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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3 - -Author: Gino Capponi - -Release Date: February 1, 2022 [eBook #67295] - -Language: Italian - -Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed - Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was - produced from images made available by The Internet - Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 1/3 *** - - - STORIA - DELLA - REPUBBLICA DI FIRENZE - - DI - GINO CAPPONI. - - SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE - - TOMO PRIMO. - - - - FIRENZE, - G. BARBÈRA, EDITORE. - 1876. - - - - - Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per - godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria. - - G. BARBÈRA. - - _Gennaio 1875._ - - - - -PREFAZIONE - -ALLA PRIMA EDIZIONE IN-8º DEL 1875. - - -Essendo a tutti oramai noto che le Prefazioni si fanno da ultimo; e -poichè, fuori d’ogni mia speranza, mi fu concesso condurmi al termine -di questo lavoro, voglio pur dire intorno ad esso alcune cose che -poi mi dispiacerebbe avere taciute. Che io mi ci mettessi, andò a -questo modo. Una gentile francese, madama Ortensia Allart, nota in -Italia come in Francia per molte sue pubblicazioni, frutto di studi -più che femminili e d’un pensiero che gode spaziare sul corso dei -tempi; mandò alle stampe nel 1843 un ristretto della Storia della -Repubblica Fiorentina, che per molti rispetti è il migliore di quanti -se ne abbiano tentati fin qui. Di questo Libro il signore Alessandro -Carraresi negli anni seguenti aveva compito una traduzione: ma in esso -alcune cose erano di troppo per noi Italiani, altre non bastavano. -Mi posi a farvi così a mente alcune note, poi a ristringere alcuni -brani del testo francese, altri ad allargare: così a poco a poco mi -trovai con tutto il pensiero dentro alla Storia di Firenze. I tempi -erano fortunosi e a me difficili per molti rispetti: questo pensiero -m’accorsi che mi era un riposo, e quindi usciva, quale si sia, -l’Istoria presente, spesso interrotta per varie cause intramezzata -da altri studi. In essa ritrovo perfino certe intonazioni che nei -primi tempi a me venivano dallo Scrittore francese; di queste cose -io ringrazio la Donna gentile, e più dell’avermi, senza che ella vi -pensasse, imposto un obbligo che a me fu spesso un grande sollievo. -Assunto una volta, mi pareva che fosse dovere di galantuomo porvi -grandissima diligenza e molto pensarvi; perchè una storia fatta alla -leggera, spesso riesce una storia falsa, cioè una menzogna. Così per -tutti i mancamenti di questo Libro, sappia il Lettore che io non cerco -a me altra scusa, eccetto quella molto plausibile del non avere io -saputo fare più e meglio. - -In questi tempi un’altra cosa venne a fermare in me il proposito di -pormi sul serio a fare una Storia della Repubblica di Firenze. N’ebbe -prima in mente l’idea il signor Thiers, tanto da avere bene adocchiato -e lungamente adoperato nel Canestrini l’uomo capace a provvedergliene -qui la materia dagli Archivi nostri. Soleva dire il signor Thiers, che -a lui parendo andare il mondo a una democrazia, era sopra ogni altra -storia da studiare questa, come la più democratica dei tempi antichi e -dei moderni. Ma un’altra Storia maggiore di troppo e tutta francese a -sè chiamava l’illustre Autore; ed egli ha in oggi deposto affatto ogni -pensiero di questa nostra, la quale avrebbe da lui avuta una celebrità -che da niun altri potrebbe avere. - -Contuttociò non avrei potuto in modo nessuno venire a capo di -questo Libro se allo scriverlo non avessi avuto l’opera continua e -amorevole del Carraresi che potrà sempre dire pensando a me, _oculus -fui cæco_. Mi è caro poi rendere grazie al signor Cesare Guasti che -all’edizione volle prestare con tanta sua benignità le ultime cure, e -che l’arricchiva di alcuni Documenti, con l’aiuto di quei valentuomini -che nel Grande Archivio di Stato seco attendono a una istituzione -molto onorevole al Paese nostro. Nè potrei qui tacere il nome del -signor Barone Alfredo Reumont, del quale ho già detto a suo luogo -come egli mi abbia nelle frequenti sue conversazioni di questi anni -fatto quasi respirare l’aria di quei secoli nei quali vive con la -memoria capacissima. Mi fu egli inoltre d’eccitamento alla presente -pubblicazione, cui fece onore forse anche troppo il signor Gaspero -Barbèra, quando egli volle a una Storia tutta popolana dare un abito -che ha del signorile. - - - - -SOMMARI DEL TOMO PRIMO. - - - LIBRO PRIMO. - - _Capitolo_ I. — ORIGINE DI FIRENZE Pag. 1 - - Firenze, mercato di Fiesole, poi colonia romana. — Editto di - Tiberio a favore dei Fiorentini. — Traccie d’edifizi romani - in Firenze. — An. 405, 8 ottobre, giorno di Santa Reparata, - un esercito di barbari sotto Radagasio è debellato da - Stilicone nei monti di Fiesole. — An. 542, Totila re Goto - assedia Firenze; la quale nè fu distrutta da Attila, nè - riedificata da Carlo Magno. — Il Cristianesimo in Firenze - fino dal IV secolo; antichi vescovi e antiche chiese. — - Firenze, figlia di Roma; la razza etrusca si mantenne più - in Fiesole. — Leggende intorno a Catilina e ad un re di - Fiesole. — Vennero i Barbari e pigliarono residenza negli - alti luoghi e nei castelli: gli antichi popoli abitavano - le pianure. — Prime famiglie venute a stare in Firenze. — I - Barbari poco numerosi nella Toscana, per la magrezza del - suolo, e per essere meno percorsa dagli eserciti. — Verso - l’anno 1010 i Fiesolani e i Fiorentini fanno un solo popolo - con un solo stemma; è però falso che in quell’anno i - Fiorentini pigliassero Fiesole. - - _Capitolo_ II. — LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONE DEL - CONTADO. — PRIME ZUFFE CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ - DI TOSCANA. [AN. 1050-1215] 8 - - La contessa Matilde. — Primo cerchio della città e nuova - cinta di mura. — An. 1081, l’imperatore Arrigo IV assedia - Firenze, poi è costretto levare il campo. — La contessa - Matilde promuove le libertà comunali ed amplia a Firenze - il contado: le milizie fiorentine combattevano sotto al - comando della Contessa. — An. 1115; morte della Contessa - Matilde: progredisce l’indipendenza della città, soccorso - ai Pisani e storia delle colonne di porfido. — An. 1125, - presa di Fiesole: an. 1135, castello di Montebuoni - abbattuto e i Buondelmonti costretti farsi cittadini. — - Altre guerre in Toscana dove interviene l’autorità dei - Marchesi. — An. 1147, crociata in Terrasanta. — - Cacciaguida. — Firenze e Pisa messe al bando dell’Impero. — - Le città di Toscana esercitando l’indipendenza si - preparano a possederla. — Firenze in guerra con gli Aretini - e coi Senesi. — An. 1177, prime guerre civili in Firenze: - gli Uberti. — Pace di Costanza, an. 1183. — Empoli divenuta - censuaria dei Fiorentini: castelli espugnati, i Conti di - Mangona e di Vernio ricevuti in accomandigia. — Il - Barbarossa venuto in Toscana toglie a Firenze tutto il - contado. — Arrigo suo figlio tiene l’an. 1187 corte in - Fucecchio; poi, morto il padre l’an. 1190, crea Duca di - Toscana Filippo suo fratello. Questi l’an. 1197, morto - Arrigo, abbandona l’Italia, e fu l’ultimo in Toscana dei - Duchi o Marchesi: Firenze racquista il suo Contado. — - Prima Lega Toscana fermata in San Genesio alla presenza di - due Legati di Celestino III. — Certaldo e Figline fanno - dedizione al Comune di Firenze; Semifonte distrutto per - lunga guerra con divieto di farlo risorgere. — Montelupo - edificato all’incontro di Capraia che era in forza dei - Conti Alberti; Montemurlo avuto in compra dai Conti Guidi; - altri castelli abbattuti: tenevano in protezione - Montepulciano e Montalcino, dal che lunghe guerre co’ - Senesi. - - _Capitolo_ III. — GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, - BUONDELMONTI E UBERTI. — AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — - GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI GUELFI. [AN. 1215-1249.] 22 - - Firenze retta da Consoli, dei quali varia il numero; antichi - sono i Consoli delle Arti. — I Potestà non cominciano in - Firenze subito dopo la pace di Costanza; dal 1218 in poi - continua la serie dei Potestà sempre forestieri. — I - Vescovi non ebbero in Firenze giurisdizione politica, e - furono spesso col popolo. — Fondazione dell’Abbazia di - Valombrosa. — 1215. Uccisione di Buondelmonte dei - Buondelmonti: le nobili famiglie della città si dividono, - e vi entrò il nome di Guelfi e di Ghibellini. — 1217. - Cavalieri fiorentini alla Crociata; Buonaguisa della - Pressa. — 1218. I Fiorentini fanno giurare alla Signoria - del Comune tutto il Contado, e nel 1233 registrare i nomi - degli abitatori, ciascuno secondo la sua condizione: - abbattono molte castella di Nobili. — Continua la guerra - con Siena. — Guerra contro Pisa. — 1229. Muore Accorso da - Bagnolo glossatore. — Firenze cresceva molto in quest’anni - per le arti e pei commerci: antichi dentro la città il - Battistero di San Giovanni, e fuori il tempio di San - Miniato. — Si popola il Sesto d’Oltrarno per nuove - famiglie; edificazione di due ponti. — Sètta dei Paterini - in Firenze, promossa da Federigo: battaglie contro essi in - città, ricordate da due colonne. — Fondazione dell’Ordine - dei Serviti. — I Ghibellini di Firenze rafforzati da - cavalieri tedeschi, percuotono i Guelfi; questi, - abbandonata la città, si spargono pei castelli e per le - ville. — Torri dei Guelfi abbattute. — Espugnazione del - castello di Capraia, dove molti Guelfi se erano rifuggiti; - i quali trattati crudelmente dall’Imperatore sono da lui - condotti in Puglia. - - _Capitolo_ IV. — PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI - ANZIANI. — FELICITÀ DEI GUELFI. [AN. 1250-1254.] 34 - - I Guelfi pigliano forza: il popolo si raduna in arme, elegge - un Potestà nuovo e un Capitano del Popolo e dodici Anziani - [20 ottobre 1250]. — Descrizione della gioventù in - compagnie, sotto al comando del Capitano del Popolo. — - Popolazione del contado divisa in leghe per la difesa del - Comune. — Fondazione del Palazzo del Potestà. — Firenze si - dichiara guelfa. — Nobili famiglie ghibelline mandate in - bando fanno lega co’ Senesi. — Nuova moneta del fiorino - d’oro. — Firenze si pone a capo della Parte guelfa; - rinnalza e assicura questa nella città di Pistoia, soccorre - i Perugini, combatte guerre fortunate contro Arezzo e - Volterra e Pisa e Siena. — An. 1254, ch’ebbe nome d’anno - vittorioso. - - _Capitolo_ V. — MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. — - BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. 1254-1260.] 39 - - Moti dei Ghibellini, e bando dato alle maggiori di quelle - famiglie. — Guerra con Pisa in servigio dei Lucchesi; virtù - d’Aldobrandino degli Ottoboni. — Costumi dei Fiorentini. — - Serraglio dei Leoni. — Guerra con Siena. — Il Carroccio. — - Astuzia di Farinata degli Uberti; cavalieri tedeschi - mandati da Manfredi. — Inganno tessuto da Farinata ai - Fiorentini. — Consigli del Tegghiaio Aldobrandi e degli - uomini prudenti; temerità d’alcuni degli Anziani. — Aiuti a - Firenze di tutti i Guelfi di Toscana, a Siena delle città - ghibelline. — I Fiorentini pongono il campo sul fiume - dell’Arbia presso al castello di Montaperti. — Apparecchi - dentro Siena, battaglia, tradimento di Bocca Abati, difesa - del Carroccio. — Grande sconfitta dei Guelfi. - - _Capitolo_ VI. — FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA - DEGLI UBERTI VIETA LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA - DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI CARLO - D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [1260-1266.] 51 - - I Ghibellini in Firenze. — Le famiglie Guelfe abbandonano la - città. — Parlamento in Empoli, dove Farinata proibisce che - Firenze sia disfatta. — La Toscana viene tutta nelle mani - dei Ghibellini. — Famiglie guelfe rifugiate in Lucca, di - dove poi sono costrette partirsi. — Miseria dei Guelfi, che - si spargono per l’Italia e fuori. — Urbano IV chiama in - Italia Carlo d’Angiò fratello di San Luigi re di Francia. — - Battaglia di Benevento, morte di Manfredi. - - _Capitolo_ VII. — FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE - DELLE ARTI. — MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — GOVERNO - DELLA CITTÀ DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI. [AN. 1266-1267.] 56 - - I Guelfi levano il capo. — Due Frati Gaudenti vengono in - Firenze a stare in luogo del Potestà. — Questi eleggono - trentasei buoni uomini a riordinare la città. — - Costituzione in collegi armati delle sette Arti maggiori e - di cinque minori. — Insorgono molte potenti famiglie - ghibelline, e con l’aiuto di cavalieri tedeschi combattono - il popolo; ma tutti insieme sono costretti uscire dalla - città, che rimase allora libera di sè stessa. — Signoria - data al re Carlo per dieci anni. — Ingerenza in questi - fatti del pontefice Clemente IV. — Costituzione della - città: vendita dei beni dei Ghibellini: famiglia dei - Mirabeau. — Creazione del magistrato di Parte guelfa. — - Venuta in Firenze del re Carlo. - - LIBRO SECONDO. - - _Capitolo_ I. — GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE - LATINO. — ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI. - [AN. 1268-1282] 69 - - 1268. Corradino in Toscana. — Vendette contro ai Ghibellini. - — An. 1273. Gregorio X in Firenze; pace da lui procurata - tra le due parti, ma subito rotta; la città interdetta. — - Per la prepotenza del re Carlo, Niccolò III consente al - ritorno d’un luogotenente imperiale in San Miniato. — - Discordie tra’ Guelfi. — 1280. Niccolò III manda il - Cardinale Latino in Firenze: questi ferma una pace per la - quale tornano i Ghibellini; i magistrati da mutarsi ogni - due mesi: il Papa custode di quella pace. — Vespro - siciliano. — Termine della Signoria di dieci anni concessa - al re Carlo. — Abbassamento della Parte ghibellina. — - 1282. Istituzione del Priorato. — Ordinamento delle Arti - minori. - - _Capitolo_ II. — SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL - CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI - GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E - BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.] 81 - - Sconfitta dei Pisani alla Meloria: il Conte Ugolino della - Gherardesca. — Guerra contro ai Ghibellini di Arezzo. — - Vantaggio ottenuto dagli Aretini alla Pieve del Toppo. - Formazione dei due eserciti. — 11 giugno 1289, battaglia - di Campaldino: grande rotta dei Ghibellini. — Mossa inutile - verso Arezzo. — Feste in Firenze. - - _Capitolo_ III. — GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA - CONTRO I GRANDI. — ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. - [AN. 1293-1295.] 89 - - Felice stato della città. — Gli antichi Nobili e gli uomini - del Contado. — 1293. Giano Della Bella. — Ordinamento della - Giustizia e leggi successive contro ai Grandi. — - Istituzione dell’ufficio di Gonfaloniere, sommo magistrato - eletto a due mesi per la difesa dello Stato popolare e per - l’esecuzione delle leggi contro ai Grandi. Aveva il comando - delle milizie cittadine e di quelle che venivano - somministrate dalle Leghe del Contado. — Pace con Pisa. — - La città si divide per la esecuzione delle nuove leggi; - avversi i giudici alle condanne. Il magistrato di Parte - guelfa. I Grandi attizzano contro a Giano Della Bella - l’odio del popolo; quegli va diretto al fine suo. — 1295. - Corso Donati accusato di malefizio, viene assolto dal - Potestà; questi, assalito dal popolo in furia, è tolto di - ufizio. — Inquisizione contro a Giano per avere messo la - terra a romore; Giano si parte ed è bandito. — Bonifazio - VIII nemico a Giano: questi moriva esule in Francia. - - _Capitolo_ IV. — CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. - [AN. 1295-1300.] 103 - - Vendette di parte; il Pecora beccaio. — I Grandi e i - Ghibellini chiamano in Arezzo un Capitano dell’Imperatore. - Non fece alcun frutto, e i Guelfi viepiù si rinforzavano. - — Comincia la edificazione di Santa Maria del Fiore, di - Santa Croce, e del Palazzo della Signoria. — Vieri dei - Cerchi e Corso Donati. — Le parti loro pigliano nome di - Bianca e Nera. In questa, le nuove famiglie mercanti che - dominavano la città col nome guelfo: la parte Bianca era - meno astiosa contro ai Grandi e ai Ghibellini. — Zuffe in - città tra le due parti. — 1300. Bonifazio VIII manda in - Firenze paciere il Cardinale d’Acquasparta, che parve - troppo amico ai Neri e dovè partirsi. — La Signoria - bandisce i capi delle due parti: priorato di Dante. — Guido - Cavalcanti. — Prevale in Toscana la parte dei Bianchi. - - _Capitolo_ V. — VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — - CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.] 113 - - Bonifazio VIII commette a Carlo di Valois venire in Firenze - arbitro delle contese. — La Signoria manda ambasciatori al - Papa, tra i quali era Dante. — Corso Donati e i Neri si - accaparrano il favore del Papa e di Carlo. — Questi entra - in Firenze con molti Francesi armati e con la promessa - scritta da lui di non esercitarvi signoria nè - giurisdizione. — Ma le violenze tosto cominciano eccitate - dai Neri, essendo la Signoria inetta. — Corso Donati, rotto - il bando, entra in Firenze con armati, esercita vendette - contro a’ suoi nemici; ruberie, arsioni nella città e nel - contado. — Il Cardinale d’Acquasparta torna in Firenze, ma - i Neri essendosi opposti a ogni conciliazione, parte - sdegnato. — Uccisioni tra parenti; morte del figlio di - Corso Donati. — Per la denunzia d’una congiura, condanne in - Firenze di morti e perdita degli averi e distruzioni delle - case: esigli e bandi di rubello continuati anche dopo la - partenza di Carlo di Valois: seicento persone bandite; - Dante era tra esse. - - _Capitolo_ VI. — PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA - PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. — - MORTE DI CORSO DONATI. [1303-1308.] 126 - - Prevalenza d’alcune famiglie nuovamente sorte col nome - guelfo. — Discordie e zuffe, per cui la città è data in - guardia ai Lucchesi. — Pacificazione generale cercata dal - Cardinale Niccolò da Prato. — Tornano alcune famiglie di - Bianchi. — Rovina del Ponte alla Carraia, con grande numero - di morti, in occasione d’una festa. — Gelosie contro ai - Bianchi tornati: si viene alle armi. — [10 giugno 1304] uno - degli Abati appicca il fuoco nel primo cerchio, dov’erano - le più antiche case dei Nobili. — Consumò l’incendio tutta - quella parte della città: i Cavalcanti furono i più - distrutti. — I Bianchi di fuori muovono mescolati co’ - Ghibellini contro a Firenze: alcuni di loro [20 luglio], - avendo fatto capo alla Lastra, entrano in città, ma sono - ributtati e molti uccisi. — Roberto duca di Calabria viene - capitano dei Fiorentini all’assedio di Pistoia. — 1306. - Pistoia si arrende ai Fiorentini ed ai Lucchesi. — - Istituzione dei Gonfalonieri di compagnie: nuovo ufficio di - Esecutore degli Ordini di giustizia. — Il cardinale - Napoleone degli Orsini tenta una impresa contro a Firenze. - — Corso Donati, voltandosi ai Grandi e ai Ghibellini e ai - Signori di fuori, viene condannato ed assalita e combattuta - la casa sua; ma infine Corso, fuggendo, è ucciso [6 ottobre - 1308]. - - _Capitolo_ VII. — ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. — - SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.] 142 - - Arrigo di Lussemburgo alzato all’Impero col favore di - Clemente V, vuol farsi in Italia pacificatore: gli uomini - più saggi confidano in lui. — Manda in Firenze suoi Legati, - male accolti dai grandi Guelfi. — La Parte guelfa e la - ghibellina per tutta Italia fanno apparecchi di guerra. — - 1310. L’Imperatore scende in Italia. — 1311. Riceve in - Milano la corona. — Firenze, capo e anima d’una Lega guelfa - in Toscana, fomenta le ribellioni in Lombardia. — Due - Legati imperiali vengono fino alla Lastra presso Firenze, - ma qui assaliti da gente armata e svaligiati, passano in - Casentino per la via dei monti: poi vanno a porre camera - imperiale in Civitella, luogo del Vescovo di Arezzo, - citando a ubbidienza Guelfi e Ghibellini. — L’Imperatore a - Pisa. — In Firenze, uccisione di due capi della Parte - guelfa. — Nuova legge contro ai Ghibellini. — 1312. Arrigo - riceve la corona in San Giovanni Laterano, gran parte di - Roma essendo in mano del re Roberto capo della Lega guelfa. - — Arrigo, sforzata la via per la Toscana, pone a’ 19 di - settembre il campo a San Salvi sotto alle mura di Firenze. - — [31 ottobre]. È costretto levare il campo. — Si ferma due - mesi in San Casciano, indi a Poggibonsi, e non senza - combattimenti torna in Pisa a’ 9 di marzo 1313. — Firenze - riceve un Vicario del re Roberto senza mutare il governo. — - 24 agosto. Arrigo muore in Buonconvento. — Uguccione della - Faggiuola diventa signore di Pisa e di Lucca e capo di - molte forze ghibelline, contro alle quali il re Roberto e i - Fiorentini radunano un grande esercito di Guelfi: sono - sconfitti a Montecatini, 27 agosto 1315. — Divisioni in - Firenze: Lando d’Agubbio Bargello. — 1316. Uguccione perde - lo Stato. — Guerre sotto Genova e in Lombardia, condotte - dal re Roberto. — Castruccio Castracani lucchese, tirando - a sè molte forze ghibelline, comincia [1320] la guerra in - Toscana, e viene a porsi nel giugno 1321 fin sotto - Fucecchio. — Collegio di Dodici Buoni uomini aggiunto ai - Priori. - - _Capitolo_ VIII. — DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI - CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.] 165 - - Notizie intorno alla vita e alle opere di Dante. — Giovanni - Villani. — Primi poeti toscani. — Guittone d’Arezzo. — - Guido Cavalcanti. — Cino da Pistoia. — Francesco da - Barberino. — Fra Jacopone da Todi. — Buonagiunta da Lucca. - — Francesco Stabili detto Cecco d’Ascoli, arso in Firenze - nel 1327. — Scrittori di prosa: Brunetto Latini, Ricordano - Malespini, Bono Giamboni; versioni dal latino. — Dino - Compagni. — Fra Giordano da Rivalta, Domenico Cavalca, - Bartolommeo da San Concordio, pisani. — Giovanni Pisano, - scultore: antichi monumenti di quella città. — Giovanni - Cimabue, maestro di Giotto. — Arnolfo di Lapo disegnò la - chiesa di Santa Maria del Fiore e quella di Santa Croce ed - il Palazzo della Signoria e la Torre. — In quelli stessi - anni, le chiese del Carmine, di Santa Maria Novella, di San - Marco, la Loggia d’Orsanmichele, il Campanile. — - Istituzioni di carità cittadina: Compagnia della - Misericordia, Bigallo, Spedale di Santa Maria Nuova - cominciato da Folco, padre di Beatrice Portinari. — Terzo - Cerchio della città. — Industrie, commerci, viaggi dei - Fiorentini: perchè Bonifazio VIII dicesse che erano nel - mondo il quinto elemento. - - LIBRO TERZO. - - _Capitolo_ I. — IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO. — INTERNE - RIFORME; I MAGISTRATI TRATTI A SORTE. [AN. 1322-1328.] 183 - - Primi fatti di Castruccio. — Viene fin sotto Prato il primo - di luglio 1323; ma tosto poi levato il campo, si riduce a - Serravalle. — I Fiorentini popolarmente volendo da Prato - procedere oltre, i Nobili si oppongono: scisma nel campo, e - indi in Firenze, dove gli sbanditi pretendono essere - rimessi: tentano entrarvi per forza, ma il colpo fallisce; - e tre dei grandi puniti. — Alcuni degli sbanditi ottengono - il ritorno. — Fazione dei Serraglini; condanna dei Bordoni. - — Riforma per cui la Signoria e i maggiori uffici sono - tratti a sorte. — Istituzione dei Pennonieri per maggior - guardia della città. — Nobili per grazia recati a popolo. — - Fallimento degli Scali e Amieri. — I Fiorentini, dopo avere - soccorso a Genova e in Lombardia la Parte guelfa, - raccolgono intorno a sè aiuti delle città amiche, assoldano - Francesi e Tedeschi, e vanno contro a Castruccio: questi - con grandi forze ghibelline, soccorso da Azzo Visconti con - seicento cavalieri, vince grande battaglia all’Altopascio, - 23 settembre 1325. — Viene sotto Firenze, empiendo di - devastazioni e di rovine tutto il piano e le colline - circostanti, 1326. — Signoria data per dieci anni al Duca - di Calabria. — 1327. Discesa in Italia di Lodovico il - Bavaro. — Viene a Pisa con Castruccio, il quale creato Duca - di Lucca, lo accompagna fino a Roma; poi torna in Toscana - per la ricuperazione di Pistoia, dove erano entrati per - sorpresa i Fiorentini. — Dopo lungo assedio riavuta - Pistoia, Castruccio muore il 3 settembre 1328. — Novembre. - Per la morte del Duca di Calabria, Firenze tornata in - libertà, riordina il governo. — Condanna a morte di Cecco - d’Ascoli. - - _Capitolo_ II. — IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — - PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — - GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA DI LUCCA. - [AN. 1328-1342.] 205 - - Carestia in Firenze, e pubblici provvedimenti. — Tedeschi al - Cerruglio offrono Lucca in compra ai Fiorentini, poi la - vendono a uno Spinola. — Guerra in Val di Nievole e in Val - d’Arno. — Scende in Italia il re Giovanni di Boemia - d’accordo col Papa. I Fiorentini lo combattono, fatta lega - co’ Signori ghibellini di Lombardia: è vinto, e torna in - Germania. — 1333. Inondazione grandissima in Firenze e nel - contado: viene in Firenze la processione dei Flagellanti. — - Fallimento dei Bardi e dei Peruzzi. — Dedizione di Pistoia, - d’Arezzo, di Colle di Val d’Elsa. — Conti e Signori di - castelli ricevuti in protezione o accomandigia dalla - Repubblica. — Terre franche edificate, vassalli fatti - sorgere a coloni liberi. — Lunga contesa con gli Ubaldini; - la Repubblica di San Marino. — Guerra con Mastino della - Scala. — Compra di Lucca, e fallita impresa contro a questa - città. - - _Capitolo_ III. — IL DUCA D’ATENE. [1342-1343.] 221 - - I Grandi e il Popolo sempre in arme tra loro: congiure, - condanne. — Stava il Governo nelle maggiori famiglie - popolane, delle quali erano venti Commissari, preposti alla - guerra contro Lucca e diffamati dopo il mal’esito della - impresa. — Gualtieri di Brienne duca d’Atene eletto - capitano generale. — Pratica intelligenze coi Grandi e col - popolo minuto contro ai mezzani prepotenti. — Fa - Parlamento, e viene eletto Signore per un anno, e quindi a - vita, 8 settembre 1342: occupa il Palazzo e abolisce il - Gonfalonierato. — Si aliena i Grandi, promuove la plebe - minuta: sue violenze, rapine, corruttele. — Fa pace co’ - Pisani e lega con Signori di Lombardia. — Tre congiure che - insieme si uniscono contro lui. — 26 luglio 1343, tutta la - città in arme, asserragliate le vie; d’Oltrarno si smuovono - Grandi a cavallo e popolo armato in grande numero; tutti - vanno contro al Palagio. — Assedio al Palagio: crudeli - vendette popolari contro a’ ministri del Duca. Questi - infine rinunzia il Governo e torna in Puglia. — Quattordici - eletti a riformare lo Stato. - - _Capitolo_ IV. — CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. - [AN. 1343-1348.] 237 - - Ribellione del distretto. — I Grandi messi a parte degli - uffici. — La città divisa in Quartieri. — Il popolo - minaccioso impone ritogliere ai Grandi gli uffici. — - Sedizione d’Andrea Strozzi, 24 settembre 1343. — I Grandi - si afforzano seguiti da molta plebe; ma tutti quelli della - parte destra dell’Arno sono costretti venire a patti. — - L’Oltrarno rimane in forza dei Grandi: assalto alle case - dei Frescobaldi, poi a quelle dei Bardi, che infino sono - espugnate e vanno a sacco. — Una radunata di malandrini - rubatori, dalle milizie del Potestà è percossa e gastigata. - — Nuova riforma: passa il Governo dal grasso popolo negli - artefici. — Effetti della cacciata dei Grandi. — 1348. - Peste in Firenze e sue conseguenze. - - _Capitolo_ V. — DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. — ENTRATE - E SPESE DEL COMUNE 248 - - Morte di Giovanni Villani. — Contado e Distretto; Fortezze. — - Popolazione; consumi. — Scuole. — Chiese e conventi, - spedali. — Fondachi, numero dei panni, Arte della lana e - Arte di Calimala, Cambiatori. — Signorie forestiere, - giudici, ufiziali. — Ville intorno a Firenze. — Entrate e - spese del Comune. - - _Capitolo_ VI. — GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — - TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI - PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.] 258 - - Recuperazione di Colle, di San Gemignano, di Prato: strage - dei Guazzalotri: accordo con Pistoia, nella quale mettono - guardia. — Potenza di Giovanni Visconti arcivescovo di - Milano: rompe guerra ai Fiorentini ed entra nel Mugello. — - Nuova condizione dei Ghibellini in Toscana. — Carlo IV, - imperatore debole, tratta in segreto coi Fiorentini. — I - Veneziani e il Papa s’accordano a fare scendere - l’Imperatore in Italia. — Carlo IV, coronato in Monza, - viene a Pisa. — 1355. Trattato pel quale i reggitori di - Firenze sono fatti vicari imperiali: nè a lui nè - all’Imperatrice è permesso di entrare nella città. — Carlo - IV, coronato in Roma, torna in Allemagna. — Prevalenza - negli uffici delle Arti minori e nelle città di nuovi - uomini venuti di fuori: consorterie, sètte, scioperi degli - artefici. — Il Magistrato di Parte guelfa. Come ivi - dominassero gli ottimati. — Della esclusione dei Ghibellini - si fa un’arme contro alla parte popolare; arbitrio - tirannico di cui s’investe quel Magistrato; pronunziano - senza forma di giudizio divieti di accettare ufficio, ai - quali danno nome di ammonizioni. Di qui nasce la contesa - tra gli Albizzi e i Ricci. - - _Capitolo_ VII. — LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — - SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO - DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.] 291 - - Milizie straniere in Italia, la gran Compagnia. Questa - volendo dalla Romagna passare in Toscana (1358), è rotta - dai villani dell’Appennino. — I Fiorentini per lungo - contrasto co’ Pisani si adoprano a richiamare i commerci a - Talamone, e mettono in mare galee armate. — Volterra viene - in signoria della Repubblica. — Guerra con Pisa [1362]. — - Morte di Piero da Farnese, capitano dei Fiorentini: - Pandolfo Malatesta sospettato. — I Pisani vengono fin sotto - le mura di Firenze: poi avendo una compagnia inglese mutato - bandiera, si fa pace [1364]. — Urbano V, e Carlo IV in - Italia [1369]: potenza di Bernabò Visconti. — San Miniato - viene in potestà della Repubblica. — Niccola Acciaiuoli - Gran Siniscalco del regno di Napoli, sospettato in Firenze. - — Leggi che rafforzano l’arbitrio del Magistrato di Parte - guelfa. — Piero degli Albizzi. — I Ricci perdono lo Stato. - - _Capitolo_ VIII. — GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. - [AN. 1375-1378.] 318 - - Romagna recuperata al Patrimonio della Chiesa. — Mala - contentezza dei Fiorentini e animosità contro essi dei - Legati di Bologna: Giovanni Hawkwood condottiero inglese. — - Guerra contro al Legato. — Quali leggi gravassero i - cherici. Inquisizione. — Gli Otto della guerra. — Lega con - Bernabò Visconti; fanno ribellare le terre della Chiesa. — - Gregorio XI offre condizioni di pace, stornato dagli Otto. - — Interdetto pronunziato in Avignone contro a Firenze ed ai - Fiorentini in qualunque luogo dimoranti. — Eccidio di - Cesena fatto da Inglesi e da Brettoni soldati della Chiesa. - — Diligenza usata dagli Otto in quella guerra. — Gregorio - XI torna a Roma. — Negoziati presto rotti. — La Repubblica - fa riaprire le chiese in Firenze; confraternite, devozioni. - — Santa Caterina da Siena e sue lettere a Gregorio XI. — - Aperto dissidio tra gli Otto della Guerra e i Capitani di - Parte guelfa. — Congresso a Sarzana per la pace. — Morte di - Gregorio XI. — Firenze ottiene miti condizioni dal nuovo - papa Urbano VI. - - _Capitolo_ IX. — LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. — - PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.] 341 - - Come si formassero la lingua e il popolo di Toscana. — In - Italia il secolo che finiva nel 1300 fu quello dei grandi - fatti e delle grandi cose. — Importanza durante quel secolo - degli uomini dell’Italia media, che era la parte più - latina: la poesia e le lettere nacquero ivi religiose e - popolari; non si perderono in sottigliezze, ma seguitarono - il comun senso della umanità. Crebbero e si fecero - esemplari alla nazione per la finitezza della lingua e per - la maggiore estensione del pensiero. — Ma su’ dialetti - delle altre Provincie potevano poco, perchè la Toscana non - era centro da cui potesse venire a diffondersi per tutta - Italia un comun parlare. Quindi le incertezze e le contese - che sono antiche quanto la lingua. — Dante: suo libro De - Vulgari Eloquio. — La lingua illustre degli Italiani pareva - sempre che fosse il latino. I libri toscani usciti dal - popolo in tanto gran numero, poco erano conosciuti nel - resto d’Italia. Scarsa l’azione del pulpito, della tribuna, - del teatro. Quando si cominciò per tutta Italia a scrivere - libri in lingua volgare, l’autorità del parlare dei toscani - era venuta a ristringersi; parve da ultimo si perdesse - troppo in facezie e in bassezze. — Ma la poesia ebbe una - comune lingua. — Autorità somma esercitata in Italia dal - Petrarca, e a lui rimasta per le sue liriche: nella vita fu - egli italiano più che fiorentino. — Nel trecento abbassò il - livello degli animi e parve non rimanessero che gl’ingegni. - — Scrittori di prosa: Matteo Villani, frate Iacopo - Passavanti. — Virtù e vizi dello scrivere del Boccaccio, - che fu maestro sommo della lingua, ma la potenza di - scrittore guastò pel concetto falso ch’egli ebbe dello - stile, colpa dell’animo e dei tempi. — Santa Caterina da - Siena ebbe doti di grande scrittore. — Altri autori di - prose e poesie nella fine del trecento. — Studio pubblico - in Firenze. — La Scultura progrediva più della Pittura. — - Andrea Orcagna: edifizio d’Orsanmichele e Loggia sulla - piazza dei Signori. - - APPENDICE DI DOCUMENTI. - - I. Breve di Clemente IV, de’ 25 marzo 1266, al cardinale - Ottaviano degli Ubaldini per l’assoluzione - della città di Firenze e di alcuni cittadini - dalle scomuniche incorse quando era sotto la - dipendenza del re Manfredi 373 - II. Discorso intorno al Governo di Firenze dal 1280 - al 1292; d’incerto autore 378 - III. Istoria compendiata di San Gimignano 389 - IV. _PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE - DOMINO KAROLO ROMANORUM REGI_ 398 - _CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE - FLORENTIE_ 399 - V. Matteo Villani; e il Ghibellinesimo in Firenze 404 - VI. Provvisione del 27 gennaio 1371 dall’Incarnazione 415 - VII. Discorso d’autore incerto, scritto l’anno 1377 _Del - principio e di alcuni notabili del Priorato_ 420 - - NOTA INTORNO AI MALESPINI 425 - NOTA INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO - DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI 434 - NOTA CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI - FIRENZE E GLI UOMINI DI POGNA 441 - - - - -STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. - - - - -LIBRO PRIMO. - - - - -CAPITOLO I. - -ORIGINE DI FIRENZE. - - -Narrare l’istoria della città di Firenze distesamente dai suoi primordi -male potremmo, e non sarebbe dell’assunto nostro, per la incertezza -o per la oscurità dei fatti, e perchè tardi questa città pigliò un -carattere che la distinguesse tra molte in Italia. Non è dubbio che -Firenze, chiamata da prima, come alcuni credono, o Villa Arnina o -Camarzo, fosse nel suo cominciamento una borgata dell’etrusca Fiesole. -Questa, dal monte sulla cui vetta sedeva, inviava con l’estendersi dei -traffici i suoi mercanti giù nel piano, emerso dalle acque poichè il -fiume Arno, rotte altre chiuse che lo impedivano, si fu aperta una via -tra i massi della Golfolina: quindi l’origine di Firenze. Cresciuta -pei coloni che vi stanziarono, soldati di Silla o più veramente di -Ottaviano Cesare allora triumviro, in breve pel nuovo sito e per -l’agiato luogo ebbe numero d’abitatori e decoro di edifizi, così da -essere annoverata tra le buone colonie che Roma avesse in Italia. -Sappiamo da Tacito come, regnando Tiberio, udisse il Senato gli oratori -dei Fiorentini, i quali ottennero che la Chiana non fosse voltata a -metter foce nell’Arno portando ruina d’inondazioni alla città loro.[1] -Il circuito di un anfiteatro tuttora apparisce disegnato dalle vie che -certo furono della edificazione prima; ebbe il Campidoglio ed hanno le -Terme nomi derivati dai tempi romani. - -Caduto l’Impero per la invasione dei barbari, fu la Toscana prima -soggetta come le altre provincie ai re Goti, sinchè poi divenne -campo a quella guerra che a discacciarli d’Italia fu combattuta dai -Greci. Ma non è vero che Totila nei monti di Fiesole fosse sconfitto -ed ucciso: in quei luoghi Stilicone, agli 8 d’ottobre dell’anno 405, -avea debellato Radagasio, il quale con grande accozzaglia di barbari -d’ogni gente era disceso in Italia;[2] ed in memoria di quel giorno -i Fiorentini celebrarono la festa di santa Reparata, cui dedicarono -quello che poi fu il loro maggior tempio. Di Totila è vero che le sue -armi nell’anno 542 assediarono Firenze, difesa da Giustino luogotenente -dell’imperatore Giustiniano.[3] Ricadeva essa poco di poi sotto alla -dominazione dei Goti, insintanto che Narsete non ebbe nell’anno 552 -vinto ed ucciso Totila, e indi posto fine al regno Gotico in Italia. Da -tuttociò avvenne che più tardi, scambiando i fatti e il nome di Totila -con quello del più famoso tra i barbari, fosse creduto che Attila -avesse distrutta Firenze, e Carlo Magno la rifacesse. Tradizioni così -sformate ebbero corso lungamente presso gli storici anche più solenni, -e a noi le trasmisero gli antichi cronisti, ambiziosi d’annestare -gli oscuri fatti ai nomi più illustri e quasi a mitici personaggi: -compongono esse la leggenda dell’istoria. - -Bene è da credere che Firenze, per quell’assedio e per l’oppressione -recata dai barbari, patisse allora decadimento. Quindi è che nei due -secoli della dominazione longobarda, e pure in quelli altri due che -furono dopo Carlo Magno, non che essere a capo delle città di Toscana, -io dubito che fosse annoverata tra le primarie: e Lucca fu sede a un -Ducato longobardo, poi residenza prescelta sovente dai Marchesi di -Toscana; e Pisa, già illustre, s’accresceva pe’ commerci, e grande -aveva potenza sul mare. Per tale guisa i fatti di questi Marchesi, -comunque in Italia d’assai grande nome dal nono secolo al duodecimo, -non appartengono propriamente all’istoria di Firenze; la quale città -ne apparisce quasi che oscura per tutto quel tempo. Nè durante quello -è grande notizia di cose che spettino alla Chiesa fiorentina; intorno -alla quale giova dire che, recato assai di buon’ora il Cristianesimo in -Toscana, Firenze ebbe Vescovi nel quarto secolo; ed in sulla fine di -questo, il più insigne tra essi, Zenobio; nel cui tempo sant’Ambrogio -legato seco in amicizia, venuto in Firenze, consacrava quivi, com’è -tradizione, la Basilica di San Lorenzo. Di più altre Chiese edificate e -Badie fondate innanzi al mille, poco è da dire: fino al qual tempo la -serie dei Vescovi fiorentini è spesso interrotta; si vede la Diocesi -pigliare nome dal Battisterio o antico tempio di San Giovanni, e pare -confondersi alle volte con quella di Fiesole. Ma dopo quell’êra di -universale risorgimento ebbe principio la grandezza cui più tardi -sursero la città e il popolo di Firenze: il che ne porge ora occasione -a investigare sommariamente di quali schiatte e per quale modo il nuovo -popolo si formasse, per quindi giugnere meglio preparati ai fatti che -in breve sarà nostro obbligo di narrare. - -Nei lunghi contrasti, che dagli antichi tempi noi sappiamo avere -Firenze avuto con Fiesole, ravvisa ciascuno le necessità di guerra -che sempre furono tra le città e le rôcche, tra’ popolani mercati e -gli alti luoghi dove annidavano le signorie castellane o i vicari -dell’Imperatore. L’antica schiatta che in sè avendo ricevuto e -conservato l’impronta romana, pigliò aspetto e nome di schiatta latina, -tendeva incessantemente a segregarsi dalla nuova che solo dalle armi -avea signoria; e il vinto popolo italiano, cui null’altro rimaneva che -il mercatare e il coltivare, si riduceva in comune, ponendo una sorta -d’assedio ai castelli, e a sè facendoli tributarii per la necessità -che i violenti sempre ebbero degli industriosi, e così gradatamente -soverchiandoli con la ricchezza che vien dal sapere, prima d’essere -potenti a dominarli con le armi. A questo modo per tutta Italia, ma -più che altrove nella Toscana, l’antica gente a poco a poco venne a -prevalere sulle nuove, le quali rimasero o mescolate o cancellate -in mezzo al popolo che sorgeva. I nostri autori hanno grande cura -di ricongiungere le memorie della città loro a quella di Roma, di -cui Firenze si chiamò figlia, e dicono come fosse in tutto edificata -a imitazione di quella. Ricordano Malespini distingue gli uomini -dell’antico popolo da quelli di schiatta longobarda, ma questi confonde -sovente con gli altri che molto più tardi seguitarono gl’Imperatori. -Descrive minutamente le famiglie ch’erano grandi al tempo suo, e dove -andarono a posarsi quando vennero a città: ma le più care e la sua -propria cerca derivare, non da origini tedesche, bensì da Fiesole o -da Roma: taluni appella grandi baroni, e questi sarebbero i Tedeschi; -di molti più afferma che erano antichissimi gentili uomini signori -di ville e di castella nei luoghi loro; il che fa credere gli tenesse -come antichi abitatori e proprietari del suolo istesso. Chi scoprisse -alcuna cosa circa le origini e la schiatta e le possessioni di quelle -famiglie che furono grandi nella città o nel contado, saprebbe assai -dell’istoria nostra. - -Dove racconta il Malespini quella pretesa riedificazione di Firenze -che per Carlo Magno si sarebbe fatta, aggiugne che «i Fiesolani e i -Conti vicini, stretti amici de’ Longobardi, si mettevano a contrasto e -non la lasciavano rifare;[4]» parole notabili, non per il fatto in sè -stesso che alla critica non reggerebbe, ma perchè a noi lasciano assai -bene intravedere quali tradizioni dominassero nel popolo Fiorentino -e quali origini si attribuisse. I Fiesolani non si contrapponevano -a che Firenze si rifacesse perchè distrutta non era, ma sibbene agli -incrementi di essa; e tutti quei Conti nemici a Firenze nei tempi del -Malespini, per nulla esistevano a quelli di Carlo Magno. Ma qui si -vede come l’etrusca Fiesole, occupata dagli invasori che vi si erano -afforzati, facesse parte co’ signori dei vicini castelli, e come il -popolo delle città italiche dovesse riacquistarsi il proprio terreno -contro a’ signori Longobardi o Franchi o in altro modo Germanici venuti -in Italia con gl’Imperatori. In tale conflitto il nome di Carlo Magno -rimaneva alto e riverito per avere egli assai rinnalzata la gente -latina, e quindi Firenze non è maraviglia che lo avesse in luogo di -secondo fondatore. Giovanni Villani dà ragione delle parti che a suo -tempo dividevano Firenze dall’essere i Fiorentini usciti da due popoli -diversi tra loro e per antico nemici sempre come erano i Romani ed -i Fiesolani. Cotesto pensiero gli deve certo essere caduto in mente -dall’avere Catilina posto il campo presso a Fiesole; donde poi nacque -la storiella del re Fiorino e della regina Belisea. Ma pure in cotesto -pensiero è qualcosa in cui si nasconde un vero sentito dagli antichi -nostri, sebbene avvenisse a loro di frantenderlo e guastarlo per la -ignoranza dei fatti e per gli abbagli della fantasia. Catilina con -l’andare a porsi tra gli Appennini cercava, precorrendo pazzamente -a Giulio Cesare, unire a sè i popoli che odiavano Roma col sollevare -le antiche italiche schiatte le quali contro essa avevano combattuto -la guerra sociale. Di questi popoli uno era quello di Fiesole città -etrusca, e quindi avversa prima ai Romani e indi ai Fiorentini -ch’erano in parte figliuoli dei Romani per la colonia ivi posta, e -molto ambivano chiamarsi tali. Dove la prepotenza di Roma inviava de’ -suoi a porre una colonia, metteva un seme d’inimicizie perenni tra -gli uomini della città trasformata e più tra questa e gli abitatori -dei luoghi vicini, cui la colonia aveva dato dei nuovi padroni. Le -terre che furono a questi assegnate, un empio soldato le aveva rapite -all’uomo di cui portavano il nome; l’antico italiano era ridotto a -mendicare nei dolci suoi campi il pane che aveva egli medesimo fatto -crescere, o fuggiva la patria occupata da genti straniere. Io credo -le molte colonie romane sparse in Italia fossero cause non infrequenti -del guerreggiarsi l’una con l’altra le città vicine, diverse di razza -e spesso divise per odii antichi i quali più tardi parevano essere -obliati.[5] - -Ma nei contrasti pei quali si venne dipoi a formare il nuovo popolo -italiano, la razza etrusca e la latina stavano insieme contro ai -germani invasori, i quali avevano posto sede negli alti luoghi -fortificati. Questi però in Toscana ebbero minor possa, perchè le -colline sottoposte e i piani anticamente impaludati avendo bisogno di -opere assidue che gli rendessero produttivi, tentavano poco i nuovi -uomini a fermarvisi o più scarsamente ne alimentavano la potenza: e -così avvenne che il nuovo popolo di Toscana avesse mistura più scarsa -che altrove di sangue trasfuso dai vincitori longobardi o eruli o goti. -Del che si aggiunge un’altra ragione, a mio credere, potentissima. La -Toscana, sebbene offra la dritta linea a chi accede inverso Roma, poco -fu battuta dalle guerre, e si rimase come in disparte. Annibale prese -con suo danno la via di Toscana, mal conoscendo la geografia: ma fatto -esperto, chiamò il fratello a morire sul Metauro, che è la via piana -benchè più lunga; cosicchè poi fu prescelta sempre alle invasioni ed -alle guerre; e i Romani con l’aprire il passo del Furlo, confermarono -alla Toscana le condizioni che la natura le aveva fatte, e per le -quali, e per il suolo magro ed alpestre, rimase ella più quieta sempre -e segregata e meno tocca dalle invasioni che altra qualsisia parte -della Penisola. Il fatto stesso e per le stesse cause, scrive Tucidide -che avvenisse nell’Attica, dove l’antica schiatta degli abitatori si -rinnovò poco, e azione più debole fu esercitata dai sopravvenuti dei -quali si forma la parte dei nobili. - -Intorno al mille, o quando che sia, troviamo che molti Fiesolani -erano scesi ad abitare in Firenze facendo insieme co’ Fiorentini un -popolo solo; tantochè raccomunarono l’arme delle due città, e fecero -allora l’arme dimezzata vermiglia e bianca: il vermiglio con entrovi -il giglio bianco era l’antica arma dei Fiorentini, e il bianco era dei -Fiesolani che vi avevano una luna di colore azzurro. Sarebbe ciò, a -detta dei nostri storici, avvenuto quando per tradimento e per sorpresa -i Fiorentini concorsi a Fiesole in grande numero sotto apparenza di -celebrarvi la festa di santo Romolo, avrebbero l’anno 1010 presa quella -città e poi distrutta, salvo la Rôcca e il Vescovado. Ma noi crediamo -più alla mescolanza dei due popoli che alla servitù dell’uno, trovando -Fiesole caduta in mano dei Fiorentini molti anni poi. Nè in quei primi -dopo al mille Firenze nè altre città italiche molto s’arrischiavano ad -ampliarsi oltre quei confini che a ciascuna di esse avevano posti gli -editti imperiali. - - - - -CAPITOLO II. - -LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONI DEL CONTADO. — PRIME ZUFFE -CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ DI TOSCANA. [AN. 1050-1215.] - - -Le guerre che arsero tra ’l Sacerdozio e l’Impero travagliarono con -danno minore la Toscana di quello facessero intorno ad essa nelle -più vicine provincie d’Italia. Firenze, che molto era dopo l’anno -mille cresciuta di popolo e ricca di traffici e poco tinta di sangue -germanico, aderiva sin d’allora alla parte della Chiesa. Quindi -troviamo questa città prescelta sovente a dimora di quei Pontefici che -nella contesa di già cominciata furono sovente esclusi da Roma. Così -avvenne che Vittore II morisse in Firenze l’anno 1057, dopo avervi due -anni prima tenuto un Concilio; e vi morivano pure Stefano IX, l’anno -1058, e tre anni dopo Niccolò II, se non ci inganna l’affermazione -di alcuni scrittori.[6] Venuta dipoi questa città in retaggio con -tutta Toscana alla contessa Matilde, e tosto accesa la grande guerra, -stette Firenze volonterosamente per Gregorio VII. Laonde bene le -avvenne l’anno 1081 d’essersi novellamente ricinta di mura: il primo -cerchio comprendeva quell’angusto spazio che è tra ’l Duomo e l’Arno -e tra le vie che ora conducono al ponte di Santa Trinita e a quello -di Rubaconte, fin dove però non aggiugneva interamente; nè vi era -per allora che il solo Ponte Vecchio, ed oltre al fiume non abitava -che povera gente. I borghi già empivano il secondo cerchio quando -l’imperatore Arrigo IV, nell’andare contro Roma attendatosi fuori della -città presso Cafaggio dove ora è la chiesa dei Servi,[7] diede alla -terra molte battaglie; ma dopo esservi stato più tempo e adoperatosi -invano, «perchè la città era forte e bene murata e i cittadini bene in -concordia,» e (aggiugnamo noi) per la potenza delle armi della contessa -Matilde, se ne levò a modo di sconfitta.[8] Durava la guerra molti -anni poi, ma la Toscana poco n’era scossa, vivendosi sotto all’impero -di una donna che i suoi Stati reggeva con mano sicura; e dominatrice -potentissima di quelle regioni per cui si stendono gli appennini, -faceva in questi impedimento alle armi tedesche. - -Risedeva ella ordinariamente in Lucca, sebbene tenesse corte alcune -volte anche in Firenze. Questa città dicono gli antichi scrittori -avere negli ultimi anni di Matilde cominciato a muover guerre contro -ai vicini signori. Infino dal 1107 avrebbe il Comune pubblicamente -ordinato di allargare il contado di fuori ed accrescersi la -signoria.[9] Vero è che in quell’anno furono ad abbattere il castello -di Monte Orlandi di qua da Signa, che si teneva da un ramo dei possenti -conti Cadolingi di Fucecchio: poi subito, al dire di quelli autori, -essendosi i Pratesi «ribellati» ai Fiorentini, questi andativi «per -Comune» gli avrebbono vinti e disfatto il castello di Prato; dov’erano -discesi uomini che prima in sul Monte erano fedeli dei conti Guidi, ma -per danari si ricomperarono. Distrussero l’anno 1113 un altro vicino -castello dei Cadolingi, del quale scrivono che «facea guerra alla città -cui lo avea ribellato il Vicario dell’Imperatore» che stava co’ suoi -Tedeschi in San Miniato: fu egli quivi ucciso, e il castello preso e -disfatto. Ma noi teniamo in questi racconti essere alquanto di boria -cittadinesca. Viveva Matilde, della quale noi sappiamo ch’ella era -di persona a quell’assedio di Prato l’anno 1107;[10] nè la guerra dei -Vicari imperiali e dei Conti che aderivano ai Tedeschi, appelleremmo -ribellione contro al popolo di Firenze, nè i Fiorentini possiamo -credere la combattessero come stato libero, nè che avessero decretata -insino d’allora la distruzione dei castelli. Bene erano le armi di -questo popolo già valenti, e Matilde le adoprava contro a’ suoi nemici, -ella che in Toscana molto promuoveva le libertà comunali: potrebbe in -quell’anno 1107 avere essa ampliato il contado di Firenze ed alla città -commesso le prime battaglie, che pure l’istoria dovea registrare. - -Ma non crediamo noi che debba essa tener conto di un certo trattato -pel quale nell’anno 1102 i Consoli di quella città si sarebbero fatti -promettere dagli abitatori del castello di Pogna in Val d’Elsa di far -guerra e pace a volontà loro, e non ingerirsi nelle cose di Semifonte; -essi all’incontro promettendo di aiutare e difendere i Pognesi, e fare -loro amministrare giustizia in Firenze dal Console, eccetto che contro -all’Imperatore o suoi Nunzi. Noi queste cose non possiamo credere, -perchè messe fuori bene cinquecento anni dopo,[11] nulla rinvenendosi -che accenni a questo negli scrittori più antichi; perchè i Fiorentini -il loro Stato non allargarono se non più tardi; perchè nel castello di -Pogna troviamo che pochi anni dopo avessero giurisdizione certi nobili -di contado, dai quali poi venne ai conti Alberti di Mangona; perchè la -contessa Matilde e prima e dopo del 1102 teneva placiti in Firenze, -il che non ammette in questo Comune tanto esercizio di sovranità; -perchè del castello di Pogna non è parola negli scrittori fiorentini -prima del 1184, nè le guerre contro a Semifonte cominciarono se non -verisimilmente anche più tardi.[12] Queste cose ora messe in chiaro -quanto a noi sembra, veniamo ai fatti che abbiamo certi. - -La grande Contessa moriva nel 1115 ed il nome di lei rimase caro in -Firenze, tanto che molte donne anche di artigiani per quattro secoli -si chiamavano Contessa o Tessa. Due anni dopo troviamo un fatto che -non possiamo tenere tutto per favola, benchè abbellito dalle fantasie -degli scrittori e colorato delle passioni di quei tempi in cui fu -narrato. Lo riferiamo con le parole stesse del Villani; perchè il -linguaggio è storia pur esso, e a noi giova mantenerlo ogni volta che -ne venga illustrazione ai concetti ed al racconto più evidenza. «Negli -anni di Cristo 1117 i Pisani fecero una grande armata di galee e di -navi e andarono sopra l’isola di Maiolica che la teneano i Saracini. -E come fu partita la detta armata di Pisa, i Lucchesi per comune -vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani, avendo -la novella, presero per consiglio di mandare loro ambasciadori a’ -Fiorentini, dei quali erano in quei tempi molto amici, e pregarongli -piacesse loro venire a guardia della città. I Fiorentini accettarono -di servirgli; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mandò gente -d’arme assai a cavallo e a piede, e posersi ad oste di fuori dalla -città; e per onestà delle loro donne non vollero entrare in Pisa, e -mandarono bando che nullo non entrasse nella città sotto pena della -persona. Uno v’entrò, sì fu condannato a impiccare. E’ Pisani vecchi -ch’erano rimasti in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore -gli dovessero perdonare, questi non vollero consentire; ma i Pisani -contradissero, e pregarono che almeno in su il loro terreno nol -facessero morire: onde segretamente i Fiorentini dell’oste feciono a -nome del Comune di Firenze comprare un campo di terra da un villano, -e in su quello rizzarono le forche e feciono la giustizia. E tornata -l’oste de’ Pisani dal conquisto di Maiolica, renderono molte grazie a’ -Fiorentini, e domandarono quale segnale del conquisto volessero, o le -porte di metallo o due colonne di porfido ch’aveano recate e tratte di -Maiolica; i Fiorentini chiesero le colonne, e’ Pisani le mandarono in -Firenze coperte di scarlatto. E per alcuno si disse che, innanzi che le -mandassero, per invidia le feciono affuocare; e le dette colonne sono -quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni. Per questo allora si -disse, che i Fiorentini erano ciechi.[13]» Così di mezzo alla carità -stessa noi vediamo spuntare quegli odi che doveano ardere tra le due -città. - -La rôcca di Fiesole, che era tenuta da certi gentili uomini o -cattani della città stessa, cadea per assedio l’anno 1125 in mano dei -Fiorentini. E questi nel 1135 abbatterono il castello di Montebuoni, -che dava nome alla famiglia dei Buondelmonti; i quali, per essere -il luogo assai forte e che la strada vi correva a piedi, toglieano -pedaggio, con molto incomodo della vicina città di Firenze. I -Buondelmonti furono costretti farsi cittadini; ed è il primo esempio -che noi troviamo d’un fatto comune ai vinti signori: a questi alle -volte era imposto rimanervi il tempo prescritto d’uno o due mesi -all’anno, o più a lungo, quando la città fosse in guerra. Coteste -imprese erano dentro alle dieci miglia, termine assegnato dalla -contessa Matilde, o forse anche prima, al contado di Firenze; la -quale oltre quello non credo allora che si arrischiasse. Certo è che -si trova nel 1134 un Ingelberto fatto marchese di Toscana; il quale -cacciato dai conti Guidi, fu tre anni dopo rimesso in istato da un duca -Arrigo di Baviera venuto in Italia con Lotario imperatore: il Duca e -il Conte riconciliati assediarono Firenze, e presala, vi riposero il -Vescovo che n’era stato prima ingiustamente cacciato. Di queste cose -gli autori nostri non fanno parola.[14] Era l’anno 1144 marchese di -Toscana Ulrico, sotto al quale i Fiorentini congiunti ai Pisani ebbero -guerra contro ai Lucchesi ed ai Senesi, crudelmente combattuta, e indi -composta dallo stesso Ulrico; il quale, per torne via le cagioni, -dava in pegno Poggibonsi al Vescovo e ai Consoli della città di -Volterra.[15] Continuava però la guerra dei Fiorentini contro ai conti -Guidi, ai quali, tolsero nel 1154 il castello di Monte Croce dietro -a Fiesole, da essi tentato con mala prova otto anni prima. Nel 1147 -cavalieri fiorentini aveano seguito l’Imperatore Corrado alla Crociata -in Terra Santa; uno dei quali fu Cacciaguida bisavo al nostro grande -Poeta: questi descriveva i nomi delle famiglie che allora dominavano la -città, dove in quelli anni l’autorità imperiale pare essere stata oltre -al solito prevalente. - -Venuto all’impero Federigo I svevo, da noi chiamato il Barbarossa, -investiva del marchesato di Toscana e del ducato di Spoleto e dei -castelli e beni spettanti all’eredità di Matilde il duca Guelfo suo -zio, discendente dal marito di questa, e congiunto di sangue agli -Estensi: a lui prestavano ubbidienza i nuovi vassalli l’anno 1154. -Teneva nel 1160 un parlamento in San Genesio, terra che giaceva ai -piedi del colle dov’è San Miniato; ivi dando investiture a conti -rurali e ordine alle immunità cittadine: donde recatosi in Germania, -cedeva il ducato a un figlio del suo nome stesso; il quale, per essere -ai popoli troppo benigno, parve a Federigo che egli contrariasse -l’autorità dell’Impero. Di già il nome guelfo pigliava la parte che -a lui rimase nella storia; e già era un insorgere di molte città di -Lombardia; Genova e Lucca e Siena tenevano contro a Pisa le parti -imperiali. Questa città molto negli anni precedenti si era mostrata -devota ai Pontefici, e noi la vedemmo avere amicizia con Firenze che -sempre osteggiava nei signori dei castelli le genti e la dominazione -forestiera. Stringevano pertanto i Pisani e i Fiorentini insieme -una lega l’anno 1171, per la quale si obbligarono quelli a condurre -e ricondurre per mare le robe e mercanzie dei Fiorentini i quali -pagassero le stesse gabelle dei Pisani, e ad essi diedero una casa o -fondaco in Pisa a piè del Ponte: era la lega per quarant’anni, e da -rinnovarsi ogni dieci anni; ma salva sempre la fedeltà all’Imperatore, -il quale però non vollero che gli potesse liberare dai patti allora -stretti e giurati.[16] Ma l’anno dipoi, venuto in Pisa Cristiano -arcivescovo di Magonza e arcicancelliere dell’Impero, teneva nel -borgo di San Genesio grande parlamento contro alle città renitenti; -le quali negandosi venire ad accordi, egli in altro parlamento presso -Siena, presenti i Signori ed i Valvassori e i Consoli delle città -che erano tra Lucca e Roma, metteva i Pisani al bando dell’Impero, -privandoli delle regalie loro e della Sardegna: faceva lo stesso -contro a’ Fiorentini che aveano tentato cacciare i soldati tedeschi -da San Miniato. Si venne agli accordi, e l’Arcivescovo tolse i -bandi; ma perchè radunati in San Genesio i Consoli pisani e gli -Ambasciatori fiorentini rifiutavano alcuni patti, furono presi e messi -in catene.[17] Quindi la guerra si raccendeva tra le città, essendosi -l’Arcivescovo partito allora dalla Toscana. - -Negli anni che furono tanto famosi per le guerre contro a Federigo -Barbarossa e per la Lega lombarda, non troviamo che Firenze molto -a quei moti partecipasse: ma con l’invadere i castelli e le terre -de’ signori tanto aveva allargato il suo territorio, che già venne a -riscontrarsi e ad aver guerra con gli Aretini perch’erano collegati a’ -conti Guidi, e co’ Senesi per cagione di alcune castella del Chianti -che i due Comuni si disputavano. Allora gli uomini di Poggibonsi, che -prima vivevano con altro nome nel piano, si edificarono un castello -nell’alto del poggio; e perchè stavano contro a’ Fiorentini, questi -rafforzarono a poca distanza la terra di Colle in Val d’Elsa. Per -questi fatti però non è da dire che per ancora le città godessero -formale diritto al governo di sè stesse; ma con l’esercitare -l’indipendenza s’avviavano a possederla. In quel tempo le città di -Lombardia col forte resistere acquistavano a sè stesse e alle altre -d’Italia i nuovi diritti che bentosto ebbero in Costanza solenne -sanzione. - -Era l’anno 1177, nel quale in Venezia l’imperatore Federigo rendeva -ubbidienza al pontefice Alessandro III, quando Firenze in quel -passaggio da servitù a libertà cresciuta di gente varia ed irrequieta, -cominciò a fermentare in sè medesima per cittadine discordie. Furono -esse suscitate dalla famiglia potentissima degli Uberti, tedesca -d’origine come dal nome si scorge, ma che aspirando a padroneggiare la -città, gli adulatori dicevano essere della schiatta di Giulio Cesare. -Questi «co’ loro seguaci nobili e popolani si diedero a battagliare -contro a’ Consoli per la invidia della signoria che non era a loro -volere. Fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì -l’uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da -vicinanza a vicinanza, com’erano le parti; e aveano armate le torri, -ch’erano in grande numero, alte cento e cento venti braccia. E in -quei tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si murarono, -dei danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle -compagnie:» e sopra quelle facevano mangani e manganelle per gittar -l’uno all’altro, ed era asserragliata la terra in più parti. Durò -questa pestilenza più di due anni, onde molta gente ne morì, e molto -pericolo e danno ne seguì alla città: ma tanto venne poi in uso quel -guerreggiare tra’ cittadini, che l’uno dì si combattevano, e l’altro -mangiavano e bevevano insieme, novellando delle virtudi e prodezze -l’uno dell’altro ch’essi facevano a quelle battaglie. Poi, quasi -per istraccamento e rincrescimento, restarono dal combattere, e si -pacificarono, e rimasero i Consoli in loro signoria. Alla fine pur -crearono e partorirono le maledette parti che furono appresso in -Firenze.[18] - -Così raccontano questi fatti gli antichi cronisti. Ne accusano essi la -troppa grassezza e riposo in che era vissuta fino allora la città; ma -veramente era il principio di quelle parti che non ancora pigliavano -nome di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti con altre nobili famiglie -possenti in contado, e in città discese con la speranza di dominarla, -cercavano mantenere con le armi imperiali la grandezza loro, battendo i -Consoli nei quali stava la signoria e che seguivano, a quanto sembra, -la parte che indi si chiamò guelfa: continuava dentro alla città la -guerra che dai castelli si combatteva contro all’insorgere dei Comuni. -Avevano questi pigliato in quelli anni forza e ardimento per le -vittorie avute nei campi lombardi contro a Federigo, e per l’ampliarsi -dei commerci, che in Firenze massimamente dovette essere grandissimo. I -Papi, cresciuti allora in potenza, facevano a questa grande fondamento -sulla indipendenza delle città, che volea dire del popolo latino ad -essi devoto. Non bene era spenta quanto alla Toscana la lunga contesa -per le donazioni che Matilde aveva fatte alla Chiesa della eredità sua, -ma che non ebbero effetto mai. Nè forse era senza un qualche pensiero -di rivendicarle che i Papi scriveano in quegli anni bolle (come si -trova) dirette _ai popoli_ di alcune città state del patrimonio di -Matilde. Comunque ciò fosse, la pace di Costanza e le franchigie -ivi formalmente decretate (anno 1183) e la istituzione dei Potestà, -sancirono alle città italiane quasi un’intera indipendenza. Quindi noi -troviamo per tutto il secolo XII duchi e marchesi non già propriamente -governare la Toscana, ma sibbene in nome degl’Imperatori tenerne l’alto -dominio: guidavano le masnade, difendevano le parti dei conti e signori -castellani che ubbidivano all’Impero, e da questi riscuotevano le -tasse, e raccoglievano le milizie, proventi della sovranità. La quale -però venendo a scadere, quei duchi e marchesi non furono altrimenti -feudatari che avessero grado e potenza di principi; ma con l’andare -del tempo discesero alla qualità di messi o ministri, i quali col -titolo di vicari dell’Imperatore, esclusi dalle città, risedettero in -San Miniato, luogo alto e munito, cui rimase poi sempre il nome di San -Miniato al Tedesco. - -Negli anni dopo i Fiorentini a sè obbligarono gli Empolesi, costretti -a farsi loro censuarii; ed abbatterono il castello di Pogna e quello -di Montegrossoli nel Chianti. Fecero trattati co’ Lucchesi contro a -Pistoia nemica d’entrambi, e con gli Alberti conti di Mangona e Vernio; -i quali promisero da indi in poi fare pace e guerra a volontà del -Comune, offrire una libbra di puro argento e un cero alla chiesa di San -Giovanni Battista, e disfare alcune castella in Val d’Elsa e in Val -d’Arno a scelta dei Consoli di Firenze. Ma non per anche la signoria -libera si potea dire assicurata alla città, ed era un ondeggiare -continuo; perchè l’indipendenza dei Comuni, mantenuta solamente dalla -debolezza degl’Imperatori, pericolava ogni volta che scendessero di -Germania soldatesche a difendere o a rafforzare l’autorità dell’Impero, -e più che mai quando essi medesimi si appresentassero nell’Italia. -Per tale modo nell’anno 1185, essendo la persona di Federigo venuta -in Firenze nell’andare in Puglia, «gli furono attorno i nobili del -contado, dei quali avevano i Fiorentini preso per forza ed occupato -molte castella e fortezze, contro all’onore dell’Impero.[19]» E -Federigo «tolse a Firenze tutto il contado e la signoria di quello -sino alle mura, e per le villate facea stare suoi vicari che rendevano -ragione e facevano giustizia.[20]» Così fece alle altre città di -Toscana, salvo che a Pisa ed a Pistoia, ch’erano state con lui nelle -guerre precedenti. Quando si vede nelle istorie e nei documenti -cessare i Potestà e sottentrare ad essi i Vicari, si può inferirne -con sicurezza che l’indipendenza municipale veniva meno di contro -all’autorità imperiale. Dicono poi gli storici che il contado sino -alle dieci miglia fosse più anni dopo restituito ad istanza del Papa -e in grazia del merito che i Fiorentini s’erano acquistato in Terra -Santa: ma noi crediamo che le città, partito appena l’Imperatore, da sè -medesime lo recuperassero d’accordo col Papa. - -Innanzi però che ciò avvenisse, Arrigo svevo, dal padre associato -all’impero nel 1187, teneva in quell’anno corte in Fucecchio. Nella -Crociata moriva l’imperatore Federigo Barbarossa (1190), e il di lui -figlio Arrigo VI creava duca di Toscana Filippo suo fratello: costui -fu l’ultimo dei Duchi o Marchesi in questa provincia. Imperocchè -morto l’anno 1197 Arrigo VI in Sicilia, della quale si era fatto -signore per maritaggio con la erede dei Re Normanni; Filippo tornava -frettolosamente in Allemagna. Ebbe l’Impero due competitori, e si -trovò in Italia irreparabilmente affievolito: dal che le città presero -sicurezza, e la potenza della Romana Chiesa di molto s’accrebbe. -L’anno stesso Celestino III mandava in Toscana suoi legati il cardinal -Pandolfo e il cardinal Bernardo; alla presenza dei quali nel mese di -novembre 1197 fu in San Genesio conchiusa una compagnia o lega tra -le città di Firenze, di Lucca e di Siena ed il Vescovo di Volterra -come signore temporale di quella città, e le terre di Prato e di San -Miniato, con riserbarvi luogo per Pisa, Pistoia, Poggibonsi, conti -Guidi, conti Alberti e altri signori di Toscana. Venne pattuito che -in ciascuno degli Stati uniti in lega fosse un capo chiamato Rettore -o Capitano, che avesse arbitrio per le cose della lega, ma senza -autorità nel governo della città sua; si radunassero questi ogni -quattro mesi in una dieta o parlamento a comporre le discordie, e pei -negozi che occorressero eleggendo uno di loro che avesse nome di Priore -della compagnia. Nessuno dei collegati potesse conoscere alcuno per -imperatore, re, principe, duca o marchese, senza speciale ed espresso -comandamento della romana Chiesa; la quale dovesse, col richiederne -le compagnie, ricevere aiuto per la difensione di sè stessa; come -anche per ricuperare i luoghi perduti, eccetto quelli i quali fossero -tenuti da alcuno de’ collegati.[21] Nel seguente anno 1198 asceso alla -sedia pontificale Innocenzio III, scriveva una lettera al Priore ed -ai Rettori della Toscana e del ducato di Spoleto, nella quale dopo -avere affermata risolutamente l’autorità dei pontefici sopra quella -degl’imperatori non che d’ogni altra potestà civile, dichiara in Italia -stare il principato su tutti gli altri paesi cristiani per essere ivi -divinamente posta la Sedia apostolica, cui s’appartiene la potestà -del sacerdozio insieme e del regno. Promette a quella università -di Stati il patrocinio della romana Chiesa, tenendosi certo della -ossequiosa devozione che a lei presterebbero in ogni cosa, procurando -l’onore di essa e l’avanzamento.[22] Per Innocenzio III la potenza del -papato pervenne al suo colmo; e ch’egli intendesse, e che taluno dei -successori suoi cercasse comporre in fascio le città italiche, o quelle -almeno della Toscana, legate insieme da una supremazia che i papi sovra -esse esercitassero, non crediamo noi che sia cosa da porre in dubbio. - -I Pisani a quella lega, come già divenuti imperiali, si rifiutarono; -ma in essa entrarono l’anno dopo i conti Guidi e i conti Alberti, e poi -gli uomini di Certaldo i quali aveano ai Fiorentini giurato fede, dalla -quale non potesse nemmeno il Papa fargli prosciolti. Assai più ampia -dedizione fecero gli uomini di Figline, che si obbligarono a pagare -ventisei danari per focolare; tributo consueto dei vassalli al signore -loro; ed oltre ciò, la metà dei pedaggi e dei mercati; a fare guerra e -pace ad arbitrio del Comune di Firenze, ed ubbidire a ogni comandamento -dei Consoli di questo, eccetto nel caso che a loro fosse comandato di -abbattere in tutto o in parte la terra loro, cioè diroccarla cosicchè -divenisse terra aperta.[23] Già era nata la lunga e difficil guerra -ch’ebbe il Comune contro a Semifonte, forte castello nella Val d’Elsa e -ostinatamente difeso dagli abitatori.[24] Cercarono i Fiorentini tôrre -a Semifonte l’aiuto del Vescovo di Volterra, e dei conti Alberti, e dei -Comuni di Colle e di San Gemignano; e molto e variamente si faticarono, -sinchè l’anno 1202 (se pure ciò non fosse più tardi) per tradimento di -chi n’avea la guardia entrativi dentro, lo abbatterono con divieto che -mai più fosse riedificato. Sull’uscita dello stretto della Golfolina -dove comincia la valle inferiore dell’Arno è Capraia, dov’erano conti -della famiglia degli Alberti, e che ai Fiorentini pareva essere un -pruno negli occhi; ma poichè prenderlo non potevano, gli edificarono -all’incontro un altro castello, che a scherno del nome di Capraia -appellarono Montelupo. I conti Guidi, che dall’appennino sovrastavano -a Pistoia ed a Firenze, avevano spesse brighe e trattati e mutabili -nimicizie con l’una o coll’altra di queste città. Male potevano a quel -tempo difendere Montemurlo contro ai Pistoiesi, che a petto a quello -aveano posto il castello del Montale: ma i Fiorentini prima difesero i -conti Guidi, e poi da essi comprarono Montemurlo. Nel Mugello intanto -avean disfatto Combiata, dov’erano certi Cattani o Castellani signori -del luogo. Più altre fortezze abbatterono all’intorno, e già la potenza -del Comune si allargava fino alla valle di Chiana, dove ebbero in -accomandigia Montepulciano,[25] e in protezione tenevano gli uomini -di Montalcino. Il che fu causa che nei primi anni del nuovo secolo -più volte si affrontassero co’ Senesi; i quali vinti in più scontri, -prometteano di lasciare liberi quei luoghi che fossero in protezione o -in possesso del Comune di Firenze. Le città sorte nel tempo stesso e -con istituzioni somiglianti, ma senza comun freno nè vincolo (perchè -il principio dell’unità era straniero e nemico), si combattevano tra -di loro per ampliarsi ciascuna il contado, ovvero secondo volevano le -sètte, che già dividevano le membra lacere dell’Impero. - - - - -CAPITOLO III. - -GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, BUONDELMONTI E UBERTI. -— AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI -GUELFI. [AN. 1215-1219.] - - -Da tempo antico le città italiche generalmente si reggevano per -Consoli; il quale nome derivava ed era forse continuato dai magistrati -di Roma antica. Già intorno al mille Firenze viveva «sotto la signoria -di due Consoli cittadini col consiglio de’ Senatori, ch’erano cento -uomini de’ migliori della città, com’era l’usanza data da’ Romani.[26]» -Ravvisa ognuno qui i duumviri e il collegio de’ decurioni. So che -era boria cittadinesca l’annestarsi a Roma per via di leggenda, ma -qui è un fatto; e i Consoli si rinvengono per le città dell’Italia -meridionale qua e là senza lunghe intermissioni, dai tempi romani fino -al risorgimento dei Comuni. I quali che siano d’istituzione germanica -lo creda poi chi ne ha voglia. - -In Firenze il numero dei Consoli variava più tardi secondo i tempi, -e se ne trovano sino a dodici; ma però sempre delle famiglie nobili, -perchè il governo della città rimaneva tuttora in mano degli ottimati: -e nobili sempre si mantennero anche dopo il 1200 quando essi, o alcuni -almeno di loro, si veggono pigliar nome di Consoli delle Arti. Un -documento,[27] a cui però non osiamo dare intera fede, noterebbe l’anno -1204 Consoli dei Giudici e Notai, de’ Cambiatori, delle Arti della Lana -e della Seta e di Calimala; uno preposto alle cose della giustizia, -e due i Consoli dei soldati. Vi è pure il nome di un Senatore. Le -Arti avrebbero avuto Consoli e Priori; vi sarebbe stato un Consiglio -generale ed uno speciale, e dieci Buoni uomini per Sesto. Certo è che -le Arti ogni dì più prevalendo, fu necessario con l’andare del tempo -che gli artigiani man mano ottenessero una più larga partecipazione -alle cose dello Stato. Già i Consigli si moltiplicano, ed i magistrati -rappresentano i sestieri o i quartieri o secondo che fosse la città -divisa. Il nome di _boni uomini_, che da principio significava gli -uomini per nascita ragguardevoli, si trova dato poi agli eletti -popolarmente dai collegi delle Arti o dai cittadini de’ sestieri. Nel -popolo insomma era la vita della città innanzi ancora ch’egli venisse -ad acquistarne la signoria. - -Ma il supremo diritto appartenente all’Imperatore (diritto non -impugnato mai dalle città italiane) dovea pure soprastare al fatto -cittadino; e quando per la Lega lombarda le città s’attribuirono -un governo loro proprio e formalmente riconosciuto nella pace di -Costanza, ebbero esse un magistrato di natura mista, giudice insieme -ed ufiziale, in cui risedeva col nome di Potestà il diritto della -spada, e che si trova chiamato alle volte Signore del luogo. Questo da -principio l’Imperatore intendeva fosse da lui nominato ed investito, -ma raramente gli accadde di esercitare tale prerogativa; e le città -lo eleggevano a tempo di un anno o di sei mesi, avendo in sospetto -quell’autorità che stava in luogo della suprema: sempre però di -famiglia nobile anche nelle democrazie più gelose, e di schiatta -forestiera perchè la rettitudine dei giudizi non fosse travolta dalle -fazioni o dalle parentele. Teneva in Firenze egli da principio sua -residenza nel Vescovado, poi nel Palagio da lui chiamato: veniva con -molto accompagnamento; e sovrastando a ogni magistrato, aveva grandi -onorificenze, in nome suo intitolandosi gli atti pubblici: il suo -vestito era una lunga roba o bianca o gialla o di broccato d’oro, con -in testa una berretta rossa. Nell’anno 1184, che seguì a quello della -pace di Costanza, troviamo l’ufizio del Potestà ricordato la prima -volta in un atto pel quale i Lucchesi prometteano fare certe cose a -richiesta dei Consoli, del Potestà o d’altro Rettore della città di -Firenze. Ma chi tenesse quell’ufizio noi non troviamo allora, nè per -alcuni altri anni poi, che saltuariamente. Scrive il Malespini che -i Potestà cominciarono in Firenze l’anno 1207 per torre ai Consoli -la briga dei giudizi e questi fidare a uomini forestieri. Ma già nel -1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare in nome della città, -insieme co’ suoi consiglieri e sette rettori delle Arti. Costui sarebbe -stato di famiglia tra le più nobili di Firenze:[28] gli altri poi -furono sempre forestieri; ed un Porcari si trova insieme ai Consoli -dei mercanti pattuire in nome della città l’anno 1200, e continuare -nell’ufizio il seguente anno; quindi nel 1207 quel Grasselli milanese -che è nominato dal Malespini, confermato anch’egli per un altro anno: -poi nell’anno 1209 un atto simile a quello del 1193 avere il nome di -quell’ufizio non la persona; un Potestà essere in Firenze nel 1215, -ed un altro poi nel 1218; dopo al quale si vedono continuare senza -intermissione. Negli anni intermedi, quando gli atti solenni (come nel -1202 e 1212) non vanno in nome del Potestà, invece di quello abbiamo i -Consoli, o fossero del Comune o della Milizia o dei Mercanti. Volemmo -noi queste cose notare minutamente perchè importano alla storia del -diritto, incerto com’era tuttavia in Firenze; sembrando a noi che -mentre in Toscana le terre minori aveano a capo un Potestà, secondo -appare dagli atti loro, un tale ufizio non avesse per trentacinque anni -continuità in Firenze, dove alcune volte la suprema autorità ritornasse -in mano dei Consoli. Nè a tutti gli atti dai quali traemmo queste -indicazioni, veduti da uomo assai diligente, sapremmo noi negare fede, -tanto più che nell’avvicendarsi in cima agli atti dei nomi dei Consoli -con quello del Potestà, ne parve la sincerità di essi avere conferma. -Dall’anno 1218 in poi, non già che cessassero nella città i Consoli, ma -più non tenevano il supremo magistrato; e la rappresentanza cittadina -risedette d’allora in poi costantemente nel Potestà, che seco aveva -suoi consiglieri.[29] - -I Vescovi non esercitarono in Firenze mai giurisdizione politica; e -questo ancora apparisce da tutta l’istoria, che il clero vi si mantenne -in ogni tempo assai cittadino, senza di che non può aversi città -ordinata nè religione pura. Gli Ottoni di Sassonia avevano fatto più -che non volessero a pro dell’Italia, quando, per gelosia dei conti e -de’ baroni, contrapposero alla feudalità i Comuni; e quando allargarono -i privilegi de’ vescovi, così accostandogli alla parte popolana -invece di rimanere tutti feudali e guerrieri, come gli avevano fatti i -successori di Carlo Magno. Nè sono io certo che debba tenersi per vera -quella opinione degli eruditi, la quale in oggi fa derivare il Comune -dalle immunità vescovili e dal collegio degli avvocati delle chiese; -ma è ben certo che nelle provincie meno aderenti all’Impero e che più -sentirono la riforma di Gregorio VII, il clero ed il popolo si trovano -uniti con più salda colleganza e con migliore temperamento. L’opera -di quel Pontefice fu intesa a distruggere il fatto dei Carolingi: e -nella guerra per le investiture si contendeva insomma se i vescovi -s’avessero a eleggere in nome di Dio o in nome del Principe, e se -tenere si dovessero pastori dei popoli o cortigiani dei re e capitani -delle masnade; e nell’Italia importava l’essere i vescovi e gli abati, -o italiani o tedeschi. Ma in Toscana la potenza dei marchesi e la forte -signoria di Matilde fecero che i vescovi e generalmente il clero, -dall’un lato contenuti, dall’altro venissero vie più ad accostarsi -alla civil comunanza. I monasteri ed i conventi anch’essi appartengono -all’istoria del popolo; ma qui non si vogliono descrivere le molte -abazzie fondate verso il mille dal marchese Ugo di Toscana e un secolo -dopo dalla contessa Matilde. Giova dire solamente quale principio -avesse il monastero di Valombrosa, che diede nome a una riforma o nuova -regola dei monaci di san Benedetto. Ciò fu intorno all’anno 1070 per -opera di Giovanni Gualberto dei signori di Petroio in Val di Pesa, il -quale incontrato presso alla chiesa di San Miniato un cavaliere ch’egli -cercava a morte come uccisore d’un suo fratello, e questi chiedendogli -mercè per Dio con le braccia in croce, Giovanni Gualberto punto da -misericordia gli perdonò; e lo menò ad offrire in detta chiesa, quivi -rendendosi monaco: donde poi salito essendo come eremita nell’alpe di -Valombrosa, radunava intorno a sè altri monaci, e fondava il nobile -edifizio che, ampliato dipoi ed abbellito dalle Arti, rendeva in -Toscana molto popolare la memoria di san Giovanni Gualberto. - -Il nome di Guelfi e di Ghibellini, infino allora non mai pronunziato -dagli storici, apparve in Firenze l’anno 1215, nato ivi per una privata -contesa. Messer Buondelmonte della nobile casata de’ Buondelmonti, -leggiadro e splendido cavaliere, aveva promesso di tôrre in moglie una -fanciulla degli Amidei. Un giorno mentre egli cavalcava a diporto per -la città, una donna di casa Donati per nome Aldruda lo chiama e, scese -le scale, entra con esso in parole, non senza motteggiarlo perchè egli -sia per isposare l’Amidei, nè bella nè sufficente a lui. Io vi aveva -guardata, soggiunge, questa mia figlia; e gli mostra la donzella che -l’avea seguita. Questa era di rara bellezza, tantochè Buondelmonte -se ne accese, e senza pensare per nulla nè all’Amidei nè alla data -fede nè alla ingiuria che era per fare nè al rischio cui andava -incontro, rispose le cose non essere tanto innanzi che non si potessero -frastornare: non molto dopo la sposò a moglie. Di tale ingiuria gli -Amidei gridarono vendetta, e gli Uberti attizzarono quegli sdegni; -ai quali partecipando più altri parenti, molte delle più antiche e -nobili casate si congiurarono insieme di offendere Buondelmonte; e -disputandosi in che guisa, il Mosca dei Lamberti si levò su e disse la -mala parola: Cosa fatta capo ha; volendo dire, uccidiamolo e così al -fatto sarà dato principio. Nè stettero a perder tempo, perchè raunati -la mattina di pasqua di Resurrezione in casa degli Amidei da San -Stefano, veggendo venire d’oltrarno Buondelmonte in su uno palafreno -bianco, vestito nobilmente di nuovo di una roba bianca, si spinsero -innanzi; ed incontratolo appena ch’egli ebbe sceso il Ponte Vecchio, -appiè d’una statua di Marte che ivi era, avanzo del paganesimo; -Schiatta degli Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e -Lambertuccio degli Amidei precipitandosi addosso a lui lo ferirono; -da Oderigo de’ Fifanti, che gli segò le vene, fu tratto a fine. Per -quella morte Firenze corse alle armi e a rumore; stettero i Guelfi co’ -Buondelmonti, i Ghibellini con gli Uberti: e la città, non per anche -lastricata, divenne campo dove si combattevano vicini contro vicini; -secondo che le private nimistà, o l’aderire alla parte della Chiesa -o dell’Impero, divisero le famiglie, sì fattamente che di settantadue -casate nobili annoverate dal Malespini, trentanove divennero guelfe e -il rimanente ghibelline. Qui ebbero principio nella storia di Firenze -le interminate discordie; ed a noi tristo insegnamento viene dai fatti -che si compivano allora presso altre due nazioni oggi potentissime in -Europa. Imperocchè in quell’anno i baroni dell’Inghilterra congiunti -ai borghesi ponevano con la Magna Carta i fondamenti su’ quali -poterono nel corso dei secoli insieme crescere libertà e grandezza; -e in Francia, per contrarie vie, Filippo Augusto con la battaglia di -Bouvines accertava la grande unità che è forza ed anima dei Francesi. -I fatti d’Italia in quegli anni fecondissimi consumavano la libertà e -impedivano la grandezza. - -Ma per allora e per trent’anni dopo, mentre che in Italia ardevano -guerre e si esercitavano più che in altro tempo mai atroci violenze, -da tante e sì varie miserie comuni rimaneva offesa meno delle altre -parti la Toscana, e la città di Firenze dovette in quelli anni molto -avere prosperato; talchè al Malespini parvero beati quei tempi nei -quali, secondo egli scrive, «quelli che si chiamavano Guelfi amavano lo -stato del Papa, e quelli che si chiamavano Ghibellini amavano lo stato -dell’Impero; ma nondimeno tutti traevano al bene comune, ed il popolo -si manteneva in unità e in bene della Repubblica.[30]» Nell’anno 1217 -andarono cavalieri guelfi e ghibellini alla Crociata che fu bandita -da Onorio III per la impresa di Terra Santa; dove un Buonaguisa della -Pressa acquistò gloria per essere egli salito il primo sopra le mura -della città di Damiata, e la bandiera che ivi pose recò in Firenze con -grande onore. - -Nell’anno 1218 i Fiorentini fecero giurare tutto il contado alla -signoria del Comune; «che prima la maggior parte si teneva a signoria -de’ conti Guidi e di quelli di Mangona e di quelli di Capraia e da -Certaldo, e di più gentili uomini che l’aveano occupato per privilegi, -per forza degli Imperatori.[31]» Queste parole sono di Ricordano -Malespini, magnate fiorentino e guelfo; i cui maggiori doveano, come -gli altri, tenere i loro castelli da imperiali privilegi e dalla -forza; ma che vivendo tra gente libera, si andava educando al nuovo -diritto, inverso il quale muovendo Firenze con più franco passo di -altra qualsiasi tra le città emancipate, meritò bene dell’umanità. -Traspare però nel nostro istorico il malumore di gentiluomo, dove -enumerando in altro luogo e come di nascosto i danni sofferti da molte -famiglie, aggiugne poi «tutte per terra:» i Malespini aveano anch’essi -una tenuta dentro al contado con le altre disfatta. Cresceva Firenze -affrancando i contadini dalla soggezione baronale e affratellandoli -al Comune; il che era giustizia che si faceva contro ai soverchianti, -per lo più stranieri, i quali ponendo aguati o serragli sulle vie, -impedivano i commerci e si contrapponevano a ogni civil comunanza. Ma -quelli assalti contro a’ cattani o signori di castelli, guardando ai -modi che si tenevano, erano spesso «più con la forza che con ragione» -come dichiara Giovanni Villani,[32] uomo di popolo ma sincero se altri -fu mai: cosicchè molti nobili di contado, per isdegno o per aver patti -migliori, donavano alla Chiesa le terre loro e le case ed i vassalli -che per tal modo voleano sottrarre alla ubbidienza dei Comuni. Si -trovano esempi di tali donazioni fatte al Vescovo di Firenze lo stesso -anno nel quale vennero i contadini emancipati; e molti Fiesolani o -nobili o altri giurarono a quel Vescovo fedeltà nel 1224, non bene -essendo per anche formata la signoria del Comune sopra sè stesso e nel -contado.[33] Ma questa venendo a crescere sempre, il Potestà dell’anno -1233 ordinava: «che dentro al mese di maggio tutti gli abitatori del -contado fiorentino venissero a comparire nella città per notificare ai -notai dei sestieri a ciò deputati di che condizione fossero ciascuno, -cioè se cavaliere nobile o fattizio, o allodiere, o masnadiero, o -uomo d’altri, o fittaiolo, o lavoratore o d’altra condizione egli -fosse.[34]» - -Prima di quel tempo Firenze ebbe brighe co’ Perugini per le acque che -in Arno scendevano dal Lago Trasimeno: cominciò poi lunga guerra con -Siena per le controversie continue che davano i confini incerti e i -signori che ivi seguivano contrarie parti. Vi era Poggibonsi fortezza -imperiale, e tra i castelli che dipendevano dai Senesi, Mortennana -degli Squarcialupi, battuto e ripreso più volte; trovandosi ivi usate -quelle che poi divennero mine, ed erano fossi coperti pei quali -entravano fino a scalzare i fondamenti delle mura e farle cadere. -Dal lato opposto, dove il dominio di Firenze si toccava con quello -di Siena, Montepulciano e Montalcino diedero occasione a quelle -guerre, nelle quali ebbero i Senesi lega con gli Orvietani, mentre -che Firenze si rinforzava di aderenti e di amicizie in quella parte -degli appennini che scende in Romagna, di già estendendo l’azione -sua oltre a’ confini della Toscana.[35] Con Pisa era guerra spesso -combattuta ma sempre costante per la contrarietà d’interessi che la -natura del sito aveva posto tra le due città, diversamente facoltose -e già possenti ambedue: imperocchè Firenze a’ suoi commerci voleva -uno sbocco sul mare, e Pisa glielo impediva. Questa era anche sempre -in guerra con Lucca, la quale era certa di seco avere i Fiorentini: -di poi una meschina contesa tra gli ambasciatori delle due città -rivali convenuti in Roma all’incoronazione di Federigo II, bastò ad -accendere una guerra. Dapprima si erano bene svillaneggiati e battuti -nelle vie di Roma tra quanti Fiorentini e Pisani erano in Corte, o -vi andarono per volontà di avere parte nella riotta; della quale fu -principale istigatore quell’Oderigo Fifanti che aveva segato le vene -a Buondelmonte, ed ora se la pigliava contro ad uomini ghibellini. -I Pisani fecero arrestare tutta la roba e mercatura de’ Fiorentini -che si trovò in Pisa, ch’era grande quantità; e i Fiorentini avendo -chiesto fosse restituita la mercanzia, i Pisani superbamente negarono; -e ai Fiorentini che minacciavano di muovere contro Pisa, risposero -che avrebbono loro ammezzata la via: laonde incontratisi a Castel del -Bosco, fecero battaglia con la peggio de’ Pisani, al dire degli storici -fiorentini.[36] - -Moriva in quei tempi (1229) un celebre fiorentino, Accorso da Bagnolo, -che professò giurisprudenza in Bologna e fu insigne tra’ glossatori -dei libri delle romane leggi, talchè la fama e l’autorità di lui non -sono spente ai dì nostri. Già da due secoli Arezzo aveva prodotto -quel Guido che fu inventore delle note musicali: e in quei primi anni -del XIII Niccolò pisano faceva risorgere la scultura, e Leonardo -Fibonacci della città stessa recava in Europa le cifre numeriche e -l’arimmetica degli Arabi. Sorgevano già le cattedrali bellissime di -Lucca, di Pisa e di Siena. Fuori delle porte di Firenze già sino dai -primi anni dopo al mille era la chiesa di San Miniato, nobile monumento -di quell’architettura cristiana che nacque in Italia ne’ primi secoli -della Chiesa. Nella città rimaneva antico e molto bello edifizio il -Battistero, che prima dicevano essere stato tempio di Marte e poi -consacrato a san Giovanni Battista; ma d’altri non si era per anche -adornata che ne attestassero la magnificenza; nè si era illustrata -per chiari ingegni, dei quali Accorso fu il primo. Doveano i commerci -però di Firenze già molto essere ampliati, trovandosi avere l’anno -1214 il Marchese d’Este impegnato ai prestatori fiorentini tutti -i suoi allodiali per le grosse somme di danaro che gli aveano essi -somministrate.[37] Cresceva intanto la città oltr’Arno, dove molte -famiglie venute di fresco in ricchezza aveano poste le case loro; -talchè fu necessità fondare due nuovi ponti, che uno alla Carraia -l’anno 1218, e l’altro nel 1237, cui diede nome il potestà Rubaconte da -Mandella milanese. - -Avanti di cominciare la narrazione di fatti maggiori, giova dire -alcuna cosa intorno alla setta dei Paterini o Albigesi, che di -recente compressa nel mezzodì della Francia per sanguinose battaglie, -aveva fomento in Italia dall’odio ardentissimo dei Ghibellini contro -alla romana Chiesa, e dalla sciolta incredulità di Federigo II. -Quell’asiatica dottrina recata in Europa dalle crociate e dai commerci, -ebbe seguaci per tutta Italia anche nel secolo precedente: ora le -parti civili di ogni cosa facevano arme, ed il pensiero audacissimo -che voleva tutto comprendere, non aveva limiti al negare: la Somma -di san Tommaso ed il poema di Dante ne mostrano quante fossero in -quel gran secolo l’interezza e la comprensione filosofica della -ortodossa dottrina, fuor della quale non era luogo che a una filosofia -miscredente. Lo stesso Alighieri annovera tra gli increduli, oltre a -Federigo imperatore, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini e Farinata -degli Uberti, capi della parte ghibellina; ed in Firenze sappiamo -essere stati i Paterini apertamente promossi e spalleggiati dal Potestà -che verso l’anno 1240 vi esercitava l’autorità imperiale.[38] Nella -città due colonne, delle quali una ha in cima la croce, l’altra una -statua di san Pier Martire, tuttora dinotano i luoghi dove i Paterini -venuti a conflitto col rimanente del popolo furono vinti ed oppressi; -nè più ricomparvero dopo la morte di Federigo e la vittoria de’ -Guelfi. Intanto però anche le giuste censure e l’avversione di molti -contro ai mondani vizi del clero, pigliavano faccia d’eresia; cosicchè -apparve sospetto nel suo primo manifestarsi lo stesso pensiero di san -Francesco, il quale tendeva a rinsanire la gerarchia con l’onorare -la povertà, e faceva sorgere nella Chiesa un nuovo ceto di popolani; -consacrazione e forza grande aggiunta ai _poveri_ e _impotenti_, -che il patrocinio delle leggi tendea dovunque a rinnalzare. Sospetti -egualmente riuscivano i primi eremiti che in Monte Senario cominciarono -un nuovo Ordine, il quale avuta di poi solenne istituzione in Firenze, -divenne l’Ordine dei Serviti. In Italia le riforme si traducevano -sempre in popolari istituzioni, conservatrici però della unità -religiosa che stava in cima e le conteneva dentro ai limiti d’un -ossequio non mai cessato in alcun tempo. Tra queste forze venne ad -infrangersi la potenza di casa Sveva e dei Ghibellini, come vedremo pei -fatti che ora ne richiamano a più disteso racconto. - -L’anno 1248 Federigo principe d’Antiochia, figlio naturale di Federigo -II, conduceva in Toscana suoi cavalieri, mandato dal padre ad opprimere -la parte guelfa, ch’era il maggior numero. In Firenze le casate -ghibelline si rafforzavano dando mano alle masnade tedesche; e unite a -queste, combattevano di luogo in luogo, e fino all’ultimo serraglio, -i Guelfi dentro alla città. Infine dovettero questi partirsene a’ 2 -febbraio, giorno della Candelaia, 1249; ma però innanzi d’abbandonare -la patria, armati com’erano, portarono a sepoltura feroci e piagnenti -in lunga fila il cadavere d’un loro cavaliero per nome Rustico -Marignolli caduto in quella battaglia: e depostolo nel chiostro di San -Lorenzo, dove una lapida in onore suo tuttora si vede, sgombrarono -la città ricovrandosi a Montevarchi ed a Capraia e sparsamente per -le campagne ai castelli o ne’ poderi loro e degli amici. Aveano fede -in sè medesimi e nella parte ch’essi tenevano: ma i Ghibellini ed i -Tedeschi rimasti soli nella città, la governavano ad arbitrio loro. -Abbatterono trentasei fra case e torri, e tra queste il nobile edifizio -dei Tosinghi in Mercato Vecchio, detto il _Palazzo_; il quale era alto -(dicono gli storici) novanta braccia, adorno di colonnette di marmo. -Abbatterono anche la torre che si chiamava del Guardamorto, la quale -era prossima a San Giovanni, con l’intenzione (secondo scrivono) di -farla cadere addosso a quel tempio dove il popolo dei Guelfi solea -radunarsi: ma Giorgio Vasari, che attribuisce all’ingegno di Niccola -Pisano l’avere fatto ruinare quella torre sopra sè medesima, esclude -il disegno imputato ai Ghibellini: a questi rimane, come nota il -Malespini,[39] l’avere cominciato quella maledizione dell’abbattere le -case, che poi divenne fatale usanza. Continuarono intanto la guerra -contro i castelli: ed essendo Federigo istesso venuto in Toscana, -quello di Capraia, dove si era chiusa gran parte della nobiltà guelfa, -per lungo assedio fu espugnato; e Federigo, i capi dei Guelfi condotti -in Puglia, scrivono facesse parte mazzerare, parte abbacinare, e -indi chiudere in un chiostro. L’Imperatore tedesco percuoteva con gli -ottimati gli ottimati, tra’ quali soli fin qui pareva la guerra essere -combattuta: vedremo il popolo tutto intero unito e possente venire in -iscena, e fare sua quella vittoria cui dato aveva egli compimento. - - - - -Capitolo IV. - -PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI ANZIANI. FELICITÀ DEI -GUELFI. [AN. 1250-1254.] - - -I Ghibellini con la forza delle straniere masnade imposero al popolo -intollerabili carichi e l’oppressero in mal punto, imperocchè i Guelfi -avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna, -altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in battaglia, -era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava il capo; talchè -veggiamo in quegli anni altre città emancipate al modo stesso e con -le forme che in questa sua liberazione pigliava il popolo di Firenze. -Quivi frattanto gli Uberti e le altre nobili famiglie oltre ogni dire -insolentivano: il popolo, che era fino allora stato soggetto al governo -dei magnati, ora essendo fuori i nobili guelfi, ed esso capace a fare -testa contro i Ghibellini, si levò, e tolse con mirabile felicità in -mano sua tutto lo Stato. I buoni uomini, o come scrive il Machiavelli -gli uomini di mezzo, o meglio direi coloro dai quali usciva in quel -punto la nuova cittadinanza, il 20 ottobre 1250 si adunano a folla -nella chiesa di San Firenze; ma non osando fermarvisi per timore -della violenza degli Uberti che ivi presso abitavano, si ricovrano a -Santa Croce, chiesa popolana dei Frati Minori, dove armati ed inquieti -dimorano alcun tempo. Poi fatto animo, invece di tornarsene alle loro -case, vanno con ordine militare ad afforzarsi presso la chiesa di San -Lorenzo, dove tuttavia in armi si elessero trentasei caporali, tolsero -il grado al Potestà e agli ufficiali posti dai Ghibellini, mettendo a -guardia del nuovo Stato un Capitano del popolo, messer Uberto da Lucca; -al quale aggiunsero dodici Anziani, due per sesto, acciò guidassero il -popolo e consigliassero il Capitano. Questi doveva, come il Podestà, -essere nobile e forestiere, ma di popolo gli Anziani: tra questi era -un calzolaio, possente uomo, secondo appare, poichè lo chiamano Grande -anziano; il quale divenne poi traditore, onde più tardi fu lapidato a -furia di popolo. - -Scrissero tutta la gioventù in compagnie sotto a venti gonfaloni, -e ordinarono che ciascun uomo uscisse presto ed armato sotto la sua -bandiera, qualunque volta fosse dal Capitano o dagli Anziani chiamato, -facendo gettare a questo effetto una campana. Il gonfalone del Capitano -aveva la croce rossa in campo bianco; degli altri variavano i segni -e i colori. Questa era la forza che il popolo ordinava a munimento -della libertà sua: ma nelle guerre al di fuori andava l’esercito sotto -gli ordini del Potestà, perch’era esercito del Comune o della intera -città, nel quale tutti si comprendevano i vari ordini dei cittadini. I -nobili e i potenti popolani formavano arme distinta, che si chiamava -dei cavalieri, principal nerbo nelle battaglie. Ciaschedun sesto -aveva l’insegna sua pe’ cavalieri, e similmente erano insegne variate -per le armi de’ balestrieri e de’ palvesari, e per la salmeria e i -guastatori e i marraioli e i palaioli. Queste insegne dava solennemente -il Potestà ogni anno il dì della Pentecoste. La popolazione del -contado fu parimente divisa in leghe, le quali ciascuna sotto a’ -suoi gonfaloni l’una all’altra soccorrendo, dovevano inoltre, quando -bisognasse, venire in arme nella città: novantasei erano i pivieri, i -quali furono ordinati in leghe. E qui è da notare che a ciascun sesto -della città rispondeva una parte del contado, cosicchè i vari pivieri -ed i Comuni fossero come una dipendenza di quel sesto che incontro ad -essi era posto, e le milizie delle leghe quando scendevano in Firenze -s’aggregassero per sesti alle milizie cittadine, e le ingrossassero con -lo stesso ordine. A difesa di sè stesso, ed a mostrare come in Firenze -il governo dei magnati cedesse a quello della cittadinanza, ordinò il -popolo che le torri onde era gremita la città, fossero tutte eguagliate -all’altezza di cinquanta braccia, secondo scrivono: le torri dei nobili -erano in grande numero; poche altre si chiamavano delle vicinanze, -fabbricate da più famiglie insieme a difesa di case vicine:[40] con le -pietre di quelle mozzate torri si cinse di mura la città oltr’Arno. -Gettarono i fondamenti d’un palazzo per la Signoria, che prima non -aveva pubblica residenza e gli Anziani tornavano alle loro case a -mangiare e a dormire: dipoi quel palagio fu del Potestà. - -Alla novella della morte di Federigo II, la quale avvenne in Firenzuola -di Puglia a’ 13 dicembre 1250, il popolo richiamò in città i fuorusciti -guelfi, dicendo volere rappacificare le due fazioni. Veramente -avere alterato le istituzioni municipali non offendeva le ragioni -dell’Impero, come il richiamo degli sbanditi, il quale era atto di -sovranità.[41] Così però la città in questi anni fatta opulente pei -commerci, cresciuta di popolo, e avendo acquistata in guerra ed in -pace la fiducia di sè stessa, pigliava in Toscana luogo soprattutte -preminente, digià cominciando a essere noverata tra le maggiori -d’Italia. La parte guelfa si rinforzava dopo la morte dell’Imperatore -per la presenza di papa Innocenzio IV, che dal Concilio di Lione -tornava a Roma colla sua corte. Frattanto Firenze e Lucca sole si erano -chiarite guelfe, mentre al contrario Pistoia, Pisa, Siena e Volterra -e quasi tutti i gentiluomini di contado seguitavano il ghibellinesimo. -Firenze, crucciosa di vedere Pistoia stare al comandamento di Corrado -successore del secondo Federigo, contro di essa faceva uscire le sue -milizie cittadine: e perchè i nobili ghibellini rimasti dentro si -erano opposti a cosiffatta guerra, queste milizie tornate vittoriose -costrinsero al bando non pochi di quelle famiglie; i quali, usciti -appena, stringevano società o lega col Comune di Siena. Abbiamo l’atto -a ciò stipulato da uno di casa dei Lamberti come procuratore degli -uomini di molte famiglie di cui si leggono i nomi.[42] Allora Firenze -[luglio 1251], sdegnando avere comune l’insegna coi Ghibellini, lasciò -loro l’arme del giglio bianco in campo rosso e appropriossi il giglio -rosso in campo bianco. «Tuttavolta l’antica nobile e trionfale insegna -del Comune di Firenze, cioè lo stendardo bianco e vermiglio che si -portava sul carroccio, non cangiò mai.» - -La Repubblica seguitava felicemente la guerra contro i Ghibellini -signori di alcune castella aiutati dai Pisani e dai Senesi, tantochè -contro queste due città rivolse finalmente lo sforzo delle armi sue; -nè migliori guerre nè più alto e giusto fine ebbe essa dopo quel tempo -mai. I cittadini, tutti concordi pel buon governo e la lealtà loro, -andavano a quelle militari spedizioni a piedi e a cavallo, con grande -animo e ardire: Firenze ponevasi allora a capo di parte guelfa, e -delle italiane libertà, e dei popoli che risorgevano; e se non fosse -usar parole troppo magnifiche e boriose, quasi direi della civiltà -del mondo. Fiorendo la Repubblica in potenza e in ricchezze a cagione -della quiete dentro e dei buoni successi al di fuori, l’università dei -Mercatanti, piuttostochè il Popolo ed il Comune, per onore di tutti -ordinò che si coniasse moneta d’oro; per la qual cosa Firenze allora -ebbe il fiorino d’oro di 24 carati. Otto di essi pesavano un’oncia; -da una parte avevano il giglio, dall’altra san Giovanni Battista, e -valevano venti soldi. Quando cominciarono a vedersi, niuno li voleva: -ma tosto ebbero corso grande e grande credito in Europa e nei traffici -d’Oriente. Un’altra volta i Fiorentini andati contro Pistoia, vi -posero assedio; e avuto il disopra, quivi restaurarono parte guelfa a -guarentigia del fatto, edificando un castello in sulla via di Firenze, -che fronteggiasse i Pistoiesi. Eguali successi ebbero a favore dei -Perugini ch’erano guelfi, e contro Siena e contro Arezzo; dove anche -diedero bella prova di lealtà quando il conte Guido Guerra capitano -de’ Fiorentini, avendo dato mano ai Guelfi di Arezzo perchè cacciassero -contro ai patti i Ghibellini dalla città, il governo di Firenze volle -che i patti si mantenessero e i Ghibellini vi rientrassero. Troviamo -pure la confessione fatta da’ Guelfi d’Arezzo di somme imprestate ad -essi in questi anni [1251-55] dai Fiorentini;[43] i quali dipoi avendo -col toglierle alcune castella abbassato Siena, e andati ad oste contro -Volterra, nel dare la caccia ai nemici fuggitivi entrarono nella città, -forte pel sito in cima ad un monte. Allora si viddero venire incontro -il Vescovo ed il Clero colle croci in mano, e dietro ad essi le donne -scapigliate, tutti gridando: «Signori Fiorentini, pace e misericordia.» -Si contentarono di riformare lo Stato e di cacciare i capi ghibellini -senz’altra offesa. Vincitori di Volterra, vanno contro Pisa; e perchè -i Pisani spaventati, pregando pace, ad essi inviarono ambasciatori -con le chiavi della città in segno di sommissione, la guerra cessava; -i Fiorentini accontentandosi di pattuire che le mercatanzie loro -potessero entrare per mare e per terra liberamente in Pisa ed uscirne -con franchigie di gabelle, e che i pesi e le misure usate in Firenze -fossero comuni anche ai Pisani. Bastava loro il provvedere alla -facilità dei commerci; nè a tanto possente e ghibellina città quei -patti erano da imporre che altrove solevano ad incremento di parte -guelfa, come non ricettare i fuorusciti, o per tre anni pigliare tra’ -nobili di Firenze il Potestà, che doveva (come noi sappiamo) da per -tutto essere forestiero. Tornava l’oste in Firenze tra le allegrezze -e le feste nel gaio mese di settembre; ed a quell’anno tanto felice -[1254] il nome fu dato d’anno vittorioso. Erano i primi gaudi della -libertà, nei quali sembra che il giovane popolo innalzi a leggenda la -propria sua istoria.[44] - - - - -CAPITOLO V. - -MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. -1254-1260.] - - -Manfredi figlio naturale di Federigo II succedè l’anno 1254 al -fratello Corrado sul trono di Sicilia e di Puglia in pregiudizio del -nipote Corradino: da lui ebbe parte ghibellina gran sostegno, e la -Toscana grande assalto. Ad istigazione di quel principe i Pisani di -bel nuovo ruppero guerra ai Fiorentini ed ai Lucchesi, avendo sul -territorio di questi assalito il castello del Ponte a Serchio, dal -quale poi furono respinti con grave sconfitta: i vincitori volgendo -l’oste contro alla stessa Pisa, giunsero fino a San Iacopo in Val -di Serchio, dove tagliato un gran pino, fecero a dimostrazione di -trionfo, sul ceppo rimasto, battere fiorini d’oro. Allora i Pisani -gli richiesero di pace, che i Fiorentini concessero in modo grato ai -Lucchesi; ma per avere alle mercatanzie libera la piaggia del mare -fermarono che nel popolo di Firenze stesse la scelta del mantenere -o del disfare il castello di Mutrone, che era tenuto dai Pisani.[45] -Questi accettarono la condizione: dopo di che gli Anziani di Firenze in -consiglio segreto presero partito, che il Mutrone fosse disfatto. Ciò -si doveva nel dì seguente proporre in pubblico parlamento: ma intanto -i Pisani bramando impedire che i Fiorentini a ogni costo dessero quel -castello in signoria dei Lucchesi, avevano in Firenze mandato a tal -fine celatamente un discreto segretario con denari assai da spendere. -Si accostò il Pisano, per interposta di un amico, ad un grande -cittadino anziano e possente in popolo e in comune, il quale avea -nome Aldobrandino Ottoboni, franco popolano, offrendogli quattromila -fiorini e più se ottenesse che il Mutrone fosse disfatto. Ma il vecchio -Aldobrandino, da ciò argomentando che la distruzione del Mutrone, -dai Pisani desiderata, verrebbe dannosa ai Fiorentini ed ai Lucchesi, -come leale cittadino, senza far parola della offerta dei denari, con -nuovi argomenti propose il contrario di quel che aveva nel precedente -giorno, e fece vincere il partito che il Mutrone si conservasse: tanta -fu la continenza di quel virtuoso e non troppo ricco cittadino, che -il Villani paragona al buon romano Fabrizio. Poco dopo Aldobrandino -moriva, e il Comune gli decretò in Santa Reparata un monumento di marmo -elevato sopra a ogni altro, dove fu egli deposto a grande onore. Tre -anni dopo i Ghibellini tornati in città fecero per empiezza di parte -abbattere quella sepoltura, e il corpo di Aldobrandino trascinare per -la città e gittare nei fossi. - -Manfredi era stato l’anno 1258 coronato in Palermo re di Sicilia; -dal che ranimati i Ghibellini di Toscana, convenivano in segrete -adunanze, tendendo le orecchie ad ogni novella. Gli Uberti ordivano -gran congiura, ma fu scoperta la trama; citati, negarono i Ghibellini -di comparire, insultando con ferite e con percosse la famiglia del -Potestà. Al che il popolo, correndo armato alle case degli Uberti, -uccise a furia Schiattuzzo di quella famiglia ed altri ad essa -aderenti: Uberto Caimi degli Uberti e Mangia degl’Infangati, condotti -al carcere, confessarono la congiura, per cui tosto ebbero il capo -mozzo. I rimanenti degli Uberti con molte più casate ghibelline, -i Fifanti, gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari ed altre sì nobili -che plebee, le quali sarebbe qui troppo lungo noverare, fuggirono -dalla patria, ricoverandosi a Siena ch’era tenuta dai Ghibellini: le -case e torri dei fuorusciti furono atterrate. Poco dipoi l’Abate di -Valombrosa, pavese della famiglia da Beccaria, caduto in sospetto di -perfidia ghibellina, fu posto al tormento e decollato da’ Fiorentini, -i quali ne furono scomunicati dal Pontefice. Il popolo che resse in -quei tempi la città, scrive il cronista che «fu superbo molto, di alte -imprese e tracotato;» ma una cosa ebbero i rettori, che furono molto -leali e diritti. E perchè un Anziano fece ricogliere dal fango presso -a San Giovanni un cancello che era stato della chiusa del Leone, e lo -mandò in una sua villa, ne fu condannato in lire mille, come frodatore -delle cose del Comune.[46] Firenze, che aveva come sua impresa il -Marzocco, teneva insin d’allora per grandigia un serraglio di Leoni che -venivano ad essa recati dai commerci nell’oriente: usanza continuata -dalla Repubblica sempre, ed anche poi sotto al principato, fino alla -memoria dei padri nostri. - -«I cittadini di Firenze allora (prosegue il Villani) vivevano sobri -e di grosse vivande e con piccole spese, e di grossi drappi vestivano -loro e loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, con -berrette in capo, e tutti con gli usatti (stivali di cuoio) in piede. -E le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti; e passavansi le -maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su -d’uno scaggiale (cintura) all’antica, ed un mantello foderato di vaio -col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite -di un grosso verde di cambrasio per lo simile modo: e lire cento era -comune dote di moglie; e lire dugento o trecento era a quei tempi -tenuta dote sfolgorata; e le più delle pulzelle aveano venti e più anni -anzichè andassero a marito.[47]» Le quali parole confermano quelle a -tutti note, dove l’Alighieri descrive l’antico vivere dei Fiorentini, -che i vecchi tuttora potevano ricordare, tanto fu rapido il salire di -questa città nella opulenza e nelle corruttele.[48] - -Siccome per la pace fermata tra’ Fiorentini e i Senesi, questi si erano -obbligati a non ricevere fuorusciti; così i Fiorentini inviarono a -Siena due ambasciatori, Albizzo Trinciavegli e Iacopo Gherardi dottori -in legge; i quali giunti, chiesero che i rifugiati fossero cacciati -via, ed aggiunsero intimazioni superbe; cui risposero i Senesi con -l’accettare la guerra, che fu incontanente dichiarata. Su di che i -fuorusciti si argomentarono d’inviare ambasciatori al re Manfredi per -soccorso, tale sperandolo che bastasse a restituirli nella patria. -Era capo dell’ambasceria Farinata degli Uberti, principale tra i -Ghibellini, ed avea libera facoltà da’ suoi di fare e dire come a -lui paresse. Venuti al cospetto del Re, inginocchiati, lo richiesero -d’aiuto; ma egli, o temesse o diffidasse, promise a stento il magro -soccorso di cento cavalieri tedeschi. Volevano gli altri, che aveano -sperato tirarlo almeno a seicento uomini, ricusare la profferta; ma -Farinata disse loro: «non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo -quanto si vuole; mandi con esso l’insegna sua: tornati a Siena, -noi la metteremo in tale luogo che converrà mandi egli gente a -sufficenza.[49]» Accettarono, ma giunti a Siena furono accolti a grande -scherno; e molto furono sbigottiti i fuorusciti che si aspettavano dal -re Manfredi maggiore aiuto. - -Correva il mese di maggio del 1260, quando l’oste fiorentina andava -contro Siena, conducendo seco il Carroccio, com’era usanza delle -città libere d’Italia. Questo era «un carro in su quattro ruote, -tutto dipinto vermiglio; e suso eranvi due antenne, sulle quali -sventolava il grande stendardo dell’arme del Comune di Firenze, bianco -e vermiglio.... Lo tirava un grande e forte paio di buoi, coperti di -un panno anch’esso vermiglio: tenevano i buoi nello Spedale di Pinti a -questo ufficio ed a niun altro; il guardatore di essi avea franchigia -nel Comune. Quando era guerra, i conti e castellani vicini e gentili -cavalieri della città lo traevano dall’Opera di San Giovanni, e -condotto sulla piazza di Mercato Nuovo, lo posavano sopra un termine -ch’era fatto d’una pietra tonda, raccomandandolo quivi al popolo di -Firenze. All’oste lo guidavano i popolani, e di essi i migliori ed -i più forti e virtuosi erano deputati a guardarlo, a piedi tutti; e -nelle battaglie la forza del popolo intorno a quello si ammassava. E -quando l’oste era bandita, un mese innanzi ponevano sull’arco della -porta Santa Maria, in capo di Mercato Nuovo, una campana chiamata la -Martinella, e quella del continuo suonava. Quando l’oste si moveva, la -detta campana era levata d’in sull’arco e posta in un carro sopra un -castello di legname; al suono di questa si guidava l’oste.[50]» Queste -erano pompe del popolo vecchio e della Repubblica di Firenze. - -Andava l’oste contro Siena, e via facendo impadronitasi d’alcune -castella, si accampava presso l’antiporta della città stessa al -Monistero di Santa Petronella, dove su un poggetto rilevato innalzarono -una torre da tenervi la campana. In Siena il disegno che Farinata -aveva fatto sulla bandiera del re Manfredi, ebbe allora compimento: -durando l’assedio, gli usciti di Firenze diedero un giorno mangiare ai -cavalieri tedeschi; e bene avendogli avvinazzati, gli feciono armare e -montare a cavallo per assalire il campo de’ Fiorentini, con la promessa -anche di grandi doni e paga doppia. I Tedeschi forsennati e caldi di -vino uscirono fuori; e perch’erano improvvisi, al primo assalto fecero -grande danno, e molti del popolo e della cavalleria fuggirono, credendo -fossero maggior numero di gente: poi ravveduti, si raccozzarono e -diedero addosso ai pochi Tedeschi, dei quali molti furono uccisi; e la -bandiera del re Manfredi presa e strascinata, fu poi recata a Firenze. -Allora i Senesi e i fuorusciti ghibellini avendo accattato dalla -compagnia de’ Salimbeni di Siena ventimila fiorini d’oro, mandarono -altri ambasciatori annunziando a quel Re come la sua poca gente per -gran valentia essendosi messi ad assalire l’oste dei nemici, prima -l’avessero posta in fuga, e se più fossero stati, avevano la vittoria; -ma per la poca gente, erano poi tutti rimasti morti, e l’insegna -caduta in mano dei Fiorentini e svergognata: a ciò aggiugnendo quelle -parole che seppero meglio ad ismuovere Manfredi.[51] Il quale crucciato -allo intendere la novella, con la moneta dei Senesi mandò in Toscana -il conte Giordano suo maliscalco ed ottocento cavalieri tedeschi; -giungevano questi all’uscita del luglio 1260. - -Per questo rinforzo invigoriti i Senesi, bandirono oste sopra a -Montalcino; e avendo richiesto l’aiuto dei Pisani e di tutti i -Ghibellini di Toscana, bentosto raccolsero in Siena un esercito -di molto polso. Ma non si credevano però avere fatto nulla se non -tirassero i Fiorentini fuori a campo, i Tedeschi essendo pagati per -soli tre mesi; e già n’era passato uno e mezzo, nè moneta avevano -da più tenerli, nè mai l’avrebbero ottenuta da Manfredi. Ragionarono -pertanto che al fine loro non perverrebbero senza grande maestria e -inganno di guerra; del che l’industria fu commessa a Farinata degli -Uberti. Sceglieva egli due frati Minori da inviare messaggieri al -popolo di Firenze; e prima gli fece in gran segreto abboccare con -alcuni dei principali di Siena, i quali diedero infintamente loro ad -intendere che, bramando scuotere essi quella sorta di signoria che -Provenzano Salvani esercitava dentro alla città, volentieri darebbero -questa ai Fiorentini per diecimila fiorini d’oro: venissero con grande -oste sotto cagione di fornire Montalcino, e andassero infino sul -fiume d’Arbia, dove giunti avrebbero dagli amici loro la porta di San -Vito la quale guarda verso Arezzo. I frati, condotti essi medesimi -nell’inganno, vennero a Firenze con lettere suggellate, e fecero capo -agli Anziani, profferendo che recavano gran cose in pro del popolo di -Firenze, ma che erano tali che si voleano manifestare a pochi. Allora -gli Anziani elessero due di loro; che uno era chiamato lo Spedito, -audace uomo e intramettente; ai quali, poichè ebbero fatto sacramento -sull’altare, i frati mostrarono le lettere, e tutto discopersero il -trattato. I due portati da volontà diedero fede, e incontanente trovati -i diecimila fiorini, radunarono Consiglio di grandi e di popolo, ai -quali esposero che bisognava muovere l’oste d’intorno a Siena a fornire -Montalcino, e quivi andare con grande possa. I nobili delle grandi case -di Firenze ed il conte Guido Guerra ch’era con loro, e di milizia più -sapevano che i popolani, ed ignoravano il trattato; conoscendo la nuova -masnada de’ Tedeschi ch’era venuta in Siena, e la mala vista che fece -il popolo a Santa Petronella quando i cento Tedeschi gli assalirono; e -sapendo i cittadini non tutti essere bene disposti, e altresì pensando -come si poteva in altro modo fornire Montalcino, al che gli Orvietani -s’erano offerti; e che lasciando i Tedeschi stentare finchè non -mancasse la moneta, si sarebbono straccati, e tornerebbero in Puglia -lasciando i Senesi più in male stato che per l’innanzi: avvisando -queste cose, diedero savio consiglio che per al presente non si dovesse -muovere l’oste. Fu per essi tutti dicitore Tegghiaio Aldobrandi degli -Adimari, savio e prode cavaliere e di grande autorità: ma detto ch’egli -ebbe, lo Spedito già inalberato nelle speranze e di natura presuntuoso, -si fece a riprenderlo con vili parole tacciandolo di paura. Tegghiaio -rispose: Tu non ti ardiresti di seguitarmi nella battaglia, dove -starò io. Si levò Cece dei Gherardini a dire lo stesso che aveva detto -messer Tegghiaio; ma gli Anziani gli comandarono non dicesse, e a chi -arringasse contro al comandamento era pena cento lire. Il cavaliere -voleva pagarle per contradire, ma gli Anziani raddoppiarono la pena -una e due volte, ed egli voleva sempre pagare; comandarono si tacesse, -pena la testa. E così vinse il peggior consiglio, che tutto l’esercito, -levato il campo, senza indugio procedesse. - -Deliberatosi di combattere contro il parere dei nobili, il popolo -fiorentino ricercò l’aiuto de’ suoi collegati, e l’ebbe da Lucca, da -Bologna, da Pistoia, da Prato, da San Miniato, da Volterra, da San -Gimignano e da Colle di Val d’Elsa, terre che allora formarono una lega -guelfa col Comune di Firenze. Era il tempo del ricolto, e i contadini -fatti soldati presero l’armi con ripugnanza. Di Firenze erano più di -ottocento cavalieri, e ben cinquecento soldati a piedi, che mossero -alla guerra al cominciare d’agosto col Carroccio e colla campana. Gli -seguitò molta plebe colle insegne delle compagnie, e non rimase nella -città casa nè famiglia che non vi andasse qualche persona a piedi o -a cavallo, e di tale due, secondo che erano potenti.[52] Credettero -fosse provvedimento più cauto menare seco i Ghibellini mescolati -nelle compagnie, anzichè lasciarli mentre era assente la milizia, -«quasi padroni della città.» Ma fu peggio, avendo quelli avuto agio -d’aspettare, confusi tra’ Guelfi, il tempo acconcio al tradimento -che già Farinata per altri suoi messi aveva ordinato. I Fiorentini -oltrepassata Siena si fermarono a cinque miglia da quella città, -dalla parte di levante sull’Arbia in Val di Biena, sito abbondante di -acque e di pascoli, munito dai lati e a tergo dai colli di Montaperti, -castello posto in una altura, e divenuto famoso per quella battaglia. -Ivi a loro si aggiunsero Perugini e Orvietani che là gli aspettavano; -talchè l’esercito assembrato aveva in tutto tre mila cavalieri e più -assai migliaia di fanti, che in quelle guerre mal si contavano perchè -andavano disordinati. In mezzo a cosiffatti apparecchi, e come accade -all’appressarsi di grandi eventi, paurosi presagi si spargevano a -Firenze, e a Siena, e in tutta Toscana. - -Siena con religiose cerimonie si consacrava quel dì alla Vergine come -a signora unica e perpetua: la notte che precesse alla battaglia -per tutte le chiese era un piangere, un pregare, un fare paci coi -nemici che ognuno avesse. Venuta l’ora del mattino, a un grido del -banditore, cinquemila cittadini senesi pigliarono le armi, e furono in -punto per modo volonterosi, che il padre non aspettava il figliuolo, -nè l’un fratello l’altro: con essi duemila fuorusciti fiorentini -bramosi di recuperare la patria quanto erano i Sanesi di non perdere -la loro, e ottocento soldati tedeschi sotto la condotta del conte -Giordano: i Pisani, impegnati nella guerra coi Genovesi, non avevano -potuto mandare altro che poca gente. L’esercito fiorentino accampato -a Montaperti e gli Anziani che lo reggevano, fra i quali ci è noto -soltanto il nome dello Spedito, attendevano sinchè la porta fosse loro -consegnata com’era promesso; quando un grande popolano fiorentino -chiamato il Razzante, di animo ghibellino, esce dagli accampamenti, -entra in città, ed agli amici suoi narra privatamente come nel campo -si buccinasse che Siena doveva esser tradita; e che l’oste guelfa -era poderosa molto; e di troppo gran rischio la battaglia in su quel -punto co’ Fiorentini. Ma Farinata, risaputi i discorsi del Razzante, -gli gridò contro: «Uccideresti noi tutti se tu spandessi per Siena -queste novelle, perchè ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che -dichi il contrario; perocchè se ora non si combatte, che avemo questi -Tedeschi, mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la -morte che andare più tapinando per lo mondo.» Accomodatosi il Razzante -a quell’ammaestramento, si pone una ghirlanda in capo, rimonta a -cavallo e simulando allegria viene al parlamento in palagio, dove era -tutto il popolo di Siena, e i Tedeschi ed altre amistadi: ivi con -lieta faccia dice che l’oste dei Guelfi si reggeva male, e che era -male guidata e peggio in concordia; e che assalendoli francamente, di -certo erano sconfitti. A grida di popolo si armarono tutti in Siena -gridando: «battaglia battaglia.» Vollero i Tedeschi paga doppia, e -l’ebbero: fu spalancata la porta San Vito che a levante stava di fianco -all’accampamento fiorentino. - -Era presso che la metà del martedì, quarto giorno di settembre -1260. Innanzi andavano i cavalieri tedeschi, seguitati dalle genti -d’armi di Siena a cavallo, dai fuorusciti, e dalla fanteria, tutti -sotto ai loro stendardi. I Fiorentini dapprima crederono che i soli -Tedeschi uscissero fuori a provocarli come nei giorni precedenti: ma -quando scorsero la fiumana dei soldati versarsi giù per le colline, -quando ravvisarono il popolo dei Senesi venire innanzi ordinato alla -volta loro, sbigottirono. Perchè la mostra fosse maggiore, i Senesi -avevano fatto uscire anche saccardi e fantaccini con elmo in testa: -la fanteria mescolata ai cavalieri stava in ordine di battaglia sulle -colline sotto le sue bandiere; le salmerie si fermarono in disparte -quando cominciò la pugna. Innanzi agli altri i cavalieri tedeschi -rovinosamente percossero i cavalieri dei Fiorentini, che ad assalto -non preveduto male resistendo, videro tosto di mezzo a loro uscire -i Ghibellini traditori e andare a porsi dall’altra parte. Le spade -tedesche s’aprivano il campo tra l’oste nemica; il caldo era grande, il -sole che piegava all’occidente feriva negli occhi le guelfe milizie. -Di queste l’insegna era portata da Iacopo de’ Pazzi, uomo di grande -valore; quando Bocca degli Abati, uno dei Ghibellini traditori che era -in sua schiera appresso a lui, da tergo spingendogli addosso il cavallo -gli taglia la mano, che cade giù con l’insegna. Al che i cavalieri, -vedendosi a quel modo traditi dai loro ed abbattuta l’insegna, e dai -Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta: -ma perchè la cavalleria di Firenze prima s’avvidde del tradimento, -non venne a perdere che trentasei uomini di nome, tra morti e presi. -Rimaneva la milizia del popolo a piedi, che era molto numerosa e aveva -più forte la coscienza della causa che essa difendeva; facevano calca -intorno al Carroccio, alla cui guardia era quel giorno preposto un -Giovanni Tornaquinci cavaliere d’antica età, sperimentato in molte -battaglie e per famiglia capo dei Guelfi nel sesto di San Pancrazio: -seco era un suo figliuolo e tre parenti del sangue istesso; i quali -tutti, dopo lunga e appassionata resistenza, con lui cadevano sul -mucchio dei morti. Ma la grande mortalità e presura fu dei fanti -popolani di Firenze, di Lucca e d’Orvieto, i quali essendosi andati a -chiudere nel castello di Montaperti, cadevano tutti in mano ai nemici. -Tramontava il sole e la feroce zuffa durava ancora: terminò col giorno, -avendo continuato senza interruzione sette ore. Dei Fiorentini oltre -a duemilacinquecento furono uccisi e millecinquecento presi, tutti -dei migliori del popolo e di ciascuna casa di Firenze:[53] gravi -danni ebbero i Lucchesi. Il Carroccio, la Martinella e innumerabile -preda d’arnesi rimasero al vincitore. Fu questa battaglia delle più -sanguinose di quei tempi, siccome quella per cui fu rotto e annullato -il popolo vecchio di Firenze che era durato in tante vittorie e grande -signoria e stato per dieci anni.[54] - -Due croniche senesi descrivono a guisa di poema o di romanzo i colpi -di lancia dei cavalieri tedeschi; di questo peccato almeno fu immune la -parte dei Guelfi. Narrano poi la molta strage che da uomo a uomo fecero -i pedoni e il grande numero dei prigionieri condotti in Siena dopo la -battaglia: ivi è tuttavia memoria di una trecca per nome Usilia, che -ne avrebbe condotti trentasei legati alla coda di un suo asinuccio. Da -quelle cronache poco si rileva di quello che importi alla politica o -alla guerra, ma bene dipingono gli affetti che in Siena dominavano e le -passioni; e la leggenda poi s’innalza quando pone in iscena un araldo -che stando a vedetta in cima alla torre dei Marescotti dentro la città, -vede ed accenna via via ai trepidanti concittadini suoi i casi tutti -della battaglia, e la vittoria su’ Fiorentini: qui è proprio l’Iliade; -istoria non è, perchè da Siena era impossibile scorgere le mosse dei -due eserciti nel campo di Montaperti.[55] - - - - -CAPITOLO VI. - -FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA DEGLI UBERTI VIETA LA -DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI -CARLO D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [AN. 1260-1266.] - - -Giunta in Firenze la novella della sconfitta dell’Arbia e insieme con -essa i fuggitivi accorrenti, si levò il pianto d’uomini e di femmine, -ogni famiglia deplorando morti o prigionieri uno o più dei suoi. -Gli scampati dalla battaglia e i nobili e popolani guelfi rimasti -in Firenze, temendo l’arrivo imminente dei vincitori e fidando poco -nella plebe dove erano molti aderenti ai Ghibellini, si risolvettero -spatriare; e a’ 13 settembre 1260 usciti piangendo dalla città, si -recarono a Lucca con le famiglie loro. Tale era la sorte in quelle -guerre cittadine: i vinti perdevano con la potenza la patria e gli -averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Ma insofferenti -dell’esilio, cercavano guerra da chi si fosse contro alla città loro, -dove ogni cosa rimaneva monca e interrotta, gli usciti recando qua -e là per l’Italia gli sdegni loro e le querele. Esulavano fra gli -altri i Bardi, i Rossi, i Mozzi, i Gherardini, i Cavalcanti, i Pulci, -i Buondelmonti, gli Scali, gli Spini, i Giandonati, i Tornaquinci, i -Tosinghi, gli Adimari, i Pazzi, tutte nobili casate; e delle popolane -i Canigiani, i Machiavelli, i Rinucci, i Soderini, con altre molte -che nel governo degli Anziani erano venuti in stato. Con essi ebbe -bando Brunetto Latini, che fu poi maestro di Dante. Avealo inviato la -Repubblica ad Alfonso re di Castiglia per chiedergli aiuto contro a’ -Ghibellini, e in quel frattempo la parte sua essendo vinta, rimase egli -in Francia, e quivi scrisse il suo Tesoro. Parve dipoi che i Guelfi -avessero mostrato poco animo e fermezza nell’abbandonare la città, che -era forte di mura e di torri e di fossi pieni d’acqua da poterla bene -difendere e tenere. - -Nella domenica 16 settembre il conte Giordano, le masnade tedesche e -gli altri soldati ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede dei -vinti, fecero ingresso nella città senza contrasto; e subito elessero -Potestà di Firenze pel re Manfredi Guido Novello della famiglia dei -conti Guidi, signori di Poppi in Casentino. Egli a tutti i cittadini -fece giurare fedeltà al Re, e per i patti promessi ai Sanesi fece -disfare cinque castella del contado di Firenze che fronteggiavano -quel di Siena. Alloggiava dove poi fu il Palagio del Potestà; e poichè -dentro era mal sicuro e fuori aveva la forza sua, fece aprire sino alle -mura la via che tuttora ha nome di Ghibellina, per la quale potesse -a ogni caso mettere dentro i suoi fedeli e uscire al bisogno fuori -degli ingombri delle vie. Il conte Giordano con le masnade tedesche -rimase capitano di guerra e vicario generale pel re Manfredi. Tutte le -sostanze dei Guelfi andarono al Comune, e molte loro abitazioni furono -rase dai fondamenti: Firenze era come in balía d’uomini stranieri. -Quando in Roma giunse la novella della sconfitta dei Fiorentini, -acerbo dolore ne provarono il pontefice Alessandro IV e i Cardinali pel -grande abbassamento che ne veniva alla parte della Chiesa. Ma perchè -il cardinale Ottaviano degli Ubaldini ghibellino ne faceva grande -festa, il cardinale Bianco, che era guelfo e aveva fama d’astrologo, -disse parole le quali furono presagio a molti della vittoria e del -ritorno dei Guelfi nella patria loro. Questi frattanto sgombrarono non -solamente Firenze, ma Prato ancora e Pistoia e Volterra e San Miniato -e San Gimignano e molte altre terre di Toscana. Lucca rimase guelfa, -e diede rifugio ai seguaci di quella parte. Quivi stanziando gli esuli -fiorentini e spesso convenendo sotto la loggia innanzi alla chiesa di -San Frediano, un giorno Tegghiaio degli Aldobrandi veduto lo Spedito -che nel consiglio gli aveva detto villania e che allora pativa con gli -altri la povertà e l’esilio: «Vedi (gli disse) a che hai condotto te e -me e gli altri per la tua audacia e superbia.» Quegli rispose: «E voi -perchè ci credevate?» parole abiette e senza pudore. - -Intanto i Pisani, i Senesi, gli Aretini, il conte Giordano con -gli altri capi ghibellini di Toscana, ordinarono di fare in Empoli -parlamento per assicurare la vittoria della parte loro e fare taglia, -cioè compartire tra loro i carichi e le spese; ma in questo mentre -lo stesso conte Giordano essendo richiamato in Puglia per mandato di -Manfredi, lasciò vicario generale e capitano di guerra in Toscana il -conte Guido Novello. Prima che egli andasse, adunatosi il parlamento, -tutti i deputati delle città ghibelline e i feudatari vicini a Firenze -opinarono che la città, disfatta in parte e priva delle sue mura, fosse -ridotta a borghi aperti siccome quella il cui popolo era tutto guelfo: -rialzerebbe (dicevano) essa tosto o tardi la parte della Chiesa; alla -salute loro volersi la distruzione di Firenze. Tutti assentivano, -quando uno solo si levò ad oppugnare il comun voto, Farinata degli -Uberti. Sembra che allora nelle pubbliche arringhe dal dicitore -solesse proporsi un motto, sul quale la diceria poi si svolgesse. -Farinata propose due grossi antichi proverbi composti in uno, nel quale -accennava all’autorità sua sopra gli altri, rozzi e impotenti a petto -a lui.[56] Mostrò la follía di quell’atroce proponimento; e se altri -non fosse cui stesse a cuore tale città, egli con la sua spada in mano -finchè avesse vita la difenderebbe: disse, ed accennava uscir dalla -sala. Grande cuore aveva, e ognuno temette nimicarsi tale uomo; il -conte Giordano, prudentemente adoperando, tolse altri modi a contenere -il popolo di Firenze; e così per l’alto animo e per la virtù di -Farinata, la città fu salva: il nome di lui rimase glorioso nei tempi -avvenire. - -La possanza della parte ghibellina si dispiegava in Toscana, dove -il conte Guido Novello occupava parecchie castella dei Lucchesi. Il -corso di tali conquiste si arrestava nondimeno davanti a Fucecchio, -che difeso più di trenta giorni dal fiore dei fuorusciti guelfi ivi -raccolto, restava finalmente libero dall’assedio. I Guelfi spedivano -loro ambasciatori in Alemagna alla madre di Corradino legittimo erede -di Corrado, ed il cui trono era tenuto da Manfredi suo zio, acciò loro -affidasse il figlio; ma essa per la tenera età lo negava. Anche in -seguito vedremo la parte abbassata cercarsi appoggio dallo straniero, -intantochè la supremazia degli Imperatori apriva l’adito in Italia ai -Tedeschi, e l’irrequieta gelosia papale ad altri principi stranieri. -Alcuni tentativi guerreschi dei Guelfi per rientrare in Firenze -andavano a vuoto: anzi provocavano maggiori assalti del conte Novello, -che tornato ad oste contro a’ Lucchesi ed ai fuorusciti fiorentini, gli -sconfiggeva. Qui l’ultima volta comparisce nelle storie Farinata degli -Uberti. Questi a battaglia finita cavalcando, si era tolto in groppa -Cece dei Buondelmonti suo prigioniero, quando Piero suo consorto, -soprannominato l’Asino, con vituperosa crudeltà gliel’uccideva addosso, -dandogli d’una mazza in sulla testa. - -I Ghibellini avevano occupato alcune castella dei Lucchesi, i quali -bramosi di ricuperare i loro uomini rimasti prigioni in Montaperti -che erano molti e dei migliori della città, fecero al conte Guido -segretamente offerire, restituisse questi con le castella ed essi -caccerebbero tutti i fuorusciti guelfi. La pratica venne copertamente -condotta sì che niuna cosa ne trapelò a quei miseri, cui ad un tratto -la Signoria di Lucca comandava sgombrassero la città e il territorio -dentro tre dì, pena la testa: nè pietà ottennero nè indugio, e le -masnade tedesche avanzavano. Abbandonarono Lucca essi e le famiglie -loro nel 1263, e donne gentili, mogli dei fuorusciti fiorentini, -furono costrette partorire tra le asprezze di quell’appennino che è -tra Lucca e Modena: di qui rifuggivansi miseramente in Bologna. Chiusa -era loro Toscana tutta, dove in poco d’ora non fu terra nè castello -che non tornasse ai Ghibellini. Questa cacciata da Lucca fu bensì -cagione di sorte migliore a parecchi fuorusciti, che riparatisi in -Francia e avvantaggiatisi nei commerci, dipoi tornarono a Firenze: -altri da Bologna passati a Modena e quindi a Reggio in aiuto dei -loro partigiani, quivi onorati ed arricchiti di prede, cominciarono a -formare una di quelle vaganti masnade di cui vedremo l’Italia essere -inondata. Erano più di quattrocento uomini d’arme, tutti a cavallo e -bene in assetto, capitanati da messer Forese degli Adimari, pronti a -soccorrere parte guelfa, alla quale già novelle sorti si preparavano. - -La debolezza di papa Alessandro IV aveva giovato a Manfredi per -istabilirsi sul trono di Puglia; ma non tardò ad ascendere la sedia -pontificale Urbano IV francese, il quale si diede a rinnalzare parte -guelfa, continuando i disegni che Innocenzio IV aveva concetti. Fermo -nell’animo di abbattere ad ogni costo Manfredi, offerse nel 1263 la -corona di Napoli a Carlo d’Angiò, fratello al re di Francia Luigi -IX. Urbano moriva poco dipoi; ma Clemente IV, di lui successore e -francese anch’egli, dava effetto al disegno. Così le speranze dei -Guelfi risorsero in tutta Italia: e la famiglia Della Torre in Milano -potentissima si distaccava dai Ghibellini per accostarsi a Carlo; -mentre alcune città vicine, Verona, Brescia, Cremona, Piacenza e -Pavia, rimanevano devote al ghibellinesimo ed a Manfredi. Noi non -racconteremo la breve guerra dei due valorosi combattenti per le belle -napoletane contrade: solo diremo che il saggio re San Luigi, irresoluto -dapprima dell’aiutare o no il fratello in quella impresa di ventura, -fu lieto infine di allontanare dalla Francia quello spirito altiero ed -irrequieto con l’aprirgli lontano un campo alle ambizioni. Manfredi, -che avrebbe potuto difendersi meglio nei luoghi fortificati, prescelse -venire a grande battaglia nel piano della Grandella presso Benevento, -dove tradito da una parte de’ suoi baroni dovette soccombere: mentre -ferveva la mischia, nel rimettersi l’elmo in testa, l’aquila d’argento -che vi stava per cimiero gli era caduta sull’arcione dinanzi; egli -disse ai suoi: «Questo è segno di Dio;» e si gettò nel folto dei -nemici, dove cadde ucciso. Era l’anno 1266.[57] - - - - -CAPITOLO VII. - -FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE DELLE ARTI. — MAGISTRATO DI -PARTE GUELFA. — GOVERNO DELLA CITTÀ DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI. -[AN. 1266-1267.] - - -Nelle schiere di re Carlo avevano combattuto i fuorusciti di Toscana, -i quali offertisi al Pontefice sin dal principio della guerra e bene -accolti, ebbero da lui l’insegna sua propria, che poi rimase alla -parte guelfa, ed era un’aquila vermiglia la quale calcava un serpente -verde. In Toscana, al primo annunzio di quella grande sconfitta e della -morte del re Manfredi, i Ghibellini ed i Tedeschi perdettero animo; -ed i Guelfi rincuorati si appressarono alla città da ogni parte del -territorio dove erano ai confini, per ordinare nuove cose coi loro -amici di dentro, avendo speranza d’essere aiutati dai partigiani loro -dell’esercito di re Carlo. Allora il popolo di Firenze, col cruccio -nell’animo delle perdite sofferte chi di padre, chi di figliuolo e -chi di fratelli alla battaglia di Montaperti, cominciò a parlare -alto per la città, dolendosi delle spese e carichi disordinati -che pativano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggevano -la terra. I quali temendo a quei rumori che si levasse la plebe, -e confidandosi di acquetarla per via d’una certa mezzanità tra le -due parti, in luogo d’un solo Potestà com’era consueto, ne elessero -due, che l’uno ghibellino Lotteringo degli Andalò, e guelfo l’altro -Catalano dei Malavolti, ambedue bolognesi e dell’ordine cavalleresco -de’ frati Gaudenti. Questi cavalieri propriamente erano detti di -Santa Maria; abito loro la veste bianca ed un mantello bigio: gli -obblighi, difendere le vedove e i pupilli, e come pacieri intromettersi -nelle altrui discordie: «ma la grassa e poltronesca vita cui fin da -principio si erano abbandonati, gli aveva fatti notare dai popoli -con quell’appellativo di dispregio. Tuttavia per l’onestà dell’abito -fu creduto allora in Firenze che i due sopra detti, i quali aveano -lodevolmente tenuto il governo di Bologna, guarderebbero bene e -lealmente il Comune da soverchie spese. Pigliarono essi l’ufficio -non senza averne avuta prima licenza dal pontefice Clemente IV, e -forse per espresso comandamento di lui:[58] giunti, ebbero stanza nel -palagio del popolo di faccia a Badia. Ma essi tuttochè d’animo di -parte fossero divisi, sotto la coperta di falsa ipocrisia, parvero -essere in concordia più al guadagno loro proprio che non al bene -della città:[59]» fosse o no vero, Dante gli pose nell’_Inferno_ -tra gli ipocriti. Da prima i due Potestà ordinarono trentasei buoni -uomini, fiore della cittadinanza, Guelfi e Ghibellini, popolani e -grandi non sospetti, rimasti in Firenze alla cacciata de’ Guelfi, che -gli dovessero aiutare co’ loro consigli e provvedere alle spese del -Comune: si trova pure che volessero confinare alcuni uomini delle due -parti.[60] Si radunavano i Trentasei ogni dì nella bottega e corte dei -Consoli dell’arte di Calimala in Mercato nuovo. Da quella bottega uscì -ad un tratto e come di per sè la Repubblica di Firenze. - -Era il popolo di questa città diviso da lungo tempo in compagnie d’arti -e mestieri, e di presente contava sette arti maggiori e cinque minori. -A ciascheduna i Trentasei diedero consoli o capitudini, e collegi e -gonfaloni con insegne proprie, acciò se nella città alcuno si levasse -in arme, le arti sotto le loro bandiere accorressero popolarmente -alla difesa: pei quali ordini ciascuna arte di per sè armata ebbe suoi -capi e sue insegne e sue passioni e sua possanza, intantochè il popolo -veniva tutto ad essere nelle arti, e queste a pigliare come la Signoria -della città; il che diede forma di poi ad essa ed ai pubblici costumi. -Diremo delle sette arti maggiori i nomi e le insegne: quella dei -Giudici e Notai aveva una grande stella d’oro in campo azzurro; quella -dei Mercatanti di Calimala un’aquila d’oro in campo vermiglio; quella -dei Cambiatori col campo egualmente vermiglio seminato di fiorini -d’oro; quella della Lana con campo simile, ed un montone bianco; quella -dei Medici e Speziali pure col campo dello stesso colore, e dentro la -Nostra Donna col Figlio in collo; quella dei Setaioli e Merciai col -campo bianco ed una porta rossa, pel titolo di Por santa Maria; quella -dei Pellicciai col campo azzurro, le pelli di vaio ed un _agnus -dei_:[61] le cinque minori più tardi furono ordinate. - -Ferivano queste novità la parte dei Ghibellini e soprattutti le -grandi famiglie degli Uberti e dei Fifanti, dei Lamberti e degli -Scolari e gli altri che n’erano capi. Pareva loro che i Trentasei -favoreggiassero i guelfi popolani rimasti in Firenze; vedevano dopo -alla battaglia di Benevento ogni mutazione andare contro la parte -loro, e guerra essere di popolo acceso a tôrsi di dosso la signoria -dei grandi. Talchè prestamente il conte Guido Novello mandava per -gente ai vicini collegati, cioè a Pisa a Siena ad Arezzo a Pistoia a -Prato a Volterra a Colle ed a San Gimignano, che stavano allora tutte -con la parte ghibellina: sicchè coi secento Tedeschi che aveva, ben -presto ebbe adunato in Firenze 1500 cavalieri. Ma per dare il soldo -alle schiere tedesche voleva imporre una tassa che parve esorbitante -ai Trentasei: la costoro opposizione aumentò il dispetto dei Ghibellini -che, già sdegnati per il nuovo ordinamento dato al popolo, deliberarono -mettere a rumore la terra, e col favore dei cavalieri tedeschi -disfare l’ufficio dei Trentasei. Primi a levarsi furono i Lamberti, -che armati coi loro masnadieri uscirono fuori delle loro case in -Calimala gridando: «ove sono questi ladroni de’ Trentasei, che noi gli -taglieremo tutti a pezzi.» Sentito ciò questi, che erano a consiglio -nella solita bottega sotto la casa dei Cavalcanti in Mercato nuovo, -escono di parlamento. Nella città è tumulto grande, ognuno serra la -sua bottega, tutti s’armano ed accorrono nella via Larga e da Santa -Trinita. Gianni de’ Soldanieri, uno dei grandi ghibellini, per montare -in istato si fa capo del popolo abbandonando la sua parte; e Dante -registra nell’_Inferno_ il nome suo dov’è la bolgia dei traditori. -Intorno a lui ed a quelli di sua famiglia si ammassano i popolani -armati in gran numero, e fanno serragli appiè della torre dei Girolami. -Al che il conte Guido con tutta la cavalleria e coi grandi ghibellini -in arme e a cavallo movendo dalla piazza di San Giovanni, faceva -schierare i suoi contro a un altro serraglio che era sui calcinacci -delle case de’ Tornaquinci; alcuni Tedeschi saltarono a cavallo -dentro al serraglio stesso. Ma il popolo francamente tenne il fermo, -difendendosi con le balestre e col gittar sassi dalle torri e dalle -case; talchè vedendo il Conte di non poterlo rompere, facea voltare -le insegne e con tutti i suoi tornava sulla piazza di San Giovanni; e -quindi su quella di Sant’Apollinare, dove stavano i due frati Potestà: -era la sua cavalleria tanto numerosa che tenea da porta San Piero a -San Firenze. Ivi giunto, chiese le chiavi delle porte della città per -fuggire; e temendo essere accoppato dai sassi che a lui fossero gettati -dalle case, si pose ai fianchi Uberto de’ Pulci e Cerchio de’ Cerchi, -e dietro a sè Guidingo Savorigi, che erano dei Trentasei e dei maggiori -della terra, perchè gli fossero schermo. I due frati Gaudenti, gridando -dal palagio, cercavano impedire quella fuga; chiamavano a nome Uberto -e Cerchio, rincuorassero il conte Guido, che il popolo si acqueterebbe, -che si troverebbe via di pagare i Tedeschi. Ma fu invano: perciocchè il -Conte oltremodo impaurito non volle udire parola; e avute le chiavi, si -ritraeva difilato egli con tutto il numero de’ suoi cavalieri. Se fosse -stato in campagna aperta, certo che avrebbono i Tedeschi agevolmente -disperse quelle milizie ragunaticcie e oppresso quel popolo inesperto -delle armi: qui invece erano vie strette, ogni casa una fortezza, dove -ciascuno dei cittadini difendeva le cose più care, e a tutti veniva -pronto il soccorso: in questa sorta di battaglie rinviene il popolo -la sua forza. Il Conte in mezzo a universale silenzio, fatto gridare -se i Tedeschi ed i Pisani e gli altri collegati vi erano tutti, e -udito che sì, uscì per una delle porte e s’indirizzò a Prato. Ma quivi -giunto e parendogli di avere mostrato paura, volle il mattino seguente -tornare indietro e ritentare per forza d’armi la sua fortuna. Ma fu -troppo tardi: a tre ore di sole era presso alla porta del ponte alla -Carraia, dimandando gli fosse aperto: il popolo rispose correndo armato -alla difesa della città, la quale aveva buoni bastioni e buoni fossi, -voleri unanimi e risoluti. I cittadini stettero ivi a guardia fino a -sera; e allora il Conte e i Ghibellini, non potendo farsi aprire nè per -minacce nè per promesse, se ne tornarono scornati a Prato, pur beati -se avessero potuto impadronirsi almeno del castello di Capalle, che -assaltarono via facendo per isbizzarrirsi. Dopo quel giorno, per oltre -due secoli Firenze non vidde insegne straniere. - -Allora i Fiorentini, tornati liberi e mandati via i due Potestà, -riformarono la terra, e per afforzarsi meglio avendo cercato soccorso -dai popoli amici, ebbero da Orvieto cento cavalieri, messer Ormanno -dei Monaldeschi per Podestà ed un altro gentiluomo per Capitano del -popolo. Richiamavano al tempo stesso non solamente i Guelfi cacciati -sei anni prima dalla città, ma gli stessi Ghibellini di breve fuggiti, -uomini grandi e potenti, dei quali credevano i popolani tuttavia di non -potere far senza, ma si adopravano a riconciliarli tra loro insieme ed -a parte guelfa. Ordinarono pertanto che fosse pace tra le casate insino -allora nemiche; ed a confermare questa pace Buonaccorso degli Adimari -diede per moglie al figlio suo la figlia del conte Guido Novello; -Bindo suo fratello si sposò ad una degli Ubaldini, e Cavalcante dei -Cavalcanti facea sposare suo figlio Guido, poeta insigne, ad una -figlia di Farinata degli Uberti. Altri maritaggi men chiari si fecero, -ma sempre invano, perchè la memoria delle antiche offese poteva più -del recente vincolo, e i popolani tosto pigliarono in sospetto quella -concordia de’ grandi. La pace fu rotta, ed i Guelfi imbaldanziti per le -vittorie di Carlo, inviarono segretamente ambasciatori a quel principe -richiedendolo di gente. Mandava egli il conte Guido di Monforte con -ottocento cavalieri francesi, i quali però al loro giungere in Firenze -il giorno di Pasqua del 1267, non vi trovarono i Ghibellini, che ne -erano usciti la notte precedente senza contrasto, rifugiandosi a Siena -ed a Pisa o nelle proprie loro castella. I Fiorentini allora diedero -la signoria della terra al re Carlo per dieci anni; e mandatagli -per solenni ambasciatori la elezione libera e piena con mero e misto -imperio, l’astuto Re rispose, che de’ Fiorentini voleva il cuore e -la buona volontà senza altra giurisdizione. Ma pure ai preghi del -Comune la prese indi a poco semplicemente, e d’allora in poi mandovvi -annualmente suoi vicari, i quali avessero il reggimento della città, -con l’assistenza di dodici buonuomini cittadini.[62] Era una sorta di -dedizione, ma non portava o non pareva seco portare la servitù, perchè -non era un dare al principe protettore tutto il governo, ma solamente -la sicurezza di sempre andare con quella bandiera, che era di popolo, -ma non si credeva per anche valesse da sè a reggersi e stare in alto: -re Carlo era la spada di parte guelfa, come il Papa n’era l’anima; -cosicchè dunque la suggezione al Papa ed al Re null’altro importava -che una promessa al certo molto volonterosa di tenere quella parte, -e difenderla sotto quei capi che allora il popolo riconosceva: ed a -quell’ombra la libertà cresceva intanto e si consolidava per via di -popolari istituzioni. - -Troviamo il Papa bensì pretendere nel reggimento della città più -ingerenza che gli storici a lui non sembrino consentire, ma la -traccia ne rimane in quelle lettere di Clemente IV che dipoi furono -pubblicate.[63] Da queste appare come venissero i frati Gaudenti -per eccitamento del Pontefice: il quale irato co’ Fiorentini, che -a lui sembravano troppo lenti alla cacciata dei Tedeschi e alla -oppressione dei Ghibellini, inviava quivi un cappellano suo, che -intervenisse nel governo, uniformandolo ai disegni che egli aveva -conceputi, con minaccia di censure e di pene temporali a chiunque -osasse contravvenire. Aveva anche nominato nel primo tempo della -emancipazione di proprio moto un Potestà e intendeva designare un -Capitano del popolo, che governassero la città, i quali fossero di -provata fede e in devozione a santa Chiesa. Ma costoro non troviamo -che ottenessero giurisdizione; e pare a me che i Fiorentini molto -bene si schermissero pigliando altrove il Potestà (come fecero quel -d’Orvieto), e poi mettendo, come vedremo, sè stessi in cima alla parte -guelfa per via d’un ordine tutto nuovo, che fu accertarsi con un solo -atto la protezione del Pontefice e porre in salvo nel tempo stesso la -loro propria indipendenza. Questa munivano contro ai Papi, come Pisa -ghibellina sempre fu intesa a mantenerla contro agli Imperatori; e -convien dire che fosse grande la forza allora delle città, le quali, -sebbene divise tra loro, stavano in mezzo come sostegno all’uno o -all’altro dei contendenti e insieme argine ad entrambi: allora i -Papi erano più forti dopo all’eccidio di casa Sveva e per la vacanza -dell’Impero. - -Venuto il primo dei vicari mandati dal re Carlo, furono eletti dodici -buoni uomini perchè insieme con lui avessero il reggimento dello Stato, -come anticamente gli Anziani; ai quali aggiunsero un Consiglio segreto -di popolo, che ebbe nome di Consiglio del Capitano detto anche di -Credenza della Massa de’ Guelfi, senza del quale non si facesse alcuna -grande spesa o deliberazione. A questo modo la somma del governo era -nel popolo, perchè agli ufficiali eletti da lui spettava iniziare -e consultare da prima quel che importasse alla Repubblica. Ma ogni -cosa deliberata nei Consigli popolari, doveva essere confermata nel -Consiglio generale dei Trecento e in quello speciale dei Novanta e -delle Capitudini delle sette maggiori Arti e dei dodici Buonuomini -che era convocato dal regio Vicario, questi ultimi essendo i Consigli -del Comune, che dal Popolo si distingueva, perchè era di tutti -indistintamente i cittadini, e ad esso veramente appartenevasi la -sovranità come al popolo il governo: gli chiamarono tutti insieme -i Consigli opportuni; a quelli del popolo spettava dare gli uffici -dei castellani, e tutti gli altri piccoli e grandi.[64] Fecero anche -arbitri che ogni anno avessero a correggere gli statuti e ordinamenti -del Popolo e del Comune. A camarlinghi del Comune furono eletti i frati -della Badia a Settimo e quelli di Ognissanti, ogni semestre a vicenda. -Nata questione tra i Guelfi circa i beni dei Ghibellini ribelli, papa -Clemente IV e re Carlo ordinarono che ne fossero fatte tre parti: la -prima fosse del Comune; la seconda dei Guelfi, per ammenda dei sofferti -danni;[65] la terza per certo tempo fosse a parte guelfa. Alla quale -poi rimasero i detti beni, e se ne fece cassa, e si attendeva sempre -dipoi ad accrescerla, per dare forza a quella parte. Il che udendo il -cardinale Ottaviano degli Ubaldini, disse: Poichè i Guelfi fanno mobile -(vendono cioè i beni confiscati), i Ghibellini non vi ritorneranno mai -più. La predizione si avverava. - -I Ghibellini o sospetti Ghibellini, per sentenza del vicario del re -Carlo e del Comune di Firenze, furono parte fatti ribelli e sbanditi, -parte confinati fuori della città e del contado e del distretto o -solamente della città e del contado; alcuni potevano dimorare in -Firenze sinchè il bando non fosse pronunziato contro loro in nome del -vicario del detto Re. Abbiamo il registro di forse tre migliaia di -cittadini condannati per successive provvigioni e riformagioni negli -anni 1268 e 69.[66] E chi legga questo numero faccia misura delle -passioni che agitavano quell’età, se a noi sia dato immaginarle. Molti -fin d’allora abbandonarono non che Firenze l’Italia, dando principio -alla numerosa colonia fiorentina che per esigli o per commerci si -fondava nel mezzodì della Francia. Tra’ primi esuli che si fermarono in -quella provincia, merita essere ricordato un Azzo Arrighetti, dal quale -in Provenza derivava la famiglia poi tanto celebre dei Mirabeau. - -Ma soprattutto di gran rilievo fu la creazione di un nuovo magistrato -col nome da prima di Consoli de’ cavalieri, poi di Capitani di -parte guelfa, al quale spettava in ogni cosa la difensione di essa -parte e la custodia dei beni e i provvedimenti da pigliare contro a’ -Ghibellini. Per via di quella istituzione Firenze venne a farsi capo -del nome guelfo in Toscana e fuori, dando la mano intorno a sè ad una -grande e possente lega che da Bologna fino a Perugia si distendeva; -spesso mutabile come gli eventi, ma sempre viva negli interessi e -negli affetti di tutto quanto il guelfo popolo, che in questa parte -dell’Italia ebbe la sua principal forza, ed in Firenze la rôcca sua. -Quel magistrato si rinnovava ogni due mesi: v’era un consiglio segreto -composto di quattordici, e il maggior consiglio ne avea sessanta grandi -e popolani, per lo cui scrutinio si eleggevano i capitani di parte e -gli altri ufficiali. Similmente si crearono tre grandi e tre popolani -Priori di parte, i quali soprintendessero alla custodia della moneta, -uno di loro tenesse il suggello, un altro fosse sindaco e accusatore -dei Ghibellini. Radunavansi nella chiesa nuova di Santa Maria sopra -Porta, per lo più comune luogo della città e posto in mezzo a case -guelfe; e tutte loro segrete cose deponevano nella chiesa de’ Servi -di Santa Maria.[67] La parte guelfa aveva in sè tutta la forza del -nuovo Stato, e ad esso era come il principio della vita; per il che -noi vedremo quel magistrato divenire formidabile, siccome quello -che aveva in mano la libertà dei cittadini, i quali poteva mandare -in esiglio o privare degli uffici come sospetti d’inclinazione alla -parte ghibellina. Dal che avvenne che più tardi fosse abbattuto come -tirannico, e infine tutte le antiche ingerenze di quel magistrato -cessarono affatto; il nome però durava infino al passato secolo. - -I Fiorentini ed il maliscalco del re Carlo co’ suoi cavalieri francesi -ebbero nuova vittoria sui primi illustri capi dei Ghibellini rifugiati -nel castello di Sant’Ellero, donde avevano ricominciato la guerra. -Essi erano in numero di ottocento, che tutti furono o morti o presi, -e tra essi alcuni degli Uberti, dei Fifanti e di più altre famiglie -ghibelline; colpo fatale alla loro parte. Un giovine degli Uberti, -salito in cima a un campanile, vedendo non potere scampare, per -non venire a mano dei Buondelmonti si precipitò abbasso. Gli altri -prigionieri più ragguardevoli furono condotti a Firenze e messi nella -torre del Palagio. Molte terre di Toscana allora tornarono a parte -guelfa e cacciarono i Ghibellini, talchè Lucca, Pistoia, Volterra, -Prato, San Gimignano e Colle fecero lega coi Fiorentini; e sole -rimasero salde alla parte contraria Pisa e Siena: la forza dei Guelfi -bentosto si distese in Lombardia. In questo tempo il re Carlo fatto dal -Papa vicario imperiale in Toscana, dopo avere con lungo assedio avuto -il castello di Poggibonsi, che si teneva per gli imperiali, venne con -la sua baronia in Firenze, dove fu ricevuto come signore, andandogli -incontro il Carroccio e molti armeggiatori. Gran lusso di vesti -portavano i Francesi nelle città italiane, prese da stupore di tanto -sfoggio e di quell’orpello cortigianesco. Negli otto giorni che passò -in Firenze re Carlo, prima di proseguire la lenta e difficile guerra -contro i castelli, fece cavalieri parecchi gentili uomini fiorentini; -fu onorato con grandi feste, che già s’adornavano del bello delle -arti: queste in Firenze pigliavano sede, insieme con la lingua e con la -libertà. - - - - -LIBRO SECONDO. - - - - -CAPITOLO I. - -GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. ISTITUZIONE DEL -MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.] - - -In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e molto famosi imperatori -Svevi di Hohenstaufen finiva nel prode giovinetto Corradino, speranza -de’ Ghibellini e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto con -regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel piano dell’Arno -sotto Laterina di ottocento cavalieri che il re Carlo teneva a guardia -nella Toscana:[68] poi vinto appena che egli ebbe tocchi i confini -del Reame, imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo, -cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse questo rampollo -di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva a termine la grandezza di -quella contesa tra ’l sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre -due secoli: le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre, -ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. Noi non -sapremmo essere in Italia equi giudici di Casa Sveva, segno agli odii -contemporanei e a molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e -certo con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla caduta -di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero a dar mano per -tutta Italia agli stranieri, ai grandi nemici del nome latino, a coloro -che impedivano, quale si fosse, la nuova vita di questo popolo che, -disciolto dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso. - -Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe poca parte, siccome -quella che era intenta a far vendetta contro a’ Senesi della battaglia -di Montaperti, ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una -totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena era quasi che -principe, fatto prigione, ebbe mozzo il capo. Resisteva Poggibonsi, -nobile castello e molto splendido di edifizi; ma espugnato appena, -mandava il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino a -terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo di borghi giù nel -piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, avute più altre fortezze dei -Ghibellini, andava sotto le mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore -di un accordo coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena, -quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un Grifone da -Figline, costretti partirsi di quella città, nell’andare in Casentino -furono presi e condotti in Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo -di quel che fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome -traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti furono decapitati, -eccetto il più giovine degli Uberti tratto a morire nella fortezza di -Capua. La mattina quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer -Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: dove andiamo -noi? Rispose il cavaliere: «a pagare un debito che a noi lasciarono i -nostri padri.[69]» - -Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio di Lione passò -per Firenze in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato -allora dall’infelice spedizione in cui perì san Luigi, e di Baldovino -imperatore latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze accolse -a grande onore questi monarchi e la loro numerosa baronia; ed al -Pontefice piacendo il mite soggiorno, ordinò di passarvi l’estate con -la sua Corte. Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua cara -città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, s’adoperava -perchè tornasse in concordia. Fatti pertanto venire sindachi della -parte ghibellina che da sei anni era in esiglio, congregò a’ due di -luglio il popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte Rubaconte, -dove erano stati fatti grandi pergami di legname pei Principi e per -la Signoria. Venutovi il Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e -l’imperatore Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza di -pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi -di ambedue le parti che si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi -e mallevadori, fece rendere in mano di Carlo tutte le castella che -restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò pure al re -Carlo, che gli mandò in Maremma sotto la guardia del conte Rosso -dell’Anguillara. Il dì medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la -chiesa di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti del -Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo tempo era venuta in -tanta ricchezza e stato, che potè allora albergare il Pontefice nei -suoi palazzi: ma egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da -Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. I sindachi -dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, erano rimasti in -Firenze per dare compimento ai trattati; e tornandosene al loro albergo -ebbero avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco -del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli farebbe tagliare a -pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, i Ghibellini incontanente -essendosi partiti da Firenze, la pace fu rotta: di che il Papa si -turbò forte, e ritiratosi in Mugello molto sdegnato contro al re -Carlo, interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo fare -a meno di passare per Firenze a causa di una grande piena dell’Arno, -all’entrarvi la ribenedisse; e non appena ne fu uscito, la scomunicava -di bel nuovo. La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel -Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia. - -L’Italia tutta era sconvolta per le contese di parte, ed i Fiorentini -s’ingerivano in quelle di Toscana e di Romagna: Bologna vedeva nelle -sue mura combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa il -conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano rimessi per l’opera -massimamente dei Fiorentini. Varia sorte ebbero le città lombarde, le -quali dopo essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale, -vivevano però sempre nella dipendenza di signorie cittadine e -castellane. Era in Milano possente la casa di quei Della Torre, i quali -sconfitti dal marchese di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono -due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono in bando, e -insieme con essi la parte guelfa. Allora tornò ivi con quelli di sua -famiglia e con gli altri fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui -fratello Matteo, fatto capitano del popolo milanese, diede principio -alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due secoli. La Romagna, -turbata del pari che le altre provincie italiane dal parteggiare -delle sue città, veniva concessa (o, come dicevano, _privilegiata_) da -Rodolfo di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli Orsini, -che cardinale modesto e pontefice ambizioso accumulava ricchezze -e stati nella famiglia. Contuttociò il re Carlo ebbe a schivo -d’imparentarsi con lui dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso, -suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la sua signoria -non è retaggio.[70]» Così voltavasi contro al Papa, e aduggiava con -la potenza sua la maestà del pontificato, colui medesimo che dai -papi male era stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro -agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo alle personali cupidigie, -e per amore della famiglia sua forte sdegnato contro al re Carlo, -privava questi del titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana, -e quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa provincia -un luogotenente dell’Impero. Solevano questi dimorare in San Miniato; -di là contrastando, secondo che avevano sussidio d’armi, alla potenza -sempre crescente delle città e ai governi popolari. Questo faceva o -tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: privava dipoi -l’Angioino del grado onorifico di senatore della città di Roma, e -serbava contro lui maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la -ribellione, che poi non vidde, della Sicilia. - -Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori e -ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, cominciavano per invidie -e per superbie a nimicarsi fra loro. La maggior briga ferveva tra -gli Adimari e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città n’era -grandemente travagliata. Quindi i Capitani di Parte ed il Comune -di Firenze inviarono ambasciatori a papa Niccolò III, chiedendo -pacificasse i Guelfi tra loro e che non si cacciassero via l’un -l’altro. Nello stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al -Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza di pace fatta da -papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. Questa il Pontefice confermava, -e sulla fine del 1279 ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca -suo nipote di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi a -Firenze con trecento cavalieri per sedare quelle dissensioni. Costui, -uomo destro, riconciliò co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei -primi alcuni si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con -solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso Cardinale nei -primi giorni del 1280 convocò il popolo a parlamento nella piazza di -Santa Maria Novella: era dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli -la prima pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle due parti -nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini furono richiamati e -rintegrati nelle loro possessioni, salvo che a circa sessanta dei più -principali fu ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo -stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia del Pontefice: -primi descritti tra gli esclusi sono i figliuoli ed i congiunti del -quondam Farinata degli Uberti. E paci singolari furono fatte, dal -che tornò calma per breve tempo nella terra.[71] Ordinò inoltre il -Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero per due anni -eletti dal Papa, e che gli Anziani o Buonomini, in luogo di dodici, -d’allora in poi fossero quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, -grandi e popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi che ne -rimangono. Al Papa giovava col riamicare le parti attribuirsi un’alta -mano nelle cose di Toscana; disegno concetto prima da Celestino e -Innocenzio terzi, e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il -Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in questa provincia. -Ad abbreviare le gelosie e le impazienze ed i sospetti, massime ora -che nei magistrati sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava -che l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; il quale -termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle successive mutazioni, -perchè il popolo, una volta che ebbe gustato i magistrati brevi, non fu -possibile che se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della -Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine rimase -quest’una, pieghevole sempre al dominio delle fazioni ed all’arbitrio -dei potenti. - -Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del suo capo agitazioni -novelle: si apprestava Carlo a portare guerra in Oriente, e già sognava -maggiori grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare una -tempesta per la quale in un giorno venne egli a perdere la Sicilia. -Giovanni da Procida gentiluomo napoletano preparò quella sollevazione, -che indi scoppiava per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa erano -partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione del -1282 a ora di vespro ebbe principio in Palermo la carnificina; tutta -la Sicilia fu in ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re -Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la Sicilia come ultimo -erede della Casa Sveva: Carlo, avuta la trista novella, francescamente -esclamò: «Sire Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna, -piacciati almeno che il mio calare sia a petitti passi.[72]» Volgevasi -intanto con grande sforzo alla recuperazione dell’Isola; al quale -effetto, poichè era scaduto il termine della signoria che i Fiorentini -gli aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri di corredo e -cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini delle principali case di -Firenze, perch’egli desse loro il cingolo militare; e con essi altri -cinquecento bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido -da Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: i quali -tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono in Sicilia seco lui, ed -ebbero parte nelle grandi guerre che ivi con varie e fiere sorti furono -combattute. - -In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, e il Luogotenente -di Rodolfo si era partito dalla Toscana con le sue poche genti, dopo -avere inutilmente tentato con le minaccie e con le armi le città -guelfe. Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione del -nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come francese al re Angiovino; -intantochè la lontananza di questo Re per i fatti di Sicilia veniva -a togliere d’in sul capo a quelle città un protettore fatto gravoso -perchè non era più necessario. A sostegno della parte ghibellina non -rimaneva altro che Pisa, implicata nelle guerre ad essa infelici contro -a’ Genovesi; e nella Romagna non aveva il conte Guido di Montefeltro -nome ed insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante più -potesse in quella provincia delle città della Chiesa, per quindi -tenerle senza nè papa nè imperatore. - -Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i Fiorentini, per -la venuta nella Toscana di un altro Luogotenente dell’Impero,[73] -cominciarono a vedere con dispetto la Repubblica governarsi da rettori -d’ambedue le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto tornare -nella città molte famiglie ch’aveano nome non già potenza, nè forse -animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. Ma esclusi erano gli Uberti -e quei da Gangalandi ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli -Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di Val d’Arno e i -da Ricasoli del Chianti, e gli altri che vivere più non sapevano nella -patria loro se dominare non la potessero sotto all’ombra dell’Impero. -Il Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno a Roma sotto -alla guardia e a discrezione sua; ma credo io pochi accettassero: -laonde molti dei confinati vennero tosto fatti ribelli, e ad essi tolta -l’assegnazione (la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre -ed agli averi dei quali furono privati al tempo della condannagione. -Degli altri, dicono gli scrittori che riebbero i beni loro; ma Firenze -non ha istorici se non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del -trattato dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo rei di -antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio non è da credere -inclinasse a benefizio dei tornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva -poi che la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche -dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte ghibellina. -Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero degli Anziani, e sì -nelle altre stipulazioni di quel trattato per cui veniva concesso a -pochi stentatamente riporre il piede nella città: era prescritto che -rimanessero altri molti nelle ville, sintanto almeno che il Potestà -e il Capitano non avessero forza bastante di cavalieri e di pedoni da -contenere cotesti uomini, sospetti sempre di non amare lo Stato libero. -Oltre ciò, è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei -successivi imperatori confuse avevano le due parti: più volte i papi -si adoprarono perchè fossero i Ghibellini o i ribelli di altro nome -restituiti nella città; e nel trattato, quando si viene alla formazione -dei Consigli, troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre -cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se a pigliare cotesto -nome si arrischiassero. Era il contrasto oggimai tutto tra ’l nuovo -popolo e gli antichi nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’ -castelli, quale che fosse la parte loro: e intanto che una dei Tosinghi -andava moglie a Maghinardo da Susinana gran condottiero, un Adimari -principale uomo di parte guelfa si era congiunto ad una figlia del capo -stesso dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste erano -ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei nobili procacciando -partecipare co’ mercatanti grossi la popolare dominazione. I grandi -guelfi erano signori, scrive il Compagni che intervenne tuttora -giovine a quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè -gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, contraffare ai -patti della pace. Il soprastare montò a questo, che levarono in breve -tempo tutti gli onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono, -due anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento -costituendolo tutto popolare. - -I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, otto dei quali -erano Guelfi, come dicemmo, e sei Ghibellini, male si accordavano -tra loro. A racconciare quindi lo Stato ed a stringere il governo -in poche mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio dei -Quattordici, creando in quella vece altra signoria di durata parimente -bimestrale: ai nuovi magistrati diedero il nome, anche prima usato, di -Priori delle Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo -trafficante:[74] della quale innovazione furono autori i consoli -dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi e possenti cittadini -di Firenze, di maggior seguito, grandi e popolani, che intendevano a -procaccio di mercatanzia e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa. -I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile schiatta, per -il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; Rosso Bacherelli, per -il sesto di San Piero Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi -del Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per l’arte della -Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio per ivi durare fino alla metà -d’agosto, al qual tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti. -Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel luogo stesso dove -si adunavano gli Anziani al tempo del popolo vecchio e i Quattordici -dipoi, cioè nelle case presso Badia: avevano a loro servizio sei -berrovieri o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi -Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il titolo di -difensore delle Arti, spettava amministrare le grandi e gravi cose del -Comune e raunare i Consigli e fare le provvisioni. Essendo piaciuto -all’universale quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu -venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle sette Arti -maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero quella dei Medici e -Speziali, quella dei Setaioli e Merciai di Porta santa Maria, e quella -dei Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori e minori -fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune volte anco il numero dei -Priori. Tra essi erano dei grandi e dei popolani, ma di buona fama -ed opere, e che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si -ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle leggi, e che -in Firenze ora si dice dei fannulloni e scostumati. Così per allora -si ordinava la Repubblica; erano eletti i nuovi Priori da quelli che -uscivano di ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero -determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: l’elezione si -faceva per isquittinio segreto, e chi aveva più voci era fatto de’ -Priori. Ciò avveniva nella chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia -alla quale abitava il Capitano del popolo nelle case che furono de’ -Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva eletto dai Consigli -del popolo, siccome era il Potestà dai consigli del Comune. Finalmente, -a somiglianza delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che -per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi e bandiere loro. -Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai e rigattieri, un gonfalone -bianco e vermiglio; quella dei beccai, giallo con entro un capro nero; -i calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori e falegnami, -il campo vermiglio con entro la sega e l’ascia; e quella dei fabbri e -ferrai, col campo bianco e tanaglie in nero.[75] In breve il numero -delle Arti minori crebbe fino a quattordici; le arti più minute e -di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle ventuna, che -avevano consoli ed insegne loro, e massimamente delle sette chiamate -maggiori, nelle quali era la forza del capitale e gli estesi traffici, -o risiedeva l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad -imitazione dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistrato dei -Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle arti: Pistoia, Lucca e le -altre città guelfe di Toscana, per le cagioni medesime e ad esempio di -Firenze, anch’esse adottarono somiglianti ordini popolari. - -Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che -essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere -che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente -ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano -degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla -plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante. -Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare -una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più -lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari, -perchè in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, per lungo -tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un -popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo -arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità -permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di -governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte -furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la -libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi; -altiero animo pigliava il popolo, e i mestieri s’innalzavano allo -splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva -di plebeo; il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, -con la riverita autorità del Pontificato, e da principio con quella non -bene cancellata dell’Impero.[76] - - - - -CAPITOLO II. - -SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO DELLA -GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI -CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.] - - -I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 quei feroci -combattimenti onde era abbassata la potenza dei Pisani totalmente -sconfitti da’ Genovesi in una battaglia navale presso lo scoglio della -Meloria; nella quale perderono essi più di quaranta galere e sedici -mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto prigionieri. Firenze -e le altre città guelfe in tal congiuntura viepiù si ristrinsero -contro la misera Pisa ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di -assaltarla per terra, mentre i Genovesi continuerebbero a tempestarla -dal mare; tanto era l’odio già contro quella città rivale e la -cupidigia di soverchiarla pei commerci. - -Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo ed ambizioso -tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere questa lega e conducendo a -parte guelfa la città sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva -la mala fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia della -Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere da lui comandate, a -fine con ciò di indebolire la patria sua e divenirne più facilmente -signore, contrapponendosi per il fine stesso anche al ritorno dei -prigionieri ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore -in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori cittadini -di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali insieme col vino erano -fiorini d’oro. Ottenne così che i Lucchesi ed i Genovesi soli -andassero contro Pisa, della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato -con la oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto -in tirannide, divenne più odioso: inimicossi co’ suoi e con parte -guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti ch’era giudice di Gallura nella -Sardegna, dove i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere -fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo da Capraia -suo nipote, giovane di grande aspettazione, e di avere a’ Fiorentini -ed a’ Lucchesi voluto tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo -stesso cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando poi -di chiamarli ad avere parte nella signoria, fu assalito armata mano -dall’arcivescovo della città, Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani -che poco innanzi mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di corte che -stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, gli domandò se cosa -alcuna vi mancasse; rispose quegli, che una sola: l’ira di Dio, che -sopravverrebbe. Appresso, comunque valorosamente combattesse, il conte -Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due figli e due nipoti -nella torre dei Gualandi, di cui le chiavi dopo alcuni mesi nel marzo -dell’anno 1289 furono fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice, -dopo di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, moriva -di fame con i quattro giovinetti: davano a lui perpetuo nome i versi di -Dante. - -Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di -lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli -Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi -a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato -sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai -grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso -rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne -cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in -Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana -e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo -d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei -Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe, -ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e -dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi -e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia -o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia -centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta -ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i -marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona, -Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il -maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte -guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di -quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui -le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano -per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra -essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri -restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed -il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle -guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi -erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini, -e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79] -Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la -Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo, -diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese -che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in -oste la insegna reale. - -Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra -continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie; -nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle -dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da -Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando -i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato -tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non -lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte -da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori -della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta -fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e -più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava -contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, -suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona -mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere -di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero -tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido -Novello ch’era potestà d’Arezzo. - -Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste -loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila -fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, -della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando -i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano -come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno -1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte -di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano -più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in -Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei -Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da -stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’ -quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in -quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè -malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel -numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo -alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che -si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti -altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante -Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera -grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che -la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di -balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo -bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, -che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle -che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro, -ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi -e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di -Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto -cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre -di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi -uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e -vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate -forti, e lasciateli assalire.[80]» - -Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra, -ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti -i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti -della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome -ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini _Nerbona Cavaliere_ e gli -Aretini _San Donato Cavaliere_, i feditori degli Aretini si mossero con -grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. -Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale -rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia -e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande -animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori -de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon -pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e -forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna -parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso -Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento -di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde -cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo, -io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi -vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e -francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande -cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le -quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per -costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli -Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella -in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto, -che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte. - -Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di -grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava -vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti -stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono -rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per -lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i -villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al -Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai -fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne -uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti -più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila, -sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per -essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli -Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’ -Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato -capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte -Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri -fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri; -ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che -la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a -quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè -mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e -l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma -quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e -poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio -della parte ghibellina in tutta Toscana.[83] - -I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed -altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli -scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito -fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci -di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di -san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di -scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì -gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora -bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e -rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed -alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono -per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori -ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però -grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze; -laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la -spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più -di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento -della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti -nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai. - -Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla -vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente -le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, -poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano -d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè, -tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze -più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni -mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e -molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano -conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed -uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse -grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara -convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come -avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di -gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come -padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi -e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni -si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di -mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata -da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne -e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con -ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai -lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e -graziosi canti.[85] - - - - -CAPITOLO III. - -GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. -ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.] - - -Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva -goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella -serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani -andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo -temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa -di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo -l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio -del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e -lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè -in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era -qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle -cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta -sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe -che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva -ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei _buoni uomini_ -qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella -età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo -artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di -Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati -nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero -e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di -viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini -e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo -incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra, -dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali -di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi -nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo -formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la -quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava -nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche -abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le -passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora -in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i -popoli fatti liberi a lei guardavano con amore. - -Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra -provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e -popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno -all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi -signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre -civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano -montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e -andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni -cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due -ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava -contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda -popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori -delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da -contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini -mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con -occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove -la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi. -Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai -deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai -giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone -cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro -del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli -ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei -quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori, -dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, -venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi, -massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando -quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei -beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto -loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da -soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare -lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi -o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi -disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto. -Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra -loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno -della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi -e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, -tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra -Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti -sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le -altrui. - -Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di -Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di -essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di -grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò -egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88] -e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la -correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che -furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati -gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro -loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per -l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di -pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era -il disfare le case. - -Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne -abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero -l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo -tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a -questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare, -nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori -(_Statut., Rub._ 43 _et alibi_); ma per contrario non si ammettevano -eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove -commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (_Rub._ -49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare -alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai -funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (_Rub._ 46, -47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun -grande non poteva mostrarsi in quel luogo (_Rub._ 44). La Rubrica -24, sotto il titolo _de causis faciendi magnates_, contiene la forma -del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle -Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi; -il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte -le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo -testimonio _de visu_ e due di pubblica fama, o solamente quattro di -questi ultimi (_Rub._ 23): un tamburo o cassetta murata era posta -innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (_Rub._ 96). -Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle -multe a cui venissero condannati (_Rub._ 33): ma era proibito ad essi -fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai -prestatori (_Rub._ 9 degli _Ordinamenti di giustizia_): i popolani non -denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (_Statut., -Rub._ 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente -i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (_Rub._ 69). Minutamente -si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai -magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In -certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre -alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche -il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del -contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (_Rub._ -31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso -quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati -consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe -(_Rub._ 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano -obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (_Rub._ 41). - -A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono -contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un -Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni -anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando -il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille -eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro -ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, -troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di -legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e -di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio -di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della -Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori -con certi aggiunti o _arroti_ elessero i nuovi. Le Arti maggiori e -le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale -procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere -furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila; -cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani. - -Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe -del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse -di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni -che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della -Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie -in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni -popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo -di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi, -o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e -incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti -della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze -armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei -mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria -feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne -spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate: -eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un -Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza -dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad -accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente. - -Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo del popolo e -per abbattere sempre più il potere dei grandi, chè spesso la guerra -gli rinvigoriva, i Fiorentini acconsentirono a fare pace co’ Pisani -affievoliti e abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero -il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, e avessero in Pisa i -Fiorentini libera franchigia, senza pagare gabella di loro mercatanzie. -A detta pace intervennero i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della -lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il tranquillo stato, -che dì e notte non si chiudevano le porte della città; nè vi avea -gabelle; ma essendovi bisogno di moneta, anzichè porre balzelli, si -vendevano le mura vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti. -Ed il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle terre del -distretto.[91] Così nel cominciamento di questo nuovo Stato si fece -molto di bene al Comune, ed a ciascuno cui per l’addietro fossero -dai potenti state occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe -il Comune per questo modo la giurisdizione intera di Poggibonsi, che -si reggeva prima da sè, e di Certaldo e di Gambassi e di Loro e di -altre terre, e molte possessioni state prima occupate dai Conti e -nel Mugello dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio, -nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo era molto fiero e -caldo dentro e al di fuori, ed in signoria. L’autore di un maleficio -essendosi fuggito in Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo: -e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono darlo, gli -condannarono a pagare lire diecimila e che lo rendessero. Stavano -sempre disubbidienti; ma quando udirono mosse le masnade dei Fiorentini -inverso Prato, diedero i danari e il malfattore. - -De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente poste, furono -i Galigai, uno dei quali rissando aveva ucciso in Francia un popolano. -Dino Compagni, istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di -giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case ed a quelle dei -loro congiunti, e le fece disfare secondo le leggi. Questo principio -fu pernicioso ai Gonfalonieri seguenti (così Dino); perchè se le -disfacevano secondo le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e -che erano vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne che -molti sformarono la giustizia per tema del popolo. Uno dei Buondelmonti -avendo commesso un maleficio di morte, gli furono disfatte le case per -modo che dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, che -dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia però, o a dir -meglio le vendette, si facevano disegualmente. I giudici ossia tutta -la turba dei legisti che insieme ai rettori o magistrati forestieri -intervenivano nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti in -vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed era lagnanza che tenessero -sospese lungamente le questioni e ogni ragione si confondesse. Troppo -gran braccio dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla -ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici a non -mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si dolevano, ed agli -esecutori di esse dicevano: «un caval corre e dà la coda nel viso -a un popolano; o in una calca uno darà di petto senza malizia ad un -altro, o più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli uomini -gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, dobbiamo noi essere -disfatti?» Giano della Bella, uomo di grande animo e tanto ardito che -difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri -taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto era temuto dai rettori, -che non osavano nascondere i maleficii. Allora i grandi cominciarono a -parlare contro a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di squartare -i popolani che reggevano. Tali minaccie rapportate furono cagione che -questi sempre più inacerbissero, e per paura e sdegno inasprissero le -leggi; sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava. - -Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza dove i grandi -ritenevano tuttora il grado che in altri uffici era loro dinegato; -e per lunghi anni vedremo noi contro agli artefici accesa la guerra -di quel magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza dei -magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano essere cavalieri; e -contro a questi aveva ordinato Giano, che le famiglie dove fossero -uomini aventi il grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e -fossero inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi: -queste famiglie furono trentatre.[92] Si trova altresì che Giano -volesse togliere ai Capitani di parte guelfa il suggello ed il mobile -o patrimonio della Parte, che era cresciuto in quegli anni, come era -stato l’intendimento della sua prima istituzione: ma ora Giano volea -quei beni recare in comune, non già che fosse egli poco guelfo, ma per -abbassare i grandi che dominavano quell’ufficio. Con essi andavano -uomini potenti, i quali non tutti erano nobili di sangue ma per -altri accidenti chiamati grandi,[93] e molti che aveano co’ magnati -parentela. A questi erano da aggiugnere non pochi uomini di famiglie -nobili per ambizione fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio -avere grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli come -speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano l’uguaglianza delle -leggi, ed astiavano l’autorità di Giano, e la parte troppo grande -da lui toltasi nello Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano -in Firenze essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col togliere -forza al magistrato di parte guelfa volesse di cheto dare mano ai -Ghibellini e fargli salire di bel nuovo in signoria: in ogni tempo -questa fu l’arte dei potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente -con la paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco a sgominare -la parte stessa che era con Giano stata da prima, e per siffatti -sollevamenti a rigonfiare la feccia plebea. Era uno chiamato Pecora, -gran beccaio protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con -falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano in odio, persino -gli altri dei beccai, perchè le sue malizie usava senza timore, -minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a malfare con -grande nerbo di uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni -disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso molto gran piena -d’inimicizie; i grandi attizzavano le gelosie de’ falsi amici, e le -invidie popolari, e la malizia dei giudici, e le ree opere de’ beccai. -Si congiurarono contro lui; congreghe si facevano in casa dei grandi; -il partito d’uccidere Giano, più volte posto, non ebbe seguito; gli -artifiziosi consigli prevalsero. «Ed io (scrive Dino) gli palesai la -congiura un giorno che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani, -per raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso per l’orto; e -mostraili come lo faceano nemico del popolo e degli artefici, e che il -popolo gli si volgerebbe contro.» - -Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso Donati, de’ più -nobili e possenti cittadini di Firenze, ebbe parte in una zuffa nella -quale per alcuni suoi familiari e consorti era stato morto un popolano -ed alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu presentata -l’accusa da ambe le parti, ed il processo era venuto innanzi al potestà -Gian di Lucino da Como, cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era -contro a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. Già -il gonfalone della giustizia era stato tratto fuori, quando il Potestà -(dicono) ingannato da un suo giudice, assolvè il Donati e condannò -gli avversari suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto -per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad una voce: muoia -il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, all’armi! viva il popolo! Si -armarono allora e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per -ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il grido, esclamava: -io voglio andare a campare il Potestà dalle mani del popolo. E monta a -cavallo e si presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi in -debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la plebe forsennata gli -rivolta contro le lancie e lo costringe a tornare indietro. Anche i -Priori scendono in piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore, -ma invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba i cavalli e -gli arnesi del Potestà, straccia i processi, pone le mani addosso alla -sua famiglia, ed in quella rabbia commette di mille strane cose. Il -Potestà e la sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da lui -di Lombardia, spaventati chiamando la morte si erano rifugiati nelle -case de’ Cerchi: messer Corso, che era pure nel palagio, non per anche -terminato, fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio e -per onore della città fu deliberato, che le cose rubate si rendessero -al Potestà, e che del suo salario fosse pagato: e così fecesi, ed ei -partissi.» - -La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni biasimarono -quello che era stato fatto, altri ne dava la colpa a Giano cercando -cacciarlo o farlo mal capitare, e diceano: poichè cominciato abbiamo, -osiamo il resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani -grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro lui, fecero -sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero inquisizione contro a -Giano e suoi seguaci per aver messo la terra a romore. Ma il popolo -minuto per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla casa di -Giano, profferendosi di esser con lui in arme a difenderlo e correre -e combattere la terra. E già un suo fratello avea tratto in Orto san -Michele un gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito -ed ingannato da quelli stessi che erano stati con lui a fare il popolo, -e conoscendo che la loro forza unita a quella dei grandi era molto -potente, e che tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio -dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti suoi parenti, -famiglia che aveva tra gli artefici grande seguito, lo consigliarono -che a cansare quei primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla -città. Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze il -3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli averi e nella -persona, e la sua casa rubata e mezzo disfatta. Si aggiunse ai suoi -danni anche il papa Bonifazio VIII, come si rileva da un breve assai -violento contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a chiunque -lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, nel caso che Giano -vi fosse tornato, e ordinando sotto le censure stesse il bando anche -di un suo fratello e di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto -in Pistoia, dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, pe’ -quali perdette la potesteria; e pochi giorni innanzi l’esiglio da -Firenze, ebbe in Pistoia condanna di ribello egli ed una figlia di lui -maritata. L’istoria non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto -noi troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato avere posto -le mani nelle cose di Firenze, e ordite già quelle intelligenze nella -città che indussero poi mutazioni tanto gravi.[94] - -Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno alla città nostra, -scrive Giovanni Villani, e massimamente al popolo, perchè egli era il -più leale e diritto popolano, e amatore del bene comune, che uomo di -Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non ne traeva. Era -presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli -Abati suoi vicini col braccio del Comune: e forse per gli detti peccati -fu per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, giudicato.[95]» -Lasciava Giano di sè gran traccia nella Repubblica di Firenze, che -dall’ufficio del Gonfaloniere avrebbe pigliato maggiore forza e -stabilità, se era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del -Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, quello di mettere -in comune il governo dello Stato cosicchè ad esso partecipassero le -Arti maggiori e le minori e il popolo grasso e gli artefici minuti, -cotesto voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli anni -stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale mutavasi ivi il -politico reggimento, ma oppostamente a quel di Firenze. Qui ogni cosa -era per il popolo, tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora -le due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le divisioni -e la nazionale debolezza, la quale può dirsi che in quegli anni fosse -decretata. - - - - -CAPITOLO IV. - -CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.] - - -Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare gli amici di lui, -i quali furono condannati chi in cinquecento lire e chi in mille. -La città rimase in grande discordia; chè prendendosi in disamina le -azioni di lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. Intanto -i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora beccaio, uomo bilingue, -seguitatore di male, lusinghiero, insomma tristo per ogni verso, -corrompeva il popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava -ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua operazione. -Molti altri abbindolava promettendo loro ufficii: grande era del -corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e diceva palesemente -chi erano stati i congiurati contro a Giano. Intanto, per voglia di -mal fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare questo -e quello; arringava spesso nei Consigli, e si millantava essere egli -che aveva liberata la città dal tiranno Giano, e che molte notti era -ito di queto con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed a -conferir con loro in non so quale cantina sotterra. I pessimi cittadini -chiamarono Potestà un messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo, -acciò rendesse ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia -sua palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo -piccolo o grande che fosse: ma finalmente cadde in tanto abominio che -i cittadini, non potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due -suoi famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero -vitupero e pericolo a molti; e nato disparere se dovesse più lungamente -torturarsi o no, vinse la prima sentenza; e però quel cattivo cantò -nuovamente sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori -e parecchie condanne in danari. Ad onta che i Padovani più volte -mandassero a domandare il Monfiorito, fu cacciato in prigione; e vi -sarebbe vilmente marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il -marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire lime sorde -ed altri ferri, per cui si fuggirono.[96] - -I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità in Firenze: -capi erano di quella parte Forese degli Adimari e Vanni de’ Mozzi e -Geri Spini, i quali una volta si appresentarono in arme sopra cavalli -coperti, co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza del popolo -soperchiare, si ritrassero senza far nulla. Avevano pure chiamato in -Toscana un cavaliere Giovanni di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta -e giurisdizione sulle terre che egli guadagnasse. Venne costui per -consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, e andò a posarsi in -Arezzo con cinquecento cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini -d’oro che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi frattanto, -i quali avevano fatto lega con gli amici guelfi di Toscana, per -afforzarsi da quella parte edificarono nel Valdarno di sopra i castelli -di San Giovanni e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli dei -vicini signori e tutti quelli che amavano la parte guelfa ed il viver -libero. In Firenze erano anni prosperi; e allora ebbero cominciamento -il grande tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce ed -altri, e il Palagio del popolo per abitazione della Signoria. Ma (dice -il Villani) la grassezza partorì superbia e corruzione, per la quale -furono finite le feste e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a -quei tempi stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia dei -Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano sorte le maledette -parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle discordie di due altre famiglie, i -Cerchi e i Donati, sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto -altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale ogni dì montava -per il numero di genti, chè aveva dentro più di trenta mila cittadini -atti alle armi e più di settanta mila distrettuali in contado,[97] -e buona cavalleria e franco popolo e ricchezze; signoreggiando quasi -tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero nè dei propri fuorusciti; -Firenze la quale poteva a tutti gli Stati d’Italia colle sue forze -rispondere; essa medesima colle proprie mani si fece quel male che dal -di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di nuova schiatta, -ma buoni mercatanti e gran ricchi: tenevano molti familiari e cavalli, -sfoggiavano in vesti ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso -parentado; ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente venuta di -picciol tempo in grande stato e potere: avevano comprato il palazzo -dei conti Guidi, il quale era presso alle case dei Pazzi e dei Donati -in quel sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli Scandali, -perchè ivi la vicinanza di molte famiglie possenti era occasione di -gelosie, ogni sesto avendo suoi propri uffiziali e quasi in sè le -passioni di una piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini -e guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene capo di quella -famiglia fosse un uomo assai formidabile, Corso, il cui nome stava -in alto fino dalla giornata di Campaldino: talchè per la bizzarra -salvatichezza degli uni e la superba invidia degli altri nacque sdegno -tra le due casate. Tra gli avversari si lanciavano motti pungenti; -e perchè Vieri, capo della famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in -Campaldino, era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si sapeva -che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, Corso diceva _ha ragghiato -oggi l’asino di Porta:_ e i motti si risapevano, nè mancavano giullari -che gli rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.[98] - -La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte Bianca e Nera, venuto -di Pistoia, dove un legnaggio di nobili e possenti uomini, ch’erano -i maggiori di quella città, poco prima si era diviso in due parti, -l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri neri. I -Fiorentini, per timore che di ciò non sorgesse ribellione a danno dei -Guelfi, s’intromisero tra le due parti, e tolta per sè la signoria -della città, sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi -e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze moltiplicarono la -contaminazione. I Cerchi divennero capi di parte bianca, e i Donati -di parte nera.[99] I cittadini grandi, e popolani e artefici minuti, -viepiù si partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima chi -ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era la più numerosa, e -pel grande seguito che avea, pareva che fosse in loro potere la città: -erano ben veduti dagli artefici perchè di buona condizione e molto -serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui avevano aderito: -i Ghibellini gli amavano perchè meno duri nel mantenere le leggi: e -allora si trova che i Cerchi disertando le raunate della parte guelfa, -più si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori famiglie -avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti e gli Adimari, parte dei -Mozzi, dei Bardi, dei Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i -Malespini, i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, e i migliori -uomini che volevano con Dino Compagni l’egualità e la pace, e i fieri -ingegni di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto -che si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti già un poco -infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, perchè i grandi e -possenti Ghibellini essendo iti in bando, rimanevano di quella parte -in Firenze le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del -minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in casa dei -grandi, vivevano male sotto alla meno lauta e spesso più dura signoria -dei grossi mercanti. Co’ Donati erano quasi tutti questi, nobiltà -nuova e popolana che già intendeva in sè ristringere signorilmente lo -Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi volendo imporsi -al popolo degli artefici. Aveva questa parte le sue maggiori aderenze -fuori, e credito e amicizie co’ signori: la seguitavano in Firenze, -tra gli altri, i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, i -Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con molta parte delle -casate loro due possenti uomini, Geri degli Spini e Rosso dei Tosinghi -della Tosa, e le più grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati -era cavaliere, gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso -parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, animoso, audacissimo -nelle ambizioni e in quelle smodato; a grandi cose attendeva sempre. -Era congiunto in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva; -radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito aveva: tale era -quell’uomo.[100] - -Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate d’ambedue le parti -in arme scorrevano per la città, prendendo sollazzo. I giovani della -famiglia dei Cerchi cavalcavano con altri in numero di più di trenta. -E coi giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni loro -masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma intantochè stavano -a vedere ballare donne sulla piazza di Santa Trinita, ambedue le parti -cominciarono a provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro, -tanto che nacque una grande mischia, in cui molti restarono feriti: fu -tagliato il naso ad uno dei Cerchi da un masnadiere dei Donati; quindi -gli odii più crebbero, aspirando ambedue le parti alle vendette. - -Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si vantavano Guelfi puri, -all’amicizia del Papa, rinfacciando di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi -la loro lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale -Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di audacia smisurata. A lui -pertanto molti si volsero di concordia, pregandolo che egli per il -bene della città e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa -mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli era grande -mercatante in Roma, volesse in lui rimettere le differenze; offrendogli -pace onorevole, ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò -assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; e si tornò a -Firenze: il Papa rimase molto sdegnato contro a lui ed ai Bianchi. - -Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per -seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza -della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in -sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle -panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri -essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro, -o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli -avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle -spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per -allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero -andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati, -o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere -egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti: -giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a -lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea -deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva -di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava -in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato -a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a -messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un -dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che -non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito -dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una -mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in -Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era -dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero -feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono -accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare -in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in -carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati, -come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi -nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato -un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della -prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo -pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad -istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare -non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti. - -Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per -le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze; -che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e -molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere -in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano -banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava -legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi -giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini -a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e -di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano -la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal -Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante -altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava -essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, -che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano -raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il -Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano -meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue -e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire -la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre. -Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa -del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, -questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano: -«noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete -rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori -tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni: -deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo -suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, -a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; -andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati, -forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non -si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, -venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la -Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono -costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo -essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo -andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo -dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli -impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un -cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi. -«Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e -dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza -i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; -molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a -fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto -però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari -i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città -interdetta. - -Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo -stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per -l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della -infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in -Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e -nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria: -ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri -dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva, -poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo -esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e -altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare -lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a -ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi -era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace, -Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè -volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi -volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non -altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con -altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da -quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il -conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi -fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le -malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro. -Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per -opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce -guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca -la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e -s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come -i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice -Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in -maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni -arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i -Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i -Ghibellini dalla città.[104] - - - - -CAPITOLO V. - -VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO -DI DANTE. [AN. 1301-1302.] - - -«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro -e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie; palesate -le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti: non pensate più; -andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il -sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore; nieghi -l’uno all’altro aiuto e servizio; seminate le vostre menzogne, le quali -empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la giustizia -di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. -Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero merito nelle loro discordie. -Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che -molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a -distruzione mena un gran regno.» - -Con queste parole Dino Compagni, dà principio al secondo libro della -sua storia, apprestandosi a narrare i tristi fatti che seguitarono -per la venuta in Firenze di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di -Carlo senza terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, non -l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il Bello di Francia, -era passato in Italia in soccorso del re Carlo II di Napoli alla -guerra di Sicilia, allettato anche dalla speranza che il Papa a lui -avea data di cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano -operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che la città tornava in mano -dei Ghibellini, gli Spini suoi mercatanti di tante reti lo avevano -avviluppato, che appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso -Pontefice l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi arbitro -e finitore delle discordie con titolo di paciero. Ma era sospetta -la costui venuta molto ai reggitori di Firenze che seguitavano parte -bianca; il perchè mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali -fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze l’autorità di -tanto ingegno: aveva nei Consigli due volte opinato così da offendere -del pari Bonifazio ed il Valois, negando al primo cento cavalli da -lui chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di Sicilia. -Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, avrebbe egli detto queste -superbe parole: «s’io vo, chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli -altri;[105] ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse -loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? umiliatevi a me, ed -io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra -pace: tornate indietro due di voi, ed abbiano la mia benedizione se -procurano che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, rimase -Dante. Mentre era Carlo in via, gli si erano appresentati in Bologna -uomini mandati dalle due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e -fedeli della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi del pari -amici di lui, e facendogli molte profferte: nondimeno egli per allora, -senza passare nè per Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma. - -Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della nuova Signoria; -tra gli eletti era Dino Compagni: ma gli altri pure erano uomini non -sospetti e buoni, nei quali il popolo minuto non meno che i Bianchi -riponevano grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto alle -presenti condizioni della Repubblica, e tali che i Neri si confidavano -guadagnarseli. Accorsi a visitarli, dicevano loro: «Signori, voi -siete buoni, e quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete la -discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, o la città perirà. -Voi siete quelli che avete la balía. E noi a ciò fare vi profferiamo -l’avere e le persone di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino -per commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli cittadini, -le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a -usarle: e richieggiamovi che voi ci consigliate in tal guisa, che la -nostra città debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici -tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo il primo tempo -(seguita Dino), perocchè non ci ardimmo a chiudere le porte nè a -cessare l’udienza ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare -la pace, quando si conveniva arrotare i ferri.[106]» Più di loro ne -sapeva messer Corso pel suo ingegno e per la domestica educazione -a maggioreggiare. Quei dabbene, usciti dal banco o dal fondaco, non -erano atti a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l -furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. I Capitani -di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, si diedero di buon animo -a interporsi per la concordia; ma niuno gli ascoltava, anzi in quel -mentre i Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito -pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta mila fiorini d’oro. - -Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, e giunto a Siena, -inviava suoi ambasciatori a Firenze, chiedendo essere quivi ammesso. -I Signori, per essere il caso grande e nulla volendo fare senza il -consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio generale -della parte guelfa, e le Arti divise nei settantadue mestieri, i quali -tutti avevano consoli; e imposero loro, che ciascuno consigliasse -per iscrittura, se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois -fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero tutti, -si accogliesse come signore di nobile sangue; salvo i Fornai, che -dissero che nè ricevuto nè onorato fosse, perchè venía per distruggere -la città. Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini a -significargli che poteva liberamente venire come paciere, purchè -promettesse per lettere bollate che non intenderebbe con ciò acquistare -giurisdizione sopra i cittadini, non occuperebbe veruno onore della -città nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le leggi della -città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato il suo cancelliere -a distorlo dal fare l’entrata il dì d’Ognissanti, perchè il popolo -minuto in tal giorno faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare -cagione d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al principe -per avere le suddette lettere bollate; che se non avessero potuto -conseguirle, avevano comando di negargli il passo e la vettovaglia, -quando fosse giunto a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la -lettera: «ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), e tennila -fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, io lo domandai, se di sua -volontà era scritta: rispose, sì certamente. E perchè egli camminava -alla volta di Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo gli -donarono diciassette mila fiorini. - -Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e santo pensiero radunava -molti buoni cittadini, oltre agli ufficiali della Repubblica, nella -chiesa di San Giovanni, e con paterna effusione di cuore gli esortava -ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere di mezzo gli -sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, come convenivasi ai cittadini -della più nobile città del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace -sul fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri vangeli; ma -quelli stessi che mostravano piangere per tenerezza e baciavano il -libro, furono poi i più ardenti nelle vendette. I Neri cercarono fin -dal principio trarre profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte -ghibellina; il che tirava addosso a questi tutto il pondo di parte -guelfa. - -Il primo novembre 1301[107] entrò in Firenze Carlo di Valois seguíto -da ottocento cavalieri francesi, ai quali poi s’aggiunsero altri -quattrocento venuti a pochi per volta di Lucca, di Siena, e di -Perugia e dalla Romagna, cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza -sua. Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. Smontò a casa i -Frescobaldi, perchè erano oltrarno, dove abitavano i grandi in luogo -più facile a difendere, e segregato dalla frequenza del popolo e -dalle vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva intanto -co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che diede ai cittadini -tale sospetto che molti s’armarono grandi e popolani, ciascuno a casa -de’ suoi amici, abbarrandosi la città in più luoghi. La Signoria -vecchia aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, che la -consigliassero; ma costoro tutto il giorno non facevan altro che -ingombrare la ringhiera, biasimare i Priori, chiedere eleggessero i -nuovi prima del tempo debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea -fatto invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo non -essere ciò ad essi lecito per le leggi: e inoltre temevano uscire di -palagio, sospettando un qualche agguato, e per essere la città inquieta -e in grande trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di -Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa di Santa Maria -Novella, col Potestà e Capitano, col Vescovo e molti dei più spettabili -di Firenze, gli fu data balía di pacificare i Guelfi insieme.[108] -Giurò, e come figlio di re promise conservare la città in pacifico e -buono stato; ma incontanente fece il contrario. - -In questo mentre erano tornati da Roma i due ambasciatori con le -parole del Papa; al quale bramavano taluni almeno della Signoria -ubbidire, scrivendo a lui ma segretamente per la paura dei Neri, -mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer Gentile da -Montefiore cardinale. Da Roma scriveano che gli ambasciatori erano -d’accordo col Papa; laonde i Neri temendo per quelle pratiche una -qualche mutazione, si ponevano dal canto loro sulle difese. La Signoria -ordinava processione e preghiere a fine di allontanare la tempesta, -che altri avrebbe voluto affrontare. Si provarono a mandar fuori bandi -e leggi rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto quelli di -parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo un signore in casa, il Papa -è con noi; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da -pace; danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi pensieri -consentiva molta parte del popolo, ansiosa di cogliere quella occasione -a fare una buona cacciata di nobili, e assicurarsi per l’avvenire. -In tale baldanza i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici -potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano a morte -un valoroso uomo di popolo. La moltitudine allora s’armava a piede e -a cavallo; la Signoria comandava che venissero fuori le schiere del -Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei Neri, venivano -e spiegavano le loro bandiere; ma non vi era chi confortasse la gente -che si accogliesse al palagio dei Signori, quantunque il gonfalone -della giustizia fosse alle finestre. Solamente quei soldati che -non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti più per -curiosità che per zelo, stavano in armi attorno al palagio. I Signori, -non usi a guerra, attendevano a dare udienze; e frattanto cadeva il -giorno. Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi alla casa -dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: il popolo era senza -consiglio: lo stesso Capitano nulla faceva. Venuta la notte, la gente -si ritrasse, e ciascuno asserragliò le vie che menavano alle proprie -case. - -Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande fidanza perchè era -potente di amici e di seguito, afforzò le sue case con edificii da -lanciar pietre: gli Spini, di parte nera, che avevano il loro grande -palagio incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, dissero -agli avversari con finta amistà: «deh! perchè facciamo noi così? noi -siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra -intenzione che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto -a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, come dobbiamo -essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti ai Gherardini, i Bardi -ai Mozzi, l’istesso molti altri; sicchè i contrari si ammollarono, -ed i seguaci loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono -traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei quali fidavano, e presso -che tutti si ritrassero da parte. I baroni di Carlo intanto stavano -attorno ai Signori, facendo istanza perchè loro dessero la guardia -della città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè Carlo -ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere e maresciallo, l’avrebbe -tenuta a petizione della Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a -qual risoluzione appigliarsi; gli confondevano le novelle varie che -a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: chiamarono alle armi -gli uomini del contado; ma essi, devoti al nome guelfo ed al Papa, -spiccavano le insegne dalle aste e gli tradivano. - -Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della loro osservanza -e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce che per chiamata di Carlo -stesso, Corso Donati, seguíto da molti amici a cavallo è presso a -Firenze: ed egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate -chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a porta a Pinti -allora vicina alle sue case; e questa coll’aiuto de’ seguaci suoi -aveva sforzata. Entrato in città, fece testa sulla piazza di San Pier -Maggiore, ed afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla -quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi Bianchi che -s’erano a lui parati dinanzi, trasse a dare il sacco ed a bruciare le -case degli antichi Priori che lo avevano sbandito: corse dipoi alle -carceri del Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi al -palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano i Priori, i quali -costrinse ad abbandonare il seggio e tornarsene alle case loro. I -Francesi tuttavia non si ristavano dalle solite protestazioni, e che -il principe farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe la -Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia i più ragguardevoli -di ambedue le parti; ma tosto i Neri lasciò andare, e i Bianchi -ritenne prigionieri quella notte senza paglia e senza materasse come -uomini micidiali. Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon re Luigi, -che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della real Casa di Francia? O -malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta Corona fatto non -soldato ma assassino, senza vergogna![109]» Avevano i Priori (o altri -che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa del loro palagio; -ma invano, perchè la gente sbigottita non trasse fuori: di casa Cerchi -non uscì uomo a cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’ -loro congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, retrocessero, -rimanendo la piazza deserta. La sera stessa, alcuno credette vedere -una croce rossa appesa al palagio della Signoria, segno dell’ira -divina. Allora i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati -dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba i fondachi e -le botteghe, ardono le case dei loro nemici, feriscono e uccidono i -migliori della parte bianca. Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o -nascondeva la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano -danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza. Messer Carlo di -Valois nè sua gente non pose riparo, nè attenne sacramento nè alcuna -delle cose promesse da lui. - -Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi per altri otto, -masnade armate si spargevano d’intorno, mettendo a sacco e a fuoco le -case, onde molto numero di belle e ricche possessioni furono guaste. -Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che fuoco è quello?» -eragli risposto, che era una capanna, quando era un ricco palagio: il -contado ardeva d’ogni parte. I Priori invano pregarono per Dio molti -dei popolani potenti che avessero pietà della città loro; i quali -niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo rotto sostituiti altri -Priori di parte nera, da continuare nell’ufficio insino a’ quindici -di dicembre. Corso Donati, che dal Compagni è detto crudele più di -Catilina, adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno dei Cerchi e -loro amici: quando passava per la terra, la plebe gridava: «Viva il -barone!» e pareva la terra sua. Carlo, signore di grande e disordinata -spesa, fece richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le -minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il biasimo per la -città, che egli lasciò stare. Fece pigliare un ricco popolano, il quale -lo aveva ricevuto e molto onorato ad un suo bel luogo quando andava -ad uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, o lo -manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera di amici lo lasciò -per fiorini ottocento: e per simile modo ritrasse molti danari dai -cittadini. Grandissimi mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni -dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento fiorini i beni -di un loro amico ricco popolano, e poichè furono pagati, li posero a -ruba essi stessi: questi Bostichi davano la corda agli uomini in casa -loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, e di -mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli fu tolta la roba, a -molte vergini l’onore: molti innocenti, dannati a pagare mille fiorini -sotto pretesto che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla -città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: non pochi dei -Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono coi Neri per ingegno di -malfare; molti in pochi giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono -svillaneggiati e calunniati, perchè cessero senza combattere; ma la -colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), i quali per avarizia e per -viltà non fecero difesa o riparo contro i loro nemici:[110] e a chi -ne li riprendeva, rispondeano che temevano le leggi; quando invece se -n’erano stati per non avere a mantenere i fanti. - -Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois d’accordo con la -Signoria prese a raffrenare alcuni popolani di parte nera. E in quel -mese stesso di novembre giunse di nuovo a Firenze come legato del -Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento di pacificare i -cittadini: co’ matrimoni cercò riunire parecchie famiglie; ma volendo -anche rendere comuni gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò -i Neri spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato dell’altra -volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò de’ Cerchi, nell’andare -ad una sua possessione con sei famigli ed un figlio giovinetto che -era in capelli a testa scoperta, passando per la piazza di Santa -Croce nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone Donati -figlio di Corso e nipote di Niccolò dal lato di madre, che avea seco -alcuni amici a cavallo. Simone allora spinto da infernale pensiero lo -insegue, lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli le -vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, che solo pensano a -scampare il figlio, non s’aspettava ciò dal nipote. Ma non andò questi -senza punizione, perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in -un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte seguente nella -chiesa di San Piero. Prima di morire, pentito pregava il padre ed i -suoi si rappacificassero co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso -per la morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze per cortesia -e valore, in lui ogni speranza del padre e della casata. Il Valois -intanto era andato in Roma a domandare danari al Papa; ma questi gli -rispose: io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei cavato -la sete, tuo danno. - -Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni averne avuto la -prima colpa, Carlo ed il Papa l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli -che trassero nella patria loro un principe forestiero con la sua corte -e le masnade; dirà il contegno del Valois quale potevasi attendere -da un venturiero, errore grave di Bonifazio in quei fatti essersi -ingerito. Cercava riunire in un sol fascio la parte guelfa; e al più -ambizioso dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata da molti -suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: ma infine Bonifazio -VIII, come aveano fatto Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a -fare opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, se prima -aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando le violenze più atroci -stettero dalla parte loro. Dante accusava il principe francese presente -e complice, quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli -macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse in Anagni più -tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali avesse -Dante a sì fiero odio contro a Bonifazio, quel che avvenisse mentre -egli rimase in Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse -fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. L’esiglio non -venne a lui dal Papa, ma in quel tempo tra loro due qualcosa d’oscuro -dovette nascere, che da un lato accese in patria contro lui tante ire, -dall’altro gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dure -a ricordare, ma vendicarle pareva dolce all’iroso animo del poeta. -In quei giorni venne a luce una congiura, o vera o falsa che fosse, -della parte bianca con un certo barone francese chiamato Pier Ferrante -di Linguadoca[111] per ammazzare Carlo di Valois tornato allora in -Firenze. Laonde questi, radunato la notte un consiglio segreto di pochi -cittadini, trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e fare -loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare due Adimari padre e -figlio e Manetto Scali: ne andarono in traccia nei contorni di Firenze, -forando con ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, perchè -del consiglio taluni si erano allontanati a procurare che i nominati -nell’accusa avessero agio allo scampo. Giano de’ Cerchi figlio di -Vieri, sostenuto nel palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo -di fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, dal quale ebbe -Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. Continuarono le condanne tutto -il tempo che il Valois dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile, -essendo allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, uno -di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; e si protrassero -le condanne anche poi nei seguenti mesi. Tra’ condannati fu Dante -Alighieri: abbiamo la prima sentenza contro lui e tre altri, data ai -27 gennaio, per la quale era egli dannato a pagare cinquemila fiorini -d’oro ed al confine. Dante era di Roma venuto in Siena, dove lo colse -la prima sentenza; la quale, per non essere egli comparso in giudizio, -fu aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava gli fossero -tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso bruciato vivo qualora -avesse rotto il confine: fu poi compreso in quella condanna generale -che si trova pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. Per -questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo le antiche famiglie -dei grandi ghibellini, e sbandiva e confinava molti dei Cerchi, dei -Cavalcanti e degli Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini -d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i nomi a noi -rimangono.[112] Tra questi era ser Petracco di Parenzo dall’Incisa, -stato cancelliere della Repubblica e notaio delle Riformagioni, cui -nacque in esilio Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi, -ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la quale andarono -stentando la vita per lo mondo chi in qua e chi in là. Furono i beni -loro messi in comune, le case disfatte;[113] e delle pietre di quelle -si trova che fossero edificate le nuove mura della città di Firenze: -non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. Dipoi, mentre -andavano i Fiorentini e i Lucchesi contro a Pistoia difesa francamente -da uno degli Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano -sostenuti e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva nel -seguente anno 1303, Folcieri da Calboli essendo in Firenze Potestà, e -potentissimo presso i Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere -fiorentino, principale uomo presso i re di Francia.[114] - - - - -CAPITOLO VI. - -PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — -ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO DONATI. [AN. 1303-1308.] - - -Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi era venuto alle mani -di quelle famiglie, sia di grossi mercatanti o sia di nobili fatti -popolani, che si appellavano Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri. -Capi erano di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie di -grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, diversi verisimilmente -o separati da quei di Valdarno: v’erano di grandi i Buondelmonti, -i Pulci, i Tornaquinci, i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei -Gianfigliazzi e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie di grossi -mercanti che primeggiarono dipoi sempre nella città e con altre sorte -dal popolo via via formarono la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini, -Peruzzi, Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci, -Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, Medici, -Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e soprastava per alto animo, -per grandi fatti e grande seguito; più ambizioso che partigiano, male -soffriva consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno il -male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse arti ed i raggiri -delle fazioni. La schiatta e l’indole e i costumi lo inclinavano verso -i grandi; «pratico e domestico di nobili uomini e famoso per tutta -Italia;[115]» amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella -dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio le mezzanità. -Quei nuovi uomini la opprimevano con gli smodati balzelli, e perfino -si diceva che alterassero le farine e molto avessero guadagnato su’ -prezzi del grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli -anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni del Comune. -Corso Donati aveva seco Lottieri vescovo di Firenze, consorto ma -nemico a messer Rosso Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte -contraria ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava col mutare -il reggimento, rimettere i Bianchi. Al modo solito era guerra in -molti luoghi della città: furono armate le torri, ed in su quelle del -vescovado stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. Corso -andò una volta in arme con molti all’assalto del palagio; durava la -zuffa più giorni. Era il febbraio del 1304, e grave pericolo avrebbe -corso la città se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, i -quali subito vennero a Firenze in grande numero popolani e cavalieri. -Fu data loro piena balía, ed essi la esercitarono per sedici giorni, -finchè a certi Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed -offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:[116] con tuttociò le cose -quietarono per allora, e fu eletta la Signoria nuova. - -Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni per mandato -di Filippo il Bello re di Francia, e del quale era stato orditore -Musciatto Franzesi dal suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il -nuovo papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in Firenze paciere -il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine de’ Predicatori, uomo a que’ -tempi assai rinomato e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed -ebbe dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere costringere -i cittadini alla pace, la quale fu fatta da principio con grande -festa e suonare le campane; ma non però tutti la volevano. Il vero -popolo la desiderava; ma i grassi popolani e i grandi che reggevano -lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti fatti ribelli, dei -quali occupavano le possessioni. Il Cardinale rinnovò l’ordine delle -Compagnie armate del popolo, come erano state a tempo degli Anziani: -rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. Di più, -egli fece venire quattordici fra i caporali dei fuorusciti bianchi e -ghibellini per trattare con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in -casa i Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere offesi: -i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata la testa, e alcuni di -plebe furono visti baciare le armi degli Uberti. I Guelfi erano tra sè -divisi: ma taluni dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici -caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero il grosso -del popolo contro; e quelli sgombrarono. Dopo di che il Cardinale fu -consigliato fare una mossa inverso Pistoia, e rappacificare quella -terra sempre più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò -gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i Guazzalotri che -ivi dominavano, istigati dai reggitori di Firenze, se gli voltarono -contro e cacciarono i parenti di lui che sdegnato bandiva la croce -addosso a Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa; -ma quella radunata di milizie diede nuovi sospetti, ed egli essendo -minacciato in casa e veggendo fallato lo scopo cui era venuto, -si partiva di Firenze ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini -all’interdetto. - -In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre aveva lasciato molto -gli animi atterriti. A festeggiare il Cardinale da Prato, che era in -amore dei cittadini quando speravano per suo mezzo d’avere concordia, -si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada dell’altra le usate -allegrezze, «come al buon tempo antico.» Infra gli altri, quelli di -Borgo san Frediano pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole: -mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo -dovesse quel dì essere in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno: -quivi su barche e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno -con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini contraffatti a -demoni orribili a vedere e anime ignude messe a quei martorii con -tempesta di strida grandissime. Era il ponte alla Carraia allora di -legname da pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò -tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che v’erano sopra. -Molti vi annegarono o si guastarono le persone, molti (come per beffa -era ito il bando) andarono morti a sapere novelle dell’altro mondo, con -grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno credette avervi -perduto il figlio o il fratello.[117] - -Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano tornati e rimanevano -in Firenze alcuni dei Bianchi; tornarono quelli che professavano -mantenersi Guelfi, il che volea dire stare col popolo delle Arti e non -permettere che i grandi rompessero gli ordini posti contro a loro. Si -trovò pertanto, partito appena il Cardinale, grande in Firenze la possa -dei Cavalcanti, dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non -fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio e pubblicò -avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, mandasse là e sarebbe -pagato cortesemente: dicesi che pagò più di 80 mila fiorini.[118] -Ma la fortezza dei ritornati era nelle case dei Cavalcanti presso a -Mercato Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia loro assai -numerosa, molte ne avevano all’intorno; e i quattordici caporali -prima di partirsi aveano fatto consiglio di ridursi in quelle case -dei Cavalcanti e quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere, -perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati Ghibellini, -ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella parte. Ora dunque di là -cominciava la mischia: non fece alcuna mossa Corso Donati perchè era -infermo di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della parte -nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i Bianchi: ma questi, bene -sostenuta la battaglia, prevalsero tanto co’ loro seguaci, che si -distesero per Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. Era -cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; molta gente del -basso popolo gli seguiva, e i Ghibellini per la meglio si accostavano -a loro: di campagna erano venuti quei da Volognano signori di castella, -co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano allora i Neri sul -punto d’essere cacciati, quando ser Neri Abati, priore di San Piero -Scheraggio, quello che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento, -parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere a terra in Monte -Aperti la bandiera guelfa, per accordo fatto co’ Neri appiccò il fuoco -alle case di altri Abati: era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed -in altri luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le fiamme in -poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero in Calimala; e con empito e -furia col conforto della tramontana, e per l’alimento che loro porse la -fusione di certe immagini di cera appese alla nostra Donna ch’era nella -loggia di Orto San Michele, in quel giorno distrussero oltre le case -degli Abati quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, -e moltissime altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, tutte -quelle attorno a Mercato Vecchio sino a Mercato Nuovo, e le case dei -Cavalcanti, dei Gherardini, dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri. -L’incendio si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa Maria -fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio della Signoria, -distrusse quello del Capitano e la torre dov’era la campana, che ruinò -con grande fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu senza -misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte le merci e cose care di -Firenze. Inoltre la città fu posta a ruba dagli armati, poichè mentre -le case ardevano si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente -correvano tra le fiamme rapinando ciò che potevano arraffare; nè alcuno -attentavasi a ridomandare il suo, chè ognuno paventava di peggio, e -tutti tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato Nuovo, -ma non fece alcuna difesa, nè prestò aiuto: guardavano il fuoco, -e standosi a cavallo davano impedimento ai pedoni e a chi tentava -soccorrere. In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si trova -che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste generalmente, -molte famiglie avendo più case attigue pei figli che via via si -ammogliavano.[119] - -Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche famiglie le quali -tenevano il primo cerchio, o (come scrivono) il _midollo_ e _torlo_, -della città di Firenze, quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per -questo che un pensiero neroniano spingesse con animo deliberato la -nuova gente a disfare il nido dove buon numero degli antichi grandi -avevano stanza; ma certo è che allora ogni signoria di nobili può dirsi -che fosse interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro -alle città ed in Firenze massimamente erano come due campi nemici: -molto importava la postura dei caseggiati dove le schiatte viveano co’ -loro consorti ed attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che -si guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza spesso -faceva nascere le amicizie come le inimicizie; certi quasi direi punti -strategici atti al difendersi o all’aggredire faceano la forza d’alcune -famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero oltrarno; e -possenti pei commerci, e uniti tra loro, vedremo più tardi che guerra -facessero. Ma qui nel centro del primo cerchio erano le case di molti -più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano alcuni dei più -recenti che si avevano procacciata grandezza col farsi Guelfi. I più di -questi erano divenuti Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini, -grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,[120] perchè oltre -a’ castelli e alle possessioni aveano gran numero di case in Firenze: -quindi è che l’assalto andò contro a loro più direttamente. Aveano -essi da principio voluto correre e metter fuoco alle case dei nemici, -ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni maggiori d’ogni altro per -la molta entrata di pigioni che aveano in quel luogo frequentatissimo -di botteghe, e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. Del -popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma nulla fu a petto della -gran percossa ch’ebbero i nobili; i quali divisi tra loro, non che -provarsi in quel disfacimento a rompere gli ordini della giustizia, -ciascuna parte s’abbracciò col popolo per mantenersi quanto oramai -fosse possibile in istato. E qui, anticipando di poco i tempi, diremo -altre ruine dei Cavalcanti; i quali essendosi afforzati in certi loro -castelli di Val di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea -nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e disfece; e perchè -i prigionieri menati in Firenze furono chiusi dentro ad un carcere -di nuovo fabbricato, questo pigliò nome di carcere delle _Stinche_; -nome che durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali vivere -più non sapevano in città divisa altro che vinti nella oppressione, o -vincitori con prepotenza; quindi la parte troppo sovente stava in luogo -della patria, che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla, -o costretti erano di abbandonarla. - -Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in Firenze perchè -volevano rimanere Guelfi: rifacendoci ora un poco indietro, diremo -degli altri. Dopo l’esilio i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso -favore, s’erano la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina -e che aveva per Potestà un uomo molto possente e riputato nella -sua parte, Uguccione della Faggiola, signorotto d’uno tra’ castelli -frequenti allora nei più alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono -oltre ad un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione essendosi -data forma di governo regolare, elessero loro capitano Alessandro da -Romena dei conti Guidi, e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei -quali fu Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato col -papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo fecero capo a Scarpetta -degli Ordelaffi, signore in Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente -in Romagna avea messo insieme quattro mila fanti e settecento cavalli; -ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono insieme uno sforzo -contro la Toscana. Aveano per loro gli Ubaldini di Mugello; nel -quale entrati assalirono il castello di Puliciano, ma con successo -infelicissimo, perchè molti dei loro essendo morti o presi, questi -ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà dei Fiorentini; -i quali avevano rinnovata contro ai ribelli la taglia o lega con gli -amici Guelfi di Toscana.[121] - -In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice in Firenze erano -stati da Benedetto XI citati a comparire in Perugia dinanzi a lui, per -quivi purgarsi della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale -da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè si fosse tenuto di -mezzo, andò con essi; andarono messer Rosso della Tosa, Geri Spini, -Betto Brunelleschi ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne -la morte di quel buon Pontefice; di che fu gran pianto, e uscirono -gravi e lunghi danni alla cristianità. Intanto però i fuorusciti, -pigliato animo dallo sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze -e dalla assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di Pisa -e con Tolosato degli Uberti che era Capitano allora in Pistoia. Gli -Uberti, rubelli da quarant’anni della patria loro e che non aveano -quivi trovato mercede nè misericordia, non s’abbassarono però mai, -e fuori tennero grande stato praticando con re e con signori quanto -potevano per la parte loro.[122] Si erano i Pisani avanzati fino a -Marti; muovea Tolosato da Pistoia con trecento cavalieri; quei di -Forlì, capitanati dal Baschiera dei Tosinghi,[123] giovane ardito che -avea seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di Bolognesi, -Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per l’Appennino, inopinatamente -furono alla Lastra sopra Montughi presso a Firenze due miglia. Nella -città era malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene quali -avessero amici o nemici, diceano parole umili, e spargevano essere -giusto richiamare gli sbanditi. Se quei della Lastra facevano impeto, -entravano forse nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni -usciti a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella notte -per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva per l’Alpe co’ suoi -cavalieri e molti soldati a piede. Poichè non lo vedevano comparire, -allo spuntare del giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto -da volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi con bella -gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi di San Gallo senza -contrasto, chè allora non erano fatte le mura nuove nè i fossi, e -le vecchie, schiuse e rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del -quale gli Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato ad -Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi erano rimasti -alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi ch’erano tra loro non piacea -l’impresa. Ma gli entrati, che furono oltre a 1200 cavalieri con molto -popolo di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono in sul -Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e fino a quella di San Marco, -con le insegne bianche spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo -gridando Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse, -e il luogo mancante d’acqua per loro e pe’ cavalli. Alcuni de’ più -bramosi fuorusciti venuti alla Porta che si chiamava degli Spadai, -la ruppero, entrando con parte della loro gente fino presso alla -piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, quel dì -avrebbono avuto vittoria: imperocchè molti nella città gli aspettavano: -ma poichè seppero che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran -forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi della città, -si mutarono per odio di quel nome e per temenza d’essere poi cacciati -e rubati, se in loro favore si fossero discoperti. Cotesti più degli -altri si mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; e così -forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni raccoltisi intorno a San -Giovanni rispingeano fuori della porta gli avversari, quando avvenne -che ardesse per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il fuoco -cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in Cafaggio si crederono -traditi, e già fiaccati dalla sferza del sole e dalla sete, e avendo -sentito che i Bolognesi al primo annunzio di mala riuscita si erano -partiti dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi senza -assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono loro dietro. -Tolosato degli Uberti scontrati in Mugello i primi fuggenti cercò -ritenerli, ma fu invano. Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e -molti presi furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi -per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo alla quale i fuorusciti -si dispersero tra’ Ghibellini cercando rifugio. La sorte istessa toccò -a Dante, sebbene dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con -gli altri contro a Firenze,[124] biasimando quella mossa, e fin da -principio avendo tenuto in piccola stima i Bianchi, tra’ quali gli -accadde avvolgersi perchè i contrari gli parevano essere peggiori. -Disdegnò il nome di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non -avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano e sconvolto, la -vita misera nè il pensiero. - -Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto dei Ghibellini; e -Tolosato degli Uberti, che n’era Capitano, avea favore dagli Aretini -e dai Pisani e dai Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi -deliberarono di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma la città -essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron partito di tenerla -stretta per assedio buona pezza. Dipoi elessero loro capitano a -quella impresa Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo -secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 venne in Firenze -con molta baronia di cavalieri Aragonesi e Catalani a quivi pigliare -il bastone del comando. S’accendeva la guerra allora viepiù feroce: -i Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; nella -città era difetto di viveri; i governatori della terra mandavano fuori -fanciulli e poveri e donne di bassa condizione, ma gli assedianti -facevano agli uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il -naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei loro nemici, -più imbestiavano nel vituperarle; ma il Duca molte ne difese, maggior -pietà essendo negli uomini di guerra che nei parteggianti. Clemente -V, che era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal da Prato, -mandò in Firenze nel mese di settembre due suoi Legati a comandare si -levasse l’oste da Pistoia sotto pena di scomunica; e tosto il Duca -partitosi dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava: -ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. Crescevano intanto le -difficoltà e le spese, per il che ordinarono una gravezza o taglia, -che si chiamò la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano -pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, chi una, secondo -che parea loro potesse ciascuno sopportare; fossero al confine o in -città rimasti, doveano pagarla. E a tutti i padri che aveano figli -atti alle armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non si -appresentassero nell’oste. Molti contadini furono costretti militare -senza soldo. Fra queste miserie passò l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti -agli estremi, speranza sola era la disperazione; quando accostatosi -alla città il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, i -Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. Pistoia si -arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. I vincitori guastarono le -muraglie della città, che erano bellissime; il contado andò diviso -tra’ Fiorentini e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la -signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, e i secondi -il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, dove coi festeggiamenti -consueti fu celebrata una vittoria tardi acquistata e crudamente.[125] -Allora voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici -che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano il Mugello, -ruinarono la loro principal sede in Monte Accianico, fabbricando a -petto a questa una nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio -e fortezza agli uomini del contado che prima stavano sotto a quei -signori. - -Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre in più alto grado -coloro ai quali spetta il governarla, parendo ai gelosi popolani -di Firenze che i loro grandi e possenti uomini troppo venissero in -baldanza, attesero a dare con nuove riforme più forza al popolo, -e ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie cittadine, -che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano sempre per loro insegne -quelle delle Arti: ma ottennero adesso Gonfaloni loro propri, donde -nacque l’ordine dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi -tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle insegne -il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come in ogni altra città -libera il Potestà, cui s’apparteneva il diritto della spada, e nel -cui nome tuttora s’intitolavano gli atti pubblici, perchè egli solo -rappresentava, ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale -potestà, messa da parte, ma formalmente non mai abolita nei governi -popolari. Però scemava ogni giorno più l’autorità di quel magistrato, -del quale sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre -all’essere forestieri, come signori di gran lignaggio male col popolo -s’intendevano, e poco amavano quelle leggi ch’essi dovevano eseguire: -uno di loro, per sottrarsi al sindacato, portava seco come in pegno il -suggello del Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima essendo -per maleficii sostenuto in Palagio un Talano degli Adimari Cavicciuli, -i consorti suoi avendo percossi gli armati del Potestà che erano fuori, -e così entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, senza che -poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. Del che sdegnato -il Potestà, si partiva senza avere finito l’anno; e perchè la città -non poteva rimanere senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano -l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che uno grande e -uno popolano; e si chiamarono le dodici potestà. Quindi volendo i -Fiorentini trasferire la potenza ognora più in quei magistrati ch’erano -a guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, siccome abbiamo -detto, molti anni innanzi, ma che doveva essere nobile, aggiunsero un -Esecutore degli ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero: -a lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi che -offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava giurisdizione, -poteva essere anche di popolo.[126] Di queste riforme si tennero i -grandi più che mai gravati. - -Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta di Pistoia, s’era -condotto a Bologna, e quivi raccolte molte genti dalle terre della -Chiesa, e gli usciti di Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per -il Papa, andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi molto -bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere aggrediti, per -la via di Val d’Ambra si accostavano con forte esercito ad Arezzo; -ed allora il Cardinale, fatto altro consiglio, venne per il Casentino -fin presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. Ma poichè -seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi chiuse le vie della -guerra, si diede a trattare con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a -lui mandati dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno -degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, che egli senza -nulla fare, ed anche essendogli poi tolta dal Papa la legazione, si -partiva. I Fiorentini per quelle mosse aveano posta forte gravezza -sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, e i monaci di -Badia avendo chiuse le porte e suonate le campane, alcuni malandrini -di plebe minuta, sospinti da altri, per forza entrarono nel convento -che fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva tagliare il -campanile fino da piede, ma fu invece dimezzato per altezza, con furia -da molti discreti uomini biasimata.[127] - -Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze fosse con intesa di -Corso Donati, il quale aspirasse con tale aiuto alla signoria. Teneva -lo Stato allora una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti -loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. Ma Corso -Donati nè voleva nè sapeva usare quei modi; sempre ambizioso di cose -grandi, alle minute non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado -cui altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; ma pare -avesse egli aderenze nella Toscana fra i collegati e presso i popoli -delle terre e dei piccoli Comuni, i quali vivevano in dependenza dai -Fiorentini e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica -vi mandava. Amico e pratico dei Signori in Toscana e fuori, aveva egli -tolta di recente per isposa la figlia di Uguccione della Faggiuola, -di già il più forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era -scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava a sè i grandi, -e prometteva di annullare gli ordinamenti ch’erano fatti contro a -loro; ond’essi più arditi, nelle piazze e ne’ Consigli superbamente -parlavano: e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati a -una mossa per la mutazione dello Stato. Di già offese e ferimenti -avvenivano tra le due parti: armava Corso gli amici suoi, tra’ quali -era di popolani la casa Medici: avea richiesto un forte aiuto da -Uguccione, e già le masnade ghibelline di questo cominciavano a -mostrarsi infino a Remole presso alla città. - -A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre 1308,[128] si levò -grande rumore: per ordine della Signoria le campane suonano a martello, -si radunano i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato e -giudicato e condannato come rubello e traditore del Comune. Da casa -i Priori mossero incontanente dietro al gonfalone della giustizia, -il Potestà ed il Capitano e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i -gonfaloni delle compagnie col popolo armato, e le masnade catalane col -Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado le compagnie delle -leghe, ma queste poi non abbisognarono. A furore di popolo andarono -contro alle case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito -avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre a piè di una torre a -cui facevano capo due strade; seco avea molti consorti ed amici e fanti -armati con balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito e -co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta non potendo maneggiare -le armi, inanimava e lodava i suoi che francamente combattevano; -aspettava l’aiuto dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili -d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia gran parte -del giorno; si combatteva con lance e con balestre e pietre e fuoco; -gli assalitori di numero soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo -stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora di vespro -si udì che le genti di Uguccione tornavano indietro da Remole per un -falso avviso, come poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora -essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro al serraglio -si cominciarono a partire; e certi del popolo, avendo rotto il muro -d’un giardino, entrarono dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile -di gente, deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città; -gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo essere della -contraria parte. Uomini armati andavano intanto a caccia dei fuggenti; -e avendo incontrato sul ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero, -e un giovane degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente una -mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un altro Adimari suo nemico. -Alla fine Corso, anch’egli fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto -da certi soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze, -ed egli pregandoli e promettendo molta moneta se lo scampassero, nè -potendo ciò da essi impetrare; come fu presso a San Salvi, per paura -di essere giustiziato, si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano -posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase un piè nella -staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano i villani ed altra gente; -uno dei soldati, temendo non glielo cavassero dalle mani, gli diede -d’una lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San Salvi -lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse vivo e pentito de’ -suoi peccati, chi disse già morto: ivi fu interrato senza pompa, per -timore del Comune.[129] Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in -molti ridestandosi l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; i -consorti e gli amici di lui, dissotterrato il cadavere, gli celebrarono -in San Salvi esequie solenni, ma non però senza che uomini armati -stessero a guardia della chiesa contro ogni insulto degli avversari. - - - - -CAPITOLO VII. - -ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. -1309-1321.] - - -Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca -di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di -maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà -di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in -Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e -quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente -co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina, -cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte -Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. -Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con -tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre -in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini -contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a -quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura -sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere -l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro -cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re -d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche -passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze -si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la -Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono -coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra -migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini -l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi -anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano -stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo -si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano -insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati -negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano -tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei -maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia -ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce -tratta dai registri della Signoria.[130] - -Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era -il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re -Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei -pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi -la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la -Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei, -come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il -nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme -potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra -in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente -da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione -nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva -dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi -imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta -sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti -da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa -mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza -che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia -ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi -tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea -portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà. -Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale -a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù -peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei -reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi -dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte -Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale -Niccolò da Prato. - -Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la -dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il -tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre -alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, -intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio -di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più -secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra -invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori -uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a -tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno -e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo -pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine -all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del -mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava -a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro -virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno -e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato -co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il -nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non -tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar -la corona) _l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò -nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di -Lucemburgo_. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva -però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui -potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi -legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia, -che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi -o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o -falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad -Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei -capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche -destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, -benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad -Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi -pacificatore dell’Italia.» - -La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti -per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto, -che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300 -cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed -ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione -della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad -un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale -comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in -Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di -Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città -di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero -ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da -Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai -fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto -Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le -corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino -Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè -il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti -sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, -andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131] - -Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna: -e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i -panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; -allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora -appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana, -domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per -il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè -nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, -a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di -nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, -i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille -cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di -moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di -Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre -al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila -fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto -nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per -passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la -corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini -per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra -loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla -Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava -rafforzando con lui l’amicizia. - -Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in -Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di -lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a -Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando -la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre -Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo -astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano, -capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore -avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare -resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi -dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due -famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la -caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la -venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare -dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere -amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari -Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè -la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano -congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati -non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non -Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134] -Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con -lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici -naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a -lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo, -a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto -inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un -tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città -invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli -volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro, -e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a -capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura, -a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad -esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a -questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari. - -Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in -patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi, -scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli -d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo, -esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando -sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente -sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di -«tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè -che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano. -In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse -tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e -la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale -col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei -ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero -sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo -piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa -lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni -che dentro agitavano la fiera anima del Poeta. - -L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai -danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante -venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo -nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè: -i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un -subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi -nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani -insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro -aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse -poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari -sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e -quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città -di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’ -servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i -fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. -Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre -cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano -anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella -corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che -parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino; -e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani -e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre -taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di -ora in ora a questo o a quello. - -Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali, -Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto, -autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata -a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio -di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai -signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi, -ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e -imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito, -recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra, -per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono -soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle -strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di -Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza -contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi -giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere -ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini -imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in -Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva -essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in -Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e -avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati, -aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere -all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa, -udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi -d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava -salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la -scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi -si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un -povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia -Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono -tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà -e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare -indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere -pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti -gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde -pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici -dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella -sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo -l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle -tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè -ogni cosa.[136] - -I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono -fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio -nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano -indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia -era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città -sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di -Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra -un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona -dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una -camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai -Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo -il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma -il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono -anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti -comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per -avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona -per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non -vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di -Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano: -ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati. -Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo -voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un -tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano, -e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente, -avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti -mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due -Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto -a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse -che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue. -Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della -Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala, -i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia: -e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze, -di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini -e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi -ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati -condannavano.[137] - -In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò -ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero: -muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle -parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi, -e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da -quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione -della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono -in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al -governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e -discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi -condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei -confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le -loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed -altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva -mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida -d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: -nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re -della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero -o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138] - -Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che -molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si -facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo -per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro -all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i -capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi -ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati -assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, -moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati -della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre -indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse -ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da -Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè -gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto. -A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia, -corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da -essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei -Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di -Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139] - -Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città -in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la -forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella -grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi -che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per -qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il -bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi -descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto -delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno -volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava -il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala -fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta. -Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo, -dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo -Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire -in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che -scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la -penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si -comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze -vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni -più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma -insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto -dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo -potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma -inutili ed importune antiveggenze.[141] - -Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti -d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo -fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto -s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di -Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e -con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel -Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli -Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo -e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè -i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a -Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. -Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove -intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie, -nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto -del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre -Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e -il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo, -avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio -di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più -volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro. -Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi -di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in -Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer -Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo -consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi -tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano -facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a -conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi, -batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si -arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza -guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi -fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai -Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e -volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero -liberi. - -Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini -per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto -fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano -forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti -dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul -greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene -fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati -dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi -dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è -verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri, -sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai -duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al -castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’ -19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso -alle mura. - -Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano -arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini -vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e -sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di -Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il -popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, -subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, -finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano -all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle -altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di -Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e -grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti -per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a -petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo -d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso -Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne -fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne -dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini -di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per -fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore -giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua -morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie -spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. -I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte -tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico: -entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo -per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo -quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i -Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua -in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere -piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni. -Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini -esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare -ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto, -ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni -speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre. - -Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre le schiere -passavano, quei della città che avevano i ponti e la scelta, con -poche balestre potevano assalire o l’una o l’altra parte dei Tedeschi -divisi dal fiume: in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse. -Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era un castello -dei Bardi e dentro ventidue nobili donne di quella consorteria co’ -loro bambini e molte ricchezze. Il luogo era forte e ben guardato, ma -cedè al primo appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente -accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro al parere dei -Toscani ghibellini che seco erano e volevano farsene un pegno -da richiamare all’ubbidienza quella possente famiglia di magnati -mercatanti. Arrigo andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano, -dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò all’intorno, -dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: troviamo notato in Val -di Pesa Lucardo dove si fanno i buoni formaggi, ed il castello di -Santa Maria Novella appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le -avvisaglie co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, e spesso -avevano la peggiore, sebbene fossero maggior numero: buona prova fecero -i cavalieri d’una compagnia di volontà, dov’erano dei più pregiati -donzelli di Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia -sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, nè altro era -da fare contro a Firenze; per il che Arrigo dopo l’Epifania muovendo -il campo, lo condusse a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico -castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. Ma qui -era stretto dall’una parte dai Senesi, dall’altra dai Fiorentini e -da trecento cavalieri che il re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa. -Cosicchè Arrigo, scemato di genti e di là partitosi, giugneva in Pisa -non senza contrasto a’ 9 di marzo.[142] - -Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai Genovesi e da -Federigo di Sicilia, e avuto anche di Allemagna grande rinforzo, -s’apparecchiava a maggiori imprese; frattanto bandiva ribelli -all’Impero il re Roberto ed i Fiorentini.[143] I quali per questo -crescente pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla guerra, più -forte chiedevano avere parte nei magistrati, diedero per cinque anni -al re Roberto la signoria della città, a questi patti che ne pigliasse -egli la guardia e la difesa, senza alterare però il governo come era -allora costituito, salvo che in luogo del Potestà il re mandasse un -suo Vicario che si mutava ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo -Cantelmo, venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia fecero -anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 d’agosto l’Imperatore -muoveva da Pisa per ire contro al re Roberto; ma dopo avuti co’ -Fiorentini piccoli scontri intorno a Siena, egli già infermo da più -tempo, ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, e fu -detto di veleno a lui apprestato in modo sacrilego: queste favole -consolano i civili odii e gli intristiscono. La sepoltura di lui si -vede tuttora nel Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto -bene affetta. - -Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui nell’Italia si -cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale potestà, e i Fiorentini -furono liberi da un grande pericolo. Ad essi però altro e non piccolo -sopravvenne, imperocchè i Pisani temendo le vendette di tutta Toscana, -dopo avere offerta invano la signoria della città loro al re Aragonese -di Sicilia ed al Conte di Savoia e a talun altro dei baroni i quali -avevano seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la occupasse. -Era questi Uguccione della Faggiuola, da lungo tempo ruminante pensieri -ambiziosi, allora vicario Imperiale in Genova, e per la molta sua -scienza di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che si era -acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. Faceva egli suo pro -della stanza che in Pisa continuarono per qualche tempo molti cavalieri -dell’esercito tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; e dopo avere -sparso il terrore nei paesi circostanti, occupava Lucca, della quale -con grande violenza si fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile -il soccorso dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran nembo di -guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto il re Roberto; il quale -inviava ad essi ben tosto Piero duca di Gravina, suo minore fratello, -con trecento cavalieri. Ma Uguccione continuando a farsi innanzi, -poneva assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei Visconti -e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di Lombardia e fuorusciti -Toscani, che facevano grande esercito. Era il Duca di Gravina molto -grazioso in Firenze, talchè poco meno non gli dessero la signoria -a vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: ma -non bastando contro alle forze troppo maggiori di Uguccione, venne da -Napoli altro numero di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto, -anch’egli fratello del Re, al quale spettando per la età il comando, fu -la ruina di quella impresa. Grande e memorabile battaglia si combatteva -sotto Montecatini a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione -vittoria intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e il figlio -del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, e centoquattordici -(scrive il Villani) i quali erano de’ maggiori cittadini di Firenze: -quivi, in Bologna ed in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto -dei cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.[144] - -Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi novellamente: -due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, con a capo Pino della Tosa, -amava la signoria del re Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da -Simone della stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare -aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da nobili e plebee -famiglie, ma quella di Simone aveva maggiore potenza e credito presso -al popolo. Padroneggiava la città; e se non avesse temuto Uguccione, -avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva questi già -licenziato il Conte Novello, suo capitano di guerra, il quale come -Vicario teneva in Firenze, ma con poca autorità, le veci di Potestà -e di Capitano: la parte contraria occupava il priorato e tutti i -pubblici uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio del 1316 -un bargello, che fu Lando d’Agubbio, uomo carnefice e crudele, cui -diedero in seguito anche il gonfalone della Signoria. Costui risedendo -a piè del palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e per -la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere Ghibellini, e -senza processo gli faceva tagliare a pezzi con le mannaie. Fu in tal -modo trattato un giovine de’ Falconieri innocente, e molti di altre -casate nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta falsa, -quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, e gli chiamarono -_bargellini_. Lando d’Agubbio riempiva di terrore Firenze, quando -grandi e popolari alla fine insofferenti di quella bestiale tirannia, -si rivolsero segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario -il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di mezzo, a grande -fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre dello stesso anno tolse -di mano a quella setta il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici -Priori che vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re, -ed il Conte da Battifolle governò allora la città con saggezza e -senza confische. Ed in quegli anni istituirono la registrazione dei -Contratti, gravandoli di una gabella; e procedeva l’edificazione delle -nuove mura di Firenze. - -In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava i Fiorentini d’un -grande sospetto, se non fosse dopo lui sopravvenuto ai danni loro un -uomo che fu troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto -in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due città di Pisa e di -Lucca; dopo di che nell’aprile del 1316 gli convenne fuggirsi esule in -Verona a Can Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna sempre -fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano e tosto ad altri -davano luogo. Pisa cedè per allora in potestà del conte Gaddo della -Gherardesca, intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani -degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana di Uguccione, e ivi -già possente e sospettato da lui, saliva dai ceppi e dagli appresti di -morte a quella grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto, -venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i Fiorentini; e a questo -modo Toscana fu quietata per allora.[145] Ma l’anno dipoi il Re, dopo -avere tentato una impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova -assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo Visconti -signore di Milano e molto terribile sostenitore di quella parte. -Aveva Matteo firmato una lega con l’Imperatore di Costantinopoli, -col re Federigo di Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la -città di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta la -continuazione della signoria per altri tre anni, ebbe da questa città -l’aiuto di cento cavalieri e cinquecento fanti, con più altri che -gli vennero dalla Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova -erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano con -la spada in mano. Finalmente l’assedio fu tolto; ma ricominciava con -nuovo furore, partitosi il Re, che andò in Avignone a ritrovare il -Pontefice. Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove i -Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini però sempre eran -ivi prepotenti, e soprattutti Matteo Visconti; cosicchè i Guelfi ed il -re Roberto e con essi papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro -aiuto di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il quale -apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze napoletane essendosi -presso a Genova incontrate con le siciliane, queste ebbero la peggio; -talchè l’assedio fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte -guelfa. Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina, -aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 la guerra contro ai -Fiorentini; la quale durò tutto quell’anno con varia fortuna, avendo -potuto i Fiorentini per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che -accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito di nuova gente -che gli era scesa di Lombardia, e dimostrata la virtù sua, pigliò a -forza più castella, e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando -la guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini fin sotto -Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il che destando gravi lagnanze -con biasimo del Gonfaloniere e de’ Priori, a questi fu aggiunto un -consiglio di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non fosse -lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto ordine assai -lodato rimase durevole d’allora in poi nella Repubblica.[146] - - - - -CAPITOLO VIII. - -DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.] - - -Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, d’antica e nobile -famiglia guelfa. Era quella parte in bando tuttora, e convien dire che -il padre, o almeno la madre di lui, prima degli altri fossero in patria -rimessi; senza di che non avrebbe egli potuto qui avere la _fonte_ -del suo _battesmo_. Tornarono i Guelfi l’anno dipoi, ed i Ghibellini -cacciati perderono per sempre lo Stato: a questo modo l’Alighieri non -ebbe mai dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero -a quella parte a cui di nome apparteneva, non vidde intorno a casa -sua le armi tedesche; ma con le prime voci che dentro all’animo gli -scenderono udiva compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la -cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare la vacanza -dell’Impero, le voglie divise, e le inferme condizioni dell’Italia; -vedeva ammontarsi già intorno le colpe della parte vincitrice. Questa -era la sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso dobbiamo -tener per certo che il padre di lui non fosse dei più fortunati a quel -banchetto, nè quella famiglia fu mai doviziosa da stare in alto per sè -medesima; e già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe, -aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì a pigliarsi -con la istituzione dei Priori in mano lo Stato, quando era il poeta -nell’adolescenza. Combatteva egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma -tosto dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi crudeli -e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado loro, ma tuttavia -sempre in patria sospetti. Si pensi ognuno quale fosse il cuore di -Dante quando egli dovette, per conformarsi ai novelli tempi, dare il -suo nome all’Arte degli Speziali. - -Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e di poeta, che in sè -cercava come tradurre l’amore in idea; e questa educando via via con -la scienza, dare una forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè -comprendere l’universo. Dovea ben essere quella vita, e noi sappiamo -che fu, solitaria: poco la Repubblica e le ambizioni e le tempeste -in campo angusto lo attiravano; le sètte guardava dall’alto, e quasi -alle due parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco si -gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva confuso il sacro -Poema. Per tutti quegli anni prima che fosse egli a mezzo del cammino -della vita, vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in più -modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, tornando in patria gli -sbanditi; vedeva all’incontro una mano di potenti saliti dal basso, -fondare sull’odio ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che -non sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano tanto -odiose quanto era egli appassionato, e avevano toccato il colmo quando -l’età lo condusse ad avere parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi -di lui nel turbine della vita pubblica: in quella portava un alto -animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che trascendeva i -fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni pronte a trasmodare -se l’ira o il dispregio o l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi -uffici esercitati da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome -d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione al Comune -di San Gimignano: le altre supposte da taluno dei suoi biografi non -sono che favole. Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come -egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta d’allora -in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un tratto farsene ragione, -guardi la sua effigie fiorente di giovinezza come ora tornò in luce -dipinta da Giotto; poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i -secoli diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la _Vita Nuova_ -nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo in cui la giovinezza suol -farsi virile, e molte idee prima vaganti pigliano fermezza, e l’uomo -acquista più intera e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era -Beatrice e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine viva che -a sè lo attraeva, divenne un pensiero, voleva dal libro della _Vita -Nuova_ salire al Poema allora concetto e come uscito dalla prima -opera giovanile; all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice stessa -celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera tutto infondere sè -medesimo. Così nell’amore cercava egli sempre l’interezza del volere: -ma dentro all’animo trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti -d’ogni maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e _fosse_ gli si -_attraversavano_, e _catene_ lo stringevano. Ond’egli «volse i passi -suoi per via non vera:» sentiasi _gravate le penne in giuso_, aveva -perduto _la speranza dell’altezza_. Come egli potesse tanto _smarrire -la via diritta_, noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi -altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in quelli stessi -anni alla Gemma dei Donati, famiglia come gli Alighieri di antico -lignaggio ma di piccola ricchezza; era di essa quel messer Corso senza -del quale può tenersi che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti -di Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le quali si è -visto che erano tra Donati e Donati prima dell’anno 1293. S’immischiò -allora nelle pubbliche faccende; ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio -delle cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire -inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come a suo rifugio -ricorreva l’intelletto, mirando a quel punto dove poesia e filosofia -stanno insieme congiunte, e verso il quale intendeva egli col viaggio -simbolico. - -Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono alcune -esercitazioni filosofiche più tardi prodotte col nome di _Convito_; -doveano essere maggior numero, e di questo libro almeno una parte certo -è che fu scritta innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti -con la _Vita Nuova_; e per l’andare incomposto si vede che è frutto -via via di studi non ben digeriti: quel trattato sulla nobiltà direi -scritto a conforto dell’abbassamento in che fu ridotto il ceto de’ -grandi pei recenti ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per -anche dalle ire di parte. Nel principio del _Convito_ con argomenti -di molto affetto si scusa d’averlo scritto in quel volgare che aveva -egli appreso fino dalla culla, e che in altro libro poco più tardi -vituperava; ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più veramente -la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio e nella varietà delle -dimore sentito più vivo, e quasi direi a sè più vicino, il pensiero -dell’Italia; di questa s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua -medesima ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là dove la mente -godeva fermarsi, io dico al grande e all’universale. Sentiva mancare -alla nazione una lingua che tutti accettassero come signora; e scrisse -il libro _De Vulgari Eloquio_, non a vendetta contro a Firenze, ma -come colui che le incertezze o le insufficienze quanto all’uso di -questa lingua tentava risolvere, ad essa guardando come di fuori e -per dottrina e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare -che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo nello scrivere -quello medesimo ch’era stato «congiugnitore de’ suoi parenti.» Ma usò -il latino in questo e nel libro della _Monarchia_, dove egli intende -chiarire e svolgere quel principio d’unità imperiale che, uscito da -Roma, aveva mille anni tenuto implicato il mondo cristiano come in -un nodo che i due capi stringessero andando per contrario verso. Qui -Dante parrebbe fatto straniero alla città sua; ma come alle ire che lui -consumavano sta in fondo l’amore, così nel concetto ideale affatto di -questo libro si accolgono dottrine che non contrastavano nè al sentire -di uomo italiano, nè a quel diritto di cittadina indipendenza che Dante -avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere. - -Nel libro pertanto della _Monarchia_ abbiamo l’esposizione del -sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava allora di dare coerenza per -via di sofistiche argomentazioni; ma noi crediamo da gran tempo tutto -quell’ordine di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. L’avere -egli posto nella città e nel popolo di Roma la fonte di quel diritto -dal quale uscisse il sommo impero ed universale, non era dottrina che -Dante si fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana, -era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva con l’ordine -assicurare la libertà, nell’unità ammettere e comprendere le varietà; -farsi attuazione dei voleri di Dio sulla terra, fondando tra gli -uomini, col regno della virtù, perpetua pace universale: la monarchia -dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere a questo -modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare che mentre i libri del -_Convito_ e del _Volgare Eloquio_ null’altro ci mostrano che studi -interrotti; la _Vita Nuova_ e la _Monarchia_ ne dieno ragione, quello -dell’anima del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si -vennero a trasfondere nella grande opera del Poema. - -È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche parte già era noto, -prima ch’egli uscisse di Firenze. Concetto nell’animo subito dopo la -morte di Beatrice nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli -scriverlo in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi dalle -ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto in lui prepotente gli -facesse tosto mutare pensiero: ed è fuori d’ogni dubbio che i primi -canti composti in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità -non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta al fine del settimo -Canto, ricominciasse fuori di patria col principio dell’ottavo. Ma non -vuolsi però immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine come -farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri poi non mutasse -o trasponesse quello che aveva prima scritto. Chi oserebbe divinare -dentro ai segreti di una fantasia possente le vie per le quali si -viene a svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi affanni -che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto dell’Inferno la predizione -di Ciacco si aggira su’ guai della _città partita_ dove i _giusti non -sono intesi_: dovea pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si -ode stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose parole -contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano per più terzine del -Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. Scriveva queste dunque -già essendo in esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai -più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni dopo la prima -cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava di tratto in tratto -qualche fiducia del ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella -contestura del Poema entrare le umane come le divine cose, entrarvi -ma sotto a un guardo più sereno, perchè non cercava allora il Poeta -altro che inalzarsi fuori delle interne passioni dell’animo, che egli -con la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. Quindi è che -il linguaggio e il pensiero stesso nei primi sette Canti mi sembrano -avere tempra più mite; in questi è Dante, ma non per anco inacerbito -dalle sue piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo è -Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; l’Impero deriva da -essa ed insieme l’_ammanto papale_, sotto a cui non guardava egli per -anco agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di professione -di fede posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; se non -che essendosi dopo all’esilio in lui destate nuove passioni che pur -volevano disfogarsi, sentì egli avere bisogno di scendere ad altro -linguaggio da quello che avrebbe voluto da prima serbare. Allora -cred’io desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro del -Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non compiuta esporre le -regole che a sè medesimo cercava egli quanto alla lingua ed allo stile -in questo genere di composizione. - -La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare ivi gli affetti -ed i pensieri che la forte anima comprendeva, lo _fecero macro_ tutto -il rimanente della vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso -che umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di poesia si spazia -su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della vita materiale -fino alle più alte rivelazioni della coscienza; così nessuna riesce -a comporre tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo -e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono insieme -all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in ciò a mio credere sta -la preminenza dell’Alighieri tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe -forse dopo lui in altro idioma e sotto forma drammatica, una vena più -ricca e possanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti -di una facoltà inventiva che una dopo l’altra e ognuna da sè le fa -passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti nei quali -non pare che egli si fermi o che più all’uno che all’altro consenta. -Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino il -sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la parola nutrita -d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo pare che si rifletta insieme -tutto dentro a lui solo; talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta -insieme l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come da un -centro a una circonferenza _volgere il sesto_ fino all’estremo dove -non vanno altro che le idee, e tutte chiuderle in sè stesso. Così nel -libro è tutto l’uomo, e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel -mondo. Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i fatti che -appartengono all’istoria, dappoichè in tanta eccellenza di argomento -noi male potremmo aggiungere cosa, la quale ai dì nostri non fosse di -troppo. - -In quello stesso anno 1300, in cui Dante percorreva il celestiale suo -viaggio, un mercante fiorentino Giovanni Villani trovandosi in Roma -pel grande Giubbileo che Bonifazio VIII aveva intimato e al quale -accorrevano cristiani d’ogni paese in numero incredibile, «veggendo -le grandi e antiche cose di Roma, e leggendo le storie e’ grandi -fatti de’ Romani, pigliò animo a scrivere i cominciamenti di Firenze -e i fatti dei Fiorentini, e le altre notabili cose dell’universo in -brieve.» Quella cronaca o storia è la maggiore alla quale uomo avesse -posto mano da molti secoli. Così ad un tratto le nuove italiane lettere -sorgeano giganti ed a sè faceano campo l’universo. Nota il Villani -stesso, come «Firenze allora fosse nel suo montare e asseguire grandi -cose, siccome Roma nel suo calare:» nè falso era quel giudizio; ma non -che nell’ordine politico, anche nell’ordine intellettuale il montare -di Firenze non corrispose intieramente al miracolo di quei primordi. -Gli uomini dall’ampio e forte pensiero qui aveano spirato le aure -del secolo magnanimo di San Tommaso e dell’Alighieri; ma innanzi di -rinvenire altezze consimili, Firenze aspettava la dantesca anima di -Michelangelo e l’intelletto di Galileo. - -La Poesia Italiana era sorta prima della metà del secolo tredicesimo: -i Siciliani la celebrarono accolti nella splendida e gaia corte di -Federigo II, il quale egli stesso amava far versi di lingua volgare in -un co’ suoi figli; quasi piacesse allo Svevo anche in ciò contrastare -ai Provenzali, che n’erano stati più antichi maestri. «Lo re (Manfredi) -spisso la notte esceva per Barletta, cantando strambuotti e canzuni, -che iva pigliando lo frisco; et con isso ivano dei musici siciliani, -ch’erano gran romanzaturi.[147]» Dante incontrava nel _Purgatorio_ -Guido Guinicelli [m. 1276], pel quale ebbe l’arte del canto maggiore -coltura che in Sicilia non avesse, e parve seco lui pigliare stanza -in Bologna, dove accorrevano da oltre un secolo gli studiosi di tutta -Italia. Dei Toscani poeti, un Lapo degli Uberti e quel cardinale -Ottaviano degli Ubaldini che nelle istorie è ricordato come gran -capo di parte e politico ardimentoso, furono tra’ primi dei quali -sia rimasta memoria. Guittone d’Arezzo [m. 1294] ebbe maggiore e più -durevole fama: di lui ci pervennero versi e prose, ma troppo guasti -dalla sformata lezione perchè ne sia dato recarne ora buon giudizio; -talune però, e massimamente un celebre sonetto di lui alla Vergine, -mostrano in lui un poeta vero ed una lingua non balbettante. Ingegno -acuto e capace di più alto volo, ma fantastico e temerario nelle -filosofiche speculazioni e nelle sètte politiche, fu Guido Cavalcanti, -che parve allo stesso Alighieri degno di correre seco gli spazi dei -morti: egli e Cino da Pistoia [n. 1270, m. 1337], poeta insigne e -giureconsulto, se non erano offuscati da quel terribile coetaneo loro, -avrebbono fama e lode maggiore per aver essi precorso a quella poesia -più temperata e più serena che il sovrano d’un’altra età Francesco -Petrarca seppe condurre a sì alto segno. Francesco da Barberino [n. -1264, m. 1348] espresse in rime non infelici concetti morali ed alcune -delle filosofiche sottilità che al tempo suo predominavano; i libri -di lui non sono picciol lume alla storia dei costumi e del pensare -dell’età sua. Fra Iacopone da Todi [m. 1306] scriveva cantici che -tuttora ci rimangono in gran numero, alquanto rozzi e che risentono -del parlare umbro; non mai però senza vigoria di stile e d’affetto, e -spesso rivelatori di quelle passioni religiose che alle politiche si -mescevano. Nè vuolsi tacere il lucchese Buonagiunta, che Dante stesso -parve agguagliare al più chiaro tra’ poeti siculi Iacopo da Lentini -ed a Guittone d’Arezzo. Di altri minori non è qui luogo a discorrere, -tra’ quali due si rendettero famosi per nimistà contro all’Alighieri; e -furono Dante da Maiano e Francesco d’Ascoli, il quale in Firenze come -eretico e stregone fu arso l’anno 1327, autore d’un poema intitolato -l’_Acerba_; titolo che bene si poteva convenire anche alla maligna e -riottosa natura di lui. - -La Prosa in Italia principiò ad essere coltivata nel tempo stesso della -Poesia. Questa precede nei popoli i quali pervengono la prima volta a -civiltà; ma in Italia le nuove lettere tutte nutrivansi di memorie: -ed il volgare non era altro che un latino trasformato dalla lenta -opera dei secoli, il quale divenne idioma nuovo e compiuto appena che -il parlar comune ebbe acquistato tanta sicurezza di sè medesimo, che -potesse nelle scritture distinguersi dalla lingua madre, e pigliar -forma tutta sua propria. Il che nella prosa dovette rendersi più -agevole di quello che fosse nel linguaggio figurato, dove predominavano -gli esemplari o provenzali o latini, e che non traeva dal comun -parlare norme sicure e bastevoli alla ambizione letterata di quei -primi verseggiatori. La Cronaca di Matteo Spinelli pugliese [n. 1230], -anteriore ad ogni altra in lingua volgare, è più italianamente scritta -che non le rime dei Siciliani i quali sforzavano l’aspro dialetto -a’ suoni e alle forme dei cantori provenzali.[148] Ma bentosto il -seggio della lingua e del sapere veniva a porsi in Toscana. Più antico -d’ogni altro fu Brunetto Latini, maestro di Dante, autore d’un Libro -di sentenze rimate a cui diede il nome di _Tesoretto_. La maggiore -opera sua, il _Tesoro_, fu scritta in francese: la chiameremmo oggi -una piccola enciclopedia, contenendo essa quanto di fisica o di certa -pratica filosofia chiudevasi allora nelle comuni scuole. Di lui abbiamo -però in volgare anche versioni dal latino; e queste forse avranno dato -al giovanetto suo discepolo animo a scrivere quella lingua che egli -udiva parlare alla madre. Comincia la serie degli Storici Fiorentini -dalla Cronaca che va sotto il nome di Ricordano Malespini, continuata -da Giachetto suo nipote sino all’anno 1286. Pei tempi anteriori al -1300 basterà qui ricordare, come documenti della lingua, la versione -dei Trattati d’Albertano da Brescia fatta l’anno 1278 da un notaio -pistoiese, e quelle assai più notevoli di Bono Giamboni, il quale -moriva prima che Dante scrivesse. A questi però sovrasta molto con -quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni [m. 1323]: l’Alighieri -tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella -prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed -efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo -nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso -di dare al racconto la forma di storia secondo forse potè averne -l’esempio in Sallustio. In quanto all’arguta speditezza dello stile -si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la -universalità dell’argomento e nella scienza dei fatti. Agli storici -ed ai poeti s’aggiungevano i Moralisti; la lingua bastava a tutto -svolgere il pensiero come a significare l’affetto. Il più antico di -cui si abbiano predicazioni in volgare fu il frate Giordano da Rivalta -[m. 1311]; non quali però da lui venivano pronunziate, ma trascritte -compendiosamente da uno degli ascoltatori suoi. Conseguitava bentosto -dello stesso ordine dei Predicatori, e nato pure di quella stessa -provincia Pisana, altro d’assai maggiore scrittore Fra Domenico Cavalca -[m. 1342], maggiore forse d’ogni altro che avesse mai l’idioma nostro, -quanto alla proprietà delle parole e alla disinvoltura dell’andamento e -alla naturalezza delle armonie: ascetico e moralista nei trattati che -di esso ci rimangono in buon numero, egli è narratore impareggiabile -in quelle vite o leggende dei cenobiti e degli anacoreti, che vanno -col nome di Vite dei Santi Padri. Terzo dell’Ordine e della provincia -stessa fu Bartolommeo da San Concordio [m. 1347], il quale con un breve -libretto d’antiche sentenze ridotte in volgare meritò anche meglio -della lingua che non per la traduzione delle Storie di Sallustio. -Questi furono i principali tra gli scrittori che appartengono alla età -dell’Alighieri e ai primi anni del secolo quattordicesimo. - -Il dodicesimo era stato come il secolo eroico della città di Pisa, il -secolo delle grandi imprese: nel susseguente ella pervenne a quello -splendore, al quale suole nelle umane cose conseguitare la decadenza. -Aveva essa edificato già innanzi la fine di quel secolo il suo mirabile -Duomo, nel 1152 il Battistero, e nel 1174 il famoso Campanile. Bonanno -pisano architettore di questo bello e singolare edifizio, si rendè -chiaro altresì per lavori di fusione in bronzo: una porta del Duomo -della sua città, e quella del tempio di Monreale presso Palermo di -già prenunziano alle arti una adolescenza promettitrice. La Scultura -mantenuta viva per tutti i secoli anteriori dalle grandi opere -architettoniche alle quali era ella necessario ed abbondante sussidio, -la scultura precorreva nel suo risorgimento alla pittura, ed ebbe il -suo Giotto in Niccola Pisano nato verso il 1204, settant’anni prima del -fiorentino Pittore. Molte sculture a basso rilievo in Pisa ed altrove, -e soprattutto la celebre arca di San Domenico in Bologna, pongono il -nome di Niccolò in cima a quelli degli altri grandi restauratori o, a -dir meglio, fondatori delle arti belle in Italia. Giovanni suo figlio -dava il disegno di quel mirabile Camposanto che fu incominciato nella -città di Pisa l’anno 1278, sei anni prima della sconfitta che nelle -acque della Meloria poneva termine alle grandezze di quella illustre -città. - -La Pittura nei secoli precedenti era in mano dei Greci, i quali anche -nella decadenza dell’Impero bizantino uscivano fuori a praticare come -mestiero le arti belle. I mosaici soli mantenevano qualche grandiosità -di composizione, ed era il pennello rozzamente usato dai miniatori: -queste arti in Italia comunque non affatto estinte mai, da pochi -si trovarono oscuramente esercitate prima del secolo tredicesimo. -Firenze, venuta (come dicemmo) in potenza assai più tardi di altre -città toscane, incominciava forse ultima tra queste la serie dei -suoi pittori; ma occupò tosto il primo seggio, e lo ritenne poi senza -intermissione. Siena ebbe il suo Guido, mentre Giunta Pisano dipingeva -in quella città dove Niccola aveva innalzato a più alto segno la -scultura. Ad essi in Lucca s’accostava un Buonaventura Berlinghieri; -e in Arezzo Margheritone scultore e architetto, che fioriva dopo la -metà di quel secolo medesimo, fu anche pittore: nei primi tempi gli -stessi uomini professavano tutte insieme le arti del bello. Veniamo -adesso ai Fiorentini. Andrea Tafi, mosaicista, è messo innanzi -come pittore con lode soverchia dal Vasari, studioso di corteggiare -alla città principesca; Buffalmacco ha più nome dai novellieri come -bizzarro ingegno, di quel che egli abbia pe’ suoi dipinti. A Giovanni -Cimabue si volle negare, contro al Vasari ed all’Alighieri stesso, -il vanto dell’avere egli innanzi a Giotto suo discepolo tenuto il -campo della pittura; ed il plauso popolare che diede il nome alla -via Borgo Allegri, e le fiaccole onde fu accompagnata in Santa Maria -Novella quella Madonna di lui che ivi tuttora si vede, oggi con -troppa incredulità si tengono come favole: in qualunque tempo ciò -avvenisse, potè quella tavola, che per ampiezza di stile segna un -progresso nell’arte, esser cagione di festa in un popolo già tanto -vivo al senso del bello. Ma Giotto agli altri poco dovette, e l’arte -a lui ogni cosa [n. 1276, m. 1337]; e se le pratiche del dipingere -dopo lui molto si raffinarono, e all’arte venne grande soccorso da -quella scienza che si trasmette; io non so poi chi lo vincesse quanto -alla verità dei concetti, e alla naturalezza delle mosse, e alla -evidenza dell’espressione. Il pecoraio del Mugello, che ampliò la -pittura con la potenza che era in lui somma di comporre semplicemente -le grandi storie, ornava con le sue opere molte tra le maggiori città -d’Italia; e fu capo d’una scuola che instaurava le arti moderne, e -che dipoi le conduceva sino all’ultimo confine loro: Gaddo e Taddeo -della casata illustre dei Gaddi, furono primi tra’ suoi discepoli. A -Giotto Firenze deve anche il suo mirabile campanile, dove la varietà -delle ardite forme che il medio evo seppe inventare, vien temperata e -quasi costretta a regolare bellezza dalla semplicità delle linee che -appartengono allo stile classico. Le tradizioni grecolatine, in Italia -mantenute dalla presenza dei monumenti, di rado concessero alle nostre -cattedrali quella terribile maestà ch’esse ebbero nel settentrione, e -forse renderono talvolta incerto lo stile anche dei primi restauratori. - -L’Architettura cristiana a cominciare dal quarto secolo (infino cioè -dalla istituzione del culto pubblico e solenne) si creò forme sue -proprie, ed innovò sull’antica arte. Poi nel dodicesimo secolo la -forma di croce data generalmente alle chiese e i sesti acuti e le spire -sostituivano all’arte greca un’arte nuova e tutta germanica, la quale -non vuolsi certo paragonare all’antica quanto alla purità dello stile -e alla simmetrica perfezione delle parti; ma come barbara e più audace -sorpassa e trascende quegli esemplari del bello, con la profusione -degli ornati, con la novità delle invenzioni, con l’arrischiato -congegno degli archi e delle volte e delle cupole; ma sopra ogni cosa -per l’accorgimento del temperare la luce, e per l’intendere che fanno -le grandi linee verso il cielo, con religiosa ispirazione. Nel Duomo -di Santa Maria del Fiore l’opera del Brunelleschi soverchia oramai -quella d’Arnolfo, il quale poneva mano al grande edifizio l’anno 1298; -ma sien pure false le parole della commissione che la Repubblica -avrebbe a lui data quattro anni innanzi, certo è che la Cattedrale -fiorentina è la maggiore tra quelle nelle quali gareggiavano allora -tante città d’Italia. Ed in quegli anni Firenze deliberava tutte in un -punto mirabili costruzioni; imperocchè per l’opera dello stesso Arnolfo -sorgeva il Palagio del Comune [1298]; e l’audacissima torre s’innalzava -sopra un’altra torre che appartenne già a una famiglia di grandi; e la -piazza della Signoria s’apriva sulle rovine delle case che furono degli -Uberti: anche il tempio di Santa Croce, cominciato l’anno 1294, fu -architettura d’Arnolfo. L’antico Palagio del Potestà, monumento d’altri -tempi e d’altri ordini politici, è dell’anno 1250; dell’anno 1268 -la chiesa del Carmine, del 78 Santa Maria Novella, dell’85 la Loggia -d’Orsanmichele, dell’anno 1299 San Marco, e del 1308 la Prigione delle -Stinche _in qua carcerentur et custodiantur magnates_: di quei medesimi -anni splendidissimi è la chiesa vecchia di Santo Spirito, rifabbricata -dipoi grandiosamente dal Brunelleschi. Nel 1293 il Battistero di San -Giovanni, più anni prima ornato già di mosaici, venne al di fuori -incrostato di marmi bianchi e neri. - -Alle civili passioni mescevasi del pari ardente ed operosa la carità -cittadina; molte tra le benefiche fondazioni di cui fu l’Italia -iniziatrice alle altre genti, appartengono a quelli anni stessi. -Tra le quali è debito ricordare la sempre vivace nelle buone opere -confraternita della Misericordia per l’assistenza degli infermi; e -quella del Bigallo, e più altre che furono istituite dalle compagnie -degli artigiani a soccorso degli ammalati e dei poveri dell’arte -loro. Lo Spedale di Santa Maria Nuova venne fondato l’anno 1285 da un -cittadino il cui nome è a noi già caro per altro modo, Folco padre di -Beatrice Portinari: abbiamo tuttora l’effigie in marmo della vecchia -serva di quella famiglia, mona Tessa, la quale cominciò prima a -raccogliere malati in alcune stanze della casa. La religiosa pietà del -padre cresceva ai gentili costumi la figlia ispiratrice dell’Alighieri; -e mona Tessa con l’operosa carità sua temprava forse al poeta -giovinetto, anch’essa, talune delle più dolci sue note. - -In quelli stessi ultimi mesi dell’anno 1298, nei quali ponevasi la -prima pietra di Santa Maria del Fiore, ebbe anche principio il terzo -cerchio della città: il vescovo di Firenze e quelli di Fiesole e di -Pistoia, in compagnia di molti prelati e religiosi, furono a benedire -la prima pietra, seguitati da popolo innumerabile e da tutta la -Signoria e ordini della città.[149] Dentro alla quale gli uomini atti -a portare armi, si trova che sommavano a trenta mila, e settanta mila -nel contado. Ne manca una istoria piena abbastanza ed accurata degli -incrementi che il commercio e le industrie dei Fiorentini dovettero -avere rapidissimi in quella seconda metà del secolo tredicesimo, e -i quali produssero la grande opulenza cui sorse a un tratto questa -città. I Fiorentini si spargevano per tutta Europa e per l’oriente, -infaticabili faccendieri;[150] al moto degli animi non bastavano i -confini angusti della città e dello Stato; e anche gli esilii servivano -ad ampliare le relazioni e l’ingerenza loro nelle faccende dei più -lontani paesi. Un racconto di cui si trova frequente ricordo nelle -antiche scritture, non vuol credersi del tutto falso: narrano esse come -l’anno 1300 essendo in Roma venuti ambasciatori a Bonifazio VIII da -ogni parte della cristianità, dodici tra questi (dei quali i nomi si -leggono) mandati da vari principi e perfino di Russia e di Tartaria, -fossero di patria fiorentini. Forse erano uomini mercatanti andati a -Roma pel Giubbileo ed insieme convenuti all’udienza del Pontefice; del -quale poi corse questo detto: i Fiorentini essere nel mondo il _quinto -elemento_. Quello fu il tempo delle più vere grandezze a questo popolo -fiorentino che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe le -conteneva: nè credo si trovi nelle istorie esempio d’un’altra città, -la quale più secoli vissuta con piccola fama, sorgesse in pochi anni -fino a porsi direi quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente, -e ad un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale magnificenza -d’opere e tale altezza d’ingegni. Maggiori sorti forse potevansi allora -promettere alla città di Firenze, se non che molto d’appresso e da ogni -parte la stringevano le forze rivali di tante altre città italiane; -e ciò che a lei facessero i politici rivolgimenti veniamo adesso a -narrare. - - - - -LIBRO TERZO. - - - - -CAPITOLO I. - -IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO — INTERNE RIFORME: I MAGISTRATI TRATTI A -SORTE. [AN. 1322-1328.] - - -Ora comincia la più pericolosa guerra che avessero mai intorno -a casa i Fiorentini. Castruccio degli Interminelli, cacciato da -Lucca insieme col padre come Ghibellini, aveva condotto la gioventù -poveramente dapprima in Ancona, quindi a Lione di Francia in servigio -di mercatanti. Fece dimora anche nella Inghilterra, venuto in favore -di quel re, ma gli convenne poi fuggirsene. Combattè con eccellente -lode di valore le guerre di Fiandra sotto Alberto Scotto piacentino, -e si acquistò grazia presso a Filippo re di Francia, a cui lo Scotto -serviva. «Era della persona molto destro, grande, d’assai avvenente -forma, schietto e non grosso, bianco, e pendea in pallido; i capelli -diritti e biondi con assai grazioso viso.[151]» Grande maestro di -guerra, e discostandosi dai modi usati nel governarla, fidava poco -nelle fortezze, dicendo piacergli le fortezze le quali camminano; -e intendeva le ordinanze strette, che rispondono ad ogni cenno del -capitano. Potente sugli animi, e sufficiente a mantenere nei soldati -la disciplina e nei popoli l’ubbidienza, da piccolo stato s’avviò -a grandezza cui niun altro capo ghibellino infino al suo tempo avea -nell’Italia osato aspirare. Ma nulla fondava, perchè ai figli suoi -nemmanco rimase la possessione della città di Lucca, ed egli non fu -altro che un nome nell’istoria.[152] - -L’Italia, allora emancipata dalla Germanica signoria, non aveva ben -certe ancora le sorti sue, dappoichè il popolo dei mercanti e quel dei -signori, col nome di Guelfi e di Ghibellini, si pareggiavano tuttavia. -Da questi poteva forse alla nazione venire grandezza, da quelli usciva -la libertà: prevaleva essa principalmente nelle città di Toscana, varia -come il suolo che la produceva; ma erano invece nei piani Lombardi -signorie possenti, costumi baronali e principeschi: ivi era più scarso -il sangue latino, e il fiume del Po chiamava a confondersi nella unità -tutte le acque che in lui sgorgano. Castruccio pertanto rinveniva -intorno a sè campo meno atto alle grandi imprese; era egli a Pisa come -straniero, e a Firenze si può dire, che il suolo stesso lo respingesse. -Nondimeno, se egli non moriva, quel che fosse per avvenire non so; e -quel grande uomo insufficiente a fare sorgere un’Italia forte, poteva -opprimere la Toscana. - -Cessata, dopo otto anni e mezzo, nel 1322 la signoria del re Roberto, -i Fiorentini ricominciarono a eleggere essi, come per l’innanzi, il -Potestà e il Capitano. Continuavano intanto a combattere in Toscana -contro Castruccio, e in Lombardia soccorrevano quella maggior guerra -che le genti della Chiesa portavano contro a Matteo Visconti fin sotto -alle porte di Milano. Ma questa perdeva poi bentosto il suo pericolo -essendo venuto a morte Matteo in età di novant’anni, pur sempre fiero -ed avveduto, e uomo di grandi fatti e consiglio: finiva scomunicato -come eretico e scismatico. A quella morte, il maggiore figlio suo -Galeazzo Visconti era cacciato in breve ora prima da Piacenza e poi da -Milano; il che era sgominare tutte le forze de’ Ghibellini, e a Firenze -se ne fecero le usate feste. Ma quivi durava poco tempo la letizia, -poichè Castruccio, ingrossando sempre dopo avere fin dall’anno innanzi -costretto Pistoia ad essergli tributaria, tirato a sè uno dei capitani -forestieri ch’erano al soldo dei Fiorentini, e resi vani i disegni di -quella Repubblica la quale cercava farlo assalire per mare e per terra -dai Genovesi, «pieno d’audacia e baldanza, il dì di calende luglio -1323 subitamente cavalcò in sul contado di Prato, perchè i Pratesi -non gli voleano dare tributo; postosi a campo alla villa d’Aiuolo con -seicentocinquanta uomini a cavallo e quattromila pedoni.» I Fiorentini, -incontanente saputa la novella, serrate le botteghe e lasciata ogni -arte e mestiere, cavalcarono a Prato, popolo e cavalieri; ciascuna -Arte vi mandò gente a piede e a cavallo, e molte casate di Firenze -grandi e popolani vi mandarono masnade a piedi a loro spese; e i Priori -pubblicarono, che qualunque sbandito guelfo si rassegnasse nella detta -oste, sarebbe fuori d’ogni bando. Il dì seguente si ritrovarono in -Prato i Fiorentini, che assommavano a millecinquecento cavalieri e -ventimila pedoni;[153] d’essi, quattromila e più erano degli sbanditi, -molto fiera gente. Disegnavano per l’indomani uscire a battaglia contro -Castruccio; ma egli il dì appresso, levato il campo, si partì d’Aiuolo; -e colla preda che avea fatta in sul contado di Prato, passò l’Ombrone, -e senza arresto e di buon andare si ridusse a Serravalle. «Se i -Fiorentini avessero mandato (scrive il Villani) di loro gente come -potevano ad intercettare l’oste di Castruccio da Serravalle, al certo -costui e la sua gente rimanevano morti e presi: _ma a cui Dio vuol -male, gli toglie il senno_.[154]» - -I Fiorentini rimasti in Prato con poco ordine e senza capitano, e -perchè i nobili non volevano vincere la guerra a pro dello Stato -popolare; scisma e discordia nacque nel campo, imperocchè il popolo -tutto voleva seguire dietro a Castruccio, e i nobili quasi tutti non -voleano. Chiedevano essere liberati dagli ordini della giustizia, o -come da loro si chiamavano, _della tristizia_;[155] la qual cosa il -popolo non acconsentendo, fu mandato a Firenze ambasciatori per la -deliberazione, se dovessero andare innanzi o ritornare in Firenze. -Si venne a consulta intorno a ciò nel palazzo del Comune: ma per non -essere modo all’accordarsi, tirando innanzi di consiglio in consiglio -senza pigliare partito; il popolo minuto ch’era di fuori, cominciando -da’ piccoli fanciulli, raunatisi in quantità innumerabile di gente, -gridando Battaglia battaglia, e Muoiano i traditori, e gittando pietre -alle finestre del palagio; fattasi notte, i signori Priori col detto -Consiglio, per tema del popolo e quasi per necessità, stanziarono -che l’esercito procedesse. Il quale moveva da Prato a Fucecchio; -ma giunti quivi in disordine, ricominciarono i lamenti, e i nobili -si rifiutavano. Però l’esercito che, accresciuto di nuovi rinforzi -mandati da Bologna e da Siena, avrebbe potuto spingere l’impresa con -suo vantaggio contro a Lucca, non avendo capitano che fosse da ciò, -tornava in Firenze senza nulla fare, con grande vergogna. Venne ad -aggiungere peggio al male, chè gli sbanditi ad istigazione di certi -nobili si accostarono a Firenze a insegne levate, credendo per forza -entrare dentro. Sentendo ciò il popolo, a suon di campane s’armò in -difesa della città; e la mattina seguente essendo tornata la cavalleria -col rimanente di quell’esercito, gli sbanditi si fuggirono; ma di lì -a poco di nuovo chiedendo essi l’osservanza della promessa che aveano -avuta solennemente dai Priori, non si trovò via per gli forti ordini -contro loro che ottenessero il ritorno.[156] Allora otto dei loro -caporali, che erano in Firenze a sicurtà per sollecitare d’essere -ribanditi, reggendo fallita la speranza, ordinarono congiura nella -città col favore di certi nobili i quali erano delle stesse loro case: -e la notte di san Lorenzo vennero alle porte della città da più parti -sessanta a cavallo e più di millecinquecento a piedi con le scuri -per tagliare la porta verso Fiesole. Del che avutosi qualche sentore -la sera innanzi, la città fu in arme e in gran tremore, dubitando il -popolo di tradimento per parte dei grandi. Ma gli sbanditi ch’erano -di fuori, veduto portare fiaccole sulle mura, e che nessuno rispondeva -loro dentro, si partirono, senz’altro fare, alla spicciolata. Volevano -allora i reggitori fare giustizia dei congiurati, ma si rimasero, -tanti n’erano colpevoli. Il grosso del popolo chiedeva a ogni modo -che giustizia si facesse; e alla fine essendo apposto ad Amerigo -Donati, a Tegghia Frescobaldi ed a Lotteringo Gherardini che avessero -acconsentito alla congiura, furono citati a comparire: confessarono -di avere sentito il trattato, ma non esservi legati; e perchè nol -palesarono a’ Priori, furono condannati ciascuno in lire 2000 e al -confine per sei mesi fuori della città e contado quaranta miglia;[157] -mite punizione, che fece il popolo mormorare. - -Poco di poi gli sbanditi ai quali era stato promesso il ritorno, -l’ottennero sotto certe riserve, e con esclusione di quelli che -parvero o più colpevoli o pericolosi. Ma qui, seguitando gli interni -fatti, diremo come sulla fine di quell’anno essendo il governo dei -popolani troppo ristretto e dominato da una fazione che si chiamò dei -Serraglini, e della quale stava a capo la famiglia assai brigante dei -Bordoni, parve a’ buoni cittadini si dovesse accomunare il governo -fuori di quella fazione, ampliando il numero di coloro che risedessero -nei magistrati. E perchè nelle elezioni le brighe riuscivano a -soverchiare la volontà comune ed erano spesso cagione di scandali, e -per la brama, o quasi direi per la manìa, d’egualità che dominava nella -Repubblica fra tutte la più democratica che fosse mai; nè attentandosi -d’affrontare ogni due mesi i tumulti d’una elezione popolare e di -suffragi dati in piazza; in luogo di voti, posero la sorte; modo -novello che, mantenuto sempre dipoi, divenne costume rimasto vivo fino -ai giorni nostri e ch’io non temo di appellare funesto. Per quello -viene ad abbassarsi l’autorità dei magistrati, del che si giovano le -democrazie come i governi più assoluti; ma col decadere i magistrati -lo Stato decade, e se pericoli sopravvengano, si trova ignudo d’ogni -difesa. Fu data balìa a’ Priori di quel tempo, e ad altri dei maggiori -popolani che allora avevano magistrato, di imborsare i nomi di coloro -i quali dovessero tenere il priorato per quarantadue mesi, mischiandovi -gente che n’era esclusa da più anni: da quelle borse poi venivano ogni -due mesi tratti a sorte i nomi di quelli che volta per volta dovessero -risedere: in seguito estesero l’ordine medesimo ai dodici Buonuomini e -a’ Gonfalonieri delle compagnie, e a’ condottieri delle milizie. - -Ed oltre a ciò, per assicurarsi che le compagnie armate del popolo -fossero pronte ad ogni difesa, e perchè i Gonfaloni sotto a’ quali si -radunavano parve non bastassero per ciò che erano pochi e radi, e le -case dei grandi gli tramezzavano così da impedire talvolta il subito -radunarsi; per questo posero altre insegne, alle quali i cittadini -uscendo di casa potessero correre, se alcun rumore nascesse, ed ivi -raccogliersi con sicurezza per la vicinità: chiamavano queste insegne -Pennoni, e Pennonieri i minori capi, i quali dovevano condurre ciascuno -le genti raccolte ai Gonfalonieri delle compagnie. Trentasei furono i -pennoni, divisi a due o a tre o a quattro sotto ciascuno gonfaloniere -di compagnia: tanto geloso era questo popolo, e tanto minuto nei -provvedimenti. L’anno dipoi, sembrando le borse non essere fatte con -diligenza e con libertà bastante, furono esse rivedute: non trovarono -il male grande quanto si credeva, ma pur nonostante corressero il -fatto, così che fossero imborsati quei buoni cittadini i quali ne -erano stati esclusi per le brighe dei Bordoni: e poi volendo contro -a questi severamente procedere così da estirpare quel morbo insino -dalla radice, fecero d’avere a loro modo un Esecutore degli ordini -della giustizia; e questi poi, non senza contrasto, puniva di multa e -sbandiva i principali di quella famiglia ed i maggiori loro aderenti. -Ma il guasto poi non si correggeva senza incorrere in un altro male, -perchè gli uomini forestieri cui davano giurisdizione, soventi volte ne -abusavano, siccome avvenne anche in allora: talchè avanzando un altro -gran passo in quella via tutta cittadina, e dismettendo ogni finzione -o rimembranza dei vecchi tempi e della scossa autorità imperiale, -decretarono che il Gonfaloniere co’ Priori e co’ Buonuomini potessero, -come capi e principi dello Stato, annullare il Potestà e il Capitano -e l’Esecutore che abusassero del loro ufficio; ma è da notare il modo -che tennero: non osando fare che il Gonfaloniere andasse contro alle -potestà che per antico diritto da più valevano che la sua, diedero a -lui facoltà di rimuovere quella famiglia che ciascuno dei predetti -magistrati portava seco in molto numero, e che erano la forza sua: -nulla potevano senza la famiglia loro; talchè il popolo venne così di -piatto all’intento suo, e lo stesso Potestà altro non fu da quell’ora -in poi che un mero giudice salariato.[158] - -In quello stesso anno ebbero grazia dieci casate di grandi e -venticinque schiatte di nobili di contado, le quali furono recate a -popolo. Il che da molti fu biasimato,[159] perchè erano famiglie di -picciol conto; laddove molte di popolani possenti e oltraggiosi erano -degne d’essere messe tra i grandi per bene del popolo. Condizione -singolare di questa città, dove i grandi si vivevano come stranieri -nella Repubblica; e molti del popolo e sin’anche della plebe, -impinguati, dai guadagni, e spinti innanzi dagli uffici, pigliavano i -vizi o scimmieggiavano le vanità dei grandi. Del che il Sacchetti ne ha -lasciato curioso esempio dov’egli narra come «un grossolano artefice, -avendo bisogno forse per andare in castellaneria di far dipignere un -suo palvese, mandò alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il -palvese drieto; e giunto gli disse: Dio ti salvi, maestro; io vorrei -che mi dipignessi l’arme mia in questo palvese.» Giotto vi fece tal -dipintura ch’era una burla; e l’altro vistala, e dicendo a Giotto -male parole, questi rispose: «Tu dei essere una gran bestia, che chi -ti dicesse: chi se’ tu? appena lo sapresti dire; e giungi qui e di’: -dipignimi l’arma mia. Se tu fossi stato de’ Bardi, sarebbe bastato: che -arma porti tu? chi furono gli antichi tuoi? deh che non ti vergogni! -comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d’arma, come se tu -fossi de’ Reali di Francia.» Infine l’autore: «ogni tristo vuol far -arme e far casati; e di tali, che li loro padri saranno stati trovati -agli ospedali.[160]» A dimostrare poi quanto grande moto di ricchezze -fosse nella città di Firenze, ne basti dire che una compagnia di -cambiatori e mercatanti, quella degli Scali e degli Amieri, i quali -erano degli antichi grandi, falliva ad un tratto per quattrocentomila -fiorini d’oro, dopo essere durata oltre cento anni, tirando seco -altre buone compagnie, o rendendole sospette con grave scapito dei -commerci.[161] - -Castruccio intanto continuava ferocemente la guerra che abbiamo -lasciata sotto le mura di Fucecchio, dove i Fiorentini per discordie -non si attentarono di assalirlo. Aveva egli poi cercato invano di -occupare per aspra battaglia quella terra posta a capo della inferiore -valle d’Arno e della strada verso Pistoia. Invano pure tentava, -per tradimento d’alcuni, la signoria della città di Pisa; perchè i -Pisani, del pari temendo i Fiorentini per antichi odi, e Castruccio -che gli avrebbe assoggettati alla vicina Lucca, si adoperavano in -più modi a schermirsi d’ambedue: ma trista era quella condizione; e -Pisa venuta già da molti anni in sul discendere, aveva perduto allora -appunto ogni signoria nell’isola di Sardegna venuta in mano degli -Aragonesi. Castruccio ogni dì più raccoglieva intorno a sè le maggiori -forze ghibelline; mentre Firenze dall’altro lato si muniva d’amistà -collegandosi e soccorrendo, qualora i casi ciò richiedessero, le città -guelfe della Toscana, e Orvieto e Perugia etrusche e guelfe, ed in ogni -tempo consorti e amiche a’ Fiorentini; e quelle pure della Romagna. -Fu grande l’aiuto che ad essi prestarono in quella guerra i Sanesi, -dei quali venne anche molto numero di cavalieri per generosa volontà -d’animo. Capitano era dei Fiorentini Bertramo del Balzo, chiamato -il Conte Novello, perchè non era di famiglia, ma fatto conte dal re -Roberto, e da lui mandato a’ soldi della Repubblica insieme con poche -centinaia di milizie. Avevano anche i Fiorentini assoldato Francesi -in numero di trecento; ma tardi vennero, ed a Firenze non recarono -l’aiuto che si sperava, caduti anche taluni di loro in sospetto di -tenere segrete pratiche con Castruccio. Ma tutto il nodo di quella -guerra può dirsi che fosse allora Pistoia, dove era signore un Filippo -Tedici, lungamente bramoso non d’altro che di venderla a quel maggior -prezzo che un de’ vicini gliela pagasse; e i Fiorentini per alcun -tempo l’ebbero anch’essi a discrezione, ma la perderono ad un tratto -soverchiati dalle arti e dalle armi di Castruccio.[162] - -A quell’annunzio, vedendo grave e soprastante il pericolo alla città -stessa di Firenze, con grande studio si diedero a raccogliere un -esercito, che riusciva assai numeroso di cavalieri e di fanteria, -avendo prestato in tutto il corso di quella guerra opera egregia i -collegati. La spesa ammontava (secondo scrivono) a tremila fiorini -d’oro al giorno; somma incredibile a quei tempi e in territorio così -angusto: ma le gravezze di nuovo imposte si pagavano alacremente -dai cittadini, che difendevano sè medesimi e da sè stessi le -amministravano. E perchè il Conte Novello si era mostrato poco esperto -della guerra, e da star male a petto di un tanto avveduto capitano qual -era Castruccio, in sua vece elessero il catalano Raimondo da Cardona, -sperimentato nelle guerre di Lombardia, nelle quali però sempre fu -egli infelice, ed allora usciva dalla prigionia in cui lo tennero i -Visconti. Andava questi a porsi a campo sotto Pistoia, invano tentando -con ogni artifizio smuovere Castruccio, il quale così pertinace in -aspettare com’era pronto nell’assalire quando l’occasione fosse buona, -si tenne chiuso dentro le mura. Per il che il Cardona avendo preso -migliore partito, e sottrattosi per via di strattagemmi alla vigilanza -di Castruccio, andò a gettarsi con tutta l’oste dall’altra banda di -quei poggi, i quali dividono dalla pianura di Pistoia la valle d’Arno; -e avendo espugnato il ponte a Cappiano, passato il fosso della Gusciana -ed occupato Montefalcone, andò a porsi all’Altopascio, che in pochi -giorni se gli arrese, di là minacciando Lucca stessa, e pronto ad ogni -combattimento. Ma se quella mossa parve essere di buon augurio, male -risposero gli accorgimenti del capitano quando il nemico gli stava a -fronte, e mancò l’arte dell’accamparsi. Una prima battaglietta lasciava -in forse la vittoria; se non che il campo rimasto a Castruccio, a -lui diede quell’onore che è per sè stesso una grande forza: e intanto -l’oste de’ Fiorentini scemava per morbi in quei terreni impaludati, -correndo l’agosto; e oltreciò si disse, che il Cardona lasciasse per -moneta partirsi dal campo i soldati; e che l’esercito al combattere si -trovasse dimezzato. Castruccio pativa travagli consimili: ma intanto -scendeva dalla Lombardia per dargli aiuto Azzo Visconti con ottocento -Tedeschi; ed egli indugiava sinchè giungessero, e stava lì fermo con -mirabile costanza, ed intratteneva con fallaci negoziati l’imprudenza -del Cardona. Giungeva Azzo, ma prima di combattere mercanteggiava; nè -si sarebbe forse egli mosso quand’era d’uopo, se al giovanile animo -di lui non facevano assalto grande la moglie stessa di Castruccio e -le più belle donne di Lucca, a lui deputate perchè dell’avarizia si -vergognasse. Usciva infine egli da Lucca, e diede dentro animosamente -quando la pugna era cominciata; la quale voltatasi non senza molto -contrasto in favore di Castruccio, ottenne questi vittoria piena, -massimamente perchè era egli stato molto sollecito d’intercettare tutti -i passi ai nemici che fuggivano; cosicchè il numero dei prigionieri -sopravanzò quello dei morti: e gli effetti riuscirono ai Fiorentini -anche peggiori della stessa rotta, che fu ai 23 settembre 1325. Oltre -a buon numero di cavalieri toscani, rimasero presi in quei fatti il -capitano Raimondo da Cardona col figlio suo, ed Urlimbacca tedesco, -uomo di grande valore ed assai caro ai Fiorentini; e con più altri -francesi Piero di Narsi, del quale un figlio giovinetto fu morto; -ed egli liberato dalla prigionia, ebbe dipoi la trista sorte che in -appresso racconteremo. Castruccio fu detto che avesse del riscatto di -tanti illustri prigionieri ben centomila fiorini d’oro.[163] Abbiamo -la lista dei feditori, e poi quella dei prigionieri caduti in mano di -Castruccio per quella battaglia; dopo la quale più non si trova che i -cittadini di Firenze andassero di persona in grande numero alle guerre. - -Nè indugiò guari il vincitore, che scese rapido e terribile alla volta -di Firenze. Ripigliate le tolte castella, che tosto disfece, poneva -assedio a Carmignano; e senza aspettare la resa di quello, invadeva -Signa, che per viltà dei soldati bentosto cedette. Ed egli padrone -oramai di quella ricca e popolata pianura che sta intorno alla città -dalle due parti dell’Arno, percorsala tutta partitamente in più giorni -e quasi a disegno di bene ordinata distruzione, dopo avere lasciato ai -soldati campo alle rapine dei ricchi mobili e degli arnesi ond’erano -piene le ville e le chiese ed i monasteri decorati dalla pietà dei -cittadini, cominciò a disfare le ville stesse e gli edificii. Cosicchè -tutto lo spazio il quale è dai poggi di Colombaia e di Marignolle e di -Giogoli infino a quelli che soprastanno a Careggi, ed a piè del monte -infino a Sesto e a Calenzano, e quanto egli più poteva intorno alla -città, tutto fu arso o devastato: fu danno gravissimo anche di opere -che avevano pregio eccellente per l’arte, la pittura avendo già formato -scuola in Firenze di chiari artefici, ed i cittadini compiacendosi -adornare co’ dipinti le case loro ed i monasteri. Azzo Visconti veniva -poi a vendicare l’ingiuria sofferta quando i Fiorentini pochi anni -innanzi avevano corso un palio intorno alle mura di Milano; e venne -Azzo a solo fine di correre un palio presso alle mura di Firenze -al ponte a Rifredi, siccome tre altri ne aveva Castruccio corsi a -Monticelli; che uno di cavalli, l’altro di fanti e il terzo di femmine -meretrici: e in onta pure dei Fiorentini, a Signa dove egli aveva posto -il campo suo, fece battere moneta d’oro. I Fiorentini a quei danni e -a quelle depredazioni non si mossero, com’è solito delle città ricche, -le quali temono più che ardiscano: e pure Firenze era gremita di gente -ivi rifuggita da ogni parte della vicina campagna; ma non fecero, pel -troppo ingombro, altro che produrre malattie e morti che furono in -città più numerose di quelle che avrebbono incontrate combattendo. -Si aggiungeva, che le mura lasciavano spazi tuttora aperti, di poco -avendo cominciato a cingere il sesto d’oltrarno; il che serviva molto -ad accrescere il terrore: era questo il terzo cerchio della città che -via via si ampliava. Castruccio dipoi tornato a Lucca, volle onorare -a modo antico le sue vittorie, e conduceva trionfo splendido, egli -preceduto da lunga fila di prigionieri, i quali andavano con torchietti -accesi a fare offerta a san Martino, da lui prescelto nuovo patrono -alla città. E di lì subito si riconduceva intorno a Firenze, ponendo -assedio a Montemurlo e continuando le devastazioni; le quali così dai -primi giorni d’ottobre durarono sino al finire di quell’anno ed anche -all’entrare del successivo 1326, per lo spazio di più mesi. - -In tali angustie dei Fiorentini, abbiamo documento che richiamarono, -facendone cerna molto rigorosa, non pochi di quelli uomini o famiglie -i quali avessero avuto condanna per causa di parte o anche di private -nimicizie, sebbene fossero veri Guelfi.[164] Temevano anche di -tradimento; e a quelle famiglie che avevano prigionieri alcuni dei -loro nelle mani di Castruccio, stanziarono fosse vietato il governo -dei castelli, con farle inabili agli uffici che più importassero alla -guerra. Cresceva terrore il sospetto che Guido Tarlati dei signori di -Pietramala, vescovo d’Arezzo, muovendo dall’opposta parte, venisse a -compiere la ruina; ma questi, geloso della grandezza di Castruccio, -si tenne fermo nella provincia sua, contento recare ai Fiorentini non -gravi danni, che profittassero a lui solo. E questi, sebbene allora -messi a sì dure strette, quel che potevano per moneta sempre operavano -francamente; e col nemico alle porte loro diedero aiuto ai Bolognesi in -certa guerra di Lombardia: quindi posero altre gabelle, e le riscossero -in grande somma. Ma tuttociò non bastando, e caduti un’altra volta -nella consueta necessità di ricorrere a signoria forestiera, concessero -questa negli ultimi giorni del dicembre a Carlo duca di Calabria -figlio primogenito del re Roberto, facendo a lui condizioni anche più -larghe di quelle che erane usate: doveva egli tenere al servigio de’ -Fiorentini mille cavalli oltramontani, ed essi pagare a lui per dieci -anni della signoria duecentomila fiorini d’oro all’anno finchè durasse -la guerra, e centomila in tempo di pace. Co’ Fiorentini erano dunque -Spagnuoli, Francesi ed inclusive Tedeschi, essendo soliti i cavalieri -di quella età porsi al servizio di chiunque gli facesse battagliare: -Castruccio aveva seco Tedeschi ed Inglesi e Borgognoni, taluni dei -quali avendo contro lui ordito congiura, egli con fiero animo, ed in -presenza di tutto il campo, ad essi fece mozzare il capo. Tornava -dipoi una terza volta nel febbraio intorno Firenze, e smantellata -Signa che non gli serviva, fortificò Carmignano che egli voleva fare -sedia della guerra; corse la valle di Pesa fino a San Casciano ogni -cosa distruggendo, e con audace proponimento voleva chiudere l’Arno -nella Golfolina per indi allagare l’odiata città: ma trovò essere -ciò impossibile. Tirato quindi per falsi complici dentro un aguato -Piero di Narsi, che prigione liberato da Castruccio poi capitano de’ -Fiorentini gli aveva tramata la morte, fece a lui mozzare il capo come -traditore delle onorate leggi della milizia. Furono allora Castruccio -ed il Vescovo d’Arezzo percossi dal Papa di nuova scomunica; il quale -però non volle bandire contro ad essi la crociata, benchè richiesto dai -Fiorentini; bensì eleggeva il re Roberto vicario in Italia dell’Impero -che in Allemagna era vacante. Da Napoli veniva allora in Firenze con la -prima mano di soldati il francese Gualtieri di Brienne duca d’Atene, -che poi vedremo troppo famoso nelle istorie nostre. E nei giorni -ultimi del luglio 1326 giungeva lo stesso Duca di Calabria, con la -Duchessa sua moglie figlia di Carlo di Valois, e con Giovanni principe -della Morea suo zio che aveva anch’esso la moglie, e con Filippo -despòto di Romania suo cugino, e con molta baronia di varie nazioni; -in tutto duemila cavalieri, dei quali duecento erano a spron d’oro: -si aggiungeva poi la corte del Cardinale Legato, venuto anch’egli -nei giorni stessi. Ingente spesa alla città, ed ai costumi molto gran -guasto recarono quelle corti forestiere, con grave lamento dei timorati -popolani che a noi trasmisero questi fatti.[165] Leggi frequenti, -e sempre inutili, tentavano porre un qualche freno agli adornamenti -ed allo sfoggiare delle donne: ora i Francesi, grandi vagheggiatori, -ottennero dalla Duchessa di Calabria si abolissero quelle leggi; e -le donne imbaldanzite viepiù sfrenarono negli addobbi: coteste erano -le _valenti donne_ magnificate poi dal Boccaccio e fatte celebri nel -_Decamerone_. - -Tanto numero di assoldati, e gli aiuti che man mano venivano dalle -città guelfe di Toscana, e le cerne di milizie che si facevano -nel contado, allontanarono da Firenze la guerra portata allora da -Castruccio in Lunigiana; dove i marchesi Malaspina, da lui spossessati, -se gli volgevano contro con fresche armi di Lombardia. Continuava essa -più mesi senza gran frutto, poichè Castruccio, solenne maestro, la -sosteneva com’era solito animosamente. Piaceva al Duca di Calabria più -che il combattere starsi a Firenze in largo vivere: aveva tolto egli -per sè anche il diritto di nominare i magistrati della Repubblica, ed -annullando le imborsazioni vecchie, faceva eleggere chi a lui piacesse: -fu tra gli altri Gonfaloniere un della casa degli Acciaioli, già bene -affetta ai re di Napoli. Ma in ciò mostrava egli buon giudizio, che -i cittadini delle famiglie grandi facendo pratiche perchè fosse a lui -data signoria libera, la rifiutava, ben conoscendo la forza vera della -città stare nel popolo, e che meglio era farselo amico volonteroso che -averlo suddito malcontento. Altre città e non poche terre di Toscana -s’erano a lui date; e Prato in perpetuo, ch’era il più prossimo a -Firenze: inoltre Carlo teneva Siena e grande stato da quella parte; -in Roma aveva potenti amici, e più altri in Genova che lo seguitavano: -così da Napoli fino alla Provenza, che apparteneva al re Roberto, ogni -cosa era in soggezione di questo capo di parte guelfa: Parma e Bologna -si erano date al Legato del Pontefice, che in Italia guerreggiava. -Dal che venuti in apprensione grande i Ghibellini, s’appigliarono dal -canto loro a quel partito che era ad essi consueto, chiamando in Italia -questa volta non le forze ma la persona ed il nome dell’Imperatore di -Germania. Era questi Lodovico di Baviera, salito all’Impero per lungo -contrasto, ma in esso mal fermo, e svogliato dell’Italia perchè, non -avendo sue forze proprie, gli conveniva stare quasi a discrezione di -quei vassalli dei quali era egli poco altro che un mercenario. Venuto -a Trento, si radunarono intorno ad esso i Visconti di Milano con gli -Scaligeri di Verona e co’ signori di Mantova e co’ Marchesi da Este, -e gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia e di Castruccio, e quanti -erano fuorusciti ghibellini da ogni parte d’Italia. Vi andò il Vescovo -d’Arezzo, dal quale fu poi l’Imperatore incoronato a Milano come re di -Lombardia; e quel Vescovo scomunicato si rivolgeva contro al Papa, che -dai Ghibellini radunati venne deposto e chiamato eretico. - -Mentre avvenivano tali cose, e che il Bavaro intorno a sè raccoglieva -quante forze a lui prestassero gl’Italiani, in Toscana il Duca di -Calabria intendeva con la guerra ad infestare Castruccio, e in Lucca -stessa gli suscitava contro una potente congiura, bentosto repressa e -ferocemente gastigata. Una mossa vigorosa dell’esercito dei Fiorentini -aveva intanto miglior successo, imperocchè Santa Maria in Monte, allora -tenuta come il più forte castello il quale fosse nella Toscana, a un -tratto investita con fiero assalto, dovette cedere alle armi guelfe, -stando Castruccio sulle difese intorno a Lucca finchè il Bavaro non -giungesse, ed aspettando maggiori cose. Gli andava incontro sino a -Pontremoli con grande pompa di accoglienze; quindi con forze riunite, -nei primi giorni del settembre 1327, vennero a porre l’assedio a -Pisa; la quale, benchè fosse antica ghibellina, temeva Castruccio ed -aborriva sopra ogni cosa dal sottostare alla vicina Lucca. Era nel -campo il Vescovo d’Arezzo, anch’egli pauroso di quella grandezza a cui -vedeva salire costui quando egli avesse acquistato Pisa. Tantochè, dopo -avere inutilmente cercato gli accordi, quando egli vidde l’Imperatore -entrato in Pisa e seco quell’uomo dal quale ogni cosa dipendeva, si -partì cruccioso, e in pochi giorni venne a morte, prima di giungere in -Arezzo. Rimane di lui nella chiesa cattedrale di quella città un molto -splendido monumento, dove con belle sculture sono effigiate le profane -imprese di lui, coi nomi di molte castella espugnate. - -Il Bavaro intanto, il quale non volle per allora dare Pisa parendogli -essere città da smugnere poi da vendere quandochè fosse, a caro prezzo; -venuto a Lucca, insignì Castruccio facendolo Duca di questa città; -nuovo titolo nè ad altri dato in Italia sino allora dagli Imperatori -d’Allemagna: poi venne seco fino a Pistoia, da dove Castruccio gli -mostrò Firenze, invano studiandosi fargli aggradire quella impresa. -Al Bavaro invece premeva quella del Regno, e prima l’andare in Roma -a farsi incoronare. Castruccio dovette di male animo seguitarlo, -costretto da quella necessità che rendeva inabile ogni capo ghibellino -ad acquistarsi una grandezza tutta sua propria e nazionale. Nè meglio -fruttava agli Imperatori la corona ch’essi venivano a cercare in Roma, -e meno d’ogni altra la falsa corona che il Bavaro si fece imporre -sul capo da un suo antipapa, con vana pompa e poco seguito e favore. -Moveva quindi inverso Napoli; ed a quell’annunzio si partiva nei -giorni ultimi del dicembre da Firenze il Duca di Calabria chiamato dal -padre, e qui lasciando un suo vicario. Ma non potè il Bavaro tentare -l’impresa del Regno, imperocchè essendo venuto a Castruccio subito -avviso che la città a lui tanto cara di Pistoia, sorpresa per grande -notturno assalto dai Fiorentini, era caduta in mano di questi e posta -a sacco per dieci giorni; egli, senz’altro discorrere,[166] lasciata -Roma e seguitato da tutto il nerbo delle sue genti, per la via della -Maremma venne a Pisa; e considerato quello essere tempo e necessità da -gettar via ogni riguardo verso l’Imperatore, e che alla recuperazione -di Pistoia gli abbisognava far capitale di tutta Pisa, pigliava in -mano il dominio libero della città, recando a sè tutte le entrate e -gabelle del Comune e gravandola di nuove taglie: al che il Bavaro fu -costretto a mal suo grado di consentire. E Castruccio, venuto il dì -ultimo del maggio 1328 a porre con la persona sua l’assedio a Pistoia, -combattè per oltre due mesi la città contro al Vicario del Duca ed -al Maliscalco della Chiesa, con grande fatica d’opere d’assedio e -molti scontri con gli inimici; i quali tentato inutilmente di fargli -abbandonare l’impresa col minacciarlo essi dalla banda di Pisa e di -Lucca, e in lui trovata contra ogni insulto quella costanza che gli -era solita, infine lo viddero sotto agli occhi loro stessi entrare -a patti nella città rimasta vuota di provvigioni. Di lì anelava -all’impresa di Firenze, essendosi il Bavaro digià accostato fino a -Todi col proposito di farsi innanzi per la via d’Arezzo, intantochè -altre delle sue genti calavano dalla parte del Mugello, e Castruccio -preparava maggiore guerra e più terribile per le vie note della -pianura. Nè sarebbe stato nulla che l’Imperatore avesse in quel mezzo -abbandonata l’impresa, andato a congiungersi in Maremma con le forze -di Pietro figliuolo del re di Sicilia ch’era sbarcato a Talamone, se -tanto pericolo della città di Firenze non fosse ad un tratto venuto a -cessare per la morte di Castruccio. Il quale, infermo per le fatiche da -lui sostenute nell’assedio di Pistoia, finiva la vita in Lucca il terzo -dì del settembre: ma quella morte rimase occulta per alquanti giorni -poi, siccome aveva egli prescritto, perchè i figliuoli avessero agio di -assicurarsi nello Stato. Era Castruccio duca di Lucca, signore di Pisa -e di Pistoia e della Lunigiana e di gran parte della riviera di Genova -di Levante, con più di trecento castella murate: ma quante fossero le -difficoltà nelle quali si avvolgeva quella sforzata sua grandezza, -parve che avesse egli mostrato allorachè in Roma alla incoronazione -dell’Imperatore, sopra una sua roba di sciamito chermisi portava -scritti questi due motti: dinanzi al petto _Egli è quello che Dio -vuole_, e dietro le spalle _Sarà quello che Dio vorrà_. E poco innanzi -alla sua morte, conoscendosi morire, disse ai suoi più stretti amici: -che dopo lui vedrebbero rivoluzione.[167] Era in età di 47 anni quando -moriva. - -Due mesi dopo venne a morte Carlo duca di Calabria, il che fu ruina -di casa d’Angiò rimasta priva di successione maschia; ma Firenze per -tal modo riacquistava la libertà quando era cessata la necessità della -difesa. Laonde attesero i magistrati a riordinare lo Stato; e perchè -tale ordinamento rimase poi stabile e diede forma alla Repubblica, lo -trascriveremo qui distesamente in molte sue particolarità. «Volendo che -lo squittinio de’ loro magistrati procedesse sinceramente, trovarono -questa via, che tutti gli ufficiali che di presente governavano la -città, come Priori, Consiglieri, Gonfalonieri di compagnie, Capitani -di parte guelfa, Cinque della mercatanzia e Consoli delle arti, -ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto, che vennero a -fare il numero di novantotto persone, nominassero tutti coloro che -di trenta anni in su erano stimati degni del priorato. Ciascun de’ -quali, avendo sessantotto fave nere, avesse a imborsarsi di sesto -in sesto per esser tratto a’ tempi ordinati, di mano in mano che si -facea la creazione de’ nuovi magistrati. Alla qual cosa procedettono -con tanto riguardo, che oltre aver preposto al contar delle fave sei -Religiosi forestieri d’ottima fama, vollono ancora che il forziere -ove dette borse si conservavano fosse portato nella sagrestia de’ -frati Minori, e che di tre chiavi che v’erano, una tenessono i frati -conversi di Settimo, l’altra il Capitano del popolo, e la terza il -ministro de’ frati Minori, con ordine che ogni due mesi, tre dì innanzi -che i vecchi Priori deponessero il loro ufficio, facessero venire il -detto forziere, e in presenza di tutto il consiglio aprirlo e trarre -a ventura tante bollette quante bisognavano a fare i nuovi Priori; i -quali s’intendessero esser subitamente fatti, se non erano impediti -dal divieto: il quale a quelli d’una famiglia s’intendeva esser di sei -mesi, e tra padri, figliuoli e fratelli, di due anni. Questo ordine -con molte altre circostanze necessarie fermato per gli opportuni -Consigli, fu approvato in pieno parlamento nella piazza de’ Priori li -11 di dicembre; nel quale annullati tutti i Consigli vecchi, ne furono -formati due soli; uno di trecento uomini, ove non intervenivano altri -che popolani, del quale era capo il Capitano del popolo; e l’altro di -ducentocinquanta, dove entravano popolani e grandi, e di questo era -capo il Potestà; e le deliberazioni prese dalla Signoria doveano, per -esser valide, essere prima approvate in quello del Popolo, e poi in -quello del Potestà.[168]» - -Nota qui presiedere il Potestà al Consiglio del Comune, e il Capitano -a quello del Popolo: la distinzione era solenne, nè vuole essere -dimenticata mai: il Popolo aveva il governo del Comune rappresentato -dal Potestà; il Capitano era custode di quel governo, e comandava la -forza armata dei popolani. Ciascun Consiglio aveva pure la sua campana, -l’una appellata campana del Comune e l’altra del Popolo. Spettando -al Popolo la prerogativa, il Consiglio del Comune dove i grandi si -ammettevano, veniva ultimo alle approvazioni. - -Qui aggiugneremo alcune altre più particolari costumanze, tratte da -un’opera tuttora inedita ma d’assai fede e diligenza.[169] Allorchè -la nuova Signoria entrava in possesso, sedendo i nuovi ed i vecchi -insieme sulla ringhiera del Palagio abbigliata di ricchi e belli -arazzi, e fatte le opportune dicerie, il Gonfaloniere nuovo riceveva -lo stendardo del popolo dalle mani, nei primi tempi, del Potestà o -del Capitano, poi da quelle del Gonfaloniere che usciva: andavano -quindi ad offerire in San Giovanni, con molto grande accompagnamento. -Nelle stanze del Gonfaloniere erano custoditi gli stendardi della -Repubblica, e i contrassegni delle fortezze, e le chiavi delle porte -della città chiuse la notte, e che non si aprivano senza un partito -della Signoria. A lui spettava rappresentare la Repubblica nelle -maggiori occasioni, dando egli la bacchetta del comando al Potestà e al -Capitano del popolo e all’Esecutore ed ai Capitani che si eleggevano -per le guerre. Il Gonfaloniere ed i Priori mangiavano insieme ed in -cerimonia, suonando le trombe ed altri strumenti; dai quali erano pure -accompagnati quando uscivano per ufficio, preceduti dai mazzieri con -molta guardia e solenne pompa. La spesa pel vitto e mantenimento dei -Signori e dei donzelli e serventi loro montava a dieci fiorini d’oro -il giorno: erano compresi nella famiglia del Palagio cinque Religiosi, -da principio Valombrosani, per dire la messa nella interiore cappella -e per la custodia delle borse e dei sigilli. Era vietato ai Signori -uscire di Palagio privatamente; e se taluno volesse andare la notte -senza che il popolo lo sapesse alle sue case, gli abbisognava la -licenza del Proposto, di quello cioè che tra’ Priori quel giorno aveva -la presidenza: non potevano andare a’ mortori, nè a messe novelle, nè -ai vestimenti delle monache. Ad essi non era lecito trattare da solo -a solo con alcuno, quando anche fosse dei loro congiunti; ma davano -udienze frequenti, e (a quello che scrive il Giannotti) continue tanto -che l’impaccio delle private faccende riusciva ad essi d’impedimento a -bene attendere alle pubbliche. - -Un tristo fatto vuolsi notare: nel precedente anno 1327 per condanna -dell’Inquisizione fu arso in Firenze come eretico e stregone Francesco -Stabili, noto col nome di Cecco d’Ascoli. Abbiamo di lui fatto ricordo -come poeta, ma ebbe altresì fama grandissima per dottrina; lesse in -Bologna astronomia, ed in un trattato della Sfera avea prodotto molte -opinioni sugli influssi delle stelle. Allora stava come astrologo -presso il Duca di Calabria, ma un frate Minore vescovo d’Aversa -e cancelliere del Duca lo fece pigliare; e più cose inverosimili -si raccontano di quella morte, della quale però sembra che fosse -principale autore Dino del Garbo, solenne medico fiorentino, scrittore -anch’esso di vari libri. L’Inquisizione non fu giammai in Firenze -molto viva; tolta di mano ai Predicatori fin dal secolo precedente, fu -data invece ai frati Minori, bene accetti a questo popolo perchè nella -regola di san Francesco era stata la consecrazione o in qualche modo il -primo inizio della Italiana democrazia. Favorirono gli Inquisitori ne’ -primi tempi gli odi di parte con le condanne e le confiscazioni di cui -percossero i Ghibellini: ma dipoi stettero quasi inoperosi, messi anche -in burla da questo popolo; il quale sebbene parteggiasse per la Chiesa -e nelle opere di religione si dimostrasse molto magnifico, era geloso e -guardingo assai quanto allo stato ed alla giurisdizione. - - - - -CAPITOLO II. - -IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE -DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; -FALLITA IMPRESA DI LUCCA. [AN. 1328-1342.] - - -Nel detto anno 1328 e fino al 1330 fu grande caro in Firenze e in -tutta Toscana ed in gran parte d’Italia, tantochè il grano dai 17 -soldi lo staio montò fino al prezzo di un fiorino d’oro. Fu sì crudele -la carestia, che i Perugini, i Sanesi, i Lucchesi, i Pistoiesi e più -altre terre di Toscana cacciarono fuori degli Stati loro tutti i poveri -mendicanti, per non poterli sostenere. I quali venuti in grande copia -a Firenze, quivi trovarono campamento, avendo il Comune fatto venir -grano di Sicilia, ch’era portato a Talamone; e con la perdita di 60 -mila fiorini d’oro in quei due anni, gli riuscì tenere il prezzo del -grano a mezzo fiorino, tuttora col quarto d’orzo mescolato. «Vendevasi -in piazza ad Or San Michele con tanta furia di popolo, che convenia -vi stessero a guardia le famiglie delle Signorie armate col ceppo -e mannaia per fare giustizia, e se ne fece tagliando membri. Infine -provviddero di fare pane per il Comune a tutti i forni, di peso d’once -sei il pane mischiato, a danari quattro l’uno. E (dipoi seguita il -Villani) tuttochè io scrittore non fossi degno di tanto ufficio, mi -trovai ufficiale con altri a così amaro tempo, e con la grazia di Dio -fummo de’ trovatori di questo rimedio, onde si contentò la povera -gente, senza scandalo o rumore; e con questo testimonio di verità, -che in niuna terra si fece per gli possenti e pietosi cittadini tante -elemosine a’ poveri, quante in quella disordinata carestia si fece per -gli buoni Fiorentini.[170]» - -I figliuoli di Castruccio dopo la morte del padre aveano a Pisa _corso -la terra_; usato modo di attestare e con la forza di confermare la -possessione d’una città: ma vennero tosto dall’Imperatore privati di -quella, e poi di Lucca stessa, e perdettero ogni signoria, la quale -tentarono più volte poi di racquistare, ma senza frutto. Rialzava -il capo nella Toscana la lega guelfa capitanata dai Fiorentini, che -strinsero pace con Pistoia liberata, e poco dipoi in Montopoli con -Pisa istessa conciliando a breve tempo le vertenze consuete per il -passaggio delle mercatanzie. Ma l’Imperatore, dopo avere dai Pisani -cavati danari quanti più poteva, lasciò la Toscana costretto partirsi -per il motivo che ora diremo; e dopo essersi trattenuto qualche tempo -in Lombardia, se ne tornava in Allemagna. Causa al partirsi gli aveva -dato, che ottocento cavalieri tedeschi per non essere pagati se gli -ribellarono, postisi a campo in sul poggio del Cerruglio che aveva -Castruccio fortificato gli anni innanzi; e di qui poi sotto la condotta -di Marco Visconti, correndo le terre e devastando le campagne, come -gente bisognosa che vivevano di ratto, ebbero il castello dell’Agosta -dal quale Lucca era dominata, ed in breve ora la città stessa. -Questa, perchè non ne volevano altro che moneta, mandarono a offrire -per ottanta mila fiorini d’oro ai Fiorentini; e Marco istesso venuto -in Firenze sollecitava il trattato, che andò a vuoto quella volta e -un’altra poi, quando i Tedeschi la profferirono di bel nuovo, ed una -compagnia di mercanti Fiorentini, tra i quali era Giovanni Villani, -accettavano di comperarla privatamente per conto loro: ma ne furono -impediti da gelosie tra’ cittadini; ed i Tedeschi, dopo averne anche -avuto trattato co’ Pisani, la venderono a Gherardino Spinola genovese, -il quale divenne per trenta mila fiorini d’oro signore di Lucca: a tale -bassezza era caduta quella città. Ebbe egli guerra co’ Fiorentini, i -quali cinta con vano assedio la stessa Lucca, espugnarono Montecatini, -con buoni successi anche nell’inferiore Valdarno; e San Miniato, antico -seggio degli imperiali Vicari o Capitani, venne pur esso in potestà -loro. Qui dirò cosa da farne amare al paragone i tempi nostri: il -Capitano dei Fiorentini perdè la condotta perchè lasciava per moneta i -contadini seminare le terre loro: dovevano i campi dei nemici rimanere -incolti, e tutti patire degli odii scambievoli. Tanto crudeli erano -le guerre quando tra’ popoli si facevano, e così era l’amor di patria -ristretto dentro a breve spazio. - -In questo mezzo era disceso nell’Italia il re Giovanni di Boemia, -figlio rimasto d’Arrigo VII, invitato dai Bresciani, a’ quali pareva -essere oppressi dai Visconti. Di prima giunta ebbe, oltre a Brescia, -Bergamo e Parma e Reggio e Modena, e dallo Spinola a buon mercato ebbe -in vendita la infelice Lucca. Aveva la Chiesa antiche ragioni su talune -di quelle città; ma il Re procedeva d’intelligenza e con l’amistà -del Cardinale Legato, il Papa cercando farsene strumento contro -all’Imperatore bavarese e ai Ghibellini di Lombardia. Laonde temette -Firenze allora quell’ingrossarsi dello Stato pontificio intorno ad essa -da ogni lato; temeva il Papa più che l’Imperatore lontano e povero e -discreditato. E quanta fosse la confusione in cui vivevano le italiane -cose mostrò la lega che insieme strinsero i Fiorentini ed il re Roberto -con gli Scaligeri e co’ Visconti e con gli altri Ghibellini; lega -improvida tra nemici, che per viluppi ogni ora nuovi sempre dovevano -poi combattersi. Ma i primi frutti se ne ottennero, e ciò bastava: i -collegati presso Ferrara ebbero la meglio in una grande giornata, e -il francese Cardinale restò prigione dei Bolognesi; se non che tosto -i Fiorentini ne procurarono la liberazione, perchè troppo non volevano -tenere guerra contro alla Chiesa: il re Giovanni ripassò le Alpi. - -Nuovi disastri sopravvenivano in questi tempi alla città. Le -inondazioni dell’Arno più gravi erano e più frequenti in quei secoli -che a’ dì nostri. Narra Giovanni Villani come nell’anno 1333, il dì -d’Ognissanti, «cominciò a piovere diversamente in Firenze ed intorno -al paese nell’alpi e montagne, e così seguì al continuo quattro dì e -quattro notti, crescendo la pioggia sformatamente che pareano aperte -le cateratte del cielo, e colla pioggia continuando spessi e grandi -e spaventevoli tuoni e baleni, e cadendo folgori assai; onde tutta la -gente viveva in grande paura, sonando al continuo per la città tutte -le campane delle chiese, e in ciascuna casa bacini o paiuoli; con -grandi strida gridandosi a Dio Misericordia Misericordia; fuggendo -le genti di tetto in tetto, facendo ponti da casa a casa; ond’era sì -grande il romore e il tumulto, ch’appena si potea udire il suono del -tuono. Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza -d’acqua, che prima onde si muove scendendo dell’alpi con grande empito -e rovina, sommerse molto del piano di Casentino, e poi tutto il piano -d’Arezzo e del Valdarno di sopra, abbattendo e divellendo gli alberi -e mettendosi innanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano in -Arno, e ogni edificio e casa appresso all’Arno che fosse non forte: -onde perirono molte genti. E poi scendendo nel nostro piano presso a -Firenze, accozzandosi coll’Arno il fiume della Sieve, la qual’era per -simil modo sformata e grandissima, e avea allagato tutto il piano di -Mugello; il giovedì a nona, a dì 4 novembre, l’Arno giunse sì grosso -alla città di Firenze, che egli coperse tutto il piano all’intorno -della città fuori di suo corso in altezza in più parti sopra i campi, -ove braccia sei e dove otto e dove più di dieci braccia. E fu sì grande -l’empito dell’acqua, che rotte le porte e gran parte delle mura, inondò -tutta la città stessa; tantochè nella chiesa e duomo di San Giovanni -salì l’acqua infino al piano di sopra dell’altare, più alto che mezze -le colonne di porfido le quali stanno alla porta. E al Palagio del -popolo dove stanno i Priori salì il primo grado della scala dove -s’entra, incontro alla via Vacchereccia, che è quasi il più alto luogo -di Firenze. E al Palagio dove sta il Potestà salì nella corte disotto, -dove si tiene la ragione, braccia sei. Ruppe la pescaia d’Ognissanti, e -incontanente rovinò e cadde il ponte alla Carraia, e poi subito quello -di Santa Trinita, e il ponte Vecchio; cadde in Arno la statua di Marte -che era a piè di esso ponte; e quello a Rubaconte fu danneggiato molto, -e rovinò a terra il palagio del castello d’Altafronte: caddero gran -parte delle case di qua e di là d’Arno fino al ponte alla Carraia e -alla gora del Mulino; che a riguardare le dette rovine pareva quasi un -caos. Tutte le vie e case e botteghe terrene e vôlte sotterra rimasero -piene d’acqua e di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi; -e quasi tutti i pozzi furono guasti e si convennero rifondare. L’Arno -coperse tutto il piano verso ponente fin’oltre a Prato e fin presso a -Pisa, guastando i campi e vigne, menandone masserizie, case, mulina, -ponti e molte genti, e quasi tutte le bestie. Questo diluvio fece -alla città e contado di Firenze infinito danno; di persone intorno -a trecento, che al principio si credea più di tremila; e di bestiame -grande quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere -in grande numero, che nel contado non rimase ponte sopra nessun fiume -o fossato che non rovinasse; di perdita di mercatanzie, panni lani di -lanaiuoli per lo contado; e di arnesi e di masserizie e del vino, che -ne menò le botti piene, assai ne guastò; e simile di grano e biade -ch’erano per le case; senza la perdita di quello ch’era seminato, e il -guastamento e rovina delle terre e de’ campi: che se l’acqua coperse e -guastò i piani, i monti e le piaggie ruppe e dilaniò, e menò via tutta -la buona terra.[171]» I danni pubblici e privati, scrive il cronista -contemporaneo, che gli era impossibile per alcun numero adequare. -Avremo però spesso occasione di accennare come nei pubblici danni -cercasse suo pro la ferocia delle parti, cagione forse anche degli -incendi che assai frequenti si rinnovarono in tutto il corso di quegli -anni. - -Ed a quei tempi venne in Firenze una di quelle processioni di -Flagellanti, noti abbastanza per le istorie in altre parti d’Europa. -Erano da diecimila Lombardi condotti da un frate Venturino da Bergamo -dell’ordine dei Predicatori. Dovunque passavano, gridavano pace -e misericordia. Ed il Frate predicava con efficaci parole, «quasi -affermando e dicendo: quello che io vi dico sarà, e non altro; chè -Iddio così vuole.» In Firenze dimorarono quindici dì, ed ogni giorno -nella piazza Vecchia di Santa Maria Novella erano messe tavole e -mangiavano 500 per volta e più. A Roma andarono, ingrossati molto -d’uomini toscani che gli seguitavano; e di là quindi in Avignone a -Corte del Papa: ma per la presunzione del Frate, e perchè diceva che -non era niuno degno papa se non stesse a Roma alla sedia di san Piero, -e per tema ch’ebbe il Papa che per le sue prediche non commuovesse il -popolo cristiano, lo mandò a confino, e comandogli che non confessasse -persona nè predicasse a popolo. «E questi sono (continua il giusto e -pio Villani) i buoni meriti che hanno le sante persone da’ prelati di -Santa Chiesa; ovvero che fu giusto per temperare la soperchia ambizione -del Frate, tutto ch’adoperasse con buona intenzione.[172]» - -In quelli stessi anni cominciarono a crollare e poco dopo fallirono la -compagnia dei Peruzzi e quella dei Bardi, le quali avevano sovvenuto -il re d’Inghilterra nelle guerre contro a’ Francesi che a lui valsero -le vittorie di Crécy e di Poitiers. Per le loro mani venivano tutte le -rendite e lane e cose di quel re, ed essi fornivano tutte sue spese e -bisogni: tantochè i Bardi si trovarono avere da lui più di centottanta -migliaia di marchi di sterlini, e i Peruzzi più di centotrentacinque -migliaia; che ogni marco valeva più di fiorini quattro e un terzo -d’oro, e in tutto montava più di un milione e trecentosessantacinque -mila fiorini d’oro. Bene erano in quella somma da contare le -provvisioni a loro fatte in molti anni; «ma grande follia fu avere -messo tanta gran somma in uno Signore,» come scrive lo stesso Villani -il quale era o era stato in società coi Peruzzi.[173] Molti di questi -danari erano ad essi dati in deposito da cittadini e forestieri; -cosicchè il danno fu grande, e per qualche tempo scemò il credito della -città di Firenze, nelle mercatanzie e nelle arti. Continuava però -la costruzione dei pubblici edifizi; e allora sorgeva il campanile -di Giotto, ed all’Arte della lana fu data la cura di proseguire la -fabbrica di Santa Maria del Fiore, interrotta molti anni, a questa -assegnando certi proventi nuovi o soprattasse alle gabelle del Comune. - -La Repubblica frattanto da ogni parte si ampliava fuori dei termini -dell’antico Stato; e primo passo in quella via per cui si perde la -libertà fu estendere il dominio in altre città use a viver libere ed a -fiorire nella indipendenza.[174] La giustizia delle repubbliche cessa -pel fatto delle conquiste; non sanno reggerle temperatamente, e con -le offese che ad altri recano, a sè preparano servitù. A Roma e in -Grecia le oppressioni di molti popoli si coprivano con la bugia delle -colleganze; nella Toscana lo stesso nome soleva darsi alle dedizioni, -rifugio ultimo delle città smunte o lacerate dalla discordia. Prima -a cedere fu Pistoia, che prima era stata cagione di scandali, e che -aveva sopra ogni altra patito in quegli anni, talchè l’istoria ne è -lamentevole.[175] Fidava da ultimo nella fortuna di Castruccio; ma -pochi mesi dopo la morte del gran condottiero dovette Pistoia venire -a patti co’ Fiorentini, i quali ne presero la guardia, ed uno loro -cittadino popolare andò a risedervi per capitano. Due anni dopo, nel -1331, entrativi a forza con l’aiuto della parte che stava per loro, -corsero la terra, disfecero tutte le fortezze del contado, ed una -tosto ne fabbricarono dentro la stessa città. La dedizione era per due -anni,[176] continuata di mano in mano; un magistrato istituito per le -cose di Pistoia, e che dipoi ebbe nome di _Pratica Segreta_, non è gran -tempo che fu abolito. Nel 1332 i Fiorentini fecero lega con la famiglia -dei Casali, i quali avevano la signoria di Cortona, e gli tolsero in -protezione; ch’era già porre come un freno in bocca ad Arezzo. - -Le ambizioni del Vescovo Tarlati avevano fatto a questa città quel -che alla misera ed esausta Lucca le grandezze di Castruccio. Morto il -Vescovo, era capo di quella famiglia il vecchio Piero, suo maggior -fratello, noto col nome di Pier Saccone: questi avuta contraria la -sorte delle armi, e stretto in mezzo tra città guelfe, prima cercò -fare accordo co’ Perugini per la signoria d’Arezzo, poi la cedè ai -Fiorentini l’anno 1337. I patti furono, che per dieci anni il Comune -di Firenze avesse in Arezzo impero e libera giurisdizione, tenendo -quivi oltre al potestà e al giudice delle appellazioni, un capitano -di custodia e di guardia con dugento cavalli ed altrettanti fanti -italiani, ma non d’Arezzo nè del contado. Che gli Aretini fossero -esenti da nuove prestanze, che si reggessero a popolo guelfo e -ghibellino; che gli esuli della città e del contado fossero rimessi a’ -loro beni ed agli onori. L’istesso obbligo noi troviamo nel trattato -con Pistoia, inteso al fine di mantenere viepiù divise le città -suddite: dai Ghibellini poco temevasi, ed in Firenze il nome guelfo era -strumento alle soperchierie d’alcuni uomini prepotenti. I Fiorentini -mandarono a pigliare la possessione di Arezzo dodici Commissari grandi -e popolani: i grandi veggiamo questa volta figurare, perchè l’impero -spettava al Comune di Firenze, nel quale tutti si comprendevano i -cittadini indistintamente, benchè lo stato fosse del Popolo; ed in -Arezzo poi volevano (come dicemmo) piaggiare i nobili. Vi mandarono -nel tempo stesso il Generale di guerra con trecento cavalieri in arme e -tremila pedoni del Valdarno di sopra, ai quali uscì incontro due miglia -fuori della città il popolo d’Arezzo con rami d’ulivo in mano gridando -pace e perpetua felicità alla Repubblica Fiorentina. Piero Tarlati gli -ricevè in sulla porta della città, della quale poi nel maggior tempio -furono date ad essi le chiavi e il gonfalone della giustizia; non senza -le pompe delle usate dicerie, che si facevano in latino. Contuttociò -il primo atto della nuova signoria fu edificare una fortezza a -sopraccapo della città, e una bastìa presso alla porta la quale s’apre -verso Firenze. Nell’anno 1338 Colle di Valdelsa si diede anch’esso ai -Fiorentini. I patti vari delle dedizioni per cui si compose il nuovo -Stato della Toscana, indussero molta varietà di privilegi, e condizioni -disuguali nelle città minori e nelle terre o comunità, e vita propria -in ciascuna d’esse. - -I Tarlati ritenevano intorno Arezzo molte castella, che per l’accordo -furono date in protezione alla Repubblica. I Barbolani, cui era sede -il forte sito di Montaguto, ottennero anch’essi esenzioni e privilegi -finchè più tardi vennero a porsi sotto la stessa accomandigia. I -possenti Conti Guidi, che rimasero per cento anni poi dominatori -del Casentino, in quel trattato ebbero favore siccome amici della -Repubblica; la quale però in quell’anno dava opera a fondare Terranuova -nel Valdarno superiore perch’ella stesse a fronteggiare cotesti Conti -e gli Ubertini, e raccogliesse gli uomini liberi via via sottratti -alla dominazione loro: alla famiglia degli Ubertini, ed ai Pazzi di -Valdarno, ed a quei della Faggiuola, ed ai conti di Montefeltro, ed -ai conti Montedoglio fu vietato d’accostarsi per dieci miglia alla -città d’Arezzo. Molte contese e trattati vari in questi anni ebbe la -Repubblica, siccome n’ebbe essa in ogni tempo co’ Signori dei castelli -fin dal principio della libertà:[177] costrinse i Bardi alla cessione -della contea di Mangona, restando ad essi quella di Vernio, l’una -e l’altra avute in compra dai successori dei Conti Alberti che la -tenevano dai Cadolingi. Ai più deboli talvolta prestava aiuto contro -a’ potenti; riduceva altri a prestarle omaggio offrendo un cero a San -Giovanni; i vassalli dei Signori faceva sorgere a coloni liberi,[178] -ed il popolo dei contadini viepiù avanzandosi da ogni lato, in mezzo -ad esso rimanevano le rôcche nude e solitarie, intorno intorno come -assiepate dai frutti vegeti della libertà. Per le quali opere la -Repubblica meritava molto bene di tutta Italia e della umanità: -quel carattere che la Toscana ebbe suo proprio e che apparve nella -formazione della lingua, fu mantenuto nelle istituzioni; e il genio -etrusco ed il latino presso che soli vi dominarono, perchè il suolo -era quasi sgombro da ogni vestigio di fedualità straniera. Quindi la -copia delle tradizioni che indussero in questo popolo, come esperienze -anticipate, la temperanza nei pensieri; e quindi la buona economica -istituzione e le abitudini civili, che pure in mezzo a feroci tempi -lo educavano tuttavia alla mitezza dei costumi; pregi del popolo di -Toscana, che sopravvissero a ogni decadenza ed a lui sono felicità. - -Ma la più lunga delle contese che la Repubblica avesse mai co’ -Signori dei castelli, fu con la casa degli Ubaldini, dominatori assai -potenti degli appennini verso Bologna, pei quali spesso davano mano ai -Ghibellini di Lombardia, e infestavano le strade con grave scapito dei -commerci.[179] Vedemmo come i Fiorentini validamente gli contenessero -dalla parte del Mugello; edificarono in questi anni dall’altra banda -di quei monti ed afforzarono una terra, cui diedero nome di Firenzuola -a suggerimento del Villani, siccome narra egli medesimo.[180] Tutte -queste terre franche che si rinvengono per l’Italia, mi pare abbiano -la stessa forma, come hanno certo nella Toscana: un quadrilatero che le -due maggiori vie dividono in quattro minori quadrati, facendo croce in -una piazza che sta nel mezzo ed una porta a ciascun capo di quelle vie: -eguale in tutto era la forma che anticamente i Romani eserciti davano -ai loro accampamenti. Nè prima sorta era una di queste terre che ad -essa concedevano lo Statuto, com’era costume che ogni Comunità avesse -allora sue proprie leggi per l’interiore amministrazione. Costretti noi -a tacere molte di quelle piccole fastidiose guerre che ad ogni tratto -si combattevano, e il por mano che faceva la Repubblica a molte cose -in ogni luogo dove occorresse alla difesa o all’ampliazione di quello -Stato ch’essa reggeva; diremo solo che il Comune libero di San Marino -fu mantenuto per l’amicizia e co’ denari de’ Fiorentini, cui premeva da -quel lato averlo a guardia della Romagna; talchè per essi potè scampare -quella onorata repubblichetta, che avanzata come un saggio o una -briciola del medioevo, rimane infino ai giorni nostri.[181] - -Ma la Repubblica di Firenze in tutto il corso di quegli anni troviamo -essere governata, non da uomini potenti de’ quali il nome ottenesse -fama per grandi geste e grande seguito, bensì da mediocri ed oscuri -cittadini e di famiglie che poi rimasero anche talvolta dimenticate, -sebbene altre pure ne fossero che appunto allora pigliavan luogo tra -le maggiori della città. Quella politica operosità che da più anni si -dispiegava con sufficiente concordia, o almeno senza civili guerre, -non ebbe capi che la guidassero, nè alcuna sorta di continuità ne’ -magistrati e nei consigli, che si mutavano ogni tratto; e i divieti -erano molto lunghi; pareva che ognuno da sè facesse la parte sua, -gl’ingegni essendo molto arguti e gli animi eccitati, e questo popolo -mercatante avendo esteso l’azione sua molto al di là della breve -cerchia del suo piccolo territorio. Firenze condusse le cose sue -prosperamente quanto era dato a democrazia, che non è atta alle imprese -grandi; quella di Lucca ebbe mali effetti, come appresso racconteremo. - -Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece d’Italia, negli ultimi -giorni del 1334 aveva impegnato per poca moneta la città di Lucca -ai Rossi di Parma; e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la -rivenderono a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande pro -dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di Matteo e la discesa -del Bavaro, potè accrescere la potenza di casa Scaligera così da essere -egli divenuto a tutta Italia formidabile più che altro principe fosse -stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per le ricchezze e per il -numero delle città che gli ubbidivano: dicevano ch’egli si avesse di -già fatto fare una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona -credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito contro a lui si -collegarono i signori di Lombardia e di Romagna e le città di Toscana; -il re Roberto, impacciato nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco -valevole. Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di uno Stato che -minacciasse le città libere, sempre andavano di grande animo;[182] e -avuta la meglio in un primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto -del Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la guerra. Nella -quale erano già entrati i Veneziani gelosi molto di quella potenza di -Mastino che già da più parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova -e Treviso e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta che la -Repubblica di Venezia pigliasse parte molto attiva ne’ fatti d’Italia, -ogni suo studio essendo volto alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo -una lunga guerra, benchè di gran mole quanto il secolo concedesse, -non prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto a Mastino la -signoria di Padova, e questi anche perduto Brescia; i Veneziani, cui -bastava l’avere frenate le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed -i Fiorentini bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di aversi -meglio assicurata la possessione delle castella di Valdinievole e di -quelle del Valdarno, che per l’addietro erano parte così dello Stato -come della diocesi di Lucca, allorchè era questa città, insin dai -tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè a capo della -Toscana. - -D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica giorni tristi. -Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta in Europa per le Crociate -e pe’ commerci, entrò in Firenze la prima volta. E fu scritto vi -perissero quindici mila persone; preludio a quello tanto maggiore e -assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni dopo. Alla -peste tenne dietro la carestia; ed in quel terrore volti gli animi -a pietà, decretarono il richiamo d’alcuni sbanditi, e parte dei beni -posti in comune restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano -dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.[183] E in quello -stesso anno Mastino avendo perduto Parma, la quale venne in potestà -dei signori da Correggio, fece mercato co’ Fiorentini per la vendita -di Lucca, poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città la -via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini rifiutato -quella compra per poca moneta; ora accettarono il trattato per -dugentocinquanta mila fiorini d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra -ogni cosa vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali loro, -strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori di Lombardia; e -insieme con essi rotta la guerra, si afforzarono presso alla stessa -città di Lucca. Questa riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca -gente; ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto d’arme, e -inferiori per la qualità e per il numero dei soldati e mal serviti di -capitano, si trovavano a mal partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma -essendo da lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, tuttochè -Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di Mastino, volgersi al Bavaro -il quale era in quei giorni venuto a Trento. Si vidde allora ciò che -importasse quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche diecine (chè -altro non aveva) di cavalieri tedeschi: voleva però fosse in Toscana -riconosciuto un vicario dell’Impero, il che era disfare e capovolgere -ogni cosa; e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e -ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro che tenevano -depositato nei banchi di Firenze, talchè fallirono molte case, ed ai -mercanti fiorentini mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato. -Radunarono contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, ma di nessun -frutto; dal che il nostro maggior cronista piglia occasione a rilevare -come le guerre stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati -son da condurre non da mandare al combattimento.[184] Aveva egli alle -prime guerre che si facevano contro a’ Ghibellini veduto accorrere la -città intera; e cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro -Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio mancò il -sangue cittadino benchè più scarso: piaceva adesso agli uomini delle -botteghe restare a casa e far le spese ai soldati mercenari; del che -avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. Le insegne imperiali -venute nel campo guelfo non bastarono, e ai Fiorentini avvenne -quello che più temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la -possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette anni. - - - - -CAPITOLO III. - -IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.] - - -Le guerre esterne ed i mali pubblici che in città bene ordinata hanno -virtù di unire gli animi, viepiù in Firenze gli dividevano, mancando -quivi l’accumunarsi nella disciplina delle armi o negli uffici dello -Stato; quelle fidate a mercenari, ed una parte dei cittadini essendo -esclusi da ogni ingerenza che desse grado nella Repubblica. I grandi -erano in Firenze anch’essi popolo quanto alle gravezze che più degli -altri pagavano, ma battuti dalle leggi e dai magistrati popolani e -dai giudici o rettori chiamati sempre ai loro danni; potenti però -tuttavia per l’ampiezza delle possessioni o per l’antica autorità -sopra gli uomini del contado, stretti per leghe e parentele co’ signori -de’ castelli e in tutta Italia co’ baroni e co’ principi delle città -che dipendevano dall’Imperatore.[185] Quindi era il popolo sempre -in guardia, e le milizie cittadine bene ordinate e numerose, ognora -pronte a quella guerra che sola amassero, contro a’ nobili; onde il -sospetto cresceva sempre nei danni pubblici e bastava a fare insorgere -questa guerra. In mezzo ai guasti di quel diluvio che fu nell’anno -1333, i grandi avendo in forza loro il sesto d’Oltrarno e il solo -ponte che rimanesse, temette il popolo qualche novità, e in mezzo a -quelle devastazioni per poco stette non si venisse tra le due parti -a civil battaglia. Nell’anno 1340 (e tristo a dire, cessato appena il -flagello della peste), era in Firenze, oltre al Potestà e al Capitano -del popolo e all’Esecutore, un Capitano della guardia o bargello creato -di fresco a fare di quelle che le parti chiamano giustizie: era costui -un malvagio uomo di quella casa dei Gabbrielli da Gubbio, d’onde altri -uscirono a lui consimili strumenti agli odii cittadineschi, lasciando -brutta celebrità. Aveva egli condannato per lievi cagioni uno dei Bardi -e uno dei Frescobaldi, le due maggiori tra le famiglie grandi; le quali -perciò si congiurarono tutte insieme e co’ Tarlati e gli Ubaldini ed i -Pazzi di Valdarno e i Guazzalotri di Prato e i Belforti di Volterra e -quanti erano in Toscana avversi agli ordini popolari. Nascevano Piero -ed il vescovo Tarlati da una donna de’ Frescobaldi, i Pazzi tenevano -case e amistà dentro a Firenze. Al primo annunzio della congiura la -città fu in arme; e a que’ di fuori chiusa la via con la prestezza, ed -avendo già forzata il popolo molta parte del sesto d’Oltrarno, erano -i grandi in cattive strette, allorchè il Potestà, che era Maffeo da -Ponte Carali da Brescia, francamente con sua compagnia passato il ponte -Rubaconte, comunque ciò fosse con pericolo di sua persona, parlò ai -congiurati con savie parole, e con cortesi minaccie gli condusse la -notte sotto la sua sicurtà e guardia a partirsi di città; del che fu -egli assai commendato. Si venne poi alle condanne; e perchè a procedere -contra coloro che aderivano alla congiura ma non si erano scoperti, -sarebbe stato troppo gran fascio, bastò avere condannato negli averi e -nelle persone, oltre a pochi altri, presso che trenta delle maggiori -due casate. Non erano tutti (per quel ch’io mi creda) congiunti di -sangue, ma forse consorti, siccome dicevano allora, per carta, di -cosiffatte consorterie essendo molto grande usanza, talchè mutavano i -casati pigliando quello del più possente. Furono i palazzi di quelle -famiglie messi in puntelli nella città e nel contado, e guasti infino -a’ fondamenti; fu vietato a’ cittadini tenere castello che fosse meno -di venti miglia lungi dai confini del contado o del distretto; posero, -invece d’uno solo che era prima, due Capitani della guardia, che uno -in città, l’altro nel contado: ordinarono che ogni popolano, il quale -potesse, fosse armato di corazza e di barbuta alla fiamminga; furono -in tutto più di seimila, e molte balestre. Ed a viemeglio fortificarsi, -tolsero il bando agli sbanditi, solo che pagassero certa gabella; ma fu -grande male recare in città molti rei uomini e malfattori.[186] - -Tuttociò era inteso a conservare lo Stato di quelli i quali teneano -nelle loro mani la Repubblica, venuta allora a duro passo. Dal -principio della guerra una Balìa di venti cittadini popolani fu -istituita ad amministrarla con facoltà di levare tasse in quel -modo che volessero, o fare guerra o pace o leghe, senza sindacato. -Quest’era un porgli sopra le leggi; e in ciò si mostrava la mala -costituzione della Repubblica fiorentina, ch’essa era ogni tratto -costretta ricorrere a tali balìe o dittature fidate a molti; pessime -sempre perchè in esse, tra gli altri vizi, entra il disordine che -si ha in animo riparare. I Venti erano di quei popolani grassi, ai -quali o ad alcuni tra essi appartenne quasi direi legittimamente -per tutto il tempo della Repubblica il governo dello Stato, ma senza -formare tra sè un ordine che avesse fermezza alcuna nè continuità, nè -a’ grandi casi virtù bastante. Il Comune aveva dugentosessanta mila -fiorini d’oro l’anno di rendita assisa (come la chiamavano), ed essi -lo avevano indebitato verso i cittadini suoi di quattrocento mila -fiorini. Sapevano essere diffamati per mal governo e baratterie, con -l’accostarsi all’Imperatore aveano offeso la parte guelfa; e mercatanti -com’essi erano, cercavan modo a rassicurare que’ loro amici napoletani -che richiedevano i depositi. A queste loro difficoltà parve giungesse -molto opportuno Gualtieri di Brienne duca d’Atene e conte di Lecce -nella Puglia, ch’essendo già stato (come noi vedemmo) luogotenente pel -duca di Calabria nella guerra di Castruccio, aveva lasciato di sè buon -nome nella città: veniva da Napoli, ma non però di commissione del re -Roberto, con bella compagnia di gente d’arme, a cercare sua fortuna. -Era Gualtieri di grande sangue dei reali di Francia, e aveva ragioni -nel regno di Cipro; di molta entrata ma bisognoso, piccolo e brutto -e barbuto, scaltro e disleale, nutrito in Grecia più che in Francia. -Grande favore godeva egli presso ai re della casa di Valois, e quindi -ancora presso a’ pontefici che in Avignone dimoravano assai devoti a -quella corte. - -Messi alle strette i Reggitori, e non trovando altro partito, prima -lo elessero Conservatore del popolo e Capitano della guardia, poi -gli diedero per un anno la capitaneria generale della guerra, e che -potesse fare giustizia personale nella città e fuori. Ma egli veggendo -la città divisa, e fatto cupido di maggiori cose, cominciò tosto a -praticare intelligenze co’ grandi che di continuo cercavano rompere -gli ordini del popolo; a’ quali si aggiunsero anche di quei grossi -popolani i cui banchi erano in fallimento, e non potendo del proprio, -si confidavano di quel d’altri pagare i loro debiti. Da costoro era -il Duca visitato segretamente in Santa Croce, dove egli aveva preso -dimora, e da essi molto sollecitato: quindi per darsi riputazione di -severo e di giusto, e per quella via accrescersi grazia nella plebe, -quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. Fece -ad un Medici e ad un Altoviti mozzare il capo; condannò a morte uno -dei Ricci e uno degli Oricellai (così chiamati da una tinta gialla di -cui tingevano i loro drappi), a’ quali dipoi fece grazia della vita. -Erano quattro delle maggiori famiglie uscite di mezzo al popolo, -e assai potenti di parentadi e di ricchezze: i falli apposti ai -condannati non avean prove a sufficienza, ed essi chiari per gli alti -uffici esercitati nella Repubblica, tenuto avendo anche più volte il -Gonfalonierato e alcuni essendo stati dei Venti.[187] A questo modo -si rendeva egli nella città molto ridottato; ma i grandi ed il popolo -minuto, soliti essere soverchiati dalla prepotenza dei mezzani, a quei -fatti molto applaudivano; e quando il Duca cavalcava per la città, la -plebe gridava Viva il Signore; quasi in ogni canto e palagio di Firenze -aveano dipinto l’arme sua, gli uni per avere da lui favore, gli altri -per tema. Quindi parendogli ogni cosa poter tentare sicuramente, fece -intendere ai Priori che per il bene della città giudicava necessario -gli fosse data signoria libera: ma essi, co’ Dodici buonuomini, e i -Gonfalonieri delle compagnie e i Consiglieri, in nulla guisa vollero -acconsentire di sottomettere la libertà della Repubblica di Firenze -sotto giogo di signoria a vita; il che non fu mai acconsentito nè ad -imperatore nè al re Carlo nè ad alcuno suo discendente. Il Duca allora, -che si fidava sopra l’aiuto de’ grandi e il favore della plebe, fece -pubblicare per la città che nell’indomani egli farebbe parlamento sulla -piazza di Santa Croce, per il bene del Comune. Al quale annunzio i -Priori ed i principali dei Consigli essendo entrati in grande sospetto, -andarono a sera tarda in Santa Croce, per quivi trattare d’accordi col -Duca. Una parte della notte si consumò in discorsi, ed alla fine rimase -conchiuso che la Signoria sarebbe a lui data per un anno con quella -stessa giurisdizione ch’ebbe il Duca di Calabria; il quale accordo si -fermò per vallati e pubblici strumenti, avendo il Duca sacramentato -conserverebbe il popolo in sua libertà e l’ufficio de’ Priori e gli -Ordini della giustizia. - -La mattina che fu il dì 8 di settembre 1342 il Duca fece armare la -sua gente, circa a centoventi uomini a cavallo, e aveva in Firenze da -trecento de’ suoi fanti, e quasi tutti i grandi gli erano a’ fianchi: -Giovanni Della Tosa ed i suoi consorti erano a cavallo insieme con -gli altri con le armi coperte, e l’accompagnarono da Santa Croce alla -piazza de’ Priori. La Signoria scese di palazzo, ed essendosi posti a -sedere col Duca in sulla ringhiera, uno dei Priori avea cominciato a -parlare, alloraquando la plebe ed alcune masnade di quelle venute co’ -grandi l’interruppero gridando: _che sia la Signoria del Duca a vita, -che il Duca sia nostro Signore!_ I grandi allora presolo a un tratto -tra le loro braccia, lo condussero al Palagio; e perchè questo era -serrato, forzando la porta, misero il Duca in Palagio ed in signoria, -cacciando vilmente i Priori nella sala delle Armi. Quindi per alcuni -dei grandi fu tolto via il Gonfalone, e il libro degli Ordini della -giustizia stracciato, e poste le bandiere del Duca in sulla torre, e -suonate le campane a Dio laudiamo: il Potestà e il Capitano del popolo -assentirono al tradimento. Due giorni dopo si fece il Duca confermare -signore a vita per gli opportuni Consigli; e mise i Priori fuori del -Palagio in una casa privata con poca guardia, levando loro ogni ufficio -ed autorità, senza rifare il Gonfaloniere: tolse le armi a tutti -quei cittadini, qualunque si fossero, i quali avevano privilegio di -portarle. Otto dì poi fece il Duca grande festa e solennità a Santa -Croce, ed il vescovo Acciaiuoli sermonando commendava innanzi al -popolo le magnificenze del nuovo signore. Per tale modo il Duca d’Atene -usurpava il principato. Poco dipoi Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa, -e fuor del dominio della città di Firenze San Gimignano e Volterra, se -gli diedero in potestà. Raccoglieva egli intorno a sè tutti i Francesi -e Borgognoni ch’erano in Italia, dei quali ebbe tosto più di 800, e -molti de’ suoi parenti ed amici vennero di Francia. «Recarono questi -in Firenze nuove foggie di vestire, che anticamente era il più bello e -nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati romani; -ora pigliarono i giovani una cotta ovvero gonnella corta e stretta, -che non si poteano vestire senza l’aiuto altrui, e una correggia come -cigna di cavallo con isfoggiata scarsella alla tedesca dinanzi, e il -becchetto del cappuccio lungo insino in terra per avvolgerlo al capo -per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme; e -i cavalieri vestiti d’uno sorcotto ovvero guarnacca stretta, e le punte -dei manicottoli lunghe infino a terra, foderati di vaio e ermellini, -come per natura siamo disposti noi vani cittadini a contraffare gli -stranii oltre al modo d’ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto -e a vanitade.» Trascrivo parole del vecchio cronista, il quale narra -pure, come i fatti del Duca d’Atene essendo rapportati al re di Francia -Filippo VI di Valois, dicesse questi a’ suoi baroni: _Albergé il est -le pélerin, mais il y a mauvais hostel_.[188] Il re Roberto scrisse al -Duca ammonendolo stesse col popolo e conservasse gli ordini popolari, -senza di che gli vaticinava non manterrebbe lo stato suo a lungo tempo -nella città. - -Il Duca dipoi fece la pace co’ Pisani, i quali dovessero tenere -Lucca per quindici anni, con altri patti che riuscirono poco graditi -ai Fiorentini. A’ 15 ottobre creò in Firenze nuovi Priori, senza -Gonfaloniere; i più, artefici minuti e mischiati di quegli, che i loro -antichi erano stati Ghibellini: ad essi diede un gonfalone tripartito, -dov’era l’arme del Duca in mezzo tra l’insegna del Comune e quella -del Popolo, e sopra il rastrello dell’arme del re. Con che egli venne -a scontentare tutti gli ordini della città; e i grandi, che prima -lo avevano fatto signore perch’egli in tutto annullasse il popolo, -se ne turbarono forte, massime quando egli ebbe fatto condannare uno -dei Bardi, il quale aveva stretto la gola ad un suo vicino popolano -che gli diceva villania. Cassò l’ufficio dei Gonfalonieri delle -compagnie e ogni altro pel quale fosse la plebe sotto l’autorità dei -popolani di maggior conto; il Duca reggendosi co’ beccai, vinattieri -e scardassieri, ad essi dando consoli e rettori al loro volere, e -disfacendo gli ordinamenti delle Arti, pei quali solevano avere regola -i salari; in che era il forte della contesa tra il grasso popolo e il -minuto. Fece torre ai cittadini anche le balestre grosse; ed al Palagio -del popolo fece nuove antiporte, e ferrare le finestre della sala di -sotto, dove si faceva il Consiglio; e volle comprendere intorno al -Palagio un grande circuito di grosse mura e torri e barbacani, per fare -col Palagio insieme un grande e forte castello, il quale egli cominciò -a fondare; lasciando il lavorìo d’edificare il Ponte Vecchio, ch’era di -tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce -e legname: disfece le case, ed anche volle disfare le chiese ch’erano -dentro a quel compreso per fare piazza, e altre belle case tolse ai -cittadini, mettendovi dentro di suoi baroni e di sua gente. Di donne -e di donzelle de’ cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a -fare violenze e molto laide cose; infra le altre, per cagione di donna -tolse Sant’Eusebio a’ poveri di Cristo che era alla guardia dell’Arte -di Calimala, e lo diè altrui illicitamente. Levò a’ cittadini gli -assegnamenti fatti loro sopra le gabelle per i danari ch’essi avevano -dovuto prestare per forza a tempo delle guerre di Lombardia e di Lucca, -ch’erano più di trecentocinquanta mila fiorini d’oro assegnati in più -anni con alcuno guiderdone; e questo fu grande male e rompimento di -fede, e molti ne furono diserti. Fermò le paghe dovute a Mastino della -Scala per la matta compera di Lucca, talchè gli statichi ne rimasero -due anni poi in Verona, e la Repubblica restaurata, per liberarli, -dovette pagare centotto mila fiorini d’oro. Recò a sè tutte le gabelle -che andavano a più di dugento mila fiorini, senza l’altre entrate e -gravezze: fece fare l’estimo in città ed in contado, e fecelo pagare, -che montò a più di ottanta mila fiorini; onde i grandi e popolani e -contadini, che vivevano di loro rendite, se ne teneano forte gravati, -siccome erano i cittadini di continuo con le prestanze; e fece creare -nuove e sformate gabelle. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch’egli -regnò signore, gli vennero alle mani quattrocento mila fiorini d’oro -solo di Firenze, dei quali mandò tra in Francia e in Puglia più di -fiorini dugento mila; perocchè in tutte le terre signoreggiate da -lui non teneva più di ottocento cavalieri, e quegli pagava male, che -al bisogno della sua ruina se n’avvidde. Costrinse i mallevadori di -quello degli Oricellai o Rucellai, del quale sopra abbiamo detto, a -farlo tornare con sua securtà dal confine dov’egli era stato mandato a -Perugia; ma non serbandogli fede, lo fece impiccare con una catena al -collo, acciocchè non potesse essere spiccato, e tolse ai mallevadori -cinque mila quattrocentoquindici fiorini d’oro, opponendo che il -Rucellai gli avea frodati al Comune in Lucca; i beni di quella famiglia -confiscò a sè. Creò nel contado sei potestà con grande balìa di poter -fare giustizia, e grossi salari: i più furono delle case de’ grandi, -e di quelli che erano stati ribelli e rimessi in Firenze di poco: la -qual nuova potestà molto dispiacque a’ cittadini, e più a’ contadini -che portavano la spesa e la gravezza. Crudeli e sconce giustizie faceva -contro a’ cittadini, e due ne mise a morte barbaramente perchè gli -avevano rivelato trattati o congiure fatte contro lui, ma egli credette -che lo dicessero per inganno. - -Potestà era per il Duca messer Baglione dei Baglioni da Perugia, e -Conservatore Guglielmo d’Assisi; Simone da Norcia giudice sopra il -rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che -condannava per baratteria: di suo consiglio erano il Giudice di Lecce -ed il Vescovo d’Assisi fratello del Conservatore, il Vescovo d’Arezzo -degli Ubertini, e un Tarlati da Pietramala, il Vescovo di Pistoia e -quello di Volterra, e messer Ottaviano de’ Belforti; ma questi erano -d’apparenza, tenuti da lui per sicurtà delle loro terre. Co’ cittadini -aveva di rado consiglio; i Priori erano in nome, ma non in fatto; -le sue lettere sottoscriveva _dux et dominus Florentinorum_;[189] -ed egli poi si ristrigneva con messer Baglione, e il Conservatore, -e Cerrettieri de’ Visdomini fiorentino di casa di grandi, uomini -corrotti in ogni vizio a sua maniera. Teneva giostre in sulla piazza -di Santa Croce, ma pochi grandi e popolani vi giostrarono; fece -sei brigate di gente del popolo minuto, del quale cercava recarsi -l’amore, ma poco gli valse. La festa di san Giovanni, fece fare alle -Arti al modo antico, senza gonfaloni; e la mattina della festa, oltre -a’ ceri usati delle castella del Comune ch’erano da venti, ebbe da -venticinque drappi, ovvero palii ad oro, e sparvieri e astori per -omaggio d’Arezzo, Pistoia, Volterra, e da San Gimignano e da Colle, e -da tutti i Conti Guidi e da Mangona e da Cerbaia e da Monte Carelli -e da Pontormo, e dagli Ubertini e dai Pazzi di Valdarno e da ogni -baroncello o conticello d’attorno e dagli Ubaldini. A’ 2 di luglio il -Duca fermò lega e taglia con Mastino della Scala e co’ Marchesi da Este -e col signore di Bologna: e prima l’aveva fatta coi Pisani, la quale -molto dispiacque a’ Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi, e poco si -osservò; perchè non era piacevol mischiato nè buona compagnia, dice il -Villani; del quale abbiamo sin qui pigliate in prestito molte parole, -come sovente facciamo, perchè l’istoria di Firenze verrebbe ad essere -conosciuta male quando gli storici non si conoscessero. - -Era in Firenze un antico proverbio, il quale diceva: «Firenze non si -muove se tutta non si duole.» Non ebbe ancora il Duca regnato tre mesi, -e tutti gli ordini della città a lui si erano nimicati; i grandi per -non avere riavuto lo Stato, ed i grossi popolani perchè lo avevano -perduto, ed i mezzani e minuti artefici perchè il mal governo aveva -fatto cessare i guadagni. S’aggiungevano poi le insolenze di signoria -francese, gli oltraggi alle donne, e le rapine e crudeltà; cosicchè ad -un tratto più congiure si formarono contro al Duca, tutti correndo allo -stesso fine celatamente per vie diverse. Dell’una era capo il vescovo -Acciaiuoli, quel medesimo che prima avevalo magnificato nelle sue -prediche; e con lui erano i Bardi e i Frescobaldi e altri de’ grandi -stati rimessi dal Duca, e le famiglie dei popolani i quali, a fine di -racconciare loro private fortune, a lui si erano accostati. Avevano -essi trattato coi Pisani ed altri di fuori per assalirlo in Palagio; -ma egli si provvidde col mutare due volte le guardie e crescere le -difese, talchè il fatto andava in lungo. Una seconda congiura, nella -quale erano i Donati e i Pazzi ed i Cerchi, voleva porgli le mani -addosso quando egli andasse in casa degli Albizzi a veder correre il -Palio; ma per sospetto non vi andò. Nella terza si accoglievano in -maggior numero di quei popolani che più erano stati offesi, tra’ quali -i Medici ed i Rucellai; ma innanzi a tutti un Antonio degli Adimari -di casa i grandi. Era questa la congiura più vasta e possente e pronta -alle opere: se non che un masnadiere senese comunicava la cosa ad uno -de’ Brunelleschi, non per iscoprirla, ma per credere che egli fosse uno -de’ congiurati; ed il Brunelleschi, per non essere incolpato, la rivelò -al Duca, e a lui condusse il masnadiere: onde che altri furono presi e -infine richiesto lo stesso Antonio degli Adimari; il quale, tenendosi -sicuro per la grandezza sua, comparve in Palagio, dove anch’egli fu -ritenuto. Il che saputosi, molti altri dei principali di ogni sètta -o si nascosero o fuggirono, e la città era in tremore. Ma il Duca -trovando la congiura contro a lui sì grande, ed egli essendo uomo di -piccola levatura e poca fermezza, non sapeva che si fare; ed anzichè -correre la terra con la sua gente e col favore del popolazzo minuto, -indugiò aspettando altre masnade di fuori e trecento cavalieri che a -lui mandava da Bologna Taddeo de’ Peppoli signore o tiranno di quella -città. S’appigliò intanto ad un partito, il quale fu a lui cagione -ultima di ruina. Fece richiedere trecento dei principali cittadini, -sotto colore di volersi nei casi presenti consultare seco loro, e mandò -fuori i suoi sergenti per la città con le liste, nelle quali erano -compresi molti ancora dei congiurati. Ma la cattura dell’Adimari, ed -il sapersi delle masnade che il Duca aspettava, posero grande sospetto -negli animi dei cittadini; corse gran voce e dipoi fu scritto che egli -volesse, una volta che tutti fossero in Palagio, assicurarsi di loro -o con la morte o in altro modo, e disertare la città per indi averla -a discrezione. Talchè i richiesti, comunicando gli uni agli altri il -sospetto, tutti negarono ubbidire; e scoprendosi l’una sètta all’altra, -di grande accordo, e diponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza, -deliberarono levarsi in arme contro al Duca. - -Venuto dunque il dì seguente, che era sabato 26 luglio 1343, giorno -di sant’Anna, all’ora di nona quando erano usciti i lavoranti dalle -botteghe, certi ribaldi e fanti in Mercato vecchio, com’era ordinato, -s’azzuffarono insieme gridando All’arme all’arme; e incontanente tutti -i cittadini corsero a sgombrare i cari luoghi, e s’armarono traendo -ciascuno a sua contrada e vicinanza, mettendo fuori le bandiere di -cheto rifatte con le armi del Popolo, e gridando _Muoia il Duca e i -suoi seguaci, Viva il Popolo e il Comune e la Libertà!_ E di presente -fu asserragliata la città a ogni capo di via: e quegli d’oltrarno -grandi e popolani si giurarono insieme e si baciarono in bocca, facendo -sbarre ai capi de’ ponti con intenzione, se tutta l’altra terra di qua -dall’acqua si perdesse, di tenersi francamente nel sesto di là; prima -avevano mandato chiedendo aiuti ai popoli circonvicini. La gente del -Duca, sentendo il romore, montò a cavallo; e chi potè fare in tempo, -corsero alla piazza del popolo in numero di trecento; furono gli -altri presi, o morti o feriti per gli alberghi e per le vie, e rubati -i cavalli e le armi. Uguccione de’ Buondelmonti ed i suoi consorti, -i Cavalcanti ed alcuni altri di case di grandi, con dei beccai e -scardassieri, andavano verso il Palagio gridando _Viva il Signore lo -Duca_; Giannozzo de’ Cavalcanti, montato sopra un desco da tavernai, -gridava al popolo che traeva in piazza: _Non andate, chè voi sarete -tutti morti_: ma visto ch’ebbero come il fatto andava, se ne tornarono -a casa o seguitarono il popolo, eccetto Uguccione rimasto poi nel -Palagio insieme co’ Priori delle arti, che ivi si erano rifuggiti. -Quelli del popolo, occupate le bocche delle vie che vanno in piazza, -e quelle sbarrate, si combatterono lungamente con la gente armata del -Duca, finchè la sera medesima non furono questi costretti a fuggirsi -dentro il compreso del Palagio, lasciando fuori i cavalli. Amerigo -Donati e più altri, co’ loro parenti o amici, assalirono allora le -carceri delle Stinche con tanto vigore che, aiutati dai rinchiusi, -gli ebbero tutti liberati; e con quell’impeto avviatisi al palagio -del Potestà, lo combatterono; insinchè essendosi il Potestà fuggito -con grande paura, fu quel palagio saccheggiato, le carte bruciate, la -prigione aperta: ruppero poi la camera del Comune ed arsero i libri -dov’erano scritti i banditi ed i ribelli; e similmente quelli degli -atti della Mercatanzia: altre violenze non si fecero, se non contro la -gente del Duca. Allora quelli d’oltrarno, avendo aperte le sbarre dei -ponti, valicarono di qua dall’acqua a piedi e a cavallo, e insieme con -gli altri, fatti levare i serragli delle vie maestre, liberamente e da -più lati e con le insegne del popolo alzate, e grida e plausi, mossero -tutti per la città verso il Palagio. Erano più di mille a cavallo, e a -piè diecimila cittadini armati a corazze e barbute come cavalieri; «il -quale popolo fu molto nobile a vedere così possente ed unito.» - -Il Duca assalito così fieramente, e non avendo in Palagio che -quattrocento uomini, e quasi altro che biscotto, aceto e acqua, tardi -cercando guadagnarsi la grazia del popolo, la domenica mattina creò -cavaliere Antonio degli Adimari, che non voleva saperne; e poi lasciato -lui e gli altri i quali erano in custodia, fece levare le insegne sue -di sopra il Palagio, e porvi quelle del Popolo; ma non per questo cessò -l’assedio. La domenica notte giunse il soccorso dei Senesi, trecento -cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente, e con loro sei -grandi popolani Senesi per ambasciatori. San Miniato inviò dugento -fanti ben armati, e Prato cinquecento. Il conte Simone, ch’era dei -Guidi da Battifolle, ne condusse quattrocento; e il dì seguente venne -grandissima quantità di contadini bene armati, di modo che la città -si trovò piena di gente del contado e di cittadini in arme. Da Pisa -venivano cinquecento cavalieri; ma perchè essi erano stati richiesti -dai grandi senza il consenso del Comune, ne fece il popolo grande -mormorio e il Comune gli rimandò; furono assaliti, nel tornarsi, da -quelli d’Empoli e di Montelupo e di Pontormo e di Capraia, e presi e -morti più di cento. - -Il Vescovo intanto e altri popolani fecero bandire parlamento, e -congregati in Santa Reparata il lunedì seguente, tutti in arme, di -grande accordo elessero quattordici cittadini, sette grandi e sette -popolani, con grande balìa di riformare la città e fare ufficiali e -leggi e statuti; e a far le veci del Potestà deputarono tre cittadini -grandi e tre popolani, i quali tenessero ragione sommaria delle -violenze e ruberie, ma non avessero altro ufficio. Nè in questo mezzo -il popolo si ristava dal combattere il Palagio e andare cercando gli -ufficiali del Duca; e quanti poterono per la città rinvenire, o celati -nelle case o che fuggivano travestiti, erano uccisi a furore, ed i -fanciulli trascinavano i corpi ignudi per la città. I Quattordici ed -il Vescovo e gli ambasciatori senesi e il conte Simone si cercavano -intromettere e fare accordi col Duca, al quale fine alcuni di loro -a parte a parte si vedevano entrare ed uscire dal Palagio, benchè -poco piacesse al popolo; nè assentiva questi alcuna concordia, se non -avesse nelle mani il Conservatore Guglielmo d’Assisi ed il figliuolo, -e Cerrettieri dei Visdomini, per farne vendetta. Ciò il Duca negava, -ma infine minacciato dai Borgognoni i quali erano rinchiusi seco, -si lasciò sforzare. «Appariscono (dice il Machiavelli) gli sdegni -maggiori quando si ricupera una libertà che quando si difende.» Il -primo d’agosto in sull’ora della cena i Borgognoni pinsero fuori -della porta del Palagio, in mano dell’arrabbiato popolo, il figliuolo -del Conservatore, giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno -dolorosamente; e quei furiosi lo tagliarono e smembrarono in minuti -pezzi nella presenza del padre; il quale, pinto fuori anch’egli, ebbe -lo stesso governo; e chi ne portava un pezzo in sulla lancia e chi -in sulla spada per la città; e vi ebbero de’ sì crudeli e bestiali -i quali si dissero avere mangiato le carni crude di quei miseri. Il -che fu scampo del Visdomini, che doveva essere il terzo; ma saziati i -suoi nemici non lo addomandarono, e si fuggiva poi di città. Il Duca -si arrese quel giorno medesimo, e cedè il Palagio, salve le persone, -rinunziando ogni signoria o ragione che avesse egli nella città, e -a cautela promettendo ratificare ciò quando fosse fuori del contado -e distretto di Firenze. Rimase però tre altri giorni per paura; e -quando il popolo fu racquetato, uscì di Palagio accompagnato dalla -gente dei Senesi, dal conte Simone e da taluni dei maggiori cittadini -grandi e popolani, datigli a guardia dai reggitori. Giunto a Poppi, -ch’era la principale terra dei conti Guidi, ratificò male a grado la -promessa; quindi per Bologna andò a Venezia, ed ivi noleggiate due -galere, si tornò in Puglia. Partito il Duca, si disfecero i serragli, -s’apersero le botteghe; e i Quattordici cassarono gli atti del Duca, -salvo le paci da lui fatte tra’ cittadini, che fu (come scrivono) la -sola buona cosa ch’egli facesse: anche gli posero taglia addosso, del -che ebbero poi grave dissidio coi re di Francia; e lo fecero dipingere -vituperosamente, lui ed i suoi satelliti, nella Torre del palagio del -Potestà. Ordinarono che il giorno di sant’Anna fosse come pasqua; e -anche oggi si veggono appese in quel dì le bandiere delle Arti in giro -attorno al bell’edificio il quale ha nome di Or San Michele.[190] - - - - -CAPITOLO IV. - -CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.] - - -Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si ribellarono; -Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e disfecero i castelli che -i Fiorentini aveano fatti, Volterra tornò in signoria dei Belforti, -e Castiglione Aretino di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono -l’esempio presso che tutte le altre maggiori terre del dominio della -città di Firenze. E come agli oppressi di fuori era stata l’occasione -buona, così anche parve essere a quelli di dentro: chiedeano i -grandi avere parte negli uffici, poichè erano stati insieme con -gli altri a racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi -popolani, o, come dicevano in Firenze, le _Famiglie_, alcune delle -quali avevano tenuto in mano lo Stato e si credevano ripigliarlo con -l’appoggio allora dei grandi, coi quali avevano molte parentele: gli -altri artefici ed il popolo minuto sarebbero stati contenti che i -grandi avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato e dei -Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti ragionamenti «che -parvero trattati;» perchè ogni qualità di cittadini faceva parte -da sè: ma infine per mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi -ottennero i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè il numero -dei priori pareva scarso a mettervi i grandi, e i Sesti erano mal -divisi; quelli d’Oltrarno e di San Piero Scheraggio tra loro due soli -pagando oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero -la città in Quartieri, e insieme il contado che si partiva, come -sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando ciascun Piviere o Comune al -quartiere che guardava a quella parte della campagna, e facendo nuova -descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo portava -la novella partizione.[191] Dopo di che il Vescovo ed i Quattordici -elessero diciassette cittadini popolani e otto grandi per quartiere, -che insieme con loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali -cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono fossero -dodici Priori; chè tre per quartiere, uno dei grandi e due popolani; -e otto Consiglieri, metà grandi e metà popolani, che deliberassero le -cose gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; e gli altri -uffici a mezzo co’ grandi.[192] - -Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la terra che Manno Donati -uomo armigero, ed altri caporali di case possenti, doveano essere dei -Priori: onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se non che -udendo gli eletti essere uomini pacifici, si acquetava per allora. -Ma gli Ordini della giustizia non essendo riformati, e per l’appoggio -che avevano i grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze -ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè bastava loro -avere mezzi gli uffici sebbene fossero mille soli ed i popolani venti -mila, e mal sostenevano la compagnia degli artefici: dall’altra banda -ai popolani grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di loro, che -non da più e di maggior grado. La città si commoveva di bel nuovo col -favore di quell’Antonio degli Adimari chè primo insorse contro il Duca, -e di Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano dal popolo -stati fatti cavalieri. Per il che furono essi col Vescovo, il quale -era buono uomo ma di poca fermezza, e lo persuasero s’accordasse a che -i grandi fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi udendo il -partito che si voleva porre innanzi, e chiamando il Vescovo traditore, -si cominciarono a fornire d’armi e di genti e a mandare fuori per -aiuti. Sentendosi ciò per la città, molti popolani armati vennero in -piazza gridando ai Priori popolani: _gittate dalle finestre, gittate -dalle finestre i Priori de’ grandi, o noi vi arderemo in Palagio con -loro insieme_. E recata la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’ -Priori popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; talchè -alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, convenne a’ -Priori grandi uscir di Palagio accompagnati alle case loro sotto -scorta con grande paura. Partiti i quali, i Priori rimasti in numero -di otto, condussero a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero -il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado uno dei Priori -popolani, ed il Consiglio del popolo formarono da settantacinque uomini -per quartiere, con gli altri uffici poco mutati da quel che solevano -essere innanzi alla signoria del Duca. - -In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e la plebe sollevata, -cadde in pensiero ad un Andrea Strozzi, grosso popolano di molta -ricchezza, farsi padrone della città. Vendeva egli il grano alle case -sue a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; forse da -principio a solo studio di popolarità; ma poi cresciutogli il favore, -e come era egli naturalmente vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose. -Tantochè un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a cavallo e -andò per la città raunando intorno a sè ribaldi e scardassieri e minuta -gente; nè prima fu in piazza, ch’erano forse quattro mila gridando: -_Viva il popolo minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso_; -facendo mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, benchè -molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea gli ammonissero andarsi -con Dio, se dal Palagio non erano cacciati con pietre e balestre, onde -alcuno fu morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa -prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per le preghiere -dei vicini e tra per la forza, e dicendo: Noi andiamo dietro ad un -pazzo, cominciò la folla a diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto -dei parenti, ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che -nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio in quel conato -di signoria, che pare somigli di tutto punto questo d’Andrea Strozzi, -essendo anche presso che eguali le condizioni delle due città. - -I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l grasso e il minuto -popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano la plebe, più che mai -afforzandosi ne’ serragli, e mettendo dentro sbanditi e contadini -ed altra gente in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di -Lombardia. Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido da Siena, -e alcune milizie da Perugia; il popolo si armava e metteva sbarre: il -che alla plebe, che stava pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed -al dividere così le forze dei popolani: la città era tutta in arme -e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che stavano per -il Comune erano più forti, avendo il Palagio e la campana e le porte -della città, salvo quella di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè -la forza dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, se -a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi aspettavano -dalla parte ghibellina. Stando così tutti in arme ed in gelosia, il -popolo del quartiere di San Giovanni, del quale si fecero capi i Medici -e i Rondinelli, senza ordine di comune, il dopo desinare del dì 24 di -settembre in numero forse di mille uomini assalirono le torri e case -di quei degli Adimari i quali erano chiamati Cavicciuli; e cominciato -l’assalto e crescendo di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli -veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si accordarono, e -patteggiati si arrenderono, consentendo che fossero poste su’ loro -palagi le bandiere dell’arme del Popolo, senza ricevere altro danno per -amore dei loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i Pazzi -ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati dalla massa dei -popolani che sempre ingrossava, non fecero resistenza venendo a patti; -dimodochè tutta la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve -fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, e tutta -in mano dei popolani. - -Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più grossa e compatta -dei grandi d’oltrarno, dei quali erano principali i Bardi ed i Rossi -ed i Mannelli e i Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano -di là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza di case del -popolo, e che erano di minor possa, ben tosto cederono: e il popolo -vittorioso, passato il ponte alla Carraia, si volse tutto ad assalire -le case dei Frescobaldi, alle quali era stato loro aperto il passo dai -Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. Al quale -assalto i Frescobaldi sè conoscendo essere impotenti, si rifuggirono -alle case loro chiedendo con le braccia in croce mercè al popolo, -che gli ricevette senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero il -somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più volte erano quei -del popolo stati fieramente ributtati, sì forti erano le torri dei -Mannelli al ponte Vecchio ed altre di là bene armate di bertesche, ma -soprattutte la possa dei Bardi molto valida di gente e di serragli e -di fortezze; insinchè per una via che da pochi anni era stata fatta -non senza disegno, e che per le case dei Pitti girava alla porta di San -Giorgio, non venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro -le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti sì aspramente -combattere, cominciarono ad abbandonare i loro serragli; e questi -essendo dopo contrasto lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di -un conestabile tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi -alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di quelli da Panzano che per -loro proprio scampo si erano messi col popolo, da essi furono ricevuti, -poi trafugati fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino -alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi con tale rapina -che era a vedere rabbiosa cosa; dove ciascuno trovò che tôrre, e chi -avesse voluto frenare il popolo, era il primo rubato e morto: grande -fatica fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero fuoco ed -arsero ventidue tra palagi e case grandi e ricche: il danno che i Bardi -ebbero tra rapine ed arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini -d’oro. Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini presso -alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare contro alle case dei -Visdomini e quelle rubare per compiere la vendetta contro a messer -Cerrettieri: ma in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle -case dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che informato -il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie e buona gente a piè ed -a cavallo, portando ceppi e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e -mani ai malfattori; gli altri furono messi in fuga. - -Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta la plebe, il -popolo montò in grande stato e baldanza, e specialmente i mediani -ed artefici minuti; chè allora il reggimento della città rimase alle -ventuna Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la terra: e -col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini e del conte Simone -da Battifolle che aveva in quei fatti prestata opera eccellente, -celebrarono in casa i Priori uno squittinio, al quale intervennero -duecentosei de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, o -ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi nella balía col -nome d’aggiunti o, come dicevano, d’arruoti: furono da essi posti a -partito tremila trecento quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo -da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni due mesi degli -ufficiali. Ordinarono che fossero otto i Priori, due per quartiere, -e un Gonfaloniere di giustizia; che de’ Priori fossero due popolani -grassi, e tre dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si -mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità d’uomini. Si trovò -poi che degli artefici minuti erano più che non fosse l’ordine dato; -il che addivenne perchè i collegi degli artefici erano stati nello -squittinio più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo e -il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze veduto mutare quattro -reggimenti: e la breve tirannia del Duca d’Atene e le susseguenti -rivolture questo produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse -venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo via via di molto -il numero dei nuovi uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado -e acquistavano cittadinanza, «Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) -che sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi -fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore e di carità tra loro, e -pieni d’inganni e di tradimenti; ed è rimasta questa maledetta arte -in Firenze, in quelli che ne sono rettori, di promettere bene e fare -il contrario, se non sono provveduti o di grandi prieghi o di grande -utile.[193]» In altro luogo conchiude: «ch’erano male retti dai nobili -e peggio dai popolani.» - -Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero affatto esclusi da -quelli uffici nei quali era il governo dello Stato: sedeano bensì nel -Consiglio del Comune, potevano essere dei Cinque della mercanzia, -siccome più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata una -Balía per la condotta d’una guerra o di altro negozio di gran momento, -era costumanza di porvi almeno uno dei grandi, che in certi casi -andavano anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di Parte -guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al Comune. Rinnovarono -al tempo stesso anche i penali Ordinamenti della giustizia contro -a’ grandi, i quali erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in -questo solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore tutta la -casa e schiatta di lui era tenuta pagare al Comune lire tremila, ora -si corresse che i soli parenti fino al terzo grado fossero tenuti, -ma riavendo il danaro quando rendessero preso il malfattore o lo -uccidessero. Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di grandi -furono per sospetti mandati chi in qua chi in là a confine: a molti, -che avevano pigliato servigi co’ signori di Lombardia o ch’erano andati -cercando fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero dentro al -termine di due mesi sotto pena di ribelli. I libri dei ribelli essendo -stati arsi, vennero fatte le nuove liste dove alcuni furono aggiunti, -ed altri rimessi in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati -per antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, furono ad -essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. I grandi rimasti si -ritrassero la maggior parte in contado alle loro possessioni, quivi -tenendosi quieti quanto potevano maggiormente. Furono poi levati dal -novero de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, uomini -della città e del contado, o per la grazia che si avessero acquistata -appresso al popolo, o più sovente perchè le case loro fossero venute -in depressione da non temerne;[194] e nel contado non pochi, tuttochè -avessero sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione di -lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi grandi fatti -di popolo essere per cinque anni nè de’ Priori, nè de’ Dodici, nè -Gonfalonieri di compagnie, nè capitani delle Leghe del contado. E se -alcuno dentro dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani, -fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di quelli che furon fatti -di popolo, e vollero essere veramente popolani, mutarono i loro casati, -a ciò astretti, o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi -quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, ebbe rimesso -in istato quelli che prima erano abbassati. - -Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte dei grandi, scaduta -prima e dimezzata con la oppressione dei Ghibellini, i quali serbavano -con più costanza e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata -un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo perduto con la -morte di Corso Donati il solo braccio che fosse atto a sorreggerla -tantoch’ella mantenesse il grado suo nella Repubblica. Veramente le -famiglie che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto è -lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si erano aggregate -alla nobiltà quando era prossima a cadere, cresciute essendo pei -commerci:[195] di tali uomini si poteva costituire un patriziato. Ma -gli guastavano le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono ai -costumi del nuovo popolo di Firenze che gli teneva come stranieri; e -dopo averli cacciati via, gli parve essere sollevato, e fatto libero -di trattare le cose sue più alla domestica. Allora però venne a -scoprirsi e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che ne’ traffici -è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; o come oggi si direbbe, -tra ’l capitale ed il lavoro: ed il popolo minuto, che aveva in uggia -la sovranità dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso, -andò in traccia di un padrone solo. Inoltre mancò, in città esposta -a continue guerre, l’educazione delle armi che presso i nobili -risedeva, e mancò al popolo quella tempra del corpo e dell’animo, -la quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando virtù -dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi medesimi, ch’è -il pregio e l’anima e la forza della militare professione. Chi però -guardi alla meschinità ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia -si combattevano, dirà che al popolo di Firenze non fu gran perdita il -tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali in tutta quella età più -aspri erano che generosi. Pure qualcosa venne a mancare a questo popolo -ridotto allora tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve sinchè -durarono i tempi floridi della libertà, quando la vita si espandeva in -tanti modi e i cittadini facevano acquisto alla patria loro, per via -delle opere dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze. - -I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo stato, nè -fatti accaddero d’importanza se non che in ordine ad altre cose che -dipoi vennero a conseguenza, e che in appresso registreremo. Successe -lugubre l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita pestilenza, che -dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno e nei primi susseguenti -quasichè tutta l’Europa; distruggendo (come scrivono) tre quinte parti -della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza degli -autori contemporanei, e per il novero che poi ne fecero insieme il -Vescovo e la Signoria. Il che però non si può intendere che fosse -dentro alla città sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano -fuggiti e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia di necessità -correggere, dentro al contado o al dominio, che era a quel tempo molto -angusto. Lamentano anche il peggioramento dei costumi, per quella certa -stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè egli si avvezza -troppo allo spettacolo della morte, la più comune delle umane cose; e -per le subite ricchezze dalle insperate eredità, e pel disciogliersi -d’ogni vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano -abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte di Magistrati nei -cinque mesi che infuriò il morbo. Scrivono pure come alla pestilenza -seguitasse carestia pel difetto delle braccia, e perchè il popolo -degli artigiani ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti ricchi -e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti a vil prezzo -comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo per esso strabocchevoli -mercedi: lo stesso facevano i lavoratori delle terre, gli opranti e i -servi parlavan alto.[196] Che molti vizi e corruttele venisser su da -quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche solo basterebbe -a dimostrarcelo il Decamerone: ma le migliori virtù passavano tanto -più oscure e men lodate quant’esse erano meno rare; e argomento -di virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, privati -uomini e popolani. Narrano essi come per la viltà anche talvolta dei -congiunti, molti perissero derelitti; ma poi raccontano altresì come -cessato il terrore primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli -ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, quando i chiusi -nelle ville non isfuggivano il morire. Dicono della moneta estorta -dai falsi medicanti, ma soggiungono che per coscienza molti anche -poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero fatte co’ -testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia di Or San Michele n’ebbe a -sè sola fino a trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè -i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la cupidità degli -amministratori con brutto esempio e grave scandalo: minori lasciti ma -considerevoli ebbero pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto -in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia e lo -Spedale di Santa Maria Nuova. - - - - -CAPITOLO V. - -DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. ENTRATE E SPESE DEL COMUNE. - - -Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci guida infino -a qui, nè altra migliore avremo noi tra quanti scrissero delle cose -nostre. Vedemmo già come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta -anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse le Istorie -infino al termine della vita sua. Giovane insieme con l’Alighieri, -formava sè stesso alla grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta -rettitudine la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza di -pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di buoni tempi e di -quieto vivere, ma sì di animi che abbiano sicurezza di sè medesimi e -interna pace. Era Giovanni di quei _buoni uomini_ da lui sovente posti -in iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile, -e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, pacati e forti -perchè cercavano insieme al proprio il comun bene, e il vero sempre in -ogni cosa. Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere -un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto intorno allo stato di -Firenze ed alle forze della città ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il -quale sebbene risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere la -narrazione, a questo luogo dove incominciano tempi nuovi, risorgendo -la città in breve ora da quei mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano -afflitta. Da molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe -statistica di Firenze; massimamente in quella parte la quale spetta -alle scuole pubbliche e alla coltura di questo popolo: e più altri -lumi sono da trarne circa alla pubblica economia ed alle tasse ed al -maneggio della civile amministrazione, materia amplissima agli studi -cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un poco spostato qui l’ordine -delle materie per farne a tutti più chiara e agevole la lettura; -la quale se a molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa -d’avere interrotto in questo luogo con le parole del Villani il nostro -racconto. - - -Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava la città -d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e il suo contado, Colle di Valdelsa -e la sua corte; e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un -castello, e teneva diciotto castella murate del distretto e del contado -di Lucca: e del nostro contado e distretto quarantasei castella forti -e murate, senza quelle di propri cittadini; e più terre e ville senza -mura, che erano in grandissima quantità. - -Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa -venticinque mila uomini da portare arme da quindici anni infino in -settanta, tutti cittadini, intra’ quali millecinquecento cittadini -nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune.[197] Erano in -Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene troviamo che -innanzi che fosse fatto il secondo popolo che regge al presente, erano -i cavalieri più di dugentocinquanta: che poichè il popolo fu, i grandi -non ebbono stato nè signoria come prima, e però pochi si facevano -cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da novanta mila bocche tra -uomini e femmine e fanciulli, per l’avviso del pane che bisognava nella -città: ragionavasi avere continui nella città da millecinquecento -uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando i religiosi e -frati e monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Stimavasi -avere in questi tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta -mila uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava i fanciulli -(imperocchè ogni maschio che si battezzava in San Giovanni, per -averne il novero metteva una fava nera, e per ogni femmina una fava -bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque alle -sessanta centinaia, avanzando più il sesso mascolino che il femminino -da trecento in cinquecento per anno.[198] Troviamo i fanciulli e -fanciulle che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli che -stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei scuole, da mille in -mille dugento. E quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica -in quattro grandi scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le -chiese in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese de’ Frati -religiosi, troviamo essere centodieci; tra le quali sono cinquantasette -parrocchie con popolo, cinque badie con due priori e con da ottanta -monaci; ventiquattro monasteri di monache con da cinquecento donne; -dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta in trecento cappellani -preti. Trenta spedali con più di mille letta da allogare i poveri e -infermi. - -Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o più, e facevano da -settanta in ottanta mila panni, che valevano da un milione e dugento -migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per -ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne più di trenta -mila persone. Ben troviamo che da trent’anni addietro erano trecento -botteghe o circa, e facevano per anno più di cento migliaia di panni; -ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora non ci entrava -e non sapeano lavorare lana d’Inghilterra, come hanno fatto poi.[199] -I fondachi dell’arte di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani -erano da venti, che faceano venire per anno più di dieci mila panni, -di valuta di trecento migliaia di fiorini d’oro, che tutti si vendeano -in Firenze, senza quelli che mandavano fuori di Firenze.[200] I banchi -de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro che si batteva era -da trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro, e talora quattrocento -mila; e di danari da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa -venti mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; Notai -secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe di Speziali cento,[201] -molti altri mercanti, merciai e di molte ragioni artefici. Erano da -trecento e più quegli che andavano fuori di Firenze a negoziare.[202] - -Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la -gabella della macinatura e per gli fornai, che ogni dì bisognava alla -città dentro centoquaranta moggia di grano; non contando che la maggior -parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con loro famiglie stavano -quattro mesi l’anno in contado, e tali più: l’anno 1280, che era la -città in felice e buono stato, volea la settimana da ottocento moggia. -Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque mila cogna; e -quando vi è abbondanza, circa dieci mila più. Buoi e vitelle l’anno -quattro mila, castroni e pecore sessanta mila, capre e becchi venti -mila, porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni anno per la -porta a San Friano quattro mila some di poponi. - -In questi tempi avea in Firenze le infrascritte signorie forestiere, -che ciascuna teneva ragione e avea corda da tormentare; cioè il -Potestà, il Capitano e difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore -degli Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia ovvero -Conservatore del popolo, il quale avea più balía che gli altri. Tutte -queste quattro signorie aveano arbitrio di punire personalmente: e -più, il giudice della ragione e dell’appellagione, il giudice sopra -le gabelle, l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale -della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di ufficiali -ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, la corte del vescovo di -Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica pravità. - -La città era dentro bene situata e albergata di molte belle case, e al -continovo in questi tempi s’edificava a farle viepiù agiate e ricche, -recando di fuori belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese -cattedrali e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. Oltre a -ciò, non v’era cittadino popolano o grande che non avesse edificato -o che non edificasse in contado grande e ricca possessione con belli -edifici e molto meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava, -e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì magnifica cosa era -a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i più -credevano per li ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia -intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; senza i ricchi -palagi, torri, cortili e giardini murati più di lungi alla città, che -in altre contrade sarebbono chiamate castella. Insomma, si stimava che -d’intorno alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abituri che -due Firenze non ne avrebbono tanti. - - -ENTRATE DEL COMUNE. - -Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola entrata, come -si potrà vedere, ma reggevasi in questi tempi per gabelle; e quando -bisognava per le guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le -ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, con guiderdoni -sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte gabelle furono -levate per noi diligentemente da’ registri del Comune; e, come potrete -vedere, montavano l’anno circa a trecento mila fiorini d’oro, talora -più talora meno: che sarebbe gran cosa a un reame, nè il re Roberto ha -d’entrata tanti, nè quello di Sicilia nè quello d’Aragona. - -La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia e cose ch’entravano -e uscivano della città, fiorini novanta mila dugento d’oro. La -gabella del vino a minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto -mila trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira l’anno, -fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, vendendo a’ cittadini -lo staio soldi quaranta di piccioli, e a’ contadini soldi venti, -montava fiorini quattordici mila quattrocentocinquanta: queste quattro -gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni -de’ rubelli sbanditi e condannati valeano l’anno fiorini settemila. -La gabella sopra i prestatori ed usurieri, fiorini tremila. I nobili -del contado pagavano l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti -valeva l’anno fiorini ventimila.[203] La gabella delle bestie e del -macello della città, fiorini quindicimila; quella del macello del -contado, fiorini quattro mila quattrocento; quella delle pigioni valeva -l’anno fiorini quattro mila centocinquanta. La gabella della farina e -macinatura, fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella de’ cittadini -che vanno di fuori in signoria, valeva l’anno tre mila cinquecento. -La gabella delle accuse e scuse, fiorini mille quattrocento. Il -guadagno delle monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini -duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e piccioli, pagato -l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I beni propri del Comune e -passaggi valevano l’anno fiorini mille secento. I mercati nella città -delle bestie vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, misure -e paci e beni in pagamento,[204] fiorini secento. La gabella della -spazzatura d’Orto San Michele e prestare bigonce, fiorini settecento -cinquanta.[205] La gabella delle pigioni del contado, fiorini -cinquecento cinquanta; quella de’ mercati del contado, fiorini duemila. -Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono fiorini -ventimila, e gli più anni montano troppo più. L’entrata de’ difetti -de’ soldati da cavallo e da piè valeva l’anno fiorini settemila.[206] -La gabella degli sporti delle case, fiorini settemila: quella delle -trecche e trecconi, fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del -sodamento di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento -e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni,[207] -fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini cento l’anno. Quella de’ -foderi di legname che viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella -degli approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno fiorini -dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli delle Arti, la -parte del Comune si fa l’anno valere fiorini trecento. La gabella -sopra le possessioni del contado, fiorini......; quella delle zuffe -a mani vuote si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non -hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille in su,[208] -fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, fiorini..... Somma -da trecentomila di fiorini d’oro e più. - - -SPESE DEL COMUNE. - -Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, cioè che erano di -necessità per anno: il fiorino d’oro valeva tre lire e soldi due di -piccioli. - -Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire quindici mila -dugento quaranta di piccioli. Il salario del Capitano del Popolo -e di sua famiglia, lire cinque mila ottocento ottanta. Il salario -dell’Esecutore degli Ordini della giustizia contro a’ grandi con la -sua famiglia, lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore -del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta cavalieri e cento -fanti, fiorini ottomila quattrocento d’oro l’anno: quest’ufficio non -è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice -delle appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento. -L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti, lire -mille. L’ufficiale sopra la piazza d’Orto San Michele e della Badia, -lire milletrecento. L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire -mille. Gli ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati, -lire dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del Comune e loro -ufficiali e massari e loro notai e frati che guardano gli atti del -Comune, mille quattrocento. Gli ufficiali sopra le rendite proprie -del Comune, lire dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire -ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori Priori e di loro -famiglia costa l’anno lire tremila secento. I salari dei donzelli -e servitori del Comune, e campanai delle due torri, cioè quella de’ -Priori e quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano, -con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia de’ signori Priori, -lire cinque mila dugento. Il notaio forestiere sopra le Riformagioni -e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del -Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Per lo pasto de’ -Lioni;[209] torchi e candele e panelli per li Priori, lire duemila -quattrocento. Il notaio che registra nel Palagio de’ Priori i fatti -del Comune, lire cento. I messi che servono tutte le signorie, per -loro salario, lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del -Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, trombette in numero -dieci con trombe d’argento, per loro salario, lire mille. Per limosine -a religiosi e spedali, l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che -guardavano di notte alle porte della città, lire diecimila ottocento. -Il palio di sciamito che si corre l’anno per san Giovanni, e quelli -di panno per san Barnaba e per santa Reparata, costano l’anno fiorini -cento d’oro. Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune, -lire milledugento. Per ambasciatori che vanno per lo Comune, stimati -l’anno fiorini cinquemila d’oro e più. Per castellani e guardie -di rôcche le quali si tengono per lo Comune di Firenze, fiorini -quattromila. Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento -e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma l’opportune spese, -senza i soldati a cavallo e a piedi, fiorini quarantamila d’oro e più -l’anno. A’ soldati a cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero -fermo, ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni che -occorrevano al Comune; ma al continuo si può ragionare, senza quelli -della guerra di Lombardia, non facendo oste, da settecento in mille -cavalieri e altrettanti pedoni continuamente. Non facciamo conto delle -mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica del Duomo), -e di più altri lavori di Comune, che non si possono mettere in numero -ordinario.[210] - - - - -CAPITOLO VI. - -GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE -CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. -1349-1358.] - - -I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni aveva fatti e -componevano il distretto, erano per la cacciata del Duca d’Atene -perduti, come noi già notammo; ed a Firenze non rimaneva se non -l’antico suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, ma -sgombro però dalle giurisdizioni baronali o dai castelli che d’ogni -parte ed a molto piccole distanze erano attorno alla città. Il danno -però non si deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro il -farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della ricchezza era -dentro alla città stessa, componendosi l’entrate quasi interamente di -gabelle cittadine: i luoghi soggetti si amministravano da sè stessi, -perchè il diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel che -andasse alla Repubblica, portava il carico della guardia: veramente -il maggiore scapito era dei potenti cittadini che risedevano nelle -terre suddite o potestà o capitani, o con altro titolo ed ufizio; -e vi acquistavano clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro. -Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva ad essere -menomata di tutto il numero di quei soldati ch’essa imponeva in caso -di guerra per ciaschedun luogo del dominio, e questi dovevano tenere -in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli amici o averli -sudditi veniva quasi all’effetto stesso; e sino a tanto che le città -e le altre terre si governassero a parte guelfa o popolare, di cui -Firenze stava a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla, -perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla Repubblica mantenere -nelle terre circostanti le signorie popolari; ed agli acquisti era -condotta (quando non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno -di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. Tollerò quindi -pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze cercò mutare in amistà, -finchè gli umori che in esse nutriva non facessero un’altra volta quei -luoghi medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica non -abbisognasse per sua propria difensione porvi la mano ed assicurarsene. - -Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere dei Fiorentini, i -quali ebbero in quella mossa d’un tratto solo anche San Gimignano, -nobile terra e cospicua sempre per le alte torri che ivi rimangono -in molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture di cui -l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero nascimento:[211] la quale -però certo è che venne a decadere, perduto ch’ebbe con l’indipendenza -la pienezza della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre -intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno illustri e poi -consumano sè medesimi. Matteo Villani scrive che i Sangimignanesi -d’allora in poi dimenticate le contenzioni vissero in pace, badando -ognuno a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il corso di -altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. Vedemmo già come la -terra di Prato si fosse data in perpetuità al Duca di Calabria per non -volere la signoria de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono -questi per diciassette mila cinquecento fiorini d’oro dalla regina -Giovanna di Napoli figlia di quel Duca, bisognosa di moneta e che -aveva altro da pensare: al quale mercato diede mano il gran Siniscalco -Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella corte. E per -essere signoria libera, la recarono a contado; diedero l’estimo ai -Pratesi, e i privilegi come ai cittadini del Comune di Firenze: gli -antichi ordini annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori -cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del Potestà tutti i -giudizi di maggior conto: lo stesso fecero a San Gimignano. In Prato -soleva dominare la famiglia dei Guazzalotri;[212] sette di questi, i -Fiorentini perchè sapevano dovere essere malcontenti, tratti in Firenze -con lieve scusa, fecero tutti decapitare per sola iniqua ragion di -Stato. Ma il sangue sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato: -ebbero infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori da -Carrara uccisi con tale parità di circostanze che raro incontrasi nelle -storie. Avuta Prato, i Fiorentini volsero l’animo a Pistoia. Ribelle -non era, perchè la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo il -pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero porvi guardia di -pochi soldati, con che giurassero mantenere lo stato presente; questi, -guidati da un leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero -contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno i rettori di -Firenze vollero mattamente dare alla città.[213] Contro alla quale -andati poi con oste molto più numerosa (e vi furono tra gli altri -duemila cittadini di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia per -accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, riformarono lo stato -di quella città, rimettendovi la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più -guelfi e più amici dei Fiorentini.[214] - -Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo ad assicurarsi di -Pistoia contro a un pericolo soprastante. Un gran delitto si commetteva -allora in Italia, e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra -le politiche scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, il -quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, vendè per -dugentomila fiorini d’oro la patria sua all’arcivescovo di Milano -Giovanni Visconti. Era Milano città più atta a nutrire la potenza -che a vivere in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti. -Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e Piemonte ventidue città; -aveva la mano nelle cose di Romagna fin presso a Roma, allora vuota -della sedia pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo -vista di occupare Pistoia, per indi invadere la Toscana. Il trattato -d’una lega con Siena e Perugia e con Mastino della Scala, pel quale -si tenne congresso in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini -consuete dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di lui -si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già fatto lega -co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti di Toscana. Ma co’ -Fiorentini tranquillava; ed essi contenti d’avere Prato e Pistoia, non -si provviddero altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano -posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale ad un tratto -Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva in gran forza giù nel piano -di Pistoia. Quivi gli giunsero ambasciatori del Comune di Firenze, -a’ quali rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere pace -ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di tutta Toscana: -gli ambasciatori se ne tornarono. E l’Oleggio, che al vedere Pistoia -essere ben guardata non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi -conduceva l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: dove -stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne per mancamento di -vettovaglia, volgendo addietro per la Valle di Marina, andare a porsi -nella pianura larga e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato -molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma sprovveduti, che -abitavano quella valle. Di qui l’esercito del Biscione (questo nome gli -davano per la biscia ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla -Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini che a lui -rendevano sicura la via di Bologna, intantochè i Tarlati e gli altri -Ghibellini di verso Arezzo si erano mossi: quell’indomabile vecchio di -Piero Saccone, in età allora di ottanta anni o più, disperse l’aiuto -dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la Scarperia. I Fiorentini, -che da principio all’appressarsi dei nemici avevan sospetto di quei di -dentro la città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero, -ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: ad un Visdomini e -ad un Medici venne fatto penetrare con loro gran lode nell’assediato -castello; il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi e di -steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani i molti assalti che -ad esso diedero gli inimici;[215] e nell’ottobre di quell’anno 1351, -tanto apparato di forze cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una -Repubblica disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, che alla -difesa del patrio suolo da sè bastavano; la potenza dell’Arcivescovo -non aveva fermezza d’ordini sufficienti nè a comporre uno Stato forte -nè a tentare le imprese grandi. - -I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, se tanta mole -di principato si mantenesse in Lombardia: quindi sprovvisti di ogni -altro aiuto, i Papi essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini -condotte al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero manomessa per -l’occupazione di Bologna la compagnia delle città libere delle quali -erano essi a capo, deliberarono accostarsi fra tutti i principi a -quell’uno, a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia una -potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.[216] La famiglia -dei Visconti aveva nome di ghibellina: ma questo nome già invecchiato, -più non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto -di unità;[217] l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare senza -l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in fatto a disconoscere -quella suprema autorità che prima era la forza loro. Carlo IV di Boemia -voleva scendere in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito -che lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il principio del -diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; e si appagava d’ogni -omaggio, a lui parendo fare assai quando ottenesse di autenticare -le franchigie delle città che si reggevano a repubblica; usato modo -anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV dai suoi taccia di -semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini quando era caso di mantenere o -d’ampliare lo Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano chiamato -già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro a’ Pisani nella Sardegna, e -poi gli vedemmo sotto le mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi -odiose di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con Cesare tirava -seco altre conseguenze. - -Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, il fatto -stava contro al diritto: dottrinalmente non rinnegavano esse quell’alta -sovranità che i legisti mantenevano e in questo popolo tanto guelfo -viveva sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione; -romano infine era l’Impero qual che si fosse l’imperatore, e le due -somme potestà si congegnavano per tal modo che l’una all’altra erano -necessarie. Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte da -notari e da cancellieri, i quali s’intitolano _imperiali auctoritate -notarius, imperiali auctoritate judex_. Certo che un principe alemanno -male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè ebbe -essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma quale si fosse quella -imperiale supremazia, valeva però generalmente nella cristianità;[218] -e dove manchi o non sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso -e positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite nè certezza, -ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. Ora ai politici Fiorentini -sanare questa illegalità pareva essere cosa buona e da non perderne -l’occasione, taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero loro -di tutte poi accomunare le forze vive della città, togliendo via quelle -esclusioni che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incremento, -se troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, che poi -turbarono la Repubblica. - -Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,[219] era venuto in Firenze -a trattare dell’accordo, verso la fine di quell’anno 1351, un tedesco -vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimorato segretamente -tutto quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune la -notte andavano a parlamentare seco, andò la pratica molto innanzi. -Ma non si venne a conclusione finchè nell’aprile dell’anno vegnente, -fatti certi come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie[220] -nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa Clemente -VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle scomuniche, fino ad -investirlo della città di Bologna e a lui mostrarsi molto propenso; i -Fiorentini, rimasti soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze -dell’Arcivescovo, si accordarono per la chiamata di Carlo in Italia, -e pubblicarono il trattato.[221] Promise il detto vicecancelliere -che dentro luglio verrebbe Carlo in Italia; ed oltre ai patti -consueti del fornire cavalieri e del pagare moneta, i Fiorentini -si obbligavano a riconoscerlo come Imperatore vero, con che egli -assolvesse quei tre Comuni dalla condennagione in che erano incorsi -fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse dei dominii e terre -che essi avevano acquistate, mantenesse gli statuti della libertà dei -detti Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero -vicari dell’Imperatore mentre che fossero in ufficio: promettevano -i Fiorentini pagare ogni anno in nome di censo danari ventisei per -focolare, tributo di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai -luoghi minori secondo i patti di dedizione; e gli altri Comuni, quello -che era consueto all’Imperatore per antico. Subito poi furono mandati -a Praga a Carlo ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra -le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e che gli dicevano -le concessioni essere grande abbassamento della imperiale maestà; -dall’altra banda, per i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il -tempo del mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare e popolano -contegno di questi, che offese Carlo ed i cortigiani suoi;[222] non si -poterono accordare. Questo sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio -di Stato è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì ultimo -di giugno, condizionata però: non si voleva l’Imperatore obbligare a -tempo certo per la passata, e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il -trattato non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero giunte -le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò quindi l’ambasciata -senza effetto per allora, benchè in Udine rimanessero due di quegli -ambasciatori a continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia, -fratello naturale di Carlo IV:[223] e i Fiorentini, altro non potendo, -fecero pace con l’Arcivescovo. - -Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed inopinata. «La nobile -città di Genova e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle -nostre marine e di quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra -gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie -del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, usati sempre di -recare alla loro città innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte -le nazioni che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli altri mari -che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli -e comuni d’Italia; per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna -dai Veneziani e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra -loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come -paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, -non parendo loro potere aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti -per quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero conoscere -altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio -del potente tiranno Arcivescovo di Milano. E di comune concordia il -feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di -Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e le altre terre -del loro contado e distretto, salvo Monaco e Mentone e Roccabruna, -le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10 -d’ottobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, con -settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, -ricevuto come loro signore; e deposto il Doge e il Consiglio, prese -la signoria e il governamento delle dette città e distretti; e aperte -le strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al Comune per -armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto -acquisto.[224]» - -Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire pace pe’ Genovesi -che in addietro erano ad essa tanto nemici; ma i Veneziani vollero -guerra, e strinsero lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga -di Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti -fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e non fidandosi di potere -tutti insieme resistere alla sua tanta potenza, si accordarono di fare -scendere in Lombardia l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente, -infino allora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti -negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: andò tra gli altri in Avignone -Giovanni Boccaccio, singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice, -su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già corso impegno, e da -pertutto fu divulgata la fama che in breve passerebbe l’Imperatore -in Italia. Dove era egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano, -moriva, lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, esca -novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero il -passo all’Imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della corona -del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto -delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano -essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli nelle città murate, la -notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona guardia. Di verso -Toscana niuno si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa, -dove andò Carlo a porre stanza. - -Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all’eletto Imperatore -e al suo Consiglio che il Comune di Firenze s’apparecchiava alla -difesa, e avendo a mente gli assedi che il quarto e il settimo degli -Arrighi aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare le loro -castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie ed ogni altra -cosa di valuta. Poi gli mandarono ambasciatori in compagnia con quelli -di Siena, come era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo, -i Fiorentini esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro imposto, -dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo Principe,» senza ricordarlo -Imperatore o fargli atto di soggezione: del che i baroni e consiglieri -intorno a lui pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che -peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella baldanza de’ -suoi. I Senesi per contrario magnificando la imperiale Maestà, a -lui offersero senza alcun patto la signoria del Comune: e in questo -tempo i Samminiatesi e i Volterrani se gli diedero liberamente. I -Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato in Pisa -loro ambasciatori; e quei di Firenze volendo parlare in nome anche dei -Pistoiesi, Carlo interpose quelle parole del Vangelo: _ætatem habent, -ipsi per se loquantur_. Gli Aretini sostennero la libertà del Comune -loro perchè non la manomettessero i Tarlati, i Pazzi e gli Ubertini, -i quali erano con l’Imperatore; i Perugini si tennero fuori, come -uomini di Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli per -non offendere i Pisani fu contento di esortare quei cittadini alla -pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice con molti prelati e -signori d’Allemagna, e cavalieri in grande numero.[225] - -Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, come propenso -che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevano i Fiorentini -procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in -quelle corti.[226] I patti furono quasichè gli stessi in Firenze -concordati; ma in luogo del censo di ventisei danari per focolare, -che male a grado i Fiorentini voluto avrebbono consentire,[227] si -obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e -più quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di tutto quello -a che la città fosse obbligata verso l’Impero, o che fosse di ragione -per la città stessa e per le terre del contado e del distretto, o per -altro qualsivoglia titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma -dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè la pratica -si tenesse in consiglio molto stretto, gli obbligò a dare l’intera -somma. I Fiorentini promettevano di rimettere i banditi per cagione -d’ubbidienza prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro -Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione contro ad -essi pronunciata: manteneva quello che prima era convenuto quanto -al riconoscere il Gonfaloniere ed i Priori come vicari suoi: il che -importava poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo così -in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, e nell’esercizio -della potestà sovrana mantenendo per espressa clausula di trattato le -forme usate insino a qui, _mores laudabiles_; e perciò «non si mandino -ufficiali se non del popolo e comune, secondo le leggi: siano quelli -sindacati con le forme che sono prescritte dagli Statuti: il magistrato -dei Priori riceva sommissioni e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti -all’Impero.[228]» Un articolo speciale manteneva l’indipendenza del -Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma delle provvigioni -qualunque si fossero (tra le quali erano quelle contro a’ nobili) -e degli acquisti fatti in più anni dalla Repubblica, fu l’osso più -duro,[229] perchè in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi -punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, e bramando -qualcosa fare a pro dei grandi che aveano l’animo a lui volto.[230] -Durava l’accordo quanto la vita di Carlo; di che le due parti si -contentarono egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo -tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome principe -elettivo, le ragioni dell’Impero.[231] - -Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori e sindachi -del Comune prestando omaggio all’Imperatore e sacramento di fede, -_sotto la condizione de’ patti e convenienze_ le quali erano state -prima fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere patenti -accettata una protesta dei Fiorentini, per la quale s’intendesse che -il giuramento di fedeltà non obbligava il Comune di Firenze più in là -che non fossero obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di Toscana, -e senza pregiudicare ai privilegi e diritti insino allora esercitati -dal Comune di Firenze.[232] Aveva Carlo promesso inoltre di non entrare -della persona sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè a -dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi sue genti armate: -ma questo egli disse in voce nel giardino de’ Gambacorti ed in presenza -di testimoni, perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole -alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea bramato vedere Firenze, -fu deliberato non ricevere; molti però di quei signori, passando, -furonvi albergati sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo, -richiese Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però -essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, uno grande e uno -popolare, con dugento barbute di gente eletta, con l’insegna del Popolo -(il giglio ed il rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa -di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna del Popolo -di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» Il quale per Volterra -e Siena andato a Roma, fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile -1355, dal Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione -uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il Pontefice gli aveva posta -condizione che non dovesse ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei -Nove, e di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il quale -essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento tutto popolare -che aveva Carlo istituito. Aveva in Arezzo accomunato la città ai -Ghibellini ed ai Guelfi, con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi -in San Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, di -nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: da essi accolto ed -onorato, alloggiava nelle case loro; ma bentosto nacquero tumulti per -operazione della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi morirono -dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo minuto inclinava per -l’Imperatore. Il quale pigliando grande sospetto dei Gambacorti, tre di -essi fece decapitare, con sua vergogna ed ingratitudine male trattando -quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII avolo suo:[233] -quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche e le città che i Visconti -signoreggiavano, fece ritorno in Allemagna.[234] - -La notizia di questi fatti abbiamo noi molto circostanziata nelle -storie di Matteo Villani; imperocchè tutti gli altri dopo lui, o nulla -ne scrivono (siccome fece il Machiavelli) o gli toccano alla sfuggita, -quasi che fosse tirarsi addosso una straniera dominazione. Marchionne -Stefani dice _questo solo, che i Fiorentini_ ebbono privilegi assai; e -il Boninsegni lo stesso, aggiugnendo che l’Imperatore _gli assolvè da -ogni condennagione_; Leonardo Aretino, di privilegi e di null’altro; il -solo Velluti, che ebbe assai parte in quei negoziati, conferma avere -l’Imperatore fatto _i priori suoi vicarii e concesso molte cose_. -Invece, Matteo Villani si allarga nel difendere il trattato e nello -svolgerne le ragioni. Ma non è da credere che andasse senza contrasto -in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione, quando fu fatta la prima -volta, ebbe unanime consentimento; ma intanto aveano dovuto tenerlo -segreto per temenza di cittadine discordie; e poi tolsero il mandato -agli ambasciatori, i quali dovettero tornare innanzi la conchiusione; -ed un notaio che recava parole di Carlo, ebbe in Firenze a capitar -male:[235] poi, quando si era venuti in Pisa alla stipulazione, nei -Consigli della Repubblica dovette essere più volte posto, nè potè -vincersi che a grande stento; ed il cancelliere del Comune, quando -gli toccò fare lettura di quel trattato, diede in un pianto e non andò -innanzi: il che Matteo crede facesse «con poca sincerità, per accattare -benivoglienza dal popolo col mostrare grande tenerezza della libertà -pura del Comune.» E quando infine fu promulgato l’accordo, «suonando -le campane del Comune e delle chiese a Dio laudiamo, poca gente si -ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si -tornò a casa:[236]» tanto era entrato bene a fondo in questo popolo di -Firenze il sentimento di libertà. Ma sembra a noi molto evidente che -tra i politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte allora -più popolare promuovesse quel trattato: Matteo discorre lungamente la -convenienza e le ragioni che persuadevano a conchiuderlo, fondate sul -diritto e sull’istoria. Era egli guelfo quanto altri mai, ed amatore -del viver libero; ma non si astiene dall’encomiare Carlo di temperanza -e di senno, e della buona disciplina che la sua gente mantenne sempre -nelle città dove albergava. Riprende coloro che tenevano lo Stato, -perchè non si erano nel trattare mostrati duri quanto si conveniva, -non concedendo all’Imperatore più in là del giusto e del necessario: -ma insieme biasima certi patti «i quali erano assai strani alla -libertà del sommo Impero,» nè vuol manomessa la imperiale potestà, -mettendo egli il diritto che in essa risiede accanto al diritto della -indipendenza cittadina, e mostrando come possano i due diritti stare -insieme. Voleva per mezzo della imperiale sanzione autenticare la -libertà, siccome volevano i Ghibellini la servitù: questo pensiero -troviamo espresso nelle parole di Matteo Villani.[237] - -Ma un altro fatto di gran rilievo in quegli anni si maturava. La -Repubblica era divisa in sè medesima fino al vivo, benchè al di fuori -meno apparisse. Dappoichè i grandi furono esclusi l’anno 1343 dal -governo dello Stato, questo reggevasi per le Arti senza contrasto -nè contrappeso; e le quattordici minori venute a parte degli uffici -e prevalendo nelle elezioni per via del numero, ne avvenne che i -nuovi uomini e i minuti artefici avessero troppo grande braccio nello -Stato, contro alla pratica dei passati tempi. E oltreciò l’essere le -maggiori case tra loro unite in consorterie, privava queste di molti -uffici per la frequenza dei divieti; il che a’ minori non avveniva, -«perchè non erano di consorteria.» Cotesto entrare dei nuovi uomini -al governo dello Stato, da più anni dispiaceva ai Fiorentini d’antica -schiatta, nati e cresciuti quando le case grandi padroneggiavano la -città; e Dante nell’alterezza sua spregiava quella «cittadinanza mista -e gli uomini di Campi e di Certaldo e di Signa, fatti al suo tempo già -fiorentini e cambiatori e mercatanti; odiando egli sopra ogni cosa la -confusione delle persone, principio al male della cittade.» Ma quei che -a lui già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo popolo: ai registri -de’ Priori si trova apposta la qualità degli uomini via via chiamati a -risedere nel supremo magistrato, e vi si leggono funaiuoli e calzolai -e vinattieri e pizzicagnoli e beccai; «e perchè erano negli uffici, -parea loro essere ciascuno un re.[238]» Inoltre venivano molti artefici -minuti in Firenze dal contado e dalle terre d’attorno, i quali per -favore dei reggenti delle Arti minori entravano nelle borse dei Priori -o degli altri uffici, ai quali erano poi tratti: «uomini avventicci, -senza senno e senza virtù e di niuna autorità nella maggior parte, -usurpatori dei reggimenti con indebiti e disonesti procacci.[239]» -— «Era il loro uno grande fastidio, che con maggiore audacia e -prosunzione usavano il loro maestrato e signoria, che non facevano gli -antichi e originali cittadini.[240]» - -Per questo entrare dei bassi artefici nei sommi uffici dello Stato -pericolavano gli antichi ordini e il grande fascio della comunanza -per cui viveva e stava insieme l’intero corpo della Repubblica. Le -Arti minori si componevano la maggior parte di operai, ai quali veniva -dato il lavoro e le mercedi con certe regole dai mercanti che sedevano -nelle maggiori: principalissima quella della lana teneva gran numero -di lavoranti sotto la dipendenza sua. Il Duca d’Atene, perchè si -reggeva sul favore della plebe, avea manomesso gli ordinamenti delle -Arti, dando consoli e rettori ai più abietti anche tra’ mestieri: in -quanto però al migliorare la sorte loro aveano incontro i mercanti -grossi, ai quali era nulla il tenere la Repubblica se insorgesse la -bottega. Di questo però non mancavano le apprensioni; il che appare -da una cronichetta di quella età (comunque sembri narrare cose dei -tempi nostri), la quale dice a questo modo: «A dì 24 di Maggio 1345 il -Capitano di Firenze prese di notte Ciuto Brandini scardassiere e suoi -due figliuoli, imperocchè il detto Ciuto volea fare una compagnia a -Santa Croce, e fare setta e ragunata cogli altri lavoranti di Firenze. -E in questo medesimo dì i pettinatori e scardassieri, udito ch’ebbero -che il detto Ciuto era stato preso di notte sul letto dal Capitano, -incontanente veruno non lavorò e stettonsi; e non voleano lavorare, -se il detto Ciuto non riavessero: e andaronne i detti lavoranti a’ -Priori, pregandogli che il detto Ciuto facessero che il riavessero -sano e lieto; e tutta la terra misero a bollore, che se la farebbono: e -anche voleano essere meglio pagati. Il detto Ciuto fu poi impiccato per -la gola.[241]» Per queste cose nel 1346, tre anni dopo alla cacciata -dei grandi, si fece decreto che «niun forestiere fatto cittadino, -s’egli ed il padre e l’avolo suo non fossero nati in Firenze o nel -contado, sotto grave pena non potesse avere ufficio, nonostante che -fosse eletto ed insaccato.» E già di prima ai forestieri non oriundi -di Firenze e del contado o del distretto era vietato per gli Statuti -esercitare avvocheria o comparire in qualsivoglia causa o negozio; -essendo soliti a commettere baratterie e corruttele; del che avevasi -già esperienza.[242] - -Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere la potenza dei -Capitani di parte guelfa che lo promossero, e cercavano per tale -modo affievolire il reggimento delle minori Arti. Quel magistrato -istituito alla cacciata dei Ghibellini l’anno 1267, aveva sotto -all’amministrazione sua incorporati la maggior parte dei possedimenti -allora tolti alla parte vinta; doveano le rendite essere usate in -Toscana e fuori alla difesa ed ampliazione del nome guelfo, sotto -la guardia e ad onore di Santa Chiesa. Frequenti erano perciò gli -imprestiti e le somministrazioni di danaro a rafforzare leghe ed a -soccorrere le città minori in occasione delle comuni guerre. Manca il -decreto d’istituzione; abbiamo bensì in oggi a stampa l’intero testo di -quello Statuto quale venne riformato nel 1335 (com’era stato più altre -volte); e nel Proemio leggiamo quello essere «lo Statuto della Parte -e della università de’ Guelfi e de’ devoti di Santa Chiesa; a onore e -reverenza ec., e del santissimo padre e signor messer Benedetto papa -XII, e de’ suoi successori e de’ suoi frati Cardinali: ad esaltazione -e gloria del serenissimo principe messer Roberto (re di Napoli) ec.; -e a grandezza e buono stato del Popolo e del Comune di Firenze, e -a mantenimento e accrescimento della detta Parte e devoti di Santa -Chiesa e dei loro amici, e a confusione di tutti i nemici.[243]» Così, -mentre ai Ghibellini si dava nome di Paterini, quel magistrato ebbe -consecrazione religiosa e nazionale, facendosi come il braccio forte di -Santa Chiesa; e lo troviamo noi chiamato «la venerabile Parte guelfa.» -Un altro luogo dello Statuto (cap. 21) dichiara intendersi ogni cosa -«al buono stato ed al riposo del Comune e Popolo di Firenze, e delle -singolari persone della detta Parte, che sono una medesima cosa col -Comune e Popolo di Firenze.» Così non era propriamente magistrato di -Parte guelfa, un magistrato della Repubblica; era un governo da per sè, -non del Popolo ma del Comune, ed uno stato dentro allo stato, sebbene -posto a munimento del governo popolare che si reggeva su quella parte. -Aveva capitani, priori, consiglio di credenza e due consigli generali, -che uno di sessanta e l’altro di cento;[244] e notai e cancellieri -e sindachi, e una sua propria bandiera con gigli d’oro in campo -azzurro, ma che trar fuori non si poteva senza licenza dei rettori e -magistrati del Comune: lo stemma però di Parte guelfa era una rossa -aquila con sotto a’ piedi un drago verde. Mandava suoi ambasciatori -e nunzii ed esploratori _caussâ sciendi nova_: pe’ Capitani di Parte -guelfa non era divieto agli ufizi della Repubblica, tranne i maggiori; -doveano assistere agli scrutinii che si facevano per i collegi e -magistrati.[245] Questi però avevano obbligo di prestare mano forte in -tutto a quei della Parte guelfa,[246] la quale doveva alla sua volta -aiutare il Comune di Firenze, offerendosi ai rettori quando entravano -in officio, con l’ammonirli di osservare e difendere la Parte, ch’è -«una cosa col Comune» (cap. 26): lo Statuto fiorentino, con l’ultima -rubrica del tomo II, conferma gli statuti e gli ordinamenti che Parte -guelfa si aveva dati, e le provvigioni del Comune che ad essa erano -relative. - -I Capitani erano sei, da eleggersi ogni due mesi; «dei più nobili e più -degni cittadini di Firenze, veramente e interamente Guelfi — di parole -e di fatti — tre grandi e altrettanti popolani, che uno per sesto (cap. -2).[247]» Rimasero i grandi in quel magistrato al modo stesso per cui -rimasero nel Consiglio del Comune, sebbene privati de’ sommi uffici -nella Repubblica; ma che dominassero la Parte guelfa e che il governo -di questa ritenesse tuttavia costumi e genio signorili, appare anche -da un capitolo dove con amplissime parole viene stanziato il pagamento -di certa pecunia ai cavalieri novellamente fatti; «conciossiachè a così -magnifica città si confaccia risplendere per quantità di cavalieri: ma -che non fossero più di sei all’anno e due per ischiatta (cap. 39).» -Giano Della Bella aveva fatto decretare che le famiglie dove fossero -cavalieri s’intendessero di grandi, così privandole degli uffici. Tale -era lo spirito delle istituzioni popolari; ma fuori di quelle stava -un altro ordine ed un magistrato che aveva rendite e possedimenti, -cercando ampliarli d’anno in anno,[248] e che teneva in mano sua le -relazioni con gli altri Stati, quanto importassero la conservazione -per tutta Italia della Parte guelfa, ch’era il popolo italiano. Ma in -quell’ufficio non risiedevano delle antiche famiglie nobili oramai -più se non quelle sole che mantenute dal nome guelfo, pur tuttavia -partecipavano alle ambizioni cittadine, e si accostavano per le -parentele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani che avere -solevano i primi gradi nella Repubblica, e delle quali noi troviamo -per lo più essere il Gonfaloniere, anche nel corso di questi anni; -ed oltreciò, essendo dopo il 48 assottigliate le borse per il grande -numero dei morti, non pochi dei grandi vi furono messi per quelli -uffici minori ai quali erano essi abili. Tutti costoro male soffrivano -la compagnia dei minuti artefici, ma non avevano ad abbatterli -strumento o macchina più acconcia del magistrato di Parte guelfa, il -cui nome era così addentro nelle viscere di questo popolo; nè in altro -modo meglio avrebbero potuto cuoprire in sè medesimi le apparenze d’una -congrega d’ottimati: facevano essi a sè strumento, contro al popolo -degli artefici, di quelle leggi sopra i Ghibellini che prima il popolo -ebbe fabbricate. Io credo avessero tolta norma dal Consiglio Veneto dei -Dieci, e che ambissero d’agguagliarsi, quant’era lecito in Firenze, a -quei temuti inquisitori. - -Abbiamo detto come la legge contro a’ forestieri del 1346 fosse -«opera e motivo dei Capitani di parte guelfa,» dei quali si vidde -allora sorgere la potenza. Questo narra Giovanni Villani all’estremo -dell’istoria sua, e dice che fu quasi un principio di rivolgimento -nello Stato per le sequele che poi ne vennero.[249] Si tolse quindi -un’altra via, ampliando i titoli d’esclusione col decretare che -ognuno il quale egli o la famiglia sua, dalla cacciata dei Bianchi nel -novembre 1301 in poi, fosse condannato come ribelle o Ghibellino, o -fosse chiarito non vero Guelfo e devoto di Santa Chiesa, non potesse, -sotto pena di lire mille o cinquecento in certi casi, accettare uffici -nello Stato: alla qual pena fossero anco tenuti coloro che eletto lo -avevano, e similmente il magistrato de’ Priori, se nol condannassero, -quando egli fosse di ciò accusato: bastassero sei testimoni di pubblica -fama a comprovare la qualità di Ghibellino: chiunque ardisse proporre -in Consiglio o in altro modo promuovere la revocazione della detta -legge, perdesse l’ufficio (fosse anche dei Priori), e avesse condanna -della stessa somma. La legge è de’ 26 gennaio 1347, della quale abbiamo -il testo: Giovanni Villani, che ne diede la sostanza, descrive come -a grande stento si ottenesse, per essere molto avversata dai Priori -e dai collegi delle Arti: i quali dipoi si crederono annullarla col -porre qualche difficoltà nell’accettare i testimoni; «talchè ne fu -quasi commossa la terra:» ma la parte dei Capitani prevalse, e la detta -legge fu confermata e fortificata in quello stesso anno 47. Alcuni -artefici, dei quali uno è nominato dal Villani e di altri abbiamo noi -la sentenza, ebbero condanna per Ghibellini in quello stesso anno: -nella plebe, e più ancora tra’ nuovi uomini del contado, la dipendenza -in che erano essi o erano stati i progenitori loro dalle antiche -famiglie nobili, dava appiglio alle condannagioni. Altra riforma dipoi -nel 1349, mentre aggrava in qualche guisa la condizione dei Ghibellini, -sottopone i giudicati del magistrato di Parte guelfa all’approvazione -della Signoria; talchè direbbesi anzi un freno che il governo della -Repubblica volesse porre a quel magistrato.[250] Troviamo pure che -essendo per la mortalità del 48 recate le ventuna Arti a quattordici, -in quello stesso anno 1349 gli Albizzi procacciarono che fossero di -nuovo recate alle ventuna, dicendo che avevano «rimesso l’uscio nei -gangheri.[251]» - -Dopo quell’anno si vede come per la guerra con l’Arcivescovo di -Milano e per la presenza in Toscana dell’Imperatore, fosse impedito o -trattenuto alcun poco per allora lo svolgimento di quel disegno che i -partigiani di un governo più ristretto avevano formato sino dal 46; -la Signoria, ch’era popolana, e le capitudini o collegi delle Arti -contrastavano la soperchianza che il magistrato di Parte guelfa su -tutti gli altri si arrogava. Per quanto tenero fosse questo popolo -del nome guelfo, riusciva odioso il ricercare uomo per uomo le ultime -stille che rimanessero di un sangue ghibellino; cosicchè non si trovava -chi gli accusasse, e le prove erano assai difficili. Ma vegghiavano -coloro i quali avendosi fabbricata quella sola arme ch’essi potevano, -voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure con la violenza. Le cose -erano dentro quiete, e fatto è che per la comunanza degli uffici le -sètte avevano meno luogo, e la Repubblica prosperava; nè trarre si -vuole disperate conseguenze da quella ingenua severità ch’è nei Villani -e nel Compagni ed in altri fiorentini, che gli onora come uomini e gli -avvalora come istorici. Allora però certi grandi e popolani grassi, -pigliando occasione dal male ch’era negli squittini, «piuttostochè -farsi a racconciare al meglio le cose con l’abbreviare i divieti per -altro modo, ma essi volendo divenire tirannelli e a tutti quanti i -cittadini tenere il bastone sopra a capo,» si fecero a dire che gli -uffici erano pieni di Ghibellini, e che ne anderebbe la salute della -Parte guelfa, nella quale era il fondamento della libertà d’Italia e -la difesa contro le tirannie. Una riforma, che abbiamo a stampa del -1354,[252] non avea fatto che dichiarare meglio i titoli d’esclusione, -e provvedere che gli ufizi rimasti vacanti, di puri Guelfi si -riempissero. - -Nei primi giorni però dell’anno 1358 i Capitani di Parte guelfa -ordinarono una petizione, ovvero proposta di legge, della quale -era questo il tenore. Un esordio molto magnifico dichiara essere -quella legge «a sicurezza e fortificazione di tutta la massa e corpo -dei Guelfi, e ad impedire che incontro ai pii ed ai cattolici non -prevalgano quegli empi, che avendo animo di lupo celato sotto pelle -d’agnello, con arti fallaci s’adoprano a fine di entrare nel sacro -ovile dei Guelfi.» Dipoi statuisce, in primo luogo la confermazione -delle antiche leggi: nemmeno gli approvati Guelfi per la legge del -1349 potevano essere, per quindici anni dopo il giuramento fatto,[253] -nè priori, nè gonfaloniere di giustizia, nè dei dodici buonomini, -nè gonfaloniere di compagnia, nè capitani di Parte guelfa, nè notari -d’alcuno dei detti uffici; quelli, che sieno ricevuti Guelfi da ora in -poi non abbiano uffici, se non prestino giuramento di osservare gli -statuti della Parte. I Ghibellini non sieno riconosciuti Guelfi, se -non con le stesse forme per le quali i grandi si facevano popolani. -Valgano le leggi fino alla cattura delle persone e alla distruzione -delle case; possa ciascuno accusare, sia pure anche donna o figliuolo -di famiglia, o uno dei grandi, e per accusa segreta _sine nomine absque -aliqua satisdatione de prosequendo_. A comprovarla bastassero sei -testimoni di pubblica fama, senza bisogno che fossero approvati dai -Priori. I Capitani, sotto pena di cinquecento lire, dovevano prestare -mano agli accusatori, notificatori, denunziatori, e quanto era in -poter loro dare ad essi aiuto e consiglio; promuovere le accuse ed -i processi presso qualunque rettore e ufiziale; e tutto ciò a spese -della Parte, il camarlingo dovendo pagare le spese sopra un semplice -mandato dei Capitani. Prevalga questa ad ogni altra provvisione, e -nel conflitto prevalga quella che più favorisca la Parte guelfa, e più -offenda i Ghibellini. Se alcuno faccia motto contro a questa legge (_in -iudicio vel extra, etiam in sindacatu aliquid dixerit_) sia condannato, -_de facto et sine strepitu et figura judicii_, in tremila fiorini -d’oro; e se non paghi dentro tre giorni, gli sia tagliato il capo -d’in sulle spalle; ed ogni rettore o ufiziale che non osservi o non -faccia osservare questa legge, sia condannato in mille fiorini d’oro, -e perda l’ufficio.[254]» I Capitani di parte guelfa per questa legge -scelleratissima vennero fatti nel tempo stesso istigatori alle accuse e -accusatori e soli giudici, e tolto via da quei giudizi ogni intervento -ed autorità dei magistrati della Repubblica. - -Portata l’iniqua petizione ai Signori ed ai Collegi, non la vollero -questi accogliere, nè pure mettere in deliberazione. Ma i Capitani con -dugento dei loro seguaci, e col nome innanzi della Parte guelfa, a cui -niuno resisteva, tornati in palagio, dissero che non si partirebbero -di là innanzichè la petizione fosse vinta: e a questo modo convenne -che si facesse. Dipoi si racchiusero insieme nel palagio della Parte, -e fecero le borse dei capitani e consiglieri da risedere per molti -anni negli uffici di Parte guelfa, scegliendo tra loro sfacciatamente -i più malevoli e di peggiore condizione. Procedendo, squittinarono per -accusarli e farli condannare settanta cittadini «di nome e di stato -e delle migliori case di Firenze, grandi e popolani, eziandio che di -nazione e di operazione si trovassero essere veri e diritti guelfi: -dopo questo, levato il saggio delle accuse, dovevano insaccare degli -altri.[255]» Ma bollendo la città, i Capitani al vedere la commozione -ristettero dall’accusare i potenti; e volendo però dare cominciamento -al fatto, scelsero quattro dei quali si poteva dire qualcosa, e con -accompagnamento di quei soliti dugento andarono al Potestà, exabrupto -gli fecero condannare. Subito di poi, benchè avessero animo di fare -maggior fascio, ma ritenuti dal mormorio del popolo, fecero lo stesso -di altri otto, poi di cinque più. «A ognuno pareva male stare, e -molti cercavano con preghiere e con servigi e con doni di riparare -alla fortuna loro ch’era in mano dei Capitani.» Ciascuno di questi -accusava il suo; «uno dei sei Capitani diceva all’altro: non hai -tu alcun nemico? A me consenti di condannare il nemico mio, ed io a -te consentirò il tuo; e sei erano i condannati:» in pronto sempre i -testimoni. Intanto però tutti gridavano si mettesse rimedio a ciò, -e molti consigli se ne tenevano; «ma nessun modo vi sapevano trovare -per non derogare al nome della Parte; e i più sospetti si mostravano -più zelanti a mantenere la legge insintantochè la pietra cadeva sopra -loro.» I due cronisti che a noi trasmisero questi fatti, pongono studio -nel protestare come la legge contro ai Ghibellini in sè medesima fosse -buona, se non che la era male usata.[256] Quindi i Priori, accorgendosi -non potervi per via diretta riparare, e che l’onore e lo stato poteva -essere tolto a ciascuno quando a tre Capitani di parte paresse, ma -volendo pur fare qualcosa; all’improvvisto ordinarono segretamente -co’ loro Collegi una petizione, che fu vinta. Ai Capitani aggiunsero -due altri popolani, e decretarono che nessuna deliberazione avesse -valore se non fosse concordata da tre popolani: i Capitani grandi non -era obbligo che fossero cavalieri, perchè l’ufficio non continuasse -in pochi grandi; posero a tutti divieto un anno, e che gli squittini -della Parte si dovessero rifare di nuovo e annullare tutti i fatti. -Così almeno ebbero molti alcun intervallo da riparare ai fatti loro: ma -nondimeno coloro che avevano l’animo e la mente sollecita a rimanere -sempre con quell’arme in mano, argomentavano nuovi squittini; e in -questo e in altro caso fecero tanto, che lo scandalo cresceva sempre. -Ed allora, per andare più lesti al percotere, inventarono quel nome -dipoi famoso delle ammonizioni, ch’erano precetti dati senza forma -di giudizio, come a notorii Ghibellini, di non pigliare gli uffici: -e perchè il modo paresse buono, dicevano: «meglio essere ammonito che -gastigato.» Quelli oligarchi così facevano del principio di libertà a -sè strumento di tirannia, cui sempre giova porre innanzi un nome grato -e popolare siccome era il nome guelfo, e coprire le violenze di una -mite appellazione come era quella dell’ammonire. - -Si trova[257] che essendo fin dal 1353 grande contesa tra le famiglie -dei Ricci e degli Albizzi, questi armarono le case loro per sospetti -che aveano di fuori; il che ai Ricci essendo rapportato, ed essi pure -si armarono. Gli animi erano in sospeso, quando una zuffa essendo nata -per lieve cagione in Mercato Vecchio, si temette nascesse guerra tra -le due case: poi si trovò che non era nulla; e riposata la cosa, la -Signoria cercò fare pace: ma la volontà cattiva tra loro rimase. E -l’anno dipoi avrebbono i Ricci dato la prima mossa alle nuove leggi -contro a’ Ghibellini, facendo ciò con l’intendimento di battere gli -Albizzi, i quali oriundi d’Arezzo, si diceva che fossero Ghibellini -di nazione. Questi pertanto si proponevano di contrastare la legge, -allorchè un Geri de’ Pazzi, amico falso de’ Ricci, andato una notte -a Piero degli Albizzi, il quale era in Casentino, gli disse a qual -fine era ordinata la legge, e che si sarebbe detto la combatteva egli -per timore non toccasse a lui. Accettò Piero il consiglio e venne in -Firenze; e quando andò la petizione, la favoreggiò con gli amici suoi -tantochè si vinse: ed egli poi e la famiglia sua rimasero capi della -Parte guelfa e per essa crebbero. I Ricci pigliarono la contraria -parte, e per alcuni anni si disse la setta dei Ricci e la setta degli -Albizzi, tra le quali era la città divisa, ma senza però che si venisse -alle armi o che grave effetto ne nascesse; quella dei Ricci venendo ad -essere abbattuta facilmente, finchè dipoi non risorse con altro nome a -levare in alto un’altra casa più fortunata. - -Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;[258] ed -egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa tra i Ricci e gli -Albizzi ed alla zuffa in Mercato Vecchio attribuisce tutto quel fatto -dell’ammonire, scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per -così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione la quale allora -ebbe principio, a quelle che furono prima tra’ Cerchi e i Donati, -e tra gli Uberti e i Buondelmonti. Ma le fazioni che in antico si -combattevano con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,[259]» perchè -il governo popolare era oggimai costituito. Armate erano tuttavia -le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, come erano quelle ad ogni -pretesto de’ maggiori cittadini; e armate pure noi troviamo quelle -dei Bordoni.[260] Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato -di Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo privati i -nobili del governo dello Stato, cadeva questo in democrazia, contro -alla quale gli ambiziosi dapprima insorsero con l’escludere i nuovi -uomini e forestieri, poi col batterli come Ghibellini: il che era stato -più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci fossero nate inimicizie, -quanto almeno noi sappiamo. Si noti pure come della contesa tra quelle -due case, Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non faccia -parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, quasi temesse di -nominarli, battuto essendone egli stesso come seguace della contraria -parte: ma nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè da -Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque vissuti in una età -oramai sicura da quei timori e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli -mettono innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle sètte; ma -il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie è tutta cosa del -Machiavelli. - -Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che indi nacquero, -dovette essere pure incentivo, benchè taciuto dagli storici, il -trattato che si fece nel corso appunto di quegli anni con l’imperatore -Carlo IV. Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 le prime -mosse del magistrato di Parte guelfa contro a’ Ghibellini, dichiara -egli in solenne modo ciò essere stato per le apprensioni che allora -dava alla Parte guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di -Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo con questo -stesso Imperatore, e noi dicemmo con qual mistero pei molti ch’erano a -ciò avversi. Nell’aprile del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui -pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di molti. Dopo di che -un’ambasceria andò in Germania per la ratificazione; ed ecco subito le -contrarietà in Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato -agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno a mani vuote, che -fu in settembre dell’anno stesso. L’accordo per allora andò a monte, -nè altre parole se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi -giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacque la Parte -guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; sinchè alla fine tre anni -dopo, e quando era l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con -violenza quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. Così a -me sembrano quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel -legamento che pur dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso -poi noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di Parte guelfa, -e quasi essere soperchiato, un poco innanzi alla seconda venuta in -Italia dello stesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoichè -Carlo si fu partito. - -Dicemmo noi come la parte che più era popolare, ed alla quale -apparteneva Matteo Villani, promovesse quel trattato per cui venivasi -ad autenticare il governo delle Arti costituite dopo il 43: quello -stesso Imperatore aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine -dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo Villani, che è -il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n’è grande -sostenitore, molto era avverso al magistrato di Parte guelfa; dal quale -venne anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla quale i Ricci -presiedevano: e di Uguccione, ch’era capo di questa famiglia, dice il -Velluti,[261] ch’egli «recava a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.» -Uguccione andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima volta, -e quando tornarono gli altri quattro colleghi suoi, perchè la parte -contraria ad essi ed al trattato in Firenze prevaleva, rimase in Udine -a cercare se la pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse -il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in Pisa; e andato -a lui ambasciatore, e nate essendo difficoltà, venne in Firenze a -procurare si conchiudesse a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le -facoltà agli ambasciatori:[262] alla fine sottoscrisse quel trattato, e -fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per contrario, niuno degli Albizzi -ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli ottimati voleano -fare a sè sgabello del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica -fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali tradizioni, contro -all’abuso del nome guelfo: qui stava il nodo della contesa. Ma vero -è poi che le due parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con -l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi franche e sicure -le volontà ed i propositi di ciascuna, com’era al tempo di quelle -guerre che prima i grandi ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’ -grandi. - - - - -CAPITOLO VII. - -LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN -ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.] - - -L’occasione o il pretesto pel quale si armavano allora le case dei -possenti cittadini era l’entrata in Toscana della grande Compagnia; di -quell’esercito di ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia, -miseria non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento noi vedemmo -per alte contese accozzarsi le nazioni; ora guerre da per tutto, ma -un combattersi alla rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga -conto: nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse meglio. -La Francia invasa e calpestata per cento anni dagli Inglesi, che ad -entrambi fu ruina e arretramento di civiltà; in Allemagna l’Impero -debole, ed un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati -vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure dei feudi e per -argomenti di genealogie, come in Italia per le disuguali fortune dei -popoli e pei contrasti tra le città. Nella Germania era la guerra fine -a sè stessa ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra noi la -grassezza della vita e le arti e i commerci facevano un popolo tanto -proclive alle discordie, quanto alieno dalle armi; queste avevano di -che pagare, fidate ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse -civili fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere al soldo -della Repubblica e avere in mano le forze sue. Infatti costoro allorchè -s’accorsero in Italia essere grande numero, ed i paesani disusarsi -ogni dì più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in compagnie -vivendo di ratto, anzichè del soldo che spesso mancava; avvisandosi che -se a loro venisse fatto di occupare alcuna buona città, le altre tutte -facilmente a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori -loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a guardia dell’Impero, -e poi l’avevano per sè tolto: muovevangli ora le stesse occasioni -e le cupidità stesse, ma essendo già in loro cessato l’impeto delle -invasioni prime, per anche non erano fatti capaci alle conquiste per -via d’eserciti regolari. - -In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato le vaganti -Compagnie: lo stesso in Italia, cessata la guerra del Re d’Ungheria -contro alla regina Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re -licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi uscito del -reame insieme ai soldati ch’erano stati con la Regina e col marito -di lei Luigi di Taranto, fece di tutti una Compagnia in numero forse -di tremila cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e le altre -vicine contrade.[263] Dipoi essendo il governo della Compagnia venuto -alle mani di un cavaliere provenzale dell’ordine degli Spedalieri -di Gerusalemme, il cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i -nostri lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo grande -alla preda, tirò a sè quanti più fossero per l’Italia uomini d’arme -senza soldo, talchè si trovarono seco bentosto settemila paghe di -cavalieri, che cinque mila o più erano in arme cavalcanti, con più -di millecinquecento masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi e -femmine di mala condizione seguivano la Compagnia per fare male e -«pascersi della carogna.[264]» Le femmine lavavano i panni e cuocevano -il pane, Fra Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da fare -farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non entrava in terre -murate, mantenersi in abbondanza. Avevano l’anno 1354 vernato nella -Marca; donde accennando verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come -solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che erano i più -esposti, vedendo potersi per le offerte di Fra Moriale senza loro -danno levare la Compagnia da dosso, diedero a questa il passo e le -vettovaglie per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città -loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di cose che a loro -fossero necessarie. Lo stesso avea fatto il Vescovo di Foligno e poi -fecero i Senesi e gli Aretini, patteggiando con la Compagnia; la quale -scorreva baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando le biade -dei campi pe’ loro cavalli e quante altre cose potessero giugnere, -e predando uomini e bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi -trapassato San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, perchè avevano -preso la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro all’Arcivescovo -di Milano per centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero -a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini d’oro; -e nell’accordo si leggono registrati fino a dugentotrentaquattro -uffiziali. Avuta poi la condotta, se n’andarono per Val di Rubbiana -alla Città di Castello, avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con -licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia a Currado conte -di Lando[265] e fecelo suo vicario, egli recandosi a Perugia e più -tardi a Roma; dove per comando di Cola di Rienzo fattogli processo come -a pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la Romagna e la -Toscana e la Marca, gli fu tagliata la testa. Non credo che fosse pura -di tradimento e di avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe -stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta si avesse -quell’antiquario della libertà romana, il quale perchè sapeva _lejere -li pataffi_,[266] si credè nato a resuscitare la potestà tribunizia -in quella Roma che fu deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le -torri armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in mezzo alla -città stessa. - -Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte di Lando condusse -nel Regno la Compagnia, dimorata quivi ad agio più mesi per la -scioperatezza del re Luigi di Taranto: indi poi tornò nella Marca, -e tratto danari da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, si -fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i Signori di quelle -città contro ad Egidio Albornoz Legato del Papa, che ivi guerreggiava -da più anni. Ma stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai -propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi da ogni -parte per vaghezza della preda, non per affrontare nemici in campo. -Vivevano senza far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta -era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, -che a ciascuno meglio pareva accordarsi con la Compagnia per danaro che -contrastare con quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce -per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di Narni a predicare -l’indulgenza con grande solennità; dove fu tanto il concorso, che non -poteva egli resistere a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo, -e in pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più dalle -donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica in Romagna anche suoi -soldati, e vi andarono masnade di cittadini e contadini crociati, che -furono dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava al Comune -di Firenze più di centomila fiorini, questa che riusciva non altro poi -che una beffa. Imperocchè il Legato anch’egli scendeva agli accordi con -la Compagnia per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua parte dovè -il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, passata di nuovo contro a’ -Signori di Milano, tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358. - -In fin da quando la Compagnia la prima volta fu in Romagna, i -Fiorentini vedendo ch’ella era in parte dove in un dì potea valicare -l’Alpe ed entrare nel Mugello, formarono con bell’ordine una nuova -milizia di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado -e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone secondo l’estimo -tanti per cento; e nel distretto ne feciono scegliere a ciascuna -comunanza, terra o castello, quelli che si conveniano. Ordinarono -pe’ loro soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a casa -apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, avesse venti soldi al mese, -ed i conestabili quaranta; e quando erano in servigio, fiorini tre al -mese. Nella città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme -i balestrieri; e i vincitori aveano premio un bello e ricco balestro -marcato del marco del Comune. Col mezzo di questa e di altre buone -provvigioni i Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello -dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche per accordo gli -Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento dei loro fedeli. -Quivi fecero una tagliata per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due -poggi, e sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi a -modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi buoni ordini -salvavano allora da ogni assalto la Toscana: ed allontanandosi la -Compagnia, il Conte di Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo, -passò in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, del quale -comprava terre e castelli e riscotendo quelle che aveva impegnate. -Appresso era stato con l’Imperatore, mostrandogli come la Toscana -era piena di soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo -del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi al Conte non si -vergognava dare titolo di suo Vicario in Pisa; e fu detto gli desse -in occulto maggiore legazione, se a lui venisse fatto di riporre sotto -l’imperiale soggezione qualche altra parte della Toscana. - -Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio 1358 trovò che -avevano i Caporali della Compagnia chiesto il passo ai Fiorentini per -la Toscana fino a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli -entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che rifiutato -dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; ma il Conte scelse -venire a patti; così che essendo la Compagnia in Val di Lamone, -dovesse per la via di Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte -ed a Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune dando loro -la panatica per cinque dì, a loro spese. Gli ambasciatori mandati -dai Fiorentini erano rimasti con la Compagnia per più sicurtà della -condotta, sebbene fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i patti -a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, e prese albergo -in mezzo all’Alpe presso Biforco: ma come è uso di gente siffatta -quando si sente potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia -senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le rapivano con -brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori delle montagne, tra molte -loro felicità, hanno invidiabili occasioni: quelli di Val di Lamone -e i fedeli del conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre -tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro vantaggio, dove -potessero nel trapasso rifarsi dei danni e vendicare gli oltraggi che -avevano ricevuti. Il Conte di Lando, affrettandosi prima del giorno, -mise sua gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia gli -ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo con ottocento a cavallo -e cinquecento pedoni e con le cose di più valuta. Era il cammino che -avevano a fare aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi -fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, la quale si -leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata -di pietre e di torcimenti; e tale passo è detto le _Scalelle_, che bene -concorda il nome col fatto. Per dove cercando i primi passare, furono -dai villani assaliti e con le pietre indietro rispinti. Il Conte di -Lando, che s’avea tratto la barbuta di testa e mangiava a cavallo, -sentendo ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare -Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, e più ne gettavano -con mano sopra la gente del Conte ch’erano nel basso, quasi come -in prigione chiusi da altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo -d’alto cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da cavallo -un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani dalle ripe: ma poco -gli valse; chè gli Ungheri, gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri -stivali non potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano -nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità del monte da -parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, -e lui e il cavallo ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa -molti e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che erano scesi -alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi per la morte di molti -di loro inviliti, per la strettezza non erano abili in alcun modo -a mostrare la loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance -manesche. Il Conte, assalito da buon numero di loro, fe’ con la spada -bella difesa; e alla fine non potendo s’arrendè prigione, porgendo la -spada per la punta; ed un villano il ferì con la lancia nella testa, -chè s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, smontarono -da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno poteva meglio, su per -le ripe e pe’ burroni si diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma -le femmine ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro mariti almeno -col voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture -d’argento e’ danari e altri arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle -circostanze dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti -più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato per moneta -dai villani in luogo sicuro, fu quivi raccolto dal signore di Bologna -Giovanni da Oleggio, che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga, -egli curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.[267] - -Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le schiere che già -erano passate innanzi cominciavano a sbigottire. Ma con esse erano gli -ambasciatori del Comune di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto, -che le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava -togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. Gli ambasciatori -che nonostante si sentissero in lealtà pure temevano per sè stessi, -usando una autorità che non era commessa loro, ai molti armati che -erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi da quelli, -lasciando libero il cammino; e le due schiere si ridussero quel giorno -stesso in Dicomano. Dove abbarrati come potessero con botti ed altro -legname stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune aveva -all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila erano balestrieri -scelti, e quattrocento cavalli; ma più temevano gli Alpigiani, poichè -gli avevano assaggiati. Udito in Firenze il romore di quei fatti, -i rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono per il -contado a far gente, che là si trasse da ogni parte per non lasciarli -passare. E sebbene uno degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in -Firenze, ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata e -posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero in tre altri -Consigli molto numerosi di richiesti, il preso partito fu ogni volta -confermato e dato ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve -tutti occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le uscite -fossero più larghe; grande il numero dei pedoni mandati dal Comune o -che per volontà vi erano tratti; gran voglia avea il popolo di levare -di terra una volta quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano -in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse (crede Matteo -Villani), in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della Compagnia -per lungo tempo in Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori -(un Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali contavano -in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero più che al Comune -i capitani mandati a reggere quelle genti; il potestà si trovò essere -uomo di poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi della -Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi insieme con gli -ambasciatori, deliberarono trarre fuori a salvamento i rinchiusi e -porli a Vicchio; il che era farli signori di tutto il piano di Mugello. -Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate e le fosse, -ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco furono messi alla -retroguardia. E avendo fasciata la Compagnia co’ balestrieri del Comune -di Firenze, li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare del pane -che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne che non potendosi -raffrenare i fedeli dei Conti dall’appiccare la mischia, i balestrieri -ebbero comando dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della -gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo capitanata e non -sapendo cui obbedire nè offendere, non si partiva dalle poste: il che -vedendo quei della Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno -e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un aguato di cento -Ungheri che si avevano lasciato addietro, avendo colto quei balestrieri -che si erano fatti innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia, -sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno cavalcando -quarantadue miglia, non si fermò finchè si ridusse a salvamento in -su quello d’Imola. Gli ambasciatori, fornito il servigio, tornarono -a Firenze; e a chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di -questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La gran Compagnia -vicina a disciogliersi per la mancanza de’ suoi capi, e indi ricomposta -da un altro tedesco, Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta -l’anno dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al contado di -Firenze, trovò questo essere ben guardato, nè bastò a prendere sua -vendetta. Quella volta Bernabò Visconti aveva mandato contro alla -Compagnia aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri di -Puglia in proprio e per comandamento di quel Re amico alla Repubblica. - -Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non si soglia da noi; -ma ci spediremo brevemente di un’altra guerra di maggior conto, della -quale più ne importa esporre le cause che narrare le battaglie, perchè -non fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 _una co’ Pisani -infinta pace,_ e la mala volontà era continua tra’ due popoli. Pisa -ghibellina parea soffocasse dentro terra le ambizioni crescenti ognora -dei Fiorentini e i commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per -la pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino a ducento -mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a trenta mila; da indi in -su doveano pagare gli uni e gli altri due soldi per libbra. Ma dopo -cacciati i Gambacorti, venuto il governo di Pisa in mano della fazione -che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore di costruire -altre navi per la sicurezza del mare infestato di frequente dai pirati, -fecero a tutti essere comune la gabella dei due soldi, togliendo via le -franchigie: avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero sopportato -per l’agiamento del porto e la comodità delle strade. Ma superbia -e guasti animi credo potessero più del computo; e la Repubblica -decretando che i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato -termine, s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio di Firenze -andasse al Porto di Talamone, con l’agevolare le strade a quel porto e -col disporre le albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare -da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i mercanti e vetturali -pisani venivano presi e rubati sulla via. Quindi aggravarono il -divieto decretando che chi procurasse o consigliasse o in palese o in -segreto tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona. -Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del mare con grande balía, -nel quale entravano due de’ grandi perch’era ufficio del Comune, e -perchè i grandi per le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle -cose della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile danno -e solitudine della città loro, tanto che vi ebbero congiure per le -sofferenze degli artefici e il desiderio che aveva il clero dell’antico -reggimento. Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova Simone -Boccanegra, del quale erano grandi amici, e n’ebbero sei galere, -sperando per quelle chiudere Talamone, e che ogni naviglio fosse menato -a scaricare a Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza a -fare armare galere; chè prima d’allora non aveva la Repubblica avuta -armata nel mare; ed alle mercatanzie loro si procacciarono una via -di Fiandra per terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa -lietamente comportando per mantenere l’impresa.[268] Tentarono anche -i Pisani Talamone per mare e per terra, ma lo trovarono ben guardato -dai Fiorentini e dai Senesi: lo strano impegno continuava, cercando -i Pisani a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini -disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza le navi, le quali -andassero non che a Pisa a Corneto ed in altri porti, avendo armate -a questo effetto in Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno. -Con le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la grida che -sotto piccolo nolo avrebbono caricate con sicurezza per Talamone le -mercatanzie sulle galere del Comune di Firenze; ed i Pisani, per -la meglio, mandarono il bando che ogni uomo potesse liberamente -navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a mandarvi della -roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini era proposito mostrare -ai Pisani che senza loro ed il loro porto potevano fare, ch’era un -averli a discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti i -Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire il segreto, confessa -pure che a cercare sottilmente lo stato in che erano le due città, -questa materia aveva dentro più che al difuori non apparisse.[269] - -Così cercavano le due parti di schermirsi dalla guerra che poi -nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; da chi voluta, mal si -direbbe. Ai Fiorentini era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno, -avendo i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente retta -da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano Belfredotti), ma debole -sempre contro alle insidie o agli assalti delle maggiori città vicine, -per la scarsezza dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano -a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano i Pisani tentato -Volterra, che allora sarebbesi accordata per la meglio ricevere da -Firenze il Capitano di guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini, -cortesemente avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro discorso -occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze del tiranno per -via d’un’altra scelleratezza, fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero -quella città e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio ai -Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai luoghi forti ed -alle marine. E frattanto Piero Gambacorti con la forza di settecento -soldati ungheri era fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la -quale sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini. -Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio Lupo, nobile di -Parma dei marchesi di Soragna, si diedero in fretta a provvedersi -di gente; scegliendo uomini volonterosi ed atti alla guerra, che -formassero le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior -modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si era dovuto anche -pe’ contadini il servizio personale commutare in una tassa, che essi -pagavano con grande loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni -e soldati forestieri:[270] bene potevano essere chiamati quando era -necessità, scontando la tassa, come avvenne in questo tempo; ma era -servigio dannoso e disutile: e tutto il nerbo della guerra stava negli -Ungheri e Tedeschi.[271] - -Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e abbiamo registro[272] -di ventisei compagnie, la maggior parte di forestieri, le quali sotto -varie insegne e nomi diversi furono in quegli anni tenute a soldo -dai Pisani. Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano per -le strade loro passeggiare baroni e cavalieri armati d’ogni nazione: -tra gli altri, un Ridolfo ed un Giovanni di Habsburgo vennero l’anno -1365 agli stipendi dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val -di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona tolto ai -Pisani furtivamente, questi riebbero per assalto. Di Val di Nievole si -portò la guerra tosto in Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate -castella di picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari -e rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; quando per -dappocaggine o malizia dei consiglieri o commissari che la Repubblica -inviava a stare a guardia del capitano, Bonifazio fu deposto da -quell’ufficio; egli accontentatosi nobilmente di servire nella qualità -di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da Camerino, che gli aveva -tolto il luogo suo. Viveva quegli poi molti anni in Firenze, dov’ebbe -cittadinanza, ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la -fondazione d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene anche -oggi il suo nome.[273] Ridolfo avuta con lungo e faticoso assedio la -terra di Peccioli, e corso anch’egli inutilmente devastando il piano e -distruggendo nobili possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon -frutto non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, condotto -dai Fiorentini con quattro galere, facea buona prova; tenendo questi a -grande onore umiliare Pisa colà dov’era la forza sua; tantochè avendo -occupato per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo le -rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali fino ai giorni -nostri restarono appese alle colonne di porfido presso alla porta -maggiore del tempio di San Giovanni. Altre due galere aveva mandate in -servigio della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli grande -Siniscalco del regno di Napoli. - -Continuava la guerra tutta quella state, nè per il verno cessavano -le due parti dall’assalire castelli, avendo i Pisani tentato Barga e -Pescia e Santa Maria in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre -i Fiorentini sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi avere -Lucca per trattato, da quella furono ributtati per la diligenza dei -Pisani. Avevano questi sul principio della guerra (se fede intera -prestar si debba al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori -per bando crudele.[274] E in Garfagnana si raccendeva feroce la guerra -nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri da Baschi capitano de’ -Pisani avendo rotte due grosse bande di cavalieri e fatto prigioni i -due valorosi capitani che avea mandati Piero da Farnese a rifornire le -castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe splendida rivalsa -presso al Bagno a Vena, dove la battaglia due ore e mezzo fu combattuta -pertinacemente con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con la -spada in mano, e seco molti valenti uomini e le insegne dei Pisani. -Del che in Firenze fu molto grande e popolare allegrezza, entratovi -Piero quasi trionfalmente: e subito quindi correva egli sotto Pisa e -fino alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù di soldato e -perizia di capitano. Ma egli moriva in quei giorni della peste ch’avea -ritoccato di nuovo in Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del -quarantotto: di lui fu grande e universale compianto, ed ebbe esequie -splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna una statua equestre di -legno che stette infino a questi ultimi anni nel maggior tempio; dove -Piero da Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di quando egli, -mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato dai suoi, montò sopra -un mulo da soma e a quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu -tanto allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al modo stesso -come era morto Giovanni, Matteo Villani che la storia sua condusse -infino all’ultimo giorno della vita: quando s’apprestava a raccontare -l’esequie di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta, -continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo suo figliuolo, -più letterato dei suoi maggiori, ma istorico troppo da meno, al breve -saggio che egli ne diede. - -Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la guerra, dacchè i -Pisani ebbero condotta ai loro stipendi una compagnia d’Inglesi che -aveva nome la Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro a -Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela da dosso; era egli -avverso ai Fiorentini e amico ai Pisani: avriano potuto i Fiorentini -farsi innanzi, molti di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra -gli altri essendo guida in Italia della compagnia; ma invece trassero -di Alemagna poche altre genti capitanate dal conte Arrigo di Monforte, -all’uopo scarse e di minor conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato -camminavano inverso Firenze per il piano di Pistoia infino alle porte, -guastando al solito case e ville, correndo palii e impiccando asini; -finchè ritrattisi all’udire le campane di Firenze suonare a stormo, -discesi a Empoli per i poggi, di là per il Chianti si andarono a posare -nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa terra e il castello -di Figline. Campeggiarono tutto il Valdarno ad agio loro alquanti -dì, ed all’Incisa avendo rotta l’oste fiorentina che si faceva loro -incontro,[275] un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze da -opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era capitano messer -Pandolfo dei Malatesti, il quale o che pe’ mali ordini del governo -gli paresse necessario, o che a pro suo volgesse in mente consigli -malvagi, chiedeva gli dessero giurisdizione di sangue nella città e -fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che negatogli -e tumultuando la città che ricordava il Duca d’Atene, male potevane -avvenire; quando saputosi che gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando -i poggi del Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura -e s’acchetarono i sospetti.[276] E già il verno soprastava, nel mezzo -del quale non si ristavano quella dura gente degl’Inglesi dal correre -e dare il guasto alle terre cercando preda. Con maggior impeto e più -ordinata battaglia si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera; -e più volte ebbero a sè propizia la fortuna delle armi, tenendo stretti -nella città i Fiorentini con disagio e con pericolo molto grande; -quando ecco si videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra -loro dividersi e insieme combattere, essendo una parte già compra, e -l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a Cascina rimanendo vinta in -molto grossa battaglia. Ed in quei giorni anche fu preso ed abbruciato -Livorno per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato nelle -compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, come i nobili -spesso facevano, e di rado utile alla patria sua. Così tra le due città -rivali erano venute a pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano -V già s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni sofferti -e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente consigliavano, e che -Giovanni dell’Agnello, che si era in Pisa levato a doge, promoveva -pe’ suoi privati disegni. Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze -pubblicata non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre -del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali quali com’erano state -innanzi la guerra: tornava meglio alle due città se non l’avessero -cominciata.[277] - -La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento di dignità, -veniva a rendersi ogni giorno più, non che odiosa agli Italiani, -subietto amaro alla riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e -Urbano V, benchè francese, non prima assunse il pontificato che pose -mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. Questo annunziava egli -col pigliare il nome d’Urbano. Muovevanlo i danni che ne venivano alla -Chiesa, e lo squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne -dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul papato i re di -Francia, ed ultimamente per le guerre di quel regno parevagli fosse -male sicura ivi la dimora: vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli -al dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le armi e per -le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia della presenza dei papi, -che il nuovo stato costituisse e gli acquistasse la moral forza; si -confidava con la presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni -e dalle rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;[278] -sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti che fu insigne per -malvagità anche tra gli uomini della casa sua, e che d’ogni erba faceva -fascio. Si accordava al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle -due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva questi passando in -Italia nel tempo stesso che il Pontefice, meglio rialzarvi l’imperial -nome e confortarne l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza -di Bernabò, che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo suo. -Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella primavera del 1367, -e dimorato alcuni mesi in Viterbo, a’ 16 ottobre faceva l’entrata -solenne e lieta veramente nella desolata Roma, in mezzo al corteggio -dei signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e l’Imperatore -e il Re d’Ungheria la regina Giovanna di Napoli e i signori di Mantova -e di Padova e di Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti, -alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento si rifiutarono -aderire. Oltre al tenere in gran sospetto quell’amicizia tra ’l Papa e -Cesare, pensavano come per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà -più forte nella propria difensione e alla unità del comando, le forze -di quante in Italia erano compagnie, cioè delle sole milizie vere che -allora sapessero tenere il campo e mantenessero disciplina. Ma fuori -anche di tutto ciò, per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia -di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni cosa; e della -quale non saprei dire se fosse Carlo o più avido o più bisognoso.[279] -Egli disceso nel maggio del 1368, trovata l’impresa più dura che in -lui fossero l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti per molto -danaro e piccioli ossequi o concessioni da loro fatte; e la lega fu -disciolta, ed egli con poche armi recavasi in Toscana. - -Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a Roma, accrebbe quivi -lo splendore di quei giorni al Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in -Siena, della quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo; -ma ora cercando mettere in palagio un suo Vicario, infuriò la plebe, -ed ei dovette salvarsi nelle case dei Salimbeni con suo pericolo e -vergogna. A Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto lo -stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero Gambacorti, dal -quale ottennero essi la conferma degli antichi privilegi e aggiunta di -nuovi, cosicchè allora per sempre cessarono dal fare porto a Talamone. -Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani ricuperava dopo -ventisette anni l’indipendenza; riordinandosi a governo per allora -popolare e molto amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano -le solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, come -vedemmo, fossero libere le città una per una e spicciolate, ma non -formassero uno stato di più insieme, e non facessero acquisti di terre -senza il beneplacito di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra -essere stata contro ai patti del 55, e grave scandalo gli pareva -che la Repubblica si arrogasse dare castella in feudo ai signori del -distretto, a sè rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto -per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da Lucca e da Siena e da -Pisa e dai Visconti avuti buon numero, tornò in Germania soddisfatto. -Ma lasciava però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione di -San Miniato; non poteva quella terra dimenticare l’essere stata rôcca -ai Vicari dell’Imperatore; e molti avendo e possenti nobili usati al -vivere ghibellino, le istituzioni popolari male vi sapevano allignare: -quelli umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini, -partito lui, di già si erano accampati sotto alle mura della città, -allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo si ritraessero, avendo avuto -egli dall’Imperatore il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica -questa volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone -addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva essere ben guardata. -Ciò nonostante in un primo scontro ebbe la peggio, ed i nemici erano -corsi fino alle porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo -per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si tenne finita in -Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il capo, e i ragazzi della plebe -fiorentina addosso a loro inferocivano. Si disperderono le casate dei -Sanminiatesi, e una donna della famiglia dei Borromei, portò a Milano -le sue ricchezze.[280] Il Pontefice, che da gran tempo lodevolmente -sollecitava le città e i principi dell’Italia a unire insieme gli -sforzi loro contro alle straniere Compagnie, si era da ultimo collegato -ai Fiorentini; talchè quella guerra si protrasse fiaccamente qualche -altro mese in Lombardia, finchè una pace venne conchiusa massimamente -perchè il Papa si era tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne -egli a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370. - -Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica: -l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a -tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni. -Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco -del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da -Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel -bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino -di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta -dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto -come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano -quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva -ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze, -la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se -tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di -Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente -accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per -sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, -crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero -provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue -o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato. -Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da -Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona, -o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso -che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città -papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro -venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa -di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche -più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo -de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un -trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di -recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero -più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai -reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini -ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima -famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi -da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due -popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando -della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè -divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che -si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori -da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze -macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro -Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi -Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282] - -Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo, -che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare -venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi -mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu -quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i -sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che -di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro -alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a -tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285] -le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse -al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni -ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i -quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363, -poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per -lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi -a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei -Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni -raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini -che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro -a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci -sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo -Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, -fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti -minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori -intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione -della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, -innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli -ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte -in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene -condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. -Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu -confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo -dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato -Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma -(come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti, -più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol -poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi -quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie: -questo si ottenne a gran fatica.[289] - -Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose -che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a -qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato -suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte -guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già -s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio -susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne -quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un -anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro -ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini -della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano: -egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di -_paperini_, giocando sul nome quasi che fossero _paterini_. La setta -degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi -aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza -era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto -grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua -e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello -di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le -ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da -meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori -in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è -vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo -Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai -Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava -Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano -già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella -Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della -Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso -erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione -del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro -ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani -di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi, -dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto -di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede -agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai -magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi. - -Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica -nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la -potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la -quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e -statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare, -e fatte, essere _ipso jure_ irrite e nulle, senza che prima fosse -consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in -palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che -desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione -corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi -contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla -Camera Apostolica, e più di essere _ipso facto_ dichiarato e tenuto per -Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza -di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno -dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna -ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi -del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un -altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì -che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi -a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva -voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra -riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di -ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome -assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a -mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà -di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare. -Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali -cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva -fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295] - -Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini, -porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste -vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei -medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti, -Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi -diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei -migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di -dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato -un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari -popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti -essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento; -e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati -per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante -vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi -e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole -rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto -dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in -uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute -della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai -maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i -principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa -cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli -Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi, -dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu -anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a -difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase -e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era -dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal -quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono -fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente -di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi; -e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare -più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a -private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di -autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro -per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano -delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova -essere scemata l’autorità di quel magistrato. - - - - -CAPITOLO VIII. - -GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.] - - -Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica, -questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici -col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano -sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico -patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare -volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre -della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di -molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di -possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei -Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici -direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad -essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro -o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel -costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima -insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi -straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui -sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e -qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai -popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso -la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e -ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi -di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo -della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la -forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri -Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo -Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati, -lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti) -pericolare la libertà. - -I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal -seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè -ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato -esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa -un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di -Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei -avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente -i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’ -Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io -credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei -Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza -troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei -popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica -forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano -oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli -facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla -libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini, -usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate -nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande -opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le -coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli -ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero -ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297] - -La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere -quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli -Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come -dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli -Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in -Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298] -Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il -Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e -imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette -tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la -larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299] -mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse -farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti: -ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene -avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo -e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi -a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al -dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300] -E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente -mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata -contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni -via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ -Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli -più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo, -chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel -mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le -terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti -e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato, -ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col -capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro, -veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i -nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato -ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto -il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani -ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre -era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del -quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze -patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli -medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre -dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i -luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti. - -Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa -quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie, -per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed -ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione -della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed -all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto, -perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era -prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli -altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto -sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori: -quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila; -poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi -le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo -stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse: -queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre -nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa -quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi -questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare -minutamente nell’istoria della Repubblica. - -Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano -dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano -apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando -nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per -fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza, -ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e -di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando -negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati -cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo -Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, -sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese -recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale -fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi -in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto -gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli -che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti -erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro -assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. -Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i -Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo -dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi -apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo -a favellare.[304] - -Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso anche le terre dei -Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi e degli Aretini, costringendoli, -com’era usanza, a riscattarsi dalle devastazioni per molto danaro. -Siena bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo anche i -Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: v’entrò anche Arezzo, -ch’avea alle coste la minaccia dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi -s’aggiunsero alla confederazione, bensì con patto di non inviare genti -a soccorso di chi occupasse i possedimenti della Chiesa.[305] Laonde -Firenze, a sè cercando più saldo appoggio e di maggiore riputazione, -non temette collegarsi al più antico e più costante dei suoi nemici, -Bernabò Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte guelfa, -cercato indarno di storpiare quella lega, la quale si trova, nè senza -ragione, biasimata da taluno di quelli stessi ch’erano pure dei più -caldi per la guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto -mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, avvalorato in -quello scrittore anche dai fatti che ne provennero. «Fu tenuto allora -da molti buoni e savi cittadini che questo fosse de’ rei partiti -che il Comune pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la -prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere e fare -discredenti i prelati superbi, malvagi e ingrati, che allora reggevano -e governavano la Chiesa di Dio, non dovevano però in tutto mortificare -e disfare lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono stati -d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, e con questa -collegazione gli avevano sempre tenuti a freno: e però seguì che, -disfatto lo stato della Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca -di Milano, ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni -e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore ecclesiastico; e oltre -a ciò spese la nostra città in detta guerra tre milioni di fiorini, -di che seguì che i nostri mercatanti perderono molti avviamenti e -traffichi per lo mondo; e forse per questo seguirono poi le discordie -cittadinesche, per le quali il reggimento venne in mano de’ Ciompi e -popolo minuto.[306]» Ma vero è poi, che ai Fiorentini quella guerra -non parve che fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto -insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome avvenne, -che la riputazione della possanza di Bernabò avrebbe condotto più -agevolmente all’effetto che essi cercavano, quello cioè di rubellare -al Papa lo stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei -popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro che prima -solevano avere alle mani loro il governo delle città. Cotesta era -guerra meno prode che efficace, e fu dagli Otto proseguita con sagace -e appassionata operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e -con gli amici che avevano sparsi per le terre della Chiesa, o man mano -guadagnavano; in sè concordi, e senza intralcio d’altrui sindacati, -portati a cielo da grande aura di favore popolare, encomiati delle -opere loro perchè la città non si credette in altro tempo mai essere -stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto Santi. Molto facevano -col danaro, ma chi delle terre della Chiesa volendosi rubellare cercava -aiuto d’armati, lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova -bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro scrittovi -Libertà in bianche lettere a traverso: se alcuna terra si volesse -dare ai Fiorentini, non l’accettavano. Così molte furono in pochi dì -liberate: «poi, alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure -alla Chiesa era tolta;[307]» e ciò bastava. - -Città di Castello fu la prima che, levando rumore e soccorsa dai -Fiorentini, si ribellasse: seguitarono Perugia, Orvieto, Montefiascone, -Viterbo; in questa rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che -infino allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: poi Todi, -Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna Forlì dove tornarono gli -Ordelaffi, come in Imola gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi -Fermo ed Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città minori o -terre o castelli: la prima cosa era atterrare le fortezze che i Legati -dentro vi avevano fabbricato. «Pareva che intervenisse delle terre -della Chiesa come d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre, -rovina quasi tutto il resto.[308]» Allora il Papa assoldò in Provenza -alcune migliaia di Brettoni, uomini in guerra valorosi, in pace -crudeli, per fargli scendere in Italia. Citò a comparire i Signori ed -i Collegi, e nominatamente gli Otto della guerra, sotto minaccia delle -più gravi censure e pene che allora fossero in casi simili proferite, -se rimanessero contumaci. Ma insieme volendo alla conciliazione aprire -una via, mandò in Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e -un Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di Castello -e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, purchè non andassero -più innanzi con la guerra. Per questo si tennero molte pratiche e -consigli di richiesti; ed era la pace già deliberata, quando gli Otto, -che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che in Bologna si -era offerta, strinsero i trattati che avevano dentro e vi mandarono -gente, sì che la città levata in armi cacciò il Legato: erano ancora -gli ambasciatori in Firenze quando giunse la novella, e si fece grande -festa decretando fosse quel giorno solenne allora e in perpetuo: -tanto più sfoggiavano in cosiffatte dimostrazioni, quanti più erano i -contrari. - -Dei quali fatti in Avignone giunse l’avviso quando erano ivi di già -arrivati messer Donato Barbadori, Domenico di Silvestro e Alessandro -dell’Antella, oratori del Comune ed avvocati presso al Pontefice. -Recitarono, com’era usanza, grave orazione, magnificando l’antico -ossequio dei Fiorentini verso la Chiesa e le recenti offese che -spinsero la Repubblica a provvedersi contro le ambizioni e il nemico -animo dei Legati; per essi venuta in pericolo la libertà, e Firenze suo -malgrado cercare a sè ogni via di scampo. Rispose il Papa, avviserebbe: -pochi dì poi chiamati a sè con solenni cerimonie gli ambasciatori, -fece ad essi leggere il decreto pel quale veniva Firenze interdetta, -ed oltre alle pene spirituali volendo ancora contr’essa procedere a -gastighi corporali, ordina il Breve che sieno i Fiorentini cacciati -da ogni parte del mondo cristiano, ed i beni loro confiscati; e se -al divieto non obbedissero, sieno ridotti in servitù, «a fine che il -pianto loro sia ai posteri di terrore:[309]» parole gravi come i fatti, -ed io vorrei che gli scrittori della Curia si astenessero da tali -enfasi di linguaggio. Narrano che il Barbadori uscendo di sala, volto -a un Crocifisso che ivi era, a lui appellasse di quella sentenza come -a giudice supremo.[310] E trovo scritto che d’Avignone sola fossero -cacciati oltre a seicento Fiorentini dimoranti in quella città pei -grandi traffici di Provenza, e come banchieri principali o cambiatori -nella Corte pontificia. La sentenza ebbe esecuzione in Inghilterra ed -in altre parti, sebbene andassero ambasciatori ai re d’Inghilterra e di -Francia e di Ungheria per la tutela delle persone e degli averi che i -Fiorentini tenevano sparsi in tanti luoghi della cristianità. Da Pisa -non furono accomiatati i mercanti che ivi dimoravano, e la città fu -interdetta; ma il Gambacorti, che la reggeva, cercando schermirsi col -Papa insieme e co’ Fiorentini, inverso a questi batteva freddo; nè le -altre città di Toscana si dimostrarono molto vive in quella contesa, nè -Lucca nè Siena trovo che fossero interdette.[311] - -A vie più accendere le passioni bentosto si aggiunsero due fatti -crudeli, e inique stragi ed abominazioni commesse da quelle straniere -milizie che dal Pontefice assoldate, doveano stare a difesa sua nel -suo discendere in Italia. Santa Caterina da Siena e Francesco Petrarca -gli avean prima dato miglior consiglio; venisse senz’armi, con la sola -croce sarebbe più forte.[312] Per la ribellione di Bologna essendo -l’Aguto rimasto fuori della città, fece pensiero di occupare con le sue -genti Faenza che si teneva per la Chiesa; le quali entratevi, la città -tutta fu messa a sacco, forzate le donne fin dei monasteri e tenute -pe’ soldati, le vecchie cacciate fuori di città, costretti gli uomini a -ricomperarsi o ad andare tapinando: poi quando l’Aguto credette essersi -ben rifatto, vendè la città vuota com’era al marchese di Ferrara; poi -vi rientravano i Manfredi, ch’erano soliti dominarla. Nè il cardinale -Roberto di Ginevra, venuto al governo della legazione di Bologna, -mostrò risentirsi di quel fatto scellerato, e tosto poi adoperò l’Aguto -contro a Cesena, che desse mano ad altra opera anche più crudele. Erano -in questa città i Brettoni, selvaggi uomini corrivi ad ogni eccesso; -talchè alla fine, moltiplicando le offese e vinta essendo la pazienza -de’ cittadini, levati su, diedero addosso ai Brettoni sparpagliati, e -molti ne uccisero, che fu detto essere qualche centinaio. Era il Legato -presso la città in luogo forte, alla Murata, ed era con lui Galeotto -Malatesta; ai quali andati i cittadini, ebbero promessa non ne sarebbe -altro, e tornassero ai fatti loro. Ma tosto dipoi sopravvenendo le -genti dell’Aguto, e ravviatisi i Brettoni, insieme entrarono in Cesena; -e qui uccidere a man salva uomini e donne e i bambini nelle culle: -erano tutte le vie e le piazze piene di corpi morti nel fango, le -chiese di sangue, e su per gli altari uccisero parecchi: tremila o più -furono i morti: scampò chi riuscì a fuggirsi della terra, perocchè gli -Inglesi più attendevano alla preda, ed i Brettoni alla vendetta.[313] -Destava quel fatto pietà commista a odii atroci, e per le città della -Toscana si fecero esequie a’ morti in Cesena.[314] Il Papa tacque; ma -s’egli dannava con pubblico breve il Cardinal di Ginevra, costui non -sarebbe più tardi riuscito a portare scisma dentro alla Chiesa di Dio -col farsi eleggere falso papa. - -La Toscana restò immune da cosiffatte calamità, del che gli Otto -s’acquistarono maravigliosa benemerenza con l’accortezza dei -provvedimenti. Radunarono quanta più gente dovunque potessero, e -l’avviarono a Bologna o su per le Alpi a guardare i passi, avendo anche -molto estese le giurisdizioni loro per la Romagna col soggettarsi -i signori dei castelli, e le terre fatte libere pigliarsi com’eran -soliti in accomandigia. Teneano frattanto a bada il Legato facendo -nascere in Bologna un finto trattato di fargli riavere quella città; -ivi il governo del Legato aveva per sè la minuta plebe: i Fiorentini -si tenevano in devozione i rettori con le grandi provvigioni. Facevano -buona guardia, avendovi anche di continuo due commissari, uno dei quali -fu il cronista Marchionne Stefani.[315] Comandava allora le genti di -tutta la Lega Ridolfo da Varano dei signori di Camerino, reputato -capitano, che i Fiorentini, poichè la guerra più era ingrossata, -condotto avevano a’ loro stipendi. Si teneva egli chiuso in Bologna, -ed alle provocazioni dei nemici rispondeva, non uscire egli perchè -non vi entrassero. Giovanni Aguto conduceva guerra lenta, male -soddisfatto dello stare ai servigi della Chiesa che non aveva di che -pagarlo, poich’ebbe perduta tanta parte dello Stato; ond’egli, scaduto -che fu il tempo della condotta, s’acconciò co’ Fiorentini. Il che -parve gran ventura, perchè se si fossero insieme congiunte due tanto -grosse compagnie, com’era la sua e quella dei Brettoni, sarebbe stato -disfacimento d’Italia. Questi avevano in Francia promesso pigliare -Firenze, dicendo che se v’entrava il sole, essi v’entrerebbero. Ma -non avevano tale condottiero qual era l’Aguto; e due loro capitani già -erano stati dagli Otto guadagnati: sicchè tutto quell’apparato grande -di guerra andò a scaricarsi in ruberie e in crudeltà sulle infelici -terre di Romagna, senza alcun danno ma solamente con grande spesa dei -Fiorentini. - -Aveano i Tarlati allora tentato rientrare in Arezzo con intelligenza -di loro amici ghibellini e con la forza dei soldati della Chiesa, -tanto ogni cosa era capovolta: ma gli Otto mandarono gente a riparo, -e non ne fu altro, a pochi essendo tagliato il capo. Più tardi il -vescovo Albergotti avea ritentato dare alla Chiesa quella città; ma fu -invano, e dovè fuggirsi.[316] Guerreggiava nella Marca il capitano dei -Fiorentini, il quale avendo tolta per sè Fabriano ed essi vietando la -ritenesse, egli si voltò alla parte della Chiesa; del che in Firenze fu -un gran dire, e la sua imagine fu dipinta per la città in più luoghi -col capo all’ingiù, impiccato come traditore: faceva Ridolfo negli -Stati suoi dipingere gli Otto della guerra, effigiati con iscrizione -di sordido vitupero.[317] Ebbe il comando in vece sua un conte Luzzo -o Lucio tedesco della casa di quel conte di Lando verso cui meglio -adoperarono i villani delle Alpi quando egli tentava i confini di -Toscana: ma il conte Luzzo guadagnava sopra a Ridolfo insigne vittoria; -ed i Fiorentini se ne contentarono, molto onorando il conte Luzzo; e -lieti che l’altro nuovo loro capitano Giovanni Aguto avesse in Maremma -fugate le genti del Papa, e corso con le armi le terre fin sotto -Perugia, facendo quivi assai gravi danni. Bolsena, con grave suo danno -e ruina, si era data con l’aiuto dei Fiorentini al Prefetto da Vico; il -che avvenne sotto agli occhi stessi del Pontefice. - -Imperocchè Gregorio, avendo cessato allora per sempre il soggiorno -d’Avignone, s’era in Italia ricondotto. La navigazione sua fu piena -di casi per le traversie del mare; talchè essendosi egli mosso a’ -13 di settembre, non giunse a Corneto prima de’ 4 dicembre, avendo -anche fatto in Genova qualche indugio; tuttora incerto com’egli era -del tornare, attraversato dai cardinali e dai francesi della Corte, -cui troppo piaceva quello starsene appartati in quieta dimora, nè -come a Roma posti in alto con gli occhi addosso della cristianità. -Quivi alla fine si ricondusse Gregorio XI il giorno diciassettesimo -dell’anno 1377. Pigliava dipoi stanza in Anagni, dove lo raggiunsero -gli ambasciatori de’ Fiorentini per la pace, richiesti da lui non prima -fu egli disceso a Corneto. La Repubblica frattanto, usando la penna di -Coluccio Salutati, esortava con la facondia di molto aspre e concitate -parole i Banderesi di Roma, non facessero abbandono della libertà, che -è cara cosa più d’ogni altra; non si lasciassero trarre all’esca delle -curiali magnificenze, a prostrare quella dignità che invano dipoi si -crederebbero racquistare al sangue romano. Questo scriveva Coluccio -a’ 25 dicembre; ed ai 26 rendendo grazie alla regina Giovanna che -si era interposta premurosamente per la pace, protestava esserne la -Repubblica desiderosa. Le condizioni dal Papa offerte sin dal principio -furono tali, ch’era impossibile accettarle; imponeva l’abbandono de’ -collegati, ed una multa che oltrepassava un milione di fiorini: ne -aveano offerti gli ambasciatori fino a settecento mila. Ma io non -so quale delle due parti fosse meno inclinevole alla pace, entrambi -cercando versare sull’altro l’odiosità del rifiuto. Da una lettera di -Coluccio (26 ottobre 1377) si vede che il Papa imponeva anche l’andata -in Corte, a chiedere perdonanza, di cento uomini fiorentini scelti da -lui, e cento delle altre città di Toscana. Laonde Coluccio nelle sue -lettere protestava più che mai essere necessario continuare la guerra, -a ciò animando i collegati, e al Cardinale di Firenze e a quel di -Cosenza molto vivamente denunziando l’avverso animo del Pontefice.[318] - -A questo modo si protraeva quell’infruttuoso negoziare da oltre -sei mesi, quando Bologna fece pace con la Chiesa mantenendo le sue -libertà, ma disciogliendosi dalla Lega. Dal che Gregorio pigliato -animo, e sapendo essere in Firenze contrari molti a quella guerra, -mandava due frati nel predicare valenti, i quali cercassero innanzi -al popolo radunato mostrare il buon animo del Papa inverso della -città, e persuadere la pace. Parlarono questi, ma nel Palagio e ad una -congrega molto numerosa di richiesti dagli Otto medesimi, dei quali la -causa doveva essere giudicata: ciò almeno apparisce dal paragone degli -scrittori, i quali poi narrano che gli oratori fossero rinviati, con la -protesta di mantenere più salda che mai la difesa della libertà dagli -Otto propugnata con tanto merito nell’universale.[319] Pare altresì -che fosse allora nelle città di Toscana maggiore prontezza che per -lo innanzi, o almeno gli Otto vollero fare di tale consenso grande -e solenne dimostrazione. Radunati in Firenze gli ambasciatori delle -altre città, e in Palagio convitati con molto studio di magnificenza, -convennero tutti fare buona guerra, e che ad ogni deliberazione degli -Otto dovessero stare le altre città, come se fatte venissero dai -propri loro magistrati. Grande era l’animosità dalle due parti; il -che veggiamo da un’altra lettera di Coluccio ai Banderesi, dove gli -esorta a resistere con ogni sforzo al Pontefice, come avean fatto gli -antichi loro progenitori a Brenno e a Pirro e ad Annibale, offrendo -in nome della Repubblica e di Bernabò tre mila lance a soccorso loro. -Ma peggio fu quando tornati essendo gli ambasciatori ai 4 d’ottobre, -ed in solenne radunata esposto quello che aveano fin qui operato, -deliberarono i Consigli che si facesse guerra a oltranza; e ad un -ambasciatore di Bernabò, che era rimasto in Anagni e offriva trattare -nel nome dei Fiorentini, risposero molto risolutamente se ne stesse, -e che pace non farebbero, e che ritiravano le condizioni da prima -offerte.[320] Gli Otto, che prima venivano confermati di sei in -sei mesi, ebbero rafferma d’un altro anno dopo la scadenza; che era -mostrare grande proposito e fermo animo alla guerra. - -Allora trovati dottori canonici, i quali dannassero di nullità -l’Interdetto, ordinarono che agli 8 d’ottobre, festa di santa -Reparata, si riaprissero tutte le chiese in città e nel contado e nel -dominio, celebrandosi i divini uffici come in passato pubblicamente: -richiamarono i prelati e i preti semplici che si erano assentati -dalle chiese, minacciandoli di gravi multe se non tornassero; gli -ecclesiastici che per avere ubbidito si trovassero involti in processo -o avessero gastigo dal Papa, fossero difesi a spese del Comune e -compensati dei danni sofferti: quanto venissero osservate coteste -leggi, noi non sappiamo. A molti pareva non essere giusta la scomunica -a quel modo data e per motivi di quella fatta; nè in Firenze mancava -forse chi si accostasse alle sètte dei Fraticelli o di altrettali -novatori, che in Italia serpeggiarono tutto quel secolo. Delle -moltitudini era devoto e sincero l’animo, e l’affetto religioso aveasi -aperto sue proprie vie fin dal principio dell’Interdetto. «Parve -(scrive il cronista) che una compunzione venisse a tutti i cittadini, -e per molte chiese cantavansi laude ogni sera, ed uomini e femmine -infiniti vi andavano, e grandi spese vi si facevano: ed ancora s’andava -ogni dì a processione colle reliquie, e canti musicali, con tutto -il popolo dietro. Ancora si mossero molti giovani nobili e ricchi -e si convertieno, e feciono loro conventicole a Fiesole, e facevano -limosine, e quivi in digiuni e in orazioni dormivano in sulla paglia -e in terra, e convertivano peccatrici, e vestivanle, e monisteri -muravano: ed era questa cosa sì dilatata, che ben parea che volessero -vincere e aumiliare il Papa, e che voleano essere obbedienti alla -Chiesa.[321]» Ma gli Otto pigliarono in sospetto le radunate delle -compagnie dei disciplinati che si facevano nelle chiese dei frati, e a -questi vietarono sotto gravi pene fare dette radunate[322] dov’erano -certo molti di coloro ai quali spiaceva la guerra ed il vivere in -contumacia di Santa Chiesa, «e gli obbrobrii e i vituperi e le ingiurie -che tutto dì si facevano nelle persone degli ecclesiastici.[323]» - -Era in Firenze a quei giorni Caterina Benincasa da Siena, che noi -veneriamo come santa, mirabile donna nella vita e negli scritti; -oratrice inviata privatamente in Avignone dai Fiorentini a Gregorio, -e presso lui grande promotrice del ricondurre la Sede in Roma e -mantenervela: con la parola e con le lettere fermava l’incerto animo -di lui, mostrando il male colà dov’era, senza mai palliarlo per via -di timide concessioni, e innanzi tutto ponendo la riforma dei pastori -con pio coraggio e con umile severità; avvalorando le riprensioni -col sempre tenersi dentro ai termini della riverenza, e temperandole -con l’affetto. Scriveva agli Otto e alla Signoria, non s’indurissero -nell’orgoglio e nella caparbietà, non mentissero alla coscienza, al -Papa andassero coll’ossequio dai figli dovuto al Padre comune; le -offese recate a lui e alla Chiesa riuscire in danni alla Repubblica; -non guastassero quei buoni semi che già parevale di aver posto nel mite -animo di Gregorio.[324] Scriveva al Papa gridando pace: racquisterebbe -con la benignità le anime, che sono il tesoro della Chiesa. «Con queste -guerre non veggo che possiate avere un’ora di bene; distruggesi quello -dei poverelli ne’ soldati, ed impedisce il santo vostro desiderio, il -quale avete della riformazione della Sposa vostra, riformarla dico -di buoni pastori. — Voi potreste dire, Santo Padre: per coscenzia -io son tenuto di conservare e racquistare quello della Santa Chiesa: -ohimè, confesso bene che egli è la verità; ma parmi che quella cosa -che è più cara, si debba meglio guardare. — Poniamo che siate tenuto -di conquistare e conservare il tesoro e la signoria delle città, -la quale la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di -racquistare tante pecorelle, che sono uno tesoro nella Chiesa, e -troppo ne impoverisce quando ella le perde. — Procurate che nelle -vostre mani, quello che Dio permette per forza, si faccia con amore. -— La Chiesa perde e ha perduto li beni temporali per la guerra e per -lo mancamento delle virtù; che colà dove non è virtù, è sempre guerra -col suo Creatore, sicchè la guerra n’è cagione: ora dico, che a volere -racquistare quello ch’è perduto, non c’è altro rimedio se non col -contrario di quello con che è perduto; cioè racquistare con pace e con -virtù, come detto è.[325]» - -Dimorò in Firenze santa Caterina quei mesi che furono alla Repubblica -i più torbidi, tenendosi ella più accosta alla setta dei Capitani -di parte guelfa: ai santi aggradano le città ordinate sotto un -principio di autorità, e qui aveva essa dei discepoli e degli amici -molto ferventi; e di là erano gli scomunicati. Trovo scritto che a -suggerimento di Niccolò Soderini, il quale insieme a Piero Canigiani e -a Stoldo Altoviti era dei suoi più devoti, esortasse ella i Capitani a -battere con le ammonizioni la parte degli Otto, riprovando però l’abuso -che essi ne fecero e i fini privati che a ciò gli movevano.[326] Per -le quali cose Marchionne Stefani mostra dubbio animo verso Caterina, e -morde i seguaci ch’ella ebbe in Firenze:[327] e quindi gli odii della -parte che aveva sua forza nelle Arti minori si dichiararono contro lei, -tantochè essendo ella rimasta nella città già insanguinata di guerra -civile, venne pur essa cercata a morte. Ma con la Santa si dee credere -s’intendessero molto bene quegli uomini di mezzo, i quali sono per -conto loro di pacata indole e sensata; e in ogni popolo questi sono il -maggior numero, benchè abbiano la minor voce; ma si riscuotono, e alle -cose danno sesto, quando esse volgono a ragione. - -Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo come egli era, io -credo verrebbe ad aggiungere qualcosa forse non disutile all’istoria -dell’umanità. Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a -indi produrre quell’intestino commovimento che venne a scuotere la -Repubblica. Avevano le ultime temerità degli Otto necessitato il -cacciarsi innanzi essi più sempre nella via loro, posti com’erano -in aperta guerra col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo -tornato a Roma, e le città di Toscana divenute ora più vacillanti -ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato ricevuto a grande onore -dai Pisani nel suo passaggio, e s’adoperava Piero Gambacorti per la -conclusione d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto -in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto venuta allora a -scompaginare per la morte di Giovanni Magalotti che tra essi aveva -le prime parti, onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori: -fu egli sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove si -vede tuttora la lapide di lui, col motto _Libertas_ aggiunto allo -stemma di famiglia per concessione della Repubblica.[328] Pigliava il -suo luogo Simone Peruzzi, creato mentre era in Anagni ambasciatore: -l’esserci entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed ai -contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni moltiplicate; la -Parte guelfa, che stava incontro a quella degli Otto, già cominciando -a prevalere: fu grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni -Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava tutto il -prestigio di cui godevano: al quale atto si credè avere dato mano -lo stesso Peruzzi. Così avveniva che alla città stessero in capo due -magistrati che la tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde -radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o dei violenti, -ma bene ancora nella natura stessa delle cose, come erano queste per -gradi diversi sentite dagli uomini più onesti ancora e temperati. Gli -Otto venivano regalati dal Comune a segno di onore (com’era l’usanza) -di targhe e pennoni e vasellami d’argento; mentrechè la Parte guelfa -onorava nel modo stesso e regalava i Capitani che più andavano franchi -e si mostravano più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. «Già da più -tempo era cominciata addosso agli Otto grande invidia, ed i contrari -facevano setta, intendendosi con certi grandi e facendosi forti al -palagio della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei detti -Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche ebbe ne’ Consigli la -petizione della loro rafferma, avendola essi stessi anche onestamente -contradetta.[329]» Ora quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un -tempo dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti loro; e -i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le ammonizioni, tirare in -senso tutto contrario la Repubblica, la quale dovette bentosto esserne -lacerata.[330] - -Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a -praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora -prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse -a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero -che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere -occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice -farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si -recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori -del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di -Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il -quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai -pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi -tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque -anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre -poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace -nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie, -talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse -invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il -congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma -al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di -lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non -ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini -parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta -essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima -essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu -tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai -Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo -stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo -scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo -ingrandirsi della Repubblica.[332] - - - - -CAPITOLO IX. - -LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. -1322-1378.] - - -Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici -dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle -lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro -Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto -pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante -degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze -insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed -ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero -esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più -dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso -nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori -delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva -poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi -ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere. - -Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero -a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro -a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna -fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria -sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale -risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia -accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al -nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si -emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i -Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica -invasione, a regni fiorenti. - -La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo -al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più -fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la -precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa -quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano -questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle -signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che -v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere -fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia -media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di -sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la -lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti -meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti -dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, -e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre -gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi -tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e -scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; -questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di -Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure -appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava -da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei -Siciliani. - -Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei -Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse -per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la -potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo -istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la -maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando -a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto -e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici -in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria -per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si -conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in -civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica -indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro -massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, -Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite -a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si -combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che -più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco -noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti -di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti, -nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto -fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere -meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie -non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico -dovette qui essere più scarsa che altrove. - -Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così -le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire -latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul -pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco -intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il -bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia, -le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno -consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche -divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico -dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica, -perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera -nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno -alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo. -Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani -tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali -degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia -quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal -che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini -meglio a riceverlo preparate. - -Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione -potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente -a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo -popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era -difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai -nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno -feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva -in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi -gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu -grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze -il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria -nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli -ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non -faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato, -volle e seppe essere cittadino. - -Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua -e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più -religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza -religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio -aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione; -poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino -all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole -di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua -nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma -volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per -tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità -religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde -sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo -degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i _poveri_ e -i _deboli_ difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura; -in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti -gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino, -Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri -ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante -quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza -cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di -spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran -lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate -le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo -secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile -di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè -disputavano l’impero sul mondo. - -Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo -di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza. -Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle -nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali -avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a -tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa -d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu -grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima -in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo, -mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse. -Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse -la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si -rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: -ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato -di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del -pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in -sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal -buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva -del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario -e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale -usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la -rettitudine. - -Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera -compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo. -Gli stessi caratteri ebbe la _Somma_ di san Tommaso, guida interiore -dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per -quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in -germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei -filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero -Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già -sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità. -Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche -inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui -cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella -splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza. - -Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto -impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero -dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai -Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci -di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi -Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante -mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in -pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della -frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti -insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della -lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di -dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa -Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai -non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè -fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane -scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le -temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le -troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili -credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non -l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero -è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine), -ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di -averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali -tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua -scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto -degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare -di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando -i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare -tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica -operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli -prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie. - -Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino -dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in -un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla -lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da -tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da -quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie -d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo -il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè -aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea -di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della -centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare -la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei -due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa, -necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua -dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che -poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto, -levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di -scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere -ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa -ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua -scritta della nazione. - -Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre -provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi -poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che -giovane lo aveva usato nella _Vita Nuova_ senza che paresse a lui di -far male, quando più adulto si diede a scrivere il _Convivio_, fece -nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua -volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva -egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo _De -Vulgari Eloquio_, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso -i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, -cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai -plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre, -curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo -idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante -insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta -la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede -giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita. -Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee, -il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua, -ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli -intitolò _De Vulgari Eloquentia_,» scrive il Boccaccio nella Vita -dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una -dottrina dell’_Eloquenza Volgare_, siccome aveva già nel _Convivio_ -annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, -dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che -gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie -all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era -il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio -conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma -una scelta o _pesatura_ (_librata regula_; Lib. I, cap. 18) delle -voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un -camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un -pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma -il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria -della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle -canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma -egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile -chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della -commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non -poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo -trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare -illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle -Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei -Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga -egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia, -la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però -in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per -l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti -della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro -idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in -modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli -sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il -vagheggiato _italiano illustre_ chiama in più luoghi _latino illustre_ -(così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato -dell’_Eloquenza Volgare_. - -A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più -motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile, -e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose -presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella -effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come -suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a -quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie -di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche -vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano -allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo -la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato -dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro, -ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante -scriva che il volgare cercato da lui _andava peregrinando e albergando -negli umili asili_. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i -popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di -esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva -nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia, -nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che -Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua -della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello -poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro -_de Monarchia_ poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre -molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del -Poema, la quale voleva non fosse _Commedia_, mesce più delle altre alle -volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè -convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri -certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il -sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua -che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere, -non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per -isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava -il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse -il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del -poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in -lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la -coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma -sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia, -cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la -sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia -ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a -lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema. - -A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità -sufficiente, _mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse -proprio quello che a tutti è comune_ (Cap. 18). Ma (prosiegue egli) -noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia _corporalmente dispersa, -perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe, -qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione_. Intende egli -dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: -ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli -recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette -ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone -tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci -dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto _introcque_, usato -una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto, -ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè -dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che -sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare -di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si -trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno -nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece -trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare -come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori -quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito. -Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare; -ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta -che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e -le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo -alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità -d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli -ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva, -scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani, -tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona -fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e -Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli -aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva. - -Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle -cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità -comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, -conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La -lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare -di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da -sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale -consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia -un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di -certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro, -da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte -usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E -questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per -la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per -essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la -stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in -tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che -vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente -e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi -negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti -ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che -molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero -e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una -espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe -pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il -quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice -del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia -dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra, -o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco. - -Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il -suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende -nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue -leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu -detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma -stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono -i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte -che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a -quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso -universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore -dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar -forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene -remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle -figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua -degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè -efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate, -le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne -avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. -Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale -sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la _corte_ e -la _città_, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto -il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come -questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte -a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole -aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che -avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in -Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o -ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il -filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente -comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste -memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza -di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due -altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono -il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno -della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un -genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre -nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che -ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura. -Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina: -ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro -perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, -nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in -piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto -plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei -Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno, -e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava _insensata_ -l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare. -Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe -taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica -perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da -quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera -puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo -Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà -briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio -idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo -in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte -discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero -egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in -toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore -siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione -con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni -boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè -il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè -non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo -popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso, -gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che -altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra -acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di -componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai -forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime -particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra, -e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne -un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette -forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia -universale. - -Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo, -e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana -mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse -accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il -ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta -lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si -appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di -forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo -campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente -divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e -indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva -per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano -quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma -Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione -della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto; -in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, -nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei -suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo: -una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove -non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella -serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi -dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente -dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi -vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini, -ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in -disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in -latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti -nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze -d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come -cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore -di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno -dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che -lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più -generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità -dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè -stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città -d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il -detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e -forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò -meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua, -cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è -mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato -senza affettazione. - -In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu -italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè -non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici -eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli -non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in -lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita. -Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le _piaghe -mortali_ d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe -_indarno_, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose -ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi -mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene -dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso -continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti -cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del -Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto -di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie -dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè -una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse -niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco -tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la -morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse -per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca. - -Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare beato più del Petrarca, -ma tutto aveva egli in sè medesimo le tempeste; natura morbida di -poeta, che negli studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè -il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e dentro all’animo -era un segreto conflitto di cure affannose: intorno a queste scrisse -un libro.[334] Mutando luogo di tratto in tratto, piacevagli con le -agiatezze della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava, -e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella e in altre età; -non troppo i favori dei principi disdegnando nè il praticare spesso -nelle corti, egli non esule nè mendico, ma come per fare onore a chi -lo albergasse. Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe o -capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel Rienzi; e quella Canzone -(_Spirto gentil_ ec.) che è tra le sue più belle, a quale dei due fosse -indiritta non è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe -le parti, quasi da credere che l’avesse prima ideata per animare a pro -d’Italia il Colonna, e poi finita quando il Tribuno tentava un’impresa -troppo rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca. - -Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la grande mole di -componimenti in lingua latina i quali empierono la sua vita, e quelle -medesime lettere alle quali dava egli nome di famigliari, altro non -sono che esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e ammirò -in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e di giudizi che niuno -de’ suoi scritti smentisce giammai; ammirò il sapere, pel quale -sembrava fare egli rivivere l’antica Italia dalle sue ceneri cercando -libri per ogni dove, non senza dare anche mano allo studio delle greche -lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò nel suo scrivere quella -stessa copia che a noi sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener -dietro agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle imitate -lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi latini che a lui erano -familiari. Ma già in Italia sorgeva un secolo a cui piacevano queste -cose, cercando la vita dove non erano che memorie, e quella che stava -negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, e perch’ella era -espressione vera non della passata ma della presente Italia, qual’era -e quale i tempi ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come -la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime che da principio -aveva egli meno apprezzate, e come non fosse corona vera del capo suo -quella ch’egli ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio pel -poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato imperfetto, e -che infine a lui medesimo dispiaceva. - -Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo del Petrarca messo -a confronto di quello di Dante, si fa manifesto per la differenza -che tra essi corre nel concetto dell’amore. Laura è una donna ed il -Petrarca un innamorato; l’amore da lui portato alla somma altezza sua -e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni e le sue dubbiezze, che -«sana e ancide» e si avvolge per isquisite delicatezze nelle infinite -sue varietà di casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure -ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine delle dolci -acque, mentre «un nembo di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre e -il grembo e le treccie bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella -bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella memoria -alzare i tuoi sino agli affetti del grande cantore. Ma la Beatrice -dell’Alighieri non è propriamente donna, ma visione; non fece tra gli -uomini altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi non l’ardiscono -guardare;» ma egli la vede dentro al cuore ed al pensiero, senza che -amore giammai la facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu -mai tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti e di Cino da -Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene in questo ultimo già un poco -scadente: col vivo lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro -alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea l’amore. Ma il -Petrarca nelle ore del pentimento accusa l’amore suo lungo dei «giorni -perduti e delle notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti -dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella mente ragionava,» ed -era salute a lui e difesa contra ogni suo vaneggiamento. - -Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero nei grandi fatti e -nelle contenzioni del secolo XIII, ebbero più forte l’educazione degli -affetti, donde poi nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali -secondo che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo che sieno -o vòlte alle grandi, o inceppate nelle minute cose e da ogni nobile -ed alto segno disanimate, ne danno ragione dei vari caratteri per cui -si distinguono tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi che -seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà fondata, ma -insieme all’insorgere vario e irrequieto delle ambizioni cittadine, -gli affetti e con essi le volontà degli uomini divenivano incerte e -divise, e quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori -noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in essi minore altezza. -L’istoria di Giovanni Villani ebbe continuazione da Matteo, fratello, -minore a lui di molti anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze -nella città di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato la -sua coscienza di storico in quelle primizie quando si cercavano e si -ottenevano le cose giuste, quando le passioni private sparivano confuse -in mezzo alle pubbliche e comuni, le quali infondevano alcunchè della -grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui venivano giudicati. -Ma invece nei tempi da Matteo descritti guardavasi meno al fine ultimo -delle cose e a quella sostanza morale di esse che ne determina il -valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono da una -che dall’altra parte il vero ed il buono. Nelle istorie del minor -fratello più non si rinvengono di quelle parole che ti s’improntano -nella mente; la lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed -i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. In quella -medesima età intermedia della nostra lingua, scrittore eccellente fu -Iacopo Passavanti di quello stesso ordine domenicano che avea prodotto -i sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi lo pareggi quanto -alla limpida semplicità del dettato, alla costante dolcezza dei suoni -ed alla facile egualità di uno stile da porre a modello senza che alcun -vizio vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, procede -il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è vena assai più copiosa. -Lo scrivere inappuntabile del Passavanti non è però sempre del pari -efficace; io direi quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me -nasce dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua popolare -avea taccia di plebea dai molti che avrebbono in Firenze voluto qual -cosa di più signorile; ed egli che odiava nei predicatori del suo tempo -l’abuso di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece uno -scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, di timidità soverchia. - -Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta la dovizia -di questa lingua già pervenuta alla sua massima finitezza, quasi -tornita e fatta nitida e scorrevole per molto uso nell’ampio vivere -cittadino. Giovanni Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore che -lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà costante delle voci, -all’aggiustatezza sempre evidente della frase, alla briosa vivacità -del dettato ed alla possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli -sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti generi dei più -svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero primo esemplare della lingua, -quanto alle parole e alle locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso -congiunta a un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere -diversi argomenti, dovevano ben essere il campo prescelto dall’ingegno -del Boccaccio, al quale fu dato in quello spiegare tutta l’agilità -sua e farsi mirabile in tutti gli stili, tranne il più eccellente. -Ebbe egli facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato -scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. Narra e -descrive mirabilmente più che non dipinga; sa essere parco, semplice, -piano, quando non abbia fatto a sè proposito del contrario: dove entri -l’affetto, si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I colli -ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti graziosi d’arbusti -bene pettinati e di acque zampillanti; la grande, la bella o terribile -natura non vidde egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva. -Ci davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole di Gismonda -di Salerno; nè in quella nè in tutta la novella di Gisippo io scôrsi -mai altro che ampolle vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata -descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa a un libro cui -non s’addice. - -La lingua novella era poco scritta nelle altre parti d’Italia dove le -pronunzie o smozzicandola o tirandola a suoni estranei e diversi, ad -essa impedivano sotto alla penna dello scrittore un franco e facile -andamento. Aveva in Toscana invece già molti egregi autori anche nella -prosa; ma come spauriti da quel nome di volgare, non credevano capace -il patrio idioma di mai agguagliare la dignità dell’antica madre, -temendo infangarsi se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, non -era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino al comporre insieme -più idee ciascuna al suo luogo come in ordinanza, altre rilevando -e altre adombrando; col fare insomma di quei periodi lavorati che -formano il pregio e anche talvolta la maledizione di noi popoli molto -côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza sufficiente, giovano a -dare pienezza al discorso senza nuocere alla speditezza; ma sono anche -spesso indizio d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno -come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. Dove entra -l’affetto, di questi periodi non se ne fa mai, e non sa farne il popolo -semplice, del quale sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed -efficace. Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, che mira -a istorica eloquenza, gli ha spesso intralciati; si appaga il Cavalca -di un andare piano, senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio -mancare al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, che -desse esempio di una forma più ampia e svariata e che si appropriasse -ad ogni genere di componimenti; pareagli a ragione la nostra favella -non essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata con uso -sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè questa lingua essere -esercitata mirabilmente da tutto il popolo della città sua; sapeva che -nulla o poco assai nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui -precessero nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato l’assunto di -tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando tale agilità d’ingegno -e tale possesso di voci e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in -mezzo al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il _Decamerone_. -A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il mancamento non era -dell’ingegno, ma era dell’animo. A quello sforzato suo periodeggiare, a -quelle suonanti cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione -dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti venivano allora in -maggior luce. Ma egli è poi vero, che dove non lo tradisca l’ambizione, -o dove non diasi a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune -da questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, che -di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente dal suo. E come quelli -che molto sono in lui prominenti e perchè formano la sua speciale -caratteristica, la quale, o buona o mala che sia, trae dietro a sè la -turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio sciupare la lingua dei -letterati e degli accademici col periodo latineggiante e con i suoni -cantati e falsi e ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive -fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico nell’esprimersi, -ma l’armonia del Boccaccio e dei retori è tutt’altro; non è armonia, ma -un saltellare di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine al -periodo. - -Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; la giovinezza -di lui trascorse nelle corruttele d’una Corte. Quel pervertimento -d’indole che fece a lui scegliere il tempo della peste come occasione -al suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e motteggi in -bocca di donne a cui la morte aveva in quei giorni fatta deserta la -casa; quel falso nei tormenti dell’amore che a lui fece provare una -poco crudele bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con gravità -ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione degli amanti -afflitti com’esso; quel falso che è in tutto il libro, dove con serietà -dottorale sono appellate savie le donne maritate che si procacciano un -amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e grossolana sensualità -l’amore, e poi quelle stesse donne che raccontano in cerchio sedute e -ascoltano turpitudini, lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e -intemerata, _senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse_ quella -convivenza delle sette gentili donne e dei tre giovani; questa falsità -di pensieri e di affetti, questo pervertimento ch’era nell’anima -del Boccaccio, danno anche ragione di quello che è di falso e di -pervertito nel concetto che egli fece a sè dello scrivere la lingua -sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori del _Decamerone_ nè -per centocinquant’anni poi, che avesse il Boccaccio trovato la forma -della prosa italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento -la coltivarono, per nulla seguirono le tracce impresse da lui; ed il -suo regno fu decretato allorquando vennero in onore lo scrivere ozioso -e i dolci solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca furono -allora principi della lingua; ma il Petrarca tenne bene lo scettro -dello scrivere la poesia, male il Boccaccio quello della prosa. - -Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, cominciò a dettare -le sue lettere santa Caterina da Siena [n. 1347, m. 1380]: fu -grave ingiustizia non averla contata tra’ sommi di quella età della -lingua. Si discosta ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia -consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale svolgimento -del pensiero, ed ogni cosa piglia suo luogo, e quelle parole hanno -più rilievo che aveano avuto prima nella voce più vivo l’accento. -Imperocchè quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue lettere -quante volte amore spirava: un solo è il subietto di tutte, se vuolsi, -ma è tale subietto che ha in sè l’infinito. Esperta di varie città -italiane e di una Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e -indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa e ardita, ma -sempre umile e cortese, scriveva a papi ed a cardinali, e ai magistrati -delle repubbliche, ed a giovani mondani e a donne perdute. Facili -sgorgano le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte parere -anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato come in lei da una -proprietà costante e dalle stesse ragioni della etimologia ignote a -chi la seguiva, ottenga il discorso quella evidenza cui non pervengono -scrittori volgari.[335] Alcune di quelle lettere appartengono -all’istoria, s’intravede in altre una fantasia repressa: la misticità -prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre non di rado. Non la -perdonavano all’accesa donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel -pochino di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva -i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata santa Caterina; ma è -grande scrittore, e più veramente nobile e più naturale del Boccaccio. - -Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola avere una -qualche derivazione da santa Caterina. Notiamo, tra gli altri, -un Giovanni dalle Celle frate e cittadino che scriveva lettere ai -magistrati di cose politiche e di religiose con franco parlare ed -elevatezza di concetti.[336] Ebbe grande fama per bontà e dottrina -Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica soleva con riverenza -consultare in cose di stato e di religione: Roberto de’ Bardi, teologo, -morto in Parigi cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei -Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il cardinale Piero -Corsini, che s’immischiò molto nelle cose dello Scisma e fu a’ suoi -tempi gran personaggio. - -Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, primo è -il Boccaccio che i versi faceva con disinvolta naturalezza e spesso -graziosa; nè ultimi certamente Sennuccio del Bene e Buonaccorso da -Montemagno pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli Uberti -compose un poema più noto che letto, che ha per titolo _il Dittamondo_: -non oserei chiamarlo imitazione della _Divina Commedia_, essendo -bastato all’Uberti descrivere il mondo delle cose materiali con buono -stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: vissuto povero alle -corti dei signori Lombardi, moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da -Strada, che fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355, -male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla prosa, tradusse -in bel volgare il libro dei _Morali di San Gregorio_ allora che molti -attendevano al tradurre; ma non compì l’opera, andato in Avignone -Segretario, nè a lungo vissuto. - -In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, e sappiamo che -nel 1334 vi furono condotti Recupero da San Miniato e Cino da Pistoia -ad insegnare canoni e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena -cessata la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso privilegi e -facoltà di dottorare in ambe le leggi; e imperiale privilegio da Carlo -IV nel 1364. Proibirono agli uomini dello Stato mandare i figliuoli -altrove a studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di Pisa, -che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; ma ordinarono -che i dottori si pigliassero da fuori, temendo le brighe a porre -innanzi i meno degni; tuttavia più volte vi furono eletti uomini della -città stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, Lapo da -Castiglionchio e Donato Barbadori. Aveano molto desiderato chiamarvi -il Petrarca, al quale andava inutilmente il Boccaccio con amplissime -profferte: questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova cattedra -eretta per la spiegazione della _Divina Commedia_. Prevenuto dalla -morte, non potè compiere il Commento, che solo tra molte sue opere -minori può sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello stile. -Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò mai così da farsi -università vera: a molti la spesa parea troppo grave; e a città mobile -e chiassosa e volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.[337] - -La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi suoi scolari -parve rimanere nei confini segnati da lui; ma una Compagnia o -Confraternita dei Pittori nasceva nell’anno 1350. L’architettura e la -scultura progredivano per gli edifizi che la sontuosità privata o la -devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze veniva ornata -splendidamente dal gran siniscalco Niccolò Acciaioli negli anni che -seguitarono al 1341. L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè -i moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; ma -troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte del tempio. La loggia di -Orsanmichele era stata ridotta a chiesa, e dentro e fuori si ornava -con magnificenza di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu -principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante per la -conservazione dei grani che la Repubblica teneva in serbo a benefizio -pubblico nelle carestie. In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che -ha nome dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, o per -opera del grande artista o sul disegno di lui, che oltrechè scultore -insigne fu anche pittore. Quella Loggia era principal ritrovo ai -cittadini per la conversazione di cose pubbliche e private. Gridavano -ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:[338] correa questo popolo a -criticare e a motteggiare le grandi opere che faceva. - - - - -APPENDICE DI DOCUMENTI. - - - - -Nº I. - -(Vedi pag. 63.) - - BREVE DI CLEMENTE IV, DE’ 25 MARZO 1266, AL CARDINALE OTTAVIANO - DEGLI UBALDINI PER L’ASSOLUZIONE DELLA CITTÀ DI FIRENZE E DI - ALCUNI CITTADINI DALLE SCOMUNICHE INCORSE QUANDO ERA SOTTO LA - DIPENDENZA DEL RE MANFREDI. - - -Manfredi era morto e la Parte guelfa vincitrice a Benevento nei 26 -febbraio 1266. Anche in Firenze i Guelfi levavano il capo, sebbene -vivessero tuttora mescolati coi Ghibellini che avevano a sostegno le -armi tedesche. Ma da principio cercando tutti andare di concordia, il -Potestà mandava in nome del Comune due ambasciatori al papa Clemente -IV, chiedendo l’assoluzione delle scomuniche nelle quali era la città -incorsa: questi, nella presenza di due Cardinali a ciò deputati dal -Papa, fecero giuramento d’ubbidienza a quanto venisse dal Papa medesimo -alla città imposto come atti di penitenza e di filiale devozione. Ma -non parve al Papa bastante siffatta promessa; talchè a’ 25 di marzo, -e non trascorso intero un mese dalla vittoria, mandava con un suo -Breve al cardinale Ottaviano degli Ubaldini ricevesse in ubbidienza la -città, quando però avesse in mano l’obbligazione di sessanta mercanti -fiorentini i quali pagassero di proprio il denaro in quelle somme che -sarebbero poi dichiarate. Noi pubblichiamo questo Breve e gli atti pei -quali il Cardinale dava esecuzione al mandato nel giorno seguente. -Clemente viveva tuttora incerto di quello che fosse per avvenire in -Firenze, dove la mutazione da ghibellina a guelfa non era per anche -compiuta. Più tardi egli stesso promoveva l’elezione dei due Potestà -Frati Gaudenti che rappresentassero le due parti: seguiva poi la -cacciata dei Tedeschi e dei Ghibellini e quei fatti dei quali abbiamo -nel testo data contezza. Ma questo primo atto per cui cercava il Papa -d’estendere in Toscana l’autorità politica della Santa Sede, ignoto -finora, noi pubblichiamo dagli Archivi di Firenze (_Diplomatico_, -provenienze _Strozzi-Uguccioni_) essendo tale da fare corredo a quelli -pubblicati dal MARTENE. - - -_EXEMPLUM._ - - In Christi Iesu nomine, amen. Cum venerabilis pater dominus - Octavianus, Sancte Marie in Via Lata diachonus Cardinalis, - recepisset a Sede Apostolica licteras in hunc modum: — Clemens - episcopus, servus servorum Dei, dilecto filio O., Sancte Marie in - Via Lata diachono Cardinali, salutem et apostolicam benedictionem. - Miserationes et misericordias Domini, que super omnia opera sunt - ipsius, et benignitatis eius afluentia circa genus considerantes - humanum, in ipsius laudibus delictabiliter iocundamur; Eique a - quo est omne datum optimum et omne donum perfectum debitas et - divotas gratias exsolventes, de concepta letitia ingenti iubilo - exultamus: quod misericors et miserator Dominus, qui nichil - eorum que fecit odivit, nolens mortem pecchatorum, set ut magis - convertantur et vivant; civitatem et populum Florentinum, qui quasi - cum morte fedus pepigerant, diuque a devotione Romane Ecclesie - damnabiliter deviarant, condam Manfredi olim principi Tarentino, - persecutori eiusdem Ecclesie manifesto, contra eam induratis - animis pertinaciter aderendo et aderentes eidem Ecclesie totis - viribus impugnando, de sue habundantia pietatis ad penitentiam - conterens, ipsos ad devoctionem nostram et dicte Ecclesie, per tue - probitatis industriam, misericorditer revocavit. Pridem namque - Potestas Consilium et Commune civitatis predicte ad cor, a quo - inconsulte ac periculose recesserant, divina gratia inlustrante, - reversi, dilectos filios Melliorem de Abatibus, Ginesium, Iacopum - de Cerreto et Bonacursum iudices, ambaxiatores suos ad nostram - presentiam destinarunt, ipsumque Iacobum suum constituentes - sindachum seu procuratorem et nuntium spetialem, ad petendum, - ipsorum nomine, absolutionis beneficium ab excomunicationum - privactionum et interdicti sententiis, quibus ex eo quod dicto - Manfredo contra Ecclesiam prefatam, sicut est predictum adeserant, - quodque civitatem Lucanam contra proibictionem predecessorum - nostrorum et nostram hostiliter impugnarant, aliisque lighati - noscuntur, sufficiens plenum iurandi in animabus eorum, quod - nostris et prefate Ecclesie mandatis precise parebunt dedere - mandatum. Poro, idem sindachus, coram nobis huiusmodi mandato - exibito, in animabus dictorum Potestatis, Consilii et Communis, - de parendo ipsorum nomine nostris et Ecclesie predicte mandatis, - que sibi per nos aut alios seu alium quotienscumque duxerimus - facienda, coram dilectis filiis nostris G. Sancti Georgii ad Velum - aureum, et V. Sancti Eustachii diaconis cardinalibus, quibus - id spetialiter duximus committendum, ipsorum nomine corporale - prestitum iuramentum, et se ipso ac dictis Potestati, Consilio - et Communi, ad hec datis nichilominus quibusdam fideiussoribus - sindicali et procuratorio nomine obligatis; tam idem sindichus quam - ambaxiatores prefati nobis instanter et humiliter suplicarunt, ut - predictas excommunicationum, interdicti ac privactionum sententias - a predecessoribus nostris ac nobis nec non quibuslibet apostolice - Sedis leghatis vel deleghatis eorum, in eosdem Potestatem, - Consilium et Commune ac civitatem prefatam, pro huiusmodi causa - prolatas, de clementi misericordia que superexaltat iudicio, - relaxantes, predictis Potestati, Consilio et Communi absolutionis - impendi beneficium faceremus. Verum, licet illius simus Vicarii - quam immeriti constituti, qui ut reconciliaret servum Domino, - univit hominem sibi Deo, quique omnem hominem salvum fieri et - neminem vult perire, set cum sit ei proprium misereri semper - et parcere, omni potentiam suam, parcendo ac miserando, maxime - manifestat; de dictorum Potestatis, Consilii ac Communis desiderata - conversione ghaudentes, eorumque salutem plurimam affectantes, - absolutionem queramus, non vinculum animarum; quia tamen nobis et - predicte Ecclesie super hiis ab eisdem sindicho fideiussoribus - datis ab eo plenarie non est chautum, volentes nobis et ipsi - Ecclesie a memoratis Potestate, Consilio et Communi super hiis - plenius precaveri; discretioni tue per apostolica scripta mandamus, - quatinus, receptis ab eis sexaginta fideiussoribus mercatoribus, - quos facilitate conveniendi ac solvendi facultate idoneos tibi - esse constiterit, et qui se ipsos principaliter et omnia bona sua - mobilia et immobilia, presentia et futura specialiter obligent, - quod idem Potestas, Consilium et Commune mandata nostra et ipsius - Ecclesie, que ipsis per nos vel per alium aut alios quotiens - opportunum fuerit et expedire viderimus faciemus, firmiter et - inviolabiliter observabunt, alioquin pecuniarum summas quas per - nos seu alios aut alium exigemus vel exigi faciemus ab eis, de - propriis bonis solvent; predictas excommunicationum interdicti - et privactionum sententias, auctoritate nostra, relaxans, sepe - dictos Potestatem, Consilium et Commune, per te seu alium aut - alios absolvas, iuxta formam Ecclesie, ab eisdem eos absolutos - publice nuntians, et facias ab aliis per loca in quibus expedire - videris nuntiari; actentius provisuris, ne aliqui de predicta - civitate vel diocesi, in quos pro quavis alia manifesta offensa - vel quacumque spetiali vel rationabili causa, excommunicationis - sententia est prolata, et spetialiter hii qui sunt in ecclesiis - predicte civitatis et diocesis [et] per secularem potentiam - procurarunt intrudi, per commissionem absolutionis huiusmodi - absolvantur. Ad hec precepta cum idem sindichus nostra et Ecclesie - mandata precise iuraverit, sicut superius est expressum, volumus - quod a prefatis Potestate, Consilio et Communi simile recipias - iuramentum; hoc spetialiter expresso et superadito, quod inter - intrinsechos et extrinsechos cives Florentie, infra festum - Pentechoste proxime futurum, pax et concordia reformetur; et - nisi interim per se convenient et concordabunt ad pacem et ipsam - confecerint, ex tunc super eamdem pacem reformandam nostris - parebunt precise mandatis. Tu vero super hiis similes cauciones - fideiussiones et obligationes recipias ab eisdem. Super hiis autem - causis te diligentiam exibere volumus et cautelam, ut fecisse - circa hec omnia expedientia, et nichil omisisse de contingentibus - comproberis, tibique non possit aliquid per incuriam imputari, - set potius tuam circospectam prudentiam possimus exinde dignis in - Domino laudibus commendare. Data Peruscii, VIII kalendas aprilis, - pontificatus nostri anno secundo. — Et receptis, iuxta formam - ipsarum licterarum fideiussoribus obligationibus promissionibus - et iuramentis a Potestate, Consilio et Communi, predictis - excommunicationum interdicti et privationum sententiis auctoritate - domini Pape relaxatis in Potestate, Consilio et Communi, et dictis - Potestate, Consilio et Communi absolutis, iuxta formam Ecclesie ab - eisdem, prout hec et alia dicuntur plenius contineri in publicis - instrumentis; idem etiam dominus Cardinalis, postea receptis - ab Homodeo spetiali, filio quondan Guidonis et domino Iacopo - eius filio clericho iuramentis fideiussoribus obligationibus et - promissionibus ipsas excommunicationum interdicti et privactionum - sententias in ipsis Homodeo et Iacopo eius filio spetialiter - etiam relaxans, eosdem Homodeum et Iacopum absolvit iuxta formam - Ecclesie, ab eisdem sententiis, faciens eos cum salmo penitentiali - in ecclesiam reduci, per religiosum virum fratrem Mansuetum Ordinis - fratrum Minorum. - - Facta fuit ista relaxatio sententiarum excommunicationum - interdictorum et privactionum pro ipso et de ipso Homodeo et - domino Iacopo clericho eiusdem filio, Florentie, in palatio novo - Epischopatus; et reducti in ecclesiam Sancti Vincentii per dictum - fratrem Mansuetum, ut dictum est superius; anno ab incarnatione - Domini millesimo ducentesimo sexagesimo sexto, indictione nona, die - septimo mensis aprilis; presentibus testibus ad hec rogatis domino - Melliore quondam Renaldi de Abatibus. Benvenuto quondam Bonamentis - et fratre Gianni familiaribus dicti domini Cardinalis. - - Ego Iacobus de Cerreto quondam Ildebrandi, auctoritate imperiali - ordinarius iudex publicusque notarius, predictis absolutionibus et - relaxationibus sententiarum et excommunicationum, interdicti et - privactionum, factis per dictum dominum Cardinalem de Homodeo et - domino Iacopo clerico eius filio et pro eis ut dictum est superius, - et etiam quando frater Mansuetus eos in ecclesiam remisit, rogatus - interfui et ideo subscripsi. - - Ego Bonaguida Boninsegne, imperiali auctoritate notarius, predictas - absolutiones et relaxationes sententiarum et excommunicationum - interdicti et privactionum, factas a dicto domino Chardinale, me - presente, de Homodeo ed domino Iacobo eius filio clericho, et - missionem quam fecit frater Mansuetus de eis in ecclesiam, tam - eorum precibus quam de mandato dicti domini Chardinalis scripsi, et - in pubblicam formam redegi, ideoque subscripsi. - - Ego Peruzzius filius olim Soldi de Trebbio imperiali auctoritate - iudex et notarius, autentichum huius exempli scriptum per - Bonaguidam Boninsegne, imperiali [auctoritate] notarium, et - subscriptum per Iacobum de Cerreto quondam Ildebrandi auctoritate - imperiali ordinarium iudicem et publicum notarium, vidi legi et - quicquid in ipso continebatur de verbo ad verbum hic fideliter - exemplavi, et quod supra interlineatum est, silicet ab eisdem, - propria manu feci. - - Ego Iacobus quondam Iohannis Galitii imperiali auctoritate - ordinarius iudex atque notarius, autentichum huius exempli vidi - et legi, et ea que in ipso continebantur hic fideliter reperi - exemplata, ideoque subscripsi. - - Ego Giunta notarius, filius quondam Bulsecti de Bulsingis de - Prato, autenticum huius exempli vidi et legi, et ea omnia que in - ipso autentico continebantur per Peruzzium suprascriptum iudicem - et notarium hic superius reperi fideliter et legaliter exemplata, - ideoque subscripsi, et mee manus signum apposui. - - - - -Nº II. - -(Vedi pag. 80.) - - DISCORSO INTORNO AL GOVERNO DI FIRENZE DAL 1280 AL 1292; D’INCERTO - AUTORE. - - -Crediamo al fatto nostro non disutile riprodurre questo Discorso, che -fu pubblicato dal P. ILDEFONSO DI SAN LUIGI, _Delizie degli Eruditi_, -tomo IX, pag. 256. — A noi non fa caso che già si trovi per le stampe; -i materiali per la storia, come diplomi e carte e statuti e testi -di legge o di trattati, pare a noi che basti sapere dove siano, e -potersi rinvenire da chi prepara l’istoria per via d’indagini, alle -quali necessariamente si mettono pochi. Ma questo nostro è tutt’altro -assunto, e abbiamo a noi fatto come un obbligo di cercare che se taluno -si voglia mettere alla pazienza di leggere questo libro, vi trovi quel -più che noi potevamo e sapevamo, perchè egli arrivi a vivere quanto -più sia possibile col pensiero dentro a quel popolo e a que’ tempi dei -quali scriviamo. - -In questa Appendice daremo pertanto di quei documenti i quali a noi -sembrino atti a un tal fine; daremo alcuni testi di Leggi o Trattati -che abbiano importanza capitale, perchè il linguaggio, le voci legali, -le formule sono istoria anch’esse; daremo pure, ma con parsimonia, -qualche scrittura già pubblicata, e persino qualche più minuto lavoro -nostro che romperebbe viziosamente la narrazione quando da noi si -fosse posto in corpo all’Istoria. In quanto allo scritto che ora -pubblichiamo, è opera d’uno che se ne intendeva, come parve anche -al P. Ildefonso, che nella vasta sua Raccolta mostrò buon giudizio. -È singolare quel fermarsi che fece l’autore al breve e antichissimo -periodo della Repubblica fiorentina che precedè alla istituzione del -Gonfalonierato. Ma ciò appunto indurrebbe a credere che abbia egli -lavorato sopra documenti che a lui vennero alle mani, in oggi perduti. -In quegli Ordini di magistrati, i quali si trovano qui bene descritti, -era già il primo fondamento della Repubblica fiorentina. - - Io descrivo quale fosse il governo della Città di Firenze dall’anno - 1280 al 1292, perchè avendo avuto da questo origine quello, - sotto il quale fiorì tanto tempo la Repubblica fiorentina, mi - persuado che questa notizia sia per essere tanto più grata, quanto - maggiormente pare essere stata sin oggi sepolta nelle tenebre - dell’oblivione. - - Seguìta alla fine dell’anno 1279 la pace del Cardinale Latino, - restarono nondimeno le famiglie della città di Firenze divise - in guelfe, ghibelline e neutrali, distinte in grandi, popolane e - plebee. Grandi erano quelle, che o per nobiltà, o per ricchezze, - o per numero d’uomini e per mala natura loro insuperbite, non si - contentavano del vivere civile; ma angariavano i meno potenti, - e poca stima facevano de’ magistrati. Popolane tutte le civili - quiete. Plebee tutte le altre. Le prime due avevano parte nel - governo, l’ultime no. Governavano la Repubblica queste due - sorti di famiglie, valendosi nello stesso tempo d’uffiziali - forestieri, ottimo rimedio alle passioni de’ particolari cittadini - nell’amministrazione della giustizia. Il supremo Magistrato in - principio fu quello de’ Quattordici; a questo poi succedè quello - de’ Priori. Gli uffiziali forestieri erano due, la Podestà e ’l - Capitano. Il governo riguardava le cose di dentro e quelle di - fuori della città. Dentro amministrar la giustizia, provveder le - cose necessarie al mantenimento, e consigliar della pace e della - guerra: fuori, difendersi da’ nemici, o offenderli. La Podestà fu - antichissima in Firenze: dicono che cominciò l’anno 1202. Trovasi - molto prima, ed è quella che ne’ tempi moderni chiamossi per - nome mascolino, il Podestà, e così chiameremola noi. Il Capitano - cominciò l’anno 1250 con nome di Capitano di Popolo, chiamossi - dopo Capitano della Massa de’ guelfi, l’anno 1279 Capitano di - Firenze e Consigliere di pace, e nel 1282 fugli aggiunto il titolo - di Difensore dell’arti ed artefici. L’elezione di questi due - uffiziali o rettori i primi tre anni fu rimessa nel Pontefice, - perchè egli eleggesse persone non appassionate per Parte guelfa, - nè per ghibellina, e desiderosi di conservar la pace, e perchè - eglino avessero forza di farlo fu pagato a ciascheduno di loro - cinquanta cavalieri armati, e cinquanta fanti, e per lo primo anno - per esser più sospettoso, cento degli uni e cento degli altri. Nel - resto del tempo sei mesi avanti il loro principio, per i Consigli - del Comune si eleggevano gli elettori del Podestà, per quelli del - popolo quelli del Capitano, nè furono mai gli stessi elettori se - non per caso, perchè ora furono i Priori soli, ora in compagnia di - due o più per sesto, talvolta con tutte le Capitudini, alcun’altra - delle sette maggiori solamente, ed alle volte avvenne se bene di - rado, che i Priori non v’intervennero. Ciascheduno degli elettori - proponeva il soggetto ch’egli voleva. Non doveva essere il proposto - del dominio nè di luogo vicino a 50 miglia, d’età d’anni 36 - almeno, guelfo, cavaliere o dottore e nobile o signore, nè suddito - d’alcun principe. Andavano a partito separatamente, e i quattro - di più favore si intendevano essere eletti secondo la graduazione - de’ voti. Eleggevasi un ambasciatore, che portava la elezione, - se il primo accettava, quella degli altri svaniva, se rifiutava, - andava al secondo, dopo al terzo ed al quarto, finchè uno di loro - accettasse; e non trovandosi, si eleggevano altri quattro. Doveva - l’eletto dopo che la presentazione dell’elezione gli era fatta, - avere accettato in termine di due giorni, da indi in là s’intendeva - avere rifiutato. Accettando dovea ottenere dalla sua patria - promessa autentica di non concedere rappresaglia contro il Comune - di Firenze, o alcun suddito di esso, o per salario, che non gli - fosse pagato, o per condennazione, che al sindacato gli fosse fatta - o per qualsivoglia altra causa. Aveva da essere in Firenze quindici - giorni avanti a quello che doveva pigliare l’uffizio con tutta la - sua famiglia per informarsi degli statuti della città: e quindici - ne dovea stare dopo, che tanti erano quelli del sindacato. Subito - arrivato dovea o nel Consiglio del Comune, o in Parlamento pubblico - giurare sopra il libro degli Statuti serrato l’osservanza di tutti - insieme con tutta la sua famiglia; ed il Capitano giurava di più di - procurare per quanto potesse il mantenimento della pace e la difesa - dell’Arti. La famiglia del Potestà s’intendeva allora così. Sette - giudici, tre cavalieri, diciotto notai e dieci cavalli, tra cui - quattro armigeri, e teneva venti berrovieri. Quella del Capitano, - tre giudici, due cavalieri, quattro notai e otto cavalli, la metà - armigeri, ed avea nove berrovieri. I giudici, notai e berrovieri - si mutavano, quelli del Podestà al principio di luglio, quelli del - Capitano al principio di novembre; dovevano i nuovi venire allora - in Firenze, i vecchi partirsene, ognuno di loro sodava per sè e - suoi di starsene al giudicato nel sindacato. La famiglia d’alcun - di loro non doveva essere dello Stato, nè di Toscana. Il salario - del Potestà e della sua famiglia era per tutto il tempo lire 6000, - quello del Capitano 2500. I berrovieri avevano lire tre il mese. - Abitava il Potestà nel palazzo del Comune; il Capitano in quello - del Popolo: cominciava questo l’ufficio il primo di maggio, quello - il primo di gennaio; durava l’ufficio loro un anno: l’uno e l’altro - cognosceva delle cause civili e criminali. - - Il Podestà cognosceva tutte le cause criminali; deputava tre de’ - suoi giudici per vederle, chiamavansi i giudici de’ malefizi: - ognuno di loro abbracciava due sesti: ciascheduno faceva le cause - denunziategli, non poteva alcuno denunziare a altro giudice di - quello del suo sesto, il reo seguitava il foro dell’attore: i - forestieri denunziavano a quel giudice più loro piaceva. Nelle - cause leggieri non potevano pigliare accuse, se non dall’ingiuriato - o suo parente: nelle gravi da ognuno: l’accusa doveva essere - soscritta dall’accusatore, altrimenti era nulla. Non si poteva - procedere per inquisizione, se non in caso che l’ingiuriato e - suoi parenti richiesti, che accusassero, non volessero, e se il - richiederli fosse stato molto incommodo. L’accusatore giurava di - proseguire l’accusa, e davane mallevadore per soldi 100. Il reo - era citato a spesa dell’attore, se non compariva nel termine, era - citato per bando con riservo di tempo, secondo la qualità della - causa, della persona e del luogo; se compariva dopo il termine, - ma avanti la condennazione pagando soldi 12 per il bando, era - libero da esso. Era il reo esaminato, e se delle cose non sapeva - scusarsi, rimaneva convinto, nè più poteva difendersene: scrivevasi - l’esamine, ed assegnavasegli dieci giorni di tempo a difendersi; - del resto i testimoni convincevano, ma sei giorni si avea di tempo - a riprovarli, dopo i quali 25 ne aveva il giudice a esaminare e - conferire la causa col Podestà ed altri giudici, e quelli finiti, - altri cinque a dar la sentenza. Il Capitano aveva nel criminale la - cognizione solamente delle violenze, estorsioni e falsità, e de’ - maleficj commessi nella sua corte e palazzo, quando però ancora di - queste non era data prima querela al Podestà, ma se il Podestà non - dava la sentenza fra 30 giorni, poteva pur conoscerle il Capitano, - e alla cognizione di esse deputava uno de’ suoi giudici. - - I contumaci si condannavano e bandivano, pagavasi taglia a chi - pigliava banditi, e chi ne pigliava o appostava in modo che alcuno - ne venisse nelle forze del Comune, se era in simile o minor bando, - era cancellato senza spesa. I nomi di tutti si registravano in - due libri, l’uno stava appresso il Podestà, l’altro appresso i - Priori. Concedevaglisi alcuna volta salvo condotto, per andare - a stare in esercito, alcun’altra tacitamente si comportavano. I - Priori de’ popoli erano tenuti a dare in nota i beni de’ banditi - che erano ne’ loro popoli, e per il Comune erano fatti guastare. - Chi voleva difenderne alcuno col pretendere che fosse suo, dovea - depositare lire 500 o più o meno a piacimento del Potestà. Se i - contratti che per tale effetto produceva erano trovati fittizi, - perdeva il deposito fatto. Le cause civili nella prima istanza - erano conosciute per i giudici dei sesti. Ogni sesto aveva la sua - Corte ed il Giudice. I Giudici erano cittadini Dottori. Ogni sei - mesi si mutavano. Di salario avevano lire 25, in tutto il tempo. - Appellavasi al giudice delle Appellazioni, che era forestiero - e dottore. Di salario aveva lire 500, stava in uffizio un anno. - L’appellazione doveva esser fatta fra due giorni dalla sentenza - data, presentata fra otto dall’interposta appellazione, proseguita - in 20 e sentenziata fra 15, utili, se però il tempo non fosse - prorogato dalle parti. Se la sentenza del Giudice dell’Appellazione - era conforme alla prima, era finita la causa, se no, aveva appello - al Podestà, che la faceva vedere per i suoi quattro Giudici - collaterali, e la sentenza loro stava ferma nè aveva appello. Le - cause civili, che cognosceva il Capitano erano le spettanti alla - gabella, all’estimo e simili. - - Uno dei giudici del Capitano era deputato sopra la Camera e - gabella, rinvenire le ragioni e far pervenire in comune quello - gli fosse stato occupato, e fare che le rendite delle gabelle, - che allora tutte si vendevano, legittimamente si facessero ed i - denari da’ compratori fossero pagati; l’altro Giudice era posto - a riscuotere le condennazioni, libre o imposizioni fatte per il - Comune di Firenze. Facevansi ogni volta che n’era il bisogno, - imponevansi ad ognuno secondo l’estimo delle sostanze: l’estimo - facevasi ordinariamente ogni tre o quattro anni. - - Gli uffizi de’ Cavalieri, tanto di quelli del Podestà, quanto - di quelli del Capitano erano l’andare attorno con i berrovieri - cercando chi contraffacesse agli Statuti, nè senza la presenza - de’ cavalieri in molti casi si poteva catturare, in difetto loro - supplivano de’ Notai, de’ quali era il proprio ufizio l’aiutare i - Giudici, a’ quali n’era assegnato certo numero per ciascuno. - - Il supremo Magistrato de’ Quattordici, chiamato così dal numero - degli uomini, era composto di guelfi, ghibellini e neutrali, - partecipandone ciascuna parte per rata del suo numero. Eleggevansi - per quelli che erano stabiliti per i Quattordici vecchi e per i - Richiesti. Tre se ne facevano per il sesto d’Oltrarno, tre per San - Piero Scheraggio, per essere i maggiori, di tutti quattro gli altri - sesti due per ciascuno: l’ufizio loro era solo di un mese. A questo - l’anno 1283, succedè quello de’ Priori delle Arti, che un anno - avanti essendo stati eletti con certa autorità, fu dipoi nel mese - di maggio data loro tutta la medesima, che avevano i Quattordici, - e questi del tutto spenti, tenendosi fino all’anno 1286, lo stesso - modo nell’eleggergli, che si faceva già i Quattordici e da quel - tempo al 1292 furono eletti per i Priori vecchi, e per le dodici - Capitudini maggiori. Dovevano essere matricolati in alcuna delle - sette Arti maggiori e guelfi; divieto avevano due anni, durava - l’ufizio loro due mesi. Abitavano nel palazzo pubblico, le spese - e la servitù avevano dal Comune. Tre giorni della settimana - davano udienza pubblica, il lunedì, mercoledì e venerdì. A - nessuno potevano parlare, fuorchè di negozi pubblici, a’ quali - almeno dovevano essere presenti i due terzi di loro, nè etiam - con i parenti loro più stretti potevano ragionare, non essendo - però compresi in questa proibizione il loro Notaio, e famigli. Il - Notaio si eleggeva da loro per il tempo che stavano in uffizio, il - quale scriveva tutti gli atti e deliberazioni fatte da loro. Sei - cittadini erano eletti per le sette Capitudini maggiori a sindacare - i Quattordici e’ Priori; sei per i Consigli del Comune a sindacare - il Podestà; sei per quelli del Popolo a sindacare il Capitano: - quasi tutti gli altri ufiziali erano sindacati per il Giudice delle - Appellazioni. - - Mille fanti della Città erano eletti per il Podestà e Capitano - e Quattordici, per conservazione e difesa degli uffizi loro, e - per alcuni per i Richiesti; dugento n’erano eletti per Oltrarno; - Borgo e San Pancrazio avevano il bianco di sopra, il rosso di - sotto; in quello d’Oltrarno era dentro un ponticello rosso. In - Borgo una capretta nera; in San Pancrazio una branca di lion - rosso. Gli altri tre avevano il rosso di sopra, il bianco sotto. - Nel rosso di San Piero Scheraggio era un carretto azzurro. In - Porta San Piero le chiavi gialle; in quello di Duomo il tempio - di San Giovanni. Mutavansi i Gonfalonieri ogni anno del mese - di marzo: i gonfaloni erano dati loro nel Parlamento pubblico. - Doveano essere presti alla volontà del Podestà e Capitano; se nel - medesimo tempo l’uno e l’altro gli comandava, quelli de’ primi - tre sesti obbedivano al Capitano, gli altri al Podestà. Doveva - ogni gonfaloniere ch’era chiamato far la massa alla chiesa pel suo - popolo; e chi non vi compariva era condannato in lire 25. Nessuno - poteva servire per sostituto, fuorchè i medici e dottori, e chi - aveva più di 60 anni. Ognuno doveva aver dipinto in tavolaccio e - l’altre sue armi dell’insegne del suo sesto. Quando erano chiamati - i mille, gli altri non potevano muoversi, nè far ragunata d’uomini - armati, massime i grandi, fuorchè fra loro vicini e nello stesso - vicinato. Questi tre uffizi maggiori. Quattordici o Priori, Podestà - e Capitano governavano quasi il tutto insieme con i Consigli. - I Consigli erano di più sorti; di Richiesti o Savi, del Cento - speciale e generale del Capitano o del Popolo, e generale di 300, - e speciale di 90, del Podestà Comune. Quello dei Richiesti, o Savi - non durava più d’una sessione, ed era di quel numero e di quella - qualità di cittadini che pareva a’ due rettori forestieri, ed a’ - Quattordici o Priori che tutti intervenivano in esso. Proponeva - il Podestà; trattavasi di negozi di guerra, sentivansi gli - ambasciatori, rispondevasi loro, e finalmente in esso si decidevano - tutti i principali negozi. Ciascheduno diceva il parer suo, e - vinceva quello che era favorito per la maggior parte passando la - metà: se alcuno non arrivava a tal numero rimettevasi il negozio ad - altro simile Consiglio e con maggiore o minor numero di Richiesti, - o ne’ tre uffizi maggiori solamente, secondochè si vinceva. Se si - trattava di guerra eranvi ancora chiamati i Capitani della guerra; - se di fare imposta nella città, le Capitudini delle Arti o tutte o - parte, ed il partito si faceva segreto. - - Tutti gli altri Consigli duravano un anno, eleggevansi i - consiglieri per i tre uffizi maggiori e per alcuni Richiesti di - ciaschedun sesto. Per quello del 100 erano eletti 20 consiglieri - per Oltrarno, 20 per San Piero Scheraggio, in tutti gli altri - sesti quindici per ciascuno. Del Consiglio speciale del Popolo o - Capitano, che con altro nome si chiamava di Credenza, erano sei - consiglieri per ogni sesto e del generale venticinque; ragunavansi - in San Piero Scheraggio l’uno e l’altro nel medesimo tempo: - ritiravansi da una parte della Chiesa quelli del generale, il - negozio era proposto nello speciale, vinto in esso, si proponeva di - nuovo nel generale, intervenendovi ancora quelli dello speciale: - di tutti e due Proposto n’era il Capitano. I consiglieri erano - popolani in quelli del Comune, ch’erano due, sebbene quasi un solo - in essenza, trovandosi rarissime volte essersi ragunati disgiunti. - I consiglieri erano grandi e popolani, per il generale di 300 - eranne eletti cinquanta per sesto, per lo speciale di 90, quindici; - ragunavansi nel palazzo del Comune e Proposto n’era il Podestà. - Chi era d’un Consiglio non poteva essere dell’altro, nè insieme - potevano essere padre e figliuolo e fratelli carnali. Divieto si - aveva un anno dal deposto ufizio. Non era di essi chi non aveva - almeno 25 anni. Ne’ Consigli del Podestà sempre intervennero nelle - cose gravi le Capitudini delle sette Arti maggiori solamente sino - all’anno 1286, da indi in qua delle dodici, che sempre intervennero - in quelli del Capitano. - - Non potevasi proporre in questi Consigli, se non quello ch’era - ordinato per i Quattordici, o Priori, i quali tutto esaminavano - fra di loro, e trovando il negozio di che si trattava utile e - necessario al Comune, commettevano al Podestà e Capitano che lo - proponessero ne’ Consigli. I consiglieri avevano a essere nel - luogo deputato avanti che il Proposto del Consiglio si rizzasse - per proporre, nè potevano partirsi senza sua licenza, finchè non - fosse letta la riforma, e fatto il partito sopra l’approvazione di - essa; non potevano consigliare o arringare fuorchè sopra la cosa - proposta: nissuno poteva rizzarsi per consigliare, o arringare, - sinchè il primo arringatore non avesse finito. Non potevasi dar - fastidio o impedire alcuno arringante o consulente; nè potevasi - alcuno rizzare in Consiglio, o dire o consigliare alcuna cosa - se non nel luogo solito e ordinato a consigliare. Ne’ Consigli - del Comune non potevano essere più di quattro arringatori, senza - licenza del Podestà: negli altri non se ne vede numero certo. Il - partito ne’ Consigli si faceva in due modi o palese e scoverto, o - segreto; il palese si faceva a sedere e rizzarsi, il segreto colle - palle: il sedere e rizzarsi facevasi immediatamente l’uno dopo - l’altro. Le palle si mettevano in un bossolo di due corpi, l’uno - rosso e l’altro bianco; il sedere e la parte rossa del bossolo - favoriva, il rizzarsi e la parte bianca disfavoriva. Nel consiglio - del Cento facevasi segreto, nello speciale del capitano prima - palese e poi segreto, nel generale palese solamente, in quelli del - Podestà palese ed alcuna volta segreto, ed in tutti si vinceva per - la metà e uno poi almeno; fuorchè nel derogare agli Statuti, che - questo in tutti i Consigli si dovea vincere per i quattro quinti. - - Per il Consiglio del Cento si potevano statuire lire 100 il - mese, le quali i Priori a piacer loro, senza stanziamento d’altro - Consiglio che di questo, potevano spendere, non eccedendo però lire - 25 per partita. I Consigli del Popolo per sè soli eleggevano gli - elettori quasi di tutti gli ufiziali. - - Quelli del Comune eleggevano i Sindachi, quando n’era il - bisogno per gli affari pubblici, commettevano le Imbreviature - o Protocolli dei Notai morti, emendavano i danni de’ fuochi e - de’ guasti; stanziavano le spese piccole di lire 100 a basso di - quella sorte però che secondo gli Statuti si potevano stanziare e - deliberavano d’alcune altre cose di non molta importanza; tutti - gli altri stanziamenti, provvisioni e riforme dovevano vincersi - per tutti i Consigli, passando per ordine dell’uno e dell’altro - ed ancora quelle cose che si trattavano per il consiglio de’ Savi - o Richiesti, per gli quali il popolo dovesse essere aggravato o - con ispese o con altro. Se quello che era proposto in un Consiglio - non si vinceva, non si poteva di nuovo proporre in esso, finchè - non fossero mutati i Priori, a tempo de’ quali era stata fatta - la proposta. Nel medesimo giorno non poteva esser proposto ne’ - Consigli del Comune quello ch’era stato proposto nel Consiglio del - Popolo. - - Eravi ancora il Parlamento generale o Consiglio pubblico, nel quale - intervenivano i tre maggiori uffizi. Tutti gli altri Consigli e - le dodici Capitudini ragunavansi in Santa Reparata ogni due mesi, - quindici giorni dopo l’entrata de’ nuovi Priori, facevasi alla - presenza di tutto il popolo, erane capo il Podestà. Era lecito - ad ognuno del numero delle capitudini o de’ consoli proporre - tutto quello ch’egli avesse stimato essere benefizio del Comune. - Esaminavansi dopo le proposte da’ Priori se niuna ve ne conoscevano - buona o da potersi fare proponendola altra volta ne’ Consigli - minori e doveasi vincere come l’altre provvisioni e riforme. - - Le riforme e provvisioni e deliberazioni de’ Consigli erano - distese e scritte a’ libri e rogati de’ sindacati, e le procure - che occorrevano farsi per il Comune di Firenze dal notaio delle - Riformagioni, il quale doveva essere della provincia di Lombardia - di là dal Reno, ma non del luogo donde fosse il Podestà o Capitano. - Eleggevasi per il Consiglio del Comune, e durava l’uffizio suo un - anno, ma poteva essere raffermato. - - Le Capitudini delle Arti erano ventuna, oggi, le chiamiamo Consoli. - Ciascheduna di esse aveva il Gonfalone entrovi la divisa della - sua arte. Erano sottoposte al Difensore o Capitano obbligati - a difendere l’uffizio suo, e seguirlo con arme e senza a sua - richiesta, giuravanlo in mano sua, e nelle loro era giurata - l’osservanza di questo da tutti i loro sottoposti. Eleggevano le - sette Capitudini maggiori ogni sei mesi due signori della Zecca; - uno era de’ mercatanti di Calimala, e l’altro di quelli del Cambio - e due saggiatori dell’oro e dell’argento. I Signori avevano cura - che non si coniasse se non buona moneta, e che la forestiera non - buona non corresse; e però la libra pisana e la lucchese inferiori - alla fiorentina, erano sbandite, siccome ogni moneta piccola di - Toscana, e’ fiorini più leggieri d’un grano si tagliavano. Le - medesime sette Capitudini insieme con i Priori eleggevano sei - cittadini e un uffiziale forestiero sopra l’abbondanza delle - vettovaglie. Chiamasi l’uffiziale il Giudice, i cittadini i sei - della Biada; l’uffizio de’ cittadini durava due mesi, sei quello - del Giudice; facevano questi condurre grano di diverse parti, il - più di Romagna e di quello di Siena. Ne’ tempi di gran carestia - per non aggiungere afflizione agli afflitti, facevansi ferie - per le cause civili. Dodici danai per ogni staio di grano era - dato dal Comune a chi ne conduceva a vendere in Firenze di fuori - dello Stato; e chi ne conduceva più d’una soma era sicuro per il - viaggio e per sei giorni di stanza, per debiti suoi privati e per - rappresaglie, che fossero concedute contro la sua Comunità. Il - fare rappresaglie era un sequestrare e rattenere tutti gli effetti - pubblici e privati di una Comunità e le persone. Concedevansi - le rappresaglie contro quelle Comunità, che non amministravano o - si pretendeva che non amministrassero giustizia, o al Comune di - Firenze o suoi sudditi, e se fra certo tempo non era soddisfatto - il creditore, convertivasi l’equivalente in uso suo. Da questo - ne nascevano molti inconvenienti e molti disastri nel negoziare, - facendo l’una Comunità rappresaglia contro l’altra. Per sfuggirle - emendava il Comune di Firenze il danno che pativa alcun forestiero - di rubamenti fattigli nella città o contado; i denari però erano - pagati, non trovandosi il delinquente, da quella Comunità o popolo - nel quale era seguito il delitto. Ma se pure contro il Comune di - Firenze erano concedute per causa privata, erano i principali - obbligati a dar soddisfazione; se per pubblica si veniva agli - accordi, e satisfacevasi, e molte volte usavasi mettere una - gabella sopra le robe de’ Fiorentini che passavano per quella - Terra, che faceva la rappresaglia, finchè fosse satisfatto a quel - debito. I danari che si pagavano o riscuotevano per il Comune di - Firenze, passavano tutti per mano de’ camarlinghi della Camera, - i quali erano tre; stavano in ufizio due mesi, e proponevano ne’ - Consigli gli stanziamenti da farsi per le spese occorrenti. Tutti - i pagamenti facevano con il consiglio di due dottori fiorentini - a questo eletti ogni due mesi, chiamati avvocati del Comune, - registravasi il tutto ne’ libri pubblici per il notaio della - Camera, l’uffizio del quale durava quanto quello de’ Camarlinghi. - - Per i fatti della guerra eleggevansi per i rettori e’ Quattordici - o Priori e per i Richiesti per quel tempo, ed in quel numero che a - loro pareva, alcuni cittadini de’ principali con nome di Capitani - di guerra. Provvedevano questi le cose necessarie per la guerra, - intervenivano ne’ Consigli che appartenevano ad essa, e facendosi - esercito, parte di loro andavano e parte ne rimanevano nella - città; finito il loro uffizio non s’eleggevano altri, se non era - il bisogno. Chiamavansi questi nei tempi più moderni i Dieci della - guerra. In difetto loro era solito concedersi per i Consigli balía - ed autorità al Podestà. Capitano e Priori sopra la fortificazione - della città, sue castella e contado sopra il condurre soldati - e sopra ogni cosa spettante a guerra per un tempo determinato. - Negli eserciti comandava il Capitano generale della guerra, ch’era - forestiero e signore, ed eleggevasi solo quando n’era il bisogno - per quel tempo che pareva agli elettori. Il modo dell’elezione - era il medesimo di quello del Podestà e Capitano. Conduceva seco - un numero di cavalieri e di fanti espresso nella sua condotta. - Fra i cavalieri ne dovevano essere alcuni di corredo. Pagavansi - al Capitano generale della guerra tutti i danari, tanto dello - stipendio suo quanto de’ soldati condotti da lui. Ogni soldato - dell’esercito gli era sottoposto, due o più de’ Capitani di guerra - andavano con esso con titolo di suoi consiglieri, che insieme con - lui il tutto deliberavano. Davasegli un notaio pagato dal Comune, - che scrivesse tutto quello che gli occorreva. Non essendo Capitano - generale di guerra e bisognando cavalcare, per capo della cavalcata - o esercito andava il Podestà, non potendo egli, il Capitano del - Popolo o Capitani di guerra. Cavalcata ed andata si chiamava quella - dove non si spiegavano i padiglioni, esercito dove si spiegavano. - Alcuno de’ giudici de’ malefizi del Podestà andava in esercito - per amministrare giustizia. I Connestabili e Capitani di fanti - e di cavalli erano condotti per i sindachi del Comune, con quel - numero di soldati che avevano in ordine. La rassegna de’ soldati - facevasi ogni mese, o quando pareva a’ consiglieri, alla presenza - del Capitano, per nome e cognome. Gli eserciti erano composti di - mercenarii, ausiliari e sudditi, di fanti e cavalieri. I fanti - erano pavesari, balestrieri, arcieri e lancieri. I cavalieri erano - o alla leggiera o alla grave, ogni soldato a cavallo chiamavasi - cavaliere; di corredo addimandavansi quelli di dignità fatti da’ - principi e signori. Gli ausiliari erano pagati da chi li mandava. I - mercenarii e sudditi dal Comune. I cavalli mercenarii alla leggera - avevano fiorini cinque il mese, quelli alla grave nove o poco - più o meno. Ne’ sudditi non era altra cavalleria che quella delle - cavallate. Le cavallate s’imponevano a chi più aveva il modo, e a’ - Guelfi ed a’ Ghibellini ordinariamente per un anno; per tutto il - tempo avevano da 40 fiorini a 50. Imponevasi ordinariamente da 500 - fino in 2000, secondo i bisogni; a chi era imposto cavallata era - obbligato a tenere un cavallo armigero non di maggior prezzo di - fiorini 70 nè di minore di 35, con esso doveva andare in esercito - quando gli era comandato, o mandarvi altri in suo luogo; per ogni - giorno che cavalcava aveva soldi 15, se era cavaliere di corredo - o giudice 20. I cavalli tanto degli stipendiati, quanto delle - cavallate si bollavano del bollo della città e stimavansi alla - presenza degli uffiziali del Comune, del Capitano e de’ soldati; - se il cavallo si guastava, moriva, o era ferito, o ammazzato in - servizio del pubblico, mandatane la fede tra cinque giorni a’ - Capitani di guerra, gli era pagato la valuta del danno, s’era - guasto, se morto, dell’intiero prezzo; finchè non gli era emendato - non era obbligato a ricomprarne di nuovo, e la paga gli correva - come se l’avesse avuto, e dopo pagato aveva tempo alcuni giorni - a provvedersene. Non poteva un cavallo essere emendato più d’una - volta, e per questo gli emendati si contrassegnavano. Per arrolare - ed assegnare i soldati e stimare i cavalli, erano eletti ogni - anno sei cittadini. Negli eserciti generali andavano le cavallate - di tutti i sesti. Nelle imprese minori andavano d’un sesto solo, - o di più alla disposizione del consiglio de’ savi o Richiesti e - de’ capitani di guerra, e l’uno e l’altro ogni tanti giorni si - cambiavano. L’esercito generale si bandiva più giorni avanti, e due - o tre prima che si muovesse si cavavano l’Insegne e Gonfaloni di - Firenze, e spiegati appendevansi ad un luogo vicino alla città e - quivi si faceva la massa. I soldati a piè del contado erano eletti - per gli vicari, ed eranne loro capi; i vicari erano de’ migliori - cittadini di Firenze. Eleggevansi per i Priori capitani di guerra - e Richiesti, quando occorreva per quel tempo che si credeva che - fosse per bisognare, mandavasene in tutte le provincie principali - dello Stato, o solo in quello che pareva a’ medesimi elettori. I - vicari avevano soldi 30 il giorno, i fanti 4, i guastatori 3. Se - le cavallate di tutti i sesti andavano in esercito, alcuni de’ - fanti del contado restavano a guardia della città sino al ritorno - loro, ed i cittadini sospetti il più delle volte per quel tempo si - mandavano fuori; se l’esercito si faceva contro i Ghibellini, non - cavalcavano i Ghibellini delle cavallate, ma i loro cavalli erano - fatti prestare a’ Guelfi. I soldati di guardia delle fortezze erano - dello Stato, i castellani cittadini ogni due mesi erano rassegnati - per uno de’ cavalieri compagni del Potestà di Firenze; le paghe - erano maggiori e minori secondo la qualità del luogo. Per sapere - gli andamenti de’ nemici stipendiavasi uno per capo di ricevere e - mandare spie. Per l’occasione della guerra o per altre spettanti - al Comune mandavansi ambasciadori in diversi luoghi, eleggevangli - i Priori, per cosa di molta importanza il Consiglio dei Richiesti; - l’istruzioni erano loro date per gli elettori. Gli elettori erano - de’ più degni cittadini, o no, secondo il negozio che aveano da - trattare, o il personaggio cui erano mandati. In ogni ambasciata - di qualche conto andavano cavalieri, dottori e cittadini privati - ed un notaio. In quelle di grande importanza andava alcuna volta - il Podestà, e l’ambasciata facevasi onorevolissima. In quelle - di poco rilievo andava un cittadino privato e talvolta un solo - notaio. Giuravano gli eletti per ambasciatori in mano del Podestà - di fedelmente trattare i negozi loro imposti, nè per loro ottenere - grazia o privilegio alcuno, se contraffacevano erano condannati in - lire 1000. Il salario non poteva esser più di soldi 50 il giorno, - e questo non si dava se non a chi conduceva seco almeno quattro - cavalli, che secondo il numero di essi si eleggeva il salario, ma - non andava ambasciadore che almeno non ne avesse due: il Podestà - quando andava in ambasciata aveva lire 12 il giorno. I cavalli, che - in ambasciata si guastavano, o morivano, erano dal Comune emendati. - Mandavasi ambasciadori ancora per negozi di persone particolari - e d’altre Comunità, ma pagavansi da quelli in servizio de’ quali - andavano. Le lettere pubbliche scrivevansi in latino in nome del - Podestà, Capitano e Priori, ed ogni sei mesi era eletto un notaio - in Dettatore di esse. Con questa forma di governo si resse la - Repubblica di Firenze dall’anno 1280 al 1292, nel quale si cominciò - l’elezione del Gonfaloniere. - - - - -Nº III. - -(Vedi pag. 259.) - - ISTORIA COMPENDIATA DI SAN GIMIGNANO. - - -Questo difetto è nella storia, che non si trova quasi mai scritta dai -vinti. Quello che si dicesse di Firenze dentro ai castelli e durante la -lunga caccia patita da essi, ognuno può agevolmente figurarselo, perchè -la vita dei castelli fu argomento favorito di molti racconti, sebbene -in Italia meno che altrove. Ma dei piccoli Comuni chi potesse sapere -le storie qui solamente nella Toscana, si vedrebbe innanzi come una -serie di piccoli drammi, dove non sempre ai Fiorentini toccherebbe la -parte migliore. Vero è che in tutti sottosopra le cose medesime sempre -verrebbero sulla scena, e ciò tanto più quanto più il campo fosse -angusto: ma insomma l’Italia si formò a quel modo, e ha la sua cellula -nel Comune, ed i più piccoli ne sono i primi vitali ingredienti. Non -è dei più piccoli quello che ora ci cade tra mano, ed è dei più noti. -San Gimignano è visitato da molti stranieri; nessun’altra terra o -castello di Toscana ritiene più della età di mezzo e meno fu invaso -dalle susseguenti: in quelle torri e nelle chiese e nelle case di forti -pietrami è pure qualcosa di non ricoperto dal fino intonaco dei tempi -moderni; le antiche memorie se ne conservano il possesso, la nuova -vita v’è poco entrata. Lo stesso accade generalmente; e per esempio -nell’Inghilterra, le città più anticamente monumentali si vanno a -vedere con grande rispetto, ma in quelle è sempre nelle strade la gente -più rada e pare si muova più lenta che altrove. - -Di San Gimignano abbiamo origini favolose, le vere ci mancano. È ameno -il sito, capace il suolo di molti frutti, mite il clima: natura di -luogo in tutto diversa da quella più aspra dove fu posta Volterra, che -aveva il dominio di quel territorio. Qui era sorto già un castello, -anticamente come noi crediamo, sebbene la prima certa memoria che se ne -abbia non salga oltre all’anno 929, nè altra notizia ce ne rimanga per -tutto il primo secolo dopo al mille. Le torri però in tanto numero, e -antichissime, dimostrano avere quella terra (il come s’ignora) avuto -potenza di famiglie nobili assai di buon’ora; tanto non crebbe nei -primi tempi la vicina Colle, nè Poggibonsi che era stato castello -imperiale. Tenevano i Vescovi la signoria di Volterra, e contro ad -essi ebbe a combattere San Gimignano per la sua propria emancipazione, -la quale fu intera nei primi anni che seguitarono dopo alla pace di -Costanza. Dal 1200 cominciano atti di gente libera, il governo in mano -di Consoli, e da principio il Podestà, uno degli uomini della terra -stessa. Intanto Volterra anch’essa cercava sottrarsi ai Vescovi, uno -dei quali cacciato di sede ebbe soccorso dai Sangimignanesi nemici -al popolo di Volterra da cui si erano distaccati. Di qui lunghe -guerre che si allargarono in più vasto campo, quando le innumerabili -divisioni formarono quella dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma in questa -lotta San Gimignano si rinforzava e le libertà sue ebbero autentico -riconoscimento da Federigo II imperatore l’anno 1241. Era uno di quei -Comuni tenuti dai militi, che è dire dai nobili, i quali sapevano -meglio intendersi con l’Imperatore; e seco andavano di gran cuore -contro al popolo di Volterra. - -Prevalse pertanto assai tra questi la potestà imperiale; pagavano -volentieri a Federigo il feudo solito pagarsi ai Vescovi; i Potestà -usarono chiamarsi tali Dei et Imperatoris gratia. Ma ciò non toglieva -che al pari degli altri Comuni andassero contro a quella medesima -potestà, facendo per l’ampliazione del loro contado guerra ai castelli -che n’erano il nido. Seguirono gli anni della gran contesa per cui -salivano e scendevano con tanto fragore più volte ciascuna delle due -contrarie parti: San Gimignano modificava secondo i casi le istituzioni -sue cittadine, piegandole verso alla parte popolare come i tempi -volevano. Il popolo era ivi come a Siena rappresentato da un ordine -che si chiamò dei Nove, ristretto però nè mai caduto nel maggior -numero: quella terra ricordava sempre le origini sue, e manteneva le -istituzioni che ad essa erano naturali; troppe torri aveva per essere -mai bene guelfa. - -Correvano allora tempi magnifici a San Gimignano: sorgeva il pubblico -Palazzo con altri edifizi, fioriva quella piccola repubblichetta -richiesta più volte per ambascerie dalle città e dai signori vicini, -di lei più possenti; i suoi magistrati andavano arbitri o pacieri -di grandi vertenze. Rimane tuttora in quelli archivi documento -dell’ambasceria che Dante Alighieri vi esercitò in nome della -Repubblica di Firenze agli 8 di maggio 1299; orava dinanzi al Potestà, -che era dei Tolomei da Siena, esortando il Consiglio generale a farsi -più vivo e rafforzare la lega toscana, verso alla quale parevano -essere le volontà dubbie, secondo le varie parti che dividevano i -Sangimignanesi. A procurare la concordia poco di poi venne della -persona sua in San Gimignano il Cardinale d’Acquasparta come Legato di -Bonifazio VIII; si fece una pace, ma fu presto rotta. Potenti famiglie -nemiche tra loro per gelosia di grandezza cittadina si chiamavano -guelfi o ghibellini, o bianchi o neri o di quanti altri nomi sa l’odio -cuoprirsi; nè mancarono a San Gimignano i consueti ammazzamenti, come -in ogni altra delle minori o delle maggiori terre d’Italia. Questo -ripetersi da per tutto degli stessi casi, questo inutile rivoltolarsi -durante più secoli, viene oggi chiamato da un nobile ingegno bellezza -di storia. A noi non pare; anzi agl’Italiani facciamo colpa del non -avere saputo men tristo rimedio inventare contro al sonno, malattia dei -popoli peggiore d’ogni altra per la parentela che ha con la morte. - -Ma pure in quella età nascevano grandi fatti, in mezzo ai quali nè -il buon diritto alla sua propria indipendenza, nè una gran voglia di -mantenerla, bastavano a fare che un piccolo Comune avesse, come si -suol dire, voce in capitolo. Scese in Italia Arrigo VII, s’inalzò -Castruccio, la Toscana ebbe a difendersi contro al Bavaro e contro -al Re di Boemia. San Gimignano, posta in mezzo tra Volterra e Siena -e Firenze, volentieri avrebbe cercato sostegno da quella parte cui -potesse riuscire più utile amica: tirava da Siena i suoi Potestà e -alcune forme di reggimento; ma Siena era instabile, e troppo Firenze -pigliava la mano già sopra i vicini. Questa si diede al Duca di -Calabria; e San Gimignano, senz’altro pensare, dovè seguitarla. Non ne -avesse anche avuto voglia, andava insieme con la corrente guelfa, stava -con la Lega della quale Firenze era capo; e questa, come su tutti gli -altri aveva la forza che gli difendeva, così anche aveva l’arbitrio -a costringerli e una crescente volontà di farsi da tutti ubbidire. -Chiedeva di nome gli uomini e il denaro per le taglie che prima aveva -essa medesima decretate: di già i rifiuti o le renitenze si chiamavano -ribellione. Ma perchè uno Stato indipendente ti serva a tuo modo, è -necessario potergli comandare in casa dentro. Il primo d’aprile 1333 -una lettera al Comune di San Gimignano gli dava ordine di ratificare -nel Consiglio del Popolo certe mutazioni fatte allo Statuto di quella -terra, nè so con qual titolo, da tre cittadini Fiorentini: dice la -lettera che ogni negligenza all’ubbidire, gli avrebbe fatti incorrere -in pena. - -Era in San Gimignano potente su tutte le altre la famiglia degli -Ardinghelli. Se propriamente fossero Guelfi o Ghibellini io non lo -so, nè bene credo che lo sapessero essi stessi. A me parrebbe senza -calunnia potere affermare che furono Guelfi, quando con quel nome -potevano farsi un grande seguito nella terra; ma quando ad essi venne -la voglia o parve essere necessità, per mantenere il grado loro, di -uscire fuori dai termini della civile eguaglianza, allora di fatto -se non di nome furono Ghibellini. Ciò nonostante pare che molto se -la intendessero con la Repubblica di Firenze, la quale cercando sopra -la Toscana di avere un imperio, gradiva che le comunità inferiori, di -nome amiche ma in fatto suddite, dipendessero da pochi, perchè i pochi -è sempre più facile guadagnare e mezzi più certi si hanno a tenerli. -Il Comune di San Gimignano bandì gli Ardinghelli, ma lì appresso era -il luogo di Camporbiano, terra di Marzocco; e gli Ardinghelli di là -infestavano i Sangimignanesi tanto malamente, che alla fine questi -perduta pazienza, un giorno a bandiere spiegate e sotto alla condotta -del Potestà loro e Capitano di popolo, che era un Saracini di Siena, -andarono contro a Camporbiano, v’entrarono a forza e l’arsero. Questo -alla Signoria di Firenze parve delitto di lesa maestà; citò avanti -a sè il Potestà e tutti quelli della cavalcata; nessuno comparve; -per il che furono condannati come contumaci in lire cinquantamila, -con la comminatoria di essere arsi (così è scritto) il Potestà e -centoquarantasette Sangimignanesi. Chiesero grazia, e il Consiglio -generale di Firenze con voti centoventitrè contro cinquantuno condonò -la pena, con che i fuorusciti fossero rimessi in patria e riavessero i -beni loro: ma non andò molto che un’altra volta furono ricacciati. - -Cedevano innanzi alla comunanza cittadina più forte di loro, fuori -trovavano chi gli proteggesse. Al Duca d’Atene si erano accostati -malcontenti di tutta Toscana, come a cosa nuova. In Firenze un -fuoruscito sangimignanese, capitano dei fanti della Signoria, teneva -in guardia il Palazzo: costui ne aperse la porta al Duca, dal quale -in premio di tanto servizio fu creato cavaliere: tornata libera la -città, fu anch’egli dipinto a vitupero come traditore. San Gimignano al -nuovo Duca aveva mandato il numero consueto di venticinque cavalieri e -cento pedoni, secondo la taglia; ma perchè non volle consentire subito -al richiamo dei fuorusciti, questi dapprima respinti con la forza -v’entrarono poi con le armi e col nome del Duca, il quale n’ebbe il -governo e prima cosa ordinò di fabbricare un cassero dentro la terra -istessa. Tornava questa in libertà dopo alla cacciata del Duca, ma più -che mai vessata dalle trame e dagli assalti dei fuorusciti, contro ai -quali non avendo possa, ricorse a Firenze. Si aggiunse la peste, dopo -alla quale San Gimignano mezzo vuotata d’abitatori e fuori battuta da -continui assalti dei suoi medesimi, non valendo più da sè a reggersi, -fece il primo atto di formale dedizione alla Repubblica di Firenze, che -fu per tre anni, da potersi rinnovare, accomunando le due cittadinanze, -con che avessero i Fiorentini la sola scelta del Capitano, quella del -Potestà rimanendo sempre libera in mano dei Sangimignanesi. - -Questi credevano forse con un tale atto e sotto alla guardia della -Repubblica di Firenze potere costringere a una convivenza quieta le -parti contrarie. Ma fu invano, perchè gli esuli tornati potevano -troppo, e dentro aveva il Capitano dei Fiorentini messo innanzi -qualche altra famiglia da stare a contrappeso. Il che non fece che -più inasprire le inimicizie, perchè i Salvucci per tal modo favoriti -poterono tanto, che dietro un’accusa male provata persuasero al -Capitano, uomo dappoco, di condannare a morte due giovani degli -Ardinghelli: fu eseguita la sentenza in fretta e prima che da Firenze -venisse divieto. Peggio sino allora non si era mai fatto: agli -Ardinghelli cupidi di vendetta si aggiunsero i signorotti da Picchena, -vicino castello, e i Rossi famiglia di grandi, i quali cacciati da -Firenze vivevano sulle loro possessioni lì appresso. Insieme ed in -arme un giorno entrarono in San Gimignano, ed assalita la casa dei -Salvucci, che sulla piazza era delle maggiori, la posero a sacco ed a -fuoco. Questi si rifugiarono in Firenze; e allora fu gara tra essi e -gli Ardinghelli, quale dei due riuscisse con suo maggiore profitto a -dare la terra liberamente in potestà dei Fiorentini, che vi mandarono a -buon conto seicento soldati, i quali si tennero al di fuori delle mura. -Intanto i negoziati procedevano variamente, finchè agli 11 d’agosto -1353 fu stipulato l’atto di perpetua dedizione, per cui San Gimignano, -perduta affatto l’indipendenza, ebbe dai Fiorentini la Potestà; e per -l’interna amministrazione del Comune, mutato l’antico ordine, fu posto -come a Firenze un magistrato di Priori e un Gonfaloniere: il castello -di Picchena, smantellato, andò sotto la giurisdizione del Comune di San -Gimignano. - -Ma prima di accettare in Firenze la sottomissione, avevano aspettato -che dugentocinquanta uomini della terra venissero a offrirla -personalmente; il partito per l’accettazione passò nei Consigli per -un voto solo. Dipoi fu scambio tra le due parti di cortesia: mandò -la Signoria un foglio bianco sottoscritto, dove i Sangimignanesi -ponessero quelle condizioni che volevano: questi risposero con un altro -foglio nel modo stesso: il primo esiste negli archivi pubblici della -terra, dell’altro è un ricordo. Con tutto questo però non vollero i -nuovi padroni essere da meno di quel che era stato nove anni prima il -Duca d’Atene; imposero ai Sangimignanesi l’edificazione di una rôcca -in luogo adatto e a loro spese; doveva essere sicurezza contro alle -discordie o alle ribellioni, ma era difesa nel tempo stesso contro ai -grandi, soliti a vivere fino allora secondo la legge comune e senza -divieti o esclusioni. In tutto il resto procederono largamente; il -che era una fina arte politica, ma era insieme un riconoscimento del -diritto che in Toscana più che altrove godeva il Comune alla sua -propria indipendenza, in tutto quello dove non fosse stato questo -diritto abbandonato dal Comune stesso per la sua propria conservazione. -Promisero anche l’esenzione dai balzelli straordinari e da certe -tasse minutamente specificate. Poi mantennero la promessa quanto suole -farsi in simili casi, e quanto i bisogni della Repubblica di Firenze -concedevano. Allora si andava per via di richieste al Consiglio delle -spese; così lo chiamavano in San Gimignano: questo si opponeva e -mandava ambasciatori che disputavano e infine pagavano, ma le più volte -meno del chiesto. Si mantenevano nelle apparenti relazioni tra’ due -Stati queste forme di parità: in cose o di confini o di commerci San -Gimignano mandava i suoi ambasciatori a trattare prima liberamente co’ -vicini; e abbiamo accordi in tal modo fatti con Siena. Così, finchè -non fu distrutto in Firenze il libero stato, San Gimignano ebbe un -esercizio di volontà in cose pubbliche, una soddisfazione di certi -che sono bisogni dell’animo e dell’intelletto: quello che alla libertà -mancasse, trovava compenso di quiete e d’ordine e di sicurezza. Fatto -è, che pare la terra in quelli anni prosperasse, perchè gli edifizi -più ornati e più belli sorsero nel tempo della soggezione; le chiese -nel quattrocento furono abbellite da grande copia di pitture affresco -e in tavola dei più celebrati in quella età, come Benozzo Gozzoli e il -Ghirlandaio e Antonio Pollaiolo, ai quali si aggiungono senza troppa -inferiorità pittori sangimignanesi: fiorivano anche le lettere, e -diedero qualche uomo il cui nome non è affatto spento. - -Ma ciò non faceva che non piangessero i loro antichi liberi tempi, -quando il bene come il male potevano farsi da sè medesimi. Nè certo -i soprusi mancavano, contro ai quali le terre soggette, ponevano -speranza nei Medici: ma questi, una volta che ebbero abbassato chi -stava di sopra, non rialzarono però gli altri, ed il comune livello -scese molto più basso di prima. D’allora in poi San Gimignano venne -sempre a scadere: nei due secoli del principato di casa Medici la -popolazione della terra scemò d’un terzo, quella del contado non perdè -che il sesto. Opere pubbliche non si fecero, e spesso le antiche furono -guaste per incuranza o perchè l’amore delle arti mancava e il gusto -era pessimo. San Gimignano si chiama sempre dalle belle torri, ma nel -cinquecento erano il doppio di quelle che ora bastano a darle aspetto -insolito e quasi fantastico. - -Il canonico di quella Collegiata Luigi Pecori, pubblicava l’anno -1853 una Storia della patria sua, molto accurata e di buon giudizio. -Aggiunse in fine lo Statuto dell’anno 1255, ampliato e corretto nel -1314, le notizie risguardanti le cose ecclesiastiche, i pubblici -edifici, i cittadini di qualche nome, le opere d’arte, con assai buon -numero di documenti dei quali è ricco quell’archivio. Compose tavole -dei prezzi di molte cose e dei salari e delle pene che si pagavano in -moneta. Prima di lui Vincenzio Coppi dava la _Storia di San Gimignano_ -l’anno 1695, in un bel volume in foglio, con dedica al principe -Ferdinando de’ Medici. Abbondano in quella ragguagli minutissimi -d’ogni cosa la quale importi o che all’autore paresse in qualche modo -importare al decoro della patria sua. Fornito di buone lettere più -che di sana critica, mantiene per vera una favolosa origine di San -Gimignano, sulla quale nei primi anni del quattrocento Mattia Lupi -aveva scritto un poema latino, da lui chiamato eroico, in quattro libri -di cattivi versi. Dissi in principio, e ripeto in fine, che vorrei -piuttosto sapere il vero del come potè sorgere a qualche grandezza da -molto antichi secoli questa terra. - - - - -Nº IV. - -(Vedi pagg. 270 e 271.) - -(_Archivio di Stato Diplomatico_, provenienza _Atti pubblici_). - - -_PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE DOMINO KAROLO -ROMANORUM REGI._ - - In Christi nomine Amen. Anno sue salutifere Incarnationis Millesimo - trecentesimo, quinquagesimo quarto Inditione VIIIª die vigesimo - mensis Martii. Manifeste appareat omnibus presens instrumentum - publicum inspecturis Quod Serenissimus et Invictissimus Princeps et - dominus dominus Karolus Dei gratia Romanorum Rex et semper Augustus - ac Boemie Rex, de innata Maiestati sue clementia, consensit - expresse et de gratia speciali nobilibus et sapientibus viris - - Domino Barne de Rubeis } militibus - Domino Paczino de Strocziis } - Domino Loysio de Giamfigliacziis Legum doctori - Loysio de Mocziis - Uguiccioni de Ricciis et - Simoni de Antilla - - ambaxatoribus, sindicis et procuratoribus Comunis et Populi - Civitatis Florentie, ut de ipsorum sindicatu sive procura patet - publico instrumento scripto manu mei notarii infrascripti, ac - etiam mihi notario infrascripto tamquam publice persone stipulanti - et recipienti vice et nomine Populi et Comunis Florentie, quod - Iuramentum eidem tamquam Romanorum Regi seu tamquam Imperatori - prestandum per dictos Sindicos et pro dicto Comuni, quibuscumque - verbis prestetur seu prestitum reperiri contingat, habeat et - habere intelligatur infrascriptas reservationes modificationes - et capitula, et perinde intelligatur esse ac si in eo seu eius - prestatione dicta et infrascripta capitula essent apposita - e expressa licet in ipsa figura verborum dicti Iuramenti non - apponantur nec exprimantur. Ita quod dictum Iuramentum vires sive - effectum non habeat contra dicta infrascripta capitula seu contra - sensum ipsorum et ita actum consensum et conventum extitit inter - eos. - - Reservationes autem modificationes et capitula sunt hec, videlicet: - - In primis, quod vigore Iuramenti prestandi et contentorum in eo, - dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra vel aliter non teneatur - dicto domino Regi quam dictum Comune et alia Comunia Tuscie et - Lombardie ab antiquo tenebantur et tenentur Imperio secundum - Leges Imperiales et Iura comunia Romanorum Principum. Et quod - dictum Iuramentum non deroget nec in aliquo preiudicet aliquibus - privilegiis seu benefitiis concessis seu concedendis per dictum - dominum Regem dicto Comuni Florentie, seu aliquibus promissionibus - gratiis seu benefitiis, cum scriptura vel sine, factis vel fiendis, - concessis sive concedendis per dictum dominum Regem dicto Comuni - Florentie. Mandans expresse predictus dominus Rex mihi notario - infrascripto, quatinus ad maiorem et clariorem predictorum memoriam - de predictis publicum conficerem instrumentum. Acta fuerunt - predicta per dictum dominum Karolum Regem, Pisis in camera predicti - domini Regis, in domibus que dicuntur Giardinum sive viridarium - Pieri Andree de Gambacurtis; presentibus testibus reverendissimo in - Christo patre et domino domino Niccolao Patriarcha Aquilegiensi et - principe honorando et venerabili in Christo padre domino Iohanne - Episcopo Olomocensi et magnificis viris Marcardo Agustense, - Thederigho Mindense, Vladislao duce Theschinense, Burghardo - burgravio Magdeburgense et......... de Lippa, Bustone de Reilhartis - ac nobilibus et prudentibus viris domino Dondaccio de Malingniis de - Fontana de Plagentia, milite et Leggerio Andreocti Niccoluccii de - Perusio, adhibitis et rogatis. - - Et Ego Angelus ser Andree domini Rinaldi, florentinus civis, - publicus Imperatoris auctoritate notarius et iudex ordinarius, - predictis omnibus in presenti facie contentis et scriptis dum - sic fierent interfui, illaque mandata Regio et rogatu Sindicorum - suprascriptorum publice scripsi et signum apposui consuetum. - - -_CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE FLORENTIE._ - - In Christi nomine, amen. Anno sue salutifere Incarnationis - Millesimo trecentesimo quinquagesimo quarto, Indictione VIII, - die vigesimo primo mensis Martii secundum consuetudinem civitatis - Florentie, Serenissimus Princeps et dominus dominus Karolus Dei - gratia Romanorum semper Augustus ac Boemie Rex, et infrascripti - Ambaxiatores et Sindici Populi et Comunis Florentie asseruerunt - se super infrascriptis capitulis, die xxº presentis mensis martii - predicti simul conclusisse et concordasse, videlicet: - - - _Quomodo Priores sint vicarii Imperatoris. — Quod Civitas Florentie - eiusque comitatus et districtus regantur per Populum et Comune et - sub legibus ipsorum etc. — Aliqualis confirmatio sub missionum et - aliarum conventionum._ - - Primo, quod Priores Artium et Vexillifer Iustitie Populi et Comunis - Florentie qui pro tempore fuerint toto tempore vite domini Regis - Karoli presentis, etiam port Imperiales infulas susceptas, et non - alius, sint eius vicarii generales et inrevocabiles tantum tempore - vite domini Regis predicti, sicut predicitur, in civitate Florentie - et eius comitatu et territorio et districtu, et in omnibus terris - et locis que per Comune Florentie seu pro ipso Comuni tenentur, - gubernantur, seu custodiuntur: terris vero, si quas de facto et - non legiptime occupant ecceptis; super quibus non constituantur - vicarii, neque aliquis alias seu aliqui alii constituantur neque - sint offitiales ibidem, nisi per Populum et Comune predictum - fuerint constituti. Quodque ipsi vicarii sic constituti nichil - aliud possint nec aliter, nec sindicentur seu ad rationem - administrationis coram predicto populo reddendam teneantur, nisi - secundum Statuta ed ordinamenta Comunis Florentie et secundum Leges - municipales, consuetudines et mores laudabiles hactenus observatos - ibidem, sed sindicentur solummodo per dictum Populum et Comune vel - offitiales dicti Comunis ad hoc deputatos seu deputandos secundum - formam Statutorum dicte Civitatis. Et quod dicta civitas Florentie - terre et loca per dictum Populum et Comune regantur custodiantur - et gubernentur sub ea iurisdictione regimine et custodia laudabili - ac sub illis magistratibus sub quibus ad presens tenentur et - gubernantur seu teneri et gubernari solita sunt per dictum - Populum et Comune et sub eisdem iuribus statutis et ordinamentis - consuetudinibus et moribus laudabilibus iuste editis et edendis - per dictum Populum et Comune seu loca predicta. Quos magistratus - dictus Populus et Comune sibi et in locis predictis ad beneplacitum - et pro sui libito possit eligere et constituere et iura municipalia - et ordinamenta et alia predicta edere et condere cassare et mutare - rationabiliter, secundum rerum et temporis exigentiam, ac eadem - in tempore preterito iuste potuerint. Et quod in dicta civitate - Florentie et locis predictis seu aliquo ipsorum aliqui offitiales - cuiuscumque nominis vel conditionis non constituantur mictantur - vel fiant, nisi solum per Populum et Comune Florentie, secundum sua - ordinamenta consuetudines et mores laudabiles et illa intelligantur - statuta iura, ordinamenta et consuetudines et mores laudabiles - et laudabilia, iusti et iusta rationabiles et rationabilia que - vel qui specialiter non reprobantur a iure. Quodque dictus Rex in - submissionibus seu concessionibus dictarum terrarum seu locorum - vel alicuius eorum voluntarie factis dicto Populo et Comuni eos non - impediat, nec in regimine earundem. Et in terris huiusmodi que se - sponte submiserunt eis, dum tamen sint Imperii, earum Incolis non - contradicentibus, eos vicarios constituimus modo predicto: salvis - tamen iuribus aliorum. Et quod convenctiones et pacta inite seu - inita inter dictum populum et Comune ex una parte et dictas terras - seu loca vel aliquos eorum ex altera, sicut iuste et rationabiliter - procedunt, confirmentur et approbentur per dominum Regem predictum. - - - _Irritatio condempnationum factarum per olim Imperatores._ - - Item, omnes et singule sententie condempnationes forbannitiones - et processus, per quoscunque divos Romanorum Imperatores et Reges - predecessores domini Regis predicti, contra Populum et Comune - seu singulares eius personas, in civitatem comitatum territorium - seu districtum aut loca ipsius, et nominatim contra infrascriptos - Comites de Battifolle, de Doadola, Albertum de Mangona et Neronem - de Vernio ac eorum subditos late seu lati, facte seu facti, et - omnes pene infamie note inhabilitates et defectus, seu etiam - amissionis vel privationis bonorum qui vel que ex hijs sequi - vel infligi a lege vel ab homine seu alio quovis modo contrahi - potuissent, tollantur removeantur et relaxentur, quodque ipsi quo - ad bona et omnia alia in integrum restituantur, de gratia speciali - domini Regis predicti. - - - _Liberatio Comunis a censibus retroactis._ - - Item, quod predicti Populus et Comune Florentie, homines ipsorum - et loca predicta sint liberi et absoluti ab omni et toto eo ad - quod tenerentur Romanorum Regibus seu Imperatoribus vel ipsi sacro - Imperio, de censu annuo Imperio sacro solvi debito et consueto, - condempnationibus devolutionibus in fiscum, vectigalibus indictis - et super indictis et aliis oneribus quibuscumque et hiis similibus - provenctibus et obvenctibus, usque in presentem diem; solvendo - tamen ad presens pro illis preteritis predictis Iuribus Imperii - sacri illam summam pecunie pro qua gratiam domini Regis poterunt - invenire. - - - _Dispositio circa census futuros._ - - Item, quod omnibus redditibus proventibus condempnationibus - devolutionibus in fiscum, vectigalibus indictis et super indictis - et aliis honeribus quibuscumque et hiis similibus sicut premictitur - in quibus domino suo Regi predicto, tamquam Romanorum Regi, teneri - potuerunt in futurum, et pro consequendo gratiam et favorem dicte - Regie maiestatis, solvant censum annuum aliis Romanis Imperatoribus - seu Regibus et Imperio solvi debitum et consuetum. Et quod ultra - solutionem dicti census nomine futuri temporis non graventur in - persona vel rebus. Quodque dictus Populus et Comune Florentie, toto - tempore vite predicti domini Regis, et non alias seu alii omnia - predicta et eorum quodlibet, que ipse dominus Rex iuste percipere - posset, licite percipere possint et valeant. - - - _Quod contra predicta nil fiat._ - - Item, quod dominus Rex predictus nichil faciat contra vel ultra - predicta et infrascripta. Et si quis adversus indultum Regium - contrafecerit, indignationem domini Regis incurrat. - - - _Quomodo privilegia concedantur de predictis._ - - Item, quod dominus Rex de predictis omnibus que perpetuitatem - sapiunt ac de iure concedi possunt, donet eidem Populo et Comuni - Imperiale et Regium privilegium duraturum perpetuo: super hiis vero - que tractu temporis transient, donet ei privilegium ad tempora vite - sue. - - - _Quomodo recognoscatur in dominum, et de prestando iuramento._ - - Item, quod Comune et Populus Florentinus, iuxta oblationem - factam per eos, constituant solepnes Sindicos legiptimum mandatum - habentes, qui nomine et vice Comunis et Populi prefatum dominum - Regem recognoscant Romanorum Regem et verum dominum ipsorum - sicut alie civitates Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur - et tenentur Imperio secundum Leges Imperiales et Iura comunia - Romanorum principum; sibique nomine dicti Comunis et Populi - prestent fidelitatis debite iuramentum: salvis semper articulis - qui superius et inferius expressantur. Sic tamen ut post Imperiales - infulas susceptas, iuramentum renovetur. - - - _De quadam protestatione fienda._ - - Item protestatio admictenda sub literis Maiestatis Regie sonabit - in haec verba videlicet: Quod vigore Iuramenti prestandi et - contentorum in eo, dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra - vel infra aut aliter non teneatur dicto domino Regi quam dictum - Comune et alia Comunia Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur - et tenentur Imperio, secundum Leges Imperiales et Iura comunia - Romanorum principum. Et quod dictum Iuramentum non deroget nec in - aliquo preiudicet aliquibus privilegiis seu beneficiis concessis - seu concedendis per dictum dominum Regem dicto Comuni Florentie, - seu aliquibus promissionibus gratiis seu benefitiis cum scriptura - vel sine, factis vel fiendis, concessis sive concedendis per dictum - dominum Regem dicto Comuni Florentie. - - - _De modo compositionis solvende._ - - Item, quod predictus Populus et Comune quantitatem pecunie, - ratione preteriti temporis seu Iurium neglectorum, et censum annuum - Imperio debitum et consuetum pro futuro tempore, debitis locis et - temporibus, teneantur solvere prout apud Regalem fuerit ordinatum: - sic tamen quod solutio fiat in Tuscia seu in Venetiis vel Padua. - - - _Quomodo quidam rebelles restituantur._ - - Item, quod forbanniti exititii seu expulsi de dicta Civitate - Florentie, occasione celebris memorie domini Heinrici condam - Romanorum Imperatoris Augusti, seu propter obedientiam et - adhesionem factam sibi, reducantur ad domus suas et gaudeant - possessionibus, prediis et rebus suis, et in eisdem promotione et - favore dicti Comunis foveantur. Salvo quod predicta non preiudicent - aliis condempnationibus si quas haberent ob alias causas: et etiam - sic quod contenta in presenti capitulo fiant absque fraude vel - dolo. - - - _Quod Comune Florentie in terris quas detinet non vexetur, etc._ - - Item, quod dominus Rex non impediet Comune et Populum civitatis - Florentie in regimine civitatis Florentie ipsius seu castrorum - et terrarum que per ipsum Comune et Populum in toto vel in - parte, seu sub eo vel pro eo tenentur, reguntur et custodiuntur - seu gubernantur, tempore vite domini Regis predicti, nec ipsam - Civitatem seu terras predictas vel aliquam ipsarum in toto vel in - parte alicui alii concedet seu dabit, non obstantibus supradictis. - Set impetentibus eos vel se, adversus dictum Comune et populum - Florentie, ius aut actionem habere contendentibus ministrabit - iustitiam citationibus sententiis et aliis processibus iudiciariis - ac etiam executione licterali; sed ipse Rex et sui officiales - ad quamcunque requisitionem talium impotentium manum armatam vel - potentiam non apponet; nec etiam faciet alia precepta penalia circa - seu propter relaxationem seu dimissionem vel restitutionem dictarum - terrarum seu locorum vel alicuius eorum. - - - _Reservatio Regia, si contrafieret._ - - Item, si dictus Populus et Comune vel singulares persone adversus - prestitam fidem, Iuramentum et obedientiam debitam negligentia - quavis, temeritate vel pertinatia excederent, reservat sibi dominus - Rex potestatem plenariam penas quascumque reales vel personales - infligendi iuxta decretum Regium, secundum delictorum et excessuum - qualitatem. - - - _Pro Aretinis._ - - Item, circa predictas gratias concessiones et indulta, ubi locus - extiterit, addi debeat infrascripta clausola que sequitur in hec - verba: Salvo quod predicta non vendicent sibi locum in terris et - castris Comunis Aretii nec in eorum curiis, que presentialiter - pignori tenentur per Comune Florentie; que castra et terras liceat - Comuni Florentie predicto retinere, donec ipsum Comune Florentie - consecutum fuerit a Comuni Aretii creditum ad quod dictum Comune - Aretii tenetur dicto Comuni Florentie. Et facta solutione dicti - crediti per dictum Comune Aretii prefato Comuni Florentie ut - predicitur, statim ipsum Comune Florentie teneatur et debeat eadem - pignora restituere dicto Comuni Aretii. - - - - -Nº V. - -(Vedi pag. 275) - - -MATTEO VILLANI. - -Lib. IV, Cap. 77. — _Come fu offesa la libertà di Roma dai Toscani_. - - «Vedendo i falli commessi per li comuni ghibellini di Toscana, - che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperatore, - ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come - col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani.... - parteciparono la cittadinanza e la libertà di quel popolo, la - cui autorità creava gli imperadori; e questo medesimo popolo, - non da sè, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli - cristiani, concedette l’elezione degli imperadori a sette principi - della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più - antiche storie il manifestino, che il popolo predetto faceva gli - imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la - libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla - libertà dell’impero, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali - eran sottoposte al popolo e al senato e al comune di Roma, e per - lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo i nostri comuni di - Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo - romano, è assai manifesto che la maestà di quel popolo, per la - libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa e di - Siena e di Volterra e di Samminiato, fu da loro offesa, e dirogata - la franchigia de’ Toscani vilmente per l’invidia ch’avea l’uno - comune dell’altro, più che per altra debita cagione.[339]» - -Cap. 78. — _Di quello medesimo_. - - «Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò - ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza - offesa del sommo impero, è lecito anzi debito il patteggiare con - gl’imperatori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, - l’una che seguita ne’ fatti del mondo la Santa Chiesa, secondo - il principato che ha da Dio e dal santo impero in quello,[340] - e questi sono dinominati guelfi....: e l’altra parte seguitano - l’impero, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo a Santa - Chiesa, e chiamansi ghibellini.... e seguitano il fatto; che per - lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di - lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi, - ciascuna vuole tenere il principato; ma non potendosi fare, ove - signoreggia l’una e ove l’altra, comecchè tutti si volessono - reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia - gl’imperatori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini - che i guelfi; e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari - imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria, - e morti gli imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, - e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici - della parte fedele a Santa Chiesa e alle loro libertà. E questa non - è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti - imperadori. Appresso è da considerare che la lingua latina....; - e i costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, - e disusati e strani agli Italiani, la cui lingua e le cui leggi e - costumi e i gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramenti a - tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo - gli imperatori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno - e con la forza della Magna reggere gli Italiani, non lo sanno e non - lo possono fare; e per questo essendo con pace ricevuti nelle città - d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si - dilettano, per esser per controversia quello ch’essere non possono - nè sanno per virtù o per ragione di intendimento di costumi e di - vita. E per queste vive e vere ragioni le città e i popoli che - liberamente gli ricevono, convien che mutino stato, o di venire - a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione - del pacifico e tranquillo stato di quella città o di quello popolo - che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli, - la necessità stringe le città e’ popoli che le loro franchigie e - stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agli - imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e - innanzi rimanere in contumacie con gli imperatori, che senza gran - sicurtà li mettano nelle loro città.» - -Lib. V, Cap. I. — _Prologo_. - - «Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’ - magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più - paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella - presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene - perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al - termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la - mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile se con somma - virtù non si governa e regge: ma quando s’aggiugne ai vizi, - l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il - glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma - perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo, - assai è manifesto che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. - L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al quale - soleano ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi - gli infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per - i cristiani tanti sono i potenti re, signori e tiranni, comuni e - popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla - sua suggezione: la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente - dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è - nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non - piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi della - Magna, i quali hanno continuato lungamente a eleggere e promuovere - all’impero signori di loro lingua: i quali colla forza teutonica - e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente - barbara hanno voluto reggere e governare il romano impero; la qual - cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede - le sue leggi e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando - a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale - governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria - di quello.» - -Nei capitoli sopracitati è istorica filosofia, e, a creder nostro, -della migliore. Qui è la dottrina del Machiavelli circa le mutazioni -dei regni, e qualche cosa anche di più, senza di che non riuscirebbe -quella altro che a sterile empirismo; e qui la retta interpretazione -di quella solenne ma spesso travolta e abusata sentenza che ogni -potere viene da Dio. Si noti pure come l’appellazione data di barbari -ai settentrionali, goffa e sguaiata al tempo nostro e pedantesca nel -cinquecento, fosse plausibile tuttavia quando di fresco era cominciato -quello che fu a noi risorgimento precoce e rapido anche troppo, e che -ad essi era un principiare con passi deboli per allora. E aveva il -fatto mostrato sempre, fino dal tempo della invasione, come i popoli -germanici a petto agli uomini italiani di quella età fossero incapaci, -non che a fare con loro insieme mischiato buono e compagnia, ma nemmeno -anche a bene opprimerli. - -Quel che però giova maggiormente in questo luogo di rilevare, perchè -fu troppo dimenticato, è l’imperiale supremazia attribuita alla -città ed al popolo di Roma, secondo il giure che fu solenne tra gli -Italiani del medio evo, e senza il quale viene a frantendersi nel -creder nostro mezza l’istoria. Cotesto giure fu il principio e il -fondamento della dottrina guelfa: ma quella pure che l’Alighieri -promosse nel libro della Monarchia, non differiva se non in quanto -per lui era la monarchia del mondo direttamente trasmessa da questo -popolo agli Imperatori; laddove i guelfi diceano il popolo avere -concessa e trasmessa l’elezione ai principi dell’Allemagna, non da sè -ma per delegazione da lui fatta alla romana Chiesa ed ai Pontefici, -investiti per questa via del civil diritto, come essi erano del divino. -Era più antica la controversia di quel che sembri a prima vista; ed a -togliere di mezzo i Papi che vi si erano interposti, veniva il popolo -di Roma originariamente a professare la stessa dottrina che i giuristi -più assoluti nell’inalzare e nel difendere le ragioni dell’Impero. -Ma rinnegando l’autorità sia dei Pontefici sia del popolo, secondo -facevano i moderni ghibellini ed i Tedeschi generalmente, dice bene -Matteo nostro, che l’imperiale potestà non era più altro che un -_fatto_, o il diritto della forza senza ragione d’autorità. - -Allorchè papa Leone III l’anno 800, il dì del Natale, dopo la messa, -all’improvvista poneva sul capo d’un re Franco il diadema imperiale -d’Occidente, e gli vestiva le spalle del manto dei Cesari; quella -sorpresa e quasi diremmo quella commedia di tanto pondo, non si vuol -credere che avesse altro motivo, tranne il pensiero di trasferire -tutta in chiesa di San Pietro quella imperiale investitura, che il -popolo di Roma avrebbe data nel Campidoglio. Al diritto di pontefice, -supremo capo della cristianità, Leone volle in sè congiungere anche il -diritto di naturale e legittimo rappresentante o delegato della città -di Roma, togliendo via la controversia con la solenne autorità del -fatto. I Pontefici non si arrogarono in quella età, nè più altre dopo, -in via giuridica la sovranità di Roma: e il diritto di questo popolo -e quello assunto dai Pontefici, e quello proprio degli Imperatori -i quali avevano la material forza e la traevano d’Allemagna; questi -diritti e questi fatti confusamente s’intramezzarono gli uni negli -altri per molti secoli, così com’era e doveva essere ogni diritto in -quella età, per le moltiplici tradizioni e la mancanza di norme certe. -Questo faceva Leone III; ma poco dopo ecco un altro fatto incontro a -quello, e fu manifestazione grande e solenne del fondamento che per -sè Carlo voleva dare al nuovo impero attribuitogli. Quando innanzi la -morte sua faceva egli la divisione fra tre suoi figli dei possedimenti -ch’erano quasi l’Europa intera, al maggior figlio, che dopo lui doveva -essere imperatore, assegnò Carlo tutto il settentrione e tutti i popoli -di tedesco sangue, sovrapponendo anco nel diritto quella porzione che -aveva in sè tutta ormai la material forza, a quelle due che erano -assegnate ai due minori fratelli coll’inferior titolo di re, come -una grande incubazione che la Germania dovesse fare sulle regioni del -mezzogiorno. Questa per lui era la consacrazione della forza, e così -egli la intendeva: due re dovevano con autorità minore spartirsi i -popoli di latino sangue cui era odioso il nome regio, ed i Tedeschi non -bene usciti dal paganesimo e dai boschi, ebbero il titolo imperiale che -importava la signoria del mondo. - -L’ardimento di Leone che s’arrogava un diritto nuovo, e il testamento -di Carlo Magno, furono come fonti a due rivi, o a meglio dire, a due -torrenti che s’urtavano e incalzavano mischiati insieme nell’alveo -stesso. Ma il fatto di Leone non riusciva all’effetto suo senza creare -lungo contrasto; e la contesa tra la città ed i Pontefici romani -durava quanto l’altra contesa tra essi Pontefici e gl’Imperatori, -cioè tutta quanta l’età di mezzo. I signori dei castelli intorno a -Roma e nella città stessa, ora col popolo s’intendevano, ed ora al -popolo contrastavano come successori dei patrizi di Roma antica, -e non s’appellavano o male erano ghibellini. Cola di Rienzo ed il -Colonna continuavano sconciamente la divisione che in Roma antica -era tra ’l popolo e il senato, ma volevano lo stesso entrambi quanto -al negare o contrastare la sovranità pontificale: e in faccia poi -agli Imperatori, se il consacrarli si apparteneva al Papa solo come -pontefice, una figura di elezione si manteneva nella città di Roma, -nè in altro luogo la coronazione sarebbe stata tenuta buona; e -comunque i Papi risedessero in Avignone, a Roma andavano Arrigo VII, -e Lodovico di Baviera e Carlo IV, a cercare la corona quivi deposta -dai primi Cesari. Nè in Costanza Sigismondo fu sacrato imperatore, -benchè ivi il Papa fosse presente, e solenne l’occasione quanto altra -mai nella cristianità; ma in Roma egli, e poi Federigo III. Dopo del -quale essendo Roma caduta già nella condizione di città suddita ai -Pontefici, e i nuovi fatti e gli ordinamenti nuovi dovunque venuti a -soverchiare l’idea dominatrice del medio evo, perchè i principi e le -nazioni aveano titolo da per loro; cessava ben tosto la necessità di -accattare da Roma antica l’imperial titolo e la potestà: e Carlo V, nel -coronarsi imperatore in Bologna, io non so bene se più intendesse di -rinnalzare Clemente VII, o di abbassare la Sede di Roma facendo il Papa -uscirne fuori a consacrare sopra alla testa di Carlo V la nuova forma -e disusata di quella potenza che egli del tutto riconosceva dalla sua -spada e dalla fortuna. - -Dopo lui nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona, chè non -avrebbe legato gli animi nella Germania mezza protestante; e la potenza -di casa d’Austria stava oggimai ne’ possedimenti. Quelli d’Italia -appartenendo al ramo spagnuolo dei successori di Carlo V, la scemata -potestà dei tedeschi Imperatori fu agli Italiani poco gravosa: quei -di Germania avevano l’alta sovranità dei feudi imperiali, che ad essi -davano ingerenze nei minori stati per ogni resto indipendenti; scarso -provento ne ritraevano, e nelle guerre di religione un qualche raro -sussidio d’armi. Il diritto pubblico del medio evo reggeva tuttora gli -Stati d’Europa; ma soverchiato dai fatti nuovi, più non valeva se non a -dare qualche pretesto alle aggressioni e ad allungare i negoziati. - -Per il possesso della Toscana all’estinzione di casa Medici gran tempo -prima antiveduta, i principi grossi aguzzarono le armi, e i diplomatici -le penne: l’Imperatore metteva innanzi l’antico dominio e le ragioni -dell’Impero; ma dopo averla prima assegnata ad un principe spagnuolo, -parve giovasse a mantenere quel che appellavano equilibrio darla per -ultimo ad un Lorenese. I Medici in quella decrepitezza della famiglia -loro, e nel politico abbassamento cui tutta Europa gli costringeva, -pure serbarono qualche dignità; e come erano per le origini e per -l’ingegno e le tradizioni, si dimostrarono cittadini. Sopra ogni cosa -volevan essi l’indipendenza della Toscana, che era oppugnata in via -legale dagli scrittori imperialisti; e di tale controversia giova qui -dire alcune cose spettanti alla materia nostra. Un libro col titolo -_De Libertate Civitatis Florentiæ ejusque Dominii_ fu impresso a -Pisa nel 1721, ed a Firenze, ma senza data, l’anno dipoi, regnante -ancora il terzo Cosimo. Per le memorie che ne rimangono, da prima -sarebbe stato quel libro messo insieme dal senatore Niccolò Francesco -Antinori, il quale mandato in gioventù da Cosimo III a studiar legge -in Salamanca, fu auditore della giurisdizione e degli studi di Firenze -e di Pisa, quindi inviato agli imperatori Giuseppe I e Carlo VI nelle -controversie per la successione. Il testo latino che a stampa si legge, -è dal Fabroni attribuito a Giuseppe Averani, cui altri aggiungono -il senatore Filippo Buonarroti e l’auditore Bonaventura Neri Badia, -ternario d’uomini molto insigni: Neri Corsini, ambasciatore in Olanda, -a Londra e a Parigi, e che poi fu cardinale, divulgò di questo libro -una versione francese. Replicava due anni dopo da Milano, ma pur senza -data, Filippo Barone di Spannaghel con due grossi volumi in folio, -e ponderosi di molta noia; il frontespizio, che è stranamente lungo, -comincia così: _Notizia della vera libertà Fiorentina, considerata nei -suoi giusti limiti_ ec. Il privilegio di Carlo IV, che fu occasione al -discorso nostro, e un altro simile poi concesso da Roberto imperatore -nell’anno 1401, e una pretesa ricompera della sua propria indipendenza, -che la Repubblica avrebbe fatta dal primo Rodolfo di casa di Habsburgo -già sino da quando fu istituito il priorato l’anno 1282 (sul quale tema -aveva scritto molto ampiamente il Borghini);[341] cotesti punti e molti -altri vengono in campo nella contesa che inutilmente si combatteva -con gli argomenti della legalità. Gli autori toscani sembrano talvolta -dimenticare quel nesso che univa all’Impero le città libere del governo -loro; le quali chiudevano all’Imperatore in faccia le porte e a lui -negavano collegarsi, come si è visto nel caso nostro; ma non sapevano -in via giuridica negargli il censo, e lo affrancavano qualunque -volta abbisognassero, per loro utile, dell’imperatore. Cessata poi -l’opportunità, pareva ai nostri aver fatto troppo, e quindi è che di -quell’accordo, che fu di tutti il più solenne, gli antichi storici -volentieri tacciono, se pur se ne eccettui Matteo Villani che lo -promosse: alla Repubblica ed al principato premeva egualmente non dare -armi alle pretensioni, che ogni tratto rinascevano, della imperiale -supremazia. Ma il Tedesco, per l’incontro, senza altro discorso chiama -ribelli quelle città e provincie, le quali avevano scosso il giogo -quando ai lontani Imperatori mancò la forza che lo teneva fermo; nè -mai rifina dal predicare la beatitudine che sarebbe stata alle città -italiane, vivere suddite ai Tedeschi: si fonda bene egli sul diritto -di conquista, ma oblìa che di pari a questo diritto va quello pure di -emancipazione. - -Nella Biblioteca Riccardiana è un esemplare di questo libro con -postille marginali d’Anton Maria Salvini. Giuseppe Sarchiani le -trascriveva in altro esemplare che è presso di noi, e con esse -noi vogliamo por fine al discorso, perchè sieno a edificazione di -quelli che credono soli intendersi di libertà, e tanto forse non si -aspetterebbero da un letterato degli ultimi anni di casa Medici. Daremo -pertanto delle note del Salvini quelle che spettano a politica, omesse -altre, le quali sono di mera filologia: la nostra copia fu raffrontata -sul volume Riccardiano. - - «_Non bene libertas pro toto venditur auro_. — Nella tragedia - inglese, _Il Catone_ di Addison, Sempronio repubblicante romano - così si esprime: Lucio tenero sembra della vita; Ma ch’è vita? non - è in piedi starsi, E la fresc’aria trar di mano in mano, O il sol - mirare: è libero esser, vita. Allor che libertà è andata, viene - Insipida la vita e senza gusto. — » - -Il dotto uomo pubblicava di tutta questa tragedia una versione o più -veramente (com’egli suole) interpretazione in linguaggio famigliare, -dove i versi stanno _pro forma_. - - «Voleva il Tedesco (come si raccoglie dalla sua prefazione) ridurre - Firenze alla foggia delle città anseatiche di Germania, oppure in - peggiore condizione. Il dipendere dall’Impero (egli dice) non è - cosa odiosa; ma gli diranno altri, che odiosa cosa è semplicemente - e assolutamente il dipendere. — Un ministro lucchese, essendogli - fatto celia del suo piccolo Stato da uno Spagnuolo, disse: la - mia repubblica comanda a pochi, ma non ubbidisce a nessuno. — I - contadini lucchesi la domenica in albis la domandano la festa della - santissima Libertà. - - Il popolo non c’è più; l’autorità è del Senato fiorentino insieme - col Principe. - - Firenze, Lucca, Siena, tre repubbliche delle quali con sua gloria - si regge Lucca. - - Dice Virgilio: _Aeneadæ in ferrum pro libertate ruebant_; onde - si vede che almeno anticamente la libertà non era nome specioso, - conforme si dà a credere il Tedesco. — Libertà poi limitata è - serva, o libertà non libera, e ridotta a semplice titolo. Libero è - un popolo quando può far ciò che vuole in ordine al buon governo, - senza domandarne licenza ad altri. - - La generazione delle repubbliche è quando un popolo con atti - possessorj si riduce in libertà, e questa repubblica non si può dir - tiranna (come suppone quell’autore teutonico), quando si sottraesse - dall’ubbidienza del suo signore; ma il popolo suo sarebbe da - principio ribelle, poi col tempo e col possesso continuato di - una naturale recuperata libertà, sarebbe giustificato, come le - signorie e’ principati (prese in principio per via d’usurpazione) - si giustificano col tempo, per fuggire la mutazione de’ dominii. — - Gli Svizzeri e gli Olandesi, secondo il discorso dell’opponente, - sono repubbliche tiranne; ma _omnis potestas a Deo est_, tanto - le repubbliche quanto i principati. — L’Impero romano cadde e si - divise in tanti pezzi. I possessori di questi pezzi, ancorchè - potessero essere da principio usurpatori, si giustificano per - lo lungo possesso; Francia, Spagna, Inghilterra facevano parte - dell’Impero romano. - - »Il nome di Repubblica pare che grammaticalmente importi - indipendenza, l’essere indipendente (_autonomos_). Ragion di stato, - detta dai Greci _politica_, non volea dire utile del principe, - ma utile del popolo. Democrazia e aristocrazia convengono in - genere di repubblica, e tutte due s’oppongono alla monarchia, - genere di governo disapprovato da Dio ne’ Libri dei Re. Dante, - ch’era ghibellino, dice nella _Monarchia_, che tutti i governi si - devono ridurre all’unità, e a un centro il quale è, secondo lui - ghibellinissimo, l’Impero. La nostra città però si è mantenuta - sempre guelfa e divota di Francia, e per lo celtismo si può dire - che perdesse la libertà. Luigi Alamanni, poeta del re Francesco I, - arringò al popolo perchè si buttasse dalla parte dell’Imperatore - Carlo V (veggasi il libretto del Savonarola al gonfaloniere - Alamanno Salviati). Il medesimo Savonarola fece gridare a tutti in - sua predica, _Christus rex populi Florentini_. Cosimo I fu creato - duca dal Senato fiorentino _plenis liberisque suffragiis_ (come sta - pubblicamente registrato a lettere di bronzo nella gran piazza); - e i suoi successori, nelle monete, dissero D. G., cioè (come ognun - vede) _Dei gratia_. - - Il Casa sapea molto di greco, e prese la forza greca. Il Borghini, - buono antiquario, erudito uomo, amante della patria, avrà - certamente saputo di greco. Gli altri storici nostri toscani non ne - sapeano; i nostri storici latini sì, come l’Aretino, il Poggio, lo - Scala. — Le storie romane, senza ricorrere alle greche, non bastano - per imprimere sentimenti di libertà e di amor per la patria. - Insomma, le antiche storie sono piene di spirito di libertà; le - moderne, di servitù per lo più. - - Tiranno non era quello che facesse crudeltà, o che non piacesse, ma - quello che avesse tolta la libertà alla Repubblica; e quantunque il - Principe fosse buono e giusto, il Tirannicida n’era premiato, come - Armodio e Aristogitone in Atene.[342] - - _Possideo quia possideo_. Questo titolo giustifica ancora le - possessioni degli Stati, che al principio furono usurpazioni; _ne - regna et dominia sint in incerto_. - - È un argomento inutile dei poeti principali italiani il lamento - sopra l’Italia, ma disegna un uomo giusto e amatore della patria. - I predicatori si sfiatano talora senza frutto, non per questo son - vane le prediche. - - »Cicerone, _de Legibus_, scrive: _Legum interpretes, iudices; legum - ministri, magistratus; legum denique idcirco omnes servi sumus, ut - liberi esse possimus etc._ - - La libertà senza governo civile o principesco sarebbe licenza o - bestialità. Onde, in questo rapporto, repubblica e principato son - tutte due dominii non diversi. - - Il mio statista, non fate tanto il critico della letteratura: ci - conoschiamo; ritrinciatevi[343] nella politica.» - -Sul frontispizio di quel libro, il quale venne attribuito al barone -di Spannaghel, il Salvini scrisse: «Ho udito dire che sia opera di -Goffredo Filippi sassone, stato molto a Ginevra, ora a Milano. C’è chi -dice che possa essere opera del signor Giuseppe Bini segretario del -signore Colloredo Governatore di Milano, il quale Bini me l’ha donata.» - - - - -Nº VI. - -(Vedi pag. 316.) - - -PROVVISIONE DEL 27 GENNAIO 1371 DALL’INCARNAZIONE.[344] - -Pubblichiamo per intero questa Provvisione, il che faremo qualche -altra volta, dove le forme sieno parte integrante e necessaria a -bene intendere il carattere dell’atto istesso. Vogliamo anche poi -dare qualche esempio dello stile usato da questa Repubblica, e delle -solennità mantenute nelle Provvisioni che l’una con l’altra spesso si -disfanno, ma sempre _pro bono et pacifico statu civitatis Florentiæ_. -In questa prima è da notare come i Capitani della Parte guelfa, i -quali imponevano alla Signoria questa molto singolare deliberazione, la -presentassero alla Signoria istessa in forma di umile supplicazione, -chiedendo ai Magnifici Signori si degnino promulgare quelle cose che -minutamente nella supplica o petizione sono descritte. - - In Christi nomine, amen. Anno incarnationis eiusdem millesimo - trecentesimo septuagesimo primo, indictione decima, die vigesimo - septimo mensis ianuarii, in Consilio domini Capitanei et Populi - Florentini; — et die vigesimo octavo dicti mensis ianuarii, in - Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie, — totaliter - approbata admissa et acceptata fuit infrascripta petitio et - provisio. — - - Vobis magnificis Dominis dominis Prioribus Artium et Vexillifero - iustitie Populi et Comunis Florentie humiliter supplicatur, pro - parte Capitaneorum Partis guelfe nec non plurimorum honorabilium - civium civitatis Florentie, quatenus, pro bono et pacifico - statu dicte Civitatis et securitate status guelforum dicte - Civitatis, dignemini, una cum officio Duodecim Bonorum, virorum, - deliberare et per solempnia et opportuna Consilia dicti Populi - et Comunis Florentie, stantiari reformari et provideri facere, et - Universitati guelforum dicte Civitatis, in perpetuum, privilegium - concedere: Quod, decetero, perpetuis temporibus, quando, ubi - et quotiens, fieret, occurreret vel immineret seu fieri vellet - aliquod stantiamentum, provisionem, ordinationem, statutum vel - reformationem seu aliam quamcumque dispositionem, per opportuna - Consilia dicte Civitatis, que tangerent vel respicerent, - principaliter, accessorie vel incidenter, statum, honorem, - reformationes, provisiones, statuta, privilegia, potestatem, - consuetudinem seu ordinamenta, iura, res vel bona Partis guelfe - vel Universitatis guelforum dicte Civitatis, presentia vel futura, - vel dicti Populi et Comunis Florentie, edita facta vel concessa in - favorem Partis predicte, et seu edenda vel concedenda, seu quod - cederet in eorum vel alicuius eorum augmentum vel diminutionem, - mutationem, alterationem vel variationem seu additionem; requiratur - de necessitate et servari debeant substantiales solempnitates - infrascripte, videlicet. - - Quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie dicti Populi et - Comunis, qui pro tempore fuerint, ante omnia, illud quod eisdem - videretur reformandum, stantiandum, providendum, variandum, - revocandum, addendum vel immutandum vel minuendum, vel aliquid - aliud circa predicta vel eorum aliquod disponendum; poni et micti - faciant, mandent et precipiant ad partitum et ad fabas nigras - et albas inter Capitaneos Partis guelfe et officia priorum et - secretariorum dicte Partis et seu duas partes eorum, simul, - in palatio Populi et Comunis Florentie congregatorum: an illud - sit utile vel expediens dicte Parti et Universitati guelforum - ipsius. Et si optineantur per maiorem partem ad minus predictorum - Capitaneorum, priorum et secretariorum ibidem astantium (dummodo - sint presentes due partes ipsorum Capitaneorum et suorum priorum - et secretariorum) illud esse utile et expediens, possit super eo - procedi ad ulteriora, secundum reformationem Comunis Florentie, - aliter non. Et quod predicti Capitanei, quando et quotiens per - prefatos dominos Priores et Vexilliferum vel eorum parte fuerint - requisiti, de ponendo vel mictendo dictum partitum, teneantur - ea die vel sequenti, sub pena centum florenorum pro quolibet, - congregari et seu congregari facere in palatio dicti Populi et - Comunis predictos priores et secretarios dicte Partis, et seu - duas partes eorum ad minus, et inter eos et dictos priores et - secretarios principales et non substitutos, mictere et seu micti - facere ad partitum illud super quo, per prefatos dominos Priores - et Vexilliferum, requirerentur, sub modo et forma predictis. Et - si optineri contingat, ut prefertur, procedatur ad ulteriora - ut superius dictum est; non tamen artentur domini Priores - vel aliquis eorum ad ulteriora procedere nisi in quantum eis - placuerit. Et si non obtineatur, ut prefertur, non possit pro tali - requisitione facta per dictos dominos Priores et Vexilliferum per - ipsos Capitaneos inter se, Capitaneos et secretarios et priores - predictos, ponere dictum partitum ultra tres vices, nisi forsan - super eodem, per alios dominos Priores et Vexilliferum subcessores, - fuerint iterum requisiti: quo casu servetur in omnibus et per - omnia forma predicta. Et quod ultra vel aliter factum reformatum - stantiatum provisum vel ordinatum fuerit in predictis vel circa - predicta non valeat et non teneat, sed sit nullum et irritum ipso - iure. Et quod quilibet contra predicta vel aliquod predictorum - veniens vel faciens, quoquo modo, casu vel vice qualibet, incidat - in penam florenorum auri duorum milium, applicandorum Camere - Apostolice; et nichilominus, ipso facto, sit et esse intelligatur, - habeatur et reputetur et tractetur in omnibus et per omnia pro - ghibellino, non vere guelfo et pro suspecto Parti guelfe, et ac - si, expresse et secundum formam reformationum Cumunis Florentie et - Partis guelfe predicte, foret pro ghibellino et non vere guelfo et - pro suspecto Parti guelfe ammonitus, absque aliqua exceptione vel - reclamatione, et absque spe alicuius restitutionis, cancellationis - vel indulgentie. — - - Super qua quidem petitione — domini Priores et Vexillifer, - habita invicem et una cum officio Gonfaloneriorum sotietatum - Populi et cum offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie - deliberatione solempni; et demum inter ipsos omnes in sufficienti - numero congregati, in palatio Populi Florentini, premisso et - facto diligenti et secreto scruptinio et obtento partito ad fabas - nigras et albas, per viginti octo omnium ipsorum; — providerunt - ordinaverunt et deliberaverunt, die XXVII mensis ianuarii anno - Domini MCCCLXXI, indictione decima: Quod dicta Petitio et omnia in - ea contenta procedant, admictantur firmentur et fiant et firma et - stabilita esse intelligantur et sint, et observentur et observari - possint et debeant et executioni mandari in omnibus et per omnia, - secundum Petitionis eiusdem continentiam et tenorem. — - -Insieme alla sopra riferita Provvisione pubblichiamo, a più amplia -dichiarazione di questa materia, il testo della forma di giuramento -alla Parte, il quale doveva prestarsi da quei cittadini che volevano -essere ammessi come veri Guelfi. Si legge in due atti de’ 17 e 21 -agosto 1357 trascritti nel Registro originale delle Provvisioni -di quell’anno, e rogati da ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio -notaro delle Riformagioni; in ciascuno dei quali precedono i nomi dei -cittadini ammessi a giurare, e poi segue: - - Volentes pro eorum parte, reverenti et humili vicissitudine se - habere, gratiam ipsam eis et eorum cuilibet, et eorum et cuiuslibet - eorum posteris, filiis et descendentibus, per lineam masculinam - factam, — devotis animis et curvatis capitibus, pro se ipsis - et quolibet eorum, ac etiam vice et nomine omnium et singulorum - eorum filiorum, posterorum et descendentium per lineam masculinam, - accettaverunt. Et insuper, dictis nominibus et quolibet eorum - in solidum constituti, in presentia dominorum Priorum Artium - et Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum et Duodecim - Bonorum virorum, et de eorum beneplacito et assensu, promiserunt - dictis dominis Prioribus et Vexillifero et michi Petro notario, - infrascripto, tanquam publice persone, stipulanti pro Comuni - Florentie; et corporaliter iuraverunt, sacrosanctis Evangeliis - manutactis: se et quemlibet eorum et eorum posteros, filios et - descendentes per lineam masculinam esse perpetuo in futurum vere - guelfos de Parte guelfa, et devotos et obedientes Sancte Matris - Ecclesie, et sue captholice Partis guelfe; et omnia et singula - facere que ad conservationem seu augumentum status guelforum - Civitatis predicte, et ad exterminium emulorum cederent seu cedere - credent, et se a contrariis abstinere. - -E pure vogliamo dare qui il testo della citata Riformagione dell’11 -dicembre 1364, approvata lo stesso giorno nel Consiglio del Capitano e -Popolo e il giorno seguente in quello del Potestà e Comune; la quale -proibisce ogni ricorso al Papa che fosse inteso a ottenere sgravio -o dispensa dalle leggi e ordinamenti della Parte guelfa. Speriamo, -quando che sia, di avere intero il Codice diplomatico di questa Parte -con tutte le carte conservate in questo Archivio di Stato, e che ne -mostrano la politica importanza. - - Fundamenta Partis guelforum firmare cupientes, domini Priores - Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie, - instantibus et infrascripta fieri petentibus multis zelatoribus - dicte Partis, pro bono publico et comuni securitate status - guelforum: habita super infrascriptis omnibus et singulis, - invicem et una cum offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis - Florentie deliberatione solempni, — deliberaverunt, die decimo - mensis decembris, anno Domini millesimo trecentesimo sexagesimo - quarto. — - - Quod nullus cuiuscumque condictionis existat, singularis persona, - corpus seu collegium quodcumque, per se vel alium, quoquo modo - adtentet, aliquam supplicationem Summo Pontifici vel eius - locumtenenti seu Apostolice Sedis legato seu sacro Collegio - Cardinalium seu alie cuicumque persone porrigere, seu eam scribere - vel dictare, super remissione seu suspensione iuramenti seu pene - alicuius, Camere Apostolice applicande; seu aliquid aliud facere, - cuius vigore liceat, sine metu periurii vel pene dicte Camere - applicande, aliquid disponere innovare corrigere vel reformare, - contra vel preter formam ordinamentorum seu reformationum Populi et - Comunis Florentie, hactenus editorum seu que in futurum edentur, - in favorem Partis guelfe, contra ghibellinos seu suspectos - dicte Parti (que ordinamenta firmata sunt vel erunt iuramento et - adiectione pene dicte Camere applicande); nisi predicta fierent de - consensu dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et - Comunis Florentie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim - Bonorum virorum dicti Comunis et Consulum viginti unius Artium - civitatis Florentie, nec non Capitaneorum dicte Partis guelfe, - Priorum pecunie dicte Partis et Consilii Credentie dicte Partis, - vel saltim duarum partium de tribus partibus ad minus cuiuslibet - dictorum offitiorum (intelligendo dictos Consules quantum ad - predicta, esse unum Collegium seu offitium); posito inter eos - ad secretum scruptinium et partitum ad fabas nigras et albas, et - obtento partito. De quo consensu appareat singulariter publicum - instrumentum, scriptum manu notarii dominorum Priorum Artium et - Vexilliferi iustitie, videlicet de consensu eorum et dictorum - Gonfaloneriorum et Duodecim et Consulum predictorum: de consensu - vero Capitaneorum Partis, Priorum pecunie et Consilii Credentie - dicte Partis apparere debeat publicum instrumentum scriptum manu - notarii dicte Partis. - - Si quis vero (quod absit) contra ea que supra dicta sunt aliquid - adtentare presumpserit, puniatur pena librarum quingentarum f. - p.; et nicchilominus talis contrafaciens ipso facto intelligatur - esse et sit ghibellinus et suspectus dicte Parti, et omni offitio - et benefitio Comunis predicti nec non etiam dicte Partis privatus - et perpetuo remotus. Et nicchilominus eorum nomina et prenomina - in libris dicte Partis describantur, tanquam ghibellini, inter - alios ghibellinos, ad perpetuam rei memoriam; nec in perpetuum - possint exinde abradi vel aboleri, pena incendii, tanquam falsario, - abrasori vel cancellatori huiusmodi imminente. Et ex nunc notarius - dicte Partis intelligatur habere et habeat mandatum a Capitaneis - qui pro tempore erunt, illum seu illos tales ex parte Capitaneorum - dicte Partis monendi quod renuptient et abstineant offitiis - et ab offitiis supradictis, sub pena remotionis ab offitio. Et - intelligatur esse et sit licentia concessa cuilibet de predictis - accusandi et notificandi, absque aliqua solutione alicuius gabelle - seu diricture seu promissione de prosequendo et sine satisdatione - aliqua prestanda, et cursu temporis non obstante. Et quod quilibet - rector possit teneatur et debeat super predictis procedere ex - suo offitio et ad denunptiationem et notificationem cuiuscunque - persone, etiam si sua non intersit, et punire in predictis; - privillegio vel immunitate aliqua non obstante nec temporis cursu. - Non obstantibus etc., cum clausulis opportunis et penalibus. - - - - -Nº VII. - -(Vedi pag. 339.) - -DISCORSO D’AUTORE INCERTO, SCRITTO L’ANNO 1377 - -_DEL PRINCIPIO E DI ALCUNI NOTABILI DEL PRIORATO._ - - (Dal MIGLIORE, _Zibaldone Istorico_, nº 29, e dal BORGHINI - _Spogli_, Cod. 43, ambedue nella Magliabechiana, Classe XXV. — - _Delizie degli Eruditi_, tomo IX, pag. 274). - - -_Introduzione del Borghini al seguente Discorso._ - - »Il discorso qui di sotto fu da me trovato in un libro antico, o - per me’ dire, vecchio, e tutto intorno alla materia dell’ammonire. - Chi se ne fusse l’autore non si vede: ma ben si può dal fatto - indovinare, che fussi scritto poco innanzi al caso de’ Ciompi, e - da persona che o per avere auti gli antenati suoi ghibellini, o - per altra cagione non piccola, stette con gelosia di sè stesso. E - dà alcuna notizia del progresso del Priorista; e perchè in quei - tempi avevano cognizione di molti particolari, che non possiamo - avere oggi noi, è verisimile, ed a me pare, che dia assai presso al - segno, e che se ne possa cavare assai di buono.» - - - Nel 1282 si cominciò in Firenze l’officio de’ Priori delle Arti, - che al presente sono e trassonsi per più onesto modo, e per avere - più cardinali uomini al reggimento, di tre borse de’ Consolati - delle maggiori e più orrevoli Arti di Firenze; ciò furono Calimala. - Lana e Cambio. - - Piaqque a’ cittadini l’offizio e ’l modo, e di presente aggiunsono - tre Arti, acciò che fussino sei Priori, uno per sesto, ed - aggiunsono l’Arte de’ Medici e Speziali, Por Santa Maria e Vaiai. - - Questi Priori stavono a mangiare e a bere nella casa appresso alla - Badia di Firenze; e fu dato loro sei berrovieri e sei messi, perchè - potessino richiedere i cittadini. - - Insino del 1292 seguitò questo Priorato d’uno per sesto, e - mettevanvi tutti i buoni cittadini della città, e Grandi e - Populani; così di quegli che erano stati Ghibellini, o vero - eran tenuti, come delli altri, purchè e’ fussino tenuti buoni, e - governarono bene la città, ed accrescerno senza discordia, insino - a questo tempo; e non vi aveva artefici minuti, ma pure de’ più - notabili ed antichi cittadini e non forestieri. - - Nel detto tempo, al Priorato che cominciò a mezzo febbraio 1292 - e finì a mezzo aprile 1293, si posono gli Ordini della iustizia e - feciono il Gonfaloniere della iustizia, ciò fu Baldo de’ Ruffoli, - ed allora prese il popolo l’arme della Croce, ed era infra gli - altri Priori Giano della Bella, e fecesi l’ordine sopra i Grandi, - che non potessino essere de’ Priori, ed altri ordini contro di - loro. E così seguitò quel medesimo modo, che i Priori erano delle - sopradette Arti e condizioni, salvo che niuno di casa de’ Grandi - poteva essere de’ Priori, e così seguitò, salvo che ogni sesto avea - avere la sua volta il Gonfaloniere di Giustizia; sì che quel sesto - aveva dua Priori, a quella volta. E durò questo stato insino nel - 1300, che venne messer Carlo di Valosa con la sua forza. - - Quegli che si chiamavano di parte Nera rivolsono lo Stato e - cacciorno i Bianchi, e levorno lo Stato a’ loro nemici, e poi - incominciorno a far Priori loro amici di quella parte Nera, e chi - avea avuto nome di ghibellino, o amico de’ Cerchi, e della lor - parte Bianca fu levato dello Stato, e’ caporali bianchi cacciati. - - E per questo modo medesimo erano i Priori comprendendo (o ch’egli - venisse fatto, o ch’egli si facesse in pruova) le più volte, il - terzo de’ Priori di quella gente che al presente non si chiamano - originali guelfi, e così il Gonfaloniere della iustizia quasi - delle tre volte l’una era in quella forma, ed alcuna volta poichè - si feciono gli Ordini della iustizia ci cadeva alcuno artefice de’ - Priori, ma poche volte. - - Da questo tempo in qua, cioè dalla venuta di messer Carlo, che fu - nel 1302, allora chiunque sentiva di bianco o ghibellino non fu più - all’offizio del Priorato. È vero che in quello scambio vi fu messa - gente nuova, che non vi erano più stati, cioè mercatanti venuti - in ricchezza, di nuovo, ma non però artefici minuti; ed alcuna - volta feciono due Priori per sesto, e dipoi il Gonfaloniere della - iustizia ogni sesto la sua volta, e così durò nel 1315. - - Ancora nel 1315, che fu la sconfitta a Montecatini in qua ancora - hanno più nuove genti nel Priorato che non erano mai stati, salvo - che artefici minuti, e così insino alla sconfitta d’Altopascio, ed - alla venuta del Duca di Calavria. Allora anco entrò nel reggimento - del Priorato gente nuova assai, che non vi erano mai più stati, ma - pure artefici minuti non vi aveva. Così durò insino alla venuta del - Duca d’Atene che fu nel 1342, e la cacciata nel 1343. Il Duca misse - nel Priorato d’ogni generatione d’uomini. - - I primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, grandi e popolani furono - dua per sesto. - - Santo Spirito - - Zanobi di messer Mannelli per grande, - Sandro da Quarata, - Niccolò di Cione Ridolfi, - - Santa Croce - - Messer Razzante Foraboschi per grande, - Borghino Taddei Borghini, - Nastasio Tolosini, - - Santa Maria Novella - - Ugo di Lapo Spini per grande, - Messer Marco de’ Marchi, giudice, - Antonio d’Orso, - - San Giovanni - - Messer Francesco Trita degli Adimari per grande, - Neri di Lippo, - Bellincione d’Uberto degli Albizzi. - - Come questo offizio fu uscito di Palagio, che non vi compiè - l’offizio, che i grandi furno tratti di Palagio per difetto di - persone che vollono remuovere lo Stato, che erano i quattro grandi; - stettonvi 24 dì, e non più i grandi; incontinente si cominciò a - mettere nel reggimento artefici minuti, ed erano del continuo due o - tre per offizio d’otto Priori, insino a tanto che si misse ordine - che ne fussino due per offizio e fussino del quartiere d’onde si - chiamava il Gonfaloniere; e da poi in qua n’è due per Priorato. - - E da questo tempo in qua gli artefici minuti sono stati nel - reggimento che prima non erano in tutto l’anno due, e questo ha - fatto le divisioni de’ cittadini che ciascuno gli ha messi in uso, - sì che sempre sono venuti entrando negli offizii così e più nelli - altri, come in quello del Priorato; tanto che ora a’ nostri dì sono - de’ Capitani di Parte, e de’ sette della Mercanzia, per ordine, - come de’ Priori: e sì in ciascuno offizio ne andò ed oltre a ciò - vanno in podesterie e in castellerie più che altre genti. È vero - che non hanno però ancora dell’imbasciate. Ora Dio lo perdoni a chi - l’ha fatto, che hanno lasciato li antichi cittadini orrevoli per - tôrre i vili artefici e forestieri. Il fine si loderà per sè. - - A chiarire ogni cosa dalla cacciata del Duca d’Atene in qua che - fu nel 1343, oltre agli artefici entrati in offizio vi è entrata - tutta la comunità della mezzana gente. Mercatanti, che mai i loro - passati avevono auto alcuno offizio e sono tanta moltitudine che - è impossibile; e questo durò insino nel 1357 che ogn’uomo che era - mercatante, si può dire che aveva offizio s’egli era buon uomo, - nonostante che per li tempi passati fussino stati tenuti i suoi - ghibellini; e veramente ognuno era diventato guelfo d’animo, di - volere e di ogni suo pensiero. Poteasi dire che a Firenze non fusse - alcuno ghibellino che non fussi antichi nobili rubelli: ma della - gente comune mezzana e minore di che nazione si fusse tutti di - volontà erano guelfi. - - Nel 1357 si fece una riformazione a chi fussi tenuto o reputato - ghibellino o non vero guelfo, fussi ammonito e non potesse pigliare - offizio di Comune, e da poi in qua sino nel 1377 è stato tratto - gran quantità degli offizi di quelli che vi erano, e grandissima - quantità ne stanno sospesi e con paura, o ghibellini o no che sieno - de nazione. Dubitano molti di non esser tratti degli offizii, a - posta di quelli che possono operare contro loro; ed assai volte - per tema e per paura la ragione.... e ’l Consiglio, per non - dispiacere a una delle parti de’ maggiori; e nondimeno il Comune - perisce, perchè questi tali che dubitano non osano consigliare per - non dispiacere a’ maggiori, e nondimeno è tanta la moltitudine di - questa gente mezzana ch’è entrata ne’ sacchi, ch’è impossibile.... - A Dio piaccia provvedere a sì buona Città che ciascuno abbia suo - dovere, e la maggior parte di questa gente mezzana, sono gente che - eglino e’ loro non avevano avuto offizio innanzi la venuta del Duca - d’Atene. - - - - -NOTA INTORNO AI MALESPINI. - - -Abbiamo per gli anni primi dell’Istoria nostra citato il nome del -Malespini come si faceva primachè intorno all’autorità di questo nome -nascessero dubbi. Furono questi messi in luce da due ingegnosi e dotti -tedeschi il signor Arnold Busson e il signor Paolo Scheffer. Daremo -intorno a queste due pubblicazioni sommariamente quel giudizio che -noi possiamo; imperocchè in quanto alla seconda è a noi vietato di -aspettare il libro che il signor Scheffer promette in ampliazione de’ -suoi argomenti. Che in quanto ai tempi e al punto di divisione tra i -due Malespini corressero errori, già era dimostrato; che in più luoghi -la narrazione facesse nascere forti dubbi, che insomma il Libro non -presentasse quella evidenza e lucidità di redazione che, per esempio, -è nel Villani e che si trova nei libri dei quali sia certo ed uno -l’autore; questo i due critici sullodati hanno oramai reso evidente. -Già nel cinquecento Vincenzio Borghini e Leonardo Salviati lo avevano -presentito: ma oso io dire che si poteva congetturare quasi a _priori_ -da chi abbia pratica del come fossero messe insieme coteste cronache -di famiglie: queste ingrossavano successivamente da una in altra -generazione, sovente i continuatori rifacevano le cose scritte dal -primo autore; e a tutto ciò quindi si aggiungevano le alterazioni dei -copisti. Questo accadeva più specialmente nelle storie che pretendevano -a universalità: quelle messe insieme comunque fosse dai Malespini, è -certo che ebbero varie fonti, ciascuna di molto insufficiente autorità. -Così che sia obbligo al savio critico di pigliare a discrezione -quel che si trova scritto col nome dei Malespini, è più che certo; -che i due critici tedeschi molte cose allegassero nelle quali sono -evidenti cotesti vizi, cotesto è titolo che hanno essi acquistato alla -benemerenza nostra, ed a noi piace renderne ad essi le debite grazie. - -L’ingegno acuto del signor Scheffer è andato più in là: pare a lui -essere cosa certa che tutto il libro dei pretesi Malespini da cima -a fondo non sia che un plagio e una falsificazione dei libri del -Villani. Già il signor Busson dietro alle critiche da lui fatte credè -che potesse un tale dubbio cadere in mente; ma egli lo esclude quanto -a sè e allega i suoi motivi per la esclusione. Questi non fermarono -il signor Scheffer, che nel modo più assoluto afferma il plagio; e -nello scritto da lui pubblicato, presenta sottili confronti di autori -ed altre che sono a lui riprove di un tale assunto. Noi francamente -dobbiamo pur dire che tanto in là non è giunta la persuasione nostra, -almeno fin qui; e che le prove intese a ispirarla, non ci sembrarono -sufficienti. La critica, fatta regina del mondo, cerca sempre di -estendere i suoi confini, che è brama da re; se non che a volte -sdegnando battere la via regia, dà nel sottile e nell’angusto, ponendo -fede nella dialettica d’un ragionamento quanta ne ha il fisico nella -sicurezza d’una esperienza. Ma in questo caso pure ne sembra che prima -di giungere a una intera dimostrazione avranno che fare assai gli -eruditi, e il sì e il no combattersi lungamente. Noi domandiamo quale -poteva essere il motivo di fabbricare tutta un’istoria pigliando quel -tanto che al fabbricatore più garbasse da una storia più vasta e già -nota. Domandiamo perchè fermarsi a un certo termine, perchè trascrivere -certe cose e non certe altre, perchè dirne tante inutili al fine -di una fabbricazione interessata? Che intorno a un fatto che avesse -chiamato a molta attenzione si fabbrichi un poco di romanzetto, come -lo fabbricava un Pace da Certaldo, o altri per lui su quell’assedio -di Semifonte che già destò molto rumore in Firenze, questo s’intende: -era tema circoscritto e in fondo al romanzo poteva anch’essere qualche -fatto vero. Ma di nuovo affermo (in quanto almeno al mio giudizio) che -al fabbricare tutto di pianta quella storia non trovo il motivo; era -più agevole dentro a una Istoria già messa insieme aggiungere un brano -di cui potesse rallegrarsi la superbia, per esempio, dei Buonaguisi. -Oltre ciò credo che non che inutile fosse anche impossibile, quando una -volta le Istorie del Villani già erano note. Credo che il plagiario di -un libro composto solennemente ed ordinato come è quello del Villani, -avrebbe fatta cosa egli stesso più ragionevole e più ordinata; non -sarebbe stato tanto rozzo nè tanto barbaro e ignorante in tempi nei -quali già in Firenze perdeva credito la leggenda. Insomma, io tengo -che dai Malespini al Villani sia la salita bene appariscente agli -occhi d’ognuno; dal Villani ai Malespini non veggo una scesa che sia -praticabile. - -Abbiamo scritto in un luogo, che l’Istoria del Malespini pare a noi -essere d’importanza, in quanto che in essa troviamo il linguaggio -d’un uomo che avea di presenza vissuto in tempi nei quali tuttora -i Nobili erano dominanti, ch’avea parlato il loro linguaggio e che -l’esprimeva. Cotesto linguaggio non era più vivo, ed anzi il contrario -mi pare che fosse proprio nel sangue di Giovanni, il quale teneva il -suo spennacchio dalla mercatura e adolescente si era goduto le allegre -feste di Campaldino. Aggiungo per ultimo, la lingua pure vale qualcosa, -ed il signor Scheffer lo afferma con pari saviezza e modestia. Parve -a tutti gl’Italiani e parrà sempre come cosa a tutti evidente, che -il dettato del Malespini sia di un altro tempo antico al confronto -di quello del Villani; è in questo maggiore la cultura e l’arte nei -luoghi che trasse dal primo. Tutte le cose fin qui dette, ripeto che -vane riescirebbero nel cospetto di una dimostrazione, la quale avesse -fondamento sufficiente di fatti sicuri; saremmo allora noi primi ad -accogliere la nuova certezza. - -Che il preteso Malespini scrivendo avesse dinanzi il Villani, -si cercò provare mettendo a confronto alcuni luoghi dell’uno e -dell’altro, e intorno a questi molto sottilmente argomentando. In -via d’esempio, avendo per fermo che di quei luoghi, molti dovessero -testualmente derivare dalla Cronaca di Martino Polono, si mostrò -essere nella redazione a lui più vicino il testo del Villani di quello -del Malespini, e questi dovere nella giacitura del discorso avere -seguíto il Villani prima di giungere al Polono: qui sarebbe lungo -tutti ripetere gli argomenti pei quali sembra al dotto critico il -contrario essere impossibile. A noi dal riandare come abbiamo fatto -col pensiero alcuni almeno di quei raffronti, non uscì fuori tanto -assoluta persuasione: potè il Villani a nostro giudizio avere corretto -quei luoghi o aggiunto ad essi o tolto qualcosa, potè inserirvi in -mezzo qualcosa di sua fattura e di altra origine; certi segreti della -composizione pare a noi che sia difficile afferrare così da cavarne -sicura una prova tutta da sè sola: inoltre, del testo del Villani -non abbiamo fin qui una edizione di sufficiente autorità. Ma fuori -ancora di tutto questo, è da pensare che il Polono scrisse in Italia -ed anzi in Roma, compilando le notizie tratte da fonti diverse: perchè -non potevano i due Toscani molte cose almeno avere attinte a quelle -scritture medesime e da esse trascriverle ognuno a suo modo? Ci dà -egli il novero degli Autori da lui seguíti, ma più altre cose dovette -avere udite in Italia. Trovo, per esempio, l’industria medesima essere -adoprata dal signor Scheffer sulle parole colle quali i tre scrittori -narrano il fatto già troppo celebre di Canossa, che molti dovevano -avere saputo in Roma e in Firenze prima che uscisse la _Cronaca_ -Martiniana. - -Ciò in quanto all’essere il Malespini figliuolo del Villani, non questo -di quello. Ma si badi bene che io mi tengo lontano da tanto cieca -fede al testo Malespini, da credere all’ordine cronologico di quei -racconti, da supporre antica nel modo che a prima vista apparirebbe -l’autorità personale di quello scrittore, da fare un gran conto delle -belle cose che avrebbe imparate in Casa i Capocci, da credere al -nome incerto assai di Ricordano, da non vedere che l’essere questo -nome registrato in prima persona, che diventa nella continuazione -del discorso poi subito terza, toglie ogni fede a quel pasticcio -messo insieme male, talvolta per ignoranza o negligenza, ed anche -talvolta per frode, in qualunque tempo ciò fosse avvenuto. Mostrò il -signor Scheffer con evidenza le interpolazioni le quali in più luoghi -rivengono a fine di ornare di splendida aureola il nome dei Buonaguisi -che furono parenti ai Malespini. Cotesto e forse qualche altra minuta -bricconeria di quella risma, bene è possibile che avvenisse quando il -Villani aveva scritto, e forse in quella copia medesima che fu testo -alla prima edizione del Malespini fatta dai Giunti in Firenze l’anno -1568. In queste cose io volentieri sieguo i due benemeriti Scrittori -che aprirono un campo nuovo alla critica intorno al testo di quelle -Istorie. - -Ma sia qui lecito a noi dire qualcosa di quello che ci apparve tenendo -a confronto i due Scrittori. Non i soli Buonaguisi troviamo a quel modo -bugiardamente favoriti; ma le principali famiglie nobili fiorentine -sono in più modi magnificate, e sopra tutto la famiglia degli Uberti -fatta segno a una adulazione appetto alla quale il fare discendere i -Giulii da Venere pare che fosse meno assurda cosa. Venendo dunque al -testo che va col nome dei Malespini, e per brevità lasciando stare -Nino e Atalante e il re Fiorino e la regina Belisea di dubbio contegno -ai tempi di Catilina; troviamo che avesse questi un figlio per nome -Uberto Cesare, il quale dopo espugnata Fiesole, andato a Roma fosse per -gelosia di Giulio Cesare mandato a Firenze, dove egli ornava la città -de’ suoi più belli edifizi. Ma poi destava qui pure invidia al nuovo -imperatore Ottaviano Augusto che lo mandò a riconquistare l’Allemagna, -dov’egli fu stipite alla famiglia degli Ottoni di Sassonia; seco ebbe -nel viaggio figli e mariti delle figlie, dai quali uscirono le famiglie -più nobili di Firenze: in quanto ai Lamberti discendono essi da -Sarpedonte re in Dardania. Nè qui voglio io continuare tutte le favole -che si protraggono in quel testo per molti capitoli e che non furono -certo inventate a benefizio dei soli Galigai o dei Bonaguisi, i quali -hanno qui luogo anch’essi ma non dei primi. In cima a tutti stanno -gli Uberti, che stavano in cima quando facevano guerra contro alla -Signoria dei Consoli; nè oso credere che tanto fossero adulati quando -vivevano esuli e avevano dimenticata la via del ritorno. Anzi oserei -congetturare quelle ciancie essere di più antico tempo come tra ’l -1177 e il 1215, imperocchè nella divisione delle famiglie che avvenne -in quest’anno tra Ghibelline e Guelfe, trovo «che parte de’ Malespini -si feciono Guelfi, ovvero tutti, per gli oltraggi degli Uberti loro -vicini:» ma Guelfi non rimasero fino all’ultimo come si vedrà orora. - -Con gli Uberti andavano le famiglie che Dante annovera e che il -Malespini avrebbe adornato rozzamente di altre grandezze. Costui, -chiunque si fosse, ripete e accresce secondo ogni verosimiglianza di -nuove menzogne o di nuove fantasie quelle che già erano in corso in -certe scritture nella città di Firenze, o quelle che aveva trovate -in Roma in casa i Capocci. Ai suoi Malespini si sarebbe contentato -di un luogo onesto, ma non tra’ primi, più ambizioso nel magnificare -i Buonaguisi. Il nome dunque di Malespini dato agli autori di questo -racconto sarebbe dubbio; su di che non voglio formare giudizio, perchè -sebbene avvezzo a quei nomi e non corrivo a cancellarli se gli trovo -scritti, non sento per essi nè amore nè odio: solamente aggiungo, che -se altri fosse che un Malespini, manca la cagione di porre in alto la -casa dei Buonaguisi. Quello che a me pare mostrarsi aperto agli occhi -di tutti è che lo scrittore dovette amare quei tempi e quelli uomini -e quelle grandezze come le amava Dante: registra i castelli da quelle -famiglie posseduti e scrive con amarezza concentrata: _oggi tutti per -terra_, e poco sotto _ogni cosa guasta_. - -Giovanni Villani ha le sue favole, ma dentro ad esse frammista più -storia e un senso di critica a nostro credere più avanzata. Invece -di Attila, qui è Totila, che è sempre un passo verso il vero. Qui -pure si trovano i nomi delle famiglie, e in quanto a queste molte -somiglianze, varietà assai, composizione affatto diversa; gli Uberti -e i Lamberti senz’altro fatti scendere d’Allemagna, com’era in Firenze -comune discorso. La decadenza delle famiglie sta espressa qui pure, ma -non con lamento nè con dispetto, e invece notando come fossero _oggi -di popolo_. Che i Malespini si ascrivessero in alcun tempo mai tra’ -popolani a me non consta: invece trovo essere stati tra coloro i quali -vennero con Arrigo VII contro Firenze negli anni 1310 e nel seguente, -_homines occidendo et capiendo et redimi faciendo, et honestas mulieres -violando, et domos comburendo._ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XI, -pag. 75 e 82.) Cotesta gente a me non pare che si sarebbero dilettati -di farsi copisti delle Istorie del Villani. Chiunque si fossero, -bene essi piangono in quella Storia i loro castelli abbattuti e le -grandezze _tutte per terra_; il Villani si rallegra scorgendo Firenze -allora essere _nel suo montare_. Qui a mio credere sta la differenza -sostanziale tra quei due Scrittori. - -Conclusione. Che del Malespini non sia da usare senza discrezione, che -vi sia dell’intercalato, che di queste intercalazioni ve ne fossero -probabilmente delle molto antiche ed anche poi delle più recenti e -forse alcune delle posteriori alle Storie dei tre Villani; che quale si -sia la più antica e più originaria e più genuina redazione, derivasse -da fonti diverse e male congiunte: tutto ciò io tengo essenzialmente -vero. Che tutta l’istoria da cima a fondo sia un plagio del Villani, -per alcun modo non posso credere: che il nome di Malespini sia da -togliere via, non trovo motivo bastante. L’intero carattere il quale -annunzia un tempo più antico, lo spirito feudale che nei Malespini -domina sempre come nei Villani lo spirito popolare, la lingua più irta -e il fare più incolto: tutti questi motivi mi rendono impossibile a -pensare che un plagiario tornasse indietro a questo modo; e sempre -aggiungo insino all’ultimo, a qual fine? - - - - -NOTA - -INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO DELLA STORIA DI DINO -COMPAGNI.[345] - - -Erano in torchio gli ultimi fogli del nostro Libro quando a noi -giunse un nuovo scritto dove il chiarissimo signor Scheffer, dopo -avere combattuto l’autorità dei due Malespini, si è volto a mostrare -col metodo stesso falsa anche la Storia di Dino Compagni. Noi non -conosciamo questo lavoro altrimenti che per l’estratto che ne ha dato -con molta chiarezza il signor Cesare Paoli nell’_Archivio Storico_ -(serie 3ª, tomo XX): quindi non possiamo entrare in materia, nè per -alcun modo pigliare in esame gli argomenti del dotto Tedesco. Vogliamo -noi dunque solamente discorrere un poco intorno al metodo da lui -tenuto, e di cui suole fare la critica uso frequente al tempo nostro. -Consiste questo metodo nel seguitare l’autore a cui mirano gli studi -del critico, da cima a fondo continuatamente se fosse possibile, e -coglierlo in fallo d’errori o bugie e d’ignoranze o di contradizioni, -sempre a minuto. Dalla somma di questi peccati ha fondamento la -condanna: e in via d’esempio, a Dino istorico si dice sul viso, voi non -siete esistito mai. Siffatto abito ha preso la critica, e in questo -a noi pare che sia un qualche vizio. Cotesti falli dello scrittore, -dovette il critico adoprare non poco studio a trarli fuori: le migliaia -dei lettori gli avranno passati senza avvertirli: ed anche scoperti, -nessuno gli avrebbe fatti argomento di condanna contro a tutto il -libro, massimamente se scritto in secolo tuttora un po’ rozzo, da -uomini i quali non si avevano pensato salire al grado e alla dignità -d’autori, nè farsi a tanti materia di studio. La grande massa fa -ponderosi cotesti argomenti, ma di ciascuno la gravità specifica è -sempre la stessa. Intanto però sfido a trovare un racconto storico -nel quale non siano di queste dubbiezze; vorrei mi fossero indicati -due testimoni e narratori del fatto medesimo, i quali sieno di tutto -punto tra loro d’accordo. Accade ogni giorno che un fatto avvenuto -sugli occhi di mille ci pervenga oscurato dal contradirsi di quelli -stessi che lo hanno veduto, perchè le rapide impressioni che il fatto -ha destate entrando confuse, il prima e il dopo non bene si avverte o -mal si ricorda: chi si è trovato in mezzo alle pubbliche perturbazioni, -sa che egli medesimo non potrebbe essere sempre narratore sicuro, -nemmeno di quelle cose nelle quali ebbe una qualche parte. La storia -discende da queste fonti, e non saprebbe essere altro che un inganno, -chi la guardasse in ciascun fatto separatamente, volta per volta e -ora per ora. Nè tutta intera può mai sapersi; e a bene intenderla è -mestieri formarsene in mente un giusto concetto, il quale rischiari -le cose incerte e spesso mal note a quelli medesimi che primi furono a -narrarle. Così nella storia i piccoli fatti non hanno valore prima che -un pensiero comprensivo sia intervenuto ad accertarli e abbia poi dato -a ciascuno d’essi il proprio suo luogo. Seguire altro metodo sarebbe -traviarla, perchè ogni disciplina ha il proprio suo metodo, e in chi la -professa induce un certo abito che ad altri studi mal si converrebbe. -In via d’esempio, tostochè il chimico ha veduto il suo microscopio -mostrargli un corpo, sa di certo quello essere un corpo, ne determina -i contorni, lo vede muoversi; non potrà dire altro per allora, ma -il fatto rimane e aspetta altri fatti a cui collegarsi; il chimico -ha fatto già una scoperta. Ma imporre a tutte le scienze quel metodo -stesso che alle fisiche s’appartiene, sarebbe un volere (come in simil -caso già disse Bacone) regnare al modo degli Ottomanni strozzando i -fratelli. Vorrei pertanto non si adoprasse in ogni cosa il microscopio, -ma si tenesse a mente quella sentenza del Goethe, che il troppo -guardare nel microscopio o nel telescopio sciupa la vista degli occhi. - -Chiunque abbia letto con attenzione la Storia del Compagni ha -sempre dovuto accorgersi come in certi luoghi la narrazione proceda -intralciata, l’ordine dei tempi non sia mantenuto, e in quello dei -fatti si trovino inciampi, quasichè lo specchio lucidissimo in cui si -riflettono sia rotto o guasto o male commesso. Da ciò ad un tratto si -venne a dire, l’Istoria è falsa: ma io discorro in tutt’altro modo. -Se istoria non è, dunque è un romanzo, cioè buona o cattiva un’opera -d’arte. Ma il romanziere o il novellatore non mai commettono di quei -peccati, perchè raccontano una storia della quale sono essi inventori, -dipingono uomini che dicono e fanno puntualmente ogni cosa a modo loro. -Con questi vantaggi, a non procedere ordinati e a discordare con sè -stessi bisognerebbe proprio averne gran voglia; e se la figura che essi -medesimi hanno messo insieme uscisse storpiata, avrebbero i fischi. -Guardiamo invece se agli errori di sopra accennati sieno possibili -altre spiegazioni. Vi sono in primo luogo gli errori dei copisti; -scusa consueta e buona sovente: vi sono poi quelle speciali o personali -incompetenze cui furono esposti i primi scrittori per questo appunto -perchè le cose narrate viddero con passione, e più che mai quando ne -furono attori. Lo dirò a un tratto: Dino Compagni, buon uomo e un po’ -corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del -retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d’un erudito o -con l’accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno -allegro dei primi fondatori d’un governo popolare, devoto a chi aveva -saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini -e delle plebi salite in iscanno; guelfo, ma per l’amore dell’ordine -pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo -stesso Imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile -guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi -avere sbagliato; immaginoso e appassionato, e sempre rigido moralista: -è un chiedergli troppo, pretendere che egli desse alla storia -l’esattezza d’un registro minuto e impassibile. Si noti poi che le -difficoltà risguardano o piccoli fatti da non badarvi o circostanze -materiali che l’Autore in quella sua concitazione dimenticava: la -sua Storia è tutta composta sopra una serie d’impressioni di cui -l’evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo -scrittore nel raffigurare sè medesimo dipinge il suo tempo; e in questo -appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi eguali per -questo rispetto. - -Cotesto uomo scrisse una Storia (se pure egli stesso diede quel titolo -al suo lavoro) cioè un racconto delle cose da lui vedute e in parte -fatte da un certo tempo a un certo altro tempo; poi finisce in tronco. -O nulla di quanto si è fin qui discorso ha ombra di ragione, o quanti -siano mancamenti di quel libro (nè sono poi tanti) potranno senza molta -difficoltà gravare le spalle di Dino; ed anzi mi pare che sieno cose -da non poter essere altro che sue, perchè in lui si spiegano, ma in -altri sarebbero falli impossibili a commettere. I primi tempi erano -sereni, la libertà giovane e Dino giovane; quando egli inveisce contro -i vizi dei concittadini suoi è fiero e mordace, e senza paura. I punti -oscuri tutti appartengono a quel periodo agitatissimo di conflitti -tra’ Bianchi e i Neri, e soprattutto alla dimora in Firenze di Carlo di -Valois. Ora in quei giorni, affermo essere impossibile ad uno scrittore -cacciarsi fin dentro alle circostanze più minute, e bene tenere a mente -ogni cosa; poi v’entra il velo delle passioni; le quali turbavano la -vista dei fatti quando accadevano; poi da ultimo il buon Dino, in quel -suo Priorato, può anch’egli avere avuto qualcosa che a lui piacesse più -di nascondere che di confessare. Passati quei tempi, l’Istoria corre -più tranquilla ma con minor vita, perchè l’Autore più non aveva le mani -in pasta, ed era invece tra’ malcontenti e i messi da parte, o aveva -paura. Tuttociò riguarda lui medesimo, e così com’egli cessò ad un -tratto di scrivere prima che gli finisse la vita, potrebbe, chi vuole, -fare congetture non tanto spallate circa le sorti del manoscritto. Il -non aversene copia più antica dell’anno 1514, il silenzio intorno a -Dino degli antichi scrittori; questi che furono i soli motivi capaci a -far nascere qualche dubbio, destarono infine la sottilità dei critici -a dare a quei dubbi la forza intera di una negazione. Chi non valuti -le prove intrinseche e mi chieda quel che avvenisse del manoscritto -in quei dugent’anni, mi stringerò a dire che non ne so nulla. Dino -stesso può avere voluto lasciarlo giacere; poi della famiglia, almeno -una parte andò raminga: di tutte queste cose ciascuno pensi quello -che a lui torna meglio; per me dirò (e, dove osassi, l’affermerei), -che quanto ovvii e naturali sono tutti quelli errori in bocca di Dino, -tanto è impossibile che l’Istoria intera sia stata inventata in qual si -sia tempo dopo a quello cui si riferisce. - -Il che è tanto vero, ch’io non trovo in quale altro secolo un libro -a quel modo potesse nemmeno venire in capo di fabbricarlo. Innanzi -al 1514 la Repubblica era sempre viva, sotto altri nomi continuavano -gli stessi contrasti, ma non v’era tempo da pensare ai Bianchi ed ai -Neri; chi avesse scritto dei fatti loro, avrebbe mostrato senz’altro il -viso o d’un Piagnone o d’un Arrabbiato. Più tardi e, in via d’esempio, -sotto ai primi Granduchi, il rivangare quelle cose poteva essere -un passatempo di qualche pericolo; nè a chi piangeva la libertà, -sarebbe stato conforto l’usare di quelle rampogne. I libri che sotto -al Principato si sono fatti, non sono che opera d’antiquari; mettere -fuori insino all’ultima tutte le glorie di Firenze, fu negli scrittori -pensiero unico. Gli studi intorno alla vita interiore dei Fiorentini -ed allo stato della Repubblica non cominciarono se non dopo a che -l’istoria vera dell’Italia, inaugurata dal Muratori, ebbe preso vita -dalle idee politiche che, nate allora, crebbero sempre, e che solamente -al tempo nostro può dirsi che siano alquanto mature; perchè il fare -insegna pensare, e i nostri tempi sono un grande specchio capace a -mostrare e a fare intendere gli antichi. Prima d’ora la Storia di Dino -che non si curava se non per amore di stile o di lingua, era difficile -inventarla; ed i Romanzi sopra quei tempi gli abbiamo veduti noi -medesimi cominciare. - -E un altro riflesso mostra ciò impossibile. Chi scrive a freddo, o chi -si mette a dipingere sopra una tela le cose antiche o le non vedute, -fa un’opera d’arte. Ma l’arte non deve mai voler essere troppo vera, -in primo luogo perchè non potrebbe, e quindi perchè uscendo fuori -della natura sua e abbassandosi, diverrebbe una materiale imitazione o -piuttosto una copia cui manca la vita, e cui non si prestano se non le -cose che stanno ferme. Il vero dell’arte sta nell’idea la quale deve -compenetrare di sè la rappresentazione che l’arte produce. Non può -quindi l’arte, nè deve, esprimere alcuna figura la quale si scambi con -la realtà: questi (se non vado errato) sono i canoni della critica, dei -quali il Lessing fu maestro solenne. Se dunque il libro del Compagni -fosse un’opera d’arte, potrebbe esser vero, ma vero idealmente: nulla -invece d’ideale è in quei racconti che sono una ripetizione del vero, o -ne sono anzi una espressione viva e attuale come uscita da un affetto -vario, ineguale, intermittente, quali sono gli affetti dell’uomo; ha -qualche cosa in sè di crudo, esce fuori a caso. A questo modo le cose -umane si raccontano ma non s’inventano; e indovinare tutti interi e -tali quali furono gli affetti e i pensieri, la lingua e il linguaggio -di più secoli prima, non fu mai concesso a ingegno nessuno. Fare un -romanzo e scrivere _io Dino_, sono due cose che fanno ai cozzi; non -è più arte ma una bugia, dentro a cui viene a morire l’arte. Questa -ha per campo il verosimile, e si arresta dove le sue ragioni toccano -a quelle del vero. Dove il Compagni non sia vero, e come questo gli -avvenisse, abbiamo già detto; metteva passione in quel che scriveva, e -la passione è negligente sempre d’ogni cosa che non sia lei stessa. - -Ma si è poi detto essere falso quel libro suo per l’ignoranza di certe -cose che un uomo presente doveva sapere, come sarebbe delle leggi e -delle usanze che erano proprie della Repubblica Fiorentina. Quanto -a me, di falli di tal sorta confesso e dichiaro non essermi accorto, -nonostantechè quel libro mi sia stato assai tra le mani, e che un po’ -di pratica di quelle faccende io pure dovessi avere acquistata. Non -ch’io però creda saperne ogni cosa, il che fa che nei giudizi mi senta -obbligo di andare adagio. Si allegano altri errori di fatto, quello, -per esempio, tanto predicato, della Cappella di San Bernardo in Palazzo -Vecchio, la quale non era al tempo di Dino. Ma bene potevano i Priori -nell’antica residenza averne un’altra sotto quel nome; potè, come -avviene in cento cronache, chi raffazzonò i luoghi oscuri o mal posti -o mal definiti, avere ai Priori di tempo più antico dato la Cappella -la quale avevano al suo tempo, o quella essere una postilla entrata -nel testo. Cotesti falli non si avvertono, perchè nulla importano -l’economia d’un libro; ma che un libro come quello sia d’un uomo del -cinque o seicento, io dico e affermo essere impossibile. Nè uomo vi era -che sapesse farlo, nè che a ciò avesse motivo bastante, nè l’istoria -s’indovina, nè tanto in fondo si conosceva, nè si cercava quando -l’Alfieri del Machiavelli fece un Tacito, nè quando il Giordani (che -non badava altro che allo stile) cominciò a dire che il Compagni era -il nostro Sallustio; e quanta ragione avessero entrambi non voglio io -qui sentenziare. Noterò invece un argomento che per me serve a ribadire -tutti gli altri. La storia finisce con una profezia solenne, che è una -minaccia ai Fiorentini _d’essere presi e rubati dall’Imperatore per -mare e per terra_. Quella profezia riuscì falsa; nè so a qual fine un -romanziere ce l’avrebbe messa: e che egli si divertisse gratuitamente -a regalare al suo autore un falso giudizio e subito smentito a vista -di tutti, il solo pensarlo conduce all’assurdo. Nella Storia ho detto -che Dino cessava perchè egli vide le sue profezie fallite e i tempi -messi per una strada che a lui non piaceva: in questa opinione rimango -tuttora. - - - - -NOTA - -CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI FIRENZE E GLI UOMINI DI -POGNA. - -(Vedi pag. 10.) - - -Nel Capitolo II ho scritto non doversi tener conto di un instrumento -pel quale tra i Consoli di Firenze e gli abitanti del castello di -Pogna in Valdelsa si sarebbero fatte certe promissioni; e in nota ho -accennato alla falsità di quel documento, di cui il giovane Ammirato -si era valso in un’aggiunta alla Storia del vecchio Scipione. Dopo -avere scritto, mi è venuto fatto di sapere come il documento non è -altrimenti falso e che solo per errore di data fu da quello Storico -riferito all’anno 1102. Esso si trova a c. 74 t. del Registro XXVI dei -_Capitoli_ del Comune di Firenze. La Direzione dell’Archivio di Stato, -da cui ebbi la notizia, si è pure occupata di veder bene la cosa; ed -è chiaro per l’esame fatto, che il documento deve riportarsi al 1182, -ossia al marzo del 1181 secondo lo stile fiorentino. - -Il notaro che si roga di quell’instrumento è un Bernardo, il cui nome -ricorre parimente in due instrumenti dei Conti Alberti, relativi -a Pogna, Semifonte e Certaldo, e che hanno la data del novembre -1184. L’instrumento è dato il giorno _quarto non. martii, indictione -quintadecima_; ma l’indizione XV corrisponde non al 1102, ma al 1182 -stile comune. A queste due evidenti ragioni possiamo aggiungere, che -il notaro Iacopo, cui dobbiamo la copia del documento (fatta senza -dubbio nella seconda metà del secolo XIII), non è stato così diligente -copista da non aver bisogno che nello stesso documento egli medesimo -correggesse i propri errori. Uno dei quali, da lui non avvertito, -fu appunto quello di omettere nella data _millesimo centesimo primo_ -la parola _octuagesimo_. — Nel Registro XXIX della stessa serie de’ -_Capitoli_, a c. 79 t., è un’altra copia del medesimo instrumento, -fatta sul cadere dello stesso secolo, da un Belcaro, che dice di averla -tratta dalla copia del notaro Iacopo, il cui errore nella data fu -trascritto fedelmente. - - - FINE DEL TOMO PRIMO. - - - - -NOTE: - - -[1] TACITO, _Annali_, I, 79. — BORGHINI, _Discorsi_. - -[2] ZOSIMO. — PAOLO OROSIO. — PAOLINO, _Vita di sant’Ambrogio_. - -[3] PROCOPIO. — GIORNANDE. — Continuator Marcellini Comitis _in -Chronico_. - -[4] MALESPINI, cap. 42, 56. - -[5] Nella Cronaca latina del Giudice Sanzanome, la quale finisce l’anno -1231, dove si racconta la guerra dei Fiorentini contro i Fiesolani -l’anno 1125, sono due lunghe dicerie dei condottieri delle due parti -per animare ciascuno i suoi. Mette innanzi il Fiorentino l’antica -origine _de nobili Romanorum prosapia_; e dice, Firenze essere stata -edificata _ne relevaretur civitas Fesulana_, pronta agli eccessi e ai -malefizi dai primi suoi tempi. Il Fiesolano all’incontro comincia: -_viri fratres qui ab Italo sumpsistis originem a quo tota Italia -esse dicitur derivata, nobilitatem vestram respicite et antiqui loci -constantiam_. Ricorda il sangue versato per mano dei Romani oppressori -e il nobile Catilina co’ suoi, che scelsero morire pugnando piuttosto -che vivere fuggendo. Erano vive in quella età le tradizioni che i nuovi -tempi dipoi mandarono in dimenticanza. - -[6] Vedi HÖFLER, _Die Teutschen Päpste_. Ratisbona, 1839. - -[7] Il Malespini ed il Villani scrivono che l’Imperatore venisse da -Siena, con errore manifesto, dimostrato anche dall’avere egli assalito -la città da quella parte che guarda Bologna. - -[8] VILLANI, lib. IV, cap. 23. - -[9] MALESPINI e VILLANI, lib. IV, cap. 25 e seg. - -[10] _Fiorentini_, _Memorie della Contessa Matilde_. — REPETTI, -_Dizionario geografico-storico della Toscana_, art. _Prato_. - -[11] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1102; e sono aggiunte di Scipione -Ammirato il Giovane, che secondo ogni verisimiglianza ebbe sott’occhi -un documento falso. - -[12] REPETTI, articoli _Pogna_ e _Semifonte_. Vedi anche la Cronaca -latina del Giudice Sanzanome (_Docum. Stor. Ital. ec._), ove è detto -avere i Fiorentini a quel tempo (1184) fatto guerra contro al conte -Alberto per il castello di Pogna; aggiunge come da quella famiglia, -alla venuta di Federigo I, _eiusdem imperatoris assumpto vexillo_, -fosse stato edificato lì presso un altro castello fortissimo col nome -di Semifonte; distendendosi nel raccontare, ampollosamente come suole, -la guerra fatta contro a quest’ultimo. - -[13] G. VILLANI, lib. IV, cap. 31. - -[14] Si trovano negli _Annali Pisani, Rerum Ital. Script_., tomo VI; e -in OTTONE DI FRISINGA, lib. VII, cap. 19, il quale conferma l’Annalista -Sassone. Vedi MURATORI, _Annal_., 1134, 1137. Non facciamo troppo caso -di un trattato che i Fiorentini l’anno 1140 avrebbero fatto con certo -conte Ugerio, nome ignoto, e ignoti i luoghi che ivi si leggono, ma -potrebbero essere in Val di Greve. (AMMIRATO, _Storie_.) - -[15] Nè di ciò pure è fatto cenno dai cronisti nostri; ma trovasi nella -_Cronica_ di Ottone di Frisinga, seguito dall’Ammirato e dal Muratori. - -[16] AMMIRATO, _Storie_. - -[17] _Annali Pisani_. - -[18] G. VILLANI, lib. V, cap. 9. - -[19] MALESPINI, cap. 77. - -[20] G. VILLANI, lib. V, cap. 12. - -[21] AMMIRATO, _Storie_, anno 1197. Sono giunte di Scipione Ammirato -il giovane, che ebbe conoscenza, a quel che sembra, dall’atto di lega -— RAYNALD, _Annal. Eccles._, tomo I. — MALAVOLTI, _Storie di Siena_, -parte I, lib. IV, pag. 44. — FLAMINIO DAL BORGO, _Dissert. Pisan_. 4. - -[22] _Epist. Innocentii III_, che sta nella Vita di quel Papa; _Rerum. -Ital. Script._, tomo III, parte 1. - -[23] AMMIRATO, _Storie_. - -[24] Mentre era in piede Semifonte, si diceva: «Firenze fatti in là, -chè Semifonte si fa città.» Il quale detto popolare da sè mostrerebbe -(se bisogno ve ne fosse) l’idioma parlato già negli ultimi anni del -secolo XII avere forma tutta italiana. Ma la Cronaca di quelle guerre, -che uscì alle stampe, è scrittura apocrifa. - -[25] Nel libro dei _Capitoli del Comune di Firenze_, pubblicato l’anno -1866, è l’atto di accomandigia del Comune di Montepulciano, 24 ottobre -1202. - -[26] RICORDANO MALESPINI, cap. 50. - -[27] È una procura fatta a’ 15 maggio 1204 nella persona di Tignoso di -Lamberto, uno dei Consoli, a comparire avanti al Papa come procuratore -del Comune. (AMMIRATO, _Storie_.) - -[28] - - «Già eran Caponsacchi nel mercato - Discesi giù da Fiesole.» - DANTE, _Paradiso_, canto 15. - -[29] AMMIRATO, _Storie_. Vedi agli anni che sono indicati nel testo. - -[30] Cap. 132. - -[31] Cap. 102. — VILLANI, lib. V, cap. 21. - -[32] Lib. IV, cap. 36. - -[33] AMMIRATO, anno 1218, 1224. - -[34] Ivi. - -[35] SANZANOME, _Cronica_. - -[36] G. VILLANI, lib. VI, cap. 2. - -[37] _Chronicon Patavinum_, in Muratori. - -[38] LAMI, _Antichità Toscane_, lez. 17. - -[39] Cap. 132. - -[40] Il Malespini (cap. 137) dà la lunga serie delle famiglie che -avevano torri: sarebbero state alcune di esse alte fino a 120 braccia. - -[41] Le antiche edizioni e alcuni testi del Malespini farebbero credere -che a lui, come uomo di un altro tempo, ciò paresse atto di ribellione. - -[42] L’atto è dei 22 giugno 1251. (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte 2, -anno 1866, pag. 36.) - -[43] Archivio di Stato. - -[44] MALESPINI. — VILLANI. — AMMIRATO. - -[45] MALESPINI, cap. 155. — G. VILLANI, lib. VI, cap. 62. - -[46] G. VILLANI, lib. VI, cap. 65. - -[47] Ivi, cap. 69. - -[48] _Paradiso_, canto XV. - -[49] G. VILLANI, lib. VI, cap. 74. - -[50] G. VILLANI, lib. VI, cap. 75. - -[51] Così gli altri storici fiorentini. Sono poi da vedere i Documenti -pubblicati dal signor Cesare Paoli. (_Bullettino di Storia Patria -Municipale_, vol. II, fasc. 2. Siena, 1869.) - -[52] MALESPINI, cap. 171. - -[53] Furono morti due dei Cerchi e due presi, che uno si ricomperò per -1200 fiorini, e l’altro si riscattò in questa forma. «Lui con l’arme -che aveva addosso per dilegione fu messo in sur una bilancia, e in -sull’altra tanta moneta sanese, e cotanto si ricomprò.» (_Cronichetta -di Bindaccio dei Cerchi_, sta col Bonincontri, _Hist. Sicula_. — LAMI, -_Deliz. Erud._, parte II, pag. 303.) - -[54] G. VILLANI, lib. VI, cap. 80. - -[55] MALESPINI e G. VILLANI, lib. VI, cap. 78, 79 e 80. — LEONARDO -ARETINO, lib. II. — AMMIRATO, lib. II. — MALAVOLTI, _Storie di Siena_, -lib. I, parte 2. — _Cronache Senesi_, che fanno seguito all’_Istoria di -Marcantonio Bellarmati._ Siena, 1844. - -[56] - - «Come asino sape così minuzza rape; - Tal va capra zoppa se il lupo non la intoppa.» - MALESPINI, VILLANI, DANTE, _Inferno_, canto X. - -[57] VILLANI, lib. VII, cap. 9. - -[58] _Epist. Clem. IV_. - -[59] MALESPINI, cap. 190. - -[60] _Cronichetta di Bindaccio dei Cerchi_. (LAMI, _Deliz. Erud._, -parte II, pag. 305.) - -[61] MALESPINI, cap. 183. — VILLANI, lib. VII, cap. 13. - -[62] G. VILLANI. - -[63] Lettere di Clemente IV, in Martène _Thesaurum Nov. Anecdot._, -tomo II, p. 321 e seg.; e vedi intorno a questi fatti un lavoro molto -diligente del prof. BONAINI, _Giornale Storico degli Archivi Toscani_, -Vol. II e seg. — Nella Lettera papale dei 12 maggio 1266 è scritto: -«Cum igitur (ne, quod absit, novi flores emarceant ex defectu regiminis -non suspecti) multorum judicio tam intrinsecis quam extrinsecis -civitatis ejusdem (Florentinæ) civibus, utile videatur nostro regi -consilio civitatem, nostrâque, saltem ad tempus aliquod, providentia -gubernari etc.» — Vedi _Appendice_ Nº I. - -[64] Il Malespini, presente a quei fatti, riesce più chiaro ma -è insieme alquanto più stretto; e nelle parole del Villani sono -dubbiezze e forse alcune inverosimiglianze in quanto all’ordine e alla -composizione dei Consigli. Vedasi, fra gli altri documenti, quello del -28 agosto 1274, nel registro XXIX dei _Capitoli del Comune di Firenze_ -(Archivio Centrale di Stato), a c. 227; e gli altri dei 29 ottobre, 7 -novembre 1278, nel detto registro, a c. 356-7. - -[65] Abbiamo a stampa (_Delizie degli Eruditi_, tomo VII, pag. 203) -la descrizione e la stima dei beni e case distrutte e danneggiate dai -Ghibellini, che in tutto ammontano a lire grosse 130,736; grande somma -per quei tempi, quando si vede una casa avere prezzo di poche lire. - -[66] In un libro detto del _Chiodo_, e pubblicato dal P. Ildefonso -(_Delizie degli Eruditi_, tomo VIII, p. 221), è la lista dei -condannati, divisi per sesti e parrocchie. - -[67] G. VILLANI, lib. VII, cap. 17. - -[68] Sopra era uno Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni, ora Villa di -Monsoglio, dove è da supporre che il misero giovane passasse l’ultima -sua allegra notte. - -[69] VILLANI, lib. VII, cap. 35. - -[70] G. VILLANI, lib. VII, cap. 54. - -[71] Di questa celebre pacificazione alcuni atti furono pubblicati -nell’Appendice al tomo IX delle _Delizie degli Eruditi_, ed un compiuto -ragguaglio venne poi dato dal prof. BONAINI, _Giornale Storico degli -Archivi Toscani_, tomo III, pag. 174 e seg. L’instrumento originale, -sottoscritto di propria mano dal Cardinale e da sei Vescovi, si -conserva fra i cimelii dell’Archivio Centrale di Stato, che da pochi -anni n’è venuto in possesso. - -[72] G. VILLANI, lib. VII, cap. 62. - -[73] Abbiamo nel vol. IX, pag. 270, della più volte citata raccolta -del P. Ildefonso, il diploma di Rodolfo per la elezione di due vicari o -luogotenenti suoi nella Toscana, da valere anche per un solo; la quale -elezione è confermata da un breve di Martino IV, nel primo anno del -pontificato suo. - -[74] G. VILLANI, lib. VII, cap. 79. - -[75] G. VILLANI, lib. VII, cap. 13. - -[76] Nelle _Deliz. Erud. Tosc._, IX, 256, è un assai notabile Discorso -intorno al Governo di Firenze, ma che vale anche per altri tempi, e -può essere utile a consultare in quanto concerne i Consigli e gli Ufizi -minori. — Vedi Appendice Nº II. - -[77] VILLANI e AMMIRATO. - -[78] «Hic est modus faciendi Exercitum per Commune Florentiæ, inventus -per Mercatores Florentiæ, pro meliori et utiliori statu et commodo -civitatis, et Artificum et Artium ac totius Mercantiæ civitatis -prædictæ. In primis: quod placeat vobis facere firmare omnes et -singulas apothecas etc.» — _Delizie degli Eruditi_, tomo XI, pag. 199. - -[79] Da un cenno che si trova nella _Cronaca_ dello STEFANI (lib. I, -rub. 268) appare che allora quando le cavallate doveano uscire dalla -città, si mettesse una candela alla porta, e che il mancante alla -chiamata avesse pena del piè: ciascuno interpreti queste parole a -modo suo. Sulle Cavallate Fiorentine dei secoli XIII e XIV abbiamo un -pregevole lavoro del signor Cesare Paoli (_Arch. Stor._, tomo I, parte -I, 1865). - -[80] DINO COMPAGNI, lib. I. - -[81] G. VILLANI, lib. VII, cap. 131. - -[82] Dante nel _Purgatorio_, con poetica maravigliosa invenzione e con -affetto pietoso, descrive la morte di questo giovine cavaliero, e la -scomparsa del suo cadavere ricoperto dalle acque e dalla melma di un -torrente. Noi questa battaglia abbiamo narrata in gran parte con le -parole tanto vive e colorate del Compagni, o mantenendo la efficace -semplicità del Villani. - -[83] VILLANI, lib. VII, cap. 131. - -[84] A uno di questi intervenne Dante, che vide uscire patteggiati di -Caprona i fanti pisani. - -[85] G. VILLANI, lib. VII, cap. 89, 132. - -[86] Vedi, tra gli altri, lib. VII, cap. 145, dove racconta la perdita -d’Acri (an. 1291) e le cagioni di essa, «avutane relazione da uomini -degni di fede, nostri cittadini e mercatanti, che in quelli tempi erano -in Acri.» - -[87] REPETTI, _Dizionario della Toscana_, art. _Montopoli_. - -[88] Qui una volta per sempre dobbiamo notare come in Firenze l’anno -cominciasse ai 25 di marzo: quel giorno 15 di febbraio era qui dunque -tuttora dell’anno 1292, ma noi scriviamo le date secondo lo stile -comune. - -[89] Il prof. BONAINI pubblicava gli _Ordinamenti di giustizia_ del -1293, (_Nuova Serie dell’Archivio Storico Italiano_, vol. I, 1855) -con le successive provvisioni per cui vennero afforzati; non che le -consulte che in più tempi si fecero a tal fine, con tutti gli atti -di queste consulte e i nomi dei cittadini che ivi esposero i pareri -loro: tra’ quali due volte a’ 14 aprile del 1301 ed una ai 13 di -settembre dello stesso anno, è il nome di Dante Alighieri. Lavoro -diligente e utile soprammodo, a cui rimandiamo tra’ nostri lettori -quelli che volessero avere contezza più intera e minuta di questo punto -capitalissimo nell’istoria nostra. — Lo _Statuto Fiorentino_, compilato -l’anno 1415 dall’insigne giureconsulto PAOLO DA CASTRO, e pubblicato in -Firenze con la data di Friburgo l’anno 1778, vol. III, in-4, (tomo I, -pag. 407-516) comprende questi ordini contro a’ grandi, quali vigevano -infino al tempo suo, ed il novero delle famiglie fatte di grandi, con -la indicazione dei tempi in cui vennero esse a patire tale condanna. -— Vedi anche le _Provvisioni_ o Statuti, pubblicati dal P. ILDEFONSO, -tomo IX, pag. 305, sino alla fine del volume: è tra le altre (pag. 341) -l’estratto di una _provvigione_ per la quale, _in beneficium popularium -et debilium contra magnates_, è vietato al Potestà e al Capitano (dei -quali poco si fidavano per essere eglino di case nobili) procedere -contro ai malefizi commessi prima della battaglia di Montaperti, a -quelli cioè fatti da uomini popolani sotto al governo di parte guelfa. - -[90] Nello _Statuto Fiorentino_, tomo III, pag. 692, è il registro -di oltre quaranta Leghe del contado e distretto di Firenze con la -descrizione delle parrocchie e popoli e dei luoghi che le componevano. -— Come la Repubblica si governasse verso i Comuni a lei soggetti, si -vede, tra gli altri, da un curioso documento (_Registro di Lettere_ -del 1308 presso di noi) nel quale vengono ammoniti severamente certi -Comuni perchè usavano misure e pesi diversi da quei di Firenze: il che -veniva a mostrare _semiplenam devotionem, aut incuriam, aut animorum -dissonantiam_, e si temeva che nuocesse ai commerci della Repubblica: -adottassero pertanto le misure fiorentine sotto la pena di mille lire. - -[91] Vedi _Cronaca_ di PAOLINO DI PIERO, nei tomi aggiunti alla -collezione degli _Scriptores Rer. Ital._, e l’edizione di Roma 1755. - -[92] VILLANI, lib. VIII, cap. 8. — MARCH. STEFANI, lib. III, rub. 204. - -[93] DINO COMPAGNI, lib. I, pag. 12. - -[94] AMMIRATO, _Storie_, lib. IV, ann. 1295. - -[95] Lib. VIII, cap. 8. - -[96] DINO COMPAGNI, lib. I. - -[97] VILLANI, lib. VIII, cap. 39. - -[98] DINO COMPAGNI, lib. I. - -[99] Questi nomi, stando alla _Cronaca_ di PAOLINO DI PIERO, sarebbono -esistiti in Firenze sino dall’anno 1297, venuti da Pistoia o nati in -quale altro si voglia modo. - -[100] COMPAGNI, lib. I. — G. VILLANI, lib. VIII. - -[101] Intorno al tempo di questo confine dato agli uomini delle due -parti contradice Dino molto al Villani ed allo Stefani, i quali pongono -tutto questo fatto assai più tardi. Noi fummo incerti quale seguire, -perchè il Villani, generalmente, è quanto ai tempi meglio ordinato; -laddove il Compagni vivo ed ingenuo narratore delle cose dove egli ebbe -parte, dispone sovente male la serie degli eventi, o furono questi male -disposti da chi sopra una informe copia metteva insieme quella istoria: -nè in tutto a questa potemmo aderire, e quello stesso ordine a cui ci -attenemmo non è senza qualche difficoltà o dubbiezza. Ma noi lo teniamo -sostanzialmente per vero, nè i nostri lettori vogliamo partecipi di -quella lunga pazienza che fu da noi posta nel minuto esame dei singoli -fatti. Ci avea preceduto lodevolmente in molta parte CESARE BALBO nella -_Vita di Dante Alighieri_. - -[102] VILLANI, lib. VIII, cap. 42. - -[103] DINO COMPAGNI, in fine al lib. I. - -[104] G. VILLANI, lib. VIII, cap. 44, 45. - -[105] L’ambasceria dovette essere andata dopo al 13 di settembre, -perchè in quel giorno Dante sedeva e diceva il suo parere in una -consulta pubblicata dal Bonaini (_Archiv. Stor. Ital._, nuova serie, -tomo I, pag. 82). - -[106] DINO COMPAGNI, lib. II. - -[107] Dino veramente scrive il 4 novembre, ma noi seguiamo il Villani -con tutti gli altri, perchè la data del 4 non lascerebbe spazio -bastante ai fatti posteriori. E così pure fece il Balbo, non senza -avere, come noi, molto ondeggiato innanzi di risolversi, perchè in -tanta confusione di date rimane sempre uno spazio largo al dubitare. -— Crediamo prossima la pubblicazione di nuovi lavori intorno a Dino -Compagni del professor Del Lungo, da cui potranno questi fatti avere -ulteriori schiarimenti. - -[108] Giovanni Villani, ch’era presente in Santa Maria Novella, -scrive da quel Parlamento essere stata rimessa in Carlo la _signoria e -guardia della città_. Ma noi crediamo fossero quelle parole di onore: -nè Carlo in Firenze ebbe vera e propria signoria, avendo anzi chiesto -più tardi guardare la sola parte d’oltrarno, dove egli dimorava: e -i nuovi Priori, scrive il Compagni che furono eletti dai vecchi in -palagio. Ma qui pure la narrazione di Dino non riesce chiara abbastanza -nè ordinata, senza però che le incertezze importino molto al giudizio -dell’istoria. - -[109] _Dino Compagni_, lib. II. - -[110] Bindaccio dei Cerchi, nella _Cronichetta di Famiglia_, scrive -messer Vieri essere stato tradito da uno dei Frescobaldi, che a lui -doveva diciassette mila fiorini e gli voltò contro la furia del popolo. -(LAMI, _Deliciæ Erud., Hist. Siculæ,_ part. II.) - -[111] Parrebbe che fosse reo e che fuggisse questo Pier Ferrante; -imperocchè nelle postille dell’Ammirato, le quali sono tratte da -documenti, si legge un trattato del mese di marzo susseguente tra lui -ed alcuni capi dei bianchi per fare guerra alla città rimettendovi la -parte cacciata. - -[112] _Deliz. Erud._, tomo X, pag. 93. - -[113] L’atroce giurisprudenza usata in que’ tempi contro ai ribelli e -agli sbanditi è da vedere nello _Statuto Fiorentino_, tomo I, pag. 362 -e 66 ed in più luoghi. Potevano essere impunemente offesi.... _usque ad -mortem etiam per assassinum vel assassinos in quacumque parte mundi_; e -gli uccisori avevano premio: chi ricettasse uno sbandito era soggetto a -gravi pene. - -[114] DINO COMPAGNI. — G. VILLANI. — MARCHIONNE STEFANI. — CESARE -BALBO, _Vita di Dante_. — PIETRO FRATICELLI, _Storia della Vita di -Dante_; Firenze, 1861. - -[115] DINO COMPAGNI, lib. III. - -[116] «I Lucchesi erano arbitri e non signori, benchè avessero le -chiavi e il dominio perchè dentro nè fuori non entrasse persona che -avesse a contaminare nulla — mandavano i bandi da parte del Comune di -Lucca — di che sdegnato uno in Mercato nuovo, diè un colpo di una spada -al banditore e disse: Porta questo a Lucca e offerilo a santa Zita.» -(STEFANI, lib. IV, pag. 35.) - -[117] G. VILLANI, lib. VIII, cap. 70. - -[118] _Ricordi_ di FILIPPO DI CINO RINUCCINI. - -[119] G. VILLANI, lib. VIII. — COMPAGNI, lib. III. - -[120] _Scipione Ammirato_ riferisce la condanna d’un figlio di Guido -e d’un altro Cavalcanti, data nel 1303, ma della quale fu poi sospesa -l’esecuzione in grazia di ambasciatori senesi mossi «dalla nobiltà -della famiglia e dalla sua devozione alla Chiesa,» sempre però che i -Cavalcanti non più si unissero ai Ghibellini. - -[121] Abbiamo il trattato con gli Ubaldini, dove tra gli altri -sottoscritti si legge, ma in copia, il nome di Dante Alighieri. - -[122] AMMIRATO, _Storie_, an. 1303. - -[123] DINO COMPAGNI. - -[124] BALBO, _Vita di Dante_. — FRATICELLI, _Storia della Vita di -Dante_. - -[125] VILLANI, lib. VIII, cap. 82. — COMPAGNI, lib. III. — _Storie -Pistolesi_. - -[126] Vedi, per la istituzione dell’Esecutore, la già citata -pubblicazione del prof. BONAINI intorno agli Ordini della Giustizia; -_Archivio Storico_, nuova serie, tomo I, 1855. — E lo _Statuto -Fiorentino_, tomo I, pag. 407 e segg. - -[127] VILLANI, lib. VIII, cap. 89. — DINO, lib. III. - -[128] Il COMPAGNI ha 15 settembre, ed altri altre date: ma noi teniamo -per certa quella che si rileva dalla chiamata delle Leghe di contado, -secondo abbiamo in un Registro di lettere della Signoria per l’anno -1308, il quale era presso di noi, ed è oggi nell’Archivio di Stato. -(Vedi _Archivio Storico_, nuova serie, fasc. II, 1857, articolo del -prof. CAPRI.) - -[129] DINO COMPAGNI, lib. III. — VILLANI, lib. VIII, cap. 96. — MARCH. -STEFANI, lib. IV, rub. 264. - -[130] Tutta questa materia fu ampiamente discorsa dal prof. CAPEI -nell’articolo sopraccitato, dove sono i documenti ad essa relativi. - -[131] DINO COMPAGNI, lib. III. - -[132] Questo almeno scrisse G. VILLANI, lib. IX, cap. 7. - -[133] COMPAGNI, lib. III. - -[134] Ivi. - -[135] _Iter Ital. Henrici VII_; in MURATORI, _Rer. Ital. Script._, tomo -IX, pag. 908. - -[136] _Iter Ital. Henrici VII_. - -[137] _Iter Ital. Henrici VII_. - -[138] DINO COMPAGNI, lib. III. - -[139] G. VILLANI e DINO COMPAGNI, lib. III. - -[140] La lista è data dal P. ILDEFONSO (tomo XI, pag. 61). - -[141] Troviamo che i figli di Dino Compagni essendo falliti nel 1341, -s’interponeva per essi in certe vertenze Stefano Colonna, capo dei -Guelfi magnati in Roma e in Italia. (_Archivio Storico_, nuova serie, -tomo 16, parte I, Documenti relativi al Duca d’Atene). Abbiamo intorno -a Dino Compagni un pregevole lavoro del prof. HILLEBRAND (Parigi, -1862). - -[142] _Iter Ital. Enrici VII_. — VILLANI, lib. IX. - -[143] Il P. ILDEFONSO (_Deliz. Erud_., tomo XI, pag. 95) pubblicava la -Sentenza d’Arrigo VII contro a’ Fiorentini. - -[144] Abbiamo la lista dei feritori fiorentini a Montecatini. _Deliz. -Erud._, tomo XI, pag. 751. - -[145] Una _Cronaca_ latina di Ser GIOVANNI DI LEMMO, pubblicata dal -signor Luigi Passerini (_Docum. di Stor. Ital._, tomo VI, a cura della -Deputazione di Storia Patria della Toscana ec.) contiene dal 1299 al -1320, oltre a fatti e contese personali, ragguagli pregevoli intorno -alle cose di Pisa e di Lucca e di tutta quella parte di Toscana, della -quale sembra per il Lemmi essere centro San Miniato, tanto da far -credere che ivi egli avesse o patria o dimora. Il valore principale -di quella _Cronaca_ è per gli anni corsi dalla morte d’Arrigo VII -infino alla pace fatta dal re Roberto, anche in nome di Firenze, co’ -Ghibellini di Pisa e di Lucca. È da vedere, sebbene a noi direttamente -non appartenga, come i Pisani, avendo in casa e agli stipendi loro -molti cavalieri tedeschi, cercassero da principio difendersi da -Uguccione della Faggiuola, che di quelle genti faceva sua forza; come -essendosi offerto a Federigo d’Aragona, questi chiedesse innanzi tutto -per sè la Sardegna; come poi cedessero ad Uguccione, e come Lucca fosse -a lui ribellata per opera di Castruccio. Quanto ai termini della pace, -registra il Lemmi quelli che importano specialmente a San Miniato. - -[146] VILLANI, lib. IX, cap. 76. - -[147] _Diurnali_ di MATTEO SPINELLI da Giovenazzo, 1258. - -[148] So i dubbi che sono stati mossi ai giorni nostri circa alla -_Cronaca_ di MATTEO SPINELLI, che si disse fabbricata nel cinquecento. -Potè a quel tempo taluno averla messa in ordine levigando forse -l’antico idioma nel quale fu scritta, ma non inventare la materia e -tutto nemmeno rifare lo stile; del che si hanno prove intrinseche, nè -le difficoltà sono diverse da quelle che si ritrovano nella maggior -parte delle antiche cronache, per lo più messe insieme in più tempi e -fatto di pezzi. Ciò pure avvenne in qualche parte anche all’Istoria del -Malespini. - -[149] AMMIRATO, lib. IV. - -[150] Qui giova trascrivere alcune parole dove un nostro istorico assai -più recente dà belle ragioni di questo cercare lontani paesi che da -tempo antico faceano gli uomini fiorentini. - -«La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e -sterile, che non potrebbe con tutta la fatica loro dare da vivere agli -abitanti, che sono molto multiplicati: e per questa ragione è stata -necessaria cosa da uno tempo in qua ai Fiorentini di cercare loro -vita per industria; e per questo sono usciti fuori di loro terreno a -cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da -potersi avanzare un tempo e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a -questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno -veduto i costumi delle altre nazioni, e fatto in loro abito delle cose -vantaggiate, scegliendo d’ogni parte il fiore: e l’uno ha fatto venire -volontà all’altro, intantochè chi non è mercatante e che abbia cerco il -mondo e veduto le strane nazioni delle genti, e tornato alla patria con -avere, non è riputato da niente. E questo amore ha sì accesi gli animi -loro, che da un tempo in qua pare che ne nascano naturali a ciò, e è -tanto il numero che vanno per lo mondo in loro giovanezza, e guadagnano -e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme -fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, -che non ha pari al mondo.... I loro vicini, alquanto di natura di loro -terreni più ricchi e più grassi, si sono stati a quella bada di tanto, -che basta loro, sanza volere fatica di cercare più.» — (GORO DATI, -_Stor. Fior._, pag. 54, 55.) - -[151] VILLANI, lib. X, cap. 86. - -[152] Il Machiavelli scrisse la vita di Castruccio senza istorica -verità, ma perchè fosse come esemplare a quella idea che egli -vagheggiava; e se uno eleggerne pur voleva, meglio Castruccio che il -Valentino. - -[153] Scriviamo il numero dei soldati come si trova nei contemporanei; -ma quello delle genti a piedi, incerto sempre, comprende ancora i -guastatori ed i saccomanni. - -[154] G. VILLANI, lib. IX, cap. 214. - -[155] _Cronaca di Paolino di Piero_. - -[156] G. VILLANI, lib. IX, cap. 214. - -[157] Ivi, cap. 219. - -[158] _Istoria Fiorentina_ di MARCHIONNE STEFANI, lib. VI, rub. 385. — -Tra ’l Potestà e il Capitano del Popolo e l’Esecutore degli ordini di -giustizia menavano seco oltre a 200 tra giudici e notai e armigeri e -donzelli. (_Statuti_, lib. I.) - -[159] G. VILLANI, lib. IX, cap. 273. - -[160] FRANCO SACCHETTI, novella 63. - -[161] Neri Strinati, del quale abbiamo una breve Cronichetta (stampata -di seguito alla Storia apocrifa di Semifonte), era insieme col suo -fratello Maffeo mallevadore al fallimento degli Scali: «ma perchè io e -Maffeo eravamo dei grandi, non potevamo torre azione contro agli eredi -di Ghigo di Gofo ch’erano di popolo:» sì erano fatti gli ordinamenti -del popolo contro a’ grandi. - -[162] Storie Pistolesi dal 1300 al 1348. - -[163] _Deliz. Erud._, tom. XII, pag. 262. - -[164] _Balìa rebanniendi exbannitos habitos pro Guelfis et qui pro -Guelfis habeantur_ [11 ottobre 1325]. Archivio di Stato, _Provvisioni_ -di quell’anno. - -[165] G. VILLANI, lib. X, cap. 2. — COPPO STEFANI, lib. VI. - -[166] _Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348_. - -[167] VILLANI, lib. X, cap. 86. - -[168] Il P. ILDEFONSO, tomo XII, pag. 288, pubblicava il testo -originale di questa riforma. È anche da vedere il libro settimo delle -_Istorie_ di SCIPIONE AMMIRATO, con le pregevoli aggiunte di chi -portava il suo stesso nome e casato. - -[169] È un libro o zibaldone del secolo diciassettesimo, scritto da -TOMMASO FORTI notaro fiorentino, intorno agli uffici e magistrati -della Repubblica: manoscritto appresso di noi, e si trova in altre -Biblioteche. - -[170] G. VILLANI, lib. X, cap. 118. — Abbiamo per quell’anno 1329 e -pei susseguenti il Diario d’un Simone Lenzi biadajolo, del quale un -estratto si legge nel giornale filologico _Il Borghini_, an. 1864; ed -è pittura circostanziata e molto viva di quei mercati tumultuosi, che -spesso conferma le parole del Villani. Per un’altra carestia che fu poi -nel 1353 il Comune fece incetta di grano in più luoghi d’oltremare; -ma bastò l’annunzio a fare aprire i granai che prima erano tenuti -chiusi, rinviliando il prezzo, talchè il Comune vi perdè non poche -migliaia di fiorini d’oro. Sul quale proposito io prego gli economisti -a considerare le parole di Matteo Villani, le quali mi sembrano con -precisione maravigliosa anticipare una dottrina la quale tardò più -secoli a farsi norma comune, e in Firenze stessa rinacque appena cento -anni fa, ma prima qui che tra le maggiori nazioni d’Europa, perchè -l’esperienza ed il senno popolano quivi le avevano prima sparse. «In -tali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contrari l’uno -all’altro. Se grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di -disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di Pelago -si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo; chè si -fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza; -chè la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame: -e di questo per isperienza più volte occorsa nella nostra città in -cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.» M. -VILLANI, lib. III, cap. 76. - -[171] G. VILLANI, lib. XI, cap. 1. — L’_Archivio Storico_ dell’anno -1873, disp. II, pubblicava una notizia del signor Gherardi intorno ai -danni di quella inondazione ed ai lavori che occorsero. A maestro e -governatore di tutti quei lavori elessero Giotto: essendochè a bene -e onorevolmente procedere occorresse preporvi un qualche esperto e -famoso uomo, e non si trovasse in tutto il mondo persona più adatta di -lui. Dolevano alla Signoria le molte assenze di Giotto a dipingere per -l’Italia, bramando che un tanto _magnus magister et carus reputandus -in civitate, materiam habeat in ea moram continuam contrahendi_; perchè -dalla sua scienza e dottrina venga a molti altri insegnamento, e onore -non piccolo alla nostra città. (GAYE, _Carteggio d’Artisti_, tom. I, -pag. 481.) - -[172] G. VILLANI, lib. II, cap. 23. - -[173] _Archivio Storico Italiano_, Nuova Serie, tom. IV, disp. I. - -[174] «Sono solito a dire che più d’ammirazione è che i Fiorentini -abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e’ Veneziani o -altro principe d’Italia il suo grande; perchè in ogni piccolo luogo di -Toscana era radicata la libertà in modo, che tutti sono stati inimici -a questa grandezza. Il che non accade a chi è situato tra’ popoli usi -a servire, a’ quali non importa tanto lo essere dominati più da uno che -da un altro, che gli faccino ostinata o perpetua resistenza.» (_Ricordi -Politici_ di FRANCESCO GUICCIARDINI, Nº 353.) - -[175] Vedi le _Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348_. - -[176] Abbiamo gli Atti della dedizione nel tomo I dei _Capitoli del -Comune di Firenze_, pubblicato dalla Soprintendenza generale degli -Archivi toscani, pag. 4, 28. - -[177] Era proibito contrarre parentela con tali Signori (vedi _Statut. -Flor._, lib. III, rubr. 179, tom. I, pag. 380). Ed altra rubrica, -lib. III, rubr. 46, tom. I, pag. 262, vieta egualmente che sieno fatti -vescovi di Firenze o di Fiesole uomini di famiglie le quali avessero -castelli nel contado o nel distretto; così almeno si vuol intendere: -e se accettassero uno di quei vescovadi, i loro parenti divenivano -ipso facto grandi qualora fossero popolani, e i grandi passavano nella -categoria dei sopraggrandi. Nessuno poteva acquistare dall’Imperatore -possessioni nella Toscana o diritti, _vel quæ ad Imperium spectare -dicuntur_, sotto pena della testa o della confisca; e divieto d’abitare -nel territorio della Repubblica, essi e in perpetuo i discendenti -loro. (Lib. III, rubr. 86, pag. 302.) È da vedere pure la rubr. 90 -del lib. III dello stesso _Statuto Fiorentino_, tom. I, pag. 304, -la quale dichiara nullo e soggetto a gravi pene qualunque contratto -pel quale sieno trasferiti diritti reali o personali di servitù, di -fedeltà o di omaggio o di qualsiasi giurisdizione, eccetto però al -Comune di Firenze. I secolari potevano dalla Chiesa fare acquisto di -tali diritti, purchè aboliscano immediatamente ogni obbligazione di -vassallaggio. Qualunque persona, università o popolo si obbligasse -nell’avvenire a servitù o che ad altri la prestasse, s’intenda che -abbia perduto la guardia e protezione del Comune di Firenze, nè a -lui si mantenga diritto e giustizia, e possa da ognuno essere offeso -impunemente nella persona e negli averi, come i ribelli e gli sbanditi. -— Vedi anche i _Capitoli del Comune di Firenze_, loc. cit. - -[178] Alcuni uomini del Valdarno l’anno 1294 chiedono essere liberati -_ab omni hominitia et coloneria et ascriptitia conditione_ e _ab omni -nexu fidelitatis_; alla quale erano stati ricondotti dalla famiglia -dei Pazzi dopo la battaglia di Montaperti, per forza _et per metum_, -e con arsioni ed ammazzamenti: i Priori decretarono la libertà di -cotesti uomini, e pei Consigli fu approvata. (Estratto dagli _Spogli_ -di VINCENZIO BORGHINI, pubblicato dal P. Ildefonso nelle _Delizie degli -Eruditi_, tom. VIII, in fine.) — Abbiamo Atti pubblici dove il Comune -di Firenze dichiara spettare a lui la tutela dei _poveri_ e _deboli_ e -degli _impotenti_. - -[179] _Quis dominatur apennini? alma domus Ubaldini_; avrebbe detto -l’imperatore Federigo II. - -[180] _Cronaca_, lib. X, cap. 202. - -[181] DELFICO, _Storia di San Marino_. - -[182] «La guerra di Mastino voleva il mese più di venticinquemila -fiorini d’oro che andavano a Vinegia, senza le spese opportune che -bisognavano di qua al nostro Comune, che le più volte senza quelli di -Lombardia avevano al soldo più di mille cavalieri, senza quelli che -erano alla guardia delle terre e castella che si tenevano per lo nostro -Comune.» (G. VILLANI, lib. XI, cap. 91.) - -[183] G. VILLANI, lib. XI, cap. 114. - -[184] G. VILLANI, lib. XI, cap. 139. - -[185] «Il popolo era da’ grandi nelle faccende private oppressato; i -grandi avevano le leggi e la ordinazione della Repubblica tutta contra -sè diretta.» (DONATO GIANNOTTI, _Della Repubblica Fiorentina_, lib. I, -cap. V, pag. 83.) - -[186] G. VILLANI, lib. XI, cap. 119. - -[187] Abbiamo nel _Giornale Storico degli Archivi Toscani_, vol. -VI, pubblicati ed illustrati dal signor Cesare Paoli i documenti -dell’Archivio di Stato relativi al Duca d’Atene. Quello segnato nº -213 alla pag. 231 contiene le accuse contro ai Venti, ma la sentenza è -mozza e apparisce poi rivocata. - -[188] G. VILLANI, lib. XII, cap. 1, 2, 3. - -[189] Vedi _Archivio Storico_, tom. XVI, parte II, pag. 532. — Donato -Velluti, cronista non dispregevole, era stato de’ primi Priori creati -dal Duca, e aveva seco grande entratura; ma quando s’accorse ch’egli -andava a tirannia, si tenne in disparte: nel corso poi della sua -Cronaca, ogni volta che gli avvenga di nominare il Duca, non lo fa mai -con ingiuriose parole, mostrando piuttosto usare prudenza, ma poi non -essergli troppo avverso. - -[190] G. VILLANI, lib XII; _Marchionne di Coppo Stefani_, lib. VIII; -MACHIAVELLI, lib. II, in fine; AMMIRATO, lib. IX; _Cronaca Senese_ di -ANDREA DEI presso il Muratori, tom. XV, pag. 108. — Abbiamo citato la -serie dei documenti relativi al Duca d’Atene tratti dall’Archivio di -Stato. In questa, oltre gli Atti del suo Governo, sono quelli della -Renunzia, e i negoziati che la Repubblica ebbe poi col Re di Francia e -col Papa e co’ Re di Puglia, i quali tenevano la parte del Duca. - -[191] _Deliz. Erud._, tom. XIII, pag. 207. - -[192] G. VILLANI, lib. XII, cap. 18 e segg. — MARCHIONNE STEFANI. — -LIONARDO ARETINO. — MACHIAVELLI. - -[193] G. VILLANI, lib. XII, cap. 23. - -[194] Nelle _Delizie degli Eruditi_ del P. Ildefonso, tom. VII, pag. -290, è la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il -quale, sebbene fosse di famiglia grande, chiede essere di popolo egli -ed i suoi, come _debiles et impotentes_. — Il tomo XIII della stessa -pregevole collezione contiene da pag. 199 fino al fine molti originali -Documenti di Provvigioni fatte dalla Repubblica, sia nella prima -Riforma del vescovo Acciaiuoli e dei Quattordici per la quale erano -riabilitati i grandi, sia nella rinnovazione delle Leggi contro ad -essi e degli Ordini di giustizia nel mese d’ottobre 1343 e nell’ottobre -1344. - -[195] Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi, -i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi -grandi. Recenti erano pure i Cavalcanti; e forse non di vecchia data -gli Adimari _venuti su di piccola gente_, come scrive l’Alighieri. - -[196] «Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea -dire, loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio -voleano.» MARCHIONNE STEFANI, tom. XIII, pag. 143. — «I lavoratori -delle terre volevano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le migliori -terre e lasciare l’altre. — Le fanti e i ragazzi della stalla volevano -il salario, il meno dodici fiorini l’anno, e i più esperti diciotto -e ventiquattro: così le balie e gli artefici minuti manuali volevano -tre cotanti che l’usato. — Il Comune avendo bisogno, e perchè vedeva -essere il popolo ingrassato ed impoltronito, raddoppiò la gabella del -vino alle porte, ed alzò quella del grano e del sale e della carne. -Non vollero più fare provvisione pubblica di grano, cessando il lavoro -dell’edifizio d’Orsanmichele a tal fine destinato; ma invece ordinarono -che tutto il pane vendereccio si facesse dal Comune, e si vendesse -a caro prezzo; e quale fornaio ne volesse fare, pagasse ogni staio 8 -soldi di gabella.» (M. VILLANI, lib. I, cap. 57.) - -[197] Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di -giustizia. - -[198] Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi, -oltre a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi -i borghi e le parrocchie le quali andavano a San Giovanni: ognuno però -vede come fosse fallace il modo del registrarli. Pare stia bene il -conto delle ottocento moggia la settimana per novanta mila bocche. Gli -ottanta mila uomini da arme, cioè da quindici a settanta anni, potevano -bene essere l’anno 1336 nel contado e distretto, il quale allora -comprendeva non piccola parte, com’è detto, della Toscana. - -[199] Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra -venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari che a -lui somministravano per la guerra. — Si noti ancora come l’industria, -tenendo qui pure l’usate sue vie, mentre s’ampliava e raffinava, -andasse stringendosi in minore numero di mani. - -[200] I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture; -l’arte del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima -perfezione, altrove erano sconosciute; e da principio i Fiorentini -mandavano in Fiandra dei lavoranti per conto loro che mantenessero -il segreto. Venivano anche i panni a tingersi in Firenze, essendo -quest’arte sempre ivi molto accreditata, massime per l’uso del guado -o indaco, il quale serve anche a fermare il color nero e a dargli -lucentezza: della tintura con l’oricello abbiamo detto in altro luogo. -Qui è notabile come dal Villani non si tenga conto dell’arte della seta -che in Firenze era antichissima; vero è bensì quest’arte essere giunta -al colmo nel secolo susseguente, quando l’arte della lana cominciò -invece a decadere. - -[201] Gli speziali ebbero questo nome perchè oltre alle medicine -smerciavano anche le spezierie delle Indie. - -[202] E credo io fossero più, tanti se ne legge di continuo andati -chi in qua chi in là per traffici, ed i cambiatori mettevano banchi in -molte parti d’oltremonte e d’oltremare, e Avignone ne tirava a sè non -pochi, ed a Lione erano case di Fiorentini, ed a Bruggia nella Fiandra -più anni rimase lo stesso Giovanni. Ai quali se poi si aggiungano -quelli che andavano in signoria di fuori, potestà o giudici, e che -menavano seco gran seguito o famiglia; e il frequentare le università -fino a quella di Parigi, ed il muoversi di luogo in luogo che facevano -i religiosi; poi le frequenti ambasciate, e quello stesso vagare dei -soldati mercenari che fu cagione di tanti mali; si vedrà come fosse -continuo a quei tempi il conversare dei Fiorentini con molte città -d’Italia e fuori. - -[203] Fu posta quando si edificava il terzo cerchio della città, -continuata poi fino ai giorni nostri, e gravosissima, perchè andava -fino al sette e tre quarti per cento, facendosi però le stime molto -all’agevole. Gravava disegualmente la Toscana, avendo più luoghi -pattuito nella dedizione l’andare esenti da quella tassa; privilegi che -cessarono quando nel 1814 fece ritorno il principato non come antico e -restaurato, ma col diritto della conquista. - -[204] Oltre al segnare l’oro e l’argento, sembra che le paci tra’ -cittadini avessero a guarentigia e solennità il suggello del Comune; il -che si fa credere anche per un luogo del Velluti, pag. 29: «Venne poi -il Duca d’Atene e ribandì gli sbanditi e costrinse ognuno a far pace; -onde i consorti e noi, essendo costretti, rendemmo pace; la quale è -sotto grandissime pene, fortificate poi per riformagioni di Comune con -altre gravissime pene: e non si trova quasi niuna poi essere rotta, -e chi l’ha rotta si è stato diserto; onde per questa cagione e per lo -comandamento di mio padre e sua maladizione si è molto da guardare; che -se alcuno discendente di loro vivesse, non fosse tocco, se non vuole -sè e altrui disertare.» Il segno dei beni in pagamento poteva essere -necessario a quei contratti che hanno nome di Anticresi, nei quali i -beni essendo ceduti al creditore per certo tempo, non si fa luogo alla -voltura; se pure non fosse divietato quel contratto, com’è pei canoni -della Chiesa, e che il divieto si osservasse. - -[205] Ivi erano grani depositati da cittadini, i quali pagavano per la -custodia e per gli attrazzi; e il grano sparso rimaneva a benefizio del -Comune. - -[206] Erano penali che dovevano pagare i connestabili che fossero -trovati in difetto d’uomini rispetto al numero pel quale erano stati -condotti e riscuotevano gli stipendi. — Soccorse in questo come in -più altri luoghi a noi l’amicizia del signor Cesare Guasti, e a lui ne -rendiamo le debite grazie. - -[207] Nei libri del 1347, per citar quelli più vicini al tempo del -Villani, si trovano versamenti fatti ai Camarlinghi della Camera -dal Camarlingo delle Stinche: _de denariis ad ejus manus perventis_. -(Archivio centrale di Stato.) - -[208] Voleano che i più facoltosi del contado dimorassero nella città, -dove davano minore sospetto. - -[209] Si è detto come i Fiorentini fino dal secolo XIII per grandigia -custodissero leoni ed altri animali rari, i quali venivano ad essi -d’Oriente; costumanza cittadina cessata non prima del passato secolo, -quando si venne a ricercare il perchè di ogni cosa. Un lione di marmo -che tra le branche teneva uno scudo con entro il giglio, e si chiamava -il Marzocco, era una sorta di emblema della Repubblica fiorentina, -imitato forse dal Leone di San Marco. - -[210] Abbiamo (_Deliz. Erud_., tomo XII, pag. 349) una descrizione -delle Entrate e Spese tratta da questa del Villani, ma non però affatto -inutile pe’ confronti. - -[211] PECORI, _Storia di San Gimignano_. — Nel libro già citato -dei _Capitoli del Comune_, pag. 288 e seg., abbiamo gli Atti -della dedizione che San Gimignano aveva fatta l’anno 1345, e altri -susseguenti. — Vedi un nostro Compendio dell’istoria di questa Terra, -nell’_Appendice_ Nº III. - -[212] Intorno ai fatti dei Guazzalotri e di Prato vedi anche (per -quanto gli si debba credere) il frammento di Cronaca di Luca da -Panzano; _Giornale storico degli Archivi Toscani_, tomo V, pag. 61. - -[213] Donato Velluti, Gonfaloniere di giustizia, ebbe grande mano in -tutta quella faccenda; e per l’inganno che v’era stato e il molto male -commesso, non trovò prete che lo assolvesse; finchè tornato da Napoli -il vescovo Acciaiuoli, quattro anni dopo lo assolvè, pensando ch’era -stato a fine di bene, e perchè Firenze non andasse sotto tirannia. -(VELLUTI, _Cronaca_.) - -[214] Aveano ordinato un anno innanzi le cose spettanti al governo -della Valdinievole; intorno a che vedi il libro dei _Capitoli_, in più -luoghi. - -[215] I Cronisti fiorentini tacciono di un soccorso di Senesi venuti -alla difesa della Scarperia, che primi entrarono nella terra. Questo -narra il senese Agnolo di Tura (_App_. Muratori, _Scriptor. Rer. -Ital._, tomo XV, col. 126, 127), il quale però aggiugne in onta -de’ Fiorentini cose che parvero incredibili al senese annotatore -Benvoglienti. - -[216] Donato Velluti era in Siena ambasciatore per fare lega contro -al Visconti; «ma veggendo noi ambasciatori non essere sufficienti i -Comuni di Toscana a tanto uccello senza l’appoggio d’altrui, si ragionò -si mandasse al Papa, trattasse perchè l’Imperatore venisse in Italia: -di che rapportato il detto ragionamento in Firenze, quanto che nella -prima faccia fosse dubbioso e gravoso, purnondimeno veggendo l’appoggio -di Puglia essere debole, si prese di mandare al Papa.» Questi aveva -promosso l’elezione di Carlo IV, e di per sè era già inclinato a farlo -scendere in Italia. - -[217] «Se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che diventi -ghibellino.» (MATTEO VILLANI.) - -[218] Nelle campagne i nostri vecchi dicevano sempre: un Dio, un Papa, -un Imperatore; e non si tenevano obbligati alla milizia napoleonica, -perchè non era l’imperatore vero. - -[219] «Essendo messer Ramondino Lupo da Parma capitano di guerra in -Firenze molto servitore dell’Imperatore, fece sentire all’Imperatore -de’ ragionamenti si faceano; di che l’Imperatore subitamente mandò un -suo ambasciatore, grande prelato, a Firenze» — «ed essendo deputati -certi nostri cittadini, tra’ quali io fui, a ragionare con lui, dopo -molti ragionamenti, si fecero certi capitoli ec.» (VELLUTI, _Cronaca_.) - -[220] Il Corio narra come l’Arcivescovo essendo chiamato dal Papa in -corte, mandò innanzi un suo siniscalco a fare gli alloggi; il quale -pigliò in affitto quante case potè avere nella città d’Avignone, -e stalle da porvi molto gran numero di cavalli, dicendo sempre non -bastavano per la compagnia che l’Arcivescovo condurrebbe seco: parve -troppa ai cardinali, e fu pregato non si muovesse. - -[221] MATTEO VILLANI, lib. III, cap. 7. - -[222] Scrivono che uno degli ambasciatori dicesse a Carlo, che -promoveva sempre novelle difficoltà: _Voi filate molto sottile_. (M. -VILLANI, lib. III, cap. 30.) - -[223] Nelle istruzioni agli ambasciatori (Libro di _Consulte_, -nell’Archivio di Stato) è ingiunto loro di fermarsi a conferire -dovunque fosse il detto Patriarca, e «dirgli ogni cosa.» — Questo -abbiamo dalla cortesia del signor Luigi Passerini, che tanto sa delle -cose nostre. - -[224] M. VILLANI, lib. III, cap. 86. - -[225] Nelle edizioni di Matteo Villani si legge quattromila, che sono -troppi. Ranieri Sardo, _Cronaca Pisana_ (_Archiv. Stor._, VI, par. 2), -dice essere venuti con l’Imperatrice mille cavalieri, e indi qualche -altro centinaio mandati dai Signori di Lombardia. - -[226] «A noi pareva che al Patriarca bastassero duemila fiorini -d’oro, al Cancelliere trecento fiorini o poco più, ec.» (_Istruzioni -agli ambasciatori_; Archivio di Stato.) — Un documento _in forma -brevis_ (stampato con altri spettanti a quel fatto dal signor Giuseppe -Canestrini: _Archiv. Stor._, Appendice VII, pag. 406) dà facoltà agli -ambasciatori di essere larghi di doni ai ministri e consiglieri di -Carlo IV, e questi si vede che accettarono _grato animo_. - -[227] «La moneta, che dare gli si dee per via di censo per anno, -vorremmo che fosse la minore quantità che si potesse; e piuttosto -una quantità determinata, che discendere a censo di 26 danari per -focolare.» (_Archiv. Stor._, Appendice VII, pag. 405.) Nelle istruzioni -agli ambasciatori si trova pure: «Offerte generali farete, non -obbligatorie; — dicano con quanta difficoltà si è qua ottenuto di -condiscendere alle modificazioni nuovamente fatte.» - -[228] Testo del Trattato (vedi _Appendice_ Nº IV.) — E nelle istruzioni -agli ambasciatori: «in quella parte dove toccate delle terre le quali -volontariamente si sono sottomesse a questo Comune, che non le vuole -confermare, operate almeno quanto potete che ci faccia suoi vicarii, -allegando che ha fatto il simile a molti altri.» - -[229] A’ nove di marzo, undici giorni avanti alla conclusione, si vede -ch’erano alle rotte e discorrevano già d’armarsi; più giorni innanzi -Niccolò Alberti aveva proposto si cercasse aiuto dal Papa e dal Legato -della Romagna. (Libro di _Consulte_, nell’Archivio di Stato.) Matteo -(lib. IV, cap. 73) sgrida i reggitori del non avere fatto abbastanza -fondamento sul Papa, il quale aveva già stipulato con l’Imperatore che -nello scendere in Italia mantenesse governo libero in Firenze. Aggiugne -il Villani che le lettere papali, di cui potevano i Fiorentini valersi, -rimasero in Cancelleria per non avere gli ambasciatori pagato i trenta -fiorini d’oro che ci volevano per la spedizione. - -[230] Donato Velluti accenna con parole molto espresse ad una promessa -la quale al tempo dell’imperatore Carlo IV sarebbe stata _fatta ai -Grandi intorno al fatto degli uffici e degli schiusi guelfi_; promessa -cioè di modificare gli Ordinamenti di giustizia, e le esclusioni dai -magistrati. I Velluti erano antichi grandi, ma l’affermazione di Donato -non poteva essere in tutto senza fondamento, e qualche cosa dovette ai -grandi essere almeno fatta sperare, a Pisa, forse dagli ambasciatori. - -[231] Il Diario del Graziani perugino (vedi _Archiv. Stor. Ital._, tomo -XVI, parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza -debiano continuo tenere uno offiziale per lo Imperatore, el quale -officiale sia sopra alle appellazione, e che debia avere la mitade de -tutte glie bande che entreronno in Comuno.» Tuttociò è manifestamente -falso, ma si pone a mostrare le gelosie per cui gli scrittori d’una -città si compiacevano abbassare le altre, fossero anche le più amiche. - -[232] _Archiv. Stor._, Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle -istruzioni agli ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva -troppo largo, ma si farebbero riserve innanzi al giuramento; e quando -fossero autenticate per lettere di Cancelleria, basterebbe perchè -il sacramento non avesse più vigore.» Abbiamo il testo delle riserve -autenticate per lettere di Cancelleria, e confermate il giorno avanti -a quello del trattato dalla persona dello stesso Imperatore in Pisa, -com’era chiesto in Firenze. — Vedi lo stesso _Appendice_, vol. IV, in -principio. - -[233] Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa, -lo accomiata con queste parole: _Iddio gli dia delle derrate ha date a -noi_. — Vedi anche le _Istorie Pisane_ di Raffaello Roncioni. (_Archiv. -Stor._, tomo VI, parte I.) - -[234] _De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa -applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et -ultra; et interim multum examinate fuerunt gentes sue, quarum tercia -pars forte intrare potuit civitatem cum eo et sine armis, et relique -remanserunt extra cum omnibus armis: et die sequenti ivit Sunzinum, -ubi valde plus retentus fuit similiter extra portam, cum simili -examinatione et receptione dictarum suarum gentium: postea transivit -per territorium Pergami per Valcamonicam et per Voltolinam versus.... -Sueviam in Alamannia, semper cum magna festinantia, absque quo aliqua -vice esset visitatus vel visus ab aliquibus dominis Mediolani: die -et nocte equitans ut in fuga_. (Lettera alla Signoria, da Ferrara 27 -giugno 1355; in _Archiv. Stor._, Appendice, vol. VII, pag. 408.) - -[235] VELLUTI, _Cronaca_. - -[236] MATTEO VILLANI, lib. IV, cap. 70-75. - -[237] Vedi _Appendice_, Nº V. - -[238] MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, nelle _Deliz. Erud_., tomo XIII, -pag. 112. - -[239] MATTEO VILLANI, lib. IV, cap. 69. - -[240] GIOVANNI VILLANI, lib. XII, cap. 72. — E MATTEO VILLANI, lib. II, -cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del -priorato e de’ maggiori uffici del Comune, ove s’hanno a provvedere -le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini -vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e -di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio e doni e spesa -si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini dal Comune -insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi e -savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del -Comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana -dall’antico governamento dei nostri antecessori e dalla loro sollecita -provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso -conviene che si soccorra il nostro Comune, e che più l’antico ordine e -il gran fascio della nostra comunanza e la fortuna governi e regga la -città di Firenze, che il senno e la provvidenza de’ suoi rettori. Catun -intende, i due mesi che ha a stare al sommo ufficio, al comodo della -sua utilità, a servire gli amici o a disservire i nemici col favore del -Comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini.» - -[241] Frammento di _Cronaca_ stampato nella edizione di Donato Velluti. -Firenze, 1731, pag. 148. - -[242] Rubr. 10 degli _Ordinamenti di Giustizia dell’anno 1293_. -(_Archiv. Stor._, Nuova Serie, tomo I, pag. 58.) - -[243] _Giornale Storico degli Archivi Toscani_, vol. I, anno 1857. — Il -Comune di Firenze aveva in Roma anche nell’assenza del Pontefice tre -col titolo di protettori, ai quali nell’anno 1354 erano stanziati dal -Consiglio del Capitano e Popolo Fiorentino 480 fiorini d’oro. (Carte -del signor Giuseppe Canestrini a noi gentilmente comunicate.) - -[244] Stando a Lapo da Castiglionchio (_Discorso_, ec.; Bologna, 1753, -in-4, pag. 128), in prima origine il Consiglio Generale sarebbe stato -di quaranta, grandi e popolani. - -[245] _Statut. Flor._, tomo II, lib. 5, rubr. 5, pag. 491. - -[246] _Statut. Flor._, tom. I, pag. 145; e _Statuto di Parte Guelfa_, -cap. 21, nel _Giornale Storico degli Archivi toscani_, vol. I. - -[247] Nell’intervallo però tra il 1335 e il 58 i Capitani troviamo -essere ridotti a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per -una riforma del 1323 i nuovi Capitani sarebbono eletti da quelli -che uscivano: coteste cose però variavano ad ogni tratto, e Lapo da -Castiglionchio dice che erano essi eletti dal maggior consiglio della -Parte e dal consiglio segreto dei 14. (Discorso, ec., pag. 128.) -Abbiamo pure una deliberazione del 1316, per la quale i Capitani -eleggono i cento consiglieri della Parte, dei quali sono ivi anche i -nomi. — Tutto ciò mostra come il governo della Parte guelfa mantenesse -le forme strette che si convengono ad un reggimento di oligarchi; e -tali erano essi veramente. - -[248] Vedi cap. 16 degli _Statuti di Parte Guelfa_. «Come ogni anno -si spenda in possessioni e in case la maggior quantità di pecunia che -avere si potrà.» - -[249] Parole che accennano a una esperienza lungamente fatta, e quindi -si deve gli ultimi capitoli di Giovanni credere opera di Matteo. - -[250] G. VILLANI, lib. XII, cap. 72, 79, 93. — _Deliz. Erud._, tomo -XIII, pag. 314 a 28, e 339. - -[251] VELLUTI, _Cronaca_, pag. 106. - -[252] _Deliz. Erud._, tomo XIV, pag. 231. - -[253] Giuravano, _devotis animis et curvatis capitibus_, fare ogni -cosa a conservazione dello stato e parte dei Guelfi, e _ad exterminium -æmulorum_. - -[254] _Deliz. Erud._, tomo XIV, pag. 249. - -[255] Alcune parole di Matteo Villani (lib. VIII, cap. 31) ci danno a -credere ch’egli stesso fosse di già segnato in quella lista. - -[256] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 31, 32, e MARCHIONNE STEFANI, lib. -IX, pag. 15. - -[257] MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, lib. IX, rubr. 665, pag. 8. - -[258] La _Cronaca_ di Marchionne rimase inedita fino al passato secolo, -ma era nota nel cinquecento. - -[259] _Cronaca_ di G. MORELLI. - -[260] Avendo essi a quel tempo inimicizia co’ Mangioni loro vicini, gli -assalirono una sera dopo cena; ed una loro donna uccisero, che stava -sull’uscio a pigliare il fresco; pel quale misfatto ebbero bando dalla -città. E noi troviamo questi Bordoni immischiati prima con Corso Donati -e poi col Duca d’Atene: ma sapevano rendersi popolari, e nell’anno 1311 -quella famiglia ebbe privilegio di esenzione dalle gravezze. - -[261] _Cronica_, pag. 109. - -[262] _Archivio_, detto Libro di _Consulte_. — In esse troviamo Piero -degli Albizzi e due Strozzi che andavano seco, dar voto tra gli altri -più qualificati cittadini a cui spettavasi per ufficio. Ma i loro nomi -stanno tra gli ultimi che abbiano luogo in que’ registri; e nei pareri -da essi dati nulla è di notabile, come in cosa giudicata, e dove pare -che le sentenze, l’una dall’altra poco difformi, non si dessero senza -circospezione. - -[263] G. VILLANI, lib. XII, cap. 113. - -[264] M. VILLANI, lib. III, cap. 89, e lib. IV, cap. 14 e seg.; e -GRAZIANI, _Cronache di Perugia_ (_Archivio Storico_, tomo XVI, parte -II); AMMIRATO, _Storie Fiorentine_. - -[265] Di Landau, e dice lo Stefani ch’egli era del lignaggio di -Wittemberg. - -[266] Leggere gli epitaffi o iscrizioni. — _Vita di Cola di Rienzo_, -scritta in dialetto romanesco da TOMMASO FORTIFIOCCA. - -[267] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 72 e seg. - -[268] In Firenze l’arte della lana non lavorava per non avere più il -porto a Pisa. (_Cronaca Senese_ in MURATORI, _S. R. I_., tomo XV, pag. -170.) - -[269] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 37. — _Cronaca Pisana_ in MURATORI, -_S. R. I._, tomo XV; e _Cronaca_ di RANIERI SARDO in _Archiv. Stor._, -tomo VI. - -[270] Di tale provvedimento scrive LEONARDO ARETINO (lib. VII): «Questo -certamente non fu altro che fare la propria e domestica moltitudine -diventare vile, vedendo altri difendere le sue sostanze, e loro non -imparassino a difendere sè medesimi e le loro patrie.» — MATTEO VILLANI -si lagna che fosse necessità in questa guerra empire le file con la -viltà delle _vicherie_, o milizie del contado. - -[271] Erano prima venuti gli Ungheri in Italia per le guerre contro -la regina Giovanna di Napoli. Tornava poi contro a’ Veneziani il -re Lodovico l’anno 1356 fin sotto Trevigi. Del modo d’armarsi e di -campeggiare di quella nazione, della moltitudine dei cavalli e dei -cavalieri, e fin del vitto ch’essi usavano, è un bel ragguaglio in -MATTEO VILLANI (lib. VI, cap. 53-54). - -[272] Era la Compagnia del Cappelletto famosa in quei giorni: poi -novera il Tronci le Compagnie dell’Aquila Bianca, dell’Aquila Balsana, -delle Chiavi, del Grifon Bianco, del Grifon Staccato, del Leone di -rissa, dei Pappagalli, del Pontedera, degli Spiedi, della Tavola -Rotonda ec. (_Annali Pisani_, an. 1357.) - -[273] Quivi i soldati oltramontani ch’erano al soldo del Comune di -Firenze avevano prima disegnato un altro Spedale pei malati della loro -gente, come ne avevano uno in Pisa fondato da quelli che ivi dimorarono -dopo la morte di Arrigo VII. (PASSERINI, _Storia degli Stabilimenti di -Beneficenza_ ec., pag. 217.) - -[274] MATTEO VILLANI, lib. XI, cap. 16. - -[275] Vedi anche il frammento della Cronaca di messer LUCA DA PANZANO. -(_Giornale Storico degli Archivi Toscani_, tomo V, pag. 70.) - -[276] ANTONIO PUCCI, che in ottave descrisse l’istoria di questa guerra -contro Pisa, quanto a Pandolfo n’esce con dire: _ch’egli ebbe animo -perfetto; e contra sua voglia, per non avere genti, dovette starsi -nelle castella; e che dipoi chiese licenza non senza cagione._ (Cantare -V, ottav. 30, 46. _Deliz. Erud._, tomo VI.) — Il Pucci fu autore anche -del _Centiloquio_, pubblicato dallo stesso P. Ildefonso, vol. III. IV, -V; ma non è altro che l’istoria di G. Villani rattratta in terza rima -con buona lingua e cattivi versi. - -[277] F. VILLANI, continuazione del lib. XI di Matteo. - -[278] Contro ad essi Urbano V l’anno 1366 stringeva lega, egli per -conto dello Stato della Chiesa, col Comune di Firenze e col popolo -Romano e più altre città e Signori d’Italia. Andarono a questo effetto -in Avignone Giovanni Boccaccio e Francesco Bruni: i negoziati per -la lega e altri documenti che risguardano Urbano V sono da leggere -nell’_Archiv. Stor._, tomo XV, e Appendice VII. Vedi anche il _Diario -di un Anonimo Fiorentino_ del secolo XIV nel vol. VI dei _Documenti di -Storia Italiana_, pubblicati dalla Deputazione di storia patria. - -[279] Aveva per milleseicentoventi fiorini data in pegno ad un mercante -fiorentino la sua corona imperiale, che andando a Roma recuperava col -danaro dei Senesi. — _Cronaca Senese_ di NERI DI DONATO, citata dal -Sismondi, che espone a lungo i fatti di Siena e le mutazioni di quella -Repubblica. - -[280] Vedi anche BONINCONTRI, _Annales Samminiatenses_ in MURATORI, _S. -R. I._, tom. XXI. - -[281] Lo Stefani aggiunge un Brunelleschi ed un altro Adimari; noi -diamo i nomi dalla Provvisione che ci ebbe comunicata il signor -Canestrini, e che l’Ammirato aveva letta in originale. Per quello che -spetta all’Acciaiuoli è da notare che Matteo Villani appare a lui molto -devoto. - -[282] AMMIRATO, an. 1358. - -[283] Vedi AMMIRATO agli anni 1352-66, che sono postille di Scipione -Ammirato il Giovine. Sarebbe mancata in quegli anni la persona del -Capitano ma non cessato l’uffizio; nelle Provvisioni si vede il -Consiglio del Popolo ritenere sempre il nome di Consiglio del Capitano. - -[284] Una Provvisione de’ 31 maggio 1359 annulla le fedi o attestazioni -che taluni si avevano procacciate di buoni guelfi: una somigliante, -scrive Gio. Morelli, averne avuta i maggiori suoi. Altra Riforma -del 1361, 24 aprile, ordina: che agli scrutini dei maggiori uffici -assistano quelli tra’ Capitani di Parte che siano di popolo, ed i -Capitani che siano dei grandi agli scrutini per gli uffici dai quali -non siano esclusi i magnati e gli uomini del contado (_comitatini_): -che i Capitani grandi intervengano al Consiglio del Potestà cioè del -Comune, ed i popolani intervengano al Consiglio del Capitano cioè del -Popolo. Da un altro documento della Parte guelfa (12 dicembre 1366) -apparirebbe che gli scrutini pe’ maggiori uffici della Repubblica -fossero tenuti almeno per qualche tempo nel Palagio della Parte; ivi -registrandosi le spese fatte «occasione scruptinei fiendi de Prioribus -Artium et Vexilliferi iustitiæ, Gonfaloneriorum sotietatum et XV -bonorum virorum in Palactio dictæ Partis de præsenti anno.» - -[285] Alcuni ne ha dati il P. Ildefonso ed altri ne abbiamo nel _Diario -di Anonimo Fiorentino_, vol. VI dei _Documenti di Storia Italiana_. - -[286] «Come (restituire) il perdimento della libertà che tutte cose -sormonta? Di quello che poco dire non si può, è meglio il tacere: e -qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può e poco fa, et a molti -offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon -piacere.» - -[287] FILIPPO VILLANI, cap. 65. - -[288] Provvisione dei 3 novembre e 8 dicembre 1366 e 26 maggio 1367. - -[289] VELLUTI, _Cronaca_, pag. 106, 111. - -[290] «Chi supplicasse, venga immediatamente scritto nei libri della -Parte come Ghibellino ed inabile ad ogni ufficio; e il notaio della -Parte intanto subito lo ammonisca: chi cancellasse dai libri quel nome -sia punito come falsario coll’incendio delle sue case.» - -[291] «Quando ero fanciullo che uscivo dall’abbaco, circa 1363, -ricordomi gridarsi da’ fanciulli dell’abbaco, quando uscivano: _Vivano -le berrette_, che tanto vuol dire quanto: viva la portatura di uomini -degni; _Muoiano le foggette_, che tanto voleva dire quanto: muoiano gli -artefici e uomini di vil condizione. E nel 1378 si rivolse tal detto, -e dicevasi: _viva le foggette, e muoiano le berrette_.» (_Ricordi_ di -GINO CAPPONI.) - -[292] Provvisione degli 11 luglio 1371. - -[293] Provvisione del 27 gennaio 1371 (stile fiorentino). — Vedi -_Appendice_ Nº VI. - -[294] P. BONINSEGNI, pag. 606. - -[295] «Fosti voi colui che ordinaste e dettaste quella utile legge e -riformagione di Comune, che non permette che contro a Parte si faccia -alcuna riformagione senza certa grande solennità.» (Lettera di BERNARDO -DA CASTIGLIONCHIO a Lapo suo padre, pubblicata insieme al Discorso.) - -[296] «Per certo i Fiorentini voleano del tutto rompere.» (_Cronaca di -Bologna_ in MURATORI, _S. R. I._, tomo XVIII, pag. 498.) - -[297] È da vedere ampiamente svolto il concetto ghibellino risguardo -al dominio temporale della Chiesa nel _Chronicon Placentinum_, in -MURATORI, _S. R. I._, tomo XVI, col. 528 e seg. - -[298] Il BONINCONTRI, _Annales_, pag. 23, scrive la distruzione degli -Ubaldini avere destata la nimicizia del Legato contro ai Fiorentini. - -[299] «Negli anni 1346-7 essendo stata in Firenze grande carestia e -mortalità e tremoti, novantaquattro mila persone avrebbero avuto il -pane dal Comune.» (GIOVANNI VILLANI, lib. XII, cap. 73.) — E d’un’altra -carestia poco sentita in Firenze vedi _M. Villani_, lib. III, cap. 56. - -[300] _Cronichetta d’incerto_, tra quelle stampate dal Manni; Firenze, -1733; pag. 102. - -[301] L’anonimo autore della _Cronaca Pisana_ (_S. R. I._, tomo XV, -pag. 1067) scrive, il Papa avere chiesto aiuto di danaro alle città -di Firenze, Pisa e Siena, le quali erano seco in Lega; ma gli furono -date parole: «che se prima le città di Toscana avessino mandato al -Papa ottomila fiorini, il Papa non avrebbe fatto pace con i Signori di -Milano, e la Toscana sarebbe rimasa in pace.» - -[302] Andando a morte, furono attanagliati per le vie della città e -da ultimo sepolti vivi col capo all’ingiù, che dicevano propagginare. -Questo barbaro modo di pena, riferito nella _Cronichetta d’incerto_ -(Firenze, 1733, pag. 203), e dal Monaldi nel _Diario_ (con le _Storie -Pistolesi_, Firenze, 1733) è tra le accuse ai Fiorentini date nel Breve -di Gregorio XI. (RAYNALDI, _Annales_, tom. VII, pag. 278.) Quivi e -dal Monaldi è detto il prete essere monaco. — Abbiamo il processo di -quei due pubblicato dal signor Alessandro Gherardi (_Archivio Storico -Italiano_, Serie 3ª, tomo X, parte I, pag. 1 a 23). - -[303] Il signor Alessandro Gherardi pubblicava tutta quella parte degli -Atti del Comune la quale risguarda a questa guerra e al magistrato -degli Otto, preceduta da una sua _Memoria_. (_Archivio Storico_, tomi -VI e VII, Serie 3ª.) - -[304] G. VILLANI, lib. XII, cap. 43, 58, e MARCHIONNE STEFANI, lib. -VIII, rubr. 616 e 628. — Mentre fu in Roma Urbano V, la Signoria ebbe -cura di sospendere per sei mesi ogni statuto che andasse contro alle -ecclesiastiche libertà; ed assegnava compensi ai Frati mendicanti e -agli Spedali per le gabelle pagate alle porte della città, con altri -provvedimenti che l’Ammirato registra sotto gli anni 1367-68. - -[305] TOMMASI, _Storia di Lucca_ (_Archiv. Stor._, tomo X, pag. -254). — Pisa rifiutava la lega a’ 5 dicembre 1375 (RONCIONI, _Istorie -Pisane_ in _Arch. Stor_., tomo VI, parte I, pag. 921), ma v’entrava -con le altre a’ 12 marzo 1376: bensì una lettera di Coluccio Salutati -(_Colucii Epistolæ_, tomo I, pag. 84) non ha i Pisani ed i Lucchesi -tra’ collegati ai quali sono in quella lettera assegnate le rate che -ognuno doveva pagare per le spese della guerra; e in quanto a queste -due città è da vedere la lettera ai Lucchesi di santa Caterina che -ha il n. 206 nella edizione del Gigli. E pure la _Cronaca Pisana_ di -_Ranieri Sardo_ (_Arch. Stor._, tomo VI, parte II, pag. 289 a 94); e la -_Cronaca Senese_ di NERI DI DONATO, in MURATORI, _S. R. I._, tomo XV, -pag. 245 e seg. - -[306] DOMENICO BONINSEGNI, _Storia Fiorentina_, pag. 367-68. - -[307] MARCHIONNE STEFANI, lib. IX, pag. 144. - -[308] D. BONINSEGNI, pag. 565. - -[309] RAYNALDUS, tomo VII, pag. 278. - -[310] Si legge pure (MARCHIONNE STEFANI, rubr. 836, tomo XV) che -«essendo al Concistoro il Papa co’ Cardinali, e cominciato a leggere -il processo, un prete ch’era colla moltitudine a vedere, gli si diè il -mal maestro (_epilessia_). Messer Donato cominciò a gridare: guardatevi -dinanzi, chè il Santo Padre vegga. Ogni uomo si cessò; egli si trasse -innanzi, e non disse Santo Padre, ma — Messere, guardate come li vostri -famigli e clientoli cominciano a stramazzare per la ingiusta sentenza, -innanzi ch’ella sia letta; pensate che seguirà, letta: eh perdio non -date sì ingiusta sentenza, come questa è! — con tanto ardire e franco -animo che ogni uomo si maravigliò; ed il Papa turbato delle parole, se -non fosse stato raffrenato, gli avrebbe fatto villania. Donato gridava, -che la morte era acconcio a soffrire per non tacere la ingiusta -condannagione contro al Comune di Firenze; e molto prima avea rimediato -con umiltà infino a quello punto, quanto uomo avesse potuto fare.» - -[311] _Cronaca Pisana_ in MURATORI, _S. R. I._, tomo XV, pag. 1071; -e vedi gli altri sopracitati. — Bonnaccorso Pitti giovinetto fu tra’ -Fiorentini imprigionati in Avignone. (Vedi la sua _Cronaca_.) - -[312] «La gente che avete assoldata per venire di qua, sostentate -e fate sì che non venga, perocchè sarebbe piuttosto guastare che -acconciare. Guardate, per quanto Voi avete cara la vita, Voi non -veniate con sforzo di gente; ma con la croce in mano, come agnello -mansueto.» (SANTA CATERINA, Lettera VI a Gregorio XI.) — PETRARCA, -_Apologia contra Gallorum calumnias._ - -[313] Sull’eccidio di Cesena vedi _Scritture sincrone_ (_Arch. Stor_., -Nuova Serie, tomo VIII, parte II, 1858): e vedi intorno a questi fatti, -S. ANTONIN., _Chronicon_; e BALUZIO, _Vitæ Paparum Avenionensium._ - -[314] _Cronaca Senese_ in MURATORI, _R. I. S._, tomo XV. - -[315] Scrive la _Cronaca di Bologna_ in MURATORI, _S. R._, tomo -XVIII, pag. 511 e seg.: «I Fiorentini tutto faceano per torsi la briga -d’addosso e darla a noi, come di continuo aveano fatto: aveano a male -la pace che noi trattavamo colla Chiesa, ma non era in loro danno; -e la libertà che essi ci diedero, co’ nostri cattivi cittadini fu -favoreggiata per modo che Dio ne guardi i cani.» - -[316] Abbiamo una lettera di Coluccio Salutati dove in nome della -Repubblica esorta gli Aretini ad estirpare le radici di quel male -e a procedere senza misericordia contro gli autori di esso; ed in -un’altra dello stesso giorno (8 settembre 1377) gli rimprovera perchè -avessero incautamente rimosso la scure pendente sul collo del Vescovo, -e lasciatolo fuggire. Tuttociò in ampie altisonanti parole, molto -ammirate in quella età. (_Epist_. COLUCII; Firenze, 1741; tomo I, pag. -104.) - -[317] BONINCONTRI, _Annales_, in MURATORI, _S. R. I._, tomo XXI, pag. -27. - -[318] _Epistolæ_ COLUCII, tomo I, pag. 58 a 82. «Recordetur Regnum Dei -non esse cibum et potum, sed iustitiam, pacem et gaudium in Spiritu -sancto ec.» In queste parole sembra a me che la rettorica di Coluccio -pigliasse colore dalla eloquenza della Senese, le cui Lettere dovevano -in Firenze essere divulgate. - -[319] BONINSEGNI, pag. 588. - -[320] Lettera di Coluccio a Ruggero Cane, 22 ottobre 1377. - -[321] STEFANI MARCHIONNE, lib. IX, rubr. 757. - -[322] D. BONINSEGNI, pag. 581; e _Cronichetta d’incerto_ ec, pag. 211. - -[323] CAPPONI GINO, _Tumulto de’ Ciompi_, pag. 227. - -[324] SANTA CATERINA, lettere 197, 198, 199. — Vedi anche la lettera -207 a Niccolò Soderini. - -[325] Lettera 2 a Gregorio XI; e vedi pure la lettera 6. - -[326] «Fu sì grande il numero di coloro che furono riformati -(ammoniti), che tutta quasi la città per tal cagione gridava; ma la -Santa Vergine nè ciò fece nè volle farlo, anzi sommamente se ne dolse, -e di più comandò e tosto disse a molti e fece dire ad altri, che -pessimamente facevano a stender le mani a tanti e di tal condizione; nè -dovevano di ciò ch’era stato fatto per ottener la pace, valersi per gli -odii loro tanto ingiustamente ad una domestica guerra.» (_Vita di Santa -Caterina da Siena_, per Fra RAIMONDO DA CAPUA.) - -[327] _Vita di Santa Caterina_ di Fra _Raimondo da Capua_, ediz. del -Gigli, tomo I, pag. 452-53. — CAPECELATRO, _Vita della medesima_. — -TOMMASÉO, _Lettere di Santa Caterina_. — MARCHIONNE STEFANI, lib. IX, -rub. 773, pag. 179. - -[328] Vedi oltre allo Stefani il _Diario_ del Monaldi pubblicato con le -_Istorie Pistolesi_ (Firenze, 1733). — Il Magalotti, essendo una volta -dei Priori, aveva tentato imporre un freno alle violenze dei Caporali -di Parte guelfa. (P. BONINSEGNI, pag. 607.) - -[329] D. BONINSEGNI, pag. 580-81. - -[330] Vedi _Appendice_, Nº VII. - -[331] Pagarono centocinquanta mila fiorini d’oro, ed altri scrive -dugento mila. (STEFANI MARCHIONNE, lib. X, pag. 15.) - -[332] «La Chiesa divisa fa per il Comune nostro e per la nostra libertà -mantenere; ma è contro all’anima, e però non vi si debbe dare opera, ma -lasciar fare alla natura.» (_Ricordi_ di G. CAPPONI.) — «La vicinità -della Chiesa è stata ed è grandissimo ostacolo; la quale per avere le -barbe tanto fondate quanto ha, ha impedito assai il corso del dominio -nostro.» (_Ricordi_ di FRANCESCO GUICCIARDINI, nº 353.) - -[333] Questo si vede nella lingua inglese, dove generalmente le -parole astratte e certe derivazioni più sottili vengono dal latino, -perchè insegnate e propagate da scuole latine; l’idea più semplice -esprimendosi tuttavia con voce germanica. Le scuole poste dai Romani -cominciarono la coltura del popolo inglese fino dai tempi di Agricola; -ed il re Alfredo più secoli dopo sapeva di latino, e anche di greco, -quando nulla ne sapevano i suoi Germani: così la lingua inglese si -formava tedesca di origine, latina di scuola. - -[334] - - «_De secreto conflictu curarum suarum_.» - «Nè sì nè no nel cuor mi suona intero.» - -[335] TOMMASÈO, _Lettere di Santa Caterina da Siena_. Quattro volumi, -Firenze, G. Barbèra, 1860. - -[336] _Lettere del Beato Giovanni dalle Celle_. — _Lettere di Santi e -Beati Fiorentini_. - -[337] MATTEO VILLANI, lib. I, cap. 8 e 90. — AMMIRATO, _Stor. Fior.,_ -an. 1334. — PREZZINER, _Storia dello Studio fiorentino._ - -[338] MARCHIONNE STEFANI, lib. XII, rub. 946. - -[339] Il Boninsegni, che trasse ogni cosa dal Villani, rinchiude il -discorso in queste parole: «Chi cercherà bene, troverà che Roma e tutte -l’altre terre di Toscana sono libere da ogni sommessione imperiale, -perchè in lei fu il principio dello Imperio.» _Storia Fiorentina_ del -BONINSEGNI, pag. 437. - -[340] In questo luogo è oscurità, dipoi vengono parole inutili: alcuni -però dei punti che abbiamo dovuto noi porre sono colpa della fallace -lezione, la quale deturpa e toglie senso alcune volte alle Istorie -dei tre Villani. Sarebbe tempo cessasse questa vergogna della inerzia -nostra, e che uno al certo tra’ più insigni documenti di que’ secoli -non fosse a luoghi un geroglifico. - -[341] _Discorsi_ di VINCENZIO BORGHINI, tomo II. - -[342] Chi si sarebbe mai figurato che Anton Maria Salvini fosse un uomo -feroce? - -[343] Ritrinciarsi, _se retrancher_. Abbiamo _trincèa_, non da -_trinciare_, ma da _tranchée_, parole che sono tutte dello stesso -parentado; ed il Salvini per uso suo fece quest’altro equivalente. - -[344] Le provvisioni che si pubblicano in quest’Appendice son -tratte dagli originali Registri, esistenti nell’Archivio di Stato di -Firenze; e alcune di esse furon trascritte in un Codice di Nº 749 già -appartenuto al Magistrato dei Capitani di Parte ed ora conservato nel -medesimo Archivio. - -[345] Riproduciamo questa _Nota_ qual’era nella edizione prima e -solamente con poche aggiunte che allora non furono in tempo alla -stampa. D’allora in poi molti hanno continuata questa benedetta -controversia intorno alla Storia di Dino Compagni, e i nostri lettori -ci sapranno grado se noi ci asteniamo dal ripigliarla per nostro conto: -qual cosa vorremmo potere dire del breve esame che ne ha fatto il dotto -signor prof. Hegel, ma non è permesso a noi di lodarlo perchè egli -inclina verso le opinioni nostre. Dunque ce ne stiamo a quello che -prima fu detto da noi. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI -FIRENZE V. 1/3 *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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BARBÈRA, EDITORE.<br /> -—<br /> -<span class="small">1876.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<div class="blockquote"> -<p> -Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per -godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria. -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">G. Barbèra.</span> -</p> - -<p class="indl"> -<i>Gennaio 1875.</i> -</p> -</div> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> -</p> - -<h2 id="prefaz1">PREFAZIONE -<span class="smaller">ALLA PRIMA EDIZIONE IN-8º DEL 1875.</span></h2> -</div> - -<p> -Essendo a tutti oramai noto che le Prefazioni si -fanno da ultimo; e poichè, fuori d’ogni mia speranza, -mi fu concesso condurmi al termine di questo lavoro, -voglio pur dire intorno ad esso alcune cose che poi -mi dispiacerebbe avere taciute. Che io mi ci mettessi, -andò a questo modo. Una gentile francese, madama -Ortensia Allart, nota in Italia come in Francia per -molte sue pubblicazioni, frutto di studi più che femminili -e d’un pensiero che gode spaziare sul corso -dei tempi; mandò alle stampe nel 1843 un ristretto -della Storia della Repubblica Fiorentina, che per -molti rispetti è il migliore di quanti se ne abbiano -tentati fin qui. Di questo Libro il signore Alessandro -Carraresi negli anni seguenti aveva compito una -traduzione: ma in esso alcune cose erano di troppo -per noi Italiani, altre non bastavano. Mi posi a farvi -così a mente alcune note, poi a ristringere alcuni -brani del testo francese, altri ad allargare: così a -poco a poco mi trovai con tutto il pensiero dentro -<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> -alla Storia di Firenze. I tempi erano fortunosi e a -me difficili per molti rispetti: questo pensiero m’accorsi -che mi era un riposo, e quindi usciva, quale -si sia, l’Istoria presente, spesso interrotta per varie -cause intramezzata da altri studi. In essa ritrovo -perfino certe intonazioni che nei primi tempi a me -venivano dallo Scrittore francese; di queste cose io -ringrazio la Donna gentile, e più dell’avermi, senza -che ella vi pensasse, imposto un obbligo che a me -fu spesso un grande sollievo. Assunto una volta, mi -pareva che fosse dovere di galantuomo porvi grandissima -diligenza e molto pensarvi; perchè una storia -fatta alla leggera, spesso riesce una storia falsa, -cioè una menzogna. Così per tutti i mancamenti di -questo Libro, sappia il Lettore che io non cerco a -me altra scusa, eccetto quella molto plausibile del -non avere io saputo fare più e meglio. -</p> - -<p> -In questi tempi un’altra cosa venne a fermare -in me il proposito di pormi sul serio a fare una -Storia della Repubblica di Firenze. N’ebbe prima -in mente l’idea il signor Thiers, tanto da avere bene -adocchiato e lungamente adoperato nel Canestrini -l’uomo capace a provvedergliene qui la materia dagli -Archivi nostri. Soleva dire il signor Thiers, che -a lui parendo andare il mondo a una democrazia, -era sopra ogni altra storia da studiare questa, come -la più democratica dei tempi antichi e dei moderni. -Ma un’altra Storia maggiore di troppo e tutta francese -a sè chiamava l’illustre Autore; ed egli ha in -oggi deposto affatto ogni pensiero di questa nostra, -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -la quale avrebbe da lui avuta una celebrità che da -niun altri potrebbe avere. -</p> - -<p> -Contuttociò non avrei potuto in modo nessuno venire -a capo di questo Libro se allo scriverlo non -avessi avuto l’opera continua e amorevole del Carraresi -che potrà sempre dire pensando a me, <i>oculus -fui cæco</i>. Mi è caro poi rendere grazie al signor -Cesare Guasti che all’edizione volle prestare con -tanta sua benignità le ultime cure, e che l’arricchiva -di alcuni Documenti, con l’aiuto di quei valentuomini -che nel Grande Archivio di Stato seco attendono -a una istituzione molto onorevole al Paese nostro. -Nè potrei qui tacere il nome del signor Barone Alfredo -Reumont, del quale ho già detto a suo luogo -come egli mi abbia nelle frequenti sue conversazioni -di questi anni fatto quasi respirare l’aria di quei -secoli nei quali vive con la memoria capacissima. Mi fu -egli inoltre d’eccitamento alla presente pubblicazione, -cui fece onore forse anche troppo il signor Gaspero -Barbèra, quando egli volle a una Storia tutta popolana -dare un abito che ha del signorile. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -SOMMARI DEL TOMO PRIMO.</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><span class="smcap">Libro Primo.</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> I. — <span class="smcap">Origine di Firenze</span></td> <td class="pag"><a href="#cap1-1">Pag. 1</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Firenze, mercato di Fiesole, poi colonia romana. — Editto di Tiberio a favore dei Fiorentini. — Traccie d’edifizi romani in Firenze. — An. 405, 8 ottobre, giorno di Santa Reparata, un esercito di barbari sotto Radagasio è debellato da Stilicone nei monti di Fiesole. — An. 542, Totila re Goto assedia Firenze; la quale nè fu distrutta da Attila, nè riedificata da Carlo Magno. — Il Cristianesimo in Firenze fino dal IV secolo; antichi vescovi e antiche chiese. — Firenze, figlia di Roma; la razza etrusca si mantenne più in Fiesole. — Leggende intorno a Catilina e ad un re di Fiesole. — Vennero i Barbari e pigliarono residenza negli alti luoghi e nei castelli: gli antichi popoli abitavano le pianure. — Prime famiglie venute a stare in Firenze. — I Barbari poco numerosi nella Toscana, per la magrezza del suolo, e per essere meno percorsa dagli eserciti. — Verso l’anno 1010 i Fiesolani e i Fiorentini fanno un solo popolo con un solo stemma; è però falso che in quell’anno i Fiorentini pigliassero Fiesole.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> II. — <span class="smcap">La contessa Matilde. — Ampliazione del contado. — Prime zuffe cittadine. — Lega tra le città di Toscana. [An. 1050-1215]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap2-1">8</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">La contessa Matilde. — Primo cerchio della città e nuova cinta di mura. — An. 1081, l’imperatore Arrigo IV assedia Firenze, poi è costretto levare il campo. — La contessa Matilde promuove le libertà comunali ed amplia a Firenze il contado: le milizie fiorentine combattevano sotto al comando della Contessa. — An. 1115; morte della Contessa Matilde: progredisce l’indipendenza della città, soccorso ai Pisani e storia delle colonne di porfido. — An. 1125, presa di Fiesole: an. 1135, castello di Montebuoni abbattuto e i Buondelmonti costretti farsi cittadini. — Altre guerre in Toscana dove interviene l’autorità dei Marchesi. — An. 1147, crociata in Terrasanta. — Cacciaguida. — Firenze e Pisa messe al bando dell’Impero. — Le città di Toscana esercitando l’indipendenza si preparano a possederla. — Firenze in guerra con gli Aretini e coi Senesi. — An. 1177, <span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> prime guerre civili in Firenze: gli Uberti. — Pace di Costanza, an. 1183. — Empoli divenuta censuaria dei Fiorentini: castelli espugnati, i Conti di Mangona e di Vernio ricevuti in accomandigia. — Il Barbarossa venuto in Toscana toglie a Firenze tutto il contado. — Arrigo suo figlio tiene l’an. 1187 corte in Fucecchio; poi, morto il padre l’an. 1190, crea Duca di Toscana Filippo suo fratello. Questi l’an. 1197, morto Arrigo, abbandona l’Italia, e fu l’ultimo in Toscana dei Duchi o Marchesi: Firenze racquista il suo Contado. — Prima Lega Toscana fermata in San Genesio alla presenza di due Legati di Celestino III. — Certaldo e Figline fanno dedizione al Comune di Firenze; Semifonte distrutto per lunga guerra con divieto di farlo risorgere. — Montelupo edificato all’incontro di Capraia che era in forza dei Conti Alberti; Montemurlo avuto in compra dai Conti Guidi; altri castelli abbattuti: tenevano in protezione Montepulciano e Montalcino, dal che lunghe guerre co’ Senesi.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> III. — <span class="smcap">Governo di Firenze. — Guelfi e Ghibellini, Buondelmonti e Uberti. — Affrancazione dei contadini. — Guerre in Toscana. — Cacciata dei Guelfi. [An. 1215-1249.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap3-1">22</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Firenze retta da Consoli, dei quali varia il numero; antichi sono i Consoli delle Arti. — I Potestà non cominciano in Firenze subito dopo la pace di Costanza; dal 1218 in poi continua la serie dei Potestà sempre forestieri. — I Vescovi non ebbero in Firenze giurisdizione politica, e furono spesso col popolo. — Fondazione dell’Abbazia di Valombrosa. — 1215. Uccisione di Buondelmonte dei Buondelmonti: le nobili famiglie della città si dividono, e vi entrò il nome di Guelfi e di Ghibellini. — 1217. Cavalieri fiorentini alla Crociata; Buonaguisa della Pressa. — 1218. I Fiorentini fanno giurare alla Signoria del Comune tutto il Contado, e nel 1233 registrare i nomi degli abitatori, ciascuno secondo la sua condizione: abbattono molte castella di Nobili. — Continua la guerra con Siena. — Guerra contro Pisa. — 1229. Muore Accorso da Bagnolo glossatore. — Firenze cresceva molto in quest’anni per le arti e pei commerci: antichi dentro la città il Battistero di San Giovanni, e fuori il tempio di San Miniato. — Si popola il Sesto d’Oltrarno per nuove famiglie; edificazione di due ponti. — Sètta dei Paterini in Firenze, promossa da Federigo: battaglie contro essi in città, ricordate da due colonne. — Fondazione dell’Ordine dei Serviti. — I Ghibellini di Firenze rafforzati da cavalieri tedeschi, percuotono i Guelfi; questi, abbandonata la città, si spargono pei castelli e per le ville. — Torri dei Guelfi abbattute. — Espugnazione del castello di Capraia, dove molti Guelfi se erano rifuggiti; i quali trattati crudelmente dall’Imperatore sono da lui condotti in Puglia.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> IV. — <span class="smcap">Prima vittoria del Popolo, e Governo degli Anziani. — Felicità dei Guelfi. [An. 1250-1254.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap4-1">34</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">I Guelfi pigliano forza: il popolo si raduna in arme, elegge un Potestà nuovo e un Capitano del Popolo e dodici Anziani [20 ottobre 1250]. — Descrizione della gioventù in compagnie, sotto al comando del Capitano del Popolo. — Popolazione del contado divisa in <span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> leghe per la difesa del Comune. — Fondazione del Palazzo del Potestà. — Firenze si dichiara guelfa. — Nobili famiglie ghibelline mandate in bando fanno lega co’ Senesi. — Nuova moneta del fiorino d’oro. — Firenze si pone a capo della Parte guelfa; rinnalza e assicura questa nella città di Pistoia, soccorre i Perugini, combatte guerre fortunate contro Arezzo e Volterra e Pisa e Siena. — An. 1254, ch’ebbe nome d’anno vittorioso.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> V. — <span class="smcap">Manfredi re di Napoli aiuta i Ghibellini. — Battaglia di Montaperti. [An. 1254-1260.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap5-1">39</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Moti dei Ghibellini, e bando dato alle maggiori di quelle famiglie. — Guerra con Pisa in servigio dei Lucchesi; virtù d’Aldobrandino degli Ottoboni. — Costumi dei Fiorentini. — Serraglio dei Leoni. — Guerra con Siena. — Il Carroccio. — Astuzia di Farinata degli Uberti; cavalieri tedeschi mandati da Manfredi. — Inganno tessuto da Farinata ai Fiorentini. — Consigli del Tegghiaio Aldobrandi e degli uomini prudenti; temerità d’alcuni degli Anziani. — Aiuti a Firenze di tutti i Guelfi di Toscana, a Siena delle città ghibelline. — I Fiorentini pongono il campo sul fiume dell’Arbia presso al castello di Montaperti. — Apparecchi dentro Siena, battaglia, tradimento di Bocca Abati, difesa del Carroccio. — Grande sconfitta dei Guelfi.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VI. — <span class="smcap">Firenze in mano ai Ghibellini. — Farinata degli Uberti vieta la distruzione della città. — Miseria dei Guelfi. — Discesa in Italia di Carlo d’Angiò, e morte del re Manfredi.</span> [1260-1266.]</td> <td class="pag"><a href="#cap6-1">51</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">I Ghibellini in Firenze. — Le famiglie Guelfe abbandonano la città. — Parlamento in Empoli, dove Farinata proibisce che Firenze sia disfatta. — La Toscana viene tutta nelle mani dei Ghibellini. — Famiglie guelfe rifugiate in Lucca, di dove poi sono costrette partirsi. — Miseria dei Guelfi, che si spargono per l’Italia e fuori. — Urbano IV chiama in Italia Carlo d’Angiò fratello di San Luigi re di Francia. — Battaglia di Benevento, morte di Manfredi.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VII. — <span class="smcap">Finale vittoria dei Guelfi. — Costituzione delle Arti. — Magistrato di Parte guelfa. — Governo della città dato al re Carlo per dieci anni. [An. 1266-1267.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap7-1">56</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">I Guelfi levano il capo. — Due Frati Gaudenti vengono in Firenze a stare in luogo del Potestà. — Questi eleggono trentasei buoni uomini a riordinare la città. — Costituzione in collegi armati delle sette Arti maggiori e di cinque minori. — Insorgono molte potenti famiglie ghibelline, e con l’aiuto di cavalieri tedeschi combattono il popolo; ma tutti insieme sono costretti uscire dalla città, che rimase allora libera di sè stessa. — Signoria data al re Carlo per dieci anni. — Ingerenza in questi fatti del pontefice Clemente IV. — Costituzione della città: vendita dei beni dei Ghibellini: famiglia dei Mirabeau. — Creazione del magistrato di Parte guelfa. — Venuta in Firenze del re Carlo.</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><span class="smcap">Libro Secondo.</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> I. — <span class="smcap">Gregorio X in Firenze. — Pace del cardinale Latino. — Istituzione del Magistrato dei Priori. [An. 1268-1282]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap1-2">69</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">1268. Corradino in Toscana. — Vendette contro ai Ghibellini. — An. 1273. Gregorio X in Firenze; pace da lui procurata tra le due parti, ma subito rotta; la città interdetta. — Per la prepotenza del re Carlo, Niccolò III consente al ritorno d’un luogotenente imperiale in San Miniato. — Discordie tra’ Guelfi. — 1280. Niccolò III manda il Cardinale Latino in Firenze: questi ferma una pace per la quale tornano i Ghibellini; i magistrati da mutarsi ogni due mesi: il Papa custode di quella pace. — Vespro siciliano. — Termine della Signoria di dieci anni concessa al re Carlo. — Abbassamento della Parte ghibellina. — 1282. Istituzione del Priorato. — Ordinamento delle Arti minori.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> II. — <span class="smcap">Sconfitta dei Pisani alla Meloria. — Il conte Ugolino della Gherardesca. — Guerra contro ai Ghibellini d’Arezzo; vittoria di Campaldino, e buono stato della città di Firenze. [An. 1282-1292.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap2-2">81</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Sconfitta dei Pisani alla Meloria: il Conte Ugolino della Gherardesca. — Guerra contro ai Ghibellini di Arezzo. — Vantaggio ottenuto dagli Aretini alla Pieve del Toppo. Formazione dei due eserciti. — 11 giugno 1289, battaglia di Campaldino: grande rotta dei Ghibellini. — Mossa inutile verso Arezzo. — Feste in Firenze.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> III. — <span class="smcap">Giano della Bella. — Ordini della giustizia contro i Grandi. — Istituzione del Gonfalonierato. [An. 1293-1295.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap3-2">89</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Felice stato della città. — Gli antichi Nobili e gli uomini del Contado. — 1293. Giano Della Bella. — Ordinamento della Giustizia e leggi successive contro ai Grandi. — Istituzione dell’ufficio di Gonfaloniere, sommo magistrato eletto a due mesi per la difesa dello Stato popolare e per l’esecuzione delle leggi contro ai Grandi. Aveva il comando delle milizie cittadine e di quelle che venivano somministrate dalle Leghe del Contado. — Pace con Pisa. — La città si divide per la esecuzione delle nuove leggi; avversi i giudici alle condanne. Il magistrato di Parte guelfa. I Grandi attizzano contro a Giano Della Bella l’odio del popolo; quegli va diretto al fine suo. — 1295. Corso Donati accusato di malefizio, viene assolto dal Potestà; questi, assalito dal popolo in furia, è tolto di ufizio. — Inquisizione contro a Giano per avere messo la terra a romore; Giano si parte ed è bandito. — Bonifazio VIII nemico a Giano: questi moriva esule in Francia.</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> IV. — <span class="smcap">Cerchi e Donati. — Bianchi e Neri. [An. 1295-1300.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap4-2">103</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Vendette di parte; il Pecora beccaio. — I Grandi e i Ghibellini chiamano in Arezzo un Capitano dell’Imperatore. Non fece alcun frutto, e i Guelfi viepiù si rinforzavano. — Comincia la edificazione di Santa Maria del Fiore, di Santa Croce, e del Palazzo della Signoria. — Vieri dei Cerchi e Corso Donati. — Le parti loro pigliano nome di Bianca e Nera. In questa, le nuove famiglie mercanti che dominavano la città col nome guelfo: la parte Bianca era meno astiosa contro ai Grandi e ai Ghibellini. — Zuffe in città tra le due parti. — 1300. Bonifazio VIII manda in Firenze paciere il Cardinale d’Acquasparta, che parve troppo amico ai Neri e dovè partirsi. — La Signoria bandisce i capi delle due parti: priorato di Dante. — Guido Cavalcanti. — Prevale in Toscana la parte dei Bianchi.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> V. — <span class="smcap">Venuta in Firenze di Carlo di Valois. — Cacciata dei Bianchi. — Esilio di Dante. [An. 1301-1302.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap5-2">113</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Bonifazio VIII commette a Carlo di Valois venire in Firenze arbitro delle contese. — La Signoria manda ambasciatori al Papa, tra i quali era Dante. — Corso Donati e i Neri si accaparrano il favore del Papa e di Carlo. — Questi entra in Firenze con molti Francesi armati e con la promessa scritta da lui di non esercitarvi signoria nè giurisdizione. — Ma le violenze tosto cominciano eccitate dai Neri, essendo la Signoria inetta. — Corso Donati, rotto il bando, entra in Firenze con armati, esercita vendette contro a’ suoi nemici; ruberie, arsioni nella città e nel contado. — Il Cardinale d’Acquasparta torna in Firenze, ma i Neri essendosi opposti a ogni conciliazione, parte sdegnato. — Uccisioni tra parenti; morte del figlio di Corso Donati. — Per la denunzia d’una congiura, condanne in Firenze di morti e perdita degli averi e distruzioni delle case: esigli e bandi di rubello continuati anche dopo la partenza di Carlo di Valois: seicento persone bandite; Dante era tra esse.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VI. — <span class="smcap">Pace tentata dal cardinale Niccolò da Prato. — Incendio in Firenze. — Assalto dei fuorusciti. — Morte di Corso Donati.</span> [1303-1308.]</td> <td class="pag"><a href="#cap6-2">126</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Prevalenza d’alcune famiglie nuovamente sorte col nome guelfo. — Discordie e zuffe, per cui la città è data in guardia ai Lucchesi. — Pacificazione generale cercata dal Cardinale Niccolò da Prato. — Tornano alcune famiglie di Bianchi. — Rovina del Ponte alla Carraia, con grande numero di morti, in occasione d’una festa. — Gelosie contro ai Bianchi tornati: si viene alle armi. — [10 giugno 1304] uno degli Abati appicca il fuoco nel primo cerchio, dov’erano le più antiche case dei Nobili. — Consumò l’incendio tutta quella parte della città: i Cavalcanti furono i più distrutti. — I Bianchi di fuori muovono mescolati co’ Ghibellini contro a Firenze: alcuni di loro [20 luglio], avendo fatto capo alla Lastra, entrano in città, ma sono <span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> ributtati e molti uccisi. — Roberto duca di Calabria viene capitano dei Fiorentini all’assedio di Pistoia. — 1306. Pistoia si arrende ai Fiorentini ed ai Lucchesi. — Istituzione dei Gonfalonieri di compagnie: nuovo ufficio di Esecutore degli Ordini di giustizia. — Il cardinale Napoleone degli Orsini tenta una impresa contro a Firenze. — Corso Donati, voltandosi ai Grandi e ai Ghibellini e ai Signori di fuori, viene condannato ed assalita e combattuta la casa sua; ma infine Corso, fuggendo, è ucciso [6 ottobre 1308].</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VII. — <span class="smcap">Arrigo VII. — Uguccione della Faggiuola. — Signoria del re Roberto. [An. 1309-1321.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap7-2">142</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Arrigo di Lussemburgo alzato all’Impero col favore di Clemente V, vuol farsi in Italia pacificatore: gli uomini più saggi confidano in lui. — Manda in Firenze suoi Legati, male accolti dai grandi Guelfi. — La Parte guelfa e la ghibellina per tutta Italia fanno apparecchi di guerra. — 1310. L’Imperatore scende in Italia. — 1311. Riceve in Milano la corona. — Firenze, capo e anima d’una Lega guelfa in Toscana, fomenta le ribellioni in Lombardia. — Due Legati imperiali vengono fino alla Lastra presso Firenze, ma qui assaliti da gente armata e svaligiati, passano in Casentino per la via dei monti: poi vanno a porre camera imperiale in Civitella, luogo del Vescovo di Arezzo, citando a ubbidienza Guelfi e Ghibellini. — L’Imperatore a Pisa. — In Firenze, uccisione di due capi della Parte guelfa. — Nuova legge contro ai Ghibellini. — 1312. Arrigo riceve la corona in San Giovanni Laterano, gran parte di Roma essendo in mano del re Roberto capo della Lega guelfa. — Arrigo, sforzata la via per la Toscana, pone a’ 19 di settembre il campo a San Salvi sotto alle mura di Firenze. — [31 ottobre]. È costretto levare il campo. — Si ferma due mesi in San Casciano, indi a Poggibonsi, e non senza combattimenti torna in Pisa a’ 9 di marzo 1313. — Firenze riceve un Vicario del re Roberto senza mutare il governo. — 24 agosto. Arrigo muore in Buonconvento. — Uguccione della Faggiuola diventa signore di Pisa e di Lucca e capo di molte forze ghibelline, contro alle quali il re Roberto e i Fiorentini radunano un grande esercito di Guelfi: sono sconfitti a Montecatini, 27 agosto 1315. — Divisioni in Firenze: Lando d’Agubbio Bargello. — 1316. Uguccione perde lo Stato. — Guerre sotto Genova e in Lombardia, condotte dal re Roberto. — Castruccio Castracani lucchese, tirando a sè molte forze ghibelline, comincia [1320] la guerra in Toscana, e viene a porsi nel giugno 1321 fin sotto Fucecchio. — Collegio di Dodici Buoni uomini aggiunto ai Priori.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VIII. — <span class="smcap">Dante; scrittori e artisti suoi contemporanei. [An. 1268-1322.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap8-2">165</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Notizie intorno alla vita e alle opere di Dante. — Giovanni Villani. — Primi poeti toscani. — Guittone d’Arezzo. — Guido Cavalcanti. — Cino da Pistoia. — Francesco da Barberino. — Fra Jacopone da Todi. — Buonagiunta da Lucca. — Francesco Stabili detto Cecco d’Ascoli, arso in Firenze nel 1327. — Scrittori di prosa: Brunetto Latini, Ricordano Malespini, Bono Giamboni; versioni dal latino. — Dino Compagni. — Fra Giordano da Rivalta, Domenico Cavalca, Bartolommeo da San Concordio, pisani. — Giovanni Pisano, scultore: <span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> antichi monumenti di quella città. — Giovanni Cimabue, maestro di Giotto. — Arnolfo di Lapo disegnò la chiesa di Santa Maria del Fiore e quella di Santa Croce ed il Palazzo della Signoria e la Torre. — In quelli stessi anni, le chiese del Carmine, di Santa Maria Novella, di San Marco, la Loggia d’Orsanmichele, il Campanile. — Istituzioni di carità cittadina: Compagnia della Misericordia, Bigallo, Spedale di Santa Maria Nuova cominciato da Folco, padre di Beatrice Portinari. — Terzo Cerchio della città. — Industrie, commerci, viaggi dei Fiorentini: perchè Bonifazio VIII dicesse che erano nel mondo il quinto elemento.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><span class="smcap">Libro Terzo.</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> I. — <span class="smcap">Imprese e morte di Castruccio. — Interne riforme; i Magistrati tratti a sorte. [An. 1322-1328.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap1-3">183</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Primi fatti di Castruccio. — Viene fin sotto Prato il primo di luglio 1323; ma tosto poi levato il campo, si riduce a Serravalle. — I Fiorentini popolarmente volendo da Prato procedere oltre, i Nobili si oppongono: scisma nel campo, e indi in Firenze, dove gli sbanditi pretendono essere rimessi: tentano entrarvi per forza, ma il colpo fallisce; e tre dei grandi puniti. — Alcuni degli sbanditi ottengono il ritorno. — Fazione dei Serraglini; condanna dei Bordoni. — Riforma per cui la Signoria e i maggiori uffici sono tratti a sorte. — Istituzione dei Pennonieri per maggior guardia della città. — Nobili per grazia recati a popolo. — Fallimento degli Scali e Amieri. — I Fiorentini, dopo avere soccorso a Genova e in Lombardia la Parte guelfa, raccolgono intorno a sè aiuti delle città amiche, assoldano Francesi e Tedeschi, e vanno contro a Castruccio: questi con grandi forze ghibelline, soccorso da Azzo Visconti con seicento cavalieri, vince grande battaglia all’Altopascio, 23 settembre 1325. — Viene sotto Firenze, empiendo di devastazioni e di rovine tutto il piano e le colline circostanti, 1326. — Signoria data per dieci anni al Duca di Calabria. — 1327. Discesa in Italia di Lodovico il Bavaro. — Viene a Pisa con Castruccio, il quale creato Duca di Lucca, lo accompagna fino a Roma; poi torna in Toscana per la ricuperazione di Pistoia, dove erano entrati per sorpresa i Fiorentini. — Dopo lungo assedio riavuta Pistoia, Castruccio muore il 3 settembre 1328. — Novembre. Per la morte del Duca di Calabria, Firenze tornata in libertà, riordina il governo. — Condanna a morte di Cecco d’Ascoli.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> II. — <span class="smcap">Il re Giovanni di Boemia scende in Italia. — Piena d’Arno. — Dedizione di Pistoia, ed altri acquisti. — Guerra con Mastino della Scala; fallita impresa di Lucca. [An. 1328-1342.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap2-3">205</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Carestia in Firenze, e pubblici provvedimenti. — Tedeschi al Cerruglio offrono Lucca in compra ai Fiorentini, poi la vendono a uno <span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span> Spinola. — Guerra in Val di Nievole e in Val d’Arno. — Scende in Italia il re Giovanni di Boemia d’accordo col Papa. I Fiorentini lo combattono, fatta lega co’ Signori ghibellini di Lombardia: è vinto, e torna in Germania. — 1333. Inondazione grandissima in Firenze e nel contado: viene in Firenze la processione dei Flagellanti. — Fallimento dei Bardi e dei Peruzzi. — Dedizione di Pistoia, d’Arezzo, di Colle di Val d’Elsa. — Conti e Signori di castelli ricevuti in protezione o accomandigia dalla Repubblica. — Terre franche edificate, vassalli fatti sorgere a coloni liberi. — Lunga contesa con gli Ubaldini; la Repubblica di San Marino. — Guerra con Mastino della Scala. — Compra di Lucca, e fallita impresa contro a questa città.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> III. — <span class="smcap">Il Duca d’Atene.</span> [1342-1343.]</td> <td class="pag"><a href="#cap3-3">221</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">I Grandi e il Popolo sempre in arme tra loro: congiure, condanne. — Stava il Governo nelle maggiori famiglie popolane, delle quali erano venti Commissari, preposti alla guerra contro Lucca e diffamati dopo il mal’esito della impresa. — Gualtieri di Brienne duca d’Atene eletto capitano generale. — Pratica intelligenze coi Grandi e col popolo minuto contro ai mezzani prepotenti. — Fa Parlamento, e viene eletto Signore per un anno, e quindi a vita, 8 settembre 1342: occupa il Palazzo e abolisce il Gonfalonierato. — Si aliena i Grandi, promuove la plebe minuta: sue violenze, rapine, corruttele. — Fa pace co’ Pisani e lega con Signori di Lombardia. — Tre congiure che insieme si uniscono contro lui. — 26 luglio 1343, tutta la città in arme, asserragliate le vie; d’Oltrarno si smuovono Grandi a cavallo e popolo armato in grande numero; tutti vanno contro al Palagio. — Assedio al Palagio: crudeli vendette popolari contro a’ ministri del Duca. Questi infine rinunzia il Governo e torna in Puglia. — Quattordici eletti a riformare lo Stato.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> IV. — <span class="smcap">Cacciata dei Grandi. — Peste in Firenze. [An. 1343-1348.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap4-3">237</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Ribellione del distretto. — I Grandi messi a parte degli uffici. — La città divisa in Quartieri. — Il popolo minaccioso impone ritogliere ai Grandi gli uffici. — Sedizione d’Andrea Strozzi, 24 settembre 1343. — I Grandi si afforzano seguiti da molta plebe; ma tutti quelli della parte destra dell’Arno sono costretti venire a patti. — L’Oltrarno rimane in forza dei Grandi: assalto alle case dei Frescobaldi, poi a quelle dei Bardi, che infino sono espugnate e vanno a sacco. — Una radunata di malandrini rubatori, dalle milizie del Potestà è percossa e gastigata. — Nuova riforma: passa il Governo dal grasso popolo negli artefici. — Effetti della cacciata dei Grandi. — 1348. Peste in Firenze e sue conseguenze.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> V. — <span class="smcap">Della città e stato di Firenze. — Entrate e spese del comune</span></td> <td class="pag"><a href="#cap5-3">248</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Morte di Giovanni Villani. — Contado e Distretto; Fortezze. — Popolazione; consumi. — Scuole. — Chiese e conventi, spedali. — Fondachi, numero dei panni, Arte della lana e Arte di Calimala, Cambiatori. — Signorie forestiere, giudici, ufiziali. — Ville intorno a Firenze. — Entrate e spese del Comune.</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VI. — <span class="smcap">Guerra con l’Arcivescovo di Milano. — Trattato con l’imperatore Carlo IV. — Il Magistrato di Parte guelfa. — Albizzi e Ricci. [An. 1349-1358.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap6-3">258</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Recuperazione di Colle, di San Gemignano, di Prato: strage dei Guazzalotri: accordo con Pistoia, nella quale mettono guardia. — Potenza di Giovanni Visconti arcivescovo di Milano: rompe guerra ai Fiorentini ed entra nel Mugello. — Nuova condizione dei Ghibellini in Toscana. — Carlo IV, imperatore debole, tratta in segreto coi Fiorentini. — I Veneziani e il Papa s’accordano a fare scendere l’Imperatore in Italia. — Carlo IV, coronato in Monza, viene a Pisa. — 1355. Trattato pel quale i reggitori di Firenze sono fatti vicari imperiali: nè a lui nè all’Imperatrice è permesso di entrare nella città. — Carlo IV, coronato in Roma, torna in Allemagna. — Prevalenza negli uffici delle Arti minori e nelle città di nuovi uomini venuti di fuori: consorterie, sètte, scioperi degli artefici. — Il Magistrato di Parte guelfa. Come ivi dominassero gli ottimati. — Della esclusione dei Ghibellini si fa un’arme contro alla parte popolare; arbitrio tirannico di cui s’investe quel Magistrato; pronunziano senza forma di giudizio divieti di accettare ufficio, ai quali danno nome di ammonizioni. Di qui nasce la contesa tra gli Albizzi e i Ricci.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VII. — <span class="smcap">La Gran Compagnia. — Guerra co’ Pisani. — Seconda venuta di Carlo IV in Italia. — Il Magistrato di Parte guelfa: Ammonizioni. [An. 1358-1374.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap7-3">291</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Milizie straniere in Italia, la gran Compagnia. Questa volendo dalla Romagna passare in Toscana (1358), è rotta dai villani dell’Appennino. — I Fiorentini per lungo contrasto co’ Pisani si adoprano a richiamare i commerci a Talamone, e mettono in mare galee armate. — Volterra viene in signoria della Repubblica. — Guerra con Pisa [1362]. — Morte di Piero da Farnese, capitano dei Fiorentini: Pandolfo Malatesta sospettato. — I Pisani vengono fin sotto le mura di Firenze: poi avendo una compagnia inglese mutato bandiera, si fa pace [1364]. — Urbano V, e Carlo IV in Italia [1369]: potenza di Bernabò Visconti. — San Miniato viene in potestà della Repubblica. — Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del regno di Napoli, sospettato in Firenze. — Leggi che rafforzano l’arbitrio del Magistrato di Parte guelfa. — Piero degli Albizzi. — I Ricci perdono lo Stato.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> VIII. — <span class="smcap">Guerra con papa Gregorio XI. [An. 1375-1378.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap8-3">318</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Romagna recuperata al Patrimonio della Chiesa. — Mala contentezza dei Fiorentini e animosità contro essi dei Legati di Bologna: Giovanni Hawkwood condottiero inglese. — Guerra contro al Legato. — Quali leggi gravassero i cherici. Inquisizione. — Gli Otto della guerra. — Lega con Bernabò Visconti; fanno ribellare le terre della <span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span> Chiesa. — Gregorio XI offre condizioni di pace, stornato dagli Otto. — Interdetto pronunziato in Avignone contro a Firenze ed ai Fiorentini in qualunque luogo dimoranti. — Eccidio di Cesena fatto da Inglesi e da Brettoni soldati della Chiesa. — Diligenza usata dagli Otto in quella guerra. — Gregorio XI torna a Roma. — Negoziati presto rotti. — La Repubblica fa riaprire le chiese in Firenze; confraternite, devozioni. — Santa Caterina da Siena e sue lettere a Gregorio XI. — Aperto dissidio tra gli Otto della Guerra e i Capitani di Parte guelfa. — Congresso a Sarzana per la pace. — Morte di Gregorio XI. — Firenze ottiene miti condizioni dal nuovo papa Urbano VI.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><i>Capitolo</i> IX. — <span class="smcap">Lingua, Lettere ed Arti in Firenze. — Petrarca, Boccaccio. [An. 1322-1378.]</span></td> <td class="pag"><a href="#cap9-3">341</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td class="small">Come si formassero la lingua e il popolo di Toscana. — In Italia il secolo che finiva nel 1300 fu quello dei grandi fatti e delle grandi cose. — Importanza durante quel secolo degli uomini dell’Italia media, che era la parte più latina: la poesia e le lettere nacquero ivi religiose e popolari; non si perderono in sottigliezze, ma seguitarono il comun senso della umanità. Crebbero e si fecero esemplari alla nazione per la finitezza della lingua e per la maggiore estensione del pensiero. — Ma su’ dialetti delle altre Provincie potevano poco, perchè la Toscana non era centro da cui potesse venire a diffondersi per tutta Italia un comun parlare. Quindi le incertezze e le contese che sono antiche quanto la lingua. — Dante: suo libro De Vulgari Eloquio. — La lingua illustre degli Italiani pareva sempre che fosse il latino. I libri toscani usciti dal popolo in tanto gran numero, poco erano conosciuti nel resto d’Italia. Scarsa l’azione del pulpito, della tribuna, del teatro. Quando si cominciò per tutta Italia a scrivere libri in lingua volgare, l’autorità del parlare dei toscani era venuta a ristringersi; parve da ultimo si perdesse troppo in facezie e in bassezze. — Ma la poesia ebbe una comune lingua. — Autorità somma esercitata in Italia dal Petrarca, e a lui rimasta per le sue liriche: nella vita fu egli italiano più che fiorentino. — Nel trecento abbassò il livello degli animi e parve non rimanessero che gl’ingegni. — Scrittori di prosa: Matteo Villani, frate Iacopo Passavanti. — Virtù e vizi dello scrivere del Boccaccio, che fu maestro sommo della lingua, ma la potenza di scrittore guastò pel concetto falso ch’egli ebbe dello stile, colpa dell’animo e dei tempi. — Santa Caterina da Siena ebbe doti di grande scrittore. — Altri autori di prose e poesie nella fine del trecento. — Studio pubblico in Firenze. — La Scultura progrediva più della Pittura. — Andrea Orcagna: edifizio d’Orsanmichele e Loggia sulla piazza dei Signori.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><span class="smcap">Appendice di Documenti.</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>I. Breve di Clemente IV, de’ 25 marzo 1266, al cardinale Ottaviano degli Ubaldini per l’assoluzione della città di Firenze e di alcuni cittadini dalle scomuniche incorse quando era sotto la dipendenza del re Manfredi</td> <td class="pag"><a href="#app1">373</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span></td> - </tr> - <tr> - <td>II. Discorso intorno al Governo di Firenze dal 1280 al 1292; d’incerto autore</td> <td class="pag"><a href="#app2">378</a></td> - </tr> - <tr> - <td>III. Istoria compendiata di San Gimignano</td> <td class="pag"><a href="#app3">389</a></td> - </tr> - <tr> - <td>IV. <span class="small"><i>PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE DOMINO KAROLO ROMANORUM REGI</i></span></td> <td class="pag"><a href="#app4a">398</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="small spaced1"><i>CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE FLORENTIE</i></span></td> <td class="pag"><a href="#app4b">399</a></td> - </tr> - <tr> - <td>V. Matteo Villani; e il Ghibellinesimo in Firenze.</td> <td class="pag"><a href="#app5">404</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VI. Provvisione del 27 gennaio 1371 dall’Incarnazione</td> <td class="pag"><a href="#app6">415</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VII. Discorso d’autore incerto, scritto l’anno 1377 <i>Del principio e di alcuni notabili del Priorato</i></td> <td class="pag"><a href="#app7">420</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><span class="smcap">Nota intorno ai Malespini</span></td> <td class="pag"><a href="#malespini">425</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="smcap">Nota intorno al metodo della critica a proposito della Storia di Dino Compagni</span></td> <td class="pag"><a href="#compagni">434</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="smcap">Nota circa all’atto di promissione tra i Consoli di Firenze e gli uomini di Pogna</span></td> <td class="pag"><a href="#pogna">441</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<p class="center x-large mbot"> -STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE. -</p> - -<h2>LIBRO PRIMO.</h2> - -<h3 id="cap1-1"><span class="smcap">Capitolo I.</span> -<span class="smaller">ORIGINE DI FIRENZE.</span></h3> -</div> - -<p> -Narrare l’istoria della città di Firenze distesamente -dai suoi primordi male potremmo, e non sarebbe dell’assunto -nostro, per la incertezza o per la oscurità -dei fatti, e perchè tardi questa città pigliò un carattere -che la distinguesse tra molte in Italia. Non è -dubbio che Firenze, chiamata da prima, come alcuni -credono, o Villa Arnina o Camarzo, fosse nel suo cominciamento -una borgata dell’etrusca Fiesole. Questa, dal -monte sulla cui vetta sedeva, inviava con l’estendersi -dei traffici i suoi mercanti giù nel piano, emerso dalle -acque poichè il fiume Arno, rotte altre chiuse che lo -impedivano, si fu aperta una via tra i massi della Golfolina: -quindi l’origine di Firenze. Cresciuta pei coloni -che vi stanziarono, soldati di Silla o più veramente di -Ottaviano Cesare allora triumviro, in breve pel nuovo -sito e per l’agiato luogo ebbe numero d’abitatori e -decoro di edifizi, così da essere annoverata tra le buone -colonie che Roma avesse in Italia. Sappiamo da Tacito -come, regnando Tiberio, udisse il Senato gli oratori dei -Fiorentini, i quali ottennero che la Chiana non fosse -voltata a metter foce nell’Arno portando ruina d’inondazioni -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -alla città loro<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>. Il circuito di un anfiteatro -tuttora apparisce disegnato dalle vie che certo furono -della edificazione prima; ebbe il Campidoglio ed hanno -le Terme nomi derivati dai tempi romani. -</p> - -<p> -Caduto l’Impero per la invasione dei barbari, fu -la Toscana prima soggetta come le altre provincie ai -re Goti, sinchè poi divenne campo a quella guerra che -a discacciarli d’Italia fu combattuta dai Greci. Ma -non è vero che Totila nei monti di Fiesole fosse sconfitto -ed ucciso: in quei luoghi Stilicone, agli 8 d’ottobre -dell’anno 405, avea debellato Radagasio, il quale -con grande accozzaglia di barbari d’ogni gente era -disceso in Italia<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> ed in memoria di quel giorno i Fiorentini -celebrarono la festa di santa Reparata, cui -dedicarono quello che poi fu il loro maggior tempio. -Di Totila è vero che le sue armi nell’anno 542 assediarono -Firenze, difesa da Giustino luogotenente dell’imperatore -Giustiniano<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Ricadeva essa poco di poi -sotto alla dominazione dei Goti, insintanto che Narsete -non ebbe nell’anno 552 vinto ed ucciso Totila, e -indi posto fine al regno Gotico in Italia. Da tuttociò -avvenne che più tardi, scambiando i fatti e il nome -di Totila con quello del più famoso tra i barbari, fosse -creduto che Attila avesse distrutta Firenze, e Carlo -Magno la rifacesse. Tradizioni così sformate ebbero -corso lungamente presso gli storici anche più solenni, -e a noi le trasmisero gli antichi cronisti, ambiziosi -d’annestare gli oscuri fatti ai nomi più illustri e quasi -a mitici personaggi: compongono esse la leggenda dell’istoria. -</p> - -<p> -Bene è da credere che Firenze, per quell’assedio -e per l’oppressione recata dai barbari, patisse allora -decadimento. Quindi è che nei due secoli della dominazione -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -longobarda, e pure in quelli altri due che furono -dopo Carlo Magno, non che essere a capo delle città -di Toscana, io dubito che fosse annoverata tra le primarie: -e Lucca fu sede a un Ducato longobardo, poi -residenza prescelta sovente dai Marchesi di Toscana; -e Pisa, già illustre, s’accresceva pe’ commerci, e grande -aveva potenza sul mare. Per tale guisa i fatti di questi -Marchesi, comunque in Italia d’assai grande nome -dal nono secolo al duodecimo, non appartengono propriamente -all’istoria di Firenze; la quale città ne -apparisce quasi che oscura per tutto quel tempo. Nè -durante quello è grande notizia di cose che spettino -alla Chiesa fiorentina; intorno alla quale giova dire -che, recato assai di buon’ora il Cristianesimo in Toscana, -Firenze ebbe Vescovi nel quarto secolo; ed in sulla -fine di questo, il più insigne tra essi, Zenobio; nel cui -tempo sant’Ambrogio legato seco in amicizia, venuto -in Firenze, consacrava quivi, com’è tradizione, la Basilica -di San Lorenzo. Di più altre Chiese edificate e -Badie fondate innanzi al mille, poco è da dire: fino -al qual tempo la serie dei Vescovi fiorentini è spesso -interrotta; si vede la Diocesi pigliare nome dal Battisterio -o antico tempio di San Giovanni, e pare confondersi -alle volte con quella di Fiesole. Ma dopo quell’êra -di universale risorgimento ebbe principio la grandezza -cui più tardi sursero la città e il popolo di Firenze: -il che ne porge ora occasione a investigare sommariamente -di quali schiatte e per quale modo il nuovo -popolo si formasse, per quindi giugnere meglio preparati -ai fatti che in breve sarà nostro obbligo di -narrare. -</p> - -<p> -Nei lunghi contrasti, che dagli antichi tempi noi -sappiamo avere Firenze avuto con Fiesole, ravvisa ciascuno -le necessità di guerra che sempre furono tra le -città e le rôcche, tra’ popolani mercati e gli alti luoghi -dove annidavano le signorie castellane o i vicari dell’Imperatore. -L’antica schiatta che in sè avendo ricevuto -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -e conservato l’impronta romana, pigliò aspetto -e nome di schiatta latina, tendeva incessantemente a -segregarsi dalla nuova che solo dalle armi avea signoria; -e il vinto popolo italiano, cui null’altro rimaneva -che il mercatare e il coltivare, si riduceva in comune, -ponendo una sorta d’assedio ai castelli, e a sè facendoli -tributarii per la necessità che i violenti sempre -ebbero degli industriosi, e così gradatamente soverchiandoli -con la ricchezza che vien dal sapere, prima -d’essere potenti a dominarli con le armi. A questo -modo per tutta Italia, ma più che altrove nella Toscana, -l’antica gente a poco a poco venne a prevalere -sulle nuove, le quali rimasero o mescolate o cancellate -in mezzo al popolo che sorgeva. I nostri autori -hanno grande cura di ricongiungere le memorie della -città loro a quella di Roma, di cui Firenze si chiamò -figlia, e dicono come fosse in tutto edificata a imitazione -di quella. Ricordano Malespini distingue gli -uomini dell’antico popolo da quelli di schiatta longobarda, -ma questi confonde sovente con gli altri che -molto più tardi seguitarono gl’Imperatori. Descrive -minutamente le famiglie ch’erano grandi al tempo suo, -e dove andarono a posarsi quando vennero a città: -ma le più care e la sua propria cerca derivare, non -da origini tedesche, bensì da Fiesole o da Roma: taluni -appella grandi baroni, e questi sarebbero i Tedeschi; -di molti più afferma che erano antichissimi gentili -uomini signori di ville e di castella nei luoghi loro; il -che fa credere gli tenesse come antichi abitatori e proprietari -del suolo istesso. Chi scoprisse alcuna cosa -circa le origini e la schiatta e le possessioni di quelle -famiglie che furono grandi nella città o nel contado, -saprebbe assai dell’istoria nostra. -</p> - -<p> -Dove racconta il Malespini quella pretesa riedificazione -di Firenze che per Carlo Magno si sarebbe -fatta, aggiugne che «i Fiesolani e i Conti vicini, stretti -amici de’ Longobardi, si mettevano a contrasto e non -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -la lasciavano rifare;<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>» parole notabili, non per il fatto -in sè stesso che alla critica non reggerebbe, ma perchè -a noi lasciano assai bene intravedere quali tradizioni -dominassero nel popolo Fiorentino e quali origini si -attribuisse. I Fiesolani non si contrapponevano a che -Firenze si rifacesse perchè distrutta non era, ma sibbene -agli incrementi di essa; e tutti quei Conti nemici -a Firenze nei tempi del Malespini, per nulla esistevano -a quelli di Carlo Magno. Ma qui si vede come -l’etrusca Fiesole, occupata dagli invasori che vi si erano -afforzati, facesse parte co’ signori dei vicini castelli, e -come il popolo delle città italiche dovesse riacquistarsi -il proprio terreno contro a’ signori Longobardi o Franchi -o in altro modo Germanici venuti in Italia con -gl’Imperatori. In tale conflitto il nome di Carlo Magno -rimaneva alto e riverito per avere egli assai rinnalzata -la gente latina, e quindi Firenze non è maraviglia che -lo avesse in luogo di secondo fondatore. Giovanni Villani -dà ragione delle parti che a suo tempo dividevano -Firenze dall’essere i Fiorentini usciti da due -popoli diversi tra loro e per antico nemici sempre come -erano i Romani ed i Fiesolani. Cotesto pensiero gli -deve certo essere caduto in mente dall’avere Catilina -posto il campo presso a Fiesole; donde poi nacque la -storiella del re Fiorino e della regina Belisea. Ma pure -in cotesto pensiero è qualcosa in cui si nasconde un -vero sentito dagli antichi nostri, sebbene avvenisse a -loro di frantenderlo e guastarlo per la ignoranza dei -fatti e per gli abbagli della fantasia. Catilina con -l’andare a porsi tra gli Appennini cercava, precorrendo -pazzamente a Giulio Cesare, unire a sè i popoli -che odiavano Roma col sollevare le antiche italiche -schiatte le quali contro essa avevano combattuto la -guerra sociale. Di questi popoli uno era quello di Fiesole -città etrusca, e quindi avversa prima ai Romani -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -e indi ai Fiorentini ch’erano in parte figliuoli dei -Romani per la colonia ivi posta, e molto ambivano -chiamarsi tali. Dove la prepotenza di Roma inviava -de’ suoi a porre una colonia, metteva un seme d’inimicizie -perenni tra gli uomini della città trasformata -e più tra questa e gli abitatori dei luoghi vicini, cui -la colonia aveva dato dei nuovi padroni. Le terre che -furono a questi assegnate, un empio soldato le aveva -rapite all’uomo di cui portavano il nome; l’antico -italiano era ridotto a mendicare nei dolci suoi campi -il pane che aveva egli medesimo fatto crescere, o fuggiva -la patria occupata da genti straniere. Io credo le -molte colonie romane sparse in Italia fossero cause -non infrequenti del guerreggiarsi l’una con l’altra le -città vicine, diverse di razza e spesso divise per odii -antichi i quali più tardi parevano essere obliati.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> -</p> - -<p> -Ma nei contrasti pei quali si venne dipoi a formare -il nuovo popolo italiano, la razza etrusca e la latina -stavano insieme contro ai germani invasori, i quali -avevano posto sede negli alti luoghi fortificati. Questi -però in Toscana ebbero minor possa, perchè le colline -sottoposte e i piani anticamente impaludati avendo -bisogno di opere assidue che gli rendessero produttivi, -tentavano poco i nuovi uomini a fermarvisi o più scarsamente -ne alimentavano la potenza: e così avvenne -che il nuovo popolo di Toscana avesse mistura più -scarsa che altrove di sangue trasfuso dai vincitori longobardi -o eruli o goti. Del che si aggiunge un’altra -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -ragione, a mio credere, potentissima. La Toscana, sebbene -offra la dritta linea a chi accede inverso Roma, -poco fu battuta dalle guerre, e si rimase come in -disparte. Annibale prese con suo danno la via di Toscana, -mal conoscendo la geografia: ma fatto esperto, -chiamò il fratello a morire sul Metauro, che è la via -piana benchè più lunga; cosicchè poi fu prescelta sempre -alle invasioni ed alle guerre; e i Romani con l’aprire -il passo del Furlo, confermarono alla Toscana le condizioni -che la natura le aveva fatte, e per le quali, e -per il suolo magro ed alpestre, rimase ella più quieta -sempre e segregata e meno tocca dalle invasioni che -altra qualsisia parte della Penisola. Il fatto stesso e -per le stesse cause, scrive Tucidide che avvenisse nell’Attica, -dove l’antica schiatta degli abitatori si rinnovò -poco, e azione più debole fu esercitata dai sopravvenuti -dei quali si forma la parte dei nobili. -</p> - -<p> -Intorno al mille, o quando che sia, troviamo che -molti Fiesolani erano scesi ad abitare in Firenze facendo -insieme co’ Fiorentini un popolo solo; tantochè raccomunarono -l’arme delle due città, e fecero allora l’arme -dimezzata vermiglia e bianca: il vermiglio con entrovi -il giglio bianco era l’antica arma dei Fiorentini, e il -bianco era dei Fiesolani che vi avevano una luna di -colore azzurro. Sarebbe ciò, a detta dei nostri storici, -avvenuto quando per tradimento e per sorpresa i Fiorentini -concorsi a Fiesole in grande numero sotto apparenza -di celebrarvi la festa di santo Romolo, avrebbero -l’anno 1010 presa quella città e poi distrutta, -salvo la Rôcca e il Vescovado. Ma noi crediamo più -alla mescolanza dei due popoli che alla servitù dell’uno, -trovando Fiesole caduta in mano dei Fiorentini molti -anni poi. Nè in quei primi dopo al mille Firenze nè -altre città italiche molto s’arrischiavano ad ampliarsi -oltre quei confini che a ciascuna di esse avevano posti -gli editti imperiali. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -</p> - -<h3 id="cap2-1"><span class="smcap">Capitolo</span> II. -<span class="smaller">LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONI DEL CONTADO. — PRIME -ZUFFE CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ DI TOSCANA. -[AN. 1050-1215.]</span></h3> -</div> - -<p> -Le guerre che arsero tra ’l Sacerdozio e l’Impero -travagliarono con danno minore la Toscana di quello -facessero intorno ad essa nelle più vicine provincie -d’Italia. Firenze, che molto era dopo l’anno mille cresciuta -di popolo e ricca di traffici e poco tinta di -sangue germanico, aderiva sin d’allora alla parte della -Chiesa. Quindi troviamo questa città prescelta sovente -a dimora di quei Pontefici che nella contesa di già -cominciata furono sovente esclusi da Roma. Così avvenne -che Vittore II morisse in Firenze l’anno 1057, -dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; e vi -morivano pure Stefano IX, l’anno 1058, e tre anni -dopo Niccolò II, se non ci inganna l’affermazione di -alcuni scrittori.<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> Venuta dipoi questa città in retaggio -con tutta Toscana alla contessa Matilde, e tosto -accesa la grande guerra, stette Firenze volonterosamente -per Gregorio VII. Laonde bene le avvenne -l’anno 1081 d’essersi novellamente ricinta di mura: -il primo cerchio comprendeva quell’angusto spazio che -è tra ’l Duomo e l’Arno e tra le vie che ora conducono -al ponte di Santa Trinita e a quello di Rubaconte, -fin dove però non aggiugneva interamente; nè vi era -per allora che il solo Ponte Vecchio, ed oltre al fiume -non abitava che povera gente. I borghi già empivano -il secondo cerchio quando l’imperatore Arrigo IV, nell’andare -contro Roma attendatosi fuori della città -presso Cafaggio dove ora è la chiesa dei Servi,<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> diede -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -alla terra molte battaglie; ma dopo esservi stato più -tempo e adoperatosi invano, «perchè la città era forte -e bene murata e i cittadini bene in concordia,» e (aggiugnamo -noi) per la potenza delle armi della contessa -Matilde, se ne levò a modo di sconfitta<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Durava -la guerra molti anni poi, ma la Toscana poco n’era -scossa, vivendosi sotto all’impero di una donna che i -suoi Stati reggeva con mano sicura; e dominatrice -potentissima di quelle regioni per cui si stendono -gli appennini, faceva in questi impedimento alle armi -tedesche. -</p> - -<p> -Risedeva ella ordinariamente in Lucca, sebbene tenesse -corte alcune volte anche in Firenze. Questa -città dicono gli antichi scrittori avere negli ultimi anni -di Matilde cominciato a muover guerre contro ai vicini -signori. Infino dal 1107 avrebbe il Comune pubblicamente -ordinato di allargare il contado di fuori ed -accrescersi la signoria.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> Vero è che in quell’anno furono -ad abbattere il castello di Monte Orlandi di qua -da Signa, che si teneva da un ramo dei possenti conti -Cadolingi di Fucecchio: poi subito, al dire di quelli -autori, essendosi i Pratesi «ribellati» ai Fiorentini, -questi andativi «per Comune» gli avrebbono vinti e -disfatto il castello di Prato; dov’erano discesi uomini -che prima in sul Monte erano fedeli dei conti Guidi, -ma per danari si ricomperarono. Distrussero l’anno 1113 -un altro vicino castello dei Cadolingi, del quale scrivono -che «facea guerra alla città cui lo avea ribellato -il Vicario dell’Imperatore» che stava co’ suoi Tedeschi -in San Miniato: fu egli quivi ucciso, e il castello -preso e disfatto. Ma noi teniamo in questi racconti -essere alquanto di boria cittadinesca. Viveva Matilde, -della quale noi sappiamo ch’ella era di persona a quell’assedio -di Prato l’anno 1107;<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> nè la guerra dei Vicari -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -imperiali e dei Conti che aderivano ai Tedeschi, -appelleremmo ribellione contro al popolo di Firenze, -nè i Fiorentini possiamo credere la combattessero come -stato libero, nè che avessero decretata insino d’allora -la distruzione dei castelli. Bene erano le armi di questo -popolo già valenti, e Matilde le adoprava contro -a’ suoi nemici, ella che in Toscana molto promuoveva -le libertà comunali: potrebbe in quell’anno 1107 avere -essa ampliato il contado di Firenze ed alla città commesso -le prime battaglie, che pure l’istoria dovea registrare. -</p> - -<p> -Ma non crediamo noi che debba essa tener conto -di un certo trattato pel quale nell’anno 1102 i Consoli -di quella città si sarebbero fatti promettere dagli -abitatori del castello di Pogna in Val d’Elsa di -far guerra e pace a volontà loro, e non ingerirsi nelle -cose di Semifonte; essi all’incontro promettendo di -aiutare e difendere i Pognesi, e fare loro amministrare -giustizia in Firenze dal Console, eccetto che -contro all’Imperatore o suoi Nunzi. Noi queste cose -non possiamo credere, perchè messe fuori bene cinquecento -anni dopo,<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> nulla rinvenendosi che accenni a -questo negli scrittori più antichi; perchè i Fiorentini -il loro Stato non allargarono se non più tardi; perchè -nel castello di Pogna troviamo che pochi anni dopo -avessero giurisdizione certi nobili di contado, dai quali -poi venne ai conti Alberti di Mangona; perchè la contessa -Matilde e prima e dopo del 1102 teneva placiti -in Firenze, il che non ammette in questo Comune tanto -esercizio di sovranità; perchè del castello di Pogna non -è parola negli scrittori fiorentini prima del 1184, nè -le guerre contro a Semifonte cominciarono se non verisimilmente -anche più tardi.<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> Queste cose ora messe -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -in chiaro quanto a noi sembra, veniamo ai fatti che -abbiamo certi. -</p> - -<p> -La grande Contessa moriva nel 1115 ed il nome -di lei rimase caro in Firenze, tanto che molte donne -anche di artigiani per quattro secoli si chiamavano -Contessa o Tessa. Due anni dopo troviamo un fatto -che non possiamo tenere tutto per favola, benchè abbellito -dalle fantasie degli scrittori e colorato delle -passioni di quei tempi in cui fu narrato. Lo riferiamo -con le parole stesse del Villani; perchè il linguaggio -è storia pur esso, e a noi giova mantenerlo ogni volta -che ne venga illustrazione ai concetti ed al racconto -più evidenza. «Negli anni di Cristo 1117 i Pisani fecero -una grande armata di galee e di navi e andarono -sopra l’isola di Maiolica che la teneano i Saracini. E -come fu partita la detta armata di Pisa, i Lucchesi -per comune vennero a oste sopra Pisa per prendere -la terra. I Pisani, avendo la novella, presero per consiglio -di mandare loro ambasciadori a’ Fiorentini, dei -quali erano in quei tempi molto amici, e pregarongli -piacesse loro venire a guardia della città. I Fiorentini -accettarono di servirgli; per la qual cosa il Comune -di Firenze vi mandò gente d’arme assai a cavallo e -a piede, e posersi ad oste di fuori dalla città; e per -onestà delle loro donne non vollero entrare in Pisa, e -mandarono bando che nullo non entrasse nella città -sotto pena della persona. Uno v’entrò, sì fu condannato -a impiccare. E’ Pisani vecchi ch’erano rimasti in -Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore gli dovessero -perdonare, questi non vollero consentire; ma i -Pisani contradissero, e pregarono che almeno in su il -loro terreno nol facessero morire: onde segretamente -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -i Fiorentini dell’oste feciono a nome del Comune di -Firenze comprare un campo di terra da un villano, e -in su quello rizzarono le forche e feciono la giustizia. -E tornata l’oste de’ Pisani dal conquisto di Maiolica, -renderono molte grazie a’ Fiorentini, e domandarono -quale segnale del conquisto volessero, o le porte di -metallo o due colonne di porfido ch’aveano recate e -tratte di Maiolica; i Fiorentini chiesero le colonne, -e’ Pisani le mandarono in Firenze coperte di scarlatto. -E per alcuno si disse che, innanzi che le mandassero, -per invidia le feciono affuocare; e le dette colonne -sono quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni. -Per questo allora si disse, che i Fiorentini erano ciechi.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>» -Così di mezzo alla carità stessa noi vediamo -spuntare quegli odi che doveano ardere tra le due città. -</p> - -<p> -La rôcca di Fiesole, che era tenuta da certi gentili -uomini o cattani della città stessa, cadea per assedio -l’anno 1125 in mano dei Fiorentini. E questi -nel 1135 abbatterono il castello di Montebuoni, che -dava nome alla famiglia dei Buondelmonti; i quali, -per essere il luogo assai forte e che la strada vi correva -a piedi, toglieano pedaggio, con molto incomodo -della vicina città di Firenze. I Buondelmonti furono -costretti farsi cittadini; ed è il primo esempio che noi -troviamo d’un fatto comune ai vinti signori: a questi -alle volte era imposto rimanervi il tempo prescritto -d’uno o due mesi all’anno, o più a lungo, quando la -città fosse in guerra. Coteste imprese erano dentro -alle dieci miglia, termine assegnato dalla contessa Matilde, -o forse anche prima, al contado di Firenze; la -quale oltre quello non credo allora che si arrischiasse. -Certo è che si trova nel 1134 un Ingelberto fatto marchese -di Toscana; il quale cacciato dai conti Guidi, -fu tre anni dopo rimesso in istato da un duca Arrigo -di Baviera venuto in Italia con Lotario imperatore: il -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -Duca e il Conte riconciliati assediarono Firenze, e presala, -vi riposero il Vescovo che n’era stato prima ingiustamente -cacciato. Di queste cose gli autori nostri -non fanno parola.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> Era l’anno 1144 marchese di Toscana -Ulrico, sotto al quale i Fiorentini congiunti ai -Pisani ebbero guerra contro ai Lucchesi ed ai Senesi, -crudelmente combattuta, e indi composta dallo stesso -Ulrico; il quale, per torne via le cagioni, dava in pegno -Poggibonsi al Vescovo e ai Consoli della città di -Volterra.<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> Continuava però la guerra dei Fiorentini -contro ai conti Guidi, ai quali, tolsero nel 1154 il castello -di Monte Croce dietro a Fiesole, da essi tentato -con mala prova otto anni prima. Nel 1147 cavalieri -fiorentini aveano seguito l’Imperatore Corrado alla -Crociata in Terra Santa; uno dei quali fu Cacciaguida -bisavo al nostro grande Poeta: questi descriveva i -nomi delle famiglie che allora dominavano la città, -dove in quelli anni l’autorità imperiale pare essere -stata oltre al solito prevalente. -</p> - -<p> -Venuto all’impero Federigo I svevo, da noi chiamato -il Barbarossa, investiva del marchesato di Toscana -e del ducato di Spoleto e dei castelli e beni -spettanti all’eredità di Matilde il duca Guelfo suo zio, -discendente dal marito di questa, e congiunto di sangue -agli Estensi: a lui prestavano ubbidienza i nuovi -vassalli l’anno 1154. Teneva nel 1160 un parlamento -in San Genesio, terra che giaceva ai piedi del colle -dov’è San Miniato; ivi dando investiture a conti rurali -e ordine alle immunità cittadine: donde recatosi -in Germania, cedeva il ducato a un figlio del suo nome -stesso; il quale, per essere ai popoli troppo benigno, -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -parve a Federigo che egli contrariasse l’autorità dell’Impero. -Di già il nome guelfo pigliava la parte che -a lui rimase nella storia; e già era un insorgere di -molte città di Lombardia; Genova e Lucca e Siena -tenevano contro a Pisa le parti imperiali. Questa città -molto negli anni precedenti si era mostrata devota ai -Pontefici, e noi la vedemmo avere amicizia con Firenze -che sempre osteggiava nei signori dei castelli le -genti e la dominazione forestiera. Stringevano pertanto -i Pisani e i Fiorentini insieme una lega l’anno 1171, -per la quale si obbligarono quelli a condurre e ricondurre -per mare le robe e mercanzie dei Fiorentini i -quali pagassero le stesse gabelle dei Pisani, e ad essi -diedero una casa o fondaco in Pisa a piè del Ponte: -era la lega per quarant’anni, e da rinnovarsi ogni -dieci anni; ma salva sempre la fedeltà all’Imperatore, -il quale però non vollero che gli potesse liberare dai -patti allora stretti e giurati.<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> Ma l’anno dipoi, venuto -in Pisa Cristiano arcivescovo di Magonza e arcicancelliere -dell’Impero, teneva nel borgo di San Genesio -grande parlamento contro alle città renitenti; le quali -negandosi venire ad accordi, egli in altro parlamento -presso Siena, presenti i Signori ed i Valvassori e i -Consoli delle città che erano tra Lucca e Roma, metteva -i Pisani al bando dell’Impero, privandoli delle -regalie loro e della Sardegna: faceva lo stesso contro -a’ Fiorentini che aveano tentato cacciare i soldati tedeschi -da San Miniato. Si venne agli accordi, e l’Arcivescovo -tolse i bandi; ma perchè radunati in San Genesio -i Consoli pisani e gli Ambasciatori fiorentini -rifiutavano alcuni patti, furono presi e messi in catene.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> -Quindi la guerra si raccendeva tra le città, essendosi -l’Arcivescovo partito allora dalla Toscana. -</p> - -<p> -Negli anni che furono tanto famosi per le guerre -contro a Federigo Barbarossa e per la Lega lombarda, -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -non troviamo che Firenze molto a quei moti partecipasse: -ma con l’invadere i castelli e le terre de’ signori -tanto aveva allargato il suo territorio, che già -venne a riscontrarsi e ad aver guerra con gli Aretini -perch’erano collegati a’ conti Guidi, e co’ Senesi per -cagione di alcune castella del Chianti che i due Comuni -si disputavano. Allora gli uomini di Poggibonsi, -che prima vivevano con altro nome nel piano, si edificarono -un castello nell’alto del poggio; e perchè stavano -contro a’ Fiorentini, questi rafforzarono a poca -distanza la terra di Colle in Val d’Elsa. Per questi -fatti però non è da dire che per ancora le città godessero -formale diritto al governo di sè stesse; ma -con l’esercitare l’indipendenza s’avviavano a possederla. -In quel tempo le città di Lombardia col forte -resistere acquistavano a sè stesse e alle altre d’Italia -i nuovi diritti che bentosto ebbero in Costanza solenne -sanzione. -</p> - -<p> -Era l’anno 1177, nel quale in Venezia l’imperatore -Federigo rendeva ubbidienza al pontefice Alessandro -III, quando Firenze in quel passaggio da servitù -a libertà cresciuta di gente varia ed irrequieta, -cominciò a fermentare in sè medesima per cittadine -discordie. Furono esse suscitate dalla famiglia potentissima -degli Uberti, tedesca d’origine come dal nome -si scorge, ma che aspirando a padroneggiare la città, -gli adulatori dicevano essere della schiatta di Giulio -Cesare. Questi «co’ loro seguaci nobili e popolani si -diedero a battagliare contro a’ Consoli per la invidia -della signoria che non era a loro volere. Fu sì diversa -e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì l’uno, -si combatteano i cittadini insieme in più parti della -città da vicinanza a vicinanza, com’erano le parti; e -aveano armate le torri, ch’erano in grande numero, -alte cento e cento venti braccia. E in quei tempi per -la detta guerra assai torri di nuovo vi si murarono, -dei danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -le torri delle compagnie:» e sopra quelle facevano -mangani e manganelle per gittar l’uno all’altro, ed -era asserragliata la terra in più parti. Durò questa -pestilenza più di due anni, onde molta gente ne morì, -e molto pericolo e danno ne seguì alla città: ma tanto -venne poi in uso quel guerreggiare tra’ cittadini, che -l’uno dì si combattevano, e l’altro mangiavano e bevevano -insieme, novellando delle virtudi e prodezze -l’uno dell’altro ch’essi facevano a quelle battaglie. -Poi, quasi per istraccamento e rincrescimento, restarono -dal combattere, e si pacificarono, e rimasero i -Consoli in loro signoria. Alla fine pur crearono e partorirono -le maledette parti che furono appresso in -Firenze.<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> -</p> - -<p> -Così raccontano questi fatti gli antichi cronisti. Ne -accusano essi la troppa grassezza e riposo in che era -vissuta fino allora la città; ma veramente era il principio -di quelle parti che non ancora pigliavano nome -di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti con altre nobili -famiglie possenti in contado, e in città discese con la -speranza di dominarla, cercavano mantenere con le -armi imperiali la grandezza loro, battendo i Consoli -nei quali stava la signoria e che seguivano, a quanto -sembra, la parte che indi si chiamò guelfa: continuava -dentro alla città la guerra che dai castelli si -combatteva contro all’insorgere dei Comuni. Avevano -questi pigliato in quelli anni forza e ardimento per le -vittorie avute nei campi lombardi contro a Federigo, -e per l’ampliarsi dei commerci, che in Firenze massimamente -dovette essere grandissimo. I Papi, cresciuti -allora in potenza, facevano a questa grande fondamento -sulla indipendenza delle città, che volea dire -del popolo latino ad essi devoto. Non bene era spenta -quanto alla Toscana la lunga contesa per le donazioni -che Matilde aveva fatte alla Chiesa della eredità sua, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -ma che non ebbero effetto mai. Nè forse era senza un -qualche pensiero di rivendicarle che i Papi scriveano -in quegli anni bolle (come si trova) dirette <i>ai popoli</i> -di alcune città state del patrimonio di Matilde. Comunque -ciò fosse, la pace di Costanza e le franchigie -ivi formalmente decretate (anno 1183) e la istituzione -dei Potestà, sancirono alle città italiane quasi un’intera -indipendenza. Quindi noi troviamo per tutto il -secolo XII duchi e marchesi non già propriamente governare -la Toscana, ma sibbene in nome degl’Imperatori -tenerne l’alto dominio: guidavano le masnade, -difendevano le parti dei conti e signori castellani che -ubbidivano all’Impero, e da questi riscuotevano le -tasse, e raccoglievano le milizie, proventi della sovranità. -La quale però venendo a scadere, quei duchi e -marchesi non furono altrimenti feudatari che avessero -grado e potenza di principi; ma con l’andare del tempo -discesero alla qualità di messi o ministri, i quali col -titolo di vicari dell’Imperatore, esclusi dalle città, risedettero -in San Miniato, luogo alto e munito, cui rimase -poi sempre il nome di San Miniato al Tedesco. -</p> - -<p> -Negli anni dopo i Fiorentini a sè obbligarono gli -Empolesi, costretti a farsi loro censuarii; ed abbatterono -il castello di Pogna e quello di Montegrossoli nel -Chianti. Fecero trattati co’ Lucchesi contro a Pistoia -nemica d’entrambi, e con gli Alberti conti di Mangona -e Vernio; i quali promisero da indi in poi fare -pace e guerra a volontà del Comune, offrire una libbra -di puro argento e un cero alla chiesa di San Giovanni -Battista, e disfare alcune castella in Val d’Elsa e in -Val d’Arno a scelta dei Consoli di Firenze. Ma non -per anche la signoria libera si potea dire assicurata -alla città, ed era un ondeggiare continuo; perchè l’indipendenza -dei Comuni, mantenuta solamente dalla -debolezza degl’Imperatori, pericolava ogni volta che -scendessero di Germania soldatesche a difendere o a -rafforzare l’autorità dell’Impero, e più che mai quando -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -essi medesimi si appresentassero nell’Italia. Per tale -modo nell’anno 1185, essendo la persona di Federigo -venuta in Firenze nell’andare in Puglia, «gli furono -attorno i nobili del contado, dei quali avevano i Fiorentini -preso per forza ed occupato molte castella e -fortezze, contro all’onore dell’Impero.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>» E Federigo -«tolse a Firenze tutto il contado e la signoria di quello -sino alle mura, e per le villate facea stare suoi vicari -che rendevano ragione e facevano giustizia.<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>» Così -fece alle altre città di Toscana, salvo che a Pisa ed -a Pistoia, ch’erano state con lui nelle guerre precedenti. -Quando si vede nelle istorie e nei documenti -cessare i Potestà e sottentrare ad essi i Vicari, si può -inferirne con sicurezza che l’indipendenza municipale -veniva meno di contro all’autorità imperiale. Dicono -poi gli storici che il contado sino alle dieci miglia -fosse più anni dopo restituito ad istanza del Papa e -in grazia del merito che i Fiorentini s’erano acquistato -in Terra Santa: ma noi crediamo che le città, -partito appena l’Imperatore, da sè medesime lo recuperassero -d’accordo col Papa. -</p> - -<p> -Innanzi però che ciò avvenisse, Arrigo svevo, dal -padre associato all’impero nel 1187, teneva in quell’anno -corte in Fucecchio. Nella Crociata moriva l’imperatore -Federigo Barbarossa (1190), e il di lui figlio -Arrigo VI creava duca di Toscana Filippo suo fratello: -costui fu l’ultimo dei Duchi o Marchesi in questa -provincia. Imperocchè morto l’anno 1197 Arrigo VI -in Sicilia, della quale si era fatto signore per maritaggio -con la erede dei Re Normanni; Filippo tornava -frettolosamente in Allemagna. Ebbe l’Impero -due competitori, e si trovò in Italia irreparabilmente -affievolito: dal che le città presero sicurezza, e la -potenza della Romana Chiesa di molto s’accrebbe. -L’anno stesso Celestino III mandava in Toscana suoi -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -legati il cardinal Pandolfo e il cardinal Bernardo; -alla presenza dei quali nel mese di novembre 1197 fu -in San Genesio conchiusa una compagnia o lega tra -le città di Firenze, di Lucca e di Siena ed il Vescovo -di Volterra come signore temporale di quella città, -e le terre di Prato e di San Miniato, con riserbarvi -luogo per Pisa, Pistoia, Poggibonsi, conti Guidi, conti -Alberti e altri signori di Toscana. Venne pattuito che -in ciascuno degli Stati uniti in lega fosse un capo -chiamato Rettore o Capitano, che avesse arbitrio per -le cose della lega, ma senza autorità nel governo della -città sua; si radunassero questi ogni quattro mesi in -una dieta o parlamento a comporre le discordie, e pei -negozi che occorressero eleggendo uno di loro che -avesse nome di Priore della compagnia. Nessuno dei -collegati potesse conoscere alcuno per imperatore, re, -principe, duca o marchese, senza speciale ed espresso -comandamento della romana Chiesa; la quale dovesse, -col richiederne le compagnie, ricevere aiuto per la difensione -di sè stessa; come anche per ricuperare i -luoghi perduti, eccetto quelli i quali fossero tenuti da -alcuno de’ collegati.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Nel seguente anno 1198 asceso -alla sedia pontificale Innocenzio III, scriveva una lettera -al Priore ed ai Rettori della Toscana e del ducato -di Spoleto, nella quale dopo avere affermata -risolutamente l’autorità dei pontefici sopra quella degl’imperatori -non che d’ogni altra potestà civile, dichiara -in Italia stare il principato su tutti gli altri -paesi cristiani per essere ivi divinamente posta la -Sedia apostolica, cui s’appartiene la potestà del sacerdozio -insieme e del regno. Promette a quella università -di Stati il patrocinio della romana Chiesa, -tenendosi certo della ossequiosa devozione che a lei -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -presterebbero in ogni cosa, procurando l’onore di essa -e l’avanzamento.<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> Per Innocenzio III la potenza del -papato pervenne al suo colmo; e ch’egli intendesse, e -che taluno dei successori suoi cercasse comporre in -fascio le città italiche, o quelle almeno della Toscana, -legate insieme da una supremazia che i papi sovra -esse esercitassero, non crediamo noi che sia cosa da -porre in dubbio. -</p> - -<p> -I Pisani a quella lega, come già divenuti imperiali, -si rifiutarono; ma in essa entrarono l’anno dopo i conti -Guidi e i conti Alberti, e poi gli uomini di Certaldo -i quali aveano ai Fiorentini giurato fede, dalla quale -non potesse nemmeno il Papa fargli prosciolti. Assai -più ampia dedizione fecero gli uomini di Figline, che -si obbligarono a pagare ventisei danari per focolare; -tributo consueto dei vassalli al signore loro; ed oltre -ciò, la metà dei pedaggi e dei mercati; a fare guerra -e pace ad arbitrio del Comune di Firenze, ed ubbidire -a ogni comandamento dei Consoli di questo, eccetto -nel caso che a loro fosse comandato di abbattere in -tutto o in parte la terra loro, cioè diroccarla cosicchè -divenisse terra aperta.<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Già era nata la lunga e difficil -guerra ch’ebbe il Comune contro a Semifonte, -forte castello nella Val d’Elsa e ostinatamente difeso -dagli abitatori.<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> Cercarono i Fiorentini tôrre a Semifonte -l’aiuto del Vescovo di Volterra, e dei conti Alberti, -e dei Comuni di Colle e di San Gemignano; e -molto e variamente si faticarono, sinchè l’anno 1202 -(se pure ciò non fosse più tardi) per tradimento di -chi n’avea la guardia entrativi dentro, lo abbatterono -con divieto che mai più fosse riedificato. Sull’uscita -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -dello stretto della Golfolina dove comincia la valle inferiore -dell’Arno è Capraia, dov’erano conti della famiglia -degli Alberti, e che ai Fiorentini pareva essere -un pruno negli occhi; ma poichè prenderlo non potevano, -gli edificarono all’incontro un altro castello, che -a scherno del nome di Capraia appellarono Montelupo. -I conti Guidi, che dall’appennino sovrastavano a Pistoia -ed a Firenze, avevano spesse brighe e trattati -e mutabili nimicizie con l’una o coll’altra di queste -città. Male potevano a quel tempo difendere Montemurlo -contro ai Pistoiesi, che a petto a quello aveano -posto il castello del Montale: ma i Fiorentini prima -difesero i conti Guidi, e poi da essi comprarono Montemurlo. -Nel Mugello intanto avean disfatto Combiata, -dov’erano certi Cattani o Castellani signori del luogo. -Più altre fortezze abbatterono all’intorno, e già la -potenza del Comune si allargava fino alla valle di -Chiana, dove ebbero in accomandigia Montepulciano,<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> -e in protezione tenevano gli uomini di Montalcino. Il -che fu causa che nei primi anni del nuovo secolo più -volte si affrontassero co’ Senesi; i quali vinti in più -scontri, prometteano di lasciare liberi quei luoghi che -fossero in protezione o in possesso del Comune di Firenze. -Le città sorte nel tempo stesso e con istituzioni -somiglianti, ma senza comun freno nè vincolo -(perchè il principio dell’unità era straniero e nemico), -si combattevano tra di loro per ampliarsi ciascuna il -contado, ovvero secondo volevano le sètte, che già dividevano -le membra lacere dell’Impero. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<h3 id="cap3-1"><span class="smcap">Capitolo III.</span> -<span class="smaller">GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, BUONDELMONTI -E UBERTI. — AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — GUERRE IN -TOSCANA. — CACCIATA DEI GUELFI. [AN. 1215-1219.]</span></h3> -</div> - -<p> -Da tempo antico le città italiche generalmente si -reggevano per Consoli; il quale nome derivava ed era -forse continuato dai magistrati di Roma antica. Già -intorno al mille Firenze viveva «sotto la signoria di -due Consoli cittadini col consiglio de’ Senatori, ch’erano -cento uomini de’ migliori della città, com’era l’usanza -data da’ Romani.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>» Ravvisa ognuno qui i duumviri e -il collegio de’ decurioni. So che era boria cittadinesca -l’annestarsi a Roma per via di leggenda, ma qui è -un fatto; e i Consoli si rinvengono per le città dell’Italia -meridionale qua e là senza lunghe intermissioni, -dai tempi romani fino al risorgimento dei Comuni. -I quali che siano d’istituzione germanica lo -creda poi chi ne ha voglia. -</p> - -<p> -In Firenze il numero dei Consoli variava più tardi -secondo i tempi, e se ne trovano sino a dodici; ma -però sempre delle famiglie nobili, perchè il governo -della città rimaneva tuttora in mano degli ottimati: -e nobili sempre si mantennero anche dopo il 1200 -quando essi, o alcuni almeno di loro, si veggono pigliar -nome di Consoli delle Arti. Un documento,<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> a cui però -non osiamo dare intera fede, noterebbe l’anno 1204 -Consoli dei Giudici e Notai, de’ Cambiatori, delle Arti -della Lana e della Seta e di Calimala; uno preposto -alle cose della giustizia, e due i Consoli dei soldati. -Vi è pure il nome di un Senatore. Le Arti avrebbero -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -avuto Consoli e Priori; vi sarebbe stato un Consiglio -generale ed uno speciale, e dieci Buoni uomini per -Sesto. Certo è che le Arti ogni dì più prevalendo, fu -necessario con l’andare del tempo che gli artigiani -man mano ottenessero una più larga partecipazione -alle cose dello Stato. Già i Consigli si moltiplicano, -ed i magistrati rappresentano i sestieri o i quartieri -o secondo che fosse la città divisa. Il nome di <i>boni uomini</i>, -che da principio significava gli uomini per -nascita ragguardevoli, si trova dato poi agli eletti popolarmente -dai collegi delle Arti o dai cittadini de’ sestieri. -Nel popolo insomma era la vita della città innanzi -ancora ch’egli venisse ad acquistarne la signoria. -</p> - -<p> -Ma il supremo diritto appartenente all’Imperatore -(diritto non impugnato mai dalle città italiane) dovea -pure soprastare al fatto cittadino; e quando per la -Lega lombarda le città s’attribuirono un governo loro -proprio e formalmente riconosciuto nella pace di Costanza, -ebbero esse un magistrato di natura mista, -giudice insieme ed ufiziale, in cui risedeva col nome -di Potestà il diritto della spada, e che si trova chiamato -alle volte Signore del luogo. Questo da principio -l’Imperatore intendeva fosse da lui nominato ed investito, -ma raramente gli accadde di esercitare tale -prerogativa; e le città lo eleggevano a tempo di un -anno o di sei mesi, avendo in sospetto quell’autorità -che stava in luogo della suprema: sempre però di famiglia -nobile anche nelle democrazie più gelose, e di -schiatta forestiera perchè la rettitudine dei giudizi -non fosse travolta dalle fazioni o dalle parentele. Teneva -in Firenze egli da principio sua residenza nel -Vescovado, poi nel Palagio da lui chiamato: veniva -con molto accompagnamento; e sovrastando a ogni -magistrato, aveva grandi onorificenze, in nome suo intitolandosi -gli atti pubblici: il suo vestito era una -lunga roba o bianca o gialla o di broccato d’oro, con -in testa una berretta rossa. Nell’anno 1184, che seguì -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -a quello della pace di Costanza, troviamo l’ufizio del -Potestà ricordato la prima volta in un atto pel quale -i Lucchesi prometteano fare certe cose a richiesta dei -Consoli, del Potestà o d’altro Rettore della città di -Firenze. Ma chi tenesse quell’ufizio noi non troviamo -allora, nè per alcuni altri anni poi, che saltuariamente. -Scrive il Malespini che i Potestà cominciarono in Firenze -l’anno 1207 per torre ai Consoli la briga dei -giudizi e questi fidare a uomini forestieri. Ma già -nel 1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare in -nome della città, insieme co’ suoi consiglieri e sette -rettori delle Arti. Costui sarebbe stato di famiglia tra -le più nobili di Firenze:<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> gli altri poi furono sempre -forestieri; ed un Porcari si trova insieme ai Consoli -dei mercanti pattuire in nome della città l’anno 1200, -e continuare nell’ufizio il seguente anno; quindi nel 1207 -quel Grasselli milanese che è nominato dal Malespini, -confermato anch’egli per un altro anno: poi nell’anno -1209 un atto simile a quello del 1193 avere -il nome di quell’ufizio non la persona; un Potestà -essere in Firenze nel 1215, ed un altro poi nel 1218; -dopo al quale si vedono continuare senza intermissione. -Negli anni intermedi, quando gli atti solenni (come -nel 1202 e 1212) non vanno in nome del Potestà, invece -di quello abbiamo i Consoli, o fossero del Comune -o della Milizia o dei Mercanti. Volemmo noi -queste cose notare minutamente perchè importano alla -storia del diritto, incerto com’era tuttavia in Firenze; -sembrando a noi che mentre in Toscana le terre minori -aveano a capo un Potestà, secondo appare dagli -atti loro, un tale ufizio non avesse per trentacinque -anni continuità in Firenze, dove alcune volte la suprema -autorità ritornasse in mano dei Consoli. Nè a -tutti gli atti dai quali traemmo queste indicazioni, veduti -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -da uomo assai diligente, sapremmo noi negare -fede, tanto più che nell’avvicendarsi in cima agli atti -dei nomi dei Consoli con quello del Potestà, ne parve -la sincerità di essi avere conferma. Dall’anno 1218 in -poi, non già che cessassero nella città i Consoli, ma -più non tenevano il supremo magistrato; e la rappresentanza -cittadina risedette d’allora in poi costantemente -nel Potestà, che seco aveva suoi consiglieri.<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> -</p> - -<p> -I Vescovi non esercitarono in Firenze mai giurisdizione -politica; e questo ancora apparisce da tutta -l’istoria, che il clero vi si mantenne in ogni tempo -assai cittadino, senza di che non può aversi città ordinata -nè religione pura. Gli Ottoni di Sassonia avevano -fatto più che non volessero a pro dell’Italia, -quando, per gelosia dei conti e de’ baroni, contrapposero -alla feudalità i Comuni; e quando allargarono i -privilegi de’ vescovi, così accostandogli alla parte popolana -invece di rimanere tutti feudali e guerrieri, -come gli avevano fatti i successori di Carlo Magno. -Nè sono io certo che debba tenersi per vera quella -opinione degli eruditi, la quale in oggi fa derivare il -Comune dalle immunità vescovili e dal collegio degli -avvocati delle chiese; ma è ben certo che nelle provincie -meno aderenti all’Impero e che più sentirono -la riforma di Gregorio VII, il clero ed il popolo si -trovano uniti con più salda colleganza e con migliore -temperamento. L’opera di quel Pontefice fu intesa a -distruggere il fatto dei Carolingi: e nella guerra per -le investiture si contendeva insomma se i vescovi -s’avessero a eleggere in nome di Dio o in nome del -Principe, e se tenere si dovessero pastori dei popoli -o cortigiani dei re e capitani delle masnade; e nell’Italia -importava l’essere i vescovi e gli abati, o -italiani o tedeschi. Ma in Toscana la potenza dei marchesi -e la forte signoria di Matilde fecero che i vescovi -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -e generalmente il clero, dall’un lato contenuti, -dall’altro venissero vie più ad accostarsi alla civil comunanza. -I monasteri ed i conventi anch’essi appartengono -all’istoria del popolo; ma qui non si vogliono -descrivere le molte abazzie fondate verso il mille dal -marchese Ugo di Toscana e un secolo dopo dalla contessa -Matilde. Giova dire solamente quale principio -avesse il monastero di Valombrosa, che diede nome a -una riforma o nuova regola dei monaci di san Benedetto. -Ciò fu intorno all’anno 1070 per opera di Giovanni -Gualberto dei signori di Petroio in Val di Pesa, -il quale incontrato presso alla chiesa di San Miniato -un cavaliere ch’egli cercava a morte come uccisore -d’un suo fratello, e questi chiedendogli mercè per Dio -con le braccia in croce, Giovanni Gualberto punto da -misericordia gli perdonò; e lo menò ad offrire in detta -chiesa, quivi rendendosi monaco: donde poi salito essendo -come eremita nell’alpe di Valombrosa, radunava -intorno a sè altri monaci, e fondava il nobile edifizio -che, ampliato dipoi ed abbellito dalle Arti, rendeva in -Toscana molto popolare la memoria di san Giovanni -Gualberto. -</p> - -<p> -Il nome di Guelfi e di Ghibellini, infino allora non -mai pronunziato dagli storici, apparve in Firenze -l’anno 1215, nato ivi per una privata contesa. Messer -Buondelmonte della nobile casata de’ Buondelmonti, -leggiadro e splendido cavaliere, aveva promesso di -tôrre in moglie una fanciulla degli Amidei. Un giorno -mentre egli cavalcava a diporto per la città, una -donna di casa Donati per nome Aldruda lo chiama e, -scese le scale, entra con esso in parole, non senza -motteggiarlo perchè egli sia per isposare l’Amidei, nè -bella nè sufficente a lui. Io vi aveva guardata, soggiunge, -questa mia figlia; e gli mostra la donzella -che l’avea seguita. Questa era di rara bellezza, tantochè -Buondelmonte se ne accese, e senza pensare per -nulla nè all’Amidei nè alla data fede nè alla ingiuria -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -che era per fare nè al rischio cui andava incontro, -rispose le cose non essere tanto innanzi che non si potessero -frastornare: non molto dopo la sposò a moglie. -Di tale ingiuria gli Amidei gridarono vendetta, e gli -Uberti attizzarono quegli sdegni; ai quali partecipando -più altri parenti, molte delle più antiche e nobili -casate si congiurarono insieme di offendere Buondelmonte; -e disputandosi in che guisa, il Mosca dei -Lamberti si levò su e disse la mala parola: Cosa fatta -capo ha; volendo dire, uccidiamolo e così al fatto sarà -dato principio. Nè stettero a perder tempo, perchè -raunati la mattina di pasqua di Resurrezione in casa -degli Amidei da San Stefano, veggendo venire d’oltrarno -Buondelmonte in su uno palafreno bianco, vestito -nobilmente di nuovo di una roba bianca, si spinsero -innanzi; ed incontratolo appena ch’egli ebbe -sceso il Ponte Vecchio, appiè d’una statua di Marte -che ivi era, avanzo del paganesimo; Schiatta degli -Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e -Lambertuccio degli Amidei precipitandosi addosso a -lui lo ferirono; da Oderigo de’ Fifanti, che gli segò le -vene, fu tratto a fine. Per quella morte Firenze corse -alle armi e a rumore; stettero i Guelfi co’ Buondelmonti, -i Ghibellini con gli Uberti: e la città, non per -anche lastricata, divenne campo dove si combattevano -vicini contro vicini; secondo che le private nimistà, o -l’aderire alla parte della Chiesa o dell’Impero, divisero -le famiglie, sì fattamente che di settantadue casate -nobili annoverate dal Malespini, trentanove divennero -guelfe e il rimanente ghibelline. Qui ebbero -principio nella storia di Firenze le interminate discordie; -ed a noi tristo insegnamento viene dai fatti che -si compivano allora presso altre due nazioni oggi potentissime -in Europa. Imperocchè in quell’anno i baroni -dell’Inghilterra congiunti ai borghesi ponevano -con la Magna Carta i fondamenti su’ quali poterono -nel corso dei secoli insieme crescere libertà e grandezza; -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -e in Francia, per contrarie vie, Filippo Augusto -con la battaglia di Bouvines accertava la grande -unità che è forza ed anima dei Francesi. I fatti d’Italia -in quegli anni fecondissimi consumavano la libertà -e impedivano la grandezza. -</p> - -<p> -Ma per allora e per trent’anni dopo, mentre che -in Italia ardevano guerre e si esercitavano più che in -altro tempo mai atroci violenze, da tante e sì varie -miserie comuni rimaneva offesa meno delle altre parti -la Toscana, e la città di Firenze dovette in quelli anni -molto avere prosperato; talchè al Malespini parvero -beati quei tempi nei quali, secondo egli scrive, «quelli -che si chiamavano Guelfi amavano lo stato del Papa, -e quelli che si chiamavano Ghibellini amavano lo stato -dell’Impero; ma nondimeno tutti traevano al bene -comune, ed il popolo si manteneva in unità e in bene -della Repubblica.<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>» Nell’anno 1217 andarono cavalieri -guelfi e ghibellini alla Crociata che fu bandita da Onorio -III per la impresa di Terra Santa; dove un Buonaguisa -della Pressa acquistò gloria per essere egli -salito il primo sopra le mura della città di Damiata, -e la bandiera che ivi pose recò in Firenze con grande -onore. -</p> - -<p> -Nell’anno 1218 i Fiorentini fecero giurare tutto il -contado alla signoria del Comune; «che prima la maggior -parte si teneva a signoria de’ conti Guidi e di -quelli di Mangona e di quelli di Capraia e da Certaldo, -e di più gentili uomini che l’aveano occupato per privilegi, -per forza degli Imperatori.<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>» Queste parole -sono di Ricordano Malespini, magnate fiorentino e -guelfo; i cui maggiori doveano, come gli altri, tenere -i loro castelli da imperiali privilegi e dalla forza; ma -che vivendo tra gente libera, si andava educando al -nuovo diritto, inverso il quale muovendo Firenze con -più franco passo di altra qualsiasi tra le città emancipate, -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -meritò bene dell’umanità. Traspare però nel -nostro istorico il malumore di gentiluomo, dove enumerando -in altro luogo e come di nascosto i danni -sofferti da molte famiglie, aggiugne poi «tutte per -terra:» i Malespini aveano anch’essi una tenuta dentro -al contado con le altre disfatta. Cresceva Firenze -affrancando i contadini dalla soggezione baronale e -affratellandoli al Comune; il che era giustizia che si -faceva contro ai soverchianti, per lo più stranieri, i -quali ponendo aguati o serragli sulle vie, impedivano -i commerci e si contrapponevano a ogni civil comunanza. -Ma quelli assalti contro a’ cattani o signori di -castelli, guardando ai modi che si tenevano, erano -spesso «più con la forza che con ragione» come dichiara -Giovanni Villani,<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> uomo di popolo ma sincero se altri -fu mai: cosicchè molti nobili di contado, per isdegno -o per aver patti migliori, donavano alla Chiesa le terre -loro e le case ed i vassalli che per tal modo voleano -sottrarre alla ubbidienza dei Comuni. Si trovano -esempi di tali donazioni fatte al Vescovo di Firenze -lo stesso anno nel quale vennero i contadini emancipati; -e molti Fiesolani o nobili o altri giurarono a quel -Vescovo fedeltà nel 1224, non bene essendo per anche -formata la signoria del Comune sopra sè stesso e nel -contado.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> Ma questa venendo a crescere sempre, il Potestà -dell’anno 1233 ordinava: «che dentro al mese -di maggio tutti gli abitatori del contado fiorentino -venissero a comparire nella città per notificare ai notai -dei sestieri a ciò deputati di che condizione fossero -ciascuno, cioè se cavaliere nobile o fattizio, o -allodiere, o masnadiero, o uomo d’altri, o fittaiolo, o -lavoratore o d’altra condizione egli fosse.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>» -</p> - -<p> -Prima di quel tempo Firenze ebbe brighe co’ Perugini -per le acque che in Arno scendevano dal Lago -Trasimeno: cominciò poi lunga guerra con Siena per -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -le controversie continue che davano i confini incerti e -i signori che ivi seguivano contrarie parti. Vi era Poggibonsi -fortezza imperiale, e tra i castelli che dipendevano -dai Senesi, Mortennana degli Squarcialupi, battuto -e ripreso più volte; trovandosi ivi usate quelle -che poi divennero mine, ed erano fossi coperti pei quali -entravano fino a scalzare i fondamenti delle mura e -farle cadere. Dal lato opposto, dove il dominio di Firenze -si toccava con quello di Siena, Montepulciano e -Montalcino diedero occasione a quelle guerre, nelle -quali ebbero i Senesi lega con gli Orvietani, mentre -che Firenze si rinforzava di aderenti e di amicizie in -quella parte degli appennini che scende in Romagna, -di già estendendo l’azione sua oltre a’ confini della -Toscana.<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> Con Pisa era guerra spesso combattuta ma -sempre costante per la contrarietà d’interessi che la -natura del sito aveva posto tra le due città, diversamente -facoltose e già possenti ambedue: imperocchè -Firenze a’ suoi commerci voleva uno sbocco sul mare, -e Pisa glielo impediva. Questa era anche sempre in -guerra con Lucca, la quale era certa di seco avere i -Fiorentini: di poi una meschina contesa tra gli ambasciatori -delle due città rivali convenuti in Roma all’incoronazione -di Federigo II, bastò ad accendere una -guerra. Dapprima si erano bene svillaneggiati e battuti -nelle vie di Roma tra quanti Fiorentini e Pisani -erano in Corte, o vi andarono per volontà di avere -parte nella riotta; della quale fu principale istigatore -quell’Oderigo Fifanti che aveva segato le vene a Buondelmonte, -ed ora se la pigliava contro ad uomini ghibellini. -I Pisani fecero arrestare tutta la roba e mercatura -de’ Fiorentini che si trovò in Pisa, ch’era -grande quantità; e i Fiorentini avendo chiesto fosse -restituita la mercanzia, i Pisani superbamente negarono; -e ai Fiorentini che minacciavano di muovere -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -contro Pisa, risposero che avrebbono loro ammezzata -la via: laonde incontratisi a Castel del Bosco, fecero -battaglia con la peggio de’ Pisani, al dire degli storici -fiorentini.<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> -</p> - -<p> -Moriva in quei tempi (1229) un celebre fiorentino, -Accorso da Bagnolo, che professò giurisprudenza in -Bologna e fu insigne tra’ glossatori dei libri delle -romane leggi, talchè la fama e l’autorità di lui non -sono spente ai dì nostri. Già da due secoli Arezzo aveva -prodotto quel Guido che fu inventore delle note musicali: -e in quei primi anni del XIII Niccolò pisano -faceva risorgere la scultura, e Leonardo Fibonacci della -città stessa recava in Europa le cifre numeriche e -l’arimmetica degli Arabi. Sorgevano già le cattedrali -bellissime di Lucca, di Pisa e di Siena. Fuori delle -porte di Firenze già sino dai primi anni dopo al mille -era la chiesa di San Miniato, nobile monumento di -quell’architettura cristiana che nacque in Italia ne’ primi -secoli della Chiesa. Nella città rimaneva antico e molto -bello edifizio il Battistero, che prima dicevano essere -stato tempio di Marte e poi consacrato a san Giovanni -Battista; ma d’altri non si era per anche adornata -che ne attestassero la magnificenza; nè si era illustrata -per chiari ingegni, dei quali Accorso fu il primo. Doveano -i commerci però di Firenze già molto essere ampliati, -trovandosi avere l’anno 1214 il Marchese d’Este impegnato -ai prestatori fiorentini tutti i suoi allodiali per -le grosse somme di danaro che gli aveano essi somministrate.<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> -Cresceva intanto la città oltr’Arno, dove -molte famiglie venute di fresco in ricchezza aveano -poste le case loro; talchè fu necessità fondare due -nuovi ponti, che uno alla Carraia l’anno 1218, e l’altro -nel 1237, cui diede nome il potestà Rubaconte da Mandella -milanese. -</p> - -<p> -Avanti di cominciare la narrazione di fatti maggiori, -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -giova dire alcuna cosa intorno alla setta dei Paterini -o Albigesi, che di recente compressa nel mezzodì -della Francia per sanguinose battaglie, aveva fomento -in Italia dall’odio ardentissimo dei Ghibellini contro -alla romana Chiesa, e dalla sciolta incredulità di Federigo -II. Quell’asiatica dottrina recata in Europa dalle -crociate e dai commerci, ebbe seguaci per tutta Italia -anche nel secolo precedente: ora le parti civili di ogni -cosa facevano arme, ed il pensiero audacissimo che -voleva tutto comprendere, non aveva limiti al negare: -la Somma di san Tommaso ed il poema di Dante ne -mostrano quante fossero in quel gran secolo l’interezza -e la comprensione filosofica della ortodossa dottrina, -fuor della quale non era luogo che a una filosofia -miscredente. Lo stesso Alighieri annovera tra gli increduli, -oltre a Federigo imperatore, il cardinale Ottaviano -degli Ubaldini e Farinata degli Uberti, capi della -parte ghibellina; ed in Firenze sappiamo essere stati -i Paterini apertamente promossi e spalleggiati dal Potestà -che verso l’anno 1240 vi esercitava l’autorità imperiale.<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> -Nella città due colonne, delle quali una ha in -cima la croce, l’altra una statua di san Pier Martire, -tuttora dinotano i luoghi dove i Paterini venuti a conflitto -col rimanente del popolo furono vinti ed oppressi; -nè più ricomparvero dopo la morte di Federigo e -la vittoria de’ Guelfi. Intanto però anche le giuste censure -e l’avversione di molti contro ai mondani vizi del -clero, pigliavano faccia d’eresia; cosicchè apparve -sospetto nel suo primo manifestarsi lo stesso pensiero -di san Francesco, il quale tendeva a rinsanire la gerarchia -con l’onorare la povertà, e faceva sorgere nella -Chiesa un nuovo ceto di popolani; consacrazione e -forza grande aggiunta ai <i>poveri</i> e <i>impotenti</i>, che il -patrocinio delle leggi tendea dovunque a rinnalzare. -Sospetti egualmente riuscivano i primi eremiti che in -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -Monte Senario cominciarono un nuovo Ordine, il quale -avuta di poi solenne istituzione in Firenze, divenne -l’Ordine dei Serviti. In Italia le riforme si traducevano -sempre in popolari istituzioni, conservatrici però della -unità religiosa che stava in cima e le conteneva dentro -ai limiti d’un ossequio non mai cessato in alcun -tempo. Tra queste forze venne ad infrangersi la potenza -di casa Sveva e dei Ghibellini, come vedremo pei fatti -che ora ne richiamano a più disteso racconto. -</p> - -<p> -L’anno 1248 Federigo principe d’Antiochia, figlio -naturale di Federigo II, conduceva in Toscana suoi -cavalieri, mandato dal padre ad opprimere la parte -guelfa, ch’era il maggior numero. In Firenze le casate -ghibelline si rafforzavano dando mano alle masnade -tedesche; e unite a queste, combattevano di luogo in -luogo, e fino all’ultimo serraglio, i Guelfi dentro alla -città. Infine dovettero questi partirsene a’ 2 febbraio, -giorno della Candelaia, 1249; ma però innanzi d’abbandonare -la patria, armati com’erano, portarono a sepoltura -feroci e piagnenti in lunga fila il cadavere d’un -loro cavaliero per nome Rustico Marignolli caduto in -quella battaglia: e depostolo nel chiostro di San Lorenzo, -dove una lapida in onore suo tuttora si vede, sgombrarono -la città ricovrandosi a Montevarchi ed a -Capraia e sparsamente per le campagne ai castelli o -ne’ poderi loro e degli amici. Aveano fede in sè medesimi -e nella parte ch’essi tenevano: ma i Ghibellini -ed i Tedeschi rimasti soli nella città, la governavano -ad arbitrio loro. Abbatterono trentasei fra case e torri, -e tra queste il nobile edifizio dei Tosinghi in Mercato -Vecchio, detto il <i>Palazzo</i>; il quale era alto (dicono -gli storici) novanta braccia, adorno di colonnette di -marmo. Abbatterono anche la torre che si chiamava -del Guardamorto, la quale era prossima a San Giovanni, -con l’intenzione (secondo scrivono) di farla -cadere addosso a quel tempio dove il popolo dei Guelfi -solea radunarsi: ma Giorgio Vasari, che attribuisce -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -all’ingegno di Niccola Pisano l’avere fatto ruinare -quella torre sopra sè medesima, esclude il disegno -imputato ai Ghibellini: a questi rimane, come nota il -Malespini,<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> l’avere cominciato quella maledizione dell’abbattere -le case, che poi divenne fatale usanza. -Continuarono intanto la guerra contro i castelli: ed -essendo Federigo istesso venuto in Toscana, quello di -Capraia, dove si era chiusa gran parte della nobiltà -guelfa, per lungo assedio fu espugnato; e Federigo, i -capi dei Guelfi condotti in Puglia, scrivono facesse -parte mazzerare, parte abbacinare, e indi chiudere in -un chiostro. L’Imperatore tedesco percuoteva con gli -ottimati gli ottimati, tra’ quali soli fin qui pareva la -guerra essere combattuta: vedremo il popolo tutto -intero unito e possente venire in iscena, e fare sua -quella vittoria cui dato aveva egli compimento. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-1">Capitolo IV. -<span class="smaller">PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI ANZIANI. -FELICITÀ DEI GUELFI. [AN. 1250-1254.]</span></h3> -</div> - -<p> -I Ghibellini con la forza delle straniere masnade -imposero al popolo intollerabili carichi e l’oppressero -in mal punto, imperocchè i Guelfi avevano al di fuori -ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna, altro -figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in -battaglia, era imprigionato: la parte guelfa e popolare -alzava il capo; talchè veggiamo in quegli anni altre -città emancipate al modo stesso e con le forme che in -questa sua liberazione pigliava il popolo di Firenze. -Quivi frattanto gli Uberti e le altre nobili famiglie -oltre ogni dire insolentivano: il popolo, che era fino -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -allora stato soggetto al governo dei magnati, ora essendo -fuori i nobili guelfi, ed esso capace a fare testa contro -i Ghibellini, si levò, e tolse con mirabile felicità in -mano sua tutto lo Stato. I buoni uomini, o come scrive -il Machiavelli gli uomini di mezzo, o meglio direi coloro -dai quali usciva in quel punto la nuova cittadinanza, -il 20 ottobre 1250 si adunano a folla nella chiesa di -San Firenze; ma non osando fermarvisi per timore -della violenza degli Uberti che ivi presso abitavano, -si ricovrano a Santa Croce, chiesa popolana dei Frati -Minori, dove armati ed inquieti dimorano alcun tempo. -Poi fatto animo, invece di tornarsene alle loro case, -vanno con ordine militare ad afforzarsi presso la chiesa -di San Lorenzo, dove tuttavia in armi si elessero trentasei -caporali, tolsero il grado al Potestà e agli ufficiali -posti dai Ghibellini, mettendo a guardia del nuovo -Stato un Capitano del popolo, messer Uberto da Lucca; -al quale aggiunsero dodici Anziani, due per sesto, acciò -guidassero il popolo e consigliassero il Capitano. Questi -doveva, come il Podestà, essere nobile e forestiere, -ma di popolo gli Anziani: tra questi era un calzolaio, -possente uomo, secondo appare, poichè lo chiamano -Grande anziano; il quale divenne poi traditore, onde -più tardi fu lapidato a furia di popolo. -</p> - -<p> -Scrissero tutta la gioventù in compagnie sotto a -venti gonfaloni, e ordinarono che ciascun uomo uscisse -presto ed armato sotto la sua bandiera, qualunque -volta fosse dal Capitano o dagli Anziani chiamato, facendo -gettare a questo effetto una campana. Il gonfalone -del Capitano aveva la croce rossa in campo -bianco; degli altri variavano i segni e i colori. Questa -era la forza che il popolo ordinava a munimento della -libertà sua: ma nelle guerre al di fuori andava l’esercito -sotto gli ordini del Potestà, perch’era esercito -del Comune o della intera città, nel quale tutti si -comprendevano i vari ordini dei cittadini. I nobili e i -potenti popolani formavano arme distinta, che si chiamava -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -dei cavalieri, principal nerbo nelle battaglie. -Ciaschedun sesto aveva l’insegna sua pe’ cavalieri, e -similmente erano insegne variate per le armi de’ balestrieri -e de’ palvesari, e per la salmeria e i guastatori -e i marraioli e i palaioli. Queste insegne dava -solennemente il Potestà ogni anno il dì della Pentecoste. -La popolazione del contado fu parimente divisa -in leghe, le quali ciascuna sotto a’ suoi gonfaloni l’una -all’altra soccorrendo, dovevano inoltre, quando bisognasse, -venire in arme nella città: novantasei erano -i pivieri, i quali furono ordinati in leghe. E qui è da -notare che a ciascun sesto della città rispondeva una -parte del contado, cosicchè i vari pivieri ed i Comuni -fossero come una dipendenza di quel sesto che incontro -ad essi era posto, e le milizie delle leghe quando scendevano -in Firenze s’aggregassero per sesti alle milizie -cittadine, e le ingrossassero con lo stesso ordine. A difesa -di sè stesso, ed a mostrare come in Firenze il -governo dei magnati cedesse a quello della cittadinanza, -ordinò il popolo che le torri onde era gremita -la città, fossero tutte eguagliate all’altezza di cinquanta -braccia, secondo scrivono: le torri dei nobili -erano in grande numero; poche altre si chiamavano -delle vicinanze, fabbricate da più famiglie insieme a -difesa di case vicine:<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> con le pietre di quelle mozzate -torri si cinse di mura la città oltr’Arno. Gettarono i -fondamenti d’un palazzo per la Signoria, che prima -non aveva pubblica residenza e gli Anziani tornavano -alle loro case a mangiare e a dormire: dipoi quel palagio -fu del Potestà. -</p> - -<p> -Alla novella della morte di Federigo II, la quale -avvenne in Firenzuola di Puglia a’ 13 dicembre 1250, -il popolo richiamò in città i fuorusciti guelfi, dicendo -volere rappacificare le due fazioni. Veramente avere -alterato le istituzioni municipali non offendeva le ragioni -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -dell’Impero, come il richiamo degli sbanditi, il -quale era atto di sovranità.<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> Così però la città in questi -anni fatta opulente pei commerci, cresciuta di popolo, -e avendo acquistata in guerra ed in pace la -fiducia di sè stessa, pigliava in Toscana luogo soprattutte -preminente, digià cominciando a essere noverata -tra le maggiori d’Italia. La parte guelfa si rinforzava -dopo la morte dell’Imperatore per la presenza di papa -Innocenzio IV, che dal Concilio di Lione tornava a -Roma colla sua corte. Frattanto Firenze e Lucca sole -si erano chiarite guelfe, mentre al contrario Pistoia, -Pisa, Siena e Volterra e quasi tutti i gentiluomini di -contado seguitavano il ghibellinesimo. Firenze, crucciosa -di vedere Pistoia stare al comandamento di Corrado -successore del secondo Federigo, contro di essa -faceva uscire le sue milizie cittadine: e perchè i nobili -ghibellini rimasti dentro si erano opposti a cosiffatta -guerra, queste milizie tornate vittoriose costrinsero -al bando non pochi di quelle famiglie; i quali, -usciti appena, stringevano società o lega col Comune -di Siena. Abbiamo l’atto a ciò stipulato da uno di -casa dei Lamberti come procuratore degli uomini di -molte famiglie di cui si leggono i nomi.<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> Allora Firenze -[luglio 1251], sdegnando avere comune l’insegna -coi Ghibellini, lasciò loro l’arme del giglio bianco in -campo rosso e appropriossi il giglio rosso in campo -bianco. «Tuttavolta l’antica nobile e trionfale insegna -del Comune di Firenze, cioè lo stendardo bianco e vermiglio -che si portava sul carroccio, non cangiò mai.» -</p> - -<p> -La Repubblica seguitava felicemente la guerra contro -i Ghibellini signori di alcune castella aiutati dai -Pisani e dai Senesi, tantochè contro queste due città -rivolse finalmente lo sforzo delle armi sue; nè migliori -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -guerre nè più alto e giusto fine ebbe essa dopo quel -tempo mai. I cittadini, tutti concordi pel buon governo -e la lealtà loro, andavano a quelle militari spedizioni -a piedi e a cavallo, con grande animo e ardire: -Firenze ponevasi allora a capo di parte guelfa, -e delle italiane libertà, e dei popoli che risorgevano; -e se non fosse usar parole troppo magnifiche e boriose, -quasi direi della civiltà del mondo. Fiorendo la -Repubblica in potenza e in ricchezze a cagione della -quiete dentro e dei buoni successi al di fuori, l’università -dei Mercatanti, piuttostochè il Popolo ed il -Comune, per onore di tutti ordinò che si coniasse moneta -d’oro; per la qual cosa Firenze allora ebbe il -fiorino d’oro di 24 carati. Otto di essi pesavano -un’oncia; da una parte avevano il giglio, dall’altra -san Giovanni Battista, e valevano venti soldi. Quando -cominciarono a vedersi, niuno li voleva: ma tosto ebbero -corso grande e grande credito in Europa e nei -traffici d’Oriente. Un’altra volta i Fiorentini andati -contro Pistoia, vi posero assedio; e avuto il disopra, -quivi restaurarono parte guelfa a guarentigia del fatto, -edificando un castello in sulla via di Firenze, che fronteggiasse -i Pistoiesi. Eguali successi ebbero a favore -dei Perugini ch’erano guelfi, e contro Siena e contro -Arezzo; dove anche diedero bella prova di lealtà quando -il conte Guido Guerra capitano de’ Fiorentini, avendo -dato mano ai Guelfi di Arezzo perchè cacciassero contro -ai patti i Ghibellini dalla città, il governo di Firenze -volle che i patti si mantenessero e i Ghibellini -vi rientrassero. Troviamo pure la confessione fatta -da’ Guelfi d’Arezzo di somme imprestate ad essi in -questi anni [1251-55] dai Fiorentini;<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> i quali dipoi -avendo col toglierle alcune castella abbassato Siena, e -andati ad oste contro Volterra, nel dare la caccia ai -nemici fuggitivi entrarono nella città, forte pel sito in -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -cima ad un monte. Allora si viddero venire incontro -il Vescovo ed il Clero colle croci in mano, e dietro ad -essi le donne scapigliate, tutti gridando: «Signori -Fiorentini, pace e misericordia.» Si contentarono di -riformare lo Stato e di cacciare i capi ghibellini -senz’altra offesa. Vincitori di Volterra, vanno contro -Pisa; e perchè i Pisani spaventati, pregando pace, ad -essi inviarono ambasciatori con le chiavi della città -in segno di sommissione, la guerra cessava; i Fiorentini -accontentandosi di pattuire che le mercatanzie -loro potessero entrare per mare e per terra liberamente -in Pisa ed uscirne con franchigie di gabelle, e -che i pesi e le misure usate in Firenze fossero comuni -anche ai Pisani. Bastava loro il provvedere alla facilità -dei commerci; nè a tanto possente e ghibellina -città quei patti erano da imporre che altrove solevano -ad incremento di parte guelfa, come non ricettare i -fuorusciti, o per tre anni pigliare tra’ nobili di Firenze -il Potestà, che doveva (come noi sappiamo) da per -tutto essere forestiero. Tornava l’oste in Firenze tra -le allegrezze e le feste nel gaio mese di settembre; ed -a quell’anno tanto felice [1254] il nome fu dato d’anno -vittorioso. Erano i primi gaudi della libertà, nei quali -sembra che il giovane popolo innalzi a leggenda la -propria sua istoria.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap5-1"><span class="smcap">Capitolo V.</span> -<span class="smaller">MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. -BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. 1254-1260.]</span></h3> -</div> - -<p> -Manfredi figlio naturale di Federigo II succedè -l’anno 1254 al fratello Corrado sul trono di Sicilia e -di Puglia in pregiudizio del nipote Corradino: da lui -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -ebbe parte ghibellina gran sostegno, e la Toscana -grande assalto. Ad istigazione di quel principe i Pisani -di bel nuovo ruppero guerra ai Fiorentini ed ai -Lucchesi, avendo sul territorio di questi assalito il castello -del Ponte a Serchio, dal quale poi furono respinti -con grave sconfitta: i vincitori volgendo l’oste -contro alla stessa Pisa, giunsero fino a San Iacopo in -Val di Serchio, dove tagliato un gran pino, fecero a -dimostrazione di trionfo, sul ceppo rimasto, battere -fiorini d’oro. Allora i Pisani gli richiesero di pace, che -i Fiorentini concessero in modo grato ai Lucchesi; ma -per avere alle mercatanzie libera la piaggia del mare -fermarono che nel popolo di Firenze stesse la scelta -del mantenere o del disfare il castello di Mutrone, che -era tenuto dai Pisani.<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> Questi accettarono la condizione: -dopo di che gli Anziani di Firenze in consiglio -segreto presero partito, che il Mutrone fosse disfatto. -Ciò si doveva nel dì seguente proporre in pubblico -parlamento: ma intanto i Pisani bramando impedire -che i Fiorentini a ogni costo dessero quel castello in -signoria dei Lucchesi, avevano in Firenze mandato a -tal fine celatamente un discreto segretario con denari -assai da spendere. Si accostò il Pisano, per interposta -di un amico, ad un grande cittadino anziano e possente -in popolo e in comune, il quale avea nome Aldobrandino -Ottoboni, franco popolano, offrendogli quattromila -fiorini e più se ottenesse che il Mutrone fosse -disfatto. Ma il vecchio Aldobrandino, da ciò argomentando -che la distruzione del Mutrone, dai Pisani desiderata, -verrebbe dannosa ai Fiorentini ed ai Lucchesi, -come leale cittadino, senza far parola della -offerta dei denari, con nuovi argomenti propose il contrario -di quel che aveva nel precedente giorno, e fece -vincere il partito che il Mutrone si conservasse: tanta -fu la continenza di quel virtuoso e non troppo ricco -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -cittadino, che il Villani paragona al buon romano Fabrizio. -Poco dopo Aldobrandino moriva, e il Comune -gli decretò in Santa Reparata un monumento di marmo -elevato sopra a ogni altro, dove fu egli deposto a -grande onore. Tre anni dopo i Ghibellini tornati in -città fecero per empiezza di parte abbattere quella -sepoltura, e il corpo di Aldobrandino trascinare per la -città e gittare nei fossi. -</p> - -<p> -Manfredi era stato l’anno 1258 coronato in Palermo -re di Sicilia; dal che ranimati i Ghibellini di -Toscana, convenivano in segrete adunanze, tendendo -le orecchie ad ogni novella. Gli Uberti ordivano gran -congiura, ma fu scoperta la trama; citati, negarono i -Ghibellini di comparire, insultando con ferite e con -percosse la famiglia del Potestà. Al che il popolo, correndo -armato alle case degli Uberti, uccise a furia -Schiattuzzo di quella famiglia ed altri ad essa aderenti: -Uberto Caimi degli Uberti e Mangia degl’Infangati, -condotti al carcere, confessarono la congiura, -per cui tosto ebbero il capo mozzo. I rimanenti -degli Uberti con molte più casate ghibelline, i Fifanti, -gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari ed altre sì -nobili che plebee, le quali sarebbe qui troppo lungo -noverare, fuggirono dalla patria, ricoverandosi a Siena -ch’era tenuta dai Ghibellini: le case e torri dei fuorusciti -furono atterrate. Poco dipoi l’Abate di Valombrosa, -pavese della famiglia da Beccaria, caduto in -sospetto di perfidia ghibellina, fu posto al tormento -e decollato da’ Fiorentini, i quali ne furono scomunicati -dal Pontefice. Il popolo che resse in quei -tempi la città, scrive il cronista che «fu superbo -molto, di alte imprese e tracotato;» ma una cosa -ebbero i rettori, che furono molto leali e diritti. E -perchè un Anziano fece ricogliere dal fango presso a -San Giovanni un cancello che era stato della chiusa -del Leone, e lo mandò in una sua villa, ne fu condannato -in lire mille, come frodatore delle cose del -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -Comune.<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> Firenze, che aveva come sua impresa il Marzocco, -teneva insin d’allora per grandigia un serraglio -di Leoni che venivano ad essa recati dai commerci -nell’oriente: usanza continuata dalla Repubblica sempre, -ed anche poi sotto al principato, fino alla memoria -dei padri nostri. -</p> - -<p> -«I cittadini di Firenze allora (prosegue il Villani) -vivevano sobri e di grosse vivande e con piccole spese, -e di grossi drappi vestivano loro e loro donne. E molti -portavano le pelli scoperte senza panno, con berrette -in capo, e tutti con gli usatti (stivali di cuoio) in -piede. E le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti; -e passavansi le maggiori d’una gonnella assai -stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su d’uno scaggiale -(cintura) all’antica, ed un mantello foderato di -vaio col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni -donne vestite di un grosso verde di cambrasio -per lo simile modo: e lire cento era comune dote di -moglie; e lire dugento o trecento era a quei tempi -tenuta dote sfolgorata; e le più delle pulzelle aveano -venti e più anni anzichè andassero a marito.<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>» Le -quali parole confermano quelle a tutti note, dove l’Alighieri -descrive l’antico vivere dei Fiorentini, che i -vecchi tuttora potevano ricordare, tanto fu rapido il -salire di questa città nella opulenza e nelle corruttele.<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> -</p> - -<p> -Siccome per la pace fermata tra’ Fiorentini e i Senesi, -questi si erano obbligati a non ricevere fuorusciti; -così i Fiorentini inviarono a Siena due ambasciatori, -Albizzo Trinciavegli e Iacopo Gherardi dottori -in legge; i quali giunti, chiesero che i rifugiati -fossero cacciati via, ed aggiunsero intimazioni superbe; -cui risposero i Senesi con l’accettare la guerra, che -fu incontanente dichiarata. Su di che i fuorusciti si -argomentarono d’inviare ambasciatori al re Manfredi -per soccorso, tale sperandolo che bastasse a restituirli -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -nella patria. Era capo dell’ambasceria Farinata degli -Uberti, principale tra i Ghibellini, ed avea libera facoltà -da’ suoi di fare e dire come a lui paresse. Venuti -al cospetto del Re, inginocchiati, lo richiesero -d’aiuto; ma egli, o temesse o diffidasse, promise a -stento il magro soccorso di cento cavalieri tedeschi. -Volevano gli altri, che aveano sperato tirarlo almeno -a seicento uomini, ricusare la profferta; ma Farinata -disse loro: «non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo -quanto si vuole; mandi con esso l’insegna sua: -tornati a Siena, noi la metteremo in tale luogo che -converrà mandi egli gente a sufficenza.<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>» Accettarono, -ma giunti a Siena furono accolti a grande scherno; e -molto furono sbigottiti i fuorusciti che si aspettavano -dal re Manfredi maggiore aiuto. -</p> - -<p> -Correva il mese di maggio del 1260, quando l’oste -fiorentina andava contro Siena, conducendo seco il -Carroccio, com’era usanza delle città libere d’Italia. -Questo era «un carro in su quattro ruote, tutto dipinto -vermiglio; e suso eranvi due antenne, sulle quali -sventolava il grande stendardo dell’arme del Comune -di Firenze, bianco e vermiglio.... Lo tirava un grande -e forte paio di buoi, coperti di un panno anch’esso -vermiglio: tenevano i buoi nello Spedale di Pinti a -questo ufficio ed a niun altro; il guardatore di essi -avea franchigia nel Comune. Quando era guerra, i -conti e castellani vicini e gentili cavalieri della città -lo traevano dall’Opera di San Giovanni, e condotto -sulla piazza di Mercato Nuovo, lo posavano sopra un -termine ch’era fatto d’una pietra tonda, raccomandandolo -quivi al popolo di Firenze. All’oste lo guidavano -i popolani, e di essi i migliori ed i più forti e -virtuosi erano deputati a guardarlo, a piedi tutti; e -nelle battaglie la forza del popolo intorno a quello si -ammassava. E quando l’oste era bandita, un mese -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -innanzi ponevano sull’arco della porta Santa Maria, -in capo di Mercato Nuovo, una campana chiamata la -Martinella, e quella del continuo suonava. Quando -l’oste si moveva, la detta campana era levata d’in -sull’arco e posta in un carro sopra un castello di legname; -al suono di questa si guidava l’oste.<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>» Queste -erano pompe del popolo vecchio e della Repubblica -di Firenze. -</p> - -<p> -Andava l’oste contro Siena, e via facendo impadronitasi -d’alcune castella, si accampava presso l’antiporta -della città stessa al Monistero di Santa Petronella, -dove su un poggetto rilevato innalzarono una -torre da tenervi la campana. In Siena il disegno che -Farinata aveva fatto sulla bandiera del re Manfredi, -ebbe allora compimento: durando l’assedio, gli usciti -di Firenze diedero un giorno mangiare ai cavalieri -tedeschi; e bene avendogli avvinazzati, gli feciono armare -e montare a cavallo per assalire il campo de’ Fiorentini, -con la promessa anche di grandi doni e paga -doppia. I Tedeschi forsennati e caldi di vino uscirono -fuori; e perch’erano improvvisi, al primo assalto fecero -grande danno, e molti del popolo e della cavalleria -fuggirono, credendo fossero maggior numero di -gente: poi ravveduti, si raccozzarono e diedero addosso -ai pochi Tedeschi, dei quali molti furono uccisi; e la -bandiera del re Manfredi presa e strascinata, fu poi -recata a Firenze. Allora i Senesi e i fuorusciti ghibellini -avendo accattato dalla compagnia de’ Salimbeni -di Siena ventimila fiorini d’oro, mandarono altri ambasciatori -annunziando a quel Re come la sua poca -gente per gran valentia essendosi messi ad assalire -l’oste dei nemici, prima l’avessero posta in fuga, e se -più fossero stati, avevano la vittoria; ma per la poca -gente, erano poi tutti rimasti morti, e l’insegna caduta -in mano dei Fiorentini e svergognata: a ciò aggiugnendo -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -quelle parole che seppero meglio ad ismuovere -Manfredi.<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> Il quale crucciato allo intendere la -novella, con la moneta dei Senesi mandò in Toscana -il conte Giordano suo maliscalco ed ottocento cavalieri -tedeschi; giungevano questi all’uscita del luglio 1260. -</p> - -<p> -Per questo rinforzo invigoriti i Senesi, bandirono -oste sopra a Montalcino; e avendo richiesto l’aiuto -dei Pisani e di tutti i Ghibellini di Toscana, bentosto -raccolsero in Siena un esercito di molto polso. Ma non -si credevano però avere fatto nulla se non tirassero -i Fiorentini fuori a campo, i Tedeschi essendo pagati -per soli tre mesi; e già n’era passato uno e mezzo, -nè moneta avevano da più tenerli, nè mai l’avrebbero -ottenuta da Manfredi. Ragionarono pertanto che al -fine loro non perverrebbero senza grande maestria e -inganno di guerra; del che l’industria fu commessa a -Farinata degli Uberti. Sceglieva egli due frati Minori -da inviare messaggieri al popolo di Firenze; e prima -gli fece in gran segreto abboccare con alcuni dei principali -di Siena, i quali diedero infintamente loro ad -intendere che, bramando scuotere essi quella sorta di -signoria che Provenzano Salvani esercitava dentro alla -città, volentieri darebbero questa ai Fiorentini per diecimila -fiorini d’oro: venissero con grande oste sotto -cagione di fornire Montalcino, e andassero infino sul -fiume d’Arbia, dove giunti avrebbero dagli amici loro -la porta di San Vito la quale guarda verso Arezzo. -I frati, condotti essi medesimi nell’inganno, vennero -a Firenze con lettere suggellate, e fecero capo agli -Anziani, profferendo che recavano gran cose in pro -del popolo di Firenze, ma che erano tali che si voleano -manifestare a pochi. Allora gli Anziani elessero -due di loro; che uno era chiamato lo Spedito, audace -uomo e intramettente; ai quali, poichè ebbero fatto -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -sacramento sull’altare, i frati mostrarono le lettere, e -tutto discopersero il trattato. I due portati da volontà -diedero fede, e incontanente trovati i diecimila fiorini, -radunarono Consiglio di grandi e di popolo, ai quali -esposero che bisognava muovere l’oste d’intorno a -Siena a fornire Montalcino, e quivi andare con grande -possa. I nobili delle grandi case di Firenze ed il conte -Guido Guerra ch’era con loro, e di milizia più sapevano -che i popolani, ed ignoravano il trattato; conoscendo -la nuova masnada de’ Tedeschi ch’era venuta -in Siena, e la mala vista che fece il popolo a Santa -Petronella quando i cento Tedeschi gli assalirono; e -sapendo i cittadini non tutti essere bene disposti, e -altresì pensando come si poteva in altro modo fornire -Montalcino, al che gli Orvietani s’erano offerti; e che -lasciando i Tedeschi stentare finchè non mancasse la -moneta, si sarebbono straccati, e tornerebbero in Puglia -lasciando i Senesi più in male stato che per l’innanzi: -avvisando queste cose, diedero savio consiglio -che per al presente non si dovesse muovere l’oste. Fu -per essi tutti dicitore Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, -savio e prode cavaliere e di grande autorità: -ma detto ch’egli ebbe, lo Spedito già inalberato nelle -speranze e di natura presuntuoso, si fece a riprenderlo -con vili parole tacciandolo di paura. Tegghiaio -rispose: Tu non ti ardiresti di seguitarmi nella battaglia, -dove starò io. Si levò Cece dei Gherardini a -dire lo stesso che aveva detto messer Tegghiaio; ma -gli Anziani gli comandarono non dicesse, e a chi arringasse -contro al comandamento era pena cento lire. -Il cavaliere voleva pagarle per contradire, ma gli Anziani -raddoppiarono la pena una e due volte, ed egli -voleva sempre pagare; comandarono si tacesse, pena -la testa. E così vinse il peggior consiglio, che tutto -l’esercito, levato il campo, senza indugio procedesse. -</p> - -<p> -Deliberatosi di combattere contro il parere dei nobili, -il popolo fiorentino ricercò l’aiuto de’ suoi collegati, -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -e l’ebbe da Lucca, da Bologna, da Pistoia, da -Prato, da San Miniato, da Volterra, da San Gimignano -e da Colle di Val d’Elsa, terre che allora formarono -una lega guelfa col Comune di Firenze. Era -il tempo del ricolto, e i contadini fatti soldati presero -l’armi con ripugnanza. Di Firenze erano più di ottocento -cavalieri, e ben cinquecento soldati a piedi, che -mossero alla guerra al cominciare d’agosto col Carroccio -e colla campana. Gli seguitò molta plebe colle insegne -delle compagnie, e non rimase nella città casa -nè famiglia che non vi andasse qualche persona a -piedi o a cavallo, e di tale due, secondo che erano potenti.<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> -Credettero fosse provvedimento più cauto menare -seco i Ghibellini mescolati nelle compagnie, anzichè -lasciarli mentre era assente la milizia, «quasi -padroni della città.» Ma fu peggio, avendo quelli -avuto agio d’aspettare, confusi tra’ Guelfi, il tempo -acconcio al tradimento che già Farinata per altri suoi -messi aveva ordinato. I Fiorentini oltrepassata Siena -si fermarono a cinque miglia da quella città, dalla -parte di levante sull’Arbia in Val di Biena, sito abbondante -di acque e di pascoli, munito dai lati e a -tergo dai colli di Montaperti, castello posto in una -altura, e divenuto famoso per quella battaglia. Ivi a -loro si aggiunsero Perugini e Orvietani che là gli -aspettavano; talchè l’esercito assembrato aveva in -tutto tre mila cavalieri e più assai migliaia di fanti, -che in quelle guerre mal si contavano perchè andavano -disordinati. In mezzo a cosiffatti apparecchi, e -come accade all’appressarsi di grandi eventi, paurosi -presagi si spargevano a Firenze, e a Siena, e in tutta -Toscana. -</p> - -<p> -Siena con religiose cerimonie si consacrava quel -dì alla Vergine come a signora unica e perpetua: la -notte che precesse alla battaglia per tutte le chiese -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -era un piangere, un pregare, un fare paci coi nemici -che ognuno avesse. Venuta l’ora del mattino, a un -grido del banditore, cinquemila cittadini senesi pigliarono -le armi, e furono in punto per modo volonterosi, -che il padre non aspettava il figliuolo, nè l’un fratello -l’altro: con essi duemila fuorusciti fiorentini -bramosi di recuperare la patria quanto erano i Sanesi -di non perdere la loro, e ottocento soldati tedeschi -sotto la condotta del conte Giordano: i Pisani, impegnati -nella guerra coi Genovesi, non avevano potuto -mandare altro che poca gente. L’esercito fiorentino -accampato a Montaperti e gli Anziani che lo reggevano, -fra i quali ci è noto soltanto il nome dello Spedito, -attendevano sinchè la porta fosse loro consegnata -com’era promesso; quando un grande popolano fiorentino -chiamato il Razzante, di animo ghibellino, -esce dagli accampamenti, entra in città, ed agli amici -suoi narra privatamente come nel campo si buccinasse -che Siena doveva esser tradita; e che l’oste guelfa era -poderosa molto; e di troppo gran rischio la battaglia -in su quel punto co’ Fiorentini. Ma Farinata, risaputi -i discorsi del Razzante, gli gridò contro: «Uccideresti -noi tutti se tu spandessi per Siena queste novelle, -perchè ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che -dichi il contrario; perocchè se ora non si combatte, -che avemo questi Tedeschi, mai non ritorneremo in Firenze; -e per noi farebbe meglio la morte che andare -più tapinando per lo mondo.» Accomodatosi il Razzante -a quell’ammaestramento, si pone una ghirlanda -in capo, rimonta a cavallo e simulando allegria viene -al parlamento in palagio, dove era tutto il popolo di -Siena, e i Tedeschi ed altre amistadi: ivi con lieta -faccia dice che l’oste dei Guelfi si reggeva male, e che -era male guidata e peggio in concordia; e che assalendoli -francamente, di certo erano sconfitti. A grida -di popolo si armarono tutti in Siena gridando: «battaglia -battaglia.» Vollero i Tedeschi paga doppia, e -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -l’ebbero: fu spalancata la porta San Vito che a levante -stava di fianco all’accampamento fiorentino. -</p> - -<p> -Era presso che la metà del martedì, quarto giorno -di settembre 1260. Innanzi andavano i cavalieri tedeschi, -seguitati dalle genti d’armi di Siena a cavallo, -dai fuorusciti, e dalla fanteria, tutti sotto ai loro stendardi. -I Fiorentini dapprima crederono che i soli Tedeschi -uscissero fuori a provocarli come nei giorni -precedenti: ma quando scorsero la fiumana dei soldati -versarsi giù per le colline, quando ravvisarono il -popolo dei Senesi venire innanzi ordinato alla volta -loro, sbigottirono. Perchè la mostra fosse maggiore, i -Senesi avevano fatto uscire anche saccardi e fantaccini -con elmo in testa: la fanteria mescolata ai cavalieri -stava in ordine di battaglia sulle colline sotto le -sue bandiere; le salmerie si fermarono in disparte -quando cominciò la pugna. Innanzi agli altri i cavalieri -tedeschi rovinosamente percossero i cavalieri dei -Fiorentini, che ad assalto non preveduto male resistendo, -videro tosto di mezzo a loro uscire i Ghibellini -traditori e andare a porsi dall’altra parte. Le spade -tedesche s’aprivano il campo tra l’oste nemica; il -caldo era grande, il sole che piegava all’occidente feriva -negli occhi le guelfe milizie. Di queste l’insegna -era portata da Iacopo de’ Pazzi, uomo di grande valore; -quando Bocca degli Abati, uno dei Ghibellini -traditori che era in sua schiera appresso a lui, da -tergo spingendogli addosso il cavallo gli taglia la mano, -che cade giù con l’insegna. Al che i cavalieri, vedendosi -a quel modo traditi dai loro ed abbattuta l’insegna, -e dai Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora -si misono in isconfitta: ma perchè la cavalleria di Firenze -prima s’avvidde del tradimento, non venne a -perdere che trentasei uomini di nome, tra morti e -presi. Rimaneva la milizia del popolo a piedi, che era -molto numerosa e aveva più forte la coscienza della -causa che essa difendeva; facevano calca intorno al -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -Carroccio, alla cui guardia era quel giorno preposto un -Giovanni Tornaquinci cavaliere d’antica età, sperimentato -in molte battaglie e per famiglia capo dei Guelfi -nel sesto di San Pancrazio: seco era un suo figliuolo -e tre parenti del sangue istesso; i quali tutti, dopo -lunga e appassionata resistenza, con lui cadevano sul -mucchio dei morti. Ma la grande mortalità e presura -fu dei fanti popolani di Firenze, di Lucca e d’Orvieto, -i quali essendosi andati a chiudere nel castello di -Montaperti, cadevano tutti in mano ai nemici. Tramontava -il sole e la feroce zuffa durava ancora: terminò -col giorno, avendo continuato senza interruzione -sette ore. Dei Fiorentini oltre a duemilacinquecento -furono uccisi e millecinquecento presi, tutti dei migliori -del popolo e di ciascuna casa di Firenze:<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> gravi -danni ebbero i Lucchesi. Il Carroccio, la Martinella e -innumerabile preda d’arnesi rimasero al vincitore. -Fu questa battaglia delle più sanguinose di quei tempi, -siccome quella per cui fu rotto e annullato il popolo -vecchio di Firenze che era durato in tante vittorie e -grande signoria e stato per dieci anni.<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> -</p> - -<p> -Due croniche senesi descrivono a guisa di poema -o di romanzo i colpi di lancia dei cavalieri tedeschi; -di questo peccato almeno fu immune la parte dei -Guelfi. Narrano poi la molta strage che da uomo a -uomo fecero i pedoni e il grande numero dei prigionieri -condotti in Siena dopo la battaglia: ivi è tuttavia -memoria di una trecca per nome Usilia, che ne -avrebbe condotti trentasei legati alla coda di un suo -asinuccio. Da quelle cronache poco si rileva di quello -che importi alla politica o alla guerra, ma bene dipingono -gli affetti che in Siena dominavano e le passioni; -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -e la leggenda poi s’innalza quando pone in -iscena un araldo che stando a vedetta in cima alla -torre dei Marescotti dentro la città, vede ed accenna -via via ai trepidanti concittadini suoi i casi tutti della -battaglia, e la vittoria su’ Fiorentini: qui è proprio -l’Iliade; istoria non è, perchè da Siena era impossibile -scorgere le mosse dei due eserciti nel campo di -Montaperti.<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap6-1"><span class="smcap">Capitolo VI.</span> -<span class="smaller">FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA DEGLI UBERTI -VIETA LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA DEI GUELFI. — DISCESA -IN ITALIA DI CARLO D’ANGIÒ, E MORTE DEL -RE MANFREDI. [AN. 1260-1266.]</span></h3> -</div> - -<p> -Giunta in Firenze la novella della sconfitta dell’Arbia -e insieme con essa i fuggitivi accorrenti, si -levò il pianto d’uomini e di femmine, ogni famiglia -deplorando morti o prigionieri uno o più dei suoi. Gli -scampati dalla battaglia e i nobili e popolani guelfi -rimasti in Firenze, temendo l’arrivo imminente dei -vincitori e fidando poco nella plebe dove erano molti -aderenti ai Ghibellini, si risolvettero spatriare; e -a’ 13 settembre 1260 usciti piangendo dalla città, si -recarono a Lucca con le famiglie loro. Tale era la sorte -in quelle guerre cittadine: i vinti perdevano con la -potenza la patria e gli averi e ogni gioia della vita; -uopo era fuggire. Ma insofferenti dell’esilio, cercavano -guerra da chi si fosse contro alla città loro, dove ogni -cosa rimaneva monca e interrotta, gli usciti recando -qua e là per l’Italia gli sdegni loro e le querele. Esulavano -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -fra gli altri i Bardi, i Rossi, i Mozzi, i Gherardini, -i Cavalcanti, i Pulci, i Buondelmonti, gli Scali, -gli Spini, i Giandonati, i Tornaquinci, i Tosinghi, gli -Adimari, i Pazzi, tutte nobili casate; e delle popolane -i Canigiani, i Machiavelli, i Rinucci, i Soderini, con -altre molte che nel governo degli Anziani erano venuti -in stato. Con essi ebbe bando Brunetto Latini, che fu -poi maestro di Dante. Avealo inviato la Repubblica -ad Alfonso re di Castiglia per chiedergli aiuto contro -a’ Ghibellini, e in quel frattempo la parte sua essendo -vinta, rimase egli in Francia, e quivi scrisse il suo -Tesoro. Parve dipoi che i Guelfi avessero mostrato poco -animo e fermezza nell’abbandonare la città, che era -forte di mura e di torri e di fossi pieni d’acqua da -poterla bene difendere e tenere. -</p> - -<p> -Nella domenica 16 settembre il conte Giordano, le -masnade tedesche e gli altri soldati ghibellini di Toscana, -arricchiti delle prede dei vinti, fecero ingresso nella -città senza contrasto; e subito elessero Potestà di -Firenze pel re Manfredi Guido Novello della famiglia -dei conti Guidi, signori di Poppi in Casentino. Egli a -tutti i cittadini fece giurare fedeltà al Re, e per i -patti promessi ai Sanesi fece disfare cinque castella -del contado di Firenze che fronteggiavano quel di Siena. -Alloggiava dove poi fu il Palagio del Potestà; e poichè -dentro era mal sicuro e fuori aveva la forza sua, fece -aprire sino alle mura la via che tuttora ha nome di -Ghibellina, per la quale potesse a ogni caso mettere -dentro i suoi fedeli e uscire al bisogno fuori degli -ingombri delle vie. Il conte Giordano con le masnade -tedesche rimase capitano di guerra e vicario generale -pel re Manfredi. Tutte le sostanze dei Guelfi andarono -al Comune, e molte loro abitazioni furono rase dai fondamenti: -Firenze era come in balía d’uomini stranieri. -Quando in Roma giunse la novella della sconfitta dei -Fiorentini, acerbo dolore ne provarono il pontefice -Alessandro IV e i Cardinali pel grande abbassamento -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -che ne veniva alla parte della Chiesa. Ma perchè il -cardinale Ottaviano degli Ubaldini ghibellino ne faceva -grande festa, il cardinale Bianco, che era guelfo e -aveva fama d’astrologo, disse parole le quali furono -presagio a molti della vittoria e del ritorno dei Guelfi -nella patria loro. Questi frattanto sgombrarono non -solamente Firenze, ma Prato ancora e Pistoia e Volterra -e San Miniato e San Gimignano e molte altre -terre di Toscana. Lucca rimase guelfa, e diede rifugio -ai seguaci di quella parte. Quivi stanziando gli esuli -fiorentini e spesso convenendo sotto la loggia innanzi -alla chiesa di San Frediano, un giorno Tegghiaio degli -Aldobrandi veduto lo Spedito che nel consiglio gli aveva -detto villania e che allora pativa con gli altri la povertà -e l’esilio: «Vedi (gli disse) a che hai condotto te e -me e gli altri per la tua audacia e superbia.» Quegli -rispose: «E voi perchè ci credevate?» parole abiette -e senza pudore. -</p> - -<p> -Intanto i Pisani, i Senesi, gli Aretini, il conte Giordano -con gli altri capi ghibellini di Toscana, ordinarono -di fare in Empoli parlamento per assicurare la -vittoria della parte loro e fare taglia, cioè compartire -tra loro i carichi e le spese; ma in questo mentre lo -stesso conte Giordano essendo richiamato in Puglia per -mandato di Manfredi, lasciò vicario generale e capitano -di guerra in Toscana il conte Guido Novello. -Prima che egli andasse, adunatosi il parlamento, tutti -i deputati delle città ghibelline e i feudatari vicini a -Firenze opinarono che la città, disfatta in parte e -priva delle sue mura, fosse ridotta a borghi aperti siccome -quella il cui popolo era tutto guelfo: rialzerebbe -(dicevano) essa tosto o tardi la parte della Chiesa; -alla salute loro volersi la distruzione di Firenze. Tutti -assentivano, quando uno solo si levò ad oppugnare il -comun voto, Farinata degli Uberti. Sembra che allora -nelle pubbliche arringhe dal dicitore solesse proporsi -un motto, sul quale la diceria poi si svolgesse. Farinata -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -propose due grossi antichi proverbi composti in uno, -nel quale accennava all’autorità sua sopra gli altri, -rozzi e impotenti a petto a lui.<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> Mostrò la follía di -quell’atroce proponimento; e se altri non fosse cui -stesse a cuore tale città, egli con la sua spada in mano -finchè avesse vita la difenderebbe: disse, ed accennava -uscir dalla sala. Grande cuore aveva, e ognuno temette -nimicarsi tale uomo; il conte Giordano, prudentemente -adoperando, tolse altri modi a contenere il popolo di -Firenze; e così per l’alto animo e per la virtù di Farinata, -la città fu salva: il nome di lui rimase glorioso -nei tempi avvenire. -</p> - -<p> -La possanza della parte ghibellina si dispiegava in -Toscana, dove il conte Guido Novello occupava parecchie -castella dei Lucchesi. Il corso di tali conquiste si -arrestava nondimeno davanti a Fucecchio, che difeso -più di trenta giorni dal fiore dei fuorusciti guelfi ivi -raccolto, restava finalmente libero dall’assedio. I Guelfi -spedivano loro ambasciatori in Alemagna alla madre -di Corradino legittimo erede di Corrado, ed il cui trono -era tenuto da Manfredi suo zio, acciò loro affidasse il -figlio; ma essa per la tenera età lo negava. Anche in -seguito vedremo la parte abbassata cercarsi appoggio -dallo straniero, intantochè la supremazia degli Imperatori -apriva l’adito in Italia ai Tedeschi, e l’irrequieta -gelosia papale ad altri principi stranieri. Alcuni -tentativi guerreschi dei Guelfi per rientrare in Firenze -andavano a vuoto: anzi provocavano maggiori assalti -del conte Novello, che tornato ad oste contro a’ Lucchesi -ed ai fuorusciti fiorentini, gli sconfiggeva. Qui -l’ultima volta comparisce nelle storie Farinata degli -Uberti. Questi a battaglia finita cavalcando, si era -tolto in groppa Cece dei Buondelmonti suo prigioniero, -quando Piero suo consorto, soprannominato l’Asino, -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -con vituperosa crudeltà gliel’uccideva addosso, dandogli -d’una mazza in sulla testa. -</p> - -<p> -I Ghibellini avevano occupato alcune castella dei -Lucchesi, i quali bramosi di ricuperare i loro uomini -rimasti prigioni in Montaperti che erano molti e dei -migliori della città, fecero al conte Guido segretamente -offerire, restituisse questi con le castella ed essi caccerebbero -tutti i fuorusciti guelfi. La pratica venne -copertamente condotta sì che niuna cosa ne trapelò a -quei miseri, cui ad un tratto la Signoria di Lucca -comandava sgombrassero la città e il territorio dentro -tre dì, pena la testa: nè pietà ottennero nè indugio, -e le masnade tedesche avanzavano. Abbandonarono -Lucca essi e le famiglie loro nel 1263, e donne gentili, -mogli dei fuorusciti fiorentini, furono costrette partorire -tra le asprezze di quell’appennino che è tra Lucca -e Modena: di qui rifuggivansi miseramente in Bologna. -Chiusa era loro Toscana tutta, dove in poco -d’ora non fu terra nè castello che non tornasse ai -Ghibellini. Questa cacciata da Lucca fu bensì cagione -di sorte migliore a parecchi fuorusciti, che riparatisi -in Francia e avvantaggiatisi nei commerci, dipoi tornarono -a Firenze: altri da Bologna passati a Modena -e quindi a Reggio in aiuto dei loro partigiani, quivi -onorati ed arricchiti di prede, cominciarono a formare -una di quelle vaganti masnade di cui vedremo l’Italia -essere inondata. Erano più di quattrocento uomini -d’arme, tutti a cavallo e bene in assetto, capitanati -da messer Forese degli Adimari, pronti a soccorrere -parte guelfa, alla quale già novelle sorti si preparavano. -</p> - -<p> -La debolezza di papa Alessandro IV aveva giovato -a Manfredi per istabilirsi sul trono di Puglia; ma non -tardò ad ascendere la sedia pontificale Urbano IV -francese, il quale si diede a rinnalzare parte guelfa, -continuando i disegni che Innocenzio IV aveva concetti. -Fermo nell’animo di abbattere ad ogni costo -Manfredi, offerse nel 1263 la corona di Napoli a Carlo -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -d’Angiò, fratello al re di Francia Luigi IX. Urbano -moriva poco dipoi; ma Clemente IV, di lui successore -e francese anch’egli, dava effetto al disegno. Così le -speranze dei Guelfi risorsero in tutta Italia: e la famiglia -Della Torre in Milano potentissima si distaccava -dai Ghibellini per accostarsi a Carlo; mentre alcune -città vicine, Verona, Brescia, Cremona, Piacenza e -Pavia, rimanevano devote al ghibellinesimo ed a Manfredi. -Noi non racconteremo la breve guerra dei due -valorosi combattenti per le belle napoletane contrade: -solo diremo che il saggio re San Luigi, irresoluto dapprima -dell’aiutare o no il fratello in quella impresa -di ventura, fu lieto infine di allontanare dalla Francia -quello spirito altiero ed irrequieto con l’aprirgli lontano -un campo alle ambizioni. Manfredi, che avrebbe -potuto difendersi meglio nei luoghi fortificati, prescelse -venire a grande battaglia nel piano della Grandella -presso Benevento, dove tradito da una parte de’ suoi -baroni dovette soccombere: mentre ferveva la mischia, -nel rimettersi l’elmo in testa, l’aquila d’argento che -vi stava per cimiero gli era caduta sull’arcione dinanzi; -egli disse ai suoi: «Questo è segno di Dio;» e si -gettò nel folto dei nemici, dove cadde ucciso. Era -l’anno 1266.<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap7-1"><span class="smcap">Capitolo VII.</span> -<span class="smaller">FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE DELLE ARTI. — MAGISTRATO -DI PARTE GUELFA. — GOVERNO DELLA CITTÀ -DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI. [AN. 1266-1267.]</span></h3> -</div> - -<p> -Nelle schiere di re Carlo avevano combattuto i -fuorusciti di Toscana, i quali offertisi al Pontefice sin -dal principio della guerra e bene accolti, ebbero da -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -lui l’insegna sua propria, che poi rimase alla parte -guelfa, ed era un’aquila vermiglia la quale calcava un -serpente verde. In Toscana, al primo annunzio di quella -grande sconfitta e della morte del re Manfredi, i Ghibellini -ed i Tedeschi perdettero animo; ed i Guelfi rincuorati -si appressarono alla città da ogni parte del -territorio dove erano ai confini, per ordinare nuove cose -coi loro amici di dentro, avendo speranza d’essere -aiutati dai partigiani loro dell’esercito di re Carlo. -Allora il popolo di Firenze, col cruccio nell’animo -delle perdite sofferte chi di padre, chi di figliuolo e -chi di fratelli alla battaglia di Montaperti, cominciò a -parlare alto per la città, dolendosi delle spese e carichi -disordinati che pativano dal conte Guido Novello -e dagli altri che reggevano la terra. I quali temendo -a quei rumori che si levasse la plebe, e confidandosi -di acquetarla per via d’una certa mezzanità tra le -due parti, in luogo d’un solo Potestà com’era consueto, -ne elessero due, che l’uno ghibellino Lotteringo -degli Andalò, e guelfo l’altro Catalano dei Malavolti, -ambedue bolognesi e dell’ordine cavalleresco de’ frati -Gaudenti. Questi cavalieri propriamente erano detti di -Santa Maria; abito loro la veste bianca ed un mantello -bigio: gli obblighi, difendere le vedove e i pupilli, -e come pacieri intromettersi nelle altrui discordie: «ma -la grassa e poltronesca vita cui fin da principio si -erano abbandonati, gli aveva fatti notare dai popoli -con quell’appellativo di dispregio. Tuttavia per l’onestà -dell’abito fu creduto allora in Firenze che i due -sopra detti, i quali aveano lodevolmente tenuto il -governo di Bologna, guarderebbero bene e lealmente -il Comune da soverchie spese. Pigliarono essi l’ufficio -non senza averne avuta prima licenza dal pontefice -Clemente IV, e forse per espresso comandamento di -lui:<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> giunti, ebbero stanza nel palagio del popolo di -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -faccia a Badia. Ma essi tuttochè d’animo di parte -fossero divisi, sotto la coperta di falsa ipocrisia, parvero -essere in concordia più al guadagno loro proprio -che non al bene della città:<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>» fosse o no vero, Dante -gli pose nell’<i>Inferno</i> tra gli ipocriti. Da prima i due -Potestà ordinarono trentasei buoni uomini, fiore della -cittadinanza, Guelfi e Ghibellini, popolani e grandi non -sospetti, rimasti in Firenze alla cacciata de’ Guelfi, che -gli dovessero aiutare co’ loro consigli e provvedere alle -spese del Comune: si trova pure che volessero confinare -alcuni uomini delle due parti.<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> Si radunavano i -Trentasei ogni dì nella bottega e corte dei Consoli dell’arte -di Calimala in Mercato nuovo. Da quella bottega -uscì ad un tratto e come di per sè la Repubblica -di Firenze. -</p> - -<p> -Era il popolo di questa città diviso da lungo tempo -in compagnie d’arti e mestieri, e di presente contava -sette arti maggiori e cinque minori. A ciascheduna i -Trentasei diedero consoli o capitudini, e collegi e gonfaloni -con insegne proprie, acciò se nella città alcuno -si levasse in arme, le arti sotto le loro bandiere accorressero -popolarmente alla difesa: pei quali ordini ciascuna -arte di per sè armata ebbe suoi capi e sue insegne -e sue passioni e sua possanza, intantochè il popolo -veniva tutto ad essere nelle arti, e queste a pigliare -come la Signoria della città; il che diede forma di poi -ad essa ed ai pubblici costumi. Diremo delle sette arti -maggiori i nomi e le insegne: quella dei Giudici e -Notai aveva una grande stella d’oro in campo azzurro; -quella dei Mercatanti di Calimala un’aquila d’oro -in campo vermiglio; quella dei Cambiatori col campo -egualmente vermiglio seminato di fiorini d’oro; quella -della Lana con campo simile, ed un montone bianco; -quella dei Medici e Speziali pure col campo dello stesso -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -colore, e dentro la Nostra Donna col Figlio in collo; -quella dei Setaioli e Merciai col campo bianco ed una -porta rossa, pel titolo di Por santa Maria; quella dei -Pellicciai col campo azzurro, le pelli di vaio ed un -<i>agnus dei</i>:<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> le cinque minori più tardi furono ordinate. -</p> - -<p> -Ferivano queste novità la parte dei Ghibellini e -soprattutti le grandi famiglie degli Uberti e dei Fifanti, -dei Lamberti e degli Scolari e gli altri che n’erano -capi. Pareva loro che i Trentasei favoreggiassero i -guelfi popolani rimasti in Firenze; vedevano dopo alla -battaglia di Benevento ogni mutazione andare contro -la parte loro, e guerra essere di popolo acceso a tôrsi -di dosso la signoria dei grandi. Talchè prestamente il -conte Guido Novello mandava per gente ai vicini collegati, -cioè a Pisa a Siena ad Arezzo a Pistoia a Prato -a Volterra a Colle ed a San Gimignano, che stavano -allora tutte con la parte ghibellina: sicchè coi secento -Tedeschi che aveva, ben presto ebbe adunato in -Firenze 1500 cavalieri. Ma per dare il soldo alle schiere -tedesche voleva imporre una tassa che parve esorbitante -ai Trentasei: la costoro opposizione aumentò il -dispetto dei Ghibellini che, già sdegnati per il nuovo -ordinamento dato al popolo, deliberarono mettere a -rumore la terra, e col favore dei cavalieri tedeschi -disfare l’ufficio dei Trentasei. Primi a levarsi furono -i Lamberti, che armati coi loro masnadieri uscirono -fuori delle loro case in Calimala gridando: «ove sono -questi ladroni de’ Trentasei, che noi gli taglieremo -tutti a pezzi.» Sentito ciò questi, che erano a consiglio -nella solita bottega sotto la casa dei Cavalcanti -in Mercato nuovo, escono di parlamento. Nella città è -tumulto grande, ognuno serra la sua bottega, tutti s’armano -ed accorrono nella via Larga e da Santa Trinita. -Gianni de’ Soldanieri, uno dei grandi ghibellini, per -montare in istato si fa capo del popolo abbandonando -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -la sua parte; e Dante registra nell’<i>Inferno</i> il nome -suo dov’è la bolgia dei traditori. Intorno a lui ed a -quelli di sua famiglia si ammassano i popolani armati -in gran numero, e fanno serragli appiè della torre dei -Girolami. Al che il conte Guido con tutta la cavalleria -e coi grandi ghibellini in arme e a cavallo movendo -dalla piazza di San Giovanni, faceva schierare i suoi -contro a un altro serraglio che era sui calcinacci delle -case de’ Tornaquinci; alcuni Tedeschi saltarono a cavallo -dentro al serraglio stesso. Ma il popolo francamente -tenne il fermo, difendendosi con le balestre e col -gittar sassi dalle torri e dalle case; talchè vedendo il -Conte di non poterlo rompere, facea voltare le insegne -e con tutti i suoi tornava sulla piazza di San Giovanni; -e quindi su quella di Sant’Apollinare, dove stavano i -due frati Potestà: era la sua cavalleria tanto numerosa -che tenea da porta San Piero a San Firenze. Ivi -giunto, chiese le chiavi delle porte della città per fuggire; -e temendo essere accoppato dai sassi che a lui -fossero gettati dalle case, si pose ai fianchi Uberto -de’ Pulci e Cerchio de’ Cerchi, e dietro a sè Guidingo -Savorigi, che erano dei Trentasei e dei maggiori della -terra, perchè gli fossero schermo. I due frati Gaudenti, -gridando dal palagio, cercavano impedire quella fuga; -chiamavano a nome Uberto e Cerchio, rincuorassero -il conte Guido, che il popolo si acqueterebbe, che si -troverebbe via di pagare i Tedeschi. Ma fu invano: -perciocchè il Conte oltremodo impaurito non volle -udire parola; e avute le chiavi, si ritraeva difilato egli -con tutto il numero de’ suoi cavalieri. Se fosse stato -in campagna aperta, certo che avrebbono i Tedeschi -agevolmente disperse quelle milizie ragunaticcie e -oppresso quel popolo inesperto delle armi: qui invece -erano vie strette, ogni casa una fortezza, dove ciascuno -dei cittadini difendeva le cose più care, e a tutti -veniva pronto il soccorso: in questa sorta di battaglie -rinviene il popolo la sua forza. Il Conte in mezzo a -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -universale silenzio, fatto gridare se i Tedeschi ed i -Pisani e gli altri collegati vi erano tutti, e udito che -sì, uscì per una delle porte e s’indirizzò a Prato. Ma -quivi giunto e parendogli di avere mostrato paura, -volle il mattino seguente tornare indietro e ritentare -per forza d’armi la sua fortuna. Ma fu troppo tardi: -a tre ore di sole era presso alla porta del ponte alla -Carraia, dimandando gli fosse aperto: il popolo rispose -correndo armato alla difesa della città, la quale aveva -buoni bastioni e buoni fossi, voleri unanimi e risoluti. -I cittadini stettero ivi a guardia fino a sera; e allora -il Conte e i Ghibellini, non potendo farsi aprire nè per -minacce nè per promesse, se ne tornarono scornati a -Prato, pur beati se avessero potuto impadronirsi almeno -del castello di Capalle, che assaltarono via facendo -per isbizzarrirsi. Dopo quel giorno, per oltre due secoli -Firenze non vidde insegne straniere. -</p> - -<p> -Allora i Fiorentini, tornati liberi e mandati via i -due Potestà, riformarono la terra, e per afforzarsi meglio -avendo cercato soccorso dai popoli amici, ebbero -da Orvieto cento cavalieri, messer Ormanno dei Monaldeschi -per Podestà ed un altro gentiluomo per Capitano -del popolo. Richiamavano al tempo stesso non -solamente i Guelfi cacciati sei anni prima dalla città, -ma gli stessi Ghibellini di breve fuggiti, uomini grandi -e potenti, dei quali credevano i popolani tuttavia di -non potere far senza, ma si adopravano a riconciliarli -tra loro insieme ed a parte guelfa. Ordinarono pertanto -che fosse pace tra le casate insino allora nemiche; -ed a confermare questa pace Buonaccorso degli -Adimari diede per moglie al figlio suo la figlia del -conte Guido Novello; Bindo suo fratello si sposò ad -una degli Ubaldini, e Cavalcante dei Cavalcanti facea -sposare suo figlio Guido, poeta insigne, ad una figlia -di Farinata degli Uberti. Altri maritaggi men chiari -si fecero, ma sempre invano, perchè la memoria delle -antiche offese poteva più del recente vincolo, e i popolani -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -tosto pigliarono in sospetto quella concordia -de’ grandi. La pace fu rotta, ed i Guelfi imbaldanziti -per le vittorie di Carlo, inviarono segretamente -ambasciatori a quel principe richiedendolo di gente. -Mandava egli il conte Guido di Monforte con ottocento -cavalieri francesi, i quali però al loro giungere in Firenze -il giorno di Pasqua del 1267, non vi trovarono -i Ghibellini, che ne erano usciti la notte precedente -senza contrasto, rifugiandosi a Siena ed a Pisa o nelle -proprie loro castella. I Fiorentini allora diedero la -signoria della terra al re Carlo per dieci anni; e mandatagli -per solenni ambasciatori la elezione libera e -piena con mero e misto imperio, l’astuto Re rispose, -che de’ Fiorentini voleva il cuore e la buona volontà -senza altra giurisdizione. Ma pure ai preghi del Comune -la prese indi a poco semplicemente, e d’allora -in poi mandovvi annualmente suoi vicari, i quali avessero -il reggimento della città, con l’assistenza di dodici -buonuomini cittadini.<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> Era una sorta di dedizione, -ma non portava o non pareva seco portare la servitù, -perchè non era un dare al principe protettore tutto -il governo, ma solamente la sicurezza di sempre andare -con quella bandiera, che era di popolo, ma non -si credeva per anche valesse da sè a reggersi e stare -in alto: re Carlo era la spada di parte guelfa, come -il Papa n’era l’anima; cosicchè dunque la suggezione -al Papa ed al Re null’altro importava che una promessa -al certo molto volonterosa di tenere quella -parte, e difenderla sotto quei capi che allora il popolo -riconosceva: ed a quell’ombra la libertà cresceva -intanto e si consolidava per via di popolari -istituzioni. -</p> - -<p> -Troviamo il Papa bensì pretendere nel reggimento -della città più ingerenza che gli storici a lui non sembrino -consentire, ma la traccia ne rimane in quelle -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -lettere di Clemente IV che dipoi furono pubblicate.<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> -Da queste appare come venissero i frati Gaudenti per -eccitamento del Pontefice: il quale irato co’ Fiorentini, -che a lui sembravano troppo lenti alla cacciata -dei Tedeschi e alla oppressione dei Ghibellini, inviava -quivi un cappellano suo, che intervenisse nel governo, -uniformandolo ai disegni che egli aveva conceputi, con -minaccia di censure e di pene temporali a chiunque -osasse contravvenire. Aveva anche nominato nel primo -tempo della emancipazione di proprio moto un Potestà -e intendeva designare un Capitano del popolo, -che governassero la città, i quali fossero di provata -fede e in devozione a santa Chiesa. Ma costoro non -troviamo che ottenessero giurisdizione; e pare a me -che i Fiorentini molto bene si schermissero pigliando -altrove il Potestà (come fecero quel d’Orvieto), e poi -mettendo, come vedremo, sè stessi in cima alla parte -guelfa per via d’un ordine tutto nuovo, che fu accertarsi -con un solo atto la protezione del Pontefice e -porre in salvo nel tempo stesso la loro propria indipendenza. -Questa munivano contro ai Papi, come Pisa -ghibellina sempre fu intesa a mantenerla contro agli -Imperatori; e convien dire che fosse grande la forza -allora delle città, le quali, sebbene divise tra loro, stavano -in mezzo come sostegno all’uno o all’altro dei -contendenti e insieme argine ad entrambi: allora i -Papi erano più forti dopo all’eccidio di casa Sveva e -per la vacanza dell’Impero. -</p> - -<p> -Venuto il primo dei vicari mandati dal re Carlo, -furono eletti dodici buoni uomini perchè insieme con -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -lui avessero il reggimento dello Stato, come anticamente -gli Anziani; ai quali aggiunsero un Consiglio -segreto di popolo, che ebbe nome di Consiglio del Capitano -detto anche di Credenza della Massa de’ Guelfi, -senza del quale non si facesse alcuna grande spesa o -deliberazione. A questo modo la somma del governo -era nel popolo, perchè agli ufficiali eletti da lui spettava -iniziare e consultare da prima quel che importasse -alla Repubblica. Ma ogni cosa deliberata nei -Consigli popolari, doveva essere confermata nel Consiglio -generale dei Trecento e in quello speciale dei -Novanta e delle Capitudini delle sette maggiori Arti -e dei dodici Buonuomini che era convocato dal regio -Vicario, questi ultimi essendo i Consigli del Comune, -che dal Popolo si distingueva, perchè era di tutti indistintamente -i cittadini, e ad esso veramente appartenevasi -la sovranità come al popolo il governo: gli -chiamarono tutti insieme i Consigli opportuni; a quelli -del popolo spettava dare gli uffici dei castellani, e -tutti gli altri piccoli e grandi.<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> Fecero anche arbitri -che ogni anno avessero a correggere gli statuti e ordinamenti -del Popolo e del Comune. A camarlinghi -del Comune furono eletti i frati della Badia a Settimo -e quelli di Ognissanti, ogni semestre a vicenda. Nata -questione tra i Guelfi circa i beni dei Ghibellini ribelli, -papa Clemente IV e re Carlo ordinarono che ne fossero -fatte tre parti: la prima fosse del Comune; la -seconda dei Guelfi, per ammenda dei sofferti danni;<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -la terza per certo tempo fosse a parte guelfa. Alla -quale poi rimasero i detti beni, e se ne fece cassa, e -si attendeva sempre dipoi ad accrescerla, per dare -forza a quella parte. Il che udendo il cardinale Ottaviano -degli Ubaldini, disse: Poichè i Guelfi fanno mobile -(vendono cioè i beni confiscati), i Ghibellini non -vi ritorneranno mai più. La predizione si avverava. -</p> - -<p> -I Ghibellini o sospetti Ghibellini, per sentenza del -vicario del re Carlo e del Comune di Firenze, furono -parte fatti ribelli e sbanditi, parte confinati fuori della -città e del contado e del distretto o solamente della -città e del contado; alcuni potevano dimorare in Firenze -sinchè il bando non fosse pronunziato contro -loro in nome del vicario del detto Re. Abbiamo il registro -di forse tre migliaia di cittadini condannati per -successive provvigioni e riformagioni negli anni 1268 -e 69.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> E chi legga questo numero faccia misura delle -passioni che agitavano quell’età, se a noi sia dato immaginarle. -Molti fin d’allora abbandonarono non che -Firenze l’Italia, dando principio alla numerosa colonia -fiorentina che per esigli o per commerci si fondava -nel mezzodì della Francia. Tra’ primi esuli che si fermarono -in quella provincia, merita essere ricordato un -Azzo Arrighetti, dal quale in Provenza derivava la famiglia -poi tanto celebre dei Mirabeau. -</p> - -<p> -Ma soprattutto di gran rilievo fu la creazione di -un nuovo magistrato col nome da prima di Consoli -de’ cavalieri, poi di Capitani di parte guelfa, al quale -spettava in ogni cosa la difensione di essa parte e la -custodia dei beni e i provvedimenti da pigliare contro -a’ Ghibellini. Per via di quella istituzione Firenze -venne a farsi capo del nome guelfo in Toscana e fuori, -dando la mano intorno a sè ad una grande e possente -lega che da Bologna fino a Perugia si distendeva; -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -spesso mutabile come gli eventi, ma sempre viva negli -interessi e negli affetti di tutto quanto il guelfo -popolo, che in questa parte dell’Italia ebbe la sua -principal forza, ed in Firenze la rôcca sua. Quel magistrato -si rinnovava ogni due mesi: v’era un consiglio -segreto composto di quattordici, e il maggior consiglio -ne avea sessanta grandi e popolani, per lo cui -scrutinio si eleggevano i capitani di parte e gli altri -ufficiali. Similmente si crearono tre grandi e tre popolani -Priori di parte, i quali soprintendessero alla -custodia della moneta, uno di loro tenesse il suggello, -un altro fosse sindaco e accusatore dei Ghibellini. Radunavansi -nella chiesa nuova di Santa Maria sopra -Porta, per lo più comune luogo della città e posto in -mezzo a case guelfe; e tutte loro segrete cose deponevano -nella chiesa de’ Servi di Santa Maria.<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> La -parte guelfa aveva in sè tutta la forza del nuovo -Stato, e ad esso era come il principio della vita; per -il che noi vedremo quel magistrato divenire formidabile, -siccome quello che aveva in mano la libertà dei -cittadini, i quali poteva mandare in esiglio o privare -degli uffici come sospetti d’inclinazione alla parte ghibellina. -Dal che avvenne che più tardi fosse abbattuto -come tirannico, e infine tutte le antiche ingerenze di -quel magistrato cessarono affatto; il nome però durava -infino al passato secolo. -</p> - -<p> -I Fiorentini ed il maliscalco del re Carlo co’ suoi -cavalieri francesi ebbero nuova vittoria sui primi illustri -capi dei Ghibellini rifugiati nel castello di -Sant’Ellero, donde avevano ricominciato la guerra. -Essi erano in numero di ottocento, che tutti furono o -morti o presi, e tra essi alcuni degli Uberti, dei Fifanti -e di più altre famiglie ghibelline; colpo fatale -alla loro parte. Un giovine degli Uberti, salito in cima -a un campanile, vedendo non potere scampare, per -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -non venire a mano dei Buondelmonti si precipitò abbasso. -Gli altri prigionieri più ragguardevoli furono -condotti a Firenze e messi nella torre del Palagio. -Molte terre di Toscana allora tornarono a parte guelfa -e cacciarono i Ghibellini, talchè Lucca, Pistoia, Volterra, -Prato, San Gimignano e Colle fecero lega coi -Fiorentini; e sole rimasero salde alla parte contraria -Pisa e Siena: la forza dei Guelfi bentosto si distese in -Lombardia. In questo tempo il re Carlo fatto dal Papa -vicario imperiale in Toscana, dopo avere con lungo -assedio avuto il castello di Poggibonsi, che si teneva -per gli imperiali, venne con la sua baronia in Firenze, -dove fu ricevuto come signore, andandogli incontro il -Carroccio e molti armeggiatori. Gran lusso di vesti -portavano i Francesi nelle città italiane, prese da stupore -di tanto sfoggio e di quell’orpello cortigianesco. -Negli otto giorni che passò in Firenze re Carlo, prima -di proseguire la lenta e difficile guerra contro i castelli, -fece cavalieri parecchi gentili uomini fiorentini; -fu onorato con grandi feste, che già s’adornavano del -bello delle arti: queste in Firenze pigliavano sede, insieme -con la lingua e con la libertà. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<h2>LIBRO SECONDO.</h2> - -<h3 id="cap1-2"><span class="smcap">Capitolo I.</span> -<span class="smaller">GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. -ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.]</span></h3> -</div> - -<p> -In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e -molto famosi imperatori Svevi di Hohenstaufen finiva -nel prode giovinetto Corradino, speranza de’ Ghibellini -e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto -con regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel -piano dell’Arno sotto Laterina di ottocento cavalieri -che il re Carlo teneva a guardia nella Toscana:<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> poi -vinto appena che egli ebbe tocchi i confini del Reame, -imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo, -cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse -questo rampollo di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva -a termine la grandezza di quella contesa tra ’l -sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre due secoli: -le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre, -ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. -Noi non sapremmo essere in Italia equi giudici -di Casa Sveva, segno agli odii contemporanei e a -molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e certo -con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla -caduta di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero -a dar mano per tutta Italia agli stranieri, ai grandi -nemici del nome latino, a coloro che impedivano, quale -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -si fosse, la nuova vita di questo popolo che, disciolto -dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso. -</p> - -<p> -Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe -poca parte, siccome quella che era intenta a far vendetta -contro a’ Senesi della battaglia di Montaperti, -ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una -totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena -era quasi che principe, fatto prigione, ebbe mozzo il -capo. Resisteva Poggibonsi, nobile castello e molto -splendido di edifizi; ma espugnato appena, mandava -il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino -a terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo -di borghi giù nel piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, -avute più altre fortezze dei Ghibellini, andava sotto le -mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore di un accordo -coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena, -quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un -Grifone da Figline, costretti partirsi di quella città, -nell’andare in Casentino furono presi e condotti in -Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo di quel che -fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome -traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti -furono decapitati, eccetto il più giovine degli Uberti -tratto a morire nella fortezza di Capua. La mattina -quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer -Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: -dove andiamo noi? Rispose il cavaliere: «a pagare -un debito che a noi lasciarono i nostri padri.<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>» -</p> - -<p> -Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio -di Lione passò per Firenze in compagnia dei -Cardinali e del re Carlo, tornato allora dall’infelice spedizione -in cui perì san Luigi, e di Baldovino imperatore -latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze -accolse a grande onore questi monarchi e la loro numerosa -baronia; ed al Pontefice piacendo il mite soggiorno, -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -ordinò di passarvi l’estate con la sua Corte. -Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua -cara città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, -s’adoperava perchè tornasse in concordia. Fatti -pertanto venire sindachi della parte ghibellina che da -sei anni era in esiglio, congregò a’ due di luglio il -popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte -Rubaconte, dove erano stati fatti grandi pergami di -legname pei Principi e per la Signoria. Venutovi il -Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e l’imperatore -Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza -di pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, -e comandò ai sindachi di ambedue le parti che -si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi e mallevadori, -fece rendere in mano di Carlo tutte le castella -che restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò -pure al re Carlo, che gli mandò in Maremma -sotto la guardia del conte Rosso dell’Anguillara. Il dì -medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la chiesa -di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti -del Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo -tempo era venuta in tanta ricchezza e stato, che -potè allora albergare il Pontefice nei suoi palazzi: ma -egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da -Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. -I sindachi dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, -erano rimasti in Firenze per dare compimento -ai trattati; e tornandosene al loro albergo ebbero -avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco -del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli -farebbe tagliare a pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, -i Ghibellini incontanente essendosi partiti da Firenze, -la pace fu rotta: di che il Papa si turbò forte, e ritiratosi -in Mugello molto sdegnato contro al re Carlo, -interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo -fare a meno di passare per Firenze a causa di una -grande piena dell’Arno, all’entrarvi la ribenedisse; e -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -non appena ne fu uscito, la scomunicava di bel nuovo. -La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel -Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia. -</p> - -<p> -L’Italia tutta era sconvolta per le contese di -parte, ed i Fiorentini s’ingerivano in quelle di Toscana -e di Romagna: Bologna vedeva nelle sue mura -combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa -il conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano -rimessi per l’opera massimamente dei Fiorentini. -Varia sorte ebbero le città lombarde, le quali dopo -essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale, -vivevano però sempre nella dipendenza di signorie -cittadine e castellane. Era in Milano possente -la casa di quei Della Torre, i quali sconfitti dal marchese -di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono -due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono -in bando, e insieme con essi la parte guelfa. Allora -tornò ivi con quelli di sua famiglia e con gli altri -fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui fratello Matteo, -fatto capitano del popolo milanese, diede principio -alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due -secoli. La Romagna, turbata del pari che le altre provincie -italiane dal parteggiare delle sue città, veniva -concessa (o, come dicevano, <i>privilegiata</i>) da Rodolfo -di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli -Orsini, che cardinale modesto e pontefice ambizioso -accumulava ricchezze e stati nella famiglia. Contuttociò -il re Carlo ebbe a schivo d’imparentarsi con lui -dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso, suo -lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la -sua signoria non è retaggio.<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>» Così voltavasi contro -al Papa, e aduggiava con la potenza sua la maestà -del pontificato, colui medesimo che dai papi male era -stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro -agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo alle -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -personali cupidigie, e per amore della famiglia sua -forte sdegnato contro al re Carlo, privava questi del -titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana, e -quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa -provincia un luogotenente dell’Impero. Solevano questi -dimorare in San Miniato; di là contrastando, secondo -che avevano sussidio d’armi, alla potenza sempre crescente -delle città e ai governi popolari. Questo faceva -o tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: -privava dipoi l’Angioino del grado onorifico di -senatore della città di Roma, e serbava contro lui -maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la ribellione, -che poi non vidde, della Sicilia. -</p> - -<p> -Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle -guerre di fuori e ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, -cominciavano per invidie e per superbie a nimicarsi -fra loro. La maggior briga ferveva tra gli Adimari -e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città -n’era grandemente travagliata. Quindi i Capitani di -Parte ed il Comune di Firenze inviarono ambasciatori -a papa Niccolò III, chiedendo pacificasse i Guelfi tra -loro e che non si cacciassero via l’un l’altro. Nello -stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al -Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza -di pace fatta da papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. -Questa il Pontefice confermava, e sulla fine del 1279 -ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca suo nipote -di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi -a Firenze con trecento cavalieri per sedare -quelle dissensioni. Costui, uomo destro, riconciliò -co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei primi alcuni -si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con -solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso -Cardinale nei primi giorni del 1280 convocò il popolo -a parlamento nella piazza di Santa Maria Novella: era -dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli la prima -pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle due -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -parti nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini -furono richiamati e rintegrati nelle loro possessioni, -salvo che a circa sessanta dei più principali fu -ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo -stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia -del Pontefice: primi descritti tra gli esclusi sono -i figliuoli ed i congiunti del quondam Farinata degli -Uberti. E paci singolari furono fatte, dal che tornò -calma per breve tempo nella terra.<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> Ordinò inoltre il -Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero -per due anni eletti dal Papa, e che gli Anziani -o Buonomini, in luogo di dodici, d’allora in poi fossero -quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e -popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi -che ne rimangono. Al Papa giovava col riamicare le -parti attribuirsi un’alta mano nelle cose di Toscana; -disegno concetto prima da Celestino e Innocenzio terzi, -e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il -Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in -questa provincia. Ad abbreviare le gelosie e le impazienze -ed i sospetti, massime ora che nei magistrati -sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava che -l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; -il quale termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle -successive mutazioni, perchè il popolo, una volta che -ebbe gustato i magistrati brevi, non fu possibile che -se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della -Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine -rimase quest’una, pieghevole sempre al dominio -delle fazioni ed all’arbitrio dei potenti. -</p> - -<p> -Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del -suo capo agitazioni novelle: si apprestava Carlo a -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -portare guerra in Oriente, e già sognava maggiori -grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare -una tempesta per la quale in un giorno venne egli -a perdere la Sicilia. Giovanni da Procida gentiluomo -napoletano preparò quella sollevazione, che indi scoppiava -per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa -erano partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua -di Resurrezione del 1282 a ora di vespro ebbe principio -in Palermo la carnificina; tutta la Sicilia fu in -ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re -Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la -Sicilia come ultimo erede della Casa Sveva: Carlo, -avuta la trista novella, francescamente esclamò: «Sire -Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna, -piacciati almeno che il mio calare sia a petitti -passi.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>» Volgevasi intanto con grande sforzo alla recuperazione -dell’Isola; al quale effetto, poichè era -scaduto il termine della signoria che i Fiorentini gli -aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri -di corredo e cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini -delle principali case di Firenze, perch’egli desse -loro il cingolo militare; e con essi altri cinquecento -bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido da -Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: -i quali tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono -in Sicilia seco lui, ed ebbero parte nelle grandi guerre -che ivi con varie e fiere sorti furono combattute. -</p> - -<p> -In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, -e il Luogotenente di Rodolfo si era partito dalla Toscana -con le sue poche genti, dopo avere inutilmente -tentato con le minaccie e con le armi le città guelfe. -Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione -del nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come -francese al re Angiovino; intantochè la lontananza di -questo Re per i fatti di Sicilia veniva a togliere d’in -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -sul capo a quelle città un protettore fatto gravoso -perchè non era più necessario. A sostegno della parte -ghibellina non rimaneva altro che Pisa, implicata nelle -guerre ad essa infelici contro a’ Genovesi; e nella Romagna -non aveva il conte Guido di Montefeltro nome ed -insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante -più potesse in quella provincia delle città della Chiesa, -per quindi tenerle senza nè papa nè imperatore. -</p> - -<p> -Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i -Fiorentini, per la venuta nella Toscana di un altro -Luogotenente dell’Impero,<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> cominciarono a vedere con -dispetto la Repubblica governarsi da rettori d’ambedue -le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto -tornare nella città molte famiglie ch’aveano nome non -già potenza, nè forse animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. -Ma esclusi erano gli Uberti e quei da Gangalandi -ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli -Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di -Val d’Arno e i da Ricasoli del Chianti, e gli altri che -vivere più non sapevano nella patria loro se dominare -non la potessero sotto all’ombra dell’Impero. Il -Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno -a Roma sotto alla guardia e a discrezione sua; ma credo -io pochi accettassero: laonde molti dei confinati vennero -tosto fatti ribelli, e ad essi tolta l’assegnazione -(la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre -ed agli averi dei quali furono privati al tempo della -condannagione. Degli altri, dicono gli scrittori che -riebbero i beni loro; ma Firenze non ha istorici se -non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del trattato -dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo -rei di antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio -non è da credere inclinasse a benefizio dei -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -tornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva poi che -la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche -dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte -ghibellina. Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero -degli Anziani, e sì nelle altre stipulazioni di quel -trattato per cui veniva concesso a pochi stentatamente -riporre il piede nella città: era prescritto che rimanessero -altri molti nelle ville, sintanto almeno che il -Potestà e il Capitano non avessero forza bastante di -cavalieri e di pedoni da contenere cotesti uomini, sospetti -sempre di non amare lo Stato libero. Oltre ciò, -è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei -successivi imperatori confuse avevano le due parti: più -volte i papi si adoprarono perchè fossero i Ghibellini -o i ribelli di altro nome restituiti nella città; e nel -trattato, quando si viene alla formazione dei Consigli, -troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre -cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se -a pigliare cotesto nome si arrischiassero. Era il contrasto -oggimai tutto tra ’l nuovo popolo e gli antichi -nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’ castelli, -quale che fosse la parte loro: e intanto che una -dei Tosinghi andava moglie a Maghinardo da Susinana -gran condottiero, un Adimari principale uomo di parte -guelfa si era congiunto ad una figlia del capo stesso -dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste -erano ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei -nobili procacciando partecipare co’ mercatanti grossi -la popolare dominazione. I grandi guelfi erano signori, -scrive il Compagni che intervenne tuttora giovine a -quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè -gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, -contraffare ai patti della pace. Il soprastare -montò a questo, che levarono in breve tempo tutti gli -onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono, due -anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento -costituendolo tutto popolare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -</p> - -<p> -I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, -otto dei quali erano Guelfi, come dicemmo, e sei -Ghibellini, male si accordavano tra loro. A racconciare -quindi lo Stato ed a stringere il governo in poche -mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio -dei Quattordici, creando in quella vece altra signoria -di durata parimente bimestrale: ai nuovi magistrati -diedero il nome, anche prima usato, di Priori delle -Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo -trafficante:<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> della quale innovazione furono autori i -consoli dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi -e possenti cittadini di Firenze, di maggior seguito, -grandi e popolani, che intendevano a procaccio di mercatanzia -e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa. -I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile -schiatta, per il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; -Rosso Bacherelli, per il sesto di San Piero -Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi del -Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per -l’arte della Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio -per ivi durare fino alla metà d’agosto, al qual -tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti. -Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel -luogo stesso dove si adunavano gli Anziani al tempo -del popolo vecchio e i Quattordici dipoi, cioè nelle -case presso Badia: avevano a loro servizio sei berrovieri -o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi -Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il -titolo di difensore delle Arti, spettava amministrare le -grandi e gravi cose del Comune e raunare i Consigli e -fare le provvisioni. Essendo piaciuto all’universale -quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu -venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle -sette Arti maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero -quella dei Medici e Speziali, quella dei Setaioli -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -e Merciai di Porta santa Maria, e quella dei -Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori -e minori fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune -volte anco il numero dei Priori. Tra essi erano dei -grandi e dei popolani, ma di buona fama ed opere, e -che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si -ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle -leggi, e che in Firenze ora si dice dei fannulloni e -scostumati. Così per allora si ordinava la Repubblica; -erano eletti i nuovi Priori da quelli che uscivano di -ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero -determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: -l’elezione si faceva per isquittinio segreto, e chi -aveva più voci era fatto de’ Priori. Ciò avveniva nella -chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia alla quale -abitava il Capitano del popolo nelle case che furono -de’ Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva -eletto dai Consigli del popolo, siccome era il Potestà -dai consigli del Comune. Finalmente, a somiglianza -delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che -per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi -e bandiere loro. Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai -e rigattieri, un gonfalone bianco e vermiglio; -quella dei beccai, giallo con entro un capro nero; i -calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori -e falegnami, il campo vermiglio con entro la sega e -l’ascia; e quella dei fabbri e ferrai, col campo bianco -e tanaglie in nero.<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> In breve il numero delle Arti minori -crebbe fino a quattordici; le arti più minute e -di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle -ventuna, che avevano consoli ed insegne loro, e massimamente -delle sette chiamate maggiori, nelle quali era -la forza del capitale e gli estesi traffici, o risiedeva -l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad imitazione -dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistrato -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -dei Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle -arti: Pistoia, Lucca e le altre città guelfe di Toscana, -per le cagioni medesime e ad esempio di Firenze, anch’esse -adottarono somiglianti ordini popolari. -</p> - -<p> -Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani -loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, -dava a Firenze un tale carattere che non ha esempio -nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente ingentilito -dal senso del bello, i grossi guadagni che -molti adescavano degli stessi grandi a stare a bottega -e ad aggirarsi in mezzo alla plebe; queste cagioni -diedero il governo in mano al popolo trafficante. Fu -a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di -sè stesso trovare una forma certo variabile e imperfetta, -ma che pure ebbe durata più lunga di quella -che altrove si trovi concessa ai governi popolari, perchè -in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, -per lungo tempo si contrappose alle ambizioni -pubbliche e private. In mezzo a un popolo sempre armato -per la difesa della sovranità che a sè medesimo -arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una -qualunque autorità permanente che in sè mantenesse -la scienza politica e le tradizioni di governo; non però -andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte furono -in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni -ebbe la libertà e la Repubblica suo decoro più dai -costumi che dalle leggi; altiero animo pigliava il popolo, -e i mestieri s’innalzavano allo splendore di arti belle, -insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo; -il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, -con la riverita autorità del Pontificato, e da -principio con quella non bene cancellata dell’Impero.<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -</p> - -<h3 id="cap2-2"><span class="smcap">Capitolo II.</span> -<span class="smaller">SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO -DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI -D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA -CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.]</span></h3> -</div> - -<p> -I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 -quei feroci combattimenti onde era abbassata la potenza -dei Pisani totalmente sconfitti da’ Genovesi in -una battaglia navale presso lo scoglio della Meloria; -nella quale perderono essi più di quaranta galere e -sedici mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto -prigionieri. Firenze e le altre città guelfe in tal congiuntura -viepiù si ristrinsero contro la misera Pisa -ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di assaltarla -per terra, mentre i Genovesi continuerebbero -a tempestarla dal mare; tanto era l’odio già contro -quella città rivale e la cupidigia di soverchiarla pei -commerci. -</p> - -<p> -Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo -ed ambizioso tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere -questa lega e conducendo a parte guelfa la città -sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva la mala -fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia -della Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere -da lui comandate, a fine con ciò di indebolire la patria -sua e divenirne più facilmente signore, contrapponendosi -per il fine stesso anche al ritorno dei prigionieri -ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore -in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori -cittadini di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali -insieme col vino erano fiorini d’oro. Ottenne così che -i Lucchesi ed i Genovesi soli andassero contro Pisa, -della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato con la -oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -in tirannide, divenne più odioso: inimicossi -co’ suoi e con parte guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti -ch’era giudice di Gallura nella Sardegna, dove -i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere -fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo -da Capraia suo nipote, giovane di grande aspettazione, -e di avere a’ Fiorentini ed a’ Lucchesi voluto -tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo stesso -cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando -poi di chiamarli ad avere parte nella signoria, -fu assalito armata mano dall’arcivescovo della città, -Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani che poco innanzi -mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di -corte che stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, -gli domandò se cosa alcuna vi mancasse; rispose quegli, -che una sola: l’ira di Dio, che sopravverrebbe. Appresso, -comunque valorosamente combattesse, il conte -Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due -figli e due nipoti nella torre dei Gualandi, di cui le -chiavi dopo alcuni mesi nel marzo dell’anno 1289 furono -fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice, dopo -di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, -moriva di fame con i quattro giovinetti: davano -a lui perpetuo nome i versi di Dante. -</p> - -<p> -Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, -ed il successore di lui Carlo II caduto per grande battaglia -navale in prigionia degli Aragonesi di Sicilia -nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi a speranze -nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima -formato sotto parte guelfa un governo popolare, il -quale odioso del pari ai grandi guelfi e ghibellini, da -loro insieme fu abbattuto con sanguinoso rivolgimento; -ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne -cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore -potè mandare in Arezzo con poche genti un suo -Vicario. Capo di quella parte in Toscana e nella Romagna -e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -vescovo d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose -grande paura e gelosia nei Fiorentini,<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> questi chiamarono -bentosto a sè le altre città guelfe, ed assembrarono -loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri -e dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di -Firenze grandi e popolani, e trecento pigliati a soldo, -e cinquecento della taglia o lega guelfa; Lucca ne -mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia centocinquanta, -Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano -cinquanta ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti -Guidi che erano Guelfi, i marchesi Malespini, il Giudice -di Gallura, i conti Alberti di Mangona, Maghinardo -da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo -fu il maggiore esercito che i Fiorentini adunassero -dopo il ritorno di parte guelfa. Si formava in questo -modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di quegli -anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia -di cui le cerne si facevano per le botteghe; -com’ivi è detto:<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> descrivevano per cinquantine gli -uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra essi -cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli -altri restavano come esenti alla custodia della città, -pagando le spese ed il soldo di coloro i quali erano -andati in campo. I Ghibellini a quelle guerre non andavano, -ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. -Vi erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi -guelfi e ghibellini, e si distinguevano dalla cavalleria -degli ausiliari e mercenari.<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> Dipoi Carlo re di Napoli -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -già liberato di prigionia, traversando la Toscana per -andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche -tempo, diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri -e un gentiluomo francese che gli comandasse, col rinnovare -ad essa il privilegio di portare in oste la insegna -reale. -</p> - -<p> -Ma prima che tutte si radunassero queste forze, -aveva la guerra continuato già tutto l’anno 1288 con -vari successi di correrie; nelle quali una volta gli -Aretini si erano mostrati giù per la valle dell’Arno -fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano -da Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra -volta cercando i Senesi occupare o guastare Lucignano, -castello che era disputato tra essi e gli Aretini, questi -incontratigli alla Pieve al Toppo non lungi da -Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte -da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti -d’Arezzo furono autori della sconfitta nella quale periva -Rinuccio Farnese capitano di molta fama in -quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore -sforzo e più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito -fiorentino accennava contro Arezzo; ma poi ad -un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, suonando -le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino -con buona mano d’ausiliari, andando a porsi -sul Monte al Pruno, per ivi attendere di Bologna altre -genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero -tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del -conte Guido Novello ch’era potestà d’Arezzo. -</p> - -<p> -Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero -con tutta l’oste loro a Bibbiena per impedire il guasto: -erano 800 cavalieri e 8 mila fanti, molto bella -milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, della -Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali -pigliando i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano -dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le -zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno 1289, e già -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte -di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino -si ordinavano più maestrevolmente che non fosse mai -stato fatto sino allora in Italia. Amerigo di Narbona, -siniscalco del re Carlo, e i capitani dei Fiorentini disponevano -le schiere: scelsero 150 armati alla leggera -da stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora -di feditori; tra’ quali erano venti cavalieri novelli decorati -del cingolo militare in quella occorrenza: messer -Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè malato di -una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di -quel numero, e quando eleggere gli convenne per lo -suo sesto, non volendo alcuno di ciò gravare, elesse -con sè i suoi figli e i nipoti. Del che si ebbe grande -onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti -altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei -quali era Dante Alighieri, giovane allora di ventiquattro -anni. Veniva poi la schiera grossa fasciata di pedoni, -e dietro tutta la salmeria radunata, che la -munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di -palvesari, di balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; -ed i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio -attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, che avea -corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: -«quelle che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi -dei nemici.» Più indietro, ai fianchi dell’oste fiorentina, -dugento cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistoiesi -sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di -Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, -franco ed esperto cavaliere, raunati gli uomini d’arme, -disse loro: «Signori, le guerre di Toscana solevansi -vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini -vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è -mutato modo e vinconsi per istare ben fermi; il perchè -io vi consiglio che voi stiate forti, e lasciateli assalire.<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -</p> - -<p> -Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani -di guerra, ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi -posero innanzi tutti i feditori in numero di -trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti della terra, -che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il -nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini <i>Nerbona -Cavaliere</i> e gli Aretini <i>San Donato Cavaliere</i>, -i feditori degli Aretini si mossero con grande baldanza -a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. -Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, -il quale rimase, quale se ne fosse la cagione, -senza mettersi alla battaglia e poi fuggì alle sue castella. -Gli Aretini veniano innanzi con grande animo -e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei -feditori de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera -grossa rinculava buon pezzo del campo: ma però non -si smagarono nè ruppono, anzi costanti e forti ricevettero -i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna -parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono -aspramente. Corso Donati, che era da banda coi Lucchesi -e Pistoiesi, ed avea comandamento di stare fermo -e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde -cominciata la battaglia, disse come valente uomo: -«se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia -co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga -a noi a Pistoia per la condannagione:<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>» e francamente -mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa -fu grande cagione che fossero rotti. La battaglia fu -molto aspra e dura, le quadrella piovevano, gli Aretini -ne avevano poche ed erano feriti per costa; l’aria -coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli -Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli -con le coltella in mano e gli sbudellavano; alcuni -dei loro feditori trascorsero tanto, che nel mezzo della -schiera furono uccisi molti di ciascuna parte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<p> -Quel giorno fu grande paragone di valore: molti -che erano stimati di grande prodezza si diportarono -vilmente, e molti di cui non si parlava vennero in -fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, -molti stettero fermi, molti niente seppero se non quando -i nemici furono rotti. Furono rotti gli Aretini non per -poca valentia loro, ma per lo soperchio de’ nemici; i -soldati fiorentini gli ammazzavano, i villani non avevano -pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè -al Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo -parve avere assai fatto. Più insegne ebbero di loro nemici -e molti prigioni, e molti ne uccisero, che ne fu -danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti -più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più -di duemila, sebbene parecchi dei migliori fossero poi -trafugati o per amistà o per essersi ricomperati con -danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli Ubertini -vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino -de’ Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era -tenuto il più avvisato capitano che fosse in Italia: -moriva Buonconte<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> figlio del conte Guido da Montefeltro, -e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri -fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli -cavalieri; ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. -Narra il Villani che la novella di questa vittoria -giunse in Firenze il giorno medesimo, a quella medesima -ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, -nè mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto -era in Palagio e l’udì, e vidde come all’annunzio -tutta la città stesse in sentore: ma quando giunse -chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e -poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -l’orgoglio della parte ghibellina in tutta Toscana.<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> -</p> - -<p> -I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta -Bibbiena ed altri castelli, andarono contro Arezzo; ma -era troppo tardi, chè gli scampati dalla battaglia vi -erano dentro; e il governo dell’esercito fiorentino era -venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci -di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per -la festa di san Giovanni fecero correre il palio sotto -le mura d’Arezzo: atto di scherno o di possesso in -quella età molto consueto, com’era altresì gettare dentro -alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora -bruttamente vi manganarono dentro gli asini -mitrati, dispetto e rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. -Stettero ivi da venti dì; ed alla fine, dopo assalti -male condotti ed infruttuosi, si partirono per lo -migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori -ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad -ogni modo però grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio -della città di Firenze; laonde l’esercito fu ivi -accolto a grande festa e trionfo. Tutta la spesa di -questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese -a più di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede -del buono ordinamento della città e delle molte ricchezze; -massimamente chi guardi a tanti nobili edifizi -costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai. -</p> - -<p> -Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i -grandi innalzati dalla vittoria non gli opprimessero, -di nuovo ordinarono più strettamente le milizie delle -Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, poco -eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal -soffrivano d’allontanarsi dalla città, laddove era la -forza loro. Cosicchè, tranne piccoli fatti contro ad -Arezzo e contro Pisa,<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> ebbe Firenze più anni di pace -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni -mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri -di corredo, e molte brigate di cavalieri e donzelli -che sera e mattina imbandivano conviti. Di Lombardia -e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed -uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere -che avesse grado e nome onorato, il quale -non fosse da quelle brigate a gara convitato e da -esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come -avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate -e compagnie di gentili giovani; innalzando nelle -vie larghe e nelle piazze certi come padiglioni, che -appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi -e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di -san Giovanni si fece sulla contrada di Santa Felicita -oltrarno una compagnia di mille uomini, o più, tutti -vestiti di nuovo di robe bianche, guidata da uno chiamato -il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di -donne e donzelle con musicali strumenti andavano per -la terra ballando con ordine, inghirlandate di fiori: -dandosi tutto il popolo ai giochi, ai lieti desinari ed -alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e -graziosi canti.<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-2"><span class="smcap">Capitolo III.</span> -<span class="smaller">GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. -ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]</span></h3> -</div> - -<p> -Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore -Cronista si aveva goduti nell’età sua prima; e quindi -credo in lui venisse quella serenità di giudizi per cui -ne sembra non di rado Giovanni Villani andare più -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo -temprato giammai a’ forti propositi, che sempre -hanno in sè qualcosa di malinconico e di cheto; era -una vita che si espandeva seguendo l’ingegno, più -ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio -del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone -d’altre città; e lo stato popolare si era qui formato -naturalmente, agevolmente, perchè in sè aveva -la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo -era qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi -anche troviamo nelle cose dello Stato valere il consenso -più della forza e più della riposta sapienza dei pochi: -guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe che -fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica -si reggeva ed anzi lasciava un’orma profonda, -perchè il numero dei <i>buoni uomini</i> qui era grandissimo, -svegliati gli ingegni, gli animi per quella età -temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in -popolo artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era -la giovinezza di Dante, era l’adolescenza di Giotto. -Firenze aveva uomini affaccendati nei lavori, esperti -nei traffici, ammaestrati dal conversare libero e continuo -con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza -di viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere -gli altri uomini e le cose. Imperocchè avevano -allora i commerci pigliato rapidissimo incremento: -Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di -Fiandra, dove i mercanti fiorentini avevano emporio; -andavano molti negli scali di Levante.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> E allora sorgevano -a un tratto quei nobili edifizi nei quali ha Firenze -la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo -formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della -giovane parola la quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -di un’armonia che stava nell’anima, strumento -lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche -abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in -licenza; le passioni pubbliche non erano scese a private -cupidigie; gustava tuttora in molta opulenza le -care letizie dei semplici costumi, le città e i popoli -fatti liberi a lei guardavano con amore. -</p> - -<p> -Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più -che in altra provincia d’Italia, questo avea fatto, che -da principio nobiltà e popolo nella comunanza d’un -affetto nazionale si fossero molto l’uno all’altro avvicinati -e in qualche parte insieme confusi. Non pochi -signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o -dalle guerre civili ruinati, aveano cercato compenso -nelle arti per le quali vedeano montare tante famiglie -popolane; molti rimasti ancora in grado, e andando -insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle -ambizioni cittadine, cercandosi un modo prima insolito -di potenza. Tra’ due ordini non pareva la compagnia -guasta finchè la guerra continuava contro a’ Ghibellini; -ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda -popolare vie più saliva: quando il governo venne alle -mani dei Priori delle Arti, non parve ai nobili che ne -fosse loro lasciata parte da contentarsene, benchè nel -priorato entrassero pure «dei buoni uomini mercatanti, -sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati -con occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a -loro nella città, dove la prevalente massa dei minori -faceva gran siepe attorno ad essi. Certo che abolire -i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai deboli -anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se -altre mai giustissime e sante: ma gli uomini sogliono -fare male anche le buone cose; per il che i signori -turbati o minacciati nelle possessioni loro del contado, -ed oggi angariati dove solevano angariare; e come -quelli ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di -loro fedeli e contadini dei quali aveano forse vantaggiato -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -studiosamente le condizioni; i signori, dico, anzichè -potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, -venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed -agli omicidi, massimamente nel contado inverso ai piccoli -cittadini; ed allegando quelli che prima erano -diritti ed ora violenze, facevano forza nei beni altrui. -Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto -loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre -in condizioni da soverchiare quella civile egualità sopra -la quale si voleva ora fondare lo Stato: vi erano Comuni, -dei quali il governo era in mano di militi o -nobili.<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi -leggi disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano -di fonte al diritto. Al che si offriva molto buona l’occasione, -perchè i grandi aveano tra loro brighe e discordie -che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno -della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i -Tosinghi, tra i Rossi e i Tornaquinci, tra i Bardi e -i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, tra i Cavalcanti -e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra -Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le -sêtte dei violenti sè stessi offendono con le proprie -mani, e indi periscono per le altrui. -</p> - -<p> -Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani -e mercatanti di Firenze, si posero insieme cercando -rimedi a quel disordine; e capo di essi fu un -valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, -di grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano -della Bella. Si trovò egli dei Signori i quali entrarono -in ufficio ai 15 di febbraio,<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> e cogliendo l’opportunità -dell’arbitrato ch’era consueto fare per la correzione -delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili -che furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -questi erano decretati gastighi ai grandi che oltraggiassero -i popolani, raddoppiando contro loro le pene -comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto -per l’altro, e che i maleficii si potessero provare per -due testimoni di pubblica fama; pena barbara e dettata -dai feroci odii cittadineschi era il disfare le case. -</p> - -<p> -Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito -ampliati, e ne abbiamo assai redazioni. Lo Statuto -Fiorentino comprende tutto intero l’arsenale delle -leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo -tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento -a questa materia.<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> Non potevano i magnati -accusare nè testimoniare, nè stare in giudizio contro -a’ popolani senza il consenso dei Priori (<i>Statut., Rub.</i> 43 -<i>et alibi</i>); ma per contrario non si ammettevano eccezioni -a favor loro contro ai testimoni popolani: non -abitare dove commisero malefizi, nè presso ai ponti -centocinquanta braccia (<i>Rub.</i> 49, 50): non uscire di -casa in tempo di rumore, nè altri andare alle loro -case; non assistere accompagnati da masnadieri in -arme ai funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -loro (<i>Rub.</i> 46, 47, 48): quando il Gonfaloniere -andasse per la città in ufizio, alcun grande non poteva -mostrarsi in quel luogo (<i>Rub.</i> 44). La Rubrica 24, -sotto il titolo <i>de causis faciendi magnates</i>, contiene -la forma del processo e del giudizio spettante ai Priori -e ai Collegi delle Arti, pel quale un uomo o una famiglia -popolana erano fatti grandi; il che faceva cadere -sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte le -pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava -un solo testimonio <i>de visu</i> e due di pubblica fama, o -solamente quattro di questi ultimi (<i>Rub.</i> 23): un tamburo -o cassetta murata era posta innanzi la casa dell’Esecutore -per le denunzie segrete (<i>Rub.</i> 96). Dovevano -i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento -delle multe a cui venissero condannati (<i>Rub.</i> 33): -ma era proibito ad essi fare accatto od imprestito -per il detto pagamento, con pena anche ai prestatori -(<i>Rub.</i> 9 degli <i>Ordinamenti di giustizia</i>): i popolani -non denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano -multa (<i>Statut., Rub.</i> 68); ma era permesso anche -ai grandi battere in casa impunemente i servi loro, e -in ciò si stava al gius comune (<i>Rub.</i> 69). Minutamente -si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di -beni fatte dai magnati a pregiudizio dei popolani o -delle chiese e dei conventi. In certi casi erano i grandi -fatti sopraggrandi; il che importava, oltre alla perdita -di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche -il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della -città o del contado dove solevano e dove erano per -l’addietro le case loro (<i>Rub.</i> 31). I popolani consorti -dei magnati non potevano abitare nello stesso quartiere -in Firenze o nella stessa pievania in contado che -i magnati consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi -nelle loro brighe (<i>Rub.</i> 23). I magnati che -per favore divenivano popolani, avevano obbligo di -mutare le armi delle famiglie loro (<i>Rub.</i> 41). -</p> - -<p> -A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -ordinarono contemporaneamente che al novero -dei sei Priori fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, -da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni anno -uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando -il Gonfalone del popolo col campo bianco e -la croce rossa, con mille eletti pedoni, pronti a muovere -ad ogni suo ordine e richiesta contro ai grandi: -e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare -le case, troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta -maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri -armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi -cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio di -Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i -magistrati della Repubblica per tutto il tempo ch’essa -ebbe vita: i vecchi Signori con certi aggiunti o <i>arroti</i> -elessero i nuovi. Le Arti maggiori e le minori rappresentate -dai loro consoli ebbero Balía, per la quale -procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni -del Gonfaloniere furono in seguito aumentati fino al -doppio, poi a quattromila; cinquecento erano somministrati -dai pivieri suburbani. -</p> - -<p> -Riordinarono a questo effetto nel contado quelle -che appellavano Leghe del popolo, secondo abbiamo -più sopra descritto. Si componevano esse di comunelli -e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni -che s’amministravano da sè, ma governate da -un vicario o capitano della Repubblica, per mezzo del -quale imponeva essa all’occorrenza le taglie in uomini -e in danaro.<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le -quali avean obbligo di stare a difesa di parte guelfa -cacciando i ribelli e gli sbanditi, o conducendoli nelle -forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e -incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli -Ordinamenti della giustizia; venire al soccorso della -città e del popolo di Firenze armati e presti ad ogni -chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei mulini, -gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una -signoria feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano -alle interne spese per via di tasse o penalità -liberamente imposte ed amministrate: eleggevano a -questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed -un Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi -era l’alta vigilanza dei magistrati della Repubblica, -la quale obbligava gli eletti ad accettare gli ufizi e -ad amministrarli sinceramente e virilmente. -</p> - -<p> -Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo -del popolo e per abbattere sempre più il potere dei -grandi, chè spesso la guerra gli rinvigoriva, i Fiorentini -acconsentirono a fare pace co’ Pisani affievoliti e -abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero -il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, -e avessero in Pisa i Fiorentini libera franchigia, senza -pagare gabella di loro mercatanzie. A detta pace intervennero -i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della -lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il -tranquillo stato, che dì e notte non si chiudevano le porte -della città; nè vi avea gabelle; ma essendovi bisogno -di moneta, anzichè porre balzelli, si vendevano le mura -vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti. Ed -il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle -terre del distretto.<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> Così nel cominciamento di questo -nuovo Stato si fece molto di bene al Comune, ed a -ciascuno cui per l’addietro fossero dai potenti state -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe il -Comune per questo modo la giurisdizione intera di -Poggibonsi, che si reggeva prima da sè, e di Certaldo -e di Gambassi e di Loro e di altre terre, e molte possessioni -state prima occupate dai Conti e nel Mugello -dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio, -nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo -era molto fiero e caldo dentro e al di fuori, ed in -signoria. L’autore di un maleficio essendosi fuggito in -Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo: -e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono -darlo, gli condannarono a pagare lire diecimila e che -lo rendessero. Stavano sempre disubbidienti; ma quando -udirono mosse le masnade dei Fiorentini inverso Prato, -diedero i danari e il malfattore. -</p> - -<p> -De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente -poste, furono i Galigai, uno dei quali rissando -aveva ucciso in Francia un popolano. Dino Compagni, -istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di -giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case -ed a quelle dei loro congiunti, e le fece disfare secondo -le leggi. Questo principio fu pernicioso ai Gonfalonieri -seguenti (così Dino); perchè se le disfacevano secondo -le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e che erano -vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne -che molti sformarono la giustizia per tema del popolo. -Uno dei Buondelmonti avendo commesso un maleficio -di morte, gli furono disfatte le case per modo che -dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, -che dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia -però, o a dir meglio le vendette, si facevano -disegualmente. I giudici ossia tutta la turba dei legisti -che insieme ai rettori o magistrati forestieri intervenivano -nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti -in vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed -era lagnanza che tenessero sospese lungamente le questioni -e ogni ragione si confondesse. Troppo gran braccio -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla -ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici -a non mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si -dolevano, ed agli esecutori di esse dicevano: «un caval -corre e dà la coda nel viso a un popolano; o in una -calca uno darà di petto senza malizia ad un altro, o -più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli -uomini gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, -dobbiamo noi essere disfatti?» Giano della Bella, -uomo di grande animo e tanto ardito che difendeva -quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle -che altri taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto -era temuto dai rettori, che non osavano nascondere i -maleficii. Allora i grandi cominciarono a parlare contro -a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di -squartare i popolani che reggevano. Tali minaccie -rapportate furono cagione che questi sempre più inacerbissero, -e per paura e sdegno inasprissero le leggi; -sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava. -</p> - -<p> -Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza -dove i grandi ritenevano tuttora il grado che in -altri uffici era loro dinegato; e per lunghi anni vedremo -noi contro agli artefici accesa la guerra di quel -magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza -dei magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano -essere cavalieri; e contro a questi aveva ordinato -Giano, che le famiglie dove fossero uomini aventi il -grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e fossero -inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi: -queste famiglie furono trentatre.<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> Si trova altresì -che Giano volesse togliere ai Capitani di parte guelfa -il suggello ed il mobile o patrimonio della Parte, che -era cresciuto in quegli anni, come era stato l’intendimento -della sua prima istituzione: ma ora Giano -volea quei beni recare in comune, non già che fosse -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -egli poco guelfo, ma per abbassare i grandi che dominavano -quell’ufficio. Con essi andavano uomini potenti, -i quali non tutti erano nobili di sangue ma per -altri accidenti chiamati grandi,<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> e molti che aveano -co’ magnati parentela. A questi erano da aggiugnere -non pochi uomini di famiglie nobili per ambizione -fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio avere -grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli -come speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano -l’uguaglianza delle leggi, ed astiavano l’autorità di -Giano, e la parte troppo grande da lui toltasi nello -Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano in Firenze -essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col -togliere forza al magistrato di parte guelfa volesse di -cheto dare mano ai Ghibellini e fargli salire di bel -nuovo in signoria: in ogni tempo questa fu l’arte dei -potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente con la -paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco -a sgominare la parte stessa che era con Giano stata -da prima, e per siffatti sollevamenti a rigonfiare la -feccia plebea. Era uno chiamato Pecora, gran beccaio -protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con -falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano -in odio, persino gli altri dei beccai, perchè le sue malizie -usava senza timore, minacciava i rettori e gli -ufficiali, e profferivasi a malfare con grande nerbo di -uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni -disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso -molto gran piena d’inimicizie; i grandi attizzavano -le gelosie de’ falsi amici, e le invidie popolari, e la malizia -dei giudici, e le ree opere de’ beccai. Si congiurarono -contro lui; congreghe si facevano in casa dei -grandi; il partito d’uccidere Giano, più volte posto, -non ebbe seguito; gli artifiziosi consigli prevalsero. -«Ed io (scrive Dino) gli palesai la congiura un giorno -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani, per -raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso -per l’orto; e mostraili come lo faceano nemico del popolo -e degli artefici, e che il popolo gli si volgerebbe -contro.» -</p> - -<p> -Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso -Donati, de’ più nobili e possenti cittadini di Firenze, -ebbe parte in una zuffa nella quale per alcuni suoi -familiari e consorti era stato morto un popolano ed -alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu -presentata l’accusa da ambe le parti, ed il processo -era venuto innanzi al potestà Gian di Lucino da Como, -cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era contro -a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. -Già il gonfalone della giustizia era stato tratto -fuori, quando il Potestà (dicono) ingannato da un suo -giudice, assolvè il Donati e condannò gli avversari -suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto -per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad -una voce: muoia il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, -all’armi! viva il popolo! Si armarono allora -e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per -ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il -grido, esclamava: io voglio andare a campare il Potestà -dalle mani del popolo. E monta a cavallo e si -presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi -in debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la -plebe forsennata gli rivolta contro le lancie e lo costringe -a tornare indietro. Anche i Priori scendono in -piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore, ma -invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba -i cavalli e gli arnesi del Potestà, straccia i processi, -pone le mani addosso alla sua famiglia, ed in quella -rabbia commette di mille strane cose. Il Potestà e la -sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da -lui di Lombardia, spaventati chiamando la morte si -erano rifugiati nelle case de’ Cerchi: messer Corso, -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -che era pure nel palagio, non per anche terminato, -fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio -e per onore della città fu deliberato, che le cose -rubate si rendessero al Potestà, e che del suo salario -fosse pagato: e così fecesi, ed ei partissi.» -</p> - -<p> -La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni -biasimarono quello che era stato fatto, altri ne dava -la colpa a Giano cercando cacciarlo o farlo mal capitare, -e diceano: poichè cominciato abbiamo, osiamo il -resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani -grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro -lui, fecero sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero -inquisizione contro a Giano e suoi seguaci per -aver messo la terra a romore. Ma il popolo minuto -per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla -casa di Giano, profferendosi di esser con lui in arme -a difenderlo e correre e combattere la terra. E già un -suo fratello avea tratto in Orto san Michele un gonfalone -dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito -ed ingannato da quelli stessi che erano stati con -lui a fare il popolo, e conoscendo che la loro forza -unita a quella dei grandi era molto potente, e che -tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio -dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti -suoi parenti, famiglia che aveva tra gli artefici -grande seguito, lo consigliarono che a cansare quei -primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla città. -Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze -il 3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli -averi e nella persona, e la sua casa rubata e mezzo -disfatta. Si aggiunse ai suoi danni anche il papa Bonifazio -VIII, come si rileva da un breve assai violento -contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a -chiunque lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, -nel caso che Giano vi fosse tornato, e ordinando sotto -le censure stesse il bando anche di un suo fratello e -di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto in Pistoia, -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, -pe’ quali perdette la potesteria; e pochi giorni -innanzi l’esiglio da Firenze, ebbe in Pistoia condanna -di ribello egli ed una figlia di lui maritata. L’istoria -non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto noi -troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato -avere posto le mani nelle cose di Firenze, e ordite già -quelle intelligenze nella città che indussero poi mutazioni -tanto gravi.<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> -</p> - -<p> -Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno -alla città nostra, scrive Giovanni Villani, e massimamente -al popolo, perchè egli era il più leale e diritto -popolano, e amatore del bene comune, che uomo di -Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non -ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette -fare, e fecene alcuna contro gli Abati suoi vicini col -braccio del Comune: e forse per gli detti peccati fu -per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, -giudicato.<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>» Lasciava Giano di sè gran traccia nella -Repubblica di Firenze, che dall’ufficio del Gonfaloniere -avrebbe pigliato maggiore forza e stabilità, se -era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del -Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, -quello di mettere in comune il governo dello Stato -cosicchè ad esso partecipassero le Arti maggiori e le -minori e il popolo grasso e gli artefici minuti, cotesto -voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli -anni stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale -mutavasi ivi il politico reggimento, ma oppostamente -a quel di Firenze. Qui ogni cosa era per il popolo, -tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora le -due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le -divisioni e la nazionale debolezza, la quale può dirsi -che in quegli anni fosse decretata. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<h3 id="cap4-2"><span class="smcap">Capitolo IV.</span> -<span class="smaller">CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.]</span></h3> -</div> - -<p> -Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare -gli amici di lui, i quali furono condannati chi in cinquecento -lire e chi in mille. La città rimase in grande -discordia; chè prendendosi in disamina le azioni di -lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. -Intanto i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora -beccaio, uomo bilingue, seguitatore di male, lusinghiero, -insomma tristo per ogni verso, corrompeva il -popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava -ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua -operazione. Molti altri abbindolava promettendo loro -ufficii: grande era del corpo, ardito e sfacciato e gran -ciarlatore, e diceva palesemente chi erano stati i congiurati -contro a Giano. Intanto, per voglia di mal -fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare -questo e quello; arringava spesso nei Consigli, e -si millantava essere egli che aveva liberata la città -dal tiranno Giano, e che molte notti era ito di queto -con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed -a conferir con loro in non so quale cantina sotterra. -I pessimi cittadini chiamarono Potestà un messer Monfiorito -da Padova, povero gentiluomo, acciò rendesse -ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia sua -palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano -prezzo piccolo o grande che fosse: ma finalmente -cadde in tanto abominio che i cittadini, non -potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due suoi -famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero -vitupero e pericolo a molti; e nato disparere -se dovesse più lungamente torturarsi o no, vinse la -prima sentenza; e però quel cattivo cantò nuovamente -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori -e parecchie condanne in danari. Ad onta che i -Padovani più volte mandassero a domandare il Monfiorito, -fu cacciato in prigione; e vi sarebbe vilmente -marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il -marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire -lime sorde ed altri ferri, per cui si fuggirono.<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> -</p> - -<p> -I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità -in Firenze: capi erano di quella parte Forese degli -Adimari e Vanni de’ Mozzi e Geri Spini, i quali -una volta si appresentarono in arme sopra cavalli coperti, -co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza -del popolo soperchiare, si ritrassero senza far nulla. -Avevano pure chiamato in Toscana un cavaliere Giovanni -di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta e giurisdizione -sulle terre che egli guadagnasse. Venne -costui per consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, -e andò a posarsi in Arezzo con cinquecento -cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini d’oro -che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi -frattanto, i quali avevano fatto lega con gli amici -guelfi di Toscana, per afforzarsi da quella parte edificarono -nel Valdarno di sopra i castelli di San Giovanni -e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli -dei vicini signori e tutti quelli che amavano la -parte guelfa ed il viver libero. In Firenze erano anni -prosperi; e allora ebbero cominciamento il grande -tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce -ed altri, e il Palagio del popolo per abitazione della -Signoria. Ma (dice il Villani) la grassezza partorì superbia -e corruzione, per la quale furono finite le feste -e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a quei tempi -stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia -dei Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano -sorte le maledette parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -discordie di due altre famiglie, i Cerchi e i Donati, -sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto -altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale -ogni dì montava per il numero di genti, chè aveva -dentro più di trenta mila cittadini atti alle armi e più -di settanta mila distrettuali in contado,<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> e buona cavalleria -e franco popolo e ricchezze; signoreggiando -quasi tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero -nè dei propri fuorusciti; Firenze la quale poteva a -tutti gli Stati d’Italia colle sue forze rispondere; essa -medesima colle proprie mani si fece quel male che dal -di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di -nuova schiatta, ma buoni mercatanti e gran ricchi: -tenevano molti familiari e cavalli, sfoggiavano in vesti -ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso parentado; -ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente -venuta di picciol tempo in grande stato e potere: -avevano comprato il palazzo dei conti Guidi, il quale -era presso alle case dei Pazzi e dei Donati in quel -sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli -Scandali, perchè ivi la vicinanza di molte famiglie -possenti era occasione di gelosie, ogni sesto avendo -suoi propri uffiziali e quasi in sè le passioni di una -piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini e -guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene -capo di quella famiglia fosse un uomo assai formidabile, -Corso, il cui nome stava in alto fino dalla giornata -di Campaldino: talchè per la bizzarra salvatichezza -degli uni e la superba invidia degli altri -nacque sdegno tra le due casate. Tra gli avversari si -lanciavano motti pungenti; e perchè Vieri, capo della -famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in Campaldino, -era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si -sapeva che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, -Corso diceva <i>ha ragghiato oggi l’asino di Porta:</i> e -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -i motti si risapevano, nè mancavano giullari che gli -rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> -</p> - -<p> -La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte -Bianca e Nera, venuto di Pistoia, dove un legnaggio -di nobili e possenti uomini, ch’erano i maggiori di -quella città, poco prima si era diviso in due parti, -l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri -neri. I Fiorentini, per timore che di ciò non -sorgesse ribellione a danno dei Guelfi, s’intromisero -tra le due parti, e tolta per sè la signoria della città, -sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi -e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze -moltiplicarono la contaminazione. I Cerchi divennero -capi di parte bianca, e i Donati di parte nera.<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> I cittadini -grandi, e popolani e artefici minuti, viepiù si -partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima -chi ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era -la più numerosa, e pel grande seguito che avea, pareva -che fosse in loro potere la città: erano ben veduti -dagli artefici perchè di buona condizione e molto -serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui -avevano aderito: i Ghibellini gli amavano perchè meno -duri nel mantenere le leggi: e allora si trova che i -Cerchi disertando le raunate della parte guelfa, più -si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori -famiglie avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti -e gli Adimari, parte dei Mozzi, dei Bardi, dei -Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i Malespini, -i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, -e i migliori uomini che volevano con Dino Compagni -l’egualità e la pace, e i fieri ingegni di Dante Alighieri -e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto che -si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -già un poco infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, -perchè i grandi e possenti Ghibellini essendo -iti in bando, rimanevano di quella parte in Firenze -le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del -minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in -casa dei grandi, vivevano male sotto alla meno lauta -e spesso più dura signoria dei grossi mercanti. Co’ Donati -erano quasi tutti questi, nobiltà nuova e popolana -che già intendeva in sè ristringere signorilmente -lo Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi -volendo imporsi al popolo degli artefici. Aveva questa -parte le sue maggiori aderenze fuori, e credito e amicizie -co’ signori: la seguitavano in Firenze, tra gli altri, -i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, -i Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con -molta parte delle casate loro due possenti uomini, Geri -degli Spini e Rosso dei Tosinghi della Tosa, e le più -grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati era cavaliere, -gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso -parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, -animoso, audacissimo nelle ambizioni e in quelle smodato; -a grandi cose attendeva sempre. Era congiunto -in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva; -radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito -aveva: tale era quell’uomo.<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> -</p> - -<p> -Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate -d’ambedue le parti in arme scorrevano per la città, -prendendo sollazzo. I giovani della famiglia dei Cerchi -cavalcavano con altri in numero di più di trenta. E coi -giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni -loro masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma -intantochè stavano a vedere ballare donne sulla piazza -di Santa Trinita, ambedue le parti cominciarono a -provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro, -tanto che nacque una grande mischia, in cui molti -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -restarono feriti: fu tagliato il naso ad uno dei Cerchi -da un masnadiere dei Donati; quindi gli odii più crebbero, -aspirando ambedue le parti alle vendette. -</p> - -<p> -Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si -vantavano Guelfi puri, all’amicizia del Papa, rinfacciando -di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi la loro -lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale -Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di -audacia smisurata. A lui pertanto molti si volsero di -concordia, pregandolo che egli per il bene della città -e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa -mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli -era grande mercatante in Roma, volesse in -lui rimettere le differenze; offrendogli pace onorevole, -ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò -assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; -e si tornò a Firenze: il Papa rimase molto sdegnato -contro a lui ed ai Bianchi. -</p> - -<p> -Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini -recatisi per seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, -ed essendo usanza della terra a simili radunate -che i cittadini sedessero in basso in sulle stoie -di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle -panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano -cavalieri essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto -agli altri; uno di loro, o per racconciarsi i panni o -per altra cagione, si levò ritto. Gli avversari per sospetti -si levarono anch’essi, e misero mano alle spade; -stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; -e per allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido -Cavalcanti, vollero andare contro alle case dei Donati; -dalle quali furono o ributtati, o per consiglio -di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere -egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata -degli Uberti: giovane ardito, ma sdegnoso e solitario -e intento allo studio che a lui diede gloria; -era egli nemico di messer Corso, e più volte avea deliberato -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè -lo conosceva di grande animo, aveva tentato di farlo -assassinare mentre andava in pellegrinaggio a San Iacopo -di Gallizia. Perlochè Guido tornato a Firenze -istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro -a messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni -de’ Cerchi, con un dardo in mano spronò contro lui, -credendosi seguitato dai compagni, che non si mossero. -Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito -dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e -ferito in una mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi -ai loro poderi di Nipozzano in Val di Sieve, e nel -tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era dei -Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi -ebbero feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli -uni e gli altri furono accusati e condannati a pagare -certa moneta, e, in mancamento, a stare in prigione: -erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono -in carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per -non essere consumati, come fare si soleva, con le condanne. -Così anch’essi furono chiusi nelle prigioni; dove -un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato un -migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante -della prigione che era ser Neri Abati, morirono: -questi, che poi vedremo pessimo uomo, ne fu incolpato, -ed anche si disse ciò avere fatto ad istigazione di -Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare -non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti. -</p> - -<p> -Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, -temendo che per le dette sètte e brighe, parte ghibellina -non esaltasse in Firenze; che sotto titolo di buon -reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini -tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere -in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli -Spini, che erano banchieri di lui e molto possenti in -Roma. Laonde il Papa mandava legato in Firenze il -cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi giunse -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai -Fiorentini a grande onore. Ma quando egli chiese balìa -di riformare la terra e di raccomunare gli uffici, quelli -della parte bianca che guidavano la Signoria, per -tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal -Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la -contesa, per quante altre cause vi si mescolassero e -qualsivoglia nome avesse, mostrava essere tra’ mercanti -guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, che -in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi -tentavano raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, -e per essi era il Cardinale; la Signoria stava in -mano dei Bianchi, i quali voleano meno esclusivo il -reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue e -d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato -a favorire la parte oppressa dei Ghibellini, fu -tra’ Priori di quel bimestre. Avvenne che andando la -vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa del Santo -ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, -questi furono manomessi e battuti da certi grandi, -i quali dicevano: «noi siamo quelli che demmo la sconfitta -a Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli uffici -e onori della città nostra.» Su di che i rettori tennero -consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino -Compagni: deliberarono confinare,<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> della parte dei Donati, -Corso e Sinibaldo suo fratello, Rosso della Tosa -e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, a Castello -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; -andò con altri di questa parte a Sarzana Guido -Cavalcanti. Ma i Donati, forse perchè vedevano rimasto -colui che era capo dei nemici loro, non si volevano -partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, -venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, -se non che la Signoria con le minaccie gli obbligò a -fermarsi. Corso ed i Neri furono costretti andare al -confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo essendosi -palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del -popolo andò colla balestra a saettare un quadrello -alla finestra del Vescovo dove abitava il Cardinale: il -dardo si ficcò nell’asse, e quegli impaurito andò a -stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un cotale -rimedio, lo fecero presentare di mille trecento -fiorini nuovi. «Io glieli portai in una coppa d’argento -(scrive Dino Compagni), e dissi: Monsignore, -non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza -i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose -gli avea cari; molto gli guardò, e non gli volle.» Poi -data opera, sebbene invano, a fine di ridurre a miglior -modo la elezione dei Priori, che frattanto però -saviamente facevano armare la città, vedendo essergli -contrari i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi -lasciando la città interdetta. -</p> - -<p> -Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i -Cerchi essendo stati, non bene sappiamo dopo quanto -tempo, rivocati dal confine per l’infermo luogo di Sarzana: -tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della infermità -moriva.<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> Corso Donati, rotto il confine, andossene -in Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè -fu condannato nell’avere e nella persona. Gli altri -dei Neri furono più tardi rimessi in patria: ma pareva -loro troppa male stare; tantochè fu detto, che -se Vieri dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -capacità che non aveva, poteva forse anche pigliare -la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo esortasse. -Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte -guelfa e altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, -deliberati di rialzare lo stato loro comunque si -fosse; ma conosciuto di non avere forze a ciò sufficienti, -senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra -essi era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso -di unità e pace, Dino Compagni, che innanzi si partissero -diceva loro: «Signori, perchè volete voi confondere -e disfare una così buona città? Contro a chi -volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria -avrete? non altro che pianto.» Uscito anch’egli di -Santa Trinita, andò insieme con altri Priori, facendosi -mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da quella -raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si -seppe che il conte Guido da Battifolle chiamato dai -Neri s’accostava in arme, questi fu condannato in -grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le -malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava -offendere l’altro. Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini -avevano giurisdizione, per opera di rettori mandati -a tal fine, con lunga offensione e atroce guerra -e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> In -Lucca la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che -teneano parte bianca e s’accostavano co’ ghibellini -Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri -bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice -Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i -Neri, essendo in maggior forza, gli oppressero e sbandirono, -e molte loro possessioni arsero e disfecero. In -Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i Guelfi; ma -questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i -Ghibellini dalla città.<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<h3 id="cap5-2"><span class="smcap">Capitolo V.</span> -<span class="smaller">VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA -DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.]</span></h3> -</div> - -<p> -«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e -pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete -le vostre malizie; palesate le vostre inique volontà -e i pessimi proponimenti: non pensate più; andate -e mettete in ruina le bellezze della vostra città. -Spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della -fede e dell’amore; nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio; -seminate le vostre menzogne, le quali empieranno -i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la -giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo -rende uno per uno. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero -merito nelle loro discordie. Non v’indugiate, -miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che -molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella -favilla che a distruzione mena un gran regno.» -</p> - -<p> -Con queste parole Dino Compagni, dà principio al -secondo libro della sua storia, apprestandosi a narrare -i tristi fatti che seguitarono per la venuta in Firenze -di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di Carlo senza -terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, -non l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il -Bello di Francia, era passato in Italia in soccorso del -re Carlo II di Napoli alla guerra di Sicilia, allettato -anche dalla speranza che il Papa a lui avea data di -cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano -operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che -la città tornava in mano dei Ghibellini, gli Spini suoi -mercatanti di tante reti lo avevano avviluppato, che -appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso Pontefice -l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi -arbitro e finitore delle discordie con titolo di paciero. -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -Ma era sospetta la costui venuta molto ai reggitori -di Firenze che seguitavano parte bianca; il perchè -mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali -fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze -l’autorità di tanto ingegno: aveva nei Consigli -due volte opinato così da offendere del pari Bonifazio -ed il Valois, negando al primo cento cavalli da lui -chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di -Sicilia. Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, -avrebbe egli detto queste superbe parole: «s’io vo, -chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli altri;<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> -ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e -disse loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? -umiliatevi a me, ed io vi dico in verità, che io non -ho altra intenzione che di vostra pace: tornate indietro -due di voi, ed abbiano la mia benedizione se procurano -che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, -rimase Dante. Mentre era Carlo in via, gli si -erano appresentati in Bologna uomini mandati dalle -due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e fedeli -della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi -del pari amici di lui, e facendogli molte profferte: -nondimeno egli per allora, senza passare nè per -Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma. -</p> - -<p> -Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della -nuova Signoria; tra gli eletti era Dino Compagni: ma -gli altri pure erano uomini non sospetti e buoni, nei -quali il popolo minuto non meno che i Bianchi riponevano -grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto -alle presenti condizioni della Repubblica, e tali -che i Neri si confidavano guadagnarseli. Accorsi a visitarli, -dicevano loro: «Signori, voi siete buoni, e -quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -la discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, -o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balía. -E noi a ciò fare vi profferiamo l’avere e le persone -di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino per -commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli -cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, -e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiamovi -che voi ci consigliate in tal guisa, che la nostra città -debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici -tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo -il primo tempo (seguita Dino), perocchè non -ci ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l’udienza -ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare la -pace, quando si conveniva arrotare i ferri.<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>» Più di -loro ne sapeva messer Corso pel suo ingegno e per -la domestica educazione a maggioreggiare. Quei dabbene, -usciti dal banco o dal fondaco, non erano atti -a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l -furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. -I Capitani di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, -si diedero di buon animo a interporsi per la concordia; -ma niuno gli ascoltava, anzi in quel mentre i -Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito -pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta -mila fiorini d’oro. -</p> - -<p> -Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, -e giunto a Siena, inviava suoi ambasciatori a -Firenze, chiedendo essere quivi ammesso. I Signori, -per essere il caso grande e nulla volendo fare senza -il consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio -generale della parte guelfa, e le Arti divise nei -settantadue mestieri, i quali tutti avevano consoli; e -imposero loro, che ciascuno consigliasse per iscrittura, -se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois -fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -tutti, si accogliesse come signore di nobile sangue; -salvo i Fornai, che dissero che nè ricevuto nè -onorato fosse, perchè venía per distruggere la città. -Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini -a significargli che poteva liberamente venire come paciere, -purchè promettesse per lettere bollate che non -intenderebbe con ciò acquistare giurisdizione sopra i -cittadini, non occuperebbe veruno onore della città -nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le -leggi della città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato -il suo cancelliere a distorlo dal fare l’entrata il -dì d’Ognissanti, perchè il popolo minuto in tal giorno -faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare cagione -d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al -principe per avere le suddette lettere bollate; che se -non avessero potuto conseguirle, avevano comando di -negargli il passo e la vettovaglia, quando fosse giunto -a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la lettera: -«ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), -e tennila fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, -io lo domandai, se di sua volontà era scritta: rispose, -sì certamente. E perchè egli camminava alla volta di -Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo -gli donarono diciassette mila fiorini. -</p> - -<p> -Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e -santo pensiero radunava molti buoni cittadini, oltre -agli ufficiali della Repubblica, nella chiesa di San Giovanni, -e con paterna effusione di cuore gli esortava -ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere -di mezzo gli sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, -come convenivasi ai cittadini della più nobile città -del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace sul -fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri -vangeli; ma quelli stessi che mostravano piangere per -tenerezza e baciavano il libro, furono poi i più ardenti -nelle vendette. I Neri cercarono fin dal principio trarre -profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte ghibellina; -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -il che tirava addosso a questi tutto il pondo -di parte guelfa. -</p> - -<p> -Il primo novembre 1301<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> entrò in Firenze Carlo -di Valois seguíto da ottocento cavalieri francesi, ai quali -poi s’aggiunsero altri quattrocento venuti a pochi per -volta di Lucca, di Siena, e di Perugia e dalla Romagna, -cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza sua. -Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. -Smontò a casa i Frescobaldi, perchè erano oltrarno, -dove abitavano i grandi in luogo più facile a difendere, -e segregato dalla frequenza del popolo e dalle -vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva -intanto co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che -diede ai cittadini tale sospetto che molti s’armarono -grandi e popolani, ciascuno a casa de’ suoi amici, abbarrandosi -la città in più luoghi. La Signoria vecchia -aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, -che la consigliassero; ma costoro tutto il giorno non -facevan altro che ingombrare la ringhiera, biasimare -i Priori, chiedere eleggessero i nuovi prima del tempo -debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea fatto -invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo -non essere ciò ad essi lecito per le leggi: e -inoltre temevano uscire di palagio, sospettando un qualche -agguato, e per essere la città inquieta e in grande -trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di -Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa -di Santa Maria Novella, col Potestà e Capitano, col -Vescovo e molti dei più spettabili di Firenze, gli fu -data balía di pacificare i Guelfi insieme.<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> Giurò, e come -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -figlio di re promise conservare la città in pacifico e -buono stato; ma incontanente fece il contrario. -</p> - -<p> -In questo mentre erano tornati da Roma i due -ambasciatori con le parole del Papa; al quale bramavano -taluni almeno della Signoria ubbidire, scrivendo -a lui ma segretamente per la paura dei Neri, -mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer -Gentile da Montefiore cardinale. Da Roma scriveano -che gli ambasciatori erano d’accordo col Papa; laonde -i Neri temendo per quelle pratiche una qualche mutazione, -si ponevano dal canto loro sulle difese. La -Signoria ordinava processione e preghiere a fine di -allontanare la tempesta, che altri avrebbe voluto affrontare. -Si provarono a mandar fuori bandi e leggi -rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto -quelli di parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo -un signore in casa, il Papa è con noi; gli avversari -nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; -danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi -pensieri consentiva molta parte del popolo, ansiosa -di cogliere quella occasione a fare una buona cacciata -di nobili, e assicurarsi per l’avvenire. In tale baldanza -i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici -potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano -a morte un valoroso uomo di popolo. La moltitudine -allora s’armava a piede e a cavallo; la Signoria -comandava che venissero fuori le schiere del -Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei -Neri, venivano e spiegavano le loro bandiere; ma non -vi era chi confortasse la gente che si accogliesse al -palagio dei Signori, quantunque il gonfalone della giustizia -fosse alle finestre. Solamente quei soldati che -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti -più per curiosità che per zelo, stavano in armi -attorno al palagio. I Signori, non usi a guerra, attendevano -a dare udienze; e frattanto cadeva il giorno. -Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi -alla casa dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: -il popolo era senza consiglio: lo stesso Capitano nulla -faceva. Venuta la notte, la gente si ritrasse, e ciascuno -asserragliò le vie che menavano alle proprie case. -</p> - -<p> -Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande -fidanza perchè era potente di amici e di seguito, afforzò -le sue case con edificii da lanciar pietre: gli -Spini, di parte nera, che avevano il loro grande palagio -incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, -dissero agli avversari con finta amistà: «deh! -perchè facciamo noi così? noi siamo pure amici e parenti, -e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra intenzione -che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto -a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, -come dobbiamo essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti -ai Gherardini, i Bardi ai Mozzi, l’istesso -molti altri; sicchè i contrari si ammollarono, ed i seguaci -loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono -traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei -quali fidavano, e presso che tutti si ritrassero da parte. -I baroni di Carlo intanto stavano attorno ai Signori, -facendo istanza perchè loro dessero la guardia della -città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè -Carlo ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere -e maresciallo, l’avrebbe tenuta a petizione della -Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a qual risoluzione -appigliarsi; gli confondevano le novelle varie -che a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: -chiamarono alle armi gli uomini del contado; ma essi, -devoti al nome guelfo ed al Papa, spiccavano le insegne -dalle aste e gli tradivano. -</p> - -<p> -Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -loro osservanza e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce -che per chiamata di Carlo stesso, Corso Donati, seguíto -da molti amici a cavallo è presso a Firenze: ed -egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate -chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a -porta a Pinti allora vicina alle sue case; e questa -coll’aiuto de’ seguaci suoi aveva sforzata. Entrato in -città, fece testa sulla piazza di San Pier Maggiore, ed -afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla -quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi -Bianchi che s’erano a lui parati dinanzi, trasse a -dare il sacco ed a bruciare le case degli antichi Priori -che lo avevano sbandito: corse dipoi alle carceri del -Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi -al palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano -i Priori, i quali costrinse ad abbandonare il seggio e -tornarsene alle case loro. I Francesi tuttavia non si -ristavano dalle solite protestazioni, e che il principe -farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe -la Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia -i più ragguardevoli di ambedue le parti; ma tosto i -Neri lasciò andare, e i Bianchi ritenne prigionieri quella -notte senza paglia e senza materasse come uomini micidiali. -Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon -re Luigi, che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della -real Casa di Francia? O malvagi consiglieri, che avete -il sangue di così alta Corona fatto non soldato ma assassino, -senza vergogna.<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>» Avevano i Priori (o altri -che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa -del loro palagio; ma invano, perchè la gente sbigottita -non trasse fuori: di casa Cerchi non uscì uomo a -cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’ loro -congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, -retrocessero, rimanendo la piazza deserta. La sera -stessa, alcuno credette vedere una croce rossa appesa -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -al palagio della Signoria, segno dell’ira divina. Allora -i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati -dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba -i fondachi e le botteghe, ardono le case dei loro nemici, -feriscono e uccidono i migliori della parte bianca. -Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o nascondeva -la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano -danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a -forza. Messer Carlo di Valois nè sua gente non pose -riparo, nè attenne sacramento nè alcuna delle cose -promesse da lui. -</p> - -<p> -Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi -per altri otto, masnade armate si spargevano d’intorno, -mettendo a sacco e a fuoco le case, onde molto -numero di belle e ricche possessioni furono guaste. -Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che -fuoco è quello?» eragli risposto, che era una capanna, -quando era un ricco palagio: il contado ardeva d’ogni -parte. I Priori invano pregarono per Dio molti dei popolani -potenti che avessero pietà della città loro; i -quali niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo -rotto sostituiti altri Priori di parte nera, da continuare -nell’ufficio insino a’ quindici di dicembre. Corso -Donati, che dal Compagni è detto crudele più di Catilina, -adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno -dei Cerchi e loro amici: quando passava per la terra, -la plebe gridava: «Viva il barone!» e pareva la terra -sua. Carlo, signore di grande e disordinata spesa, fece -richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le -minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il -biasimo per la città, che egli lasciò stare. Fece pigliare -un ricco popolano, il quale lo aveva ricevuto e -molto onorato ad un suo bel luogo quando andava ad -uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, -o lo manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera -di amici lo lasciò per fiorini ottocento: e per -simile modo ritrasse molti danari dai cittadini. Grandissimi -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni -dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento -fiorini i beni di un loro amico ricco popolano, e poichè -furono pagati, li posero a ruba essi stessi: questi -Bostichi davano la corda agli uomini in casa loro, le -quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, -e di mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli -fu tolta la roba, a molte vergini l’onore: molti -innocenti, dannati a pagare mille fiorini sotto pretesto -che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla -città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: -non pochi dei Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono -coi Neri per ingegno di malfare; molti in pochi -giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono svillaneggiati -e calunniati, perchè cessero senza combattere; -ma la colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), -i quali per avarizia e per viltà non fecero difesa o -riparo contro i loro nemici:<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> e a chi ne li riprendeva, -rispondeano che temevano le leggi; quando -invece se n’erano stati per non avere a mantenere -i fanti. -</p> - -<p> -Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois -d’accordo con la Signoria prese a raffrenare alcuni -popolani di parte nera. E in quel mese stesso di novembre -giunse di nuovo a Firenze come legato del -Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento -di pacificare i cittadini: co’ matrimoni cercò riunire -parecchie famiglie; ma volendo anche rendere comuni -gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò i Neri -spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato -dell’altra volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò -de’ Cerchi, nell’andare ad una sua possessione con sei -famigli ed un figlio giovinetto che era in capelli a -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -testa scoperta, passando per la piazza di Santa Croce -nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone -Donati figlio di Corso e nipote di Niccolò dal -lato di madre, che avea seco alcuni amici a cavallo. -Simone allora spinto da infernale pensiero lo insegue, -lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli -le vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, -che solo pensano a scampare il figlio, non s’aspettava -ciò dal nipote. Ma non andò questi senza punizione, -perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in -un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte -seguente nella chiesa di San Piero. Prima di morire, -pentito pregava il padre ed i suoi si rappacificassero -co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso per la -morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze -per cortesia e valore, in lui ogni speranza del padre -e della casata. Il Valois intanto era andato in Roma -a domandare danari al Papa; ma questi gli rispose: -io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei -cavato la sete, tuo danno. -</p> - -<p> -Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni -averne avuto la prima colpa, Carlo ed il Papa -l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli che trassero -nella patria loro un principe forestiero con la sua -corte e le masnade; dirà il contegno del Valois quale -potevasi attendere da un venturiero, errore grave di -Bonifazio in quei fatti essersi ingerito. Cercava riunire -in un sol fascio la parte guelfa; e al più ambizioso -dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata -da molti suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: -ma infine Bonifazio VIII, come aveano fatto -Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a fare -opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, -se prima aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando -le violenze più atroci stettero dalla parte loro. Dante -accusava il principe francese presente e complice, -quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse -in Anagni più tardi il fratello di questo Valois. Quali -motivi personali avesse Dante a sì fiero odio contro a -Bonifazio, quel che avvenisse mentre egli rimase in -Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse -fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. -L’esiglio non venne a lui dal Papa, ma in quel tempo -tra loro due qualcosa d’oscuro dovette nascere, che -da un lato accese in patria contro lui tante ire, dall’altro -gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che -sono dure a ricordare, ma vendicarle pareva dolce -all’iroso animo del poeta. In quei giorni venne a luce -una congiura, o vera o falsa che fosse, della parte -bianca con un certo barone francese chiamato Pier -Ferrante di Linguadoca<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a> per ammazzare Carlo di -Valois tornato allora in Firenze. Laonde questi, radunato -la notte un consiglio segreto di pochi cittadini, -trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e -fare loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare -due Adimari padre e figlio e Manetto Scali: ne andarono -in traccia nei contorni di Firenze, forando con -ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, -perchè del consiglio taluni si erano allontanati a procurare -che i nominati nell’accusa avessero agio allo -scampo. Giano de’ Cerchi figlio di Vieri, sostenuto nel -palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo di -fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, -dal quale ebbe Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. -Continuarono le condanne tutto il tempo che il Valois -dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile, essendo -allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, -uno di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; -e si protrassero le condanne anche poi nei seguenti -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -mesi. Tra’ condannati fu Dante Alighieri: abbiamo la -prima sentenza contro lui e tre altri, data ai 27 gennaio, -per la quale era egli dannato a pagare cinquemila -fiorini d’oro ed al confine. Dante era di Roma -venuto in Siena, dove lo colse la prima sentenza; la -quale, per non essere egli comparso in giudizio, fu -aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava -gli fossero tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso -bruciato vivo qualora avesse rotto il confine: fu poi -compreso in quella condanna generale che si trova -pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. -Per questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo -le antiche famiglie dei grandi ghibellini, e sbandiva e -confinava molti dei Cerchi, dei Cavalcanti e degli -Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini -d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i -nomi a noi rimangono.<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> Tra questi era ser Petracco -di Parenzo dall’Incisa, stato cancelliere della Repubblica -e notaio delle Riformagioni, cui nacque in esilio -Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi, -ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la -quale andarono stentando la vita per lo mondo chi in -qua e chi in là. Furono i beni loro messi in comune, -le case disfatte;<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> e delle pietre di quelle si trova che -fossero edificate le nuove mura della città di Firenze: -non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. -Dipoi, mentre andavano i Fiorentini e i Lucchesi -contro a Pistoia difesa francamente da uno degli -Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano sostenuti -e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -nel seguente anno 1303, Folcieri da Calboli -essendo in Firenze Potestà, e potentissimo presso i -Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere fiorentino, -principale uomo presso i re di Francia.<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap6-2"><span class="smcap">Capitolo VI.</span> -<span class="smaller">PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO -IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO -DONATI. [AN. 1303-1308.]</span></h3> -</div> - -<p> -Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi -era venuto alle mani di quelle famiglie, sia di grossi -mercatanti o sia di nobili fatti popolani, che si appellavano -Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri. Capi erano -di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie -di grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, -diversi verisimilmente o separati da quei di Valdarno: -v’erano di grandi i Buondelmonti, i Pulci, i Tornaquinci, -i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei Gianfigliazzi -e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie -di grossi mercanti che primeggiarono dipoi sempre -nella città e con altre sorte dal popolo via via formarono -la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini, Peruzzi, -Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci, -Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, -Medici, Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e -soprastava per alto animo, per grandi fatti e grande -seguito; più ambizioso che partigiano, male soffriva -consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno -il male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse -arti ed i raggiri delle fazioni. La schiatta e l’indole -e i costumi lo inclinavano verso i grandi; «pratico e -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -domestico di nobili uomini e famoso per tutta Italia;<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>» -amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella -dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio -le mezzanità. Quei nuovi uomini la opprimevano con -gli smodati balzelli, e perfino si diceva che alterassero -le farine e molto avessero guadagnato su’ prezzi del -grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli -anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni -del Comune. Corso Donati aveva seco Lottieri -vescovo di Firenze, consorto ma nemico a messer Rosso -Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte contraria -ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava -col mutare il reggimento, rimettere i Bianchi. Al -modo solito era guerra in molti luoghi della città: -furono armate le torri, ed in su quelle del vescovado -stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. -Corso andò una volta in arme con molti all’assalto -del palagio; durava la zuffa più giorni. Era il febbraio -del 1304, e grave pericolo avrebbe corso la città -se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, -i quali subito vennero a Firenze in grande numero -popolani e cavalieri. Fu data loro piena balía, -ed essi la esercitarono per sedici giorni, finchè a certi -Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed -offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> con tuttociò -le cose quietarono per allora, e fu eletta la Signoria -nuova. -</p> - -<p> -Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni -per mandato di Filippo il Bello re di Francia, e -del quale era stato orditore Musciatto Franzesi dal -suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il nuovo -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in -Firenze paciere il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine -de’ Predicatori, uomo a que’ tempi assai rinomato -e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed ebbe -dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere -costringere i cittadini alla pace, la quale fu fatta -da principio con grande festa e suonare le campane; -ma non però tutti la volevano. Il vero popolo la desiderava; -ma i grassi popolani e i grandi che reggevano -lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti -fatti ribelli, dei quali occupavano le possessioni. Il -Cardinale rinnovò l’ordine delle Compagnie armate -del popolo, come erano state a tempo degli Anziani: -rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. -Di più, egli fece venire quattordici fra i caporali -dei fuorusciti bianchi e ghibellini per trattare -con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in casa i -Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere -offesi: i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata -la testa, e alcuni di plebe furono visti baciare le armi -degli Uberti. I Guelfi erano tra sè divisi: ma taluni -dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici -caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero -il grosso del popolo contro; e quelli sgombrarono. -Dopo di che il Cardinale fu consigliato fare una mossa -inverso Pistoia, e rappacificare quella terra sempre -più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò -gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i -Guazzalotri che ivi dominavano, istigati dai reggitori -di Firenze, se gli voltarono contro e cacciarono i parenti -di lui che sdegnato bandiva la croce addosso a -Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa; -ma quella radunata di milizie diede nuovi -sospetti, ed egli essendo minacciato in casa e veggendo -fallato lo scopo cui era venuto, si partiva di Firenze -ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini all’interdetto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -</p> - -<p> -In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre -aveva lasciato molto gli animi atterriti. A festeggiare -il Cardinale da Prato, che era in amore dei cittadini -quando speravano per suo mezzo d’avere concordia, -si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada -dell’altra le usate allegrezze, «come al buon tempo -antico.» Infra gli altri, quelli di Borgo san Frediano -pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole: -mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle -dell’altro mondo dovesse quel dì essere in sul -ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno: quivi su barche -e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno -con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini -contraffatti a demoni orribili a vedere e anime ignude -messe a quei martorii con tempesta di strida grandissime. -Era il ponte alla Carraia allora di legname da -pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò -tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che -v’erano sopra. Molti vi annegarono o si guastarono -le persone, molti (come per beffa era ito il bando) andarono -morti a sapere novelle dell’altro mondo, con -grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno -credette avervi perduto il figlio o il fratello.<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> -</p> - -<p> -Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano -tornati e rimanevano in Firenze alcuni dei Bianchi; -tornarono quelli che professavano mantenersi Guelfi, -il che volea dire stare col popolo delle Arti e non -permettere che i grandi rompessero gli ordini posti -contro a loro. Si trovò pertanto, partito appena il -Cardinale, grande in Firenze la possa dei Cavalcanti, -dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non -fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio -e pubblicò avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, -mandasse là e sarebbe pagato cortesemente: dicesi che -pagò più di 80 mila fiorini.<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> Ma la fortezza dei ritornati -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -era nelle case dei Cavalcanti presso a Mercato -Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia -loro assai numerosa, molte ne avevano all’intorno; e -i quattordici caporali prima di partirsi aveano fatto -consiglio di ridursi in quelle case dei Cavalcanti e -quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere, -perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati -Ghibellini, ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella -parte. Ora dunque di là cominciava la mischia: non -fece alcuna mossa Corso Donati perchè era infermo -di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della -parte nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i -Bianchi: ma questi, bene sostenuta la battaglia, prevalsero -tanto co’ loro seguaci, che si distesero per -Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. -Era cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; -molta gente del basso popolo gli seguiva, e i -Ghibellini per la meglio si accostavano a loro: di campagna -erano venuti quei da Volognano signori di castella, -co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano -allora i Neri sul punto d’essere cacciati, quando -ser Neri Abati, priore di San Piero Scheraggio, quello -che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento, -parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere -a terra in Monte Aperti la bandiera guelfa, per accordo -fatto co’ Neri appiccò il fuoco alle case di altri Abati: -era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed in altri -luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le -fiamme in poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero -in Calimala; e con empito e furia col conforto della -tramontana, e per l’alimento che loro porse la fusione -di certe immagini di cera appese alla nostra Donna -ch’era nella loggia di Orto San Michele, in quel -giorno distrussero oltre le case degli Abati quelle dei -Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, e moltissime -altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, -tutte quelle attorno a Mercato Vecchio sino a -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -Mercato Nuovo, e le case dei Cavalcanti, dei Gherardini, -dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri. L’incendio -si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa -Maria fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio -della Signoria, distrusse quello del Capitano e -la torre dov’era la campana, che ruinò con grande -fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu -senza misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte -le merci e cose care di Firenze. Inoltre la città fu -posta a ruba dagli armati, poichè mentre le case ardevano -si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente -correvano tra le fiamme rapinando ciò che -potevano arraffare; nè alcuno attentavasi a ridomandare -il suo, chè ognuno paventava di peggio, e tutti -tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato -Nuovo, ma non fece alcuna difesa, nè prestò -aiuto: guardavano il fuoco, e standosi a cavallo davano -impedimento ai pedoni e a chi tentava soccorrere. -In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si -trova che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste -generalmente, molte famiglie avendo più case -attigue pei figli che via via si ammogliavano.<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> -</p> - -<p> -Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche -famiglie le quali tenevano il primo cerchio, o -(come scrivono) il <i>midollo</i> e <i>torlo</i>, della città di Firenze, -quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per -questo che un pensiero neroniano spingesse con animo -deliberato la nuova gente a disfare il nido dove buon -numero degli antichi grandi avevano stanza; ma certo -è che allora ogni signoria di nobili può dirsi che fosse -interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro -alle città ed in Firenze massimamente erano come -due campi nemici: molto importava la postura dei -caseggiati dove le schiatte viveano co’ loro consorti ed -attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che si -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza -spesso faceva nascere le amicizie come le inimicizie; -certi quasi direi punti strategici atti al difendersi -o all’aggredire faceano la forza d’alcune -famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero -oltrarno; e possenti pei commerci, e uniti tra -loro, vedremo più tardi che guerra facessero. Ma qui -nel centro del primo cerchio erano le case di molti -più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano -alcuni dei più recenti che si avevano procacciata -grandezza col farsi Guelfi. I più di questi erano divenuti -Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini, -grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> -perchè oltre a’ castelli e alle possessioni aveano gran -numero di case in Firenze: quindi è che l’assalto -andò contro a loro più direttamente. Aveano essi da -principio voluto correre e metter fuoco alle case dei -nemici, ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni -maggiori d’ogni altro per la molta entrata di pigioni -che aveano in quel luogo frequentatissimo di botteghe, -e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. -Del popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma -nulla fu a petto della gran percossa ch’ebbero i nobili; -i quali divisi tra loro, non che provarsi in quel -disfacimento a rompere gli ordini della giustizia, ciascuna -parte s’abbracciò col popolo per mantenersi -quanto oramai fosse possibile in istato. E qui, anticipando -di poco i tempi, diremo altre ruine dei Cavalcanti; -i quali essendosi afforzati in certi loro castelli di Val -di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea -nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e -disfece; e perchè i prigionieri menati in Firenze furono -chiusi dentro ad un carcere di nuovo fabbricato, -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -questo pigliò nome di carcere delle <i>Stinche</i>; nome che -durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali -vivere più non sapevano in città divisa altro che vinti -nella oppressione, o vincitori con prepotenza; quindi -la parte troppo sovente stava in luogo della patria, -che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla, -o costretti erano di abbandonarla. -</p> - -<p> -Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in -Firenze perchè volevano rimanere Guelfi: rifacendoci -ora un poco indietro, diremo degli altri. Dopo l’esilio -i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso favore, s’erano -la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina -e che aveva per Potestà un uomo molto possente e -riputato nella sua parte, Uguccione della Faggiola, -signorotto d’uno tra’ castelli frequenti allora nei più -alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono oltre ad -un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione -essendosi data forma di governo regolare, elessero -loro capitano Alessandro da Romena dei conti Guidi, -e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei quali fu -Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato -col papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo -fecero capo a Scarpetta degli Ordelaffi, signore in -Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente in Romagna -avea messo insieme quattro mila fanti e settecento -cavalli; ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono -insieme uno sforzo contro la Toscana. Aveano -per loro gli Ubaldini di Mugello; nel quale entrati -assalirono il castello di Puliciano, ma con successo infelicissimo, -perchè molti dei loro essendo morti o presi, -questi ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà -dei Fiorentini; i quali avevano rinnovata contro -ai ribelli la taglia o lega con gli amici Guelfi di -Toscana.<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> -</p> - -<p> -In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -in Firenze erano stati da Benedetto XI citati a -comparire in Perugia dinanzi a lui, per quivi purgarsi -della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale -da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè -si fosse tenuto di mezzo, andò con essi; andarono -messer Rosso della Tosa, Geri Spini, Betto Brunelleschi -ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne -la morte di quel buon Pontefice; di che fu -gran pianto, e uscirono gravi e lunghi danni alla cristianità. -Intanto però i fuorusciti, pigliato animo dallo -sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze e dalla -assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di -Pisa e con Tolosato degli Uberti che era Capitano -allora in Pistoia. Gli Uberti, rubelli da quarant’anni -della patria loro e che non aveano quivi trovato mercede -nè misericordia, non s’abbassarono però mai, e -fuori tennero grande stato praticando con re e con -signori quanto potevano per la parte loro.<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> Si erano -i Pisani avanzati fino a Marti; muovea Tolosato da -Pistoia con trecento cavalieri; quei di Forlì, capitanati -dal Baschiera dei Tosinghi,<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> giovane ardito che avea -seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di -Bolognesi, Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per -l’Appennino, inopinatamente furono alla Lastra sopra -Montughi presso a Firenze due miglia. Nella città era -malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene -quali avessero amici o nemici, diceano parole umili, e -spargevano essere giusto richiamare gli sbanditi. Se -quei della Lastra facevano impeto, entravano forse -nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni usciti -a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella -notte per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva -per l’Alpe co’ suoi cavalieri e molti soldati a piede. -Poichè non lo vedevano comparire, allo spuntare del -giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto da -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi -con bella gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi -di San Gallo senza contrasto, chè allora non erano -fatte le mura nuove nè i fossi, e le vecchie, schiuse e -rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del quale gli -Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato -ad Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi -erano rimasti alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi -ch’erano tra loro non piacea l’impresa. Ma gli entrati, -che furono oltre a 1200 cavalieri con molto popolo -di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono -in sul Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e -fino a quella di San Marco, con le insegne bianche -spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo gridando -Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che -l’aria ardesse, e il luogo mancante d’acqua per loro -e pe’ cavalli. Alcuni de’ più bramosi fuorusciti venuti -alla Porta che si chiamava degli Spadai, la ruppero, -entrando con parte della loro gente fino presso alla -piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, -quel dì avrebbono avuto vittoria: imperocchè -molti nella città gli aspettavano: ma poichè seppero -che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran -forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi -della città, si mutarono per odio di quel nome e per -temenza d’essere poi cacciati e rubati, se in loro favore -si fossero discoperti. Cotesti più degli altri si -mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; -e così forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni -raccoltisi intorno a San Giovanni rispingeano fuori -della porta gli avversari, quando avvenne che ardesse -per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il -fuoco cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in -Cafaggio si crederono traditi, e già fiaccati dalla sferza -del sole e dalla sete, e avendo sentito che i Bolognesi -al primo annunzio di mala riuscita si erano partiti -dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -senza assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono -loro dietro. Tolosato degli Uberti scontrati in -Mugello i primi fuggenti cercò ritenerli, ma fu invano. -Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e molti presi -furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi -per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo -alla quale i fuorusciti si dispersero tra’ Ghibellini cercando -rifugio. La sorte istessa toccò a Dante, sebbene -dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con -gli altri contro a Firenze,<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> biasimando quella mossa, -e fin da principio avendo tenuto in piccola stima i -Bianchi, tra’ quali gli accadde avvolgersi perchè i contrari -gli parevano essere peggiori. Disdegnò il nome -di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non -avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano -e sconvolto, la vita misera nè il pensiero. -</p> - -<p> -Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto -dei Ghibellini; e Tolosato degli Uberti, che n’era -Capitano, avea favore dagli Aretini e dai Pisani e dai -Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi deliberarono -di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma -la città essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron -partito di tenerla stretta per assedio buona -pezza. Dipoi elessero loro capitano a quella impresa -Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo -secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 -venne in Firenze con molta baronia di cavalieri Aragonesi -e Catalani a quivi pigliare il bastone del comando. -S’accendeva la guerra allora viepiù feroce: i -Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; -nella città era difetto di viveri; i governatori -della terra mandavano fuori fanciulli e poveri e donne -di bassa condizione, ma gli assedianti facevano agli -uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il -naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -loro nemici, più imbestiavano nel vituperarle; ma il -Duca molte ne difese, maggior pietà essendo negli uomini -di guerra che nei parteggianti. Clemente V, che -era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal -da Prato, mandò in Firenze nel mese di settembre -due suoi Legati a comandare si levasse l’oste da Pistoia -sotto pena di scomunica; e tosto il Duca partitosi -dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava: -ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. -Crescevano intanto le difficoltà e le spese, per -il che ordinarono una gravezza o taglia, che si chiamò -la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano -pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, -chi una, secondo che parea loro potesse ciascuno sopportare; -fossero al confine o in città rimasti, doveano -pagarla. E a tutti i padri che aveano figli atti alle -armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non -si appresentassero nell’oste. Molti contadini furono -costretti militare senza soldo. Fra queste miserie passò -l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti agli estremi, speranza -sola era la disperazione; quando accostatosi alla città -il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, -i Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. -Pistoia si arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. -I vincitori guastarono le muraglie della città, che -erano bellissime; il contado andò diviso tra’ Fiorentini -e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la -signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, -e i secondi il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, -dove coi festeggiamenti consueti fu celebrata -una vittoria tardi acquistata e crudamente.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> Allora -voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici -che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano -il Mugello, ruinarono la loro principal sede -in Monte Accianico, fabbricando a petto a questa una -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio e -fortezza agli uomini del contado che prima stavano -sotto a quei signori. -</p> - -<p> -Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre -in più alto grado coloro ai quali spetta il governarla, -parendo ai gelosi popolani di Firenze che i loro grandi -e possenti uomini troppo venissero in baldanza, attesero -a dare con nuove riforme più forza al popolo, e -ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie -cittadine, che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano -sempre per loro insegne quelle delle Arti: ma ottennero -adesso Gonfaloni loro propri, donde nacque l’ordine -dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi -tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle -insegne il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come -in ogni altra città libera il Potestà, cui s’apparteneva -il diritto della spada, e nel cui nome tuttora s’intitolavano -gli atti pubblici, perchè egli solo rappresentava, -ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale -potestà, messa da parte, ma formalmente non -mai abolita nei governi popolari. Però scemava ogni -giorno più l’autorità di quel magistrato, del quale -sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre all’essere -forestieri, come signori di gran lignaggio male -col popolo s’intendevano, e poco amavano quelle leggi -ch’essi dovevano eseguire: uno di loro, per sottrarsi al -sindacato, portava seco come in pegno il suggello del -Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima -essendo per maleficii sostenuto in Palagio un Talano -degli Adimari Cavicciuli, i consorti suoi avendo percossi -gli armati del Potestà che erano fuori, e così -entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, -senza che poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. -Del che sdegnato il Potestà, si partiva senza -avere finito l’anno; e perchè la città non poteva rimanere -senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano -l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -uno grande e uno popolano; e si chiamarono le dodici -potestà. Quindi volendo i Fiorentini trasferire la -potenza ognora più in quei magistrati ch’erano a -guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, -siccome abbiamo detto, molti anni innanzi, ma che -doveva essere nobile, aggiunsero un Esecutore degli -ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero: a -lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi -che offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava -giurisdizione, poteva essere anche di popolo.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> -Di queste riforme si tennero i grandi più che mai -gravati. -</p> - -<p> -Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta -di Pistoia, s’era condotto a Bologna, e quivi raccolte -molte genti dalle terre della Chiesa, e gli usciti di -Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per il Papa, -andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi -molto bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere -aggrediti, per la via di Val d’Ambra si accostavano -con forte esercito ad Arezzo; ed allora il Cardinale, -fatto altro consiglio, venne per il Casentino fin -presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. -Ma poichè seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi -chiuse le vie della guerra, si diede a trattare -con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a lui mandati -dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno -degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, -che egli senza nulla fare, ed anche essendogli -poi tolta dal Papa la legazione, si partiva. I Fiorentini -per quelle mosse aveano posta forte gravezza -sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, -e i monaci di Badia avendo chiuse le porte e suonate -le campane, alcuni malandrini di plebe minuta, sospinti -da altri, per forza entrarono nel convento che -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva -tagliare il campanile fino da piede, ma fu invece -dimezzato per altezza, con furia da molti discreti uomini -biasimata.<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> -</p> - -<p> -Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze -fosse con intesa di Corso Donati, il quale aspirasse -con tale aiuto alla signoria. Teneva lo Stato allora -una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti -loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. -Ma Corso Donati nè voleva nè sapeva usare quei -modi; sempre ambizioso di cose grandi, alle minute -non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado cui -altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; -ma pare avesse egli aderenze nella Toscana fra -i collegati e presso i popoli delle terre e dei piccoli -Comuni, i quali vivevano in dependenza dai Fiorentini -e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica -vi mandava. Amico e pratico dei Signori in -Toscana e fuori, aveva egli tolta di recente per isposa -la figlia di Uguccione della Faggiuola, di già il più -forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era -scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava -a sè i grandi, e prometteva di annullare gli ordinamenti -ch’erano fatti contro a loro; ond’essi più arditi, -nelle piazze e ne’ Consigli superbamente parlavano: -e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati -a una mossa per la mutazione dello Stato. Di già -offese e ferimenti avvenivano tra le due parti: armava -Corso gli amici suoi, tra’ quali era di popolani la casa -Medici: avea richiesto un forte aiuto da Uguccione, -e già le masnade ghibelline di questo cominciavano -a mostrarsi infino a Remole presso alla città. -</p> - -<p> -A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre -1308,<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> si levò grande rumore: per ordine della -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -Signoria le campane suonano a martello, si radunano -i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato -e giudicato e condannato come rubello e traditore del -Comune. Da casa i Priori mossero incontanente dietro -al gonfalone della giustizia, il Potestà ed il Capitano -e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i gonfaloni delle -compagnie col popolo armato, e le masnade catalane -col Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado -le compagnie delle leghe, ma queste poi non abbisognarono. -A furore di popolo andarono contro alle -case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito -avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre -a piè di una torre a cui facevano capo due strade; -seco avea molti consorti ed amici e fanti armati con -balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito -e co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta -non potendo maneggiare le armi, inanimava e lodava -i suoi che francamente combattevano; aspettava l’aiuto -dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili -d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia -gran parte del giorno; si combatteva con lance -e con balestre e pietre e fuoco; gli assalitori di numero -soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo -stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora -di vespro si udì che le genti di Uguccione tornavano -indietro da Remole per un falso avviso, come -poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora -essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro -al serraglio si cominciarono a partire; e certi del popolo, -avendo rotto il muro d’un giardino, entrarono -dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile di gente, -deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città; -gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo -essere della contraria parte. Uomini armati andavano -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -intanto a caccia dei fuggenti; e avendo incontrato sul -ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero, e un giovane -degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente -una mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un -altro Adimari suo nemico. Alla fine Corso, anch’egli -fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto da certi -soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze, -ed egli pregandoli e promettendo molta moneta -se lo scampassero, nè potendo ciò da essi impetrare; -come fu presso a San Salvi, per paura di essere giustiziato, -si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano -posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase -un piè nella staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano -i villani ed altra gente; uno dei soldati, temendo -non glielo cavassero dalle mani, gli diede d’una -lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San -Salvi lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse -vivo e pentito de’ suoi peccati, chi disse già morto: -ivi fu interrato senza pompa, per timore del Comune.<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> -Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in molti ridestandosi -l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; -i consorti e gli amici di lui, dissotterrato il -cadavere, gli celebrarono in San Salvi esequie solenni, -ma non però senza che uomini armati stessero a guardia -della chiesa contro ogni insulto degli avversari. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap7-2"><span class="smcap">Capitolo VII.</span> -<span class="smaller">ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. -SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.]</span></h3> -</div> - -<p> -Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo -figlio, e già duca di Calabria, era succeduto alla corona -del regno di Puglia nel mese di maggio dell’anno -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà -di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, -che dimorava in Ispagna, era venuto in grande -concordia con gli Angiovini di Napoli, e quindi co’ Guelfi -di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente -co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte -ghibellina, cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, -che insieme al conte Ugolino della Gherardesca -l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. Di questo -Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante -ricorda con tanto dolci parole), erede ai possessi ed -ai titoli sovrani del padre in Sardegna. Ma perchè -Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini contro -al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra -a quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale -investitura sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre -diceano loro fine essere l’insediare la figlia innocente -del Giudice di Gallura, null’altro cercavano che indebolire -i Pisani chiamando in Sardegna il re d’Aragona. -Con essi era pace in quegli anni, e tra le due -Repubbliche passavano lettere bugiardamente affettuose: -mentre da quella di Firenze si offriva danaro -all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la Sardegna, -mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla -riuscirono coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo -avendo in casa guerra migliore contro ai Mori -di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini l’aiuto di -navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri -pochi anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, -cui non parevano stranieri all’Italia altri -essere che i Ghibellini, e senza scrupolo si aiutavano -di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano -insieme per via di trattati estendere i commerci loro -di molto ampliati negli ultimi anni, e massimamente -in quei paesi i quali restavano tuttora più addietro -nello svolgimento delle industrie. Di quei maneggi -abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -notizia ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì -nostri non venne in luce tratta dai registri della -Signoria.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> -</p> - -<p> -Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di -Bordeaux, era il papato tenuto in Francia sotto la -dura custodia del malvagio re Filippo il Bello. A -questo andarono le ambizioni fatte allegre nei pontefici -dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, -e poi la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, -non che rialzare la Chiesa di Roma, sembravano piuttosto -avere invilite le braccia di lei, come si esprime il -Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato -il nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei -Papi, le due supreme potestà, che il mondo cristiano -invocava, si sostenevano l’una l’altra in mezzo alla -stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente -da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo -comune ragione nella universalità di quel principio -che in due non mai bene poteva dividersi, e che ambo -insieme rappresentavano. Bene gli antichi imperatori -volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed -alta sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, -chiamati e nutriti da Papi francesi, la tennero -sotto a odiosa tutela, e parte guelfa mutò sembianza -poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la -violenza che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, -prostrava in Italia ogni principio d’autorità; gli -Stati della Chiesa vedeano alternarsi tirannie prelatizie -e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea -portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio -della libertà. Ora Filippo avea teso ogni arco per -fare avere il seggio imperiale a suo fratello Carlo di -Valois, che ai papi sarebbe stata servitù peggiore di -quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -dei reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un -forte pensiero; e lungi dal cedere al re Filippo su -questo punto, faceva eleggere il conte Arrigo di Lucemburgo: -i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale -Niccolò da Prato. -</p> - -<p> -Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma -savio e prode; la dignità imperiale scaduta di forza, -avendo percorso anch’essa il tempo delle esorbitanze -sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre alla fonte -e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, -intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto -ufficio di moderatore che dalle congiunte due -potestà il mondo aveva più secoli invocato vanamente. -Era una splendida astrazione, e sembra invero che -Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori -uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di -quelle piaghe che a tutti dolevano. Dante, all’udire -non falsamente predicare il senno e la moderazione di -lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo pensiero, -che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e -dato ordine all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro -supremo, le sorti del mondo composte a giustizia -ed a temperata libertà: quindi egli serbava a lui nel -poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un -altro virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, -di mite ingegno e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, -anch’egli aveva chiamato co’ voti Arrigo, e -aveva in lui sperato. In quella vacanza che il nostro -Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II -(quegli non tenendo veri imperatori i quali non erano -discesi in Italia a pigliar la corona) <i>l’Imperatore del -Cielo, scrive egli, provvide e mandò nella mente del -Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di -Lucemburgo</i>. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, -voleva però che nell’Italia non fosse spenta -l’autorità dell’Impero, la cui potenza sognavano ordinatrice -sovrana, bastante a frenare con armi legittime -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di -Francia, che angariavano i pontefici, come in Italia -quella dei tiranni lombardi o toscani, ghibellini o -guelfi, signori feroci in chiuse castella, o falsi o invidi -popolani. E Dino condanna le città e i signori -che ad Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento -dei Fiorentini o dei capi della parte nera, che per -danari o per ogni maniera di pratiche destavano contro -al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, benchè -si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli -ad Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, -disceso per farsi pacificatore dell’Italia.» -</p> - -<p> -La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme -ed in sospetti per la prossima venuta del nuovo eletto -Imperatore. Il re Roberto, che n’era capo, aveva mandato -in Firenze un suo maliscalco con 300 cavalieri -catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, -ed ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti -da Uguccione della Faggiuola. Poi nel giugno -del 1310, quando si appressavano ad un’altra spedizione -contro di quella città, una lettera imperiale -comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo -intendendo scendere in Italia a comporre le discordie. -Mandava poi questi in Firenze Luigi di Savoia, eletto -da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città -di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto -gli inviassero ambasciatori a Losanna; innanzi -tutto richiamassero le genti loro da Arezzo. Molti dispareri -sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai fu -discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel -Consiglio Betto Brunelleschi, che mai per niuno Signore -i Fiorentini inchinarono le corna: ma più onestamente, -sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino Tornaquinci -in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero -Betto, nè il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando -recarono alle genti sotto Arezzo il comandamento -di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, andarono -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> -</p> - -<p> -Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori -in Losanna: e già quelli dei Fiorentini erano -eletti, ed avevano apparecchiato i panni per le robe -da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; -allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò -l’andata. Ora appresentandosi al Signore le varie ambascerie -delle città di Toscana, domandò perchè non -vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per il -sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno -fatto, chè nostro intendimento era di volere i Fiorentini -tutti, e non partiti, a buoni fedeli; e di quella -città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio.<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>» -Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, -i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, -fecero mille cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire -di soldati e di moneta, e strinsero lega col re -Roberto e con più città di Toscana e di Lombardia, -all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: -mentre al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono -a questo 60 mila fiorini d’oro, ed altrettanti -gliene promettevano quando fosse giunto nella città loro. -Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per passare -le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando -da ricevere la corona in Avignone venne in Firenze: -intimorito al pari dei Fiorentini per la passata dell’Imperatore, -si sforzò di conciliare i Guelfi tra loro, -ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, -ebbe dalla Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè -ogni dì più si andava rafforzando con lui l’amicizia. -</p> - -<p> -Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il -Cenisio, calò in Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò -in Asti più di due mesi, e di lì poi giunto ad un bivio -che conduceva quindi a Milano e quindi a Pavia, il -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando -la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare -e torre Milano.<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>» Matteo era capitano di quasi tutta -la Lombardia, uomo astuto più che leale. Guidotto -della Torre, che dominava in Milano, capo di parte -guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore -avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: -avrebbe voluto fare resistenza; ma visto non potersi -fidare del popolo, accolse con grandi dimostrazioni di -rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due famiglie -rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con -la caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era -il gennaio 1311: la venuta dell’Imperatore fu nell’Italia -variamente accolta. Lo sperare dei Ghibellini si -ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere amico -a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva -del pari Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali -legati del Papa; cosicchè la prima volta, ma per breve -tempo, le due supreme potestà sembravano congiunte -insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati -non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non -vuole vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non -accoglie se non Ghibellini.<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> Falliva la parte d’arbitro -supremo, che Arrigo si aveva assunta con lo scendere -in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici -naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni -accorsi a lui, senza moneta, quando non la spremesse -di fondo al popolo; Arrigo, a malgrado i buoni suoi -proponimenti, costretto vessare e costretto inferocire, -bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che -un tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali -nelle città invece dei potestà e dei capitani, diceva -abbastanza quel ch’egli volesse. Così era tutta la vita -nostra ricacciata un secolo addietro, e innanzi tempo -compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a capo -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di -mura, a stringersi maggiormente colle città guelfe -toscane e lombarde, ad esortarle si opponessero per -ogni modo all’Imperatore, inviando loro a questo effetto -moneta e soccorso di soldati mercenari. -</p> - -<p> -Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal -quale sperava in patria il ritorno. Poi dal Casentino, -dove era in casa i Conti Guidi, scriveva due molto -famose lettere, che una ai principi ed ai popoli d’Italia -perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra -a questo, esortandolo al compimento della impresa; -nella prima intitolando sè stesso «l’umile italiano -Dante Alighieri fiorentino indegnamente sbandito;» e -la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di -«tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» -degli esuli cioè che a Dante s’erano accompagnati e -di coloro che a lui consentivano. In questa esortava -l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse tosto -di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era -il nido e la forza della ribellione; questa essere «la -pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina -la gregge del suo signore:... lei ricondotta, le -sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero -sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la -quale senza intervallo piangiamo esserci tolta, incontanente -ci sarà restituita.» In questa lettera è solenne -documento dei concetti e dei dolori e delle passioni -che dentro agitavano la fiera anima del Poeta. -</p> - -<p> -L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa -dalle genti e dai danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: -tuttavia poco stante venne in potestà sua, mandando -a lui dei suoi cittadini scalzi col capo nudo, in -sola gonnella e colla correggia al collo a domandare -mercè: i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai -Fiorentini, in un subito gli negarono ubbidienza, e tornarono -poscia ad arrenderglisi nel settembre del 1311. -Siccome però Milano e la parte dei Torriani insorgevano, -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -era evidente come tutte quelle città null’altro -aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma -Genova accolse poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, -che fu onorato con pari sollecitudine dalle due -fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e quella -degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed -alcune città di Romagna erano tenute fortemente da -un cavaliere catalano che era a’ servigi del re Roberto; -con esso andavano le genti dei Fiorentini e i fuorusciti -di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. -Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i -Fiorentini, mentre cercavano suscitare da ogni lato -nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano anche di porgli -inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella -corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro -non ebbero che parole. Munivano intanto di forti difese -i vari passi dell’Appennino; e rinnovarono la lega -co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani e Pratesi, e -con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre -taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. -Si dava Siena di ora in ora a questo o a quello. -</p> - -<p> -Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana -due messi imperiali, Pandolfo Savelli notaro pontificio -e Niccolò vescovo di Butronto, autore quest’ultimo di -una molto credibile relazione che, intitolata a Clemente -V, è il più autorevole documento che abbiamo -sul viaggio di Arrigo VII in Italia.<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a> Avuto mandato -di ricevere l’omaggio dai signori e dalle città di Toscana, -chiesero il passo ai Bolognesi, ai quali scrissero -che andavano nunzi di pace con lettere papali e imperiali: -ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde -poi fuggito, recò la novella ai due Legati, che immantinente -voltati a destra, per vie orribili cercavano -luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono soldati -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di -quelle strette; ma che, saputo come l’Imperatore -avesse presa la via di Genova, tornavano indietro: -furono da questi lasciati andare senza contrasto, non -senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi -giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi -a chiedere ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, -perchè come uomini imperiali teneano da meno l’autorità -del Gonfaloniere. Subito in Firenze si radunò -gran Consiglio; e per la città intanto si diceva essere -venuti messi di quel tiranno che di Germania era -disceso in Italia a distruzione di parte guelfa sotto -l’ombra della Chiesa e avendo prescelto cherici all’inganno, -con grande moneta. I due Legati, aspettando le -risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere all’ordine -i cavalli e legare le some; quando, mentre erano -a mensa, udirono la campana suonare a martello e -viddero la strada empirsi d’armati che circondarono -la casa; dove uno dei Magalotti tentava salire con -grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a -capo la scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono -su: dei familiari, chi si celava sotto ai letti, e chi saltando -per la finestra fuggiva; un povero frate moriva -nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia Dio -d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le -robe furono tutti menati via: ma dalla città venivano -uomini mandati dal Potestà e dal Capitano, e con essi -uno degli Spini che gli esortò a voltare indietro con -la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere -pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: -i sopravvenuti gli avviarono tosto per la via dei colli -di San Gaudenzio, donde pervennero sulle terre dei -Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici dei loro -cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la -cappella sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo -in oro o in argento, salvo l’anello ch’egli portava in -dito e lo stile col quale scriveva sulle tavolette da ricordi. -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè -ogni cosa.<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> -</p> - -<p> -I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: -tutti giurarono fedeltà, e promisero di appresentarsi -al Signore e fargli omaggio nella coronazione; i Guelfi -si mostravano più caldi, ma chiedeano indugi, temendo -i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia era -il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati -nella città sua, e giurò pei beni temporali, avendo -quei Vescovi il grado di Conti palatini. Poi gli condusse -a Civitella, sua terra murata sopra un alto poggio -che domina tutta la Valle di Chiana con ampia -corona dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè -ne facessero come una camera dell’Impero. Di là mandarono -citazione ai Fiorentini ed ai Senesi, tosto poi -dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo -il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva -poco; ma il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse -molto bene. Citarono anche le terre circonvicine a comparire -per sindachi, dei quali molti comparvero, pochi -si scusarono o chiesero indugio per la paura o per -avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. -Quelli di Cortona per bocca del sindaco aveano giurato, -ma popolarmente in piazza non vollero, dicendo -sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di -Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco -gli amavano: ottennero anch’essi però dilazione con -poca voglia dei due Legati. Ad essi frattanto mandarono -alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo voleano -avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma -e un tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero -che essi tenevano, e per il Lago; le quali cose affermavano -di possedere giustamente, avendone privilegio -da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti -mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -truffa ai due Legati: mandarono un frate per questo -a Perugia; ma tosto fu detto a lui se ne andasse, -perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse che si -invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà -sue. Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, -Uguccione della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, -i Conti Ubertini e quei da Pietramala, i Marchesi -ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli -di Perugia: e generalmente i Signori di castelli e nobili -dei distretti di Firenze, di Siena, d’Arezzo e di -Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini e Guelfi. -Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi -ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, -i Legati condannavano.<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> -</p> - -<p> -In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo -di che Arrigo mandò ai Legati lo raggiungessero in -Pisa con quante più genti potessero: muovevano questi -col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle -parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle -terre dei Senesi, e di castello in castello, da Radicofani -vennero a Santa Fiora, da quei Conti assai bene -accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione della -Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. -Trovarono in Pisa l’Imperatore, che per avere -deposto gli Anziani e messo al governo della città un -suo Vicario, avea forte turbato gli animi e discontentati. -Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, -dipoi condannati nelle persone e negli averi; da Pisa -mandava soldati nei confini loro, e facea gran prede -in sulle vie: essi che aveano le loro genti fatte venire -di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed altri -luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto -aveva mandati, con grande fervore correano alle -armi, prorompendo in grida d’onta contro l’Imperatore, -chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: nei -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a -morte del Re della Magna. Tolsero le aquile dalle -porte, le rasero dovunque fossero o intagliate o dipinte, -pena a chi le riponesse.<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> -</p> - -<p> -Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero -è poi che molto venivano eccitati dai rettori, che degli -spiriti popolani si facean arme e ne acquistavano -a sè grandezza. Mugnevano il popolo per fare danari, -che spargessero la guerra in tutta Italia contro all’Imperatore: -onde ire di parte, e poi vendette cadevano -sopra i capi di quella setta, da noi più volte -nominati. Betto Brunelleschi ghibellino rinnegato, ricco -ed avaro, da due giovani dei Donati assalito in casa -sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, moriva -indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato -coi Donati della morte di messer Corso: ma era in -odio però a quei sempre indistruttibili Cavalcanti; -uno dei quali saputo com’egli fosse ito a cacciare col -falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da Santa -Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, -poichè gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, -cadeva trafitto. A quel misfatto, i Pazzi e i -Donati, col Gonfaloniere di giustizia, corsero alle case -già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da essi -e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto -dei Cavalcanti ebbero condanna negli averi -e nella persona, e due figli di Pazzino dal popolo -furono fatti cavalieri e donati largamente.<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a> -</p> - -<p> -Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali -teneansi la città in pugno; ma con farla essere tutta -guelfa mantenevano ad essa la forza che è nell’unità, -e quel carattere per cui solo ebbe ella grandezza. In -quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi -che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -Corso Donati, per qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, -e confermava e rinforzava il bando e le condanne -contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi descritti -in lunga serie.<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> Sono oltre a mille, chi tenga -conto delle famiglie che tutte intere ebbero bando: -Ghibellino da quel giorno volle dire nemico e ribelle. -Di questa legge fu autore e ad essa dava il nome -Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede -mala fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il -lungo esilio del Poeta. Dino Compagni era come guelfo -rimasto in Firenze, e, come vedemmo, dannava la -guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse -questo Imperatore incrudelire, e fattosi capo della -parte ghibellina venire in armi contro a Firenze divisa -e guasta, allora il buon Dino, che scampo non -vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone -la penna come disperato con queste parole: -«O iniqui cittadini, ora vi si comincia a rivolgere il -mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze vi farà -prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il -Compagni più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, -fallito il presagio ma insieme fallito l’antico disegno, -e forse confuso egli e sopraffatto dai tempi nuovi e -dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo -potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto -con giuste ma inutili ed importune antiveggenze.<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> -</p> - -<p> -Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando -novelle genti d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato -in Roma Giovanni suo fratello con secento cavalieri -catalani e pugliesi, ai quali bentosto s’aggiugneano -le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di Siena -e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -forza e con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva -il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, la chiesa e palagi -di San Pietro e tutto Trastevere; gli Imperiali, San -Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo -e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò -fortemente; nè i Fiorentini di quella città dimenticarono -di fare ivi correre come a Firenze il dì di -san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. -Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo -a San Pietro, dove intendeva prendere la corona. Accaddero -molti scontri e battaglie, nelle quali essendo -rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto del 1312 -si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano -dai tre Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da -Prato e il Fieschi e il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi -giorni, e per la via di Viterbo, avendo prima visitata -Todi che gli era amica, e devastato il territorio -di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la -maggior parte, più volentieri sariano andati diritto a -Pisa e indi tornati alle case loro. Cortona giurava fedeltà -a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi -di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo -d’Arezzo. Era in Cortona venuto un messo da Firenze -nel nome di Geri Spini e di messer Pino della Tosa, -questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo -consorto; entrambi più temperati di quelli i quali -aveano per l’innanzi tenuto lo Stato: proponeano accordi, -che allo scrittore tedesco pareano facili a conchiudere, -«perchè io non aveva (soggiugne) imparato -a conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo -venuto innanzi, batteva Montevarchi, che tre dì essendosi -validamente difesa, poi si arrendeva a discrezione: -e occupato per battaglia San Giovanni, e senza -guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. -In questi fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri -catalani tenuti a soldo dai Fiorentini ribelli; ch’era -caso di maestà per gli imperiali giuristi, e volevano -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, -andassero liberi. -</p> - -<p> -Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri -fiorentini per tenere il passo all’Imperatore: -aveva la Repubblica cresciuto fino a milletrecento il numero -delle cavallate; gli altri erano forestieri, e gente -a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti dei -collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i -Tedeschi sul greto d’Arno schierati offersero battaglia; -ma quei di Firenze, sebbene fossero maggior numero, -la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati dai -fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed -aspri luoghi dal poggio di sopra valicarono il castello -e vennero dalla parte che è verso Firenze. Dall’Incisa -erano usciti molti dei migliori cavalieri, sperando chiudere -loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai -duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero -gli altri dentro al castello, e procedendo verso Firenze, -l’Imperatore varcato il fiume a’ 19 settembre, poneva -il campo al monastero di San Salvi, che è presso -alle mura. -</p> - -<p> -Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno -quanto potevano arrivare, a confessione dello imperiale -scrittore; e i Fiorentini vedendo l’arsione delle loro -case, s’armarono a suono di campana, e sotto ai gonfaloni -delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo -di Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse -anch’egli, e tutto il popolo a piede con lui. Serrate -le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, subitamente vi -fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, -finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i -cavalieri ch’erano all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati -da Lucca e da Siena e dalle altre città guelfe di -Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di Gubbio -e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini -a cavallo e grande numero di gente a piè. Ma nulla -tentarono contro agli assedianti per essere senza capo -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -e male uniti, e perchè non si fidavano stare a petto -di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel -campo d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le -amiche città di verso Roma ed i signori dei castelli -a lui mandavano. Ma egli pure si tenne fermo, nè alla -città diede mai battaglia, solo guastando le campagne -dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: -i contadini di quella parte ch’egli teneva e delle valli -di Sieve e di Greve, per fare guadagno, venivano al -campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore giaceva -infermo in San Salvi di febbre continua; e già -temendosi la sua morte, alcuni dei baroni che da più -tempo stavano in campo a proprie spese, volendo a -sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. -I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati -e tenevano aperte tutte le porte, eccetto quella che -rimaneva di contro al nemico: entravano e uscivano -le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo -per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso -nel campo quel messo ch’era andato a lui in -Cortona; ma si guastarono perchè i Fiorentini ostinatamente -a lui negavano l’entrata della persona sua in -Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori -mettere piede nelle città murate, dove era sovrana la -libertà dei Comuni. Consentivano tenesse Arrigo un -Vicario che nel dominio dei Fiorentini esercitasse la -imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare -ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il -nome e il diritto, ma non la persona e le armi dell’Imperatore: -e questi, perduta ogni speranza di avere -Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre. -</p> - -<p> -Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre -le schiere passavano, quei della città che avevano i -ponti e la scelta, con poche balestre potevano assalire -o l’una o l’altra parte dei Tedeschi divisi dal fiume: -in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse. -Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -un castello dei Bardi e dentro ventidue nobili donne -di quella consorteria co’ loro bambini e molte ricchezze. -Il luogo era forte e ben guardato, ma cedè al primo -appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente -accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro -al parere dei Toscani ghibellini che seco erano e volevano -farsene un pegno da richiamare all’ubbidienza -quella possente famiglia di magnati mercatanti. Arrigo -andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano, -dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò -all’intorno, dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: -troviamo notato in Val di Pesa Lucardo dove si fanno -i buoni formaggi, ed il castello di Santa Maria Novella -appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le avvisaglie -co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, -e spesso avevano la peggiore, sebbene fossero maggior -numero: buona prova fecero i cavalieri d’una compagnia -di volontà, dov’erano dei più pregiati donzelli di -Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia -sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, -nè altro era da fare contro a Firenze; per il -che Arrigo dopo l’Epifania muovendo il campo, lo condusse -a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico -castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. -Ma qui era stretto dall’una parte dai Senesi, -dall’altra dai Fiorentini e da trecento cavalieri che il -re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa. Cosicchè Arrigo, -scemato di genti e di là partitosi, giugneva in -Pisa non senza contrasto a’ 9 di marzo.<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a> -</p> - -<p> -Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai -Genovesi e da Federigo di Sicilia, e avuto anche di -Allemagna grande rinforzo, s’apparecchiava a maggiori -imprese; frattanto bandiva ribelli all’Impero il -re Roberto ed i Fiorentini.<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a> I quali per questo crescente -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla -guerra, più forte chiedevano avere parte nei magistrati, -diedero per cinque anni al re Roberto la signoria -della città, a questi patti che ne pigliasse egli -la guardia e la difesa, senza alterare però il governo -come era allora costituito, salvo che in luogo del Potestà -il re mandasse un suo Vicario che si mutava -ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo Cantelmo, -venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia -fecero anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 -d’agosto l’Imperatore muoveva da Pisa per ire contro -al re Roberto; ma dopo avuti co’ Fiorentini piccoli -scontri intorno a Siena, egli già infermo da più tempo, -ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, -e fu detto di veleno a lui apprestato in modo -sacrilego: queste favole consolano i civili odii e gli intristiscono. -La sepoltura di lui si vede tuttora nel -Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto -bene affetta. -</p> - -<p> -Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui -nell’Italia si cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale -potestà, e i Fiorentini furono liberi da un grande -pericolo. Ad essi però altro e non piccolo sopravvenne, -imperocchè i Pisani temendo le vendette di -tutta Toscana, dopo avere offerta invano la signoria -della città loro al re Aragonese di Sicilia ed al Conte -di Savoia e a talun altro dei baroni i quali avevano -seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la -occupasse. Era questi Uguccione della Faggiuola, da -lungo tempo ruminante pensieri ambiziosi, allora vicario -Imperiale in Genova, e per la molta sua scienza -di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che -si era acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. -Faceva egli suo pro della stanza che in Pisa -continuarono per qualche tempo molti cavalieri dell’esercito -tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; -e dopo avere sparso il terrore nei paesi circostanti, -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -occupava Lucca, della quale con grande violenza si -fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile il soccorso -dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran -nembo di guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto -il re Roberto; il quale inviava ad essi ben tosto Piero -duca di Gravina, suo minore fratello, con trecento cavalieri. -Ma Uguccione continuando a farsi innanzi, poneva -assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei -Visconti e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di -Lombardia e fuorusciti Toscani, che facevano grande -esercito. Era il Duca di Gravina molto grazioso in Firenze, -talchè poco meno non gli dessero la signoria a -vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: -ma non bastando contro alle forze troppo -maggiori di Uguccione, venne da Napoli altro numero -di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto, anch’egli -fratello del Re, al quale spettando per la età -il comando, fu la ruina di quella impresa. Grande e -memorabile battaglia si combatteva sotto Montecatini -a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione vittoria -intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e -il figlio del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, -e centoquattordici (scrive il Villani) i quali erano -de’ maggiori cittadini di Firenze: quivi, in Bologna ed -in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto dei -cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a> -</p> - -<p> -Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi -novellamente: due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, -con a capo Pino della Tosa, amava la signoria del re -Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da Simone della -stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare -aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da -nobili e plebee famiglie, ma quella di Simone aveva -maggiore potenza e credito presso al popolo. Padroneggiava -la città; e se non avesse temuto Uguccione, -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva -questi già licenziato il Conte Novello, suo capitano di -guerra, il quale come Vicario teneva in Firenze, ma -con poca autorità, le veci di Potestà e di Capitano: -la parte contraria occupava il priorato e tutti i pubblici -uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio -del 1316 un bargello, che fu Lando d’Agubbio, -uomo carnefice e crudele, cui diedero in seguito anche -il gonfalone della Signoria. Costui risedendo a piè del -palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e -per la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere -Ghibellini, e senza processo gli faceva tagliare a -pezzi con le mannaie. Fu in tal modo trattato un giovine -de’ Falconieri innocente, e molti di altre casate -nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta -falsa, quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, -e gli chiamarono <i>bargellini</i>. Lando d’Agubbio riempiva -di terrore Firenze, quando grandi e popolari alla -fine insofferenti di quella bestiale tirannia, si rivolsero -segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario -il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di -mezzo, a grande fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre -dello stesso anno tolse di mano a quella setta -il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici Priori che -vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re, -ed il Conte da Battifolle governò allora la città con -saggezza e senza confische. Ed in quegli anni istituirono -la registrazione dei Contratti, gravandoli di una -gabella; e procedeva l’edificazione delle nuove mura -di Firenze. -</p> - -<p> -In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava -i Fiorentini d’un grande sospetto, se non fosse -dopo lui sopravvenuto ai danni loro un uomo che fu -troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto -in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due -città di Pisa e di Lucca; dopo di che nell’aprile -del 1316 gli convenne fuggirsi esule in Verona a Can -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna -sempre fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano -e tosto ad altri davano luogo. Pisa cedè per -allora in potestà del conte Gaddo della Gherardesca, -intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani -degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana -di Uguccione, e ivi già possente e sospettato da lui, -saliva dai ceppi e dagli appresti di morte a quella -grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto, -venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i -Fiorentini; e a questo modo Toscana fu quietata per -allora.<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a> Ma l’anno dipoi il Re, dopo avere tentato una -impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova -assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo -Visconti signore di Milano e molto terribile sostenitore -di quella parte. Aveva Matteo firmato una lega -con l’Imperatore di Costantinopoli, col re Federigo di -Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la città -di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta -la continuazione della signoria per altri tre -anni, ebbe da questa città l’aiuto di cento cavalieri -e cinquecento fanti, con più altri che gli vennero dalla -Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova -erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -con la spada in mano. Finalmente l’assedio -fu tolto; ma ricominciava con nuovo furore, partitosi -il Re, che andò in Avignone a ritrovare il Pontefice. -Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove -i Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini -però sempre eran ivi prepotenti, e soprattutti Matteo -Visconti; cosicchè i Guelfi ed il re Roberto e con essi -papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro aiuto -di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il -quale apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze -napoletane essendosi presso a Genova incontrate con -le siciliane, queste ebbero la peggio; talchè l’assedio -fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte guelfa. -Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina, -aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 -la guerra contro ai Fiorentini; la quale durò tutto -quell’anno con varia fortuna, avendo potuto i Fiorentini -per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che -accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito -di nuova gente che gli era scesa di Lombardia, -e dimostrata la virtù sua, pigliò a forza più castella, -e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando la -guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini -fin sotto Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il -che destando gravi lagnanze con biasimo del Gonfaloniere -e de’ Priori, a questi fu aggiunto un consiglio -di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non -fosse lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto -ordine assai lodato rimase durevole d’allora in -poi nella Repubblica.<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<h3 id="cap8-2"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span> -<span class="smaller">DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. -[AN. 1268-1322.]</span></h3> -</div> - -<p> -Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, -d’antica e nobile famiglia guelfa. Era quella parte in -bando tuttora, e convien dire che il padre, o almeno -la madre di lui, prima degli altri fossero in patria rimessi; -senza di che non avrebbe egli potuto qui avere -la <i>fonte</i> del suo <i>battesmo</i>. Tornarono i Guelfi l’anno -dipoi, ed i Ghibellini cacciati perderono per sempre -lo Stato: a questo modo l’Alighieri non ebbe mai -dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero -a quella parte a cui di nome apparteneva, non -vidde intorno a casa sua le armi tedesche; ma con le -prime voci che dentro all’animo gli scenderono udiva -compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la -cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare -la vacanza dell’Impero, le voglie divise, e le -inferme condizioni dell’Italia; vedeva ammontarsi già -intorno le colpe della parte vincitrice. Questa era la -sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso -dobbiamo tener per certo che il padre di lui non fosse -dei più fortunati a quel banchetto, nè quella famiglia -fu mai doviziosa da stare in alto per sè medesima; e -già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe, -aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì -a pigliarsi con la istituzione dei Priori in mano lo -Stato, quando era il poeta nell’adolescenza. Combatteva -egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma tosto -dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi -crudeli e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado -loro, ma tuttavia sempre in patria sospetti. Si pensi -ognuno quale fosse il cuore di Dante quando egli dovette, -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -per conformarsi ai novelli tempi, dare il suo -nome all’Arte degli Speziali. -</p> - -<p> -Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e -di poeta, che in sè cercava come tradurre l’amore in -idea; e questa educando via via con la scienza, dare una -forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè comprendere -l’universo. Dovea ben essere quella vita, e -noi sappiamo che fu, solitaria: poco la Repubblica e -le ambizioni e le tempeste in campo angusto lo attiravano; -le sètte guardava dall’alto, e quasi alle due -parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco -si gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva -confuso il sacro Poema. Per tutti quegli anni -prima che fosse egli a mezzo del cammino della vita, -vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in -più modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, -tornando in patria gli sbanditi; vedeva all’incontro -una mano di potenti saliti dal basso, fondare sull’odio -ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che non -sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano -tanto odiose quanto era egli appassionato, e avevano -toccato il colmo quando l’età lo condusse ad avere -parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi di lui nel turbine -della vita pubblica: in quella portava un alto -animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che -trascendeva i fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni -pronte a trasmodare se l’ira o il dispregio o -l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi uffici esercitati -da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome -d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione -al Comune di San Gimignano: le altre supposte -da taluno dei suoi biografi non sono che favole. -Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come -egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta -d’allora in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un -tratto farsene ragione, guardi la sua effigie fiorente di -giovinezza come ora tornò in luce dipinta da Giotto; -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i secoli -diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la -<i>Vita Nuova</i> nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo -in cui la giovinezza suol farsi virile, e molte idee prima -vaganti pigliano fermezza, e l’uomo acquista più intera -e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era Beatrice -e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine -viva che a sè lo attraeva, divenne un pensiero, -voleva dal libro della <i>Vita Nuova</i> salire al Poema -allora concetto e come uscito dalla prima opera giovanile; -all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice -stessa celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera -tutto infondere sè medesimo. Così nell’amore cercava -egli sempre l’interezza del volere: ma dentro all’animo -trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti d’ogni -maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e <i>fosse</i> -gli si <i>attraversavano</i>, e <i>catene</i> lo stringevano. Ond’egli -«volse i passi suoi per via non vera:» sentiasi <i>gravate -le penne in giuso</i>, aveva perduto <i>la speranza dell’altezza</i>. -Come egli potesse tanto <i>smarrire la via diritta</i>, -noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi -altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in -quelli stessi anni alla Gemma dei Donati, famiglia come -gli Alighieri di antico lignaggio ma di piccola ricchezza; -era di essa quel messer Corso senza del quale può tenersi -che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti di -Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le -quali si è visto che erano tra Donati e Donati prima -dell’anno 1293. S’immischiò allora nelle pubbliche faccende; -ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio delle -cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire -inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come -a suo rifugio ricorreva l’intelletto, mirando a quel -punto dove poesia e filosofia stanno insieme congiunte, -e verso il quale intendeva egli col viaggio simbolico. -</p> - -<p> -Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono -alcune esercitazioni filosofiche più tardi prodotte -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -col nome di <i>Convito</i>; doveano essere maggior numero, e -di questo libro almeno una parte certo è che fu scritta -innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti con la -<i>Vita Nuova</i>; e per l’andare incomposto si vede che -è frutto via via di studi non ben digeriti: quel trattato -sulla nobiltà direi scritto a conforto dell’abbassamento -in che fu ridotto il ceto de’ grandi pei recenti -ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per -anche dalle ire di parte. Nel principio del <i>Convito</i> -con argomenti di molto affetto si scusa d’averlo -scritto in quel volgare che aveva egli appreso fino -dalla culla, e che in altro libro poco più tardi vituperava; -ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più -veramente la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio -e nella varietà delle dimore sentito più vivo, e quasi -direi a sè più vicino, il pensiero dell’Italia; di questa -s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua medesima -ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là -dove la mente godeva fermarsi, io dico al grande e -all’universale. Sentiva mancare alla nazione una lingua -che tutti accettassero come signora; e scrisse il -libro <i>De Vulgari Eloquio</i>, non a vendetta contro a -Firenze, ma come colui che le incertezze o le insufficienze -quanto all’uso di questa lingua tentava risolvere, -ad essa guardando come di fuori e per dottrina -e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare -che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo -nello scrivere quello medesimo ch’era stato «congiugnitore -de’ suoi parenti.» Ma usò il latino in questo -e nel libro della <i>Monarchia</i>, dove egli intende chiarire -e svolgere quel principio d’unità imperiale che, -uscito da Roma, aveva mille anni tenuto implicato il -mondo cristiano come in un nodo che i due capi stringessero -andando per contrario verso. Qui Dante parrebbe -fatto straniero alla città sua; ma come alle ire -che lui consumavano sta in fondo l’amore, così nel -concetto ideale affatto di questo libro si accolgono dottrine -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -che non contrastavano nè al sentire di uomo italiano, -nè a quel diritto di cittadina indipendenza che -Dante avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere. -</p> - -<p> -Nel libro pertanto della <i>Monarchia</i> abbiamo l’esposizione -del sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava -allora di dare coerenza per via di sofistiche argomentazioni; -ma noi crediamo da gran tempo tutto quell’ordine -di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. -L’avere egli posto nella città e nel popolo di Roma -la fonte di quel diritto dal quale uscisse il sommo -impero ed universale, non era dottrina che Dante si -fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana, -era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva -con l’ordine assicurare la libertà, nell’unità ammettere -e comprendere le varietà; farsi attuazione dei voleri -di Dio sulla terra, fondando tra gli uomini, col regno -della virtù, perpetua pace universale: la monarchia -dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere -a questo modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare -che mentre i libri del <i>Convito</i> e del <i>Volgare Eloquio</i> null’altro -ci mostrano che studi interrotti; la <i>Vita Nuova</i> -e la <i>Monarchia</i> ne dieno ragione, quello dell’anima -del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si -vennero a trasfondere nella grande opera del Poema. -</p> - -<p> -È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche -parte già era noto, prima ch’egli uscisse di Firenze. -Concetto nell’animo subito dopo la morte di Beatrice -nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli scriverlo -in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi -dalle ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto -in lui prepotente gli facesse tosto mutare pensiero: -ed è fuori d’ogni dubbio che i primi canti composti -in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità -non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta -al fine del settimo Canto, ricominciasse fuori di -patria col principio dell’ottavo. Ma non vuolsi però -immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -come farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri -poi non mutasse o trasponesse quello che aveva -prima scritto. Chi oserebbe divinare dentro ai segreti -di una fantasia possente le vie per le quali si viene a -svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi -affanni che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto -dell’Inferno la predizione di Ciacco si aggira su’ guai -della <i>città partita</i> dove i <i>giusti non sono intesi</i>: dovea -pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si ode -stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose -parole contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano -per più terzine del Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. -Scriveva queste dunque già essendo in -esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai -più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due -anni dopo la prima cacciata erano scorsi, ma tuttavia -gli balenava di tratto in tratto qualche fiducia del -ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella contestura -del Poema entrare le umane come le divine -cose, entrarvi ma sotto a un guardo più sereno, perchè -non cercava allora il Poeta altro che inalzarsi -fuori delle interne passioni dell’animo, che egli con -la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. -Quindi è che il linguaggio e il pensiero stesso nei primi -sette Canti mi sembrano avere tempra più mite; in -questi è Dante, ma non per anco inacerbito dalle sue -piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo -è Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; -l’Impero deriva da essa ed insieme l’<i>ammanto papale</i>, -sotto a cui non guardava egli per anco agli uomini che -lo portavano. Questa è una sorta di professione di fede -posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; -se non che essendosi dopo all’esilio in lui destate -nuove passioni che pur volevano disfogarsi, sentì egli -avere bisogno di scendere ad altro linguaggio da quello -che avrebbe voluto da prima serbare. Allora cred’io -desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -del Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non -compiuta esporre le regole che a sè medesimo cercava -egli quanto alla lingua ed allo stile in questo genere -di composizione. -</p> - -<p> -La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare -ivi gli affetti ed i pensieri che la forte anima -comprendeva, lo <i>fecero macro</i> tutto il rimanente della -vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso che -umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di -poesia si spazia su tanta ampiezza di cose, dai tramiti -angusti della vita materiale fino alle più alte rivelazioni -della coscienza; così nessuna riesce a comporre -tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo -e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono -insieme all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in -ciò a mio credere sta la preminenza dell’Alighieri -tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe forse dopo lui in altro -idioma e sotto forma drammatica, una vena più ricca -e possanza di creare in maggior copia immagini vive; -prodotti di una facoltà inventiva che una dopo l’altra -e ognuna da sè le fa passare incessantemente dinanzi -al pensiero, come obietti nei quali non pare che egli si -fermi o che più all’uno che all’altro consenta. Ebbe il -maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino -il sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre -la parola nutrita d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo -pare che si rifletta insieme tutto dentro a lui solo; -talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta insieme -l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come -da un centro a una circonferenza <i>volgere il sesto</i> fino -all’estremo dove non vanno altro che le idee, e tutte -chiuderle in sè stesso. Così nel libro è tutto l’uomo, -e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel mondo. -Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i -fatti che appartengono all’istoria, dappoichè in tanta -eccellenza di argomento noi male potremmo aggiungere -cosa, la quale ai dì nostri non fosse di troppo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<p> -In quello stesso anno 1300, in cui Dante percorreva -il celestiale suo viaggio, un mercante fiorentino -Giovanni Villani trovandosi in Roma pel grande Giubbileo -che Bonifazio VIII aveva intimato e al quale -accorrevano cristiani d’ogni paese in numero incredibile, -«veggendo le grandi e antiche cose di Roma, e -leggendo le storie e’ grandi fatti de’ Romani, pigliò -animo a scrivere i cominciamenti di Firenze e i fatti -dei Fiorentini, e le altre notabili cose dell’universo in -brieve.» Quella cronaca o storia è la maggiore alla -quale uomo avesse posto mano da molti secoli. Così -ad un tratto le nuove italiane lettere sorgeano giganti -ed a sè faceano campo l’universo. Nota il Villani -stesso, come «Firenze allora fosse nel suo montare e -asseguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare:» -nè falso era quel giudizio; ma non che nell’ordine -politico, anche nell’ordine intellettuale il montare di -Firenze non corrispose intieramente al miracolo di quei -primordi. Gli uomini dall’ampio e forte pensiero qui -aveano spirato le aure del secolo magnanimo di San -Tommaso e dell’Alighieri; ma innanzi di rinvenire -altezze consimili, Firenze aspettava la dantesca anima -di Michelangelo e l’intelletto di Galileo. -</p> - -<p> -La Poesia Italiana era sorta prima della metà del -secolo tredicesimo: i Siciliani la celebrarono accolti -nella splendida e gaia corte di Federigo II, il quale -egli stesso amava far versi di lingua volgare in un -co’ suoi figli; quasi piacesse allo Svevo anche in ciò -contrastare ai Provenzali, che n’erano stati più antichi -maestri. «Lo re (Manfredi) spisso la notte esceva -per Barletta, cantando strambuotti e canzuni, che iva -pigliando lo frisco; et con isso ivano dei musici siciliani, -ch’erano gran romanzaturi.<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>» Dante incontrava -nel <i>Purgatorio</i> Guido Guinicelli [m. 1276], pel quale -ebbe l’arte del canto maggiore coltura che in Sicilia -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -non avesse, e parve seco lui pigliare stanza in Bologna, -dove accorrevano da oltre un secolo gli studiosi -di tutta Italia. Dei Toscani poeti, un Lapo degli Uberti -e quel cardinale Ottaviano degli Ubaldini che nelle -istorie è ricordato come gran capo di parte e politico -ardimentoso, furono tra’ primi dei quali sia rimasta -memoria. Guittone d’Arezzo [m. 1294] ebbe maggiore -e più durevole fama: di lui ci pervennero versi e prose, -ma troppo guasti dalla sformata lezione perchè ne sia -dato recarne ora buon giudizio; talune però, e massimamente -un celebre sonetto di lui alla Vergine, mostrano -in lui un poeta vero ed una lingua non balbettante. -Ingegno acuto e capace di più alto volo, ma -fantastico e temerario nelle filosofiche speculazioni e -nelle sètte politiche, fu Guido Cavalcanti, che parve -allo stesso Alighieri degno di correre seco gli spazi -dei morti: egli e Cino da Pistoia [n. 1270, m. 1337], -poeta insigne e giureconsulto, se non erano offuscati -da quel terribile coetaneo loro, avrebbono fama e -lode maggiore per aver essi precorso a quella poesia -più temperata e più serena che il sovrano d’un’altra -età Francesco Petrarca seppe condurre a sì alto segno. -Francesco da Barberino [n. 1264, m. 1348] espresse in -rime non infelici concetti morali ed alcune delle filosofiche -sottilità che al tempo suo predominavano; i -libri di lui non sono picciol lume alla storia dei costumi -e del pensare dell’età sua. Fra Iacopone da Todi -[m. 1306] scriveva cantici che tuttora ci rimangono -in gran numero, alquanto rozzi e che risentono del -parlare umbro; non mai però senza vigoria di stile e -d’affetto, e spesso rivelatori di quelle passioni religiose -che alle politiche si mescevano. Nè vuolsi tacere il -lucchese Buonagiunta, che Dante stesso parve agguagliare -al più chiaro tra’ poeti siculi Iacopo da Lentini -ed a Guittone d’Arezzo. Di altri minori non è qui -luogo a discorrere, tra’ quali due si rendettero famosi -per nimistà contro all’Alighieri; e furono Dante da -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -Maiano e Francesco d’Ascoli, il quale in Firenze come -eretico e stregone fu arso l’anno 1327, autore d’un -poema intitolato l’<i>Acerba</i>; titolo che bene si poteva -convenire anche alla maligna e riottosa natura di lui. -</p> - -<p> -La Prosa in Italia principiò ad essere coltivata -nel tempo stesso della Poesia. Questa precede nei popoli -i quali pervengono la prima volta a civiltà; ma -in Italia le nuove lettere tutte nutrivansi di memorie: -ed il volgare non era altro che un latino trasformato -dalla lenta opera dei secoli, il quale divenne idioma -nuovo e compiuto appena che il parlar comune ebbe -acquistato tanta sicurezza di sè medesimo, che potesse -nelle scritture distinguersi dalla lingua madre, e pigliar -forma tutta sua propria. Il che nella prosa dovette -rendersi più agevole di quello che fosse nel linguaggio -figurato, dove predominavano gli esemplari o -provenzali o latini, e che non traeva dal comun parlare -norme sicure e bastevoli alla ambizione letterata -di quei primi verseggiatori. La Cronaca di Matteo Spinelli -pugliese [n. 1230], anteriore ad ogni altra in lingua -volgare, è più italianamente scritta che non le -rime dei Siciliani i quali sforzavano l’aspro dialetto -a’ suoni e alle forme dei cantori provenzali.<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a> Ma bentosto -il seggio della lingua e del sapere veniva a porsi -in Toscana. Più antico d’ogni altro fu Brunetto Latini, -maestro di Dante, autore d’un Libro di sentenze -rimate a cui diede il nome di <i>Tesoretto</i>. La maggiore -opera sua, il <i>Tesoro</i>, fu scritta in francese: la chiameremmo -oggi una piccola enciclopedia, contenendo -essa quanto di fisica o di certa pratica filosofia chiudevasi -allora nelle comuni scuole. Di lui abbiamo però -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -in volgare anche versioni dal latino; e queste forse -avranno dato al giovanetto suo discepolo animo a scrivere -quella lingua che egli udiva parlare alla madre. -Comincia la serie degli Storici Fiorentini dalla Cronaca -che va sotto il nome di Ricordano Malespini, -continuata da Giachetto suo nipote sino all’anno 1286. -Pei tempi anteriori al 1300 basterà qui ricordare, come -documenti della lingua, la versione dei Trattati d’Albertano -da Brescia fatta l’anno 1278 da un notaio -pistoiese, e quelle assai più notevoli di Bono Giamboni, -il quale moriva prima che Dante scrivesse. A -questi però sovrasta molto con quella sua Cronaca il -fiorentino Dino Compagni [m. 1323]: l’Alighieri tiranneggia -col fiero ingegno la lingua, alzandola come -una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, -che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce -però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; -sinceramente appassionato, ma pure ambizioso -di dare al racconto la forma di storia secondo forse -potè averne l’esempio in Sallustio. In quanto all’arguta -speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro -il Villani, che tanto lo supera per la universalità -dell’argomento e nella scienza dei fatti. Agli -storici ed ai poeti s’aggiungevano i Moralisti; la lingua -bastava a tutto svolgere il pensiero come a significare -l’affetto. Il più antico di cui si abbiano predicazioni -in volgare fu il frate Giordano da Rivalta [m. 1311]; -non quali però da lui venivano pronunziate, ma trascritte -compendiosamente da uno degli ascoltatori suoi. -Conseguitava bentosto dello stesso ordine dei Predicatori, -e nato pure di quella stessa provincia Pisana, -altro d’assai maggiore scrittore Fra Domenico Cavalca -[m. 1342], maggiore forse d’ogni altro che avesse -mai l’idioma nostro, quanto alla proprietà delle parole -e alla disinvoltura dell’andamento e alla naturalezza -delle armonie: ascetico e moralista nei trattati -che di esso ci rimangono in buon numero, egli è -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -narratore impareggiabile in quelle vite o leggende dei -cenobiti e degli anacoreti, che vanno col nome di Vite -dei Santi Padri. Terzo dell’Ordine e della provincia -stessa fu Bartolommeo da San Concordio [m. 1347], il -quale con un breve libretto d’antiche sentenze ridotte -in volgare meritò anche meglio della lingua che non per -la traduzione delle Storie di Sallustio. Questi furono i -principali tra gli scrittori che appartengono alla età dell’Alighieri -e ai primi anni del secolo quattordicesimo. -</p> - -<p> -Il dodicesimo era stato come il secolo eroico della -città di Pisa, il secolo delle grandi imprese: nel susseguente -ella pervenne a quello splendore, al quale -suole nelle umane cose conseguitare la decadenza. Aveva -essa edificato già innanzi la fine di quel secolo il suo -mirabile Duomo, nel 1152 il Battistero, e nel 1174 il -famoso Campanile. Bonanno pisano architettore di questo -bello e singolare edifizio, si rendè chiaro altresì per -lavori di fusione in bronzo: una porta del Duomo della -sua città, e quella del tempio di Monreale presso -Palermo di già prenunziano alle arti una adolescenza -promettitrice. La Scultura mantenuta viva per tutti i -secoli anteriori dalle grandi opere architettoniche alle -quali era ella necessario ed abbondante sussidio, la -scultura precorreva nel suo risorgimento alla pittura, -ed ebbe il suo Giotto in Niccola Pisano nato verso -il 1204, settant’anni prima del fiorentino Pittore. Molte -sculture a basso rilievo in Pisa ed altrove, e soprattutto -la celebre arca di San Domenico in Bologna, -pongono il nome di Niccolò in cima a quelli degli altri -grandi restauratori o, a dir meglio, fondatori delle arti -belle in Italia. Giovanni suo figlio dava il disegno di -quel mirabile Camposanto che fu incominciato nella -città di Pisa l’anno 1278, sei anni prima della sconfitta -che nelle acque della Meloria poneva termine alle -grandezze di quella illustre città. -</p> - -<p> -La Pittura nei secoli precedenti era in mano dei -Greci, i quali anche nella decadenza dell’Impero bizantino -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -uscivano fuori a praticare come mestiero le arti -belle. I mosaici soli mantenevano qualche grandiosità -di composizione, ed era il pennello rozzamente usato -dai miniatori: queste arti in Italia comunque non affatto -estinte mai, da pochi si trovarono oscuramente esercitate -prima del secolo tredicesimo. Firenze, venuta -(come dicemmo) in potenza assai più tardi di altre -città toscane, incominciava forse ultima tra queste la -serie dei suoi pittori; ma occupò tosto il primo seggio, -e lo ritenne poi senza intermissione. Siena ebbe il suo -Guido, mentre Giunta Pisano dipingeva in quella città -dove Niccola aveva innalzato a più alto segno la scultura. -Ad essi in Lucca s’accostava un Buonaventura -Berlinghieri; e in Arezzo Margheritone scultore e architetto, -che fioriva dopo la metà di quel secolo medesimo, -fu anche pittore: nei primi tempi gli stessi uomini -professavano tutte insieme le arti del bello. Veniamo -adesso ai Fiorentini. Andrea Tafi, mosaicista, è messo -innanzi come pittore con lode soverchia dal Vasari, -studioso di corteggiare alla città principesca; Buffalmacco -ha più nome dai novellieri come bizzarro ingegno, -di quel che egli abbia pe’ suoi dipinti. A Giovanni -Cimabue si volle negare, contro al Vasari ed all’Alighieri -stesso, il vanto dell’avere egli innanzi a Giotto -suo discepolo tenuto il campo della pittura; ed il -plauso popolare che diede il nome alla via Borgo Allegri, -e le fiaccole onde fu accompagnata in Santa Maria -Novella quella Madonna di lui che ivi tuttora si vede, -oggi con troppa incredulità si tengono come favole: -in qualunque tempo ciò avvenisse, potè quella tavola, -che per ampiezza di stile segna un progresso nell’arte, -esser cagione di festa in un popolo già tanto vivo al -senso del bello. Ma Giotto agli altri poco dovette, e -l’arte a lui ogni cosa [n. 1276, m. 1337]; e se le pratiche -del dipingere dopo lui molto si raffinarono, e all’arte -venne grande soccorso da quella scienza che si -trasmette; io non so poi chi lo vincesse quanto alla -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -verità dei concetti, e alla naturalezza delle mosse, e -alla evidenza dell’espressione. Il pecoraio del Mugello, -che ampliò la pittura con la potenza che era in lui -somma di comporre semplicemente le grandi storie, -ornava con le sue opere molte tra le maggiori città -d’Italia; e fu capo d’una scuola che instaurava le arti -moderne, e che dipoi le conduceva sino all’ultimo confine -loro: Gaddo e Taddeo della casata illustre dei -Gaddi, furono primi tra’ suoi discepoli. A Giotto Firenze -deve anche il suo mirabile campanile, dove la -varietà delle ardite forme che il medio evo seppe -inventare, vien temperata e quasi costretta a regolare -bellezza dalla semplicità delle linee che appartengono -allo stile classico. Le tradizioni grecolatine, in Italia -mantenute dalla presenza dei monumenti, di rado concessero -alle nostre cattedrali quella terribile maestà -ch’esse ebbero nel settentrione, e forse renderono talvolta -incerto lo stile anche dei primi restauratori. -</p> - -<p> -L’Architettura cristiana a cominciare dal quarto -secolo (infino cioè dalla istituzione del culto pubblico -e solenne) si creò forme sue proprie, ed innovò sull’antica -arte. Poi nel dodicesimo secolo la forma di -croce data generalmente alle chiese e i sesti acuti e -le spire sostituivano all’arte greca un’arte nuova e -tutta germanica, la quale non vuolsi certo paragonare -all’antica quanto alla purità dello stile e alla simmetrica -perfezione delle parti; ma come barbara e più -audace sorpassa e trascende quegli esemplari del bello, -con la profusione degli ornati, con la novità delle invenzioni, -con l’arrischiato congegno degli archi e delle -volte e delle cupole; ma sopra ogni cosa per l’accorgimento -del temperare la luce, e per l’intendere che -fanno le grandi linee verso il cielo, con religiosa ispirazione. -Nel Duomo di Santa Maria del Fiore l’opera -del Brunelleschi soverchia oramai quella d’Arnolfo, il -quale poneva mano al grande edifizio l’anno 1298; ma -sien pure false le parole della commissione che la Repubblica -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -avrebbe a lui data quattro anni innanzi, certo -è che la Cattedrale fiorentina è la maggiore tra quelle -nelle quali gareggiavano allora tante città d’Italia. Ed -in quegli anni Firenze deliberava tutte in un punto -mirabili costruzioni; imperocchè per l’opera dello stesso -Arnolfo sorgeva il Palagio del Comune [1298]; e l’audacissima -torre s’innalzava sopra un’altra torre che -appartenne già a una famiglia di grandi; e la piazza -della Signoria s’apriva sulle rovine delle case che -furono degli Uberti: anche il tempio di Santa Croce, -cominciato l’anno 1294, fu architettura d’Arnolfo. -L’antico Palagio del Potestà, monumento d’altri tempi -e d’altri ordini politici, è dell’anno 1250; dell’anno 1268 -la chiesa del Carmine, del 78 Santa Maria Novella, -dell’85 la Loggia d’Orsanmichele, dell’anno 1299 San -Marco, e del 1308 la Prigione delle Stinche <i>in qua -carcerentur et custodiantur magnates</i>: di quei medesimi -anni splendidissimi è la chiesa vecchia di Santo -Spirito, rifabbricata dipoi grandiosamente dal Brunelleschi. -Nel 1293 il Battistero di San Giovanni, più -anni prima ornato già di mosaici, venne al di fuori -incrostato di marmi bianchi e neri. -</p> - -<p> -Alle civili passioni mescevasi del pari ardente ed -operosa la carità cittadina; molte tra le benefiche fondazioni -di cui fu l’Italia iniziatrice alle altre genti, -appartengono a quelli anni stessi. Tra le quali è debito -ricordare la sempre vivace nelle buone opere confraternita -della Misericordia per l’assistenza degli infermi; -e quella del Bigallo, e più altre che furono istituite -dalle compagnie degli artigiani a soccorso degli ammalati -e dei poveri dell’arte loro. Lo Spedale di Santa -Maria Nuova venne fondato l’anno 1285 da un cittadino -il cui nome è a noi già caro per altro modo, -Folco padre di Beatrice Portinari: abbiamo tuttora -l’effigie in marmo della vecchia serva di quella famiglia, -mona Tessa, la quale cominciò prima a raccogliere -malati in alcune stanze della casa. La religiosa -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -pietà del padre cresceva ai gentili costumi la figlia -ispiratrice dell’Alighieri; e mona Tessa con l’operosa -carità sua temprava forse al poeta giovinetto, anch’essa, -talune delle più dolci sue note. -</p> - -<p> -In quelli stessi ultimi mesi dell’anno 1298, nei quali -ponevasi la prima pietra di Santa Maria del Fiore, -ebbe anche principio il terzo cerchio della città: il -vescovo di Firenze e quelli di Fiesole e di Pistoia, in -compagnia di molti prelati e religiosi, furono a benedire -la prima pietra, seguitati da popolo innumerabile -e da tutta la Signoria e ordini della città.<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a> Dentro -alla quale gli uomini atti a portare armi, si trova che -sommavano a trenta mila, e settanta mila nel contado. -Ne manca una istoria piena abbastanza ed accurata -degli incrementi che il commercio e le industrie -dei Fiorentini dovettero avere rapidissimi in quella -seconda metà del secolo tredicesimo, e i quali produssero -la grande opulenza cui sorse a un tratto questa -città. I Fiorentini si spargevano per tutta Europa e -per l’oriente, infaticabili faccendieri;<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> al moto degli -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -animi non bastavano i confini angusti della città e -dello Stato; e anche gli esilii servivano ad ampliare -le relazioni e l’ingerenza loro nelle faccende dei più -lontani paesi. Un racconto di cui si trova frequente -ricordo nelle antiche scritture, non vuol credersi del -tutto falso: narrano esse come l’anno 1300 essendo in -Roma venuti ambasciatori a Bonifazio VIII da ogni -parte della cristianità, dodici tra questi (dei quali i -nomi si leggono) mandati da vari principi e perfino -di Russia e di Tartaria, fossero di patria fiorentini. -Forse erano uomini mercatanti andati a Roma pel -Giubbileo ed insieme convenuti all’udienza del Pontefice; -del quale poi corse questo detto: i Fiorentini -essere nel mondo il <i>quinto elemento</i>. Quello fu il tempo -delle più vere grandezze a questo popolo fiorentino -che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe -le conteneva: nè credo si trovi nelle istorie esempio -d’un’altra città, la quale più secoli vissuta con piccola -fama, sorgesse in pochi anni fino a porsi direi -quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente, e ad -un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale -magnificenza d’opere e tale altezza d’ingegni. Maggiori -sorti forse potevansi allora promettere alla città -di Firenze, se non che molto d’appresso e da ogni -parte la stringevano le forze rivali di tante altre città -italiane; e ciò che a lei facessero i politici rivolgimenti -veniamo adesso a narrare. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<h2>LIBRO TERZO.</h2> - -<h3 id="cap1-3"><span class="smcap">Capitolo I.</span> -<span class="smaller">IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO — INTERNE RIFORME: -I MAGISTRATI TRATTI A SORTE. [AN. 1322-1328.]</span></h3> -</div> - -<p> -Ora comincia la più pericolosa guerra che avessero -mai intorno a casa i Fiorentini. Castruccio degli Interminelli, -cacciato da Lucca insieme col padre come Ghibellini, -aveva condotto la gioventù poveramente dapprima -in Ancona, quindi a Lione di Francia in servigio -di mercatanti. Fece dimora anche nella Inghilterra, -venuto in favore di quel re, ma gli convenne poi fuggirsene. -Combattè con eccellente lode di valore le -guerre di Fiandra sotto Alberto Scotto piacentino, e -si acquistò grazia presso a Filippo re di Francia, a -cui lo Scotto serviva. «Era della persona molto destro, -grande, d’assai avvenente forma, schietto e non -grosso, bianco, e pendea in pallido; i capelli diritti e -biondi con assai grazioso viso.<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>» Grande maestro di -guerra, e discostandosi dai modi usati nel governarla, -fidava poco nelle fortezze, dicendo piacergli le fortezze -le quali camminano; e intendeva le ordinanze strette, -che rispondono ad ogni cenno del capitano. Potente -sugli animi, e sufficiente a mantenere nei soldati la -disciplina e nei popoli l’ubbidienza, da piccolo stato -s’avviò a grandezza cui niun altro capo ghibellino infino -al suo tempo avea nell’Italia osato aspirare. Ma -nulla fondava, perchè ai figli suoi nemmanco rimase -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -la possessione della città di Lucca, ed egli non fu altro -che un nome nell’istoria.<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a> -</p> - -<p> -L’Italia, allora emancipata dalla Germanica signoria, -non aveva ben certe ancora le sorti sue, dappoichè -il popolo dei mercanti e quel dei signori, col nome di -Guelfi e di Ghibellini, si pareggiavano tuttavia. Da -questi poteva forse alla nazione venire grandezza, da -quelli usciva la libertà: prevaleva essa principalmente -nelle città di Toscana, varia come il suolo che la produceva; -ma erano invece nei piani Lombardi signorie -possenti, costumi baronali e principeschi: ivi era più -scarso il sangue latino, e il fiume del Po chiamava a -confondersi nella unità tutte le acque che in lui sgorgano. -Castruccio pertanto rinveniva intorno a sè campo -meno atto alle grandi imprese; era egli a Pisa come -straniero, e a Firenze si può dire, che il suolo stesso -lo respingesse. Nondimeno, se egli non moriva, quel -che fosse per avvenire non so; e quel grande uomo -insufficiente a fare sorgere un’Italia forte, poteva opprimere -la Toscana. -</p> - -<p> -Cessata, dopo otto anni e mezzo, nel 1322 la signoria -del re Roberto, i Fiorentini ricominciarono a -eleggere essi, come per l’innanzi, il Potestà e il Capitano. -Continuavano intanto a combattere in Toscana -contro Castruccio, e in Lombardia soccorrevano quella -maggior guerra che le genti della Chiesa portavano -contro a Matteo Visconti fin sotto alle porte di Milano. -Ma questa perdeva poi bentosto il suo pericolo -essendo venuto a morte Matteo in età di novant’anni, -pur sempre fiero ed avveduto, e uomo di grandi fatti -e consiglio: finiva scomunicato come eretico e scismatico. -A quella morte, il maggiore figlio suo Galeazzo -Visconti era cacciato in breve ora prima da Piacenza -e poi da Milano; il che era sgominare tutte le forze -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -de’ Ghibellini, e a Firenze se ne fecero le usate feste. -Ma quivi durava poco tempo la letizia, poichè Castruccio, -ingrossando sempre dopo avere fin dall’anno innanzi -costretto Pistoia ad essergli tributaria, tirato a -sè uno dei capitani forestieri ch’erano al soldo dei -Fiorentini, e resi vani i disegni di quella Repubblica -la quale cercava farlo assalire per mare e per terra -dai Genovesi, «pieno d’audacia e baldanza, il dì di -calende luglio 1323 subitamente cavalcò in sul contado -di Prato, perchè i Pratesi non gli voleano dare tributo; -postosi a campo alla villa d’Aiuolo con seicentocinquanta -uomini a cavallo e quattromila pedoni.» -I Fiorentini, incontanente saputa la novella, serrate -le botteghe e lasciata ogni arte e mestiere, cavalcarono -a Prato, popolo e cavalieri; ciascuna Arte vi -mandò gente a piede e a cavallo, e molte casate di -Firenze grandi e popolani vi mandarono masnade a -piedi a loro spese; e i Priori pubblicarono, che qualunque -sbandito guelfo si rassegnasse nella detta oste, -sarebbe fuori d’ogni bando. Il dì seguente si ritrovarono -in Prato i Fiorentini, che assommavano a millecinquecento -cavalieri e ventimila pedoni;<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> d’essi, quattromila -e più erano degli sbanditi, molto fiera gente. -Disegnavano per l’indomani uscire a battaglia contro -Castruccio; ma egli il dì appresso, levato il campo, -si partì d’Aiuolo; e colla preda che avea fatta in sul -contado di Prato, passò l’Ombrone, e senza arresto -e di buon andare si ridusse a Serravalle. «Se i Fiorentini -avessero mandato (scrive il Villani) di loro -gente come potevano ad intercettare l’oste di Castruccio -da Serravalle, al certo costui e la sua gente rimanevano -morti e presi: <i>ma a cui Dio vuol male, gli -toglie il senno.</i><a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -</p> - -<p> -I Fiorentini rimasti in Prato con poco ordine e -senza capitano, e perchè i nobili non volevano vincere -la guerra a pro dello Stato popolare; scisma e discordia -nacque nel campo, imperocchè il popolo tutto voleva -seguire dietro a Castruccio, e i nobili quasi tutti -non voleano. Chiedevano essere liberati dagli ordini -della giustizia, o come da loro si chiamavano, <i>della -tristizia</i>;<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> la qual cosa il popolo non acconsentendo, -fu mandato a Firenze ambasciatori per la deliberazione, -se dovessero andare innanzi o ritornare in Firenze. -Si venne a consulta intorno a ciò nel palazzo -del Comune: ma per non essere modo all’accordarsi, -tirando innanzi di consiglio in consiglio senza pigliare -partito; il popolo minuto ch’era di fuori, cominciando -da’ piccoli fanciulli, raunatisi in quantità innumerabile -di gente, gridando Battaglia battaglia, e Muoiano i -traditori, e gittando pietre alle finestre del palagio; -fattasi notte, i signori Priori col detto Consiglio, per -tema del popolo e quasi per necessità, stanziarono che -l’esercito procedesse. Il quale moveva da Prato a Fucecchio; -ma giunti quivi in disordine, ricominciarono -i lamenti, e i nobili si rifiutavano. Però l’esercito che, -accresciuto di nuovi rinforzi mandati da Bologna e da -Siena, avrebbe potuto spingere l’impresa con suo vantaggio -contro a Lucca, non avendo capitano che fosse -da ciò, tornava in Firenze senza nulla fare, con grande -vergogna. Venne ad aggiungere peggio al male, chè gli -sbanditi ad istigazione di certi nobili si accostarono a -Firenze a insegne levate, credendo per forza entrare -dentro. Sentendo ciò il popolo, a suon di campane -s’armò in difesa della città; e la mattina seguente -essendo tornata la cavalleria col rimanente di quell’esercito, -gli sbanditi si fuggirono; ma di lì a poco -di nuovo chiedendo essi l’osservanza della promessa -che aveano avuta solennemente dai Priori, non si trovò -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -via per gli forti ordini contro loro che ottenessero il -ritorno.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a> Allora otto dei loro caporali, che erano in -Firenze a sicurtà per sollecitare d’essere ribanditi, -reggendo fallita la speranza, ordinarono congiura nella -città col favore di certi nobili i quali erano delle -stesse loro case: e la notte di san Lorenzo vennero -alle porte della città da più parti sessanta a cavallo -e più di millecinquecento a piedi con le scuri per tagliare -la porta verso Fiesole. Del che avutosi qualche -sentore la sera innanzi, la città fu in arme e in gran -tremore, dubitando il popolo di tradimento per parte -dei grandi. Ma gli sbanditi ch’erano di fuori, veduto -portare fiaccole sulle mura, e che nessuno rispondeva -loro dentro, si partirono, senz’altro fare, alla spicciolata. -Volevano allora i reggitori fare giustizia dei congiurati, -ma si rimasero, tanti n’erano colpevoli. Il -grosso del popolo chiedeva a ogni modo che giustizia -si facesse; e alla fine essendo apposto ad Amerigo Donati, -a Tegghia Frescobaldi ed a Lotteringo Gherardini -che avessero acconsentito alla congiura, furono -citati a comparire: confessarono di avere sentito il -trattato, ma non esservi legati; e perchè nol palesarono -a’ Priori, furono condannati ciascuno in lire 2000 -e al confine per sei mesi fuori della città e contado -quaranta miglia;<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> mite punizione, che fece il popolo -mormorare. -</p> - -<p> -Poco di poi gli sbanditi ai quali era stato promesso -il ritorno, l’ottennero sotto certe riserve, e con -esclusione di quelli che parvero o più colpevoli o pericolosi. -Ma qui, seguitando gli interni fatti, diremo -come sulla fine di quell’anno essendo il governo dei -popolani troppo ristretto e dominato da una fazione -che si chiamò dei Serraglini, e della quale stava a -capo la famiglia assai brigante dei Bordoni, parve -a’ buoni cittadini si dovesse accomunare il governo -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -fuori di quella fazione, ampliando il numero di coloro -che risedessero nei magistrati. E perchè nelle elezioni -le brighe riuscivano a soverchiare la volontà comune -ed erano spesso cagione di scandali, e per la brama, -o quasi direi per la manìa, d’egualità che dominava -nella Repubblica fra tutte la più democratica che fosse -mai; nè attentandosi d’affrontare ogni due mesi i tumulti -d’una elezione popolare e di suffragi dati in -piazza; in luogo di voti, posero la sorte; modo novello -che, mantenuto sempre dipoi, divenne costume rimasto -vivo fino ai giorni nostri e ch’io non temo di appellare -funesto. Per quello viene ad abbassarsi l’autorità -dei magistrati, del che si giovano le democrazie come -i governi più assoluti; ma col decadere i magistrati -lo Stato decade, e se pericoli sopravvengano, si trova -ignudo d’ogni difesa. Fu data balìa a’ Priori di quel -tempo, e ad altri dei maggiori popolani che allora -avevano magistrato, di imborsare i nomi di coloro i -quali dovessero tenere il priorato per quarantadue -mesi, mischiandovi gente che n’era esclusa da più -anni: da quelle borse poi venivano ogni due mesi tratti -a sorte i nomi di quelli che volta per volta dovessero -risedere: in seguito estesero l’ordine medesimo ai dodici -Buonuomini e a’ Gonfalonieri delle compagnie, e -a’ condottieri delle milizie. -</p> - -<p> -Ed oltre a ciò, per assicurarsi che le compagnie -armate del popolo fossero pronte ad ogni difesa, e perchè -i Gonfaloni sotto a’ quali si radunavano parve non -bastassero per ciò che erano pochi e radi, e le case -dei grandi gli tramezzavano così da impedire talvolta -il subito radunarsi; per questo posero altre insegne, -alle quali i cittadini uscendo di casa potessero correre, -se alcun rumore nascesse, ed ivi raccogliersi con -sicurezza per la vicinità: chiamavano queste insegne -Pennoni, e Pennonieri i minori capi, i quali dovevano -condurre ciascuno le genti raccolte ai Gonfalonieri -delle compagnie. Trentasei furono i pennoni, divisi a -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -due o a tre o a quattro sotto ciascuno gonfaloniere -di compagnia: tanto geloso era questo popolo, e tanto -minuto nei provvedimenti. L’anno dipoi, sembrando -le borse non essere fatte con diligenza e con libertà -bastante, furono esse rivedute: non trovarono il male -grande quanto si credeva, ma pur nonostante corressero -il fatto, così che fossero imborsati quei buoni cittadini -i quali ne erano stati esclusi per le brighe dei -Bordoni: e poi volendo contro a questi severamente -procedere così da estirpare quel morbo insino dalla -radice, fecero d’avere a loro modo un Esecutore degli -ordini della giustizia; e questi poi, non senza contrasto, -puniva di multa e sbandiva i principali di quella -famiglia ed i maggiori loro aderenti. Ma il guasto poi -non si correggeva senza incorrere in un altro male, -perchè gli uomini forestieri cui davano giurisdizione, -soventi volte ne abusavano, siccome avvenne anche in -allora: talchè avanzando un altro gran passo in quella -via tutta cittadina, e dismettendo ogni finzione o rimembranza -dei vecchi tempi e della scossa autorità -imperiale, decretarono che il Gonfaloniere co’ Priori e -co’ Buonuomini potessero, come capi e principi dello -Stato, annullare il Potestà e il Capitano e l’Esecutore -che abusassero del loro ufficio; ma è da notare il modo -che tennero: non osando fare che il Gonfaloniere andasse -contro alle potestà che per antico diritto da più -valevano che la sua, diedero a lui facoltà di rimuovere -quella famiglia che ciascuno dei predetti magistrati -portava seco in molto numero, e che erano la -forza sua: nulla potevano senza la famiglia loro; talchè -il popolo venne così di piatto all’intento suo, e lo stesso -Potestà altro non fu da quell’ora in poi che un mero -giudice salariato.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -</p> - -<p> -In quello stesso anno ebbero grazia dieci casate di -grandi e venticinque schiatte di nobili di contado, le -quali furono recate a popolo. Il che da molti fu biasimato,<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a> -perchè erano famiglie di picciol conto; laddove -molte di popolani possenti e oltraggiosi erano -degne d’essere messe tra i grandi per bene del popolo. -Condizione singolare di questa città, dove i grandi si -vivevano come stranieri nella Repubblica; e molti del -popolo e sin’anche della plebe, impinguati, dai guadagni, -e spinti innanzi dagli uffici, pigliavano i vizi o -scimmieggiavano le vanità dei grandi. Del che il Sacchetti -ne ha lasciato curioso esempio dov’egli narra -come «un grossolano artefice, avendo bisogno forse -per andare in castellaneria di far dipignere un suo -palvese, mandò alla bottega di Giotto, avendo chi gli -portava il palvese drieto; e giunto gli disse: Dio ti -salvi, maestro; io vorrei che mi dipignessi l’arme mia -in questo palvese.» Giotto vi fece tal dipintura ch’era -una burla; e l’altro vistala, e dicendo a Giotto male -parole, questi rispose: «Tu dei essere una gran bestia, -che chi ti dicesse: chi se’ tu? appena lo sapresti -dire; e giungi qui e di’: dipignimi l’arma mia. Se tu -fossi stato de’ Bardi, sarebbe bastato: che arma porti -tu? chi furono gli antichi tuoi? deh che non ti vergogni! -comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni -d’arma, come se tu fossi de’ Reali di Francia.» -Infine l’autore: «ogni tristo vuol far arme e far casati; -e di tali, che li loro padri saranno stati trovati -agli ospedali.<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>» A dimostrare poi quanto grande moto -di ricchezze fosse nella città di Firenze, ne basti dire -che una compagnia di cambiatori e mercatanti, quella -degli Scali e degli Amieri, i quali erano degli antichi -grandi, falliva ad un tratto per quattrocentomila fiorini -d’oro, dopo essere durata oltre cento anni, tirando -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -seco altre buone compagnie, o rendendole sospette con -grave scapito dei commerci.<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> -</p> - -<p> -Castruccio intanto continuava ferocemente la guerra -che abbiamo lasciata sotto le mura di Fucecchio, dove -i Fiorentini per discordie non si attentarono di assalirlo. -Aveva egli poi cercato invano di occupare per -aspra battaglia quella terra posta a capo della inferiore -valle d’Arno e della strada verso Pistoia. Invano -pure tentava, per tradimento d’alcuni, la signoria della -città di Pisa; perchè i Pisani, del pari temendo i Fiorentini -per antichi odi, e Castruccio che gli avrebbe -assoggettati alla vicina Lucca, si adoperavano in più -modi a schermirsi d’ambedue: ma trista era quella -condizione; e Pisa venuta già da molti anni in sul -discendere, aveva perduto allora appunto ogni signoria -nell’isola di Sardegna venuta in mano degli Aragonesi. -Castruccio ogni dì più raccoglieva intorno a sè le maggiori -forze ghibelline; mentre Firenze dall’altro lato -si muniva d’amistà collegandosi e soccorrendo, qualora -i casi ciò richiedessero, le città guelfe della Toscana, -e Orvieto e Perugia etrusche e guelfe, ed in ogni -tempo consorti e amiche a’ Fiorentini; e quelle pure -della Romagna. Fu grande l’aiuto che ad essi prestarono -in quella guerra i Sanesi, dei quali venne anche -molto numero di cavalieri per generosa volontà d’animo. -Capitano era dei Fiorentini Bertramo del Balzo, -chiamato il Conte Novello, perchè non era di famiglia, -ma fatto conte dal re Roberto, e da lui mandato -a’ soldi della Repubblica insieme con poche centinaia -di milizie. Avevano anche i Fiorentini assoldato Francesi -in numero di trecento; ma tardi vennero, ed a -Firenze non recarono l’aiuto che si sperava, caduti -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -anche taluni di loro in sospetto di tenere segrete pratiche -con Castruccio. Ma tutto il nodo di quella guerra -può dirsi che fosse allora Pistoia, dove era signore un -Filippo Tedici, lungamente bramoso non d’altro che di -venderla a quel maggior prezzo che un de’ vicini gliela -pagasse; e i Fiorentini per alcun tempo l’ebbero anch’essi -a discrezione, ma la perderono ad un tratto -soverchiati dalle arti e dalle armi di Castruccio.<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> -</p> - -<p> -A quell’annunzio, vedendo grave e soprastante il -pericolo alla città stessa di Firenze, con grande studio -si diedero a raccogliere un esercito, che riusciva assai -numeroso di cavalieri e di fanteria, avendo prestato -in tutto il corso di quella guerra opera egregia i collegati. -La spesa ammontava (secondo scrivono) a tremila -fiorini d’oro al giorno; somma incredibile a quei -tempi e in territorio così angusto: ma le gravezze di -nuovo imposte si pagavano alacremente dai cittadini, -che difendevano sè medesimi e da sè stessi le amministravano. -E perchè il Conte Novello si era mostrato -poco esperto della guerra, e da star male a petto di -un tanto avveduto capitano qual era Castruccio, in -sua vece elessero il catalano Raimondo da Cardona, -sperimentato nelle guerre di Lombardia, nelle quali -però sempre fu egli infelice, ed allora usciva dalla -prigionia in cui lo tennero i Visconti. Andava questi -a porsi a campo sotto Pistoia, invano tentando con -ogni artifizio smuovere Castruccio, il quale così pertinace -in aspettare com’era pronto nell’assalire quando -l’occasione fosse buona, si tenne chiuso dentro le mura. -Per il che il Cardona avendo preso migliore partito, -e sottrattosi per via di strattagemmi alla vigilanza di -Castruccio, andò a gettarsi con tutta l’oste dall’altra -banda di quei poggi, i quali dividono dalla pianura -di Pistoia la valle d’Arno; e avendo espugnato il ponte -a Cappiano, passato il fosso della Gusciana ed occupato -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -Montefalcone, andò a porsi all’Altopascio, che in -pochi giorni se gli arrese, di là minacciando Lucca -stessa, e pronto ad ogni combattimento. Ma se quella -mossa parve essere di buon augurio, male risposero -gli accorgimenti del capitano quando il nemico gli -stava a fronte, e mancò l’arte dell’accamparsi. Una -prima battaglietta lasciava in forse la vittoria; se non -che il campo rimasto a Castruccio, a lui diede quell’onore -che è per sè stesso una grande forza: e intanto -l’oste de’ Fiorentini scemava per morbi in quei terreni -impaludati, correndo l’agosto; e oltreciò si disse, -che il Cardona lasciasse per moneta partirsi dal campo -i soldati; e che l’esercito al combattere si trovasse -dimezzato. Castruccio pativa travagli consimili: ma intanto -scendeva dalla Lombardia per dargli aiuto Azzo -Visconti con ottocento Tedeschi; ed egli indugiava -sinchè giungessero, e stava lì fermo con mirabile costanza, -ed intratteneva con fallaci negoziati l’imprudenza -del Cardona. Giungeva Azzo, ma prima di combattere -mercanteggiava; nè si sarebbe forse egli mosso -quand’era d’uopo, se al giovanile animo di lui non -facevano assalto grande la moglie stessa di Castruccio -e le più belle donne di Lucca, a lui deputate perchè -dell’avarizia si vergognasse. Usciva infine egli da Lucca, -e diede dentro animosamente quando la pugna era -cominciata; la quale voltatasi non senza molto contrasto -in favore di Castruccio, ottenne questi vittoria -piena, massimamente perchè era egli stato molto sollecito -d’intercettare tutti i passi ai nemici che fuggivano; -cosicchè il numero dei prigionieri sopravanzò -quello dei morti: e gli effetti riuscirono ai Fiorentini -anche peggiori della stessa rotta, che fu ai 23 settembre -1325. Oltre a buon numero di cavalieri toscani, -rimasero presi in quei fatti il capitano Raimondo da -Cardona col figlio suo, ed Urlimbacca tedesco, uomo -di grande valore ed assai caro ai Fiorentini; e con più -altri francesi Piero di Narsi, del quale un figlio giovinetto -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -fu morto; ed egli liberato dalla prigionia, ebbe -dipoi la trista sorte che in appresso racconteremo. -Castruccio fu detto che avesse del riscatto di tanti illustri -prigionieri ben centomila fiorini d’oro.<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a> Abbiamo -la lista dei feditori, e poi quella dei prigionieri -caduti in mano di Castruccio per quella battaglia; -dopo la quale più non si trova che i cittadini di Firenze -andassero di persona in grande numero alle -guerre. -</p> - -<p> -Nè indugiò guari il vincitore, che scese rapido e -terribile alla volta di Firenze. Ripigliate le tolte castella, -che tosto disfece, poneva assedio a Carmignano; -e senza aspettare la resa di quello, invadeva Signa, -che per viltà dei soldati bentosto cedette. Ed egli padrone -oramai di quella ricca e popolata pianura che -sta intorno alla città dalle due parti dell’Arno, percorsala -tutta partitamente in più giorni e quasi a disegno -di bene ordinata distruzione, dopo avere lasciato -ai soldati campo alle rapine dei ricchi mobili e degli -arnesi ond’erano piene le ville e le chiese ed i monasteri -decorati dalla pietà dei cittadini, cominciò a disfare -le ville stesse e gli edificii. Cosicchè tutto lo -spazio il quale è dai poggi di Colombaia e di Marignolle -e di Giogoli infino a quelli che soprastanno a -Careggi, ed a piè del monte infino a Sesto e a Calenzano, -e quanto egli più poteva intorno alla città, tutto -fu arso o devastato: fu danno gravissimo anche di -opere che avevano pregio eccellente per l’arte, la pittura -avendo già formato scuola in Firenze di chiari -artefici, ed i cittadini compiacendosi adornare co’ dipinti -le case loro ed i monasteri. Azzo Visconti veniva -poi a vendicare l’ingiuria sofferta quando i Fiorentini -pochi anni innanzi avevano corso un palio intorno alle -mura di Milano; e venne Azzo a solo fine di correre -un palio presso alle mura di Firenze al ponte a Rifredi, -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -siccome tre altri ne aveva Castruccio corsi a -Monticelli; che uno di cavalli, l’altro di fanti e il terzo -di femmine meretrici: e in onta pure dei Fiorentini, -a Signa dove egli aveva posto il campo suo, fece battere -moneta d’oro. I Fiorentini a quei danni e a quelle -depredazioni non si mossero, com’è solito delle città -ricche, le quali temono più che ardiscano: e pure Firenze -era gremita di gente ivi rifuggita da ogni parte -della vicina campagna; ma non fecero, pel troppo ingombro, -altro che produrre malattie e morti che furono -in città più numerose di quelle che avrebbono -incontrate combattendo. Si aggiungeva, che le mura -lasciavano spazi tuttora aperti, di poco avendo cominciato -a cingere il sesto d’oltrarno; il che serviva molto -ad accrescere il terrore: era questo il terzo cerchio -della città che via via si ampliava. Castruccio dipoi -tornato a Lucca, volle onorare a modo antico le sue -vittorie, e conduceva trionfo splendido, egli preceduto -da lunga fila di prigionieri, i quali andavano con torchietti -accesi a fare offerta a san Martino, da lui prescelto -nuovo patrono alla città. E di lì subito si riconduceva -intorno a Firenze, ponendo assedio a Montemurlo -e continuando le devastazioni; le quali così -dai primi giorni d’ottobre durarono sino al finire di -quell’anno ed anche all’entrare del successivo 1326, -per lo spazio di più mesi. -</p> - -<p> -In tali angustie dei Fiorentini, abbiamo documento -che richiamarono, facendone cerna molto rigorosa, non -pochi di quelli uomini o famiglie i quali avessero avuto -condanna per causa di parte o anche di private nimicizie, -sebbene fossero veri Guelfi.<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> Temevano anche -di tradimento; e a quelle famiglie che avevano prigionieri -alcuni dei loro nelle mani di Castruccio, stanziarono -fosse vietato il governo dei castelli, con farle -inabili agli uffici che più importassero alla guerra. -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -Cresceva terrore il sospetto che Guido Tarlati dei signori -di Pietramala, vescovo d’Arezzo, muovendo dall’opposta -parte, venisse a compiere la ruina; ma questi, -geloso della grandezza di Castruccio, si tenne fermo -nella provincia sua, contento recare ai Fiorentini non -gravi danni, che profittassero a lui solo. E questi, sebbene -allora messi a sì dure strette, quel che potevano -per moneta sempre operavano francamente; e col nemico -alle porte loro diedero aiuto ai Bolognesi in certa -guerra di Lombardia: quindi posero altre gabelle, e le -riscossero in grande somma. Ma tuttociò non bastando, -e caduti un’altra volta nella consueta necessità di -ricorrere a signoria forestiera, concessero questa negli -ultimi giorni del dicembre a Carlo duca di Calabria -figlio primogenito del re Roberto, facendo a lui condizioni -anche più larghe di quelle che erane usate: -doveva egli tenere al servigio de’ Fiorentini mille cavalli -oltramontani, ed essi pagare a lui per dieci anni -della signoria duecentomila fiorini d’oro all’anno finchè -durasse la guerra, e centomila in tempo di pace. -Co’ Fiorentini erano dunque Spagnuoli, Francesi ed inclusive -Tedeschi, essendo soliti i cavalieri di quella -età porsi al servizio di chiunque gli facesse battagliare: -Castruccio aveva seco Tedeschi ed Inglesi e -Borgognoni, taluni dei quali avendo contro lui ordito -congiura, egli con fiero animo, ed in presenza di tutto -il campo, ad essi fece mozzare il capo. Tornava dipoi -una terza volta nel febbraio intorno Firenze, e smantellata -Signa che non gli serviva, fortificò Carmignano -che egli voleva fare sedia della guerra; corse la valle -di Pesa fino a San Casciano ogni cosa distruggendo, -e con audace proponimento voleva chiudere l’Arno -nella Golfolina per indi allagare l’odiata città: ma -trovò essere ciò impossibile. Tirato quindi per falsi -complici dentro un aguato Piero di Narsi, che prigione -liberato da Castruccio poi capitano de’ Fiorentini gli -aveva tramata la morte, fece a lui mozzare il capo -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -come traditore delle onorate leggi della milizia. Furono -allora Castruccio ed il Vescovo d’Arezzo percossi -dal Papa di nuova scomunica; il quale però non volle -bandire contro ad essi la crociata, benchè richiesto -dai Fiorentini; bensì eleggeva il re Roberto vicario in -Italia dell’Impero che in Allemagna era vacante. Da -Napoli veniva allora in Firenze con la prima mano di -soldati il francese Gualtieri di Brienne duca d’Atene, -che poi vedremo troppo famoso nelle istorie nostre. -E nei giorni ultimi del luglio 1326 giungeva lo stesso -Duca di Calabria, con la Duchessa sua moglie figlia -di Carlo di Valois, e con Giovanni principe della Morea -suo zio che aveva anch’esso la moglie, e con Filippo -despòto di Romania suo cugino, e con molta baronia -di varie nazioni; in tutto duemila cavalieri, dei quali -duecento erano a spron d’oro: si aggiungeva poi la -corte del Cardinale Legato, venuto anch’egli nei giorni -stessi. Ingente spesa alla città, ed ai costumi molto -gran guasto recarono quelle corti forestiere, con grave -lamento dei timorati popolani che a noi trasmisero -questi fatti.<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a> Leggi frequenti, e sempre inutili, tentavano -porre un qualche freno agli adornamenti ed allo -sfoggiare delle donne: ora i Francesi, grandi vagheggiatori, -ottennero dalla Duchessa di Calabria si abolissero -quelle leggi; e le donne imbaldanzite viepiù -sfrenarono negli addobbi: coteste erano le <i>valenti donne</i> -magnificate poi dal Boccaccio e fatte celebri nel <i>Decamerone</i>. -</p> - -<p> -Tanto numero di assoldati, e gli aiuti che man mano -venivano dalle città guelfe di Toscana, e le cerne di -milizie che si facevano nel contado, allontanarono da -Firenze la guerra portata allora da Castruccio in Lunigiana; -dove i marchesi Malaspina, da lui spossessati, -se gli volgevano contro con fresche armi di Lombardia. -Continuava essa più mesi senza gran frutto, poichè -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -Castruccio, solenne maestro, la sosteneva com’era -solito animosamente. Piaceva al Duca di Calabria più -che il combattere starsi a Firenze in largo vivere: -aveva tolto egli per sè anche il diritto di nominare i -magistrati della Repubblica, ed annullando le imborsazioni -vecchie, faceva eleggere chi a lui piacesse: fu -tra gli altri Gonfaloniere un della casa degli Acciaioli, -già bene affetta ai re di Napoli. Ma in ciò mostrava -egli buon giudizio, che i cittadini delle famiglie grandi -facendo pratiche perchè fosse a lui data signoria libera, -la rifiutava, ben conoscendo la forza vera della città -stare nel popolo, e che meglio era farselo amico volonteroso -che averlo suddito malcontento. Altre città e -non poche terre di Toscana s’erano a lui date; e Prato -in perpetuo, ch’era il più prossimo a Firenze: inoltre -Carlo teneva Siena e grande stato da quella parte; -in Roma aveva potenti amici, e più altri in Genova -che lo seguitavano: così da Napoli fino alla Provenza, -che apparteneva al re Roberto, ogni cosa era in soggezione -di questo capo di parte guelfa: Parma e Bologna -si erano date al Legato del Pontefice, che in Italia -guerreggiava. Dal che venuti in apprensione grande i -Ghibellini, s’appigliarono dal canto loro a quel partito -che era ad essi consueto, chiamando in Italia questa -volta non le forze ma la persona ed il nome dell’Imperatore -di Germania. Era questi Lodovico di Baviera, -salito all’Impero per lungo contrasto, ma in esso mal -fermo, e svogliato dell’Italia perchè, non avendo sue -forze proprie, gli conveniva stare quasi a discrezione -di quei vassalli dei quali era egli poco altro che un -mercenario. Venuto a Trento, si radunarono intorno -ad esso i Visconti di Milano con gli Scaligeri di Verona -e co’ signori di Mantova e co’ Marchesi da Este, e gli -ambasciatori di Federigo re di Sicilia e di Castruccio, -e quanti erano fuorusciti ghibellini da ogni parte -d’Italia. Vi andò il Vescovo d’Arezzo, dal quale fu -poi l’Imperatore incoronato a Milano come re di Lombardia; -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -e quel Vescovo scomunicato si rivolgeva contro -al Papa, che dai Ghibellini radunati venne deposto -e chiamato eretico. -</p> - -<p> -Mentre avvenivano tali cose, e che il Bavaro intorno -a sè raccoglieva quante forze a lui prestassero gl’Italiani, -in Toscana il Duca di Calabria intendeva con la -guerra ad infestare Castruccio, e in Lucca stessa gli -suscitava contro una potente congiura, bentosto repressa -e ferocemente gastigata. Una mossa vigorosa dell’esercito -dei Fiorentini aveva intanto miglior successo, -imperocchè Santa Maria in Monte, allora tenuta come -il più forte castello il quale fosse nella Toscana, a un -tratto investita con fiero assalto, dovette cedere alle -armi guelfe, stando Castruccio sulle difese intorno a -Lucca finchè il Bavaro non giungesse, ed aspettando -maggiori cose. Gli andava incontro sino a Pontremoli -con grande pompa di accoglienze; quindi con forze riunite, -nei primi giorni del settembre 1327, vennero a -porre l’assedio a Pisa; la quale, benchè fosse antica -ghibellina, temeva Castruccio ed aborriva sopra ogni -cosa dal sottostare alla vicina Lucca. Era nel campo -il Vescovo d’Arezzo, anch’egli pauroso di quella grandezza -a cui vedeva salire costui quando egli avesse -acquistato Pisa. Tantochè, dopo avere inutilmente cercato -gli accordi, quando egli vidde l’Imperatore entrato -in Pisa e seco quell’uomo dal quale ogni cosa -dipendeva, si partì cruccioso, e in pochi giorni venne a -morte, prima di giungere in Arezzo. Rimane di lui -nella chiesa cattedrale di quella città un molto splendido -monumento, dove con belle sculture sono effigiate -le profane imprese di lui, coi nomi di molte castella -espugnate. -</p> - -<p> -Il Bavaro intanto, il quale non volle per allora -dare Pisa parendogli essere città da smugnere poi da -vendere quandochè fosse, a caro prezzo; venuto a -Lucca, insignì Castruccio facendolo Duca di questa -città; nuovo titolo nè ad altri dato in Italia sino allora -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -dagli Imperatori d’Allemagna: poi venne seco fino a -Pistoia, da dove Castruccio gli mostrò Firenze, invano -studiandosi fargli aggradire quella impresa. Al Bavaro -invece premeva quella del Regno, e prima l’andare in -Roma a farsi incoronare. Castruccio dovette di male -animo seguitarlo, costretto da quella necessità che rendeva -inabile ogni capo ghibellino ad acquistarsi una -grandezza tutta sua propria e nazionale. Nè meglio -fruttava agli Imperatori la corona ch’essi venivano a -cercare in Roma, e meno d’ogni altra la falsa corona -che il Bavaro si fece imporre sul capo da un suo antipapa, -con vana pompa e poco seguito e favore. Moveva -quindi inverso Napoli; ed a quell’annunzio si partiva -nei giorni ultimi del dicembre da Firenze il Duca di -Calabria chiamato dal padre, e qui lasciando un suo -vicario. Ma non potè il Bavaro tentare l’impresa del -Regno, imperocchè essendo venuto a Castruccio subito -avviso che la città a lui tanto cara di Pistoia, sorpresa -per grande notturno assalto dai Fiorentini, era caduta -in mano di questi e posta a sacco per dieci giorni; -egli, senz’altro discorrere,<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> lasciata Roma e seguitato -da tutto il nerbo delle sue genti, per la via della -Maremma venne a Pisa; e considerato quello essere -tempo e necessità da gettar via ogni riguardo verso -l’Imperatore, e che alla recuperazione di Pistoia gli -abbisognava far capitale di tutta Pisa, pigliava in mano -il dominio libero della città, recando a sè tutte le -entrate e gabelle del Comune e gravandola di nuove -taglie: al che il Bavaro fu costretto a mal suo grado -di consentire. E Castruccio, venuto il dì ultimo del -maggio 1328 a porre con la persona sua l’assedio a -Pistoia, combattè per oltre due mesi la città contro al -Vicario del Duca ed al Maliscalco della Chiesa, con -grande fatica d’opere d’assedio e molti scontri con -gli inimici; i quali tentato inutilmente di fargli abbandonare -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -l’impresa col minacciarlo essi dalla banda di -Pisa e di Lucca, e in lui trovata contra ogni insulto -quella costanza che gli era solita, infine lo viddero -sotto agli occhi loro stessi entrare a patti nella città -rimasta vuota di provvigioni. Di lì anelava all’impresa -di Firenze, essendosi il Bavaro digià accostato fino a -Todi col proposito di farsi innanzi per la via d’Arezzo, -intantochè altre delle sue genti calavano dalla parte -del Mugello, e Castruccio preparava maggiore guerra -e più terribile per le vie note della pianura. Nè sarebbe -stato nulla che l’Imperatore avesse in quel mezzo -abbandonata l’impresa, andato a congiungersi in Maremma -con le forze di Pietro figliuolo del re di Sicilia -ch’era sbarcato a Talamone, se tanto pericolo della -città di Firenze non fosse ad un tratto venuto a cessare -per la morte di Castruccio. Il quale, infermo per -le fatiche da lui sostenute nell’assedio di Pistoia, finiva -la vita in Lucca il terzo dì del settembre: ma quella -morte rimase occulta per alquanti giorni poi, siccome -aveva egli prescritto, perchè i figliuoli avessero agio di -assicurarsi nello Stato. Era Castruccio duca di Lucca, -signore di Pisa e di Pistoia e della Lunigiana e di -gran parte della riviera di Genova di Levante, con più -di trecento castella murate: ma quante fossero le difficoltà -nelle quali si avvolgeva quella sforzata sua -grandezza, parve che avesse egli mostrato allorachè in -Roma alla incoronazione dell’Imperatore, sopra una -sua roba di sciamito chermisi portava scritti questi -due motti: dinanzi al petto <i>Egli è quello che Dio vuole</i>, -e dietro le spalle <i>Sarà quello che Dio vorrà</i>. E poco -innanzi alla sua morte, conoscendosi morire, disse ai -suoi più stretti amici: che dopo lui vedrebbero rivoluzione.<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> -Era in età di 47 anni quando moriva. -</p> - -<p> -Due mesi dopo venne a morte Carlo duca di Calabria, -il che fu ruina di casa d’Angiò rimasta priva di -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -successione maschia; ma Firenze per tal modo riacquistava -la libertà quando era cessata la necessità della -difesa. Laonde attesero i magistrati a riordinare lo -Stato; e perchè tale ordinamento rimase poi stabile e -diede forma alla Repubblica, lo trascriveremo qui -distesamente in molte sue particolarità. «Volendo che -lo squittinio de’ loro magistrati procedesse sinceramente, -trovarono questa via, che tutti gli ufficiali che -di presente governavano la città, come Priori, Consiglieri, -Gonfalonieri di compagnie, Capitani di parte -guelfa, Cinque della mercatanzia e Consoli delle arti, -ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto, -che vennero a fare il numero di novantotto persone, -nominassero tutti coloro che di trenta anni in su erano -stimati degni del priorato. Ciascun de’ quali, avendo -sessantotto fave nere, avesse a imborsarsi di sesto in -sesto per esser tratto a’ tempi ordinati, di mano in -mano che si facea la creazione de’ nuovi magistrati. -Alla qual cosa procedettono con tanto riguardo, che -oltre aver preposto al contar delle fave sei Religiosi -forestieri d’ottima fama, vollono ancora che il forziere -ove dette borse si conservavano fosse portato nella -sagrestia de’ frati Minori, e che di tre chiavi che -v’erano, una tenessono i frati conversi di Settimo, -l’altra il Capitano del popolo, e la terza il ministro -de’ frati Minori, con ordine che ogni due mesi, tre dì -innanzi che i vecchi Priori deponessero il loro ufficio, -facessero venire il detto forziere, e in presenza di tutto -il consiglio aprirlo e trarre a ventura tante bollette -quante bisognavano a fare i nuovi Priori; i quali s’intendessero -esser subitamente fatti, se non erano impediti -dal divieto: il quale a quelli d’una famiglia -s’intendeva esser di sei mesi, e tra padri, figliuoli e -fratelli, di due anni. Questo ordine con molte altre -circostanze necessarie fermato per gli opportuni Consigli, -fu approvato in pieno parlamento nella piazza -de’ Priori li 11 di dicembre; nel quale annullati tutti -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -i Consigli vecchi, ne furono formati due soli; uno di -trecento uomini, ove non intervenivano altri che popolani, -del quale era capo il Capitano del popolo; e -l’altro di ducentocinquanta, dove entravano popolani -e grandi, e di questo era capo il Potestà; e le deliberazioni -prese dalla Signoria doveano, per esser valide, -essere prima approvate in quello del Popolo, e -poi in quello del Potestà.<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>» -</p> - -<p> -Nota qui presiedere il Potestà al Consiglio del -Comune, e il Capitano a quello del Popolo: la distinzione -era solenne, nè vuole essere dimenticata mai: il -Popolo aveva il governo del Comune rappresentato dal -Potestà; il Capitano era custode di quel governo, e -comandava la forza armata dei popolani. Ciascun Consiglio -aveva pure la sua campana, l’una appellata -campana del Comune e l’altra del Popolo. Spettando -al Popolo la prerogativa, il Consiglio del Comune dove -i grandi si ammettevano, veniva ultimo alle approvazioni. -</p> - -<p> -Qui aggiugneremo alcune altre più particolari costumanze, -tratte da un’opera tuttora inedita ma d’assai -fede e diligenza.<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> Allorchè la nuova Signoria entrava -in possesso, sedendo i nuovi ed i vecchi insieme sulla -ringhiera del Palagio abbigliata di ricchi e belli arazzi, -e fatte le opportune dicerie, il Gonfaloniere nuovo riceveva -lo stendardo del popolo dalle mani, nei primi -tempi, del Potestà o del Capitano, poi da quelle del -Gonfaloniere che usciva: andavano quindi ad offerire -in San Giovanni, con molto grande accompagnamento. -Nelle stanze del Gonfaloniere erano custoditi gli stendardi -della Repubblica, e i contrassegni delle fortezze, -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -e le chiavi delle porte della città chiuse la notte, e -che non si aprivano senza un partito della Signoria. -A lui spettava rappresentare la Repubblica nelle maggiori -occasioni, dando egli la bacchetta del comando -al Potestà e al Capitano del popolo e all’Esecutore ed -ai Capitani che si eleggevano per le guerre. Il Gonfaloniere -ed i Priori mangiavano insieme ed in cerimonia, -suonando le trombe ed altri strumenti; dai quali -erano pure accompagnati quando uscivano per ufficio, -preceduti dai mazzieri con molta guardia e solenne -pompa. La spesa pel vitto e mantenimento dei Signori -e dei donzelli e serventi loro montava a dieci fiorini -d’oro il giorno: erano compresi nella famiglia del Palagio -cinque Religiosi, da principio Valombrosani, per -dire la messa nella interiore cappella e per la custodia -delle borse e dei sigilli. Era vietato ai Signori -uscire di Palagio privatamente; e se taluno volesse -andare la notte senza che il popolo lo sapesse alle sue -case, gli abbisognava la licenza del Proposto, di quello -cioè che tra’ Priori quel giorno aveva la presidenza: -non potevano andare a’ mortori, nè a messe novelle, -nè ai vestimenti delle monache. Ad essi non era lecito -trattare da solo a solo con alcuno, quando anche fosse -dei loro congiunti; ma davano udienze frequenti, e -(a quello che scrive il Giannotti) continue tanto che -l’impaccio delle private faccende riusciva ad essi -d’impedimento a bene attendere alle pubbliche. -</p> - -<p> -Un tristo fatto vuolsi notare: nel precedente -anno 1327 per condanna dell’Inquisizione fu arso in -Firenze come eretico e stregone Francesco Stabili, noto -col nome di Cecco d’Ascoli. Abbiamo di lui fatto ricordo -come poeta, ma ebbe altresì fama grandissima per dottrina; -lesse in Bologna astronomia, ed in un trattato -della Sfera avea prodotto molte opinioni sugli influssi -delle stelle. Allora stava come astrologo presso il Duca -di Calabria, ma un frate Minore vescovo d’Aversa e -cancelliere del Duca lo fece pigliare; e più cose inverosimili -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -si raccontano di quella morte, della quale però -sembra che fosse principale autore Dino del Garbo, -solenne medico fiorentino, scrittore anch’esso di vari -libri. L’Inquisizione non fu giammai in Firenze molto -viva; tolta di mano ai Predicatori fin dal secolo precedente, -fu data invece ai frati Minori, bene accetti -a questo popolo perchè nella regola di san Francesco -era stata la consecrazione o in qualche modo il primo -inizio della Italiana democrazia. Favorirono gli Inquisitori -ne’ primi tempi gli odi di parte con le condanne -e le confiscazioni di cui percossero i Ghibellini: ma -dipoi stettero quasi inoperosi, messi anche in burla -da questo popolo; il quale sebbene parteggiasse per la -Chiesa e nelle opere di religione si dimostrasse molto -magnifico, era geloso e guardingo assai quanto allo -stato ed alla giurisdizione. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-3"><span class="smcap">Capitolo II.</span> -<span class="smaller">IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA -D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA -CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA -DI LUCCA. [AN. 1328-1342.]</span></h3> -</div> - -<p> -Nel detto anno 1328 e fino al 1330 fu grande caro -in Firenze e in tutta Toscana ed in gran parte d’Italia, -tantochè il grano dai 17 soldi lo staio montò fino -al prezzo di un fiorino d’oro. Fu sì crudele la carestia, -che i Perugini, i Sanesi, i Lucchesi, i Pistoiesi e più -altre terre di Toscana cacciarono fuori degli Stati loro -tutti i poveri mendicanti, per non poterli sostenere. -I quali venuti in grande copia a Firenze, quivi trovarono -campamento, avendo il Comune fatto venir grano -di Sicilia, ch’era portato a Talamone; e con la perdita -di 60 mila fiorini d’oro in quei due anni, gli riuscì -tenere il prezzo del grano a mezzo fiorino, tuttora col -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -quarto d’orzo mescolato. «Vendevasi in piazza ad -Or San Michele con tanta furia di popolo, che convenia -vi stessero a guardia le famiglie delle Signorie -armate col ceppo e mannaia per fare giustizia, e se -ne fece tagliando membri. Infine provviddero di fare -pane per il Comune a tutti i forni, di peso d’once sei -il pane mischiato, a danari quattro l’uno. E (dipoi -seguita il Villani) tuttochè io scrittore non fossi degno -di tanto ufficio, mi trovai ufficiale con altri a così -amaro tempo, e con la grazia di Dio fummo de’ trovatori -di questo rimedio, onde si contentò la povera -gente, senza scandalo o rumore; e con questo testimonio -di verità, che in niuna terra si fece per gli -possenti e pietosi cittadini tante elemosine a’ poveri, -quante in quella disordinata carestia si fece per gli -buoni Fiorentini.<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>» -</p> - -<p> -I figliuoli di Castruccio dopo la morte del padre -aveano a Pisa <i>corso la terra</i>; usato modo di attestare -e con la forza di confermare la possessione d’una -città: ma vennero tosto dall’Imperatore privati di -quella, e poi di Lucca stessa, e perdettero ogni signoria, -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -la quale tentarono più volte poi di racquistare, -ma senza frutto. Rialzava il capo nella Toscana la -lega guelfa capitanata dai Fiorentini, che strinsero -pace con Pistoia liberata, e poco dipoi in Montopoli -con Pisa istessa conciliando a breve tempo le vertenze -consuete per il passaggio delle mercatanzie. Ma l’Imperatore, -dopo avere dai Pisani cavati danari quanti -più poteva, lasciò la Toscana costretto partirsi per il -motivo che ora diremo; e dopo essersi trattenuto qualche -tempo in Lombardia, se ne tornava in Allemagna. -Causa al partirsi gli aveva dato, che ottocento cavalieri -tedeschi per non essere pagati se gli ribellarono, -postisi a campo in sul poggio del Cerruglio che aveva -Castruccio fortificato gli anni innanzi; e di qui poi -sotto la condotta di Marco Visconti, correndo le terre -e devastando le campagne, come gente bisognosa che -vivevano di ratto, ebbero il castello dell’Agosta dal -quale Lucca era dominata, ed in breve ora la città -stessa. Questa, perchè non ne volevano altro che moneta, -mandarono a offrire per ottanta mila fiorini d’oro -ai Fiorentini; e Marco istesso venuto in Firenze sollecitava -il trattato, che andò a vuoto quella volta e -un’altra poi, quando i Tedeschi la profferirono di bel -nuovo, ed una compagnia di mercanti Fiorentini, tra i -quali era Giovanni Villani, accettavano di comperarla -privatamente per conto loro: ma ne furono impediti -da gelosie tra’ cittadini; ed i Tedeschi, dopo averne -anche avuto trattato co’ Pisani, la venderono a Gherardino -Spinola genovese, il quale divenne per trenta -mila fiorini d’oro signore di Lucca: a tale bassezza -era caduta quella città. Ebbe egli guerra co’ Fiorentini, -i quali cinta con vano assedio la stessa Lucca, -espugnarono Montecatini, con buoni successi anche -nell’inferiore Valdarno; e San Miniato, antico seggio -degli imperiali Vicari o Capitani, venne pur esso in -potestà loro. Qui dirò cosa da farne amare al paragone -i tempi nostri: il Capitano dei Fiorentini perdè la condotta -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -perchè lasciava per moneta i contadini seminare -le terre loro: dovevano i campi dei nemici rimanere incolti, -e tutti patire degli odii scambievoli. Tanto crudeli -erano le guerre quando tra’ popoli si facevano, e -così era l’amor di patria ristretto dentro a breve spazio. -</p> - -<p> -In questo mezzo era disceso nell’Italia il re Giovanni -di Boemia, figlio rimasto d’Arrigo VII, invitato -dai Bresciani, a’ quali pareva essere oppressi dai Visconti. -Di prima giunta ebbe, oltre a Brescia, Bergamo -e Parma e Reggio e Modena, e dallo Spinola a buon -mercato ebbe in vendita la infelice Lucca. Aveva la -Chiesa antiche ragioni su talune di quelle città; ma -il Re procedeva d’intelligenza e con l’amistà del Cardinale -Legato, il Papa cercando farsene strumento -contro all’Imperatore bavarese e ai Ghibellini di Lombardia. -Laonde temette Firenze allora quell’ingrossarsi -dello Stato pontificio intorno ad essa da ogni lato; -temeva il Papa più che l’Imperatore lontano e povero -e discreditato. E quanta fosse la confusione in cui vivevano -le italiane cose mostrò la lega che insieme -strinsero i Fiorentini ed il re Roberto con gli Scaligeri -e co’ Visconti e con gli altri Ghibellini; lega improvida -tra nemici, che per viluppi ogni ora nuovi -sempre dovevano poi combattersi. Ma i primi frutti -se ne ottennero, e ciò bastava: i collegati presso Ferrara -ebbero la meglio in una grande giornata, e il -francese Cardinale restò prigione dei Bolognesi; se non -che tosto i Fiorentini ne procurarono la liberazione, -perchè troppo non volevano tenere guerra contro alla -Chiesa: il re Giovanni ripassò le Alpi. -</p> - -<p> -Nuovi disastri sopravvenivano in questi tempi alla -città. Le inondazioni dell’Arno più gravi erano e più -frequenti in quei secoli che a’ dì nostri. Narra Giovanni -Villani come nell’anno 1333, il dì d’Ognissanti, -«cominciò a piovere diversamente in Firenze ed intorno -al paese nell’alpi e montagne, e così seguì al -continuo quattro dì e quattro notti, crescendo la pioggia -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -sformatamente che pareano aperte le cateratte del -cielo, e colla pioggia continuando spessi e grandi e -spaventevoli tuoni e baleni, e cadendo folgori assai; -onde tutta la gente viveva in grande paura, sonando -al continuo per la città tutte le campane delle chiese, -e in ciascuna casa bacini o paiuoli; con grandi strida -gridandosi a Dio Misericordia Misericordia; fuggendo -le genti di tetto in tetto, facendo ponti da casa a casa; -ond’era sì grande il romore e il tumulto, ch’appena -si potea udire il suono del tuono. Per la detta pioggia -il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza d’acqua, -che prima onde si muove scendendo dell’alpi con grande -empito e rovina, sommerse molto del piano di Casentino, -e poi tutto il piano d’Arezzo e del Valdarno di -sopra, abbattendo e divellendo gli alberi e mettendosi -innanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano -in Arno, e ogni edificio e casa appresso all’Arno che -fosse non forte: onde perirono molte genti. E poi scendendo -nel nostro piano presso a Firenze, accozzandosi -coll’Arno il fiume della Sieve, la qual’era per simil -modo sformata e grandissima, e avea allagato tutto -il piano di Mugello; il giovedì a nona, a dì 4 novembre, -l’Arno giunse sì grosso alla città di Firenze, che -egli coperse tutto il piano all’intorno della città fuori -di suo corso in altezza in più parti sopra i campi, ove -braccia sei e dove otto e dove più di dieci braccia. -E fu sì grande l’empito dell’acqua, che rotte le porte -e gran parte delle mura, inondò tutta la città stessa; -tantochè nella chiesa e duomo di San Giovanni salì -l’acqua infino al piano di sopra dell’altare, più alto -che mezze le colonne di porfido le quali stanno alla -porta. E al Palagio del popolo dove stanno i Priori -salì il primo grado della scala dove s’entra, incontro -alla via Vacchereccia, che è quasi il più alto luogo di -Firenze. E al Palagio dove sta il Potestà salì nella -corte disotto, dove si tiene la ragione, braccia sei. -Ruppe la pescaia d’Ognissanti, e incontanente rovinò -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -e cadde il ponte alla Carraia, e poi subito quello di -Santa Trinita, e il ponte Vecchio; cadde in Arno la -statua di Marte che era a piè di esso ponte; e quello -a Rubaconte fu danneggiato molto, e rovinò a terra -il palagio del castello d’Altafronte: caddero gran parte -delle case di qua e di là d’Arno fino al ponte alla -Carraia e alla gora del Mulino; che a riguardare le -dette rovine pareva quasi un caos. Tutte le vie e case -e botteghe terrene e vôlte sotterra rimasero piene -d’acqua e di puzzolente mota, che non si sgombrò in -sei mesi; e quasi tutti i pozzi furono guasti e si convennero -rifondare. L’Arno coperse tutto il piano verso -ponente fin’oltre a Prato e fin presso a Pisa, guastando -i campi e vigne, menandone masserizie, case, -mulina, ponti e molte genti, e quasi tutte le bestie. -Questo diluvio fece alla città e contado di Firenze infinito -danno; di persone intorno a trecento, che al -principio si credea più di tremila; e di bestiame grande -quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere -in grande numero, che nel contado non rimase -ponte sopra nessun fiume o fossato che non rovinasse; -di perdita di mercatanzie, panni lani di lanaiuoli per -lo contado; e di arnesi e di masserizie e del vino, che -ne menò le botti piene, assai ne guastò; e simile di -grano e biade ch’erano per le case; senza la perdita -di quello ch’era seminato, e il guastamento e rovina -delle terre e de’ campi: che se l’acqua coperse e guastò -i piani, i monti e le piaggie ruppe e dilaniò, e -menò via tutta la buona terra.<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>» I danni pubblici e -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -privati, scrive il cronista contemporaneo, che gli era -impossibile per alcun numero adequare. Avremo però -spesso occasione di accennare come nei pubblici danni -cercasse suo pro la ferocia delle parti, cagione forse -anche degli incendi che assai frequenti si rinnovarono -in tutto il corso di quegli anni. -</p> - -<p> -Ed a quei tempi venne in Firenze una di quelle -processioni di Flagellanti, noti abbastanza per le istorie -in altre parti d’Europa. Erano da diecimila Lombardi -condotti da un frate Venturino da Bergamo -dell’ordine dei Predicatori. Dovunque passavano, gridavano -pace e misericordia. Ed il Frate predicava con -efficaci parole, «quasi affermando e dicendo: quello -che io vi dico sarà, e non altro; chè Iddio così vuole.» -In Firenze dimorarono quindici dì, ed ogni giorno -nella piazza Vecchia di Santa Maria Novella erano -messe tavole e mangiavano 500 per volta e più. A -Roma andarono, ingrossati molto d’uomini toscani che -gli seguitavano; e di là quindi in Avignone a Corte -del Papa: ma per la presunzione del Frate, e perchè -diceva che non era niuno degno papa se non -stesse a Roma alla sedia di san Piero, e per tema -ch’ebbe il Papa che per le sue prediche non commuovesse -il popolo cristiano, lo mandò a confino, e comandogli -che non confessasse persona nè predicasse a popolo. -«E questi sono (continua il giusto e pio Villani) -i buoni meriti che hanno le sante persone da’ prelati -di Santa Chiesa; ovvero che fu giusto per temperare -la soperchia ambizione del Frate, tutto ch’adoperasse -con buona intenzione.<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>» -</p> - -<p> -In quelli stessi anni cominciarono a crollare e poco -dopo fallirono la compagnia dei Peruzzi e quella dei -Bardi, le quali avevano sovvenuto il re d’Inghilterra -nelle guerre contro a’ Francesi che a lui valsero le vittorie -di Crécy e di Poitiers. Per le loro mani venivano -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -tutte le rendite e lane e cose di quel re, ed essi fornivano -tutte sue spese e bisogni: tantochè i Bardi si -trovarono avere da lui più di centottanta migliaia di -marchi di sterlini, e i Peruzzi più di centotrentacinque -migliaia; che ogni marco valeva più di fiorini -quattro e un terzo d’oro, e in tutto montava più di -un milione e trecentosessantacinque mila fiorini d’oro. -Bene erano in quella somma da contare le provvisioni -a loro fatte in molti anni; «ma grande follia fu avere -messo tanta gran somma in uno Signore,» come scrive -lo stesso Villani il quale era o era stato in società coi -Peruzzi.<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> Molti di questi danari erano ad essi dati in -deposito da cittadini e forestieri; cosicchè il danno fu -grande, e per qualche tempo scemò il credito della -città di Firenze, nelle mercatanzie e nelle arti. Continuava -però la costruzione dei pubblici edifizi; e allora -sorgeva il campanile di Giotto, ed all’Arte della -lana fu data la cura di proseguire la fabbrica di -Santa Maria del Fiore, interrotta molti anni, a questa -assegnando certi proventi nuovi o soprattasse alle gabelle -del Comune. -</p> - -<p> -La Repubblica frattanto da ogni parte si ampliava -fuori dei termini dell’antico Stato; e primo passo in -quella via per cui si perde la libertà fu estendere il -dominio in altre città use a viver libere ed a fiorire -nella indipendenza.<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a> La giustizia delle repubbliche -cessa pel fatto delle conquiste; non sanno reggerle -temperatamente, e con le offese che ad altri recano, -a sè preparano servitù. A Roma e in Grecia le oppressioni -di molti popoli si coprivano con la bugia delle -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -colleganze; nella Toscana lo stesso nome soleva darsi -alle dedizioni, rifugio ultimo delle città smunte o lacerate -dalla discordia. Prima a cedere fu Pistoia, che -prima era stata cagione di scandali, e che aveva sopra -ogni altra patito in quegli anni, talchè l’istoria ne è -lamentevole.<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a> Fidava da ultimo nella fortuna di Castruccio; -ma pochi mesi dopo la morte del gran condottiero -dovette Pistoia venire a patti co’ Fiorentini, -i quali ne presero la guardia, ed uno loro cittadino -popolare andò a risedervi per capitano. Due anni dopo, -nel 1331, entrativi a forza con l’aiuto della parte che -stava per loro, corsero la terra, disfecero tutte le fortezze -del contado, ed una tosto ne fabbricarono dentro -la stessa città. La dedizione era per due anni,<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a> -continuata di mano in mano; un magistrato istituito -per le cose di Pistoia, e che dipoi ebbe nome di -<i>Pratica Segreta</i>, non è gran tempo che fu abolito. -Nel 1332 i Fiorentini fecero lega con la famiglia dei -Casali, i quali avevano la signoria di Cortona, e gli -tolsero in protezione; ch’era già porre come un freno -in bocca ad Arezzo. -</p> - -<p> -Le ambizioni del Vescovo Tarlati avevano fatto a questa -città quel che alla misera ed esausta Lucca le grandezze -di Castruccio. Morto il Vescovo, era capo di quella -famiglia il vecchio Piero, suo maggior fratello, noto -col nome di Pier Saccone: questi avuta contraria la -sorte delle armi, e stretto in mezzo tra città guelfe, -prima cercò fare accordo co’ Perugini per la signoria -d’Arezzo, poi la cedè ai Fiorentini l’anno 1337. I patti -furono, che per dieci anni il Comune di Firenze avesse -in Arezzo impero e libera giurisdizione, tenendo quivi -oltre al potestà e al giudice delle appellazioni, un capitano -di custodia e di guardia con dugento cavalli -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -ed altrettanti fanti italiani, ma non d’Arezzo nè del -contado. Che gli Aretini fossero esenti da nuove prestanze, -che si reggessero a popolo guelfo e ghibellino; -che gli esuli della città e del contado fossero rimessi -a’ loro beni ed agli onori. L’istesso obbligo noi troviamo -nel trattato con Pistoia, inteso al fine di mantenere -viepiù divise le città suddite: dai Ghibellini -poco temevasi, ed in Firenze il nome guelfo era strumento -alle soperchierie d’alcuni uomini prepotenti. -I Fiorentini mandarono a pigliare la possessione di -Arezzo dodici Commissari grandi e popolani: i grandi -veggiamo questa volta figurare, perchè l’impero spettava -al Comune di Firenze, nel quale tutti si comprendevano -i cittadini indistintamente, benchè lo stato -fosse del Popolo; ed in Arezzo poi volevano (come dicemmo) -piaggiare i nobili. Vi mandarono nel tempo -stesso il Generale di guerra con trecento cavalieri in -arme e tremila pedoni del Valdarno di sopra, ai quali -uscì incontro due miglia fuori della città il popolo -d’Arezzo con rami d’ulivo in mano gridando pace e -perpetua felicità alla Repubblica Fiorentina. Piero -Tarlati gli ricevè in sulla porta della città, della quale -poi nel maggior tempio furono date ad essi le chiavi -e il gonfalone della giustizia; non senza le pompe -delle usate dicerie, che si facevano in latino. Contuttociò -il primo atto della nuova signoria fu edificare -una fortezza a sopraccapo della città, e una bastìa -presso alla porta la quale s’apre verso Firenze. Nell’anno -1338 Colle di Valdelsa si diede anch’esso ai -Fiorentini. I patti vari delle dedizioni per cui si compose -il nuovo Stato della Toscana, indussero molta -varietà di privilegi, e condizioni disuguali nelle città -minori e nelle terre o comunità, e vita propria in ciascuna -d’esse. -</p> - -<p> -I Tarlati ritenevano intorno Arezzo molte castella, -che per l’accordo furono date in protezione alla Repubblica. -I Barbolani, cui era sede il forte sito di -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -Montaguto, ottennero anch’essi esenzioni e privilegi -finchè più tardi vennero a porsi sotto la stessa accomandigia. -I possenti Conti Guidi, che rimasero per -cento anni poi dominatori del Casentino, in quel trattato -ebbero favore siccome amici della Repubblica; la -quale però in quell’anno dava opera a fondare Terranuova -nel Valdarno superiore perch’ella stesse a -fronteggiare cotesti Conti e gli Ubertini, e raccogliesse -gli uomini liberi via via sottratti alla dominazione loro: -alla famiglia degli Ubertini, ed ai Pazzi di Valdarno, -ed a quei della Faggiuola, ed ai conti di Montefeltro, -ed ai conti Montedoglio fu vietato d’accostarsi per -dieci miglia alla città d’Arezzo. Molte contese e trattati -vari in questi anni ebbe la Repubblica, siccome -n’ebbe essa in ogni tempo co’ Signori dei castelli fin -dal principio della libertà:<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> costrinse i Bardi alla cessione -della contea di Mangona, restando ad essi quella -di Vernio, l’una e l’altra avute in compra dai successori -dei Conti Alberti che la tenevano dai Cadolingi. -Ai più deboli talvolta prestava aiuto contro a’ potenti; -riduceva altri a prestarle omaggio offrendo un cero a -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -San Giovanni; i vassalli dei Signori faceva sorgere a -coloni liberi,<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a> ed il popolo dei contadini viepiù avanzandosi -da ogni lato, in mezzo ad esso rimanevano le -rôcche nude e solitarie, intorno intorno come assiepate -dai frutti vegeti della libertà. Per le quali opere -la Repubblica meritava molto bene di tutta Italia e -della umanità: quel carattere che la Toscana ebbe -suo proprio e che apparve nella formazione della lingua, -fu mantenuto nelle istituzioni; e il genio etrusco -ed il latino presso che soli vi dominarono, perchè il -suolo era quasi sgombro da ogni vestigio di fedualità -straniera. Quindi la copia delle tradizioni che indussero -in questo popolo, come esperienze anticipate, la -temperanza nei pensieri; e quindi la buona economica -istituzione e le abitudini civili, che pure in mezzo a -feroci tempi lo educavano tuttavia alla mitezza dei -costumi; pregi del popolo di Toscana, che sopravvissero -a ogni decadenza ed a lui sono felicità. -</p> - -<p> -Ma la più lunga delle contese che la Repubblica -avesse mai co’ Signori dei castelli, fu con la casa degli -Ubaldini, dominatori assai potenti degli appennini -verso Bologna, pei quali spesso davano mano ai Ghibellini -di Lombardia, e infestavano le strade con grave -scapito dei commerci.<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> Vedemmo come i Fiorentini -validamente gli contenessero dalla parte del Mugello; -edificarono in questi anni dall’altra banda di quei -monti ed afforzarono una terra, cui diedero nome di -Firenzuola a suggerimento del Villani, siccome narra -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -egli medesimo.<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a> Tutte queste terre franche che si rinvengono -per l’Italia, mi pare abbiano la stessa forma, -come hanno certo nella Toscana: un quadrilatero che -le due maggiori vie dividono in quattro minori quadrati, -facendo croce in una piazza che sta nel mezzo -ed una porta a ciascun capo di quelle vie: eguale in -tutto era la forma che anticamente i Romani eserciti -davano ai loro accampamenti. Nè prima sorta era una -di queste terre che ad essa concedevano lo Statuto, -com’era costume che ogni Comunità avesse allora sue -proprie leggi per l’interiore amministrazione. Costretti -noi a tacere molte di quelle piccole fastidiose guerre -che ad ogni tratto si combattevano, e il por mano -che faceva la Repubblica a molte cose in ogni luogo -dove occorresse alla difesa o all’ampliazione di quello -Stato ch’essa reggeva; diremo solo che il Comune libero -di San Marino fu mantenuto per l’amicizia e -co’ denari de’ Fiorentini, cui premeva da quel lato -averlo a guardia della Romagna; talchè per essi potè -scampare quella onorata repubblichetta, che avanzata -come un saggio o una briciola del medioevo, rimane -infino ai giorni nostri.<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a> -</p> - -<p> -Ma la Repubblica di Firenze in tutto il corso di -quegli anni troviamo essere governata, non da uomini -potenti de’ quali il nome ottenesse fama per grandi geste -e grande seguito, bensì da mediocri ed oscuri cittadini -e di famiglie che poi rimasero anche talvolta -dimenticate, sebbene altre pure ne fossero che appunto -allora pigliavan luogo tra le maggiori della città. -Quella politica operosità che da più anni si dispiegava -con sufficiente concordia, o almeno senza civili guerre, -non ebbe capi che la guidassero, nè alcuna sorta di -continuità ne’ magistrati e nei consigli, che si mutavano -ogni tratto; e i divieti erano molto lunghi; pareva -che ognuno da sè facesse la parte sua, gl’ingegni -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -essendo molto arguti e gli animi eccitati, e questo -popolo mercatante avendo esteso l’azione sua molto -al di là della breve cerchia del suo piccolo territorio. -Firenze condusse le cose sue prosperamente quanto era -dato a democrazia, che non è atta alle imprese grandi; -quella di Lucca ebbe mali effetti, come appresso racconteremo. -</p> - -<p> -Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece -d’Italia, negli ultimi giorni del 1334 aveva impegnato -per poca moneta la città di Lucca ai Rossi di Parma; -e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la rivenderono -a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande -pro dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di -Matteo e la discesa del Bavaro, potè accrescere la -potenza di casa Scaligera così da essere egli divenuto -a tutta Italia formidabile più che altro principe -fosse stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per -le ricchezze e per il numero delle città che gli ubbidivano: -dicevano ch’egli si avesse di già fatto fare -una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona -credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito -contro a lui si collegarono i signori di Lombardia e -di Romagna e le città di Toscana; il re Roberto, impacciato -nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco valevole. -Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di -uno Stato che minacciasse le città libere, sempre andavano -di grande animo;<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> e avuta la meglio in un -primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto del -Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la -guerra. Nella quale erano già entrati i Veneziani gelosi -molto di quella potenza di Mastino che già da più -parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova e Treviso -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta -che la Repubblica di Venezia pigliasse parte molto -attiva ne’ fatti d’Italia, ogni suo studio essendo volto -alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo una lunga guerra, -benchè di gran mole quanto il secolo concedesse, non -prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto -a Mastino la signoria di Padova, e questi anche perduto -Brescia; i Veneziani, cui bastava l’avere frenate -le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed i Fiorentini -bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di -aversi meglio assicurata la possessione delle castella -di Valdinievole e di quelle del Valdarno, che per -l’addietro erano parte così dello Stato come della diocesi -di Lucca, allorchè era questa città, insin dai -tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè -a capo della Toscana. -</p> - -<p> -D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica -giorni tristi. Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta -in Europa per le Crociate e pe’ commerci, entrò in Firenze -la prima volta. E fu scritto vi perissero quindici -mila persone; preludio a quello tanto maggiore e -assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni -dopo. Alla peste tenne dietro la carestia; ed in quel -terrore volti gli animi a pietà, decretarono il richiamo -d’alcuni sbanditi, e parte dei beni posti in comune -restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano -dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a> -E in quello stesso anno Mastino avendo perduto Parma, -la quale venne in potestà dei signori da Correggio, -fece mercato co’ Fiorentini per la vendita di Lucca, -poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città -la via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini -rifiutato quella compra per poca moneta; ora -accettarono il trattato per dugentocinquanta mila fiorini -d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra ogni cosa -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali -loro, strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori -di Lombardia; e insieme con essi rotta la guerra, -si afforzarono presso alla stessa città di Lucca. Questa -riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca gente; -ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto -d’arme, e inferiori per la qualità e per il numero dei -soldati e mal serviti di capitano, si trovavano a mal -partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma essendo da -lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, -tuttochè Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di -Mastino, volgersi al Bavaro il quale era in quei giorni -venuto a Trento. Si vidde allora ciò che importasse -quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche -diecine (chè altro non aveva) di cavalieri tedeschi: -voleva però fosse in Toscana riconosciuto un vicario -dell’Impero, il che era disfare e capovolgere ogni cosa; -e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e -ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro -che tenevano depositato nei banchi di Firenze, -talchè fallirono molte case, ed ai mercanti fiorentini -mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato. Radunarono -contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, -ma di nessun frutto; dal che il nostro maggior -cronista piglia occasione a rilevare come le guerre -stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati -son da condurre non da mandare al combattimento.<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a> -Aveva egli alle prime guerre che si facevano -contro a’ Ghibellini veduto accorrere la città intera; e -cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro -Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio -mancò il sangue cittadino benchè più -scarso: piaceva adesso agli uomini delle botteghe restare -a casa e far le spese ai soldati mercenari; del -che avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -Le insegne imperiali venute nel campo guelfo non -bastarono, e ai Fiorentini avvenne quello che più -temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la -possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette -anni. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-3"><span class="smcap">Capitolo III.</span> -<span class="smaller">IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.]</span></h3> -</div> - -<p> -Le guerre esterne ed i mali pubblici che in città -bene ordinata hanno virtù di unire gli animi, viepiù -in Firenze gli dividevano, mancando quivi l’accumunarsi -nella disciplina delle armi o negli uffici dello -Stato; quelle fidate a mercenari, ed una parte dei -cittadini essendo esclusi da ogni ingerenza che desse -grado nella Repubblica. I grandi erano in Firenze anch’essi -popolo quanto alle gravezze che più degli altri -pagavano, ma battuti dalle leggi e dai magistrati popolani -e dai giudici o rettori chiamati sempre ai loro -danni; potenti però tuttavia per l’ampiezza delle possessioni -o per l’antica autorità sopra gli uomini del -contado, stretti per leghe e parentele co’ signori de’ castelli -e in tutta Italia co’ baroni e co’ principi delle -città che dipendevano dall’Imperatore.<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a> Quindi era il -popolo sempre in guardia, e le milizie cittadine bene -ordinate e numerose, ognora pronte a quella guerra -che sola amassero, contro a’ nobili; onde il sospetto -cresceva sempre nei danni pubblici e bastava a fare -insorgere questa guerra. In mezzo ai guasti di quel -diluvio che fu nell’anno 1333, i grandi avendo in -forza loro il sesto d’Oltrarno e il solo ponte che -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -rimanesse, temette il popolo qualche novità, e in mezzo -a quelle devastazioni per poco stette non si venisse -tra le due parti a civil battaglia. Nell’anno 1340 (e -tristo a dire, cessato appena il flagello della peste), era -in Firenze, oltre al Potestà e al Capitano del popolo -e all’Esecutore, un Capitano della guardia o bargello -creato di fresco a fare di quelle che le parti chiamano -giustizie: era costui un malvagio uomo di quella casa -dei Gabbrielli da Gubbio, d’onde altri uscirono a lui -consimili strumenti agli odii cittadineschi, lasciando -brutta celebrità. Aveva egli condannato per lievi cagioni -uno dei Bardi e uno dei Frescobaldi, le due -maggiori tra le famiglie grandi; le quali perciò si -congiurarono tutte insieme e co’ Tarlati e gli Ubaldini -ed i Pazzi di Valdarno e i Guazzalotri di Prato e i -Belforti di Volterra e quanti erano in Toscana avversi -agli ordini popolari. Nascevano Piero ed il vescovo -Tarlati da una donna de’ Frescobaldi, i Pazzi -tenevano case e amistà dentro a Firenze. Al primo -annunzio della congiura la città fu in arme; e a -que’ di fuori chiusa la via con la prestezza, ed avendo -già forzata il popolo molta parte del sesto d’Oltrarno, -erano i grandi in cattive strette, allorchè il Potestà, -che era Maffeo da Ponte Carali da Brescia, francamente -con sua compagnia passato il ponte Rubaconte, -comunque ciò fosse con pericolo di sua persona, parlò -ai congiurati con savie parole, e con cortesi minaccie -gli condusse la notte sotto la sua sicurtà e guardia a -partirsi di città; del che fu egli assai commendato. Si -venne poi alle condanne; e perchè a procedere contra -coloro che aderivano alla congiura ma non si erano -scoperti, sarebbe stato troppo gran fascio, bastò avere -condannato negli averi e nelle persone, oltre a pochi -altri, presso che trenta delle maggiori due casate. Non -erano tutti (per quel ch’io mi creda) congiunti di sangue, -ma forse consorti, siccome dicevano allora, per -carta, di cosiffatte consorterie essendo molto grande -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -usanza, talchè mutavano i casati pigliando quello del -più possente. Furono i palazzi di quelle famiglie messi -in puntelli nella città e nel contado, e guasti infino -a’ fondamenti; fu vietato a’ cittadini tenere castello -che fosse meno di venti miglia lungi dai confini del -contado o del distretto; posero, invece d’uno solo che -era prima, due Capitani della guardia, che uno in -città, l’altro nel contado: ordinarono che ogni popolano, -il quale potesse, fosse armato di corazza e di -barbuta alla fiamminga; furono in tutto più di seimila, -e molte balestre. Ed a viemeglio fortificarsi, tolsero il -bando agli sbanditi, solo che pagassero certa gabella; -ma fu grande male recare in città molti rei uomini e -malfattori.<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> -</p> - -<p> -Tuttociò era inteso a conservare lo Stato di quelli -i quali teneano nelle loro mani la Repubblica, venuta -allora a duro passo. Dal principio della guerra una -Balìa di venti cittadini popolani fu istituita ad amministrarla -con facoltà di levare tasse in quel modo -che volessero, o fare guerra o pace o leghe, senza sindacato. -Quest’era un porgli sopra le leggi; e in ciò si -mostrava la mala costituzione della Repubblica fiorentina, -ch’essa era ogni tratto costretta ricorrere a tali -balìe o dittature fidate a molti; pessime sempre perchè -in esse, tra gli altri vizi, entra il disordine che si -ha in animo riparare. I Venti erano di quei popolani -grassi, ai quali o ad alcuni tra essi appartenne quasi -direi legittimamente per tutto il tempo della Repubblica -il governo dello Stato, ma senza formare tra sè -un ordine che avesse fermezza alcuna nè continuità, -nè a’ grandi casi virtù bastante. Il Comune aveva dugentosessanta -mila fiorini d’oro l’anno di rendita assisa -(come la chiamavano), ed essi lo avevano indebitato -verso i cittadini suoi di quattrocento mila fiorini. -Sapevano essere diffamati per mal governo e baratterie, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -con l’accostarsi all’Imperatore aveano offeso la -parte guelfa; e mercatanti com’essi erano, cercavan -modo a rassicurare que’ loro amici napoletani che richiedevano -i depositi. A queste loro difficoltà parve -giungesse molto opportuno Gualtieri di Brienne duca -d’Atene e conte di Lecce nella Puglia, ch’essendo già -stato (come noi vedemmo) luogotenente pel duca di -Calabria nella guerra di Castruccio, aveva lasciato di -sè buon nome nella città: veniva da Napoli, ma non -però di commissione del re Roberto, con bella compagnia -di gente d’arme, a cercare sua fortuna. Era -Gualtieri di grande sangue dei reali di Francia, e -aveva ragioni nel regno di Cipro; di molta entrata ma -bisognoso, piccolo e brutto e barbuto, scaltro e disleale, -nutrito in Grecia più che in Francia. Grande favore -godeva egli presso ai re della casa di Valois, e quindi -ancora presso a’ pontefici che in Avignone dimoravano -assai devoti a quella corte. -</p> - -<p> -Messi alle strette i Reggitori, e non trovando altro -partito, prima lo elessero Conservatore del popolo -e Capitano della guardia, poi gli diedero per un anno -la capitaneria generale della guerra, e che potesse -fare giustizia personale nella città e fuori. Ma egli veggendo -la città divisa, e fatto cupido di maggiori cose, -cominciò tosto a praticare intelligenze co’ grandi che -di continuo cercavano rompere gli ordini del popolo; -a’ quali si aggiunsero anche di quei grossi popolani i -cui banchi erano in fallimento, e non potendo del proprio, -si confidavano di quel d’altri pagare i loro debiti. -Da costoro era il Duca visitato segretamente in -Santa Croce, dove egli aveva preso dimora, e da essi -molto sollecitato: quindi per darsi riputazione di severo -e di giusto, e per quella via accrescersi grazia -nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra -di Lucca perseguitava. Fece ad un Medici e ad un Altoviti -mozzare il capo; condannò a morte uno dei -Ricci e uno degli Oricellai (così chiamati da una tinta -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -gialla di cui tingevano i loro drappi), a’ quali dipoi -fece grazia della vita. Erano quattro delle maggiori -famiglie uscite di mezzo al popolo, e assai potenti di -parentadi e di ricchezze: i falli apposti ai condannati -non avean prove a sufficienza, ed essi chiari per -gli alti uffici esercitati nella Repubblica, tenuto avendo -anche più volte il Gonfalonierato e alcuni essendo -stati dei Venti.<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a> A questo modo si rendeva egli nella -città molto ridottato; ma i grandi ed il popolo minuto, -soliti essere soverchiati dalla prepotenza dei mezzani, -a quei fatti molto applaudivano; e quando il -Duca cavalcava per la città, la plebe gridava Viva il -Signore; quasi in ogni canto e palagio di Firenze -aveano dipinto l’arme sua, gli uni per avere da lui -favore, gli altri per tema. Quindi parendogli ogni cosa -poter tentare sicuramente, fece intendere ai Priori che -per il bene della città giudicava necessario gli fosse -data signoria libera: ma essi, co’ Dodici buonuomini, -e i Gonfalonieri delle compagnie e i Consiglieri, in -nulla guisa vollero acconsentire di sottomettere la libertà -della Repubblica di Firenze sotto giogo di signoria -a vita; il che non fu mai acconsentito nè ad -imperatore nè al re Carlo nè ad alcuno suo discendente. -Il Duca allora, che si fidava sopra l’aiuto -de’ grandi e il favore della plebe, fece pubblicare per -la città che nell’indomani egli farebbe parlamento -sulla piazza di Santa Croce, per il bene del Comune. -Al quale annunzio i Priori ed i principali dei Consigli -essendo entrati in grande sospetto, andarono a sera -tarda in Santa Croce, per quivi trattare d’accordi col -Duca. Una parte della notte si consumò in discorsi, -ed alla fine rimase conchiuso che la Signoria sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -a lui data per un anno con quella stessa giurisdizione -ch’ebbe il Duca di Calabria; il quale accordo si fermò -per vallati e pubblici strumenti, avendo il Duca sacramentato -conserverebbe il popolo in sua libertà e -l’ufficio de’ Priori e gli Ordini della giustizia. -</p> - -<p> -La mattina che fu il dì 8 di settembre 1342 il -Duca fece armare la sua gente, circa a centoventi uomini -a cavallo, e aveva in Firenze da trecento de’ suoi -fanti, e quasi tutti i grandi gli erano a’ fianchi: Giovanni -Della Tosa ed i suoi consorti erano a cavallo -insieme con gli altri con le armi coperte, e l’accompagnarono -da Santa Croce alla piazza de’ Priori. La -Signoria scese di palazzo, ed essendosi posti a sedere -col Duca in sulla ringhiera, uno dei Priori avea cominciato -a parlare, alloraquando la plebe ed alcune -masnade di quelle venute co’ grandi l’interruppero -gridando: <i>che sia la Signoria del Duca a vita, che -il Duca sia nostro Signore!</i> I grandi allora presolo -a un tratto tra le loro braccia, lo condussero al Palagio; -e perchè questo era serrato, forzando la porta, -misero il Duca in Palagio ed in signoria, cacciando -vilmente i Priori nella sala delle Armi. Quindi per alcuni -dei grandi fu tolto via il Gonfalone, e il libro -degli Ordini della giustizia stracciato, e poste le bandiere -del Duca in sulla torre, e suonate le campane a -Dio laudiamo: il Potestà e il Capitano del popolo assentirono -al tradimento. Due giorni dopo si fece il -Duca confermare signore a vita per gli opportuni Consigli; -e mise i Priori fuori del Palagio in una casa -privata con poca guardia, levando loro ogni ufficio ed -autorità, senza rifare il Gonfaloniere: tolse le armi a -tutti quei cittadini, qualunque si fossero, i quali avevano -privilegio di portarle. Otto dì poi fece il Duca -grande festa e solennità a Santa Croce, ed il vescovo -Acciaiuoli sermonando commendava innanzi al popolo -le magnificenze del nuovo signore. Per tale modo il -Duca d’Atene usurpava il principato. Poco dipoi -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa, e fuor del dominio -della città di Firenze San Gimignano e Volterra, se -gli diedero in potestà. Raccoglieva egli intorno a sè -tutti i Francesi e Borgognoni ch’erano in Italia, dei -quali ebbe tosto più di 800, e molti de’ suoi parenti -ed amici vennero di Francia. «Recarono questi in Firenze -nuove foggie di vestire, che anticamente era il -più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, -a modo di togati romani; ora pigliarono i giovani una -cotta ovvero gonnella corta e stretta, che non si poteano -vestire senza l’aiuto altrui, e una correggia -come cigna di cavallo con isfoggiata scarsella alla tedesca -dinanzi, e il becchetto del cappuccio lungo insino -in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo, e -colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme; e -i cavalieri vestiti d’uno sorcotto ovvero guarnacca -stretta, e le punte dei manicottoli lunghe infino a -terra, foderati di vaio e ermellini, come per natura -siamo disposti noi vani cittadini a contraffare gli -stranii oltre al modo d’ogni altra nazione, sempre -traendo al disonesto e a vanitade.» Trascrivo parole -del vecchio cronista, il quale narra pure, come i fatti -del Duca d’Atene essendo rapportati al re di Francia -Filippo VI di Valois, dicesse questi a’ suoi baroni: -<i>Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais hostel</i>.<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a> -Il re Roberto scrisse al Duca ammonendolo stesse col -popolo e conservasse gli ordini popolari, senza di che -gli vaticinava non manterrebbe lo stato suo a lungo -tempo nella città. -</p> - -<p> -Il Duca dipoi fece la pace co’ Pisani, i quali dovessero -tenere Lucca per quindici anni, con altri patti -che riuscirono poco graditi ai Fiorentini. A’ 15 ottobre -creò in Firenze nuovi Priori, senza Gonfaloniere; i -più, artefici minuti e mischiati di quegli, che i loro -antichi erano stati Ghibellini: ad essi diede un gonfalone -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -tripartito, dov’era l’arme del Duca in mezzo -tra l’insegna del Comune e quella del Popolo, e sopra -il rastrello dell’arme del re. Con che egli venne -a scontentare tutti gli ordini della città; e i grandi, -che prima lo avevano fatto signore perch’egli in tutto -annullasse il popolo, se ne turbarono forte, massime -quando egli ebbe fatto condannare uno dei Bardi, il -quale aveva stretto la gola ad un suo vicino popolano -che gli diceva villania. Cassò l’ufficio dei Gonfalonieri -delle compagnie e ogni altro pel quale fosse la plebe -sotto l’autorità dei popolani di maggior conto; il Duca -reggendosi co’ beccai, vinattieri e scardassieri, ad essi -dando consoli e rettori al loro volere, e disfacendo gli -ordinamenti delle Arti, pei quali solevano avere regola -i salari; in che era il forte della contesa tra il -grasso popolo e il minuto. Fece torre ai cittadini anche -le balestre grosse; ed al Palagio del popolo fece -nuove antiporte, e ferrare le finestre della sala di -sotto, dove si faceva il Consiglio; e volle comprendere -intorno al Palagio un grande circuito di grosse mura -e torri e barbacani, per fare col Palagio insieme un -grande e forte castello, il quale egli cominciò a fondare; -lasciando il lavorìo d’edificare il Ponte Vecchio, -ch’era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo -di quello pietre conce e legname: disfece le -case, ed anche volle disfare le chiese ch’erano dentro -a quel compreso per fare piazza, e altre belle case -tolse ai cittadini, mettendovi dentro di suoi baroni e -di sua gente. Di donne e di donzelle de’ cittadini per -sè e per sue genti si cominciarono a fare violenze e -molto laide cose; infra le altre, per cagione di donna -tolse Sant’Eusebio a’ poveri di Cristo che era alla -guardia dell’Arte di Calimala, e lo diè altrui illicitamente. -Levò a’ cittadini gli assegnamenti fatti loro sopra -le gabelle per i danari ch’essi avevano dovuto -prestare per forza a tempo delle guerre di Lombardia -e di Lucca, ch’erano più di trecentocinquanta mila -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -fiorini d’oro assegnati in più anni con alcuno guiderdone; -e questo fu grande male e rompimento di fede, -e molti ne furono diserti. Fermò le paghe dovute a -Mastino della Scala per la matta compera di Lucca, -talchè gli statichi ne rimasero due anni poi in Verona, -e la Repubblica restaurata, per liberarli, dovette -pagare centotto mila fiorini d’oro. Recò a sè -tutte le gabelle che andavano a più di dugento mila -fiorini, senza l’altre entrate e gravezze: fece fare -l’estimo in città ed in contado, e fecelo pagare, che -montò a più di ottanta mila fiorini; onde i grandi e -popolani e contadini, che vivevano di loro rendite, se -ne teneano forte gravati, siccome erano i cittadini di -continuo con le prestanze; e fece creare nuove e sformate -gabelle. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch’egli -regnò signore, gli vennero alle mani quattrocento mila -fiorini d’oro solo di Firenze, dei quali mandò tra in -Francia e in Puglia più di fiorini dugento mila; perocchè -in tutte le terre signoreggiate da lui non teneva -più di ottocento cavalieri, e quegli pagava male, -che al bisogno della sua ruina se n’avvidde. Costrinse -i mallevadori di quello degli Oricellai o Rucellai, del -quale sopra abbiamo detto, a farlo tornare con sua -securtà dal confine dov’egli era stato mandato a Perugia; -ma non serbandogli fede, lo fece impiccare con -una catena al collo, acciocchè non potesse essere spiccato, -e tolse ai mallevadori cinque mila quattrocentoquindici -fiorini d’oro, opponendo che il Rucellai gli -avea frodati al Comune in Lucca; i beni di quella famiglia -confiscò a sè. Creò nel contado sei potestà con -grande balìa di poter fare giustizia, e grossi salari: -i più furono delle case de’ grandi, e di quelli che -erano stati ribelli e rimessi in Firenze di poco: la -qual nuova potestà molto dispiacque a’ cittadini, e più -a’ contadini che portavano la spesa e la gravezza. Crudeli -e sconce giustizie faceva contro a’ cittadini, e due -ne mise a morte barbaramente perchè gli avevano rivelato -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -trattati o congiure fatte contro lui, ma egli credette -che lo dicessero per inganno. -</p> - -<p> -Potestà era per il Duca messer Baglione dei Baglioni -da Perugia, e Conservatore Guglielmo d’Assisi; -Simone da Norcia giudice sopra il rivedere le ragioni -del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava -per baratteria: di suo consiglio erano il Giudice -di Lecce ed il Vescovo d’Assisi fratello del Conservatore, -il Vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e un -Tarlati da Pietramala, il Vescovo di Pistoia e quello -di Volterra, e messer Ottaviano de’ Belforti; ma questi -erano d’apparenza, tenuti da lui per sicurtà delle -loro terre. Co’ cittadini aveva di rado consiglio; i -Priori erano in nome, ma non in fatto; le sue lettere -sottoscriveva <i>dux et dominus Florentinorum</i>;<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> ed egli -poi si ristrigneva con messer Baglione, e il Conservatore, -e Cerrettieri de’ Visdomini fiorentino di casa di -grandi, uomini corrotti in ogni vizio a sua maniera. -Teneva giostre in sulla piazza di Santa Croce, ma pochi -grandi e popolani vi giostrarono; fece sei brigate -di gente del popolo minuto, del quale cercava recarsi -l’amore, ma poco gli valse. La festa di san Giovanni, -fece fare alle Arti al modo antico, senza gonfaloni; e -la mattina della festa, oltre a’ ceri usati delle castella -del Comune ch’erano da venti, ebbe da venticinque -drappi, ovvero palii ad oro, e sparvieri e astori per -omaggio d’Arezzo, Pistoia, Volterra, e da San Gimignano -e da Colle, e da tutti i Conti Guidi e da Mangona -e da Cerbaia e da Monte Carelli e da Pontormo, -e dagli Ubertini e dai Pazzi di Valdarno e da ogni -baroncello o conticello d’attorno e dagli Ubaldini. -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -A’ 2 di luglio il Duca fermò lega e taglia con Mastino -della Scala e co’ Marchesi da Este e col signore di Bologna: -e prima l’aveva fatta coi Pisani, la quale molto -dispiacque a’ Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi, e -poco si osservò; perchè non era piacevol mischiato nè -buona compagnia, dice il Villani; del quale abbiamo -sin qui pigliate in prestito molte parole, come sovente -facciamo, perchè l’istoria di Firenze verrebbe ad essere -conosciuta male quando gli storici non si conoscessero. -</p> - -<p> -Era in Firenze un antico proverbio, il quale diceva: -«Firenze non si muove se tutta non si duole.» -Non ebbe ancora il Duca regnato tre mesi, e tutti gli -ordini della città a lui si erano nimicati; i grandi per -non avere riavuto lo Stato, ed i grossi popolani perchè -lo avevano perduto, ed i mezzani e minuti artefici -perchè il mal governo aveva fatto cessare i guadagni. -S’aggiungevano poi le insolenze di signoria francese, -gli oltraggi alle donne, e le rapine e crudeltà; cosicchè -ad un tratto più congiure si formarono contro al -Duca, tutti correndo allo stesso fine celatamente per -vie diverse. Dell’una era capo il vescovo Acciaiuoli, -quel medesimo che prima avevalo magnificato nelle -sue prediche; e con lui erano i Bardi e i Frescobaldi -e altri de’ grandi stati rimessi dal Duca, e le famiglie -dei popolani i quali, a fine di racconciare loro private -fortune, a lui si erano accostati. Avevano essi trattato -coi Pisani ed altri di fuori per assalirlo in Palagio; -ma egli si provvidde col mutare due volte le guardie -e crescere le difese, talchè il fatto andava in lungo. -Una seconda congiura, nella quale erano i Donati e i -Pazzi ed i Cerchi, voleva porgli le mani addosso -quando egli andasse in casa degli Albizzi a veder correre -il Palio; ma per sospetto non vi andò. Nella terza -si accoglievano in maggior numero di quei popolani -che più erano stati offesi, tra’ quali i Medici ed i Rucellai; -ma innanzi a tutti un Antonio degli Adimari -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -di casa i grandi. Era questa la congiura più vasta e -possente e pronta alle opere: se non che un masnadiere -senese comunicava la cosa ad uno de’ Brunelleschi, -non per iscoprirla, ma per credere che egli fosse -uno de’ congiurati; ed il Brunelleschi, per non essere -incolpato, la rivelò al Duca, e a lui condusse il masnadiere: -onde che altri furono presi e infine richiesto -lo stesso Antonio degli Adimari; il quale, tenendosi -sicuro per la grandezza sua, comparve in Palagio, -dove anch’egli fu ritenuto. Il che saputosi, molti altri -dei principali di ogni sètta o si nascosero o fuggirono, -e la città era in tremore. Ma il Duca trovando la -congiura contro a lui sì grande, ed egli essendo uomo -di piccola levatura e poca fermezza, non sapeva che -si fare; ed anzichè correre la terra con la sua gente -e col favore del popolazzo minuto, indugiò aspettando -altre masnade di fuori e trecento cavalieri che a lui -mandava da Bologna Taddeo de’ Peppoli signore o tiranno -di quella città. S’appigliò intanto ad un partito, -il quale fu a lui cagione ultima di ruina. Fece -richiedere trecento dei principali cittadini, sotto colore -di volersi nei casi presenti consultare seco loro, -e mandò fuori i suoi sergenti per la città con le liste, -nelle quali erano compresi molti ancora dei congiurati. -Ma la cattura dell’Adimari, ed il sapersi delle -masnade che il Duca aspettava, posero grande sospetto -negli animi dei cittadini; corse gran voce e -dipoi fu scritto che egli volesse, una volta che tutti -fossero in Palagio, assicurarsi di loro o con la morte -o in altro modo, e disertare la città per indi averla -a discrezione. Talchè i richiesti, comunicando gli uni -agli altri il sospetto, tutti negarono ubbidire; e scoprendosi -l’una sètta all’altra, di grande accordo, e -diponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza, deliberarono -levarsi in arme contro al Duca. -</p> - -<p> -Venuto dunque il dì seguente, che era sabato 26 luglio -1343, giorno di sant’Anna, all’ora di nona quando -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -erano usciti i lavoranti dalle botteghe, certi ribaldi e -fanti in Mercato vecchio, com’era ordinato, s’azzuffarono -insieme gridando All’arme all’arme; e incontanente -tutti i cittadini corsero a sgombrare i cari -luoghi, e s’armarono traendo ciascuno a sua contrada -e vicinanza, mettendo fuori le bandiere di cheto rifatte -con le armi del Popolo, e gridando <i>Muoia il -Duca e i suoi seguaci, Viva il Popolo e il Comune e -la Libertà!</i> E di presente fu asserragliata la città a -ogni capo di via: e quegli d’oltrarno grandi e popolani -si giurarono insieme e si baciarono in bocca, facendo -sbarre ai capi de’ ponti con intenzione, se tutta -l’altra terra di qua dall’acqua si perdesse, di tenersi -francamente nel sesto di là; prima avevano mandato -chiedendo aiuti ai popoli circonvicini. La gente del -Duca, sentendo il romore, montò a cavallo; e chi potè -fare in tempo, corsero alla piazza del popolo in numero -di trecento; furono gli altri presi, o morti o feriti -per gli alberghi e per le vie, e rubati i cavalli e -le armi. Uguccione de’ Buondelmonti ed i suoi consorti, -i Cavalcanti ed alcuni altri di case di grandi, -con dei beccai e scardassieri, andavano verso il Palagio -gridando <i>Viva il Signore lo Duca</i>; Giannozzo -de’ Cavalcanti, montato sopra un desco da tavernai, -gridava al popolo che traeva in piazza: <i>Non andate, -chè voi sarete tutti morti</i>: ma visto ch’ebbero come -il fatto andava, se ne tornarono a casa o seguitarono -il popolo, eccetto Uguccione rimasto poi nel Palagio -insieme co’ Priori delle arti, che ivi si erano rifuggiti. -Quelli del popolo, occupate le bocche delle vie che -vanno in piazza, e quelle sbarrate, si combatterono -lungamente con la gente armata del Duca, finchè la -sera medesima non furono questi costretti a fuggirsi -dentro il compreso del Palagio, lasciando fuori i cavalli. -Amerigo Donati e più altri, co’ loro parenti o -amici, assalirono allora le carceri delle Stinche con -tanto vigore che, aiutati dai rinchiusi, gli ebbero tutti -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -liberati; e con quell’impeto avviatisi al palagio del -Potestà, lo combatterono; insinchè essendosi il Potestà -fuggito con grande paura, fu quel palagio saccheggiato, -le carte bruciate, la prigione aperta: ruppero -poi la camera del Comune ed arsero i libri dov’erano -scritti i banditi ed i ribelli; e similmente quelli degli -atti della Mercatanzia: altre violenze non si fecero, se -non contro la gente del Duca. Allora quelli d’oltrarno, -avendo aperte le sbarre dei ponti, valicarono di qua -dall’acqua a piedi e a cavallo, e insieme con gli altri, -fatti levare i serragli delle vie maestre, liberamente -e da più lati e con le insegne del popolo alzate, e -grida e plausi, mossero tutti per la città verso il Palagio. -Erano più di mille a cavallo, e a piè diecimila -cittadini armati a corazze e barbute come cavalieri; -«il quale popolo fu molto nobile a vedere così possente -ed unito.» -</p> - -<p> -Il Duca assalito così fieramente, e non avendo in -Palagio che quattrocento uomini, e quasi altro che -biscotto, aceto e acqua, tardi cercando guadagnarsi la -grazia del popolo, la domenica mattina creò cavaliere -Antonio degli Adimari, che non voleva saperne; e poi -lasciato lui e gli altri i quali erano in custodia, fece -levare le insegne sue di sopra il Palagio, e porvi quelle -del Popolo; ma non per questo cessò l’assedio. La domenica -notte giunse il soccorso dei Senesi, trecento -cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente, -e con loro sei grandi popolani Senesi per ambasciatori. -San Miniato inviò dugento fanti ben armati, e -Prato cinquecento. Il conte Simone, ch’era dei Guidi -da Battifolle, ne condusse quattrocento; e il dì seguente -venne grandissima quantità di contadini bene -armati, di modo che la città si trovò piena di gente -del contado e di cittadini in arme. Da Pisa venivano -cinquecento cavalieri; ma perchè essi erano stati richiesti -dai grandi senza il consenso del Comune, ne -fece il popolo grande mormorio e il Comune gli rimandò; -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -furono assaliti, nel tornarsi, da quelli d’Empoli -e di Montelupo e di Pontormo e di Capraia, e -presi e morti più di cento. -</p> - -<p> -Il Vescovo intanto e altri popolani fecero bandire -parlamento, e congregati in Santa Reparata il lunedì -seguente, tutti in arme, di grande accordo elessero -quattordici cittadini, sette grandi e sette popolani, con -grande balìa di riformare la città e fare ufficiali e -leggi e statuti; e a far le veci del Potestà deputarono -tre cittadini grandi e tre popolani, i quali tenessero -ragione sommaria delle violenze e ruberie, ma non avessero -altro ufficio. Nè in questo mezzo il popolo si ristava -dal combattere il Palagio e andare cercando gli -ufficiali del Duca; e quanti poterono per la città rinvenire, -o celati nelle case o che fuggivano travestiti, -erano uccisi a furore, ed i fanciulli trascinavano i corpi -ignudi per la città. I Quattordici ed il Vescovo e gli -ambasciatori senesi e il conte Simone si cercavano -intromettere e fare accordi col Duca, al quale fine -alcuni di loro a parte a parte si vedevano entrare -ed uscire dal Palagio, benchè poco piacesse al popolo; -nè assentiva questi alcuna concordia, se non avesse -nelle mani il Conservatore Guglielmo d’Assisi ed il -figliuolo, e Cerrettieri dei Visdomini, per farne vendetta. -Ciò il Duca negava, ma infine minacciato dai Borgognoni -i quali erano rinchiusi seco, si lasciò sforzare. -«Appariscono (dice il Machiavelli) gli sdegni maggiori -quando si ricupera una libertà che quando si -difende.» Il primo d’agosto in sull’ora della cena i -Borgognoni pinsero fuori della porta del Palagio, in -mano dell’arrabbiato popolo, il figliuolo del Conservatore, -giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno dolorosamente; -e quei furiosi lo tagliarono e smembrarono -in minuti pezzi nella presenza del padre; il quale, -pinto fuori anch’egli, ebbe lo stesso governo; e chi -ne portava un pezzo in sulla lancia e chi in sulla -spada per la città; e vi ebbero de’ sì crudeli e bestiali -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -i quali si dissero avere mangiato le carni crude di quei -miseri. Il che fu scampo del Visdomini, che doveva -essere il terzo; ma saziati i suoi nemici non lo addomandarono, -e si fuggiva poi di città. Il Duca si arrese -quel giorno medesimo, e cedè il Palagio, salve le persone, -rinunziando ogni signoria o ragione che avesse -egli nella città, e a cautela promettendo ratificare ciò -quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. -Rimase però tre altri giorni per paura; e quando il -popolo fu racquetato, uscì di Palagio accompagnato -dalla gente dei Senesi, dal conte Simone e da taluni dei -maggiori cittadini grandi e popolani, datigli a guardia -dai reggitori. Giunto a Poppi, ch’era la principale -terra dei conti Guidi, ratificò male a grado la promessa; -quindi per Bologna andò a Venezia, ed ivi noleggiate -due galere, si tornò in Puglia. Partito il -Duca, si disfecero i serragli, s’apersero le botteghe; -e i Quattordici cassarono gli atti del Duca, salvo le -paci da lui fatte tra’ cittadini, che fu (come scrivono) -la sola buona cosa ch’egli facesse: anche gli posero -taglia addosso, del che ebbero poi grave dissidio coi -re di Francia; e lo fecero dipingere vituperosamente, -lui ed i suoi satelliti, nella Torre del palagio del Potestà. -Ordinarono che il giorno di sant’Anna fosse -come pasqua; e anche oggi si veggono appese in quel -dì le bandiere delle Arti in giro attorno al bell’edificio -il quale ha nome di Or San Michele.<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -</p> - -<h3 id="cap4-3"><span class="smcap">Capitolo IV.</span> -<span class="smaller">CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.]</span></h3> -</div> - -<p> -Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si -ribellarono; Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e -disfecero i castelli che i Fiorentini aveano fatti, Volterra -tornò in signoria dei Belforti, e Castiglione Aretino -di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono l’esempio -presso che tutte le altre maggiori terre del dominio -della città di Firenze. E come agli oppressi di fuori -era stata l’occasione buona, così anche parve essere -a quelli di dentro: chiedeano i grandi avere parte negli -uffici, poichè erano stati insieme con gli altri a -racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi -popolani, o, come dicevano in Firenze, le <i>Famiglie</i>, -alcune delle quali avevano tenuto in mano lo Stato e -si credevano ripigliarlo con l’appoggio allora dei grandi, -coi quali avevano molte parentele: gli altri artefici ed -il popolo minuto sarebbero stati contenti che i grandi -avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato -e dei Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti -ragionamenti «che parvero trattati;» perchè ogni -qualità di cittadini faceva parte da sè: ma infine per -mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi ottennero -i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè -il numero dei priori pareva scarso a mettervi i -grandi, e i Sesti erano mal divisi; quelli d’Oltrarno -e di San Piero Scheraggio tra loro due soli pagando -oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero -la città in Quartieri, e insieme il contado che -si partiva, come sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando -ciascun Piviere o Comune al quartiere che guardava -a quella parte della campagna, e facendo nuova -descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -portava la novella partizione.<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a> Dopo di che il -Vescovo ed i Quattordici elessero diciassette cittadini -popolani e otto grandi per quartiere, che insieme con -loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali -cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono -fossero dodici Priori; chè tre per quartiere, -uno dei grandi e due popolani; e otto Consiglieri, -metà grandi e metà popolani, che deliberassero le cose -gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; -e gli altri uffici a mezzo co’ grandi.<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a> -</p> - -<p> -Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la -terra che Manno Donati uomo armigero, ed altri caporali -di case possenti, doveano essere dei Priori: -onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se -non che udendo gli eletti essere uomini pacifici, si -acquetava per allora. Ma gli Ordini della giustizia non -essendo riformati, e per l’appoggio che avevano i -grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze -ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè -bastava loro avere mezzi gli uffici sebbene fossero -mille soli ed i popolani venti mila, e mal sostenevano -la compagnia degli artefici: dall’altra banda ai popolani -grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di -loro, che non da più e di maggior grado. La città si -commoveva di bel nuovo col favore di quell’Antonio -degli Adimari chè primo insorse contro il Duca, e di -Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano -dal popolo stati fatti cavalieri. Per il che furono essi -col Vescovo, il quale era buono uomo ma di poca fermezza, -e lo persuasero s’accordasse a che i grandi -fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi -udendo il partito che si voleva porre innanzi, e chiamando -il Vescovo traditore, si cominciarono a fornire -d’armi e di genti e a mandare fuori per aiuti. Sentendosi -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -ciò per la città, molti popolani armati vennero -in piazza gridando ai Priori popolani: <i>gittate dalle -finestre, gittate dalle finestre i Priori de’ grandi, o -noi vi arderemo in Palagio con loro insieme</i>. E recata -la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’ Priori -popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; -talchè alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, -convenne a’ Priori grandi uscir di Palagio accompagnati -alle case loro sotto scorta con grande paura. -Partiti i quali, i Priori rimasti in numero di otto, condussero -a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero -il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado -uno dei Priori popolani, ed il Consiglio del popolo formarono -da settantacinque uomini per quartiere, con gli -altri uffici poco mutati da quel che solevano essere -innanzi alla signoria del Duca. -</p> - -<p> -In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e -la plebe sollevata, cadde in pensiero ad un Andrea -Strozzi, grosso popolano di molta ricchezza, farsi padrone -della città. Vendeva egli il grano alle case sue -a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; -forse da principio a solo studio di popolarità; ma poi -cresciutogli il favore, e come era egli naturalmente -vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose. Tantochè -un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a -cavallo e andò per la città raunando intorno a sè ribaldi -e scardassieri e minuta gente; nè prima fu in piazza, -ch’erano forse quattro mila gridando: <i>Viva il popolo -minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso</i>; facendo -mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, -benchè molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea -gli ammonissero andarsi con Dio, se dal Palagio non -erano cacciati con pietre e balestre, onde alcuno fu -morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa -prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per -le preghiere dei vicini e tra per la forza, e dicendo: -Noi andiamo dietro ad un pazzo, cominciò la folla a -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto dei parenti, -ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che -nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio -in quel conato di signoria, che pare somigli di tutto -punto questo d’Andrea Strozzi, essendo anche presso -che eguali le condizioni delle due città. -</p> - -<p> -I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l -grasso e il minuto popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano -la plebe, più che mai afforzandosi ne’ serragli, -e mettendo dentro sbanditi e contadini ed altra gente -in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di Lombardia. -Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido -da Siena, e alcune milizie da Perugia; il popolo si -armava e metteva sbarre: il che alla plebe, che stava -pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed al dividere -così le forze dei popolani: la città era tutta in arme -e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che -stavano per il Comune erano più forti, avendo il Palagio -e la campana e le porte della città, salvo quella -di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè la forza -dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, -se a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi -aspettavano dalla parte ghibellina. Stando così tutti -in arme ed in gelosia, il popolo del quartiere di San -Giovanni, del quale si fecero capi i Medici e i Rondinelli, -senza ordine di comune, il dopo desinare del -dì 24 di settembre in numero forse di mille uomini -assalirono le torri e case di quei degli Adimari i quali -erano chiamati Cavicciuli; e cominciato l’assalto e crescendo -di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli -veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si -accordarono, e patteggiati si arrenderono, consentendo -che fossero poste su’ loro palagi le bandiere dell’arme -del Popolo, senza ricevere altro danno per amore dei -loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i -Pazzi ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati -dalla massa dei popolani che sempre ingrossava, -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -non fecero resistenza venendo a patti; dimodochè tutta -la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve -fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, -e tutta in mano dei popolani. -</p> - -<p> -Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più -grossa e compatta dei grandi d’oltrarno, dei quali -erano principali i Bardi ed i Rossi ed i Mannelli e i -Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano di -là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza -di case del popolo, e che erano di minor possa, ben -tosto cederono: e il popolo vittorioso, passato il ponte -alla Carraia, si volse tutto ad assalire le case dei Frescobaldi, -alle quali era stato loro aperto il passo dai -Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. -Al quale assalto i Frescobaldi sè conoscendo -essere impotenti, si rifuggirono alle case loro chiedendo -con le braccia in croce mercè al popolo, che gli ricevette -senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero -il somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più -volte erano quei del popolo stati fieramente ributtati, -sì forti erano le torri dei Mannelli al ponte Vecchio -ed altre di là bene armate di bertesche, ma soprattutte -la possa dei Bardi molto valida di gente e di -serragli e di fortezze; insinchè per una via che da -pochi anni era stata fatta non senza disegno, e che per -le case dei Pitti girava alla porta di San Giorgio, non -venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro -le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti -sì aspramente combattere, cominciarono ad abbandonare -i loro serragli; e questi essendo dopo contrasto -lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di un conestabile -tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi -alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di -quelli da Panzano che per loro proprio scampo si erano -messi col popolo, da essi furono ricevuti, poi trafugati -fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino -alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -con tale rapina che era a vedere rabbiosa cosa; dove -ciascuno trovò che tôrre, e chi avesse voluto frenare -il popolo, era il primo rubato e morto: grande fatica -fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero -fuoco ed arsero ventidue tra palagi e case grandi e -ricche: il danno che i Bardi ebbero tra rapine ed -arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini d’oro. -Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini -presso alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare -contro alle case dei Visdomini e quelle rubare per -compiere la vendetta contro a messer Cerrettieri: ma -in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle case -dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che -informato il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie -e buona gente a piè ed a cavallo, portando ceppi -e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e mani ai -malfattori; gli altri furono messi in fuga. -</p> - -<p> -Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta -la plebe, il popolo montò in grande stato e baldanza, -e specialmente i mediani ed artefici minuti; chè -allora il reggimento della città rimase alle ventuna -Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la -terra: e col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini -e del conte Simone da Battifolle che aveva in -quei fatti prestata opera eccellente, celebrarono in casa -i Priori uno squittinio, al quale intervennero duecentosei -de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, -o ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi -nella balía col nome d’aggiunti o, come dicevano, -d’arruoti: furono da essi posti a partito tremila trecento -quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo -da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni -due mesi degli ufficiali. Ordinarono che fossero otto i -Priori, due per quartiere, e un Gonfaloniere di giustizia; -che de’ Priori fossero due popolani grassi, e tre -dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si -mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -d’uomini. Si trovò poi che degli artefici minuti erano -più che non fosse l’ordine dato; il che addivenne perchè -i collegi degli artefici erano stati nello squittinio -più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo -e il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze -veduto mutare quattro reggimenti: e la breve tirannia -del Duca d’Atene e le susseguenti rivolture questo -produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse -venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo -via via di molto il numero dei nuovi uomini, i quali -scendevano in Firenze dal contado e acquistavano cittadinanza, -«Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) che -sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: -mi fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore -e di carità tra loro, e pieni d’inganni e di tradimenti; -ed è rimasta questa maledetta arte in Firenze, in quelli -che ne sono rettori, di promettere bene e fare il contrario, -se non sono provveduti o di grandi prieghi o -di grande utile.<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>» In altro luogo conchiude: «ch’erano -male retti dai nobili e peggio dai popolani.» -</p> - -<p> -Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero -affatto esclusi da quelli uffici nei quali era il governo -dello Stato: sedeano bensì nel Consiglio del Comune, -potevano essere dei Cinque della mercanzia, siccome -più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata -una Balía per la condotta d’una guerra o di altro -negozio di gran momento, era costumanza di porvi -almeno uno dei grandi, che in certi casi andavano -anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di -Parte guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al -Comune. Rinnovarono al tempo stesso anche i penali -Ordinamenti della giustizia contro a’ grandi, i quali -erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in questo -solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore -tutta la casa e schiatta di lui era tenuta pagare -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -al Comune lire tremila, ora si corresse che i soli parenti -fino al terzo grado fossero tenuti, ma riavendo il danaro -quando rendessero preso il malfattore o lo uccidessero. -Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di -grandi furono per sospetti mandati chi in qua chi in -là a confine: a molti, che avevano pigliato servigi -co’ signori di Lombardia o ch’erano andati cercando -fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero -dentro al termine di due mesi sotto pena di ribelli. I -libri dei ribelli essendo stati arsi, vennero fatte le -nuove liste dove alcuni furono aggiunti, ed altri rimessi -in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati per -antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, -furono ad essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. -I grandi rimasti si ritrassero la maggior parte in contado -alle loro possessioni, quivi tenendosi quieti quanto -potevano maggiormente. Furono poi levati dal novero -de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, -uomini della città e del contado, o per la grazia che -si avessero acquistata appresso al popolo, o più sovente -perchè le case loro fossero venute in depressione da -non temerne;<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> e nel contado non pochi, tuttochè avessero -sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione -di lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi -grandi fatti di popolo essere per cinque anni nè -de’ Priori, nè de’ Dodici, nè Gonfalonieri di compagnie, -nè capitani delle Leghe del contado. E se alcuno dentro -dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani, -fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di -quelli che furon fatti di popolo, e vollero essere veramente -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -popolani, mutarono i loro casati, a ciò astretti, -o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi -quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, -ebbe rimesso in istato quelli che prima erano -abbassati. -</p> - -<p> -Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte -dei grandi, scaduta prima e dimezzata con la oppressione -dei Ghibellini, i quali serbavano con più costanza -e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata -un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo -perduto con la morte di Corso Donati il solo braccio -che fosse atto a sorreggerla tantoch’ella mantenesse -il grado suo nella Repubblica. Veramente le famiglie -che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto -è lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si -erano aggregate alla nobiltà quando era prossima a -cadere, cresciute essendo pei commerci:<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> di tali uomini -si poteva costituire un patriziato. Ma gli guastavano -le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono -ai costumi del nuovo popolo di Firenze che gli -teneva come stranieri; e dopo averli cacciati via, gli -parve essere sollevato, e fatto libero di trattare le -cose sue più alla domestica. Allora però venne a scoprirsi -e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che -ne’ traffici è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; -o come oggi si direbbe, tra ’l capitale ed il lavoro: -ed il popolo minuto, che aveva in uggia la sovranità -dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso, -andò in traccia di un padrone solo. Inoltre -mancò, in città esposta a continue guerre, l’educazione -delle armi che presso i nobili risedeva, e mancò -al popolo quella tempra del corpo e dell’animo, la -quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -virtù dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi -medesimi, ch’è il pregio e l’anima e la forza della -militare professione. Chi però guardi alla meschinità -ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia si combattevano, -dirà che al popolo di Firenze non fu gran -perdita il tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali -in tutta quella età più aspri erano che generosi. Pure -qualcosa venne a mancare a questo popolo ridotto allora -tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve -sinchè durarono i tempi floridi della libertà, quando -la vita si espandeva in tanti modi e i cittadini facevano -acquisto alla patria loro, per via delle opere -dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze. -</p> - -<p> -I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo -stato, nè fatti accaddero d’importanza se non -che in ordine ad altre cose che dipoi vennero a conseguenza, -e che in appresso registreremo. Successe lugubre -l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita -pestilenza, che dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno -e nei primi susseguenti quasichè tutta l’Europa; -distruggendo (come scrivono) tre quinte parti -della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza -degli autori contemporanei, e per il novero che -poi ne fecero insieme il Vescovo e la Signoria. Il che -però non si può intendere che fosse dentro alla città -sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano fuggiti -e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia -di necessità correggere, dentro al contado o al dominio, -che era a quel tempo molto angusto. Lamentano -anche il peggioramento dei costumi, per quella certa -stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè -egli si avvezza troppo allo spettacolo della morte, -la più comune delle umane cose; e per le subite ricchezze -dalle insperate eredità, e pel disciogliersi d’ogni -vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano -abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte -di Magistrati nei cinque mesi che infuriò il morbo. -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -Scrivono pure come alla pestilenza seguitasse carestia -pel difetto delle braccia, e perchè il popolo degli artigiani -ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti -ricchi e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti -a vil prezzo comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo -per esso strabocchevoli mercedi: lo stesso facevano -i lavoratori delle terre, gli opranti e i servi parlavan -alto.<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a> Che molti vizi e corruttele venisser su da -quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche -solo basterebbe a dimostrarcelo il Decamerone: -ma le migliori virtù passavano tanto più oscure e men -lodate quant’esse erano meno rare; e argomento di -virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, -privati uomini e popolani. Narrano essi come per la -viltà anche talvolta dei congiunti, molti perissero derelitti; -ma poi raccontano altresì come cessato il terrore -primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli -ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, -quando i chiusi nelle ville non isfuggivano il -morire. Dicono della moneta estorta dai falsi medicanti, -ma soggiungono che per coscienza molti anche -poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero -fatte co’ testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia -di Or San Michele n’ebbe a sè sola fino a -trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè -i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -cupidità degli amministratori con brutto esempio e -grave scandalo: minori lasciti ma considerevoli ebbero -pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto -in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia -e lo Spedale di Santa Maria Nuova. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap5-3"><span class="smcap">Capitolo V.</span> -<span class="smaller">DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. -ENTRATE E SPESE DEL COMUNE.</span></h3> -</div> - -<p> -Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci -guida infino a qui, nè altra migliore avremo noi -tra quanti scrissero delle cose nostre. Vedemmo già -come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta -anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse -le Istorie infino al termine della vita sua. Giovane -insieme con l’Alighieri, formava sè stesso alla -grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta rettitudine -la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza -di pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di -buoni tempi e di quieto vivere, ma sì di animi che -abbiano sicurezza di sè medesimi e interna pace. Era -Giovanni di quei <i>buoni uomini</i> da lui sovente posti in -iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile, -e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, -pacati e forti perchè cercavano insieme al proprio -il comun bene, e il vero sempre in ogni cosa. -Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere -un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto -intorno allo stato di Firenze ed alle forze della città -ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il quale sebbene -risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere -la narrazione, a questo luogo dove incominciano -tempi nuovi, risorgendo la città in breve ora da quei -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano afflitta. Da -molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe statistica -di Firenze; massimamente in quella parte la -quale spetta alle scuole pubbliche e alla coltura di -questo popolo: e più altri lumi sono da trarne circa -alla pubblica economia ed alle tasse ed al maneggio -della civile amministrazione, materia amplissima agli -studi cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un -poco spostato qui l’ordine delle materie per farne a -tutti più chiara e agevole la lettura; la quale se a -molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa -d’avere interrotto in questo luogo con le parole del -Villani il nostro racconto. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava -la città d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e -il suo contado, Colle di Valdelsa e la sua corte; e in -ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, -e teneva diciotto castella murate del distretto e del -contado di Lucca: e del nostro contado e distretto -quarantasei castella forti e murate, senza quelle di -propri cittadini; e più terre e ville senza mura, che -erano in grandissima quantità. -</p> - -<p> -Troviamo diligentemente che in questi tempi avea -in Firenze circa venticinque mila uomini da portare -arme da quindici anni infino in settanta, tutti cittadini, -intra’ quali millecinquecento cittadini nobili e potenti -che sodavano per grandi al Comune.<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> Erano in -Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene -troviamo che innanzi che fosse fatto il secondo popolo -che regge al presente, erano i cavalieri più di dugentocinquanta: -che poichè il popolo fu, i grandi non ebbono -stato nè signoria come prima, e però pochi si -facevano cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -novanta mila bocche tra uomini e femmine e fanciulli, -per l’avviso del pane che bisognava nella città: ragionavasi -avere continui nella città da millecinquecento -uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando -i religiosi e frati e monache rinchiusi, onde -faremo menzione appresso. Stimavasi avere in questi -tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta mila -uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava -i fanciulli (imperocchè ogni maschio che si battezzava -in San Giovanni, per averne il novero metteva -una fava nera, e per ogni femmina una fava -bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque -alle sessanta centinaia, avanzando più il -sesso mascolino che il femminino da trecento in cinquecento -per anno.<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> Troviamo i fanciulli e fanciulle -che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli -che stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei -scuole, da mille in mille dugento. E quelli che stanno -ad apprendere la grammatica e loica in quattro grandi -scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le chiese -in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese -de’ Frati religiosi, troviamo essere centodieci; tra le -quali sono cinquantasette parrocchie con popolo, cinque -badie con due priori e con da ottanta monaci; ventiquattro -monasteri di monache con da cinquecento -donne; dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta -in trecento cappellani preti. Trenta spedali con più di -mille letta da allogare i poveri e infermi. -</p> - -<p> -Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o -più, e facevano da settanta in ottanta mila panni, che -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -valevano da un milione e dugento migliaia di fiorini -d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per -ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne -più di trenta mila persone. Ben troviamo che da -trent’anni addietro erano trecento botteghe o circa, -e facevano per anno più di cento migliaia di panni; -ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora -non ci entrava e non sapeano lavorare lana -d’Inghilterra, come hanno fatto poi.<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> I fondachi dell’arte -di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani -erano da venti, che faceano venire per anno più di -dieci mila panni, di valuta di trecento migliaia di -fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze, senza -quelli che mandavano fuori di Firenze.<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> I banchi -de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro -che si batteva era da trecentocinquanta migliaia di -fiorini d’oro, e talora quattrocento mila; e di danari -da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa venti -mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; -Notai secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe -di Speziali cento,<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> molti altri mercanti, merciai e di -molte ragioni artefici. Erano da trecento e più quegli -che andavano fuori di Firenze a negoziare.<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -</p> - -<p> -Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e -troviamo per la gabella della macinatura e per gli -fornai, che ogni dì bisognava alla città dentro centoquaranta -moggia di grano; non contando che la maggior -parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con -loro famiglie stavano quattro mesi l’anno in contado, -e tali più: l’anno 1280, che era la città in felice e -buono stato, volea la settimana da ottocento moggia. -Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque -mila cogna; e quando vi è abbondanza, circa dieci -mila più. Buoi e vitelle l’anno quattro mila, castroni -e pecore sessanta mila, capre e becchi venti mila, -porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni -anno per la porta a San Friano quattro mila some di -poponi. -</p> - -<p> -In questi tempi avea in Firenze le infrascritte -signorie forestiere, che ciascuna teneva ragione e avea -corda da tormentare; cioè il Potestà, il Capitano e -difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore degli -Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia -ovvero Conservatore del popolo, il quale avea più balía -che gli altri. Tutte queste quattro signorie aveano -arbitrio di punire personalmente: e più, il giudice della -ragione e dell’appellagione, il giudice sopra le gabelle, -l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale -della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di -ufficiali ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, -la corte del vescovo di Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica -pravità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -</p> - -<p> -La città era dentro bene situata e albergata di -molte belle case, e al continovo in questi tempi s’edificava -a farle viepiù agiate e ricche, recando di fuori -belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese cattedrali -e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. -Oltre a ciò, non v’era cittadino popolano o grande che -non avesse edificato o che non edificasse in contado -grande e ricca possessione con belli edifici e molto -meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava, -e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì -magnifica cosa era a vedere, che i forestieri non usati -a Firenze venendo di fuore, i più credevano per li -ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia -intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; -senza i ricchi palagi, torri, cortili e giardini murati -più di lungi alla città, che in altre contrade sarebbono -chiamate castella. Insomma, si stimava che d’intorno -alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili -abituri che due Firenze non ne avrebbono tanti. -</p> - -<h4>ENTRATE DEL COMUNE.</h4> - -<p> -Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola -entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in -questi tempi per gabelle; e quando bisognava per le -guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le -ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, -con guiderdoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste -infrascritte gabelle furono levate per noi diligentemente -da’ registri del Comune; e, come potrete vedere, -montavano l’anno circa a trecento mila fiorini -d’oro, talora più talora meno: che sarebbe gran cosa -a un reame, nè il re Roberto ha d’entrata tanti, nè -quello di Sicilia nè quello d’Aragona. -</p> - -<p> -La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia -e cose ch’entravano e uscivano della città, fiorini -novanta mila dugento d’oro. La gabella del vino a -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto mila -trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira -l’anno, fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, -vendendo a’ cittadini lo staio soldi quaranta di piccioli, -e a’ contadini soldi venti, montava fiorini quattordici -mila quattrocentocinquanta: queste quattro -gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. -I beni de’ rubelli sbanditi e condannati valeano -l’anno fiorini settemila. La gabella sopra i prestatori -ed usurieri, fiorini tremila. I nobili del contado pagavano -l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti -valeva l’anno fiorini ventimila.<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a> La gabella delle bestie -e del macello della città, fiorini quindicimila; quella -del macello del contado, fiorini quattro mila quattrocento; -quella delle pigioni valeva l’anno fiorini quattro -mila centocinquanta. La gabella della farina e macinatura, -fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella -de’ cittadini che vanno di fuori in signoria, valeva -l’anno tre mila cinquecento. La gabella delle accuse -e scuse, fiorini mille quattrocento. Il guadagno delle -monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini -duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e -piccioli, pagato l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I -beni propri del Comune e passaggi valevano l’anno -fiorini mille secento. I mercati nella città delle bestie -vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, -misure e paci e beni in pagamento,<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> fiorini secento. -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -La gabella della spazzatura d’Orto San Michele e -prestare bigonce, fiorini settecento cinquanta.<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a> La gabella -delle pigioni del contado, fiorini cinquecento cinquanta; -quella de’ mercati del contado, fiorini duemila. -Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono -fiorini ventimila, e gli più anni montano troppo più. -L’entrata de’ difetti de’ soldati da cavallo e da piè -valeva l’anno fiorini settemila.<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a> La gabella degli sporti -delle case, fiorini settemila: quella delle trecche e trecconi, -fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del sodamento -di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento -e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata -delle prigioni,<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini -cento l’anno. Quella de’ foderi di legname che -viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella degli -approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno -fiorini dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli -delle Arti, la parte del Comune si fa l’anno valere -fiorini trecento. La gabella sopra le possessioni del -contado, fiorini......; quella delle zuffe a mani vuote -si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non -hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -in su,<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a> fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, -fiorini..... Somma da trecentomila di fiorini -d’oro e più. -</p> - -<h4>SPESE DEL COMUNE.</h4> - -<p> -Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, -cioè che erano di necessità per anno: il fiorino d’oro -valeva tre lire e soldi due di piccioli. -</p> - -<p> -Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire -quindici mila dugento quaranta di piccioli. Il salario -del Capitano del Popolo e di sua famiglia, lire cinque -mila ottocento ottanta. Il salario dell’Esecutore degli -Ordini della giustizia contro a’ grandi con la sua famiglia, -lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore -del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta -cavalieri e cento fanti, fiorini ottomila quattrocento -d’oro l’anno: quest’ufficio non è stanziale, se non -come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice delle -appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento. -L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e -altri divieti, lire mille. L’ufficiale sopra la piazza -d’Orto San Michele e della Badia, lire milletrecento. -L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire mille. Gli -ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati, lire -dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del -Comune e loro ufficiali e massari e loro notai e frati -che guardano gli atti del Comune, mille quattrocento. -Gli ufficiali sopra le rendite proprie del Comune, lire -dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire -ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori -Priori e di loro famiglia costa l’anno lire tremila -secento. I salari dei donzelli e servitori del Comune, -e campanai delle due torri, cioè quella de’ Priori e -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano, -con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia -de’ signori Priori, lire cinque mila dugento. Il -notaio forestiere sopra le Riformagioni e il suo compagno, -lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del -Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. -Per lo pasto de’ Lioni;<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> torchi e candele e panelli per -li Priori, lire duemila quattrocento. Il notaio che registra -nel Palagio de’ Priori i fatti del Comune, lire cento. -I messi che servono tutte le signorie, per loro salario, -lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del -Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, -trombette in numero dieci con trombe d’argento, per -loro salario, lire mille. Per limosine a religiosi e spedali, -l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che guardavano -di notte alle porte della città, lire diecimila -ottocento. Il palio di sciamito che si corre l’anno per -san Giovanni, e quelli di panno per san Barnaba e -per santa Reparata, costano l’anno fiorini cento d’oro. -Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune, -lire milledugento. Per ambasciatori che vanno -per lo Comune, stimati l’anno fiorini cinquemila d’oro -e più. Per castellani e guardie di rôcche le quali si -tengono per lo Comune di Firenze, fiorini quattromila. -Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento -e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma -l’opportune spese, senza i soldati a cavallo e a piedi, -fiorini quarantamila d’oro e più l’anno. A’ soldati a -cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero fermo, -ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni -che occorrevano al Comune; ma al continuo si può -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -ragionare, senza quelli della guerra di Lombardia, non -facendo oste, da settecento in mille cavalieri e altrettanti -pedoni continuamente. Non facciamo conto delle -mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica -del Duomo), e di più altri lavori di Comune, -che non si possono mettere in numero ordinario.<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap6-3"><span class="smcap">Capitolo VI.</span> -<span class="smaller">GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE -CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI -E RICCI. [AN. 1349-1358.]</span></h3> -</div> - -<p> -I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni -aveva fatti e componevano il distretto, erano per la -cacciata del Duca d’Atene perduti, come noi già notammo; -ed a Firenze non rimaneva se non l’antico -suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, -ma sgombro però dalle giurisdizioni baronali o -dai castelli che d’ogni parte ed a molto piccole distanze -erano attorno alla città. Il danno però non si -deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro -il farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della -ricchezza era dentro alla città stessa, componendosi -l’entrate quasi interamente di gabelle cittadine: i luoghi -soggetti si amministravano da sè stessi, perchè il -diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel -che andasse alla Repubblica, portava il carico della -guardia: veramente il maggiore scapito era dei potenti -cittadini che risedevano nelle terre suddite o potestà -o capitani, o con altro titolo ed ufizio; e vi acquistavano -clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro. -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva -ad essere menomata di tutto il numero di quei -soldati ch’essa imponeva in caso di guerra per ciaschedun -luogo del dominio, e questi dovevano tenere -in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli -amici o averli sudditi veniva quasi all’effetto stesso; -e sino a tanto che le città e le altre terre si governassero -a parte guelfa o popolare, di cui Firenze stava -a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla, -perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla -Repubblica mantenere nelle terre circostanti le signorie -popolari; ed agli acquisti era condotta (quando -non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno -di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. -Tollerò quindi pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze -cercò mutare in amistà, finchè gli umori che -in esse nutriva non facessero un’altra volta quei luoghi -medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica -non abbisognasse per sua propria difensione -porvi la mano ed assicurarsene. -</p> - -<p> -Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere -dei Fiorentini, i quali ebbero in quella mossa d’un -tratto solo anche San Gimignano, nobile terra e cospicua -sempre per le alte torri che ivi rimangono in -molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture -di cui l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero -nascimento:<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a> la quale però certo è che venne a decadere, -perduto ch’ebbe con l’indipendenza la pienezza -della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre -intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno -illustri e poi consumano sè medesimi. Matteo Villani -scrive che i Sangimignanesi d’allora in poi dimenticate -le contenzioni vissero in pace, badando ognuno -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il -corso di altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. -Vedemmo già come la terra di Prato si fosse data in -perpetuità al Duca di Calabria per non volere la signoria -de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono -questi per diciassette mila cinquecento fiorini -d’oro dalla regina Giovanna di Napoli figlia di quel -Duca, bisognosa di moneta e che aveva altro da pensare: -al quale mercato diede mano il gran Siniscalco -Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella -corte. E per essere signoria libera, la recarono a contado; -diedero l’estimo ai Pratesi, e i privilegi come -ai cittadini del Comune di Firenze: gli antichi ordini -annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori -cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del -Potestà tutti i giudizi di maggior conto: lo stesso fecero -a San Gimignano. In Prato soleva dominare -la famiglia dei Guazzalotri;<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> sette di questi, i Fiorentini -perchè sapevano dovere essere malcontenti, -tratti in Firenze con lieve scusa, fecero tutti decapitare -per sola iniqua ragion di Stato. Ma il sangue -sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato: ebbero -infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori -da Carrara uccisi con tale parità di circostanze -che raro incontrasi nelle storie. Avuta Prato, i Fiorentini -volsero l’animo a Pistoia. Ribelle non era, perchè -la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo -il pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero -porvi guardia di pochi soldati, con che giurassero -mantenere lo stato presente; questi, guidati da un -leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero -contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno -i rettori di Firenze vollero mattamente dare -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -alla città.<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a> Contro alla quale andati poi con oste molto -più numerosa (e vi furono tra gli altri duemila cittadini -di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia -per accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, -riformarono lo stato di quella città, rimettendovi -la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più guelfi e più -amici dei Fiorentini.<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> -</p> - -<p> -Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo -ad assicurarsi di Pistoia contro a un pericolo soprastante. -Un gran delitto si commetteva allora in Italia, -e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra le politiche -scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, -il quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, -vendè per dugentomila fiorini d’oro la patria -sua all’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti. Era -Milano città più atta a nutrire la potenza che a vivere -in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti. -Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e -Piemonte ventidue città; aveva la mano nelle cose di -Romagna fin presso a Roma, allora vuota della sedia -pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo -vista di occupare Pistoia, per indi invadere la -Toscana. Il trattato d’una lega con Siena e Perugia -e con Mastino della Scala, pel quale si tenne congresso -in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini consuete -dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di -lui si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già -fatto lega co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti -di Toscana. Ma co’ Fiorentini tranquillava; ed essi -contenti d’avere Prato e Pistoia, non si provviddero -altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale -ad un tratto Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva -in gran forza giù nel piano di Pistoia. Quivi gli -giunsero ambasciatori del Comune di Firenze, a’ quali -rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere -pace ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di -tutta Toscana: gli ambasciatori se ne tornarono. E -l’Oleggio, che al vedere Pistoia essere ben guardata -non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi conduceva -l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: -dove stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne -per mancamento di vettovaglia, volgendo addietro per -la Valle di Marina, andare a porsi nella pianura larga -e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato -molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma -sprovveduti, che abitavano quella valle. Di qui l’esercito -del Biscione (questo nome gli davano per la biscia -ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla -Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini -che a lui rendevano sicura la via di Bologna, intantochè -i Tarlati e gli altri Ghibellini di verso Arezzo -si erano mossi: quell’indomabile vecchio di Piero Saccone, -in età allora di ottanta anni o più, disperse -l’aiuto dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la -Scarperia. I Fiorentini, che da principio all’appressarsi -dei nemici avevan sospetto di quei di dentro la -città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero, -ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: -ad un Visdomini e ad un Medici venne fatto -penetrare con loro gran lode nell’assediato castello; -il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi -e di steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani -i molti assalti che ad esso diedero gli inimici;<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> e nell’ottobre -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -di quell’anno 1351, tanto apparato di forze -cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una Repubblica -disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, -che alla difesa del patrio suolo da sè bastavano; -la potenza dell’Arcivescovo non aveva fermezza d’ordini -sufficienti nè a comporre uno Stato forte nè a -tentare le imprese grandi. -</p> - -<p> -I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, -se tanta mole di principato si mantenesse in Lombardia: -quindi sprovvisti di ogni altro aiuto, i Papi -essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini condotte -al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero -manomessa per l’occupazione di Bologna la compagnia -delle città libere delle quali erano essi a capo, -deliberarono accostarsi fra tutti i principi a quell’uno, -a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia -una potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> -La famiglia dei Visconti aveva nome di ghibellina: -ma questo nome già invecchiato, più non valeva -che oppressione della vita popolare, senza concetto di -unità;<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a> l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare -senza l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in -fatto a disconoscere quella suprema autorità che prima -era la forza loro. Carlo IV di Boemia voleva scendere -in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito che -lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il -principio del diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; -e si appagava d’ogni omaggio, a lui parendo -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -fare assai quando ottenesse di autenticare le franchigie -delle città che si reggevano a repubblica; usato -modo anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV -dai suoi taccia di semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini -quando era caso di mantenere o d’ampliare lo -Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano -chiamato già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro -a’ Pisani nella Sardegna, e poi gli vedemmo sotto le -mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi odiose -di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con -Cesare tirava seco altre conseguenze. -</p> - -<p> -Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, -il fatto stava contro al diritto: dottrinalmente -non rinnegavano esse quell’alta sovranità che i legisti -mantenevano e in questo popolo tanto guelfo viveva -sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione; -romano infine era l’Impero qual che si fosse -l’imperatore, e le due somme potestà si congegnavano -per tal modo che l’una all’altra erano necessarie. -Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte -da notari e da cancellieri, i quali s’intitolano -<i>imperiali auctoritate notarius, imperiali auctoritate -judex</i>. Certo che un principe alemanno male si vede -come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè -ebbe essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma -quale si fosse quella imperiale supremazia, valeva però -generalmente nella cristianità;<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a> e dove manchi o non -sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso e -positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite -nè certezza, ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. -Ora ai politici Fiorentini sanare questa illegalità -pareva essere cosa buona e da non perderne l’occasione, -taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero -loro di tutte poi accomunare le forze vive della -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -città, togliendo via quelle esclusioni che molti ancora -male pativano; ma quindi ebbero incremento, se troppo -male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, -che poi turbarono la Repubblica. -</p> - -<p> -Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a> era venuto -in Firenze a trattare dell’accordo, verso la fine -di quell’anno 1351, un tedesco vicecancelliere di Carlo -eletto re dei Romani; e dimorato segretamente tutto -quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune -la notte andavano a parlamentare seco, andò -la pratica molto innanzi. Ma non si venne a conclusione -finchè nell’aprile dell’anno vegnente, fatti certi -come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> -nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa -Clemente VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle -scomuniche, fino ad investirlo della città di Bologna e -a lui mostrarsi molto propenso; i Fiorentini, rimasti -soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze dell’Arcivescovo, -si accordarono per la chiamata di Carlo in -Italia, e pubblicarono il trattato.<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a> Promise il detto -vicecancelliere che dentro luglio verrebbe Carlo in -Italia; ed oltre ai patti consueti del fornire cavalieri -e del pagare moneta, i Fiorentini si obbligavano a riconoscerlo -come Imperatore vero, con che egli assolvesse -quei tre Comuni dalla condennagione in che -erano incorsi fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse -dei dominii e terre che essi avevano acquistate, -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -mantenesse gli statuti della libertà dei detti -Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero -vicari dell’Imperatore mentre che fossero -in ufficio: promettevano i Fiorentini pagare ogni anno -in nome di censo danari ventisei per focolare, tributo -di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai luoghi -minori secondo i patti di dedizione; e gli altri -Comuni, quello che era consueto all’Imperatore per -antico. Subito poi furono mandati a Praga a Carlo -ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra -le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e -che gli dicevano le concessioni essere grande abbassamento -della imperiale maestà; dall’altra banda, per -i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il tempo del -mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare -e popolano contegno di questi, che offese Carlo ed i -cortigiani suoi;<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a> non si poterono accordare. Questo -sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio di Stato -è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì -ultimo di giugno, condizionata però: non si voleva -l’Imperatore obbligare a tempo certo per la passata, -e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il trattato -non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero -giunte le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò -quindi l’ambasciata senza effetto per allora, benchè -in Udine rimanessero due di quegli ambasciatori a -continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia, -fratello naturale di Carlo IV:<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> e i Fiorentini, altro -non potendo, fecero pace con l’Arcivescovo. -</p> - -<p> -Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed -inopinata. «La nobile città di Genova e i suoi grandi -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -e potenti cittadini, signori delle nostre marine e di -quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra -gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire -nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di -molte vittorie, usati sempre di recare alla loro città -innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte le nazioni -che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli -altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi -sopra gli altri popoli e comuni d’Italia; per la sconfitta -nuovamente ricevuta in Sardegna dai Veneziani -e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra -loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e -inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire -mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere -aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti per -quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero -conoscere altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi -al servaggio del potente tiranno Arcivescovo -di Milano. E di comune concordia il feciono loro signore, -dandogli liberamente la città di Genova e di -Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e -le altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco -e Mentone e Roccabruna, le quali tenea messer -Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10 d’ottobre -1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, -con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri -entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e -deposto il Doge e il Consiglio, prese la signoria e il -governamento delle dette città e distretti; e aperte le -strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al -Comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito -il prezzo di cotanto acquisto.<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>» -</p> - -<p> -Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire -pace pe’ Genovesi che in addietro erano ad essa -tanto nemici; ma i Veneziani vollero guerra, e strinsero -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga di -Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, -tenuti fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e -non fidandosi di potere tutti insieme resistere alla sua -tanta potenza, si accordarono di fare scendere in Lombardia -l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente, -infino allora essendo stato incerto sempre e mal -sicuro in quei molti negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: -andò tra gli altri in Avignone Giovanni Boccaccio, -singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice, -su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già -corso impegno, e da pertutto fu divulgata la fama che -in breve passerebbe l’Imperatore in Italia. Dove era -egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano, moriva, -lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, -esca novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi -diedero il passo all’Imperatore che andava in -Monza ad incoronarsi della corona del ferro, egli con -soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto delle -sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano -essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli -nelle città murate, la notte faceano chiudere le porte -e vi tenevano buona guardia. Di verso Toscana niuno -si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa, -dove andò Carlo a porre stanza. -</p> - -<p> -Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere -all’eletto Imperatore e al suo Consiglio che il Comune -di Firenze s’apparecchiava alla difesa, e avendo a -mente gli assedi che il quarto e il settimo degli Arrighi -aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare -le loro castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie -ed ogni altra cosa di valuta. Poi gli mandarono -ambasciatori in compagnia con quelli di Siena, come -era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo, i Fiorentini -esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro -imposto, dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo -Principe,» senza ricordarlo Imperatore o fargli atto di -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -soggezione: del che i baroni e consiglieri intorno a lui -pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che -peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella -baldanza de’ suoi. I Senesi per contrario magnificando -la imperiale Maestà, a lui offersero senza alcun patto -la signoria del Comune: e in questo tempo i Samminiatesi -e i Volterrani se gli diedero liberamente. I -Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato -in Pisa loro ambasciatori; e quei di Firenze -volendo parlare in nome anche dei Pistoiesi, Carlo -interpose quelle parole del Vangelo: <i>ætatem habent, -ipsi per se loquantur</i>. Gli Aretini sostennero la libertà -del Comune loro perchè non la manomettessero i Tarlati, -i Pazzi e gli Ubertini, i quali erano con l’Imperatore; -i Perugini si tennero fuori, come uomini di -Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli -per non offendere i Pisani fu contento di esortare quei -cittadini alla pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice -con molti prelati e signori d’Allemagna, e cavalieri -in grande numero.<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a> -</p> - -<p> -Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, -come propenso che era Carlo ad accettare ogni -composizione; e si avevano i Fiorentini procacciato -intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in -quelle corti.<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> I patti furono quasichè gli stessi in Firenze -concordati; ma in luogo del censo di ventisei -danari per focolare, che male a grado i Fiorentini -voluto avrebbono consentire,<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a> si obbligarono essi a -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e più -quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di -tutto quello a che la città fosse obbligata verso l’Impero, -o che fosse di ragione per la città stessa e per -le terre del contado e del distretto, o per altro qualsivoglia -titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma -dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè -la pratica si tenesse in consiglio molto stretto, gli -obbligò a dare l’intera somma. I Fiorentini promettevano -di rimettere i banditi per cagione d’ubbidienza -prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro -Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione -contro ad essi pronunciata: manteneva quello -che prima era convenuto quanto al riconoscere il Gonfaloniere -ed i Priori come vicari suoi: il che importava -poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo -così in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, -e nell’esercizio della potestà sovrana mantenendo per -espressa clausula di trattato le forme usate insino a -qui, <i>mores laudabiles</i>; e perciò «non si mandino ufficiali -se non del popolo e comune, secondo le leggi: -siano quelli sindacati con le forme che sono prescritte -dagli Statuti: il magistrato dei Priori riceva sommissioni -e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti all’Impero.<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>» -Un articolo speciale manteneva l’indipendenza -del Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma -delle provvigioni qualunque si fossero (tra le quali -erano quelle contro a’ nobili) e degli acquisti fatti in -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -più anni dalla Repubblica, fu l’osso più duro,<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> perchè -in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi -punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, -e bramando qualcosa fare a pro dei grandi che -aveano l’animo a lui volto.<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> Durava l’accordo quanto -la vita di Carlo; di che le due parti si contentarono -egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo -tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome -principe elettivo, le ragioni dell’Impero.<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> -</p> - -<p> -Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori -e sindachi del Comune prestando omaggio -all’Imperatore e sacramento di fede, <i>sotto la condizione -de’ patti e convenienze</i> le quali erano state prima -fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere -patenti accettata una protesta dei Fiorentini, per la -quale s’intendesse che il giuramento di fedeltà non -obbligava il Comune di Firenze più in là che non fossero -obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di -Toscana, e senza pregiudicare ai privilegi e diritti -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -insino allora esercitati dal Comune di Firenze.<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> Aveva -Carlo promesso inoltre di non entrare della persona -sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè -a dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi -sue genti armate: ma questo egli disse in voce nel -giardino de’ Gambacorti ed in presenza di testimoni, -perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole -alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea -bramato vedere Firenze, fu deliberato non ricevere; -molti però di quei signori, passando, furonvi albergati -sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo, richiese -Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però -essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, -uno grande e uno popolare, con dugento barbute di -gente eletta, con l’insegna del Popolo (il giglio ed il -rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa -di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna -del Popolo di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» -Il quale per Volterra e Siena andato a Roma, -fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile 1355, dal -Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione -uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il -Pontefice gli aveva posta condizione che non dovesse -ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei Nove, e -di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il -quale essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento -tutto popolare che aveva Carlo istituito. Aveva -in Arezzo accomunato la città ai Ghibellini ed ai Guelfi, -con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi in San -Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, -di nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -da essi accolto ed onorato, alloggiava nelle -case loro; ma bentosto nacquero tumulti per operazione -della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi -morirono dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo -minuto inclinava per l’Imperatore. Il quale pigliando -grande sospetto dei Gambacorti, tre di essi fece decapitare, -con sua vergogna ed ingratitudine male trattando -quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII -avolo suo:<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche -e le città che i Visconti signoreggiavano, fece ritorno -in Allemagna.<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a> -</p> - -<p> -La notizia di questi fatti abbiamo noi molto circostanziata -nelle storie di Matteo Villani; imperocchè -tutti gli altri dopo lui, o nulla ne scrivono (siccome -fece il Machiavelli) o gli toccano alla sfuggita, quasi -che fosse tirarsi addosso una straniera dominazione. -Marchionne Stefani dice <i>questo solo, che i Fiorentini</i> -ebbono privilegi assai; e il Boninsegni lo stesso, aggiugnendo -che l’Imperatore <i>gli assolvè da ogni condennagione</i>; -Leonardo Aretino, di privilegi e di null’altro; -il solo Velluti, che ebbe assai parte in quei negoziati, -conferma avere l’Imperatore fatto <i>i priori suoi -vicarii e concesso molte cose</i>. Invece, Matteo Villani si -allarga nel difendere il trattato e nello svolgerne le -ragioni. Ma non è da credere che andasse senza contrasto -in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione, -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -quando fu fatta la prima volta, ebbe unanime consentimento; -ma intanto aveano dovuto tenerlo segreto per -temenza di cittadine discordie; e poi tolsero il mandato -agli ambasciatori, i quali dovettero tornare innanzi -la conchiusione; ed un notaio che recava parole di -Carlo, ebbe in Firenze a capitar male:<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a> poi, quando -si era venuti in Pisa alla stipulazione, nei Consigli della -Repubblica dovette essere più volte posto, nè potè vincersi -che a grande stento; ed il cancelliere del Comune, -quando gli toccò fare lettura di quel trattato, -diede in un pianto e non andò innanzi: il che Matteo -crede facesse «con poca sincerità, per accattare benivoglienza -dal popolo col mostrare grande tenerezza -della libertà pura del Comune.» E quando infine fu -promulgato l’accordo, «suonando le campane del Comune -e delle chiese a Dio laudiamo, poca gente si -ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza -ogni uomo si tornò a casa:<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>» tanto era entrato bene -a fondo in questo popolo di Firenze il sentimento di -libertà. Ma sembra a noi molto evidente che tra i -politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte -allora più popolare promuovesse quel trattato: Matteo -discorre lungamente la convenienza e le ragioni che -persuadevano a conchiuderlo, fondate sul diritto e sull’istoria. -Era egli guelfo quanto altri mai, ed amatore -del viver libero; ma non si astiene dall’encomiare -Carlo di temperanza e di senno, e della buona disciplina -che la sua gente mantenne sempre nelle città -dove albergava. Riprende coloro che tenevano lo Stato, -perchè non si erano nel trattare mostrati duri quanto -si conveniva, non concedendo all’Imperatore più in là -del giusto e del necessario: ma insieme biasima certi -patti «i quali erano assai strani alla libertà del sommo -Impero,» nè vuol manomessa la imperiale potestà, -mettendo egli il diritto che in essa risiede accanto al -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -diritto della indipendenza cittadina, e mostrando come -possano i due diritti stare insieme. Voleva per mezzo -della imperiale sanzione autenticare la libertà, siccome -volevano i Ghibellini la servitù: questo pensiero troviamo -espresso nelle parole di Matteo Villani.<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a> -</p> - -<p> -Ma un altro fatto di gran rilievo in quegli anni si -maturava. La Repubblica era divisa in sè medesima -fino al vivo, benchè al di fuori meno apparisse. Dappoichè -i grandi furono esclusi l’anno 1343 dal governo -dello Stato, questo reggevasi per le Arti senza contrasto -nè contrappeso; e le quattordici minori venute -a parte degli uffici e prevalendo nelle elezioni per via -del numero, ne avvenne che i nuovi uomini e i minuti -artefici avessero troppo grande braccio nello Stato, -contro alla pratica dei passati tempi. E oltreciò l’essere -le maggiori case tra loro unite in consorterie, -privava queste di molti uffici per la frequenza dei -divieti; il che a’ minori non avveniva, «perchè non -erano di consorteria.» Cotesto entrare dei nuovi uomini -al governo dello Stato, da più anni dispiaceva -ai Fiorentini d’antica schiatta, nati e cresciuti quando -le case grandi padroneggiavano la città; e Dante nell’alterezza -sua spregiava quella «cittadinanza mista -e gli uomini di Campi e di Certaldo e di Signa, fatti -al suo tempo già fiorentini e cambiatori e mercatanti; -odiando egli sopra ogni cosa la confusione delle persone, -principio al male della cittade.» Ma quei che a -lui già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo popolo: -ai registri de’ Priori si trova apposta la qualità degli -uomini via via chiamati a risedere nel supremo magistrato, -e vi si leggono funaiuoli e calzolai e vinattieri -e pizzicagnoli e beccai; «e perchè erano negli -uffici, parea loro essere ciascuno un re.<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>» Inoltre venivano -molti artefici minuti in Firenze dal contado e -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -dalle terre d’attorno, i quali per favore dei reggenti -delle Arti minori entravano nelle borse dei Priori o -degli altri uffici, ai quali erano poi tratti: «uomini -avventicci, senza senno e senza virtù e di niuna autorità -nella maggior parte, usurpatori dei reggimenti -con indebiti e disonesti procacci.<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>» — «Era il loro uno -grande fastidio, che con maggiore audacia e prosunzione -usavano il loro maestrato e signoria, che non -facevano gli antichi e originali cittadini.<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>» -</p> - -<p> -Per questo entrare dei bassi artefici nei sommi -uffici dello Stato pericolavano gli antichi ordini e -il grande fascio della comunanza per cui viveva e -stava insieme l’intero corpo della Repubblica. Le Arti -minori si componevano la maggior parte di operai, ai -quali veniva dato il lavoro e le mercedi con certe regole -dai mercanti che sedevano nelle maggiori: principalissima -quella della lana teneva gran numero di -lavoranti sotto la dipendenza sua. Il Duca d’Atene, -perchè si reggeva sul favore della plebe, avea manomesso -gli ordinamenti delle Arti, dando consoli e rettori -ai più abietti anche tra’ mestieri: in quanto però -al migliorare la sorte loro aveano incontro i mercanti -grossi, ai quali era nulla il tenere la Repubblica se -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -insorgesse la bottega. Di questo però non mancavano -le apprensioni; il che appare da una cronichetta di -quella età (comunque sembri narrare cose dei tempi -nostri), la quale dice a questo modo: «A dì 24 di Maggio -1345 il Capitano di Firenze prese di notte Ciuto -Brandini scardassiere e suoi due figliuoli, imperocchè -il detto Ciuto volea fare una compagnia a Santa Croce, -e fare setta e ragunata cogli altri lavoranti di Firenze. -E in questo medesimo dì i pettinatori e scardassieri, -udito ch’ebbero che il detto Ciuto era stato preso di -notte sul letto dal Capitano, incontanente veruno non -lavorò e stettonsi; e non voleano lavorare, se il detto -Ciuto non riavessero: e andaronne i detti lavoranti -a’ Priori, pregandogli che il detto Ciuto facessero che -il riavessero sano e lieto; e tutta la terra misero a -bollore, che se la farebbono: e anche voleano essere -meglio pagati. Il detto Ciuto fu poi impiccato per la -gola.<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>» Per queste cose nel 1346, tre anni dopo alla -cacciata dei grandi, si fece decreto che «niun forestiere -fatto cittadino, s’egli ed il padre e l’avolo suo -non fossero nati in Firenze o nel contado, sotto grave -pena non potesse avere ufficio, nonostante che fosse -eletto ed insaccato.» E già di prima ai forestieri non -oriundi di Firenze e del contado o del distretto era -vietato per gli Statuti esercitare avvocheria o comparire -in qualsivoglia causa o negozio; essendo soliti a -commettere baratterie e corruttele; del che avevasi -già esperienza.<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> -</p> - -<p> -Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere -la potenza dei Capitani di parte guelfa che lo promossero, -e cercavano per tale modo affievolire il reggimento -delle minori Arti. Quel magistrato istituito -alla cacciata dei Ghibellini l’anno 1267, aveva sotto -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -all’amministrazione sua incorporati la maggior parte -dei possedimenti allora tolti alla parte vinta; doveano -le rendite essere usate in Toscana e fuori alla difesa -ed ampliazione del nome guelfo, sotto la guardia e ad -onore di Santa Chiesa. Frequenti erano perciò gli imprestiti -e le somministrazioni di danaro a rafforzare -leghe ed a soccorrere le città minori in occasione delle -comuni guerre. Manca il decreto d’istituzione; abbiamo -bensì in oggi a stampa l’intero testo di quello -Statuto quale venne riformato nel 1335 (com’era stato -più altre volte); e nel Proemio leggiamo quello essere -«lo Statuto della Parte e della università de’ Guelfi -e de’ devoti di Santa Chiesa; a onore e reverenza ec., -e del santissimo padre e signor messer Benedetto papa -XII, e de’ suoi successori e de’ suoi frati Cardinali: -ad esaltazione e gloria del serenissimo principe messer -Roberto (re di Napoli) ec.; e a grandezza e buono -stato del Popolo e del Comune di Firenze, e a mantenimento -e accrescimento della detta Parte e devoti -di Santa Chiesa e dei loro amici, e a confusione -di tutti i nemici.<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>» Così, mentre ai Ghibellini si dava -nome di Paterini, quel magistrato ebbe consecrazione -religiosa e nazionale, facendosi come il braccio forte -di Santa Chiesa; e lo troviamo noi chiamato «la venerabile -Parte guelfa.» Un altro luogo dello Statuto -(cap. 21) dichiara intendersi ogni cosa «al buono stato -ed al riposo del Comune e Popolo di Firenze, e delle -singolari persone della detta Parte, che sono una medesima -cosa col Comune e Popolo di Firenze.» Così -non era propriamente magistrato di Parte guelfa, un -magistrato della Repubblica; era un governo da per -sè, non del Popolo ma del Comune, ed uno stato dentro -allo stato, sebbene posto a munimento del governo -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -popolare che si reggeva su quella parte. Aveva capitani, -priori, consiglio di credenza e due consigli generali, -che uno di sessanta e l’altro di cento;<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a> e notai -e cancellieri e sindachi, e una sua propria bandiera -con gigli d’oro in campo azzurro, ma che trar fuori -non si poteva senza licenza dei rettori e magistrati -del Comune: lo stemma però di Parte guelfa era una -rossa aquila con sotto a’ piedi un drago verde. Mandava -suoi ambasciatori e nunzii ed esploratori <i>caussâ -sciendi nova</i>: pe’ Capitani di Parte guelfa non era divieto -agli ufizi della Repubblica, tranne i maggiori; -doveano assistere agli scrutinii che si facevano per i -collegi e magistrati.<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> Questi però avevano obbligo di -prestare mano forte in tutto a quei della Parte guelfa,<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a> -la quale doveva alla sua volta aiutare il Comune di -Firenze, offerendosi ai rettori quando entravano in officio, -con l’ammonirli di osservare e difendere la Parte, -ch’è «una cosa col Comune» (cap. 26): lo Statuto -fiorentino, con l’ultima rubrica del tomo II, conferma -gli statuti e gli ordinamenti che Parte guelfa si aveva -dati, e le provvigioni del Comune che ad essa erano -relative. -</p> - -<p> -I Capitani erano sei, da eleggersi ogni due mesi; -«dei più nobili e più degni cittadini di Firenze, veramente -e interamente Guelfi — di parole e di fatti — tre -grandi e altrettanti popolani, che uno per sesto -(cap. 2).<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>» Rimasero i grandi in quel magistrato al -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -modo stesso per cui rimasero nel Consiglio del Comune, -sebbene privati de’ sommi uffici nella Repubblica; -ma che dominassero la Parte guelfa e che il -governo di questa ritenesse tuttavia costumi e genio -signorili, appare anche da un capitolo dove con amplissime -parole viene stanziato il pagamento di certa -pecunia ai cavalieri novellamente fatti; «conciossiachè -a così magnifica città si confaccia risplendere per -quantità di cavalieri: ma che non fossero più di sei -all’anno e due per ischiatta (cap. 39).» Giano Della -Bella aveva fatto decretare che le famiglie dove fossero -cavalieri s’intendessero di grandi, così privandole -degli uffici. Tale era lo spirito delle istituzioni popolari; -ma fuori di quelle stava un altro ordine ed un -magistrato che aveva rendite e possedimenti, cercando -ampliarli d’anno in anno,<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a> e che teneva in mano sua le -relazioni con gli altri Stati, quanto importassero la conservazione -per tutta Italia della Parte guelfa, ch’era il -popolo italiano. Ma in quell’ufficio non risiedevano delle -antiche famiglie nobili oramai più se non quelle sole -che mantenute dal nome guelfo, pur tuttavia partecipavano -alle ambizioni cittadine, e si accostavano per le -parentele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani -che avere solevano i primi gradi nella Repubblica, -e delle quali noi troviamo per lo più essere il -Gonfaloniere, anche nel corso di questi anni; ed oltreciò, -essendo dopo il 48 assottigliate le borse per il -grande numero dei morti, non pochi dei grandi vi -furono messi per quelli uffici minori ai quali erano -essi abili. Tutti costoro male soffrivano la compagnia -dei minuti artefici, ma non avevano ad abbatterli strumento -o macchina più acconcia del magistrato di Parte -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -guelfa, il cui nome era così addentro nelle viscere di -questo popolo; nè in altro modo meglio avrebbero potuto -cuoprire in sè medesimi le apparenze d’una congrega -d’ottimati: facevano essi a sè strumento, contro -al popolo degli artefici, di quelle leggi sopra i -Ghibellini che prima il popolo ebbe fabbricate. Io -credo avessero tolta norma dal Consiglio Veneto dei -Dieci, e che ambissero d’agguagliarsi, quant’era lecito -in Firenze, a quei temuti inquisitori. -</p> - -<p> -Abbiamo detto come la legge contro a’ forestieri -del 1346 fosse «opera e motivo dei Capitani di parte -guelfa,» dei quali si vidde allora sorgere la potenza. -Questo narra Giovanni Villani all’estremo dell’istoria -sua, e dice che fu quasi un principio di rivolgimento -nello Stato per le sequele che poi ne vennero.<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a> Si tolse -quindi un’altra via, ampliando i titoli d’esclusione col -decretare che ognuno il quale egli o la famiglia sua, -dalla cacciata dei Bianchi nel novembre 1301 in poi, -fosse condannato come ribelle o Ghibellino, o fosse -chiarito non vero Guelfo e devoto di Santa Chiesa, non -potesse, sotto pena di lire mille o cinquecento in certi -casi, accettare uffici nello Stato: alla qual pena fossero -anco tenuti coloro che eletto lo avevano, e similmente -il magistrato de’ Priori, se nol condannassero, -quando egli fosse di ciò accusato: bastassero sei testimoni -di pubblica fama a comprovare la qualità di Ghibellino: -chiunque ardisse proporre in Consiglio o in altro -modo promuovere la revocazione della detta legge, -perdesse l’ufficio (fosse anche dei Priori), e avesse -condanna della stessa somma. La legge è de’ 26 gennaio -1347, della quale abbiamo il testo: Giovanni Villani, -che ne diede la sostanza, descrive come a grande -stento si ottenesse, per essere molto avversata dai -Priori e dai collegi delle Arti: i quali dipoi si crederono -annullarla col porre qualche difficoltà nell’accettare -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -i testimoni; «talchè ne fu quasi commossa la -terra:» ma la parte dei Capitani prevalse, e la detta -legge fu confermata e fortificata in quello stesso -anno 47. Alcuni artefici, dei quali uno è nominato dal -Villani e di altri abbiamo noi la sentenza, ebbero condanna -per Ghibellini in quello stesso anno: nella plebe, -e più ancora tra’ nuovi uomini del contado, la dipendenza -in che erano essi o erano stati i progenitori -loro dalle antiche famiglie nobili, dava appiglio alle -condannagioni. Altra riforma dipoi nel 1349, mentre -aggrava in qualche guisa la condizione dei Ghibellini, -sottopone i giudicati del magistrato di Parte guelfa -all’approvazione della Signoria; talchè direbbesi anzi -un freno che il governo della Repubblica volesse porre -a quel magistrato.<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a> Troviamo pure che essendo per la -mortalità del 48 recate le ventuna Arti a quattordici, -in quello stesso anno 1349 gli Albizzi procacciarono -che fossero di nuovo recate alle ventuna, dicendo che -avevano «rimesso l’uscio nei gangheri.<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>» -</p> - -<p> -Dopo quell’anno si vede come per la guerra con -l’Arcivescovo di Milano e per la presenza in Toscana -dell’Imperatore, fosse impedito o trattenuto alcun poco -per allora lo svolgimento di quel disegno che i partigiani -di un governo più ristretto avevano formato sino -dal 46; la Signoria, ch’era popolana, e le capitudini -o collegi delle Arti contrastavano la soperchianza che -il magistrato di Parte guelfa su tutti gli altri si arrogava. -Per quanto tenero fosse questo popolo del nome -guelfo, riusciva odioso il ricercare uomo per uomo le -ultime stille che rimanessero di un sangue ghibellino; -cosicchè non si trovava chi gli accusasse, e le prove -erano assai difficili. Ma vegghiavano coloro i quali -avendosi fabbricata quella sola arme ch’essi potevano, -voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure con la -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -violenza. Le cose erano dentro quiete, e fatto è che -per la comunanza degli uffici le sètte avevano meno -luogo, e la Repubblica prosperava; nè trarre si vuole -disperate conseguenze da quella ingenua severità ch’è -nei Villani e nel Compagni ed in altri fiorentini, che -gli onora come uomini e gli avvalora come istorici. -Allora però certi grandi e popolani grassi, pigliando -occasione dal male ch’era negli squittini, «piuttostochè -farsi a racconciare al meglio le cose con l’abbreviare -i divieti per altro modo, ma essi volendo divenire -tirannelli e a tutti quanti i cittadini tenere il -bastone sopra a capo,» si fecero a dire che gli uffici -erano pieni di Ghibellini, e che ne anderebbe la salute -della Parte guelfa, nella quale era il fondamento della -libertà d’Italia e la difesa contro le tirannie. Una -riforma, che abbiamo a stampa del 1354,<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a> non avea -fatto che dichiarare meglio i titoli d’esclusione, e provvedere -che gli ufizi rimasti vacanti, di puri Guelfi si -riempissero. -</p> - -<p> -Nei primi giorni però dell’anno 1358 i Capitani di -Parte guelfa ordinarono una petizione, ovvero proposta -di legge, della quale era questo il tenore. Un esordio -molto magnifico dichiara essere quella legge «a sicurezza -e fortificazione di tutta la massa e corpo dei -Guelfi, e ad impedire che incontro ai pii ed ai cattolici -non prevalgano quegli empi, che avendo animo di -lupo celato sotto pelle d’agnello, con arti fallaci s’adoprano -a fine di entrare nel sacro ovile dei Guelfi.» -Dipoi statuisce, in primo luogo la confermazione delle -antiche leggi: nemmeno gli approvati Guelfi per la -legge del 1349 potevano essere, per quindici anni dopo -il giuramento fatto,<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a> nè priori, nè gonfaloniere di giustizia, -nè dei dodici buonomini, nè gonfaloniere di compagnia, -nè capitani di Parte guelfa, nè notari d’alcuno -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -dei detti uffici; quelli, che sieno ricevuti Guelfi da ora -in poi non abbiano uffici, se non prestino giuramento -di osservare gli statuti della Parte. I Ghibellini non -sieno riconosciuti Guelfi, se non con le stesse forme -per le quali i grandi si facevano popolani. Valgano -le leggi fino alla cattura delle persone e alla distruzione -delle case; possa ciascuno accusare, sia pure -anche donna o figliuolo di famiglia, o uno dei grandi, -e per accusa segreta <i>sine nomine absque aliqua satisdatione -de prosequendo</i>. A comprovarla bastassero sei -testimoni di pubblica fama, senza bisogno che fossero -approvati dai Priori. I Capitani, sotto pena di cinquecento -lire, dovevano prestare mano agli accusatori, notificatori, -denunziatori, e quanto era in poter loro dare -ad essi aiuto e consiglio; promuovere le accuse ed i -processi presso qualunque rettore e ufiziale; e tutto -ciò a spese della Parte, il camarlingo dovendo pagare -le spese sopra un semplice mandato dei Capitani. Prevalga -questa ad ogni altra provvisione, e nel conflitto -prevalga quella che più favorisca la Parte guelfa, e -più offenda i Ghibellini. Se alcuno faccia motto contro -a questa legge (<i>in iudicio vel extra, etiam in sindacatu -aliquid dixerit</i>) sia condannato, <i>de facto et sine -strepitu et figura judicii</i>, in tremila fiorini d’oro; e -se non paghi dentro tre giorni, gli sia tagliato il capo -d’in sulle spalle; ed ogni rettore o ufiziale che non -osservi o non faccia osservare questa legge, sia condannato -in mille fiorini d’oro, e perda l’ufficio.<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>» I -Capitani di parte guelfa per questa legge scelleratissima -vennero fatti nel tempo stesso istigatori alle -accuse e accusatori e soli giudici, e tolto via da quei -giudizi ogni intervento ed autorità dei magistrati della -Repubblica. -</p> - -<p> -Portata l’iniqua petizione ai Signori ed ai Collegi, -non la vollero questi accogliere, nè pure mettere in -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -deliberazione. Ma i Capitani con dugento dei loro seguaci, -e col nome innanzi della Parte guelfa, a cui -niuno resisteva, tornati in palagio, dissero che non si -partirebbero di là innanzichè la petizione fosse vinta: -e a questo modo convenne che si facesse. Dipoi si racchiusero -insieme nel palagio della Parte, e fecero le -borse dei capitani e consiglieri da risedere per molti -anni negli uffici di Parte guelfa, scegliendo tra loro -sfacciatamente i più malevoli e di peggiore condizione. -Procedendo, squittinarono per accusarli e farli condannare -settanta cittadini «di nome e di stato e delle -migliori case di Firenze, grandi e popolani, eziandio -che di nazione e di operazione si trovassero essere -veri e diritti guelfi: dopo questo, levato il saggio delle -accuse, dovevano insaccare degli altri.<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>» Ma bollendo -la città, i Capitani al vedere la commozione ristettero -dall’accusare i potenti; e volendo però dare cominciamento -al fatto, scelsero quattro dei quali si poteva -dire qualcosa, e con accompagnamento di quei soliti -dugento andarono al Potestà, exabrupto gli fecero condannare. -Subito di poi, benchè avessero animo di fare -maggior fascio, ma ritenuti dal mormorio del popolo, -fecero lo stesso di altri otto, poi di cinque più. «A -ognuno pareva male stare, e molti cercavano con preghiere -e con servigi e con doni di riparare alla fortuna -loro ch’era in mano dei Capitani.» Ciascuno di -questi accusava il suo; «uno dei sei Capitani diceva -all’altro: non hai tu alcun nemico? A me consenti di -condannare il nemico mio, ed io a te consentirò il tuo; -e sei erano i condannati:» in pronto sempre i testimoni. -Intanto però tutti gridavano si mettesse rimedio -a ciò, e molti consigli se ne tenevano; «ma nessun -modo vi sapevano trovare per non derogare al nome -della Parte; e i più sospetti si mostravano più zelanti -a mantenere la legge insintantochè la pietra cadeva -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -sopra loro.» I due cronisti che a noi trasmisero questi -fatti, pongono studio nel protestare come la legge contro -ai Ghibellini in sè medesima fosse buona, se non -che la era male usata.<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a> Quindi i Priori, accorgendosi non -potervi per via diretta riparare, e che l’onore e lo stato -poteva essere tolto a ciascuno quando a tre Capitani -di parte paresse, ma volendo pur fare qualcosa; all’improvvisto -ordinarono segretamente co’ loro Collegi una -petizione, che fu vinta. Ai Capitani aggiunsero due -altri popolani, e decretarono che nessuna deliberazione -avesse valore se non fosse concordata da tre popolani: -i Capitani grandi non era obbligo che fossero cavalieri, -perchè l’ufficio non continuasse in pochi grandi; posero -a tutti divieto un anno, e che gli squittini della -Parte si dovessero rifare di nuovo e annullare tutti i -fatti. Così almeno ebbero molti alcun intervallo da -riparare ai fatti loro: ma nondimeno coloro che avevano -l’animo e la mente sollecita a rimanere sempre -con quell’arme in mano, argomentavano nuovi squittini; -e in questo e in altro caso fecero tanto, che lo -scandalo cresceva sempre. Ed allora, per andare più -lesti al percotere, inventarono quel nome dipoi famoso -delle ammonizioni, ch’erano precetti dati senza forma -di giudizio, come a notorii Ghibellini, di non pigliare gli -uffici: e perchè il modo paresse buono, dicevano: «meglio -essere ammonito che gastigato.» Quelli oligarchi -così facevano del principio di libertà a sè strumento -di tirannia, cui sempre giova porre innanzi un nome -grato e popolare siccome era il nome guelfo, e coprire -le violenze di una mite appellazione come era quella -dell’ammonire. -</p> - -<p> -Si trova<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a> che essendo fin dal 1353 grande contesa -tra le famiglie dei Ricci e degli Albizzi, questi armarono -le case loro per sospetti che aveano di fuori; il -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -che ai Ricci essendo rapportato, ed essi pure si armarono. -Gli animi erano in sospeso, quando una zuffa -essendo nata per lieve cagione in Mercato Vecchio, si -temette nascesse guerra tra le due case: poi si trovò -che non era nulla; e riposata la cosa, la Signoria cercò -fare pace: ma la volontà cattiva tra loro rimase. E -l’anno dipoi avrebbono i Ricci dato la prima mossa -alle nuove leggi contro a’ Ghibellini, facendo ciò con -l’intendimento di battere gli Albizzi, i quali oriundi -d’Arezzo, si diceva che fossero Ghibellini di nazione. -Questi pertanto si proponevano di contrastare la legge, -allorchè un Geri de’ Pazzi, amico falso de’ Ricci, andato -una notte a Piero degli Albizzi, il quale era in Casentino, -gli disse a qual fine era ordinata la legge, e che -si sarebbe detto la combatteva egli per timore non -toccasse a lui. Accettò Piero il consiglio e venne in -Firenze; e quando andò la petizione, la favoreggiò con -gli amici suoi tantochè si vinse: ed egli poi e la famiglia -sua rimasero capi della Parte guelfa e per essa -crebbero. I Ricci pigliarono la contraria parte, e per -alcuni anni si disse la setta dei Ricci e la setta degli -Albizzi, tra le quali era la città divisa, ma senza però -che si venisse alle armi o che grave effetto ne nascesse; -quella dei Ricci venendo ad essere abbattuta facilmente, -finchè dipoi non risorse con altro nome a levare -in alto un’altra casa più fortunata. -</p> - -<p> -Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a> -ed egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa -tra i Ricci e gli Albizzi ed alla zuffa in Mercato -Vecchio attribuisce tutto quel fatto dell’ammonire, -scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per -così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione -la quale allora ebbe principio, a quelle che furono -prima tra’ Cerchi e i Donati, e tra gli Uberti e i Buondelmonti. -Ma le fazioni che in antico si combattevano -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>» perchè -il governo popolare era oggimai costituito. Armate -erano tuttavia le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, -come erano quelle ad ogni pretesto de’ maggiori cittadini; -e armate pure noi troviamo quelle dei Bordoni.<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a> -Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato di -Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo -privati i nobili del governo dello Stato, cadeva questo -in democrazia, contro alla quale gli ambiziosi dapprima -insorsero con l’escludere i nuovi uomini e forestieri, -poi col batterli come Ghibellini: il che era -stato più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci -fossero nate inimicizie, quanto almeno noi sappiamo. -Si noti pure come della contesa tra quelle due case, -Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non -faccia parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, -quasi temesse di nominarli, battuto essendone -egli stesso come seguace della contraria parte: ma -nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè -da Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque -vissuti in una età oramai sicura da quei timori -e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli mettono -innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle -sètte; ma il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie -è tutta cosa del Machiavelli. -</p> - -<p> -Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che -indi nacquero, dovette essere pure incentivo, benchè -taciuto dagli storici, il trattato che si fece nel corso -appunto di quegli anni con l’imperatore Carlo IV. -Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 -le prime mosse del magistrato di Parte guelfa contro -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -a’ Ghibellini, dichiara egli in solenne modo ciò essere -stato per le apprensioni che allora dava alla Parte -guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di -Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo -con questo stesso Imperatore, e noi dicemmo -con qual mistero pei molti ch’erano a ciò avversi. Nell’aprile -del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui -pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di -molti. Dopo di che un’ambasceria andò in Germania -per la ratificazione; ed ecco subito le contrarietà in -Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato -agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno -a mani vuote, che fu in settembre dell’anno stesso. -L’accordo per allora andò a monte, nè altre parole -se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi -giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora -tacque la Parte guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; -sinchè alla fine tre anni dopo, e quando era -l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con violenza -quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. -Così a me sembrano quei due fatti mostrare -in tutta la successione loro quel legamento che pur -dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso poi -noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di -Parte guelfa, e quasi essere soperchiato, un poco innanzi -alla seconda venuta in Italia dello stesso Carlo IV, -e ripigliare viemaggior lena dappoichè Carlo si fu -partito. -</p> - -<p> -Dicemmo noi come la parte che più era popolare, -ed alla quale apparteneva Matteo Villani, promovesse -quel trattato per cui venivasi ad autenticare il governo -delle Arti costituite dopo il 43: quello stesso Imperatore -aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine -dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo -Villani, che è il narratore solo a noi rimasto di quel -trattato, e che n’è grande sostenitore, molto era avverso -al magistrato di Parte guelfa; dal quale venne -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla -quale i Ricci presiedevano: e di Uguccione, ch’era -capo di questa famiglia, dice il Velluti,<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> ch’egli «recava -a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.» Uguccione -andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima -volta, e quando tornarono gli altri quattro colleghi -suoi, perchè la parte contraria ad essi ed al trattato -in Firenze prevaleva, rimase in Udine a cercare se la -pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse -il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in -Pisa; e andato a lui ambasciatore, e nate essendo -difficoltà, venne in Firenze a procurare si conchiudesse -a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le facoltà -agli ambasciatori:<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a> alla fine sottoscrisse quel -trattato, e fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per -contrario, niuno degli Albizzi ebbe la mano in quelle -cose. Essi e con loro gli ottimati voleano fare a sè sgabello -del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica -fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali -tradizioni, contro all’abuso del nome guelfo: qui -stava il nodo della contesa. Ma vero è poi che le due -parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con -l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi -franche e sicure le volontà ed i propositi di ciascuna, -com’era al tempo di quelle guerre che prima i grandi -ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’ grandi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -</p> - -<h3 id="cap7-3"><span class="smcap">Capitolo VII.</span> -<span class="smaller">LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA -DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: -AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.]</span></h3> -</div> - -<p> -L’occasione o il pretesto pel quale si armavano -allora le case dei possenti cittadini era l’entrata in -Toscana della grande Compagnia; di quell’esercito di -ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia, miseria -non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento -noi vedemmo per alte contese accozzarsi le nazioni; -ora guerre da per tutto, ma un combattersi alla -rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga conto: -nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse -meglio. La Francia invasa e calpestata per cento anni -dagli Inglesi, che ad entrambi fu ruina e arretramento -di civiltà; in Allemagna l’Impero debole, ed -un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati -vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure -dei feudi e per argomenti di genealogie, come in Italia -per le disuguali fortune dei popoli e pei contrasti tra -le città. Nella Germania era la guerra fine a sè stessa -ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra -noi la grassezza della vita e le arti e i commerci facevano -un popolo tanto proclive alle discordie, quanto -alieno dalle armi; queste avevano di che pagare, fidate -ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse civili -fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere -al soldo della Repubblica e avere in mano le -forze sue. Infatti costoro allorchè s’accorsero in Italia -essere grande numero, ed i paesani disusarsi ogni dì -più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in -compagnie vivendo di ratto, anzichè del soldo che -spesso mancava; avvisandosi che se a loro venisse fatto -di occupare alcuna buona città, le altre tutte facilmente -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori -loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a -guardia dell’Impero, e poi l’avevano per sè tolto: -muovevangli ora le stesse occasioni e le cupidità stesse, -ma essendo già in loro cessato l’impeto delle invasioni -prime, per anche non erano fatti capaci alle -conquiste per via d’eserciti regolari. -</p> - -<p> -In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato -le vaganti Compagnie: lo stesso in Italia, -cessata la guerra del Re d’Ungheria contro alla regina -Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re -licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi -uscito del reame insieme ai soldati ch’erano stati -con la Regina e col marito di lei Luigi di Taranto, -fece di tutti una Compagnia in numero forse di tremila -cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e -le altre vicine contrade.<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> Dipoi essendo il governo della -Compagnia venuto alle mani di un cavaliere provenzale -dell’ordine degli Spedalieri di Gerusalemme, il -cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i nostri -lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo -grande alla preda, tirò a sè quanti più fossero per -l’Italia uomini d’arme senza soldo, talchè si trovarono -seco bentosto settemila paghe di cavalieri, che cinque -mila o più erano in arme cavalcanti, con più di millecinquecento -masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi -e femmine di mala condizione seguivano la Compagnia -per fare male e «pascersi della carogna.<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>» Le -femmine lavavano i panni e cuocevano il pane, Fra -Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da -fare farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non -entrava in terre murate, mantenersi in abbondanza. -Avevano l’anno 1354 vernato nella Marca; donde accennando -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come -solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che -erano i più esposti, vedendo potersi per le offerte di -Fra Moriale senza loro danno levare la Compagnia -da dosso, diedero a questa il passo e le vettovaglie -per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città -loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di -cose che a loro fossero necessarie. Lo stesso avea fatto -il Vescovo di Foligno e poi fecero i Senesi e gli Aretini, -patteggiando con la Compagnia; la quale scorreva -baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando -le biade dei campi pe’ loro cavalli e quante -altre cose potessero giugnere, e predando uomini e -bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi trapassato -San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, -perchè avevano preso la ferma d’essere con la lega -di Lombardia contro all’Arcivescovo di Milano per -centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero -a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini -d’oro; e nell’accordo si leggono registrati fino a -dugentotrentaquattro uffiziali. Avuta poi la condotta, -se n’andarono per Val di Rubbiana alla Città di Castello, -avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con -licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia -a Currado conte di Lando<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> e fecelo suo vicario, egli -recandosi a Perugia e più tardi a Roma; dove per -comando di Cola di Rienzo fattogli processo come a -pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la -Romagna e la Toscana e la Marca, gli fu tagliata la -testa. Non credo che fosse pura di tradimento e di -avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe -stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta -si avesse quell’antiquario della libertà romana, il quale -perchè sapeva <i>lejere li pataffi</i>,<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> si credè nato a resuscitare -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -la potestà tribunizia in quella Roma che fu -deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le torri -armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in -mezzo alla città stessa. -</p> - -<p> -Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte -di Lando condusse nel Regno la Compagnia, dimorata -quivi ad agio più mesi per la scioperatezza del re Luigi -di Taranto: indi poi tornò nella Marca, e tratto danari -da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, -si fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i -Signori di quelle città contro ad Egidio Albornoz Legato -del Papa, che ivi guerreggiava da più anni. Ma -stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai -propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi -da ogni parte per vaghezza della preda, -non per affrontare nemici in campo. Vivevano senza -far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta -era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro -a’ tiranni, che a ciascuno meglio pareva accordarsi -con la Compagnia per danaro che contrastare con -quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce -per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di -Narni a predicare l’indulgenza con grande solennità; -dove fu tanto il concorso, che non poteva egli resistere -a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo, e in -pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più -dalle donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica -in Romagna anche suoi soldati, e vi andarono -masnade di cittadini e contadini crociati, che furono -dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava -al Comune di Firenze più di centomila fiorini, questa -che riusciva non altro poi che una beffa. Imperocchè -il Legato anch’egli scendeva agli accordi con la Compagnia -per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua -parte dovè il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, -passata di nuovo contro a’ Signori di Milano, -tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -</p> - -<p> -In fin da quando la Compagnia la prima volta fu -in Romagna, i Fiorentini vedendo ch’ella era in parte -dove in un dì potea valicare l’Alpe ed entrare nel -Mugello, formarono con bell’ordine una nuova milizia -di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado -e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone -secondo l’estimo tanti per cento; e nel distretto -ne feciono scegliere a ciascuna comunanza, terra o castello, -quelli che si conveniano. Ordinarono pe’ loro -soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a -casa apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, -avesse venti soldi al mese, ed i conestabili quaranta; -e quando erano in servigio, fiorini tre al mese. Nella -città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme -i balestrieri; e i vincitori aveano premio un -bello e ricco balestro marcato del marco del Comune. -Col mezzo di questa e di altre buone provvigioni i -Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello -dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche -per accordo gli Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento -dei loro fedeli. Quivi fecero una tagliata -per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e -sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi -a modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi -buoni ordini salvavano allora da ogni assalto la -Toscana: ed allontanandosi la Compagnia, il Conte di -Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo, passò -in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, -del quale comprava terre e castelli e riscotendo quelle -che aveva impegnate. Appresso era stato con l’Imperatore, -mostrandogli come la Toscana era piena di -soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo -del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi -al Conte non si vergognava dare titolo di suo Vicario -in Pisa; e fu detto gli desse in occulto maggiore legazione, -se a lui venisse fatto di riporre sotto l’imperiale -soggezione qualche altra parte della Toscana. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -</p> - -<p> -Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio -1358 trovò che avevano i Caporali della Compagnia -chiesto il passo ai Fiorentini per la Toscana fino -a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli -entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che -rifiutato dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; -ma il Conte scelse venire a patti; così che essendo la -Compagnia in Val di Lamone, dovesse per la via di -Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte ed a -Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune -dando loro la panatica per cinque dì, a loro spese. -Gli ambasciatori mandati dai Fiorentini erano rimasti -con la Compagnia per più sicurtà della condotta, sebbene -fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i -patti a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, -e prese albergo in mezzo all’Alpe presso Biforco: -ma come è uso di gente siffatta quando si sente -potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia -senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le -rapivano con brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori -delle montagne, tra molte loro felicità, hanno invidiabili -occasioni: quelli di Val di Lamone e i fedeli del -conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre -tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro -vantaggio, dove potessero nel trapasso rifarsi dei danni -e vendicare gli oltraggi che avevano ricevuti. Il Conte -di Lando, affrettandosi prima del giorno, mise sua -gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia -gli ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo -con ottocento a cavallo e cinquecento pedoni e con le -cose di più valuta. Era il cammino che avevano a fare -aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi -fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, -la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed -erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti; -e tale passo è detto le <i>Scalelle</i>, che bene concorda -il nome col fatto. Per dove cercando i primi -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -passare, furono dai villani assaliti e con le pietre indietro -rispinti. Il Conte di Lando, che s’avea tratto -la barbuta di testa e mangiava a cavallo, sentendo -ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare -Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, -e più ne gettavano con mano sopra la gente del Conte -ch’erano nel basso, quasi come in prigione chiusi da -altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo d’alto -cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da -cavallo un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani -dalle ripe: ma poco gli valse; chè gli Ungheri, -gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri stivali non -potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano -nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità -del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente -percosse il conte Broccardo, e lui e il cavallo -ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa molti -e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che -erano scesi alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi -per la morte di molti di loro inviliti, per la strettezza -non erano abili in alcun modo a mostrare la -loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance manesche. -Il Conte, assalito da buon numero di loro, -fe’ con la spada bella difesa; e alla fine non potendo -s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; -ed un villano il ferì con la lancia nella testa, chè -s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, -smontarono da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno -poteva meglio, su per le ripe e pe’ burroni si -diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma le femmine -ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro -mariti almeno col voltare delle pietre, gli spogliavano, -e loro toglieano le cinture d’argento e’ danari e altri -arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle circostanze -dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti -più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato -per moneta dai villani in luogo sicuro, fu quivi -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -raccolto dal signore di Bologna Giovanni da Oleggio, -che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga, egli -curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> -</p> - -<p> -Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le -schiere che già erano passate innanzi cominciavano a -sbigottire. Ma con esse erano gli ambasciatori del Comune -di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto, che -le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava -togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. -Gli ambasciatori che nonostante si sentissero -in lealtà pure temevano per sè stessi, usando una autorità -che non era commessa loro, ai molti armati che -erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi -da quelli, lasciando libero il cammino; e le due schiere -si ridussero quel giorno stesso in Dicomano. Dove abbarrati -come potessero con botti ed altro legname -stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune -aveva all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila -erano balestrieri scelti, e quattrocento cavalli; -ma più temevano gli Alpigiani, poichè gli avevano assaggiati. -Udito in Firenze il romore di quei fatti, i -rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono -per il contado a far gente, che là si trasse da -ogni parte per non lasciarli passare. E sebbene uno -degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in Firenze, -ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata -e posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero -in tre altri Consigli molto numerosi di richiesti, -il preso partito fu ogni volta confermato e dato -ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve tutti -occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le -uscite fossero più larghe; grande il numero dei pedoni -mandati dal Comune o che per volontà vi erano tratti; -gran voglia avea il popolo di levare di terra una volta -quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse -(crede Matteo Villani), in Dicomano senza rimedio si -spegnea il nome della Compagnia per lungo tempo in -Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori (un -Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali -contavano in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero -più che al Comune i capitani mandati a reggere -quelle genti; il potestà si trovò essere uomo di -poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi -della Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi -insieme con gli ambasciatori, deliberarono trarre -fuori a salvamento i rinchiusi e porli a Vicchio; il -che era farli signori di tutto il piano di Mugello. -Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate -e le fosse, ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco -furono messi alla retroguardia. E avendo fasciata -la Compagnia co’ balestrieri del Comune di Firenze, -li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare -del pane che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne -che non potendosi raffrenare i fedeli dei Conti -dall’appiccare la mischia, i balestrieri ebbero comando -dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della -gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo -capitanata e non sapendo cui obbedire nè offendere, -non si partiva dalle poste: il che vedendo quei della -Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno -e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un -aguato di cento Ungheri che si avevano lasciato addietro, -avendo colto quei balestrieri che si erano fatti -innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia, -sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno -cavalcando quarantadue miglia, non si fermò finchè si -ridusse a salvamento in su quello d’Imola. Gli ambasciatori, -fornito il servigio, tornarono a Firenze; e a -chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di -questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La -gran Compagnia vicina a disciogliersi per la mancanza -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -de’ suoi capi, e indi ricomposta da un altro tedesco, -Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta l’anno -dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al -contado di Firenze, trovò questo essere ben guardato, -nè bastò a prendere sua vendetta. Quella volta Bernabò -Visconti aveva mandato contro alla Compagnia -aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri -di Puglia in proprio e per comandamento di quel -Re amico alla Repubblica. -</p> - -<p> -Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non -si soglia da noi; ma ci spediremo brevemente di un’altra -guerra di maggior conto, della quale più ne importa -esporre le cause che narrare le battaglie, perchè non -fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 <i>una -co’ Pisani infinta pace,</i> e la mala volontà era continua -tra’ due popoli. Pisa ghibellina parea soffocasse dentro -terra le ambizioni crescenti ognora dei Fiorentini e i -commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per la -pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino -a ducento mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a -trenta mila; da indi in su doveano pagare gli uni e -gli altri due soldi per libbra. Ma dopo cacciati i Gambacorti, -venuto il governo di Pisa in mano della fazione -che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore -di costruire altre navi per la sicurezza del mare -infestato di frequente dai pirati, fecero a tutti essere -comune la gabella dei due soldi, togliendo via le franchigie: -avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero -sopportato per l’agiamento del porto e la comodità -delle strade. Ma superbia e guasti animi credo potessero -più del computo; e la Repubblica decretando che -i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato termine, -s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio -di Firenze andasse al Porto di Talamone, con -l’agevolare le strade a quel porto e col disporre le -albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare -da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -mercanti e vetturali pisani venivano presi e rubati -sulla via. Quindi aggravarono il divieto decretando che -chi procurasse o consigliasse o in palese o in segreto -tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona. -Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del -mare con grande balía, nel quale entravano due de’ grandi -perch’era ufficio del Comune, e perchè i grandi per -le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle cose -della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile -danno e solitudine della città loro, tanto che -vi ebbero congiure per le sofferenze degli artefici e il -desiderio che aveva il clero dell’antico reggimento. -Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova -Simone Boccanegra, del quale erano grandi amici, e -n’ebbero sei galere, sperando per quelle chiudere Talamone, -e che ogni naviglio fosse menato a scaricare a -Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza -a fare armare galere; chè prima d’allora non aveva -la Repubblica avuta armata nel mare; ed alle mercatanzie -loro si procacciarono una via di Fiandra per -terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa -lietamente comportando per mantenere l’impresa.<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a> Tentarono -anche i Pisani Talamone per mare e per terra, -ma lo trovarono ben guardato dai Fiorentini e dai -Senesi: lo strano impegno continuava, cercando i Pisani -a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini -disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza -le navi, le quali andassero non che a Pisa a Corneto -ed in altri porti, avendo armate a questo effetto in -Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno. Con -le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la -grida che sotto piccolo nolo avrebbono caricate con -sicurezza per Talamone le mercatanzie sulle galere del -Comune di Firenze; ed i Pisani, per la meglio, mandarono -il bando che ogni uomo potesse liberamente -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a -mandarvi della roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini -era proposito mostrare ai Pisani che senza loro -ed il loro porto potevano fare, ch’era un averli a -discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti -i Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire -il segreto, confessa pure che a cercare sottilmente lo -stato in che erano le due città, questa materia aveva -dentro più che al difuori non apparisse.<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a> -</p> - -<p> -Così cercavano le due parti di schermirsi dalla -guerra che poi nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; -da chi voluta, mal si direbbe. Ai Fiorentini -era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno, avendo -i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente -retta da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano -Belfredotti), ma debole sempre contro alle insidie -o agli assalti delle maggiori città vicine, per la scarsezza -dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano -a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano -i Pisani tentato Volterra, che allora sarebbesi accordata -per la meglio ricevere da Firenze il Capitano di -guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini, cortesemente -avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro -discorso occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze -del tiranno per via d’un’altra scelleratezza, -fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero quella città -e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio -ai Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai -luoghi forti ed alle marine. E frattanto Piero Gambacorti -con la forza di settecento soldati ungheri era -fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la quale -sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini. -Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio -Lupo, nobile di Parma dei marchesi di Soragna, -si diedero in fretta a provvedersi di gente; scegliendo -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -uomini volonterosi ed atti alla guerra, che formassero -le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior -modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si -era dovuto anche pe’ contadini il servizio personale -commutare in una tassa, che essi pagavano con grande -loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni e -soldati forestieri:<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a> bene potevano essere chiamati -quando era necessità, scontando la tassa, come avvenne -in questo tempo; ma era servigio dannoso e disutile: -e tutto il nerbo della guerra stava negli Ungheri e -Tedeschi.<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a> -</p> - -<p> -Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e -abbiamo registro<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> di ventisei compagnie, la maggior -parte di forestieri, le quali sotto varie insegne e nomi -diversi furono in quegli anni tenute a soldo dai Pisani. -Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano -per le strade loro passeggiare baroni e cavalieri -armati d’ogni nazione: tra gli altri, un Ridolfo ed un -Giovanni di Habsburgo vennero l’anno 1365 agli stipendi -dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val -di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona -tolto ai Pisani furtivamente, questi riebbero per -assalto. Di Val di Nievole si portò la guerra tosto in -Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate castella di -picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari e -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; -quando per dappocaggine o malizia dei consiglieri o -commissari che la Repubblica inviava a stare a guardia -del capitano, Bonifazio fu deposto da quell’ufficio; -egli accontentatosi nobilmente di servire nella -qualità di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da -Camerino, che gli aveva tolto il luogo suo. Viveva quegli -poi molti anni in Firenze, dov’ebbe cittadinanza, -ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la fondazione -d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene -anche oggi il suo nome.<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a> Ridolfo avuta con lungo e -faticoso assedio la terra di Peccioli, e corso anch’egli -inutilmente devastando il piano e distruggendo nobili -possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon frutto -non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, -condotto dai Fiorentini con quattro galere, facea buona -prova; tenendo questi a grande onore umiliare Pisa -colà dov’era la forza sua; tantochè avendo occupato -per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo -le rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali -fino ai giorni nostri restarono appese alle colonne di -porfido presso alla porta maggiore del tempio di San -Giovanni. Altre due galere aveva mandate in servigio -della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli -grande Siniscalco del regno di Napoli. -</p> - -<p> -Continuava la guerra tutta quella state, nè per il -verno cessavano le due parti dall’assalire castelli, -avendo i Pisani tentato Barga e Pescia e Santa Maria -in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre i Fiorentini -sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi -avere Lucca per trattato, da quella furono ributtati -per la diligenza dei Pisani. Avevano questi sul -principio della guerra (se fede intera prestar si debba -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori per -bando crudele.<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> E in Garfagnana si raccendeva feroce -la guerra nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri -da Baschi capitano de’ Pisani avendo rotte due grosse -bande di cavalieri e fatto prigioni i due valorosi capitani -che avea mandati Piero da Farnese a rifornire -le castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe -splendida rivalsa presso al Bagno a Vena, dove la -battaglia due ore e mezzo fu combattuta pertinacemente -con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con -la spada in mano, e seco molti valenti uomini e le -insegne dei Pisani. Del che in Firenze fu molto grande -e popolare allegrezza, entratovi Piero quasi trionfalmente: -e subito quindi correva egli sotto Pisa e fino -alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù -di soldato e perizia di capitano. Ma egli moriva in -quei giorni della peste ch’avea ritoccato di nuovo in -Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del quarantotto: -di lui fu grande e universale compianto, ed -ebbe esequie splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna -una statua equestre di legno che stette infino a -questi ultimi anni nel maggior tempio; dove Piero da -Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di -quando egli, mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato -dai suoi, montò sopra un mulo da soma e a -quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu tanto -allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al -modo stesso come era morto Giovanni, Matteo Villani -che la storia sua condusse infino all’ultimo giorno -della vita: quando s’apprestava a raccontare l’esequie -di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta, -continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo -suo figliuolo, più letterato dei suoi maggiori, ma istorico -troppo da meno, al breve saggio che egli ne diede. -</p> - -<p> -Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -guerra, dacchè i Pisani ebbero condotta ai loro stipendi -una compagnia d’Inglesi che aveva nome la -Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro -a Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela -da dosso; era egli avverso ai Fiorentini e amico ai -Pisani: avriano potuto i Fiorentini farsi innanzi, molti -di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra gli altri -essendo guida in Italia della compagnia; ma invece -trassero di Alemagna poche altre genti capitanate dal -conte Arrigo di Monforte, all’uopo scarse e di minor -conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato camminavano -inverso Firenze per il piano di Pistoia infino -alle porte, guastando al solito case e ville, correndo -palii e impiccando asini; finchè ritrattisi all’udire le -campane di Firenze suonare a stormo, discesi a Empoli -per i poggi, di là per il Chianti si andarono a -posare nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa -terra e il castello di Figline. Campeggiarono tutto il -Valdarno ad agio loro alquanti dì, ed all’Incisa avendo -rotta l’oste fiorentina che si faceva loro incontro,<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> -un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze -da opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era -capitano messer Pandolfo dei Malatesti, il quale o che -pe’ mali ordini del governo gli paresse necessario, o -che a pro suo volgesse in mente consigli malvagi, chiedeva -gli dessero giurisdizione di sangue nella città e -fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che -negatogli e tumultuando la città che ricordava il Duca -d’Atene, male potevane avvenire; quando saputosi che -gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando i poggi del -Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura -e s’acchetarono i sospetti.<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> E già il verno soprastava, -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -nel mezzo del quale non si ristavano quella dura gente -degl’Inglesi dal correre e dare il guasto alle terre cercando -preda. Con maggior impeto e più ordinata battaglia -si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera; -e più volte ebbero a sè propizia la fortuna -delle armi, tenendo stretti nella città i Fiorentini con -disagio e con pericolo molto grande; quando ecco si -videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra loro -dividersi e insieme combattere, essendo una parte già -compra, e l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a -Cascina rimanendo vinta in molto grossa battaglia. Ed -in quei giorni anche fu preso ed abbruciato Livorno -per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato -nelle compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, -come i nobili spesso facevano, e di rado utile alla -patria sua. Così tra le due città rivali erano venute a -pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano V già -s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni -sofferti e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente -consigliavano, e che Giovanni dell’Agnello, che si era -in Pisa levato a doge, promoveva pe’ suoi privati disegni. -Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze pubblicata -non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre -del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali -quali com’erano state innanzi la guerra: tornava meglio -alle due città se non l’avessero cominciata.<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> -</p> - -<p> -La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento -di dignità, veniva a rendersi ogni giorno -più, non che odiosa agli Italiani, subietto amaro alla -riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e Urbano V, -benchè francese, non prima assunse il pontificato che -pose mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. -Questo annunziava egli col pigliare il nome d’Urbano. -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -Muovevanlo i danni che ne venivano alla Chiesa, e lo -squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne -dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul -papato i re di Francia, ed ultimamente per le guerre -di quel regno parevagli fosse male sicura ivi la dimora: -vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli al -dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le -armi e per le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia -della presenza dei papi, che il nuovo stato costituisse -e gli acquistasse la moral forza; si confidava con la -presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni e dalle -rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> -sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti -che fu insigne per malvagità anche tra gli uomini della -casa sua, e che d’ogni erba faceva fascio. Si accordava -al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle -due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva -questi passando in Italia nel tempo stesso che il Pontefice, -meglio rialzarvi l’imperial nome e confortarne -l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza di Bernabò, -che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo -suo. Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella -primavera del 1367, e dimorato alcuni mesi in Viterbo, -a’ 16 ottobre faceva l’entrata solenne e lieta veramente -nella desolata Roma, in mezzo al corteggio dei -signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e -l’Imperatore e il Re d’Ungheria la regina Giovanna -di Napoli e i signori di Mantova e di Padova e di -Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti, -alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento -si rifiutarono aderire. Oltre al tenere in gran sospetto -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -quell’amicizia tra ’l Papa e Cesare, pensavano come -per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà più forte -nella propria difensione e alla unità del comando, le -forze di quante in Italia erano compagnie, cioè delle -sole milizie vere che allora sapessero tenere il campo -e mantenessero disciplina. Ma fuori anche di tutto ciò, -per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia -di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni -cosa; e della quale non saprei dire se fosse Carlo o -più avido o più bisognoso.<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> Egli disceso nel maggio -del 1368, trovata l’impresa più dura che in lui fossero -l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti -per molto danaro e piccioli ossequi o concessioni da -loro fatte; e la lega fu disciolta, ed egli con poche -armi recavasi in Toscana. -</p> - -<p> -Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a -Roma, accrebbe quivi lo splendore di quei giorni al -Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in Siena, della -quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo; -ma ora cercando mettere in palagio un suo -Vicario, infuriò la plebe, ed ei dovette salvarsi nelle -case dei Salimbeni con suo pericolo e vergogna. A -Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto -lo stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero -Gambacorti, dal quale ottennero essi la conferma degli -antichi privilegi e aggiunta di nuovi, cosicchè allora -per sempre cessarono dal fare porto a Talamone. -Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani -ricuperava dopo ventisette anni l’indipendenza; -riordinandosi a governo per allora popolare e molto -amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano le -solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, -come vedemmo, fossero libere le città una per una e -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -spicciolate, ma non formassero uno stato di più insieme, -e non facessero acquisti di terre senza il beneplacito -di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra -essere stata contro ai patti del 55, e grave -scandalo gli pareva che la Repubblica si arrogasse -dare castella in feudo ai signori del distretto, a sè -rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto -per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da -Lucca e da Siena e da Pisa e dai Visconti avuti buon -numero, tornò in Germania soddisfatto. Ma lasciava -però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione -di San Miniato; non poteva quella terra dimenticare -l’essere stata rôcca ai Vicari dell’Imperatore; e molti -avendo e possenti nobili usati al vivere ghibellino, le -istituzioni popolari male vi sapevano allignare: quelli -umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini, -partito lui, di già si erano accampati sotto alle -mura della città, allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo -si ritraessero, avendo avuto egli dall’Imperatore -il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica questa -volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone -addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva -essere ben guardata. Ciò nonostante in un primo scontro -ebbe la peggio, ed i nemici erano corsi fino alle -porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo -per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si -tenne finita in Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il -capo, e i ragazzi della plebe fiorentina addosso a loro -inferocivano. Si disperderono le casate dei Sanminiatesi, -e una donna della famiglia dei Borromei, portò -a Milano le sue ricchezze.<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a> Il Pontefice, che da gran -tempo lodevolmente sollecitava le città e i principi -dell’Italia a unire insieme gli sforzi loro contro alle -straniere Compagnie, si era da ultimo collegato ai Fiorentini; -talchè quella guerra si protrasse fiaccamente -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -qualche altro mese in Lombardia, finchè una pace -venne conchiusa massimamente perchè il Papa si era -tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne egli -a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370. -</p> - -<p> -Diremo adesso in quegli anni le interne cose della -Repubblica: l’ammonire non cessava, e le sètte degli -Albizzi e dei Ricci, palesi a tutti, mantenevano in sospetto -la città anche di occulte macchinazioni. Era -venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande -Siniscalco del regno di Napoli, uomo di potenza quasi -regale, e nuovamente da Egidio Albornoz creato visconte -della Romagna riconquistata da quel bellicoso -Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino -di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato -per la tratta dei magistrati, ma fino allora -ogni volta fosse tratto aveva divieto come assente, rimettendosi -però la polizza nelle borse. Le quali erano -quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e -fallare non poteva ch’essendo presente non fosse Priore: -le cortesie, le magnificenze, la fama di lui, molti adombravano, -impauriti per la libertà se tale uomo sedesse -in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di Toscana. -Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz -oscuramente accennasse a un ambasciatore fiorentino -d’una congiura in Firenze per sovvertire lo stato: -il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, crebbe -il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente -fecero provvisione che niun cittadino il quale avesse -giurisdizione di sangue o sotto sè città o castella potesse -essere all’ufficio del Priorato. Ma veramente una -congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da -Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore -d’Ancona, o con Bernabò Visconti, o con lo -stesso Albornoz, grande ambizioso che accettava in -proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città papali, -ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte -da un oscuro venturiere. Tale si era un Bernardo -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -Rozzo milanese, che per la promessa di molto danaro -disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche -più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta -da Bartolommeo de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro -suo fratello. Aveva egli un trattato con Domenico -Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di recente: -questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti -fossero più o meno intinti nella congiura non si seppe -mai, parendo meglio ai reggitori che scuoprire il male -mettervi un piede sopra. Il Bandini ed il Del Buono -ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima -famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un -Frescobaldi da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, -un Pazzi, un Donati, due popolani e uno di quei -frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando della -persona e confisca degli averi.<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> Qui nota come fosse -in sè divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: -quel Manno Donati che si era dato alla milizia, moriva -in Padova ai servigi dei Signori da Carrara; un -altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze -macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro -Pazzi ed un altro Gherardini sedevano accanto ai -grossi popolani, e gli troviamo noi Capitani della parte -guelfa mentre avvenivano queste cose.<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> -</p> - -<p> -Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si -vede pure da questo, che avendosi nell’anno 52, per -economia di spesa, cessato dal fare venire in Firenze -annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi -mancamento di chi amministrasse la giustizia in -cose politiche, fu quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -Quindi anche nascevano i sempre nuovi ordinamenti -circa al magistrato della Parte,<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> che di quei moti era -principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro -alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, -odioso a tutti e in sè medesimo impotente. A -quel che appare dai registri,<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a> le ammonizioni non sarebbero -state molte; ma col ferire chi fosse al punto -d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni -ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di -mezzo quei nomi i quali fossero più appariscenti. Matteo -Villani fu ammonito l’anno 1363, poco innanzi la -morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, -per lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con -parole commoventi a’ suoi privati travagli.<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> Ma il figlio -suo ciononostante, nei Capitoli ch’egli aggiugneva poco -dipoi, si lagna fosse in quei giorni raffreddato l’ammonire, -lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini che -reggevano.<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> Assai notabile attenuazione di quelle leggi -contro a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, -Uguccione de’ Ricci sedendo allora nel Priorato, ed in -quella settimana nella quale essendo Proposto spettava -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, fossero -otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle -Arti minori, gli altri cinque grossi popolani; e che -uno delle Arti minori intervenga sempre. Che niuno -sia condannato nè ammonito senza revisione della sentenza -per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, -innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore -degli ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari -le condanne fatte in addietro per Ghibellini, -non veri Guelfi o sospetti; e i non bene condannati -assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. -Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. -Nel marzo seguente fu confermata la provvisione, annullando -cose fatte in quell’intervallo dai Capitani di -parte guelfa contro alle dette riforme.<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a> Donato Velluti, -che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente -le narra, ma (come suole) confusamente: aggiugne, -volevano anche scemare i divieti, più gravosi alle maggiori -case, che più avevano consorterie; ma nol poterono -mai vincere: dice pure essere allora stati concessi -ai grandi quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati -o potesterie: questo si ottenne a gran fatica.<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a> -</p> - -<p> -Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere -dalle cose che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre -1364 esce divieto a qualsivoglia persona o collegio -di supplicare al Papa o al Legato suo o al collegio -dei Cardinali contro agli statuti della Parte guelfa o -alle singole loro parti:<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a> ma in quei giorni Urbano V -già s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, -che nel maggio susseguente a lui ne andava in -Avignone. La riforma del 66 avvenne quando si aspettava -in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -un anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare -gran pressa contro ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero -degli Albizzi, capo degli uomini della parte guelfa, essere -stato gran promotore della lega con Urbano: egli -ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione -di <i>paperini</i>, giocando sul nome quasi che fossero -<i>paterini</i>. La setta degli Albizzi aveva anche un -segno che la distingueva, e i suoi aderenti portavano -certa nuova foggia di berrette, la quale usanza era -venuta di corte di Roma.<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a> Piero degli Albizzi era molto -grande appresso al Papa, massime quando (e forse -anche in grazia sua e a procacciare la lega) Piero -Corsini suo nipote ebbe il cappello di cardinale. Qui -noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le ambizioni -poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere -da meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa -Urbano ambasciatori in Viterbo; poi Rosso dei Ricci -(fratello a Uguccione) fu scelto è vero ad accompagnare -come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo -Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta -col Papa contro ai Visconti, e in quella guerra cadde -prigione. Dipoi Uguccione mandava Guglielmo suo -figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano -già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa -fatto possente nella Romagna; dove ebbe provvisione, -e un altro figliuolo benefizi della Chiesa: Albizzi e -Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso -erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora -quella provvisione del 59, la quale cassava le assoluzioni -ed esenzioni date in addietro ad uomini ghibellini.<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a> -La Repubblica era in balía dei Capitani di parte -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri -Benghi, dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, -che era stato fatto di popolo per servizi prestati -in guerra alla Repubblica, si diede agli uomini -della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai -magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi -grandi. -</p> - -<p> -Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità -della Repubblica nel magistrato di Parte guelfa, -chiudendo ogni via a frenarne la potenza o a temperarla -per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la -quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria -le leggi e statuti e i privilegi o le proprietà di -quella Parte, potersi fare, e fatte, essere <i>ipso jure</i> irrite -e nulle, senza che prima fosse consultato il magistrato -della Parte stessa, chiamando a tal fine in palagio, -Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da -questi, che desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere -di dare alla deliberazione corso, e farla passare per -gli opportuni Consigli: a qualsiasi contravventore -pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla -Camera Apostolica, e più di essere <i>ipso facto</i> dichiarato -e tenuto per Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, -in perpetuo, senza speranza di rivocazione, cancellazione -o indulgenza.<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a> L’anno dipoi, uno dei Priori -avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna -ammonizione valesse quando non fosse approvata -dai Signori e Collegi del palagio, tutti gli furono addosso, -chi per un rispetto e chi per un altro, tantochè -egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il -dì che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè -comparire innanzi a loro con la fune al collo, rendendosi -in colpa di ciò che aveva voluto fare; e nientedimeno -fu ammonito per sospetto.<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a> Alla sopra riferita -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; -ma di ogni cosa era principale autore Lapo da -Castiglionchio, legista di nome assai chiaro in quella -età, del quale abbiamo una scrittura intesa a mostrare -sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella -nobiltà di sangue giammai togliere per ascrizione fatta -nell’ordine popolare. Tali concetti stavano in fondo -al pensiero di quegli uomini i quali cercavano condurre -lo Stato ad una forma aristocratica, siccome -aveva fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica -Roma.<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a> -</p> - -<p> -Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori -cittadini, porsi in sul collo due famiglie ambiziose -e prepotenti, e a queste vendere la Repubblica; -ed a questo fine insieme convennero quei medesimi -che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni -Magalotti, Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, -che figurarono poi diversamente nei moti successivi: -con essi andavano altri molti dei migliori cittadini. -Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di dodici -in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato -un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, -Filippo Bastari popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, -disse arditamente, molti essersi intesi perchè il -male avesse qualche efficace provvedimento; e conchiudeva -la diceria con queste parole: «noi ci siamo -ragunati per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» -Pur nonostante vinceva forse la parte dei pochi -(tanto era possente), se gli Albizzi e i Ricci, falsamente -collegati, non venivano tra loro a brutte parole -rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, -fu vinto dipoi che a cinquantasei dei principali -cittadini, e che già erano in uffizio, fosse balía di -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -provvedere sotto certe condizioni alla salute della Repubblica. -Al che molti si crederono bastasse avere -escluso dai maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi -e tre Ricci, che erano i principali di quelle famiglie. -Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa cadere sul capo -ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli -Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei -Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase -aperto. Allora fu anche istituito il nuovo magistrato -detto dei Dieci di libertà, a difesa delle leggi -e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase e fu -possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. -Era dei primi che a tale ufficio vennero eletti, -Marchionne Stefani, dal quale abbiamo ampio ragguaglio -di questi fatti. Di più ordinarono fosse lecito a -chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente -di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto -tra i grandi; e sebbene poi tra loro si conciliassero, -il partito dovesse andare più innanzi: il che a molti -peggiori scandali divenne cagione ed a private soperchierie. -In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di -autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai -giudizi loro per la importanza dei commerci di questa -città: ai cinque, ch’erano delle maggiori Arti, due -furono aggiunti dalle minori; dal che si trova essere -scemata l’autorità di quel magistrato. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap8-3"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span> -<span class="smaller">GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]</span></h3> -</div> - -<p> -Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano -la Repubblica, questa era venuta in guerra -col Papa. Non prima viddero i Pontefici col trasferirsi -in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico -patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo -con le armi; pare volessero divenire principi -dacchè erano meno pontefici. Delle terre della Chiesa -parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di -molte avevano occupate da lungo tempo le signorie -alcune famiglie di possenti cittadini, rimasti signori -per isforzato consentimento dei Papi medesimi, e oramai -come indipendenti; non solevano i Pontefici direttamente -esercitare la temporale sovranità, che in -Roma veniva ad essi negata, ed era negli altri luoghi -dello Stato negletta da loro o contro ad essi via -via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel costringere -generalmente con le armi i popoli a una sudditanza -da prima insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo -Legati stranieri e armi straniere e ferocissime, -rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui sembravano -vergognare, essi tenendosi in disparte di là -dalle Alpi; e qui spogliati di gran parte del favore -che prima godevano appresso ai popoli dell’Italia. -Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso la -Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori -amici e ad ogni modo poco temibili, ora vedevano -uno Stato grosso formarsi di membra che -prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo -della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in -cui stava la forza loro: Bologna e Perugia di recente -soggettate da quelli armigeri Cardinali, poneano minaccia -là dove solevano essere difese allo Stato di -Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti -lati, lo stringevano così da farne (secondo correvano -allora i sospetti) pericolare la libertà. -</p> - -<p> -I mali umori delle due parti furono palesi tostochè -ascese al papal seggio Gregorio XI, anch’egli francese, -benigno e pio quanto a sè ma trascurato o connivente -ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato esempio -lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -Chiesa un abate di Montmayeur, ed in Bologna era -Legato il cardinale di Bourges, fieri uomini ed aggressivi -e alla Repubblica male affetti, lei avversando -come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. -Veramente i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa -tutela ed arme contro a’ Visconti, oggi temevano come -più vicina la potenza dei Legati; ed io credo nel segreto -de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno -dei Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della -Chiesa data fermezza troppo maggiore. Si aggiungevano -le interne cause, e in gran numero dei popolani -la brama di abbattere quel magistrato che avea per -sè l’antica forza del nome guelfo e il vessillo della -Chiesa;<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a> le parti erano oggimai scambiate, ed i nuovi -modi di governo tenuti dai Papi gli facevano sostenitori -dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla -libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche -ai Fiorentini, usando a tal fine le armi straniere e le -fortezze di recente fabbricate nel cuore stesso delle -città, permettevano o promuovevano le nefande opere -e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) -che le coscienze dei più rigidi e timorati, non che la -turba dei malevoli ad ogni sorta d’autorità, e quanti -erano mantenitori del pensiero ghibellino, allora stessero -contro a’ cherici.<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a> -</p> - -<p> -La Repubblica si era posta già da due anni sulle -difese col distruggere quello che fosse rimasto in essere -di potenza alla famiglia degli Ubaldini, amici ai Legati -della vicina Bologna, e mantenuti, come dicevasi, in -istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: -degli Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; -un altro in Firenze per sentenza decollato -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -(come fu detto) contro ragione.<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a> Ma le cose peggiorarono -quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il -Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero -animo e imperito. Era in Firenze stata la peste -un’altra volta; cui succedette tanto grave carestia che, -nonostante il provvedere dei magistrati e la larghezza -che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a> -mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna -permettesse farne tratta da quelle provincie che -molto ne erano abbondanti: ma rifiutò questi, il divieto -mantenendo con pertinacia, sebbene avesse dal Papa -lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo -e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei -grani, che poi a minore prezzo rivendeva, perduto -somma molto ingente, che, al dire d’un cronista contemporaneo, -fu lo scampo della libertà.<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> E le aggressioni -o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente -mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve -insidia tramata contro alla libertà di Siena, come -cercassero i Legati aprirsi ogni via al sovvertimento -di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ Signori -di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere -egli più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi -che aveva a soldo, chiedendo prestito di danaro; e -perchè gli fu negato,<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a> fece nel mese di giugno che la -Compagnia scendesse in Toscana, guastando le terre -e occupando le strade, che era un impedire alla città -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -i ricolti e così averla a discrezione. La Compagnia -giunse fin verso Prato, ma i Fiorentini per centotrentamila -fiorini d’oro patteggiarono col capitano si ritraesse; -e questi poi venne più tardi ai soldi loro, -veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni -Hawkwood, che i nostri chiamano Giovanni Aguto; e -lui vedremo più volte poi mischiato ai fatti della Repubblica: -dei condottieri in quella età era l’Aguto il -più famoso, stato già contro alla Repubblica nella -guerra de’ Pisani ed in quella dei Visconti fatta per -conto di Samminiato. Costui mentre era intorno a -Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del -quale essendo trovati autori un notaro e un prete, -condotti in Firenze patirono quivi crudele supplizio:<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> -scrivono l’Aguto rivelasse egli medesimo il trattato, -e che i due presi lo confessassero. Inoltre dicevano -avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare -i luoghi forti della città, e a spiare aditi agli -assalti. -</p> - -<p> -Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra -con tanta balìa quanta se ne poteva dare per la condotta -delle genti stipendiarie, per la nomina dei capitani -e degli ambasciatori, per fare leghe ed ogni altra -cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione -della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla -spesa ed all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a> -Dei quali Otto, perchè rimasero dipoi famosi, gioverà -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -dire essere stati com’era prescritto, uno di famiglia -grande, uno delle Arti minori e gli altri sei delle -maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto sui -cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto -dei pastori: quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza -di fiorini novantamila; poi cominciarono a mettere -in vendita gli arredi delle chiese, poi le possessioni. -La Repubblica in tali cose andava spedita, se -l’uopo stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei -sembrassero manomesse: queste andavano sopra ogni -cosa, e tanto più osavano quanto che sempre nelle -coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente -la Chiesa quando anche avversassero gli ecclesiastici. -Troviamo in più casi questi modi essere -praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare minutamente -nell’istoria della Repubblica. -</p> - -<p> -Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione -era in mano dei frati Conventuali di Santa -Croce, perchè nel secolo XIII erano apparsi i Domenicani -andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando -nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore -usava sue armi per fini privati, impedirono a mano -armata l’esecuzione d’una sentenza, ed a lui tolsero -il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e di -far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì -frenando negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza -delle armi a privati cittadini, che si annoveravano -a tal fine tra’ famigliari del Santo Ufizio. Avevano -anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, -sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per -le offese recate ai laici, e chi offendesse alcun laico -di maleficio criminale fosse fuori della guardia del -Comune; inoltre vietando richiamarsi in Corte di Papa -e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto gravi -pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe -quelli che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi -benefiziati molti erano de’ grandi o dei grassi popolani, -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -i quali si facevano dai loro assolvere di violenze -o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. Laonde -poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano -i Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, -ed ebbe biasimo dai più savi. Gregorio XI annoverava -pure queste leggi tra’ carichi apposti alla Repubblica -di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo a -favellare.<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> -</p> - -<p> -Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso -anche le terre dei Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi -e degli Aretini, costringendoli, com’era usanza, a riscattarsi -dalle devastazioni per molto danaro. Siena -bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo -anche i Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: -v’entrò anche Arezzo, ch’avea alle coste la minaccia -dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi s’aggiunsero -alla confederazione, bensì con patto di non inviare -genti a soccorso di chi occupasse i possedimenti della -Chiesa.<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a> Laonde Firenze, a sè cercando più saldo appoggio -e di maggiore riputazione, non temette collegarsi -al più antico e più costante dei suoi nemici, Bernabò -Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte -guelfa, cercato indarno di storpiare quella lega, la -quale si trova, nè senza ragione, biasimata da taluno -di quelli stessi ch’erano pure dei più caldi per la -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto -mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, -avvalorato in quello scrittore anche dai fatti che ne -provennero. «Fu tenuto allora da molti buoni e savi -cittadini che questo fosse de’ rei partiti che il Comune -pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la -prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere -e fare discredenti i prelati superbi, malvagi e -ingrati, che allora reggevano e governavano la Chiesa -di Dio, non dovevano però in tutto mortificare e disfare -lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono -stati d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, -e con questa collegazione gli avevano sempre -tenuti a freno: e però seguì che, disfatto lo stato della -Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca di Milano, -ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni -e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore -ecclesiastico; e oltre a ciò spese la nostra città in -detta guerra tre milioni di fiorini, di che seguì che i -nostri mercatanti perderono molti avviamenti e traffichi -per lo mondo; e forse per questo seguirono poi -le discordie cittadinesche, per le quali il reggimento -venne in mano de’ Ciompi e popolo minuto.<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>» Ma vero -è poi, che ai Fiorentini quella guerra non parve che -fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto -insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome -avvenne, che la riputazione della possanza di -Bernabò avrebbe condotto più agevolmente all’effetto -che essi cercavano, quello cioè di rubellare al Papa lo -stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei -popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro -che prima solevano avere alle mani loro il governo -delle città. Cotesta era guerra meno prode che efficace, -e fu dagli Otto proseguita con sagace e appassionata -operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -con gli amici che avevano sparsi per le terre della -Chiesa, o man mano guadagnavano; in sè concordi, e -senza intralcio d’altrui sindacati, portati a cielo da -grande aura di favore popolare, encomiati delle opere -loro perchè la città non si credette in altro tempo mai -essere stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto -Santi. Molto facevano col danaro, ma chi delle terre -della Chiesa volendosi rubellare cercava aiuto d’armati, -lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova -bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro -scrittovi Libertà in bianche lettere a traverso: se -alcuna terra si volesse dare ai Fiorentini, non l’accettavano. -Così molte furono in pochi dì liberate: «poi, -alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure -alla Chiesa era tolta;<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>» e ciò bastava. -</p> - -<p> -Città di Castello fu la prima che, levando rumore -e soccorsa dai Fiorentini, si ribellasse: seguitarono -Perugia, Orvieto, Montefiascone, Viterbo; in questa -rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che infino -allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: -poi Todi, Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna -Forlì dove tornarono gli Ordelaffi, come in Imola -gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi Fermo ed -Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città -minori o terre o castelli: la prima cosa era atterrare -le fortezze che i Legati dentro vi avevano fabbricato. -«Pareva che intervenisse delle terre della Chiesa come -d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre, -rovina quasi tutto il resto.<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>» Allora il Papa assoldò -in Provenza alcune migliaia di Brettoni, uomini in -guerra valorosi, in pace crudeli, per fargli scendere in -Italia. Citò a comparire i Signori ed i Collegi, e nominatamente -gli Otto della guerra, sotto minaccia delle -più gravi censure e pene che allora fossero in casi -simili proferite, se rimanessero contumaci. Ma insieme -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -volendo alla conciliazione aprire una via, mandò in -Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e un -Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di -Castello e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, -purchè non andassero più innanzi con la guerra. Per -questo si tennero molte pratiche e consigli di richiesti; -ed era la pace già deliberata, quando gli Otto, -che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che -in Bologna si era offerta, strinsero i trattati che avevano -dentro e vi mandarono gente, sì che la città -levata in armi cacciò il Legato: erano ancora gli ambasciatori -in Firenze quando giunse la novella, e si -fece grande festa decretando fosse quel giorno solenne -allora e in perpetuo: tanto più sfoggiavano in cosiffatte -dimostrazioni, quanti più erano i contrari. -</p> - -<p> -Dei quali fatti in Avignone giunse l’avviso quando -erano ivi di già arrivati messer Donato Barbadori, -Domenico di Silvestro e Alessandro dell’Antella, oratori -del Comune ed avvocati presso al Pontefice. Recitarono, -com’era usanza, grave orazione, magnificando -l’antico ossequio dei Fiorentini verso la Chiesa -e le recenti offese che spinsero la Repubblica a provvedersi -contro le ambizioni e il nemico animo dei Legati; -per essi venuta in pericolo la libertà, e Firenze suo -malgrado cercare a sè ogni via di scampo. Rispose il -Papa, avviserebbe: pochi dì poi chiamati a sè con solenni -cerimonie gli ambasciatori, fece ad essi leggere -il decreto pel quale veniva Firenze interdetta, ed oltre -alle pene spirituali volendo ancora contr’essa procedere -a gastighi corporali, ordina il Breve che sieno i -Fiorentini cacciati da ogni parte del mondo cristiano, -ed i beni loro confiscati; e se al divieto non obbedissero, -sieno ridotti in servitù, «a fine che il pianto -loro sia ai posteri di terrore:<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>» parole gravi come i -fatti, ed io vorrei che gli scrittori della Curia si astenessero -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -da tali enfasi di linguaggio. Narrano che il -Barbadori uscendo di sala, volto a un Crocifisso che -ivi era, a lui appellasse di quella sentenza come a -giudice supremo.<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> E trovo scritto che d’Avignone sola -fossero cacciati oltre a seicento Fiorentini dimoranti -in quella città pei grandi traffici di Provenza, e come -banchieri principali o cambiatori nella Corte pontificia. -La sentenza ebbe esecuzione in Inghilterra ed in altre -parti, sebbene andassero ambasciatori ai re d’Inghilterra -e di Francia e di Ungheria per la tutela delle -persone e degli averi che i Fiorentini tenevano sparsi -in tanti luoghi della cristianità. Da Pisa non furono -accomiatati i mercanti che ivi dimoravano, e la città -fu interdetta; ma il Gambacorti, che la reggeva, cercando -schermirsi col Papa insieme e co’ Fiorentini, -inverso a questi batteva freddo; nè le altre città di -Toscana si dimostrarono molto vive in quella contesa, -nè Lucca nè Siena trovo che fossero interdette.<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> -</p> - -<p> -A vie più accendere le passioni bentosto si aggiunsero -due fatti crudeli, e inique stragi ed abominazioni -commesse da quelle straniere milizie che dal Pontefice -assoldate, doveano stare a difesa sua nel suo discendere -in Italia. Santa Caterina da Siena e Francesco -Petrarca gli avean prima dato miglior consiglio; venisse -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -senz’armi, con la sola croce sarebbe più forte.<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> -Per la ribellione di Bologna essendo l’Aguto rimasto -fuori della città, fece pensiero di occupare con le sue -genti Faenza che si teneva per la Chiesa; le quali -entratevi, la città tutta fu messa a sacco, forzate le -donne fin dei monasteri e tenute pe’ soldati, le vecchie -cacciate fuori di città, costretti gli uomini a ricomperarsi -o ad andare tapinando: poi quando l’Aguto -credette essersi ben rifatto, vendè la città vuota com’era -al marchese di Ferrara; poi vi rientravano i -Manfredi, ch’erano soliti dominarla. Nè il cardinale -Roberto di Ginevra, venuto al governo della legazione -di Bologna, mostrò risentirsi di quel fatto scellerato, -e tosto poi adoperò l’Aguto contro a Cesena, che -desse mano ad altra opera anche più crudele. Erano -in questa città i Brettoni, selvaggi uomini corrivi ad -ogni eccesso; talchè alla fine, moltiplicando le offese -e vinta essendo la pazienza de’ cittadini, levati su, diedero -addosso ai Brettoni sparpagliati, e molti ne uccisero, -che fu detto essere qualche centinaio. Era il -Legato presso la città in luogo forte, alla Murata, ed -era con lui Galeotto Malatesta; ai quali andati i cittadini, -ebbero promessa non ne sarebbe altro, e tornassero -ai fatti loro. Ma tosto dipoi sopravvenendo le -genti dell’Aguto, e ravviatisi i Brettoni, insieme entrarono -in Cesena; e qui uccidere a man salva uomini -e donne e i bambini nelle culle: erano tutte le vie e -le piazze piene di corpi morti nel fango, le chiese di -sangue, e su per gli altari uccisero parecchi: tremila -o più furono i morti: scampò chi riuscì a fuggirsi -della terra, perocchè gli Inglesi più attendevano alla -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -preda, ed i Brettoni alla vendetta.<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a> Destava quel -fatto pietà commista a odii atroci, e per le città della -Toscana si fecero esequie a’ morti in Cesena.<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> Il Papa -tacque; ma s’egli dannava con pubblico breve il Cardinal -di Ginevra, costui non sarebbe più tardi riuscito -a portare scisma dentro alla Chiesa di Dio col -farsi eleggere falso papa. -</p> - -<p> -La Toscana restò immune da cosiffatte calamità, -del che gli Otto s’acquistarono maravigliosa benemerenza -con l’accortezza dei provvedimenti. Radunarono -quanta più gente dovunque potessero, e l’avviarono a -Bologna o su per le Alpi a guardare i passi, avendo -anche molto estese le giurisdizioni loro per la Romagna -col soggettarsi i signori dei castelli, e le terre -fatte libere pigliarsi com’eran soliti in accomandigia. -Teneano frattanto a bada il Legato facendo nascere -in Bologna un finto trattato di fargli riavere quella -città; ivi il governo del Legato aveva per sè la minuta -plebe: i Fiorentini si tenevano in devozione i -rettori con le grandi provvigioni. Facevano buona -guardia, avendovi anche di continuo due commissari, -uno dei quali fu il cronista Marchionne Stefani.<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a> Comandava -allora le genti di tutta la Lega Ridolfo da -Varano dei signori di Camerino, reputato capitano, -che i Fiorentini, poichè la guerra più era ingrossata, -condotto avevano a’ loro stipendi. Si teneva egli chiuso -in Bologna, ed alle provocazioni dei nemici rispondeva, -non uscire egli perchè non vi entrassero. Giovanni -Aguto conduceva guerra lenta, male soddisfatto dello -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -stare ai servigi della Chiesa che non aveva di che pagarlo, -poich’ebbe perduta tanta parte dello Stato; -ond’egli, scaduto che fu il tempo della condotta, s’acconciò -co’ Fiorentini. Il che parve gran ventura, perchè -se si fossero insieme congiunte due tanto grosse -compagnie, com’era la sua e quella dei Brettoni, sarebbe -stato disfacimento d’Italia. Questi avevano in -Francia promesso pigliare Firenze, dicendo che se v’entrava -il sole, essi v’entrerebbero. Ma non avevano -tale condottiero qual era l’Aguto; e due loro capitani -già erano stati dagli Otto guadagnati: sicchè -tutto quell’apparato grande di guerra andò a scaricarsi -in ruberie e in crudeltà sulle infelici terre di -Romagna, senza alcun danno ma solamente con grande -spesa dei Fiorentini. -</p> - -<p> -Aveano i Tarlati allora tentato rientrare in Arezzo -con intelligenza di loro amici ghibellini e con la forza -dei soldati della Chiesa, tanto ogni cosa era capovolta: -ma gli Otto mandarono gente a riparo, e non -ne fu altro, a pochi essendo tagliato il capo. Più tardi -il vescovo Albergotti avea ritentato dare alla Chiesa -quella città; ma fu invano, e dovè fuggirsi.<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a> Guerreggiava -nella Marca il capitano dei Fiorentini, il quale -avendo tolta per sè Fabriano ed essi vietando la ritenesse, -egli si voltò alla parte della Chiesa; del che -in Firenze fu un gran dire, e la sua imagine fu dipinta -per la città in più luoghi col capo all’ingiù, -impiccato come traditore: faceva Ridolfo negli Stati -suoi dipingere gli Otto della guerra, effigiati con iscrizione -di sordido vitupero.<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a> Ebbe il comando in vece -sua un conte Luzzo o Lucio tedesco della casa di quel -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -conte di Lando verso cui meglio adoperarono i villani -delle Alpi quando egli tentava i confini di Toscana: -ma il conte Luzzo guadagnava sopra a Ridolfo insigne -vittoria; ed i Fiorentini se ne contentarono, molto -onorando il conte Luzzo; e lieti che l’altro nuovo -loro capitano Giovanni Aguto avesse in Maremma fugate -le genti del Papa, e corso con le armi le terre -fin sotto Perugia, facendo quivi assai gravi danni. -Bolsena, con grave suo danno e ruina, si era data -con l’aiuto dei Fiorentini al Prefetto da Vico; il che -avvenne sotto agli occhi stessi del Pontefice. -</p> - -<p> -Imperocchè Gregorio, avendo cessato allora per sempre -il soggiorno d’Avignone, s’era in Italia ricondotto. -La navigazione sua fu piena di casi per le traversie -del mare; talchè essendosi egli mosso a’ 13 di settembre, -non giunse a Corneto prima de’ 4 dicembre, avendo -anche fatto in Genova qualche indugio; tuttora incerto -com’egli era del tornare, attraversato dai cardinali -e dai francesi della Corte, cui troppo piaceva -quello starsene appartati in quieta dimora, nè come -a Roma posti in alto con gli occhi addosso della cristianità. -Quivi alla fine si ricondusse Gregorio XI il -giorno diciassettesimo dell’anno 1377. Pigliava dipoi -stanza in Anagni, dove lo raggiunsero gli ambasciatori -de’ Fiorentini per la pace, richiesti da lui non -prima fu egli disceso a Corneto. La Repubblica frattanto, -usando la penna di Coluccio Salutati, esortava -con la facondia di molto aspre e concitate parole i -Banderesi di Roma, non facessero abbandono della libertà, -che è cara cosa più d’ogni altra; non si lasciassero -trarre all’esca delle curiali magnificenze, a prostrare -quella dignità che invano dipoi si crederebbero -racquistare al sangue romano. Questo scriveva Coluccio -a’ 25 dicembre; ed ai 26 rendendo grazie alla regina -Giovanna che si era interposta premurosamente -per la pace, protestava esserne la Repubblica desiderosa. -Le condizioni dal Papa offerte sin dal principio -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -furono tali, ch’era impossibile accettarle; imponeva -l’abbandono de’ collegati, ed una multa che oltrepassava -un milione di fiorini: ne aveano offerti gli ambasciatori -fino a settecento mila. Ma io non so quale -delle due parti fosse meno inclinevole alla pace, entrambi -cercando versare sull’altro l’odiosità del rifiuto. -Da una lettera di Coluccio (26 ottobre 1377) si vede -che il Papa imponeva anche l’andata in Corte, a chiedere -perdonanza, di cento uomini fiorentini scelti da -lui, e cento delle altre città di Toscana. Laonde Coluccio -nelle sue lettere protestava più che mai essere -necessario continuare la guerra, a ciò animando i collegati, -e al Cardinale di Firenze e a quel di Cosenza -molto vivamente denunziando l’avverso animo del Pontefice.<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a> -</p> - -<p> -A questo modo si protraeva quell’infruttuoso negoziare -da oltre sei mesi, quando Bologna fece pace -con la Chiesa mantenendo le sue libertà, ma disciogliendosi -dalla Lega. Dal che Gregorio pigliato animo, -e sapendo essere in Firenze contrari molti a quella -guerra, mandava due frati nel predicare valenti, i quali -cercassero innanzi al popolo radunato mostrare il buon -animo del Papa inverso della città, e persuadere la -pace. Parlarono questi, ma nel Palagio e ad una congrega -molto numerosa di richiesti dagli Otto medesimi, -dei quali la causa doveva essere giudicata: ciò -almeno apparisce dal paragone degli scrittori, i quali -poi narrano che gli oratori fossero rinviati, con la -protesta di mantenere più salda che mai la difesa -della libertà dagli Otto propugnata con tanto merito -nell’universale.<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a> Pare altresì che fosse allora nelle -città di Toscana maggiore prontezza che per lo innanzi, -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -o almeno gli Otto vollero fare di tale consenso -grande e solenne dimostrazione. Radunati in Firenze -gli ambasciatori delle altre città, e in Palagio convitati -con molto studio di magnificenza, convennero -tutti fare buona guerra, e che ad ogni deliberazione -degli Otto dovessero stare le altre città, come se fatte -venissero dai propri loro magistrati. Grande era l’animosità -dalle due parti; il che veggiamo da un’altra -lettera di Coluccio ai Banderesi, dove gli esorta a resistere -con ogni sforzo al Pontefice, come avean fatto -gli antichi loro progenitori a Brenno e a Pirro e ad -Annibale, offrendo in nome della Repubblica e di Bernabò -tre mila lance a soccorso loro. Ma peggio fu -quando tornati essendo gli ambasciatori ai 4 d’ottobre, -ed in solenne radunata esposto quello che aveano -fin qui operato, deliberarono i Consigli che si facesse -guerra a oltranza; e ad un ambasciatore di Bernabò, -che era rimasto in Anagni e offriva trattare nel nome -dei Fiorentini, risposero molto risolutamente se ne -stesse, e che pace non farebbero, e che ritiravano le -condizioni da prima offerte.<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a> Gli Otto, che prima venivano -confermati di sei in sei mesi, ebbero rafferma -d’un altro anno dopo la scadenza; che era mostrare -grande proposito e fermo animo alla guerra. -</p> - -<p> -Allora trovati dottori canonici, i quali dannassero -di nullità l’Interdetto, ordinarono che agli 8 d’ottobre, -festa di santa Reparata, si riaprissero tutte le -chiese in città e nel contado e nel dominio, celebrandosi -i divini uffici come in passato pubblicamente: -richiamarono i prelati e i preti semplici che si erano -assentati dalle chiese, minacciandoli di gravi multe se -non tornassero; gli ecclesiastici che per avere ubbidito -si trovassero involti in processo o avessero gastigo -dal Papa, fossero difesi a spese del Comune e -compensati dei danni sofferti: quanto venissero osservate -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -coteste leggi, noi non sappiamo. A molti pareva -non essere giusta la scomunica a quel modo data e -per motivi di quella fatta; nè in Firenze mancava -forse chi si accostasse alle sètte dei Fraticelli o di altrettali -novatori, che in Italia serpeggiarono tutto -quel secolo. Delle moltitudini era devoto e sincero -l’animo, e l’affetto religioso aveasi aperto sue proprie -vie fin dal principio dell’Interdetto. «Parve -(scrive il cronista) che una compunzione venisse a -tutti i cittadini, e per molte chiese cantavansi laude -ogni sera, ed uomini e femmine infiniti vi andavano, -e grandi spese vi si facevano: ed ancora s’andava -ogni dì a processione colle reliquie, e canti musicali, -con tutto il popolo dietro. Ancora si mossero molti -giovani nobili e ricchi e si convertieno, e feciono loro -conventicole a Fiesole, e facevano limosine, e quivi -in digiuni e in orazioni dormivano in sulla paglia e -in terra, e convertivano peccatrici, e vestivanle, e monisteri -muravano: ed era questa cosa sì dilatata, che -ben parea che volessero vincere e aumiliare il Papa, -e che voleano essere obbedienti alla Chiesa.<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>» Ma -gli Otto pigliarono in sospetto le radunate delle compagnie -dei disciplinati che si facevano nelle chiese dei -frati, e a questi vietarono sotto gravi pene fare dette -radunate<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> dov’erano certo molti di coloro ai quali -spiaceva la guerra ed il vivere in contumacia di Santa -Chiesa, «e gli obbrobrii e i vituperi e le ingiurie che -tutto dì si facevano nelle persone degli ecclesiastici.<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>» -</p> - -<p> -Era in Firenze a quei giorni Caterina Benincasa -da Siena, che noi veneriamo come santa, mirabile -donna nella vita e negli scritti; oratrice inviata privatamente -in Avignone dai Fiorentini a Gregorio, e -presso lui grande promotrice del ricondurre la Sede -in Roma e mantenervela: con la parola e con le lettere -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -fermava l’incerto animo di lui, mostrando il male -colà dov’era, senza mai palliarlo per via di timide -concessioni, e innanzi tutto ponendo la riforma dei -pastori con pio coraggio e con umile severità; avvalorando -le riprensioni col sempre tenersi dentro ai termini -della riverenza, e temperandole con l’affetto. Scriveva -agli Otto e alla Signoria, non s’indurissero -nell’orgoglio e nella caparbietà, non mentissero alla -coscienza, al Papa andassero coll’ossequio dai figli -dovuto al Padre comune; le offese recate a lui e alla -Chiesa riuscire in danni alla Repubblica; non guastassero -quei buoni semi che già parevale di aver -posto nel mite animo di Gregorio.<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a> Scriveva al Papa -gridando pace: racquisterebbe con la benignità le anime, -che sono il tesoro della Chiesa. «Con queste guerre -non veggo che possiate avere un’ora di bene; distruggesi -quello dei poverelli ne’ soldati, ed impedisce il -santo vostro desiderio, il quale avete della riformazione -della Sposa vostra, riformarla dico di buoni pastori. — Voi -potreste dire, Santo Padre: per coscenzia -io son tenuto di conservare e racquistare quello della -Santa Chiesa: ohimè, confesso bene che egli è la verità; -ma parmi che quella cosa che è più cara, si debba -meglio guardare. — Poniamo che siate tenuto di conquistare -e conservare il tesoro e la signoria delle città, -la quale la Chiesa ha perduto; molto maggiormente -siete tenuto di racquistare tante pecorelle, che sono -uno tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quando -ella le perde. — Procurate che nelle vostre mani, quello -che Dio permette per forza, si faccia con amore. — La -Chiesa perde e ha perduto li beni temporali per la -guerra e per lo mancamento delle virtù; che colà dove -non è virtù, è sempre guerra col suo Creatore, sicchè -la guerra n’è cagione: ora dico, che a volere racquistare -quello ch’è perduto, non c’è altro rimedio se -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -non col contrario di quello con che è perduto; cioè -racquistare con pace e con virtù, come detto è.<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>» -</p> - -<p> -Dimorò in Firenze santa Caterina quei mesi che -furono alla Repubblica i più torbidi, tenendosi ella più -accosta alla setta dei Capitani di parte guelfa: ai santi -aggradano le città ordinate sotto un principio di autorità, -e qui aveva essa dei discepoli e degli amici molto -ferventi; e di là erano gli scomunicati. Trovo scritto -che a suggerimento di Niccolò Soderini, il quale insieme -a Piero Canigiani e a Stoldo Altoviti era dei -suoi più devoti, esortasse ella i Capitani a battere con -le ammonizioni la parte degli Otto, riprovando però -l’abuso che essi ne fecero e i fini privati che a ciò -gli movevano.<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a> Per le quali cose Marchionne Stefani -mostra dubbio animo verso Caterina, e morde i seguaci -ch’ella ebbe in Firenze:<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a> e quindi gli odii della parte -che aveva sua forza nelle Arti minori si dichiararono -contro lei, tantochè essendo ella rimasta nella città -già insanguinata di guerra civile, venne pur essa cercata -a morte. Ma con la Santa si dee credere s’intendessero -molto bene quegli uomini di mezzo, i quali -sono per conto loro di pacata indole e sensata; e in -ogni popolo questi sono il maggior numero, benchè -abbiano la minor voce; ma si riscuotono, e alle cose -danno sesto, quando esse volgono a ragione. -</p> - -<p> -Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo -come egli era, io credo verrebbe ad aggiungere -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -qualcosa forse non disutile all’istoria dell’umanità. -Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a -indi produrre quell’intestino commovimento che venne -a scuotere la Repubblica. Avevano le ultime temerità -degli Otto necessitato il cacciarsi innanzi essi più -sempre nella via loro, posti com’erano in aperta guerra -col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo tornato -a Roma, e le città di Toscana divenute ora più -vacillanti ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato -ricevuto a grande onore dai Pisani nel suo passaggio, -e s’adoperava Piero Gambacorti per la conclusione -d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto -in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto -venuta allora a scompaginare per la morte di Giovanni -Magalotti che tra essi aveva le prime parti, -onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori: fu egli -sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove -si vede tuttora la lapide di lui, col motto <i>Libertas</i> -aggiunto allo stemma di famiglia per concessione della -Repubblica.<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a> Pigliava il suo luogo Simone Peruzzi, -creato mentre era in Anagni ambasciatore: l’esserci -entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed -ai contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni -moltiplicate; la Parte guelfa, che stava incontro a -quella degli Otto, già cominciando a prevalere: fu -grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni -Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava -tutto il prestigio di cui godevano: al quale atto si -credè avere dato mano lo stesso Peruzzi. Così avveniva -che alla città stessero in capo due magistrati che la -tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde -radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o -dei violenti, ma bene ancora nella natura stessa delle -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -cose, come erano queste per gradi diversi sentite dagli -uomini più onesti ancora e temperati. Gli Otto venivano -regalati dal Comune a segno di onore (com’era -l’usanza) di targhe e pennoni e vasellami d’argento; -mentrechè la Parte guelfa onorava nel modo stesso e -regalava i Capitani che più andavano franchi e si mostravano -più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. -«Già da più tempo era cominciata addosso agli Otto -grande invidia, ed i contrari facevano setta, intendendosi -con certi grandi e facendosi forti al palagio -della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei -detti Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche -ebbe ne’ Consigli la petizione della loro rafferma, avendola -essi stessi anche onestamente contradetta.<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>» Ora -quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un tempo -dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti -loro; e i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le -ammonizioni, tirare in senso tutto contrario la Repubblica, -la quale dovette bentosto esserne lacerata.<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a> -</p> - -<p> -Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. -Gregorio aveva a praticarla mandato in Firenze il -Vescovo d’Urbino; e tanto allora prevalevano i nuovi -consigli, che la Repubblica lo pregava andasse a Milano, -seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero -che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, -parendogli essere occasione buona ad umiliare i -Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice farsi arbitro in -quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si recò -della persona sua indi a Sarzana; dove convennero -gli ambasciatori del Papa e dei Fiorentini, avendone -anche mandati il re Carlo di Francia e la regina Giovanna -di Napoli a procurare l’accordo. Il quale non -era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure -assai pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni -da essi tolte e l’equivalente dei beni venduti; -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -pagassero, in quattro o cinque anni, ottocento mila -fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre poco -dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della -pace nella città, che un avviso falso la mise in festa -ed in luminarie, talchè ai magistrati convenne frenare -quelle allegrezze. Ma giunse invece annunzio certo -della morte di Gregorio; per la quale fu il congresso -a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma -al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla -cristianità di lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, -travagliato dallo scisma, non ebbe modo a far valere -le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini parve -uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano -condotta essere la Repubblica. Tosto mandarono ad -Urbano ambasciatori, prima essendosi assoggettati alla -osservanza dell’Interdetto; il quale fu tolto via solamente -dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai -Fiorentini.<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a> Questi avevano anche ottenuto l’intento -loro; e lo stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, -rimase debole per lo scisma, d’onde i politici -avvisavano essersi aperte più larghe vie allo ingrandirsi -della Repubblica.<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -</p> - -<h3 id="cap9-3"><span class="smcap">Capitolo IX.</span> -<span class="smaller">LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. -PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.]</span></h3> -</div> - -<p> -Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) -i tempi eroici dell’istoria di Firenze, e insieme finiva -il tempo eroico delle lettere. Tale possiamo noi appellare -quello in cui fu concetto il sacro Poema, allora -che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto -pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto -vario incessante degli affetti, se l’Alighieri tenuto -avesse lo stato in Firenze insieme ai nobili del suo -grado. Le lettere attinsero qui forza ed ampiezza dalla -vita popolare della quale erano espressione; e diedero -esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo -e celebrati più dell’istoria di grandi regni. Nè ciò -avvenne perchè in Firenze a caso nascessero scrittori -versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori delle grazie -della lingua: la lingua fu il primo fatto donde -scaturiva poi tutta l’istoria di questa provincia, e da -quella ebbero i grandi ingegni potenza bastante a -farsi autori di grandi opere. -</p> - -<p> -Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari -che precedettero a quell’anno, fermati i barbari -in Europa e ciascuna gente dentro a’ suoi confini, le -nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna fece -benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva -la propria sua lingua anch’essa in quel secolo, che -pure fu quello del nazionale risorgimento: Milano ebbe -allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia accrebbe il suo -dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al nome -latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato -si emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli -e Sicilia, esclusi i Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, -e quasi che senza nordica invasione, a regni fiorenti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -</p> - -<p> -La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi -due secoli dopo al mille, apparve ad un tratto nella -seconda metà del terzo non più fanciulla ma come -fatta donna di sè medesima, e imperante con la precoce -bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa -quella che pure in Italia già era lingua della nazione. -Variavano questi dialetti non tanto per le varie -sorti condotte in Italia dalle signorie straniere, ma -più assai per le origini diverse dei popoli che v’erano -stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano -avere fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori -della Italia media fondarono Roma, o là entro -mescolandosi la formarono; affini di sangue e di favelle -cotesti popoli, come aveano allora composto la -lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare -ingredienti meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e -pronunzie meno dissonanti dalle latine di quel che -fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, e dove -la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti -sempre gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. -In tutti i luoghi tenuti dai Galli mi credo -io che la parola latina uscisse rattratta e scorciata -da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; -questo medesimo noi troviamo avvenire oggi -dell’italiana. I Greci di Puglia e di Sicilia, sebbene -per linguaggio più accosti ai Romani, pure appartenevano -ad una famiglia che per la struttura del pensiero -stava da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche -traccia nella pronunzia dei Siciliani. -</p> - -<p> -Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire -il parlare dei Toscani quanto all’esteriore sua forma; -il pensiero mi pare dovesse per le cagioni medesime -avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la potenza -delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel -fondo istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano -dato a Roma per la maggior parte i riti e i simboli, -quelle cose insomma che risguardando a religione, in -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto e -le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli -italici in quello che spetta alla filosofia ed alle -arti. Reggeasi l’Etruria per federazione libera, che è -forma difficile a conservare, nè si conviene ad altri -che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in -civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta -la politica indipendenza; e le arti fiorirono, allora -forse venute essendo al loro massimo incremento: -sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, -Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse -dalle acque solite a cuoprire nei secoli antichi le valli -Toscane. Poco in Etruria si combatterono le guerre -civili e poco altresì quelle dei barbari che più tardi -invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, -duce poco noto di genti avanzate da eserciti maggiori, -venisse a morire nei monti di Fiesole. Non mai la Toscana -prestò buon cammino ai grossi eserciti, nè campo -adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, -e posto fuori delle vie battute, fece ai condottieri -germanici questa piacere meno di tutte le altre -provincie d’Italia; talchè le feudali signorie non vi -ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue -barbarico dovette qui essere più scarsa che altrove. -</p> - -<p> -Il popolo dunque rimase latino più che altro in -Italia; e così le lettere pigliarono quivi la forma latina, -che è quanto dire latino-greca pel grande impero -esercitato dall’arte dei Greci sul pensare degli -uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco intelletto, -fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici -forme il bello ed il vero, metteva sopra una via -piana ed ampia la filosofia, le lettere e le arti: serbando -fede a quei primi veri che hanno consenso in -tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche divagazioni -degli intelletti, quell’arte educava il senso -pratico dei Romani; i quali divennero maestri di -scienza civile e politica, perchè all’immediata intelligenza -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -dei fatti congiunsero una più vera nozione di -ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e -meno alterata la tradizione di quelle leggi per cui si -regola l’universo. Notammo altrove come la scienza -dei Greci e le istituzioni dei Romani tanto più valessero -quanto più essendosi lontanate dalle orientali degenerazioni -dei veri divini, seguivano meglio il natural -lume, ossia quella filosofia perenne la quale sta fuori -di tutti i sistemi; dal che avvenne che l’insegnamento -cristiano trovasse le menti degli uomini meglio a riceverlo -preparate. -</p> - -<p> -Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: -poi la dominazione potente e simpatica della contessa -Matilde chiamava l’antica gente a contrapporsi alla -Germanica prevalenza; talchè si può dire questo popolo -essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli -era difensore degli uomini e delle forme e tradizioni -nazionali contro ai nuovi ordini che seco i barbari -conducevano. Così la Toscana fu meno feudale e più -cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva -in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate -sovente negli ermi gioghi dell’Appennino, dove -riuscivano più benefiche; ma qui non fu grande possanza -di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in -Firenze il vescovado, smembrato forse da quello di -Fiesole, non ha istoria nei più antichi tempi: in questa -Repubblica troviamo il ceto degli ecclesiastici -mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè -non faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti -dello Stato, volle e seppe essere cittadino. -</p> - -<p> -Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo -di Toscana la lingua e le lettere pigliassero vita più italiana -ed al tempo stesso più religiosa e popolare. Nelle -altre genti la poesia, o nacque senza religione, come -nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio -aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla -negazione; poesia disciolta da ogni freno di costume e -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -spesso incredula fino all’empietà. Ma qui tra noi la -poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole di San Francesco -fu la prima voce modulata che mettesse la lingua -nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe -fede nell’idioma volgare colui che osava da una piccola -città dell’Umbria chiamare per tutto il mondo -gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità -religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, -che vidde sul fine le città ordinarsi in questa -parte d’Italia sotto al governo degli Artefici, e i servi -alla gleba divenire contadini, e i <i>poveri</i> e i <i>deboli</i> difesi -da una legge più civile usare parola libera e sicura; -in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, -e volti gli animi alle grandi cose. Francesco di -Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnorea -e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri ebbe -azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita -durante quel secolo: nel corso del quale il popolo si -innalzava, la scienza cristiana compieva l’ordinamento -suo, venivano a luce, cristiane di spirito latine di forma, -le umane lettere e la poesia. In quella gran lotta che -fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano -eccitate le menti degli uomini; finì la contesa, e indi -a pochi anni il nuovo secolo trovò alquanto più circoscritte -le ingerenze nel mondo civile di quelle due -potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè -disputavano l’impero sul mondo. -</p> - -<p> -Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano -il governo di sè stessi, e i laici entrarono alla -partecipazione della scienza. Muovevano allora le contese -giù dal basso, dal fondo istesso delle nazioni: -ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali -avevano in cima un alto principio ed un pensiero -che risguardava a tutta intera l’umanità. Ciò -fu nei primi anni sino alla fallita impresa d’Arrigo VII -in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu -grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -essa prima in quel precoce ma tanto più splendido -e ammirabile svolgimento suo, mostrò all’Europa -quello che fosse il nuovo popolo e quel che -valesse. Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi -a che si facesse la nazione, furono strumenti a più -discioglierla; e di tale colpa si rendeva quello di Firenze -più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: ma -chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane -fare peccato di quella ampiezza di vita civile, e delle -potenti fecondità del pensiero donde ebbe il mondo -tanto gran luce? Nasceva una lingua che in sè accoglieva -tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato -dal buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, -manifestazione comprensiva del vero semplice e del -bello insieme congiunti, linguaggio sommario e viva -espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo -al quale usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando -a un solo fine, la rettitudine. -</p> - -<p> -Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo -essere opera compiuta, come sarebbe un vasto cerchio -che si richiuda in sè medesimo. Gli stessi caratteri -ebbe la <i>Somma</i> di san Tommaso, guida interiore dell’Alighieri: -e questi due libri mai non furono agguagliati -per quello che spetta ad universale comprensione: -pigliava il Poeta in germe le idee che il gran -Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei filosofici -svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero -Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il -nuovo secolo di già sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, -nuova esperienza della umanità. Nato e cresciuto -in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche -inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, -dietro a lui cercando la poesia nelle virtù riposte che -ha in sè la parola, e quella splendente serenità dello -stile in che sta il sommo della bellezza. -</p> - -<p> -Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava -il moto impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -e grande fu il numero dei cronisti, dei traduttori -dai libri classici o dalla Bibbia o dai Padri, e -degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci -di quella stessa filosofia perenne che piacque a -Leibnizio, che oggi Augusto Conti ed altri seco a noi -riconducono, e dalla quale a Dante mai, per quanta -in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in pensiero -di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità -della frase, quella parola che va direttamente -a cogliere il segno, le doti insomma che invidiamo -agli autori del trecento, non sono grazie della lingua -esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti -e di dottrine che bene rispondono al comun senso -della umanità. In questa Italia, che pure dicono qualcosa -recasse nella civiltà moderna, mai non si produssero -o poco allignarono quelli intelletti che di sè -fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; -non le arcane scienze, i paradossi, i sistemi, -non il dubbio d’Abelardo, non le temerarie sottilità -dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le troppo -rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe -infantili credulità, meno disviano dalla dirittura gli -umani intelletti, che non l’alterato o incerto giudizio -circa alla sostanza delle cose. Vero è che, poco gli ingegni -italiani (eccetto quelli di greca origine), ed i Toscani -meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi -di averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto -credenti alle universali tradizioni: il quale metodo gli -condusse fino a Galileo ed alla sua scuola, che nella -esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto -degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali -faceva andare di pari passo insieme congiunte in amichevole -compagnia. Ma quando i sistemi tennero il campo, -e quando l’analisi volle sola dominare tutta la scienza; -allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica operosità -sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva -egli prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -</p> - -<p> -Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero -dei Toscani fino dai primi anni del nuovo idioma; -e questo pensiero si esprimeva in un dialetto assai -più degli altri accosto al latino, che è dire alla lingua -solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece -che da tutti gli abitatori di questa fosse più inteso -naturalmente, e che da quello poi si traesse la lingua -scritta via via nelle altre provincie d’Italia, secondo -che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo il -toscano si avvicinavano al latino, compievano quello -che in sè aveano d’imperfetto, e correggevano quel -che il dialetto loro avea di straniero. I gai cortigiani -della Sicilia e i dotti uomini della centrale Bologna, -aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare la -lingua nobile della poesia; ma questa pure male si -annestava in quei due luoghi ai patrii dialetti, nei -quali doveano, scrivendo la prosa, necessariamente ricadere: -nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua -dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma -quando viddero che poteva una provincia d’Italia, -senza distaccarsi dal proprio dialetto, levare questo -in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di scritture, -conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana -essere ottenuto; e i libri toscani, che già molti -erano ed insigni in prosa ed in verso, pigliando corso, -diedero nome a quella che poi fu lingua scritta della -nazione. -</p> - -<p> -Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i -parlari delle altre provincie, si manteneva insufficiente; -e da principio i Toscani stessi poco s’arrischiavano -a tanto presumere del loro dialetto. Dante -che giovane lo aveva usato nella <i>Vita Nuova</i> senza -che paresse a lui di far male, quando più adulto si -diede a scrivere il <i>Convivio</i>, fece nel principio di quel -libro lunga scusa per avere commentato in lingua volgare -le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. -Scriveva egli poco dopo espressamente un altro libro -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -che ha per titolo <i>De Vulgari Eloquio</i>, e dettava questo -in lingua latina: vitupera in esso i parlari tutti -dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, cercando -un volgare che sia comune alla nazione, e che -distinto dai plebei dialetti di ogni provincia, possa -degnamente chiamarsi illustre, curiale, cardinale, aulico, -cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo idioma -tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di -tante insigni prerogative. E qui a me sembra aver -Dante confuso talvolta la lingua e lo stile nel concetto -di quel libro, al quale non diede giammai compimento, -sebbene molti anni poi gli rimanessero di -vita. Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti -voci triviali e plebee, il discorso di quel libro non -viene a fermare le ragioni della lingua, ma dell’eloquenza. -«Compose un libretto in prosa latina, il quale -egli intitolò <i>De Vulgari Eloquentia</i>,» scrive il Boccaccio -nella Vita dell’Alighieri: e questi medesimo -(cap. 19) dice contenervisi una dottrina dell’<i>Eloquenza -Volgare</i>, siccome aveva già nel <i>Convivio</i> annunziato -essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, -dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si -mettano altro che gli uomini eccellenti, nè vuole che -in quello si trattino altre materie all’infuori delle ottime -e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era il -volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il -linguaggio conveniente ai sommi uomini per le somme -cose, nè già una lingua ma una scelta o <i>pesatura</i> -(<i>librata regula</i>; Lib. I, cap. 18) delle voci o modi -che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era -un camminare con passo dantesco per le sommità di -un idioma, non già un pigliarlo sin giù dal fondo; era -un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma il libro non -tratta veramente se non della lingua la quale è propria -della poesia; e negli esempi che Dante allega -non si esce mai dalle canzoni, adatte sol esse ai più -nobili componimenti, siccome afferma egli medesimo. -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile -chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è -proprio della commedia: questo nome diede egli allo -stesso Poema suo, perchè non poteva sempre in esso -discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo trattare, -vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma -il volgare illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) -di avere usato nelle Canzoni, pareagli lo avessero -usato altri pochi, e tra essi alcuni dei Provenzali. -Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, -venga egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio -per l’alta poesia, la quale forma sia comune alle -nazioni di sangue latino, avendo però in ciascuna di -esse una espressione tutta sua propria, che sia per -l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei -maggiorenti della nazione. Cotesta forma a lui pareva -che fosse trovata pel nostro idioma quanto alle Canzoni, -siccome l’aveano trovata pel loro in modo affine -i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi -gli sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; -e il vagheggiato <i>italiano illustre</i> chiama in -più luoghi <i>latino illustre</i> (così ha il testo originale), ed -in latino scriveva il trattato dell’<i>Eloquenza Volgare</i>. -</p> - -<p> -A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a -me sembra) da più motivi. Innanzi a tutti erano la -mente altiera e l’indole signorile, e quello intendere -alla eccellenza che mai non si appaga delle cose presenti, -ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire -o nella effigie ideale del passato. Ma questo sentire, -il quale aveva come suo centro nella grande anima -del poeta, era comune in qualche parte a quella età -informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie -di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena -grandezza. Quivi anche vedevano gli esempi di quella -perfezione dello stile al quale cercavano allora di rinnalzarsi -gli scrittori, non bene sapendo nè forse -volendo la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -che sarebbe stato dannarsi a una sorta d’inferiorità. -Avevano essi già una lingua loro, ma non sapevano -che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso -Dante scriva che il volgare cercato da lui <i>andava -peregrinando e albergando negli umili asili</i>. In quell’immaturo -levarsi che fecero allora i popoli, il risorgimento -ch’era nel pensiero e nella espressione pura di esso, -non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, -non aveva nutrimento di scienza bastante; guardava -le cose come fa la fantasia, nè quelle poteva con giusta -misura a sè medesimo definire. Quindi è che Dante -scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la -lingua della religione e della scuola, e delle altezze a -lui note del bello poetico, lingua imperiale e pontificale; -nè l’uomo che scrisse il libro <i>de Monarchia</i> -poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre -molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la -terza cantica del Poema, la quale voleva non fosse -<i>Commedia</i>, mesce più delle altre alle volgari frequenza -di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè -convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. -È l’Alighieri certamente il sommo tra gli scrittori di -nostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti avesse -ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua che noi -dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da -apprendere, non possiamo tutta accettare nè fare nostra. -Contendeva egli per isforzare la lingua, siccome -con la prepotenza del volere sforzava il concetto, a -condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse -il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione -del poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre -poeta dove anche tu vegga in lui farsi innanzi il disputante -nella Sorbona, poeta dove egli per la coscienza -della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso -comune; ma sembra allora che egli si piaccia di fare -violenza alla stessa poesia, cosicchè nei luoghi che -molto furono disputati si trovi più spesso la sottilità -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -speculativa della mente che non la sostanza di quella -poesia ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni -forse erano dubbie a lui medesimo, che non pubblicava -mentre visse l’intero Poema. -</p> - -<p> -A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare -autorità sufficiente, <i>mancando in Italia un’aula o -curia della quale fosse proprio quello che a tutti è comune</i> -(Cap. 18). Ma (prosiegue egli) noi pure abbiamo -una corte, sebbene ella sia <i>corporalmente dispersa, -perchè le membra di quella che in Germania sono -unite da un principe, qui sono congiunte dal grazioso -lume della ragione</i>. Intende egli dunque il linguaggio -degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: ma siccome -nel concetto di questo volgare illustre ne sembra -egli recarlo troppo in su, così nella estimazione -dei vivi dialetti mette ogni studio in abbassarli, di -essi allegando voci triviali e facendone tal peccato da -condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci -dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto <i>introcque</i>, -usato una volta dall’Alighieri nel Poema, nè -so perchè, non fu mai scritto, ch’io sappia, nè dal -Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè -dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e -dal Giamboni, che sono più antichi. Così nel francese, -che troppo si pone ad esemplare di ogni lingua, certe -parole degli impagliatori di Parigi non si trovano -usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma -nemmeno nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio -la passione fece trascorrere l’Alighieri, ben fu -degno di lui l’accorgersi e giudicare come in Italia -mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori -quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente -consentito. Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro -idioma che di quel volgare; ma non l’usavano, e i -dottori scriveano e parlavano latino ogni volta che -voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i -Principi e le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -al volgare fin dopo alla metà del secolo XIV. -Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità d’arringhe, -nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti -e gli ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto -a ciò gli spingeva, scriveano la lingua da essi parlata: -ma nè il Cavalca, nè il Villani, tanto oggi noti per -tutta Italia, credo io che fossero letti da persona fuori -dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: -e Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava -che ci fossero, o non gli aveva forse mai letti, e -qual valore di lingua avessero non sapeva. -</p> - -<p> -Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere -ai nomi delle cose materiali, ne sembra gli uffici -a quella prestati da un’autorità comune estendersi -a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, conducendo -effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. -La lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può -spesso mancare di precisione o di evidenza, spettando -a chi scrive cercarla da sè, perchè non la trova bene -accertata e resa facile da universale consentimento. -Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia un’autorità -viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità -di certe voci o locuzioni figurate fermasse -l’adatto collocamento loro, da cui dipende spesso -l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte usuali -nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci -proprie. E questa lingua, la quale dicono essere fatta -per la poesia più che per la prosa, sarebbe riuscita -nel discorso andante di sè più sicura, per essere meglio -appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua -non è la stessa quanto alla estensione sua in tutti i -gradi della coltura e in tutti gli uomini egualmente; -ma certi nomi di cose astratte o modi che vogliono a -essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della -mente e più suppellettile di cose imparate, discendono -spesso dai primi gradi negli inferiori, cosicchè divengano -comuni almeno quanto loro basti ad essere intesi -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -da tutti gli uomini non affatto rozzi.<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a> Il che molto -avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia -del clero e massimamente dei predicatori, costretti -cercare ad alti pensieri una espressione popolare, la -quale si renda aperta a chiunque non ebbe pratica -nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. -Il quale difetto impedisce anche a pro della lingua -l’azione unificatrice del teatro, e ciò tanto più in -quanto che pigliando vita la commedia dal comune -favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce -magra, o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata -poco. -</p> - -<p> -Ma se una parte del vocabolario di una lingua la -quale abbia avuto il suo letterario e civile svolgimento, -formata più in alto, discende nel popolo dei meno colti, -riceve anch’essa però dal basso le sue leggi e si arricchisce -del parlare figurato che esce (siccome fu detto) -ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e -forma stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, -che sono i pochi, non sanno altro che scegliere -quanto alle figure la parte che ad essi convenga, ed -aggiugnervi le voci e i modi necessari a quelle materie -che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso universale -e quotidiano. Laonde una parte, che è senza -misura maggiore dell’altra, sale ogni giorno anche dal -fondo più triviale a pigliar forma nei sermoni e nelle -arringhe solenni e nei libri, sebbene remoti dalla capacità -di quegli uomini dai quali quei modi e quelle figure -da prima furono generati. E senza di questi sarebbe -la lingua degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe -vita, nè grazia, nè efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -più scelto voci figurate, le quali niuno vorrebbe -usare nelle galanti conversazioni, se non ne avessero -chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. -Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi -pigliava l’attuale sua forma in Parigi circa alla -metà del seicento, quando la <i>corte</i> e la <i>città</i>, divenute -arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto il resto -della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da -notare come questa lingua fosse, per la natura sua e -dei Francesi, capace fra tutte a rendersi popolare. -Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole aperta, -facile il discorso; molto facevano conversando, e quel -che avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è -che appena mutati in Francesi, si dessero a scrivere -in grande numero ogni secolo memorie o ricordi personali, -genere di storia dove ognuno tesse intorno a -sè il filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene -più scarsamente comprensiva, e tutta propria di -quel popolo e di quella lingua. Queste memorie furono -certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza -di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. -Abbiamo notato due altri generi di composizione dove -si ascolta come si legge, che sono il pulpito e il teatro; -ma questi pure sembrano quasi avere bisogno della -lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori -a un genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e -che non ha pari tra le altre nazioni. Nè accade dire -come al teatro bene s’accomodi l’idioma che ha sede -in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni -cultura. Nè altrove che in Roma si formavano la lingua -e l’urbanità latina: ma in Toscana erano città e repubbliche -libere ed astiose tra loro perfino dell’idioma, e -ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, nè senato, -nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti -in piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi -o all’impeto plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; -tutto il ceto dei Ghibellini aveva in odio -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -questo popolo d’artigiani montati in iscanno, e co’ dileggi -si consolava; Dante in esilio chiamava <i>insensata</i> -l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre -volgare. Quindi è che la lingua del popolo di Firenze -fin da’ suoi primordi ebbe taccia di plebea; e -simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica perchè -ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti -muoveano da quelle botteghe istesse dove si lavoravano -i panni e le sete. La fiera puntura dell’esule -ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo Passavanti, -il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto -d’Italia, dà briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi -perchè insudiciavano il patrio idioma. Dannaronlo poscia -i letterati più risolutamente scrivendo in latino: -vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con -forte discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui -mostrando come avessero egli e il Petrarca ed il Boccaccio -scritti i libri loro non già in toscano o in italiano, -ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore -siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea -di nazione con vano e pungente desiderio si provava -a porre in discredito ogni boria di provincia, e perchè -il secolo inclinava al signorile; tantochè il Tasso -proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, -in sè non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero -è poi che in questo popolo arguto e faceto ed esultante -di sè medesimo e licenzioso, gli ardimenti dei -motti e delle triviali figure più abbondavano che altrove, -pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla -leggiadra acutezza degli ingegni, i quali si diedero -molto a quel genere di componimenti quando le lettere -avvilite più non si arrischiavano ai forti subietti. -I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime particelle -d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in -mostra, e i vocabolari con troppo studio le registrarono; -dal che poi venne un ribellarsi contro allo scrivere -dei Toscani ed alle più schiette forme della lingua, -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -la quale si fece povera per essere a tutta Italia -universale. -</p> - -<p> -Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre -con passo più certo, e fu cosa nazionale; laddove invece -la prosa fuori che in Toscana mancando tuttora -di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse -accettato comunemente e divenisse la lingua scritta -degli Italiani. Il ch’era in fatto assai più agevole a -conseguire nella poesia che tutta lirica da principio, -e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si appropria -di tutta la lingua poco gran numero di parole, -di modi e di forme; ma che però essendo eternamente -inesauribile nel profondissimo campo suo, a -tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente -divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai -Bolognesi e indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed -a Cino da Pistoia, progrediva per diritto cammino la -lingua poetica della canzone; sole mancavano quelle -ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla -forma Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto -alla parlata espressione della poesia, io dico esser egli -nel nostro idioma scrittore perfetto; in lui non appare -mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, nè studio -faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu -scorgi nei suoi migliori componimenti, che sono gran -numero, mai nulla di troppo: una mirabile temperanza -a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove non -potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi -mai da quella serena elevatezza che in lui mantennero -l’amore e gli affetti virtuosi dell’animo ed una -vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente dignitosa. -Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove -anni, poi vissuto in casa dei genitori in Avignone dove -molti erano Fiorentini, ebbe la favella dall’uso toscano; -ma questa può dirsi mettesse in disparte nella vita -letteraria, che fu da lui tutta esercitata in latino; e -i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono -ricordanze d’affetti presenti sempre all’anima del -Poeta, che rigermogliano come cosa viva, senza avere -però mai la foga che odi bollire nel cuore di Dante; -passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno -dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. -Quindi è che lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre -hanno qualcosa di più generico, nè occorreva a -lui pescare giù in fondo nelle attualità dell’idioma: -la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè -stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte -le città d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi -l’intera nazione: il detto del Foscolo, che la lingua -era al Petrarca insieme naturale e forestiera, sta bene -ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò meno -degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia -della lingua, cui diede egli forma soprattutto nazionale. -In quelle sue Rime non è mai parola o modo -che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato -senza affettazione. -</p> - -<p> -In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, -niuno fu italiano al pari di lui. Si era egli fatto -cittadino dell’Italia perchè non avrebbe in essa voluto -d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici eventi -non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, -egli non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture -di passioni che in lui sanguinassero: l’amore per Laura -fu il solo fatto della sua vita. Le cose presenti giudicava -per concetti generali; snudava le <i>piaghe mortali</i> -d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe -<i>indarno</i>, e sospirava. L’età precedente avea -contenzioni furiose ma degne degli alti intelletti; e -quindi gl’ingegni più speculativi mischiandosi in -quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene dall’oprare, -e ai loro concetti quella interezza che deriva -dall’uso continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi -uomini erano anche forti cittadini, e il pensiero aveva -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del Petrarca, passioni -infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto di sè -medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle -memorie dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare -le lettere; faceva a sè una vita d’uomo letterato: -nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse niun altri -godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii -o poco tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo -sensitivo. E dopo la morte fu egli il poeta dei secoli -oziosi, cessati allora quando risorse per tutta Italia -universale e vivo l’amore della poesia dantesca. -</p> - -<p> -Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare -beato più del Petrarca, ma tutto aveva egli in sè medesimo -le tempeste; natura morbida di poeta, che negli -studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè -il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e -dentro all’animo era un segreto conflitto di cure affannose: -intorno a queste scrisse un libro.<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a> Mutando -luogo di tratto in tratto, piacevagli con le agiatezze -della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava, -e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella -e in altre età; non troppo i favori dei principi disdegnando -nè il praticare spesso nelle corti, egli non esule -nè mendico, ma come per fare onore a chi lo albergasse. -Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe -o capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel -Rienzi; e quella Canzone (<i>Spirto gentil</i> ec.) che è tra -le sue più belle, a quale dei due fosse indiritta non -è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe -le parti, quasi da credere che l’avesse prima -ideata per animare a pro d’Italia il Colonna, e poi -finita quando il Tribuno tentava un’impresa troppo -rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -</p> - -<p> -Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la -grande mole di componimenti in lingua latina i quali -empierono la sua vita, e quelle medesime lettere alle -quali dava egli nome di famigliari, altro non sono che -esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e -ammirò in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e -di giudizi che niuno de’ suoi scritti smentisce giammai; -ammirò il sapere, pel quale sembrava fare egli rivivere -l’antica Italia dalle sue ceneri cercando libri per -ogni dove, non senza dare anche mano allo studio -delle greche lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò -nel suo scrivere quella stessa copia che a noi -sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener dietro -agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle -imitate lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi -latini che a lui erano familiari. Ma già in Italia sorgeva -un secolo a cui piacevano queste cose, cercando -la vita dove non erano che memorie, e quella che -stava negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, -e perch’ella era espressione vera non della passata -ma della presente Italia, qual’era e quale i tempi -ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come -la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime -che da principio aveva egli meno apprezzate, e come -non fosse corona vera del capo suo quella ch’egli -ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio -pel poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato -imperfetto, e che infine a lui medesimo dispiaceva. -</p> - -<p> -Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo -del Petrarca messo a confronto di quello di Dante, -si fa manifesto per la differenza che tra essi corre nel -concetto dell’amore. Laura è una donna ed il Petrarca -un innamorato; l’amore da lui portato alla somma -altezza sua e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni -e le sue dubbiezze, che «sana e ancide» e si avvolge -per isquisite delicatezze nelle infinite sue varietà di -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure -ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine -delle dolci acque, mentre «un nembo di fiori cuopre -ad essa le vesti leggiadre e il grembo e le treccie -bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella bellezza, -puoi ricordare donna veduta o donna pensata, -e nella memoria alzare i tuoi sino agli affetti del -grande cantore. Ma la Beatrice dell’Alighieri non è -propriamente donna, ma visione; non fece tra gli uomini -altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi -non l’ardiscono guardare;» ma egli la vede dentro -al cuore ed al pensiero, senza che amore giammai la -facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu mai -tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti -e di Cino da Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene -in questo ultimo già un poco scadente: col vivo -lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro -alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea -l’amore. Ma il Petrarca nelle ore del pentimento accusa -l’amore suo lungo dei «giorni perduti e delle -notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti -dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella -mente ragionava,» ed era salute a lui e difesa contra -ogni suo vaneggiamento. -</p> - -<p> -Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero -nei grandi fatti e nelle contenzioni del secolo XIII, -ebbero più forte l’educazione degli affetti, donde poi -nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali secondo -che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo -che sieno o vòlte alle grandi, o inceppate nelle -minute cose e da ogni nobile ed alto segno disanimate, -ne danno ragione dei vari caratteri per cui si distinguono -tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi -che seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà -fondata, ma insieme all’insorgere vario e irrequieto -delle ambizioni cittadine, gli affetti e con essi -le volontà degli uomini divenivano incerte e divise, e -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori -noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in -essi minore altezza. L’istoria di Giovanni Villani ebbe -continuazione da Matteo, fratello, minore a lui di molti -anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze nella città -di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato -la sua coscienza di storico in quelle primizie quando -si cercavano e si ottenevano le cose giuste, quando le -passioni private sparivano confuse in mezzo alle pubbliche -e comuni, le quali infondevano alcunchè della -grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui -venivano giudicati. Ma invece nei tempi da Matteo -descritti guardavasi meno al fine ultimo delle cose e -a quella sostanza morale di esse che ne determina il -valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono -da una che dall’altra parte il vero ed il buono. -Nelle istorie del minor fratello più non si rinvengono -di quelle parole che ti s’improntano nella mente; la -lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed -i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. -In quella medesima età intermedia della nostra -lingua, scrittore eccellente fu Iacopo Passavanti di -quello stesso ordine domenicano che avea prodotto i -sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi -lo pareggi quanto alla limpida semplicità del dettato, -alla costante dolcezza dei suoni ed alla facile egualità -di uno stile da porre a modello senza che alcun vizio -vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, -procede il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è -vena assai più copiosa. Lo scrivere inappuntabile del -Passavanti non è però sempre del pari efficace; io direi -quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me nasce -dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua -popolare avea taccia di plebea dai molti che avrebbono -in Firenze voluto qual cosa di più signorile; ed -egli che odiava nei predicatori del suo tempo l’abuso -di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -uno scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, -di timidità soverchia. -</p> - -<p> -Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta -la dovizia di questa lingua già pervenuta alla sua -massima finitezza, quasi tornita e fatta nitida e scorrevole -per molto uso nell’ampio vivere cittadino. Giovanni -Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore -che lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà -costante delle voci, all’aggiustatezza sempre evidente -della frase, alla briosa vivacità del dettato ed alla -possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli -sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti -generi dei più svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero -primo esemplare della lingua, quanto alle parole e alle -locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso congiunta a -un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere -diversi argomenti, dovevano ben essere il campo -prescelto dall’ingegno del Boccaccio, al quale fu dato -in quello spiegare tutta l’agilità sua e farsi mirabile -in tutti gli stili, tranne il più eccellente. Ebbe egli -facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato -scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. -Narra e descrive mirabilmente più che non dipinga; -sa essere parco, semplice, piano, quando non abbia -fatto a sè proposito del contrario: dove entri l’affetto, -si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I -colli ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti -graziosi d’arbusti bene pettinati e di acque zampillanti; -la grande, la bella o terribile natura non vidde -egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva. Ci -davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole -di Gismonda di Salerno; nè in quella nè in tutta la -novella di Gisippo io scôrsi mai altro che ampolle -vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata -descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa -a un libro cui non s’addice. -</p> - -<p> -La lingua novella era poco scritta nelle altre parti -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -d’Italia dove le pronunzie o smozzicandola o tirandola -a suoni estranei e diversi, ad essa impedivano sotto -alla penna dello scrittore un franco e facile andamento. -Aveva in Toscana invece già molti egregi autori -anche nella prosa; ma come spauriti da quel nome di -volgare, non credevano capace il patrio idioma di mai -agguagliare la dignità dell’antica madre, temendo infangarsi -se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, -non era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino -al comporre insieme più idee ciascuna al suo luogo -come in ordinanza, altre rilevando e altre adombrando; -col fare insomma di quei periodi lavorati che formano -il pregio e anche talvolta la maledizione di noi -popoli molto côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza -sufficiente, giovano a dare pienezza al discorso senza -nuocere alla speditezza; ma sono anche spesso indizio -d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno -come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. -Dove entra l’affetto, di questi periodi non se -ne fa mai, e non sa farne il popolo semplice, del quale -sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed efficace. -Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, -che mira a istorica eloquenza, gli ha spesso -intralciati; si appaga il Cavalca di un andare piano, -senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio mancare -al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, -che desse esempio di una forma più ampia e -svariata e che si appropriasse ad ogni genere di componimenti; -pareagli a ragione la nostra favella non -essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata -con uso sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè -questa lingua essere esercitata mirabilmente da tutto -il popolo della città sua; sapeva che nulla o poco assai -nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui precessero -nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato -l’assunto di tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando -tale agilità d’ingegno e tale possesso di voci -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in mezzo -al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il <i>Decamerone</i>. -A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il -mancamento non era dell’ingegno, ma era dell’animo. -A quello sforzato suo periodeggiare, a quelle suonanti -cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione -dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti -venivano allora in maggior luce. Ma egli è poi vero, -che dove non lo tradisca l’ambizione, o dove non diasi -a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune da -questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, -che di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente -dal suo. E come quelli che molto sono in lui -prominenti e perchè formano la sua speciale caratteristica, -la quale, o buona o mala che sia, trae dietro -a sè la turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio -sciupare la lingua dei letterati e degli accademici col -periodo latineggiante e con i suoni cantati e falsi e -ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive -fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico -nell’esprimersi, ma l’armonia del Boccaccio e dei -retori è tutt’altro; non è armonia, ma un saltellare -di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine -al periodo. -</p> - -<p> -Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; -la giovinezza di lui trascorse nelle corruttele -d’una Corte. Quel pervertimento d’indole che fece a -lui scegliere il tempo della peste come occasione al -suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e -motteggi in bocca di donne a cui la morte aveva in -quei giorni fatta deserta la casa; quel falso nei tormenti -dell’amore che a lui fece provare una poco crudele -bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con -gravità ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione -degli amanti afflitti com’esso; quel falso che -è in tutto il libro, dove con serietà dottorale sono -appellate savie le donne maritate che si procacciano -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -un amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e -grossolana sensualità l’amore, e poi quelle stesse donne -che raccontano in cerchio sedute e ascoltano turpitudini, -lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e intemerata, -<i>senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse</i> -quella convivenza delle sette gentili donne e dei -tre giovani; questa falsità di pensieri e di affetti, questo -pervertimento ch’era nell’anima del Boccaccio, -danno anche ragione di quello che è di falso e di pervertito -nel concetto che egli fece a sè dello scrivere -la lingua sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori -del <i>Decamerone</i> nè per centocinquant’anni poi, -che avesse il Boccaccio trovato la forma della prosa -italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento -la coltivarono, per nulla seguirono le tracce -impresse da lui; ed il suo regno fu decretato allorquando -vennero in onore lo scrivere ozioso e i dolci -solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca -furono allora principi della lingua; ma il Petrarca -tenne bene lo scettro dello scrivere la poesia, male il -Boccaccio quello della prosa. -</p> - -<p> -Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, -cominciò a dettare le sue lettere santa Caterina da -Siena [n. 1347, m. 1380]: fu grave ingiustizia non averla -contata tra’ sommi di quella età della lingua. Si discosta -ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia -consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale -svolgimento del pensiero, ed ogni cosa piglia suo -luogo, e quelle parole hanno più rilievo che aveano -avuto prima nella voce più vivo l’accento. Imperocchè -quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue -lettere quante volte amore spirava: un solo è il subietto -di tutte, se vuolsi, ma è tale subietto che ha -in sè l’infinito. Esperta di varie città italiane e di una -Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e -indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa -e ardita, ma sempre umile e cortese, scriveva a papi -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -ed a cardinali, e ai magistrati delle repubbliche, ed a -giovani mondani e a donne perdute. Facili sgorgano -le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte -parere anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato -come in lei da una proprietà costante e dalle stesse -ragioni della etimologia ignote a chi la seguiva, ottenga -il discorso quella evidenza cui non pervengono scrittori -volgari.<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> Alcune di quelle lettere appartengono all’istoria, -s’intravede in altre una fantasia repressa: -la misticità prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre -non di rado. Non la perdonavano all’accesa -donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel pochino -di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva -i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata -santa Caterina; ma è grande scrittore, e più veramente -nobile e più naturale del Boccaccio. -</p> - -<p> -Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola -avere una qualche derivazione da santa Caterina. -Notiamo, tra gli altri, un Giovanni dalle Celle frate e -cittadino che scriveva lettere ai magistrati di cose -politiche e di religiose con franco parlare ed elevatezza -di concetti.<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a> Ebbe grande fama per bontà e dottrina -Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica -soleva con riverenza consultare in cose di stato e di -religione: Roberto de’ Bardi, teologo, morto in Parigi -cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei -Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il -cardinale Piero Corsini, che s’immischiò molto nelle -cose dello Scisma e fu a’ suoi tempi gran personaggio. -</p> - -<p> -Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, -primo è il Boccaccio che i versi faceva con -disinvolta naturalezza e spesso graziosa; nè ultimi certamente -Sennuccio del Bene e Buonaccorso da Montemagno -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli -Uberti compose un poema più noto che letto, che ha -per titolo <i>il Dittamondo</i>: non oserei chiamarlo imitazione -della <i>Divina Commedia</i>, essendo bastato all’Uberti -descrivere il mondo delle cose materiali con -buono stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: -vissuto povero alle corti dei signori Lombardi, -moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da Strada, che -fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355, -male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla -prosa, tradusse in bel volgare il libro dei <i>Morali di -San Gregorio</i> allora che molti attendevano al tradurre; -ma non compì l’opera, andato in Avignone -Segretario, nè a lungo vissuto. -</p> - -<p> -In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, -e sappiamo che nel 1334 vi furono condotti Recupero -da San Miniato e Cino da Pistoia ad insegnare canoni -e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena cessata -la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso -privilegi e facoltà di dottorare in ambe le leggi; e -imperiale privilegio da Carlo IV nel 1364. Proibirono -agli uomini dello Stato mandare i figliuoli altrove a -studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di -Pisa, che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; -ma ordinarono che i dottori si pigliassero da -fuori, temendo le brighe a porre innanzi i meno degni; -tuttavia più volte vi furono eletti uomini della città -stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, -Lapo da Castiglionchio e Donato Barbadori. -Aveano molto desiderato chiamarvi il Petrarca, al quale -andava inutilmente il Boccaccio con amplissime profferte: -questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova -cattedra eretta per la spiegazione della <i>Divina Commedia</i>. -Prevenuto dalla morte, non potè compiere il -Commento, che solo tra molte sue opere minori può -sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello -stile. Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -mai così da farsi università vera: a molti la spesa -parea troppo grave; e a città mobile e chiassosa e -volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> -</p> - -<p> -La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi -suoi scolari parve rimanere nei confini segnati da lui; -ma una Compagnia o Confraternita dei Pittori nasceva -nell’anno 1350. L’architettura e la scultura progredivano -per gli edifizi che la sontuosità privata o la -devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze -veniva ornata splendidamente dal gran siniscalco Niccolò -Acciaioli negli anni che seguitarono al 1341. -L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè i -moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; -ma troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte -del tempio. La loggia di Orsanmichele era stata ridotta -a chiesa, e dentro e fuori si ornava con magnificenza -di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu -principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante -per la conservazione dei grani che la Repubblica -teneva in serbo a benefizio pubblico nelle carestie. -In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che ha nome -dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, -o per opera del grande artista o sul disegno di lui, -che oltrechè scultore insigne fu anche pittore. Quella -Loggia era principal ritrovo ai cittadini per la conversazione -di cose pubbliche e private. Gridavano -ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a> correa questo -popolo a criticare e a motteggiare le grandi opere -che faceva. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -</p> - -<h2>APPENDICE -DI DOCUMENTI.</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -</p> - -<h3 id="app1">Nº I. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_63">63</a>.)</span></h3> -</div> - -<div class="blockapp"> -<p class="small"> -BREVE DI CLEMENTE IV, DE’ 25 MARZO 1266, AL CARDINALE -OTTAVIANO DEGLI UBALDINI PER L’ASSOLUZIONE DELLA -CITTÀ DI FIRENZE E DI ALCUNI CITTADINI DALLE SCOMUNICHE -INCORSE QUANDO ERA SOTTO LA DIPENDENZA -DEL RE MANFREDI. -</p> -</div> - -<p> -Manfredi era morto e la Parte guelfa vincitrice a -Benevento nei 26 febbraio 1266. Anche in Firenze i -Guelfi levavano il capo, sebbene vivessero tuttora mescolati -coi Ghibellini che avevano a sostegno le armi -tedesche. Ma da principio cercando tutti andare di -concordia, il Potestà mandava in nome del Comune -due ambasciatori al papa Clemente IV, chiedendo l’assoluzione -delle scomuniche nelle quali era la città incorsa: -questi, nella presenza di due Cardinali a ciò -deputati dal Papa, fecero giuramento d’ubbidienza a -quanto venisse dal Papa medesimo alla città imposto -come atti di penitenza e di filiale devozione. Ma non -parve al Papa bastante siffatta promessa; talchè a’ 25 -di marzo, e non trascorso intero un mese dalla vittoria, -mandava con un suo Breve al cardinale Ottaviano -degli Ubaldini ricevesse in ubbidienza la città, quando -però avesse in mano l’obbligazione di sessanta mercanti -fiorentini i quali pagassero di proprio il denaro -in quelle somme che sarebbero poi dichiarate. Noi -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -pubblichiamo questo Breve e gli atti pei quali il Cardinale -dava esecuzione al mandato nel giorno seguente. -Clemente viveva tuttora incerto di quello che fosse -per avvenire in Firenze, dove la mutazione da ghibellina -a guelfa non era per anche compiuta. Più tardi -egli stesso promoveva l’elezione dei due Potestà Frati -Gaudenti che rappresentassero le due parti: seguiva -poi la cacciata dei Tedeschi e dei Ghibellini e quei -fatti dei quali abbiamo nel testo data contezza. Ma -questo primo atto per cui cercava il Papa d’estendere -in Toscana l’autorità politica della Santa Sede, ignoto -finora, noi pubblichiamo dagli Archivi di Firenze (<i>Diplomatico</i>, -provenienze <i>Strozzi-Uguccioni</i>) essendo tale -da fare corredo a quelli pubblicati dal <span class="smcap">Martene</span>. -</p> - -<h4><i>EXEMPLUM.</i></h4> - -<div class="blockquote"> -<p> -In Christi Iesu nomine, amen. Cum venerabilis pater dominus -Octavianus, Sancte Marie in Via Lata diachonus Cardinalis, recepisset -a Sede Apostolica licteras in hunc modum: — Clemens episcopus, -servus servorum Dei, dilecto filio O., Sancte Marie in Via Lata -diachono Cardinali, salutem et apostolicam benedictionem. Miserationes -et misericordias Domini, que super omnia opera sunt -ipsius, et benignitatis eius afluentia circa genus considerantes humanum, -in ipsius laudibus delictabiliter iocundamur; Eique a quo -est omne datum optimum et omne donum perfectum debitas et -divotas gratias exsolventes, de concepta letitia ingenti iubilo exultamus: -quod misericors et miserator Dominus, qui nichil eorum -que fecit odivit, nolens mortem pecchatorum, set ut magis convertantur -et vivant; civitatem et populum Florentinum, qui quasi cum -morte fedus pepigerant, diuque a devotione Romane Ecclesie damnabiliter -deviarant, condam Manfredi olim principi Tarentino, persecutori -eiusdem Ecclesie manifesto, contra eam induratis animis -pertinaciter aderendo et aderentes eidem Ecclesie totis viribus impugnando, -de sue habundantia pietatis ad penitentiam conterens, -ipsos ad devoctionem nostram et dicte Ecclesie, per tue probitatis -industriam, misericorditer revocavit. Pridem namque Potestas Consilium -et Commune civitatis predicte ad cor, a quo inconsulte ac -periculose recesserant, divina gratia inlustrante, reversi, dilectos -filios Melliorem de Abatibus, Ginesium, Iacopum de Cerreto et Bonacursum -iudices, ambaxiatores suos ad nostram presentiam destinarunt, -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -ipsumque Iacobum suum constituentes sindachum seu procuratorem -et nuntium spetialem, ad petendum, ipsorum nomine, -absolutionis beneficium ab excomunicationum privactionum et interdicti -sententiis, quibus ex eo quod dicto Manfredo contra Ecclesiam -prefatam, sicut est predictum adeserant, quodque civitatem -Lucanam contra proibictionem predecessorum nostrorum et nostram -hostiliter impugnarant, aliisque lighati noscuntur, sufficiens plenum -iurandi in animabus eorum, quod nostris et prefate Ecclesie mandatis -precise parebunt dedere mandatum. Poro, idem sindachus, -coram nobis huiusmodi mandato exibito, in animabus dictorum Potestatis, -Consilii et Communis, de parendo ipsorum nomine nostris -et Ecclesie predicte mandatis, que sibi per nos aut alios seu alium -quotienscumque duxerimus facienda, coram dilectis filiis nostris -G. Sancti Georgii ad Velum aureum, et V. Sancti Eustachii diaconis -cardinalibus, quibus id spetialiter duximus committendum, -ipsorum nomine corporale prestitum iuramentum, et se ipso ac -dictis Potestati, Consilio et Communi, ad hec datis nichilominus -quibusdam fideiussoribus sindicali et procuratorio nomine obligatis; -tam idem sindichus quam ambaxiatores prefati nobis instanter et -humiliter suplicarunt, ut predictas excommunicationum, interdicti -ac privactionum sententias a predecessoribus nostris ac nobis nec -non quibuslibet apostolice Sedis leghatis vel deleghatis eorum, in -eosdem Potestatem, Consilium et Commune ac civitatem prefatam, -pro huiusmodi causa prolatas, de clementi misericordia que superexaltat -iudicio, relaxantes, predictis Potestati, Consilio et Communi -absolutionis impendi beneficium faceremus. Verum, licet illius simus -Vicarii quam immeriti constituti, qui ut reconciliaret servum Domino, -univit hominem sibi Deo, quique omnem hominem salvum -fieri et neminem vult perire, set cum sit ei proprium misereri -semper et parcere, omni potentiam suam, parcendo ac miserando, -maxime manifestat; de dictorum Potestatis, Consilii ac Communis -desiderata conversione ghaudentes, eorumque salutem plurimam -affectantes, absolutionem queramus, non vinculum animarum; quia -tamen nobis et predicte Ecclesie super hiis ab eisdem sindicho -fideiussoribus datis ab eo plenarie non est chautum, volentes nobis -et ipsi Ecclesie a memoratis Potestate, Consilio et Communi super -hiis plenius precaveri; discretioni tue per apostolica scripta mandamus, -quatinus, receptis ab eis sexaginta fideiussoribus mercatoribus, -quos facilitate conveniendi ac solvendi facultate idoneos tibi -esse constiterit, et qui se ipsos principaliter et omnia bona sua -mobilia et immobilia, presentia et futura specialiter obligent, quod -idem Potestas, Consilium et Commune mandata nostra et ipsius -Ecclesie, que ipsis per nos vel per alium aut alios quotiens opportunum -fuerit et expedire viderimus faciemus, firmiter et inviolabiliter -observabunt, alioquin pecuniarum summas quas per nos seu -alios aut alium exigemus vel exigi faciemus ab eis, de propriis -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -bonis solvent; predictas excommunicationum interdicti et privactionum -sententias, auctoritate nostra, relaxans, sepe dictos Potestatem, -Consilium et Commune, per te seu alium aut alios absolvas, -iuxta formam Ecclesie, ab eisdem eos absolutos publice nuntians, -et facias ab aliis per loca in quibus expedire videris nuntiari; -actentius provisuris, ne aliqui de predicta civitate vel diocesi, in -quos pro quavis alia manifesta offensa vel quacumque spetiali vel -rationabili causa, excommunicationis sententia est prolata, et spetialiter -hii qui sunt in ecclesiis predicte civitatis et diocesis [et] -per secularem potentiam procurarunt intrudi, per commissionem -absolutionis huiusmodi absolvantur. Ad hec precepta cum idem sindichus -nostra et Ecclesie mandata precise iuraverit, sicut superius -est expressum, volumus quod a prefatis Potestate, Consilio et Communi -simile recipias iuramentum; hoc spetialiter expresso et superadito, -quod inter intrinsechos et extrinsechos cives Florentie, infra -festum Pentechoste proxime futurum, pax et concordia reformetur; -et nisi interim per se convenient et concordabunt ad pacem et -ipsam confecerint, ex tunc super eamdem pacem reformandam -nostris parebunt precise mandatis. Tu vero super hiis similes cauciones -fideiussiones et obligationes recipias ab eisdem. Super hiis -autem causis te diligentiam exibere volumus et cautelam, ut fecisse -circa hec omnia expedientia, et nichil omisisse de contingentibus -comproberis, tibique non possit aliquid per incuriam imputari, set -potius tuam circospectam prudentiam possimus exinde dignis in -Domino laudibus commendare. Data Peruscii, VIII kalendas aprilis, -pontificatus nostri anno secundo. — Et receptis, iuxta formam ipsarum -licterarum fideiussoribus obligationibus promissionibus et iuramentis -a Potestate, Consilio et Communi, predictis excommunicationum -interdicti et privationum sententiis auctoritate domini Pape -relaxatis in Potestate, Consilio et Communi, et dictis Potestate, -Consilio et Communi absolutis, iuxta formam Ecclesie ab eisdem, -prout hec et alia dicuntur plenius contineri in publicis instrumentis; -idem etiam dominus Cardinalis, postea receptis ab Homodeo -spetiali, filio quondan Guidonis et domino Iacopo eius filio clericho -iuramentis fideiussoribus obligationibus et promissionibus ipsas -excommunicationum interdicti et privactionum sententias in ipsis -Homodeo et Iacopo eius filio spetialiter etiam relaxans, eosdem -Homodeum et Iacopum absolvit iuxta formam Ecclesie, ab eisdem -sententiis, faciens eos cum salmo penitentiali in ecclesiam reduci, -per religiosum virum fratrem Mansuetum Ordinis fratrum Minorum. -</p> - -<p> -Facta fuit ista relaxatio sententiarum excommunicationum interdictorum -et privactionum pro ipso et de ipso Homodeo et domino -Iacopo clericho eiusdem filio, Florentie, in palatio novo Epischopatus; -et reducti in ecclesiam Sancti Vincentii per dictum fratrem -Mansuetum, ut dictum est superius; anno ab incarnatione Domini -millesimo ducentesimo sexagesimo sexto, indictione nona, die septimo -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -mensis aprilis; presentibus testibus ad hec rogatis domino -Melliore quondam Renaldi de Abatibus. Benvenuto quondam Bonamentis -et fratre Gianni familiaribus dicti domini Cardinalis. -</p> - -<p> -Ego Iacobus de Cerreto quondam Ildebrandi, auctoritate imperiali -ordinarius iudex publicusque notarius, predictis absolutionibus -et relaxationibus sententiarum et excommunicationum, interdicti -et privactionum, factis per dictum dominum Cardinalem de Homodeo -et domino Iacopo clerico eius filio et pro eis ut dictum est -superius, et etiam quando frater Mansuetus eos in ecclesiam remisit, -rogatus interfui et ideo subscripsi. -</p> - -<p> -Ego Bonaguida Boninsegne, imperiali auctoritate notarius, predictas -absolutiones et relaxationes sententiarum et excommunicationum -interdicti et privactionum, factas a dicto domino Chardinale, -me presente, de Homodeo ed domino Iacobo eius filio clericho, -et missionem quam fecit frater Mansuetus de eis in ecclesiam, tam -eorum precibus quam de mandato dicti domini Chardinalis scripsi, -et in pubblicam formam redegi, ideoque subscripsi. -</p> - -<p> -Ego Peruzzius filius olim Soldi de Trebbio imperiali auctoritate -iudex et notarius, autentichum huius exempli scriptum per Bonaguidam -Boninsegne, imperiali [auctoritate] notarium, et subscriptum -per Iacobum de Cerreto quondam Ildebrandi auctoritate imperiali -ordinarium iudicem et publicum notarium, vidi legi et -quicquid in ipso continebatur de verbo ad verbum hic fideliter -exemplavi, et quod supra interlineatum est, silicet ab eisdem, -propria manu feci. -</p> - -<p> -Ego Iacobus quondam Iohannis Galitii imperiali auctoritate ordinarius -iudex atque notarius, autentichum huius exempli vidi et legi, -et ea que in ipso continebantur hic fideliter reperi exemplata, -ideoque subscripsi. -</p> - -<p> -Ego Giunta notarius, filius quondam Bulsecti de Bulsingis de -Prato, autenticum huius exempli vidi et legi, et ea omnia que in -ipso autentico continebantur per Peruzzium suprascriptum iudicem -et notarium hic superius reperi fideliter et legaliter exemplata, -ideoque subscripsi, et mee manus signum apposui. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -</p> - -<h3 id="app2">Nº II. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_80">80</a>.)</span></h3> -</div> - -<p class="title"> -DISCORSO INTORNO AL GOVERNO DI FIRENZE -DAL 1280 AL 1292; D’INCERTO AUTORE. -</p> - -<p> -Crediamo al fatto nostro non disutile riprodurre -questo Discorso, che fu pubblicato dal <span class="smcap">P. Ildefonso -di San Luigi</span>, <i>Delizie degli Eruditi</i>, tomo IX, pag. 256. — A -noi non fa caso che già si trovi per le stampe; -i materiali per la storia, come diplomi e carte e statuti -e testi di legge o di trattati, pare a noi che basti -sapere dove siano, e potersi rinvenire da chi prepara -l’istoria per via d’indagini, alle quali necessariamente -si mettono pochi. Ma questo nostro è tutt’altro assunto, -e abbiamo a noi fatto come un obbligo di cercare -che se taluno si voglia mettere alla pazienza di -leggere questo libro, vi trovi quel più che noi potevamo -e sapevamo, perchè egli arrivi a vivere quanto -più sia possibile col pensiero dentro a quel popolo e -a que’ tempi dei quali scriviamo. -</p> - -<p> -In questa Appendice daremo pertanto di quei documenti -i quali a noi sembrino atti a un tal fine; -daremo alcuni testi di Leggi o Trattati che abbiano -importanza capitale, perchè il linguaggio, le voci legali, -le formule sono istoria anch’esse; daremo pure, -ma con parsimonia, qualche scrittura già pubblicata, -e persino qualche più minuto lavoro nostro che romperebbe -viziosamente la narrazione quando da noi si -fosse posto in corpo all’Istoria. In quanto allo scritto -che ora pubblichiamo, è opera d’uno che se ne intendeva, -come parve anche al P. Ildefonso, che nella vasta -sua Raccolta mostrò buon giudizio. È singolare -quel fermarsi che fece l’autore al breve e antichissimo -periodo della Repubblica fiorentina che precedè alla -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -istituzione del Gonfalonierato. Ma ciò appunto indurrebbe -a credere che abbia egli lavorato sopra documenti -che a lui vennero alle mani, in oggi perduti. -In quegli Ordini di magistrati, i quali si trovano qui -bene descritti, era già il primo fondamento della Repubblica -fiorentina. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -Io descrivo quale fosse il governo della Città di Firenze dall’anno -1280 al 1292, perchè avendo avuto da questo origine quello, -sotto il quale fiorì tanto tempo la Repubblica fiorentina, mi persuado -che questa notizia sia per essere tanto più grata, quanto -maggiormente pare essere stata sin oggi sepolta nelle tenebre dell’oblivione. -</p> - -<p> -Seguìta alla fine dell’anno 1279 la pace del Cardinale Latino, -restarono nondimeno le famiglie della città di Firenze divise in -guelfe, ghibelline e neutrali, distinte in grandi, popolane e plebee. -Grandi erano quelle, che o per nobiltà, o per ricchezze, o per numero -d’uomini e per mala natura loro insuperbite, non si contentavano -del vivere civile; ma angariavano i meno potenti, e poca -stima facevano de’ magistrati. Popolane tutte le civili quiete. Plebee -tutte le altre. Le prime due avevano parte nel governo, l’ultime -no. Governavano la Repubblica queste due sorti di famiglie, valendosi -nello stesso tempo d’uffiziali forestieri, ottimo rimedio alle -passioni de’ particolari cittadini nell’amministrazione della giustizia. -Il supremo Magistrato in principio fu quello de’ Quattordici; a -questo poi succedè quello de’ Priori. Gli uffiziali forestieri erano -due, la Podestà e ’l Capitano. Il governo riguardava le cose di -dentro e quelle di fuori della città. Dentro amministrar la giustizia, -provveder le cose necessarie al mantenimento, e consigliar -della pace e della guerra: fuori, difendersi da’ nemici, o offenderli. -La Podestà fu antichissima in Firenze: dicono che cominciò l’anno -1202. Trovasi molto prima, ed è quella che ne’ tempi moderni -chiamossi per nome mascolino, il Podestà, e così chiameremola -noi. Il Capitano cominciò l’anno 1250 con nome di Capitano di -Popolo, chiamossi dopo Capitano della Massa de’ guelfi, l’anno 1279 -Capitano di Firenze e Consigliere di pace, e nel 1282 fugli aggiunto -il titolo di Difensore dell’arti ed artefici. L’elezione di -questi due uffiziali o rettori i primi tre anni fu rimessa nel Pontefice, -perchè egli eleggesse persone non appassionate per Parte -guelfa, nè per ghibellina, e desiderosi di conservar la pace, e -perchè eglino avessero forza di farlo fu pagato a ciascheduno di -loro cinquanta cavalieri armati, e cinquanta fanti, e per lo primo -anno per esser più sospettoso, cento degli uni e cento degli altri. -Nel resto del tempo sei mesi avanti il loro principio, per i Consigli -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -del Comune si eleggevano gli elettori del Podestà, per quelli -del popolo quelli del Capitano, nè furono mai gli stessi elettori se -non per caso, perchè ora furono i Priori soli, ora in compagnia -di due o più per sesto, talvolta con tutte le Capitudini, alcun’altra -delle sette maggiori solamente, ed alle volte avvenne se bene di -rado, che i Priori non v’intervennero. Ciascheduno degli elettori -proponeva il soggetto ch’egli voleva. Non doveva essere il proposto -del dominio nè di luogo vicino a 50 miglia, d’età d’anni 36 -almeno, guelfo, cavaliere o dottore e nobile o signore, nè suddito -d’alcun principe. Andavano a partito separatamente, e i quattro -di più favore si intendevano essere eletti secondo la graduazione -de’ voti. Eleggevasi un ambasciatore, che portava la elezione, se -il primo accettava, quella degli altri svaniva, se rifiutava, andava -al secondo, dopo al terzo ed al quarto, finchè uno di loro accettasse; -e non trovandosi, si eleggevano altri quattro. Doveva l’eletto -dopo che la presentazione dell’elezione gli era fatta, avere accettato -in termine di due giorni, da indi in là s’intendeva avere rifiutato. -Accettando dovea ottenere dalla sua patria promessa autentica -di non concedere rappresaglia contro il Comune di Firenze, o -alcun suddito di esso, o per salario, che non gli fosse pagato, o -per condennazione, che al sindacato gli fosse fatta o per qualsivoglia -altra causa. Aveva da essere in Firenze quindici giorni avanti a -quello che doveva pigliare l’uffizio con tutta la sua famiglia per -informarsi degli statuti della città: e quindici ne dovea stare dopo, -che tanti erano quelli del sindacato. Subito arrivato dovea o nel -Consiglio del Comune, o in Parlamento pubblico giurare sopra il -libro degli Statuti serrato l’osservanza di tutti insieme con tutta -la sua famiglia; ed il Capitano giurava di più di procurare per -quanto potesse il mantenimento della pace e la difesa dell’Arti. -La famiglia del Potestà s’intendeva allora così. Sette giudici, tre -cavalieri, diciotto notai e dieci cavalli, tra cui quattro armigeri, e -teneva venti berrovieri. Quella del Capitano, tre giudici, due cavalieri, -quattro notai e otto cavalli, la metà armigeri, ed avea nove -berrovieri. I giudici, notai e berrovieri si mutavano, quelli del Podestà -al principio di luglio, quelli del Capitano al principio di novembre; -dovevano i nuovi venire allora in Firenze, i vecchi partirsene, -ognuno di loro sodava per sè e suoi di starsene al giudicato -nel sindacato. La famiglia d’alcun di loro non doveva essere dello -Stato, nè di Toscana. Il salario del Potestà e della sua famiglia -era per tutto il tempo lire 6000, quello del Capitano 2500. I berrovieri -avevano lire tre il mese. Abitava il Potestà nel palazzo del -Comune; il Capitano in quello del Popolo: cominciava questo l’ufficio -il primo di maggio, quello il primo di gennaio; durava l’ufficio -loro un anno: l’uno e l’altro cognosceva delle cause civili e criminali. -</p> - -<p> -Il Podestà cognosceva tutte le cause criminali; deputava tre -de’ suoi giudici per vederle, chiamavansi i giudici de’ malefizi: -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -ognuno di loro abbracciava due sesti: ciascheduno faceva le cause -denunziategli, non poteva alcuno denunziare a altro giudice di -quello del suo sesto, il reo seguitava il foro dell’attore: i forestieri -denunziavano a quel giudice più loro piaceva. Nelle cause -leggieri non potevano pigliare accuse, se non dall’ingiuriato o suo -parente: nelle gravi da ognuno: l’accusa doveva essere soscritta -dall’accusatore, altrimenti era nulla. Non si poteva procedere per -inquisizione, se non in caso che l’ingiuriato e suoi parenti richiesti, -che accusassero, non volessero, e se il richiederli fosse -stato molto incommodo. L’accusatore giurava di proseguire l’accusa, -e davane mallevadore per soldi 100. Il reo era citato a spesa -dell’attore, se non compariva nel termine, era citato per bando -con riservo di tempo, secondo la qualità della causa, della persona -e del luogo; se compariva dopo il termine, ma avanti la condennazione -pagando soldi 12 per il bando, era libero da esso. Era il -reo esaminato, e se delle cose non sapeva scusarsi, rimaneva convinto, -nè più poteva difendersene: scrivevasi l’esamine, ed assegnavasegli -dieci giorni di tempo a difendersi; del resto i testimoni -convincevano, ma sei giorni si avea di tempo a riprovarli, dopo i -quali 25 ne aveva il giudice a esaminare e conferire la causa col -Podestà ed altri giudici, e quelli finiti, altri cinque a dar la sentenza. -Il Capitano aveva nel criminale la cognizione solamente -delle violenze, estorsioni e falsità, e de’ maleficj commessi nella -sua corte e palazzo, quando però ancora di queste non era data -prima querela al Podestà, ma se il Podestà non dava la sentenza -fra 30 giorni, poteva pur conoscerle il Capitano, e alla cognizione -di esse deputava uno de’ suoi giudici. -</p> - -<p> -I contumaci si condannavano e bandivano, pagavasi taglia a chi -pigliava banditi, e chi ne pigliava o appostava in modo che alcuno -ne venisse nelle forze del Comune, se era in simile o minor bando, -era cancellato senza spesa. I nomi di tutti si registravano in due -libri, l’uno stava appresso il Podestà, l’altro appresso i Priori. -Concedevaglisi alcuna volta salvo condotto, per andare a stare in -esercito, alcun’altra tacitamente si comportavano. I Priori de’ popoli -erano tenuti a dare in nota i beni de’ banditi che erano ne’ loro -popoli, e per il Comune erano fatti guastare. Chi voleva difenderne -alcuno col pretendere che fosse suo, dovea depositare lire 500 -o più o meno a piacimento del Potestà. Se i contratti che per tale -effetto produceva erano trovati fittizi, perdeva il deposito fatto. Le -cause civili nella prima istanza erano conosciute per i giudici dei -sesti. Ogni sesto aveva la sua Corte ed il Giudice. I Giudici erano -cittadini Dottori. Ogni sei mesi si mutavano. Di salario avevano -lire 25, in tutto il tempo. Appellavasi al giudice delle Appellazioni, -che era forestiero e dottore. Di salario aveva lire 500, stava in -uffizio un anno. L’appellazione doveva esser fatta fra due giorni -dalla sentenza data, presentata fra otto dall’interposta appellazione, -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -proseguita in 20 e sentenziata fra 15, utili, se però il tempo -non fosse prorogato dalle parti. Se la sentenza del Giudice dell’Appellazione -era conforme alla prima, era finita la causa, se no, -aveva appello al Podestà, che la faceva vedere per i suoi quattro -Giudici collaterali, e la sentenza loro stava ferma nè aveva appello. -Le cause civili, che cognosceva il Capitano erano le spettanti alla -gabella, all’estimo e simili. -</p> - -<p> -Uno dei giudici del Capitano era deputato sopra la Camera e -gabella, rinvenire le ragioni e far pervenire in comune quello gli -fosse stato occupato, e fare che le rendite delle gabelle, che allora -tutte si vendevano, legittimamente si facessero ed i denari da’ compratori -fossero pagati; l’altro Giudice era posto a riscuotere le -condennazioni, libre o imposizioni fatte per il Comune di Firenze. -Facevansi ogni volta che n’era il bisogno, imponevansi ad ognuno -secondo l’estimo delle sostanze: l’estimo facevasi ordinariamente -ogni tre o quattro anni. -</p> - -<p> -Gli uffizi de’ Cavalieri, tanto di quelli del Podestà, quanto di -quelli del Capitano erano l’andare attorno con i berrovieri cercando -chi contraffacesse agli Statuti, nè senza la presenza de’ cavalieri -in molti casi si poteva catturare, in difetto loro supplivano -de’ Notai, de’ quali era il proprio ufizio l’aiutare i Giudici, a’ quali -n’era assegnato certo numero per ciascuno. -</p> - -<p> -Il supremo Magistrato de’ Quattordici, chiamato così dal numero -degli uomini, era composto di guelfi, ghibellini e neutrali, -partecipandone ciascuna parte per rata del suo numero. Eleggevansi -per quelli che erano stabiliti per i Quattordici vecchi e per -i Richiesti. Tre se ne facevano per il sesto d’Oltrarno, tre per -San Piero Scheraggio, per essere i maggiori, di tutti quattro gli -altri sesti due per ciascuno: l’ufizio loro era solo di un mese. A -questo l’anno 1283, succedè quello de’ Priori delle Arti, che un -anno avanti essendo stati eletti con certa autorità, fu dipoi nel -mese di maggio data loro tutta la medesima, che avevano i Quattordici, -e questi del tutto spenti, tenendosi fino all’anno 1286, lo -stesso modo nell’eleggergli, che si faceva già i Quattordici e da -quel tempo al 1292 furono eletti per i Priori vecchi, e per le dodici -Capitudini maggiori. Dovevano essere matricolati in alcuna -delle sette Arti maggiori e guelfi; divieto avevano due anni, durava -l’ufizio loro due mesi. Abitavano nel palazzo pubblico, le spese -e la servitù avevano dal Comune. Tre giorni della settimana davano -udienza pubblica, il lunedì, mercoledì e venerdì. A nessuno -potevano parlare, fuorchè di negozi pubblici, a’ quali almeno dovevano -essere presenti i due terzi di loro, nè etiam con i parenti -loro più stretti potevano ragionare, non essendo però compresi in -questa proibizione il loro Notaio, e famigli. Il Notaio si eleggeva -da loro per il tempo che stavano in uffizio, il quale scriveva tutti -gli atti e deliberazioni fatte da loro. Sei cittadini erano eletti per -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -le sette Capitudini maggiori a sindacare i Quattordici e’ Priori; -sei per i Consigli del Comune a sindacare il Podestà; sei per quelli -del Popolo a sindacare il Capitano: quasi tutti gli altri ufiziali -erano sindacati per il Giudice delle Appellazioni. -</p> - -<p> -Mille fanti della Città erano eletti per il Podestà e Capitano e -Quattordici, per conservazione e difesa degli uffizi loro, e per -alcuni per i Richiesti; dugento n’erano eletti per Oltrarno; Borgo -e San Pancrazio avevano il bianco di sopra, il rosso di sotto; in -quello d’Oltrarno era dentro un ponticello rosso. In Borgo una -capretta nera; in San Pancrazio una branca di lion rosso. Gli altri -tre avevano il rosso di sopra, il bianco sotto. Nel rosso di San Piero -Scheraggio era un carretto azzurro. In Porta San Piero le chiavi -gialle; in quello di Duomo il tempio di San Giovanni. Mutavansi -i Gonfalonieri ogni anno del mese di marzo: i gonfaloni erano -dati loro nel Parlamento pubblico. Doveano essere presti alla volontà -del Podestà e Capitano; se nel medesimo tempo l’uno e -l’altro gli comandava, quelli de’ primi tre sesti obbedivano al Capitano, -gli altri al Podestà. Doveva ogni gonfaloniere ch’era chiamato -far la massa alla chiesa pel suo popolo; e chi non vi compariva -era condannato in lire 25. Nessuno poteva servire per -sostituto, fuorchè i medici e dottori, e chi aveva più di 60 anni. -Ognuno doveva aver dipinto in tavolaccio e l’altre sue armi dell’insegne -del suo sesto. Quando erano chiamati i mille, gli altri -non potevano muoversi, nè far ragunata d’uomini armati, massime -i grandi, fuorchè fra loro vicini e nello stesso vicinato. Questi tre -uffizi maggiori. Quattordici o Priori, Podestà e Capitano governavano -quasi il tutto insieme con i Consigli. I Consigli erano di più -sorti; di Richiesti o Savi, del Cento speciale e generale del Capitano -o del Popolo, e generale di 300, e speciale di 90, del Podestà -Comune. Quello dei Richiesti, o Savi non durava più d’una -sessione, ed era di quel numero e di quella qualità di cittadini -che pareva a’ due rettori forestieri, ed a’ Quattordici o Priori che -tutti intervenivano in esso. Proponeva il Podestà; trattavasi di negozi -di guerra, sentivansi gli ambasciatori, rispondevasi loro, e -finalmente in esso si decidevano tutti i principali negozi. Ciascheduno -diceva il parer suo, e vinceva quello che era favorito per la -maggior parte passando la metà: se alcuno non arrivava a tal numero -rimettevasi il negozio ad altro simile Consiglio e con maggiore -o minor numero di Richiesti, o ne’ tre uffizi maggiori solamente, -secondochè si vinceva. Se si trattava di guerra eranvi ancora -chiamati i Capitani della guerra; se di fare imposta nella città, le -Capitudini delle Arti o tutte o parte, ed il partito si faceva segreto. -</p> - -<p> -Tutti gli altri Consigli duravano un anno, eleggevansi i consiglieri -per i tre uffizi maggiori e per alcuni Richiesti di ciaschedun -sesto. Per quello del 100 erano eletti 20 consiglieri per Oltrarno, -20 per San Piero Scheraggio, in tutti gli altri sesti quindici per -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -ciascuno. Del Consiglio speciale del Popolo o Capitano, che con -altro nome si chiamava di Credenza, erano sei consiglieri per ogni -sesto e del generale venticinque; ragunavansi in San Piero Scheraggio -l’uno e l’altro nel medesimo tempo: ritiravansi da una -parte della Chiesa quelli del generale, il negozio era proposto nello -speciale, vinto in esso, si proponeva di nuovo nel generale, intervenendovi -ancora quelli dello speciale: di tutti e due Proposto -n’era il Capitano. I consiglieri erano popolani in quelli del Comune, -ch’erano due, sebbene quasi un solo in essenza, trovandosi -rarissime volte essersi ragunati disgiunti. I consiglieri erano grandi -e popolani, per il generale di 300 eranne eletti cinquanta per sesto, -per lo speciale di 90, quindici; ragunavansi nel palazzo del Comune -e Proposto n’era il Podestà. Chi era d’un Consiglio non -poteva essere dell’altro, nè insieme potevano essere padre e -figliuolo e fratelli carnali. Divieto si aveva un anno dal deposto -ufizio. Non era di essi chi non aveva almeno 25 anni. Ne’ Consigli -del Podestà sempre intervennero nelle cose gravi le Capitudini -delle sette Arti maggiori solamente sino all’anno 1286, da indi in -qua delle dodici, che sempre intervennero in quelli del Capitano. -</p> - -<p> -Non potevasi proporre in questi Consigli, se non quello ch’era -ordinato per i Quattordici, o Priori, i quali tutto esaminavano fra -di loro, e trovando il negozio di che si trattava utile e necessario -al Comune, commettevano al Podestà e Capitano che lo proponessero -ne’ Consigli. I consiglieri avevano a essere nel luogo deputato -avanti che il Proposto del Consiglio si rizzasse per proporre, -nè potevano partirsi senza sua licenza, finchè non fosse letta la -riforma, e fatto il partito sopra l’approvazione di essa; non potevano -consigliare o arringare fuorchè sopra la cosa proposta: nissuno -poteva rizzarsi per consigliare, o arringare, sinchè il primo -arringatore non avesse finito. Non potevasi dar fastidio o impedire -alcuno arringante o consulente; nè potevasi alcuno rizzare in Consiglio, -o dire o consigliare alcuna cosa se non nel luogo solito e -ordinato a consigliare. Ne’ Consigli del Comune non potevano essere -più di quattro arringatori, senza licenza del Podestà: negli -altri non se ne vede numero certo. Il partito ne’ Consigli si faceva -in due modi o palese e scoverto, o segreto; il palese si faceva a -sedere e rizzarsi, il segreto colle palle: il sedere e rizzarsi facevasi -immediatamente l’uno dopo l’altro. Le palle si mettevano in -un bossolo di due corpi, l’uno rosso e l’altro bianco; il sedere e -la parte rossa del bossolo favoriva, il rizzarsi e la parte bianca -disfavoriva. Nel consiglio del Cento facevasi segreto, nello speciale -del capitano prima palese e poi segreto, nel generale palese solamente, -in quelli del Podestà palese ed alcuna volta segreto, ed -in tutti si vinceva per la metà e uno poi almeno; fuorchè nel derogare -agli Statuti, che questo in tutti i Consigli si dovea vincere -per i quattro quinti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -</p> - -<p> -Per il Consiglio del Cento si potevano statuire lire 100 il mese, -le quali i Priori a piacer loro, senza stanziamento d’altro Consiglio -che di questo, potevano spendere, non eccedendo però lire 25 -per partita. I Consigli del Popolo per sè soli eleggevano gli elettori -quasi di tutti gli ufiziali. -</p> - -<p> -Quelli del Comune eleggevano i Sindachi, quando n’era il bisogno -per gli affari pubblici, commettevano le Imbreviature o Protocolli -dei Notai morti, emendavano i danni de’ fuochi e de’ guasti; -stanziavano le spese piccole di lire 100 a basso di quella sorte -però che secondo gli Statuti si potevano stanziare e deliberavano -d’alcune altre cose di non molta importanza; tutti gli altri stanziamenti, -provvisioni e riforme dovevano vincersi per tutti i Consigli, -passando per ordine dell’uno e dell’altro ed ancora quelle -cose che si trattavano per il consiglio de’ Savi o Richiesti, per gli -quali il popolo dovesse essere aggravato o con ispese o con altro. -Se quello che era proposto in un Consiglio non si vinceva, non si -poteva di nuovo proporre in esso, finchè non fossero mutati i -Priori, a tempo de’ quali era stata fatta la proposta. Nel medesimo -giorno non poteva esser proposto ne’ Consigli del Comune quello -ch’era stato proposto nel Consiglio del Popolo. -</p> - -<p> -Eravi ancora il Parlamento generale o Consiglio pubblico, nel -quale intervenivano i tre maggiori uffizi. Tutti gli altri Consigli e -le dodici Capitudini ragunavansi in Santa Reparata ogni due mesi, -quindici giorni dopo l’entrata de’ nuovi Priori, facevasi alla presenza -di tutto il popolo, erane capo il Podestà. Era lecito ad -ognuno del numero delle capitudini o de’ consoli proporre tutto -quello ch’egli avesse stimato essere benefizio del Comune. Esaminavansi -dopo le proposte da’ Priori se niuna ve ne conoscevano -buona o da potersi fare proponendola altra volta ne’ Consigli minori -e doveasi vincere come l’altre provvisioni e riforme. -</p> - -<p> -Le riforme e provvisioni e deliberazioni de’ Consigli erano distese -e scritte a’ libri e rogati de’ sindacati, e le procure che occorrevano -farsi per il Comune di Firenze dal notaio delle Riformagioni, -il quale doveva essere della provincia di Lombardia di là -dal Reno, ma non del luogo donde fosse il Podestà o Capitano. -Eleggevasi per il Consiglio del Comune, e durava l’uffizio suo un -anno, ma poteva essere raffermato. -</p> - -<p> -Le Capitudini delle Arti erano ventuna, oggi, le chiamiamo -Consoli. Ciascheduna di esse aveva il Gonfalone entrovi la divisa -della sua arte. Erano sottoposte al Difensore o Capitano obbligati -a difendere l’uffizio suo, e seguirlo con arme e senza a sua richiesta, -giuravanlo in mano sua, e nelle loro era giurata l’osservanza -di questo da tutti i loro sottoposti. Eleggevano le sette Capitudini -maggiori ogni sei mesi due signori della Zecca; uno era -de’ mercatanti di Calimala, e l’altro di quelli del Cambio e due -saggiatori dell’oro e dell’argento. I Signori avevano cura che non -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -si coniasse se non buona moneta, e che la forestiera non buona -non corresse; e però la libra pisana e la lucchese inferiori alla -fiorentina, erano sbandite, siccome ogni moneta piccola di Toscana, -e’ fiorini più leggieri d’un grano si tagliavano. Le medesime sette -Capitudini insieme con i Priori eleggevano sei cittadini e un uffiziale -forestiero sopra l’abbondanza delle vettovaglie. Chiamasi -l’uffiziale il Giudice, i cittadini i sei della Biada; l’uffizio de’ cittadini -durava due mesi, sei quello del Giudice; facevano questi -condurre grano di diverse parti, il più di Romagna e di quello di -Siena. Ne’ tempi di gran carestia per non aggiungere afflizione -agli afflitti, facevansi ferie per le cause civili. Dodici danai per -ogni staio di grano era dato dal Comune a chi ne conduceva a -vendere in Firenze di fuori dello Stato; e chi ne conduceva più -d’una soma era sicuro per il viaggio e per sei giorni di stanza, -per debiti suoi privati e per rappresaglie, che fossero concedute -contro la sua Comunità. Il fare rappresaglie era un sequestrare e -rattenere tutti gli effetti pubblici e privati di una Comunità e le -persone. Concedevansi le rappresaglie contro quelle Comunità, che -non amministravano o si pretendeva che non amministrassero giustizia, -o al Comune di Firenze o suoi sudditi, e se fra certo tempo -non era soddisfatto il creditore, convertivasi l’equivalente in uso -suo. Da questo ne nascevano molti inconvenienti e molti disastri -nel negoziare, facendo l’una Comunità rappresaglia contro l’altra. -Per sfuggirle emendava il Comune di Firenze il danno che pativa -alcun forestiero di rubamenti fattigli nella città o contado; i denari -però erano pagati, non trovandosi il delinquente, da quella -Comunità o popolo nel quale era seguito il delitto. Ma se pure -contro il Comune di Firenze erano concedute per causa privata, -erano i principali obbligati a dar soddisfazione; se per pubblica -si veniva agli accordi, e satisfacevasi, e molte volte usavasi mettere -una gabella sopra le robe de’ Fiorentini che passavano per -quella Terra, che faceva la rappresaglia, finchè fosse satisfatto a -quel debito. I danari che si pagavano o riscuotevano per il Comune -di Firenze, passavano tutti per mano de’ camarlinghi della Camera, -i quali erano tre; stavano in ufizio due mesi, e proponevano -ne’ Consigli gli stanziamenti da farsi per le spese occorrenti. Tutti -i pagamenti facevano con il consiglio di due dottori fiorentini a -questo eletti ogni due mesi, chiamati avvocati del Comune, registravasi -il tutto ne’ libri pubblici per il notaio della Camera, -l’uffizio del quale durava quanto quello de’ Camarlinghi. -</p> - -<p> -Per i fatti della guerra eleggevansi per i rettori e’ Quattordici -o Priori e per i Richiesti per quel tempo, ed in quel numero che -a loro pareva, alcuni cittadini de’ principali con nome di Capitani -di guerra. Provvedevano questi le cose necessarie per la guerra, -intervenivano ne’ Consigli che appartenevano ad essa, e facendosi -esercito, parte di loro andavano e parte ne rimanevano nella città; -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -finito il loro uffizio non s’eleggevano altri, se non era il bisogno. -Chiamavansi questi nei tempi più moderni i Dieci della guerra. -In difetto loro era solito concedersi per i Consigli balía ed autorità -al Podestà. Capitano e Priori sopra la fortificazione della città, -sue castella e contado sopra il condurre soldati e sopra ogni cosa -spettante a guerra per un tempo determinato. Negli eserciti comandava -il Capitano generale della guerra, ch’era forestiero e -signore, ed eleggevasi solo quando n’era il bisogno per quel tempo -che pareva agli elettori. Il modo dell’elezione era il medesimo di -quello del Podestà e Capitano. Conduceva seco un numero di cavalieri -e di fanti espresso nella sua condotta. Fra i cavalieri ne -dovevano essere alcuni di corredo. Pagavansi al Capitano generale -della guerra tutti i danari, tanto dello stipendio suo quanto de’ soldati -condotti da lui. Ogni soldato dell’esercito gli era sottoposto, -due o più de’ Capitani di guerra andavano con esso con titolo di -suoi consiglieri, che insieme con lui il tutto deliberavano. Davasegli -un notaio pagato dal Comune, che scrivesse tutto quello che -gli occorreva. Non essendo Capitano generale di guerra e bisognando -cavalcare, per capo della cavalcata o esercito andava il -Podestà, non potendo egli, il Capitano del Popolo o Capitani di -guerra. Cavalcata ed andata si chiamava quella dove non si spiegavano -i padiglioni, esercito dove si spiegavano. Alcuno de’ giudici -de’ malefizi del Podestà andava in esercito per amministrare -giustizia. I Connestabili e Capitani di fanti e di cavalli erano condotti -per i sindachi del Comune, con quel numero di soldati che -avevano in ordine. La rassegna de’ soldati facevasi ogni mese, o -quando pareva a’ consiglieri, alla presenza del Capitano, per nome -e cognome. Gli eserciti erano composti di mercenarii, ausiliari e -sudditi, di fanti e cavalieri. I fanti erano pavesari, balestrieri, -arcieri e lancieri. I cavalieri erano o alla leggiera o alla grave, -ogni soldato a cavallo chiamavasi cavaliere; di corredo addimandavansi -quelli di dignità fatti da’ principi e signori. Gli ausiliari -erano pagati da chi li mandava. I mercenarii e sudditi dal Comune. -I cavalli mercenarii alla leggera avevano fiorini cinque il mese, -quelli alla grave nove o poco più o meno. Ne’ sudditi non era -altra cavalleria che quella delle cavallate. Le cavallate s’imponevano -a chi più aveva il modo, e a’ Guelfi ed a’ Ghibellini ordinariamente -per un anno; per tutto il tempo avevano da 40 fiorini -a 50. Imponevasi ordinariamente da 500 fino in 2000, secondo i -bisogni; a chi era imposto cavallata era obbligato a tenere un cavallo -armigero non di maggior prezzo di fiorini 70 nè di minore -di 35, con esso doveva andare in esercito quando gli era comandato, -o mandarvi altri in suo luogo; per ogni giorno che cavalcava -aveva soldi 15, se era cavaliere di corredo o giudice 20. I cavalli -tanto degli stipendiati, quanto delle cavallate si bollavano del -bollo della città e stimavansi alla presenza degli uffiziali del Comune, -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -del Capitano e de’ soldati; se il cavallo si guastava, moriva, -o era ferito, o ammazzato in servizio del pubblico, mandatane la -fede tra cinque giorni a’ Capitani di guerra, gli era pagato la valuta -del danno, s’era guasto, se morto, dell’intiero prezzo; finchè -non gli era emendato non era obbligato a ricomprarne di nuovo, -e la paga gli correva come se l’avesse avuto, e dopo pagato aveva -tempo alcuni giorni a provvedersene. Non poteva un cavallo essere -emendato più d’una volta, e per questo gli emendati si contrassegnavano. -Per arrolare ed assegnare i soldati e stimare i cavalli, -erano eletti ogni anno sei cittadini. Negli eserciti generali andavano -le cavallate di tutti i sesti. Nelle imprese minori andavano -d’un sesto solo, o di più alla disposizione del consiglio de’ savi o -Richiesti e de’ capitani di guerra, e l’uno e l’altro ogni tanti -giorni si cambiavano. L’esercito generale si bandiva più giorni -avanti, e due o tre prima che si muovesse si cavavano l’Insegne -e Gonfaloni di Firenze, e spiegati appendevansi ad un luogo vicino -alla città e quivi si faceva la massa. I soldati a piè del contado -erano eletti per gli vicari, ed eranne loro capi; i vicari erano -de’ migliori cittadini di Firenze. Eleggevansi per i Priori capitani -di guerra e Richiesti, quando occorreva per quel tempo che si -credeva che fosse per bisognare, mandavasene in tutte le provincie -principali dello Stato, o solo in quello che pareva a’ medesimi -elettori. I vicari avevano soldi 30 il giorno, i fanti 4, i guastatori -3. Se le cavallate di tutti i sesti andavano in esercito, alcuni -de’ fanti del contado restavano a guardia della città sino al ritorno -loro, ed i cittadini sospetti il più delle volte per quel tempo si -mandavano fuori; se l’esercito si faceva contro i Ghibellini, non -cavalcavano i Ghibellini delle cavallate, ma i loro cavalli erano fatti -prestare a’ Guelfi. I soldati di guardia delle fortezze erano dello -Stato, i castellani cittadini ogni due mesi erano rassegnati per uno -de’ cavalieri compagni del Potestà di Firenze; le paghe erano maggiori -e minori secondo la qualità del luogo. Per sapere gli andamenti -de’ nemici stipendiavasi uno per capo di ricevere e mandare -spie. Per l’occasione della guerra o per altre spettanti al Comune -mandavansi ambasciadori in diversi luoghi, eleggevangli i Priori, -per cosa di molta importanza il Consiglio dei Richiesti; l’istruzioni -erano loro date per gli elettori. Gli elettori erano de’ più degni -cittadini, o no, secondo il negozio che aveano da trattare, o il personaggio -cui erano mandati. In ogni ambasciata di qualche conto -andavano cavalieri, dottori e cittadini privati ed un notaio. In quelle -di grande importanza andava alcuna volta il Podestà, e l’ambasciata -facevasi onorevolissima. In quelle di poco rilievo andava un cittadino -privato e talvolta un solo notaio. Giuravano gli eletti per ambasciatori -in mano del Podestà di fedelmente trattare i negozi loro -imposti, nè per loro ottenere grazia o privilegio alcuno, se contraffacevano -erano condannati in lire 1000. Il salario non poteva -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -esser più di soldi 50 il giorno, e questo non si dava se non a chi -conduceva seco almeno quattro cavalli, che secondo il numero di -essi si eleggeva il salario, ma non andava ambasciadore che almeno -non ne avesse due: il Podestà quando andava in ambasciata aveva -lire 12 il giorno. I cavalli, che in ambasciata si guastavano, o morivano, -erano dal Comune emendati. Mandavasi ambasciadori ancora -per negozi di persone particolari e d’altre Comunità, ma pagavansi -da quelli in servizio de’ quali andavano. Le lettere pubbliche -scrivevansi in latino in nome del Podestà, Capitano e Priori, ed -ogni sei mesi era eletto un notaio in Dettatore di esse. Con questa -forma di governo si resse la Repubblica di Firenze dall’anno 1280 -al 1292, nel quale si cominciò l’elezione del Gonfaloniere. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<h3 id="app3">Nº III. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_259">259</a>.)</span></h3> -</div> - -<p class="title"> -ISTORIA COMPENDIATA DI SAN GIMIGNANO. -</p> - -<p> -Questo difetto è nella storia, che non si trova quasi -mai scritta dai vinti. Quello che si dicesse di Firenze -dentro ai castelli e durante la lunga caccia patita da -essi, ognuno può agevolmente figurarselo, perchè la -vita dei castelli fu argomento favorito di molti racconti, -sebbene in Italia meno che altrove. Ma dei piccoli -Comuni chi potesse sapere le storie qui solamente -nella Toscana, si vedrebbe innanzi come una serie di -piccoli drammi, dove non sempre ai Fiorentini toccherebbe -la parte migliore. Vero è che in tutti sottosopra -le cose medesime sempre verrebbero sulla scena, e ciò -tanto più quanto più il campo fosse angusto: ma insomma -l’Italia si formò a quel modo, e ha la sua -cellula nel Comune, ed i più piccoli ne sono i primi -vitali ingredienti. Non è dei più piccoli quello che ora -ci cade tra mano, ed è dei più noti. San Gimignano -è visitato da molti stranieri; nessun’altra terra o castello -di Toscana ritiene più della età di mezzo e -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -meno fu invaso dalle susseguenti: in quelle torri e -nelle chiese e nelle case di forti pietrami è pure qualcosa -di non ricoperto dal fino intonaco dei tempi moderni; -le antiche memorie se ne conservano il possesso, -la nuova vita v’è poco entrata. Lo stesso accade generalmente; -e per esempio nell’Inghilterra, le città -più anticamente monumentali si vanno a vedere con -grande rispetto, ma in quelle è sempre nelle strade -la gente più rada e pare si muova più lenta che altrove. -</p> - -<p> -Di San Gimignano abbiamo origini favolose, le vere -ci mancano. È ameno il sito, capace il suolo di molti -frutti, mite il clima: natura di luogo in tutto diversa -da quella più aspra dove fu posta Volterra, che aveva -il dominio di quel territorio. Qui era sorto già un -castello, anticamente come noi crediamo, sebbene la -prima certa memoria che se ne abbia non salga oltre -all’anno 929, nè altra notizia ce ne rimanga per tutto -il primo secolo dopo al mille. Le torri però in tanto -numero, e antichissime, dimostrano avere quella terra -(il come s’ignora) avuto potenza di famiglie nobili -assai di buon’ora; tanto non crebbe nei primi tempi -la vicina Colle, nè Poggibonsi che era stato castello -imperiale. Tenevano i Vescovi la signoria di Volterra, -e contro ad essi ebbe a combattere San Gimignano -per la sua propria emancipazione, la quale fu intera -nei primi anni che seguitarono dopo alla pace di Costanza. -Dal 1200 cominciano atti di gente libera, il -governo in mano di Consoli, e da principio il Podestà, -uno degli uomini della terra stessa. Intanto Volterra -anch’essa cercava sottrarsi ai Vescovi, uno dei quali cacciato -di sede ebbe soccorso dai Sangimignanesi nemici -al popolo di Volterra da cui si erano distaccati. Di -qui lunghe guerre che si allargarono in più vasto -campo, quando le innumerabili divisioni formarono -quella dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma in questa lotta -San Gimignano si rinforzava e le libertà sue ebbero -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -autentico riconoscimento da Federigo II imperatore -l’anno 1241. Era uno di quei Comuni tenuti dai militi, -che è dire dai nobili, i quali sapevano meglio intendersi -con l’Imperatore; e seco andavano di gran -cuore contro al popolo di Volterra. -</p> - -<p> -Prevalse pertanto assai tra questi la potestà imperiale; -pagavano volentieri a Federigo il feudo solito -pagarsi ai Vescovi; i Potestà usarono chiamarsi tali -Dei et Imperatoris gratia. Ma ciò non toglieva che -al pari degli altri Comuni andassero contro a quella -medesima potestà, facendo per l’ampliazione del loro -contado guerra ai castelli che n’erano il nido. Seguirono -gli anni della gran contesa per cui salivano e -scendevano con tanto fragore più volte ciascuna delle -due contrarie parti: San Gimignano modificava secondo -i casi le istituzioni sue cittadine, piegandole verso alla -parte popolare come i tempi volevano. Il popolo era -ivi come a Siena rappresentato da un ordine che si -chiamò dei Nove, ristretto però nè mai caduto nel -maggior numero: quella terra ricordava sempre le -origini sue, e manteneva le istituzioni che ad essa -erano naturali; troppe torri aveva per essere mai -bene guelfa. -</p> - -<p> -Correvano allora tempi magnifici a San Gimignano: -sorgeva il pubblico Palazzo con altri edifizi, fioriva -quella piccola repubblichetta richiesta più volte per -ambascerie dalle città e dai signori vicini, di lei più -possenti; i suoi magistrati andavano arbitri o pacieri -di grandi vertenze. Rimane tuttora in quelli archivi -documento dell’ambasceria che Dante Alighieri vi -esercitò in nome della Repubblica di Firenze agli 8 di -maggio 1299; orava dinanzi al Potestà, che era dei -Tolomei da Siena, esortando il Consiglio generale a -farsi più vivo e rafforzare la lega toscana, verso alla -quale parevano essere le volontà dubbie, secondo le -varie parti che dividevano i Sangimignanesi. A procurare -la concordia poco di poi venne della persona -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -sua in San Gimignano il Cardinale d’Acquasparta -come Legato di Bonifazio VIII; si fece una pace, ma -fu presto rotta. Potenti famiglie nemiche tra loro per -gelosia di grandezza cittadina si chiamavano guelfi o -ghibellini, o bianchi o neri o di quanti altri nomi sa -l’odio cuoprirsi; nè mancarono a San Gimignano i -consueti ammazzamenti, come in ogni altra delle minori -o delle maggiori terre d’Italia. Questo ripetersi -da per tutto degli stessi casi, questo inutile rivoltolarsi -durante più secoli, viene oggi chiamato da un -nobile ingegno bellezza di storia. A noi non pare; -anzi agl’Italiani facciamo colpa del non avere saputo -men tristo rimedio inventare contro al sonno, malattia -dei popoli peggiore d’ogni altra per la parentela -che ha con la morte. -</p> - -<p> -Ma pure in quella età nascevano grandi fatti, in -mezzo ai quali nè il buon diritto alla sua propria indipendenza, -nè una gran voglia di mantenerla, bastavano -a fare che un piccolo Comune avesse, come si -suol dire, voce in capitolo. Scese in Italia Arrigo VII, -s’inalzò Castruccio, la Toscana ebbe a difendersi contro -al Bavaro e contro al Re di Boemia. San Gimignano, -posta in mezzo tra Volterra e Siena e Firenze, -volentieri avrebbe cercato sostegno da quella parte -cui potesse riuscire più utile amica: tirava da Siena -i suoi Potestà e alcune forme di reggimento; ma Siena -era instabile, e troppo Firenze pigliava la mano già -sopra i vicini. Questa si diede al Duca di Calabria; -e San Gimignano, senz’altro pensare, dovè seguitarla. -Non ne avesse anche avuto voglia, andava insieme con -la corrente guelfa, stava con la Lega della quale Firenze -era capo; e questa, come su tutti gli altri aveva -la forza che gli difendeva, così anche aveva l’arbitrio -a costringerli e una crescente volontà di farsi da tutti -ubbidire. Chiedeva di nome gli uomini e il denaro per -le taglie che prima aveva essa medesima decretate: -di già i rifiuti o le renitenze si chiamavano ribellione. -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -Ma perchè uno Stato indipendente ti serva a tuo modo, -è necessario potergli comandare in casa dentro. Il -primo d’aprile 1333 una lettera al Comune di San -Gimignano gli dava ordine di ratificare nel Consiglio -del Popolo certe mutazioni fatte allo Statuto di quella -terra, nè so con qual titolo, da tre cittadini Fiorentini: -dice la lettera che ogni negligenza all’ubbidire, -gli avrebbe fatti incorrere in pena. -</p> - -<p> -Era in San Gimignano potente su tutte le altre la -famiglia degli Ardinghelli. Se propriamente fossero -Guelfi o Ghibellini io non lo so, nè bene credo che lo -sapessero essi stessi. A me parrebbe senza calunnia -potere affermare che furono Guelfi, quando con quel -nome potevano farsi un grande seguito nella terra; -ma quando ad essi venne la voglia o parve essere -necessità, per mantenere il grado loro, di uscire fuori -dai termini della civile eguaglianza, allora di fatto se -non di nome furono Ghibellini. Ciò nonostante pare che -molto se la intendessero con la Repubblica di Firenze, -la quale cercando sopra la Toscana di avere un imperio, -gradiva che le comunità inferiori, di nome amiche -ma in fatto suddite, dipendessero da pochi, perchè -i pochi è sempre più facile guadagnare e mezzi più -certi si hanno a tenerli. Il Comune di San Gimignano -bandì gli Ardinghelli, ma lì appresso era il luogo di -Camporbiano, terra di Marzocco; e gli Ardinghelli -di là infestavano i Sangimignanesi tanto malamente, -che alla fine questi perduta pazienza, un giorno a -bandiere spiegate e sotto alla condotta del Potestà -loro e Capitano di popolo, che era un Saracini di -Siena, andarono contro a Camporbiano, v’entrarono a -forza e l’arsero. Questo alla Signoria di Firenze parve -delitto di lesa maestà; citò avanti a sè il Potestà e -tutti quelli della cavalcata; nessuno comparve; per -il che furono condannati come contumaci in lire cinquantamila, -con la comminatoria di essere arsi (così -è scritto) il Potestà e centoquarantasette Sangimignanesi. -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -Chiesero grazia, e il Consiglio generale di Firenze -con voti centoventitrè contro cinquantuno condonò la -pena, con che i fuorusciti fossero rimessi in patria e -riavessero i beni loro: ma non andò molto che un’altra -volta furono ricacciati. -</p> - -<p> -Cedevano innanzi alla comunanza cittadina più -forte di loro, fuori trovavano chi gli proteggesse. Al -Duca d’Atene si erano accostati malcontenti di tutta -Toscana, come a cosa nuova. In Firenze un fuoruscito -sangimignanese, capitano dei fanti della Signoria, teneva -in guardia il Palazzo: costui ne aperse la porta -al Duca, dal quale in premio di tanto servizio fu -creato cavaliere: tornata libera la città, fu anch’egli -dipinto a vitupero come traditore. San Gimignano al -nuovo Duca aveva mandato il numero consueto di -venticinque cavalieri e cento pedoni, secondo la taglia; -ma perchè non volle consentire subito al richiamo -dei fuorusciti, questi dapprima respinti con la forza -v’entrarono poi con le armi e col nome del Duca, il -quale n’ebbe il governo e prima cosa ordinò di fabbricare -un cassero dentro la terra istessa. Tornava -questa in libertà dopo alla cacciata del Duca, ma più -che mai vessata dalle trame e dagli assalti dei fuorusciti, -contro ai quali non avendo possa, ricorse a -Firenze. Si aggiunse la peste, dopo alla quale San Gimignano -mezzo vuotata d’abitatori e fuori battuta da -continui assalti dei suoi medesimi, non valendo più da -sè a reggersi, fece il primo atto di formale dedizione -alla Repubblica di Firenze, che fu per tre anni, da -potersi rinnovare, accomunando le due cittadinanze, -con che avessero i Fiorentini la sola scelta del Capitano, -quella del Potestà rimanendo sempre libera in -mano dei Sangimignanesi. -</p> - -<p> -Questi credevano forse con un tale atto e sotto alla -guardia della Repubblica di Firenze potere costringere -a una convivenza quieta le parti contrarie. Ma fu -invano, perchè gli esuli tornati potevano troppo, e dentro -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -aveva il Capitano dei Fiorentini messo innanzi -qualche altra famiglia da stare a contrappeso. Il che -non fece che più inasprire le inimicizie, perchè i Salvucci -per tal modo favoriti poterono tanto, che dietro -un’accusa male provata persuasero al Capitano, uomo -dappoco, di condannare a morte due giovani degli -Ardinghelli: fu eseguita la sentenza in fretta e prima -che da Firenze venisse divieto. Peggio sino allora non -si era mai fatto: agli Ardinghelli cupidi di vendetta -si aggiunsero i signorotti da Picchena, vicino castello, -e i Rossi famiglia di grandi, i quali cacciati da Firenze -vivevano sulle loro possessioni lì appresso. Insieme -ed in arme un giorno entrarono in San Gimignano, -ed assalita la casa dei Salvucci, che sulla piazza -era delle maggiori, la posero a sacco ed a fuoco. Questi -si rifugiarono in Firenze; e allora fu gara tra essi e -gli Ardinghelli, quale dei due riuscisse con suo maggiore -profitto a dare la terra liberamente in potestà -dei Fiorentini, che vi mandarono a buon conto seicento -soldati, i quali si tennero al di fuori delle mura. Intanto -i negoziati procedevano variamente, finchè agli -11 d’agosto 1353 fu stipulato l’atto di perpetua dedizione, -per cui San Gimignano, perduta affatto l’indipendenza, -ebbe dai Fiorentini la Potestà; e per l’interna -amministrazione del Comune, mutato l’antico -ordine, fu posto come a Firenze un magistrato di Priori -e un Gonfaloniere: il castello di Picchena, smantellato, -andò sotto la giurisdizione del Comune di San -Gimignano. -</p> - -<p> -Ma prima di accettare in Firenze la sottomissione, -avevano aspettato che dugentocinquanta uomini della -terra venissero a offrirla personalmente; il partito per -l’accettazione passò nei Consigli per un voto solo. Dipoi -fu scambio tra le due parti di cortesia: mandò la -Signoria un foglio bianco sottoscritto, dove i Sangimignanesi -ponessero quelle condizioni che volevano: questi -risposero con un altro foglio nel modo stesso: il -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -primo esiste negli archivi pubblici della terra, dell’altro -è un ricordo. Con tutto questo però non vollero -i nuovi padroni essere da meno di quel che era -stato nove anni prima il Duca d’Atene; imposero ai -Sangimignanesi l’edificazione di una rôcca in luogo -adatto e a loro spese; doveva essere sicurezza contro -alle discordie o alle ribellioni, ma era difesa nel tempo -stesso contro ai grandi, soliti a vivere fino allora secondo -la legge comune e senza divieti o esclusioni. In tutto -il resto procederono largamente; il che era una fina -arte politica, ma era insieme un riconoscimento del -diritto che in Toscana più che altrove godeva il Comune -alla sua propria indipendenza, in tutto quello -dove non fosse stato questo diritto abbandonato dal -Comune stesso per la sua propria conservazione. Promisero -anche l’esenzione dai balzelli straordinari e da -certe tasse minutamente specificate. Poi mantennero -la promessa quanto suole farsi in simili casi, e quanto -i bisogni della Repubblica di Firenze concedevano. -Allora si andava per via di richieste al Consiglio delle -spese; così lo chiamavano in San Gimignano: questo -si opponeva e mandava ambasciatori che disputavano -e infine pagavano, ma le più volte meno del chiesto. -Si mantenevano nelle apparenti relazioni tra’ due Stati -queste forme di parità: in cose o di confini o di commerci -San Gimignano mandava i suoi ambasciatori a -trattare prima liberamente co’ vicini; e abbiamo accordi -in tal modo fatti con Siena. Così, finchè non fu distrutto -in Firenze il libero stato, San Gimignano ebbe un esercizio -di volontà in cose pubbliche, una soddisfazione di -certi che sono bisogni dell’animo e dell’intelletto: -quello che alla libertà mancasse, trovava compenso di -quiete e d’ordine e di sicurezza. Fatto è, che pare la -terra in quelli anni prosperasse, perchè gli edifizi più -ornati e più belli sorsero nel tempo della soggezione; -le chiese nel quattrocento furono abbellite da grande -copia di pitture affresco e in tavola dei più celebrati -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -in quella età, come Benozzo Gozzoli e il Ghirlandaio -e Antonio Pollaiolo, ai quali si aggiungono senza troppa -inferiorità pittori sangimignanesi: fiorivano anche le -lettere, e diedero qualche uomo il cui nome non è -affatto spento. -</p> - -<p> -Ma ciò non faceva che non piangessero i loro antichi -liberi tempi, quando il bene come il male potevano -farsi da sè medesimi. Nè certo i soprusi mancavano, -contro ai quali le terre soggette, ponevano speranza -nei Medici: ma questi, una volta che ebbero abbassato -chi stava di sopra, non rialzarono però gli altri, ed il -comune livello scese molto più basso di prima. D’allora -in poi San Gimignano venne sempre a scadere: nei -due secoli del principato di casa Medici la popolazione -della terra scemò d’un terzo, quella del contado non -perdè che il sesto. Opere pubbliche non si fecero, e -spesso le antiche furono guaste per incuranza o perchè -l’amore delle arti mancava e il gusto era pessimo. -San Gimignano si chiama sempre dalle belle torri, ma -nel cinquecento erano il doppio di quelle che ora bastano -a darle aspetto insolito e quasi fantastico. -</p> - -<p> -Il canonico di quella Collegiata Luigi Pecori, pubblicava -l’anno 1853 una Storia della patria sua, molto -accurata e di buon giudizio. Aggiunse in fine lo Statuto -dell’anno 1255, ampliato e corretto nel 1314, le -notizie risguardanti le cose ecclesiastiche, i pubblici -edifici, i cittadini di qualche nome, le opere d’arte, -con assai buon numero di documenti dei quali è ricco -quell’archivio. Compose tavole dei prezzi di molte cose -e dei salari e delle pene che si pagavano in moneta. -Prima di lui Vincenzio Coppi dava la <i>Storia di San -Gimignano</i> l’anno 1695, in un bel volume in foglio, -con dedica al principe Ferdinando de’ Medici. Abbondano -in quella ragguagli minutissimi d’ogni cosa la -quale importi o che all’autore paresse in qualche modo -importare al decoro della patria sua. Fornito di buone -lettere più che di sana critica, mantiene per vera una -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -favolosa origine di San Gimignano, sulla quale nei -primi anni del quattrocento Mattia Lupi aveva scritto -un poema latino, da lui chiamato eroico, in quattro -libri di cattivi versi. Dissi in principio, e ripeto in -fine, che vorrei piuttosto sapere il vero del come potè -sorgere a qualche grandezza da molto antichi secoli -questa terra. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="app4">Nº IV. -<span class="smaller">(Vedi pagg. <a href="#Page_270">270 e 271</a>.)</span></h3> -</div> - -<p class="center"> -(<i>Archivio di Stato Diplomatico</i>, provenienza <i>Atti pubblici</i>). -</p> - -<h4 id="app4a"><i>PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE -DOMINO KAROLO ROMANORUM REGI.</i></h4> - -<div class="blockquote"> -<p> -In Christi nomine Amen. Anno sue salutifere Incarnationis Millesimo -trecentesimo, quinquagesimo quarto Inditione VIIIª die vigesimo -mensis Martii. Manifeste appareat omnibus presens instrumentum -publicum inspecturis Quod Serenissimus et Invictissimus -Princeps et dominus dominus Karolus Dei gratia Romanorum Rex -et semper Augustus ac Boemie Rex, de innata Maiestati sue clementia, -consensit expresse et de gratia speciali nobilibus et sapientibus -viris -</p> - -<table class="gener" summary=""> - <tr> - <td>Domino Barne de Rubeis</td> <td rowspan="2" class="mal bl"><span class="spaced1">militibus</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Domino Paczino de Strocziis</td> - </tr> - <tr> - <td>Domino Loysio de Giamfigliacziis</td> <td class="tal"><span class="spaced1">Legum doctori</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Loysio de Mocziis</td> - </tr> - <tr> - <td>Uguiccioni de Ricciis et</td> - </tr> - <tr> - <td>Simoni de Antilla</td> - </tr> -</table> - -<p> -ambaxatoribus, sindicis et procuratoribus Comunis et Populi Civitatis -Florentie, ut de ipsorum sindicatu sive procura patet publico -instrumento scripto manu mei notarii infrascripti, ac etiam mihi notario -infrascripto tamquam publice persone stipulanti et recipienti -vice et nomine Populi et Comunis Florentie, quod Iuramentum eidem -tamquam Romanorum Regi seu tamquam Imperatori prestandum -per dictos Sindicos et pro dicto Comuni, quibuscumque verbis prestetur -seu prestitum reperiri contingat, habeat et habere intelligatur -infrascriptas reservationes modificationes et capitula, et perinde -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -intelligatur esse ac si in eo seu eius prestatione dicta et -infrascripta capitula essent apposita e expressa licet in ipsa figura -verborum dicti Iuramenti non apponantur nec exprimantur. Ita -quod dictum Iuramentum vires sive effectum non habeat contra -dicta infrascripta capitula seu contra sensum ipsorum et ita actum -consensum et conventum extitit inter eos. -</p> - -<p> -Reservationes autem modificationes et capitula sunt hec, videlicet: -</p> - -<p> -In primis, quod vigore Iuramenti prestandi et contentorum in -eo, dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra vel aliter non teneatur -dicto domino Regi quam dictum Comune et alia Comunia -Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur et tenentur Imperio -secundum Leges Imperiales et Iura comunia Romanorum Principum. -Et quod dictum Iuramentum non deroget nec in aliquo preiudicet -aliquibus privilegiis seu benefitiis concessis seu concedendis -per dictum dominum Regem dicto Comuni Florentie, seu aliquibus -promissionibus gratiis seu benefitiis, cum scriptura vel sine, factis -vel fiendis, concessis sive concedendis per dictum dominum Regem -dicto Comuni Florentie. Mandans expresse predictus dominus Rex -mihi notario infrascripto, quatinus ad maiorem et clariorem predictorum -memoriam de predictis publicum conficerem instrumentum. -Acta fuerunt predicta per dictum dominum Karolum Regem, -Pisis in camera predicti domini Regis, in domibus que dicuntur -Giardinum sive viridarium Pieri Andree de Gambacurtis; presentibus -testibus reverendissimo in Christo patre et domino domino -Niccolao Patriarcha Aquilegiensi et principe honorando et venerabili -in Christo padre domino Iohanne Episcopo Olomocensi et magnificis -viris Marcardo Agustense, Thederigho Mindense, Vladislao -duce Theschinense, Burghardo burgravio Magdeburgense et......... -de Lippa, Bustone de Reilhartis ac nobilibus et prudentibus -viris domino Dondaccio de Malingniis de Fontana de Plagentia, -milite et Leggerio Andreocti Niccoluccii de Perusio, adhibitis et -rogatis. -</p> - -<p> -Et Ego Angelus ser Andree domini Rinaldi, florentinus civis, -publicus Imperatoris auctoritate notarius et iudex ordinarius, predictis -omnibus in presenti facie contentis et scriptis dum sic fierent -interfui, illaque mandata Regio et rogatu Sindicorum suprascriptorum -publice scripsi et signum apposui consuetum. -</p> -</div> - -<h4 id="app4b"><i>CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM -ET COMUNE FLORENTIE.</i></h4> - -<div class="blockquote"> -<p> -In Christi nomine, amen. Anno sue salutifere Incarnationis Millesimo -trecentesimo quinquagesimo quarto, Indictione VIII, die -vigesimo primo mensis Martii secundum consuetudinem civitatis -Florentie, Serenissimus Princeps et dominus dominus Karolus Dei -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -gratia Romanorum semper Augustus ac Boemie Rex, et infrascripti -Ambaxiatores et Sindici Populi et Comunis Florentie asseruerunt -se super infrascriptis capitulis, die xxº presentis mensis martii -predicti simul conclusisse et concordasse, videlicet: -</p> - -<h5><i>Quomodo Priores sint vicarii Imperatoris. — Quod Civitas Florentie -eiusque comitatus et districtus regantur per Populum -et Comune et sub legibus ipsorum etc. — Aliqualis confirmatio -sub missionum et aliarum conventionum.</i></h5> - -<p> -Primo, quod Priores Artium et Vexillifer Iustitie Populi et Comunis -Florentie qui pro tempore fuerint toto tempore vite domini -Regis Karoli presentis, etiam port Imperiales infulas susceptas, et -non alius, sint eius vicarii generales et inrevocabiles tantum tempore -vite domini Regis predicti, sicut predicitur, in civitate Florentie -et eius comitatu et territorio et districtu, et in omnibus -terris et locis que per Comune Florentie seu pro ipso Comuni tenentur, -gubernantur, seu custodiuntur: terris vero, si quas de facto -et non legiptime occupant ecceptis; super quibus non constituantur -vicarii, neque aliquis alias seu aliqui alii constituantur neque sint -offitiales ibidem, nisi per Populum et Comune predictum fuerint -constituti. Quodque ipsi vicarii sic constituti nichil aliud possint -nec aliter, nec sindicentur seu ad rationem administrationis coram -predicto populo reddendam teneantur, nisi secundum Statuta ed -ordinamenta Comunis Florentie et secundum Leges municipales, -consuetudines et mores laudabiles hactenus observatos ibidem, sed -sindicentur solummodo per dictum Populum et Comune vel offitiales -dicti Comunis ad hoc deputatos seu deputandos secundum -formam Statutorum dicte Civitatis. Et quod dicta civitas Florentie -terre et loca per dictum Populum et Comune regantur custodiantur -et gubernentur sub ea iurisdictione regimine et custodia laudabili -ac sub illis magistratibus sub quibus ad presens tenentur et gubernantur -seu teneri et gubernari solita sunt per dictum Populum -et Comune et sub eisdem iuribus statutis et ordinamentis consuetudinibus -et moribus laudabilibus iuste editis et edendis per dictum -Populum et Comune seu loca predicta. Quos magistratus dictus -Populus et Comune sibi et in locis predictis ad beneplacitum et -pro sui libito possit eligere et constituere et iura municipalia -et ordinamenta et alia predicta edere et condere cassare et mutare -rationabiliter, secundum rerum et temporis exigentiam, ac -eadem in tempore preterito iuste potuerint. Et quod in dicta civitate -Florentie et locis predictis seu aliquo ipsorum aliqui offitiales -cuiuscumque nominis vel conditionis non constituantur mictantur -vel fiant, nisi solum per Populum et Comune Florentie, secundum -sua ordinamenta consuetudines et mores laudabiles et illa intelligantur -statuta iura, ordinamenta et consuetudines et mores laudabiles -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -et laudabilia, iusti et iusta rationabiles et rationabilia que -vel qui specialiter non reprobantur a iure. Quodque dictus Rex in -submissionibus seu concessionibus dictarum terrarum seu locorum -vel alicuius eorum voluntarie factis dicto Populo et Comuni eos -non impediat, nec in regimine earundem. Et in terris huiusmodi -que se sponte submiserunt eis, dum tamen sint Imperii, earum -Incolis non contradicentibus, eos vicarios constituimus modo predicto: -salvis tamen iuribus aliorum. Et quod convenctiones et pacta -inite seu inita inter dictum populum et Comune ex una parte et -dictas terras seu loca vel aliquos eorum ex altera, sicut iuste et -rationabiliter procedunt, confirmentur et approbentur per dominum -Regem predictum. -</p> - -<h5><i>Irritatio condempnationum factarum per olim Imperatores.</i></h5> - -<p> -Item, omnes et singule sententie condempnationes forbannitiones -et processus, per quoscunque divos Romanorum Imperatores -et Reges predecessores domini Regis predicti, contra Populum et -Comune seu singulares eius personas, in civitatem comitatum territorium -seu districtum aut loca ipsius, et nominatim contra infrascriptos -Comites de Battifolle, de Doadola, Albertum de Mangona -et Neronem de Vernio ac eorum subditos late seu lati, facte -seu facti, et omnes pene infamie note inhabilitates et defectus, -seu etiam amissionis vel privationis bonorum qui vel que ex hijs -sequi vel infligi a lege vel ab homine seu alio quovis modo contrahi -potuissent, tollantur removeantur et relaxentur, quodque ipsi -quo ad bona et omnia alia in integrum restituantur, de gratia speciali -domini Regis predicti. -</p> - -<h5><i>Liberatio Comunis a censibus retroactis.</i></h5> - -<p> -Item, quod predicti Populus et Comune Florentie, homines -ipsorum et loca predicta sint liberi et absoluti ab omni et toto eo -ad quod tenerentur Romanorum Regibus seu Imperatoribus vel ipsi -sacro Imperio, de censu annuo Imperio sacro solvi debito et consueto, -condempnationibus devolutionibus in fiscum, vectigalibus -indictis et super indictis et aliis oneribus quibuscumque et hiis -similibus provenctibus et obvenctibus, usque in presentem diem; -solvendo tamen ad presens pro illis preteritis predictis Iuribus -Imperii sacri illam summam pecunie pro qua gratiam domini Regis -poterunt invenire. -</p> - -<h5><i>Dispositio circa census futuros.</i></h5> - -<p> -Item, quod omnibus redditibus proventibus condempnationibus -devolutionibus in fiscum, vectigalibus indictis et super indictis et -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -aliis honeribus quibuscumque et hiis similibus sicut premictitur in -quibus domino suo Regi predicto, tamquam Romanorum Regi, teneri -potuerunt in futurum, et pro consequendo gratiam et favorem -dicte Regie maiestatis, solvant censum annuum aliis Romanis Imperatoribus -seu Regibus et Imperio solvi debitum et consuetum. -Et quod ultra solutionem dicti census nomine futuri temporis non -graventur in persona vel rebus. Quodque dictus Populus et Comune -Florentie, toto tempore vite predicti domini Regis, et non -alias seu alii omnia predicta et eorum quodlibet, que ipse dominus -Rex iuste percipere posset, licite percipere possint et valeant. -</p> - -<h5><i>Quod contra predicta nil fiat.</i></h5> - -<p> -Item, quod dominus Rex predictus nichil faciat contra vel ultra -predicta et infrascripta. Et si quis adversus indultum Regium contrafecerit, -indignationem domini Regis incurrat. -</p> - -<h5><i>Quomodo privilegia concedantur de predictis.</i></h5> - -<p> -Item, quod dominus Rex de predictis omnibus que perpetuitatem -sapiunt ac de iure concedi possunt, donet eidem Populo et -Comuni Imperiale et Regium privilegium duraturum perpetuo: -super hiis vero que tractu temporis transient, donet ei privilegium -ad tempora vite sue. -</p> - -<h5><i>Quomodo recognoscatur in dominum, et de prestando iuramento.</i></h5> - -<p> -Item, quod Comune et Populus Florentinus, iuxta oblationem -factam per eos, constituant solepnes Sindicos legiptimum mandatum -habentes, qui nomine et vice Comunis et Populi prefatum dominum -Regem recognoscant Romanorum Regem et verum dominum -ipsorum sicut alie civitates Tuscie et Lombardie ab antiquo -tenebantur et tenentur Imperio secundum Leges Imperiales et Iura -comunia Romanorum principum; sibique nomine dicti Comunis et -Populi prestent fidelitatis debite iuramentum: salvis semper articulis -qui superius et inferius expressantur. Sic tamen ut post Imperiales -infulas susceptas, iuramentum renovetur. -</p> - -<h5><i>De quadam protestatione fienda.</i></h5> - -<p> -Item protestatio admictenda sub literis Maiestatis Regie sonabit -in haec verba videlicet: Quod vigore Iuramenti prestandi et contentorum -in eo, dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra vel -infra aut aliter non teneatur dicto domino Regi quam dictum Comune -et alia Comunia Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur -et tenentur Imperio, secundum Leges Imperiales et Iura comunia -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -Romanorum principum. Et quod dictum Iuramentum non deroget -nec in aliquo preiudicet aliquibus privilegiis seu beneficiis concessis -seu concedendis per dictum dominum Regem dicto Comuni Florentie, -seu aliquibus promissionibus gratiis seu benefitiis cum -scriptura vel sine, factis vel fiendis, concessis sive concedendis per -dictum dominum Regem dicto Comuni Florentie. -</p> - -<h5><i>De modo compositionis solvende.</i></h5> - -<p> -Item, quod predictus Populus et Comune quantitatem pecunie, -ratione preteriti temporis seu Iurium neglectorum, et censum annuum -Imperio debitum et consuetum pro futuro tempore, debitis -locis et temporibus, teneantur solvere prout apud Regalem fuerit -ordinatum: sic tamen quod solutio fiat in Tuscia seu in Venetiis -vel Padua. -</p> - -<h5><i>Quomodo quidam rebelles restituantur.</i></h5> - -<p> -Item, quod forbanniti exititii seu expulsi de dicta Civitate Florentie, -occasione celebris memorie domini Heinrici condam Romanorum -Imperatoris Augusti, seu propter obedientiam et adhesionem -factam sibi, reducantur ad domus suas et gaudeant possessionibus, -prediis et rebus suis, et in eisdem promotione et favore dicti Comunis -foveantur. Salvo quod predicta non preiudicent aliis condempnationibus -si quas haberent ob alias causas: et etiam sic -quod contenta in presenti capitulo fiant absque fraude vel dolo. -</p> - -<h5><i>Quod Comune Florentie in terris quas detinet non vexetur, etc.</i></h5> - -<p> -Item, quod dominus Rex non impediet Comune et Populum -civitatis Florentie in regimine civitatis Florentie ipsius seu castrorum -et terrarum que per ipsum Comune et Populum in toto -vel in parte, seu sub eo vel pro eo tenentur, reguntur et custodiuntur -seu gubernantur, tempore vite domini Regis predicti, nec -ipsam Civitatem seu terras predictas vel aliquam ipsarum in toto -vel in parte alicui alii concedet seu dabit, non obstantibus supradictis. -Set impetentibus eos vel se, adversus dictum Comune et -populum Florentie, ius aut actionem habere contendentibus ministrabit -iustitiam citationibus sententiis et aliis processibus iudiciariis -ac etiam executione licterali; sed ipse Rex et sui officiales ad -quamcunque requisitionem talium impotentium manum armatam -vel potentiam non apponet; nec etiam faciet alia precepta penalia -circa seu propter relaxationem seu dimissionem vel restitutionem -dictarum terrarum seu locorum vel alicuius eorum. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span> -</p> - -<h5><i>Reservatio Regia, si contrafieret.</i></h5> - -<p> -Item, si dictus Populus et Comune vel singulares persone adversus -prestitam fidem, Iuramentum et obedientiam debitam negligentia -quavis, temeritate vel pertinatia excederent, reservat sibi -dominus Rex potestatem plenariam penas quascumque reales vel -personales infligendi iuxta decretum Regium, secundum delictorum -et excessuum qualitatem. -</p> - -<h5><i>Pro Aretinis.</i></h5> - -<p> -Item, circa predictas gratias concessiones et indulta, ubi locus -extiterit, addi debeat infrascripta clausola que sequitur in hec -verba: Salvo quod predicta non vendicent sibi locum in terris et -castris Comunis Aretii nec in eorum curiis, que presentialiter pignori -tenentur per Comune Florentie; que castra et terras liceat -Comuni Florentie predicto retinere, donec ipsum Comune Florentie -consecutum fuerit a Comuni Aretii creditum ad quod dictum Comune -Aretii tenetur dicto Comuni Florentie. Et facta solutione -dicti crediti per dictum Comune Aretii prefato Comuni Florentie -ut predicitur, statim ipsum Comune Florentie teneatur et debeat -eadem pignora restituere dicto Comuni Aretii. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<h3 id="app5">Nº V. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_275">275</a>)</span></h3> -</div> - -<h4>MATTEO VILLANI.</h4> - -<p class="center"> -Lib. IV, Cap. 77. — <i>Come fu offesa la libertà di Roma dai Toscani</i>. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Vedendo i falli commessi per li comuni ghibellini di Toscana, -che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperatore, -ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come -col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani.... -parteciparono la cittadinanza e la libertà di quel popolo, la cui -autorità creava gli imperadori; e questo medesimo popolo, non -da sè, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli cristiani, -concedette l’elezione degli imperadori a sette principi della Magna. -Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più antiche -storie il manifestino, che il popolo predetto faceva gli imperadori, -e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la libertà del popolo -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -romano non era in alcun modo sottoposta alla libertà dell’impero, -nè tributaria come l’altre nazioni, le quali eran sottoposte -al popolo e al senato e al comune di Roma, e per lo detto -comune al loro imperadore: e mantenendo i nostri comuni di Toscana -l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo romano, -è assai manifesto che la maestà di quel popolo, per la libera -sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa e di Siena -e di Volterra e di Samminiato, fu da loro offesa, e dirogata la -franchigia de’ Toscani vilmente per l’invidia ch’avea l’uno comune -dell’altro, più che per altra debita cagione.<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>» -</p> -</div> - -<p class="center"> -Cap. 78. — <i>Di quello medesimo</i>. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò -ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa -del sommo impero, è lecito anzi debito il patteggiare con gl’imperatori. -L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una che -seguita ne’ fatti del mondo la Santa Chiesa, secondo il principato -che ha da Dio e dal santo impero in quello,<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> e questi sono dinominati -guelfi....: e l’altra parte seguitano l’impero, o fedele o -infedele che sia delle cose del mondo a Santa Chiesa, e chiamansi -ghibellini.... e seguitano il fatto; che per lo titolo imperiale -sopra gli altri sono superbi, e motori di lite e di guerra. E -perocchè queste due sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere -il principato; ma non potendosi fare, ove signoreggia l’una -e ove l’altra, comecchè tutti si volessono reggere in libertà di -comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia gl’imperatori alamanni, -hanno più usato favoreggiare i ghibellini che i guelfi; e per questo -hanno lasciato nelle loro città vicari imperiali con le loro masnade: -i quali continovando la signoria, e morti gli imperadori di cui -erano vicari, sono rimasi tiranni, e levata la libertà a’ popoli, e -fattisi potenti signori, e nemici della parte fedele a Santa Chiesa -e alle loro libertà. E questa non è piccola cagione a guardarsi di -sottomettersi senza patti a’ detti imperadori. Appresso è da considerare -che la lingua latina....; e i costumi e’ movimenti della -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -lingua tedesca sono come barbari, e disusati e strani agli Italiani, -la cui lingua e le cui leggi e costumi e i gravi e moderati movimenti, -diedono ammaestramenti a tutto l’universo, e a loro la -monarchia del mondo. E però venendo gli imperatori della Magna -col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della Magna -reggere gli Italiani, non lo sanno e non lo possono fare; e per -questo essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano -tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per esser -per controversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù -o per ragione di intendimento di costumi e di vita. E per queste -vive e vere ragioni le città e i popoli che liberamente gli ricevono, -convien che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il -loro usato reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato -di quella città o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde -volendo riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli -che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, -e non essere ribelli agli imperadori alamanni, di provvedersi -e patteggiarsi con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gli -imperatori, che senza gran sicurtà li mettano nelle loro città.» -</p> -</div> - -<p class="center"> -Lib. V, Cap. I. — <i>Prologo</i>. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire -a’ magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più -paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella -presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene -perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al termine -dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la mente -dell’animo immortale; ancora si fa più vile se con somma virtù -non si governa e regge: ma quando s’aggiugne ai vizi, l’ottata -signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il glorioso titolo -in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma perocchè ogni signoria -procede ed è data da Dio in questo mondo, assai è manifesto -che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo. L’imperial nome -sormonta gli altri per somma magnificenza, al quale soleano ubbidire -tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi gli infedeli -hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per i cristiani -tanti sono i potenti re, signori e tiranni, comuni e popoli -che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla sua -suggezione: la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente dalla -divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è nella -podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non piccola -l’imperiale elezione trasportata ai sette principi della Magna, -i quali hanno continuato lungamente a eleggere e promuovere all’impero -signori di loro lingua: i quali colla forza teutonica e col -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente barbara -hanno voluto reggere e governare il romano impero; la qual cosa -è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede le -sue leggi e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando -a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale governamento, -non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria -di quello.» -</p> -</div> - -<p> -Nei capitoli sopracitati è istorica filosofia, e, a creder -nostro, della migliore. Qui è la dottrina del Machiavelli -circa le mutazioni dei regni, e qualche cosa -anche di più, senza di che non riuscirebbe quella altro -che a sterile empirismo; e qui la retta interpretazione -di quella solenne ma spesso travolta e abusata sentenza -che ogni potere viene da Dio. Si noti pure come -l’appellazione data di barbari ai settentrionali, goffa -e sguaiata al tempo nostro e pedantesca nel cinquecento, -fosse plausibile tuttavia quando di fresco era -cominciato quello che fu a noi risorgimento precoce e -rapido anche troppo, e che ad essi era un principiare -con passi deboli per allora. E aveva il fatto mostrato -sempre, fino dal tempo della invasione, come i popoli -germanici a petto agli uomini italiani di quella età -fossero incapaci, non che a fare con loro insieme mischiato -buono e compagnia, ma nemmeno anche a bene -opprimerli. -</p> - -<p> -Quel che però giova maggiormente in questo luogo -di rilevare, perchè fu troppo dimenticato, è l’imperiale -supremazia attribuita alla città ed al popolo di Roma, -secondo il giure che fu solenne tra gli Italiani del -medio evo, e senza il quale viene a frantendersi nel -creder nostro mezza l’istoria. Cotesto giure fu il principio -e il fondamento della dottrina guelfa: ma quella -pure che l’Alighieri promosse nel libro della Monarchia, -non differiva se non in quanto per lui era la -monarchia del mondo direttamente trasmessa da questo -popolo agli Imperatori; laddove i guelfi diceano il -popolo avere concessa e trasmessa l’elezione ai principi -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -dell’Allemagna, non da sè ma per delegazione da -lui fatta alla romana Chiesa ed ai Pontefici, investiti -per questa via del civil diritto, come essi erano del -divino. Era più antica la controversia di quel che sembri -a prima vista; ed a togliere di mezzo i Papi che -vi si erano interposti, veniva il popolo di Roma originariamente -a professare la stessa dottrina che i giuristi -più assoluti nell’inalzare e nel difendere le ragioni -dell’Impero. Ma rinnegando l’autorità sia dei Pontefici -sia del popolo, secondo facevano i moderni ghibellini -ed i Tedeschi generalmente, dice bene Matteo nostro, -che l’imperiale potestà non era più altro che un -<i>fatto</i>, o il diritto della forza senza ragione d’autorità. -</p> - -<p> -Allorchè papa Leone III l’anno 800, il dì del Natale, -dopo la messa, all’improvvista poneva sul capo -d’un re Franco il diadema imperiale d’Occidente, e -gli vestiva le spalle del manto dei Cesari; quella sorpresa -e quasi diremmo quella commedia di tanto pondo, -non si vuol credere che avesse altro motivo, tranne il -pensiero di trasferire tutta in chiesa di San Pietro -quella imperiale investitura, che il popolo di Roma -avrebbe data nel Campidoglio. Al diritto di pontefice, -supremo capo della cristianità, Leone volle in sè congiungere -anche il diritto di naturale e legittimo rappresentante -o delegato della città di Roma, togliendo -via la controversia con la solenne autorità del fatto. -I Pontefici non si arrogarono in quella età, nè più -altre dopo, in via giuridica la sovranità di Roma: e -il diritto di questo popolo e quello assunto dai Pontefici, -e quello proprio degli Imperatori i quali avevano -la material forza e la traevano d’Allemagna; questi -diritti e questi fatti confusamente s’intramezzarono -gli uni negli altri per molti secoli, così com’era e -doveva essere ogni diritto in quella età, per le moltiplici -tradizioni e la mancanza di norme certe. Questo -faceva Leone III; ma poco dopo ecco un altro fatto -incontro a quello, e fu manifestazione grande e solenne -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -del fondamento che per sè Carlo voleva dare al nuovo -impero attribuitogli. Quando innanzi la morte sua -faceva egli la divisione fra tre suoi figli dei possedimenti -ch’erano quasi l’Europa intera, al maggior figlio, -che dopo lui doveva essere imperatore, assegnò Carlo -tutto il settentrione e tutti i popoli di tedesco sangue, -sovrapponendo anco nel diritto quella porzione che -aveva in sè tutta ormai la material forza, a quelle -due che erano assegnate ai due minori fratelli coll’inferior -titolo di re, come una grande incubazione -che la Germania dovesse fare sulle regioni del mezzogiorno. -Questa per lui era la consacrazione della forza, -e così egli la intendeva: due re dovevano con autorità -minore spartirsi i popoli di latino sangue cui era -odioso il nome regio, ed i Tedeschi non bene usciti dal -paganesimo e dai boschi, ebbero il titolo imperiale che -importava la signoria del mondo. -</p> - -<p> -L’ardimento di Leone che s’arrogava un diritto -nuovo, e il testamento di Carlo Magno, furono come -fonti a due rivi, o a meglio dire, a due torrenti che -s’urtavano e incalzavano mischiati insieme nell’alveo -stesso. Ma il fatto di Leone non riusciva all’effetto suo -senza creare lungo contrasto; e la contesa tra la città -ed i Pontefici romani durava quanto l’altra contesa -tra essi Pontefici e gl’Imperatori, cioè tutta quanta -l’età di mezzo. I signori dei castelli intorno a Roma -e nella città stessa, ora col popolo s’intendevano, ed -ora al popolo contrastavano come successori dei patrizi -di Roma antica, e non s’appellavano o male erano ghibellini. -Cola di Rienzo ed il Colonna continuavano sconciamente -la divisione che in Roma antica era tra ’l -popolo e il senato, ma volevano lo stesso entrambi -quanto al negare o contrastare la sovranità pontificale: -e in faccia poi agli Imperatori, se il consacrarli -si apparteneva al Papa solo come pontefice, una figura -di elezione si manteneva nella città di Roma, nè in -altro luogo la coronazione sarebbe stata tenuta buona; -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -e comunque i Papi risedessero in Avignone, a Roma -andavano Arrigo VII, e Lodovico di Baviera e Carlo IV, -a cercare la corona quivi deposta dai primi Cesari. -Nè in Costanza Sigismondo fu sacrato imperatore, benchè -ivi il Papa fosse presente, e solenne l’occasione -quanto altra mai nella cristianità; ma in Roma egli, -e poi Federigo III. Dopo del quale essendo Roma -caduta già nella condizione di città suddita ai Pontefici, -e i nuovi fatti e gli ordinamenti nuovi dovunque -venuti a soverchiare l’idea dominatrice del medio evo, -perchè i principi e le nazioni aveano titolo da per -loro; cessava ben tosto la necessità di accattare da -Roma antica l’imperial titolo e la potestà: e Carlo V, -nel coronarsi imperatore in Bologna, io non so bene -se più intendesse di rinnalzare Clemente VII, o di abbassare -la Sede di Roma facendo il Papa uscirne fuori -a consacrare sopra alla testa di Carlo V la nuova forma -e disusata di quella potenza che egli del tutto riconosceva -dalla sua spada e dalla fortuna. -</p> - -<p> -Dopo lui nessun altro Imperatore venne in Italia -per la corona, chè non avrebbe legato gli animi nella -Germania mezza protestante; e la potenza di casa -d’Austria stava oggimai ne’ possedimenti. Quelli d’Italia -appartenendo al ramo spagnuolo dei successori di -Carlo V, la scemata potestà dei tedeschi Imperatori -fu agli Italiani poco gravosa: quei di Germania avevano -l’alta sovranità dei feudi imperiali, che ad essi -davano ingerenze nei minori stati per ogni resto indipendenti; -scarso provento ne ritraevano, e nelle guerre -di religione un qualche raro sussidio d’armi. Il diritto -pubblico del medio evo reggeva tuttora gli Stati d’Europa; -ma soverchiato dai fatti nuovi, più non valeva -se non a dare qualche pretesto alle aggressioni e ad -allungare i negoziati. -</p> - -<p> -Per il possesso della Toscana all’estinzione di casa -Medici gran tempo prima antiveduta, i principi grossi -aguzzarono le armi, e i diplomatici le penne: l’Imperatore -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -metteva innanzi l’antico dominio e le ragioni -dell’Impero; ma dopo averla prima assegnata ad un -principe spagnuolo, parve giovasse a mantenere quel -che appellavano equilibrio darla per ultimo ad un -Lorenese. I Medici in quella decrepitezza della famiglia -loro, e nel politico abbassamento cui tutta Europa -gli costringeva, pure serbarono qualche dignità; e come -erano per le origini e per l’ingegno e le tradizioni, -si dimostrarono cittadini. Sopra ogni cosa volevan essi -l’indipendenza della Toscana, che era oppugnata in -via legale dagli scrittori imperialisti; e di tale controversia -giova qui dire alcune cose spettanti alla materia -nostra. Un libro col titolo <i>De Libertate Civitatis -Florentiæ ejusque Dominii</i> fu impresso a Pisa nel 1721, -ed a Firenze, ma senza data, l’anno dipoi, regnante -ancora il terzo Cosimo. Per le memorie che ne rimangono, -da prima sarebbe stato quel libro messo insieme -dal senatore Niccolò Francesco Antinori, il quale mandato -in gioventù da Cosimo III a studiar legge in -Salamanca, fu auditore della giurisdizione e degli studi -di Firenze e di Pisa, quindi inviato agli imperatori -Giuseppe I e Carlo VI nelle controversie per la successione. -Il testo latino che a stampa si legge, è dal -Fabroni attribuito a Giuseppe Averani, cui altri aggiungono -il senatore Filippo Buonarroti e l’auditore -Bonaventura Neri Badia, ternario d’uomini molto insigni: -Neri Corsini, ambasciatore in Olanda, a Londra -e a Parigi, e che poi fu cardinale, divulgò di questo -libro una versione francese. Replicava due anni dopo -da Milano, ma pur senza data, Filippo Barone di Spannaghel -con due grossi volumi in folio, e ponderosi di -molta noia; il frontespizio, che è stranamente lungo, -comincia così: <i>Notizia della vera libertà Fiorentina, -considerata nei suoi giusti limiti</i> ec. Il privilegio di -Carlo IV, che fu occasione al discorso nostro, e un -altro simile poi concesso da Roberto imperatore nell’anno -1401, e una pretesa ricompera della sua propria -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -indipendenza, che la Repubblica avrebbe fatta -dal primo Rodolfo di casa di Habsburgo già sino da -quando fu istituito il priorato l’anno 1282 (sul quale -tema aveva scritto molto ampiamente il Borghini);<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> -cotesti punti e molti altri vengono in campo nella contesa -che inutilmente si combatteva con gli argomenti -della legalità. Gli autori toscani sembrano talvolta -dimenticare quel nesso che univa all’Impero le città -libere del governo loro; le quali chiudevano all’Imperatore -in faccia le porte e a lui negavano collegarsi, -come si è visto nel caso nostro; ma non sapevano in -via giuridica negargli il censo, e lo affrancavano qualunque -volta abbisognassero, per loro utile, dell’imperatore. -Cessata poi l’opportunità, pareva ai nostri aver -fatto troppo, e quindi è che di quell’accordo, che fu -di tutti il più solenne, gli antichi storici volentieri -tacciono, se pur se ne eccettui Matteo Villani che lo -promosse: alla Repubblica ed al principato premeva -egualmente non dare armi alle pretensioni, che ogni -tratto rinascevano, della imperiale supremazia. Ma il -Tedesco, per l’incontro, senza altro discorso chiama -ribelli quelle città e provincie, le quali avevano scosso -il giogo quando ai lontani Imperatori mancò la forza -che lo teneva fermo; nè mai rifina dal predicare la -beatitudine che sarebbe stata alle città italiane, vivere -suddite ai Tedeschi: si fonda bene egli sul diritto di -conquista, ma oblìa che di pari a questo diritto va -quello pure di emancipazione. -</p> - -<p> -Nella Biblioteca Riccardiana è un esemplare di questo -libro con postille marginali d’Anton Maria Salvini. -Giuseppe Sarchiani le trascriveva in altro esemplare -che è presso di noi, e con esse noi vogliamo por fine -al discorso, perchè sieno a edificazione di quelli che -credono soli intendersi di libertà, e tanto forse non si -aspetterebbero da un letterato degli ultimi anni di -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -casa Medici. Daremo pertanto delle note del Salvini -quelle che spettano a politica, omesse altre, le quali -sono di mera filologia: la nostra copia fu raffrontata -sul volume Riccardiano. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«<i>Non bene libertas pro toto venditur auro</i>. — Nella tragedia -inglese, <i>Il Catone</i> di Addison, Sempronio repubblicante romano -così si esprime: Lucio tenero sembra della vita; Ma ch’è vita? -non è in piedi starsi, E la fresc’aria trar di mano in mano, O il -sol mirare: è libero esser, vita. Allor che libertà è andata, viene -Insipida la vita e senza gusto. — » -</p> -</div> - -<p> -Il dotto uomo pubblicava di tutta questa tragedia -una versione o più veramente (com’egli suole) interpretazione -in linguaggio famigliare, dove i versi stanno -<i>pro forma</i>. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -«Voleva il Tedesco (come si raccoglie dalla sua prefazione) -ridurre Firenze alla foggia delle città anseatiche di Germania, oppure -in peggiore condizione. Il dipendere dall’Impero (egli dice) -non è cosa odiosa; ma gli diranno altri, che odiosa cosa è semplicemente -e assolutamente il dipendere. — Un ministro lucchese, -essendogli fatto celia del suo piccolo Stato da uno Spagnuolo, -disse: la mia repubblica comanda a pochi, ma non ubbidisce a -nessuno. — I contadini lucchesi la domenica in albis la domandano -la festa della santissima Libertà. -</p> - -<p> -Il popolo non c’è più; l’autorità è del Senato fiorentino insieme -col Principe. -</p> - -<p> -Firenze, Lucca, Siena, tre repubbliche delle quali con sua -gloria si regge Lucca. -</p> - -<p> -Dice Virgilio: <i>Aeneadæ in ferrum pro libertate ruebant</i>; -onde si vede che almeno anticamente la libertà non era nome -specioso, conforme si dà a credere il Tedesco. — Libertà poi limitata -è serva, o libertà non libera, e ridotta a semplice titolo. Libero -è un popolo quando può far ciò che vuole in ordine al buon -governo, senza domandarne licenza ad altri. -</p> - -<p> -La generazione delle repubbliche è quando un popolo con -atti possessorj si riduce in libertà, e questa repubblica non si può -dir tiranna (come suppone quell’autore teutonico), quando si sottraesse -dall’ubbidienza del suo signore; ma il popolo suo sarebbe -da principio ribelle, poi col tempo e col possesso continuato di -una naturale recuperata libertà, sarebbe giustificato, come le signorie -e’ principati (prese in principio per via d’usurpazione) si -giustificano col tempo, per fuggire la mutazione de’ dominii. — Gli -Svizzeri e gli Olandesi, secondo il discorso dell’opponente, -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -sono repubbliche tiranne; ma <i>omnis potestas a Deo est</i>, tanto le -repubbliche quanto i principati. — L’Impero romano cadde e si -divise in tanti pezzi. I possessori di questi pezzi, ancorchè potessero -essere da principio usurpatori, si giustificano per lo lungo -possesso; Francia, Spagna, Inghilterra facevano parte dell’Impero -romano. -</p> - -<p> -»Il nome di Repubblica pare che grammaticalmente importi -indipendenza, l’essere indipendente (<i>autonomos</i>). Ragion di stato, -detta dai Greci <i>politica</i>, non volea dire utile del principe, ma -utile del popolo. Democrazia e aristocrazia convengono in genere -di repubblica, e tutte due s’oppongono alla monarchia, genere -di governo disapprovato da Dio ne’ Libri dei Re. Dante, ch’era -ghibellino, dice nella <i>Monarchia</i>, che tutti i governi si devono -ridurre all’unità, e a un centro il quale è, secondo lui ghibellinissimo, -l’Impero. La nostra città però si è mantenuta sempre guelfa -e divota di Francia, e per lo celtismo si può dire che perdesse la -libertà. Luigi Alamanni, poeta del re Francesco I, arringò al popolo -perchè si buttasse dalla parte dell’Imperatore Carlo V (veggasi -il libretto del Savonarola al gonfaloniere Alamanno Salviati). -Il medesimo Savonarola fece gridare a tutti in sua predica, -<i>Christus rex populi Florentini</i>. Cosimo I fu creato duca dal Senato -fiorentino <i>plenis liberisque suffragiis</i> (come sta pubblicamente registrato -a lettere di bronzo nella gran piazza); e i suoi successori, -nelle monete, dissero D. G., cioè (come ognun vede) <i>Dei gratia</i>. -</p> - -<p> -Il Casa sapea molto di greco, e prese la forza greca. Il Borghini, -buono antiquario, erudito uomo, amante della patria, avrà -certamente saputo di greco. Gli altri storici nostri toscani non ne -sapeano; i nostri storici latini sì, come l’Aretino, il Poggio, lo -Scala. — Le storie romane, senza ricorrere alle greche, non bastano -per imprimere sentimenti di libertà e di amor per la patria. -Insomma, le antiche storie sono piene di spirito di libertà; -le moderne, di servitù per lo più. -</p> - -<p> -Tiranno non era quello che facesse crudeltà, o che non piacesse, -ma quello che avesse tolta la libertà alla Repubblica; e -quantunque il Principe fosse buono e giusto, il Tirannicida n’era -premiato, come Armodio e Aristogitone in Atene.<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> -</p> - -<p> -<i>Possideo quia possideo</i>. Questo titolo giustifica ancora le -possessioni degli Stati, che al principio furono usurpazioni; <i>ne -regna et dominia sint in incerto</i>. -</p> - -<p> -È un argomento inutile dei poeti principali italiani il lamento -sopra l’Italia, ma disegna un uomo giusto e amatore della -patria. I predicatori si sfiatano talora senza frutto, non per questo -son vane le prediche. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -</p> - -<p> -»Cicerone, <i>de Legibus</i>, scrive: <i>Legum interpretes, iudices; -legum ministri, magistratus; legum denique idcirco omnes servi -sumus, ut liberi esse possimus etc.</i> -</p> - -<p> -La libertà senza governo civile o principesco sarebbe licenza -o bestialità. Onde, in questo rapporto, repubblica e principato son -tutte due dominii non diversi. -</p> - -<p> -Il mio statista, non fate tanto il critico della letteratura: ci -conoschiamo; ritrinciatevi<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> nella politica.» -</p> -</div> - -<p> -Sul frontispizio di quel libro, il quale venne attribuito -al barone di Spannaghel, il Salvini scrisse: «Ho -udito dire che sia opera di Goffredo Filippi sassone, -stato molto a Ginevra, ora a Milano. C’è chi dice che -possa essere opera del signor Giuseppe Bini segretario -del signore Colloredo Governatore di Milano, il -quale Bini me l’ha donata.» -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="app6">Nº VI. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_316">316</a>.)</span></h3> -</div> - -<h4>PROVVISIONE DEL 27 GENNAIO 1371 DALL’INCARNAZIONE.<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a></h4> - -<p> -Pubblichiamo per intero questa Provvisione, il che -faremo qualche altra volta, dove le forme sieno parte -integrante e necessaria a bene intendere il carattere -dell’atto istesso. Vogliamo anche poi dare qualche -esempio dello stile usato da questa Repubblica, e delle -solennità mantenute nelle Provvisioni che l’una con -l’altra spesso si disfanno, ma sempre <i>pro bono et pacifico -statu civitatis Florentiæ</i>. In questa prima è da -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -notare come i Capitani della Parte guelfa, i quali imponevano -alla Signoria questa molto singolare deliberazione, -la presentassero alla Signoria istessa in forma -di umile supplicazione, chiedendo ai Magnifici Signori -si degnino promulgare quelle cose che minutamente -nella supplica o petizione sono descritte. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -In Christi nomine, amen. Anno incarnationis eiusdem millesimo -trecentesimo septuagesimo primo, indictione decima, die vigesimo -septimo mensis ianuarii, in Consilio domini Capitanei et -Populi Florentini; — et die vigesimo octavo dicti mensis ianuarii, -in Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie, — totaliter approbata -admissa et acceptata fuit infrascripta petitio et provisio. — -</p> - -<p> -Vobis magnificis Dominis dominis Prioribus Artium et Vexillifero -iustitie Populi et Comunis Florentie humiliter supplicatur, -pro parte Capitaneorum Partis guelfe nec non plurimorum -honorabilium civium civitatis Florentie, quatenus, pro bono et pacifico -statu dicte Civitatis et securitate status guelforum dicte Civitatis, -dignemini, una cum officio Duodecim Bonorum, virorum, -deliberare et per solempnia et opportuna Consilia dicti Populi et -Comunis Florentie, stantiari reformari et provideri facere, et Universitati -guelforum dicte Civitatis, in perpetuum, privilegium concedere: -Quod, decetero, perpetuis temporibus, quando, ubi et -quotiens, fieret, occurreret vel immineret seu fieri vellet aliquod -stantiamentum, provisionem, ordinationem, statutum vel reformationem -seu aliam quamcumque dispositionem, per opportuna Consilia -dicte Civitatis, que tangerent vel respicerent, principaliter, -accessorie vel incidenter, statum, honorem, reformationes, provisiones, -statuta, privilegia, potestatem, consuetudinem seu ordinamenta, -iura, res vel bona Partis guelfe vel Universitatis guelforum -dicte Civitatis, presentia vel futura, vel dicti Populi et Comunis -Florentie, edita facta vel concessa in favorem Partis predicte, et -seu edenda vel concedenda, seu quod cederet in eorum vel alicuius -eorum augmentum vel diminutionem, mutationem, alterationem -vel variationem seu additionem; requiratur de necessitate -et servari debeant substantiales solempnitates infrascripte, videlicet. -</p> - -<p> -Quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie dicti Populi -et Comunis, qui pro tempore fuerint, ante omnia, illud quod eisdem -videretur reformandum, stantiandum, providendum, variandum, -revocandum, addendum vel immutandum vel minuendum, vel aliquid -aliud circa predicta vel eorum aliquod disponendum; poni et -micti faciant, mandent et precipiant ad partitum et ad fabas nigras -et albas inter Capitaneos Partis guelfe et officia priorum et -secretariorum dicte Partis et seu duas partes eorum, simul, in palatio -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -Populi et Comunis Florentie congregatorum: an illud sit utile -vel expediens dicte Parti et Universitati guelforum ipsius. Et si optineantur -per maiorem partem ad minus predictorum Capitaneorum, -priorum et secretariorum ibidem astantium (dummodo sint presentes -due partes ipsorum Capitaneorum et suorum priorum et -secretariorum) illud esse utile et expediens, possit super eo procedi -ad ulteriora, secundum reformationem Comunis Florentie, -aliter non. Et quod predicti Capitanei, quando et quotiens per -prefatos dominos Priores et Vexilliferum vel eorum parte fuerint -requisiti, de ponendo vel mictendo dictum partitum, teneantur ea -die vel sequenti, sub pena centum florenorum pro quolibet, congregari -et seu congregari facere in palatio dicti Populi et Comunis -predictos priores et secretarios dicte Partis, et seu duas partes -eorum ad minus, et inter eos et dictos priores et secretarios principales -et non substitutos, mictere et seu micti facere ad partitum -illud super quo, per prefatos dominos Priores et Vexilliferum, requirerentur, -sub modo et forma predictis. Et si optineri contingat, -ut prefertur, procedatur ad ulteriora ut superius dictum est; non -tamen artentur domini Priores vel aliquis eorum ad ulteriora procedere -nisi in quantum eis placuerit. Et si non obtineatur, ut -prefertur, non possit pro tali requisitione facta per dictos dominos -Priores et Vexilliferum per ipsos Capitaneos inter se, Capitaneos -et secretarios et priores predictos, ponere dictum partitum ultra -tres vices, nisi forsan super eodem, per alios dominos Priores et -Vexilliferum subcessores, fuerint iterum requisiti: quo casu servetur -in omnibus et per omnia forma predicta. Et quod ultra -vel aliter factum reformatum stantiatum provisum vel ordinatum -fuerit in predictis vel circa predicta non valeat et non teneat, sed -sit nullum et irritum ipso iure. Et quod quilibet contra predicta -vel aliquod predictorum veniens vel faciens, quoquo modo, casu -vel vice qualibet, incidat in penam florenorum auri duorum milium, -applicandorum Camere Apostolice; et nichilominus, ipso facto, sit -et esse intelligatur, habeatur et reputetur et tractetur in omnibus -et per omnia pro ghibellino, non vere guelfo et pro suspecto Parti -guelfe, et ac si, expresse et secundum formam reformationum Cumunis -Florentie et Partis guelfe predicte, foret pro ghibellino et -non vere guelfo et pro suspecto Parti guelfe ammonitus, absque -aliqua exceptione vel reclamatione, et absque spe alicuius restitutionis, -cancellationis vel indulgentie. — -</p> - -<p> -Super qua quidem petitione — domini Priores et Vexillifer, -habita invicem et una cum officio Gonfaloneriorum sotietatum Populi -et cum offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie -deliberatione solempni; et demum inter ipsos omnes in sufficienti -numero congregati, in palatio Populi Florentini, premisso et facto -diligenti et secreto scruptinio et obtento partito ad fabas nigras -et albas, per viginti octo omnium ipsorum; — providerunt ordinaverunt -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -et deliberaverunt, die <span class="smcap lowercase">XXVII</span> mensis ianuarii anno Domini -<span class="smcap lowercase">MCCCLXXI</span>, indictione decima: Quod dicta Petitio et omnia in -ea contenta procedant, admictantur firmentur et fiant et firma et -stabilita esse intelligantur et sint, et observentur et observari -possint et debeant et executioni mandari in omnibus et per omnia, -secundum Petitionis eiusdem continentiam et tenorem. — -</p> -</div> - -<p> -Insieme alla sopra riferita Provvisione pubblichiamo, -a più amplia dichiarazione di questa materia, il -testo della forma di giuramento alla Parte, il quale -doveva prestarsi da quei cittadini che volevano essere -ammessi come veri Guelfi. Si legge in due atti de’ 17 -e 21 agosto 1357 trascritti nel Registro originale delle -Provvisioni di quell’anno, e rogati da ser Piero di ser -Grifo da Pratovecchio notaro delle Riformagioni; in -ciascuno dei quali precedono i nomi dei cittadini ammessi -a giurare, e poi segue: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -Volentes pro eorum parte, reverenti et humili vicissitudine se -habere, gratiam ipsam eis et eorum cuilibet, et eorum et cuiuslibet -eorum posteris, filiis et descendentibus, per lineam masculinam -factam, — devotis animis et curvatis capitibus, pro se ipsis et quolibet -eorum, ac etiam vice et nomine omnium et singulorum -eorum filiorum, posterorum et descendentium per lineam masculinam, -accettaverunt. Et insuper, dictis nominibus et quolibet -eorum in solidum constituti, in presentia dominorum Priorum Artium -et Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum et Duodecim -Bonorum virorum, et de eorum beneplacito et assensu, promiserunt -dictis dominis Prioribus et Vexillifero et michi Petro -notario, infrascripto, tanquam publice persone, stipulanti pro Comuni -Florentie; et corporaliter iuraverunt, sacrosanctis Evangeliis -manutactis: se et quemlibet eorum et eorum posteros, filios et -descendentes per lineam masculinam esse perpetuo in futurum -vere guelfos de Parte guelfa, et devotos et obedientes Sancte Matris -Ecclesie, et sue captholice Partis guelfe; et omnia et singula -facere que ad conservationem seu augumentum status guelforum -Civitatis predicte, et ad exterminium emulorum cederent seu cedere -credent, et se a contrariis abstinere. -</p> -</div> - -<p> -E pure vogliamo dare qui il testo della citata Riformagione -dell’11 dicembre 1364, approvata lo stesso -giorno nel Consiglio del Capitano e Popolo e il giorno -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -seguente in quello del Potestà e Comune; la quale -proibisce ogni ricorso al Papa che fosse inteso a ottenere -sgravio o dispensa dalle leggi e ordinamenti della -Parte guelfa. Speriamo, quando che sia, di avere intero -il Codice diplomatico di questa Parte con tutte le carte -conservate in questo Archivio di Stato, e che ne mostrano -la politica importanza. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -Fundamenta Partis guelforum firmare cupientes, domini Priores -Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie, instantibus -et infrascripta fieri petentibus multis zelatoribus dicte -Partis, pro bono publico et comuni securitate status guelforum: -habita super infrascriptis omnibus et singulis, invicem et una cum -offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie deliberatione -solempni, — deliberaverunt, die decimo mensis decembris, -anno Domini millesimo trecentesimo sexagesimo quarto. — -</p> - -<p> -Quod nullus cuiuscumque condictionis existat, singularis persona, -corpus seu collegium quodcumque, per se vel alium, quoquo -modo adtentet, aliquam supplicationem Summo Pontifici vel eius -locumtenenti seu Apostolice Sedis legato seu sacro Collegio Cardinalium -seu alie cuicumque persone porrigere, seu eam scribere -vel dictare, super remissione seu suspensione iuramenti seu pene -alicuius, Camere Apostolice applicande; seu aliquid aliud facere, -cuius vigore liceat, sine metu periurii vel pene dicte Camere applicande, -aliquid disponere innovare corrigere vel reformare, -contra vel preter formam ordinamentorum seu reformationum Populi -et Comunis Florentie, hactenus editorum seu que in futurum -edentur, in favorem Partis guelfe, contra ghibellinos seu suspectos -dicte Parti (que ordinamenta firmata sunt vel erunt iuramento et -adiectione pene dicte Camere applicande); nisi predicta fierent de -consensu dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi -et Comunis Florentie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim -Bonorum virorum dicti Comunis et Consulum viginti unius -Artium civitatis Florentie, nec non Capitaneorum dicte Partis -guelfe, Priorum pecunie dicte Partis et Consilii Credentie dicte -Partis, vel saltim duarum partium de tribus partibus ad minus -cuiuslibet dictorum offitiorum (intelligendo dictos Consules quantum -ad predicta, esse unum Collegium seu offitium); posito inter -eos ad secretum scruptinium et partitum ad fabas nigras et albas, -et obtento partito. De quo consensu appareat singulariter publicum -instrumentum, scriptum manu notarii dominorum Priorum -Artium et Vexilliferi iustitie, videlicet de consensu eorum et dictorum -Gonfaloneriorum et Duodecim et Consulum predictorum: -de consensu vero Capitaneorum Partis, Priorum pecunie et Consilii -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -Credentie dicte Partis apparere debeat publicum instrumentum -scriptum manu notarii dicte Partis. -</p> - -<p> -Si quis vero (quod absit) contra ea que supra dicta sunt aliquid -adtentare presumpserit, puniatur pena librarum quingentarum -f. p.; et nicchilominus talis contrafaciens ipso facto intelligatur -esse et sit ghibellinus et suspectus dicte Parti, et omni -offitio et benefitio Comunis predicti nec non etiam dicte Partis -privatus et perpetuo remotus. Et nicchilominus eorum nomina et -prenomina in libris dicte Partis describantur, tanquam ghibellini, -inter alios ghibellinos, ad perpetuam rei memoriam; nec in perpetuum -possint exinde abradi vel aboleri, pena incendii, tanquam -falsario, abrasori vel cancellatori huiusmodi imminente. Et ex nunc -notarius dicte Partis intelligatur habere et habeat mandatum a -Capitaneis qui pro tempore erunt, illum seu illos tales ex parte -Capitaneorum dicte Partis monendi quod renuptient et abstineant -offitiis et ab offitiis supradictis, sub pena remotionis ab offitio. Et -intelligatur esse et sit licentia concessa cuilibet de predictis accusandi -et notificandi, absque aliqua solutione alicuius gabelle seu -diricture seu promissione de prosequendo et sine satisdatione -aliqua prestanda, et cursu temporis non obstante. Et quod quilibet -rector possit teneatur et debeat super predictis procedere ex suo -offitio et ad denunptiationem et notificationem cuiuscunque persone, -etiam si sua non intersit, et punire in predictis; privillegio -vel immunitate aliqua non obstante nec temporis cursu. Non obstantibus -etc., cum clausulis opportunis et penalibus. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<h3 id="app7">Nº VII. -<span class="smaller">(Vedi pag. <a href="#Page_339">339</a>.)</span></h3> -</div> - -<p class="center"> -DISCORSO D’AUTORE INCERTO, SCRITTO L’ANNO 1377 -</p> - -<p class="center small"> -<i>DEL PRINCIPIO E DI ALCUNI NOTABILI DEL PRIORATO.</i> -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Dal <span class="smcap">Migliore</span>, <i>Zibaldone Istorico</i>, nº 29, e dal <span class="smcap">Borghini</span> <i>Spogli</i>, Cod. 43, -ambedue nella Magliabechiana, Classe XXV. — <i>Delizie degli Eruditi</i>, -tomo IX, pag. 274). -</p> -</div> - -<h4><i>Introduzione del Borghini al seguente Discorso.</i></h4> - -<div class="blockquote"> -<p> -»Il discorso qui di sotto fu da me trovato in un libro antico, -o per me’ dire, vecchio, e tutto intorno alla materia dell’ammonire. -Chi se ne fusse l’autore non si vede: ma ben si può dal -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -fatto indovinare, che fussi scritto poco innanzi al caso de’ Ciompi, -e da persona che o per avere auti gli antenati suoi ghibellini, -o per altra cagione non piccola, stette con gelosia di sè stesso. -E dà alcuna notizia del progresso del Priorista; e perchè in quei -tempi avevano cognizione di molti particolari, che non possiamo -avere oggi noi, è verisimile, ed a me pare, che dia assai presso -al segno, e che se ne possa cavare assai di buono.» -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nel 1282 si cominciò in Firenze l’officio de’ Priori delle Arti, -che al presente sono e trassonsi per più onesto modo, e per -avere più cardinali uomini al reggimento, di tre borse de’ Consolati -delle maggiori e più orrevoli Arti di Firenze; ciò furono Calimala. -Lana e Cambio. -</p> - -<p> -Piaqque a’ cittadini l’offizio e ’l modo, e di presente aggiunsono -tre Arti, acciò che fussino sei Priori, uno per sesto, ed aggiunsono -l’Arte de’ Medici e Speziali, Por Santa Maria e Vaiai. -</p> - -<p> -Questi Priori stavono a mangiare e a bere nella casa appresso -alla Badia di Firenze; e fu dato loro sei berrovieri e sei messi, -perchè potessino richiedere i cittadini. -</p> - -<p> -Insino del 1292 seguitò questo Priorato d’uno per sesto, e -mettevanvi tutti i buoni cittadini della città, e Grandi e Populani; -così di quegli che erano stati Ghibellini, o vero eran tenuti, come -delli altri, purchè e’ fussino tenuti buoni, e governarono bene la -città, ed accrescerno senza discordia, insino a questo tempo; e -non vi aveva artefici minuti, ma pure de’ più notabili ed antichi -cittadini e non forestieri. -</p> - -<p> -Nel detto tempo, al Priorato che cominciò a mezzo febbraio -1292 e finì a mezzo aprile 1293, si posono gli Ordini della -iustizia e feciono il Gonfaloniere della iustizia, ciò fu Baldo de’ Ruffoli, -ed allora prese il popolo l’arme della Croce, ed era infra gli -altri Priori Giano della Bella, e fecesi l’ordine sopra i Grandi, -che non potessino essere de’ Priori, ed altri ordini contro di loro. -E così seguitò quel medesimo modo, che i Priori erano delle sopradette -Arti e condizioni, salvo che niuno di casa de’ Grandi -poteva essere de’ Priori, e così seguitò, salvo che ogni sesto avea -avere la sua volta il Gonfaloniere di Giustizia; sì che quel sesto -aveva dua Priori, a quella volta. E durò questo stato insino nel 1300, -che venne messer Carlo di Valosa con la sua forza. -</p> - -<p> -Quegli che si chiamavano di parte Nera rivolsono lo Stato e -cacciorno i Bianchi, e levorno lo Stato a’ loro nemici, e poi incominciorno -a far Priori loro amici di quella parte Nera, e chi avea -avuto nome di ghibellino, o amico de’ Cerchi, e della lor parte -Bianca fu levato dello Stato, e’ caporali bianchi cacciati. -</p> - -<p> -E per questo modo medesimo erano i Priori comprendendo -(o ch’egli venisse fatto, o ch’egli si facesse in pruova) le più -volte, il terzo de’ Priori di quella gente che al presente non si -<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span> -chiamano originali guelfi, e così il Gonfaloniere della iustizia quasi -delle tre volte l’una era in quella forma, ed alcuna volta poichè -si feciono gli Ordini della iustizia ci cadeva alcuno artefice de’ Priori, -ma poche volte. -</p> - -<p> -Da questo tempo in qua, cioè dalla venuta di messer Carlo, -che fu nel 1302, allora chiunque sentiva di bianco o ghibellino -non fu più all’offizio del Priorato. È vero che in quello scambio -vi fu messa gente nuova, che non vi erano più stati, cioè mercatanti -venuti in ricchezza, di nuovo, ma non però artefici minuti; -ed alcuna volta feciono due Priori per sesto, e dipoi il Gonfaloniere -della iustizia ogni sesto la sua volta, e così durò nel 1315. -</p> - -<p> -Ancora nel 1315, che fu la sconfitta a Montecatini in qua ancora -hanno più nuove genti nel Priorato che non erano mai stati, -salvo che artefici minuti, e così insino alla sconfitta d’Altopascio, -ed alla venuta del Duca di Calavria. Allora anco entrò nel reggimento -del Priorato gente nuova assai, che non vi erano mai più -stati, ma pure artefici minuti non vi aveva. Così durò insino alla -venuta del Duca d’Atene che fu nel 1342, e la cacciata nel 1343. -Il Duca misse nel Priorato d’ogni generatione d’uomini. -</p> - -<p> -I primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, grandi e popolani -furono dua per sesto. -</p> - -<ul> -<li>Santo Spirito</li> -<li> </li> -<li>Zanobi di messer Mannelli per grande,</li> -<li>Sandro da Quarata,</li> -<li>Niccolò di Cione Ridolfi,</li> -<li> </li> -<li>Santa Croce</li> -<li> </li> -<li>Messer Razzante Foraboschi per grande,</li> -<li>Borghino Taddei Borghini,</li> -<li>Nastasio Tolosini,</li> -<li> </li> -<li>Santa Maria Novella</li> -<li> </li> -<li>Ugo di Lapo Spini per grande,</li> -<li>Messer Marco de’ Marchi, giudice,</li> -<li>Antonio d’Orso,</li> -<li> </li> -<li>San Giovanni</li> -<li> </li> -<li>Messer Francesco Trita degli Adimari per grande,</li> -<li>Neri di Lippo,</li> -<li>Bellincione d’Uberto degli Albizzi.</li> -</ul> - -<p> -Come questo offizio fu uscito di Palagio, che non vi compiè -l’offizio, che i grandi furno tratti di Palagio per difetto di persone -che vollono remuovere lo Stato, che erano i quattro grandi; stettonvi -24 dì, e non più i grandi; incontinente si cominciò a mettere -nel reggimento artefici minuti, ed erano del continuo due o -tre per offizio d’otto Priori, insino a tanto che si misse ordine -che ne fussino due per offizio e fussino del quartiere d’onde si -chiamava il Gonfaloniere; e da poi in qua n’è due per Priorato. -</p> - -<p> -E da questo tempo in qua gli artefici minuti sono stati nel -reggimento che prima non erano in tutto l’anno due, e questo -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -ha fatto le divisioni de’ cittadini che ciascuno gli ha messi in uso, -sì che sempre sono venuti entrando negli offizii così e più nelli -altri, come in quello del Priorato; tanto che ora a’ nostri dì sono -de’ Capitani di Parte, e de’ sette della Mercanzia, per ordine, -come de’ Priori: e sì in ciascuno offizio ne andò ed oltre a ciò -vanno in podesterie e in castellerie più che altre genti. È vero -che non hanno però ancora dell’imbasciate. Ora Dio lo perdoni -a chi l’ha fatto, che hanno lasciato li antichi cittadini orrevoli per -tôrre i vili artefici e forestieri. Il fine si loderà per sè. -</p> - -<p> -A chiarire ogni cosa dalla cacciata del Duca d’Atene in qua -che fu nel 1343, oltre agli artefici entrati in offizio vi è entrata -tutta la comunità della mezzana gente. Mercatanti, che mai i loro -passati avevono auto alcuno offizio e sono tanta moltitudine che -è impossibile; e questo durò insino nel 1357 che ogn’uomo che -era mercatante, si può dire che aveva offizio s’egli era buon uomo, -nonostante che per li tempi passati fussino stati tenuti i suoi ghibellini; -e veramente ognuno era diventato guelfo d’animo, di volere -e di ogni suo pensiero. Poteasi dire che a Firenze non fusse -alcuno ghibellino che non fussi antichi nobili rubelli: ma della -gente comune mezzana e minore di che nazione si fusse tutti di -volontà erano guelfi. -</p> - -<p> -Nel 1357 si fece una riformazione a chi fussi tenuto o reputato -ghibellino o non vero guelfo, fussi ammonito e non potesse -pigliare offizio di Comune, e da poi in qua sino nel 1377 è stato -tratto gran quantità degli offizi di quelli che vi erano, e grandissima -quantità ne stanno sospesi e con paura, o ghibellini o no -che sieno de nazione. Dubitano molti di non esser tratti degli -offizii, a posta di quelli che possono operare contro loro; ed assai -volte per tema e per paura la ragione.... e ’l Consiglio, per non -dispiacere a una delle parti de’ maggiori; e nondimeno il Comune -perisce, perchè questi tali che dubitano non osano consigliare per -non dispiacere a’ maggiori, e nondimeno è tanta la moltitudine di -questa gente mezzana ch’è entrata ne’ sacchi, ch’è impossibile.... -A Dio piaccia provvedere a sì buona Città che ciascuno abbia suo -dovere, e la maggior parte di questa gente mezzana, sono gente -che eglino e’ loro non avevano avuto offizio innanzi la venuta del -Duca d’Atene. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -</p> - -<h2 id="malespini">NOTA INTORNO AI MALESPINI.</h2> -</div> - -<p> -Abbiamo per gli anni primi dell’Istoria nostra citato -il nome del Malespini come si faceva primachè -intorno all’autorità di questo nome nascessero dubbi. -Furono questi messi in luce da due ingegnosi e dotti -tedeschi il signor Arnold Busson e il signor Paolo -Scheffer. Daremo intorno a queste due pubblicazioni -sommariamente quel giudizio che noi possiamo; imperocchè -in quanto alla seconda è a noi vietato di aspettare -il libro che il signor Scheffer promette in ampliazione -de’ suoi argomenti. Che in quanto ai tempi e al -punto di divisione tra i due Malespini corressero errori, -già era dimostrato; che in più luoghi la narrazione -facesse nascere forti dubbi, che insomma il Libro -non presentasse quella evidenza e lucidità di redazione -che, per esempio, è nel Villani e che si trova nei libri -dei quali sia certo ed uno l’autore; questo i due critici -sullodati hanno oramai reso evidente. Già nel cinquecento -Vincenzio Borghini e Leonardo Salviati lo -avevano presentito: ma oso io dire che si poteva congetturare -quasi a <i>priori</i> da chi abbia pratica del come -fossero messe insieme coteste cronache di famiglie: -queste ingrossavano successivamente da una in altra -generazione, sovente i continuatori rifacevano le cose -scritte dal primo autore; e a tutto ciò quindi si aggiungevano -le alterazioni dei copisti. Questo accadeva -più specialmente nelle storie che pretendevano a universalità: -<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span> -quelle messe insieme comunque fosse dai -Malespini, è certo che ebbero varie fonti, ciascuna di -molto insufficiente autorità. Così che sia obbligo al -savio critico di pigliare a discrezione quel che si trova -scritto col nome dei Malespini, è più che certo; che -i due critici tedeschi molte cose allegassero nelle quali -sono evidenti cotesti vizi, cotesto è titolo che hanno -essi acquistato alla benemerenza nostra, ed a noi piace -renderne ad essi le debite grazie. -</p> - -<p> -L’ingegno acuto del signor Scheffer è andato più -in là: pare a lui essere cosa certa che tutto il libro -dei pretesi Malespini da cima a fondo non sia che un -plagio e una falsificazione dei libri del Villani. Già il -signor Busson dietro alle critiche da lui fatte credè -che potesse un tale dubbio cadere in mente; ma egli -lo esclude quanto a sè e allega i suoi motivi per la -esclusione. Questi non fermarono il signor Scheffer, -che nel modo più assoluto afferma il plagio; e nello -scritto da lui pubblicato, presenta sottili confronti di -autori ed altre che sono a lui riprove di un tale assunto. -Noi francamente dobbiamo pur dire che tanto -in là non è giunta la persuasione nostra, almeno fin -qui; e che le prove intese a ispirarla, non ci sembrarono -sufficienti. La critica, fatta regina del mondo, -cerca sempre di estendere i suoi confini, che è brama da -re; se non che a volte sdegnando battere la via regia, -dà nel sottile e nell’angusto, ponendo fede nella dialettica -d’un ragionamento quanta ne ha il fisico nella -sicurezza d’una esperienza. Ma in questo caso pure -ne sembra che prima di giungere a una intera dimostrazione -avranno che fare assai gli eruditi, e il sì e il no -combattersi lungamente. Noi domandiamo quale poteva -essere il motivo di fabbricare tutta un’istoria pigliando -quel tanto che al fabbricatore più garbasse da una storia -più vasta e già nota. Domandiamo perchè fermarsi -a un certo termine, perchè trascrivere certe cose e non -certe altre, perchè dirne tante inutili al fine di una -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -fabbricazione interessata? Che intorno a un fatto che -avesse chiamato a molta attenzione si fabbrichi un -poco di romanzetto, come lo fabbricava un Pace da -Certaldo, o altri per lui su quell’assedio di Semifonte -che già destò molto rumore in Firenze, questo s’intende: -era tema circoscritto e in fondo al romanzo -poteva anch’essere qualche fatto vero. Ma di nuovo -affermo (in quanto almeno al mio giudizio) che al fabbricare -tutto di pianta quella storia non trovo il motivo; -era più agevole dentro a una Istoria già messa -insieme aggiungere un brano di cui potesse rallegrarsi -la superbia, per esempio, dei Buonaguisi. Oltre ciò -credo che non che inutile fosse anche impossibile, -quando una volta le Istorie del Villani già erano -note. Credo che il plagiario di un libro composto solennemente -ed ordinato come è quello del Villani, -avrebbe fatta cosa egli stesso più ragionevole e più -ordinata; non sarebbe stato tanto rozzo nè tanto barbaro -e ignorante in tempi nei quali già in Firenze -perdeva credito la leggenda. Insomma, io tengo che -dai Malespini al Villani sia la salita bene appariscente -agli occhi d’ognuno; dal Villani ai Malespini non veggo -una scesa che sia praticabile. -</p> - -<p> -Abbiamo scritto in un luogo, che l’Istoria del Malespini -pare a noi essere d’importanza, in quanto che -in essa troviamo il linguaggio d’un uomo che avea di -presenza vissuto in tempi nei quali tuttora i Nobili -erano dominanti, ch’avea parlato il loro linguaggio e -che l’esprimeva. Cotesto linguaggio non era più vivo, -ed anzi il contrario mi pare che fosse proprio nel sangue -di Giovanni, il quale teneva il suo spennacchio -dalla mercatura e adolescente si era goduto le allegre -feste di Campaldino. Aggiungo per ultimo, la lingua -pure vale qualcosa, ed il signor Scheffer lo afferma -con pari saviezza e modestia. Parve a tutti gl’Italiani -e parrà sempre come cosa a tutti evidente, che il dettato -del Malespini sia di un altro tempo antico al -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -confronto di quello del Villani; è in questo maggiore -la cultura e l’arte nei luoghi che trasse dal primo. -Tutte le cose fin qui dette, ripeto che vane riescirebbero -nel cospetto di una dimostrazione, la quale avesse -fondamento sufficiente di fatti sicuri; saremmo allora -noi primi ad accogliere la nuova certezza. -</p> - -<p> -Che il preteso Malespini scrivendo avesse dinanzi -il Villani, si cercò provare mettendo a confronto alcuni -luoghi dell’uno e dell’altro, e intorno a questi -molto sottilmente argomentando. In via d’esempio, -avendo per fermo che di quei luoghi, molti dovessero -testualmente derivare dalla Cronaca di Martino Polono, -si mostrò essere nella redazione a lui più vicino -il testo del Villani di quello del Malespini, e questi -dovere nella giacitura del discorso avere seguíto il -Villani prima di giungere al Polono: qui sarebbe lungo -tutti ripetere gli argomenti pei quali sembra al dotto -critico il contrario essere impossibile. A noi dal riandare -come abbiamo fatto col pensiero alcuni almeno -di quei raffronti, non uscì fuori tanto assoluta persuasione: -potè il Villani a nostro giudizio avere corretto -quei luoghi o aggiunto ad essi o tolto qualcosa, -potè inserirvi in mezzo qualcosa di sua fattura e di -altra origine; certi segreti della composizione pare -a noi che sia difficile afferrare così da cavarne sicura -una prova tutta da sè sola: inoltre, del testo del Villani -non abbiamo fin qui una edizione di sufficiente -autorità. Ma fuori ancora di tutto questo, è da -pensare che il Polono scrisse in Italia ed anzi in Roma, -compilando le notizie tratte da fonti diverse: -perchè non potevano i due Toscani molte cose almeno -avere attinte a quelle scritture medesime e da -esse trascriverle ognuno a suo modo? Ci dà egli il novero -degli Autori da lui seguíti, ma più altre cose dovette -avere udite in Italia. Trovo, per esempio, l’industria -medesima essere adoprata dal signor Scheffer -sulle parole colle quali i tre scrittori narrano il fatto -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -già troppo celebre di Canossa, che molti dovevano -avere saputo in Roma e in Firenze prima che uscisse -la <i>Cronaca</i> Martiniana. -</p> - -<p> -Ciò in quanto all’essere il Malespini figliuolo del -Villani, non questo di quello. Ma si badi bene che io -mi tengo lontano da tanto cieca fede al testo Malespini, -da credere all’ordine cronologico di quei racconti, -da supporre antica nel modo che a prima vista -apparirebbe l’autorità personale di quello scrittore, -da fare un gran conto delle belle cose che avrebbe -imparate in Casa i Capocci, da credere al nome incerto -assai di Ricordano, da non vedere che l’essere -questo nome registrato in prima persona, che diventa -nella continuazione del discorso poi subito terza, toglie -ogni fede a quel pasticcio messo insieme male, -talvolta per ignoranza o negligenza, ed anche talvolta -per frode, in qualunque tempo ciò fosse avvenuto. Mostrò -il signor Scheffer con evidenza le interpolazioni -le quali in più luoghi rivengono a fine di ornare di -splendida aureola il nome dei Buonaguisi che furono -parenti ai Malespini. Cotesto e forse qualche altra minuta -bricconeria di quella risma, bene è possibile che -avvenisse quando il Villani aveva scritto, e forse in -quella copia medesima che fu testo alla prima edizione -del Malespini fatta dai Giunti in Firenze l’anno 1568. -In queste cose io volentieri sieguo i due benemeriti -Scrittori che aprirono un campo nuovo alla critica intorno -al testo di quelle Istorie. -</p> - -<p> -Ma sia qui lecito a noi dire qualcosa di quello che -ci apparve tenendo a confronto i due Scrittori. Non i -soli Buonaguisi troviamo a quel modo bugiardamente -favoriti; ma le principali famiglie nobili fiorentine sono -in più modi magnificate, e sopra tutto la famiglia degli -Uberti fatta segno a una adulazione appetto alla -quale il fare discendere i Giulii da Venere pare che -fosse meno assurda cosa. Venendo dunque al testo che -va col nome dei Malespini, e per brevità lasciando -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -stare Nino e Atalante e il re Fiorino e la regina Belisea -di dubbio contegno ai tempi di Catilina; troviamo -che avesse questi un figlio per nome Uberto -Cesare, il quale dopo espugnata Fiesole, andato a Roma -fosse per gelosia di Giulio Cesare mandato a Firenze, -dove egli ornava la città de’ suoi più belli edifizi. Ma -poi destava qui pure invidia al nuovo imperatore Ottaviano -Augusto che lo mandò a riconquistare l’Allemagna, -dov’egli fu stipite alla famiglia degli Ottoni -di Sassonia; seco ebbe nel viaggio figli e mariti delle -figlie, dai quali uscirono le famiglie più nobili di Firenze: -in quanto ai Lamberti discendono essi da Sarpedonte -re in Dardania. Nè qui voglio io continuare -tutte le favole che si protraggono in quel testo per -molti capitoli e che non furono certo inventate a benefizio -dei soli Galigai o dei Bonaguisi, i quali hanno -qui luogo anch’essi ma non dei primi. In cima a tutti -stanno gli Uberti, che stavano in cima quando facevano -guerra contro alla Signoria dei Consoli; nè oso -credere che tanto fossero adulati quando vivevano -esuli e avevano dimenticata la via del ritorno. Anzi -oserei congetturare quelle ciancie essere di più antico -tempo come tra ’l 1177 e il 1215, imperocchè nella divisione -delle famiglie che avvenne in quest’anno tra -Ghibelline e Guelfe, trovo «che parte de’ Malespini si -feciono Guelfi, ovvero tutti, per gli oltraggi degli -Uberti loro vicini:» ma Guelfi non rimasero fino all’ultimo -come si vedrà orora. -</p> - -<p> -Con gli Uberti andavano le famiglie che Dante annovera -e che il Malespini avrebbe adornato rozzamente -di altre grandezze. Costui, chiunque si fosse, ripete e -accresce secondo ogni verosimiglianza di nuove menzogne -o di nuove fantasie quelle che già erano in corso -in certe scritture nella città di Firenze, o quelle che -aveva trovate in Roma in casa i Capocci. Ai suoi Malespini -si sarebbe contentato di un luogo onesto, ma non -tra’ primi, più ambizioso nel magnificare i Buonaguisi. Il -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -nome dunque di Malespini dato agli autori di questo -racconto sarebbe dubbio; su di che non voglio formare -giudizio, perchè sebbene avvezzo a quei nomi e non -corrivo a cancellarli se gli trovo scritti, non sento per -essi nè amore nè odio: solamente aggiungo, che se altri -fosse che un Malespini, manca la cagione di porre -in alto la casa dei Buonaguisi. Quello che a me pare -mostrarsi aperto agli occhi di tutti è che lo scrittore -dovette amare quei tempi e quelli uomini e quelle grandezze -come le amava Dante: registra i castelli da -quelle famiglie posseduti e scrive con amarezza concentrata: -<i>oggi tutti per terra</i>, e poco sotto <i>ogni cosa -guasta</i>. -</p> - -<p> -Giovanni Villani ha le sue favole, ma dentro ad -esse frammista più storia e un senso di critica a nostro -credere più avanzata. Invece di Attila, qui è Totila, -che è sempre un passo verso il vero. Qui pure si trovano -i nomi delle famiglie, e in quanto a queste molte -somiglianze, varietà assai, composizione affatto diversa; -gli Uberti e i Lamberti senz’altro fatti scendere d’Allemagna, -com’era in Firenze comune discorso. La decadenza -delle famiglie sta espressa qui pure, ma non -con lamento nè con dispetto, e invece notando come -fossero <i>oggi di popolo</i>. Che i Malespini si ascrivessero -in alcun tempo mai tra’ popolani a me non consta: invece -trovo essere stati tra coloro i quali vennero con -Arrigo VII contro Firenze negli anni 1310 e nel seguente, -<i>homines occidendo et capiendo et redimi faciendo, -et honestas mulieres violando, et domos comburendo.</i> -(<i>Delizie degli Eruditi</i>, tomo XI, pag. 75 e 82.) -Cotesta gente a me non pare che si sarebbero dilettati -di farsi copisti delle Istorie del Villani. Chiunque si -fossero, bene essi piangono in quella Storia i loro castelli -abbattuti e le grandezze <i>tutte per terra</i>; il Villani -si rallegra scorgendo Firenze allora essere <i>nel suo -montare</i>. Qui a mio credere sta la differenza sostanziale -tra quei due Scrittori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -</p> - -<p> -Conclusione. Che del Malespini non sia da usare -senza discrezione, che vi sia dell’intercalato, che di -queste intercalazioni ve ne fossero probabilmente delle -molto antiche ed anche poi delle più recenti e forse -alcune delle posteriori alle Storie dei tre Villani; che -quale si sia la più antica e più originaria e più genuina -redazione, derivasse da fonti diverse e male congiunte: -tutto ciò io tengo essenzialmente vero. Che -tutta l’istoria da cima a fondo sia un plagio del Villani, -per alcun modo non posso credere: che il nome -di Malespini sia da togliere via, non trovo motivo bastante. -L’intero carattere il quale annunzia un tempo -più antico, lo spirito feudale che nei Malespini domina -sempre come nei Villani lo spirito popolare, la lingua -più irta e il fare più incolto: tutti questi motivi mi -rendono impossibile a pensare che un plagiario tornasse -indietro a questo modo; e sempre aggiungo insino -all’ultimo, a qual fine? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -</p> - -<h2 id="compagni">NOTA -<span class="smaller">INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO -DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI.<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a></span></h2> -</div> - -<p> -Erano in torchio gli ultimi fogli del nostro Libro -quando a noi giunse un nuovo scritto dove il chiarissimo -signor Scheffer, dopo avere combattuto l’autorità -dei due Malespini, si è volto a mostrare col metodo -stesso falsa anche la Storia di Dino Compagni. -Noi non conosciamo questo lavoro altrimenti che per -l’estratto che ne ha dato con molta chiarezza il signor -Cesare Paoli nell’<i>Archivio Storico</i> (serie 3ª, tomo XX): -quindi non possiamo entrare in materia, nè per alcun -modo pigliare in esame gli argomenti del dotto Tedesco. -Vogliamo noi dunque solamente discorrere un -poco intorno al metodo da lui tenuto, e di cui suole -fare la critica uso frequente al tempo nostro. Consiste -questo metodo nel seguitare l’autore a cui mirano -gli studi del critico, da cima a fondo continuatamente -se fosse possibile, e coglierlo in fallo d’errori -o bugie e d’ignoranze o di contradizioni, sempre a -minuto. Dalla somma di questi peccati ha fondamento -la condanna: e in via d’esempio, a Dino istorico si -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -dice sul viso, voi non siete esistito mai. Siffatto abito -ha preso la critica, e in questo a noi pare che sia un -qualche vizio. Cotesti falli dello scrittore, dovette il -critico adoprare non poco studio a trarli fuori: le migliaia -dei lettori gli avranno passati senza avvertirli: -ed anche scoperti, nessuno gli avrebbe fatti argomento -di condanna contro a tutto il libro, massimamente se -scritto in secolo tuttora un po’ rozzo, da uomini i -quali non si avevano pensato salire al grado e alla -dignità d’autori, nè farsi a tanti materia di studio. -La grande massa fa ponderosi cotesti argomenti, ma -di ciascuno la gravità specifica è sempre la stessa. -Intanto però sfido a trovare un racconto storico nel -quale non siano di queste dubbiezze; vorrei mi fossero -indicati due testimoni e narratori del fatto medesimo, -i quali sieno di tutto punto tra loro d’accordo. -Accade ogni giorno che un fatto avvenuto sugli -occhi di mille ci pervenga oscurato dal contradirsi di -quelli stessi che lo hanno veduto, perchè le rapide -impressioni che il fatto ha destate entrando confuse, -il prima e il dopo non bene si avverte o mal si ricorda: -chi si è trovato in mezzo alle pubbliche perturbazioni, -sa che egli medesimo non potrebbe essere -sempre narratore sicuro, nemmeno di quelle cose nelle -quali ebbe una qualche parte. La storia discende da -queste fonti, e non saprebbe essere altro che un inganno, -chi la guardasse in ciascun fatto separatamente, -volta per volta e ora per ora. Nè tutta intera può -mai sapersi; e a bene intenderla è mestieri formarsene -in mente un giusto concetto, il quale rischiari -le cose incerte e spesso mal note a quelli medesimi -che primi furono a narrarle. Così nella storia i piccoli -fatti non hanno valore prima che un pensiero -comprensivo sia intervenuto ad accertarli e abbia poi -dato a ciascuno d’essi il proprio suo luogo. Seguire -altro metodo sarebbe traviarla, perchè ogni disciplina -ha il proprio suo metodo, e in chi la professa induce -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -un certo abito che ad altri studi mal si converrebbe. -In via d’esempio, tostochè il chimico ha veduto il suo -microscopio mostrargli un corpo, sa di certo quello -essere un corpo, ne determina i contorni, lo vede muoversi; -non potrà dire altro per allora, ma il fatto rimane -e aspetta altri fatti a cui collegarsi; il chimico -ha fatto già una scoperta. Ma imporre a tutte le -scienze quel metodo stesso che alle fisiche s’appartiene, -sarebbe un volere (come in simil caso già disse -Bacone) regnare al modo degli Ottomanni strozzando -i fratelli. Vorrei pertanto non si adoprasse in ogni -cosa il microscopio, ma si tenesse a mente quella sentenza -del Goethe, che il troppo guardare nel microscopio -o nel telescopio sciupa la vista degli occhi. -</p> - -<p> -Chiunque abbia letto con attenzione la Storia del -Compagni ha sempre dovuto accorgersi come in certi -luoghi la narrazione proceda intralciata, l’ordine dei -tempi non sia mantenuto, e in quello dei fatti si trovino -inciampi, quasichè lo specchio lucidissimo in cui -si riflettono sia rotto o guasto o male commesso. Da -ciò ad un tratto si venne a dire, l’Istoria è falsa: ma -io discorro in tutt’altro modo. Se istoria non è, dunque -è un romanzo, cioè buona o cattiva un’opera -d’arte. Ma il romanziere o il novellatore non mai -commettono di quei peccati, perchè raccontano una -storia della quale sono essi inventori, dipingono uomini -che dicono e fanno puntualmente ogni cosa a modo -loro. Con questi vantaggi, a non procedere ordinati e -a discordare con sè stessi bisognerebbe proprio averne -gran voglia; e se la figura che essi medesimi hanno -messo insieme uscisse storpiata, avrebbero i fischi. -Guardiamo invece se agli errori di sopra accennati -sieno possibili altre spiegazioni. Vi sono in primo luogo -gli errori dei copisti; scusa consueta e buona sovente: -vi sono poi quelle speciali o personali incompetenze -cui furono esposti i primi scrittori per questo appunto -perchè le cose narrate viddero con passione, e più che -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -mai quando ne furono attori. Lo dirò a un tratto: -Dino Compagni, buon uomo e un po’ corto nei suoi -politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del -retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza -d’un erudito o con l’accuratezza di uno stenografo, -che a volte non basta. Compagno allegro dei primi -fondatori d’un governo popolare, devoto a chi aveva -saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei -nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo, -ma per l’amore dell’ordine pronto ad accogliere un -Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso Imperatore, -a cui gli pareva che si facesse una pazza e -inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, -ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso -e appassionato, e sempre rigido moralista: è un chiedergli -troppo, pretendere che egli desse alla storia -l’esattezza d’un registro minuto e impassibile. Si noti -poi che le difficoltà risguardano o piccoli fatti da non -badarvi o circostanze materiali che l’Autore in quella -sua concitazione dimenticava: la sua Storia è tutta -composta sopra una serie d’impressioni di cui l’evidenza, -la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: -lo scrittore nel raffigurare sè medesimo dipinge -il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio -di Dino Compagni, che ha pochi eguali per questo -rispetto. -</p> - -<p> -Cotesto uomo scrisse una Storia (se pure egli stesso -diede quel titolo al suo lavoro) cioè un racconto delle -cose da lui vedute e in parte fatte da un certo tempo -a un certo altro tempo; poi finisce in tronco. O nulla -di quanto si è fin qui discorso ha ombra di ragione, -o quanti siano mancamenti di quel libro (nè sono poi -tanti) potranno senza molta difficoltà gravare le spalle -di Dino; ed anzi mi pare che sieno cose da non poter -essere altro che sue, perchè in lui si spiegano, ma in -altri sarebbero falli impossibili a commettere. I primi -tempi erano sereni, la libertà giovane e Dino giovane; -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -quando egli inveisce contro i vizi dei concittadini suoi -è fiero e mordace, e senza paura. I punti oscuri tutti -appartengono a quel periodo agitatissimo di conflitti -tra’ Bianchi e i Neri, e soprattutto alla dimora in Firenze -di Carlo di Valois. Ora in quei giorni, affermo -essere impossibile ad uno scrittore cacciarsi fin dentro -alle circostanze più minute, e bene tenere a mente -ogni cosa; poi v’entra il velo delle passioni; le quali -turbavano la vista dei fatti quando accadevano; poi -da ultimo il buon Dino, in quel suo Priorato, può -anch’egli avere avuto qualcosa che a lui piacesse più -di nascondere che di confessare. Passati quei tempi, -l’Istoria corre più tranquilla ma con minor vita, perchè -l’Autore più non aveva le mani in pasta, ed era -invece tra’ malcontenti e i messi da parte, o aveva -paura. Tuttociò riguarda lui medesimo, e così com’egli -cessò ad un tratto di scrivere prima che gli finisse la -vita, potrebbe, chi vuole, fare congetture non tanto -spallate circa le sorti del manoscritto. Il non aversene -copia più antica dell’anno 1514, il silenzio intorno -a Dino degli antichi scrittori; questi che furono -i soli motivi capaci a far nascere qualche dubbio, destarono -infine la sottilità dei critici a dare a quei -dubbi la forza intera di una negazione. Chi non valuti -le prove intrinseche e mi chieda quel che avvenisse -del manoscritto in quei dugent’anni, mi stringerò -a dire che non ne so nulla. Dino stesso può avere -voluto lasciarlo giacere; poi della famiglia, almeno -una parte andò raminga: di tutte queste cose ciascuno -pensi quello che a lui torna meglio; per me dirò -(e, dove osassi, l’affermerei), che quanto ovvii e naturali -sono tutti quelli errori in bocca di Dino, tanto -è impossibile che l’Istoria intera sia stata inventata -in qual si sia tempo dopo a quello cui si riferisce. -</p> - -<p> -Il che è tanto vero, ch’io non trovo in quale altro -secolo un libro a quel modo potesse nemmeno venire -in capo di fabbricarlo. Innanzi al 1514 la Repubblica -<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span> -era sempre viva, sotto altri nomi continuavano gli -stessi contrasti, ma non v’era tempo da pensare ai -Bianchi ed ai Neri; chi avesse scritto dei fatti loro, -avrebbe mostrato senz’altro il viso o d’un Piagnone -o d’un Arrabbiato. Più tardi e, in via d’esempio, -sotto ai primi Granduchi, il rivangare quelle cose poteva -essere un passatempo di qualche pericolo; nè a -chi piangeva la libertà, sarebbe stato conforto l’usare -di quelle rampogne. I libri che sotto al Principato si -sono fatti, non sono che opera d’antiquari; mettere -fuori insino all’ultima tutte le glorie di Firenze, fu -negli scrittori pensiero unico. Gli studi intorno alla -vita interiore dei Fiorentini ed allo stato della Repubblica -non cominciarono se non dopo a che l’istoria -vera dell’Italia, inaugurata dal Muratori, ebbe preso -vita dalle idee politiche che, nate allora, crebbero -sempre, e che solamente al tempo nostro può dirsi -che siano alquanto mature; perchè il fare insegna pensare, -e i nostri tempi sono un grande specchio capace -a mostrare e a fare intendere gli antichi. Prima d’ora -la Storia di Dino che non si curava se non per amore -di stile o di lingua, era difficile inventarla; ed i Romanzi -sopra quei tempi gli abbiamo veduti noi medesimi -cominciare. -</p> - -<p> -E un altro riflesso mostra ciò impossibile. Chi -scrive a freddo, o chi si mette a dipingere sopra una -tela le cose antiche o le non vedute, fa un’opera -d’arte. Ma l’arte non deve mai voler essere troppo -vera, in primo luogo perchè non potrebbe, e quindi -perchè uscendo fuori della natura sua e abbassandosi, -diverrebbe una materiale imitazione o piuttosto una -copia cui manca la vita, e cui non si prestano se non -le cose che stanno ferme. Il vero dell’arte sta nell’idea -la quale deve compenetrare di sè la rappresentazione -che l’arte produce. Non può quindi l’arte, nè deve, -esprimere alcuna figura la quale si scambi con la -realtà: questi (se non vado errato) sono i canoni della -<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span> -critica, dei quali il Lessing fu maestro solenne. Se -dunque il libro del Compagni fosse un’opera d’arte, -potrebbe esser vero, ma vero idealmente: nulla invece -d’ideale è in quei racconti che sono una ripetizione -del vero, o ne sono anzi una espressione viva e attuale -come uscita da un affetto vario, ineguale, intermittente, -quali sono gli affetti dell’uomo; ha qualche cosa -in sè di crudo, esce fuori a caso. A questo modo le -cose umane si raccontano ma non s’inventano; e indovinare -tutti interi e tali quali furono gli affetti e i pensieri, -la lingua e il linguaggio di più secoli prima, non -fu mai concesso a ingegno nessuno. Fare un romanzo -e scrivere <i>io Dino</i>, sono due cose che fanno ai cozzi; -non è più arte ma una bugia, dentro a cui viene a -morire l’arte. Questa ha per campo il verosimile, e si -arresta dove le sue ragioni toccano a quelle del vero. -Dove il Compagni non sia vero, e come questo gli avvenisse, -abbiamo già detto; metteva passione in quel che -scriveva, e la passione è negligente sempre d’ogni cosa -che non sia lei stessa. -</p> - -<p> -Ma si è poi detto essere falso quel libro suo per -l’ignoranza di certe cose che un uomo presente doveva -sapere, come sarebbe delle leggi e delle usanze che -erano proprie della Repubblica Fiorentina. Quanto a -me, di falli di tal sorta confesso e dichiaro non essermi -accorto, nonostantechè quel libro mi sia stato assai -tra le mani, e che un po’ di pratica di quelle faccende -io pure dovessi avere acquistata. Non ch’io però creda -saperne ogni cosa, il che fa che nei giudizi mi senta -obbligo di andare adagio. Si allegano altri errori di -fatto, quello, per esempio, tanto predicato, della Cappella -di San Bernardo in Palazzo Vecchio, la quale non -era al tempo di Dino. Ma bene potevano i Priori nell’antica -residenza averne un’altra sotto quel nome; -potè, come avviene in cento cronache, chi raffazzonò i -luoghi oscuri o mal posti o mal definiti, avere ai Priori -di tempo più antico dato la Cappella la quale avevano -<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span> -al suo tempo, o quella essere una postilla entrata nel -testo. Cotesti falli non si avvertono, perchè nulla importano -l’economia d’un libro; ma che un libro come -quello sia d’un uomo del cinque o seicento, io dico e -affermo essere impossibile. Nè uomo vi era che sapesse -farlo, nè che a ciò avesse motivo bastante, nè l’istoria -s’indovina, nè tanto in fondo si conosceva, nè si cercava -quando l’Alfieri del Machiavelli fece un Tacito, -nè quando il Giordani (che non badava altro che allo -stile) cominciò a dire che il Compagni era il nostro -Sallustio; e quanta ragione avessero entrambi non voglio -io qui sentenziare. Noterò invece un argomento -che per me serve a ribadire tutti gli altri. La storia -finisce con una profezia solenne, che è una minaccia -ai Fiorentini <i>d’essere presi e rubati dall’Imperatore -per mare e per terra</i>. Quella profezia riuscì falsa; nè -so a qual fine un romanziere ce l’avrebbe messa: e -che egli si divertisse gratuitamente a regalare al suo -autore un falso giudizio e subito smentito a vista -di tutti, il solo pensarlo conduce all’assurdo. Nella -Storia ho detto che Dino cessava perchè egli vide le -sue profezie fallite e i tempi messi per una strada che -a lui non piaceva: in questa opinione rimango tuttora. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span> -</p> - -<h2 id="pogna">NOTA -<span class="smaller">CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI FIRENZE -E GLI UOMINI DI POGNA.</span></h2> -</div> - -<p class="center"> -(Vedi pag. <a href="#Page_10">10</a>.) -</p> - -<p> -Nel Capitolo II ho scritto non doversi tener conto -di un instrumento pel quale tra i Consoli di Firenze -e gli abitanti del castello di Pogna in Valdelsa si -sarebbero fatte certe promissioni; e in nota ho accennato -alla falsità di quel documento, di cui il giovane -Ammirato si era valso in un’aggiunta alla Storia del -vecchio Scipione. Dopo avere scritto, mi è venuto fatto -di sapere come il documento non è altrimenti falso e -che solo per errore di data fu da quello Storico riferito -all’anno 1102. Esso si trova a c. 74 t. del Registro -XXVI dei <i>Capitoli</i> del Comune di Firenze. La -Direzione dell’Archivio di Stato, da cui ebbi la notizia, -si è pure occupata di veder bene la cosa; ed è chiaro -per l’esame fatto, che il documento deve riportarsi -al 1182, ossia al marzo del 1181 secondo lo stile -fiorentino. -</p> - -<p> -Il notaro che si roga di quell’instrumento è un -Bernardo, il cui nome ricorre parimente in due instrumenti -dei Conti Alberti, relativi a Pogna, Semifonte -e Certaldo, e che hanno la data del novembre -1184. L’instrumento è dato il giorno <i>quarto non. -martii, indictione quintadecima</i>; ma l’indizione XV -corrisponde non al 1102, ma al 1182 stile comune. A -queste due evidenti ragioni possiamo aggiungere, che -<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span> -il notaro Iacopo, cui dobbiamo la copia del documento -(fatta senza dubbio nella seconda metà del secolo XIII), -non è stato così diligente copista da non aver bisogno -che nello stesso documento egli medesimo correggesse -i propri errori. Uno dei quali, da lui non avvertito, -fu appunto quello di omettere nella data <i>millesimo -centesimo primo</i> la parola <i>octuagesimo</i>. — Nel Registro -XXIX della stessa serie de’ <i>Capitoli</i>, a c. 79 t., -è un’altra copia del medesimo instrumento, fatta sul -cadere dello stesso secolo, da un Belcaro, che dice di -averla tratta dalla copia del notaro Iacopo, il cui -errore nella data fu trascritto fedelmente. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine del Tomo Primo.</span> -</p> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span><span class="smcap">Tacito</span>, <i>Annali</i>, I, 79. — <span class="smcap">Borghini</span>, <i>Discorsi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span><span class="smcap">Zosimo. — Paolo Orosio. — Paolino</span>, <i>Vita di sant’Ambrogio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span><span class="smcap">Procopio. — Giornande.</span> — Continuator Marcellini Comitis <i>in -Chronico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 42, 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>Nella Cronaca latina del Giudice Sanzanome, la quale finisce l’anno -1231, dove si racconta la guerra dei Fiorentini contro i Fiesolani -l’anno 1125, sono due lunghe dicerie dei condottieri delle due parti -per animare ciascuno i suoi. Mette innanzi il Fiorentino l’antica origine -<i>de nobili Romanorum prosapia</i>; e dice, Firenze essere stata edificata -<i>ne relevaretur civitas Fesulana</i>, pronta agli eccessi e ai malefizi dai -primi suoi tempi. Il Fiesolano all’incontro comincia: <i>viri fratres qui ab -Italo sumpsistis originem a quo tota Italia esse dicitur derivata, nobilitatem -vestram respicite et antiqui loci constantiam</i>. Ricorda il sangue versato -per mano dei Romani oppressori e il nobile Catilina co’ suoi, che -scelsero morire pugnando piuttosto che vivere fuggendo. Erano vive in -quella età le tradizioni che i nuovi tempi dipoi mandarono in dimenticanza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Höfler</span>, <i>Die Teutschen Päpste</i>. Ratisbona, 1839.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Il Malespini ed il Villani scrivono che l’Imperatore venisse da -Siena, con errore manifesto, dimostrato anche dall’avere egli assalito -la città da quella parte che guarda Bologna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. IV, cap. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span> e <span class="smcap">Villani</span>, lib. IV, cap. 25 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span><i>Fiorentini</i>, <i>Memorie della Contessa Matilde</i>. — <span class="smcap">Repetti</span>, <i>Dizionario -geografico-storico della Toscana</i>, art. <i>Prato</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Stor. Fior</i>., anno 1102; e sono aggiunte di Scipione -Ammirato il Giovane, che secondo ogni verisimiglianza ebbe sott’occhi -un documento falso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span><span class="smcap">Repetti</span>, articoli <i>Pogna</i> e <i>Semifonte</i>. Vedi anche la Cronaca latina -del Giudice Sanzanome (<i>Docum. Stor. Ital. ec.</i>), ove è detto avere -i Fiorentini a quel tempo (1184) fatto guerra contro al conte Alberto -per il castello di Pogna; aggiunge come da quella famiglia, alla venuta -di Federigo I, <i>eiusdem imperatoris assumpto vexillo</i>, fosse stato edificato -lì presso un altro castello fortissimo col nome di Semifonte; distendendosi -nel raccontare, ampollosamente come suole, la guerra fatta contro -a quest’ultimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. IV, cap. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Si trovano negli <i>Annali Pisani, Rerum Ital. Script</i>., tomo VI; e in -<span class="smcap">Ottone di Frisinga</span>, lib. VII, cap. 19, il quale conferma l’Annalista -Sassone. Vedi <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Annal</i>., 1134, 1137. Non facciamo troppo caso -di un trattato che i Fiorentini l’anno 1140 avrebbero fatto con certo -conte Ugerio, nome ignoto, e ignoti i luoghi che ivi si leggono, ma -potrebbero essere in Val di Greve. (<span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Nè di ciò pure è fatto cenno dai cronisti nostri; ma trovasi nella -<i>Cronica</i> di Ottone di Frisinga, seguito dall’Ammirato e dal Muratori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span><i>Annali Pisani</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. V, cap. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 77.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. V, cap. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>, anno 1197. Sono giunte di Scipione Ammirato -il giovane, che ebbe conoscenza, a quel che sembra, dall’atto di lega — <span class="smcap">Raynald</span>, -<i>Annal. Eccles.</i>, tomo I. — <span class="smcap">Malavolti</span>, <i>Storie di Siena</i>, parte I, -lib. IV, pag. 44. — <span class="smcap">Flaminio Dal Borgo</span>, <i>Dissert. Pisan</i>. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span><i>Epist. Innocentii III</i>, che sta nella Vita di quel Papa; <i>Rerum. Ital. -Script.</i>, tomo III, parte 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Mentre era in piede Semifonte, si diceva: «Firenze fatti in là, -chè Semifonte si fa città.» Il quale detto popolare da sè mostrerebbe -(se bisogno ve ne fosse) l’idioma parlato già negli ultimi anni del secolo -XII avere forma tutta italiana. Ma la Cronaca di quelle guerre, -che uscì alle stampe, è scrittura apocrifa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Nel libro dei <i>Capitoli del Comune di Firenze</i>, pubblicato l’anno 1866, -è l’atto di accomandigia del Comune di Montepulciano, 24 ottobre 1202.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><span class="smcap">Ricordano Malespini</span>, cap. 50.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>È una procura fatta a’ 15 maggio 1204 nella persona di Tignoso -di Lamberto, uno dei Consoli, a comparire avanti al Papa come procuratore -del Comune. (<span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Già eran Caponsacchi nel mercato</p> -<p class="i01">Discesi giù da Fiesole.»</p> -<p class="i05"> <span class="smcap">Dante</span>, <i>Paradiso</i>, canto 15.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>. Vedi agli anni che sono indicati nel testo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Cap. 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Cap. 102. — <span class="smcap">Villani</span>, lib. V, cap. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Lib. IV, cap. 36.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, anno 1218, 1224.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span>Ivi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span><span class="smcap">Sanzanome</span>, <i>Cronica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span><i>Chronicon Patavinum</i>, in Muratori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><span class="smcap">Lami</span>, <i>Antichità Toscane</i>, lez. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Cap. 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Il Malespini (cap. 137) dà la lunga serie delle famiglie che avevano -torri: sarebbero state alcune di esse alte fino a 120 braccia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>Le antiche edizioni e alcuni testi del Malespini farebbero credere -che a lui, come uomo di un altro tempo, ciò paresse atto di ribellione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>L’atto è dei 22 giugno 1251. (<i>Archiv. Stor.</i>, tomo IV, parte 2, -anno 1866, pag. 36.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Archivio di Stato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span><span class="smcap">Malespini. — Villani. — Ammirato</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 155. — <span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 62.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>Ivi, cap. 69.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span><i>Paradiso</i>, canto XV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 74.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 75.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>Così gli altri storici fiorentini. Sono poi da vedere i Documenti -pubblicati dal signor Cesare Paoli. (<i>Bullettino di Storia Patria Municipale</i>, -vol. II, fasc. 2. Siena, 1869.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 171.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Furono morti due dei Cerchi e due presi, che uno si ricomperò -per 1200 fiorini, e l’altro si riscattò in questa forma. «Lui con l’arme -che aveva addosso per dilegione fu messo in sur una bilancia, e in sull’altra -tanta moneta sanese, e cotanto si ricomprò.» (<i>Cronichetta di -Bindaccio dei Cerchi</i>, sta col Bonincontri, <i>Hist. Sicula</i>. — <span class="smcap">Lami</span>, <i>Deliz. -Erud.</i>, parte II, pag. 303.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span> e <span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VI, cap. 78, 79 e 80. — <span class="smcap">Leonardo -Aretino</span>, lib. II. — <span class="smcap">Ammirato</span>, lib. II. — <span class="smcap">Malavolti</span>, <i>Storie di Siena</i>, lib. I, -parte 2. — <i>Cronache Senesi</i>, che fanno seguito all’<i>Istoria di Marcantonio -Bellarmati.</i> Siena, 1844.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Come asino sape così minuzza rape;</p> -<p class="i01">Tal va capra zoppa se il lupo non la intoppa.»</p> -<p class="i03"> <span class="smcap">Malespini, Villani, Dante</span>, <i>Inferno</i>, canto X.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VII, cap. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Epist. Clem. IV</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 190.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span><i>Cronichetta di Bindaccio dei Cerchi</i>. (<span class="smcap">Lami</span>, <i>Deliz. Erud.</i>, parte II, -pag. 305.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span><span class="smcap">Malespini</span>, cap. 183. — <span class="smcap">Villani</span>, lib. VII, cap. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span><span class="smcap">G. Villani.</span></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Lettere di Clemente IV, in Martène <i>Thesaurum Nov. Anecdot.</i>, tomo -II, p. 321 e seg.; e vedi intorno a questi fatti un lavoro molto diligente -del prof. <span class="smcap">Bonaini</span>, <i>Giornale Storico degli Archivi Toscani</i>, Vol. II -e seg. — Nella Lettera papale dei 12 maggio 1266 è scritto: «Cum igitur -(ne, quod absit, novi flores emarceant ex defectu regiminis non suspecti) -multorum judicio tam intrinsecis quam extrinsecis civitatis ejusdem -(Florentinæ) civibus, utile videatur nostro regi consilio civitatem, nostrâque, -saltem ad tempus aliquod, providentia gubernari etc.» — Vedi -<i>Appendice</i> Nº I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Il Malespini, presente a quei fatti, riesce più chiaro ma è insieme -alquanto più stretto; e nelle parole del Villani sono dubbiezze e forse -alcune inverosimiglianze in quanto all’ordine e alla composizione dei -Consigli. Vedasi, fra gli altri documenti, quello del 28 agosto 1274, nel -registro XXIX dei <i>Capitoli del Comune di Firenze</i> (Archivio Centrale di -Stato), a c. 227; e gli altri dei 29 ottobre, 7 novembre 1278, nel detto -registro, a c. 356-7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Abbiamo a stampa (<i>Delizie degli Eruditi</i>, tomo VII, pag. 203) la -descrizione e la stima dei beni e case distrutte e danneggiate dai Ghibellini, -che in tutto ammontano a lire grosse 130,736; grande somma -per quei tempi, quando si vede una casa avere prezzo di poche lire.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>In un libro detto del <i>Chiodo</i>, e pubblicato dal P. Ildefonso (<i>Delizie -degli Eruditi</i>, tomo VIII, p. 221), è la lista dei condannati, divisi -per sesti e parrocchie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span>Sopra era uno Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni, ora Villa di -Monsoglio, dove è da supporre che il misero giovane passasse l’ultima -sua allegra notte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VII, cap. 35.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Di questa celebre pacificazione alcuni atti furono pubblicati nell’Appendice -al tomo IX delle <i>Delizie degli Eruditi</i>, ed un compiuto ragguaglio -venne poi dato dal prof. <span class="smcap">Bonaini</span>, <i>Giornale Storico degli Archivi -Toscani</i>, tomo III, pag. 174 e seg. L’instrumento originale, sottoscritto -di propria mano dal Cardinale e da sei Vescovi, si conserva fra i cimelii -dell’Archivio Centrale di Stato, che da pochi anni n’è venuto in possesso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 62.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Abbiamo nel vol. IX, pag. 270, della più volte citata raccolta del -P. Ildefonso, il diploma di Rodolfo per la elezione di due vicari o luogotenenti -suoi nella Toscana, da valere anche per un solo; la quale -elezione è confermata da un breve di Martino IV, nel primo anno del -pontificato suo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 79.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Nelle <i>Deliz. Erud. Tosc.</i>, IX, 256, è un assai notabile Discorso -intorno al Governo di Firenze, ma che vale anche per altri tempi, e può -essere utile a consultare in quanto concerne i Consigli e gli Ufizi minori. — Vedi -Appendice Nº II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span><span class="smcap">Villani</span> e <span class="smcap">Ammirato</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>«Hic est modus faciendi Exercitum per Commune Florentiæ, inventus -per Mercatores Florentiæ, pro meliori et utiliori statu et commodo -civitatis, et Artificum et Artium ac totius Mercantiæ civitatis -prædictæ. In primis: quod placeat vobis facere firmare omnes et singulas -apothecas etc.» — <i>Delizie degli Eruditi</i>, tomo XI, pag. 199.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Da un cenno che si trova nella <i>Cronaca</i> dello <span class="smcap">Stefani</span> (lib. I, -rub. 268) appare che allora quando le cavallate doveano uscire dalla -città, si mettesse una candela alla porta, e che il mancante alla chiamata -avesse pena del piè: ciascuno interpreti queste parole a modo suo. -Sulle Cavallate Fiorentine dei secoli XIII e XIV abbiamo un pregevole -lavoro del signor Cesare Paoli (<i>Arch. Stor.</i>, tomo I, parte I, 1865).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 131.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Dante nel <i>Purgatorio</i>, con poetica maravigliosa invenzione e con -affetto pietoso, descrive la morte di questo giovine cavaliero, e la scomparsa -del suo cadavere ricoperto dalle acque e dalla melma di un torrente. -Noi questa battaglia abbiamo narrata in gran parte con le parole -tanto vive e colorate del Compagni, o mantenendo la efficace semplicità -del Villani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VII, cap. 131.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>A uno di questi intervenne Dante, che vide uscire patteggiati di -Caprona i fanti pisani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VII, cap. 89, 132.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Vedi, tra gli altri, lib. VII, cap. 145, dove racconta la perdita -d’Acri (an. 1291) e le cagioni di essa, «avutane relazione da uomini -degni di fede, nostri cittadini e mercatanti, che in quelli tempi erano -in Acri.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span><span class="smcap">Repetti</span>, <i>Dizionario della Toscana</i>, art. <i>Montopoli</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Qui una volta per sempre dobbiamo notare come in Firenze l’anno -cominciasse ai 25 di marzo: quel giorno 15 di febbraio era qui dunque -tuttora dell’anno 1292, ma noi scriviamo le date secondo lo stile comune.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Il prof. <span class="smcap">Bonaini</span> pubblicava gli <i>Ordinamenti di giustizia</i> del 1293, -(<i>Nuova Serie dell’Archivio Storico Italiano</i>, vol. I, 1855) con le successive -provvisioni per cui vennero afforzati; non che le consulte che in -più tempi si fecero a tal fine, con tutti gli atti di queste consulte e i -nomi dei cittadini che ivi esposero i pareri loro: tra’ quali due volte -a’ 14 aprile del 1301 ed una ai 13 di settembre dello stesso anno, è il -nome di Dante Alighieri. Lavoro diligente e utile soprammodo, a cui -rimandiamo tra’ nostri lettori quelli che volessero avere contezza più -intera e minuta di questo punto capitalissimo nell’istoria nostra. — Lo -<i>Statuto Fiorentino</i>, compilato l’anno 1415 dall’insigne giureconsulto -<span class="smcap">Paolo da Castro</span>, e pubblicato in Firenze con la data di Friburgo -l’anno 1778, vol. III, in-4, (tomo I, pag. 407-516) comprende questi ordini -contro a’ grandi, quali vigevano infino al tempo suo, ed il novero -delle famiglie fatte di grandi, con la indicazione dei tempi in cui vennero -esse a patire tale condanna. — Vedi anche le <i>Provvisioni</i> o Statuti, -pubblicati dal <span class="smcap">P. Ildefonso</span>, tomo IX, pag. 305, sino alla fine del volume: -è tra le altre (pag. 341) l’estratto di una <i>provvigione</i> per la -quale, <i>in beneficium popularium et debilium contra magnates</i>, è vietato al -Potestà e al Capitano (dei quali poco si fidavano per essere eglino di -case nobili) procedere contro ai malefizi commessi prima della battaglia -di Montaperti, a quelli cioè fatti da uomini popolani sotto al governo -di parte guelfa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Nello <i>Statuto Fiorentino</i>, tomo III, pag. 692, è il registro di oltre -quaranta Leghe del contado e distretto di Firenze con la descrizione -delle parrocchie e popoli e dei luoghi che le componevano. — Come la -Repubblica si governasse verso i Comuni a lei soggetti, si vede, tra gli -altri, da un curioso documento (<i>Registro di Lettere</i> del 1308 presso di noi) -nel quale vengono ammoniti severamente certi Comuni perchè usavano -misure e pesi diversi da quei di Firenze: il che veniva a mostrare <i>semiplenam -devotionem, aut incuriam, aut animorum dissonantiam</i>, e si temeva -che nuocesse ai commerci della Repubblica: adottassero pertanto le -misure fiorentine sotto la pena di mille lire.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>Vedi <i>Cronaca</i> di <span class="smcap">Paolino di Piero</span>, nei tomi aggiunti alla collezione -degli <i>Scriptores Rer. Ital.</i>, e l’edizione di Roma 1755.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 8. — <span class="smcap">March. Stefani</span>, lib. III, rub. 204.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. I, pag. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>, lib. IV, ann. 1295.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span>Lib. VIII, cap. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 39.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Questi nomi, stando alla <i>Cronaca</i> di <span class="smcap">Paolino di Piero</span>, sarebbono -esistiti in Firenze sino dall’anno 1297, venuti da Pistoia o nati in quale -altro si voglia modo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span><span class="smcap">Compagni</span>, lib. I. — <span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>Intorno al tempo di questo confine dato agli uomini delle due -parti contradice Dino molto al Villani ed allo Stefani, i quali pongono -tutto questo fatto assai più tardi. Noi fummo incerti quale seguire, perchè -il Villani, generalmente, è quanto ai tempi meglio ordinato; laddove -il Compagni vivo ed ingenuo narratore delle cose dove egli ebbe parte, -dispone sovente male la serie degli eventi, o furono questi male disposti -da chi sopra una informe copia metteva insieme quella istoria: nè in -tutto a questa potemmo aderire, e quello stesso ordine a cui ci attenemmo -non è senza qualche difficoltà o dubbiezza. Ma noi lo teniamo -sostanzialmente per vero, nè i nostri lettori vogliamo partecipi di quella -lunga pazienza che fu da noi posta nel minuto esame dei singoli fatti. -Ci avea preceduto lodevolmente in molta parte <span class="smcap">Cesare Balbo</span> nella -<i>Vita di Dante Alighieri</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, in fine al lib. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VIII, cap. 44, 45.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>L’ambasceria dovette essere andata dopo al 13 di settembre, perchè -in quel giorno Dante sedeva e diceva il suo parere in una consulta -pubblicata dal Bonaini (<i>Archiv. Stor. Ital.</i>, nuova serie, tomo I, pag. 82).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Dino veramente scrive il 4 novembre, ma noi seguiamo il Villani -con tutti gli altri, perchè la data del 4 non lascerebbe spazio bastante -ai fatti posteriori. E così pure fece il Balbo, non senza avere, come noi, -molto ondeggiato innanzi di risolversi, perchè in tanta confusione di -date rimane sempre uno spazio largo al dubitare. — Crediamo prossima -la pubblicazione di nuovi lavori intorno a Dino Compagni del professor -Del Lungo, da cui potranno questi fatti avere ulteriori schiarimenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Giovanni Villani, ch’era presente in Santa Maria Novella, scrive -da quel Parlamento essere stata rimessa in Carlo la <i>signoria e guardia -della città</i>. Ma noi crediamo fossero quelle parole di onore: nè Carlo in -Firenze ebbe vera e propria signoria, avendo anzi chiesto più tardi -guardare la sola parte d’oltrarno, dove egli dimorava: e i nuovi Priori, -scrive il Compagni che furono eletti dai vecchi in palagio. Ma qui pure -la narrazione di Dino non riesce chiara abbastanza nè ordinata, senza -però che le incertezze importino molto al giudizio dell’istoria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span><i>Dino Compagni</i>, lib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Bindaccio dei Cerchi, nella <i>Cronichetta di Famiglia</i>, scrive messer -Vieri essere stato tradito da uno dei Frescobaldi, che a lui doveva diciassette -mila fiorini e gli voltò contro la furia del popolo. (<span class="smcap">Lami</span>, <i>Deliciæ -Erud., Hist. Siculæ,</i> part. II.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span>Parrebbe che fosse reo e che fuggisse questo Pier Ferrante; imperocchè -nelle postille dell’Ammirato, le quali sono tratte da documenti, -si legge un trattato del mese di marzo susseguente tra lui ed alcuni -capi dei bianchi per fare guerra alla città rimettendovi la parte cacciata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span><i>Deliz. Erud.</i>, tomo X, pag. 93.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>L’atroce giurisprudenza usata in que’ tempi contro ai ribelli e -agli sbanditi è da vedere nello <i>Statuto Fiorentino</i>, tomo I, pag. 362 e 66 -ed in più luoghi. Potevano essere impunemente offesi.... <i>usque ad mortem -etiam per assassinum vel assassinos in quacumque parte mundi</i>; e gli -uccisori avevano premio: chi ricettasse uno sbandito era soggetto a -gravi pene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni. — G. Villani. — Marchionne Stefani. — Cesare -Balbo</span>, <i>Vita di Dante</i>. — <span class="smcap">Pietro Fraticelli</span>, <i>Storia della Vita di Dante</i>; -Firenze, 1861.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span>«I Lucchesi erano arbitri e non signori, benchè avessero le chiavi -e il dominio perchè dentro nè fuori non entrasse persona che avesse -a contaminare nulla — mandavano i bandi da parte del Comune di Lucca — di -che sdegnato uno in Mercato nuovo, diè un colpo di una spada al -banditore e disse: Porta questo a Lucca e offerilo a santa Zita.» (<span class="smcap">Stefani</span>, -lib. IV, pag. 35.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VIII, cap. 70.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span><i>Ricordi</i> di <span class="smcap">Filippo di Cino Rinuccini</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. VIII. — <span class="smcap">Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span><i>Scipione Ammirato</i> riferisce la condanna d’un figlio di Guido e -d’un altro Cavalcanti, data nel 1303, ma della quale fu poi sospesa -l’esecuzione in grazia di ambasciatori senesi mossi «dalla nobiltà della -famiglia e dalla sua devozione alla Chiesa,» sempre però che i Cavalcanti -non più si unissero ai Ghibellini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span>Abbiamo il trattato con gli Ubaldini, dove tra gli altri sottoscritti -si legge, ma in copia, il nome di Dante Alighieri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Storie</i>, an. 1303.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni.</span></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span><span class="smcap">Balbo</span>, <i>Vita di Dante</i>. — <span class="smcap">Fraticelli</span>, <i>Storia della Vita di Dante</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 82. — <span class="smcap">Compagni</span>, lib. III. — <i>Storie Pistolesi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Vedi, per la istituzione dell’Esecutore, la già citata pubblicazione -del prof. <span class="smcap">Bonaini</span> intorno agli Ordini della Giustizia; <i>Archivio Storico</i>, -nuova serie, tomo I, 1855. — E lo <i>Statuto Fiorentino</i>, tomo I, pag. 407 -e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 89. — <span class="smcap">Dino</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Il <span class="smcap">Compagni</span> ha 15 settembre, ed altri altre date: ma noi teniamo -per certa quella che si rileva dalla chiamata delle Leghe di contado, -secondo abbiamo in un Registro di lettere della Signoria per l’anno 1308, -il quale era presso di noi, ed è oggi nell’Archivio di Stato. (Vedi <i>Archivio -Storico</i>, nuova serie, fasc. II, 1857, articolo del prof. <span class="smcap">Capri</span>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. III. — <span class="smcap">Villani</span>, lib. VIII, cap. 96. — <span class="smcap">March. -Stefani</span>, lib. IV, rub. 264.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Tutta questa materia fu ampiamente discorsa dal prof. <span class="smcap">Capei</span> nell’articolo -sopraccitato, dove sono i documenti ad essa relativi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Questo almeno scrisse <span class="smcap">G. Villani</span>, lib. IX, cap. 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span><span class="smcap">Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>Ivi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span><i>Iter Ital. Henrici VII</i>; in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Rer. Ital. Script.</i>, tomo IX, -pag. 908.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span><i>Iter Ital. Henrici VII</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span><i>Iter Ital. Henrici VII</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span><span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span> e <span class="smcap">Dino Compagni</span>, lib. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>La lista è data dal <span class="smcap">P. Ildefonso</span> (tomo XI, pag. 61).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>Troviamo che i figli di Dino Compagni essendo falliti nel 1341, -s’interponeva per essi in certe vertenze Stefano Colonna, capo dei Guelfi -magnati in Roma e in Italia. (<i>Archivio Storico</i>, nuova serie, tomo 16, -parte I, Documenti relativi al Duca d’Atene). Abbiamo intorno a Dino -Compagni un pregevole lavoro del prof. <span class="smcap">Hillebrand</span> (Parigi, 1862).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span><i>Iter Ital. Enrici VII</i>. — <span class="smcap">Villani</span>, lib. IX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>Il <span class="smcap">P. Ildefonso</span> (<i>Deliz. Erud</i>., tomo XI, pag. 95) pubblicava la -Sentenza d’Arrigo VII contro a’ Fiorentini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Abbiamo la lista dei feritori fiorentini a Montecatini. <i>Deliz. Erud.</i>, -tomo XI, pag. 751.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Una <i>Cronaca</i> latina di Ser <span class="smcap">Giovanni di Lemmo</span>, pubblicata dal -signor Luigi Passerini (<i>Docum. di Stor. Ital.</i>, tomo VI, a cura della Deputazione -di Storia Patria della Toscana ec.) contiene dal 1299 al 1320, -oltre a fatti e contese personali, ragguagli pregevoli intorno alle cose -di Pisa e di Lucca e di tutta quella parte di Toscana, della quale sembra -per il Lemmi essere centro San Miniato, tanto da far credere che -ivi egli avesse o patria o dimora. Il valore principale di quella <i>Cronaca</i> -è per gli anni corsi dalla morte d’Arrigo VII infino alla pace fatta -dal re Roberto, anche in nome di Firenze, co’ Ghibellini di Pisa e di -Lucca. È da vedere, sebbene a noi direttamente non appartenga, come -i Pisani, avendo in casa e agli stipendi loro molti cavalieri tedeschi, -cercassero da principio difendersi da Uguccione della Faggiuola, che di -quelle genti faceva sua forza; come essendosi offerto a Federigo d’Aragona, -questi chiedesse innanzi tutto per sè la Sardegna; come poi cedessero -ad Uguccione, e come Lucca fosse a lui ribellata per opera di -Castruccio. Quanto ai termini della pace, registra il Lemmi quelli che -importano specialmente a San Miniato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. IX, cap. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span><i>Diurnali</i> di <span class="smcap">Matteo Spinelli</span> da Giovenazzo, 1258.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span>So i dubbi che sono stati mossi ai giorni nostri circa alla <i>Cronaca</i> -di <span class="smcap">Matteo Spinelli</span>, che si disse fabbricata nel cinquecento. Potè -a quel tempo taluno averla messa in ordine levigando forse l’antico -idioma nel quale fu scritta, ma non inventare la materia e tutto nemmeno -rifare lo stile; del che si hanno prove intrinseche, nè le difficoltà -sono diverse da quelle che si ritrovano nella maggior parte delle antiche -cronache, per lo più messe insieme in più tempi e fatto di pezzi. -Ciò pure avvenne in qualche parte anche all’Istoria del Malespini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, lib. IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span>Qui giova trascrivere alcune parole dove un nostro istorico assai -più recente dà belle ragioni di questo cercare lontani paesi che da -tempo antico faceano gli uomini fiorentini. -</p> - -<p> -«La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e -sterile, che non potrebbe con tutta la fatica loro dare da vivere agli -abitanti, che sono molto multiplicati: e per questa ragione è stata necessaria -cosa da uno tempo in qua ai Fiorentini di cercare loro vita -per industria; e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare -altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi -avanzare un tempo e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo -modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto -i costumi delle altre nazioni, e fatto in loro abito delle cose vantaggiate, -scegliendo d’ogni parte il fiore: e l’uno ha fatto venire volontà -all’altro, intantochè chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo -e veduto le strane nazioni delle genti, e tornato alla patria con avere, -non è riputato da niente. E questo amore ha sì accesi gli animi loro, -che da un tempo in qua pare che ne nascano naturali a ciò, e è tanto -il numero che vanno per lo mondo in loro giovanezza, e guadagnano e -acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno -una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non -ha pari al mondo.... I loro vicini, alquanto di natura di loro terreni -più ricchi e più grassi, si sono stati a quella bada di tanto, che basta -loro, sanza volere fatica di cercare più.» — (<span class="smcap">Goro Dati</span>, <i>Stor. Fior.</i>, -pag. 54, 55.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. X, cap. 86.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span>Il Machiavelli scrisse la vita di Castruccio senza istorica verità, -ma perchè fosse come esemplare a quella idea che egli vagheggiava; e -se uno eleggerne pur voleva, meglio Castruccio che il Valentino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span>Scriviamo il numero dei soldati come si trova nei contemporanei; -ma quello delle genti a piedi, incerto sempre, comprende ancora i guastatori -ed i saccomanni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. IX, cap. 214.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span><i>Cronaca di Paolino di Piero</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. IX, cap. 214.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span>Ivi, cap. 219.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span><i>Istoria Fiorentina</i> di <span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. VI, rub. 385. — Tra -’l Potestà e il Capitano del Popolo e l’Esecutore degli ordini di -giustizia menavano seco oltre a 200 tra giudici e notai e armigeri e -donzelli. (<i>Statuti</i>, lib. I.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. IX, cap. 273.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span><span class="smcap">Franco Sacchetti</span>, novella 63.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Neri Strinati, del quale abbiamo una breve Cronichetta (stampata -di seguito alla Storia apocrifa di Semifonte), era insieme col suo fratello -Maffeo mallevadore al fallimento degli Scali: «ma perchè io e -Maffeo eravamo dei grandi, non potevamo torre azione contro agli eredi -di Ghigo di Gofo ch’erano di popolo:» sì erano fatti gli ordinamenti -del popolo contro a’ grandi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Storie Pistolesi dal 1300 al 1348.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span><i>Deliz. Erud.</i>, tom. XII, pag. 262.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span><i>Balìa rebanniendi exbannitos habitos pro Guelfis et qui pro Guelfis -habeantur</i> [11 ottobre 1325]. Archivio di Stato, <i>Provvisioni</i> di quell’anno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. X, cap. 2. — <span class="smcap">Coppo Stefani</span>, lib. VI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span><i>Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span><span class="smcap">Villani</span>, lib. X, cap. 86.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Il <span class="smcap">P. Ildefonso</span>, tomo XII, pag. 288, pubblicava il testo originale -di questa riforma. È anche da vedere il libro settimo delle <i>Istorie</i> di -<span class="smcap">Scipione Ammirato</span>, con le pregevoli aggiunte di chi portava il suo stesso -nome e casato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>È un libro o zibaldone del secolo diciassettesimo, scritto da <span class="smcap">Tommaso -Forti</span> notaro fiorentino, intorno agli uffici e magistrati della Repubblica: -manoscritto appresso di noi, e si trova in altre Biblioteche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. X, cap. 118. — Abbiamo per quell’anno 1329 e -pei susseguenti il Diario d’un Simone Lenzi biadajolo, del quale un -estratto si legge nel giornale filologico <i>Il Borghini</i>, an. 1864; ed è pittura -circostanziata e molto viva di quei mercati tumultuosi, che spesso -conferma le parole del Villani. Per un’altra carestia che fu poi nel 1353 -il Comune fece incetta di grano in più luoghi d’oltremare; ma bastò -l’annunzio a fare aprire i granai che prima erano tenuti chiusi, rinviliando -il prezzo, talchè il Comune vi perdè non poche migliaia di fiorini -d’oro. Sul quale proposito io prego gli economisti a considerare le parole -di Matteo Villani, le quali mi sembrano con precisione maravigliosa -anticipare una dottrina la quale tardò più secoli a farsi norma comune, -e in Firenze stessa rinacque appena cento anni fa, ma prima qui che -tra le maggiori nazioni d’Europa, perchè l’esperienza ed il senno popolano -quivi le avevano prima sparse. «In tali casi occorrono diversi -gravi accidenti, e spesso contrari l’uno all’altro. Se grandi compere in -così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non -si può avere di grano che di Pelago si aspetta; ma utilissima cosa è -dare larga speranza al popolo; chè si fa con essa aprire i serrati granai -de’ cittadini, e non con violenza; chè la violenza fa il serrato occultare, -e la carestia tornare in fame: e di questo per isperienza più -volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza -possiamo fare vera fede.» <span class="smcap">M. Villani</span>, lib. III, cap. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XI, cap. 1. — L’<i>Archivio Storico</i> dell’anno 1873, -disp. II, pubblicava una notizia del signor Gherardi intorno ai danni di -quella inondazione ed ai lavori che occorsero. A maestro e governatore -di tutti quei lavori elessero Giotto: essendochè a bene e onorevolmente -procedere occorresse preporvi un qualche esperto e famoso uomo, e non -si trovasse in tutto il mondo persona più adatta di lui. Dolevano alla -Signoria le molte assenze di Giotto a dipingere per l’Italia, bramando -che un tanto <i>magnus magister et carus reputandus in civitate, materiam -habeat in ea moram continuam contrahendi</i>; perchè dalla sua scienza e -dottrina venga a molti altri insegnamento, e onore non piccolo alla nostra -città. (<span class="smcap">Gaye</span>, <i>Carteggio d’Artisti</i>, tom. I, pag. 481.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. II, cap. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span><i>Archivio Storico Italiano</i>, Nuova Serie, tom. IV, disp. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>«Sono solito a dire che più d’ammirazione è che i Fiorentini -abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e’ Veneziani o altro -principe d’Italia il suo grande; perchè in ogni piccolo luogo di Toscana -era radicata la libertà in modo, che tutti sono stati inimici a -questa grandezza. Il che non accade a chi è situato tra’ popoli usi a -servire, a’ quali non importa tanto lo essere dominati più da uno che -da un altro, che gli faccino ostinata o perpetua resistenza.» (<i>Ricordi -Politici</i> di <span class="smcap">Francesco Guicciardini</span>, Nº 353.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>Vedi le <i>Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Abbiamo gli Atti della dedizione nel tomo I dei <i>Capitoli del Comune -di Firenze</i>, pubblicato dalla Soprintendenza generale degli Archivi -toscani, pag. 4, 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span>Era proibito contrarre parentela con tali Signori (vedi <i>Statut. -Flor.</i>, lib. III, rubr. 179, tom. I, pag. 380). Ed altra rubrica, lib. III, -rubr. 46, tom. I, pag. 262, vieta egualmente che sieno fatti vescovi di -Firenze o di Fiesole uomini di famiglie le quali avessero castelli nel -contado o nel distretto; così almeno si vuol intendere: e se accettassero -uno di quei vescovadi, i loro parenti divenivano ipso facto grandi -qualora fossero popolani, e i grandi passavano nella categoria dei sopraggrandi. -Nessuno poteva acquistare dall’Imperatore possessioni nella -Toscana o diritti, <i>vel quæ ad Imperium spectare dicuntur</i>, sotto pena -della testa o della confisca; e divieto d’abitare nel territorio della Repubblica, -essi e in perpetuo i discendenti loro. (Lib. III, rubr. 86, pag. 302.) -È da vedere pure la rubr. 90 del lib. III dello stesso <i>Statuto Fiorentino</i>, -tom. I, pag. 304, la quale dichiara nullo e soggetto a gravi pene qualunque -contratto pel quale sieno trasferiti diritti reali o personali di -servitù, di fedeltà o di omaggio o di qualsiasi giurisdizione, eccetto però -al Comune di Firenze. I secolari potevano dalla Chiesa fare acquisto di -tali diritti, purchè aboliscano immediatamente ogni obbligazione di vassallaggio. -Qualunque persona, università o popolo si obbligasse nell’avvenire -a servitù o che ad altri la prestasse, s’intenda che abbia perduto -la guardia e protezione del Comune di Firenze, nè a lui si mantenga -diritto e giustizia, e possa da ognuno essere offeso impunemente nella -persona e negli averi, come i ribelli e gli sbanditi. — Vedi anche i <i>Capitoli -del Comune di Firenze</i>, loc. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span>Alcuni uomini del Valdarno l’anno 1294 chiedono essere liberati -<i>ab omni hominitia et coloneria et ascriptitia conditione</i> e <i>ab omni nexu -fidelitatis</i>; alla quale erano stati ricondotti dalla famiglia dei Pazzi dopo -la battaglia di Montaperti, per forza <i>et per metum</i>, e con arsioni ed -ammazzamenti: i Priori decretarono la libertà di cotesti uomini, e pei -Consigli fu approvata. (Estratto dagli <i>Spogli</i> di <span class="smcap">Vincenzio Borghini</span>, -pubblicato dal P. Ildefonso nelle <i>Delizie degli Eruditi</i>, tom. VIII, in fine.) — Abbiamo -Atti pubblici dove il Comune di Firenze dichiara spettare a -lui la tutela dei <i>poveri</i> e <i>deboli</i> e degli <i>impotenti</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span><i>Quis dominatur apennini? alma domus Ubaldini</i>; avrebbe detto -l’imperatore Federigo II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span><i>Cronaca</i>, lib. X, cap. 202.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span><span class="smcap">Delfico</span>, <i>Storia di San Marino</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>«La guerra di Mastino voleva il mese più di venticinquemila fiorini -d’oro che andavano a Vinegia, senza le spese opportune che bisognavano -di qua al nostro Comune, che le più volte senza quelli di Lombardia -avevano al soldo più di mille cavalieri, senza quelli che erano -alla guardia delle terre e castella che si tenevano per lo nostro Comune.» -(<span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XI, cap. 91.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XI, cap. 114.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XI, cap. 139.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span>«Il popolo era da’ grandi nelle faccende private oppressato; i -grandi avevano le leggi e la ordinazione della Repubblica tutta contra -sè diretta.» (<span class="smcap">Donato Giannotti</span>, <i>Della Repubblica Fiorentina</i>, lib. I, -cap. V, pag. 83.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XI, cap. 119.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span>Abbiamo nel <i>Giornale Storico degli Archivi Toscani</i>, vol. VI, pubblicati -ed illustrati dal signor Cesare Paoli i documenti dell’Archivio di -Stato relativi al Duca d’Atene. Quello segnato nº 213 alla pag. 231 -contiene le accuse contro ai Venti, ma la sentenza è mozza e apparisce -poi rivocata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 1, 2, 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>Vedi <i>Archivio Storico</i>, tom. XVI, parte II, pag. 532. — Donato -Velluti, cronista non dispregevole, era stato de’ primi Priori creati dal -Duca, e aveva seco grande entratura; ma quando s’accorse ch’egli andava -a tirannia, si tenne in disparte: nel corso poi della sua Cronaca, -ogni volta che gli avvenga di nominare il Duca, non lo fa mai con ingiuriose -parole, mostrando piuttosto usare prudenza, ma poi non essergli -troppo avverso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib XII; <i>Marchionne di Coppo Stefani</i>, lib. VIII; -<span class="smcap">Machiavelli</span>, lib. II, in fine; <span class="smcap">Ammirato</span>, lib. IX; <i>Cronaca Senese</i> di <span class="smcap">Andrea -Dei</span> presso il Muratori, tom. XV, pag. 108. — Abbiamo citato la -serie dei documenti relativi al Duca d’Atene tratti dall’Archivio di -Stato. In questa, oltre gli Atti del suo Governo, sono quelli della Renunzia, -e i negoziati che la Repubblica ebbe poi col Re di Francia e col -Papa e co’ Re di Puglia, i quali tenevano la parte del Duca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span><i>Deliz. Erud.</i>, tom. XIII, pag. 207.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 18 e segg. — <span class="smcap">Marchionne Stefani.</span> — <span class="smcap">Lionardo -Aretino</span>. — <span class="smcap">Machiavelli</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span>Nelle <i>Delizie degli Eruditi</i> del P. Ildefonso, tom. VII, pag. 290, è -la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il quale, -sebbene fosse di famiglia grande, chiede essere di popolo egli ed i suoi, -come <i>debiles et impotentes</i>. — Il tomo XIII della stessa pregevole collezione -contiene da pag. 199 fino al fine molti originali Documenti di -Provvigioni fatte dalla Repubblica, sia nella prima Riforma del vescovo -Acciaiuoli e dei Quattordici per la quale erano riabilitati i grandi, sia -nella rinnovazione delle Leggi contro ad essi e degli Ordini di giustizia -nel mese d’ottobre 1343 e nell’ottobre 1344.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span>Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi, -i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi grandi. -Recenti erano pure i Cavalcanti; e forse non di vecchia data gli Adimari -<i>venuti su di piccola gente</i>, come scrive l’Alighieri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span>«Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea dire, -loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio voleano.» -<span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, tom. XIII, pag. 143. — «I lavoratori delle terre -volevano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre e lasciare -l’altre. — Le fanti e i ragazzi della stalla volevano il salario, il -meno dodici fiorini l’anno, e i più esperti diciotto e ventiquattro: così -le balie e gli artefici minuti manuali volevano tre cotanti che l’usato. — Il -Comune avendo bisogno, e perchè vedeva essere il popolo ingrassato -ed impoltronito, raddoppiò la gabella del vino alle porte, ed alzò -quella del grano e del sale e della carne. Non vollero più fare provvisione -pubblica di grano, cessando il lavoro dell’edifizio d’Orsanmichele -a tal fine destinato; ma invece ordinarono che tutto il pane vendereccio -si facesse dal Comune, e si vendesse a caro prezzo; e quale fornaio -ne volesse fare, pagasse ogni staio 8 soldi di gabella.» (<span class="smcap">M. Villani</span>, -lib. I, cap. 57.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span>Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di -giustizia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span>Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi, oltre -a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi i borghi -e le parrocchie le quali andavano a San Giovanni: ognuno però -vede come fosse fallace il modo del registrarli. Pare stia bene il conto -delle ottocento moggia la settimana per novanta mila bocche. Gli ottanta -mila uomini da arme, cioè da quindici a settanta anni, potevano -bene essere l’anno 1336 nel contado e distretto, il quale allora comprendeva -non piccola parte, com’è detto, della Toscana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span>Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra -venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari -che a lui somministravano per la guerra. — Si noti ancora come l’industria, -tenendo qui pure l’usate sue vie, mentre s’ampliava e raffinava, -andasse stringendosi in minore numero di mani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span>I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture; l’arte -del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima perfezione, -altrove erano sconosciute; e da principio i Fiorentini mandavano in -Fiandra dei lavoranti per conto loro che mantenessero il segreto. Venivano -anche i panni a tingersi in Firenze, essendo quest’arte sempre -ivi molto accreditata, massime per l’uso del guado o indaco, il quale -serve anche a fermare il color nero e a dargli lucentezza: della tintura -con l’oricello abbiamo detto in altro luogo. Qui è notabile come dal -Villani non si tenga conto dell’arte della seta che in Firenze era antichissima; -vero è bensì quest’arte essere giunta al colmo nel secolo -susseguente, quando l’arte della lana cominciò invece a decadere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span>Gli speziali ebbero questo nome perchè oltre alle medicine smerciavano -anche le spezierie delle Indie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span>E credo io fossero più, tanti se ne legge di continuo andati chi -in qua chi in là per traffici, ed i cambiatori mettevano banchi in molte -parti d’oltremonte e d’oltremare, e Avignone ne tirava a sè non pochi, -ed a Lione erano case di Fiorentini, ed a Bruggia nella Fiandra più -anni rimase lo stesso Giovanni. Ai quali se poi si aggiungano quelli che -andavano in signoria di fuori, potestà o giudici, e che menavano seco -gran seguito o famiglia; e il frequentare le università fino a quella di -Parigi, ed il muoversi di luogo in luogo che facevano i religiosi; poi -le frequenti ambasciate, e quello stesso vagare dei soldati mercenari -che fu cagione di tanti mali; si vedrà come fosse continuo a quei tempi -il conversare dei Fiorentini con molte città d’Italia e fuori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Fu posta quando si edificava il terzo cerchio della città, continuata -poi fino ai giorni nostri, e gravosissima, perchè andava fino al -sette e tre quarti per cento, facendosi però le stime molto all’agevole. -Gravava disegualmente la Toscana, avendo più luoghi pattuito nella -dedizione l’andare esenti da quella tassa; privilegi che cessarono quando -nel 1814 fece ritorno il principato non come antico e restaurato, ma -col diritto della conquista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>Oltre al segnare l’oro e l’argento, sembra che le paci tra’ cittadini -avessero a guarentigia e solennità il suggello del Comune; il che -si fa credere anche per un luogo del Velluti, pag. 29: «Venne poi il -Duca d’Atene e ribandì gli sbanditi e costrinse ognuno a far pace; -onde i consorti e noi, essendo costretti, rendemmo pace; la quale è -sotto grandissime pene, fortificate poi per riformagioni di Comune con -altre gravissime pene: e non si trova quasi niuna poi essere rotta, e -chi l’ha rotta si è stato diserto; onde per questa cagione e per lo comandamento -di mio padre e sua maladizione si è molto da guardare; -che se alcuno discendente di loro vivesse, non fosse tocco, se non vuole -sè e altrui disertare.» Il segno dei beni in pagamento poteva essere -necessario a quei contratti che hanno nome di Anticresi, nei quali i -beni essendo ceduti al creditore per certo tempo, non si fa luogo alla -voltura; se pure non fosse divietato quel contratto, com’è pei canoni -della Chiesa, e che il divieto si osservasse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Ivi erano grani depositati da cittadini, i quali pagavano per la -custodia e per gli attrazzi; e il grano sparso rimaneva a benefizio del -Comune.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span>Erano penali che dovevano pagare i connestabili che fossero trovati -in difetto d’uomini rispetto al numero pel quale erano stati condotti -e riscuotevano gli stipendi. — Soccorse in questo come in più altri -luoghi a noi l’amicizia del signor Cesare Guasti, e a lui ne rendiamo -le debite grazie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span>Nei libri del 1347, per citar quelli più vicini al tempo del Villani, -si trovano versamenti fatti ai Camarlinghi della Camera dal Camarlingo -delle Stinche: <i>de denariis ad ejus manus perventis</i>. (Archivio -centrale di Stato.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span>Voleano che i più facoltosi del contado dimorassero nella città, -dove davano minore sospetto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Si è detto come i Fiorentini fino dal secolo XIII per grandigia -custodissero leoni ed altri animali rari, i quali venivano ad essi d’Oriente; -costumanza cittadina cessata non prima del passato secolo, quando si -venne a ricercare il perchè di ogni cosa. Un lione di marmo che tra le -branche teneva uno scudo con entro il giglio, e si chiamava il Marzocco, -era una sorta di emblema della Repubblica fiorentina, imitato -forse dal Leone di San Marco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Abbiamo (<i>Deliz. Erud</i>., tomo XII, pag. 349) una descrizione delle -Entrate e Spese tratta da questa del Villani, ma non però affatto inutile -pe’ confronti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span><span class="smcap">Pecori</span>, <i>Storia di San Gimignano</i>. — Nel libro già citato dei <i>Capitoli -del Comune</i>, pag. 288 e seg., abbiamo gli Atti della dedizione che -San Gimignano aveva fatta l’anno 1345, e altri susseguenti. — Vedi un -nostro Compendio dell’istoria di questa Terra, nell’<i>Appendice</i> Nº III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>Intorno ai fatti dei Guazzalotri e di Prato vedi anche (per quanto -gli si debba credere) il frammento di Cronaca di Luca da Panzano; -<i>Giornale storico degli Archivi Toscani</i>, tomo V, pag. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span>Donato Velluti, Gonfaloniere di giustizia, ebbe grande mano in -tutta quella faccenda; e per l’inganno che v’era stato e il molto male -commesso, non trovò prete che lo assolvesse; finchè tornato da Napoli -il vescovo Acciaiuoli, quattro anni dopo lo assolvè, pensando ch’era -stato a fine di bene, e perchè Firenze non andasse sotto tirannia. (<span class="smcap">Velluti</span>, -<i>Cronaca</i>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Aveano ordinato un anno innanzi le cose spettanti al governo -della Valdinievole; intorno a che vedi il libro dei <i>Capitoli</i>, in più luoghi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>I Cronisti fiorentini tacciono di un soccorso di Senesi venuti alla -difesa della Scarperia, che primi entrarono nella terra. Questo narra il -senese Agnolo di Tura (<i>App</i>. Muratori, <i>Scriptor. Rer. Ital.</i>, tomo XV, -col. 126, 127), il quale però aggiugne in onta de’ Fiorentini cose che -parvero incredibili al senese annotatore Benvoglienti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Donato Velluti era in Siena ambasciatore per fare lega contro al -Visconti; «ma veggendo noi ambasciatori non essere sufficienti i Comuni -di Toscana a tanto uccello senza l’appoggio d’altrui, si ragionò -si mandasse al Papa, trattasse perchè l’Imperatore venisse in Italia: -di che rapportato il detto ragionamento in Firenze, quanto che nella -prima faccia fosse dubbioso e gravoso, purnondimeno veggendo l’appoggio -di Puglia essere debole, si prese di mandare al Papa.» Questi aveva -promosso l’elezione di Carlo IV, e di per sè era già inclinato a farlo -scendere in Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span>«Se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che diventi -ghibellino.» (<span class="smcap">Matteo Villani</span>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span>Nelle campagne i nostri vecchi dicevano sempre: un Dio, un Papa, -un Imperatore; e non si tenevano obbligati alla milizia napoleonica, -perchè non era l’imperatore vero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span>«Essendo messer Ramondino Lupo da Parma capitano di guerra -in Firenze molto servitore dell’Imperatore, fece sentire all’Imperatore -de’ ragionamenti si faceano; di che l’Imperatore subitamente mandò un -suo ambasciatore, grande prelato, a Firenze» — «ed essendo deputati -certi nostri cittadini, tra’ quali io fui, a ragionare con lui, dopo molti -ragionamenti, si fecero certi capitoli ec.» (<span class="smcap">Velluti</span>, <i>Cronaca</i>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Il Corio narra come l’Arcivescovo essendo chiamato dal Papa in -corte, mandò innanzi un suo siniscalco a fare gli alloggi; il quale pigliò -in affitto quante case potè avere nella città d’Avignone, e stalle da -porvi molto gran numero di cavalli, dicendo sempre non bastavano per -la compagnia che l’Arcivescovo condurrebbe seco: parve troppa ai cardinali, -e fu pregato non si muovesse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span><span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. III, cap. 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Scrivono che uno degli ambasciatori dicesse a Carlo, che promoveva -sempre novelle difficoltà: <i>Voi filate molto sottile</i>. (<span class="smcap">M. Villani</span>, -lib. III, cap. 30.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>Nelle istruzioni agli ambasciatori (Libro di <i>Consulte</i>, nell’Archivio -di Stato) è ingiunto loro di fermarsi a conferire dovunque fosse il detto -Patriarca, e «dirgli ogni cosa.» — Questo abbiamo dalla cortesia del -signor Luigi Passerini, che tanto sa delle cose nostre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span><span class="smcap">M. Villani</span>, lib. III, cap. 86.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span>Nelle edizioni di Matteo Villani si legge quattromila, che sono -troppi. Ranieri Sardo, <i>Cronaca Pisana</i> (<i>Archiv. Stor.</i>, VI, par. 2), dice -essere venuti con l’Imperatrice mille cavalieri, e indi qualche altro centinaio -mandati dai Signori di Lombardia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span>«A noi pareva che al Patriarca bastassero duemila fiorini d’oro, -al Cancelliere trecento fiorini o poco più, ec.» (<i>Istruzioni agli ambasciatori</i>; -Archivio di Stato.) — Un documento <i>in forma brevis</i> (stampato con -altri spettanti a quel fatto dal signor Giuseppe Canestrini: <i>Archiv. -Stor.</i>, Appendice VII, pag. 406) dà facoltà agli ambasciatori di essere -larghi di doni ai ministri e consiglieri di Carlo IV, e questi si vede che -accettarono <i>grato animo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span>«La moneta, che dare gli si dee per via di censo per anno, vorremmo -che fosse la minore quantità che si potesse; e piuttosto una -quantità determinata, che discendere a censo di 26 danari per focolare.» -(<i>Archiv. Stor.</i>, Appendice VII, pag. 405.) Nelle istruzioni agli ambasciatori -si trova pure: «Offerte generali farete, non obbligatorie; — dicano -con quanta difficoltà si è qua ottenuto di condiscendere alle modificazioni -nuovamente fatte.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>Testo del Trattato (vedi <i>Appendice</i> Nº IV.) — E nelle istruzioni -agli ambasciatori: «in quella parte dove toccate delle terre le quali -volontariamente si sono sottomesse a questo Comune, che non le vuole -confermare, operate almeno quanto potete che ci faccia suoi vicarii, allegando -che ha fatto il simile a molti altri.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span>A’ nove di marzo, undici giorni avanti alla conclusione, si vede -ch’erano alle rotte e discorrevano già d’armarsi; più giorni innanzi -Niccolò Alberti aveva proposto si cercasse aiuto dal Papa e dal Legato -della Romagna. (Libro di <i>Consulte</i>, nell’Archivio di Stato.) Matteo (lib. IV, -cap. 73) sgrida i reggitori del non avere fatto abbastanza fondamento -sul Papa, il quale aveva già stipulato con l’Imperatore che nello scendere -in Italia mantenesse governo libero in Firenze. Aggiugne il Villani -che le lettere papali, di cui potevano i Fiorentini valersi, rimasero in -Cancelleria per non avere gli ambasciatori pagato i trenta fiorini d’oro -che ci volevano per la spedizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Donato Velluti accenna con parole molto espresse ad una promessa -la quale al tempo dell’imperatore Carlo IV sarebbe stata <i>fatta -ai Grandi intorno al fatto degli uffici e degli schiusi guelfi</i>; promessa cioè -di modificare gli Ordinamenti di giustizia, e le esclusioni dai magistrati. -I Velluti erano antichi grandi, ma l’affermazione di Donato non poteva -essere in tutto senza fondamento, e qualche cosa dovette ai grandi essere -almeno fatta sperare, a Pisa, forse dagli ambasciatori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span>Il Diario del Graziani perugino (vedi <i>Archiv. Stor. Ital.</i>, tomo XVI, -parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza -debiano continuo tenere uno offiziale per lo Imperatore, el quale officiale -sia sopra alle appellazione, e che debia avere la mitade de tutte -glie bande che entreronno in Comuno.» Tuttociò è manifestamente falso, -ma si pone a mostrare le gelosie per cui gli scrittori d’una città si -compiacevano abbassare le altre, fossero anche le più amiche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span><i>Archiv. Stor.</i>, Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle istruzioni agli -ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva troppo largo, -ma si farebbero riserve innanzi al giuramento; e quando fossero autenticate -per lettere di Cancelleria, basterebbe perchè il sacramento non -avesse più vigore.» Abbiamo il testo delle riserve autenticate per lettere -di Cancelleria, e confermate il giorno avanti a quello del trattato -dalla persona dello stesso Imperatore in Pisa, com’era chiesto in Firenze. — Vedi -lo stesso <i>Appendice</i>, vol. IV, in principio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa, -lo accomiata con queste parole: <i>Iddio gli dia delle derrate ha date a noi</i>. — Vedi -anche le <i>Istorie Pisane</i> di Raffaello Roncioni. (<i>Archiv. Stor.</i>, -tomo VI, parte I.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span><i>De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa -applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et ultra; -et interim multum examinate fuerunt gentes sue, quarum tercia pars forte -intrare potuit civitatem cum eo et sine armis, et relique remanserunt extra cum -omnibus armis: et die sequenti ivit Sunzinum, ubi valde plus retentus fuit similiter -extra portam, cum simili examinatione et receptione dictarum suarum -gentium: postea transivit per territorium Pergami per Valcamonicam et per -Voltolinam versus.... Sueviam in Alamannia, semper cum magna festinantia, -absque quo aliqua vice esset visitatus vel visus ab aliquibus dominis Mediolani: -die et nocte equitans ut in fuga</i>. (Lettera alla Signoria, da Ferrara -27 giugno 1355; in <i>Archiv. Stor.</i>, Appendice, vol. VII, pag. 408.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span><span class="smcap">Velluti</span>, <i>Cronaca</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span><span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. IV, cap. 70-75.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span>Vedi <i>Appendice</i>, Nº V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span><span class="smcap">Marchionne di Coppo Stefani</span>, nelle <i>Deliz. Erud</i>., tomo XIII, -pag. 112.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span><span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. IV, cap. 69.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span><span class="smcap">Giovanni Villani</span>, lib. XII, cap. 72. — E <span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. II, -cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del -priorato e de’ maggiori uffici del Comune, ove s’hanno a provvedere le -grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini vi pervengono; -e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e di novella -cittadinanza, i quali per grande procaccio e doni e spesa si fanno a’ temporali -di tre in tre anni agli squittini dal Comune insaccare: è questa -tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi e savi e discreti cittadini -di rado possono provvedere a’ fatti del Comune, e in niuno tempo patrocinare -quelli, che è cosa molto strana dall’antico governamento dei -nostri antecessori e dalla loro sollecita provvisione. E per questo avviene, -che in fretta e in furia spesso conviene che si soccorra il nostro -Comune, e che più l’antico ordine e il gran fascio della nostra comunanza -e la fortuna governi e regga la città di Firenze, che il senno e -la provvidenza de’ suoi rettori. Catun intende, i due mesi che ha a stare -al sommo ufficio, al comodo della sua utilità, a servire gli amici o a -disservire i nemici col favore del Comune, e non lasciano usare libertà -di consiglio a’ cittadini.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span>Frammento di <i>Cronaca</i> stampato nella edizione di Donato Velluti. -Firenze, 1731, pag. 148.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>Rubr. 10 degli <i>Ordinamenti di Giustizia dell’anno 1293</i>. (<i>Archiv. -Stor.</i>, Nuova Serie, tomo I, pag. 58.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span><i>Giornale Storico degli Archivi Toscani</i>, vol. I, anno 1857. — Il Comune -di Firenze aveva in Roma anche nell’assenza del Pontefice tre col -titolo di protettori, ai quali nell’anno 1354 erano stanziati dal Consiglio -del Capitano e Popolo Fiorentino 480 fiorini d’oro. (Carte del signor -Giuseppe Canestrini a noi gentilmente comunicate.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Stando a Lapo da Castiglionchio (<i>Discorso</i>, ec.; Bologna, 1753, -in-4, pag. 128), in prima origine il Consiglio Generale sarebbe stato di -quaranta, grandi e popolani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span><i>Statut. Flor.</i>, tomo II, lib. 5, rubr. 5, pag. 491.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span><i>Statut. Flor.</i>, tom. I, pag. 145; e <i>Statuto di Parte Guelfa</i>, cap. 21, -nel <i>Giornale Storico degli Archivi toscani</i>, vol. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span>Nell’intervallo però tra il 1335 e il 58 i Capitani troviamo essere -ridotti a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per una riforma -del 1323 i nuovi Capitani sarebbono eletti da quelli che uscivano: coteste -cose però variavano ad ogni tratto, e Lapo da Castiglionchio dice -che erano essi eletti dal maggior consiglio della Parte e dal consiglio -segreto dei 14. (Discorso, ec., pag. 128.) Abbiamo pure una deliberazione -del 1316, per la quale i Capitani eleggono i cento consiglieri della Parte, -dei quali sono ivi anche i nomi. — Tutto ciò mostra come il governo -della Parte guelfa mantenesse le forme strette che si convengono ad un -reggimento di oligarchi; e tali erano essi veramente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span>Vedi cap. 16 degli <i>Statuti di Parte Guelfa</i>. «Come ogni anno si -spenda in possessioni e in case la maggior quantità di pecunia che -avere si potrà.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span>Parole che accennano a una esperienza lungamente fatta, e quindi -si deve gli ultimi capitoli di Giovanni credere opera di Matteo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 72, 79, 93. — <i>Deliz. Erud.</i>, tomo XIII, -pag. 314 a 28, e 339.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span><span class="smcap">Velluti</span>, <i>Cronaca</i>, pag. 106.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span><i>Deliz. Erud.</i>, tomo XIV, pag. 231.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>Giuravano, <i>devotis animis et curvatis capitibus</i>, fare ogni cosa a -conservazione dello stato e parte dei Guelfi, e <i>ad exterminium æmulorum</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span><i>Deliz. Erud.</i>, tomo XIV, pag. 249.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Alcune parole di Matteo Villani (lib. VIII, cap. 31) ci danno a -credere ch’egli stesso fosse di già segnato in quella lista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span><span class="smcap">M. Villani</span>, lib. VIII, cap. 31, 32, e <span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. IX, -pag. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span><span class="smcap">Marchionne di Coppo Stefani</span>, lib. IX, rubr. 665, pag. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span>La <i>Cronaca</i> di Marchionne rimase inedita fino al passato secolo, -ma era nota nel cinquecento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span><i>Cronaca</i> di <span class="smcap">G. Morelli</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span>Avendo essi a quel tempo inimicizia co’ Mangioni loro vicini, gli -assalirono una sera dopo cena; ed una loro donna uccisero, che stava -sull’uscio a pigliare il fresco; pel quale misfatto ebbero bando dalla -città. E noi troviamo questi Bordoni immischiati prima con Corso Donati -e poi col Duca d’Atene: ma sapevano rendersi popolari, e nell’anno -1311 quella famiglia ebbe privilegio di esenzione dalle gravezze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span><i>Cronica</i>, pag. 109.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span><i>Archivio</i>, detto Libro di <i>Consulte</i>. — In esse troviamo Piero degli -Albizzi e due Strozzi che andavano seco, dar voto tra gli altri più qualificati -cittadini a cui spettavasi per ufficio. Ma i loro nomi stanno tra -gli ultimi che abbiano luogo in que’ registri; e nei pareri da essi dati -nulla è di notabile, come in cosa giudicata, e dove pare che le sentenze, -l’una dall’altra poco difformi, non si dessero senza circospezione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 113.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span><span class="smcap">M. Villani</span>, lib. III, cap. 89, e lib. IV, cap. 14 e seg.; e <span class="smcap">Graziani</span>, -<i>Cronache di Perugia</i> (<i>Archivio Storico</i>, tomo XVI, parte II); <span class="smcap">Ammirato</span>, -<i>Storie Fiorentine</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span>Di Landau, e dice lo Stefani ch’egli era del lignaggio di Wittemberg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span>Leggere gli epitaffi o iscrizioni. — <i>Vita di Cola di Rienzo</i>, scritta -in dialetto romanesco da <span class="smcap">Tommaso Fortifiocca</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span><span class="smcap">M. Villani</span>, lib. VIII, cap. 72 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span>In Firenze l’arte della lana non lavorava per non avere più il -porto a Pisa. (<i>Cronaca Senese</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. R. I</i>., tomo XV, pag. 170.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span><span class="smcap">M. Villani</span>, lib. VIII, cap. 37. — <i>Cronaca Pisana</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, -<i>S. R. I.</i>, tomo XV; e <i>Cronaca</i> di <span class="smcap">Ranieri Sardo</span> in <i>Archiv. Stor.</i>, tomo VI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span>Di tale provvedimento scrive <span class="smcap">Leonardo Aretino</span> (lib. VII): «Questo -certamente non fu altro che fare la propria e domestica moltitudine -diventare vile, vedendo altri difendere le sue sostanze, e loro non imparassino -a difendere sè medesimi e le loro patrie.» — <span class="smcap">Matteo Villani</span> -si lagna che fosse necessità in questa guerra empire le file con la viltà -delle <i>vicherie</i>, o milizie del contado.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>Erano prima venuti gli Ungheri in Italia per le guerre contro la -regina Giovanna di Napoli. Tornava poi contro a’ Veneziani il re Lodovico -l’anno 1356 fin sotto Trevigi. Del modo d’armarsi e di campeggiare -di quella nazione, della moltitudine dei cavalli e dei cavalieri, e -fin del vitto ch’essi usavano, è un bel ragguaglio in <span class="smcap">Matteo Villani</span> -(lib. VI, cap. 53-54).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>Era la Compagnia del Cappelletto famosa in quei giorni: poi novera -il Tronci le Compagnie dell’Aquila Bianca, dell’Aquila Balsana, -delle Chiavi, del Grifon Bianco, del Grifon Staccato, del Leone di rissa, -dei Pappagalli, del Pontedera, degli Spiedi, della Tavola Rotonda ec. -(<i>Annali Pisani</i>, an. 1357.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span>Quivi i soldati oltramontani ch’erano al soldo del Comune di Firenze -avevano prima disegnato un altro Spedale pei malati della loro -gente, come ne avevano uno in Pisa fondato da quelli che ivi dimorarono -dopo la morte di Arrigo VII. (<span class="smcap">Passerini</span>, <i>Storia degli Stabilimenti -di Beneficenza</i> ec., pag. 217.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span><span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. XI, cap. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span>Vedi anche il frammento della Cronaca di messer <span class="smcap">Luca da Panzano</span>. -(<i>Giornale Storico degli Archivi Toscani</i>, tomo V, pag. 70.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span><span class="smcap">Antonio Pucci</span>, che in ottave descrisse l’istoria di questa guerra -contro Pisa, quanto a Pandolfo n’esce con dire: <i>ch’egli ebbe animo perfetto; -e contra sua voglia, per non avere genti, dovette starsi nelle castella; -e che dipoi chiese licenza non senza cagione.</i> (Cantare V, ottav. 30, 46. -<i>Deliz. Erud.</i>, tomo VI.) — Il Pucci fu autore anche del <i>Centiloquio</i>, pubblicato -dallo stesso P. Ildefonso, vol. III. IV, V; ma non è altro che -l’istoria di G. Villani rattratta in terza rima con buona lingua e cattivi -versi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span><span class="smcap">F. Villani</span>, continuazione del lib. XI di Matteo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span>Contro ad essi Urbano V l’anno 1366 stringeva lega, egli per -conto dello Stato della Chiesa, col Comune di Firenze e col popolo Romano -e più altre città e Signori d’Italia. Andarono a questo effetto in -Avignone Giovanni Boccaccio e Francesco Bruni: i negoziati per la lega -e altri documenti che risguardano Urbano V sono da leggere nell’<i>Archiv. -Stor.</i>, tomo XV, e Appendice VII. Vedi anche il <i>Diario di un Anonimo -Fiorentino</i> del secolo XIV nel vol. VI dei <i>Documenti di Storia Italiana</i>, -pubblicati dalla Deputazione di storia patria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span>Aveva per milleseicentoventi fiorini data in pegno ad un mercante -fiorentino la sua corona imperiale, che andando a Roma recuperava col -danaro dei Senesi. — <i>Cronaca Senese</i> di <span class="smcap">Neri di Donato</span>, citata dal Sismondi, -che espone a lungo i fatti di Siena e le mutazioni di quella -Repubblica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Vedi anche <span class="smcap">Bonincontri</span>, <i>Annales Samminiatenses</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. -R. I.</i>, tom. XXI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span>Lo Stefani aggiunge un Brunelleschi ed un altro Adimari; noi -diamo i nomi dalla Provvisione che ci ebbe comunicata il signor Canestrini, -e che l’Ammirato aveva letta in originale. Per quello che spetta -all’Acciaiuoli è da notare che Matteo Villani appare a lui molto devoto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span><span class="smcap">Ammirato</span>, an. 1358.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Ammirato</span> agli anni 1352-66, che sono postille di Scipione -Ammirato il Giovine. Sarebbe mancata in quegli anni la persona del Capitano -ma non cessato l’uffizio; nelle Provvisioni si vede il Consiglio -del Popolo ritenere sempre il nome di Consiglio del Capitano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span>Una Provvisione de’ 31 maggio 1359 annulla le fedi o attestazioni -che taluni si avevano procacciate di buoni guelfi: una somigliante, scrive -Gio. Morelli, averne avuta i maggiori suoi. Altra Riforma del 1361, -24 aprile, ordina: che agli scrutini dei maggiori uffici assistano quelli -tra’ Capitani di Parte che siano di popolo, ed i Capitani che siano dei -grandi agli scrutini per gli uffici dai quali non siano esclusi i magnati -e gli uomini del contado (<i>comitatini</i>): che i Capitani grandi intervengano -al Consiglio del Potestà cioè del Comune, ed i popolani intervengano -al Consiglio del Capitano cioè del Popolo. Da un altro documento della -Parte guelfa (12 dicembre 1366) apparirebbe che gli scrutini pe’ maggiori -uffici della Repubblica fossero tenuti almeno per qualche tempo -nel Palagio della Parte; ivi registrandosi le spese fatte «occasione -scruptinei fiendi de Prioribus Artium et Vexilliferi iustitiæ, Gonfaloneriorum -sotietatum et XV bonorum virorum in Palactio dictæ Partis de -præsenti anno.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span>Alcuni ne ha dati il P. Ildefonso ed altri ne abbiamo nel <i>Diario -di Anonimo Fiorentino</i>, vol. VI dei <i>Documenti di Storia Italiana</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span>«Come (restituire) il perdimento della libertà che tutte cose sormonta? -Di quello che poco dire non si può, è meglio il tacere: e qui -far fine si dee, e dar luogo a chi molto può e poco fa, et a molti offende. -Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon piacere.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span><span class="smcap">Filippo Villani</span>, cap. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span>Provvisione dei 3 novembre e 8 dicembre 1366 e 26 maggio 1367.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span><span class="smcap">Velluti</span>, <i>Cronaca</i>, pag. 106, 111.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span>«Chi supplicasse, venga immediatamente scritto nei libri della -Parte come Ghibellino ed inabile ad ogni ufficio; e il notaio della Parte -intanto subito lo ammonisca: chi cancellasse dai libri quel nome sia -punito come falsario coll’incendio delle sue case.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span>«Quando ero fanciullo che uscivo dall’abbaco, circa 1363, ricordomi -gridarsi da’ fanciulli dell’abbaco, quando uscivano: <i>Vivano le berrette</i>, -che tanto vuol dire quanto: viva la portatura di uomini degni; -<i>Muoiano le foggette</i>, che tanto voleva dire quanto: muoiano gli artefici -e uomini di vil condizione. E nel 1378 si rivolse tal detto, e dicevasi: -<i>viva le foggette, e muoiano le berrette</i>.» (<i>Ricordi</i> di <span class="smcap">Gino Capponi</span>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span>Provvisione degli 11 luglio 1371.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span>Provvisione del 27 gennaio 1371 (stile fiorentino). — Vedi <i>Appendice</i> -Nº VI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span><span class="smcap">P. Boninsegni</span>, pag. 606.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span>«Fosti voi colui che ordinaste e dettaste quella utile legge e riformagione -di Comune, che non permette che contro a Parte si faccia -alcuna riformagione senza certa grande solennità.» (Lettera di <span class="smcap">Bernardo -da Castiglionchio</span> a Lapo suo padre, pubblicata insieme al Discorso.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span>«Per certo i Fiorentini voleano del tutto rompere.» (<i>Cronaca di -Bologna</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. R. I.</i>, tomo XVIII, pag. 498.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span>È da vedere ampiamente svolto il concetto ghibellino risguardo -al dominio temporale della Chiesa nel <i>Chronicon Placentinum</i>, in <span class="smcap">Muratori</span>, -<i>S. R. I.</i>, tomo XVI, col. 528 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span>Il <span class="smcap">Bonincontri</span>, <i>Annales</i>, pag. 23, scrive la distruzione degli Ubaldini -avere destata la nimicizia del Legato contro ai Fiorentini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span>«Negli anni 1346-7 essendo stata in Firenze grande carestia e -mortalità e tremoti, novantaquattro mila persone avrebbero avuto il pane -dal Comune.» (<span class="smcap">Giovanni Villani</span>, lib. XII, cap. 73.) — E d’un’altra carestia -poco sentita in Firenze vedi <i>M. Villani</i>, lib. III, cap. 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span><i>Cronichetta d’incerto</i>, tra quelle stampate dal Manni; Firenze, 1733; -pag. 102.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span>L’anonimo autore della <i>Cronaca Pisana</i> (<i>S. R. I.</i>, tomo XV, -pag. 1067) scrive, il Papa avere chiesto aiuto di danaro alle città di -Firenze, Pisa e Siena, le quali erano seco in Lega; ma gli furono date -parole: «che se prima le città di Toscana avessino mandato al Papa -ottomila fiorini, il Papa non avrebbe fatto pace con i Signori di Milano, -e la Toscana sarebbe rimasa in pace.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span>Andando a morte, furono attanagliati per le vie della città e da -ultimo sepolti vivi col capo all’ingiù, che dicevano propagginare. Questo -barbaro modo di pena, riferito nella <i>Cronichetta d’incerto</i> (Firenze, -1733, pag. 203), e dal Monaldi nel <i>Diario</i> (con le <i>Storie Pistolesi</i>, Firenze, -1733) è tra le accuse ai Fiorentini date nel Breve di Gregorio XI. -(<span class="smcap">Raynaldi</span>, <i>Annales</i>, tom. VII, pag. 278.) Quivi e dal Monaldi è detto il -prete essere monaco. — Abbiamo il processo di quei due pubblicato dal -signor Alessandro Gherardi (<i>Archivio Storico Italiano</i>, Serie 3ª, tomo X, -parte I, pag. 1 a 23).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span>Il signor Alessandro Gherardi pubblicava tutta quella parte degli -Atti del Comune la quale risguarda a questa guerra e al magistrato degli -Otto, preceduta da una sua <i>Memoria</i>. (<i>Archivio Storico</i>, tomi VI e VII, -Serie 3ª.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span><span class="smcap">G. Villani</span>, lib. XII, cap. 43, 58, e <span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. VIII, -rubr. 616 e 628. — Mentre fu in Roma Urbano V, la Signoria ebbe cura -di sospendere per sei mesi ogni statuto che andasse contro alle ecclesiastiche -libertà; ed assegnava compensi ai Frati mendicanti e agli Spedali -per le gabelle pagate alle porte della città, con altri provvedimenti -che l’Ammirato registra sotto gli anni 1367-68.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span><span class="smcap">Tommasi</span>, <i>Storia di Lucca</i> (<i>Archiv. Stor.</i>, tomo X, pag. 254). — Pisa -rifiutava la lega a’ 5 dicembre 1375 (<span class="smcap">Roncioni</span>, <i>Istorie Pisane</i> in <i>Arch. -Stor</i>., tomo VI, parte I, pag. 921), ma v’entrava con le altre a’ 12 marzo -1376: bensì una lettera di Coluccio Salutati (<i>Colucii Epistolæ</i>, tomo I, -pag. 84) non ha i Pisani ed i Lucchesi tra’ collegati ai quali sono in -quella lettera assegnate le rate che ognuno doveva pagare per le spese -della guerra; e in quanto a queste due città è da vedere la lettera ai -Lucchesi di santa Caterina che ha il n. 206 nella edizione del Gigli. E -pure la <i>Cronaca Pisana</i> di <i>Ranieri Sardo</i> (<i>Arch. Stor.</i>, tomo VI, parte II, -pag. 289 a 94); e la <i>Cronaca Senese</i> di <span class="smcap">Neri di Donato</span>, in <span class="smcap">Muratori</span>, -<i>S. R. I.</i>, tomo XV, pag. 245 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span><span class="smcap">Domenico Boninsegni</span>, <i>Storia Fiorentina</i>, pag. 367-68.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span><span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. IX, pag. 144.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span><span class="smcap">D. Boninsegni</span>, pag. 565.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span><span class="smcap">Raynaldus</span>, tomo VII, pag. 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span>Si legge pure (<span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, rubr. 836, tomo XV) che -«essendo al Concistoro il Papa co’ Cardinali, e cominciato a leggere il -processo, un prete ch’era colla moltitudine a vedere, gli si diè il mal -maestro (<i>epilessia</i>). Messer Donato cominciò a gridare: guardatevi dinanzi, -chè il Santo Padre vegga. Ogni uomo si cessò; egli si trasse innanzi, -e non disse Santo Padre, ma — Messere, guardate come li vostri -famigli e clientoli cominciano a stramazzare per la ingiusta sentenza, -innanzi ch’ella sia letta; pensate che seguirà, letta: eh perdio non date -sì ingiusta sentenza, come questa è! — con tanto ardire e franco animo -che ogni uomo si maravigliò; ed il Papa turbato delle parole, se non -fosse stato raffrenato, gli avrebbe fatto villania. Donato gridava, che -la morte era acconcio a soffrire per non tacere la ingiusta condannagione -contro al Comune di Firenze; e molto prima avea rimediato con -umiltà infino a quello punto, quanto uomo avesse potuto fare.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span><i>Cronaca Pisana</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. R. I.</i>, tomo XV, pag. 1071; e -vedi gli altri sopracitati. — Bonnaccorso Pitti giovinetto fu tra’ Fiorentini -imprigionati in Avignone. (Vedi la sua <i>Cronaca</i>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span>«La gente che avete assoldata per venire di qua, sostentate e -fate sì che non venga, perocchè sarebbe piuttosto guastare che acconciare. -Guardate, per quanto Voi avete cara la vita, Voi non veniate con -sforzo di gente; ma con la croce in mano, come agnello mansueto.» -(<span class="smcap">Santa Caterina,</span> Lettera VI a Gregorio XI.) — <span class="smcap">Petrarca</span>, <i>Apologia -contra Gallorum calumnias.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>Sull’eccidio di Cesena vedi <i>Scritture sincrone</i> (<i>Arch. Stor</i>., Nuova -Serie, tomo VIII, parte II, 1858): e vedi intorno a questi fatti, <span class="smcap">S. Antonin.</span>, -<i>Chronicon</i>; e <span class="smcap">Baluzio</span>, <i>Vitæ Paparum Avenionensium.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span><i>Cronaca Senese</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>R. I. S.</i>, tomo XV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span>Scrive la <i>Cronaca di Bologna</i> in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. R.</i>, tomo XVIII, -pag. 511 e seg.: «I Fiorentini tutto faceano per torsi la briga d’addosso -e darla a noi, come di continuo aveano fatto: aveano a male la -pace che noi trattavamo colla Chiesa, ma non era in loro danno; e la -libertà che essi ci diedero, co’ nostri cattivi cittadini fu favoreggiata -per modo che Dio ne guardi i cani.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span>Abbiamo una lettera di Coluccio Salutati dove in nome della Repubblica -esorta gli Aretini ad estirpare le radici di quel male e a procedere -senza misericordia contro gli autori di esso; ed in un’altra dello -stesso giorno (8 settembre 1377) gli rimprovera perchè avessero incautamente -rimosso la scure pendente sul collo del Vescovo, e lasciatolo -fuggire. Tuttociò in ampie altisonanti parole, molto ammirate in quella -età. (<i>Epist</i>. <span class="smcap">Colucii</span>; Firenze, 1741; tomo I, pag. 104.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span><span class="smcap">Bonincontri</span>, <i>Annales</i>, in <span class="smcap">Muratori</span>, <i>S. R. I.</i>, tomo XXI, pag. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span><i>Epistolæ</i> <span class="smcap">Colucii</span>, tomo I, pag. 58 a 82. «Recordetur Regnum Dei -non esse cibum et potum, sed iustitiam, pacem et gaudium in Spiritu -sancto ec.» In queste parole sembra a me che la rettorica di Coluccio -pigliasse colore dalla eloquenza della Senese, le cui Lettere dovevano in -Firenze essere divulgate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span><span class="smcap">Boninsegni</span>, pag. 588.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Lettera di Coluccio a Ruggero Cane, 22 ottobre 1377.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span><span class="smcap">Stefani Marchionne</span>, lib. IX, rubr. 757.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span><span class="smcap">D. Boninsegni</span>, pag. 581; e <i>Cronichetta d’incerto</i> ec, pag. 211.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span><span class="smcap">Capponi Gino</span>, <i>Tumulto de’ Ciompi</i>, pag. 227.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span><span class="smcap">Santa Caterina</span>, lettere 197, 198, 199. — Vedi anche la lettera 207 -a Niccolò Soderini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span>Lettera 2 a Gregorio XI; e vedi pure la lettera 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span>«Fu sì grande il numero di coloro che furono riformati (ammoniti), -che tutta quasi la città per tal cagione gridava; ma la Santa -Vergine nè ciò fece nè volle farlo, anzi sommamente se ne dolse, e di -più comandò e tosto disse a molti e fece dire ad altri, che pessimamente -facevano a stender le mani a tanti e di tal condizione; nè dovevano -di ciò ch’era stato fatto per ottener la pace, valersi per gli odii -loro tanto ingiustamente ad una domestica guerra.» (<i>Vita di Santa Caterina -da Siena</i>, per Fra <span class="smcap">Raimondo da Capua</span>.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span><i>Vita di Santa Caterina</i> di Fra <i>Raimondo da Capua</i>, ediz. del Gigli, -tomo I, pag. 452-53. — <span class="smcap">Capecelatro</span>, <i>Vita della medesima</i>. — <span class="smcap">Tommaséo</span>, -<i>Lettere di Santa Caterina</i>. — <span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. IX, rub. 773, -pag. 179.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span>Vedi oltre allo Stefani il <i>Diario</i> del Monaldi pubblicato con le -<i>Istorie Pistolesi</i> (Firenze, 1733). — Il Magalotti, essendo una volta dei -Priori, aveva tentato imporre un freno alle violenze dei Caporali di -Parte guelfa. (<span class="smcap">P. Boninsegni,</span> pag. 607.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span><span class="smcap">D. Boninsegni</span>, pag. 580-81.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span>Vedi <i>Appendice</i>, Nº VII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Pagarono centocinquanta mila fiorini d’oro, ed altri scrive dugento -mila. (<span class="smcap">Stefani Marchionne</span>, lib. X, pag. 15.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>«La Chiesa divisa fa per il Comune nostro e per la nostra libertà -mantenere; ma è contro all’anima, e però non vi si debbe dare -opera, ma lasciar fare alla natura.» (<i>Ricordi</i> di <span class="smcap">G. Capponi</span>.) — «La -vicinità della Chiesa è stata ed è grandissimo ostacolo; la quale per -avere le barbe tanto fondate quanto ha, ha impedito assai il corso del -dominio nostro.» (<i>Ricordi</i> di <span class="smcap">Francesco Guicciardini</span>, nº 353.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Questo si vede nella lingua inglese, dove generalmente le parole -astratte e certe derivazioni più sottili vengono dal latino, perchè insegnate -e propagate da scuole latine; l’idea più semplice esprimendosi -tuttavia con voce germanica. Le scuole poste dai Romani cominciarono -la coltura del popolo inglese fino dai tempi di Agricola; ed il re Alfredo -più secoli dopo sapeva di latino, e anche di greco, quando nulla -ne sapevano i suoi Germani: così la lingua inglese si formava tedesca -di origine, latina di scuola.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«<i>De secreto conflictu curarum suarum</i>.»</p> -<p class="i01">«Nè sì nè no nel cuor mi suona intero.»</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span><span class="smcap">Tommasèo</span>, <i>Lettere di Santa Caterina da Siena</i>. Quattro volumi, -Firenze, G. Barbèra, 1860.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span><i>Lettere del Beato Giovanni dalle Celle</i>. — <i>Lettere di Santi e Beati -Fiorentini</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span><span class="smcap">Matteo Villani</span>, lib. I, cap. 8 e 90. — <span class="smcap">Ammirato</span>, <i>Stor. Fior.,</i> -an. 1334. — <span class="smcap">Prezziner</span>, <i>Storia dello Studio fiorentino.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span><span class="smcap">Marchionne Stefani</span>, lib. XII, rub. 946.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Il Boninsegni, che trasse ogni cosa dal Villani, rinchiude il discorso -in queste parole: «Chi cercherà bene, troverà che Roma e tutte -l’altre terre di Toscana sono libere da ogni sommessione imperiale, perchè -in lei fu il principio dello Imperio.» <i>Storia Fiorentina</i> del <span class="smcap">Boninsegni</span>, -pag. 437.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span>In questo luogo è oscurità, dipoi vengono parole inutili: alcuni -però dei punti che abbiamo dovuto noi porre sono colpa della fallace -lezione, la quale deturpa e toglie senso alcune volte alle Istorie dei tre -Villani. Sarebbe tempo cessasse questa vergogna della inerzia nostra, e -che uno al certo tra’ più insigni documenti di que’ secoli non fosse a -luoghi un geroglifico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span><i>Discorsi</i> di <span class="smcap">Vincenzio Borghini</span>, tomo II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Chi si sarebbe mai figurato che Anton Maria Salvini fosse un -uomo feroce?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span>Ritrinciarsi, <i>se retrancher</i>. Abbiamo <i>trincèa</i>, non da <i>trinciare</i>, ma -da <i>tranchée</i>, parole che sono tutte dello stesso parentado; ed il Salvini -per uso suo fece quest’altro equivalente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span>Le provvisioni che si pubblicano in quest’Appendice son tratte -dagli originali Registri, esistenti nell’Archivio di Stato di Firenze; e -alcune di esse furon trascritte in un Codice di Nº 749 già appartenuto -al Magistrato dei Capitani di Parte ed ora conservato nel medesimo -Archivio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>Riproduciamo questa <i>Nota</i> qual’era nella edizione prima e solamente -con poche aggiunte che allora non furono in tempo alla stampa. -D’allora in poi molti hanno continuata questa benedetta controversia -intorno alla Storia di Dino Compagni, e i nostri lettori ci sapranno -grado se noi ci asteniamo dal ripigliarla per nostro conto: qual cosa -vorremmo potere dire del breve esame che ne ha fatto il dotto signor -prof. Hegel, ma non è permesso a noi di lodarlo perchè egli inclina -verso le opinioni nostre. Dunque ce ne stiamo a quello che prima fu -detto da noi.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div lang='en' xml:lang='en'> -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK <span lang='it' xml:lang='it'>STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE V. 1/3</span> ***</div> -<div style='text-align:left'> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the trademark -license, especially commercial redistribution. -</div> - -<div style='margin:0.83em 0; font-size:1.1em; text-align:center'>START: FULL LICENSE<br /> -<span style='font-size:smaller'>THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE<br /> -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK</span> -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -To protect the Project Gutenberg™ mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase “Project -Gutenberg”), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg™ License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg™ electronic works -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg™ -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person -or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.B. “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg™ -electronic works. See paragraph 1.E below. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the -Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. 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If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg™ -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any -Defect you cause. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s website -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg™ concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg™ eBooks with only a loose network of -volunteer support. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our website which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This website includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</div> -</div> -</body> -</html> diff --git a/old/67295-h/images/cover.jpg b/old/67295-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index b33e913..0000000 --- a/old/67295-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
