
-230.
-
-_Leccia_ o _Monteluco_ nel Chianti, B 250.
-
-_Lega guelfa_ in Toscana, A 19, 21.
-
-_Leghe_ del contado e distretto, A 36, 95, 96.
-
-_Le Maingre_ (_Bouciquaut_ e _Bucicaldo_) _Giovanni_, governatore in
-Genova pel Re di Francia. Intima ai Fiorentini di cessare le offese
-contro Pisa, B 95. Fa sequestrare in Genova le loro robe, che poi
-vengono restituite, 95-96. Sue pratiche con Gino Capponi, 98-101. Non
-contrasta più ai Fiorentini l’impresa di Pisa, 108.
-
-_Lemmo_ (_di_) _ser Giovanni_. Sua _Cronaca_ ricordata, A 163.
-
-_Lenzi Simone_, Biadaiuolo. Suo _Diario_ ricordato, A 206.
-
-_Leone X_ (_Giovanni de’ Medici_). Sua magnificenza e suo carattere,
-C 129-131. Festa in Firenze per la sua elezione, 131. Sue incertezze
-tra Francia e Spagna, 137. Viene in Firenze, 138, 139. Vi torna, 139.
-Chiede pareri sul governarla, 145. Suoi trattati con l’Imperatore e
-col Re di Francia, e parte che prende nella guerra tra i due Monarchi,
-147-151. Sua morte, 151-152. Testo dei trattati, 348-360. — Ved. _Della
-Rovere Francesco Maria. Marignolle. Medici Ippolito. Santa Maria del
-Fiore_ (_Capitolo di_).
-
-_Leoni._ Ve n’era un serraglio in Firenze, A 42. Spese per il loro
-pasto, 257.
-
-_Leoni Piero_, medico. Sua morte, B 428.
-
-_Leonzio Pilato._ Chiamato a insegnare nello Studio Fiorentino, B 229.
-
-_Libertini._ Nome di parte, C 216.
-
-_Linari_, castello. Ricuperato dai Fiorentini, B 200.
-
-_Linguadoca_ (_di_) _Pier Ferrante_. Congiura in Firenze colla parte
-dei bianchi, A 124.
-
-_Lione._ Vi sono case di mercanti fiorentini, A 252; i cui traffici si
-accrescono per il concorso dei fuorusciti, C 137. Questi mandano denari
-in patria durante l’Assedio, 286. Vi cresce il numero degli esuli dopo
-la resa della città, 310.
-
-_Lioni Ruberto._ Gonfaloniere, B 342.
-
-_Lippi fra Filippo_. B 439.
-
-_Lippo_ (_di_) _Neri_. Dei primi priori, cacciato il Duca d’Atene, A
-422.
-
-_Livorno._ Arso dai Fiorentini, A 307. Venduto loro dai Genovesi, B
-143, 144. Restituito da Carlo VIII, C 34. Assediato dall’imperatore
-Massimiliano, 37. La sua fortezza torna in mano dei Fiorentini, 218. —
-Ved. _Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_.
-
-_Lodovico il Bavaro_, A 198 _e segg._
-
-_Lodrone_ (_Conte di_). Ha la guardia di Firenze, partitone Malatesta
-Baglioni, C 307.
-
-_Loro._ Ricuperato dalla Repubblica, A 97.
-
-_Lucardo._ Occupato da Arrigo VII, A 159.
-
-_Lucca._ Offerta ai Fiorentini dai tedeschi ribellatisi da Lodovico il
-Bavaro, A 207. I Fiorentini tentano occuparla ma ne sono impediti dai
-Pisani, 304. — Ved. _Guinigi Paolo_.
-
-_Lucca_ (_da_) _Uberto_. Primo capitano del popolo di Firenze, A 35.
-
-_Lucchesi._ Atto di una loro promissione ai Fiorentini, ricordato,
-A 24. Soccorrono i Fiorentini contro Siena, 47. Danno ricetto ai
-fuorusciti di Firenze e di altri luoghi di Toscana, 51, 53; poi li
-cacciano, 55. Fanno lega con la Repubblica, 67. Intervengono alla
-pace da essa fatta coi Pisani, 96. Si muovono per venire in aiuto dei
-Donati, 111. Vengono in aiuto della Repubblica, 127. Stando in Firenze,
-mandano i bandi da parte del Comune di Lucca, _ivi_. Spartiscono coi
-Fiorentini la signoria di Pistoia, 137. Li soccorrono contro Arrigo
-VII, 157. Fanno lega con essi in guerra con Gregorio XI, 324. Si
-ristringono sempre più, B 83. Imprese dei Fiorentini contro di loro,
-187 _e segg._, 255. Collegati della Repubblica, inclinano ai nemici
-di lei, 392, 393. Le tolgono Pietrasanta, C 34. Aiutano i Pisani
-osteggiati dalle sue armi, 67, 104. Vengono agli accordi, 104.
-
-_Lucignano._ Viene in potere della Repubblica, B 58. Le è ritolto, 65.
-
-_Luigi XI._ Concede a Piero de’ Medici di fregiare dei gigli di Francia
-l’arme sua, B 362. Sua lettera a Lorenzo de’ Medici dopo la Congiura
-de’ Pazzi, e risposta di Lorenzo, ricordate, 385. Sua interposizione
-per la pace tra la Repubblica e Sisto IV, 390, 391.
-
-_Luigi XII._ Aiuta i Fiorentini contro Pisa, C 69, 70, 77. Vuol
-rimettere i Medici in Firenze, 77. Suo accordo con la Repubblica
-intorno alle cose di Pisa, 104. Ottiene da essa di adunare un Concilio
-in quella città, 110, 111. Non potendo aiutare Firenze contro Spagna ed
-il Papa, desidera ch’ella si salvi per accordi, 116. — Ved. _Chaumont_
-(_di_) _Carlo_.
-
-_Lupo Bonifazio._ Capitano di guerra dei Fiorentini, A 302. Deposto,
-304. — Ved. _Bonifazio_ (_Spedale di_).
-
-_Lupo Ramondino._ Capitano di guerra dei Fiorentini, A 265.
-
-
-M.
-
-_Macerata._ Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Machiavelli._ Vanno in esilio, A 52.
-
-_Machiavelli Girolamo._ È posto alla tortura e muore in carcere, B 320.
-
-_Machiavelli Niccolò._ Sua _Vita di Castruccio_, ricordata, A 184. Si
-cita la sua _Storia_ a proposito delle contese tra Albizzi e Ricci,
-287, 288. Scrive erroneamente essere stato autore e trovatore del
-Catasto Giovanni de’ Medici, B 179. Cancelliere dei Nove dell’Ordinanza
-e Milizia, C 99, 100. Sue legazioni a Bologna e all’imperatore
-Massimiliano, ricordate, 101, 103. Sua fiera risposta agl’inviati di
-Pisa assediata dai Fiorentini, 106. Sue legazioni in Francia, 110;
-e legazione in Pisa al Concilio, ricordate, 112. Suo parere circa il
-governo di Firenze, ricordato, 155. Brano di una sua lettera relativa a
-Giovanni delle Bande nere, 178. Muore, 183. Notizie e pensieri intorno
-all’uomo ed alle sue opere, _ivi_-191. — Ved. _Ammirato Scipione.
-Cavalcanti Giovanni._
-
-_Machiavelli Vico._ Sua morte, C 285.
-
-_Magalotti._ Parenti di Giano della Bella, A 101. Tengono la parte dei
-guelfi neri, 126. Uno di essi assale con altri, alla Lastra a Signa, la
-casa dove erano i messi d’Arrigo VII, 151.
-
-_Magalotti Filippo._ È tratto gonfaloniere, ma non prende l’ufficio, B
-61. Governatore di Piombino e dell’Elba, 104.
-
-_Magalotti Giovanni._ Pratica contro gli Albizzi e Ricci, A 317. È
-degli Otto creati per la guerra con Gregorio XI, 338. Tenta di porre un
-freno alle violenze della Parte Guelfa, _ivi_.
-
-_Magra._ Termine del dominio della Repubblica, B 157.
-
-_Maiano_ (_da_) _Dante_, A 173, 174.
-
-_Maiorca._ Vi va un’ambasceria della Repubblica, B 142.
-
-_Malabranca_ (_de’_) _Cardinale Latino_. Paciaro in Firenze, A 73.
-
-_Malaspina_ famiglia. Alcuni di essi si danno alla Repubblica, B 104,
-157. Imparentati con Cosimo dei Medici, 209.
-
-_Malaspina Gabbriello._ Una sua figliuola è moglie a Piero Soderini, C
-92.
-
-_Malatesta_ famiglia. È in lega coi Fiorentini, B 265.
-
-_Malatesta Annalena._ Moglie di Baldaccio d’Anghiari, B 276.
-
-_Malatesta Carlo._ Al soldo dei Fiorentini, B 86, 87, 158.
-
-_Malatesta Gismondo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 292.
-
-_Malatesta Malatesta_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 127, 128.
-
-_Malatesta Pandolfo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, A 306.
-
-_Malatesta Pandolfo_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 158.
-
-_Malatesta Roberto_. I Fiorentini gli mandano aiuti, B 349, 350.
-Stipendiano due suoi figliuoli, 387. Anche egli milita in servigio
-della Repubblica, 394.
-
-_Malavolti Catalano_, frate Gaudente. Potestà guelfo di Firenze, A
-57-61.
-
-_Malavolti Federigo_. Capitano dei fanti del Palagio, si rifiuta di
-uccidere Cosimo de’ Medici, B 214.
-
-_Malespini_. Signori in contado, A 29. Partigiani dei Cerchi, 106; dei
-Medici, C 285. — Ved. Buonaguisi.
-
-_Malespini Giachetto_. — Ved. Malespini Ricordano.
-
-_Malespini Ricordano_. Erra, scrivendo che Arrigo IV venisse a Firenze
-da Siena, A 8. Magnate fiorentino e guelfo, 28. Con la Cronaca che va
-sotto il nome di lui, continuata da Giachetto suo nipote, comincia
-la serie degli Storici fiorentini, 175. Nota intorno alla medesima,
-425-432.
-
-_Mancini_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Posti a sedere, B
-283.
-
-_Mancini Bardo_. Gonfaloniere; sue leggi, B 61, 62.
-
-_Manetti Giannozzo_. Fa opera di riconciliare con la Repubblica papa
-Eugenio IV, B 277. Sua lettera a Niccolò Piccinino, citata, 287. Vuol
-mantenere l’antica lega coi Veneziani, 299. Oratore a Venezia, 304. Gli
-sono imposte gravezze esorbitanti, 313. Altre notizie di lui e delle
-sue opere, 314, 433, 434.
-
-_Manfredi_ re di Sicilia. Manda aiuti ai fuorusciti ghibellini di
-Firenze, A 43, 45. — Ved. _Ubaldini Ottaviano_.
-
-_Manfredi_ famiglia. — Ved. _Marradi_.
-
-_Manfredi Astorre III_. Capitano di guerra della Repubblica, B 307.
-Viene contro di lei, 345.
-
-_Manfredi Astorre IV_. In tutela della Repubblica, B 419.
-
-_Manfredi Galeotto_. — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_.
-
-_Manfredi Taddeo_. Al soldo dei Fiorentini, B 293.
-
-_Mangiadori_. Uno di loro uccide il Commissario fiorentino in San
-Miniato, B 86.
-
-_Mangioni_ famiglia. Aggrediti dai Bordoni, A 288.
-
-_Mangona_ (_Contea di_). Passa dai Cadolingi nei Conti Alberti e poi
-nei Bardi, e da questi nella Repubblica, A 215. Manda doni al Duca
-d’Atene, 230.
-
-_Mangona_ (_di_) _conte Alberto_. Liberato da alcuni bandi e condanne,
-A 401.
-
-_Mannelli_. Seguono la parte de’ Cerchi, A 106. Assaliti dal popolo, si
-arrendono, 241. Privati degli uffici, B 61.
-
-_Mannelli Francesco_. Ferito per cagione di un debito che ha col
-Comune, B 160.
-
-_Mannelli Raimondo_. Comanda una galeazza dei Fiorentini a Portofino, B
-199.
-
-_Mannelli Zanobi_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Mansueto_ (_fra_), de’ Minori, A 376, 377.
-
-_Mantova_. Soccorsa dai Fiorentini, B 86. Quivi, in un Congresso, si
-delibera di rimettere i Medici in Firenze, C 114-116. — Ved. _Strozzi
-Tommaso_.
-
-_Manzuoli fra Luca_, B 122.
-
-_Maramaldo Fabrizio_. Pone assedio a Volterra, poi se ne ritrae, C
-281, 282. Combatte contro il Ferruccio a Gavinana, 294. Lo ferisce e fa
-uccidere da’ suoi, _ivi_.
-
-_Marchi Marco_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Marciano_ (_da_) _Antonio_. Capitano di guerra dei Fiorentini, B 415.
-
-_Marco_ (_don_) _di Benedetto_, monaco di Cestello, B 556.
-
-_Margherita_ figlia naturale di Carlo V. Fidanzata ad Alessandro dei
-Medici, C 275.
-
-_Marignolle_ presso Firenze, A 194. Vi alloggia Leone X in una villa
-dei Gianfigliazzi, C 138. — Ved. _Spagnoli_.
-
-_Marignolli Guerriante._ De’ Priori nel Tumulto de’ Ciompi, B 19. Esce
-di Palagio, 24. Congiura contro lo Stato, 40.
-
-_Marignolli Rustico._ Ha una lapida in San Lorenzo, A 33.
-
-_Marina_ (_Valle di_), A 262.
-
-_Maringhi Piero._ Suo atto di valore, B 103.
-
-_Marradi._ L’acquistano i Fiorentini cacciandone uno de’ Manfredi di
-Faenza, B 178. N’è domata una ribellione, C 272.
-
-_Marsili fra Luigi_, A 367.
-
-_Marsuppini Carlo._ Va con Cosimo de’ Medici a Verona, B 221.
-Cancelliere della Repubblica, 434.
-
-_Martelli Lodovico._ Suo duello con Giovanni Bandini, C 271, 272.
-
-_Martelli Ugolino._ Suo traffico in Pisa, B 209.
-
-_Martinella._ Campana solita portarsi dai Fiorentini nell’oste, A 44.
-Presa dai Senesi a Montaperti, 50.
-
-_Martini Martino di Luca_, cancelliere della Repubblica. Tiene la
-parte de’ Medici, B 169. Rimosso dall’ufficio, _ivi_. È in grande
-intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, 188. De’ Dieci della guerra,
-_ivi_. Ricordato in una lettera di Rinaldo, 205.
-
-_Martino Polono._ Si tocca della sua Cronaca, A 428.
-
-_Martino V._ A lui manda una solenne ambasciata la Repubblica, B 136.
-Sua venuta e dimora in Firenze, 137, 138. Ne parte sdegnato, 138.
-Innalza la Sede Fiorentina a titolo Arcivescovile, _ivi_. A lui va
-due volte ambasciatore Rinaldo degli Albizzi, 172. Cerca indurre i
-Fiorentini alla pace col Duca di Milano, ivi, 176. — Ved. _Santa Maria
-Novella_ (_Chiesa di_).
-
-_Marucelli Bartolommeo_ e _Francesco_. Sono ai servigi degli oratori
-fiorentini presso il Principe d’Orange, C 374-376.
-
-_Maruffi fra Silvestro._ Imprigionato, C 54. Esaminato, 56, 57.
-Confessore di Pier Capponi, 57. Sentenza pronunziata contro di lui e
-sua morte, 59, 60.
-
-_Marzocco._ Impresa de’ Fiorentini, A 42, 257.
-
-_Masaccio_, B 238.
-
-_Massimiliano_ imperatore. Manda oratori alla Repubblica, C 36, 77.
-Ne riceve da lei, 36, 103, 108. Fa un trattato con essa, 108. — Ved.
-_Bolgheri. Castagneto_.
-
-_Mastino._ — Ved. _Siminetti Bartolo_.
-
-_Matharon_ (_de_) _Jean_. Oratore del Re di Francia in Firenze, C 344.
-
-_Matilde._ — Ved. _Contessa Matilde_.
-
-_Mattia Corvino_ re d’Ungheria. Ha relazioni di studi con Lorenzo dei
-Medici, B 422.
-
-_Mazzanti Lucrezia._ Sua morte, C 255.
-
-_Medicea_ (_Biblioteca_). Messa insieme da Cosimo il vecchio, B 329.
-Suo catalogo, ricordato, 330. È unita a quella di San Marco, C 29. —
-Ved. _Del Migliore Filippo. Laurenziana_.
-
-_Medici_ famiglia. Feriscono a morte un popolano, A 118. Seguono la
-parte dei Guelfi neri, 126. Assalgono i bianchi, 130. Uno di essi è
-decapitato, 224. Congiurano contro il Duca d’Atene, 231. Assalgono
-alcune case di grandi, 240. Due di essi banditi, e gli altri privati
-degli uffici, B 81. Loro commercio in Ungheria, 134. Temono Neri
-Capponi, 205. Avversano l’impresa contro Lucca, 207. Fatti dei grandi,
-215-216. Riabilitati, 225. La loro casa è posta a sacco. C 13. Come
-risorgessero, 124, 125. Di nuovo perdon grazia nel popolo, 209.
-Deliberazione in loro favore, 213. Le loro armi vengono cancellate e
-abbattute, 219. Si propone d’atterrarne il Palagio, 266-267. — Ved.
-_Carlo VIII_.
-
-_Medici Alamanno._ Confinato, B 80.
-
-_Medici Alessandro._ Ottiene uno Stato nel Regno di Napoli, C 147.
-Viene in Firenze, 167. Si accenna alla falsa voce ch’egli fosse
-figliuolo di Clemente VII, 226. Onori fattigli in Firenze, 316. Gli
-è conferito lo Stato con diploma dell’Imperatore, ivi. Assiste alla
-promulgazione del diploma, 318. Visitato dalla Signoria, ivi. Fatto
-signore assoluto di Firenze, 325-327. Suo governo, 327. Sua morte, 328.
-— Ved. _Margherita_ ec. _Medici Ippolito_.
-
-_Medici Antonio_, B 377.
-
-_Medici Averardo_, B 168. Oratore a Ferrara, 177. Fautore dell’impresa
-contro Lucca, 188. Fa richiamare dal campo Astorre Gianni, 191.
-Ricordato in una lettera di Rinaldo degli Albizzi, 205. Brano di una di
-Cosimo de’ Medici a lui, 208. Confinato, 213, 214. Muore, 248.
-
-_Medici Bartolommeo_. Rivelatore di una congiura, A 312.
-
-_Medici Bernardetto_. Commissario in campo contro Niccolò Piccinino, B
-268-269. Premiato dalla Repubblica, 272. Fatto sostenere da Eugenio IV,
-288. Commissario in campo contro Alfonso I d’Aragona, 292, 293.
-
-_Medici Bianca_. — Ved. Pazzi Guglielmo.
-
-_Medici Caterina_. Data certa della sua nascita, C 145. È nel monastero
-delle Murate, 267; donde è trasferita in quello di Santa Lucia, da
-Salvestro Aldobrandini, ivi, 268. Clemente VII ordina gli sia mandata
-in Roma, 313.
-
-_Medici Clarice_, C 119. Moglie di Filippo Strozzi, 166. Sue fiere
-parole a Ippolito de’ Medici e al Cardinal Passerini, 212-213.
-
-_Medici Contessina_. — Ved. _Ridolfi Piero_.
-
-_Medici Cosimo_. Rimprovera a Giovanni suo padre di non farsi più
-vivo nei negozi della Repubblica, B 168. Dei Dieci della guerra, 188.
-Oratore a Venezia, 207. Pratiche appostegli contrarie all’impresa
-di Lucca, _ivi_. Sue lettere ricordate, 208 _e segg._ Posta del suo
-capitale in commercio, 208, 209. Favore da lui goduto in Firenze; suoi
-viaggi e sue parentele e aderenze; suo carattere e sue vedute, 208-210.
-Siede con Rinaldo degli Albizzi in una Pratica eletta dalla Signoria,
-211, 212. È imprigionato, poi confinato a Padova, 212-216. Onori che
-riceve nell’esilio, 220, 221. Gli è tolto il bando, 225. Suo ritorno
-in patria, 226, 227. Suoi detti, 246, 247. Suoi _Ricordi_ citati, 248.
-Arde di voglia di acquistar Lucca alla Repubblica, 255. Ambasciatore a
-Venezia, 256. Comincia a alienarsi dai Veneziani, 257. Gonfaloniere,
-259. Sue risposte a Rinaldo degli Albizzi e agli altri fuorusciti,
-263. Promette di maritare Piero suo figliuolo a una figliuola del
-Conte di Poppi, poi rompe le pratiche, 267. Consapevole della trama
-ordita contro Baldaccio d’Anghiari, 377. Teme la riputazione di Neri
-Capponi e s’adopra ad abbassarlo, 278. Gonfaloniere, 284. Arbitro
-nelle differenze tra Eugenio IV e Francesco Sforza, 287. Gran fautore
-di quest’ultimo, 297, 298. Mezzi ch’egli adopera per somministrargli
-denari, 300. Va oratore a lui, 303. Percuote con le gravezze i suoi
-avversari, 312-313. Che vie tenesse a farsi capo della Repubblica, 315,
-316. Come vivesse con Neri Capponi, 317. Muore, e onori resigli, 326.
-Sue doti, vita e costumi e sua magnificenza, 326-328. Il suo tempo, e
-protezione da lui accordata agli studi, 329-331. — Ved. _Eduardo IV.
-Gerusalemme. Medici Lorenzo_ di Giovanni. _Niccolò V. Sforza Galeazzo
-Maria Venezia_.
-
-_Medici_ (_de’_) _Cosimo I_. Nasce di Giovanni delle Bande nere e
-di Maria Salviati, C 178. Succede al duca Alessandro, 328. Come si
-assicuri lo Stato, e suo governo, 330-331.
-
-_Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_. Fonda la città e il porto di Livorno,
-C 333. Dà in moglie a Enrico IV Maria sua nipote, 334.
-
-_Medici Filippo_. Arcivescovo di Pisa, B 232. Muore, 369.
-
-_Medici fra Francesco_, domenicano, C 57.
-
-_Medici Giovanni_ detto _Bicci_. Paga una somma di denari
-all’imperatore Roberto in nome della Repubblica, B 89-90. Fa un
-imprestito a papa Giovanni XXIII, e sborsa altri denari per la sua
-liberazione dal carcere, 139. È uno dei suoi esecutori testamentari,
-_ivi_. Gonfaloniere di giustizia; sue qualità e stato, 152-153. Biasima
-la guerra contro Filippo Maria Visconti, 158. Rifiuta di prender
-parte alla riforma dello Stato, 167, 168. Contento della sua vita di
-mercante, 168-169. Sua afflizione per la remozione di ser Martino
-Martini dall’ufficio di Cancelliere, 169. Ambasciatore a Venezia,
-172. Ottiene che sia respinta la domanda del popolo circa al far
-pagare i ricchi più di quello che aveano pagato d’imposta innanzi alla
-formazione del Catasto, 183. Muore, e suoi ricordi ai figliuoli, 187. —
-Ved. Catasto.
-
-_Medici Giovanni_ di Cosimo. Suo traffico di lana, B 209. Muore, 326. —
-Ved. _Alessandri Ginevra_.
-
-_Medici Giovanni_ detto _delle Bande nere._ Sue prime armi, C 150-151.
-Chiamato dal cardinal Giulio de’ Medici in suo aiuto, 154. Va co’
-Francesi, ivi. Si trova alla battaglia della Bicocca, 158. Poco amato
-e tenuto lontano da Clemente VII, 166. Capitano generale delle fanterie
-italiane nella guerra tra Francia e Spagna, 175. Sua morte, ed elogio,
-177, 178.
-
-_Medici Giovanni_ di Lorenzo. Protonotario apostolico; beneficii da
-lui ottenuti, B 420. Fatto Cardinale, 421. Fugge da Firenze, C 13.
-Va ad Arezzo, 77. Divenuto papa, fa inalzare un monumento al fratello
-Piero, 97. Va legato nell’esercito di Giulio II, 112. Fatto prigione
-dai Francesi, 113. Muove contro lo Stato di Firenze in compagnia del
-fratello Giuliano, 114, 115. Come si fosse riacquistato favore in
-Firenze, 117-118. Presente al sacco dato a Prato dagli Spagnoli, 123. È
-a Campi, dove lo vanno a trovare i Palleschi, 123. Entra in Firenze, e
-vi riforma il governo, 124. Congiura ordita contro di lui e il fratello
-Giuliano, 126. Eletto papa, prende il nome di Leone X, 127. Istruzione
-e consigli datigli dal padre quando andava a Roma cardinale, 564-566.
-
-_Medici Giovanni_ di Pierfrancesco, B 425. Confinato insieme con
-Lorenzo suo fratello, C 4; e favore che trovano in città e fuori
-dopo la cacciata di Piero, 39. Sposa Caterina Sforza, ivi; da cui ha
-Giovanni, detto poi _delle Bande nere_, 151. — Ved. _Popolani_.
-
-_Medici_ (_de’_) _Giovanni Gastone_. Con lui si spenge la Dinastia
-Medicea, C 335, 336.
-
-_Medici Giuliano_ di Lorenzo. Fugge di Firenze, C 13. Viene ostilmente
-nel Casentino, 65. Muove contro lo Stato di Firenze in compagnia del
-fratello Giovanni, 114, 115. Rientra in città, 124. Congiura ordita
-contro di lui e il fratello, 126. Gonfaloniere della Chiesa, 132.
-Sposa Filiberta di Savoia, _ivi_. Creato duca di Nemours, 137. Mandato
-dal Papa a Piacenza coi soldati della Chiesa, è costretto ritrarsene
-per infermità, 137, 138. Si oppone alla volontà del Papa di privare
-Francesco Maria della Rovere del Ducato d’Urbino, 139. Muore, _ivi_.
-
-_Medici Giuliano_ di Piero, B 326, 340. Sua natura dedita ai piaceri,
-354. Per lui domanda il cardinalato Lorenzo suo fratello, 360. Combatte
-una giostra, 364. Si duole con Lorenzo di un’ingiuria recata ai Pazzi,
-369. Sua morte, 373. Sue esequie, 379. — Ved. Gorini.
-
-_Medici Giulio_. Brevi notizie di lui fino all’elezione di Leon X,
-C 133-134. Arcivescovo di Firenze, 134. Cardinale e Vicecancelliere
-apostolico, ivi. Chiede pareri, circa al governar Firenze, 145.
-Piglia lo Stato in mano sua dopo la morte di Lorenzo duca d’Urbino,
-_ivi_. Ottiene una pensione sull’arcivescovado di Toledo, 147. Legato
-apostolico nella guerra col Re di Francia, 150. Va al Conclave dopo
-la morte di Leone X, 152. Signore di Firenze, 154-157. Va a Roma, 161;
-e fa lega col Papa e coll’Imperatore, 161-162. Eletto papa, prende il
-nome di Clemente VII, 163. Scrive da parte del Papa e in nome proprio
-al Legato in Francia, 348. Brani di alcune sue lettere, 349-352. Il
-Papa e il Cristianissimo propongono di poter rimettere in lui e nel
-Gran Maestro di Francia alcune loro differenze, 359.
-
-_Medici Ippolito_, C 166. Viene in Firenze, 167. Parte, 213. Fatto
-Cardinale, 226. Legato presso Carlo V, 238; a Perugia, 306. Torna
-in Firenze a insaputa del Papa, che gli manda dietro Baccio Valori,
-314. Ottiene il Vicecancellierato e altri ricchi benefici, _ivi_.
-Fatto morire di veleno da Alessandro de’ Medici, 328. Leone X disegna
-mandarlo al Re Cattolico, 349. Gli è offerto dal Re uno Stato, 352.
-
-_Medici Lorenzino_. Uccide il duca Alessandro de’ Medici, C 328.
-
-_Medici Lorenzo_ detto _il magnifico_, B 324, 326, 340. Mandato dal
-padre alle principali corti d’Italia, 351. Quale egli fosse alla morte
-del padre, 352, 353. Sue prime arti per conservarsi lo Stato, 353-354.
-Suo viaggio a Milano, 354. Suoi uffici in città e fuori, 357-360. Come
-cominciasse l’inimicizia tra lui e Sisto IV, 362. Tratta un parentado
-tra il Re di Francia e Ferdinando di Napoli, 363. Gli è tolto l’ufficio
-di Depositario del Papa, 369. Come scampi alla Congiura de’ Pazzi,
-373, 374. Scomunicato, 383, 384. Sua parlata in una grande adunanza di
-cittadini, 386-387. Gli sono dati uomini per guardia della sua persona,
-387. Si mormora contro di lui in Firenze, per cagione della guerra
-col Papa, 396. Sua andata e dimora in Napoli, 396-399. Negligente nei
-traffici, 407. Brano di una sua lettera, 411. Interviene alla dieta
-tenuta per la guerra tra i Veneziani e il Duca di Ferrara, 412. Brano
-d’un’altra lettera al Re di Napoli, 417. Va al campo contro Sarzana,
-418. Procura e ottiene il cardinalato per Giovanni suo figliuolo,
-420, 421. Fa eleggere una Balia, 421. Sue relazioni cogli altri Stati
-d’Italia e fuori, 422. Brano di alcune sue istruzioni al figliuolo
-Piero, 422-423. Suo stato e autorità in Firenze; sue qualità dell’animo
-e dell’ingegno, 423 _e segg_. Muore, 427. Sue _Lettere_ ricordate,
-429. Sua Vita scritta dal barone Alfredo di Reumont, _ivi_. Di lui
-come scrittore, 444. Sue istruzioni e consigli a Giovanni suo figliuolo
-quando andava a Roma cardinale, 564-566. Sue relazioni col Savonarola,
-C 28. Lo chiama al suo letto di morte, 30. — Ved. _Aragona_ (_d’_)
-_Alfonso II. Aragona_ (_d’_) _Ferdinando I. Cafaggiolo. Frescobaldi
-Battista. Luigi XI. Medici Giuliano_ di Piero. _Montefeltro_ (_di_)
-_Federigo. Poggio a Caiano. Riario Girolamo. Sforza Galeazzo Maria_.
-
-_Medici Lorenzo_ di Giovanni. Rimprovera a Giovanni suo padre di
-non mostrarsi più vivo nei negozi della Repubblica, B 168. De’ Dieci
-della guerra, 188. Oratore al Duca di Milano, 193. Pratiche appostegli
-contrarie all’impresa di Lucca, 206, 207. Ha per moglie una Cavalcanti,
-209. Raduna gente per liberare Cosimo suo fratello rinchiuso in
-Palagio, 212. Va a Venezia coi figliuoli di lui, _ivi_. Confinato,
-214-216. Egli e Cosimo prestano duemila fiorini d’oro alla nazione
-Germanica rappresentata al Concilio di Costanza, B 258. Muore, 326.
-
-_Medici Lorenzo_ di Pierfrancesco, C 39. — Ved. _Medici Giovanni_ di
-Pierfrancesco.
-
-_Medici Lorenzo_ di Piero di Lorenzo. Tiene lo Stato di Firenze, C
-132. Comandante delle genti della Chiesa, 138. Torna in Firenze e si
-comporta altrimenti che per il passato, 144. Muore, 145. Gli è offerto
-uno Stato dal Re Cattolico, 352. — Ved. _Della Rovere Francesco Maria_.
-
-_Medici Lucrezia_ moglie di Iacopo Salviati, B 423, C 165.
-
-_Medici Maddalena_. — Ved. _Cibo Franceschetto_.
-
-_Medici Maria_. — Ved. _Medici_ (_de’_) _Ferdinando I_.
-
-_Medici Michele_, B 77.
-
-_Medici Orlando_. Tesoriere della Marca, B 249.
-
-_Medici Ottaviano_. Sostenuto in Palagio durante l’Assedio, C 250.
-Possessore di bei cavalli, 371.
-
-_Medici Pierfrancesco._ Suo traffico in Venezia, B 209. Ricordato, B
-425.
-
-_Medici Piero_ di Cosimo. Suo traffico di seta, ricordato, B 209.
-Ambasciatore a Niccolò V, B 290; a Francesco Sforza e a Venezia,
-303, 304. Richiamato, 304. Sue note delle spese fatte per la morte
-del padre, 326. Consiglio dato a lui da Dietisalvi Neroni e sue
-conseguenze, 332, 333. Sue arti e provvedimenti per assicurarsi dello
-Stato, 340 _e segg._ Piglia coscienza e abitudine quasi di principe,
-351. Muore, 353. — Ved. _Acciaiuoli Agnolo. Bentivoglio Giovanni II.
-Luigi XI. Sforza Galeazzo Maria. Tornabuoni Lucrezia. Tranchedini
-Nicodemo._
-
-_Medici Piero_ di Lorenzo, C 2-4. Favorisce gli Aragonesi contro Carlo
-VIII, 8, 9. Offre a Carlo alcuni luoghi del dominio della Repubblica,
-12. Bandito, 13. Ricusa di tornare a Firenze, 14, 15. N’è escluso,
-nell’accordo fatto dalla Repubblica con Carlo VIII, 16. Accompagna
-il Re nel suo ritorno da Napoli, 19. Pratica per tornare in Firenze,
-40. Viene ostilmente nel Casentino, 65; a Loiano, 74; e ad Arezzo,
-77. Muore, 97. Ricordato, 347. — Ved. _Aragona (d’) Alfonso II.
-Montecassino. Orsini Alfonsina, Paolo_ e _Virginio_.
-
-_Medici Salvestro_, A 312. Pratica contro gli Albizzi e Ricci, 317.
-Gonfaloniere, B 10. Notizie di lui relativamente ai moti del 1378,
-11-14, 18-20, 26, 36. Confinato, 52.
-
-_Medici Vieri._ Ricusa di farsi capo delle Arti minute, B 77-78. I suoi
-discendenti sono eccettuati dalla condanna che faceva dei grandi gli
-altri di quella schiatta, 216.
-
-_Medici_ e _Cerusichi_ in Firenze, A 251.
-
-_Mercanzia_ (_Arte della_). — Ved. _Calimala_.
-
-_Mercanzia_ (_Consiglieri di_). Gli atti di quel Magistrato sono arsi
-dal popolo, A 234. Gli è diminuita la giurisdizione, 365. Sue riforme,
-B 483, 494, 497. Sua costituzione, 529. La riacquista, e se ne formano
-nuovi Statuti, C 32.
-
-_Mercato Nuovo._ Vi avevano le case i Bostichi, A 122; e i Cavalcanti,
-131. Arsione di tutte le case d’intorno, ivi.
-
-_Mercato Vecchio._ Arsione delle case intorno ad esso, A 130, 131. Vi
-accade una zuffa, 287. — Ved. _Giovanni di Mone. Tosinghi._
-
-_Messi_ (_Ufficio dei_), B 485.
-
-_Michele di Lando_, B 25. Gridato Gonfaloniere, _ivi_. Suo governo, 26,
-33-35. Rimane in disparte nel nuovo Stato, 39. Degli Otto di guardia,
-41. Confinato, 55. Torna in Firenze ove muore, _ivi_.
-
-_Michelozzi Michelozzo._ — Ved. _Venezia_.
-
-_Migliorati Lodovico._ Fa un’impresa a danno dei Pisani per denari
-avuti dalla Repubblica, B 103.
-
-_Milano_ (_da_) _Maurizio_. Cancelliere degli Otto di guardia, C 322.
-
-_Milizia_ fatta per difesa della città, C 223, 224. Riordinata, 269. —
-Ved. _Colonna Stefano_ di Palestrina.
-
-_Minerbetti Giovanni._ Gonfaloniere, B 245.
-
-_Minerbetti Piero._ Sua _Cronaca_, ricordata, B 232.
-
-_Minucci Paolo_, B 234.
-
-_Mirabeau_ famiglia. — Ved. _Arrighetti Azzo_.
-
-_Misericordia_ (_Confraternita della_), A 179. Lasciti fattile, 248.
-
-_Modigliana_ (_Conti di_). Ribelli della Repubblica, B 81.
-
-_Monaco_ (_Signori di_). — Ved. _Grimaldi_.
-
-_Monaldeschi Ormanno._ Potestà di Firenze, A 61.
-
-_Moncada_ (_di_) _Ugo_. Viene in Firenze, C 180.
-
-_Monforte_ (_di_) _Arrigo_. Al soldo della Repubblica, A 306.
-
-_Monforte_ (_di_) _Guido_. Mandato da Carlo d’Angiò in Firenze con
-ottocento cavalieri, A 62.
-
-_Montaguto._ — Ved. _Barbolani_.
-
-_Montalcino_. Protetto dai Fiorentini, A 21. Cagione di guerra tra essi
-e i Senesi, 30. Questi vi vanno a oste, 45. — Ved. Orvietani.
-
-_Montale_. Edificato dai Pistoiesi, A 21.
-
-_Montalpruno_. Vi si accampa l’esercito dei Fiorentini, A 84.
-
-_Montano Cola_. Accende gli animi dei Lucchesi contro la Repubblica, B
-392. Preso e condotto a Firenze, 393.
-
-_Montaperti_. Vi si accampa l’oste dei Fiorentini andata contro Siena,
-e vi è sconfitta, A 48-50.
-
-_Monte_ del debito del Comune, A 4-6, 21, 28, 36, 45, 54, 72, 119, 144,
-211, 312, 364, 407, C 99, 207, 310.
-
-_Monte delle Doti_, B 159, 282, 359, 422, C 207.
-
-_Monte di Pietà_. Sua istituzione, C 32.
-
-_Monte Accianico_. Ruinato dai Fiorentini, A 137.
-
-_Monteagutello_. Acquistato dalla Repubblica, B 271.
-
-_Montebuoni_. Dà il nome ai Buondelmonti, ed è abbattuto dai
-Fiorentini, A 12.
-
-_Montecarelli_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230.
-
-_Montecarlo_. Tolto dai Fiorentini ai Lucchesi, B 255, 257.
-
-_Montecassino_. Leone X fa innalzare in quella chiesa un monumento a
-Piero de’ Medici suo fratello, C 97.
-
-_Montecatini_. I Fiorentini vi sono sconfitti da Uguccione della
-Faggiola, A 161. Espugnato dai Fiorentini, 207.
-
-_Montecatini_ (_da_) _Giovanni_, medico. È impiccato e poi arso, B 317.
-
-_Monte Croce_. Tolto dai Fiorentini ai Conti Guidi, A 13.
-
-_Montedoglio_ (_Conti di_). È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A
-215. Si danno in accomandigia alla Repubblica, B 58.
-
-_Montedoglio_ (_di_) _Alfonsina o Eufrosina_. — Ved. _Monterchi_.
-
-_Montedoglio_ (_di_) _conte Noferi_. Ha la guardia del Palagio, C 210.
-
-_Montefalcone_. Occupato dai Fiorentini, A 193. Vi ha una villa Rinaldo
-degli Albizzi, B 189.
-
-_Montefeltro_ (_Conti di_). È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A
-215.
-
-_Montefeltro_ (_di_) _Antonio_ conte d’Urbino. Con lui hanno guerra i
-Fiorentini, B 58.
-
-_Montefeltro_ (_di_) _Federigo_. Capitano di guerra della Repubblica in
-varie imprese, B 292, 345 _e segg_., 359. Onori e doni che ne riceve,
-359, 360. Combatte contro di lei nella guerra mossale da Sisto IV e
-dal Re di Napoli, 385 _e segg_. Nemico personale di Lorenzo de’ Medici,
-388.
-
-_Montefeltro_ (_di_) _Guidantonio_ conte d’Urbino. Raccomandato della
-Repubblica, B 156. È al soldo di lei, 196.
-
-_Montefeltro_ (_di_) _Guido_, A 76, 96.
-
-_Montefiascone_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A
-326.
-
-_Montefiore_ (_da_) _Gentile_, cardinale. Chiesto da alcuni della
-Signoria al Papa per pacificare la città, A 118.
-
-_Montegrossoli_. Ruinato dai Fiorentini, A 17.
-
-_Monteluco_. — Ved. _Leccia_.
-
-_Montelupo_. Edificato dai Fiorentini, A 21.
-
-_Montemagno_ (_da_) _Buonaccorso_, A 367.
-
-_Montemurlo_. Lo comprano i Fiorentini dai Conti Guidi, A 21. Assediato
-da Castruccio, 195. Villa de’ Nerli, C 329. Vi sono disfatti e presi i
-fuorusciti di Firenze, sotto Cosimo primo granduca, _ivi_.
-
-_Monte Oliveto_ presso Firenze. — Ved. Spagnoli.
-
-_Monte Orlandi_. È tolto dai Fiorentini ai Conti Cadolingi e abbattuto,
-A 9.
-
-_Monte Petroso_. Eroicamente difeso per la Repubblica da Biagio del
-Melano, B 171.
-
-_Montepulciano_. Lo tengono in accomandigia i Fiorentini, A 21. Cagione
-di guerra tra essi e i Senesi, 30. Occupato dalla Repubblica, B 64. Le
-si ribella per opera dei Senesi, C 19, 20. Ricuperato, 115. Occupato
-dagl’Imperiali durante l’Assedio, 278.
-
-_Monterchi_. Ceduto alla Repubblica da Alfonsina di Montedoglio, B 271.
-
-_Monte San Savino_. Viene in potere dei Fiorentini, B 58. Occupato
-dalle armi di Sisto IV e del Re di Napoli, 389.
-
-_Monte San Savino_ (_da_) _Andrea_, scultore e architetto, B 439.
-
-_Monte Santa Maria_ (_Marchesi del_). Raccomandati della Repubblica, B
-156.
-
-_Monte Santa Maria_ (_del_) _Francesco_. Al soldo della Repubblica, C
-243.
-
-_Montescudaio_ (_Conti Gherardesca di_). Si danno alla Repubblica, B
-104.
-
-_Montesecco_ (_da_) _Giovan Battista_. Parte da esso presa nella
-Congiura de’ Pazzi, B 370-373. Sua fine, 377. Testo della sua
-Confessione, 547-558.
-
-_Montesenario_. — Ved. _Servi_ (_Ordine dei_).
-
-_Montevarchi_. Vi si ricovrano i guelfi di Firenze, A 33. Battuto da
-Arrigo VII, gli s’arrende, 156.
-
-_Monticelli_ presso Firenze, A 195.
-
-_Montone_ (_da_) _Braccio_. Al soldo della Repubblica, B 129. Viene in
-Firenze, 137.
-
-_Montone_ (_da_) _Carlo_. Gli ordina la Repubblica di non molestare i
-Senesi, B 366. Condotto ai suoi stipendi dalla Repubblica, 394. Muore,
-ivi.
-
-_Montone_ (_da_) _Oddo_. Al soldo dei Fiorentini, B 170. È ucciso, 171.
-
-_Montopoli_. È stretto dalle genti del Duca di Milano e liberato da
-Niccolò da Tolentino, B 200.
-
-_Montopoli_ (_da_) _Michele_. Difende Pisa dalle armi di Carlo V ed
-evvi morto, C 311.
-
-_Montughi_ presso Firenze. Vi ha una villa Iacopo de’ Pazzi, B 372.
-
-_Morea_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. La Repubblica vi
-manda suoi oratori, 142. — Ved. _Acciaiuoli_.
-
-_Morelli Giovanni_. Della sua _Cronaca_, B 232.
-
-_Morelli Girolamo_. Ha gran favore in Firenze, B 398.
-
-_Morelli Iacopo_. Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, C
-299.
-
-_Morone Girolamo_. Muore nel campo degl’Imperiali sotto Firenze, C 259.
-
-_Mortennana_. È degli Squarcialupi, A 30.
-
-_Mozzi_. Vanno in esilio, A 52. Albergano Gregorio X, 71. Sono in
-guerra coi Bardi, 92. Seguono la parte dei Cerchi, 106. Alloggiano
-il Cardinale d’Acquasparta, 111. Con loro si pacificano i Bardi, 119.
-Alcuni di essi confinati, 125. Alloggiano alcuni fuorusciti bianchi e
-ghibellini, 128. Si mettono col popolo in un assalto da esso dato alle
-case dei grandi, 241. — Ved. _San Gregorio_ (_Chiesa di_).
-
-_Mozzi Luigi_. Oratore a Carlo IV, A 398.
-
-_Mozzi Vanni_. Uno de’ capi de’ grandi, A 104.
-
-_Mugello_. V’entrano i fuorusciti fiorentini con Scarpetta degli
-Ordelaffi, A 133. Vi viene ostilmente Giovanni da Oleggio, 262. Sua
-_Descrizione_, ricordata, B 232. Vi edifica una villa e un Convento pei
-Frati Minori Cosimo de’ Medici, 328.
-
-_Muscettola Giovanni Antonio_, C 317.
-
-_Mutrone_. Dato da Piero de’ Medici a Carlo VIII, C 12. Viene alle mani
-di Clemente VII, 261. — Ved. _Ottoboni Aldobrandino_.
-
-
-N.
-
-_Narbona_ o _Nerbona_ (_di_) _Amerigo_. Nell’oste dei Fiorentini a
-Campaldino, A 85.
-
-_Nardi Bernardo_ e _Silvestro_. Ribellano Prato alla Repubblica, B 350.
-Il primo di essi è preso e decapitato, 351.
-
-_Nardi Iacopo_. Amico al Savonarola, C 60. Suo atto animoso, 211.
-Confinato, 309. Governatore della Confraternita dei Fiorentini in
-Venezia, 310.
-
-_Narni_ (_Vescovo di_). Viene in Firenze, A 294.
-
-_Narsi_ (_di_) _Piero_. Combatte pei Fiorentini ad Altopascio, A 193,
-194. Sua fine, 196.
-
-_Nasi Francesco_, C 246.
-
-_Nasi Piero_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402.
-
-_Navarro_. Dirige alcune opere di fortificazione in Firenze, C 176.
-
-_Neghittosa_. Così è chiamata la Loggia degli Adimari, B 80.
-
-_Neri Pompeo_, C 336.
-
-_Nerli_ famiglia. Alcuni di loro seguono la parte dei Cerchi, A 106.
-Tengono quella dei guelfi neri, 126. Assaliti dal popolo, s’arrendono,
-241. — Ved. _Montemurlo_.
-
-_Nerli Bernardo_. Fa a sue spese la prima edizione dei poemi d’Omero, B
-441.
-
-_Nerli Filippo_. Suoi Commentari, ricordati, B 192. Imprigionato, C
-250. Istruzioni dategli da Clemente VII, venendo egli in Firenze, 323,
-324.
-
-_Nerli Tanai_. Istruzioni date a lui e a quattro suoi compagni oratori
-a Carlo VIII, C 346, 347.
-
-_Neroni_. Uno di quella famiglia è fatto ribelle, B 350.
-
-_Neroni Dietisalvi_. Degli accoppiatori, B 283. Fautore di Francesco
-Sforza, 299. Va oratore a lui, 303. Uomo di grande ingegno ma dubbio,
-331. Consigliere di Piero dei Medici, 332. Sue pratiche contro ai
-Medici, 339. Si oppone al consiglio di muovere a rumore la plebe, 341.
-Studia di salvarsi in qualunque evento, 342. Confinato, _ivi_. Sono
-presi tutti i suoi parenti, _ivi_. Sue arti per tornare in patria, 343.
-
-_Neroni Giovanni_. Arcivescovo di Firenze, va in esilio volontario a
-Roma, B 342, 343.
-
-_Neroni Nerone_. È tra i maggiori dello Stato, B 150. Dei Dieci della
-Guerra, 188. Suo atteggiamento nelle contese tra Cosimo de’ Medici e
-Rinaldo degli Albizzi, 223.
-
-_Niccoli Niccolò_. Va con Cosimo dei Medici a Verona, B 221. Insigne
-copiatore di Codici, 236. Suo giudizio di Dante, 446. — Ved. San Marco
-(_Biblioteca di_).
-
-_Niccolini Andreolo_. Ambasciatore a Clemente VII, C 246, 247. Ferito a
-tradimento da Malatesta Baglioni, 297.
-
-_Niccolini Lapo_. È dei maggiori dello Stato, B 150.
-
-_Niccolò II_. Muore in Firenze, A 8.
-
-_Niccolò III_. Conferma la sentenza di pace di Gregorio X tra i guelfi
-e i ghibellini, e manda in Firenze il cardinal Latino de’ Malabranca, A
-73. Ricordato, 123.
-
-_Niccolò V_. Ambasceria mandatagli dalla Repubblica, B 290. S’adopra
-a metter pace in Italia, 291. Fa depositario della Chiesa Cosimo dei
-Medici, 328. — Ved. _Parentucelli Tommaso._
-
-_Nipozzano_. Vi hanno poderi i Cerchi, A 109.
-
-_Nobili Giovan Francesco_. Ultimo Gonfaloniere di giustizia, C 327.
-
-_Norcia_ (_da_) _Simone_. Giudice per il Duca di Atene sopra il
-rivedere le ragioni del Comune, A 230.
-
-_Nori Anton Francesco_. Devoto dei Medici, C 212. Sostenuto in Palagio
-durante l’Assedio, 249, 250.
-
-_Nori Francesco_. Ucciso nella Congiura de’ Pazzi, B 373.
-
-_Notari_. Loro numero in Firenze, A 251.
-
-_Novara_ (_Vescovo di_). Ha mano in una Congiura contro Eugenio IV, in
-Firenze, B 250.
-
-_Nove d’Ordinanza e Milizia_. — Ved. _Ordinanza e Milizia_.
-
-_Novellet_, cardinale legato in Bologna. Richiesto di grano dai
-Fiorentini si rifiuta, e fa che scenda in Toscana la Compagnia
-degl’Inglesi, A 321.
-
-_Nuto_ (_ser_). Bargello in Firenze, impiccato e straziato nel tumulto
-dei Ciompi, B 21.
-
-
-O.
-
-_Obizzi Lodovico_. Al soldo della Repubblica, muore alla battaglia di
-Zagonara, B 158.
-
-_Ognissanti_. In quel giorno il popolo minuto faceva festa coi vini
-nuovi, A 116.
-
-_Ognissanti_ (_Frati d’_). Camarlinghi del Comune, A 64.
-
-_Ognissanti_ (_Prato d’_). — Ved. Santa Croce Giorgio.
-
-_Oleggio_ (_da_) _Giovanni_. — Ved. Visconti Giovanni da Oleggio.
-
-_Oltrarno_. È in potere de’ Grandi, A 221. Il popolo forza una parte di
-quel Sesto, 222. Paga con quello di San Piero Scheraggio la metà e più
-di tutte le gravezze, 237.
-
-_Omodeo_, speziale, A 376, 377.
-
-_Orange_ (_d’_) _Filiberto_. Posto da Carlo V a disposizione di
-Clemente VII, C 238, 239. Suo esercito, 239, 240. Sue imprese nel
-dominio della Repubblica, 241, 242. Negoziati dei Fiorentini con
-lui, 246, 247. Si appressa alla città, 254. Vi pone l’assedio, 255,
-257. Vuol darle la scalata, ma è ributtato, 258. Assaltato nel suo
-accampamento, 258, 259. Cerca con le artiglierie atterrare le torri
-e le opere di difesa, 270. Come acquisti Empoli, 283. Respinge una
-sortita degli assediati, 284. Sue pratiche con Malatesta Baglioni,
-289. Va contro al Ferruccio, 291-293. Combatte con esso a Gavinana e
-vi muore, 293, 294, 382, 384. Vedute ch’egli aveva sopra Arezzo, 311. —
-Ved. Castiglione (_da_) _Bernardo. Medici Caterina_.
-
-_Orcagna_ _Andrea_. Sua statua equestre di Piero da Farnese, A 305.
-Architetto d’Orsanmichele, 369.
-
-_Ordelaffi_. Vengono contro lo Stato di Firenze, B 345.
-
-_Ordelaffi Pino_. — Ved. _Brisighella_ (_da_) _Francesco_.
-
-_Ordelaffi Scarpetta_. A lui fanno capo i fuorusciti ghibellini di
-Firenze, A 133.
-
-_Ordinamenti di giustizia_. Loro formazione, A 92-95. Tolti dal Duca
-d’Atene, 226. Rinnovati, 243.
-
-_Ordinanza e Milizia_. Sua istituzione, C 100. Abolita, 125.
-
-_Oricellai_. Perchè così chiamati i Rucellai, A 224, 225.
-
-_Orivoli_ (_degli_) _Niccolò_. Scuopre ai Ciompi la cattura di un loro
-compagno, B 18.
-
-_Orlandi_. Uno di quella famiglia vuol tradir Pescia ai fuorusciti
-della Repubblica, e gli è mozzo il capo, B 350.
-
-_Orlandi Tommaso_, notaro, B 557.
-
-_Orlandini Bartolommeo_. Fautore dei Medici, B 225. Posto alla guardia
-di Marradi, fugge vilmente, 265. Fa uccidere Baldaccio d’Anghiari, 275,
-276. — Ved. Fabriano.
-
-_Orlandini Piero_. Decapitato, C 163.
-
-_Orlandini Piero_. — Ved. Giugni Andrea.
-
-_Orsammichele_. In quella loggia stavano appese immagini di cera alla
-Vergine, A 130. Quando edificata, 179. Festa che vi si fa il giorno
-di Sant’Anna, 236. Lasciti fatti a quella Compagnia, 247. Si cessa
-dal lavoro di quell’edifizio, _ivi_. Vi si depositavano i grani dai
-cittadini; gabella che questi ne pagavano al Comune, 255. Salario
-dell’Ufficiale addetto a quella piazza, 256. Quella loggia è ridotta a
-chiesa, 369. Di alcune statue che vi stanno intorno, B 242, 244.
-
-_Orsammichele_ (_Capitani di_). Riforma del loro ufficio, B 482.
-
-_Orsini_. Favoriscono il ritorno dei Medici in Firenze, C 77. Due di
-loro dipinti come traditori da Andrea del Sarto, 270.
-
-_Orsini Alfonsina_. Sposa Piero di Lorenzo de’ Medici, B 423. S’adopra
-a inalzare il figliuolo Lorenzo, C 139.
-
-_Orsini Clarice_. Data in moglie a Lorenzo de’ Medici, B 353. Non le
-piace tenersi in casa il Poliziano, C 3.
-
-_Orsini Currado_. Al soldo della Repubblica, B 387.
-
-_Orsini Giovan Paolo_. Si unisce col Ferruccio, C 288. Combatte a
-Gavinana, 294. Fatto prigione, si riscatta, _ivi_, 295.
-
-_Orsini Mario_. Grande amico a Michelangiolo, C 252. Al soldo dei
-Fiorentini nell’Assedio, ivi, 256, 259. Muore, e onori resigli, 259.
-Parole del Ferruccio a proposito della sua morte, 263.
-
-_Orsini Napoleone_, cardinale, A 137. Sua vana impresa contro Firenze,
-139.
-
-_Orsini Niccola_. Al soldo dei Fiorentini, B 387, 415, 416, 418.
-
-_Orsini Orso_. Guida e consigliere ad Alfonso d’Aragona, mandato dal Re
-di Napoli in aiuto dei Fiorentini, B 346.
-
-_Orsini Paolo_. Al soldo dei Fiorentini, B 127, 128.
-
-_Orsini Paolo_. Gli è ordinato da Piero de’ Medici di far soldati e
-riunirli in città, C 12.
-
-_Orsini Pier Giampaolo_. Al soldo della Repubblica, B 265, 266.
-
-_Orsini Rinaldo_. Al soldo della Repubblica, B 67.
-
-_Orsini Rinaldo_, signore di Piombino, B 292. Preso in accomandigia
-dalla Repubblica, 293.
-
-_Orsini Rinaldo_, arcivescovo di Firenze, B 369. Ritenuto prigione dal
-Papa in Roma, C 79.
-
-_Orsini Virginio_. Parente e grande amico di Piero de’ Medici, C 6.
-
-_Orso_ (_d’_) _Antonio_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A
-422.
-
-_Orvietani_. Si collegano coi Senesi contro la Repubblica, A 30. Si
-offrono ai Fiorentini di fornire Montalcino, 46. Rinforzano il campo
-dei Fiorentini a Montaperti, 47. I loro fanti vengono alle mani dei
-nemici dopo la sconfitta, 50. Mandano soccorsi a Firenze, 61. Si
-ribellano alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, 326.
-
-_Osimo_ (_da_) _Boccolino_, B 419.
-
-_Ostale_, passo delle Alpi. Vi vanno a guardia gli Ubaldini a istanza
-della Repubblica, A 295.
-
-_Ostia_ (_Vescovo di_). Sua lettera a Lorenzo de’ Medici per
-confortarlo a porre in libertà il cardinale Raffaello Riario, B 381,
-382.
-
-_Ottanta_ (_Consiglio o Senato degli_), C 32, 84, 85, 90, 91. Abolito,
-125. Restaurato, 214.
-
-_Otto di Balia_ creati per la guerra con Gregorio XI, A 322. Denominati
-gli _Otto Santi_, 326. Citati dal Papa alla sua corte, _ivi_. Loro
-provvedimenti, 330 _e segg_. Relegati dal Comune, 339. Rimangono in
-Palagio anche dopo fatta la pace, B 15. Intenzione attribuita loro
-da Gino Capponi, nella sua narrazione del _Tumulto dei Ciompi_, 26.
-Cercano mantenersi lo Stato, 27. Depongono l’ufficio, 37. Rimangono a
-parte dello Stato, caduti i Ciompi, 39.
-
-_Otto di Guardia_. Loro creazione, B 36. Riforma, 49. Sono fatti a
-mano dalla Signoria, ed è loro concessa autorità d’inquisire in cose di
-Stato, 213. È data loro balìa di sangue, 245. Facoltà speciali a loro
-concesse, 498, 510, 512. Riforma, 511, 512. Loro attribuzioni, 528.
-
-_Otto di Guardia e Balia_. B 245. È reso permanente il loro ufficio,
-320. Loro grande autorità, 365. Pronunziano grandi condanne dopo la
-Congiura de’ Pazzi, 378. Sono scomunicati, 383. Le loro sentenze sono
-soggette all’approvazione del Consiglio Grande, C 32. Riformati, 303. —
-Ved. _Pazzi Francesco_.
-
-_Otto di Pratica_. Istituzione di quell’ufficio, B 405. Cassato, C 13.
-Rifatto, 125. Rinnovato di tutti confidenti di Clemente VII, 312.
-
-_Otto di Santa Maria Novella_ creati dai Ciompi, B 32-34, 37.
-
-_Otto Santi_. — Ved. _Otto di Balìa_ ec.
-
-_Ottoboni Aldobrandino_. Ottiene che non si abbatta la rôcca del
-Mutrone venuta in potere della Repubblica, e altre notizie intorno a
-lui, A 40, 41.
-
-
-P.
-
-_Pacioli fra Luca_, B 438.
-
-_Padova_ (_da_) _Monfiorito_. Potestà di Firenze, A 103, 104.
-
-_Pagnini Giovanfrancesco_. Suo libro sulla Decima, ricordato, B 141.
-
-_Palagio del Popolo_, residenza della Signoria. Sua fondazione, A 104.
-Edificato da Arnolfo, 179. Allagato da una piena d’Arno, 209. Rifornito
-di vasellami e d’arazzi, e sgombratone il cortile, B 321. Lapide
-postavi sulla porta, C 220. Guardato da soldati tedeschi dopo l’Assedio
-e la resa della città, 312.
-
-_Paleologo Giovanni_. Viene al Concilio di Firenze, B 258, 259.
-Privilegi da lui concessi ai Priori e alla Repubblica, 259. — Ved.
-Peruzzi.
-
-_Palmieri Matteo_. Sue opere, B 434.
-
-_Panciatichi famiglia_. Fautori de’ Medici, C 73, 260 — Ved.
-Cancellieri.
-
-Panciatichi Gualtieri. Confinato, B 342.
-
-_Pandette_. Quando recate in Firenze, B 116, 117.
-
-_Pandolfini Agnolo_. Firma un atto di lega tra la Repubblica e Ladislao
-re di Napoli, B 133. Si oppone al consiglio di muover guerra al Signore
-di Lucca, 186. Dei Dieci della guerra, 188. Dissuade Palla Strozzi dal
-recarsi armato in aiuto di Rinaldo degli Albizzi, 222. Si ritira in
-villa, 247, 248.
-
-_Pandolfini Pandolfo_. Si oppone al mandare in esilio molti cittadini,
-B 301.
-
-_Pandolfini Pierfilippo_. Sua orazione, ricordata, C 223, 224.
-
-_Paolo II_. Amico della Repubblica, poi si aliena da lei, B 338.
-S’adopra a metter pace tra essa e i Veneziani, 348, 349.
-
-_Paolo III_. Ha in odio i Medici, C 328.
-
-_Paperini_. Così è appellata la setta degli Albizzi opposta a quella
-dei Ricci, A 315.
-
-_Paradiso_ (_del_) _suor Domenica_, C 267.
-
-_Parentucelli Tommaso_. Ripetitore dei figliuoli di Rinaldo degli
-Albizzi e di Palla Strozzi, B 290. Papa col nome di Niccolò V, _ivi_.
-
-_Parigi_ (_Università di_). Frequentata dai Fiorentini, A 252.
-
-_Parte Guelfa_. Testo della forma di giuramento dei cittadini per
-essere ammessi come veri guelfi, A 418. Suoi uffici e loro riforme, B
-477-481, 495. — Ved. _Capitani di Parte Guelfa. Clemente IV_.
-
-_Passavanti frate Iacopo_, A 356, 362.
-
-_Passerini Silvio_, cardinale. Nell’assenza di Giulio de’ Medici regge
-lo Stato di Firenze, C 145, 167. Suo malgoverno, 167, 209. Parte, 213.
-— Ved. _Medici Clarice_.
-
-_Paterini o Albigesi_, in Firenze, A 32.
-
-_Pazzi_. Vanno in esilio, A 52. Non posson tornare, 76. Seguon la
-parte dei Donati, 107. Due di loro confinati, 110. Capi, con altri,
-della parte dei guelfi neri, 126. Congiurano contro il Duca d’Atene,
-231. Assaliti dal popolo, si arrendono, 240. Privati dei beni stati
-loro donati per antichi servigi resi al Comune, 244. Arsione del loro
-palagio, B 13. Aggravati dalle imposizioni, 313. Ingiurie fatte loro
-dai Medici di cui pensano vendicarsi, 369, 370. Loro congiura, 370 _e
-segg_. Molti di loro son uccisi, e gli altri rinchiusi nella torre di
-Volterra, 378. Dipinti per traditori, e altre condanne contro di loro,
-ivi, 379. È pattuita la loro liberazione dalla torre di Volterra, 400.
-— Ved. _Porta San Piero_ (_Sesto di_). _Strozzi Filippo_.
-
-_Pazzi_ (_Canto de’_), B 379.
-
-_Pazzi Alamanno_. Capo dei cittadini armatisi contro la Signoria negli
-ultimi giorni dell’Assedio, C 298.
-
-_Pazzi Alessandro_. Brano di un suo discorso intorno a Lorenzo de’
-Medici, B 423. Suo parere circa alla riforma del governo, ricordato, C
-155. Sta fuori di Firenze e gli è intimato il ritorno, 249.
-
-_Pazzi Andrea_. Alloggia Renato d’Angiò, B 368. Condanna contro i suoi
-discendenti, 378, 379.
-
-_Pazzi Antonio_, B 368.
-
-_Pazzi Cosimo,_ vescovo d’Arezzo. Ambasciatore all’imperatore
-Massimiliano, C 36, 37. Oratore al Duca Valentino, 74. Ribellatosi
-Arezzo, rifugge nella rôcca, 77. Arcivescovo di Firenze, 126.
-
-_Pazzi Francesco._ Sua natura, B 367-368. Tesoriere del Papa, 369.
-Congiura contro i Medici, 369-374. Impiccato, 376.
-
-_Pazzi Galeotto_, B 376.
-
-_Pazzi Gaspare_, B 103.
-
-_Pazzi Geri._ Si adopra affinchè i grandi non abbiano il Priorato, A
-238. Sua intromissione nelle contese tra Ricci e Albizzi, 287.
-
-_Pazzi Giovanni._ Ha per moglie una figliuola di Giovanni Borromei, B
-369. Condotto in Palagio dopo la Congiura de’ Pazzi, 376.
-
-_Pazzi Guglielmino._ Muore a Campaldino, A 87.
-
-_Pazzi Guglielmo._ Marito di Bianca sorella di Lorenzo de’ Medici, B
-368. Non è noto se prendesse parte alla Congiura della sua famiglia,
-371. Confinato, 378. Capitano d’Arezzo, C 77. Gonfaloniere, 126.
-
-_Pazzi Iacopo._ — Ved. _Abati Bocca_.
-
-_Pazzi Iacopo._ Capo della sua famiglia, B 368. Congiura contro i
-Medici, 370, 371, 375. Fugge, ed è ricondotto a Firenze ed ucciso, 377.
-Strazio che ne fa il popolo, _ivi_.
-
-_Pazzi Pazzino._ Ucciso da uno dei Cavalcanti, A 154.
-
-_Pazzi Piero._ Fa copiare libri antichi, B 235. Ricordato, B 368.
-
-_Pazzi Piero._ Sua morte, C 285.
-
-_Pazzi Renato._ Biasima la Congiura della sua famiglia, B 371. È
-impiccato, 376.
-
-_Pazzi di Valdarno._ È loro vietato d’accostarsi ad Arezzo, A 215.
-Congiurano coi grandi di Firenze, dove tengono case e amistà, 222.
-
-_Peccioli._ Assediato e preso dai Fiorentini, A 304. Torna di nuovo
-nelle loro mani, B 104.
-
-_Pecora_, beccaio. Sua prepotenza, A 99, 103.
-
-_Pennonieri._ Loro istituzione, A 188.
-
-_Pepi Francesco._ Ambasciatore all’imperatore Massimiliano, C 36.
-
-_Pepoli Taddeo._ Con lui fa lega il Duca d’Atene, A 231. Manda gente in
-suo aiuto, 232.
-
-_Pepoli Ugo._ Comandante delle Bande nere, C 221.
-
-_Péron de Basche._ Oratore del Re di Francia in Firenze, C 344.
-
-_Perugia._ Ne son cacciati i soldati della Repubblica che v’erano a
-guardia, C 154. I Fiorentini mandano a difenderla contro il Principe
-d’Orange, 241.
-
-_Perugia_ (_Vescovo di_). Inviato dal Papa in Firenze per ottenere la
-liberazione del cardinale Raffaello Riario, B 381.
-
-_Perugia_ (_da_) _Margutte_, C 298.
-
-_Perugini._ Loro brighe con la Repubblica, A 29. Rinforzano il campo
-dei Fiorentini a Montaperti, 47. Mandano aiuti a Firenze, 240. Fanno
-lega con la Repubblica, 293. Col suo aiuto si ribellano alla Chiesa,
-326. Accolgono in città Urbano VI e cacciano la parte aderente ai
-Fiorentini, B 64. Collegati col Conte di Virtù contro della Repubblica,
-72. — Ved. _Scarperia_.
-
-_Peruzzi._ Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Albergano Roberto
-re di Napoli, 147. Falliscono, 211-212. Nella loro compagnia di
-commercio era Giovanni Villani, 212. Vengono armati in Piazza, B 212.
-Rimossi dagli uffici, 26. Alloggiano l’imperatore Paleologo, 259.
-
-_Peruzzi Ridolfo._ Viene armato in Piazza, B 222. Va in Palagio a
-trattare un accordo, 223. Confinato, 225.
-
-_Peruzzi Simone._ Pratica contro gli Albizzi e Ricci, A 317.
-Ambasciatore a Gregorio XI, 338. Degli Otto creati per la guerra contro
-di lui, ivi. Gli è arsa la casa dai Ciompi, B 19.
-
-_Pescia._ Vi è firmata una pace tra i Fiorentini e i Pisani, A 307. —
-Ved. _Orlandi_.
-
-_Peste_ in Firenze, A 219, 246 _e segg._, 305, 321, B 59, 88, 208, 317,
-C 218, 286.
-
-_Petracco_ (_ser_) dall’Incisa, cancelliere della Repubblica e notaio
-delle Riformagioni. Sbandito, A 125.
-
-_Petrarca Francesco._ Sua nascita, A 125. Dello scrittore e dell’uomo
-e del suo secolo, 357-361. Ricercatore e copiatore di antichi codici, B
-228, 229.
-
-_Petrini Andrea._ Uno degli ultimi Priori fatti dal Popolo, C 286.
-
-_Petroio_ (_Signori di_). È di quella famiglia Giovanni Gualberto
-fondatore dell’Ordine di Valombrosa, A 26.
-
-_Petrucci Antonio._ Oratore dei Senesi alla Repubblica, B 193. Munisce
-Lucca assediata dai Fiorentini, _ivi_. Tende insidie ai loro oratori
-andati a Niccolò V, B 290-291. Lettere della Repubblica ai Senesi
-relative a lui, 542-544.
-
-_Petrucci Cesare._ Potestà di Prato, B 250. Gonfaloniere al tempo della
-Congiura de’ Pazzi, 374, 375.
-
-_Petrucci Pandolfo._ Amico dei Fiorentini, C 64, poi trama contro di
-loro, 77.
-
-_Piagnoni._ Così detti i devoti del Savonarola, C 47. Sopraffatti
-dai loro avversari, 53. Parteggiano dopo la cacciata d’Ippolito
-e Alessandro de’ Medici, 216. Prodi nell’armi, 234. Loro fede
-incrollabile nella libertà della patria, 295.
-
-_Piano_ (_del_). Così è chiamata la parte dei Medici, opposta a quella
-del Poggio, loro nemica, B 333.
-
-_Picchena_ (_Signori di_). Il loro castello è smantellato, A 395.
-
-_Piccinino Niccolò._ Al soldo della Repubblica, B 170, 171. Lascia i
-suoi servigi, 171, 172. Rompe il campo dei Fiorentini, 196. Espugna
-alcune castella del loro dominio, 198. Congiura contro lo Stato della
-Repubblica e contro Eugenio IV, mentre era in Firenze, B 249. Sconfitto
-da Francesco Sforza e Neri Capponi, 254. Sua vana impresa contro
-Firenze, 265-268. È di nuovo sconfitto, 269-270. Sua risposta a una
-lettera di Giannozzo Manetti, 287.
-
-_Piccolomini Enea Silvio._ Viene in Firenze, B 306. — Ved. _Pio II_.
-
-_Pico Galeotto_, signore della Mirandola. Al soldo dei Fiorentini, B
-418.
-
-_Pico Giovanni_ della Mirandola, B 427. Sepolto in San Marco di
-Firenze, 443. Suo giudizio di Lorenzo de’ Medici come scrittore, 444;
-di Dante e del Petrarca, 446. Impressione che riceve da una predica del
-Savonarola, C 30.
-
-_Piero_ (_ser_) _di ser Grifo_, notaio delle Riformagioni, B 6. Gli è
-arsa la casa dai Ciompi, 19.
-
-_Pierozzi Antonio_ e _Antonino_, arcivescovo di Firenze. Muore, B 324.
-Suo carattere e sue opere, _ivi_, 325.
-
-_Pieruccio_, C 267.
-
-_Pieruzzi ser Filippo_, notaio delle Riformagioni. Chiama le Balìe del
-1433 e 1434, B 212, 224. Cassato, B 283.
-
-_Pietrabuona._ Tolta dai Fiorentini ai Pisani, e da questi ricuperata,
-A 303.
-
-_Pietramala._ Viene in potere dei Fiorentini, B 58.
-
-_Pietrasanta._ Ivi presso è il campo dei Fiorentini contro Lucca, B
-189-191. Presa dai Fiorentini, B 415. Data da Piero de’ Medici a Carlo
-VIII, C 12. Cade in mano dei Lucchesi, 34. Restituita da essi alla
-Repubblica, 142. Viene alle mani di Clemente VII, 261.
-
-_Pietro Leopoldo_ granduca di Toscana. Vende tutti gli oggetti di
-curiosità raccolti dai Medici nel Palazzo Pitti, C 333. Stato della
-Toscana sotto di lui e del suo successore, C 336-339.
-
-_Pio II_ (_Enea Silvio Piccolomini_). Viene in Firenze, B 323. Sua vita
-ed opere, 435.
-
-_Pio_ signori di Carpi. Vengono contro lo Stato di Firenze, B 345.
-
-_Pio Rodolfo._ Oratore di Clemente VII in Firenze, C 264. Tratta con
-Malatesta Baglioni, ivi, 269.
-
-_Piombino._ Vi è per governatore un fiorentino, B 104, 156, 157.
-Assediato da Alfonso I d’Aragona e difeso dai Fiorentini, B 292, 293.
-Vi convengono a trattare Niccolò Machiavelli e alcuni inviati di Pisa
-assediata dalla Repubblica, C 106.
-
-_Piombino_ (_Signore di_). Fa lega coi Senesi contro la Repubblica, B
-197.
-
-_Piombino_ (_da_) _Bartolo_. Sua risposta a un Discorso fatto da Gino
-Capponi in Pisa, conquistata dalla Repubblica, B 115.
-
-_Pippo Spano._ — Ved. _Scolari Filippo_.
-
-_Pisa._ Vi vanno a guardia i Fiorentini, A 11. In quel Duomo si celebra
-un trattato tra essi e l’imperatore Carlo IV, 271. Vi si aduna il
-Concilio per la cessazione dello scisma, B 125. È sede del commercio
-dei Fiorentini e vi risiedono due dei loro Consoli di mare, 143. Turpi
-atti che vi commettono i soldati della Repubblica, 523. Vi si aduna un
-altro Concilio detto il _Conciliabolo_, C 111. — Ved. _Pisani_.
-
-_Pisa_ (_da_) _Anguillotto_. Passa dal campo Imperiale sotto Firenze in
-quello de’ Fiorentini, ed è morto, C 270.
-
-_Pisa_ (_da_) _Giovanni_, scultore, A 176.
-
-_Pisa_ (_da_) _Giunta_, scultore, A 177.
-
-_Pisa_ (_da_) _Niccolò_, scultore, A 31, 176.
-
-_Pisa_ (_da_) _Niccolò_, capitano di ventura, B 265. Va con Neri
-Capponi contro il Conte di Poppi, 271.
-
-_Pisani._ Regalano ai Fiorentini due colonne di porfido tratte
-dall’isola di Maiolica, A 12. Insieme con loro fanno guerra ai
-Lucchesi e Senesi, 13. Si collegano con la Repubblica, 14. In guerra
-con essa, 30, 31. Patti imposti loro dai Fiorentini, 39. Pace tra
-le due Repubbliche, 96. Nuova pace, 207. Rompono loro la guerra per
-toglierli dal possesso di Lucca, 220. Mandano aiuti in Firenze contro
-il Duca d’Atene, che vengono rimandati, 234. Nuova guerra tra essi
-e i Fiorentini, 300 _e segg._ Fanno lega con loro, 324. Sottoposti
-all’interdetto per cagione dei Fiorentini in guerra col Papa, 328.
-Pratiche e imprese dei Fiorentini contro di loro, B 95 _e segg._
-Vengono in potere della Repubblica, 111, 112. Feste che si fanno
-in Firenze per tale acquisto, 116. Molti di loro con le famiglie
-costretti a venire in Firenze, 117. Loro condizione sotto il dominio
-della Repubblica, _ivi_, 118. Loro inutili sforzi per ridursi in
-libertà, 197. Quello che facesse per essi Lorenzo de’ Medici, B 426.
-Scuotono il giogo della Repubblica col favore di Carlo VIII, C 13,
-14. Donde abbiano aiuti e loro provvedimenti, 19. Guerra tra essi e la
-Repubblica, 34-36, 64-70, 73-74, 97, 98, 104-106. Si arrendono, 106.
-Anche la loro fortezza torna in mano dei Fiorentini, 218. Non oppongono
-resistenza alle armi di Carlo V, 311.
-
-_Pistoia._ Segue parte ghibellina, A 37. È in lega coi Fiorentini,
-47, 67. Vi è potestà Giano della Bella, 102. Ne prendono la signoria
-i Fiorentini, 106. Ne son cacciati i neri, 112. Difesa da uno degli
-Uberti contro i Fiorentini e i Lucchesi, 125. Ferocissima nelle parti
-cittadine, 128. Fiorentini e Lucchesi se ne spartiscono la signoria,
-137. Taglieggiata dai Fiorentini, 150. Si dà al re Roberto di Napoli,
-160. Tributaria di Castruccio, 185. Signoreggiata da Filippo Tedici,
-192. Occupata da Castruccio, _ivi_. Se ne impadroniscono i Fiorentini,
-poi è ricuperata da Castruccio, 200, 201. Liberata, fa pace coi
-Fiorentini, 207. Questi vi mandano un Capitano, 213; poi l’occupano
-a forza, ivi. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, 230. Torna
-a libertà, 237. I Fiorentini l’hanno per accordi, 261. Manda oratori
-a Carlo IV, 269. Vi viene papa Alessandro V, B 127. Suo capitanato,
-ricordato, 484, 493. I Fiorentini vi fomentano le parti de’ Cancellieri
-e dei Panciatichi, che vengono a guerra tra loro, C 73. Torna
-all’ubbidienza della Repubblica, 78. Viene alle mani di Clemente VII,
-260.
-
-_Pistoia_ (_Montagna di_). Vi ha gran seguito Neri Capponi, B 205. Suo
-capitanato, ricordato, 484, 493.
-
-_Pistoia_ (_Vescovo di_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze,
-A 230.
-
-_Pistoia_ (_da_) _Cino_, A 173. Condotto a leggere nello Studio di
-Firenze, 368.
-
-_Pistoiesi._ — Ved. _Pistoia_.
-
-_Pitti._ Uno di quella famiglia è mandato in bando, B 350.
-
-_Pitti Bonaccorso._ Imprigionato in Avignone, A 328. Oratore al Re di
-Francia, B 85. Ha grande familiarità in quella corte, _ivi_. Oratore
-all’imperator Roberto, 89; a Genova, 96. Ha grandi aderenze in Francia,
-127. Sua _Cronaca_, e altre notizie di lui, 233.
-
-_Pitti Giannozzo_, B 223. Ambasciatore a Niccolò V, 290. Fautore di
-Francesco Sforza, 299.
-
-_Pitti Iacopo._ È dell’Accademia del Piano, di cui dà ragguagli alla
-Regina d’Inghilterra, C 331.
-
-_Pitti Luca._ De’ Priori, B 221. Figliuolo di Bonaccorso, 233. Sua
-commissione a Roma, 264. Oratore a Francesco Sforza, 303. Autore di
-gravezze imposte ai cittadini, 314. Neri Capponi lo oppone nei Consigli
-a Cosimo de’ Medici, 317. Quello che operasse in un suo gonfalonierato,
-319-322. Premi ed onori che ne riceve, 322. Edifizi da lui innalzati,
-e sua impresa gentilizia, _ivi_. Uomo vano e fastoso, 331. Si fa
-capo della fazione contraria ai Medici, 333. Congiura contro Piero,
-poi se gli accosta, 341. Sua oscura fine, 313. Dei Venti creati per
-la ricuperazione di Volterra, 360. — Ved. _Pitti_ (_Palazzo dei_).
-_Scarampi_.
-
-_Pitti_ (_Palazzo dei_). Edificato da Luca Pitti, B 242, 322.
-
-_Pittori_ (_Compagnia_ o _Confraternita dei_) in Firenze, A 369.
-
-_Podere_ (_Vicariato del_), B 484, 493.
-
-_Poggibonsi._ Quelli uomini stanno contro ai Fiorentini, A 15. Confine
-tra i dominii di Siena e di Firenze, 30. Espugnato dai Fiorentini, 70.
-Si regge da sè, poi torna sotto la loro giurisdizione, 97. Vi viene
-ostilmente Iacopo dal Verme, B 71, — Ved. _Della Carda Bernardino.
-Poggio Imperiale_.
-
-_Poggibonsi_ (_da_) _Cecco d’Iacopo_. Parte da esso presa nel Tumulto
-de’ Ciompi, B 16.
-
-_Poggio a Caiano_ (_Villa del_). In quel salone è dipinto il ritorno in
-patria di Cosimo de’ Medici, B 226. Edificata da Lorenzo il Magnifico,
-col disegno di Giuliano da San Gallo, 426. Si vuol darle fuoco, C 250.
-
-_Poggio Imperiale_, castello di Poggibonsi, restaurato e così appellato
-da Arrigo VII, A 159. Tolto ai Fiorentini nella guerra contro Sisto IV,
-B 395.
-
-_Poggio Imperiale_, già villa de’ Baroncelli presso Firenze. Vi
-alloggiano i Lanzi di Carlo V, C 257. Vi segue il duello tra Lodovico
-Martelli e Giovanni Bandini, 271.
-
-_Poggio_ (_del_). Nome di fazione. — Ved. _Piano_ (_del_).
-
-_Pogna._ Intorno a un antico trattato tra gli Uomini di quel castello e
-i Consoli di Firenze, A 10. Abbattuta dai Fiorentini, 17. Di nuovo del
-predetto trattato, 441, 442.
-
-_Poliziano Angelo._ Osservazione sul tempo in cui scrisse il poemetto
-sulla giostra combattuta da Giuliano de’ Medici, B 364. Descrive la
-Congiura de’ Pazzi, 374. Muore, 428. Altre notizie di lui e delle sue
-opere, 443, 447, 459. Maestro a Piero di Lorenzo de’ Medici, C 3.
-
-_Pollaiolo_ (_del_) _Simone_ detto _il Cronaca_, scultore e architetto.
-Autore del palazzo degli Strozzi, B 439, C 118,119.
-
-_Pontadera._ Perso e ricuperato dai Fiorentini, B 200.
-
-_Pontadera_ (_da_) _Antonio_. S’adopra invano per sottrarre Pisa al
-dominio della Repubblica, B 196, 197.
-
-_Ponte alla Carraia._ Sua fondazione, A 31. Ivi presso era una porta, C
-1. Rovina, 129; e di nuovo, 210.
-
-_Ponte a Rubaconte._ Sua fondazione, A 31. Danneggiato da una piena,
-210.
-
-_Ponte a Santa Trinita._ Rovina, A 210.
-
-_Ponte Vecchio._ Era il solo ponte in Firenze, nel primo cerchio, A 8.
-Vi è ucciso il Buondelmonti, 27. Ricordato, 131. Rovina, 210. Il Duca
-d’Atene ne interrompe la riedificazione, 228. Le pigioni di quelle
-botteghe vengono assegnate a Salvestro de’ Medici, B 22.
-
-_Ponte Carali_ (_da_) _Maffeo_, potestà di Firenze. Persuade i grandi,
-congiurati tra loro, a partirsi dalla città, A 222.
-
-_Pontetetto._ Espugnato dai Fiorentini, B 189.
-
-_Pontormo_ (_Conti di_). Mandano doni al Duca d’Atene, A 230.
-
-_Popolani._ Cognome assunto da Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’
-Medici, C 39, 166.
-
-_Popolo di Dio_ e _Popolo Santo_. Così chiamato il popolo minuto nel
-Tumulto dei Ciompi, B 30.
-
-_Poppi._ Il Duca d’Atene vi ratifica l’atto di rinunzia alla signoria
-di Firenze, A 236. Si arrende al Principe di Orange, C 243.
-
-_Poppi_ (_Conte di_). — Ved. _Battifolle_ (_da_) _Francesco_.
-
-_Porcari._ Uno di quella famiglia è potestà di Firenze, A 24.
-
-_Por Santa Maria_ (_Via di_), A 131.
-
-_Porta San Piero_ (_Sesto di_), detto _degli Scandali_. Vi hanno le
-case i Pazzi e i Donati, A 105.
-
-_Portinari._ Mercanti in Ungheria, B 134. Come divengano ricchi, 315.
-
-_Portinari Beatrice_, A 167, 179.
-
-_Portinari Folco_ padre di Beatrice. Fondatore dello Spedale di Santa
-Maria Nuova, A 179.
-
-_Portinari Giovanni._ Compra una schiava per conto di Cosimo dei
-Medici, B 326.
-
-_Portinari Pier Francesco._ Ambasciatore a Clemente VII, C 244. Va a
-capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, 299.
-
-_Portofino._ Vittoria ivi ottenuta dai Fiorentini, B 199.
-
-_Portogallo_ (_di_) _don Pietro_. Viene in Firenze, B 144.
-
-_Porto Pisano._ Occupato dai Fiorentini, che ne recano le catene in
-Firenze e le appendono alle colonne dinanzi alla porta di San Giovanni,
-A 304. — Ved. _Talamone_.
-
-_Potestà._ Prime notizie di quel magistrato, A 23-25. Dà annualmente
-le insegne al popolo, 36. Ne sono eletti due, uno guelfo e l’altro
-ghibellino, 57; poi mandati via, 61. Scema la sua autorità, 138. Cessa
-durante la signoria del re Roberto, 160. Edificazione del suo Palagio,
-179. Rieletto, 184. Ridotto a mero giudice salariato, 189. Capo del
-Consiglio del Comune, 203. Il suo Palagio è allagato da una piena
-d’Arno, 209. Le sue scritture sono arse dal popolo, 234. Suo salario,
-256. Costituzione del suo ufficio, 379 _e segg._, B 529, 530. Nuova
-arsione delle sue scritture, 21. Scade d’autorità, 321, 365. Va a
-offerta a San Giovanni il giorno di quel Santo, 533. Abolito, C 92, 93.
-
-_Pozzolatico_, presso Firenze. — Ved. _Barbiano_ (_da_) _Alberico_.
-
-_Pratesi._ — Ved. _Prato_.
-
-_Pratica Segreta._ Nome di un Magistrato eletto dai Fiorentini per il
-governo di Pistoia, A 213.
-
-_Pratiche_ che si tenevano dalla Repubblica, descritte dal Varchi, C
-247.
-
-_Prato._ Disfatto dai Fiorentini, A 9. In lega con essi, 47, 67.
-Multato da loro in una somma di danari, 97. Gli è bandita la croce
-addosso dal Cardinale Niccolò, 128. Rinnova lega con la Repubblica,
-150. Vi cavalcano i Fiorentini in guerra con Castruccio, 185. Si
-dà a Carlo duca di Calabria, 198. Manda aiuti a Firenze contro il
-Duca d’Atene, 234. Comprato dai Fiorentini, 260. Di un trattato per
-ribellarlo alla Repubblica, 322. Vi viene papa Alessandro V, B 127.
-Riforme della sua potesteria, 484, 493. — Ved. _Cardona_ (_da_)
-_Raimondo_. _Nardi Bernardo_.
-
-_Prato_ (_da_) _Niccolò_, cardinale. Paciere in Firenze, A 128. Danna
-i Fiorentini all’interdetto, _ivi_. Persuade Clemente V a mandare due
-suoi Legati in Firenze, 137. Da lui riconoscono i cronisti l’elezione
-all’Impero del conte Arrigo di Lucemburgo, 156; che egli poi, insieme
-con altri due Cardinali, incorona in Roma, 156.
-
-_Prestanze._ — Ved. _Gravezze_.
-
-_Priori delle Arti_ poi _di Libertà_. Succedono ai Buonuomini, A
-78. È aggiunto ad essi un Gonfaloniere di giustizia, 95, 204. È
-tolto loro ogni ufficio e autorità dal Duca di Atene, 226. Creati
-senza il Gonfaloniere, 227, 228. Sono di nome e non di fatto,
-230. Portati al numero di dodici, di cui quattro de’ grandi, 238.
-Restano otto, cacciati i grandi, e rifanno il Gonfaloniere, 239.
-Riforme del loro ufficio, 242, B 26, 36, 49, 54, 213, 514-518. Altre
-notizie, e costituzione del loro ufficio, A 379-389, 420-423, 524 _e
-segg_. Cominciano a esser chiamati _Priori di Libertà_, 321. — Ved.
-_Signoria_.
-
-_Proconsolo_. Era sopra ai Consoli dell’Arte dei Giudici e notari, B
-524.
-
-_Procuratori_. — Ved. _Dodici Procuratori_.
-
-_Provenza_. I Fiorentini vi mandano ad armar galere, A 301.
-
-_Pucci Antonio_. Della sua destrezza ed ingegno fa suo pro Lorenzo
-dei Medici, B 354. Degli Accoppiatori, 357. Commissario in campo sotto
-Pietrasanta ove muore, 414-415.
-
-_Pucci Antonio_, vescovo di Pistoia. Condottiero di Svizzeri al soldo
-del Papa, C 150.
-
-_Pucci Dionigi_. Oratore a Napoli, C 4.
-
-_Pucci Giannozzo_. Decapitato, C 40, 41.
-
-_Pucci Giovanni_. Ricordato in lettere di Rinaldo degli Albizzi, B 205.
-Confinato, 216. Restituito, 225.
-
-_Pucci Lorenzo_. Oratore del Papa in Firenze, C 116. Creato cardinale,
-134. Si comporta eroicamente nell’assalto dato a Roma dal Contestabile
-di Borbone, 181-182.
-
-_Pucci Puccio_. De’ Dieci della guerra, B 188. Amico a Cosimo de’
-Medici, 210. Confinato, 216. Restituito, 225. Suo consiglio intorno
-agli antichi ordini contro i nobili, 246. Come divenga ricco, 281.
-
-_Puccini_. Nome della parte dei Medici, B 209, 210.
-
-_Puccini Pandolfo_, soldato. Messo a morte, C 218.
-
-_Pulci_. Vanno in esilio, A 52. Tengono la parte dei guelfi neri, 126.
-Arsione delle loro case, 131.
-
-_Pulci Bernardo_, B 442.
-
-_Pulci Luca_, B 442.
-
-_Pulci Luigi_. Legge il suo _Morgante Maggiore_ in casa i Medici, B
-427. Si parla di quel poema, e per incidenza dell’autore e dell’età in
-cui scrisse, 442.
-
-_Pulci Uberto_. Uno dei maggiori cittadini di Firenze, A 60.
-
-_Puliciano_ nel Mugello. Assalito dai fuorusciti ghibellini di Firenze,
-A 133.
-
-_Pupilli_ (_Ufficiali dei_), B 528.
-
-
-Q.
-
-_Quarantia_. Che fosse, C 120. Ampliata e rinnovata, 218.
-
-_Quarantotto_ (_Senato_ o _Consiglio dei_). Sua istituzione, C 325, 326.
-
-_Quarata_ (_da_) _Sandro_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene,
-A 422.
-
-_Quaratesi_. Si mettono col popolo, in un assalto da esso dato alle
-case dei grandi, A 241.
-
-_Quartieri_ della città. Loro nomi, B 524.
-
-_Quattordici_. — Ved. _Buonomini_.
-
-_Quattordici_ eletti a riformare lo Stato, scoppiata appena la congiura
-contro il Duca d’Atene. — Ved. _Balìa_ del 1342.
-
-_Quattro Consiglieri_ eletti invece della Signoria, sotto il duca
-Alessandro de’ Medici, C 326, 327.
-
-
-R.
-
-_Radagasio_. — Ved. _Stilicone_.
-
-_Radda_. Tolta ai Fiorentini nella guerra contro Sisto IV, B 388.
-
-_Raffacani_. Uno di quella famiglia ha la guardia della cittadella di
-Pisa, B 101.
-
-_Ragionieri_. — Ved. _Scrivani_.
-
-_Ragusa_. Vi fanno viaggi le galee mercantili della Repubblica, B 142.
-
-_Ramazzotto_, condottiero di gente d’arme. È in Firenze, C 124. Occupa
-Firenzuola e la Scarperia, 239. Ricordato, 365.
-
-_Rangone Guido_, condottiero di gente d’arme, C 141, 175.
-
-Rappresaglie, A 386.
-
-_Rassina_, nel Casentino. Viene in potere dei Fiorentini, B 271.
-
-_Ravenna_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Ravenna_ (_da_) _Giovanni_. Illustra pubblicamente in Firenze la
-_Divina Commedia_, B 234.
-
-_Razzante_. Popolano fiorentino al campo di Montaperti, A 48.
-
-_Reggio_. Vi si rifugiano alcuni dei fuorusciti guelfi di Toscana, A 55.
-
-_Regolatori_ (_Ufficio dei_), B 528.
-
-_Remole_. Castello dei Donati, A 109. Vi pone il campo Niccolò
-Piccinino, B 265.
-
-_Renai_ (_Via de’_). — Ved. _Serristori_.
-
-_Rencine_. Castello espugnato da Ferdinando d’Aragona, B 307.
-
-_Reparata_ (_Santa_). Sua festa e tempio in Firenze, A 2. — Ved. _Santa
-Reparata._
-
-_Retz_ (_de_), cardinale. È d’origine fiorentina, C 310.
-
-_Riario Girolamo_. Vuol mutare lo Stato di Firenze, B 367, 370. Invita
-Lorenzo de’ Medici a andare a Roma, mentre congiura contro di lui, 372.
-Riscalda il Papa contro la Repubblica dopo la Congiura dei Pazzi, 380.
-Da lui muovono altre trame contro la vita del Magnifico, 407-408. I
-Fiorentini attraversano altri suoi disegni, 410.
-
-_Riario Raffaello_, cardinale. Viene in Firenze, B 372. Convitato dai
-Medici, _ivi_. Ritenuto in Palagio, 374. La Repubblica promette di
-rilasciarlo, 381. Lo rilascia, 384. — Ved. _Ostia_ (_Vescovo di_).
-_Perugia_ (_Vescovo di_).
-
-_Ribelli_ (_Ufficiali de’_). Sono arsi i libri del loro ufficio, A 244.
-
-_Ricasoli_ (_da_) _famiglia_. Non posson venire in Firenze, A 76.
-Rimossi dagli uffici, B 246. Riabilitati, 388. — Ved. _Brolio_.
-
-_Ricasoli_ (_da_) _Bettino_. Dei Capitani di Parte, e violenza da esso
-usata in un’ammonizione, B 11. Fatto de’ grandi, 76.
-
-_Ricasoli_ (_da_) _Egidio_, B 250.
-
-_Ricasoli_ (_da_) _Galeotto_, B 250.
-
-_Ricci_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di essi dannato
-a morte dal Duca d’Atene, 224-225. Sei di loro banditi, e gli altri
-privati degli uffici, B 81. Uno di essi decapitato, 317. Restituiti,
-498. — Ved. _Albizzi_.
-
-_Ricci Giovanni_. Fatto ritenere e maltrattato dal Conte di Virtù, B 66.
-
-_Ricci Guglielmo_. Mandato da Uguccione suo padre in corte del
-Cardinale Albornoz legato a Bologna, A 315.
-
-_Ricci Marietta_, C 271.
-
-_Ricci Ricciardo_, B 473.
-
-_Ricci Rosso_. Capitano della lega tra i Fiorentini ed il Papa contro
-i Visconti, A 315. Si unisce cogli Albizzi, _ivi_. Restituito agli
-uffici, B 472-473.
-
-_Ricci Uguccione_. Capo della sua famiglia, A 290. Va oratore a Carlo
-IV, _ivi_. Procura e sottoscrive un accordo tra esso e la Repubblica,
-_ivi_. De’ Priori, 313, 314. Oratore a Urbano V, 315. Si unisce con gli
-Albizzi, ivi. Restituito agli uffici, B 472-473.
-
-_Riccio_. Principale autore di una congiura contro Eugenio IV, in
-Firenze, B 250.
-
-_Richiesti_ o _Savi_, A 382, 383, B 205.
-
-_Ricorboli_ presso Firenze. Vi viene ostilmente la Compagnia Bianca, A
-306.
-
-_Ricoveri Niccolò_. Gonfaloniere, B 79.
-
-_Ridolfi_. A due di quella famiglia è arsa la casa dai Ciompi, B 19.
-Avversi ai Medici e al Principato, C 209.
-
-_Ridolfi Antonio_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402.
-
-_Ridolfi Giovan Battista_. Va nelle ambascerie, C 88. Gonfaloniere, 123.
-
-_Ridolfi Lorenzo_. Oratore a Roma ed a Napoli, B 84. De’ maggiori
-dello Stato, 150. Gonfaloniere, 161. Oratore a Venezia, 172, 173. Dei
-Dieci della guerra, 188. Vuol ristringere nei Consigli il numero dei
-Richiesti, 205. Dottore di leggi nello Studio Fiorentino, 234.
-
-_Ridolfi Luigi_. Sta fuor di Firenze e gli è intimato il ritorno, C 249.
-
-_Ridolfi Niccolò_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Ridolfi Niccolò_. Decapitato, C 40-41.
-
-_Ridolfi Niccolò_. Fatto Cardinale, C 165. Viene in Firenze, C 210.
-Poco aderente al Principato, 313. Ragiona col Papa della forma da dare
-al governo di Firenze, 322, 323. Tiene in Firenze regnante Cosimo I;
-poi se ne va per paura, 329.
-
-_Ridolfi Piero_. Sposa Contessina figliuola di Lorenzo il Magnifico, B
-423.
-
-_Riformagioni_. Loro notari, A 385. Si creano otto cittadini a
-rivederne i libri, B 284.
-
-_Riformatori_. — Ved. _Dodici Riformatori_.
-
-_Rifredi_ (_Ponte a_). Vi fa correre un palio Azzo Visconti, A 194-195.
-
-_Rinucci_ famiglia. Vanno in esilio, A 52.
-
-_Rinuccini_. Privati degli uffici, B 61.
-
-_Rinuccini Alamanno_. Benevolo alla famiglia de’ Pazzi, B 367; e acerbo
-giudice di Lorenzo de’ Medici, 424.
-
-_Rinuccini Filippo_. Accompagna Bartolommeo Valori, oratore a Martino
-V, B 136-137.
-
-_Ripafratta_. Vi si ritrae il campo dei Fiorentini, cacciato da
-Francesco Sforza, B 194. Data da Piero de’ Medici a Carlo VIII, C 12.
-
-_Ripoli_ (_Piano di_). Vi si accampa il Principe d’Orange, alla villa
-dei Bandini, C 255.
-
-_Ripomarance_. Tolta dalla Repubblica alla soggezione dei Volterrani,
-B 185. Occupata da Alfonso I d’Aragona, B 291; dal Duca Valentino, C
-74-75.
-
-_Rivalta_ (_da_) _frate Giordano_. A 175.
-
-_Roberto_ imperatore. Conferma ed accresce, per danari, i privilegi
-concessi alla Repubblica da Carlo IV, B 89.
-
-_Roberto_ duca di Calabria poi re di Napoli. Capitano di guerra dei
-Fiorentini e Lucchesi, A 136, 137. Succede al padre nel regno, 142.
-Manda trecento cavalieri in aiuto della Repubblica, 146. Fa lega con
-essa, 147. Le manda altri aiuti, 153, 159. Fatto signore di Firenze,
-160. Cessa la sua signoria, 184. Con lui fanno lega i Fiorentini, 208.
-Scrive al Duca d’Atene in Firenze, 227. — Ved. _Gravina_ (_di_) _Piero.
-Peruzzi. Taranto_ (_Principe di_).
-
-_Rodi_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Rodolfo_ re dei Romani. Un suo luogotenente tenta inutilmente le città
-guelfe di Toscana, A 75.
-
-_Romagna_. I Fiorentini perdono tutte le fortezze e terre che vi
-possedevano, B 171.
-
-_Romagnoli_. Mandano aiuti ai Fiorentini contro Arrigo VII, A 157.
-
-_Romania_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140. Vi fanno viaggi le
-galee mercantili della Repubblica, 142.
-
-_Romena_ (_da_) _Alessandro_ dei Conti Guidi. Eletto per loro capitano
-dai fuorusciti ghibellini, A 133. Tra i suoi consiglieri è Dante,
-_ivi_.
-
-_Romolino_, cardinale. Fa il processo del Savonarola, C 59.
-
-_Romolo_ (_di_) _Andrea_, notaro, B 558.
-
-_Ronco_, luogo ove si radunarono i Ciompi, B 16.
-
-_Ronco_ (_del_) _Lodovico_. Capitano di guardia in Firenze, B 215.
-
-_Rondinelli_. Assalgono le case dei grandi, A 240. Vengono armati in
-Piazza, B 222. Rimossi dagli uffici, B 246.
-
-_Rondinelli fra Andrea_. Scelto a sostenere la prova del fuoco contro i
-seguaci del Savonarola, C 51.
-
-_Rossi_. Vanno in esilio, A 52. In guerra co’ Tornaquinci, 92. Seguono
-la parte de’ Cerchi, 106. Fanno gran mali in Firenze, 122. Tengono
-la parte dei guelfi neri, 126. Assaliti dal popolo, si arrendono,
-241. Cacciati di Firenze, stanno nelle loro possessioni presso a San
-Gimignano, 395.
-
-_Rossi Barna_. Ambasciatore a Carlo IV, A 398.
-
-_Rossi Pino_. Ha bando e confisca degli averi, A 312.
-
-_Rozzo Bernardo_, milanese. Rivela una congiura ordita in Firenze, A
-311-312.
-
-_Rucellai_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di loro
-dannato a morte dal Duca d’Atene, poi graziato, 224-225; indi fatto
-impiccare, 229. Il Duca confisca a sè i loro beni, _ivi_. Congiurano
-contro il Duca, 231. — Ved. _Oricellai_.
-
-_Rucellai_ (_Orti_). C 118, 156.
-
-_Rucellai Bernardo_. Notizie di lui, C 88, 118, 156.
-
-_Rucellai Cosimo_. Adorna gli Orti Rucellai, C 156.
-
-_Rucellai Francesco_. Ambasciatore al Papa e al Re di Napoli, B 84.
-
-_Rucellai Palla_. Prende il possesso di Pietrasanta e del Mutrone per
-Clemente VII, C 261. Ambasciatore a Carlo V, 318; presso del quale
-difende le forme libere della Repubblica, ivi. 319. Testo dell’orazione
-da lui recitata in detta ambasceria, 385.
-
-_Rucellai Pandolfo_. Istruzioni date ad esso e a quattro suoi compagni
-oratori a Carlo VIII, C 346, 347.
-
-_Rucellai Paolo_. Ha il comando di alcuni legni sottili della
-Repubblica, B 199.
-
-_Ruffoli Baldo_. Primo gonfaloniere, A 95.
-
-_Rusciano_ (_Palazzo di_) in Pian di Ripoli. Edificato da Luca
-Pitti, B 322. Comprato dalla Repubblica e da essa donato a Federigo
-conte d’Urbino, 360. Disegnato dal Brunellesco, C 257. Vi alloggiano
-gl’Imperiali con Gian Battista Savelli, ivi.
-
-
-S.
-
-_Sacchetti Franco_ e le sue _Novelle_, B 231.
-
-_Sacchetti Giannozzo_: Messo a morte e Apologia di lui, ricordata, B 40.
-
-_Sacromoro Malatesta_, frate in San Marco, C 57.
-
-_Saggio_ (_Ufficio del_), B 485.
-
-_Salamoncelli Andrea_. Respinge un assalto dato dai Fiorentini a
-Pistoia, A 260.
-
-_Salari_ degli ufficiali, A 256, 257.
-
-_Salutati Coluccio_, cancelliere della Repubblica. Sue _Lettere_,
-ricordate, A 331. Astuzia da esso usata nel Caso dei Ciompi, B 53. Le
-sue lettere temute dal Conte di Virtù, 83, 230. Sue lodi, 229, 230.
-
-_Saluzzo_ (_di_) _Tommaso_. Al soldo dei Fiorentini, B 387.
-
-_Salviati_. S’imparentano co’ Medici, B 378. Avversi al Principato, C
-209.
-
-_Salviati Alamanno_. De’ Dieci eletti ad amministrare la guerra di
-Lucca, B 188. Va in campo, 189. Ricordato in lettera di Rinaldo degli
-Albizzi, 205. Degli Accoppiatori, B 283. Fautore di Francesco Sforza,
-299.
-
-_Salviati Alamanno_. De’ Priori, C 90. Commissario in campo contra
-Pisa, 105.
-
-_Salviati Andrea_. Degli Otto di balìa creati per la guerra con
-Gregorio XI. B 39; poi Gonfaloniere, _ivi_.
-
-_Salviati Francesco_. Arcivescovo di Pisa, B 269. Sua parte nella
-Congiura de’ Pazzi, ivi-374. Impiccato, 375.
-
-_Salviati Francesco_. Egli e Giorgio Vasari raccolgono i pezzi di un
-braccio rotto al David di Michelangiolo, C 211.
-
-_Salviati Giovanni_, cardinale, C 165. Legato in Francia, 234. Poco
-aderente al Principato, 313. Ragiona col Papa della forma da dare al
-governo di Firenze, 322, 323. Viene a Firenze, regnante Cosimo I; poi
-se ne va, per paura, 329.
-
-_Salviati Iacopo_. Ambasciatore a Roma, B 85, 93. Capitano delle genti
-mandate contro gli Ubertini e i Conti di Bagno, 93. Ambasciatore in
-Francia, 96. Nel campo dei Fiorentini contro Pisa, 105. Ambasciatore al
-re Ladislao e a Benedetto antipapa, 124. Sue _Memorie_, ricordate, ivi,
-232. Consapevole della Congiura de’ Pazzi, B 374.
-
-_Salviati Iacopo_. Sua legazione a Napoli, ricordata, C 102.
-Ambasciatore residente in Roma, 125, 165, 226, 228, 246. Gli è intimato
-il ritorno in Firenze, 249. È posto fuoco a una sua villa, 250. Difende
-le forme libere di Firenze, 313. Ragiona col Papa delle forme di
-governo da darle, e sua proposta, 322, 323. — Ved. _Medici Lucrezia_.
-
-_Salviati Maria_, moglie di Giovanni de’ Medici detto delle Bande nere,
-C 178.
-
-_Salvini Anton Maria_. Sue postille marginali all’opera _Notizie della
-vera libertà fiorentina_, ec., A 412-415.
-
-_Salvucci_. Odii e inimicizie tra essi e gli Ardinghelli, A 395.
-
-_Sambuca_, A 262. Sua castellaneria, ricordata, 484.
-
-_San Barnaba_. Costo del palio che si correva per quella festa, A 257.
-
-_San Casciano_ presso Firenze. Vi mena il guasto Castruccio
-dell’Interminelli, A 196. Vi sta in villa Niccolò Machiavelli, C 184,
-185.
-
-_San Concordio_ (_da_) _Bartolommeo_, A 176.
-
-_San Donato in Collina_. Vi fanno una scorreria gli Aretini, A 84.
-
-_Sant’Ellero_. In quel castello son morti o presi i capi dei ghibellini
-di Firenze, B 66.
-
-_Sant’Eusebio_ (_Spedale di_). Il Comune lo ricupera dalle mani dei
-grandi, A 97. È alla guardia dell’Arte di Calimala, 228. Tolto ai
-poveri dal Duca d’Atene, _ivi_.
-
-_San Firenze_ (_Chiesa di_). Vi si aduna a folla il popolo l’anno 1250,
-A 35.
-
-_San Frediano_ (_Borgo di_) in Firenze. Giuoco inventato da quegli
-uomini nella venuta del Cardinale da Prato, A 129.
-
-_San Gallo_ (_Piazza di_). Vi sono impiccati molti fuorusciti bianchi,
-A 136.
-
-_San Gallo_ (_da_) _Antonio_. Suoi lavori di fortificazione in Firenze,
-C 176.
-
-_San Gallo_ (_da_) _Francesco_. Attende alle fortificazioni della
-città, nell’assenza di Michelangiolo, C 253.
-
-_San Gallo_ (_da_) _Giuliano_. — Ved. _Poggio a Caiano_.
-
-_San Genesio_. In quella terra tiene un parlamento l’imperatore
-Federico I e un altro l’Arcivescovo di Magonza, A 13, 14. Vi è fermata
-una lega tra i Fiorentini e altre città di Toscana, 19.
-
-_San Gervasio_ presso Firenze, C 270.
-
-_San Gimignano_. In lega coi Fiorentini, A 47. Sgombrato dai guelfi,
-53. Torna in lega coi Fiorentini, 67. Vi va ambasciatore Dante
-Alighieri, 166. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni, 230. Viene
-in potere dei Fiorentini, 259. Atti della sua dedizione ricordati,
-_ivi_. Sua istoria compendiata, 389-398. Non vuole assoggettarsi al
-Catasto, B 183-184.
-
-_San Giorgio_ (_Compagnia di_). Viene contro lo Stato di Firenze, B
-42-43.
-
-_San Giorgio_ (_Porta di_). — Ved. _Vasto_ (_Marchese del_).
-
-_San Giovanni Battista_. Costo del palio che si correva in quel giorno,
-A 257. Descrizione delle feste, B 531-534.
-
-_San Giovanni Battista_ (_Chiesa di_). Colonne di porfido che vi
-stanno dinanzi, A 12. Già tempio di Marte, 31. Incrostata di marmi al
-di fuori, 179. Allagata da una piena d’Arno, 209. Si vendono le gioie
-della sua Croce d’oro, C 266. — Ved. _Ghiberti Lorenzo. Giovanni XXIII.
-Porto Pisano_.
-
-_San Giovanni_, terra nel Valdarno. Edificata dai Fiorentini, A 104.
-Occupata da Arrigo VII, 156.
-
-_San Giovannino_ (_Chiesa di_). Occupata dai soldati tedeschi che
-stavano a guardia di casa Medici, C 312.
-
-_San Girolamo_ (_Convento di_), a Fiesole. Edificato da Cosimo de’
-Medici, B 328.
-
-_San Giusto alle Monache_, castello nel Chianti. Bloccato dalle genti
-del Signore di Milano, B 65.
-
-_San Gregorio_ (_Chiesa di_). Fatta edificare dai Mozzi e fondata da
-Gregorio X, A 71.
-
-_San Lorenzo_ (_Basilica di_). Quivi presso si aduna il popolo in arme,
-A 35. Vi si pratica l’accordo tra la Repubblica e l’imperatore Carlo
-IV, 265. Ne dirige il lavoro il Brunelleschi, B 242. — Ved. _Ambrogio
-(Sant’) Marignolli Rustico_.
-
-_San Malò_ (_Cardinale di_). Viene a Pisa, C 19.
-
-_San Malò_ (_Monsignore di_). Oratore del Re di Francia in Firenze, C
-344.
-
-_San Marcello._ Vi passa coll’esercito il Ferruccio, C 293. Arso e
-quasi disfatto dai Cancellieri di Pistoia, _ivi_.
-
-_San Marco_ (_Biblioteca di_). Fondata coi libri di Niccolò Niccoli, B
-236. Vi è aggiunta la biblioteca Medicea, C 29.
-
-_San Marco_ (_Chiesa di_). Quando edificata, A 179. Ampliata, B 328. Vi
-predica il Savonarola, C 48, 49.
-
-_San Marco_ (_Convento di_). Vi si adunano i Ciompi, B 29. Ampliato,
-328. V’è aperta una scuola di Pittura, C 29. Assalito dai nemici del
-Savonarola, 53.
-
-_San Marco_ (_Frati di_). Crescono di numero, essendo priore del
-convento il Savonarola, C 29. Tenore di una loro lettera al Papa
-relativa ad esso, 57.
-
-_San Marino_ (_Comune di_). La sua libertà è protetta dai Fiorentini, A
-217.
-
-_San Martino_ (_Congregazione di_). Sua istituzione e scopo, B 324, 325.
-
-_San Miniato_ (_Chiesa di_) fuor delle porte di Firenze, A 31.
-
-_San Miniato._ Sede dei Vicari dell’imperatore onde fu detto _al
-Tedesco_, A 9, 17. In lega coi Fiorentini, 47. Sgombrato dai guelfi,
-53. Viene in potere della Repubblica, 207. Manda aiuti a Firenze
-contro il Duca d’Atene, 234. Si dà a Carlo IV, 269. Riacquistato dalla
-Repubblica, 310. Giangaleazzo Visconti cerca di ribellarglielo, B 66.
-Vi si accampa l’Aguto capitano della Repubblica, 70. Vi si scopre un
-trattato contro di essa, 201. Riforme di quella potesteria e vicariato,
-484, 493. Occupato dagli Spagnoli e ricuperato dal Ferruccio, C 262,
-263. — Ved. _Mangiadori_.
-
-_San Miniato_ (_da_) _Recupero_. Condotto a leggere nello Studio
-Fiorentino, A 368.
-
-_San Pier Gattolino_ (_Porta di_), B 17.
-
-_San Pier Maggiore_ (_Chiesa e Piazza di_). Occupate da Corso Donati, A
-120.
-
-_San Pier Martire._ Ha una statua in Firenze, A 32.
-
-_San Piero in Grado._ V’è il campo dei Fiorentini contro Pisa, B 105.
-
-_San Piero Scheraggio_ (_Chiesa di_). Vi si radunano i Consigli, A 383,
-384.
-
-_San Piero Scheraggio_ (_Sesto di_). — Ved. _Oltrarno_.
-
-_San Romano._ — Ved. _Castel del Bosco_.
-
-_San Salvi_ (_Monastero di_). Vi pone il campo Arrigo VII, A 157. Fatto
-relativo al Cenacolo ivi dipinto da Andrea del Sarto, C 250.
-
-_San Secondo_ (_da_) _Pier Maria_. — Ved. _Torre del Gallo_.
-
-_San Severino_ (_da_) _Ruberto_. Capitano di guerra della Repubblica, B
-351. Viene ostilmente in quel di Pisa, 393.
-
-_San Vincenzio_ (_Chiesa di_), A 376.
-
-_Sant’Ambrogio_ (_Porta di_), A 157.
-
-_Sant’Anna._ Sua festa in Firenze, A 236.
-
-_Sant’Antonio del Vescovo_ (_Monastero di_) fuor della porta a San
-Gallo. Vi alloggia Giovanni XXIII, B 131, 132. Quivi è aspettato, per
-ucciderlo, Piero de’ Medici, 340.
-
-_Santa Croce_ (_Chiesa di_). Vi si raduna il popolo in armi, A 35.
-Quando cominciata a edificare, 104, 179. Vi stavano le borse degli
-squittini, 202. In quel convento prende stanza il Duca d’Atene, 224.
-Questi vi fa grande festa, 226.
-
-_Santa Croce_ (_Frati di_). Hanno l’ufficio dell’Inquisizione, A 323.
-
-_Santa Croce_ (_Piazza di_). Vi tiene giostre il Duca d’Atene, A 230.
-Giostre e altre feste celebratevi, per l’acquisto di Pisa, B 116; per
-la venuta di Francesco Sforza, 254; e di Pio II, 323; per il matrimonio
-di Lorenzo de’ Medici, 353. Una ve ne combatte Giuliano suo fratello,
-364. Vi si fa il giuoco del Calcio, C 271.
-
-_Santa Croce Giorgio_. Al soldo dei Fiorentini nell’Assedio, C 256. Sta
-co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti, ivi. Sua morte e onori resigli
-in Firenze, 259. Parole del Ferruccio a proposito della sua morte, 263.
-Ricordato in lettera di Rosso Buondelmonte oratore all’Orange, 363.
-
-_Santa Gonda_. Vi pone il campo Francesco Sforza, B 254.
-
-_Santa Margherita a Montici_ presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali
-con Sciarra Colonna, C 257.
-
-_Santa Maria del Fiore_ (_Capitolo di_). Gli è donata una mitra da Leon
-X, le cui gioie poi si vendono durante l’Assedio, C 266.
-
-_Santa Maria del Fiore_ (_Chiesa di_). Quando fondata, A 104, 178, 179.
-Si prosegue, e Giotto n’edifica il campanile, 212. Procede lentamente,
-369. Sua cupola, B 240-242. Consacrata da Eugenio IV, 253. Cade un
-fulmine sulla cupola, 428.
-
-_Santa Maria degl’Innocenti_ (_Spedale di_). Sua edificazione, B 145.
-Sua entrata e uscita annua, C 205.
-
-_Santa Maria in Monte_. Viene in potere dei Fiorentini, A 199.
-
-_Santa Maria Novella_ (_Chiesa di_). Ne pone la prima pietra il
-cardinal Latino de’ Malabranca, A 73. Quivi si dà balía a Carlo di
-Valois di pacificare i guelfi, 117. Data della sua edificazione,
-179. Vi si radunano i Ciompi, B 31 _e segg_. Martino V ne consacra
-l’altar maggiore e altre parti, 138. Vi è sepolto il Patriarca di
-Costantinopoli, venuto al Concilio di Firenze, 259.
-
-_Santa Maria Novella_ (_Convento di_). Vi alloggia papa Eugenio IV, B
-253, 259. Vi si tiene il Concilio Ecumenico, 259. Vi alloggia Leon X, C
-138, 139.
-
-_Santa Maria Novella_, castello in Val di Pesa. Cade in forza d’Arrigo
-VII, A 159.
-
-_Santa Maria Nuova_ (_Spedale di_). Sua fondazione, A 179. Lasciti ad
-esso fatti, 248. Aveva gran numero di possessioni, e ciò che spendesse
-annualmente, C 205.
-
-_Santa Maria sopra Porta_ (_Chiesa di_). Vi si radunava il magistrato
-di Parte Guelfa, A 66.
-
-_Santa Petronella_ (_Monastero di_). Vi si accampa l’oste dei
-Fiorentini contro Siena, A 44.
-
-_Santa Reparata_. Costo del palio che si correva in quel giorno, A 257.
-
-_Santa Reparata_ (_Chiesa di_). Vi si erige un monumento ad
-Aldobrandino Ottoboni; poi abbattuto dai ghibellini, A 41. Vi si
-radunano i Consigli e le Capitudini, 385.
-
-_Santa Trinita_. In quella chiesa si raduna un consiglio dei neri coi
-Capitani di Parte e altri cittadini, A 112. Nel Convento fonda una
-pubblica biblioteca Palla Strozzi, B 235.
-
-_Santo Spirito_ (_Chiesa di_). Quando edificata, A 179. Ne dirige il
-lavoro Filippo Brunelleschi, B 242. Arde ed è tosto riedificata, 355.
-
-_Santo Spirito_ (_Convento di_). Vi va il popolo per rubare, ed è
-ributtato da Piero di Fronte uno dei Priori, B 13.
-
-_Santo Spirito_ (_Piazza di_). Vi si radunano in arme molti cittadini,
-C 298.
-
-_Santo Stefano_ (_Chiesa di_). Vi si raduna un consiglio dei più
-eminenti cittadini, B 161.
-
-_Sanzanome_, giudice. Sua _Cronaca latina_, citata, A 6.
-
-_Sapienza_ (_Via della_). Donde abbia un tal nome, B 235.
-
-_Sarzana_. V’è confinato Guido Cavalcanti, A 111. Vi si tratta la
-pace tra Gregorio XI e i Fiorentini, 339, 340. Questi la comprano da
-Lodovico Fregoso, B 350. I Fregosi se ne impossessano, 400. Ricuperata
-dalla Repubblica, 418. Viene alle mani di Carlo VIII, C 12; dei
-Genovesi, 34.
-
-_Sarzanello_. I Fiorentini lo comprano da Lodovico Fregoso, B 350.
-Occupato dai Genovesi, 418.
-
-_Sassetta_ (_della_) _Rinieri_, condottiero di gente d’arme. È in
-Firenze, C 124.
-
-_Sassetti_. Come divengano ricchi, B 315.
-
-_Savelli Gian Battista_. — Ved. _Rusciano_ (_Palazzo di_).
-
-_Savelli Pandolfo_ e _Butronto_ (_di_) _Niccolò_. Messi d’Arrigo VII
-in Toscana, A 150, 151. Citano e condannano in contumacia i Fiorentini,
-152.
-
-_Savello Luca_. È alla guardia di Prato pei Fiorentini, C 120, 121.
-
-_Savi_. — Ved. _Richiesti_.
-
-_Savoia_ (_di_) _Bona_. — Ved. _Sforza Galeazzo Maria_.
-
-_Savoia_ (_di_) _Filiberta_. Moglie a Giuliano di Lorenzo dei Medici, C
-132.
-
-_Savoia_ (_di_) _Luigi_. Oratore di Arrigo VII a Firenze, A 146.
-
-_Savonarola Girolamo._ Linguaggio delle sue prediche, B 461.
-Ambasciatore a Carlo VIII, C 12; istruzioni date a lui e ai suoi
-compagni d’ambasciata, 346, 347. Di nuovo ambasciatore a quel Re, 20.
-Notizie della sua vita in Firenze, 26 _e segg._ Sue lettere a Carlo
-VIII, ricordate, 34. Rinchiuso in Palagio, 53. Suoi esami, 54 _e segg_.
-Meditazioni da lui composte in carcere, 58. Sentenza contro di lui e
-sua morte, 59, 60. Si annoverano i principali che di lui scrissero,
-60. Tenuto in onore dopo morte da uomini gravissimi, 61. Falso ch’ei
-precorresse ai novatori tedeschi, 62. — Ved. _Ghinazzano_ (_da_)
-_Mariano_.
-
-_Savorigi Guidingo_. Uno dei maggiori cittadini di Firenze, A 60.
-
-_Scala Bartolommeo_, cancelliere della Signoria. Risponde a un Breve di
-scomunica di Sisto IV contro la Repubblica, B 384. Ricordato, 434.
-
-_Scali_ famiglia. Vanno in esilio, A 52. Seguono la parte dei Cerchi,
-106. Sbanditi e confinati, 125. Falliscono, 190. Privati degli uffici,
-B 61. Tre di essi banditi, 81.
-
-_Scali Giorgio_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 19, 20, 26, 27,
-34. Ammonito, 27; restituito, 474. De’ Priori, 378. Uno dei capi dello
-Stato dopo la caduta dei Ciompi, 39, 46. Decapitato, 47.
-
-_Scali Manetto_. Tiene la parte dei bianchi, A 119. Cercato a morte,
-124.
-
-_Scandali_ (_Sesto degli_). — Ved. Porta San Piero.
-
-_Scandalosi_ (_Legge degli_). Rinaldo degli Albizzi teme sia fatta
-contro di lui, B 206.
-
-_Scandicci_ presso Firenze. — Ved. _Spagnoli_.
-
-_Scarampi_. Parenti a Luca Pitti, che li favorisce in una differenza
-con papa Paolo II, B 338.
-
-_Scarampi Lodovico_, cardinale. Legato del Papa nel campo della
-Repubblica contro Niccolò Piccinino, B 268.
-
-_Scarperia_. Fabbricata dai Fiorentini, A 137, 138. Assediata da
-Giovanni da Oleggio, 262. Pier Saccone Tarlati disperde la gente dei
-Perugini andati a soccorrerla, _ivi_. I Senesi la soccorrono in favore
-dei Fiorentini, _ivi_. Occupata dalle genti di Carlo V, C 239.
-
-_Scatizza_. Imprigionato poi liberato a forza dal popolo, B 46, 47.
-
-_Schomberg Niccolò_, arcivescovo di Capua e frate di San Marco, C
-171. Persuade a Clemente VII una lega coll’Imperatore, _ivi_. Viene
-in Firenze, poi va al campo del Principe d’Orange, 246, 247; suoi
-negoziati, 372-377. Rappresentante del Papa in Firenze, 314.
-
-_Scolari_ famiglia. Fuggono e si ricovrano a Siena, A 41. Mettono
-a romore Firenze, 59. Esclusi dal tornarvi, 76. Erano in antico dei
-Buondelmonti, B 134.
-
-_Scolari Andrea_, vescovo in Ungheria, B 134.
-
-_Scolari Filippo_ detto _Pippo Spano_. Inviato dall’imperatore
-Sigismondo in Firenze, B 134. Notizie di lui, ivi, 135.
-
-_Scolari Matteo_, B 134. Ha un palagio sontuoso in Firenze, 135; dove
-alberga don Pietro di Portogallo, 144.
-
-_Scrivani e Ragionieri_ della Camera del Comune, B 485.
-
-_Secciano_ (_da_) _Ghiotto_. Dichiarato abile agli uffici di Comune, B
-35.
-
-_Semifonte_, A 10. Abbattuto dai Fiorentini, 20. — Ved. _Conti Alberti_.
-
-_Senesi_. Fanno lega con la Repubblica, A 19. In guerra con essa,
-21, 30. Si collegano cogli usciti ghibellini di Firenze, 37. Oratori
-mandati loro dalla Repubblica, 42. Sconfitti dai Fiorentini, 70.
-Creano i Nove a imitazione dei Priori dell’Arti di Firenze, 79, 80.
-Soccorrono i Fiorentini contro Arezzo, 83. Intervengono alla pace tra
-essi e i Pisani, 96. Rinnovan lega con la Repubblica, 150. Le mandano
-aiuti di gente contro Arrigo VII, 157; contro Castruccio, 186, 191;
-contro il Duca d’Atene, 234, 236; e dopo la sua cacciata, 240. Altre
-leghe coi Fiorentini, 293. Tornano dal governo del basso popolo a
-quello de’ Nove, di che si fa in Firenze gran festa, B 59, 60. Soccorsi
-da Giangaleazzo Visconti contro la Repubblica, 64. Fanno pace coi
-Fiorentini, 93, 94. Sono loro avversari nella guerra per l’acquisto
-di Lucca, 197; ed in quella contro il Re di Napoli e Sisto IV, 388.
-Respingono un loro assalto, C 34. Clemente VII tenta mutare il loro
-governo, 175, 176. Soccorrono contro i Fiorentini, gl’Imperiali di
-Carlo V, 255, 278. Uffici e preghiere della Repubblica presso di loro,
-B 542-544. — Ved. _Montepulciano. Scarperia. Toppo_ (_Pieve al)_.
-
-_Seravezza_, B 190.
-
-_Serragli_ famiglia. Arsione delle loro case, B 13. Privati degli
-uffici, 283.
-
-_Serragli Belcaro_ da Pogna. Chiede esser fatto di popolo, A 244.
-
-_Serragli Giachinotto_. Sua lettera a Niccolò Capponi, ricordata, C 227.
-
-_Serraglini_. — Ved. _Bordoni_.
-
-_Serravalle_. Vi pone il campo Castruccio, A 185.
-
-_Serristori_. Mandano gente da Figline in aiuto di Piero de’ Medici, B
-341. Nelle loro case, su’ Renai, alloggia Malatesta Baglioni a guardia
-della città, C 256.
-
-_Serristori Giovanni_. Ambasciatore a Ladislao re di Napoli, B 129.
-
-_Servi_ (_Chiesa dei_). È nel luogo anticamente detto Cafaggio, A 8.
-Vi depongono i loro segreti i Capitani di Parte Guelfa, 66. — Ved.
-_Castiglione_ (_da_) _Dante_.
-
-_Servi_ (_Ordine dei_). Viene in Firenze da Montesenario, A 33. Ad essi
-indirizza Alessandro VI il Breve di scomunica contro il Savonarola, C
-47.
-
-_Sestieri_. Loro nomi e insegne, A 382, 383.
-
-_Sesto_ presso Firenze, A 194.
-
-_Seta_ (_Arte della_). Antichissima in Firenze, A 251. Ha grande
-incremento, B 59, 140. Fonda lo Spedale degl’Innocenti, 145. È fonte
-principale di ricchezza in Firenze, 330, C 207.
-
-_Settanta_ (_Ordine e Consiglio dei_). Sua istituzione, B 404-406. Ne
-scema l’autorità, 421. Abolito alla cacciata di Piero de’ Medici, C 13.
-Ha la somma del governo, al ritorno di quella famiglia, nel 1512, 132.
-
-_Settignano_ (_da_) _Desiderio_, B 439.
-
-_Settimo_ (_Frati di_). Camarlinghi del Comune, A 64. Tenevano una
-delle chiavi del forziere ov’erano le borse degli squittini, 202.
-
-_Settine_. Che cosa fossero, B 4.
-
-_Sforza Alessandro_. Viene contro lo Stato di Firenze, B 345.
-
-_Sforza Caterina_. Soccorsa dai Fiorentini, B 419. Sposa Giovanni di
-Pierfrancesco de’ Medici, C 39. Favorisce la Repubblica nella guerra
-per la ricuperazione di Pisa, 65. Manda i figliuoli a Firenze, 71.
-
-_Sforza Costanzo_. Al soldo della Repubblica, B 394, 409.
-
-_Sforza Francesco_. Fa guerra ai Fiorentini per il Duca di Milano,
-B 194. S’accorda con loro per denari, 194, 195. Scuopre ai Senesi
-l’animo ostile della Repubblica, 195. Capitano generale della lega
-dei Fiorentini coi Veneziani e col Papa, 250. Viene in Firenze, e
-suoi fatti in servigio della Repubblica, 254, 255. Per sua cagione
-sono costretti i Fiorentini a lasciare l’impresa di Lucca, 257. Va
-a soccorrere Venezia contro il Duca di Milano per intromessa dei
-Fiorentini, 262. Neri Capponi appiana alcune differenze insorte tra lui
-e i Veneziani, 265. Sovvenuto di denari dai Fiorentini, 285, 286. Viene
-a Firenze, 288. Brani della corrispondenza tra esso e il suo oratore
-in Firenze, 299. La Repubblica gli manda oratori, 303. — Ved. _Este_
-(_d’_) _Niccolò III_.
-
-_Sforza Francesco Maria_. Fa lega con l’Imperatore, col Papa e con lo
-Stato di Firenze, e con altri, C 161, 162.
-
-_Sforza Galeazzo Maria_ duca di Milano. Viene in Firenze ed è ospitato
-da Cosimo de’ Medici, B 323. Oratori mandatigli dalla Repubblica,
-336. Questa si rifiuta a fargli un imprestito di denari, ivi, 337.
-Manda gente in aiuto di Piero de’ Medici, 340. Torna in Firenze, 345;
-e di nuovo con Bona di Savoia sua moglie, e sono alloggiati nelle
-case di Lorenzo de’ Medici, 355. Questi tiene a battesimo alcuni suoi
-figliuoli, ivi. Con lui rinnovan lega i Fiorentini, 362, 363. Va a lui
-oratore della Repubblica Donato Acciaiuoli, 363.
-
-_Sforza Giangaleazzo_. Suoi aiuti ai Fiorentini in guerra con Sisto IV,
-B 387.
-
-_Sforza Lodovico_ detto il Moro. Viene in Lunigiana, B 393. Piglia
-la protezione di Pisa contro i Fiorentini, C 34. Favorisce Lorenzo
-e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, 39. Aiuta i Fiorentini nella
-guerra contro Pisa, 65.
-
-_Siena_. Vi si ricovrano i ghibellini di Firenze, A 41; indi i Ciompi
-e altri usciti Fiorentini, B 41, 42. Battuta dai Fiorentini, 70. Nuova
-impresa da essi tentata contro di lei, C 34.
-
-_Sigillo_ del Comune, A 138.
-
-_Sigismondo_ re d’Ungheria poi imperatore. La Repubblica gli manda
-ambasciatori, B 84, 132. Implora l’aiuto di lui contro il Duca di
-Milano, 172. Differenze ed accordi con esso, 201, 202. — Ved. _Scolari
-Filippo._
-
-_Signa_. È invasa da Castruccio, che vi fa battere moneta d’oro, A 194,
-195; poi la smantella, 196. Vi soggiorna Carlo VIII, C 14, 15. — Ved.
-_Barbiano_ (_da_) _Alberico_.
-
-_Signorelli Bino_. Appicca pratiche d’accordo col Principe d’Orange, C
-290, 381.
-
-_Signorelli Ottaviano_. Amico a Malatesta Baglioni, muore nell’Assedio,
-C 285.
-
-_Signoria_ (_Priori e Gonfaloniere di giustizia_). Si fonda il palagio
-del Popolo per sua abitazione, A 104. Si comincia a trarla a sorte,
-188. Come fosse costituita, 203, 204. Spese annue per il mantenimento
-suo e della sua famiglia, 256. Sua Loggia, 369. È fatta a mano poi
-si ricomincia a trarla a sorte, B 315. Se ne rialza la dignità; suo
-Proposto, 321. Si torna a rifarla a mano, 320; e di nuovo a trarla
-a sorte, 334. Nuovamente a mano, 342, 364. È scelta dall’Ordine dei
-Settanta, 404; poi non più, 421. Va a offerta alla chiesa di San
-Giovanni il giorno di quel Santo, 533. Nuove riforme, C 26, 125, 132.
-Si ordina ch’ella segga tre mesi, 215. Abolita, 325. Giorno in cui
-cessa, 327.
-
-_Signoria_ (_Piazza della_). S’apre sulle rovine delle case degli
-Uberti, A 179. È sgombrata d’ogni impedimento, B 321. Come fosse
-addobbata e ciò che vi si facesse il giorno di San Giovanni, 532.
-
-_Siminetti_. Arsione delle loro case, B 13.
-
-_Siminetti Bartolo_ detto _Mastino_. Dà nome a una legge fatta in
-favore della Parte Guelfa, A 316, 317. Messo a morte, B 41.
-
-_Simoncino_ detto _Bugigatto_, uno dei Ciompi. Preso e torturato, poi
-messo in libertà, B 17-19.
-
-_Simone di Biagio_, corazzaio. Egli ed un suo figliuolo son morti e
-straziati dal popolo, B 48.
-
-_Sindaci dei cessanti e fuggitivi_. B 485.
-
-_Sisto IV_ (_Francesco della Rovere_). Come cominciassero le nimicizie
-tra esso e Lorenzo de’ Medici, B 360, 361. Qual parte avesse nella
-Congiura de’ Pazzi, 370. Suoi atti dopo scoppiata la Congiura, 380-384.
-Dichiara la guerra alla Repubblica ove non cacci Lorenzo, 385, 386.
-Condizioni che offre per la pace, rifiutate, 389-391. Assolve la
-Repubblica, 402. Questa cerca promuovere un Concilio contro di lui,
-410, 411. Lascia i Veneziani e passa alla parte dei Fiorentini nella
-guerra col Duca di Ferrara, 412. Istruzioni a un suo ambasciatore al Re
-di Napoli, trovandosi a quella corte Lorenzo de’ Medici, 559-563.
-
-_Smeducci Bartolommeo_. A lui fu voce che i Ciompi volessero vender
-Firenze, B 31.
-
-_Soderini_. Vanno in esilio, A 52. Arsione delle loro case, B 13.
-Restituiti in patria, C 131. Fatti ribelli, 157.
-
-_Soderini Francesco_. Ambasciatore a Sisto IV, B 402. Accompagna Carlo
-VIII nell’impresa del Regno, C 19. Fatto Cardinale, 92. Ha grandi
-benefizi in Francia, 103. Favorisce l’elezione del cardinale Giovanni
-de’ Medici al pontificato, 131. Cerca mutare lo Stato di Firenze, 154.
-Chiuso in Castel Sant’Angelo, 161.
-
-_Soderini Gian Battista_. Sua morte, C 221. Ricordato con lode, 261,
-262.
-
-_Soderini Giovan Vittorio_. Oratore all’imperatore Massimiliano, C 108.
-
-_Soderini Lorenzo_. Impiccato, C 286.
-
-_Soderini Luigi_. Decapitato, C 308.
-
-_Soderini Niccolò_. Devoto di Caterina da Siena, A 337.
-
-_Soderini Niccolò_. Cerca l’abbassamento dei Medici per restaurare la
-libertà, B 333. Suo gonfalonierato, 334, 335. Accende gli animi della
-parte avversa ai Medici, 340. Vuol muovere a rumore la plebe, 341.
-Confinato, 342. Assegno fattogli dalla repubblica di Venezia, 343.
-
-_Soderini Paolantonio_. Commissario in campo contro Pisa, C 67. Vi
-muore, _ivi_.
-
-_Soderini Paolantonio_, C 92.
-
-_Soderini Piero_. Gonfaloniere a vita, C 91, 92, 99, 103, 111, 115,
-119-123. Va in Ragusi, 123; indi a Roma e vi muore, 131. È dannata la
-sua memoria, 157.
-
-_Soderini Tommaso_. Amico a Piero de’ Medici, B 335. Oratore a Venezia,
-348. Un suo figliuolo è sbandito, 350. Dell’esperienza e del nome di
-lui si vale Lorenzo de’ Medici, 354. Due altre volte oratore a Venezia,
-363, 392.
-
-_Soderini Tommaso_. Contrasta il gonfalonierato a Niccolò Capponi, C
-215. Ambasciatore a Carlo V, 236-237. Va a Lucca, 238.
-
-_Soldanieri_. Fuorusciti di Firenze, è loro inibito il ritorno, A 76.
-
-_Soldanieri Gianni_. Tradisce i grandi, accostandosi col popolo, A 59.
-
-_Soiana_. All’assedio di quel castello muore Pier Capponi, C 36.
-
-_Soria_. Vi si consumano panni fiorentini, B 140.
-
-_Spadai_ (_Porta degli_). Rotta dai fuorusciti bianchi, A 135.
-
-_Spagnoli_ all’assedio di Firenze. Si distendono dalle Campora fin
-sotto Marignolle e a Bellosguardo, e da Monte Olivato a Scandicci, C
-257. Una loro banda è distrutta dal Ferruccio, 262.
-
-_Specchio_ del libro dei debitori del Comune, B 207, 208.
-
-_Spedito_. Degli Anziani, A 45. Consiglia di muover l’oste contro
-Siena, 46. Gli è rinfacciato il consiglio da Tegghiaio Aldobrandi,
-_ivi_.
-
-_Speziali_. Numero delle loro botteghe in Firenze, A 251.
-
-_Spini_. Vanno in esilio, A 52. Banchieri del Papa in Roma, 109, 113.
-Seguono la parte dei neri, 119. Creditori di papa Giovanni XXIII, B
-139.
-
-_Spini Geri_. Uno dei capi de’ grandi, A 104. Segue la parte dei
-Donati, 107. Confinato, 110. Uno de’ capi della parte dei guelfi neri,
-126. Va a papa Benedetto XI, 134. Con lui tratta il Cardinale degli
-Orsini venuto contro Firenze, 139. Spedisce un messo ad Arrigo VII,
-156.
-
-_Spini Ridolfo_. Dà un convito in onta del Savonarola e suoi seguaci, C
-47. Degli Otto di guardia e balìa, 54.
-
-_Spini Ugo_. Dei primi Priori cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Spinola Francesco_. Capitano dei Genovesi, fatto prigione dai
-Fiorentini, B 199.
-
-_Spinola Gherardino_. Ha guerra con la Repubblica, A 207.
-
-_Spoleto_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Squarcialapi_. — Ved. _Mortennana_.
-
-_Squittinio_. Dell’anno 1328, A 202, 203. Del 1342, 237, 238. Del
-1343, 242. Del 1378, B 27. Del 1381, 515, 516. Del 1382, 52. Del
-1385, 514. Del 1391, 515, 516. Del 1396, 516-518. Del 1444, detto _del
-fiordaliso_, 282. Del 1465, 334. Del 1495, C 24. Del 1530, 312.
-
-_Stabili Francesco_. Arso in Firenze; cenni della sua vita e opere, A
-174, 204-205.
-
-_Stampàce_, Rocca di Pisa. Presa dai Fiorentini, C 66.
-
-_Statuti_. Loro riforma, B 145.
-
-_Stefani Marchionne_. Dei Dieci di Libertà, A 318. Uno dei commissari
-fiorentini in Bologna, nella guerra con Gregorio XI, 330. Suo dubbio
-animo verso Caterina da Siena, 337. Si mostra acerbo a Giannozzo
-Sacchetti, B 40. È a parte dello Stato dopo la cacciata dei Ciompi, 45.
-Della sua Cronaca, 231-232. Ascritto alle Arti minori, 232.
-
-_Stefano IX_. Muore in Firenze, A 8.
-
-_Stefano_ duca di Baviera. Ha denari dalla Repubblica per scendere in
-Italia contro il Conte di Virtù, B 67.
-
-_Stilicone_. Rompe le genti di Radagasio presso Fiesole, A 2.
-
-_Stinche_ (_Carcere delle_). Donde avesse un tal nome, A 132-133. Data
-della sua edificazione, 179. Entrata che ne veniva in Comune, 255.
-Rotto dal popolo, C 131, 132.
-
-_Stinche_ (_Soprastanti delle_). Ordine ad essi dato, B 490.
-
-_Strada_ (_da_) _Zanobi_, poeta. Coronato dall’imperatore Carlo IV, A
-368.
-
-_Strinati Neri_. Sua _Cronichetta_, ricordata, A 191.
-
-_Strozzi_. Tengono la parte dei guelfi neri, A 126. Uno di essi
-congiura contro lo Stato, B 40. Un altro è giustiziato, 42. Due
-sbanditi, 81. Imparentati con Cosimo dei Medici, 209. Bando dato a un
-altro di loro, B 350.
-
-_Strozzi_ (_Palazzo degli_). — Ved. _Pollaiolo_ (_del_) _Simone_.
-
-_Strozzi Andrea_. Suo attentato per farsi signore di Firenze, A 239.
-
-_Strozzi Bernardo_ detto _Cattivanza_. Fatto prigione a Gavinana, C 295.
-
-_Strozzi Carlo_. È tra i maggiori della Parte Guelfa, B 12. Manomesso
-da un popolano, _ivi_. Gli sono arse le case, 13. Tumultua coi
-compagni tornato in patria dal bando del 1378, 52-53. — Ved. _Strozzi
-Maddalena_.
-
-_Strozzi Filippo_. Va a Napoli a chiedere un salvacondotto per Lorenzo
-de’ Medici, B 396. Altre notizie di lui, C 118, 119.
-
-_Strozzi Filippo_ di Filippo. Condannato in denari e confinato, C 119.
-Oratore a Francesco I di Francia, 138. Con lui si consiglia Lorenzo
-de’ Medici duca d’Urbino, 144. Altre notizie di lui e sue qualità, 155,
-166. Si adonta di servire a Ippolito e Alessandro de’ Medici, 209. Si
-adira con Clemente VII, 212. Accompagna Ippolito e Alessandro nella
-loro partenza da Firenze, e accusa che gli vien fatta, 213. Va ai suoi
-banchi di Lione, 219. È infermo in Lucca, poi va a Roma, 249. Sospetto
-al Papa, 313. Ragiona con lui della forma da dare al governo di
-Firenze, 322, 323. Viene a Firenze e si adopra a favore del Principato,
-324. Brevi notizie di lui sotto Cosimo I, 329, 330.
-
-_Strozzi Giovambatista_. È ai servigi degli oratori fiorentini presso
-il Principe d’Orange, C 375.
-
-_Strozzi Leone_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249.
-S’acquista fama nelle armi, 239.
-
-_Strozzi Lorenzo_. Sua _Vita_ di Palla Strozzi, ricordata, B 223.
-
-_Strozzi Lorenzo_. Oratore al Principe d’Orango in compagnia di Rosso
-Buondelmonte e loro lettere ai Dieci, C 246, 370. Torna a Firenze, 370.
-Va a capitolare nel Campo Cesareo sotto Firenze, 299.
-
-_Strozzi Maddalena di Carlo_. Si marita a Luchino Novello dei Visconti,
-B 53.
-
-_Strozzi Marcello_. Oratore a Venezia, B 186. Insegna leggi nello
-Studio Fiorentino, 234.
-
-_Strozzi Marco_. Commissario di Volterra con Gian Battista Gondi, C 288.
-
-_Strozzi Matteo_. Oratore a Carlo V, C 236, 237. Va in Venezia ai suoi
-banchi, 238.
-
-_Strozzi Palla_. È dei maggiori dello Stato, B 150. Oratore a Venezia,
-172; a Ferrara, 177. Commissario a Volterra, 184. De’ Dieci della
-guerra, 188. Sua ricchezza, 222. Sua Vita scritta da Lorenzo Strozzi,
-ricordata, 222-223. Bandito, 248. Muore, _ivi_. — Ved. _Parentucelli
-Tommaso. Pandolfini Agnolo, Santa Trinità_.
-
-_Strozzi Pazzino_. Oratore a Carlo IV, A 398.
-
-_Strozzi Piero_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249.
-Impresa di lui e degli altri fuorusciti contro Cosimo I de’ Medici,
-329.
-
-_Strozzi Roberto_. Visita Filippo suo padre infermo in Lucca, C 249.
-
-_Strozzi Smeraldo_. Eccettuato da una sentenza di remozione dagli
-uffici, B 472.
-
-_Strozzi Tommaso_. Parte che ebbe nei moti del 1378, B 19, 20, 24,
-25. Uno dei capi dello Stato dopo la caduta dei Ciompi, 39, 46. Va a
-Mantova ove trapianta un ramo della sua famiglia, 48.
-
-_Studio Fiorentino_. Sua istituzione, A 368; e altre notizie del
-medesimo, ivi. B 234, 235, C 29.
-
-_Suriano Antonio_. Oratore Veneto in Firenze, C 228.
-
-_Susinana_ (_da_) _Maghinardo_. Prende in moglie una dei Tosinghi, A 77.
-
-
-T.
-
-_Tafi Andrea_, A 177.
-
-_Talamone_. A quel porto avviano i commerci i Fiorentini per levarli da
-Porto Pisano, A 300-302; poi si rimuovono da tal proposito, 309.
-
-_Tamburo de’ Grandi_. — Ved. _Grandi_.
-
-_Taranto_ (_Principe di_), fratello del re Roberto di Napoli, mandato
-da lui in aiuto dei Fiorentini, A 161. Un suo figliuolo muore alla
-battaglia di Montecatini, _ivi_.
-
-_Tarlati_ di Pietramala. Congiurano coi grandi di Firenze, A 222. Uno
-di quella famiglia è del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze, 230.
-Tentano rientrare in Arezzo, ma vi si oppongono i Fiorentini, 331. Si
-mettono in protezione della Repubblica, B 156.
-
-_Tarlati Giantedesco_. Va in aiuto dei Senesi contro i Fiorentini, B 65.
-
-_Tarlati Guido_, vescovo d’Arezzo. Reca danni a’ Fiorentini durante
-la guerra tra essi e Castruccio, A 196. Nasce da una donna de’
-Frescobaldi, 222.
-
-_Tarlati Marco_. Cede a’ Fiorentini Anghiari e altre castella di Val di
-Tevere, B 58.
-
-_Tarlati Pier Saccone_. Cede Arezzo ai Fiorentini, A 213, 214. Nasce da
-una donna de’ Frescobaldi, 222. — Ved. Scarperia.
-
-_Tartaglia_. Sue differenze con Sforza Attendolo, composte da Gino
-Capponi, B 106, 109, 110.
-
-_Tavola_. — Ved. _Catasto_.
-
-_Tedaldi Bartolo_. Commissario in Volterra, C 278. Gli è dato lo
-scambio, 288.
-
-_Tenedo_. Per la distruzione di quell’isola fanno un deposito i
-Veneziani in mano dei Fiorentini, B 58, 59.
-
-_Terranuova_ nel Valdarno. Fondata dai Fiorentini, A 215.
-
-_Tessa_ serva della famiglia Portinari. Alla sua pietà si deve la prima
-origine dello Spedale di Santa Maria Nuova, A 179, 180.
-
-_Tessa_ o _Contessa_. Nome proprio di donna, comune in Firenze, e
-perchè, A 11.
-
-_Tharbes_ (_Vescovo di_). Ambasciatore del Re di Francia a Clemente
-VII, durante l’assedio di Firenze, C 273-276.
-
-_Tincherari Matteo_. Esecutore degli Ordinamenti di Giustizia, B 507.
-
-_Tinucci Niccolò_. Sua Esamina citata, B 188. Non è da porre in essa
-gran fede, 207.
-
-_Tira_ (_Il_). Uno dei Ciompi, cassato dall’ufficio dei Priori, B 36.
-
-_Tizzana_. Vi pone il campo Giovanni Aguto capitano dei Fiorentini, B
-71.
-
-_Tizzoni_. Nelle case di quella famiglia abitava il Capitano del
-Popolo, A 79.
-
-_Todi_. Si ribella alla Chiesa coll’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Tolentino_ (_da_) _Niccolò_. Al soldo dei Fiorentini, B 177, 199, 200.
-Grande amico a Cosimo de’ Medici, 207. Rinchiuso questi in Palagio,
-vorrebbe venire a liberarlo, 212. Sua morte ed esequie fattegli in
-Firenze, 219, 220.
-
-_Tolosini Nastasio_. Dei primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, A 422.
-
-_Tomacelli Marino_. Oratore del Re di Napoli in Firenze, B 338.
-
-_Tonti Pierantonio_ da Pistoia. Muore a Gavinana, C 384.
-
-_Toppo_ (_Pieve al_). Gli Aretini vi sconfiggono i Senesi collegati
-della Repubblica, A 84.
-
-_Tornabuoni_. Come divengano ricchi, B 315.
-
-_Tornabuoni Giovanni_ zio di Lorenzo de’ Medici. Cura in Roma le
-ragioni di quella Casa, B 360.
-
-_Tornabuoni Giovanni_. Sta fuori di Firenze e gli è intimato il
-ritorno, C 249.
-
-_Tornabuoni Lorenzo_. Decapitato, C 40, 41.
-
-_Tornabuoni Lucrezia,_ moglie di Piero di Cosimo de’ Medici, B 327.
-Ricordata in una lettera di Dietisalvi Neroni, 344. Suoi componimenti
-poetici ricordati, 352.
-
-_Tornaquinci_. Vanno in esilio, A 52. Loro case ricordate, 60. Sono
-in guerra coi Rossi, 92. Seguono la parte dei Donati, 107. Fanno
-grandissimi mali essendo in Firenze Carlo di Valois, 122. Tengono la
-parte dei guelfi neri, 126.
-
-_Tornaquinci Giovanni_. Muore con un figliuolo e altri di quella
-famiglia a Montaperti, A 50.
-
-_Tornaquinci Ugolino_. Suo consiglio circa al rispondere agli oratori
-di Arrigo VII, A 146.
-
-_Torre_ (_Ufficiali di_), B 529.
-
-_Torre del Gallo_ presso Firenze. Vi alloggiano gl’Imperiali col conte
-Pier Maria da San Secondo, C 25.
-
-_Toscana_. Soggetta ai Goti, A 2. Viene in retaggio alla Contessa
-Matilde, 8. Qual fosse l’autorità dei suoi Duchi e Marchesi, 17.
-Forma una Lega guelfa, 19. Torna ghibellina, 55. Formazione della sua
-lingua, e vita che vi pigliano le lettere, 341-345. Governata da una
-Reggenza dopo l’estinzione della Dinastia Medicea, C 336. Suo stato
-sotto i Lorenesi, ivi-339. Parte da essa presa nei moti per il riscatto
-nazionale, 339, 340.
-
-_Toscanelli Paolo_. Notizie di lui e delle sue opere, B 435, 436.
-
-_Toscani Matteo_. Potestà di Firenze, B 378, 555.
-
-_Toschi_ famiglia. Arsione delle loro case, A 130.
-
-_Tosinghi_. È abbattuto il loro edifizio detto il _Palazzo_, in Mercato
-Vecchio, A 33. Vanno in esilio, 52. Loro brighe con gli Adimari, 73.
-Mercanti in Ungheria, B 134. — Ved. _Della Tosa. Susinana_ (_da_)
-_Maghinardo_.
-
-_Tosinghi Baschiera_. Tenta con gli altri fuorusciti bianchi un’impresa
-contro Firenze, A 134, 135.
-
-_Tosinghi Ceccotto_. Sue imprese in compagnia del Ferruccio, C 262.
-Parere da esso reso in Consiglio negli ultimi giorni dell’Assedio, 298.
-
-_Totila_. Non è vero che fosse sconfitto a Fiesole, A 2. Assedia
-Firenze, ivi.
-
-_Tranchedini Nicodemo_. Oratore del Duca di Milano in Firenze e
-consigliere di Piero de’ Medici, B 338.
-
-_Trasimeno_ (_Lago_). Cagione di brighe tra i Fiorentini e i Perugini,
-A 29.
-
-_Tratte_. — Ved. _Imborsazioni_.
-
-_Traversari Ambrogio_. Notizie di lui e de’ suoi scritti, B 235, 236.
-
-_Trentasei_ (_Ufficio dei_), A 59.
-
-_Trinci_ di Foligno. Raccomandati della Repubblica, B 156.
-
-_Trinciavegli Albizzo_. Ambasciatore a Siena, A 42.
-
-_Trivulzio Giovan Giacomo_. — Ved. _Buondelmonti Benedetto_.
-
-
-U.
-
-_Ubaldini_. Favoriscono i fuorusciti bianchi di Firenze, A 133. Imprese
-della Repubblica contro di loro, 137, 216. Congiurano coi grandi di
-Firenze, 222. Mandano doni al Duca d’Atene, 230. I Fiorentini finiscono
-di abbattere la loro potenza, 320. Rialzano il capo, B 91. — Ved.
-_Adimari Bindo. Ostale._
-
-_Ubaldini Giovanni_. Viene in aiuto de’ Senesi contro i Fiorentini, B
-65. Muore, _ivi_.
-
-_Ubaldini Ottaviano_, cardinale. È dei capi di parte ghibellina, A
-32. Fa gran festa della sconfitta dei Fiorentini a Montaperti, 53.
-Sua predizione circa i ghibellini di Firenze, 65. Uno dei primi poeti
-toscani, 173. Atto col quale, in forza d’un Breve di Clemente IV, che
-ivi si riporta, assolve la Repubblica dalle censure incorse essendo
-ella in dipendenza del Re Manfredi, 373-377.
-
-_Ubaldini da Gagliano_ (_degli_) _fra Roberto_, C 57.
-
-_Uberti_. Suscitano le discordie civili, A 15, 16. Nemici ai
-Buondelmonti, 27. Insolentiscono contro il popolo; questo si leva
-contro di loro e gli altri nobili, 34, 35. Si ricovrano a Siena, 41.
-Mettono a rumore Firenze, 59. Alcuni di loro morti o presi; atto eroico
-d’uno di loro, 66, 67. Condotti a Firenze e chiusi nella torre del
-Palagio, 67. Si riconciliano coi Buondelmonti, 73. Esclusi dal tornare
-in Firenze, 76. Tre di loro muoiono a Campaldino, 87. Uno difende
-Pistoia contro i Fiorentini e i Lucchesi, 125. La plebe bacia le loro
-armi in Firenze, 128. Uno di loro è tra i quattordici caporali bianchi
-richiamati dal Cardinale da Prato, 130. Tengono grande stato fuor di
-Firenze, 134. Magnificati nelle _Cronache_ del Malespini e del Villani,
-429, 430. — Ved. _Signoria_ (_Piazza della_).
-
-_Uberti Azzolino_. Decapitato, A 70.
-
-_Uberti Farinata._ È dei capi di parte ghibellina, A 32. Capo
-dell’ambasceria dei fuorusciti al Re Manfredi, 43. Inganno teso da lui
-ai Fiorentini, 45. S’oppone agli altri ghibellini che volean distrugger
-Firenze, 53, 54. Rammentato per l’ultima volta nelle Storie, 54. I suoi
-figliuoli e congiunti sono esclusi dal tornare in Firenze, 74. — Ved.
-_Cavalcanti Cavalcante_.
-
-_Uberti Fazio_, A 368.
-
-_Uberti Lapo_, poeta, A 173.
-
-_Uberti Neracozzo_. Decapitato, A 70.
-
-_Uberti Piero_, soprannominato l’Asino. Uccide Cece de’ Buondelmonti, A
-54, 55.
-
-_Uberti Schiatta_. Prende parte alla uccisione di Buondelmonte dei
-Buondelmonti, A 27.
-
-_Uberti Schiattuzzo_. Ucciso a furia di popolo, A 41.
-
-_Uberti Tolosato_. Capitano di Pistoia, A 134. Tenta cogli altri
-fuorusciti bianchi un’impresa contro Firenze, ivi-136.
-
-_Uberti Uberto_. Ha mozzo il capo, A 41.
-
-_Ubertini_ (_Conti_). È loro vietato di accostarsi ad Arezzo, A
-215. Mandano doni al Duca d’Atene, 230. Si danno in accomandigia ai
-Fiorentini, B 58. Fatti ribelli, 81. La Repubblica manda gente contro
-di loro, 93.
-
-_Ubertini Buoso_, vescovo d’Arezzo. È del Consiglio del Duca d’Atene in
-Firenze, A 230.
-
-_Ubertini Guglielmo_ o _Guglielmino_, vescovo d’Arezzo. Capo di parte
-ghibellina, A 82, 83. È nell’oste dei ghibellini a Campaldino e vi è
-morto, 84, 85, 87.
-
-_Uccello Paolo_. Dipinge l’effigie di Giovanni Aguto nel Duomo di
-Firenze, B 82.
-
-_Uffici estrinseci_. Loro nomi, ordine e attribuzioni, B 530, 531.
-Riforma d’alcuni di essi. — Ved. ai respettivi nomi.
-
-_Uffici intrinseci_. — Ved. ai respettivi nomi.
-
-_Ugo_ marchese di Toscana. Fondatore di badie, A 26.
-
-_Ugolini Baccio_. Oratore a Basilea, B 411.
-
-_Ugolino_, lanaiuolo. I Ciompi gli ardono le case, B 19.
-
-_Ulrico_ marchese di Toscana, A 13.
-
-_Ungheria_. Vi hanno grande commercio i Fiorentini, B 134. Vi edifica
-chiese e altri luoghi per il culto Filippo Scolari, 135.
-
-_Uomini da bene_. Parte politica in Firenze, B 210.
-
-_Urbano V_. S’intromette per una pace tra i Fiorentini e i Pisani, A
-307. Stringe lega con la Repubblica contro le compagnie di ventura,
-308, 310. Oratori della Repubblica a lui, 315.
-
-_Urbano VI_. Gli sono inviati oratori dai Fiorentini, A 340. Pace tra
-esso e la Repubblica, B 15.
-
-_Urbino_ (_Conte d’_). — Ved. Montefeltro (di) Antonio e Guidantonio.
-
-_Urbino_ (_Vescovo d’_). Mandato da Gregorio XI in Firenze a praticare
-la pace tra lui e i Fiorentini, A 339.
-
-_Urbino_ (_da_) _Gentile_. Maestro di Lorenzo de’ Medici, B 352.
-Vescovo d’Arezzo, 354, 355.
-
-_Urlimbacca_ tedesco. Soldato caro ai Fiorentini; preso nella battaglia
-dell’Altopascio, A 193.
-
-_Usura_. Vizio usuale in Firenze, B 6. Si fa una legge contro gli Ebrei
-che la esercitano, C 32.
-
-_Uzzano_, castello dei Lucchesi. Viene in potere dei Fiorentini, B 257.
-
-_Uzzano_ (_da_) _Giovanni_. Sue Antiche scritture sul commercio dei
-Fiorentini, citate, B 141.
-
-_Uzzano_ (_da_) _Niccolò_. Gonfaloniere, B 78. Oratore a Venezia,
-85. Prigione del Duca di Milano, 90. Riscattato, ivi. Tiene agenti di
-commercio in Ungheria, 134. Esecutore testamentario di Giovanni XXIII,
-139. De’ Consoli di mare, 141. Uno dei capi dello Stato, 150. Sua
-grande autorità nei Consigli, 151 _e segg_. De’ Dieci della guerra,
-158. Suoi concetti circa a una riforma dello Stato, 167-169. Mette
-innanzi la formazione del Catasto, e in che somma venga tassato, 179,
-182. Si oppone al consiglio di muover guerra al Signore di Lucca, 186.
-Compiange la morte di Giovanni de’ Medici, 187. Muore, _ivi_. De’ Dieci
-della guerra, 188. Voce ch’ei si opponesse alla compra di Lucca da
-Francesco Sforza, 195. Lascia una parte d’eredità per la fabbrica di un
-Collegio da unirsi allo Studio, 235. — Ved. _Cavalcanti Giovanni_.
-
-
-V.
-
-_Vacchereccia_ (_Via_). Incendio ivi successo, A 131.
-
-_Vada_. Fortezza tolta da Ferdinando I d’Aragona ai Fiorentini e da
-essi recuperata, B 307.
-
-_Vaiai e Pellicciai_ (_Arte dei_), B 494.
-
-_Valacchi_. Parte politica in Firenze, B 210.
-
-_Valdarno_. Quegli uomini sono posti in libertà dalla Repubblica, A 216.
-
-_Valdarno inferiore_. Riforme del suo vicariato, B 484, 493.
-
-_Val di Chiana_. Occupata da Vitellozzo Vitelli, C 77.
-
-_Val di Lamone_. Quegli uomini si oppongono al passaggio della Gran
-Compagnia per l’Appennino, A 296 e segg.
-
-_Val di Nievole_. I Fiorentini n’ordinano il governo, A 261. Riforma
-del suo vicariato, B 484, 493.
-
-_Val di Pesa_. Le dà il guasto Castruccio degli Interminelli, A 196.
-
-_Val di Tevere_. — Ved. _Tarlati Marco_.
-
-_Valialla_. Viene in potere della Repubblica, B 271.
-
-_Vallombrosa_. — Ved. _Giovanni Gualberto_.
-
-_Vallombrosa_ (_Abate di_) della famiglia da Beccaria. Giustiziato, A
-41.
-
-_Vallombrosani_ (_Monaci_). Cinque di loro fanno parte della famiglia
-del Palagio, A 204.
-
-_Valois_ (_di_) _Carlo_, A 113 _e segg._
-
-_Valori_, famiglia. Mercanti in Lione, C 310,
-
-_Valori Baccio_. Commissario generale del Papa presso il Principe
-d’Orange, è dichiarato ribelle e traditore della patria, C 249. Arbitro
-del governo di Firenze con Malatesta Baglioni, 300. Ferma i capitoli
-di resa della città in nome del Papa, _ivi_, 301. Sua autorità dopo la
-capitolazione, 302-306. Resta solo a comandare, partito il Baglioni,
-307 _e segg_. Va presidente della Romagna, 314. Viene in Firenze e
-pratica per farne assoluto signore Alessandro de’ Medici, 324, 325. Si
-tiene mal sodisfatto da quella famiglia e si mette tra i fuorusciti,
-329. Sua fine, 330. — Ved. _Giullari_ (_Pian di_). _Gonzaga Ferrante.
-Medici Ippolito. Vettori Paolo_.
-
-_Valori Bartolommeo_. Sua risposta al re Ladislao, B 124. Oratore a
-Martino V, 137. Uno degli esecutori testamentari di Giovanni XXIII,
-139. È tra i maggiori dello Stato, 150. — Ved. _Giovanni XXIII_.
-
-_Valori Francesco_. Avverso ai Medici, C 13. Sta tutto col Savonarola,
-35. Gonfaloniere, 38. Fa condannare a morte cinque dei primari
-cittadini, 41. Sua trista fine, 53-54. — Ved. _Cambini Andrea_.
-
-_Valori Francesco_. Ambasciatore a Carlo V, C 318.
-
-_Varano_ (_da_) signori di Camerino. Vengono contro lo Stato di
-Firenze, B 345.
-
-_Varano_ (_da_) _Ridolfo_. Capitano di guerra della Repubblica nella
-guerra contro i Pisani, A 304; e in quella con Gregorio XI, 330. Si
-volta alla parte della Chiesa, 331.
-
-_Varchi Benedetto_. Del suo _Ercolano_, B 466. Suo giudizio del
-Machiavelli, C 183; di Malatesta Baglioni, 291.
-
-_Vasari Giorgio_. — Ved. _Salviati Francesco_.
-
-_Vasto_ (_Marchese del_). S’accampa sotto Firenze presso la porta a San
-Giorgio, C 257. Si mette intorno a Volterra, l’assalta e n’è respinto,
-282.
-
-_Velluti Donato_. Dei Priori creati dal Duca d’Atene, A 230. Ha mano
-in un’impresa contro Pistoia, 261. Ambasciatore a Siena, 263. Altre
-notizie di lui; sua Cronaca, ricordata, 271, 314.
-
-_Velluti Donato_. Chiuso in carcere, B 222.
-
-_Venezia_. Commercio che vi fanno i Fiorentini, B 140. Cosimo de’
-Medici vi fa edificare la biblioteca dei Monaci Benedettini in San
-Giorgio, col disegno del Michelozzi, B 221. I Fiorentini vi hanno una
-Confraternita, C 310.
-
-_Veneziani_. S’interpongono per la pace tra i Fiorentini e il re
-Ladislao di Napoli, B 125. Vogliono che i Fiorentini abbandonino i
-commerci d’Alessandria, 142. Paragone tra le due Repubbliche, 149, 150.
-Ambasciatori mandati ad essi dai Fiorentini, 172; e lega tra i due
-Stati, 173, 174. In compagnia dei Fiorentini sconfiggono i Genovesi,
-199. Va oratore a loro Cosimo dei Medici, 207. Mandano oratori a
-Firenze a favore di lui, 215. Oratori mandati loro dalla Repubblica,
-B 249, 250, 256, 257. Rinnovan lega coi Fiorentini, 261, 262. Nuove
-legazioni dei Fiorentini a loro, 288, 304. Comincia la divisione
-aperta tra le due Repubbliche, 305. Non vorrebbero che i Fiorentini
-mandassero le loro galee in Levante, 335. Con essi cerca di far lega
-la parte avversa ai Medici, 339. Prendono alcune navi cariche di robe
-dei Fiorentini, 356; poi le rendono, 348. Fanno pace con loro, 349.
-Favoriscono la ribellione di Volterra, 358, 359. Nova lega tra essi e i
-Fiorentini, 363. Confortano i Fiorentini a rendere al Papa il Cardinale
-Riario, 382. Come li soccorressero nella guerra col Papa, 387, 392.
-Non entrano nella pace fatta tra i Fiorentini e il re Ferdinando di
-Napoli, 400. Pigliano la protezione dei Pisani contro della Repubblica,
-C 34, 36. Favoriscono il ritorno di Piero de’ Medici in Firenze, 40.
-Continuano ad aiutar Pisa, 64. Ritirano le loro genti dalla Toscana,
-66. Sordi alle istanze dei Fiorentini che li richiedevano d’aiuti
-contro Carlo V ed il Papa, 240. Raccettano gli esuli Fiorentini dopo
-la caduta della Repubblica, 310. — Ved. _Soderini Niccolò. Soderini
-Tommaso. Strozzi Marcello. Tenedo._
-
-_Ventiquattro_ cittadini creati a rivedere le sentenze di ammonizione
-proferite dai Capitani di Parte, A 314, B 1, 11.
-
-_Vergerio Pier Paolo_. Insegna nello Studio Fiorentino, B 234.
-
-_Vernio_ (_Contea di_). Passa dai Cadolingi nei Conti Alberti e poi nei
-Bardi, A 215; che tengono la parte dei Medici contro la Repubblica, C
-285.
-
-_Vernio_ (_di_) _conte Nerone_. Si cassano alcuni bandi e condanne
-fatte contro di lui, A 401.
-
-_Verrazzano_ (_da_) _Bernardo_. Uno dei Commissari della milizia
-cittadina in Firenze, C 299.
-
-_Verrazzano_ (_da_) _Lodovico_. Oratore a Venezia, B 249.
-
-_Verrucola_. Viene alle mani dei Fiorentini, B 104.
-
-_Vescovo_. L’aveva Firenze nel quarto secolo, A 3. Cacciato poi
-rimesso, 13. Donazioni fattegli dai nobili del contado, 29. Suo palazzo
-nuovo, ricordato, 376.
-
-_Vespucci Amerigo_. Onore insolito reso a lui dalla Repubblica, C 115.
-
-_Vespucci Giovanni_. Due volte rinchiuso nelle Stinche, B 283.
-
-_Vespucci Guidantonio_. Ambasciatore a Luigi XI, B 390. Conchiude un
-trattato con Carlo VIII, C 34. Sta col Savonarola, 35. Tenta sottrarre
-a morte cinque dei primari cittadini, 41. Va nelle ambascerie, 88. Sua
-proposta nel Consiglio Grande, e che gliene avvenga, 89. Lettere dei
-Dieci di Balìa a lui e a Piero Capponi oratori in Francia, 343-345.
-
-_Vespucci Piero_. Rinchiuso nelle Stinche, B 378.
-
-_Vettori_. Consorti dei Capponi, B 101.
-
-_Vettori Andrea_. Corre pericolo di una condanna capitale, B 101.
-Motteggiato dall’Aguto, 197.
-
-_Vettori Francesco_. Oratore all’imperatore Massimiliano, C 103.
-Commissario in campo contro Francesco I, poi oratore a quel Re, 138.
-Consigliere di Lorenzo de’ Medici duca d’Urbino, _ivi_. Oratore a
-Clemente VII, 177. Si riporta il fine della sua _Storia_ dove parla del
-Sacco di Roma, 182. Avverso al Principato, 209. Vive oscuro in Pistoia,
-219. Di nuovo oratore al Pontefice, 246, 247. Gli è intimato il
-ritorno, 249. Torna dopo l’Assedio e la resa della città, 312-313. Si
-adonta di sottostare a Baccio Valori, 313. Di un suo _Discorso_ intorno
-alla riforma dello Stato di Firenze, 321. Si accorda a farne assoluto
-signore Alessandro de’ Medici, 324. — Ved. _Vettori Paolo_.
-
-_Vettori Paolo_. Egli e Francesco suo fratello e Baccio Valori
-costringono il gonfaloniere Soderini a uscire di Palagio, C 122.
-Deputato dai Medici alla guardia della Piazza e del Palagio, 125.
-Capitano dell’armata della Chiesa, 153. Sottoscrive una lega dello
-Stato di Firenze col Papa, con l’Imperatore e con altri, 161-162.
-
-_Vettori Piero_. È tra i cittadini armatisi contro la Signoria negli
-ultimi giorni dell’Assedio, C 298.
-
-_Viareggio_. Tolto dai Fiorentini ai Lucchesi, B 255.
-
-_Vicchio_. Vi va ad albergo la Gran Compagnia, A 299.
-
-_Vico Pisano_. Sostiene a lungo l’assedio dei Fiorentini, B 104.
-
-_Villani Giovanni_. Erra, scrivendo che Arrigo IV venisse a Firenze
-da Siena, A 8. Sua prima età, 89, 90, 117. Si tocca della sua Cronaca,
-172. Fa parte di una compagnia mercantile che tratta di comprar Lucca
-dai tedeschi ribellatisi a Lodovico il Bavaro, 207. Muore di peste,
-248. Dimora più anni in Bruggia di Fiandra, 252. Confronto della sua
-Cronaca con quella del Malespini, 427, 432. Come chiamasse Marin Sanudo
-la lingua da lui adoperata, 465. — Ved. _Compagni Dino_.
-
-_Villani Filippo_. Continuatore della Storia di Matteo suo padre, A
-305. Illustra pubblicamente la _Divina Commedia_, B 234.
-
-_Villani Matteo_. È il solo degli storici che parli largamente delle
-prime relazioni dei Fiorentini con l’imperatore Carlo IV, A 273-275.
-Avverso al magistrato di Parte Guelfa, 289. Muore, 305. Devoto a
-Niccolò Acciaiuoli gran siniscalco, 312. Ammonito, 313. Sua _Cronaca_
-citata, B 7, 8.
-
-_Vinci_ (_da_) _Leonardo_, B 436-438.
-
-_Visconti_. Con loro fanno lega i Fiorentini, A 208.
-
-_Visconti Azzo_. Viene in aiuto di Castruccio contro la Repubblica, A
-193 _e segg._
-
-_Visconti Bernabò_. Manda aiuti ai Fiorentini contro la Gran Compagnia,
-A 300; poi a’ Samminiatesi contro i Fiorentini, 310. Ricordato a
-proposito di una congiura contro lo Stato di Firenze, 311. Con lui si
-collegano i Fiorentini, 324. Un suo ambasciatore offre di trattare la
-pace tra essi e Gregorio XI, 334. Entra egli mediatore per detta pace,
-339.
-
-_Visconti Filippo Maria_. Richiede i Fiorentini di pace, B 155. Manda
-oratori a Firenze, 157. Non vuol ricevere quelli inviatigli dalla
-Repubblica, ivi. Come conduca la guerra contro di essa, 175. Fa pace,
-177. Manda oratori a Firenze, 192. Va oratore a lui Lorenzo di Giovanni
-de’ Medici, 193. Attraversa l’impresa dei Fiorentini contro Lucca, 195.
-Guerra tra lui e i Veneziani collegati dei Fiorentini, 198-202. Tien
-mano in una congiura contro di loro, 249. Fa pace e lega con essi, 251;
-rotta indi a poco, 252. Nuova guerra tra lui e i Fiorentini, 253, 263
-_e segg._ Nuova pace, 274. Nuove ostilità tra i due Stati, 288, 289.
-Muore e sue qualità, 289, 290.
-
-_Visconti Gabriele Maria_ signore di Pisa. Ha un colloquio con
-Maso degli Albizzi, B 98. Suo accordo circa alla vendita di Pisa ai
-Fiorentini, 99.
-
-_Visconti Giangaleazzo_, Conte di Virtù. Fa guerra alla Repubblica,
-B 64 _e segg._ Lodo pronunziato tra le due parti, 71, 72. Oratori
-inviatigli dalla Repubblica, 83. Muore, 91. — Ved. _Ricci Giovanni.
-Salutati Coluccio_.
-
-_Visconti Giovanni_, arcivescovo di Milano. Sua guerra coi Fiorentini,
-A 261-266.
-
-_Visconti Giovanni_ da Oleggio. Sue imprese contro i Fiorentini, A 262,
-263. Ricordato a proposito di una congiura contro lo Stato di Firenze,
-311.
-
-_Visconti Luchino Novello_. — Ved. _Strozzi Maddalena_.
-
-_Visconti Marco_. Viene in Firenze a trattare la vendita di Lucca alla
-Repubblica, A 207.
-
-_Visconti Matteo_. I Fiorentini soccorrono la Chiesa in guerra contro
-di lui, A 184.
-
-_Visdomini_. Seguono la parte de’ Donati, A 107.
-
-_Visdomini Cerrettieri_. Intimo del Duca d’Atene, A 230. Scampa al
-furore del popolo, 236.
-
-_Vitelleschi Giovanni_, legato d’Eugenio IV in Firenze. Pratica un
-accordo tra Rinaldo degli Albizzi e la Signoria, B 228. Messo dai
-Fiorentini in disgrazia del Papa, 264.
-
-_Vitelli Alessandro_. Chiamato dal cardinale Giulio de’ Medici alla
-guardia della sua persona, C 157. Sue imprese nel dominio della
-Repubblica, 278, 279. Parte da lui presa alla battaglia di Gavinana,
-294. È alla guardia di Firenze, 315, 322. Vince i fuorusciti fiorentini
-a Montemurlo, 329. — Ved. _Giramonte_.
-
-_Vitelli Niccolò_. Soccorso dalla Repubblica contro Sisto IV, B 362.
-Rimesso in Città di Castello, 409.
-
-_Vitelli Paolo_. Mandato dai Fiorentini contro a Piero de’ Medici che
-volea tornare in Firenze, C 40. Governa la guerra contro Pisa, 64-67.
-Decapitato, 67.
-
-_Vitelli Vitello_, C 141. Al soldo dei Fiorentini, 175.
-
-_Vitelli Vitellozzo_. Scampa alla sorte toccata a Paolo suo fratello, C
-67. Reca danni ai Fiorentini in Pisa, 74. Occupa alcuni luoghi del loro
-dominio, 77.
-
-_Viterbo_. Si ribella alla Chiesa con l’aiuto dei Fiorentini, A 326.
-
-_Vittore II_. Tiene un Concilio in Firenze, ove muore, A 8.
-
-_Viviano_ (_ser_). Un suo figliuolo è privato degli uffici, B 283.
-Notaro delle Riformagioni, 506.
-
-_Volognano_ (_Signori di_), A 130.
-
-_Volpi Bartolommeo_. Riforma con Paolo da Castro gli Statuti del
-Comune, B 145.
-
-_Volterra_. Invasa dai Fiorentini che vi riformano il governo, A 39. In
-lega con essi, 47, 67, 150. Si dà al Duca d’Atene, 227. Gli manda doni,
-230. Torna in signoria dei Belforti, 237. Si dà a Carlo IV, 269. Viene
-in potere della Repubblica, 302. Le si ribella per cagione del Catasto,
-B 183, 184. Torna all’ubbidienza, 185. Vi si scuopre un trattato, 201.
-Di nuovo ribellatasi, è risottomessa e posta a sacco, 358, 359. Si dà
-a Clemente VII durante l’assedio di Firenze, C 278. Ricuperata e difesa
-dal Ferruccio, 279-282. Presso che deserta al cadere della Repubblica,
-311.
-
-_Volterra_ (_Vescovo di_). È del Consiglio del Duca d’Atene in Firenze,
-A 230.
-
-_Volterra_ (_da_) _Antonio_. Entra nella Congiura de’ Pazzi e parte che
-vi prende, B 372, 373. Sua fine, 377.
-
-_Volterra_ (_da_) _Giusto_. Ribella quella città ai Fiorentini, B 184.
-Sua morte, 185.
-
-
-Z.
-
-_Zabarella Francesco_. Lettore di teologia nello Studio Fiorentino, B
-234. Vescovo di Firenze e Cardinale, ivi.
-
-_Zaccaria_ (_fra_), domenicano. Predica in Firenze, C 266.
-
-_Zagonara_. Vi è disfatto l’esercito della Repubblica, B 158.
-
-_Zanobi_ (_San_). Vescovo di Firenze, A 3. Sua arca in Santa Maria del
-Fiore, B 244.
-
-_Zecca_ (_Signori della_). Loro ufficio, A 385. Vanno a offerta a San
-Giovanni, il giorno di quel Santo, B 533.
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] FABRONI, _Vita di Lorenzo_.
-
-[2] _Istorie della città di Firenze_ di IACOPO NARDI. — GUICCIARDINI,
-_Storia di Firenze_.
-
-[3] GUICCIARDINI, _Del Reggimento di Firenze_, Discorso I, pag. 46.
-
-[4] «La Regia Maestà sa quale è stata la vita de’ miei passati,
-che civilmente sono vissuti delli loro traffichi e possessioni,
-nè mai hanno cerco avere stato altro che privato. Io non sono per
-degenerare in questo dalli modi loro. — Mi perdoni se io non accetto
-quello che Lei mi dà; — e se pure Lei vuole beneficarmi, degni farlo
-ordinariamente in quel che li pare costì, con gli miei del Banco, ec.
-— Gli Stati dia la Maestà sua a quelli che ne sono più degni. — Io
-non sono degno di sì gran cose, nè voglio esser Barone; nè mi pare il
-bisogno di sua Maestà, perchè così privato li sarò più onorevole e più
-utile servitore.» (Lettera di Piero dei Medici a Dionigi Pucci, oratore
-a Napoli. _Archivio Storico Ital._, tomo I, pag. 347.)
-
-[5] Un politico di dozzina, dopo di avere tacciata di simonia quella
-elezione, aggiunge: «era uomo di animo grande e borioso e liberale,
-e fu reputata buona elezione per onore e reputazione della Chiesa
-romana.» (_Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI, pag. 150.)
-
-[6] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I.
-
-[7] _Mémoires de_ COMINES, lib. V.
-
-[8] NARDI, _Storie_. — GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_. — CERRETANI,
-_Storie_, manoscritto.
-
-[9] _Mémoires de_ COMINES, lib. VII, cap. 5. — Abbiamo manoscritte
-l’Istruzione e le Missive dei Dieci di Balìa in questa Legazione di
-Piero Capponi in Francia. Pubblichiamo (_Appendice_, Nº I) quella sola
-lettera che abbia qualche istorica importanza.
-
-[10] MALIPIERO, _Annali Veneti, Archivio Storico Italiano_, tomo VII,
-part. I, pag. 328.
-
-[11] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I.
-
-[12] NARDI, _Storie_, lib. I.
-
-[13] La sopraccitata lettera di Piero de’ Medici, ch’è dei 6 maggio
-1494, contiene tra le altre queste parole: «Nè per mia cagione toglia
-Sua Maestà al Conte di Caiazzo lo stato suo: perchè questo deserviria a
-quel fine che intendiamo, di fare prova di riducere in fede il signor
-Lodovico: donde noi abbiamo lettere che sono alquanto migliori che
-l’usato, e contengono in substantia, che in queste cose di Francia
-opererà quanto bene saprà.»
-
-[14] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. I.
-
-[15] Abbiamo copia dell’_Istruzione e lettera di credenza_ a questi
-Ambasciatori. — Vedi _Appendice_ Nº II.
-
-[16] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — NARDI, _Storie Fiorentine_. —
-CERRETANI, manoscritto.
-
-[17] GUICCIARDINI, _Storie_. — _Memoriale_ di GIOVANNI PORTOVENERI e
-_Ricordi_ di Ser PERIZZOLO da Pisa. (_Archivio Storico Ital._, vol. VI,
-part. II, Sez. 2.)
-
-[18] Il Re aveva chiesto desinare una mattina in Palazzo, e che per
-questo se ne portassero via le armi: del che si turbarono le menti dei
-cittadini; e le armi tratte fuori della Porta, rimisero poi la notte
-per le finestre. Il Re fece intendere non voler più ire a Palazzo a
-desinare. (CERRETANI, _Storie_ manoscritte.)
-
-[19] NARDI, _Storie Fiorentine_. — GUICCIARDINI, _Storia di Firenze
-e d’Italia_. — CERRETANI, manoscritto. — MACHIAVELLI, _Decennali_.
-— I capitoli d’accordo, abbiamo pubblicati nel tomo I dell’_Archivio
-Storico Italiano_, pag. 348.
-
-[20] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II.
-
-[21] Questo apparisce anche dalle lettere dei Dieci a Francesco
-Soderini vescovo di Volterra, e a Neri Capponi fratello di Piero, i
-quali com’era stipulato accompagnarono il Re nell’andata e nel ritorno
-da Napoli. In queste lettere sono lagnanze continue e pratiche circa le
-cose di Pisa; ma perchè negli Archivi non sono altro che le missive dei
-Dieci, poco vi ha di concernente la guerra di Napoli.
-
-[22] _Cronache Pisane_ (_Archivio Storico_ ec.).
-
-[23] NARDI, _Storie_. — GUICCIARDINI, _Storie_, lib. II. — AMMIRATO.
-
-[24] GUICCIARDINI, lib. II. — _Mémoires_ de COMINES.
-
-[25] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II.
-
-[26] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XII. — NARDI, _Storia
-Fior_., lib. I. — _Ricordi_ di ALAMANNO RINUCCINI.
-
-[27] Lettera di Fra Girolamo al padre, del 25 aprile 1475, pubblicata
-da molti.
-
-[28] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. XII.
-
-[29] SAVONAROLA, _In poeticen apologeticus_, nel Libro _De divisione
-omnium scientiarum_; e molte sue Prediche. — VILLARI, _Storia di
-Girolamo Savonarola_, lib. III, cap. 6. — Notizie tratte dall’_Archivio
-delle Riformagioni_. — P. VINCENZIO MARCHESE, _Storia del Convento di
-San Marco_; ed altre pubblicazioni relative a Fra Girolamo.
-
-[30] Lettera latina del Poliziano intorno alla morte di Lorenzo
-(FABRONI dentro al testo della _Vita_ di questo). Ma le parole che,
-stando al Burlamacchi, sarebbero corse tra essi due, non teniamo noi
-per vere.
-
-[31] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — VILLARI, _Storia di Girolamo
-Savonarola_, lib. I, cap. X.
-
-[32] GIANNOTTI, _Della Repubblica Fiorentina_. — GUICCIARDINI, _Storia
-Fiorentina_. — VILLARI, _Storia di Girolamo Savonarola_, lib. II, cap.
-5. — Documenti dell’_Archivio delle Riformagioni_, e luoghi vari di
-Prediche.
-
-[33] BURLAMACCHI, _Vita di Fra Girolamo Savonarola_. — NARDI,
-_Storie Fiorentine_. — CERRETANI, _Storie_ MS. — AQUARONE, _Vita del
-Savonarola. — Canzone di un Piagnone sul Bruciamento delle Vanità_:
-aggiuntavi la descrizione del Bruciamento, scrittura di GIROLAMO
-BENIVIENI (edizione procurata dal conte Carlo Capponi, Firenze). Parla
-il Carnevale cacciato da Firenze e caramente accolto in Roma. — Intorno
-ai fatti del Savonarola molti Documenti stanno nella pregevole Vita di
-lui che ne scrisse in Francia il professor Perrens, 1853.
-
-[34] MACHIAVELLI, _Frammenti Storici_.
-
-[35] Abbiamo le Missive della Repubblica a Neri Capponi, fratello di
-Piero, che andato col Re a Napoli, rimase seco ambasciatore quando
-egli fu tornato in Francia: ma il trattato col Re fu conchiuso da
-Guid’Antonio Vespucci, che fu inviato a questo fine.
-
-[36] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. II. — NARDI, _Stor. Fior_.,
-lib. I. — La lunga guerra dei Fiorentini contro Pisa viene minutamente
-narrata nel _Memoriale_ di GIOVANNI PORTOVENERI e nei _Ricordi_ di Ser
-PERIZZOLO, pisani. (_Archiv. Stor. Ital._, tomo VI.)
-
-[37] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. III. — _Stor. Fior_., cap.
-XIV. — NARDI, _Stor. di Fir._, lib. II.
-
-[38] CERRETANI, _Storie_ manoscritte.
-
-[39] GUICCIARDINI, _Stor. Fior._, cap. XV.
-
-[40] Abbiamo per tutti questi anni le lettere dei residenti pel Duca di
-Milano qui ed a Bologna, piene di animosità feroce contro quel Governo
-e contro il Frate, del quale si ordiva per ogni modo la perdizione.
-(_Archiv. Stor. Ital._, tomo XVIII.)
-
-[41] GUICCIARDINI. — MACHIAVELLI, _Frammenti Storici_. — NARDI. —
-AMMIRATO.
-
-[42] IACOPO PITTI, _Stor. Fior_. (_Archiv. Stor. Ital_., tomo I.) —
-CERRETANI. — NARDI. — _Istorie_ di GIOVANNI CAMBI (_Deliz. Erud._, tomo
-XXI).
-
-[43] Lettere citate dei Residenti Milanesi.
-
-[44] _Nuovi Documenti intorno a Fra Girolamo_. (_Arch. St. It._, tomo
-III, 1866.)
-
-[45] Lettere sopraccitate dei Residenti Milanesi.
-
-[46] _Audientia_ dei 30 marzo 1498. (_Archiv. Stor._, tomo III, 1866.)
-
-[47] Tutti gli Storici; ed altre Scritture citate dal Villari. —
-_Cedrus Libani,_ Vita del Savonarola in terza rima di Fra Benedetto da
-Firenze. (_Archiv. Stor. Ital._, 1849). L’autore, giovane di fantasia
-calda, entrò in Convento per devozione a Fra Girolamo; scrisse più
-tardi in prigione quello ed altri libri; aveva sull’anima l’avere forse
-commesso omicidio combattendo la notte in San Marco.
-
-[48] NARDI, _Storia_, in fine del lib. II.
-
-[49] Esami di Fra Girolamo, di Fra Domenico e di Fra Silvestro: questi
-si trova essere stato confessore di Piero Capponi, intorno a cui
-nella _Esamina_ stampata di Fra Girolamo sono alcune oscure parole.
-Si aggiungano gli esami di Fra Roberto degli Ubaldini da Gagliano, di
-Fra Francesco dei Medici e di Fra Luca della Robbia. Non fu esaminato
-Fra Malatesta Sacromoro, che nel Convento scrivono facesse la parte
-di Giuda. Le deposizioni d’Andrea Cambini più ch’altro risguardano
-Francesco Valori, di cui fu amicissimo.
-
-[50] La Vita di Fra Girolamo fu scritta dai suoi molto devoti Giovan
-Francesco Pico della Mirandola e Fra Pacifico Burlamacchi, lucchese,
-che aveva avuto da lui l’abito di san Domenico: queste e le scritture
-di Fra Benedetto da Firenze talvolta s’assomigliano a leggenda. In
-Francia il Padre Quétif pubblicava con illustrazioni l’opera del Pico,
-e in Italia due altri Domenicani Barsanti e Di Poggio ampliarono
-la notizia della Vita del Savonarola, intorno a cui pubblicarono
-documenti. Questi oggi crebbero in assai gran numero, facendo seguito
-alle Vite che ne scrissero, in Francia il professor Perrens, ed in
-Italia con maggior pienezza d’ogni altro il professor Pasquale Villari,
-— Molti documenti abbiamo pure nelle pregevoli scritture del Padre
-Vincenzio Marchese e nei volumi già da noi citati dell’_Archivio
-Storico Italiano_.
-
-[51] CAMBI, _Storie_, pag. 128. (_Deliz. Erud_., tomo XXI.)
-
-[52] Fra questi ne duole dovere contare il buon Marsilio Ficino, antico
-seguace del Savonarola; ma era canonico del Duomo, ed ora vicino al
-termine della vita dovette purgarsi in faccia al Capitolo.
-
-[53] «D’un tanto uomo se ne debbe parlare con riverenza,» (MACHIAVELLI,
-_Discorsi_.) — _Mémoires de_ COMINES in più luoghi. — Il Guicciardini
-nell’_Istoria di Firenze_, cap. XVII, esalta in Fra Girolamo la
-virtù, l’ingegno, il grande possesso della filosofia e della Bibbia, e
-l’eccellenza nella predicazione; lo chiama nettissimo nella dottrina
-e nella vita, riformatore efficacissimo dei costumi, benemerito
-soprattutto della città che da lui può dirsi che fosse salvata quando
-ebbe a farsi lo Stato nuovo. Propone il dubbio se fosse Profeta mandato
-da Dio, e in lui non trovando nè vizio nè colpa, tranne l’orgoglio,
-conchiude infine: «S’egli fu buono, abbiamo veduto ai tempi nostri
-un grande profeta; se fu cattivo, un uomo grandissimo che seppe tanti
-anni simulare una tanta cosa senza essere mai scoperto in una falsità.»
-Questo nella prima opera giovanile: in quella scritta più anni dopo
-non pone quanto a sè il caso della simulazione, non ha contro lui
-parola severa; dice, avere il processo rimosso via ogni calunnia che
-egli si muovesse per fine maligno: aggiungendo solamente, che molti lo
-reputarono ingannatore, molti lo assolverono, e la confessione di lui
-credettero fabbricata. — GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. III,
-cap. VI.
-
-[54] _Officio_ pel Savonarola, con Prefazione di Cesare Guasti;
-Firenze, 1863.
-
-[55] Il _Memoriale_ del PORTOVENERI (_Archivio Storico Italiano,_ tomo
-VI) contiene ragguagli molto circostanziati dello spavento dei Pisani,
-e poi della difesa popolare, e dei guadagni da essi fatti per la
-fuga dei Fiorentini. — Vedi anche la _Cronica_ che segue di Scrittore
-anonimo.
-
-[56] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, tomo III, cap. 18, 19, 20. —
-NARDI, _Storie_, lib. III, in fine.
-
-[57] CORIO, _Storia di Milano_, in fine. — GUICCIARDINI, _Storia
-d’Italia_, lib. IV.
-
-[58] _Documenti di Storia italiana_ editi dal MOLINI, tomo I, pag. 32.
-
-[59] _Cronaca francese_ citata dal SISMONDI, _Repub. Ital._, cap. 160.
-— _Memoriale_ del PORTOVENERI, pag. 350 e seg.
-
-[60] Legazione di Francesco Della Casa e Niccolò Machiavelli in Francia
-l’anno 1500.
-
-[61] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. IV.
-
-[62] NARDI. — CAMBI. — GREGOROVIUS, _Vita di Lucrezia Borgia_.
-
-[63] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_. — _Storie_ di GIOVANNI CAMBI. —
-CERRETANI, _Storie manoscritte_.
-
-[64] GUICCIARDINI. — NARDI.
-
-[65] CAMBI, _Storie_, pag. 169.
-
-[66] GUICCIARDINI. — CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — Dispacci di
-Pietro Ardinghelli, _Archivio Storico Italiano_, tomo XIX.
-
-[67] ARDINGHELLI, Dispacci sopracitati.
-
-[68] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_, cap. 26.
-
-[69] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — MACHIAVELLI, _Legazione al Duca
-Valentino_.
-
-[70] GUICCIARDINI, _Due discorsi circa il mantenere la legge delle più
-fave, o fare vincere i partiti per la metà più uno_. (Op. ined., tomo
-II, pag. 237.)
-
-[71] GUICCIARDINI, _Stor. Fior_., cap. 25.
-
-[72] NARDI, _Storie_.
-
-[73] CERRETANI, _Storie manoscritte_.
-
-[74] GUICCIARDINI, _Dialogo Del Reggimento di Firenze_. (_Op. ined_.,
-tomo II.) — GIANNOTTI, _Della Repub. Fior._, lib. III. — CAMBI,
-_Storie_. — RINUCCINI, _Ricordi_. — AMMIRATO, _Storie_.
-
-[75] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_ e _Storia d’Italia_.
-
-[76] GUICCIARDINI. — NARDI. — CERRETANI.
-
-[77] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze. — Archivio Storico Italiano_,
-tomo XV. — _Scritti inediti del Machiavelli_, stampati dal CANESTRINI,
-1857.
-
-[78] MACHIAVELLI, Legazione a Bologna.
-
-[79] GUICCIARDINI. — Legazione di Francesco Gualterotti e Iacopo
-Salviati ambasciatori fiorentini a Napoli; manoscritta appresso di noi.
-
-[80] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. VII.
-
-[81] GUICCIARDINI, _Storia di Firenze_. — NARDI. — CERRETANI. —
-Legazione in Allemagna di Francesco Vettori e Niccolò Machiavelli. —
-_Storia Fiorentina_ di IACOPO PITTI.
-
-[82] «Dissero che quel popolo Pisano era contento fare tutto quello che
-volevano Vostre Signorie, purchè avessero sicurtà della vita, della
-roba e dell’onor loro. — Risposi, che avevano a dire che sicurtà, se
-volevano che io rispondessi; perchè Vostre Signorie volevano da loro
-ubbidienza, nè si curavano di loro vita, nè di loro roba, nè di loro
-onore.» (Lettera del Machiavelli, tomo VII delle _Opere_, pag. 249.)
-
-[83] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — Fine dell’_Istoria Fiorentina_
-di FRANCESCO GUICCIARDINI e delle _Cronache Pisane_.
-
-[84] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — _De Libertate Civitatis
-Florentiæ ejusque Dominii_, pag. 94 (s. d., 1722). — _Notizia della
-vera Libertà Fiorentina_ (s. d., 1724), in-folio, tomo II, c. XVI.
-
-[85] Vedi le Memorie di Bayard che ordinò l’agguato.
-
-[86] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_. — Terza e quarta Legazione del
-Machiavelli in Francia, e ragguagli da Mantova e da Verona.
-
-[87] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — GUICCIARDINI. — NARDI. —
-Commissione del Machiavelli in Pisa al Concilio.
-
-[88] Racconto del fatto di Brescia, scritto da GIAN GIACOMO MARTINENGO
-che vi fu dentro, pubblicato da CARLO ROSMINI con la _Storia di
-Milano_.
-
-[89] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia. — Diario_ di BIAGIO BONACCORSI.
-
-[90] NARDI. — CERRETANI. — AMMIRATO, an. 1510.
-
-[91] MIGLIORE, _Firenze Illustrata_, pag. 466.
-
-[92] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. VIII, e sua Legazione in
-Spagna, di molto valore per le cose di quel regno. È da vedere come
-Ferdinando si destreggiasse col gran Capitano, che egli diceva sempre
-fintamente volere rinviare con un altro esercito in Italia.
-
-[93] CERRETANI, Storie manoscritte.
-
-[94] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. 29. — NARDI, _Storia
-Fiorentina_.
-
-[95] _Vita di Filippo Strozzi il Seniore_, scritta da Lorenzo suo
-secondo figlio.
-
-[96] GUICCIARDINI, _Storia Fiorentina_, cap. 32. — Cambi, Storie, pag.
-223.
-
-[97] CERRETANI, _Storie_ manoscritte. — NARDI. — _Storia_ di IACOPO
-PITTI, lib. II.
-
-[98] FILIPPO DE’ NERLI, _Commentarii dei Fatti civili di Firenze_.
-
-[99] _Tre Relazioni del Sacco di Prato_. (_Archivio Storico Italiano_,
-tomo I.) — _Ricordi_ di ANDREA BOCCHINERI di Prato. (_Archivio Storico
-Italiano, Appendice_ I.)
-
-[100] NARDI, lib. V. — _Storia d’Italia dal 1511 al 1527_ di FRANCESCO
-VETTORI. (_Archivio Storico, Appendice_ VI.) — GUICCIARDINI, _Storia
-d’Italia_, lib. X. — _Storia Fiorentina_ di IACOPO PITTI. — AMMIRATO,
-lib. XXVIII.
-
-[101] Tre Pareri di Francesco Guicciardini intorno al Governo di
-Firenze; an. 1512 e 1516. (Opere Inedite, tomo II.)
-
-[102] _Narrazione del Caso di Pietro Paolo Boscoli e di Agostino
-Capponi scritta da Luca della Robbia l’anno 1513_. (_Archivio Storico
-Italiano_, tomo I; e poi ristampata.)
-
-[103] Fu celebre il fatto di quell’agente traditore di Giulio II
-in Inghilterra, narrato da Erasmo e dal Montaigne. Di cotest’uomo è
-una lettera tra’ _Documenti_ del Molini (tomo I, pag. 57); e a lui
-dall’Hume nelle _Istorie d’Inghilterra_ è dato il nome di Buonaviso,
-che io credo non bene trascritto.
-
-[104] BANDELLO, Lettera premessa alla Novella X, Parte terza.
-
-[105] ARIOSTO, _Satire_.
-
-[106] GIOVIO, _Vita di Leone X_. — TIRABOSCHI, tomo VII in più luoghi.
-
-[107] RAZZI, _Vita di Pier Soderini_, con Documenti, a pag. 127
-(Padova, 1737).
-
-[108] Abbiamo trascritto qui molte parole dell’Istoria di Jacopo Pitti,
-severo amatore della Repubblica, che non aveva egli veduta presente.
-
-[109] NARDI, _Storie Fiorentine_, lib. VI.
-
-[110] CAMBI, an. 1513. — NARDI, _Storia_. — NERLI, _Commentari_. —
-_Storia_ d’JACOPO PITTI.
-
-[111] PRATO, _Storia di Milano_. (_Archivio Storico Italiano_, tomo
-III.)
-
-[112] _Documenti_ editi dal MOLINI, tomo I, pag. 66.
-
-[113] Ved. Lettere del Vescovo di Tricarico. (_Archivio Storico
-Italiano_, Appendice I, pag. 306.)
-
-[114] La parte del _Copialettere_ di Goro Gheri che riguarda il governo
-di Piacenza è pubblicata nell’_Archivio Storico Italiano_, Appendice
-VI.
-
-[115] _Storia_ di FRANCESCO VETTORI.
-
-[116] VASARI, _Vita di Andrea del Sarto_.
-
-[117] Galliano col titolo di Magnifico è tra’ personaggi del supposto
-Dialogo nel libro del _Cortegiano_ di Baldassarre Castiglione.
-
-[118] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XIII. — _Storia_ di
-FRANCESCO VETTORI. (_Archivio Storico Italiano_, Appendice VI.)
-_Copialettere_ manoscritto di Goro Gheri.
-
-[119] MALAVOLTI, _Storia di Siena_.
-
-[120] Questi fatti, che si hanno dal Giovio, sono ampiamente descritti
-nelle Cronache della Città di Fermo per quello risguarda i casi e la
-morte di Lodovico nipote di Oliverotto, stato tiranno di quella città.
-(_Cronache della città di Fermo_, di Paolo Montani e di un Anonimo,
-pubblicate da Gaetano de Minicis. _Documenti di Storia Italiana_, tomo
-IV.)
-
-[121] Intorno al Duca Lorenzo e allo Stato della Repubblica di Firenze
-è da vedere il Sommario della Relazione di Marino Giorgi ambasciatore a
-Roma, an. 1517. (_Relazioni Venete_, Serie II, vol. III.)
-
-[122] Possediamo il suo _Copialettere_ in quattro molto grossi volumi
-dall’anno 1515 a subito dopo la morte del Duca Lorenzo nel maggio 1519.
-Vi sono trattate giorno per giorno e molto a minuto le cose di quegli
-anni ed i pensieri più intimi dei ministri del Papa. Di quei volumi
-si potrebbe fare un estratto di qualche lume, oltrechè per l’istoria
-generale, per quella interiore della città di Firenze e della Casa dei
-Medici, anche per cose private non di rado risguardanti la Storia delle
-Arti.
-
-[123] GUICCIARDINI, _Opere Inedite_, vol. II, pag. 325.
-
-[124] Nelle lettere del Gheri abbiamo la data certa della nascita di
-Caterina de’ Medici, che fu a’ 13 aprile, essendo poi la madre morta il
-28 dello stesso mese.
-
-[125] NARDI, GAMBI, NERLI, PITTI, AMMIRATO. — Ved. anche le Istruzioni
-date in nome del Papa a Lorenzo de’ Medici quando venne al governo di
-Firenze. (_Archivio Storico Italiano_, Appendice I, pag. 299.)
-
-[126] Lo abbiamo noi primi pubblicato nel primo volume dell’_Archivio
-Storico Italiano_, da una copia di antica scrittura ch’era tra le carte
-di Goro Gheri, uomo del Papa: riproduciamo il documento in questo
-volume (_Appendice_ Nº III). Ma il bello si è che in questo nostro
-Archivio di Stato è una Capitolazione tra il Re di Francia e il Papa,
-originale de’ 20 gennaio 1519, tre giorni dopo alla data del Trattato
-con Carlo V. Daremo i documenti e la storia di tutto questo doppio e
-strano giuoco nella stessa _Appendice_ Nº III.
-
-[127] _Diario_ di PARIDE DE GRASSI, manoscritto appresso di noi.
-
-[128] GUCCIARDINI, tomo III, lib. XIV.
-
-[129] _Diario_ di PARIDE DE GRASSI.
-
-[130] Atti del Conclave di Adriano VI. Manoscritto presso di noi.
-
-[131] AMMIRATO, lib. XXIX.
-
-[132] MACHIAVELLI, _Opere. — Archivio Storico Italiano_, tomo I.
-
-[133] _Storia_ d’JACOPO PITTI. — NERLI, _Commentari_. — NARDI. —
-_Giornale storico degli Archivi Toscani_, vol. III.
-
-[134] È sotto forma d’Istruzione ai tre Cardinali che a lui andavano in
-Ispagna: noi l’abbiamo manoscritta, ed è atto di molta importanza nella
-Storia del Pontificato.
-
-[135] Vedi il Capitolo del Berni contro a Papa Adriano.
-
-[136] Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore a Papa Adriano,
-(_Relazioni Venete_, Serie II, vol. III, pag. 65.)
-
-[137] Viaggio degli Oratori Veneti a Roma (1523). _Relazioni Venete_,
-Serie II, vol. III, pag. 74.
-
-[138] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XV.
-
-[139] GIOVIO, _Vita di Pompeo Colonna_.
-
-[140]
-
- «Ecce iterum e summo dilapsam culmine Romam
- Pompeii et Julii mens furiosa premit.
- Brute pium, Photine pium nunc stringite ferrum etc.»
-
-[141] Conclave di Clemente VII, Manoscritto presso di noi.
-
-[142]
-
- «. . . . . . . . . . Chi avesse
- Detto a Lorenzo e al Duca di Nemorse,
- Al Cardinal de’ Rossi et al Bibiena,
- A cui meglio era esser rimaso a Torse;
- E detto a Contessina e a Maddalena,
- Alla Nuora, alla Suocera et a tutta
- Quella famiglia d’allegrezza piena:
- Tutti morrete ec.» — ARIOSTO, _Satira_ VII.
-
-Il cardinale de’ Rossi era figlio d’una sorella non legittima di
-Lorenzo.
-
-[143] Goro Gheri nel Memoriale mandato al Papa e che sta in fine
-del Copialettere, voleva persino maritare Ippolito alla Duchessina
-Caterina, allora in fascie, ma che aveva diecimila scudi d’entrata
-all’anno.
-
-[144] NERLI, _Commentari_. — NARDI, _Storie_, lib. VII. — CAMBI,
-_Storie_. — PITTI IACOPO, lib. II. — AMMIRATO, lib. XXIX.
-
-[145] BURIGOZZO, _Storia di Milano_. (_Archiv. Stor. Italiano_, tomo
-III.)
-
-[146] GUICCIARDINI, lib. XVI.
-
-[147] VETTORI, _Storia d’Italia_.
-
-[148] CAMBI, _Storie_.
-
-[149] Vedi in molti luoghi la Cronaca del BURIGOZZO milanese.
-
-[150] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, lib. XVI.
-
-[151] VARCHI. — NARDI. — Vedi anche le _Lettere_ del Machiavelli che fu
-adoprato nella direzione di quelle opere.
-
-[152] FRANCESCO VETTORI, _Storia d’Italia_.
-
-[153] «Pochi dì fa si diceva per Firenze che il signor Giovanni
-de’ Medici rizzava una bandiera di ventura per far guerra dove gli
-venisse meglio. Questa voce mi destò l’animo in pensare che il popolo
-dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi che fra
-gli Italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano più volentieri
-dietro, nè di chi gli Spagnuoli più dubitino, e stimino più.
-Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran
-concetti, pigliatore di gran partiti ec.» (Lettera del Machiavelli al
-Guicciardini, 15 marzo 1526.) — Giovanni è sepolto ne’ sotterranei di
-San Lorenzo con gli altri di Casa Medici; ma in San Giorgio di Mantova
-è questa bella iscrizione: Johannes Medicee — _Qui ad Mincium tormento
-ictus — Italiae fato magis quam suo cecidit anno 1526_.
-
-[154] GUICCIARDINI, _Storia d’Italia_, e _Lettere_ scritte in quella
-Luogotenenza, che formano il tomo IV e V delle Opere inedite; è come un
-giornale di somma importanza.
-
-[155] Fine dell’_Istoria_ di FRANCESCO VETTORI.
-
-[156] Lettera dedicatoria al libro del _Principe_.
-
-[157] VARCHI, _Storia_, lib. II. — NARDI, _Storia_, lib. VIII. — NERLI,
-_Commentarii_, lib. VII. — SEGNI, _Vita di Niccolò Capponi_. — PITTI,
-_Storia_.
-
-[158] «Si ebbe a pagare in 9 mesi 220 mila fiorini d’oro in oro, e
-toccò a pagare a forse circa poste 1200, e le poste che sopportano
-le gravezze sono poste 9000 o più; che non si fece mai a Firenze una
-simile crudeltà.» (CAMBI, _Stor. Fior._, tomo II, pag. 294, 301.)
-
-[159] Lettere del Guicciardini, _Opere inedite_.
-
-[160] Il Vasari e Francesco Salviati (_Vita_ di questo, scritta dal
-primo), giovani pittori, raccolsero i pezzi di quel braccio e gli
-custodirono.
-
-[161] VARCHI, _Storie_. — NERLI. — AMMIRATO, lib. XXX. — BUSINI,
-Lettera II.
-
-[162] Ved. CAMBI, in più luoghi del tomo XXIII.
-
-[163] Lettera del Machiavelli al Guicciardini, anno 1525.
-
-[164] BUSINI, Lettera II.
-
-[165] VARCHI. — PITTI. — BUSINI.
-
-[166] NERLI, pag. 166. — VARCHI, lib. VIII. — Abbiamo uno scritto di
-Francesco Guicciardini contro la Decima Scalata, _Opere inedite_, tomo
-X.
-
-[167] Intorno alla Legge intricatissima della Quarantìa, vedi quello
-che scrissero lungamente il Varchi e il Pitti.
-
-[168] BUSINI, Lettera VI, pag. 54.
-
-[169] CAMBI, _Storie_.
-
-[170] _Documenti di Storia Italiana_ editi dal MOLINI, tomo II, pag. 84.
-
-[171] _Documenti di Storia Italiana_ editi dal MOLINI, tomo II, pag.
-26-60.
-
-[172] PITTI, _Storie_, 172. — SEGNI, _Vita di Niccolò Capponi_.
-
-[173] BUSINI, Lettera V.
-
-[174] BUSINI, Lettera III. — CAMBI, pag. 41.
-
-[175] VARCHI. — NARDI. — BUSINI, Lettera VI e VII. — SEGNI, _Stor.
-Fior._, lib. II. — Relazioni di FRANCESCO FOSCARI e ANTONIO SURIANO
-ambasciatori Veneti in Firenze. (_Relaz. Ambasc. Ven._, tomo II e XI.)
-
-[176] Lettera da Genova dei 17 dicembre 1528, nella Legazione di
-Baldassarre Carducci; manoscritto sincrono appresso di noi. — Le stesse
-cose affermò il Doria al Portinari quando tornava d’Inghilterra. —
-BUSINI, Lettera X, pag. 93.
-
-[177] VARCHI, lib. IV. — SEGNI, _Storia_, lib. II.
-
-[178] Lettere di Baldassarre Carducci ai _Dieci_, dei 17 e 23 giugno; 9
-e 10 luglio.
-
-[179] Lettere del Carducci, 8, 2, 16, 19, 27 agosto, ultima 2 settembre
-da Parigi. — GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. XVII. — VARCHI. —
-NERLI. — PITTI.
-
-[180] Lettera 16 agosto e 2 settembre.
-
-[181] Istruzioni e Lettere agli Ambasciatori che andarono a Genova
-(Archiv. di Stato, e in copia presso di noi). «Nostra intenzione è di
-non avere a trattare cosa alcuna col Papa; ma vogliamo che Sua Maestà
-sia quella che ascolti e giudichi ogni nostra differenza, pensando che
-Ella sia venuta per conservare i popoli e non per distruggerli, come
-farebbe se cercasse di ridurre le città d’Italia sotto le tiranniche
-servitù.» (Lettera dei 26 agosto.)
-
-[182] VARCHI. — PITTI. — NERLI. Sono da vedere ancora le Lettere dì
-Carlo Capello ambasciatore in Firenze. (_Relaz. Ven._, tomo II, pag.
-214.)
-
-[183] VARCHI, lib. IX. — NERLI, lib. IX. — BUSINI, Lettere. — SEGNI,
-_Storia_, lib. III, e _Vita di Niccolò Capponi_. — AMMIRATO, lib. XXIX.
-
-[184] VARCHI, _Storie_, lib. IX e X.
-
-[185] CAPELLO, Lettere dei 14 e 16 luglio, 4, 13, 17 settembre, ed
-altre.
-
-[186] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital._, lib. XIX, cap. 6. — VARCHI, lib. X.
-
-[187] VARCHI, lib. X.
-
-[188] SEGNI, _Storia_. — CAPELLO, Lettere.
-
-[189] Abbiamo di questa lettera, che il Portinari scrisse ai 22 di
-settembre, la copia nel Codice 313 appresso di noi.
-
-[190] VARCHI, lib. X. — Lettere di Rosso Buondelmonti dal 13 al 30
-settembre 1529. Vedi _Appendice_ Nº IV.
-
-[191] VARCHI, lib. X. — SEGNI, lib. III.
-
-[192] Il Varchi descrive minutamente come si componessero questa sorta
-di Pratiche, nelle quali s’intendeva raccogliere i voti liberi della
-intera cittadinanza fiorentina.
-
-[193] CAPELLO, Lettera de’ 29 settembre, e altrove. — VARCHI, lib. X. —
-_Fine dell’Istoria d’_IACOPO PITTI.
-
-[194] VARCHI, e con altri il PAOLI, il quale scriveva sul suo
-_Priorista_, in ogni bimestre, i fatti avvenuti dentro quel tempo.
-
-[195] VARCHI, lib. IX e X. — SEGNI, lib. III. — NERLI, lib. IX. —
-CAPELLO, Lettera 26 dicembre.
-
-[196] «Nè minore diligenza si usa di acquistarsi col divin culto il
-favore di nostro Signore Iddio, con digiuni, comunioni, processioni
-generalmente di ognuno e di quelli della milizia istessa; cosa
-certamente a questi tempi meravigliosa da udire non che da vedere,
-le armi congiunte con la pietà e timor di Dio. Nella terra non si
-sente mancamento rumore, nè disordine alcuno. Il danaro si mantiene
-abbondante, ed a questi giorni fu per il pubblico, tra gli altri,
-venduto il palazzo e podere nel quale alloggia ora il Principe, e ne
-fu ritrovato la valuta come si sarìa fatto nei tempi felici.» (CAPELLO,
-Lettera de’ 29 ottobre.)
-
-[197] BUSINI, Lettera XIII.
-
-[198] _Commentari nella Vita di Michelangelo Buonarroti_ (VASARI, tomo
-XII). — NARDI, _Storie_, lib. VIII. — Mentre era in torchio questa
-seconda edizione, venne in luce la _Vita di Michelangelo Buonarroti_,
-opera dell’amico nostro signor AURELIO GOTTI, corredata di lettere
-e documenti, tra’ quali ve n’ha che risguardano a questa fuga di
-Michelangelo. È notabile una lettera di questi a Giovanni Battista
-Della Palla dove egli racconta misteriosamente di un tale che venne
-a esercitare sopra di lui qualcosa più della persuasione perchè egli
-fuggisse, giugnendo perfino a una sorta di violenza. Chi fosse l’ignoto
-Michelangelo non volle dire; infine aggiugne: «o Dio o il diavolo,
-quello che si sia stato non lo so.» Intorno a questo mistero faccia
-ognuno le congetture che vuole, noi dichiariamo non averne alcuna che
-sia probabile più d’un’altra. Questo medesimo Giovanni Battista dipoi
-faceva con un’altra lettera a Michelangelo grande pressa perchè egli
-tornasse, e gli andò incontro fino a Lucca per assicurarsi che non
-mutasse pensiero; scriveva in nome anche d’altri cittadini, e tale
-certo era il desiderio dei migliori e dei più autorevoli. — Vedi altre
-Lettere.
-
-[199] Lettere alla Signoria di Venezia, 24, 25, 29 settembre, e 6
-ottobre.
-
-[200] _Priorista_ del PAOLI. _Continuazione dei Ricordi Rinuccini_;
-Firenze, 1840.
-
-[201] CAPELLO, Lettera de’ 15 ottobre. — VARCHI, lib. X. — PAOLI,
-_Priorista_.
-
-[202] MALAVOLTI, _Storia di Siena_.
-
-[203] GUICCIARDINI, _Stor. d’Ital_., lib. LIX, cap. 6. — PAOLI, ed
-altri.
-
-[204] VARCHI. — AMMIRATO, lib. XXX.
-
-[205] SASSETTI, _Vita di Francesco Ferrucci_, e Lettere di questo
-ai Dieci, da Prato (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte 2). — Il BUSINI
-(Lettera V), dopo avere lodato molto Giovan Battista Soderini, segue
-a questo modo: «Nè mai Firenze ebbe sì bella coppia, com’erano egli
-e Marco Del Nero; ma il Soderini di più cuore. Di Giovan Battista ne
-nacque un ramo, che fu il Ferruccio glorioso, che quanto seppe ebbe da
-Giovan Battista, perchè cominciò a praticar seco quando era giovine
-di 15 anni, e lo seguitò sempre fuori, e fu pagatore a Napoli.» — V.
-GIANNOTTI, Lettera intorno al Ferrucci (tomo I delle _Opere_; Firenze,
-1850).
-
-[206] Vedi le Lettere degli 11 novembre e 13 dicembre ed altre. Nella
-prima narra il fatto di San Miniato così brevemente: «Ieri mattina
-un’ora avanti giorno si andò alla volta di San Miniato, e giunti
-lì, si dette l’assalto da due bande e vi si entrò. E riducendosi
-gli uomini della terra nella Fortezza, difendendosi gagliardamente,
-finalmente combattendo un pezzo, domandarono patti. I patti furono:
-ch’e’ dovessino rendere la terra libera e la Fortezza alla Signoria
-di Firenze; e io promessi loro di salvare la roba e le persone, e
-così si osservò.....» In altre lettere domanda che il Commissario
-Spagnolo preso, gli sia lasciato come suo prigione, per averne compenso
-ai 350 ducati che gli era costato nella guerra di Napoli il proprio
-suo riscatto. Altrove, a proposito della morte dell’Orsini e del
-Santacroce, scrive: «Alla guerra non ne nasce, nè bisogna per questo
-sbigottirsi; che quando i tre quarti di noi morissimo per non tornare
-in servitù, il quarto che resterà sarà tanto glorioso che il resto vi
-sarà bene speso.»
-
-[207] NERLI, lib. X. — VARCHI, lib. XI. — SEGNI, lib. IV. — BUSINI,
-Lettera XVI. — CAPELLO, Lettere 3, 12 gennaio e 9 febbraio.
-
-[208] CAMBI. — PAOLI. — CAPELLO, Lettere. — BUSINI. — VARCHI.
-
-[209] SEGNI, lib. III. — AMMIRATO, lib. XXX. — BUSINI, Lettere.
-
-[210] NARDI, lib. IX. — BUSINI, Lett. XVI.
-
-[211] CAPELLO, Lettera, ultimo di febbraio.
-
-[212] Vedi intorno a questo Abbattimento una pubblicazione di Carlo
-Milanesi (_Archivio Storico Italiano_, Nuova Serie, tomo IV). E le Note
-del signor Passerini al Romanzo di _Marietta de’ Ricci_.
-
-[213] Essendo al Capello morto un Cavallo a lui carissimo, lo faceva
-seppellire nei parapetti dell’Arno, fra il Ponte delle Grazie e il
-Ponte Vecchio, con una iscrizione latina che ivi si legge tuttora
-scolpita nel marmo.
-
-[214] VARCHI, lib. XI. — BUSINI, Lettere XI, XVIII.
-
-[215] CAPELLO, Lettere 28 gennaio e ultimo di febbraio.
-
-[216] «Venant de Boullogne icy, j’ay entendu la force et la foiblesse
-des Fleurentins: la premiere pour avoir leur ville bien reparée, assez
-gens de guerre, victuailles de pain et chair sallèe pour d’icy à la fin
-d’aoust et davantage pour sucres pour satisfaire à leur boire; le coeur
-bon et resolus de maintenir leur libertè; la seconde, la puissance du
-Camp qu’est à leur porte, avec determinacion de n’en partir sans les
-avoir par force a la longue ou par composicion.» — (Lettera del Vescovo
-di Tarbes al re Francesco I; da Roma, aprile 1530. _Archivio Storico
-Ital._, Appendice, vol. I, pag. 473.)
-
-[217] «Majs le tout fut si avant debatu qu’il y vint à la fin (il
-Papa) et est contant que le tout ainsi se face (così almeno credeva
-l’Ambasciatore); dont j’ay esté aussi aise qu’il est possible, tant
-pour la conservacion de la ville qui est de tous pointz à vous, que
-pour rendre l’Italie necte de telles maniere de gens, et pour la
-commodité que vous aurez de faire ce qu’il vous plaira par ce moyen;
-car vous serez non seulement comme arbitre, may commanderez à baguette
-tant au principal que aux accessoires qui en peuvent deppendre.»
-(Lettera citata.)
-
-[218] «Je lui dys que je no veoys point de necessité de faire gros ne
-petit nombre (di Cardinali) en son endroit non voluntaire, luy disant
-que supplieroys Sa dicte Sainctété de n’estre mal contente si je luys
-en disoys mon advis, non comme vostre ambassadeur ou ministre, mays
-comme chrestien, prebstre et evesque, et pur consequent son subget;
-ce qu’il me accorda. Et lors je luy dys, que pour l’envye que j’avoys
-de luy faire service et que son nom feust perpetué par bienfaictz
-comme le lieu qu’il tient le requiert, j’avoys esté merveilleusement
-marry de l’entreprinse de Florence et encore plus de la continuacion,
-laquelle tout le monde de commune voix appelle obstinacion, et mesmes
-les gens de guerre qui sont au camp, les quels publiquement disent
-que toutes choses leur sont loysibles puis que le Chef de l’Eglise
-leur donne autorité de mal faire; joinct aussi que delà ne luy pouvait
-venir sinon despence, fascherye, melencolye, peine et ennuy. Bien
-luy confessoys je, qu’il pourroit tirer quatre ou cinq cens mil escuz
-faisant la creation surdite des dictz cardinaulx, mays qu’il falloit
-qu’il pensast que ce faisant il ruyneroit de tous poinctz l’Eglise;
-car oultre ce qu’il donneroit à parler aux lutheriens, il mectroit
-une si grande peste au College, que les relicques en seroient d’icy
-à cent ans; d’autant que ceulx qui y pretendent sont assez congneuz.
-Il me dit que je savoys bien que la chose de ce monde qu’il fesoit le
-plus envys estoit de crèer cardinaulx, encores gens de bien, pour la
-moltitude qu’y est, et qu’il cognoissoit que ce que luy disoys estoit
-toute verité, mays qu’il estoit constrainct pour son honneur de le
-faire. Je luy dys qu’il n’y avait honneur ny prouffit, car posé ores
-qu’il eust Florence, il l’auroit gastée et du tout ruynée, voyre de
-sorte que d’icy a vingt ans il n’en sauroit tirer ung escut, et qu’il y
-despendroit tout l’argent que dessus, et davantage, s’il en avoit: que
-estoit son estrème oncion, car ce fait il n’avoit plus aucun moyen de
-faire argent et seroit homme pour non estre puis après obey comme pape,
-ainsi par adventure vilipendé de tous les princes chrestiens et donné
-en proye des ses ennemys, despoilleroient l’Eglise de tout ce qu’elle a
-maintenant; et que je congnoissoys son sens et son coueur estre telz,
-que s’il se veoit là, il seroit contraint de mourir de faim et ennuy
-maulgré luy. Il me dist qu’il estoit contant que Florence n’eust jamais
-esté, et qu’il ne savoit qu’ilz y pouroient faire; et si je seroys
-d’advis qu’il cedast a sept ou huit des plus pouvres de la ville de
-Florence qui avoient conduit le peuple à consentir d’estre destrouictz,
-etc.» (Lettera citata.)
-
-[219] MALAVOLTI, _Storia di Siena_.
-
-[220] FERRUCCI, _Lettere ai Dieci_ dai 21 ai 27 aprile.
-
-[221] VARCHI, _Storia_; e _Lettere_ del Ferrucci e del Tedaldi, dai 17
-maggio ai 22 giugno, e quella pure dei 6 luglio.
-
-[222] Il Ferrucci nelle prime lettere mostrava fare molta stima di
-Piero Orlandini. Pure il suo nome è tra quelli di _cittadini da provare
-et guadagnare a Casa Medici_ fin dall’anno 1519 (_Archiv. Stor._, tomo
-I, pag. 320). In quanto a Empoli, scriveva il Ferruccio a’ 21 aprile:
-«Qui si lascierà munito di sorte, che se la vigliaccheria non piglia
-gli uomini del tutto, ve ne potete rendere sicuri.» E da Volterra, a’
-26 aprile: «Nè mancherò di rimandare a Empoli una banda acciò si renda
-più sicuro; ancorchè si truova assettato di sorte, che le donne con le
-rocche lo potrien guardare.»
-
-[223] VARCHI, _Storie_. — CAPELLO, _Lettere_ dei 11 e 20 luglio. —
-AMMIRATO, lib. XXX.
-
-[224] NARDI.
-
-[225] «Il signor Paolo viene a questa impresa molto volentieri e
-aiutaci in tutte le cose gagliardamente; ed è migliorato da qualche
-dì in qua in tutti i conti con essi noi: andiamo incatenandolo col
-Ferruccio per tutti i versi, e speriamo abbiano a fare buonissimo
-composto.» (Lettera dei Commissari di Pisa dei 21 luglio, con quelle
-del Ferrucci, pag. 674.)
-
-[226] Lettera di Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello,
-dei 16 luglio, pubblicata con altre che seguono dal signor Eugenio
-Albèri; e noi le riproduciamo, con sua licenza, nell’_Appendice_ Nº V.
-
-[227] Benedetto Varchi, letterato insigne, ma poco buon critico ed
-istorico disordinato, avendo in mente un pensiero solo, quello di
-mostrare Malatesta essere stato sempre traditore, scrive, contro
-all’evidenza della lettera del Gonzaga da lui medesimo pubblicata,
-l’Orange e Malatesta essersi abboccati effettivamente in segreto,
-dando anche ad intendere le cose tra loro discorse. Nè questo è il
-solo luogo del Varchi dove i fatti siano tirati oltre alla propria loro
-significazione, come resulta dai molti documenti certi venuti in luce
-ai giorni nostri.
-
-[228] Lettere del Gonzaga de’ 23, 25 luglio e 4 agosto. _Appendice_ Nº
-V.
-
-[229] VARCHI; CAPELLO, _Lettera_ 13 agosto.
-
-[230] Lettera ultima del Ferrucci da Pescia, 1º agosto, con poscritto
-del _due_ da Calamecca. — VARCHI, _Storia_. — GONZAGA, _Lettere_ del 5
-agosto con allegati. — AMMIRATO, lib. XXX.
-
-[231] LÜNIG, _Codex Italiæ Diplomaticus_, tomo I. — VARCHI, lib.
-XI. — BUSINI, _Lettere_ 16, 17. — CAPELLO, Lettera de’ 13 agosto. —
-NARDI, SEGNI, NERLI, CAMBI, AMMIRATO, lib. XXX. — PITTI, _Apologia de’
-Cappucci_ (_Archiv. Stor_., tom. IV, pag. 27).
-
-[232] VARCHI, lib. IX. — BUSINI, _Lettera_ 17 e _Lettera_ 21, pag. 221.
-
-[233] SEGNI, _Storia_, lib. V.
-
-[234] Carlo Capello, Ambasciatore veneziano, lasciando Firenze,
-scriveva con l’ultima sua lettera dei 13 agosto: «Il signor Malatesta
-mi ha due fiate richiesto che io offerisca alla Serenità Vostra ad
-ogni servizio suo la persona sua e cinque o seimila fanti eletti. E
-veramente come non si può negare che non sieno gente valorose quelle
-che si trovano con Sua Signoria, così mi pare superfluo dire del
-chiarissimo valore di quella, e quanto sia accorta ed avveduta.» —
-Giov. Battista Vermiglioli, uomo benemerito della città sua per molti
-suoi studi archeologici e storici, scrisse anche una _Vita di Malatesta
-Baglioni_ (Perugia, 1839). In quella si studia difenderlo a spada
-tratta, ma veramente nulla aggiunge a cose già note.
-
-[235] VARCHI, lib. XII. — Abbiamo il rendiconto e il benestare delle
-spese passate per mano di Baccio Valori, dal principio della guerra
-fino alla partenza degli Spagnoli, che ammontano a ducati 553,286,
-soldi sette e due danari, d’oro di Camera, valutati a dieci giuli il
-ducato. (_Giornale Storico degli Archivi_ ec., An. 1857, pag. 106.)
-
-[236] Ultima lettera del Commissario da Pisa, con poscritto dei 14
-agosto, pubblicata con quelle del Ferrucci.
-
-[237] BUSINI, Lettera 17.
-
-[238] SEGNI, lib. V, e VARCHI, lib. XII.
-
-[239] Stanno nell’_Appendice_ dell’_Archivio Storico Italiano_, vol.
-IV. App. Ivi, nota 2, anno 1853; pubblicati dal compianto Agostino
-Sagredo, che vi aggiungeva una pregevole Prefazione.
-
-[240] Fra questi i Doni, i Cambi, i Valori e i Guadagni ch’erano
-ricchissimi: il castello di Feugerolles, prima posseduto dai Capponi,
-passò per eredità nei Conti di questo titolo. Nè occorre dire come
-due famosi tribuni francesi, Mirabeau e il Cardinale de Retz, fossero
-d’origine fiorentina.
-
-[241] SEGNI, lib. V.
-
-[242] VARCHI, SEGNI.
-
-[243] NERLI, _Commentari_.
-
-[244] «Cupientes ejusdem Reipublicæ saluti libertati quieti et
-tranquillitati optime consultum esse, atque universali Italiae pacem
-stabilire nostramque et Romani imperii dignitatem et authoritatem, ut
-tenemus, conservare, ne res iterum ad popularem factionem devenire,
-et propterea dominium atque libertas dictæ Reipublicæ periclitari et
-opprimi valeat; eisdem motu, scientia, animo, consilio, et auctoritate
-prædictis, tenore præsentium statuimus, decernimus et declaramus,
-volumus et jubemus, ut deinceps perpetuis futuris temporibus
-magistratus dictæ reipublicæ eisdem modis et formis eligantur,
-disponantur et instituantur quibus ante ejectam ipsam Mediceorum
-familiam eligebantur atque instituebantur, utque eadem illustris
-ipsa Mediceorum familia et in primis illustris Alexander de Medicis
-Dux Civitatis Pennæ, cui nuper illustrem Margaritham filiam nostram
-naturalem despondimus; quamdiu vixerit, atque eo e vivis sublato, ejus
-filii, hæredes et successores ex suo corpore descendentes masculi,
-ordine primogenituræ semper servato; et illis deficientibus, qui
-proximior masculus ex ipsa Mediceorum famiilia erit, et sic successive
-usque in infinitum, jure primogenituræ servato, sit atque esse debeat
-dictas Reipublicæ Florentinæ gubernii, status atque regiminis caput, et
-sub ejus præcipua cura et protectione ipsa civitas et Respublica cum
-universo ejus Statu et dominio regatur, manuteneatur et conservetur,
-et tam ipse illustris Alexander, quam sui prædicti possint et valeant
-ac debeant in omnibus supradictis magistratibus qui in præsentia sunt,
-et pro tempore, modo quo supra, aut aliis quomodocumque disponentur,
-interesse, iisque præesse, ac si his qui pro tempore juxta ordinem,
-ut supra, dispositum præesse debebit ad singulos ipsos magistratus
-publicis suffragiis tamquam caput electus et designatus foret.» (LÜNIG,
-_Codex Italiæ Diplomaticus_, tomo I.)
-
-[245] NERLI, VARCHI.
-
-[246] Abbiamo in bella copia manoscritta, fatta fare per uso proprio
-da Benedetto Buondelmonti, con gli altri Atti risguardanti quella
-mutazione anche il discorso di Palla Rucellai a Carlo V. Vedi
-_Appendice_ Nº VI.
-
-[247] _Discorsi intorno alla Riforma dello Stato di Firenze._ Sono
-di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Francesco e di Luigi
-Guicciardini. (_Archivio Storico_, tomo I.)
-
-[248] VETTORI, ivi, pag. 738.
-
-[249] VETTORI, (_Archivio Storico_, tomo I), pag. 437.
-
-[250] VARCHI, SEGNI.
-
-[251] NERLI, pag. 261-62.
-
-[252] Manoscritto citato di BENEDETTO BUONDELMONTI.
-
-[253] Furono infino a lui 1372 Gonfalonieri, il quale ufficio mutandosi
-ogni due mesi a cominciare dal 1293, non mancò mai che nel solo anno
-del Duca d’Atene. Un solo Gonfaloniere creato a vita governò dieci
-anni, uno poco meno di due anni, uno otto mesi, e un altro sette.
-
-[254] VARCHI, lib. XII. — SEGNI, lib. V. — NERLI, lib. XI. — AMMIRATO,
-lib. XXXI. — Il capitano Enrico Napier della regia marina inglese
-lasciava una _Storia della città di Firenze sino ai giorni nostri_, in
-sei grossi volumi in-8º; Londra 1846. Deliberò scriverla perchè a lui
-parve di non avere altro modo a reggere la vita, dopo perduto in poche
-ore di cholèra, in una villa qui presso Firenze, una moglie fiorente
-di bellezza straordinaria e di salute, madre di tre bambini, se io non
-erro. Rimasto più anni in quella medesima villa, mantenne il proposito
-con la costanza che è dote propria di quella nazione, usando nella
-composizione del libro una incredibile diligenza. Ne usciva un’opera
-forse troppo voluminosa per gli Inglesi e anche se vuolsi per gli
-Italiani. Ma per l’Autore tutto il fine stava nel tempo lungo, finchè
-egli si fosse con l’abitudine indurito a tanta miseria.
-
-[255] PITTI.
-
-[256] Questo e gli altri consimili ricordi, in fine delle lettere,
-vengono, naturalmente, dalle copie, e gli abbiamo conservati.
-
-[257] Anche questa e tutte le altre hanno fuori l’indirizzo _Magnificis
-Dominis dominis Decemviris_ etc., come la precedente.
-
-[258] Così il MS., dove senza dubbio manca _lo crederìa_ o altra parola
-equivalente.
-
-[259] Quest’aggiunta è nella copia, dove altresì la data è 30 e non 29
-di settembre.
-
-[260] Questo vuoto è nel Codice Strozziano.
-
-[261] Questi allegati erano forse lettere intercette, o direttamente
-scritte a qualcheduno del Campo.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
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-FIRENZE V. 3/3 ***
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