summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/67295-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/67295-0.txt')
-rw-r--r--old/67295-0.txt15402
1 files changed, 0 insertions, 15402 deletions
diff --git a/old/67295-0.txt b/old/67295-0.txt
deleted file mode 100644
index 874ce81..0000000
--- a/old/67295-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,15402 +0,0 @@
-The Project Gutenberg eBook of Storia della Repubblica di Firenze v.
-1/3, by Gino Capponi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
-
-Author: Gino Capponi
-
-Release Date: February 1, 2022 [eBook #67295]
-
-Language: Italian
-
-Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed
- Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
- produced from images made available by The Internet
- Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI
-FIRENZE V. 1/3 ***
-
-
- STORIA
- DELLA
- REPUBBLICA DI FIRENZE
-
- DI
- GINO CAPPONI.
-
- SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE
-
- TOMO PRIMO.
-
-
-
- FIRENZE,
- G. BARBÈRA, EDITORE.
- 1876.
-
-
-
-
- Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per
- godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
-
- G. BARBÈRA.
-
- _Gennaio 1875._
-
-
-
-
-PREFAZIONE
-
-ALLA PRIMA EDIZIONE IN-8º DEL 1875.
-
-
-Essendo a tutti oramai noto che le Prefazioni si fanno da ultimo; e
-poichè, fuori d’ogni mia speranza, mi fu concesso condurmi al termine
-di questo lavoro, voglio pur dire intorno ad esso alcune cose che
-poi mi dispiacerebbe avere taciute. Che io mi ci mettessi, andò a
-questo modo. Una gentile francese, madama Ortensia Allart, nota in
-Italia come in Francia per molte sue pubblicazioni, frutto di studi
-più che femminili e d’un pensiero che gode spaziare sul corso dei
-tempi; mandò alle stampe nel 1843 un ristretto della Storia della
-Repubblica Fiorentina, che per molti rispetti è il migliore di quanti
-se ne abbiano tentati fin qui. Di questo Libro il signore Alessandro
-Carraresi negli anni seguenti aveva compito una traduzione: ma in esso
-alcune cose erano di troppo per noi Italiani, altre non bastavano.
-Mi posi a farvi così a mente alcune note, poi a ristringere alcuni
-brani del testo francese, altri ad allargare: così a poco a poco mi
-trovai con tutto il pensiero dentro alla Storia di Firenze. I tempi
-erano fortunosi e a me difficili per molti rispetti: questo pensiero
-m’accorsi che mi era un riposo, e quindi usciva, quale si sia,
-l’Istoria presente, spesso interrotta per varie cause intramezzata
-da altri studi. In essa ritrovo perfino certe intonazioni che nei
-primi tempi a me venivano dallo Scrittore francese; di queste cose
-io ringrazio la Donna gentile, e più dell’avermi, senza che ella vi
-pensasse, imposto un obbligo che a me fu spesso un grande sollievo.
-Assunto una volta, mi pareva che fosse dovere di galantuomo porvi
-grandissima diligenza e molto pensarvi; perchè una storia fatta alla
-leggera, spesso riesce una storia falsa, cioè una menzogna. Così per
-tutti i mancamenti di questo Libro, sappia il Lettore che io non cerco
-a me altra scusa, eccetto quella molto plausibile del non avere io
-saputo fare più e meglio.
-
-In questi tempi un’altra cosa venne a fermare in me il proposito di
-pormi sul serio a fare una Storia della Repubblica di Firenze. N’ebbe
-prima in mente l’idea il signor Thiers, tanto da avere bene adocchiato
-e lungamente adoperato nel Canestrini l’uomo capace a provvedergliene
-qui la materia dagli Archivi nostri. Soleva dire il signor Thiers, che
-a lui parendo andare il mondo a una democrazia, era sopra ogni altra
-storia da studiare questa, come la più democratica dei tempi antichi e
-dei moderni. Ma un’altra Storia maggiore di troppo e tutta francese a
-sè chiamava l’illustre Autore; ed egli ha in oggi deposto affatto ogni
-pensiero di questa nostra, la quale avrebbe da lui avuta una celebrità
-che da niun altri potrebbe avere.
-
-Contuttociò non avrei potuto in modo nessuno venire a capo di
-questo Libro se allo scriverlo non avessi avuto l’opera continua e
-amorevole del Carraresi che potrà sempre dire pensando a me, _oculus
-fui cæco_. Mi è caro poi rendere grazie al signor Cesare Guasti che
-all’edizione volle prestare con tanta sua benignità le ultime cure, e
-che l’arricchiva di alcuni Documenti, con l’aiuto di quei valentuomini
-che nel Grande Archivio di Stato seco attendono a una istituzione
-molto onorevole al Paese nostro. Nè potrei qui tacere il nome del
-signor Barone Alfredo Reumont, del quale ho già detto a suo luogo
-come egli mi abbia nelle frequenti sue conversazioni di questi anni
-fatto quasi respirare l’aria di quei secoli nei quali vive con la
-memoria capacissima. Mi fu egli inoltre d’eccitamento alla presente
-pubblicazione, cui fece onore forse anche troppo il signor Gaspero
-Barbèra, quando egli volle a una Storia tutta popolana dare un abito
-che ha del signorile.
-
-
-
-
-SOMMARI DEL TOMO PRIMO.
-
-
- LIBRO PRIMO.
-
- _Capitolo_ I. — ORIGINE DI FIRENZE Pag. 1
-
- Firenze, mercato di Fiesole, poi colonia romana. — Editto di
- Tiberio a favore dei Fiorentini. — Traccie d’edifizi romani
- in Firenze. — An. 405, 8 ottobre, giorno di Santa Reparata,
- un esercito di barbari sotto Radagasio è debellato da
- Stilicone nei monti di Fiesole. — An. 542, Totila re Goto
- assedia Firenze; la quale nè fu distrutta da Attila, nè
- riedificata da Carlo Magno. — Il Cristianesimo in Firenze
- fino dal IV secolo; antichi vescovi e antiche chiese. —
- Firenze, figlia di Roma; la razza etrusca si mantenne più
- in Fiesole. — Leggende intorno a Catilina e ad un re di
- Fiesole. — Vennero i Barbari e pigliarono residenza negli
- alti luoghi e nei castelli: gli antichi popoli abitavano
- le pianure. — Prime famiglie venute a stare in Firenze. — I
- Barbari poco numerosi nella Toscana, per la magrezza del
- suolo, e per essere meno percorsa dagli eserciti. — Verso
- l’anno 1010 i Fiesolani e i Fiorentini fanno un solo popolo
- con un solo stemma; è però falso che in quell’anno i
- Fiorentini pigliassero Fiesole.
-
- _Capitolo_ II. — LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONE DEL
- CONTADO. — PRIME ZUFFE CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ
- DI TOSCANA. [AN. 1050-1215] 8
-
- La contessa Matilde. — Primo cerchio della città e nuova
- cinta di mura. — An. 1081, l’imperatore Arrigo IV assedia
- Firenze, poi è costretto levare il campo. — La contessa
- Matilde promuove le libertà comunali ed amplia a Firenze
- il contado: le milizie fiorentine combattevano sotto al
- comando della Contessa. — An. 1115; morte della Contessa
- Matilde: progredisce l’indipendenza della città, soccorso
- ai Pisani e storia delle colonne di porfido. — An. 1125,
- presa di Fiesole: an. 1135, castello di Montebuoni
- abbattuto e i Buondelmonti costretti farsi cittadini. —
- Altre guerre in Toscana dove interviene l’autorità dei
- Marchesi. — An. 1147, crociata in Terrasanta. —
- Cacciaguida. — Firenze e Pisa messe al bando dell’Impero. —
- Le città di Toscana esercitando l’indipendenza si
- preparano a possederla. — Firenze in guerra con gli Aretini
- e coi Senesi. — An. 1177, prime guerre civili in Firenze:
- gli Uberti. — Pace di Costanza, an. 1183. — Empoli divenuta
- censuaria dei Fiorentini: castelli espugnati, i Conti di
- Mangona e di Vernio ricevuti in accomandigia. — Il
- Barbarossa venuto in Toscana toglie a Firenze tutto il
- contado. — Arrigo suo figlio tiene l’an. 1187 corte in
- Fucecchio; poi, morto il padre l’an. 1190, crea Duca di
- Toscana Filippo suo fratello. Questi l’an. 1197, morto
- Arrigo, abbandona l’Italia, e fu l’ultimo in Toscana dei
- Duchi o Marchesi: Firenze racquista il suo Contado. —
- Prima Lega Toscana fermata in San Genesio alla presenza di
- due Legati di Celestino III. — Certaldo e Figline fanno
- dedizione al Comune di Firenze; Semifonte distrutto per
- lunga guerra con divieto di farlo risorgere. — Montelupo
- edificato all’incontro di Capraia che era in forza dei
- Conti Alberti; Montemurlo avuto in compra dai Conti Guidi;
- altri castelli abbattuti: tenevano in protezione
- Montepulciano e Montalcino, dal che lunghe guerre co’
- Senesi.
-
- _Capitolo_ III. — GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI,
- BUONDELMONTI E UBERTI. — AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. —
- GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI GUELFI. [AN. 1215-1249.] 22
-
- Firenze retta da Consoli, dei quali varia il numero; antichi
- sono i Consoli delle Arti. — I Potestà non cominciano in
- Firenze subito dopo la pace di Costanza; dal 1218 in poi
- continua la serie dei Potestà sempre forestieri. — I
- Vescovi non ebbero in Firenze giurisdizione politica, e
- furono spesso col popolo. — Fondazione dell’Abbazia di
- Valombrosa. — 1215. Uccisione di Buondelmonte dei
- Buondelmonti: le nobili famiglie della città si dividono,
- e vi entrò il nome di Guelfi e di Ghibellini. — 1217.
- Cavalieri fiorentini alla Crociata; Buonaguisa della
- Pressa. — 1218. I Fiorentini fanno giurare alla Signoria
- del Comune tutto il Contado, e nel 1233 registrare i nomi
- degli abitatori, ciascuno secondo la sua condizione:
- abbattono molte castella di Nobili. — Continua la guerra
- con Siena. — Guerra contro Pisa. — 1229. Muore Accorso da
- Bagnolo glossatore. — Firenze cresceva molto in quest’anni
- per le arti e pei commerci: antichi dentro la città il
- Battistero di San Giovanni, e fuori il tempio di San
- Miniato. — Si popola il Sesto d’Oltrarno per nuove
- famiglie; edificazione di due ponti. — Sètta dei Paterini
- in Firenze, promossa da Federigo: battaglie contro essi in
- città, ricordate da due colonne. — Fondazione dell’Ordine
- dei Serviti. — I Ghibellini di Firenze rafforzati da
- cavalieri tedeschi, percuotono i Guelfi; questi,
- abbandonata la città, si spargono pei castelli e per le
- ville. — Torri dei Guelfi abbattute. — Espugnazione del
- castello di Capraia, dove molti Guelfi se erano rifuggiti;
- i quali trattati crudelmente dall’Imperatore sono da lui
- condotti in Puglia.
-
- _Capitolo_ IV. — PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI
- ANZIANI. — FELICITÀ DEI GUELFI. [AN. 1250-1254.] 34
-
- I Guelfi pigliano forza: il popolo si raduna in arme, elegge
- un Potestà nuovo e un Capitano del Popolo e dodici Anziani
- [20 ottobre 1250]. — Descrizione della gioventù in
- compagnie, sotto al comando del Capitano del Popolo. —
- Popolazione del contado divisa in leghe per la difesa del
- Comune. — Fondazione del Palazzo del Potestà. — Firenze si
- dichiara guelfa. — Nobili famiglie ghibelline mandate in
- bando fanno lega co’ Senesi. — Nuova moneta del fiorino
- d’oro. — Firenze si pone a capo della Parte guelfa;
- rinnalza e assicura questa nella città di Pistoia, soccorre
- i Perugini, combatte guerre fortunate contro Arezzo e
- Volterra e Pisa e Siena. — An. 1254, ch’ebbe nome d’anno
- vittorioso.
-
- _Capitolo_ V. — MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. —
- BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN. 1254-1260.] 39
-
- Moti dei Ghibellini, e bando dato alle maggiori di quelle
- famiglie. — Guerra con Pisa in servigio dei Lucchesi; virtù
- d’Aldobrandino degli Ottoboni. — Costumi dei Fiorentini. —
- Serraglio dei Leoni. — Guerra con Siena. — Il Carroccio. —
- Astuzia di Farinata degli Uberti; cavalieri tedeschi
- mandati da Manfredi. — Inganno tessuto da Farinata ai
- Fiorentini. — Consigli del Tegghiaio Aldobrandi e degli
- uomini prudenti; temerità d’alcuni degli Anziani. — Aiuti a
- Firenze di tutti i Guelfi di Toscana, a Siena delle città
- ghibelline. — I Fiorentini pongono il campo sul fiume
- dell’Arbia presso al castello di Montaperti. — Apparecchi
- dentro Siena, battaglia, tradimento di Bocca Abati, difesa
- del Carroccio. — Grande sconfitta dei Guelfi.
-
- _Capitolo_ VI. — FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA
- DEGLI UBERTI VIETA LA DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA
- DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI CARLO
- D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [1260-1266.] 51
-
- I Ghibellini in Firenze. — Le famiglie Guelfe abbandonano la
- città. — Parlamento in Empoli, dove Farinata proibisce che
- Firenze sia disfatta. — La Toscana viene tutta nelle mani
- dei Ghibellini. — Famiglie guelfe rifugiate in Lucca, di
- dove poi sono costrette partirsi. — Miseria dei Guelfi, che
- si spargono per l’Italia e fuori. — Urbano IV chiama in
- Italia Carlo d’Angiò fratello di San Luigi re di Francia. —
- Battaglia di Benevento, morte di Manfredi.
-
- _Capitolo_ VII. — FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE
- DELLE ARTI. — MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — GOVERNO
- DELLA CITTÀ DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI. [AN. 1266-1267.] 56
-
- I Guelfi levano il capo. — Due Frati Gaudenti vengono in
- Firenze a stare in luogo del Potestà. — Questi eleggono
- trentasei buoni uomini a riordinare la città. —
- Costituzione in collegi armati delle sette Arti maggiori e
- di cinque minori. — Insorgono molte potenti famiglie
- ghibelline, e con l’aiuto di cavalieri tedeschi combattono
- il popolo; ma tutti insieme sono costretti uscire dalla
- città, che rimase allora libera di sè stessa. — Signoria
- data al re Carlo per dieci anni. — Ingerenza in questi
- fatti del pontefice Clemente IV. — Costituzione della
- città: vendita dei beni dei Ghibellini: famiglia dei
- Mirabeau. — Creazione del magistrato di Parte guelfa. —
- Venuta in Firenze del re Carlo.
-
- LIBRO SECONDO.
-
- _Capitolo_ I. — GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE
- LATINO. — ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI.
- [AN. 1268-1282] 69
-
- 1268. Corradino in Toscana. — Vendette contro ai Ghibellini.
- — An. 1273. Gregorio X in Firenze; pace da lui procurata
- tra le due parti, ma subito rotta; la città interdetta. —
- Per la prepotenza del re Carlo, Niccolò III consente al
- ritorno d’un luogotenente imperiale in San Miniato. —
- Discordie tra’ Guelfi. — 1280. Niccolò III manda il
- Cardinale Latino in Firenze: questi ferma una pace per la
- quale tornano i Ghibellini; i magistrati da mutarsi ogni
- due mesi: il Papa custode di quella pace. — Vespro
- siciliano. — Termine della Signoria di dieci anni concessa
- al re Carlo. — Abbassamento della Parte ghibellina. —
- 1282. Istituzione del Priorato. — Ordinamento delle Arti
- minori.
-
- _Capitolo_ II. — SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL
- CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI
- GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E
- BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.] 81
-
- Sconfitta dei Pisani alla Meloria: il Conte Ugolino della
- Gherardesca. — Guerra contro ai Ghibellini di Arezzo. —
- Vantaggio ottenuto dagli Aretini alla Pieve del Toppo.
- Formazione dei due eserciti. — 11 giugno 1289, battaglia
- di Campaldino: grande rotta dei Ghibellini. — Mossa inutile
- verso Arezzo. — Feste in Firenze.
-
- _Capitolo_ III. — GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA
- CONTRO I GRANDI. — ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO.
- [AN. 1293-1295.] 89
-
- Felice stato della città. — Gli antichi Nobili e gli uomini
- del Contado. — 1293. Giano Della Bella. — Ordinamento della
- Giustizia e leggi successive contro ai Grandi. —
- Istituzione dell’ufficio di Gonfaloniere, sommo magistrato
- eletto a due mesi per la difesa dello Stato popolare e per
- l’esecuzione delle leggi contro ai Grandi. Aveva il comando
- delle milizie cittadine e di quelle che venivano
- somministrate dalle Leghe del Contado. — Pace con Pisa. —
- La città si divide per la esecuzione delle nuove leggi;
- avversi i giudici alle condanne. Il magistrato di Parte
- guelfa. I Grandi attizzano contro a Giano Della Bella
- l’odio del popolo; quegli va diretto al fine suo. — 1295.
- Corso Donati accusato di malefizio, viene assolto dal
- Potestà; questi, assalito dal popolo in furia, è tolto di
- ufizio. — Inquisizione contro a Giano per avere messo la
- terra a romore; Giano si parte ed è bandito. — Bonifazio
- VIII nemico a Giano: questi moriva esule in Francia.
-
- _Capitolo_ IV. — CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI.
- [AN. 1295-1300.] 103
-
- Vendette di parte; il Pecora beccaio. — I Grandi e i
- Ghibellini chiamano in Arezzo un Capitano dell’Imperatore.
- Non fece alcun frutto, e i Guelfi viepiù si rinforzavano.
- — Comincia la edificazione di Santa Maria del Fiore, di
- Santa Croce, e del Palazzo della Signoria. — Vieri dei
- Cerchi e Corso Donati. — Le parti loro pigliano nome di
- Bianca e Nera. In questa, le nuove famiglie mercanti che
- dominavano la città col nome guelfo: la parte Bianca era
- meno astiosa contro ai Grandi e ai Ghibellini. — Zuffe in
- città tra le due parti. — 1300. Bonifazio VIII manda in
- Firenze paciere il Cardinale d’Acquasparta, che parve
- troppo amico ai Neri e dovè partirsi. — La Signoria
- bandisce i capi delle due parti: priorato di Dante. — Guido
- Cavalcanti. — Prevale in Toscana la parte dei Bianchi.
-
- _Capitolo_ V. — VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. —
- CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.] 113
-
- Bonifazio VIII commette a Carlo di Valois venire in Firenze
- arbitro delle contese. — La Signoria manda ambasciatori al
- Papa, tra i quali era Dante. — Corso Donati e i Neri si
- accaparrano il favore del Papa e di Carlo. — Questi entra
- in Firenze con molti Francesi armati e con la promessa
- scritta da lui di non esercitarvi signoria nè
- giurisdizione. — Ma le violenze tosto cominciano eccitate
- dai Neri, essendo la Signoria inetta. — Corso Donati, rotto
- il bando, entra in Firenze con armati, esercita vendette
- contro a’ suoi nemici; ruberie, arsioni nella città e nel
- contado. — Il Cardinale d’Acquasparta torna in Firenze, ma
- i Neri essendosi opposti a ogni conciliazione, parte
- sdegnato. — Uccisioni tra parenti; morte del figlio di
- Corso Donati. — Per la denunzia d’una congiura, condanne in
- Firenze di morti e perdita degli averi e distruzioni delle
- case: esigli e bandi di rubello continuati anche dopo la
- partenza di Carlo di Valois: seicento persone bandite;
- Dante era tra esse.
-
- _Capitolo_ VI. — PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA
- PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. —
- MORTE DI CORSO DONATI. [1303-1308.] 126
-
- Prevalenza d’alcune famiglie nuovamente sorte col nome
- guelfo. — Discordie e zuffe, per cui la città è data in
- guardia ai Lucchesi. — Pacificazione generale cercata dal
- Cardinale Niccolò da Prato. — Tornano alcune famiglie di
- Bianchi. — Rovina del Ponte alla Carraia, con grande numero
- di morti, in occasione d’una festa. — Gelosie contro ai
- Bianchi tornati: si viene alle armi. — [10 giugno 1304] uno
- degli Abati appicca il fuoco nel primo cerchio, dov’erano
- le più antiche case dei Nobili. — Consumò l’incendio tutta
- quella parte della città: i Cavalcanti furono i più
- distrutti. — I Bianchi di fuori muovono mescolati co’
- Ghibellini contro a Firenze: alcuni di loro [20 luglio],
- avendo fatto capo alla Lastra, entrano in città, ma sono
- ributtati e molti uccisi. — Roberto duca di Calabria viene
- capitano dei Fiorentini all’assedio di Pistoia. — 1306.
- Pistoia si arrende ai Fiorentini ed ai Lucchesi. —
- Istituzione dei Gonfalonieri di compagnie: nuovo ufficio di
- Esecutore degli Ordini di giustizia. — Il cardinale
- Napoleone degli Orsini tenta una impresa contro a Firenze.
- — Corso Donati, voltandosi ai Grandi e ai Ghibellini e ai
- Signori di fuori, viene condannato ed assalita e combattuta
- la casa sua; ma infine Corso, fuggendo, è ucciso [6 ottobre
- 1308].
-
- _Capitolo_ VII. — ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. —
- SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.] 142
-
- Arrigo di Lussemburgo alzato all’Impero col favore di
- Clemente V, vuol farsi in Italia pacificatore: gli uomini
- più saggi confidano in lui. — Manda in Firenze suoi Legati,
- male accolti dai grandi Guelfi. — La Parte guelfa e la
- ghibellina per tutta Italia fanno apparecchi di guerra. —
- 1310. L’Imperatore scende in Italia. — 1311. Riceve in
- Milano la corona. — Firenze, capo e anima d’una Lega guelfa
- in Toscana, fomenta le ribellioni in Lombardia. — Due
- Legati imperiali vengono fino alla Lastra presso Firenze,
- ma qui assaliti da gente armata e svaligiati, passano in
- Casentino per la via dei monti: poi vanno a porre camera
- imperiale in Civitella, luogo del Vescovo di Arezzo,
- citando a ubbidienza Guelfi e Ghibellini. — L’Imperatore a
- Pisa. — In Firenze, uccisione di due capi della Parte
- guelfa. — Nuova legge contro ai Ghibellini. — 1312. Arrigo
- riceve la corona in San Giovanni Laterano, gran parte di
- Roma essendo in mano del re Roberto capo della Lega guelfa.
- — Arrigo, sforzata la via per la Toscana, pone a’ 19 di
- settembre il campo a San Salvi sotto alle mura di Firenze.
- — [31 ottobre]. È costretto levare il campo. — Si ferma due
- mesi in San Casciano, indi a Poggibonsi, e non senza
- combattimenti torna in Pisa a’ 9 di marzo 1313. — Firenze
- riceve un Vicario del re Roberto senza mutare il governo. —
- 24 agosto. Arrigo muore in Buonconvento. — Uguccione della
- Faggiuola diventa signore di Pisa e di Lucca e capo di
- molte forze ghibelline, contro alle quali il re Roberto e i
- Fiorentini radunano un grande esercito di Guelfi: sono
- sconfitti a Montecatini, 27 agosto 1315. — Divisioni in
- Firenze: Lando d’Agubbio Bargello. — 1316. Uguccione perde
- lo Stato. — Guerre sotto Genova e in Lombardia, condotte
- dal re Roberto. — Castruccio Castracani lucchese, tirando
- a sè molte forze ghibelline, comincia [1320] la guerra in
- Toscana, e viene a porsi nel giugno 1321 fin sotto
- Fucecchio. — Collegio di Dodici Buoni uomini aggiunto ai
- Priori.
-
- _Capitolo_ VIII. — DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI
- CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.] 165
-
- Notizie intorno alla vita e alle opere di Dante. — Giovanni
- Villani. — Primi poeti toscani. — Guittone d’Arezzo. —
- Guido Cavalcanti. — Cino da Pistoia. — Francesco da
- Barberino. — Fra Jacopone da Todi. — Buonagiunta da Lucca.
- — Francesco Stabili detto Cecco d’Ascoli, arso in Firenze
- nel 1327. — Scrittori di prosa: Brunetto Latini, Ricordano
- Malespini, Bono Giamboni; versioni dal latino. — Dino
- Compagni. — Fra Giordano da Rivalta, Domenico Cavalca,
- Bartolommeo da San Concordio, pisani. — Giovanni Pisano,
- scultore: antichi monumenti di quella città. — Giovanni
- Cimabue, maestro di Giotto. — Arnolfo di Lapo disegnò la
- chiesa di Santa Maria del Fiore e quella di Santa Croce ed
- il Palazzo della Signoria e la Torre. — In quelli stessi
- anni, le chiese del Carmine, di Santa Maria Novella, di San
- Marco, la Loggia d’Orsanmichele, il Campanile. —
- Istituzioni di carità cittadina: Compagnia della
- Misericordia, Bigallo, Spedale di Santa Maria Nuova
- cominciato da Folco, padre di Beatrice Portinari. — Terzo
- Cerchio della città. — Industrie, commerci, viaggi dei
- Fiorentini: perchè Bonifazio VIII dicesse che erano nel
- mondo il quinto elemento.
-
- LIBRO TERZO.
-
- _Capitolo_ I. — IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO. — INTERNE
- RIFORME; I MAGISTRATI TRATTI A SORTE. [AN. 1322-1328.] 183
-
- Primi fatti di Castruccio. — Viene fin sotto Prato il primo
- di luglio 1323; ma tosto poi levato il campo, si riduce a
- Serravalle. — I Fiorentini popolarmente volendo da Prato
- procedere oltre, i Nobili si oppongono: scisma nel campo, e
- indi in Firenze, dove gli sbanditi pretendono essere
- rimessi: tentano entrarvi per forza, ma il colpo fallisce;
- e tre dei grandi puniti. — Alcuni degli sbanditi ottengono
- il ritorno. — Fazione dei Serraglini; condanna dei Bordoni.
- — Riforma per cui la Signoria e i maggiori uffici sono
- tratti a sorte. — Istituzione dei Pennonieri per maggior
- guardia della città. — Nobili per grazia recati a popolo. —
- Fallimento degli Scali e Amieri. — I Fiorentini, dopo avere
- soccorso a Genova e in Lombardia la Parte guelfa,
- raccolgono intorno a sè aiuti delle città amiche, assoldano
- Francesi e Tedeschi, e vanno contro a Castruccio: questi
- con grandi forze ghibelline, soccorso da Azzo Visconti con
- seicento cavalieri, vince grande battaglia all’Altopascio,
- 23 settembre 1325. — Viene sotto Firenze, empiendo di
- devastazioni e di rovine tutto il piano e le colline
- circostanti, 1326. — Signoria data per dieci anni al Duca
- di Calabria. — 1327. Discesa in Italia di Lodovico il
- Bavaro. — Viene a Pisa con Castruccio, il quale creato Duca
- di Lucca, lo accompagna fino a Roma; poi torna in Toscana
- per la ricuperazione di Pistoia, dove erano entrati per
- sorpresa i Fiorentini. — Dopo lungo assedio riavuta
- Pistoia, Castruccio muore il 3 settembre 1328. — Novembre.
- Per la morte del Duca di Calabria, Firenze tornata in
- libertà, riordina il governo. — Condanna a morte di Cecco
- d’Ascoli.
-
- _Capitolo_ II. — IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. —
- PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. —
- GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA DI LUCCA.
- [AN. 1328-1342.] 205
-
- Carestia in Firenze, e pubblici provvedimenti. — Tedeschi al
- Cerruglio offrono Lucca in compra ai Fiorentini, poi la
- vendono a uno Spinola. — Guerra in Val di Nievole e in Val
- d’Arno. — Scende in Italia il re Giovanni di Boemia
- d’accordo col Papa. I Fiorentini lo combattono, fatta lega
- co’ Signori ghibellini di Lombardia: è vinto, e torna in
- Germania. — 1333. Inondazione grandissima in Firenze e nel
- contado: viene in Firenze la processione dei Flagellanti. —
- Fallimento dei Bardi e dei Peruzzi. — Dedizione di Pistoia,
- d’Arezzo, di Colle di Val d’Elsa. — Conti e Signori di
- castelli ricevuti in protezione o accomandigia dalla
- Repubblica. — Terre franche edificate, vassalli fatti
- sorgere a coloni liberi. — Lunga contesa con gli Ubaldini;
- la Repubblica di San Marino. — Guerra con Mastino della
- Scala. — Compra di Lucca, e fallita impresa contro a questa
- città.
-
- _Capitolo_ III. — IL DUCA D’ATENE. [1342-1343.] 221
-
- I Grandi e il Popolo sempre in arme tra loro: congiure,
- condanne. — Stava il Governo nelle maggiori famiglie
- popolane, delle quali erano venti Commissari, preposti alla
- guerra contro Lucca e diffamati dopo il mal’esito della
- impresa. — Gualtieri di Brienne duca d’Atene eletto
- capitano generale. — Pratica intelligenze coi Grandi e col
- popolo minuto contro ai mezzani prepotenti. — Fa
- Parlamento, e viene eletto Signore per un anno, e quindi a
- vita, 8 settembre 1342: occupa il Palazzo e abolisce il
- Gonfalonierato. — Si aliena i Grandi, promuove la plebe
- minuta: sue violenze, rapine, corruttele. — Fa pace co’
- Pisani e lega con Signori di Lombardia. — Tre congiure che
- insieme si uniscono contro lui. — 26 luglio 1343, tutta la
- città in arme, asserragliate le vie; d’Oltrarno si smuovono
- Grandi a cavallo e popolo armato in grande numero; tutti
- vanno contro al Palagio. — Assedio al Palagio: crudeli
- vendette popolari contro a’ ministri del Duca. Questi
- infine rinunzia il Governo e torna in Puglia. — Quattordici
- eletti a riformare lo Stato.
-
- _Capitolo_ IV. — CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE.
- [AN. 1343-1348.] 237
-
- Ribellione del distretto. — I Grandi messi a parte degli
- uffici. — La città divisa in Quartieri. — Il popolo
- minaccioso impone ritogliere ai Grandi gli uffici. —
- Sedizione d’Andrea Strozzi, 24 settembre 1343. — I Grandi
- si afforzano seguiti da molta plebe; ma tutti quelli della
- parte destra dell’Arno sono costretti venire a patti. —
- L’Oltrarno rimane in forza dei Grandi: assalto alle case
- dei Frescobaldi, poi a quelle dei Bardi, che infino sono
- espugnate e vanno a sacco. — Una radunata di malandrini
- rubatori, dalle milizie del Potestà è percossa e gastigata.
- — Nuova riforma: passa il Governo dal grasso popolo negli
- artefici. — Effetti della cacciata dei Grandi. — 1348.
- Peste in Firenze e sue conseguenze.
-
- _Capitolo_ V. — DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. — ENTRATE
- E SPESE DEL COMUNE 248
-
- Morte di Giovanni Villani. — Contado e Distretto; Fortezze. —
- Popolazione; consumi. — Scuole. — Chiese e conventi,
- spedali. — Fondachi, numero dei panni, Arte della lana e
- Arte di Calimala, Cambiatori. — Signorie forestiere,
- giudici, ufiziali. — Ville intorno a Firenze. — Entrate e
- spese del Comune.
-
- _Capitolo_ VI. — GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. —
- TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI
- PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.] 258
-
- Recuperazione di Colle, di San Gemignano, di Prato: strage
- dei Guazzalotri: accordo con Pistoia, nella quale mettono
- guardia. — Potenza di Giovanni Visconti arcivescovo di
- Milano: rompe guerra ai Fiorentini ed entra nel Mugello. —
- Nuova condizione dei Ghibellini in Toscana. — Carlo IV,
- imperatore debole, tratta in segreto coi Fiorentini. — I
- Veneziani e il Papa s’accordano a fare scendere
- l’Imperatore in Italia. — Carlo IV, coronato in Monza,
- viene a Pisa. — 1355. Trattato pel quale i reggitori di
- Firenze sono fatti vicari imperiali: nè a lui nè
- all’Imperatrice è permesso di entrare nella città. — Carlo
- IV, coronato in Roma, torna in Allemagna. — Prevalenza
- negli uffici delle Arti minori e nelle città di nuovi
- uomini venuti di fuori: consorterie, sètte, scioperi degli
- artefici. — Il Magistrato di Parte guelfa. Come ivi
- dominassero gli ottimati. — Della esclusione dei Ghibellini
- si fa un’arme contro alla parte popolare; arbitrio
- tirannico di cui s’investe quel Magistrato; pronunziano
- senza forma di giudizio divieti di accettare ufficio, ai
- quali danno nome di ammonizioni. Di qui nasce la contesa
- tra gli Albizzi e i Ricci.
-
- _Capitolo_ VII. — LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. —
- SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO
- DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.] 291
-
- Milizie straniere in Italia, la gran Compagnia. Questa
- volendo dalla Romagna passare in Toscana (1358), è rotta
- dai villani dell’Appennino. — I Fiorentini per lungo
- contrasto co’ Pisani si adoprano a richiamare i commerci a
- Talamone, e mettono in mare galee armate. — Volterra viene
- in signoria della Repubblica. — Guerra con Pisa [1362]. —
- Morte di Piero da Farnese, capitano dei Fiorentini:
- Pandolfo Malatesta sospettato. — I Pisani vengono fin sotto
- le mura di Firenze: poi avendo una compagnia inglese mutato
- bandiera, si fa pace [1364]. — Urbano V, e Carlo IV in
- Italia [1369]: potenza di Bernabò Visconti. — San Miniato
- viene in potestà della Repubblica. — Niccola Acciaiuoli
- Gran Siniscalco del regno di Napoli, sospettato in Firenze.
- — Leggi che rafforzano l’arbitrio del Magistrato di Parte
- guelfa. — Piero degli Albizzi. — I Ricci perdono lo Stato.
-
- _Capitolo_ VIII. — GUERRA CON PAPA GREGORIO XI.
- [AN. 1375-1378.] 318
-
- Romagna recuperata al Patrimonio della Chiesa. — Mala
- contentezza dei Fiorentini e animosità contro essi dei
- Legati di Bologna: Giovanni Hawkwood condottiero inglese. —
- Guerra contro al Legato. — Quali leggi gravassero i
- cherici. Inquisizione. — Gli Otto della guerra. — Lega con
- Bernabò Visconti; fanno ribellare le terre della Chiesa. —
- Gregorio XI offre condizioni di pace, stornato dagli Otto.
- — Interdetto pronunziato in Avignone contro a Firenze ed ai
- Fiorentini in qualunque luogo dimoranti. — Eccidio di
- Cesena fatto da Inglesi e da Brettoni soldati della Chiesa.
- — Diligenza usata dagli Otto in quella guerra. — Gregorio
- XI torna a Roma. — Negoziati presto rotti. — La Repubblica
- fa riaprire le chiese in Firenze; confraternite, devozioni.
- — Santa Caterina da Siena e sue lettere a Gregorio XI. —
- Aperto dissidio tra gli Otto della Guerra e i Capitani di
- Parte guelfa. — Congresso a Sarzana per la pace. — Morte di
- Gregorio XI. — Firenze ottiene miti condizioni dal nuovo
- papa Urbano VI.
-
- _Capitolo_ IX. — LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. —
- PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.] 341
-
- Come si formassero la lingua e il popolo di Toscana. — In
- Italia il secolo che finiva nel 1300 fu quello dei grandi
- fatti e delle grandi cose. — Importanza durante quel secolo
- degli uomini dell’Italia media, che era la parte più
- latina: la poesia e le lettere nacquero ivi religiose e
- popolari; non si perderono in sottigliezze, ma seguitarono
- il comun senso della umanità. Crebbero e si fecero
- esemplari alla nazione per la finitezza della lingua e per
- la maggiore estensione del pensiero. — Ma su’ dialetti
- delle altre Provincie potevano poco, perchè la Toscana non
- era centro da cui potesse venire a diffondersi per tutta
- Italia un comun parlare. Quindi le incertezze e le contese
- che sono antiche quanto la lingua. — Dante: suo libro De
- Vulgari Eloquio. — La lingua illustre degli Italiani pareva
- sempre che fosse il latino. I libri toscani usciti dal
- popolo in tanto gran numero, poco erano conosciuti nel
- resto d’Italia. Scarsa l’azione del pulpito, della tribuna,
- del teatro. Quando si cominciò per tutta Italia a scrivere
- libri in lingua volgare, l’autorità del parlare dei toscani
- era venuta a ristringersi; parve da ultimo si perdesse
- troppo in facezie e in bassezze. — Ma la poesia ebbe una
- comune lingua. — Autorità somma esercitata in Italia dal
- Petrarca, e a lui rimasta per le sue liriche: nella vita fu
- egli italiano più che fiorentino. — Nel trecento abbassò il
- livello degli animi e parve non rimanessero che gl’ingegni.
- — Scrittori di prosa: Matteo Villani, frate Iacopo
- Passavanti. — Virtù e vizi dello scrivere del Boccaccio,
- che fu maestro sommo della lingua, ma la potenza di
- scrittore guastò pel concetto falso ch’egli ebbe dello
- stile, colpa dell’animo e dei tempi. — Santa Caterina da
- Siena ebbe doti di grande scrittore. — Altri autori di
- prose e poesie nella fine del trecento. — Studio pubblico
- in Firenze. — La Scultura progrediva più della Pittura. —
- Andrea Orcagna: edifizio d’Orsanmichele e Loggia sulla
- piazza dei Signori.
-
- APPENDICE DI DOCUMENTI.
-
- I. Breve di Clemente IV, de’ 25 marzo 1266, al cardinale
- Ottaviano degli Ubaldini per l’assoluzione
- della città di Firenze e di alcuni cittadini
- dalle scomuniche incorse quando era sotto la
- dipendenza del re Manfredi 373
- II. Discorso intorno al Governo di Firenze dal 1280
- al 1292; d’incerto autore 378
- III. Istoria compendiata di San Gimignano 389
- IV. _PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE
- DOMINO KAROLO ROMANORUM REGI_ 398
- _CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE
- FLORENTIE_ 399
- V. Matteo Villani; e il Ghibellinesimo in Firenze 404
- VI. Provvisione del 27 gennaio 1371 dall’Incarnazione 415
- VII. Discorso d’autore incerto, scritto l’anno 1377 _Del
- principio e di alcuni notabili del Priorato_ 420
-
- NOTA INTORNO AI MALESPINI 425
- NOTA INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO
- DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI 434
- NOTA CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI
- FIRENZE E GLI UOMINI DI POGNA 441
-
-
-
-
-STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.
-
-
-
-
-LIBRO PRIMO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-ORIGINE DI FIRENZE.
-
-
-Narrare l’istoria della città di Firenze distesamente dai suoi primordi
-male potremmo, e non sarebbe dell’assunto nostro, per la incertezza
-o per la oscurità dei fatti, e perchè tardi questa città pigliò un
-carattere che la distinguesse tra molte in Italia. Non è dubbio che
-Firenze, chiamata da prima, come alcuni credono, o Villa Arnina o
-Camarzo, fosse nel suo cominciamento una borgata dell’etrusca Fiesole.
-Questa, dal monte sulla cui vetta sedeva, inviava con l’estendersi dei
-traffici i suoi mercanti giù nel piano, emerso dalle acque poichè il
-fiume Arno, rotte altre chiuse che lo impedivano, si fu aperta una via
-tra i massi della Golfolina: quindi l’origine di Firenze. Cresciuta
-pei coloni che vi stanziarono, soldati di Silla o più veramente di
-Ottaviano Cesare allora triumviro, in breve pel nuovo sito e per
-l’agiato luogo ebbe numero d’abitatori e decoro di edifizi, così da
-essere annoverata tra le buone colonie che Roma avesse in Italia.
-Sappiamo da Tacito come, regnando Tiberio, udisse il Senato gli oratori
-dei Fiorentini, i quali ottennero che la Chiana non fosse voltata a
-metter foce nell’Arno portando ruina d’inondazioni alla città loro.[1]
-Il circuito di un anfiteatro tuttora apparisce disegnato dalle vie che
-certo furono della edificazione prima; ebbe il Campidoglio ed hanno le
-Terme nomi derivati dai tempi romani.
-
-Caduto l’Impero per la invasione dei barbari, fu la Toscana prima
-soggetta come le altre provincie ai re Goti, sinchè poi divenne
-campo a quella guerra che a discacciarli d’Italia fu combattuta dai
-Greci. Ma non è vero che Totila nei monti di Fiesole fosse sconfitto
-ed ucciso: in quei luoghi Stilicone, agli 8 d’ottobre dell’anno 405,
-avea debellato Radagasio, il quale con grande accozzaglia di barbari
-d’ogni gente era disceso in Italia;[2] ed in memoria di quel giorno
-i Fiorentini celebrarono la festa di santa Reparata, cui dedicarono
-quello che poi fu il loro maggior tempio. Di Totila è vero che le sue
-armi nell’anno 542 assediarono Firenze, difesa da Giustino luogotenente
-dell’imperatore Giustiniano.[3] Ricadeva essa poco di poi sotto alla
-dominazione dei Goti, insintanto che Narsete non ebbe nell’anno 552
-vinto ed ucciso Totila, e indi posto fine al regno Gotico in Italia. Da
-tuttociò avvenne che più tardi, scambiando i fatti e il nome di Totila
-con quello del più famoso tra i barbari, fosse creduto che Attila
-avesse distrutta Firenze, e Carlo Magno la rifacesse. Tradizioni così
-sformate ebbero corso lungamente presso gli storici anche più solenni,
-e a noi le trasmisero gli antichi cronisti, ambiziosi d’annestare
-gli oscuri fatti ai nomi più illustri e quasi a mitici personaggi:
-compongono esse la leggenda dell’istoria.
-
-Bene è da credere che Firenze, per quell’assedio e per l’oppressione
-recata dai barbari, patisse allora decadimento. Quindi è che nei due
-secoli della dominazione longobarda, e pure in quelli altri due che
-furono dopo Carlo Magno, non che essere a capo delle città di Toscana,
-io dubito che fosse annoverata tra le primarie: e Lucca fu sede a un
-Ducato longobardo, poi residenza prescelta sovente dai Marchesi di
-Toscana; e Pisa, già illustre, s’accresceva pe’ commerci, e grande
-aveva potenza sul mare. Per tale guisa i fatti di questi Marchesi,
-comunque in Italia d’assai grande nome dal nono secolo al duodecimo,
-non appartengono propriamente all’istoria di Firenze; la quale città
-ne apparisce quasi che oscura per tutto quel tempo. Nè durante quello
-è grande notizia di cose che spettino alla Chiesa fiorentina; intorno
-alla quale giova dire che, recato assai di buon’ora il Cristianesimo in
-Toscana, Firenze ebbe Vescovi nel quarto secolo; ed in sulla fine di
-questo, il più insigne tra essi, Zenobio; nel cui tempo sant’Ambrogio
-legato seco in amicizia, venuto in Firenze, consacrava quivi, com’è
-tradizione, la Basilica di San Lorenzo. Di più altre Chiese edificate e
-Badie fondate innanzi al mille, poco è da dire: fino al qual tempo la
-serie dei Vescovi fiorentini è spesso interrotta; si vede la Diocesi
-pigliare nome dal Battisterio o antico tempio di San Giovanni, e pare
-confondersi alle volte con quella di Fiesole. Ma dopo quell’êra di
-universale risorgimento ebbe principio la grandezza cui più tardi
-sursero la città e il popolo di Firenze: il che ne porge ora occasione
-a investigare sommariamente di quali schiatte e per quale modo il nuovo
-popolo si formasse, per quindi giugnere meglio preparati ai fatti che
-in breve sarà nostro obbligo di narrare.
-
-Nei lunghi contrasti, che dagli antichi tempi noi sappiamo avere
-Firenze avuto con Fiesole, ravvisa ciascuno le necessità di guerra
-che sempre furono tra le città e le rôcche, tra’ popolani mercati e
-gli alti luoghi dove annidavano le signorie castellane o i vicari
-dell’Imperatore. L’antica schiatta che in sè avendo ricevuto e
-conservato l’impronta romana, pigliò aspetto e nome di schiatta latina,
-tendeva incessantemente a segregarsi dalla nuova che solo dalle armi
-avea signoria; e il vinto popolo italiano, cui null’altro rimaneva che
-il mercatare e il coltivare, si riduceva in comune, ponendo una sorta
-d’assedio ai castelli, e a sè facendoli tributarii per la necessità
-che i violenti sempre ebbero degli industriosi, e così gradatamente
-soverchiandoli con la ricchezza che vien dal sapere, prima d’essere
-potenti a dominarli con le armi. A questo modo per tutta Italia, ma
-più che altrove nella Toscana, l’antica gente a poco a poco venne a
-prevalere sulle nuove, le quali rimasero o mescolate o cancellate
-in mezzo al popolo che sorgeva. I nostri autori hanno grande cura
-di ricongiungere le memorie della città loro a quella di Roma, di
-cui Firenze si chiamò figlia, e dicono come fosse in tutto edificata
-a imitazione di quella. Ricordano Malespini distingue gli uomini
-dell’antico popolo da quelli di schiatta longobarda, ma questi confonde
-sovente con gli altri che molto più tardi seguitarono gl’Imperatori.
-Descrive minutamente le famiglie ch’erano grandi al tempo suo, e dove
-andarono a posarsi quando vennero a città: ma le più care e la sua
-propria cerca derivare, non da origini tedesche, bensì da Fiesole o
-da Roma: taluni appella grandi baroni, e questi sarebbero i Tedeschi;
-di molti più afferma che erano antichissimi gentili uomini signori
-di ville e di castella nei luoghi loro; il che fa credere gli tenesse
-come antichi abitatori e proprietari del suolo istesso. Chi scoprisse
-alcuna cosa circa le origini e la schiatta e le possessioni di quelle
-famiglie che furono grandi nella città o nel contado, saprebbe assai
-dell’istoria nostra.
-
-Dove racconta il Malespini quella pretesa riedificazione di Firenze
-che per Carlo Magno si sarebbe fatta, aggiugne che «i Fiesolani e i
-Conti vicini, stretti amici de’ Longobardi, si mettevano a contrasto e
-non la lasciavano rifare;[4]» parole notabili, non per il fatto in sè
-stesso che alla critica non reggerebbe, ma perchè a noi lasciano assai
-bene intravedere quali tradizioni dominassero nel popolo Fiorentino
-e quali origini si attribuisse. I Fiesolani non si contrapponevano
-a che Firenze si rifacesse perchè distrutta non era, ma sibbene agli
-incrementi di essa; e tutti quei Conti nemici a Firenze nei tempi del
-Malespini, per nulla esistevano a quelli di Carlo Magno. Ma qui si
-vede come l’etrusca Fiesole, occupata dagli invasori che vi si erano
-afforzati, facesse parte co’ signori dei vicini castelli, e come il
-popolo delle città italiche dovesse riacquistarsi il proprio terreno
-contro a’ signori Longobardi o Franchi o in altro modo Germanici venuti
-in Italia con gl’Imperatori. In tale conflitto il nome di Carlo Magno
-rimaneva alto e riverito per avere egli assai rinnalzata la gente
-latina, e quindi Firenze non è maraviglia che lo avesse in luogo di
-secondo fondatore. Giovanni Villani dà ragione delle parti che a suo
-tempo dividevano Firenze dall’essere i Fiorentini usciti da due popoli
-diversi tra loro e per antico nemici sempre come erano i Romani ed
-i Fiesolani. Cotesto pensiero gli deve certo essere caduto in mente
-dall’avere Catilina posto il campo presso a Fiesole; donde poi nacque
-la storiella del re Fiorino e della regina Belisea. Ma pure in cotesto
-pensiero è qualcosa in cui si nasconde un vero sentito dagli antichi
-nostri, sebbene avvenisse a loro di frantenderlo e guastarlo per la
-ignoranza dei fatti e per gli abbagli della fantasia. Catilina con
-l’andare a porsi tra gli Appennini cercava, precorrendo pazzamente
-a Giulio Cesare, unire a sè i popoli che odiavano Roma col sollevare
-le antiche italiche schiatte le quali contro essa avevano combattuto
-la guerra sociale. Di questi popoli uno era quello di Fiesole città
-etrusca, e quindi avversa prima ai Romani e indi ai Fiorentini
-ch’erano in parte figliuoli dei Romani per la colonia ivi posta, e
-molto ambivano chiamarsi tali. Dove la prepotenza di Roma inviava de’
-suoi a porre una colonia, metteva un seme d’inimicizie perenni tra
-gli uomini della città trasformata e più tra questa e gli abitatori
-dei luoghi vicini, cui la colonia aveva dato dei nuovi padroni. Le
-terre che furono a questi assegnate, un empio soldato le aveva rapite
-all’uomo di cui portavano il nome; l’antico italiano era ridotto a
-mendicare nei dolci suoi campi il pane che aveva egli medesimo fatto
-crescere, o fuggiva la patria occupata da genti straniere. Io credo
-le molte colonie romane sparse in Italia fossero cause non infrequenti
-del guerreggiarsi l’una con l’altra le città vicine, diverse di razza
-e spesso divise per odii antichi i quali più tardi parevano essere
-obliati.[5]
-
-Ma nei contrasti pei quali si venne dipoi a formare il nuovo popolo
-italiano, la razza etrusca e la latina stavano insieme contro ai
-germani invasori, i quali avevano posto sede negli alti luoghi
-fortificati. Questi però in Toscana ebbero minor possa, perchè le
-colline sottoposte e i piani anticamente impaludati avendo bisogno di
-opere assidue che gli rendessero produttivi, tentavano poco i nuovi
-uomini a fermarvisi o più scarsamente ne alimentavano la potenza: e
-così avvenne che il nuovo popolo di Toscana avesse mistura più scarsa
-che altrove di sangue trasfuso dai vincitori longobardi o eruli o goti.
-Del che si aggiunge un’altra ragione, a mio credere, potentissima. La
-Toscana, sebbene offra la dritta linea a chi accede inverso Roma, poco
-fu battuta dalle guerre, e si rimase come in disparte. Annibale prese
-con suo danno la via di Toscana, mal conoscendo la geografia: ma fatto
-esperto, chiamò il fratello a morire sul Metauro, che è la via piana
-benchè più lunga; cosicchè poi fu prescelta sempre alle invasioni ed
-alle guerre; e i Romani con l’aprire il passo del Furlo, confermarono
-alla Toscana le condizioni che la natura le aveva fatte, e per le
-quali, e per il suolo magro ed alpestre, rimase ella più quieta sempre
-e segregata e meno tocca dalle invasioni che altra qualsisia parte
-della Penisola. Il fatto stesso e per le stesse cause, scrive Tucidide
-che avvenisse nell’Attica, dove l’antica schiatta degli abitatori si
-rinnovò poco, e azione più debole fu esercitata dai sopravvenuti dei
-quali si forma la parte dei nobili.
-
-Intorno al mille, o quando che sia, troviamo che molti Fiesolani
-erano scesi ad abitare in Firenze facendo insieme co’ Fiorentini un
-popolo solo; tantochè raccomunarono l’arme delle due città, e fecero
-allora l’arme dimezzata vermiglia e bianca: il vermiglio con entrovi
-il giglio bianco era l’antica arma dei Fiorentini, e il bianco era dei
-Fiesolani che vi avevano una luna di colore azzurro. Sarebbe ciò, a
-detta dei nostri storici, avvenuto quando per tradimento e per sorpresa
-i Fiorentini concorsi a Fiesole in grande numero sotto apparenza di
-celebrarvi la festa di santo Romolo, avrebbero l’anno 1010 presa quella
-città e poi distrutta, salvo la Rôcca e il Vescovado. Ma noi crediamo
-più alla mescolanza dei due popoli che alla servitù dell’uno, trovando
-Fiesole caduta in mano dei Fiorentini molti anni poi. Nè in quei primi
-dopo al mille Firenze nè altre città italiche molto s’arrischiavano ad
-ampliarsi oltre quei confini che a ciascuna di esse avevano posti gli
-editti imperiali.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-LA CONTESSA MATILDE. — AMPLIAZIONI DEL CONTADO. — PRIME ZUFFE
-CITTADINE. — LEGA TRA LE CITTÀ DI TOSCANA. [AN. 1050-1215.]
-
-
-Le guerre che arsero tra ’l Sacerdozio e l’Impero travagliarono con
-danno minore la Toscana di quello facessero intorno ad essa nelle
-più vicine provincie d’Italia. Firenze, che molto era dopo l’anno
-mille cresciuta di popolo e ricca di traffici e poco tinta di sangue
-germanico, aderiva sin d’allora alla parte della Chiesa. Quindi
-troviamo questa città prescelta sovente a dimora di quei Pontefici che
-nella contesa di già cominciata furono sovente esclusi da Roma. Così
-avvenne che Vittore II morisse in Firenze l’anno 1057, dopo avervi due
-anni prima tenuto un Concilio; e vi morivano pure Stefano IX, l’anno
-1058, e tre anni dopo Niccolò II, se non ci inganna l’affermazione
-di alcuni scrittori.[6] Venuta dipoi questa città in retaggio con
-tutta Toscana alla contessa Matilde, e tosto accesa la grande guerra,
-stette Firenze volonterosamente per Gregorio VII. Laonde bene le
-avvenne l’anno 1081 d’essersi novellamente ricinta di mura: il primo
-cerchio comprendeva quell’angusto spazio che è tra ’l Duomo e l’Arno
-e tra le vie che ora conducono al ponte di Santa Trinita e a quello
-di Rubaconte, fin dove però non aggiugneva interamente; nè vi era
-per allora che il solo Ponte Vecchio, ed oltre al fiume non abitava
-che povera gente. I borghi già empivano il secondo cerchio quando
-l’imperatore Arrigo IV, nell’andare contro Roma attendatosi fuori della
-città presso Cafaggio dove ora è la chiesa dei Servi,[7] diede alla
-terra molte battaglie; ma dopo esservi stato più tempo e adoperatosi
-invano, «perchè la città era forte e bene murata e i cittadini bene in
-concordia,» e (aggiugnamo noi) per la potenza delle armi della contessa
-Matilde, se ne levò a modo di sconfitta.[8] Durava la guerra molti
-anni poi, ma la Toscana poco n’era scossa, vivendosi sotto all’impero
-di una donna che i suoi Stati reggeva con mano sicura; e dominatrice
-potentissima di quelle regioni per cui si stendono gli appennini,
-faceva in questi impedimento alle armi tedesche.
-
-Risedeva ella ordinariamente in Lucca, sebbene tenesse corte alcune
-volte anche in Firenze. Questa città dicono gli antichi scrittori
-avere negli ultimi anni di Matilde cominciato a muover guerre contro
-ai vicini signori. Infino dal 1107 avrebbe il Comune pubblicamente
-ordinato di allargare il contado di fuori ed accrescersi la
-signoria.[9] Vero è che in quell’anno furono ad abbattere il castello
-di Monte Orlandi di qua da Signa, che si teneva da un ramo dei possenti
-conti Cadolingi di Fucecchio: poi subito, al dire di quelli autori,
-essendosi i Pratesi «ribellati» ai Fiorentini, questi andativi «per
-Comune» gli avrebbono vinti e disfatto il castello di Prato; dov’erano
-discesi uomini che prima in sul Monte erano fedeli dei conti Guidi, ma
-per danari si ricomperarono. Distrussero l’anno 1113 un altro vicino
-castello dei Cadolingi, del quale scrivono che «facea guerra alla città
-cui lo avea ribellato il Vicario dell’Imperatore» che stava co’ suoi
-Tedeschi in San Miniato: fu egli quivi ucciso, e il castello preso e
-disfatto. Ma noi teniamo in questi racconti essere alquanto di boria
-cittadinesca. Viveva Matilde, della quale noi sappiamo ch’ella era
-di persona a quell’assedio di Prato l’anno 1107;[10] nè la guerra dei
-Vicari imperiali e dei Conti che aderivano ai Tedeschi, appelleremmo
-ribellione contro al popolo di Firenze, nè i Fiorentini possiamo
-credere la combattessero come stato libero, nè che avessero decretata
-insino d’allora la distruzione dei castelli. Bene erano le armi di
-questo popolo già valenti, e Matilde le adoprava contro a’ suoi nemici,
-ella che in Toscana molto promuoveva le libertà comunali: potrebbe in
-quell’anno 1107 avere essa ampliato il contado di Firenze ed alla città
-commesso le prime battaglie, che pure l’istoria dovea registrare.
-
-Ma non crediamo noi che debba essa tener conto di un certo trattato
-pel quale nell’anno 1102 i Consoli di quella città si sarebbero fatti
-promettere dagli abitatori del castello di Pogna in Val d’Elsa di far
-guerra e pace a volontà loro, e non ingerirsi nelle cose di Semifonte;
-essi all’incontro promettendo di aiutare e difendere i Pognesi, e fare
-loro amministrare giustizia in Firenze dal Console, eccetto che contro
-all’Imperatore o suoi Nunzi. Noi queste cose non possiamo credere,
-perchè messe fuori bene cinquecento anni dopo,[11] nulla rinvenendosi
-che accenni a questo negli scrittori più antichi; perchè i Fiorentini
-il loro Stato non allargarono se non più tardi; perchè nel castello di
-Pogna troviamo che pochi anni dopo avessero giurisdizione certi nobili
-di contado, dai quali poi venne ai conti Alberti di Mangona; perchè la
-contessa Matilde e prima e dopo del 1102 teneva placiti in Firenze,
-il che non ammette in questo Comune tanto esercizio di sovranità;
-perchè del castello di Pogna non è parola negli scrittori fiorentini
-prima del 1184, nè le guerre contro a Semifonte cominciarono se non
-verisimilmente anche più tardi.[12] Queste cose ora messe in chiaro
-quanto a noi sembra, veniamo ai fatti che abbiamo certi.
-
-La grande Contessa moriva nel 1115 ed il nome di lei rimase caro in
-Firenze, tanto che molte donne anche di artigiani per quattro secoli
-si chiamavano Contessa o Tessa. Due anni dopo troviamo un fatto che
-non possiamo tenere tutto per favola, benchè abbellito dalle fantasie
-degli scrittori e colorato delle passioni di quei tempi in cui fu
-narrato. Lo riferiamo con le parole stesse del Villani; perchè il
-linguaggio è storia pur esso, e a noi giova mantenerlo ogni volta che
-ne venga illustrazione ai concetti ed al racconto più evidenza. «Negli
-anni di Cristo 1117 i Pisani fecero una grande armata di galee e di
-navi e andarono sopra l’isola di Maiolica che la teneano i Saracini.
-E come fu partita la detta armata di Pisa, i Lucchesi per comune
-vennero a oste sopra Pisa per prendere la terra. I Pisani, avendo
-la novella, presero per consiglio di mandare loro ambasciadori a’
-Fiorentini, dei quali erano in quei tempi molto amici, e pregarongli
-piacesse loro venire a guardia della città. I Fiorentini accettarono
-di servirgli; per la qual cosa il Comune di Firenze vi mandò gente
-d’arme assai a cavallo e a piede, e posersi ad oste di fuori dalla
-città; e per onestà delle loro donne non vollero entrare in Pisa, e
-mandarono bando che nullo non entrasse nella città sotto pena della
-persona. Uno v’entrò, sì fu condannato a impiccare. E’ Pisani vecchi
-ch’erano rimasti in Pisa, pregando i Fiorentini che per loro amore
-gli dovessero perdonare, questi non vollero consentire; ma i Pisani
-contradissero, e pregarono che almeno in su il loro terreno nol
-facessero morire: onde segretamente i Fiorentini dell’oste feciono a
-nome del Comune di Firenze comprare un campo di terra da un villano,
-e in su quello rizzarono le forche e feciono la giustizia. E tornata
-l’oste de’ Pisani dal conquisto di Maiolica, renderono molte grazie a’
-Fiorentini, e domandarono quale segnale del conquisto volessero, o le
-porte di metallo o due colonne di porfido ch’aveano recate e tratte di
-Maiolica; i Fiorentini chiesero le colonne, e’ Pisani le mandarono in
-Firenze coperte di scarlatto. E per alcuno si disse che, innanzi che le
-mandassero, per invidia le feciono affuocare; e le dette colonne sono
-quelle che sono diritte dinanzi a San Giovanni. Per questo allora si
-disse, che i Fiorentini erano ciechi.[13]» Così di mezzo alla carità
-stessa noi vediamo spuntare quegli odi che doveano ardere tra le due
-città.
-
-La rôcca di Fiesole, che era tenuta da certi gentili uomini o
-cattani della città stessa, cadea per assedio l’anno 1125 in mano dei
-Fiorentini. E questi nel 1135 abbatterono il castello di Montebuoni,
-che dava nome alla famiglia dei Buondelmonti; i quali, per essere
-il luogo assai forte e che la strada vi correva a piedi, toglieano
-pedaggio, con molto incomodo della vicina città di Firenze. I
-Buondelmonti furono costretti farsi cittadini; ed è il primo esempio
-che noi troviamo d’un fatto comune ai vinti signori: a questi alle
-volte era imposto rimanervi il tempo prescritto d’uno o due mesi
-all’anno, o più a lungo, quando la città fosse in guerra. Coteste
-imprese erano dentro alle dieci miglia, termine assegnato dalla
-contessa Matilde, o forse anche prima, al contado di Firenze; la
-quale oltre quello non credo allora che si arrischiasse. Certo è che
-si trova nel 1134 un Ingelberto fatto marchese di Toscana; il quale
-cacciato dai conti Guidi, fu tre anni dopo rimesso in istato da un duca
-Arrigo di Baviera venuto in Italia con Lotario imperatore: il Duca e
-il Conte riconciliati assediarono Firenze, e presala, vi riposero il
-Vescovo che n’era stato prima ingiustamente cacciato. Di queste cose
-gli autori nostri non fanno parola.[14] Era l’anno 1144 marchese di
-Toscana Ulrico, sotto al quale i Fiorentini congiunti ai Pisani ebbero
-guerra contro ai Lucchesi ed ai Senesi, crudelmente combattuta, e indi
-composta dallo stesso Ulrico; il quale, per torne via le cagioni,
-dava in pegno Poggibonsi al Vescovo e ai Consoli della città di
-Volterra.[15] Continuava però la guerra dei Fiorentini contro ai conti
-Guidi, ai quali, tolsero nel 1154 il castello di Monte Croce dietro
-a Fiesole, da essi tentato con mala prova otto anni prima. Nel 1147
-cavalieri fiorentini aveano seguito l’Imperatore Corrado alla Crociata
-in Terra Santa; uno dei quali fu Cacciaguida bisavo al nostro grande
-Poeta: questi descriveva i nomi delle famiglie che allora dominavano la
-città, dove in quelli anni l’autorità imperiale pare essere stata oltre
-al solito prevalente.
-
-Venuto all’impero Federigo I svevo, da noi chiamato il Barbarossa,
-investiva del marchesato di Toscana e del ducato di Spoleto e dei
-castelli e beni spettanti all’eredità di Matilde il duca Guelfo suo
-zio, discendente dal marito di questa, e congiunto di sangue agli
-Estensi: a lui prestavano ubbidienza i nuovi vassalli l’anno 1154.
-Teneva nel 1160 un parlamento in San Genesio, terra che giaceva ai
-piedi del colle dov’è San Miniato; ivi dando investiture a conti
-rurali e ordine alle immunità cittadine: donde recatosi in Germania,
-cedeva il ducato a un figlio del suo nome stesso; il quale, per essere
-ai popoli troppo benigno, parve a Federigo che egli contrariasse
-l’autorità dell’Impero. Di già il nome guelfo pigliava la parte che
-a lui rimase nella storia; e già era un insorgere di molte città di
-Lombardia; Genova e Lucca e Siena tenevano contro a Pisa le parti
-imperiali. Questa città molto negli anni precedenti si era mostrata
-devota ai Pontefici, e noi la vedemmo avere amicizia con Firenze che
-sempre osteggiava nei signori dei castelli le genti e la dominazione
-forestiera. Stringevano pertanto i Pisani e i Fiorentini insieme
-una lega l’anno 1171, per la quale si obbligarono quelli a condurre
-e ricondurre per mare le robe e mercanzie dei Fiorentini i quali
-pagassero le stesse gabelle dei Pisani, e ad essi diedero una casa o
-fondaco in Pisa a piè del Ponte: era la lega per quarant’anni, e da
-rinnovarsi ogni dieci anni; ma salva sempre la fedeltà all’Imperatore,
-il quale però non vollero che gli potesse liberare dai patti allora
-stretti e giurati.[16] Ma l’anno dipoi, venuto in Pisa Cristiano
-arcivescovo di Magonza e arcicancelliere dell’Impero, teneva nel
-borgo di San Genesio grande parlamento contro alle città renitenti;
-le quali negandosi venire ad accordi, egli in altro parlamento presso
-Siena, presenti i Signori ed i Valvassori e i Consoli delle città
-che erano tra Lucca e Roma, metteva i Pisani al bando dell’Impero,
-privandoli delle regalie loro e della Sardegna: faceva lo stesso
-contro a’ Fiorentini che aveano tentato cacciare i soldati tedeschi
-da San Miniato. Si venne agli accordi, e l’Arcivescovo tolse i
-bandi; ma perchè radunati in San Genesio i Consoli pisani e gli
-Ambasciatori fiorentini rifiutavano alcuni patti, furono presi e messi
-in catene.[17] Quindi la guerra si raccendeva tra le città, essendosi
-l’Arcivescovo partito allora dalla Toscana.
-
-Negli anni che furono tanto famosi per le guerre contro a Federigo
-Barbarossa e per la Lega lombarda, non troviamo che Firenze molto
-a quei moti partecipasse: ma con l’invadere i castelli e le terre
-de’ signori tanto aveva allargato il suo territorio, che già venne a
-riscontrarsi e ad aver guerra con gli Aretini perch’erano collegati a’
-conti Guidi, e co’ Senesi per cagione di alcune castella del Chianti
-che i due Comuni si disputavano. Allora gli uomini di Poggibonsi, che
-prima vivevano con altro nome nel piano, si edificarono un castello
-nell’alto del poggio; e perchè stavano contro a’ Fiorentini, questi
-rafforzarono a poca distanza la terra di Colle in Val d’Elsa. Per
-questi fatti però non è da dire che per ancora le città godessero
-formale diritto al governo di sè stesse; ma con l’esercitare
-l’indipendenza s’avviavano a possederla. In quel tempo le città di
-Lombardia col forte resistere acquistavano a sè stesse e alle altre
-d’Italia i nuovi diritti che bentosto ebbero in Costanza solenne
-sanzione.
-
-Era l’anno 1177, nel quale in Venezia l’imperatore Federigo rendeva
-ubbidienza al pontefice Alessandro III, quando Firenze in quel
-passaggio da servitù a libertà cresciuta di gente varia ed irrequieta,
-cominciò a fermentare in sè medesima per cittadine discordie. Furono
-esse suscitate dalla famiglia potentissima degli Uberti, tedesca
-d’origine come dal nome si scorge, ma che aspirando a padroneggiare la
-città, gli adulatori dicevano essere della schiatta di Giulio Cesare.
-Questi «co’ loro seguaci nobili e popolani si diedero a battagliare
-contro a’ Consoli per la invidia della signoria che non era a loro
-volere. Fu sì diversa e aspra guerra, che quasi ogni dì, o di due dì
-l’uno, si combatteano i cittadini insieme in più parti della città da
-vicinanza a vicinanza, com’erano le parti; e aveano armate le torri,
-ch’erano in grande numero, alte cento e cento venti braccia. E in
-quei tempi per la detta guerra assai torri di nuovo vi si murarono,
-dei danari comuni delle vicinanze, che si chiamavano le torri delle
-compagnie:» e sopra quelle facevano mangani e manganelle per gittar
-l’uno all’altro, ed era asserragliata la terra in più parti. Durò
-questa pestilenza più di due anni, onde molta gente ne morì, e molto
-pericolo e danno ne seguì alla città: ma tanto venne poi in uso quel
-guerreggiare tra’ cittadini, che l’uno dì si combattevano, e l’altro
-mangiavano e bevevano insieme, novellando delle virtudi e prodezze
-l’uno dell’altro ch’essi facevano a quelle battaglie. Poi, quasi
-per istraccamento e rincrescimento, restarono dal combattere, e si
-pacificarono, e rimasero i Consoli in loro signoria. Alla fine pur
-crearono e partorirono le maledette parti che furono appresso in
-Firenze.[18]
-
-Così raccontano questi fatti gli antichi cronisti. Ne accusano essi la
-troppa grassezza e riposo in che era vissuta fino allora la città; ma
-veramente era il principio di quelle parti che non ancora pigliavano
-nome di Ghibellina e di Guelfa. Gli Uberti con altre nobili famiglie
-possenti in contado, e in città discese con la speranza di dominarla,
-cercavano mantenere con le armi imperiali la grandezza loro, battendo i
-Consoli nei quali stava la signoria e che seguivano, a quanto sembra,
-la parte che indi si chiamò guelfa: continuava dentro alla città la
-guerra che dai castelli si combatteva contro all’insorgere dei Comuni.
-Avevano questi pigliato in quelli anni forza e ardimento per le
-vittorie avute nei campi lombardi contro a Federigo, e per l’ampliarsi
-dei commerci, che in Firenze massimamente dovette essere grandissimo. I
-Papi, cresciuti allora in potenza, facevano a questa grande fondamento
-sulla indipendenza delle città, che volea dire del popolo latino ad
-essi devoto. Non bene era spenta quanto alla Toscana la lunga contesa
-per le donazioni che Matilde aveva fatte alla Chiesa della eredità sua,
-ma che non ebbero effetto mai. Nè forse era senza un qualche pensiero
-di rivendicarle che i Papi scriveano in quegli anni bolle (come si
-trova) dirette _ai popoli_ di alcune città state del patrimonio di
-Matilde. Comunque ciò fosse, la pace di Costanza e le franchigie
-ivi formalmente decretate (anno 1183) e la istituzione dei Potestà,
-sancirono alle città italiane quasi un’intera indipendenza. Quindi noi
-troviamo per tutto il secolo XII duchi e marchesi non già propriamente
-governare la Toscana, ma sibbene in nome degl’Imperatori tenerne l’alto
-dominio: guidavano le masnade, difendevano le parti dei conti e signori
-castellani che ubbidivano all’Impero, e da questi riscuotevano le
-tasse, e raccoglievano le milizie, proventi della sovranità. La quale
-però venendo a scadere, quei duchi e marchesi non furono altrimenti
-feudatari che avessero grado e potenza di principi; ma con l’andare
-del tempo discesero alla qualità di messi o ministri, i quali col
-titolo di vicari dell’Imperatore, esclusi dalle città, risedettero in
-San Miniato, luogo alto e munito, cui rimase poi sempre il nome di San
-Miniato al Tedesco.
-
-Negli anni dopo i Fiorentini a sè obbligarono gli Empolesi, costretti
-a farsi loro censuarii; ed abbatterono il castello di Pogna e quello
-di Montegrossoli nel Chianti. Fecero trattati co’ Lucchesi contro a
-Pistoia nemica d’entrambi, e con gli Alberti conti di Mangona e Vernio;
-i quali promisero da indi in poi fare pace e guerra a volontà del
-Comune, offrire una libbra di puro argento e un cero alla chiesa di San
-Giovanni Battista, e disfare alcune castella in Val d’Elsa e in Val
-d’Arno a scelta dei Consoli di Firenze. Ma non per anche la signoria
-libera si potea dire assicurata alla città, ed era un ondeggiare
-continuo; perchè l’indipendenza dei Comuni, mantenuta solamente dalla
-debolezza degl’Imperatori, pericolava ogni volta che scendessero di
-Germania soldatesche a difendere o a rafforzare l’autorità dell’Impero,
-e più che mai quando essi medesimi si appresentassero nell’Italia.
-Per tale modo nell’anno 1185, essendo la persona di Federigo venuta
-in Firenze nell’andare in Puglia, «gli furono attorno i nobili del
-contado, dei quali avevano i Fiorentini preso per forza ed occupato
-molte castella e fortezze, contro all’onore dell’Impero.[19]» E
-Federigo «tolse a Firenze tutto il contado e la signoria di quello
-sino alle mura, e per le villate facea stare suoi vicari che rendevano
-ragione e facevano giustizia.[20]» Così fece alle altre città di
-Toscana, salvo che a Pisa ed a Pistoia, ch’erano state con lui nelle
-guerre precedenti. Quando si vede nelle istorie e nei documenti
-cessare i Potestà e sottentrare ad essi i Vicari, si può inferirne
-con sicurezza che l’indipendenza municipale veniva meno di contro
-all’autorità imperiale. Dicono poi gli storici che il contado sino
-alle dieci miglia fosse più anni dopo restituito ad istanza del Papa
-e in grazia del merito che i Fiorentini s’erano acquistato in Terra
-Santa: ma noi crediamo che le città, partito appena l’Imperatore, da sè
-medesime lo recuperassero d’accordo col Papa.
-
-Innanzi però che ciò avvenisse, Arrigo svevo, dal padre associato
-all’impero nel 1187, teneva in quell’anno corte in Fucecchio. Nella
-Crociata moriva l’imperatore Federigo Barbarossa (1190), e il di lui
-figlio Arrigo VI creava duca di Toscana Filippo suo fratello: costui
-fu l’ultimo dei Duchi o Marchesi in questa provincia. Imperocchè
-morto l’anno 1197 Arrigo VI in Sicilia, della quale si era fatto
-signore per maritaggio con la erede dei Re Normanni; Filippo tornava
-frettolosamente in Allemagna. Ebbe l’Impero due competitori, e si
-trovò in Italia irreparabilmente affievolito: dal che le città presero
-sicurezza, e la potenza della Romana Chiesa di molto s’accrebbe.
-L’anno stesso Celestino III mandava in Toscana suoi legati il cardinal
-Pandolfo e il cardinal Bernardo; alla presenza dei quali nel mese di
-novembre 1197 fu in San Genesio conchiusa una compagnia o lega tra
-le città di Firenze, di Lucca e di Siena ed il Vescovo di Volterra
-come signore temporale di quella città, e le terre di Prato e di San
-Miniato, con riserbarvi luogo per Pisa, Pistoia, Poggibonsi, conti
-Guidi, conti Alberti e altri signori di Toscana. Venne pattuito che
-in ciascuno degli Stati uniti in lega fosse un capo chiamato Rettore
-o Capitano, che avesse arbitrio per le cose della lega, ma senza
-autorità nel governo della città sua; si radunassero questi ogni
-quattro mesi in una dieta o parlamento a comporre le discordie, e pei
-negozi che occorressero eleggendo uno di loro che avesse nome di Priore
-della compagnia. Nessuno dei collegati potesse conoscere alcuno per
-imperatore, re, principe, duca o marchese, senza speciale ed espresso
-comandamento della romana Chiesa; la quale dovesse, col richiederne
-le compagnie, ricevere aiuto per la difensione di sè stessa; come
-anche per ricuperare i luoghi perduti, eccetto quelli i quali fossero
-tenuti da alcuno de’ collegati.[21] Nel seguente anno 1198 asceso alla
-sedia pontificale Innocenzio III, scriveva una lettera al Priore ed
-ai Rettori della Toscana e del ducato di Spoleto, nella quale dopo
-avere affermata risolutamente l’autorità dei pontefici sopra quella
-degl’imperatori non che d’ogni altra potestà civile, dichiara in Italia
-stare il principato su tutti gli altri paesi cristiani per essere ivi
-divinamente posta la Sedia apostolica, cui s’appartiene la potestà
-del sacerdozio insieme e del regno. Promette a quella università
-di Stati il patrocinio della romana Chiesa, tenendosi certo della
-ossequiosa devozione che a lei presterebbero in ogni cosa, procurando
-l’onore di essa e l’avanzamento.[22] Per Innocenzio III la potenza del
-papato pervenne al suo colmo; e ch’egli intendesse, e che taluno dei
-successori suoi cercasse comporre in fascio le città italiche, o quelle
-almeno della Toscana, legate insieme da una supremazia che i papi sovra
-esse esercitassero, non crediamo noi che sia cosa da porre in dubbio.
-
-I Pisani a quella lega, come già divenuti imperiali, si rifiutarono;
-ma in essa entrarono l’anno dopo i conti Guidi e i conti Alberti, e poi
-gli uomini di Certaldo i quali aveano ai Fiorentini giurato fede, dalla
-quale non potesse nemmeno il Papa fargli prosciolti. Assai più ampia
-dedizione fecero gli uomini di Figline, che si obbligarono a pagare
-ventisei danari per focolare; tributo consueto dei vassalli al signore
-loro; ed oltre ciò, la metà dei pedaggi e dei mercati; a fare guerra e
-pace ad arbitrio del Comune di Firenze, ed ubbidire a ogni comandamento
-dei Consoli di questo, eccetto nel caso che a loro fosse comandato di
-abbattere in tutto o in parte la terra loro, cioè diroccarla cosicchè
-divenisse terra aperta.[23] Già era nata la lunga e difficil guerra
-ch’ebbe il Comune contro a Semifonte, forte castello nella Val d’Elsa e
-ostinatamente difeso dagli abitatori.[24] Cercarono i Fiorentini tôrre
-a Semifonte l’aiuto del Vescovo di Volterra, e dei conti Alberti, e dei
-Comuni di Colle e di San Gemignano; e molto e variamente si faticarono,
-sinchè l’anno 1202 (se pure ciò non fosse più tardi) per tradimento di
-chi n’avea la guardia entrativi dentro, lo abbatterono con divieto che
-mai più fosse riedificato. Sull’uscita dello stretto della Golfolina
-dove comincia la valle inferiore dell’Arno è Capraia, dov’erano conti
-della famiglia degli Alberti, e che ai Fiorentini pareva essere un
-pruno negli occhi; ma poichè prenderlo non potevano, gli edificarono
-all’incontro un altro castello, che a scherno del nome di Capraia
-appellarono Montelupo. I conti Guidi, che dall’appennino sovrastavano
-a Pistoia ed a Firenze, avevano spesse brighe e trattati e mutabili
-nimicizie con l’una o coll’altra di queste città. Male potevano a quel
-tempo difendere Montemurlo contro ai Pistoiesi, che a petto a quello
-aveano posto il castello del Montale: ma i Fiorentini prima difesero i
-conti Guidi, e poi da essi comprarono Montemurlo. Nel Mugello intanto
-avean disfatto Combiata, dov’erano certi Cattani o Castellani signori
-del luogo. Più altre fortezze abbatterono all’intorno, e già la potenza
-del Comune si allargava fino alla valle di Chiana, dove ebbero in
-accomandigia Montepulciano,[25] e in protezione tenevano gli uomini
-di Montalcino. Il che fu causa che nei primi anni del nuovo secolo
-più volte si affrontassero co’ Senesi; i quali vinti in più scontri,
-prometteano di lasciare liberi quei luoghi che fossero in protezione o
-in possesso del Comune di Firenze. Le città sorte nel tempo stesso e
-con istituzioni somiglianti, ma senza comun freno nè vincolo (perchè
-il principio dell’unità era straniero e nemico), si combattevano tra
-di loro per ampliarsi ciascuna il contado, ovvero secondo volevano le
-sètte, che già dividevano le membra lacere dell’Impero.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-GOVERNO DI FIRENZE. — GUELFI E GHIBELLINI, BUONDELMONTI E UBERTI.
-— AFFRANCAZIONE DEI CONTADINI. — GUERRE IN TOSCANA. — CACCIATA DEI
-GUELFI. [AN. 1215-1219.]
-
-
-Da tempo antico le città italiche generalmente si reggevano per
-Consoli; il quale nome derivava ed era forse continuato dai magistrati
-di Roma antica. Già intorno al mille Firenze viveva «sotto la signoria
-di due Consoli cittadini col consiglio de’ Senatori, ch’erano cento
-uomini de’ migliori della città, com’era l’usanza data da’ Romani.[26]»
-Ravvisa ognuno qui i duumviri e il collegio de’ decurioni. So che
-era boria cittadinesca l’annestarsi a Roma per via di leggenda, ma
-qui è un fatto; e i Consoli si rinvengono per le città dell’Italia
-meridionale qua e là senza lunghe intermissioni, dai tempi romani fino
-al risorgimento dei Comuni. I quali che siano d’istituzione germanica
-lo creda poi chi ne ha voglia.
-
-In Firenze il numero dei Consoli variava più tardi secondo i tempi,
-e se ne trovano sino a dodici; ma però sempre delle famiglie nobili,
-perchè il governo della città rimaneva tuttora in mano degli ottimati:
-e nobili sempre si mantennero anche dopo il 1200 quando essi, o alcuni
-almeno di loro, si veggono pigliar nome di Consoli delle Arti. Un
-documento,[27] a cui però non osiamo dare intera fede, noterebbe l’anno
-1204 Consoli dei Giudici e Notai, de’ Cambiatori, delle Arti della Lana
-e della Seta e di Calimala; uno preposto alle cose della giustizia,
-e due i Consoli dei soldati. Vi è pure il nome di un Senatore. Le
-Arti avrebbero avuto Consoli e Priori; vi sarebbe stato un Consiglio
-generale ed uno speciale, e dieci Buoni uomini per Sesto. Certo è che
-le Arti ogni dì più prevalendo, fu necessario con l’andare del tempo
-che gli artigiani man mano ottenessero una più larga partecipazione
-alle cose dello Stato. Già i Consigli si moltiplicano, ed i magistrati
-rappresentano i sestieri o i quartieri o secondo che fosse la città
-divisa. Il nome di _boni uomini_, che da principio significava gli
-uomini per nascita ragguardevoli, si trova dato poi agli eletti
-popolarmente dai collegi delle Arti o dai cittadini de’ sestieri. Nel
-popolo insomma era la vita della città innanzi ancora ch’egli venisse
-ad acquistarne la signoria.
-
-Ma il supremo diritto appartenente all’Imperatore (diritto non
-impugnato mai dalle città italiane) dovea pure soprastare al fatto
-cittadino; e quando per la Lega lombarda le città s’attribuirono
-un governo loro proprio e formalmente riconosciuto nella pace di
-Costanza, ebbero esse un magistrato di natura mista, giudice insieme
-ed ufiziale, in cui risedeva col nome di Potestà il diritto della
-spada, e che si trova chiamato alle volte Signore del luogo. Questo da
-principio l’Imperatore intendeva fosse da lui nominato ed investito,
-ma raramente gli accadde di esercitare tale prerogativa; e le città
-lo eleggevano a tempo di un anno o di sei mesi, avendo in sospetto
-quell’autorità che stava in luogo della suprema: sempre però di
-famiglia nobile anche nelle democrazie più gelose, e di schiatta
-forestiera perchè la rettitudine dei giudizi non fosse travolta dalle
-fazioni o dalle parentele. Teneva in Firenze egli da principio sua
-residenza nel Vescovado, poi nel Palagio da lui chiamato: veniva con
-molto accompagnamento; e sovrastando a ogni magistrato, aveva grandi
-onorificenze, in nome suo intitolandosi gli atti pubblici: il suo
-vestito era una lunga roba o bianca o gialla o di broccato d’oro, con
-in testa una berretta rossa. Nell’anno 1184, che seguì a quello della
-pace di Costanza, troviamo l’ufizio del Potestà ricordato la prima
-volta in un atto pel quale i Lucchesi prometteano fare certe cose a
-richiesta dei Consoli, del Potestà o d’altro Rettore della città di
-Firenze. Ma chi tenesse quell’ufizio noi non troviamo allora, nè per
-alcuni altri anni poi, che saltuariamente. Scrive il Malespini che
-i Potestà cominciarono in Firenze l’anno 1207 per torre ai Consoli
-la briga dei giudizi e questi fidare a uomini forestieri. Ma già nel
-1193 si trova un potestà Caponsacchi stipulare in nome della città,
-insieme co’ suoi consiglieri e sette rettori delle Arti. Costui sarebbe
-stato di famiglia tra le più nobili di Firenze:[28] gli altri poi
-furono sempre forestieri; ed un Porcari si trova insieme ai Consoli
-dei mercanti pattuire in nome della città l’anno 1200, e continuare
-nell’ufizio il seguente anno; quindi nel 1207 quel Grasselli milanese
-che è nominato dal Malespini, confermato anch’egli per un altro anno:
-poi nell’anno 1209 un atto simile a quello del 1193 avere il nome di
-quell’ufizio non la persona; un Potestà essere in Firenze nel 1215,
-ed un altro poi nel 1218; dopo al quale si vedono continuare senza
-intermissione. Negli anni intermedi, quando gli atti solenni (come nel
-1202 e 1212) non vanno in nome del Potestà, invece di quello abbiamo i
-Consoli, o fossero del Comune o della Milizia o dei Mercanti. Volemmo
-noi queste cose notare minutamente perchè importano alla storia del
-diritto, incerto com’era tuttavia in Firenze; sembrando a noi che
-mentre in Toscana le terre minori aveano a capo un Potestà, secondo
-appare dagli atti loro, un tale ufizio non avesse per trentacinque anni
-continuità in Firenze, dove alcune volte la suprema autorità ritornasse
-in mano dei Consoli. Nè a tutti gli atti dai quali traemmo queste
-indicazioni, veduti da uomo assai diligente, sapremmo noi negare fede,
-tanto più che nell’avvicendarsi in cima agli atti dei nomi dei Consoli
-con quello del Potestà, ne parve la sincerità di essi avere conferma.
-Dall’anno 1218 in poi, non già che cessassero nella città i Consoli, ma
-più non tenevano il supremo magistrato; e la rappresentanza cittadina
-risedette d’allora in poi costantemente nel Potestà, che seco aveva
-suoi consiglieri.[29]
-
-I Vescovi non esercitarono in Firenze mai giurisdizione politica; e
-questo ancora apparisce da tutta l’istoria, che il clero vi si mantenne
-in ogni tempo assai cittadino, senza di che non può aversi città
-ordinata nè religione pura. Gli Ottoni di Sassonia avevano fatto più
-che non volessero a pro dell’Italia, quando, per gelosia dei conti e
-de’ baroni, contrapposero alla feudalità i Comuni; e quando allargarono
-i privilegi de’ vescovi, così accostandogli alla parte popolana
-invece di rimanere tutti feudali e guerrieri, come gli avevano fatti i
-successori di Carlo Magno. Nè sono io certo che debba tenersi per vera
-quella opinione degli eruditi, la quale in oggi fa derivare il Comune
-dalle immunità vescovili e dal collegio degli avvocati delle chiese;
-ma è ben certo che nelle provincie meno aderenti all’Impero e che più
-sentirono la riforma di Gregorio VII, il clero ed il popolo si trovano
-uniti con più salda colleganza e con migliore temperamento. L’opera
-di quel Pontefice fu intesa a distruggere il fatto dei Carolingi: e
-nella guerra per le investiture si contendeva insomma se i vescovi
-s’avessero a eleggere in nome di Dio o in nome del Principe, e se
-tenere si dovessero pastori dei popoli o cortigiani dei re e capitani
-delle masnade; e nell’Italia importava l’essere i vescovi e gli abati,
-o italiani o tedeschi. Ma in Toscana la potenza dei marchesi e la forte
-signoria di Matilde fecero che i vescovi e generalmente il clero,
-dall’un lato contenuti, dall’altro venissero vie più ad accostarsi
-alla civil comunanza. I monasteri ed i conventi anch’essi appartengono
-all’istoria del popolo; ma qui non si vogliono descrivere le molte
-abazzie fondate verso il mille dal marchese Ugo di Toscana e un secolo
-dopo dalla contessa Matilde. Giova dire solamente quale principio
-avesse il monastero di Valombrosa, che diede nome a una riforma o nuova
-regola dei monaci di san Benedetto. Ciò fu intorno all’anno 1070 per
-opera di Giovanni Gualberto dei signori di Petroio in Val di Pesa, il
-quale incontrato presso alla chiesa di San Miniato un cavaliere ch’egli
-cercava a morte come uccisore d’un suo fratello, e questi chiedendogli
-mercè per Dio con le braccia in croce, Giovanni Gualberto punto da
-misericordia gli perdonò; e lo menò ad offrire in detta chiesa, quivi
-rendendosi monaco: donde poi salito essendo come eremita nell’alpe di
-Valombrosa, radunava intorno a sè altri monaci, e fondava il nobile
-edifizio che, ampliato dipoi ed abbellito dalle Arti, rendeva in
-Toscana molto popolare la memoria di san Giovanni Gualberto.
-
-Il nome di Guelfi e di Ghibellini, infino allora non mai pronunziato
-dagli storici, apparve in Firenze l’anno 1215, nato ivi per una privata
-contesa. Messer Buondelmonte della nobile casata de’ Buondelmonti,
-leggiadro e splendido cavaliere, aveva promesso di tôrre in moglie una
-fanciulla degli Amidei. Un giorno mentre egli cavalcava a diporto per
-la città, una donna di casa Donati per nome Aldruda lo chiama e, scese
-le scale, entra con esso in parole, non senza motteggiarlo perchè egli
-sia per isposare l’Amidei, nè bella nè sufficente a lui. Io vi aveva
-guardata, soggiunge, questa mia figlia; e gli mostra la donzella che
-l’avea seguita. Questa era di rara bellezza, tantochè Buondelmonte
-se ne accese, e senza pensare per nulla nè all’Amidei nè alla data
-fede nè alla ingiuria che era per fare nè al rischio cui andava
-incontro, rispose le cose non essere tanto innanzi che non si potessero
-frastornare: non molto dopo la sposò a moglie. Di tale ingiuria gli
-Amidei gridarono vendetta, e gli Uberti attizzarono quegli sdegni;
-ai quali partecipando più altri parenti, molte delle più antiche e
-nobili casate si congiurarono insieme di offendere Buondelmonte; e
-disputandosi in che guisa, il Mosca dei Lamberti si levò su e disse la
-mala parola: Cosa fatta capo ha; volendo dire, uccidiamolo e così al
-fatto sarà dato principio. Nè stettero a perder tempo, perchè raunati
-la mattina di pasqua di Resurrezione in casa degli Amidei da San
-Stefano, veggendo venire d’oltrarno Buondelmonte in su uno palafreno
-bianco, vestito nobilmente di nuovo di una roba bianca, si spinsero
-innanzi; ed incontratolo appena ch’egli ebbe sceso il Ponte Vecchio,
-appiè d’una statua di Marte che ivi era, avanzo del paganesimo;
-Schiatta degli Uberti lo rovesciò da cavallo, Mosca de’ Lamberti e
-Lambertuccio degli Amidei precipitandosi addosso a lui lo ferirono;
-da Oderigo de’ Fifanti, che gli segò le vene, fu tratto a fine. Per
-quella morte Firenze corse alle armi e a rumore; stettero i Guelfi co’
-Buondelmonti, i Ghibellini con gli Uberti: e la città, non per anche
-lastricata, divenne campo dove si combattevano vicini contro vicini;
-secondo che le private nimistà, o l’aderire alla parte della Chiesa
-o dell’Impero, divisero le famiglie, sì fattamente che di settantadue
-casate nobili annoverate dal Malespini, trentanove divennero guelfe e
-il rimanente ghibelline. Qui ebbero principio nella storia di Firenze
-le interminate discordie; ed a noi tristo insegnamento viene dai fatti
-che si compivano allora presso altre due nazioni oggi potentissime in
-Europa. Imperocchè in quell’anno i baroni dell’Inghilterra congiunti
-ai borghesi ponevano con la Magna Carta i fondamenti su’ quali
-poterono nel corso dei secoli insieme crescere libertà e grandezza;
-e in Francia, per contrarie vie, Filippo Augusto con la battaglia di
-Bouvines accertava la grande unità che è forza ed anima dei Francesi.
-I fatti d’Italia in quegli anni fecondissimi consumavano la libertà e
-impedivano la grandezza.
-
-Ma per allora e per trent’anni dopo, mentre che in Italia ardevano
-guerre e si esercitavano più che in altro tempo mai atroci violenze,
-da tante e sì varie miserie comuni rimaneva offesa meno delle altre
-parti la Toscana, e la città di Firenze dovette in quelli anni molto
-avere prosperato; talchè al Malespini parvero beati quei tempi nei
-quali, secondo egli scrive, «quelli che si chiamavano Guelfi amavano lo
-stato del Papa, e quelli che si chiamavano Ghibellini amavano lo stato
-dell’Impero; ma nondimeno tutti traevano al bene comune, ed il popolo
-si manteneva in unità e in bene della Repubblica.[30]» Nell’anno 1217
-andarono cavalieri guelfi e ghibellini alla Crociata che fu bandita
-da Onorio III per la impresa di Terra Santa; dove un Buonaguisa della
-Pressa acquistò gloria per essere egli salito il primo sopra le mura
-della città di Damiata, e la bandiera che ivi pose recò in Firenze con
-grande onore.
-
-Nell’anno 1218 i Fiorentini fecero giurare tutto il contado alla
-signoria del Comune; «che prima la maggior parte si teneva a signoria
-de’ conti Guidi e di quelli di Mangona e di quelli di Capraia e da
-Certaldo, e di più gentili uomini che l’aveano occupato per privilegi,
-per forza degli Imperatori.[31]» Queste parole sono di Ricordano
-Malespini, magnate fiorentino e guelfo; i cui maggiori doveano, come
-gli altri, tenere i loro castelli da imperiali privilegi e dalla
-forza; ma che vivendo tra gente libera, si andava educando al nuovo
-diritto, inverso il quale muovendo Firenze con più franco passo di
-altra qualsiasi tra le città emancipate, meritò bene dell’umanità.
-Traspare però nel nostro istorico il malumore di gentiluomo, dove
-enumerando in altro luogo e come di nascosto i danni sofferti da molte
-famiglie, aggiugne poi «tutte per terra:» i Malespini aveano anch’essi
-una tenuta dentro al contado con le altre disfatta. Cresceva Firenze
-affrancando i contadini dalla soggezione baronale e affratellandoli
-al Comune; il che era giustizia che si faceva contro ai soverchianti,
-per lo più stranieri, i quali ponendo aguati o serragli sulle vie,
-impedivano i commerci e si contrapponevano a ogni civil comunanza. Ma
-quelli assalti contro a’ cattani o signori di castelli, guardando ai
-modi che si tenevano, erano spesso «più con la forza che con ragione»
-come dichiara Giovanni Villani,[32] uomo di popolo ma sincero se altri
-fu mai: cosicchè molti nobili di contado, per isdegno o per aver patti
-migliori, donavano alla Chiesa le terre loro e le case ed i vassalli
-che per tal modo voleano sottrarre alla ubbidienza dei Comuni. Si
-trovano esempi di tali donazioni fatte al Vescovo di Firenze lo stesso
-anno nel quale vennero i contadini emancipati; e molti Fiesolani o
-nobili o altri giurarono a quel Vescovo fedeltà nel 1224, non bene
-essendo per anche formata la signoria del Comune sopra sè stesso e nel
-contado.[33] Ma questa venendo a crescere sempre, il Potestà dell’anno
-1233 ordinava: «che dentro al mese di maggio tutti gli abitatori del
-contado fiorentino venissero a comparire nella città per notificare ai
-notai dei sestieri a ciò deputati di che condizione fossero ciascuno,
-cioè se cavaliere nobile o fattizio, o allodiere, o masnadiero, o
-uomo d’altri, o fittaiolo, o lavoratore o d’altra condizione egli
-fosse.[34]»
-
-Prima di quel tempo Firenze ebbe brighe co’ Perugini per le acque che
-in Arno scendevano dal Lago Trasimeno: cominciò poi lunga guerra con
-Siena per le controversie continue che davano i confini incerti e i
-signori che ivi seguivano contrarie parti. Vi era Poggibonsi fortezza
-imperiale, e tra i castelli che dipendevano dai Senesi, Mortennana
-degli Squarcialupi, battuto e ripreso più volte; trovandosi ivi usate
-quelle che poi divennero mine, ed erano fossi coperti pei quali
-entravano fino a scalzare i fondamenti delle mura e farle cadere.
-Dal lato opposto, dove il dominio di Firenze si toccava con quello
-di Siena, Montepulciano e Montalcino diedero occasione a quelle
-guerre, nelle quali ebbero i Senesi lega con gli Orvietani, mentre
-che Firenze si rinforzava di aderenti e di amicizie in quella parte
-degli appennini che scende in Romagna, di già estendendo l’azione
-sua oltre a’ confini della Toscana.[35] Con Pisa era guerra spesso
-combattuta ma sempre costante per la contrarietà d’interessi che la
-natura del sito aveva posto tra le due città, diversamente facoltose
-e già possenti ambedue: imperocchè Firenze a’ suoi commerci voleva
-uno sbocco sul mare, e Pisa glielo impediva. Questa era anche sempre
-in guerra con Lucca, la quale era certa di seco avere i Fiorentini:
-di poi una meschina contesa tra gli ambasciatori delle due città
-rivali convenuti in Roma all’incoronazione di Federigo II, bastò ad
-accendere una guerra. Dapprima si erano bene svillaneggiati e battuti
-nelle vie di Roma tra quanti Fiorentini e Pisani erano in Corte, o
-vi andarono per volontà di avere parte nella riotta; della quale fu
-principale istigatore quell’Oderigo Fifanti che aveva segato le vene
-a Buondelmonte, ed ora se la pigliava contro ad uomini ghibellini.
-I Pisani fecero arrestare tutta la roba e mercatura de’ Fiorentini
-che si trovò in Pisa, ch’era grande quantità; e i Fiorentini avendo
-chiesto fosse restituita la mercanzia, i Pisani superbamente negarono;
-e ai Fiorentini che minacciavano di muovere contro Pisa, risposero
-che avrebbono loro ammezzata la via: laonde incontratisi a Castel del
-Bosco, fecero battaglia con la peggio de’ Pisani, al dire degli storici
-fiorentini.[36]
-
-Moriva in quei tempi (1229) un celebre fiorentino, Accorso da Bagnolo,
-che professò giurisprudenza in Bologna e fu insigne tra’ glossatori
-dei libri delle romane leggi, talchè la fama e l’autorità di lui non
-sono spente ai dì nostri. Già da due secoli Arezzo aveva prodotto
-quel Guido che fu inventore delle note musicali: e in quei primi anni
-del XIII Niccolò pisano faceva risorgere la scultura, e Leonardo
-Fibonacci della città stessa recava in Europa le cifre numeriche e
-l’arimmetica degli Arabi. Sorgevano già le cattedrali bellissime di
-Lucca, di Pisa e di Siena. Fuori delle porte di Firenze già sino dai
-primi anni dopo al mille era la chiesa di San Miniato, nobile monumento
-di quell’architettura cristiana che nacque in Italia ne’ primi secoli
-della Chiesa. Nella città rimaneva antico e molto bello edifizio il
-Battistero, che prima dicevano essere stato tempio di Marte e poi
-consacrato a san Giovanni Battista; ma d’altri non si era per anche
-adornata che ne attestassero la magnificenza; nè si era illustrata
-per chiari ingegni, dei quali Accorso fu il primo. Doveano i commerci
-però di Firenze già molto essere ampliati, trovandosi avere l’anno
-1214 il Marchese d’Este impegnato ai prestatori fiorentini tutti
-i suoi allodiali per le grosse somme di danaro che gli aveano essi
-somministrate.[37] Cresceva intanto la città oltr’Arno, dove molte
-famiglie venute di fresco in ricchezza aveano poste le case loro;
-talchè fu necessità fondare due nuovi ponti, che uno alla Carraia
-l’anno 1218, e l’altro nel 1237, cui diede nome il potestà Rubaconte da
-Mandella milanese.
-
-Avanti di cominciare la narrazione di fatti maggiori, giova dire
-alcuna cosa intorno alla setta dei Paterini o Albigesi, che di
-recente compressa nel mezzodì della Francia per sanguinose battaglie,
-aveva fomento in Italia dall’odio ardentissimo dei Ghibellini contro
-alla romana Chiesa, e dalla sciolta incredulità di Federigo II.
-Quell’asiatica dottrina recata in Europa dalle crociate e dai commerci,
-ebbe seguaci per tutta Italia anche nel secolo precedente: ora le
-parti civili di ogni cosa facevano arme, ed il pensiero audacissimo
-che voleva tutto comprendere, non aveva limiti al negare: la Somma
-di san Tommaso ed il poema di Dante ne mostrano quante fossero in
-quel gran secolo l’interezza e la comprensione filosofica della
-ortodossa dottrina, fuor della quale non era luogo che a una filosofia
-miscredente. Lo stesso Alighieri annovera tra gli increduli, oltre a
-Federigo imperatore, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini e Farinata
-degli Uberti, capi della parte ghibellina; ed in Firenze sappiamo
-essere stati i Paterini apertamente promossi e spalleggiati dal Potestà
-che verso l’anno 1240 vi esercitava l’autorità imperiale.[38] Nella
-città due colonne, delle quali una ha in cima la croce, l’altra una
-statua di san Pier Martire, tuttora dinotano i luoghi dove i Paterini
-venuti a conflitto col rimanente del popolo furono vinti ed oppressi;
-nè più ricomparvero dopo la morte di Federigo e la vittoria de’
-Guelfi. Intanto però anche le giuste censure e l’avversione di molti
-contro ai mondani vizi del clero, pigliavano faccia d’eresia; cosicchè
-apparve sospetto nel suo primo manifestarsi lo stesso pensiero di san
-Francesco, il quale tendeva a rinsanire la gerarchia con l’onorare
-la povertà, e faceva sorgere nella Chiesa un nuovo ceto di popolani;
-consacrazione e forza grande aggiunta ai _poveri_ e _impotenti_,
-che il patrocinio delle leggi tendea dovunque a rinnalzare. Sospetti
-egualmente riuscivano i primi eremiti che in Monte Senario cominciarono
-un nuovo Ordine, il quale avuta di poi solenne istituzione in Firenze,
-divenne l’Ordine dei Serviti. In Italia le riforme si traducevano
-sempre in popolari istituzioni, conservatrici però della unità
-religiosa che stava in cima e le conteneva dentro ai limiti d’un
-ossequio non mai cessato in alcun tempo. Tra queste forze venne ad
-infrangersi la potenza di casa Sveva e dei Ghibellini, come vedremo pei
-fatti che ora ne richiamano a più disteso racconto.
-
-L’anno 1248 Federigo principe d’Antiochia, figlio naturale di Federigo
-II, conduceva in Toscana suoi cavalieri, mandato dal padre ad opprimere
-la parte guelfa, ch’era il maggior numero. In Firenze le casate
-ghibelline si rafforzavano dando mano alle masnade tedesche; e unite a
-queste, combattevano di luogo in luogo, e fino all’ultimo serraglio,
-i Guelfi dentro alla città. Infine dovettero questi partirsene a’ 2
-febbraio, giorno della Candelaia, 1249; ma però innanzi d’abbandonare
-la patria, armati com’erano, portarono a sepoltura feroci e piagnenti
-in lunga fila il cadavere d’un loro cavaliero per nome Rustico
-Marignolli caduto in quella battaglia: e depostolo nel chiostro di San
-Lorenzo, dove una lapida in onore suo tuttora si vede, sgombrarono
-la città ricovrandosi a Montevarchi ed a Capraia e sparsamente per
-le campagne ai castelli o ne’ poderi loro e degli amici. Aveano fede
-in sè medesimi e nella parte ch’essi tenevano: ma i Ghibellini ed i
-Tedeschi rimasti soli nella città, la governavano ad arbitrio loro.
-Abbatterono trentasei fra case e torri, e tra queste il nobile edifizio
-dei Tosinghi in Mercato Vecchio, detto il _Palazzo_; il quale era alto
-(dicono gli storici) novanta braccia, adorno di colonnette di marmo.
-Abbatterono anche la torre che si chiamava del Guardamorto, la quale
-era prossima a San Giovanni, con l’intenzione (secondo scrivono) di
-farla cadere addosso a quel tempio dove il popolo dei Guelfi solea
-radunarsi: ma Giorgio Vasari, che attribuisce all’ingegno di Niccola
-Pisano l’avere fatto ruinare quella torre sopra sè medesima, esclude
-il disegno imputato ai Ghibellini: a questi rimane, come nota il
-Malespini,[39] l’avere cominciato quella maledizione dell’abbattere le
-case, che poi divenne fatale usanza. Continuarono intanto la guerra
-contro i castelli: ed essendo Federigo istesso venuto in Toscana,
-quello di Capraia, dove si era chiusa gran parte della nobiltà guelfa,
-per lungo assedio fu espugnato; e Federigo, i capi dei Guelfi condotti
-in Puglia, scrivono facesse parte mazzerare, parte abbacinare, e
-indi chiudere in un chiostro. L’Imperatore tedesco percuoteva con gli
-ottimati gli ottimati, tra’ quali soli fin qui pareva la guerra essere
-combattuta: vedremo il popolo tutto intero unito e possente venire in
-iscena, e fare sua quella vittoria cui dato aveva egli compimento.
-
-
-
-
-Capitolo IV.
-
-PRIMA VITTORIA DEL POPOLO, E GOVERNO DEGLI ANZIANI. FELICITÀ DEI
-GUELFI. [AN. 1250-1254.]
-
-
-I Ghibellini con la forza delle straniere masnade imposero al popolo
-intollerabili carichi e l’oppressero in mal punto, imperocchè i Guelfi
-avevano al di fuori ricominciato la guerra, e il re Enzo di Sardegna,
-altro figlio naturale di Federigo II, dai Bolognesi vinto in battaglia,
-era imprigionato: la parte guelfa e popolare alzava il capo; talchè
-veggiamo in quegli anni altre città emancipate al modo stesso e con
-le forme che in questa sua liberazione pigliava il popolo di Firenze.
-Quivi frattanto gli Uberti e le altre nobili famiglie oltre ogni dire
-insolentivano: il popolo, che era fino allora stato soggetto al governo
-dei magnati, ora essendo fuori i nobili guelfi, ed esso capace a fare
-testa contro i Ghibellini, si levò, e tolse con mirabile felicità in
-mano sua tutto lo Stato. I buoni uomini, o come scrive il Machiavelli
-gli uomini di mezzo, o meglio direi coloro dai quali usciva in quel
-punto la nuova cittadinanza, il 20 ottobre 1250 si adunano a folla
-nella chiesa di San Firenze; ma non osando fermarvisi per timore
-della violenza degli Uberti che ivi presso abitavano, si ricovrano a
-Santa Croce, chiesa popolana dei Frati Minori, dove armati ed inquieti
-dimorano alcun tempo. Poi fatto animo, invece di tornarsene alle loro
-case, vanno con ordine militare ad afforzarsi presso la chiesa di San
-Lorenzo, dove tuttavia in armi si elessero trentasei caporali, tolsero
-il grado al Potestà e agli ufficiali posti dai Ghibellini, mettendo a
-guardia del nuovo Stato un Capitano del popolo, messer Uberto da Lucca;
-al quale aggiunsero dodici Anziani, due per sesto, acciò guidassero il
-popolo e consigliassero il Capitano. Questi doveva, come il Podestà,
-essere nobile e forestiere, ma di popolo gli Anziani: tra questi era
-un calzolaio, possente uomo, secondo appare, poichè lo chiamano Grande
-anziano; il quale divenne poi traditore, onde più tardi fu lapidato a
-furia di popolo.
-
-Scrissero tutta la gioventù in compagnie sotto a venti gonfaloni,
-e ordinarono che ciascun uomo uscisse presto ed armato sotto la sua
-bandiera, qualunque volta fosse dal Capitano o dagli Anziani chiamato,
-facendo gettare a questo effetto una campana. Il gonfalone del Capitano
-aveva la croce rossa in campo bianco; degli altri variavano i segni
-e i colori. Questa era la forza che il popolo ordinava a munimento
-della libertà sua: ma nelle guerre al di fuori andava l’esercito sotto
-gli ordini del Potestà, perch’era esercito del Comune o della intera
-città, nel quale tutti si comprendevano i vari ordini dei cittadini. I
-nobili e i potenti popolani formavano arme distinta, che si chiamava
-dei cavalieri, principal nerbo nelle battaglie. Ciaschedun sesto
-aveva l’insegna sua pe’ cavalieri, e similmente erano insegne variate
-per le armi de’ balestrieri e de’ palvesari, e per la salmeria e i
-guastatori e i marraioli e i palaioli. Queste insegne dava solennemente
-il Potestà ogni anno il dì della Pentecoste. La popolazione del
-contado fu parimente divisa in leghe, le quali ciascuna sotto a’
-suoi gonfaloni l’una all’altra soccorrendo, dovevano inoltre, quando
-bisognasse, venire in arme nella città: novantasei erano i pivieri, i
-quali furono ordinati in leghe. E qui è da notare che a ciascun sesto
-della città rispondeva una parte del contado, cosicchè i vari pivieri
-ed i Comuni fossero come una dipendenza di quel sesto che incontro ad
-essi era posto, e le milizie delle leghe quando scendevano in Firenze
-s’aggregassero per sesti alle milizie cittadine, e le ingrossassero con
-lo stesso ordine. A difesa di sè stesso, ed a mostrare come in Firenze
-il governo dei magnati cedesse a quello della cittadinanza, ordinò il
-popolo che le torri onde era gremita la città, fossero tutte eguagliate
-all’altezza di cinquanta braccia, secondo scrivono: le torri dei nobili
-erano in grande numero; poche altre si chiamavano delle vicinanze,
-fabbricate da più famiglie insieme a difesa di case vicine:[40] con le
-pietre di quelle mozzate torri si cinse di mura la città oltr’Arno.
-Gettarono i fondamenti d’un palazzo per la Signoria, che prima non
-aveva pubblica residenza e gli Anziani tornavano alle loro case a
-mangiare e a dormire: dipoi quel palagio fu del Potestà.
-
-Alla novella della morte di Federigo II, la quale avvenne in Firenzuola
-di Puglia a’ 13 dicembre 1250, il popolo richiamò in città i fuorusciti
-guelfi, dicendo volere rappacificare le due fazioni. Veramente
-avere alterato le istituzioni municipali non offendeva le ragioni
-dell’Impero, come il richiamo degli sbanditi, il quale era atto di
-sovranità.[41] Così però la città in questi anni fatta opulente pei
-commerci, cresciuta di popolo, e avendo acquistata in guerra ed in
-pace la fiducia di sè stessa, pigliava in Toscana luogo soprattutte
-preminente, digià cominciando a essere noverata tra le maggiori
-d’Italia. La parte guelfa si rinforzava dopo la morte dell’Imperatore
-per la presenza di papa Innocenzio IV, che dal Concilio di Lione
-tornava a Roma colla sua corte. Frattanto Firenze e Lucca sole si erano
-chiarite guelfe, mentre al contrario Pistoia, Pisa, Siena e Volterra
-e quasi tutti i gentiluomini di contado seguitavano il ghibellinesimo.
-Firenze, crucciosa di vedere Pistoia stare al comandamento di Corrado
-successore del secondo Federigo, contro di essa faceva uscire le sue
-milizie cittadine: e perchè i nobili ghibellini rimasti dentro si
-erano opposti a cosiffatta guerra, queste milizie tornate vittoriose
-costrinsero al bando non pochi di quelle famiglie; i quali, usciti
-appena, stringevano società o lega col Comune di Siena. Abbiamo l’atto
-a ciò stipulato da uno di casa dei Lamberti come procuratore degli
-uomini di molte famiglie di cui si leggono i nomi.[42] Allora Firenze
-[luglio 1251], sdegnando avere comune l’insegna coi Ghibellini, lasciò
-loro l’arme del giglio bianco in campo rosso e appropriossi il giglio
-rosso in campo bianco. «Tuttavolta l’antica nobile e trionfale insegna
-del Comune di Firenze, cioè lo stendardo bianco e vermiglio che si
-portava sul carroccio, non cangiò mai.»
-
-La Repubblica seguitava felicemente la guerra contro i Ghibellini
-signori di alcune castella aiutati dai Pisani e dai Senesi, tantochè
-contro queste due città rivolse finalmente lo sforzo delle armi sue;
-nè migliori guerre nè più alto e giusto fine ebbe essa dopo quel tempo
-mai. I cittadini, tutti concordi pel buon governo e la lealtà loro,
-andavano a quelle militari spedizioni a piedi e a cavallo, con grande
-animo e ardire: Firenze ponevasi allora a capo di parte guelfa, e
-delle italiane libertà, e dei popoli che risorgevano; e se non fosse
-usar parole troppo magnifiche e boriose, quasi direi della civiltà
-del mondo. Fiorendo la Repubblica in potenza e in ricchezze a cagione
-della quiete dentro e dei buoni successi al di fuori, l’università dei
-Mercatanti, piuttostochè il Popolo ed il Comune, per onore di tutti
-ordinò che si coniasse moneta d’oro; per la qual cosa Firenze allora
-ebbe il fiorino d’oro di 24 carati. Otto di essi pesavano un’oncia;
-da una parte avevano il giglio, dall’altra san Giovanni Battista, e
-valevano venti soldi. Quando cominciarono a vedersi, niuno li voleva:
-ma tosto ebbero corso grande e grande credito in Europa e nei traffici
-d’Oriente. Un’altra volta i Fiorentini andati contro Pistoia, vi
-posero assedio; e avuto il disopra, quivi restaurarono parte guelfa a
-guarentigia del fatto, edificando un castello in sulla via di Firenze,
-che fronteggiasse i Pistoiesi. Eguali successi ebbero a favore dei
-Perugini ch’erano guelfi, e contro Siena e contro Arezzo; dove anche
-diedero bella prova di lealtà quando il conte Guido Guerra capitano
-de’ Fiorentini, avendo dato mano ai Guelfi di Arezzo perchè cacciassero
-contro ai patti i Ghibellini dalla città, il governo di Firenze volle
-che i patti si mantenessero e i Ghibellini vi rientrassero. Troviamo
-pure la confessione fatta da’ Guelfi d’Arezzo di somme imprestate ad
-essi in questi anni [1251-55] dai Fiorentini;[43] i quali dipoi avendo
-col toglierle alcune castella abbassato Siena, e andati ad oste contro
-Volterra, nel dare la caccia ai nemici fuggitivi entrarono nella città,
-forte pel sito in cima ad un monte. Allora si viddero venire incontro
-il Vescovo ed il Clero colle croci in mano, e dietro ad essi le donne
-scapigliate, tutti gridando: «Signori Fiorentini, pace e misericordia.»
-Si contentarono di riformare lo Stato e di cacciare i capi ghibellini
-senz’altra offesa. Vincitori di Volterra, vanno contro Pisa; e perchè
-i Pisani spaventati, pregando pace, ad essi inviarono ambasciatori
-con le chiavi della città in segno di sommissione, la guerra cessava;
-i Fiorentini accontentandosi di pattuire che le mercatanzie loro
-potessero entrare per mare e per terra liberamente in Pisa ed uscirne
-con franchigie di gabelle, e che i pesi e le misure usate in Firenze
-fossero comuni anche ai Pisani. Bastava loro il provvedere alla
-facilità dei commerci; nè a tanto possente e ghibellina città quei
-patti erano da imporre che altrove solevano ad incremento di parte
-guelfa, come non ricettare i fuorusciti, o per tre anni pigliare tra’
-nobili di Firenze il Potestà, che doveva (come noi sappiamo) da per
-tutto essere forestiero. Tornava l’oste in Firenze tra le allegrezze
-e le feste nel gaio mese di settembre; ed a quell’anno tanto felice
-[1254] il nome fu dato d’anno vittorioso. Erano i primi gaudi della
-libertà, nei quali sembra che il giovane popolo innalzi a leggenda la
-propria sua istoria.[44]
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-MANFREDI RE DI NAPOLI AIUTA I GHIBELLINI. BATTAGLIA DI MONTAPERTI. [AN.
-1254-1260.]
-
-
-Manfredi figlio naturale di Federigo II succedè l’anno 1254 al
-fratello Corrado sul trono di Sicilia e di Puglia in pregiudizio del
-nipote Corradino: da lui ebbe parte ghibellina gran sostegno, e la
-Toscana grande assalto. Ad istigazione di quel principe i Pisani di
-bel nuovo ruppero guerra ai Fiorentini ed ai Lucchesi, avendo sul
-territorio di questi assalito il castello del Ponte a Serchio, dal
-quale poi furono respinti con grave sconfitta: i vincitori volgendo
-l’oste contro alla stessa Pisa, giunsero fino a San Iacopo in Val
-di Serchio, dove tagliato un gran pino, fecero a dimostrazione di
-trionfo, sul ceppo rimasto, battere fiorini d’oro. Allora i Pisani
-gli richiesero di pace, che i Fiorentini concessero in modo grato ai
-Lucchesi; ma per avere alle mercatanzie libera la piaggia del mare
-fermarono che nel popolo di Firenze stesse la scelta del mantenere
-o del disfare il castello di Mutrone, che era tenuto dai Pisani.[45]
-Questi accettarono la condizione: dopo di che gli Anziani di Firenze in
-consiglio segreto presero partito, che il Mutrone fosse disfatto. Ciò
-si doveva nel dì seguente proporre in pubblico parlamento: ma intanto
-i Pisani bramando impedire che i Fiorentini a ogni costo dessero quel
-castello in signoria dei Lucchesi, avevano in Firenze mandato a tal
-fine celatamente un discreto segretario con denari assai da spendere.
-Si accostò il Pisano, per interposta di un amico, ad un grande
-cittadino anziano e possente in popolo e in comune, il quale avea
-nome Aldobrandino Ottoboni, franco popolano, offrendogli quattromila
-fiorini e più se ottenesse che il Mutrone fosse disfatto. Ma il vecchio
-Aldobrandino, da ciò argomentando che la distruzione del Mutrone,
-dai Pisani desiderata, verrebbe dannosa ai Fiorentini ed ai Lucchesi,
-come leale cittadino, senza far parola della offerta dei denari, con
-nuovi argomenti propose il contrario di quel che aveva nel precedente
-giorno, e fece vincere il partito che il Mutrone si conservasse: tanta
-fu la continenza di quel virtuoso e non troppo ricco cittadino, che
-il Villani paragona al buon romano Fabrizio. Poco dopo Aldobrandino
-moriva, e il Comune gli decretò in Santa Reparata un monumento di marmo
-elevato sopra a ogni altro, dove fu egli deposto a grande onore. Tre
-anni dopo i Ghibellini tornati in città fecero per empiezza di parte
-abbattere quella sepoltura, e il corpo di Aldobrandino trascinare per
-la città e gittare nei fossi.
-
-Manfredi era stato l’anno 1258 coronato in Palermo re di Sicilia;
-dal che ranimati i Ghibellini di Toscana, convenivano in segrete
-adunanze, tendendo le orecchie ad ogni novella. Gli Uberti ordivano
-gran congiura, ma fu scoperta la trama; citati, negarono i Ghibellini
-di comparire, insultando con ferite e con percosse la famiglia del
-Potestà. Al che il popolo, correndo armato alle case degli Uberti,
-uccise a furia Schiattuzzo di quella famiglia ed altri ad essa
-aderenti: Uberto Caimi degli Uberti e Mangia degl’Infangati, condotti
-al carcere, confessarono la congiura, per cui tosto ebbero il capo
-mozzo. I rimanenti degli Uberti con molte più casate ghibelline,
-i Fifanti, gli Amidei, i Lamberti, gli Scolari ed altre sì nobili
-che plebee, le quali sarebbe qui troppo lungo noverare, fuggirono
-dalla patria, ricoverandosi a Siena ch’era tenuta dai Ghibellini: le
-case e torri dei fuorusciti furono atterrate. Poco dipoi l’Abate di
-Valombrosa, pavese della famiglia da Beccaria, caduto in sospetto di
-perfidia ghibellina, fu posto al tormento e decollato da’ Fiorentini,
-i quali ne furono scomunicati dal Pontefice. Il popolo che resse in
-quei tempi la città, scrive il cronista che «fu superbo molto, di alte
-imprese e tracotato;» ma una cosa ebbero i rettori, che furono molto
-leali e diritti. E perchè un Anziano fece ricogliere dal fango presso
-a San Giovanni un cancello che era stato della chiusa del Leone, e lo
-mandò in una sua villa, ne fu condannato in lire mille, come frodatore
-delle cose del Comune.[46] Firenze, che aveva come sua impresa il
-Marzocco, teneva insin d’allora per grandigia un serraglio di Leoni che
-venivano ad essa recati dai commerci nell’oriente: usanza continuata
-dalla Repubblica sempre, ed anche poi sotto al principato, fino alla
-memoria dei padri nostri.
-
-«I cittadini di Firenze allora (prosegue il Villani) vivevano sobri
-e di grosse vivande e con piccole spese, e di grossi drappi vestivano
-loro e loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, con
-berrette in capo, e tutti con gli usatti (stivali di cuoio) in piede.
-E le donne fiorentine co’ calzari senza ornamenti; e passavansi le
-maggiori d’una gonnella assai stretta di grosso scarlatto, cinta ivi su
-d’uno scaggiale (cintura) all’antica, ed un mantello foderato di vaio
-col tassello sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite
-di un grosso verde di cambrasio per lo simile modo: e lire cento era
-comune dote di moglie; e lire dugento o trecento era a quei tempi
-tenuta dote sfolgorata; e le più delle pulzelle aveano venti e più anni
-anzichè andassero a marito.[47]» Le quali parole confermano quelle a
-tutti note, dove l’Alighieri descrive l’antico vivere dei Fiorentini,
-che i vecchi tuttora potevano ricordare, tanto fu rapido il salire di
-questa città nella opulenza e nelle corruttele.[48]
-
-Siccome per la pace fermata tra’ Fiorentini e i Senesi, questi si erano
-obbligati a non ricevere fuorusciti; così i Fiorentini inviarono a
-Siena due ambasciatori, Albizzo Trinciavegli e Iacopo Gherardi dottori
-in legge; i quali giunti, chiesero che i rifugiati fossero cacciati
-via, ed aggiunsero intimazioni superbe; cui risposero i Senesi con
-l’accettare la guerra, che fu incontanente dichiarata. Su di che i
-fuorusciti si argomentarono d’inviare ambasciatori al re Manfredi per
-soccorso, tale sperandolo che bastasse a restituirli nella patria.
-Era capo dell’ambasceria Farinata degli Uberti, principale tra i
-Ghibellini, ed avea libera facoltà da’ suoi di fare e dire come a
-lui paresse. Venuti al cospetto del Re, inginocchiati, lo richiesero
-d’aiuto; ma egli, o temesse o diffidasse, promise a stento il magro
-soccorso di cento cavalieri tedeschi. Volevano gli altri, che aveano
-sperato tirarlo almeno a seicento uomini, ricusare la profferta; ma
-Farinata disse loro: «non rifiutiamo niuno suo aiuto, e sia piccolo
-quanto si vuole; mandi con esso l’insegna sua: tornati a Siena,
-noi la metteremo in tale luogo che converrà mandi egli gente a
-sufficenza.[49]» Accettarono, ma giunti a Siena furono accolti a grande
-scherno; e molto furono sbigottiti i fuorusciti che si aspettavano dal
-re Manfredi maggiore aiuto.
-
-Correva il mese di maggio del 1260, quando l’oste fiorentina andava
-contro Siena, conducendo seco il Carroccio, com’era usanza delle
-città libere d’Italia. Questo era «un carro in su quattro ruote,
-tutto dipinto vermiglio; e suso eranvi due antenne, sulle quali
-sventolava il grande stendardo dell’arme del Comune di Firenze, bianco
-e vermiglio.... Lo tirava un grande e forte paio di buoi, coperti di
-un panno anch’esso vermiglio: tenevano i buoi nello Spedale di Pinti a
-questo ufficio ed a niun altro; il guardatore di essi avea franchigia
-nel Comune. Quando era guerra, i conti e castellani vicini e gentili
-cavalieri della città lo traevano dall’Opera di San Giovanni, e
-condotto sulla piazza di Mercato Nuovo, lo posavano sopra un termine
-ch’era fatto d’una pietra tonda, raccomandandolo quivi al popolo di
-Firenze. All’oste lo guidavano i popolani, e di essi i migliori ed
-i più forti e virtuosi erano deputati a guardarlo, a piedi tutti; e
-nelle battaglie la forza del popolo intorno a quello si ammassava. E
-quando l’oste era bandita, un mese innanzi ponevano sull’arco della
-porta Santa Maria, in capo di Mercato Nuovo, una campana chiamata la
-Martinella, e quella del continuo suonava. Quando l’oste si moveva, la
-detta campana era levata d’in sull’arco e posta in un carro sopra un
-castello di legname; al suono di questa si guidava l’oste.[50]» Queste
-erano pompe del popolo vecchio e della Repubblica di Firenze.
-
-Andava l’oste contro Siena, e via facendo impadronitasi d’alcune
-castella, si accampava presso l’antiporta della città stessa al
-Monistero di Santa Petronella, dove su un poggetto rilevato innalzarono
-una torre da tenervi la campana. In Siena il disegno che Farinata
-aveva fatto sulla bandiera del re Manfredi, ebbe allora compimento:
-durando l’assedio, gli usciti di Firenze diedero un giorno mangiare ai
-cavalieri tedeschi; e bene avendogli avvinazzati, gli feciono armare e
-montare a cavallo per assalire il campo de’ Fiorentini, con la promessa
-anche di grandi doni e paga doppia. I Tedeschi forsennati e caldi di
-vino uscirono fuori; e perch’erano improvvisi, al primo assalto fecero
-grande danno, e molti del popolo e della cavalleria fuggirono, credendo
-fossero maggior numero di gente: poi ravveduti, si raccozzarono e
-diedero addosso ai pochi Tedeschi, dei quali molti furono uccisi; e la
-bandiera del re Manfredi presa e strascinata, fu poi recata a Firenze.
-Allora i Senesi e i fuorusciti ghibellini avendo accattato dalla
-compagnia de’ Salimbeni di Siena ventimila fiorini d’oro, mandarono
-altri ambasciatori annunziando a quel Re come la sua poca gente per
-gran valentia essendosi messi ad assalire l’oste dei nemici, prima
-l’avessero posta in fuga, e se più fossero stati, avevano la vittoria;
-ma per la poca gente, erano poi tutti rimasti morti, e l’insegna
-caduta in mano dei Fiorentini e svergognata: a ciò aggiugnendo quelle
-parole che seppero meglio ad ismuovere Manfredi.[51] Il quale crucciato
-allo intendere la novella, con la moneta dei Senesi mandò in Toscana
-il conte Giordano suo maliscalco ed ottocento cavalieri tedeschi;
-giungevano questi all’uscita del luglio 1260.
-
-Per questo rinforzo invigoriti i Senesi, bandirono oste sopra a
-Montalcino; e avendo richiesto l’aiuto dei Pisani e di tutti i
-Ghibellini di Toscana, bentosto raccolsero in Siena un esercito
-di molto polso. Ma non si credevano però avere fatto nulla se non
-tirassero i Fiorentini fuori a campo, i Tedeschi essendo pagati per
-soli tre mesi; e già n’era passato uno e mezzo, nè moneta avevano
-da più tenerli, nè mai l’avrebbero ottenuta da Manfredi. Ragionarono
-pertanto che al fine loro non perverrebbero senza grande maestria e
-inganno di guerra; del che l’industria fu commessa a Farinata degli
-Uberti. Sceglieva egli due frati Minori da inviare messaggieri al
-popolo di Firenze; e prima gli fece in gran segreto abboccare con
-alcuni dei principali di Siena, i quali diedero infintamente loro ad
-intendere che, bramando scuotere essi quella sorta di signoria che
-Provenzano Salvani esercitava dentro alla città, volentieri darebbero
-questa ai Fiorentini per diecimila fiorini d’oro: venissero con grande
-oste sotto cagione di fornire Montalcino, e andassero infino sul
-fiume d’Arbia, dove giunti avrebbero dagli amici loro la porta di San
-Vito la quale guarda verso Arezzo. I frati, condotti essi medesimi
-nell’inganno, vennero a Firenze con lettere suggellate, e fecero capo
-agli Anziani, profferendo che recavano gran cose in pro del popolo di
-Firenze, ma che erano tali che si voleano manifestare a pochi. Allora
-gli Anziani elessero due di loro; che uno era chiamato lo Spedito,
-audace uomo e intramettente; ai quali, poichè ebbero fatto sacramento
-sull’altare, i frati mostrarono le lettere, e tutto discopersero il
-trattato. I due portati da volontà diedero fede, e incontanente trovati
-i diecimila fiorini, radunarono Consiglio di grandi e di popolo, ai
-quali esposero che bisognava muovere l’oste d’intorno a Siena a fornire
-Montalcino, e quivi andare con grande possa. I nobili delle grandi case
-di Firenze ed il conte Guido Guerra ch’era con loro, e di milizia più
-sapevano che i popolani, ed ignoravano il trattato; conoscendo la nuova
-masnada de’ Tedeschi ch’era venuta in Siena, e la mala vista che fece
-il popolo a Santa Petronella quando i cento Tedeschi gli assalirono; e
-sapendo i cittadini non tutti essere bene disposti, e altresì pensando
-come si poteva in altro modo fornire Montalcino, al che gli Orvietani
-s’erano offerti; e che lasciando i Tedeschi stentare finchè non
-mancasse la moneta, si sarebbono straccati, e tornerebbero in Puglia
-lasciando i Senesi più in male stato che per l’innanzi: avvisando
-queste cose, diedero savio consiglio che per al presente non si dovesse
-muovere l’oste. Fu per essi tutti dicitore Tegghiaio Aldobrandi degli
-Adimari, savio e prode cavaliere e di grande autorità: ma detto ch’egli
-ebbe, lo Spedito già inalberato nelle speranze e di natura presuntuoso,
-si fece a riprenderlo con vili parole tacciandolo di paura. Tegghiaio
-rispose: Tu non ti ardiresti di seguitarmi nella battaglia, dove
-starò io. Si levò Cece dei Gherardini a dire lo stesso che aveva detto
-messer Tegghiaio; ma gli Anziani gli comandarono non dicesse, e a chi
-arringasse contro al comandamento era pena cento lire. Il cavaliere
-voleva pagarle per contradire, ma gli Anziani raddoppiarono la pena
-una e due volte, ed egli voleva sempre pagare; comandarono si tacesse,
-pena la testa. E così vinse il peggior consiglio, che tutto l’esercito,
-levato il campo, senza indugio procedesse.
-
-Deliberatosi di combattere contro il parere dei nobili, il popolo
-fiorentino ricercò l’aiuto de’ suoi collegati, e l’ebbe da Lucca, da
-Bologna, da Pistoia, da Prato, da San Miniato, da Volterra, da San
-Gimignano e da Colle di Val d’Elsa, terre che allora formarono una lega
-guelfa col Comune di Firenze. Era il tempo del ricolto, e i contadini
-fatti soldati presero l’armi con ripugnanza. Di Firenze erano più di
-ottocento cavalieri, e ben cinquecento soldati a piedi, che mossero
-alla guerra al cominciare d’agosto col Carroccio e colla campana. Gli
-seguitò molta plebe colle insegne delle compagnie, e non rimase nella
-città casa nè famiglia che non vi andasse qualche persona a piedi o
-a cavallo, e di tale due, secondo che erano potenti.[52] Credettero
-fosse provvedimento più cauto menare seco i Ghibellini mescolati
-nelle compagnie, anzichè lasciarli mentre era assente la milizia,
-«quasi padroni della città.» Ma fu peggio, avendo quelli avuto agio
-d’aspettare, confusi tra’ Guelfi, il tempo acconcio al tradimento
-che già Farinata per altri suoi messi aveva ordinato. I Fiorentini
-oltrepassata Siena si fermarono a cinque miglia da quella città,
-dalla parte di levante sull’Arbia in Val di Biena, sito abbondante di
-acque e di pascoli, munito dai lati e a tergo dai colli di Montaperti,
-castello posto in una altura, e divenuto famoso per quella battaglia.
-Ivi a loro si aggiunsero Perugini e Orvietani che là gli aspettavano;
-talchè l’esercito assembrato aveva in tutto tre mila cavalieri e più
-assai migliaia di fanti, che in quelle guerre mal si contavano perchè
-andavano disordinati. In mezzo a cosiffatti apparecchi, e come accade
-all’appressarsi di grandi eventi, paurosi presagi si spargevano a
-Firenze, e a Siena, e in tutta Toscana.
-
-Siena con religiose cerimonie si consacrava quel dì alla Vergine come
-a signora unica e perpetua: la notte che precesse alla battaglia
-per tutte le chiese era un piangere, un pregare, un fare paci coi
-nemici che ognuno avesse. Venuta l’ora del mattino, a un grido del
-banditore, cinquemila cittadini senesi pigliarono le armi, e furono in
-punto per modo volonterosi, che il padre non aspettava il figliuolo,
-nè l’un fratello l’altro: con essi duemila fuorusciti fiorentini
-bramosi di recuperare la patria quanto erano i Sanesi di non perdere
-la loro, e ottocento soldati tedeschi sotto la condotta del conte
-Giordano: i Pisani, impegnati nella guerra coi Genovesi, non avevano
-potuto mandare altro che poca gente. L’esercito fiorentino accampato
-a Montaperti e gli Anziani che lo reggevano, fra i quali ci è noto
-soltanto il nome dello Spedito, attendevano sinchè la porta fosse loro
-consegnata com’era promesso; quando un grande popolano fiorentino
-chiamato il Razzante, di animo ghibellino, esce dagli accampamenti,
-entra in città, ed agli amici suoi narra privatamente come nel campo
-si buccinasse che Siena doveva esser tradita; e che l’oste guelfa
-era poderosa molto; e di troppo gran rischio la battaglia in su quel
-punto co’ Fiorentini. Ma Farinata, risaputi i discorsi del Razzante,
-gli gridò contro: «Uccideresti noi tutti se tu spandessi per Siena
-queste novelle, perchè ogni uomo faresti impaurire, ma vogliamo che
-dichi il contrario; perocchè se ora non si combatte, che avemo questi
-Tedeschi, mai non ritorneremo in Firenze; e per noi farebbe meglio la
-morte che andare più tapinando per lo mondo.» Accomodatosi il Razzante
-a quell’ammaestramento, si pone una ghirlanda in capo, rimonta a
-cavallo e simulando allegria viene al parlamento in palagio, dove era
-tutto il popolo di Siena, e i Tedeschi ed altre amistadi: ivi con
-lieta faccia dice che l’oste dei Guelfi si reggeva male, e che era
-male guidata e peggio in concordia; e che assalendoli francamente, di
-certo erano sconfitti. A grida di popolo si armarono tutti in Siena
-gridando: «battaglia battaglia.» Vollero i Tedeschi paga doppia, e
-l’ebbero: fu spalancata la porta San Vito che a levante stava di fianco
-all’accampamento fiorentino.
-
-Era presso che la metà del martedì, quarto giorno di settembre
-1260. Innanzi andavano i cavalieri tedeschi, seguitati dalle genti
-d’armi di Siena a cavallo, dai fuorusciti, e dalla fanteria, tutti
-sotto ai loro stendardi. I Fiorentini dapprima crederono che i soli
-Tedeschi uscissero fuori a provocarli come nei giorni precedenti: ma
-quando scorsero la fiumana dei soldati versarsi giù per le colline,
-quando ravvisarono il popolo dei Senesi venire innanzi ordinato alla
-volta loro, sbigottirono. Perchè la mostra fosse maggiore, i Senesi
-avevano fatto uscire anche saccardi e fantaccini con elmo in testa:
-la fanteria mescolata ai cavalieri stava in ordine di battaglia sulle
-colline sotto le sue bandiere; le salmerie si fermarono in disparte
-quando cominciò la pugna. Innanzi agli altri i cavalieri tedeschi
-rovinosamente percossero i cavalieri dei Fiorentini, che ad assalto
-non preveduto male resistendo, videro tosto di mezzo a loro uscire
-i Ghibellini traditori e andare a porsi dall’altra parte. Le spade
-tedesche s’aprivano il campo tra l’oste nemica; il caldo era grande, il
-sole che piegava all’occidente feriva negli occhi le guelfe milizie.
-Di queste l’insegna era portata da Iacopo de’ Pazzi, uomo di grande
-valore; quando Bocca degli Abati, uno dei Ghibellini traditori che era
-in sua schiera appresso a lui, da tergo spingendogli addosso il cavallo
-gli taglia la mano, che cade giù con l’insegna. Al che i cavalieri,
-vedendosi a quel modo traditi dai loro ed abbattuta l’insegna, e dai
-Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta:
-ma perchè la cavalleria di Firenze prima s’avvidde del tradimento,
-non venne a perdere che trentasei uomini di nome, tra morti e presi.
-Rimaneva la milizia del popolo a piedi, che era molto numerosa e aveva
-più forte la coscienza della causa che essa difendeva; facevano calca
-intorno al Carroccio, alla cui guardia era quel giorno preposto un
-Giovanni Tornaquinci cavaliere d’antica età, sperimentato in molte
-battaglie e per famiglia capo dei Guelfi nel sesto di San Pancrazio:
-seco era un suo figliuolo e tre parenti del sangue istesso; i quali
-tutti, dopo lunga e appassionata resistenza, con lui cadevano sul
-mucchio dei morti. Ma la grande mortalità e presura fu dei fanti
-popolani di Firenze, di Lucca e d’Orvieto, i quali essendosi andati a
-chiudere nel castello di Montaperti, cadevano tutti in mano ai nemici.
-Tramontava il sole e la feroce zuffa durava ancora: terminò col giorno,
-avendo continuato senza interruzione sette ore. Dei Fiorentini oltre
-a duemilacinquecento furono uccisi e millecinquecento presi, tutti
-dei migliori del popolo e di ciascuna casa di Firenze:[53] gravi
-danni ebbero i Lucchesi. Il Carroccio, la Martinella e innumerabile
-preda d’arnesi rimasero al vincitore. Fu questa battaglia delle più
-sanguinose di quei tempi, siccome quella per cui fu rotto e annullato
-il popolo vecchio di Firenze che era durato in tante vittorie e grande
-signoria e stato per dieci anni.[54]
-
-Due croniche senesi descrivono a guisa di poema o di romanzo i colpi
-di lancia dei cavalieri tedeschi; di questo peccato almeno fu immune la
-parte dei Guelfi. Narrano poi la molta strage che da uomo a uomo fecero
-i pedoni e il grande numero dei prigionieri condotti in Siena dopo la
-battaglia: ivi è tuttavia memoria di una trecca per nome Usilia, che
-ne avrebbe condotti trentasei legati alla coda di un suo asinuccio. Da
-quelle cronache poco si rileva di quello che importi alla politica o
-alla guerra, ma bene dipingono gli affetti che in Siena dominavano e le
-passioni; e la leggenda poi s’innalza quando pone in iscena un araldo
-che stando a vedetta in cima alla torre dei Marescotti dentro la città,
-vede ed accenna via via ai trepidanti concittadini suoi i casi tutti
-della battaglia, e la vittoria su’ Fiorentini: qui è proprio l’Iliade;
-istoria non è, perchè da Siena era impossibile scorgere le mosse dei
-due eserciti nel campo di Montaperti.[55]
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-FIRENZE IN MANO AI GHIBELLINI. — FARINATA DEGLI UBERTI VIETA LA
-DISTRUZIONE DELLA CITTÀ. — MISERIA DEI GUELFI. — DISCESA IN ITALIA DI
-CARLO D’ANGIÒ, E MORTE DEL RE MANFREDI. [AN. 1260-1266.]
-
-
-Giunta in Firenze la novella della sconfitta dell’Arbia e insieme con
-essa i fuggitivi accorrenti, si levò il pianto d’uomini e di femmine,
-ogni famiglia deplorando morti o prigionieri uno o più dei suoi.
-Gli scampati dalla battaglia e i nobili e popolani guelfi rimasti
-in Firenze, temendo l’arrivo imminente dei vincitori e fidando poco
-nella plebe dove erano molti aderenti ai Ghibellini, si risolvettero
-spatriare; e a’ 13 settembre 1260 usciti piangendo dalla città, si
-recarono a Lucca con le famiglie loro. Tale era la sorte in quelle
-guerre cittadine: i vinti perdevano con la potenza la patria e gli
-averi e ogni gioia della vita; uopo era fuggire. Ma insofferenti
-dell’esilio, cercavano guerra da chi si fosse contro alla città loro,
-dove ogni cosa rimaneva monca e interrotta, gli usciti recando qua
-e là per l’Italia gli sdegni loro e le querele. Esulavano fra gli
-altri i Bardi, i Rossi, i Mozzi, i Gherardini, i Cavalcanti, i Pulci,
-i Buondelmonti, gli Scali, gli Spini, i Giandonati, i Tornaquinci, i
-Tosinghi, gli Adimari, i Pazzi, tutte nobili casate; e delle popolane
-i Canigiani, i Machiavelli, i Rinucci, i Soderini, con altre molte
-che nel governo degli Anziani erano venuti in stato. Con essi ebbe
-bando Brunetto Latini, che fu poi maestro di Dante. Avealo inviato la
-Repubblica ad Alfonso re di Castiglia per chiedergli aiuto contro a’
-Ghibellini, e in quel frattempo la parte sua essendo vinta, rimase egli
-in Francia, e quivi scrisse il suo Tesoro. Parve dipoi che i Guelfi
-avessero mostrato poco animo e fermezza nell’abbandonare la città, che
-era forte di mura e di torri e di fossi pieni d’acqua da poterla bene
-difendere e tenere.
-
-Nella domenica 16 settembre il conte Giordano, le masnade tedesche e
-gli altri soldati ghibellini di Toscana, arricchiti delle prede dei
-vinti, fecero ingresso nella città senza contrasto; e subito elessero
-Potestà di Firenze pel re Manfredi Guido Novello della famiglia dei
-conti Guidi, signori di Poppi in Casentino. Egli a tutti i cittadini
-fece giurare fedeltà al Re, e per i patti promessi ai Sanesi fece
-disfare cinque castella del contado di Firenze che fronteggiavano
-quel di Siena. Alloggiava dove poi fu il Palagio del Potestà; e poichè
-dentro era mal sicuro e fuori aveva la forza sua, fece aprire sino alle
-mura la via che tuttora ha nome di Ghibellina, per la quale potesse
-a ogni caso mettere dentro i suoi fedeli e uscire al bisogno fuori
-degli ingombri delle vie. Il conte Giordano con le masnade tedesche
-rimase capitano di guerra e vicario generale pel re Manfredi. Tutte le
-sostanze dei Guelfi andarono al Comune, e molte loro abitazioni furono
-rase dai fondamenti: Firenze era come in balía d’uomini stranieri.
-Quando in Roma giunse la novella della sconfitta dei Fiorentini,
-acerbo dolore ne provarono il pontefice Alessandro IV e i Cardinali pel
-grande abbassamento che ne veniva alla parte della Chiesa. Ma perchè
-il cardinale Ottaviano degli Ubaldini ghibellino ne faceva grande
-festa, il cardinale Bianco, che era guelfo e aveva fama d’astrologo,
-disse parole le quali furono presagio a molti della vittoria e del
-ritorno dei Guelfi nella patria loro. Questi frattanto sgombrarono non
-solamente Firenze, ma Prato ancora e Pistoia e Volterra e San Miniato
-e San Gimignano e molte altre terre di Toscana. Lucca rimase guelfa,
-e diede rifugio ai seguaci di quella parte. Quivi stanziando gli esuli
-fiorentini e spesso convenendo sotto la loggia innanzi alla chiesa di
-San Frediano, un giorno Tegghiaio degli Aldobrandi veduto lo Spedito
-che nel consiglio gli aveva detto villania e che allora pativa con gli
-altri la povertà e l’esilio: «Vedi (gli disse) a che hai condotto te e
-me e gli altri per la tua audacia e superbia.» Quegli rispose: «E voi
-perchè ci credevate?» parole abiette e senza pudore.
-
-Intanto i Pisani, i Senesi, gli Aretini, il conte Giordano con
-gli altri capi ghibellini di Toscana, ordinarono di fare in Empoli
-parlamento per assicurare la vittoria della parte loro e fare taglia,
-cioè compartire tra loro i carichi e le spese; ma in questo mentre
-lo stesso conte Giordano essendo richiamato in Puglia per mandato di
-Manfredi, lasciò vicario generale e capitano di guerra in Toscana il
-conte Guido Novello. Prima che egli andasse, adunatosi il parlamento,
-tutti i deputati delle città ghibelline e i feudatari vicini a Firenze
-opinarono che la città, disfatta in parte e priva delle sue mura, fosse
-ridotta a borghi aperti siccome quella il cui popolo era tutto guelfo:
-rialzerebbe (dicevano) essa tosto o tardi la parte della Chiesa; alla
-salute loro volersi la distruzione di Firenze. Tutti assentivano,
-quando uno solo si levò ad oppugnare il comun voto, Farinata degli
-Uberti. Sembra che allora nelle pubbliche arringhe dal dicitore
-solesse proporsi un motto, sul quale la diceria poi si svolgesse.
-Farinata propose due grossi antichi proverbi composti in uno, nel quale
-accennava all’autorità sua sopra gli altri, rozzi e impotenti a petto
-a lui.[56] Mostrò la follía di quell’atroce proponimento; e se altri
-non fosse cui stesse a cuore tale città, egli con la sua spada in mano
-finchè avesse vita la difenderebbe: disse, ed accennava uscir dalla
-sala. Grande cuore aveva, e ognuno temette nimicarsi tale uomo; il
-conte Giordano, prudentemente adoperando, tolse altri modi a contenere
-il popolo di Firenze; e così per l’alto animo e per la virtù di
-Farinata, la città fu salva: il nome di lui rimase glorioso nei tempi
-avvenire.
-
-La possanza della parte ghibellina si dispiegava in Toscana, dove
-il conte Guido Novello occupava parecchie castella dei Lucchesi. Il
-corso di tali conquiste si arrestava nondimeno davanti a Fucecchio,
-che difeso più di trenta giorni dal fiore dei fuorusciti guelfi ivi
-raccolto, restava finalmente libero dall’assedio. I Guelfi spedivano
-loro ambasciatori in Alemagna alla madre di Corradino legittimo erede
-di Corrado, ed il cui trono era tenuto da Manfredi suo zio, acciò loro
-affidasse il figlio; ma essa per la tenera età lo negava. Anche in
-seguito vedremo la parte abbassata cercarsi appoggio dallo straniero,
-intantochè la supremazia degli Imperatori apriva l’adito in Italia ai
-Tedeschi, e l’irrequieta gelosia papale ad altri principi stranieri.
-Alcuni tentativi guerreschi dei Guelfi per rientrare in Firenze
-andavano a vuoto: anzi provocavano maggiori assalti del conte Novello,
-che tornato ad oste contro a’ Lucchesi ed ai fuorusciti fiorentini, gli
-sconfiggeva. Qui l’ultima volta comparisce nelle storie Farinata degli
-Uberti. Questi a battaglia finita cavalcando, si era tolto in groppa
-Cece dei Buondelmonti suo prigioniero, quando Piero suo consorto,
-soprannominato l’Asino, con vituperosa crudeltà gliel’uccideva addosso,
-dandogli d’una mazza in sulla testa.
-
-I Ghibellini avevano occupato alcune castella dei Lucchesi, i quali
-bramosi di ricuperare i loro uomini rimasti prigioni in Montaperti
-che erano molti e dei migliori della città, fecero al conte Guido
-segretamente offerire, restituisse questi con le castella ed essi
-caccerebbero tutti i fuorusciti guelfi. La pratica venne copertamente
-condotta sì che niuna cosa ne trapelò a quei miseri, cui ad un tratto
-la Signoria di Lucca comandava sgombrassero la città e il territorio
-dentro tre dì, pena la testa: nè pietà ottennero nè indugio, e le
-masnade tedesche avanzavano. Abbandonarono Lucca essi e le famiglie
-loro nel 1263, e donne gentili, mogli dei fuorusciti fiorentini,
-furono costrette partorire tra le asprezze di quell’appennino che è
-tra Lucca e Modena: di qui rifuggivansi miseramente in Bologna. Chiusa
-era loro Toscana tutta, dove in poco d’ora non fu terra nè castello
-che non tornasse ai Ghibellini. Questa cacciata da Lucca fu bensì
-cagione di sorte migliore a parecchi fuorusciti, che riparatisi in
-Francia e avvantaggiatisi nei commerci, dipoi tornarono a Firenze:
-altri da Bologna passati a Modena e quindi a Reggio in aiuto dei
-loro partigiani, quivi onorati ed arricchiti di prede, cominciarono a
-formare una di quelle vaganti masnade di cui vedremo l’Italia essere
-inondata. Erano più di quattrocento uomini d’arme, tutti a cavallo e
-bene in assetto, capitanati da messer Forese degli Adimari, pronti a
-soccorrere parte guelfa, alla quale già novelle sorti si preparavano.
-
-La debolezza di papa Alessandro IV aveva giovato a Manfredi per
-istabilirsi sul trono di Puglia; ma non tardò ad ascendere la sedia
-pontificale Urbano IV francese, il quale si diede a rinnalzare parte
-guelfa, continuando i disegni che Innocenzio IV aveva concetti. Fermo
-nell’animo di abbattere ad ogni costo Manfredi, offerse nel 1263 la
-corona di Napoli a Carlo d’Angiò, fratello al re di Francia Luigi
-IX. Urbano moriva poco dipoi; ma Clemente IV, di lui successore e
-francese anch’egli, dava effetto al disegno. Così le speranze dei
-Guelfi risorsero in tutta Italia: e la famiglia Della Torre in Milano
-potentissima si distaccava dai Ghibellini per accostarsi a Carlo;
-mentre alcune città vicine, Verona, Brescia, Cremona, Piacenza e
-Pavia, rimanevano devote al ghibellinesimo ed a Manfredi. Noi non
-racconteremo la breve guerra dei due valorosi combattenti per le belle
-napoletane contrade: solo diremo che il saggio re San Luigi, irresoluto
-dapprima dell’aiutare o no il fratello in quella impresa di ventura,
-fu lieto infine di allontanare dalla Francia quello spirito altiero ed
-irrequieto con l’aprirgli lontano un campo alle ambizioni. Manfredi,
-che avrebbe potuto difendersi meglio nei luoghi fortificati, prescelse
-venire a grande battaglia nel piano della Grandella presso Benevento,
-dove tradito da una parte de’ suoi baroni dovette soccombere: mentre
-ferveva la mischia, nel rimettersi l’elmo in testa, l’aquila d’argento
-che vi stava per cimiero gli era caduta sull’arcione dinanzi; egli
-disse ai suoi: «Questo è segno di Dio;» e si gettò nel folto dei
-nemici, dove cadde ucciso. Era l’anno 1266.[57]
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-FINALE VITTORIA DEI GUELFI. — COSTITUZIONE DELLE ARTI. — MAGISTRATO DI
-PARTE GUELFA. — GOVERNO DELLA CITTÀ DATO AL RE CARLO PER DIECI ANNI.
-[AN. 1266-1267.]
-
-
-Nelle schiere di re Carlo avevano combattuto i fuorusciti di Toscana,
-i quali offertisi al Pontefice sin dal principio della guerra e bene
-accolti, ebbero da lui l’insegna sua propria, che poi rimase alla
-parte guelfa, ed era un’aquila vermiglia la quale calcava un serpente
-verde. In Toscana, al primo annunzio di quella grande sconfitta e della
-morte del re Manfredi, i Ghibellini ed i Tedeschi perdettero animo;
-ed i Guelfi rincuorati si appressarono alla città da ogni parte del
-territorio dove erano ai confini, per ordinare nuove cose coi loro
-amici di dentro, avendo speranza d’essere aiutati dai partigiani loro
-dell’esercito di re Carlo. Allora il popolo di Firenze, col cruccio
-nell’animo delle perdite sofferte chi di padre, chi di figliuolo e
-chi di fratelli alla battaglia di Montaperti, cominciò a parlare
-alto per la città, dolendosi delle spese e carichi disordinati
-che pativano dal conte Guido Novello e dagli altri che reggevano
-la terra. I quali temendo a quei rumori che si levasse la plebe,
-e confidandosi di acquetarla per via d’una certa mezzanità tra le
-due parti, in luogo d’un solo Potestà com’era consueto, ne elessero
-due, che l’uno ghibellino Lotteringo degli Andalò, e guelfo l’altro
-Catalano dei Malavolti, ambedue bolognesi e dell’ordine cavalleresco
-de’ frati Gaudenti. Questi cavalieri propriamente erano detti di
-Santa Maria; abito loro la veste bianca ed un mantello bigio: gli
-obblighi, difendere le vedove e i pupilli, e come pacieri intromettersi
-nelle altrui discordie: «ma la grassa e poltronesca vita cui fin da
-principio si erano abbandonati, gli aveva fatti notare dai popoli
-con quell’appellativo di dispregio. Tuttavia per l’onestà dell’abito
-fu creduto allora in Firenze che i due sopra detti, i quali aveano
-lodevolmente tenuto il governo di Bologna, guarderebbero bene e
-lealmente il Comune da soverchie spese. Pigliarono essi l’ufficio
-non senza averne avuta prima licenza dal pontefice Clemente IV, e
-forse per espresso comandamento di lui:[58] giunti, ebbero stanza nel
-palagio del popolo di faccia a Badia. Ma essi tuttochè d’animo di
-parte fossero divisi, sotto la coperta di falsa ipocrisia, parvero
-essere in concordia più al guadagno loro proprio che non al bene
-della città:[59]» fosse o no vero, Dante gli pose nell’_Inferno_
-tra gli ipocriti. Da prima i due Potestà ordinarono trentasei buoni
-uomini, fiore della cittadinanza, Guelfi e Ghibellini, popolani e
-grandi non sospetti, rimasti in Firenze alla cacciata de’ Guelfi, che
-gli dovessero aiutare co’ loro consigli e provvedere alle spese del
-Comune: si trova pure che volessero confinare alcuni uomini delle due
-parti.[60] Si radunavano i Trentasei ogni dì nella bottega e corte dei
-Consoli dell’arte di Calimala in Mercato nuovo. Da quella bottega uscì
-ad un tratto e come di per sè la Repubblica di Firenze.
-
-Era il popolo di questa città diviso da lungo tempo in compagnie d’arti
-e mestieri, e di presente contava sette arti maggiori e cinque minori.
-A ciascheduna i Trentasei diedero consoli o capitudini, e collegi e
-gonfaloni con insegne proprie, acciò se nella città alcuno si levasse
-in arme, le arti sotto le loro bandiere accorressero popolarmente
-alla difesa: pei quali ordini ciascuna arte di per sè armata ebbe suoi
-capi e sue insegne e sue passioni e sua possanza, intantochè il popolo
-veniva tutto ad essere nelle arti, e queste a pigliare come la Signoria
-della città; il che diede forma di poi ad essa ed ai pubblici costumi.
-Diremo delle sette arti maggiori i nomi e le insegne: quella dei
-Giudici e Notai aveva una grande stella d’oro in campo azzurro; quella
-dei Mercatanti di Calimala un’aquila d’oro in campo vermiglio; quella
-dei Cambiatori col campo egualmente vermiglio seminato di fiorini
-d’oro; quella della Lana con campo simile, ed un montone bianco; quella
-dei Medici e Speziali pure col campo dello stesso colore, e dentro la
-Nostra Donna col Figlio in collo; quella dei Setaioli e Merciai col
-campo bianco ed una porta rossa, pel titolo di Por santa Maria; quella
-dei Pellicciai col campo azzurro, le pelli di vaio ed un _agnus
-dei_:[61] le cinque minori più tardi furono ordinate.
-
-Ferivano queste novità la parte dei Ghibellini e soprattutti le
-grandi famiglie degli Uberti e dei Fifanti, dei Lamberti e degli
-Scolari e gli altri che n’erano capi. Pareva loro che i Trentasei
-favoreggiassero i guelfi popolani rimasti in Firenze; vedevano dopo
-alla battaglia di Benevento ogni mutazione andare contro la parte
-loro, e guerra essere di popolo acceso a tôrsi di dosso la signoria
-dei grandi. Talchè prestamente il conte Guido Novello mandava per
-gente ai vicini collegati, cioè a Pisa a Siena ad Arezzo a Pistoia a
-Prato a Volterra a Colle ed a San Gimignano, che stavano allora tutte
-con la parte ghibellina: sicchè coi secento Tedeschi che aveva, ben
-presto ebbe adunato in Firenze 1500 cavalieri. Ma per dare il soldo
-alle schiere tedesche voleva imporre una tassa che parve esorbitante
-ai Trentasei: la costoro opposizione aumentò il dispetto dei Ghibellini
-che, già sdegnati per il nuovo ordinamento dato al popolo, deliberarono
-mettere a rumore la terra, e col favore dei cavalieri tedeschi
-disfare l’ufficio dei Trentasei. Primi a levarsi furono i Lamberti,
-che armati coi loro masnadieri uscirono fuori delle loro case in
-Calimala gridando: «ove sono questi ladroni de’ Trentasei, che noi gli
-taglieremo tutti a pezzi.» Sentito ciò questi, che erano a consiglio
-nella solita bottega sotto la casa dei Cavalcanti in Mercato nuovo,
-escono di parlamento. Nella città è tumulto grande, ognuno serra la
-sua bottega, tutti s’armano ed accorrono nella via Larga e da Santa
-Trinita. Gianni de’ Soldanieri, uno dei grandi ghibellini, per montare
-in istato si fa capo del popolo abbandonando la sua parte; e Dante
-registra nell’_Inferno_ il nome suo dov’è la bolgia dei traditori.
-Intorno a lui ed a quelli di sua famiglia si ammassano i popolani
-armati in gran numero, e fanno serragli appiè della torre dei Girolami.
-Al che il conte Guido con tutta la cavalleria e coi grandi ghibellini
-in arme e a cavallo movendo dalla piazza di San Giovanni, faceva
-schierare i suoi contro a un altro serraglio che era sui calcinacci
-delle case de’ Tornaquinci; alcuni Tedeschi saltarono a cavallo
-dentro al serraglio stesso. Ma il popolo francamente tenne il fermo,
-difendendosi con le balestre e col gittar sassi dalle torri e dalle
-case; talchè vedendo il Conte di non poterlo rompere, facea voltare
-le insegne e con tutti i suoi tornava sulla piazza di San Giovanni; e
-quindi su quella di Sant’Apollinare, dove stavano i due frati Potestà:
-era la sua cavalleria tanto numerosa che tenea da porta San Piero a
-San Firenze. Ivi giunto, chiese le chiavi delle porte della città per
-fuggire; e temendo essere accoppato dai sassi che a lui fossero gettati
-dalle case, si pose ai fianchi Uberto de’ Pulci e Cerchio de’ Cerchi,
-e dietro a sè Guidingo Savorigi, che erano dei Trentasei e dei maggiori
-della terra, perchè gli fossero schermo. I due frati Gaudenti, gridando
-dal palagio, cercavano impedire quella fuga; chiamavano a nome Uberto
-e Cerchio, rincuorassero il conte Guido, che il popolo si acqueterebbe,
-che si troverebbe via di pagare i Tedeschi. Ma fu invano: perciocchè il
-Conte oltremodo impaurito non volle udire parola; e avute le chiavi, si
-ritraeva difilato egli con tutto il numero de’ suoi cavalieri. Se fosse
-stato in campagna aperta, certo che avrebbono i Tedeschi agevolmente
-disperse quelle milizie ragunaticcie e oppresso quel popolo inesperto
-delle armi: qui invece erano vie strette, ogni casa una fortezza, dove
-ciascuno dei cittadini difendeva le cose più care, e a tutti veniva
-pronto il soccorso: in questa sorta di battaglie rinviene il popolo
-la sua forza. Il Conte in mezzo a universale silenzio, fatto gridare
-se i Tedeschi ed i Pisani e gli altri collegati vi erano tutti, e
-udito che sì, uscì per una delle porte e s’indirizzò a Prato. Ma quivi
-giunto e parendogli di avere mostrato paura, volle il mattino seguente
-tornare indietro e ritentare per forza d’armi la sua fortuna. Ma fu
-troppo tardi: a tre ore di sole era presso alla porta del ponte alla
-Carraia, dimandando gli fosse aperto: il popolo rispose correndo armato
-alla difesa della città, la quale aveva buoni bastioni e buoni fossi,
-voleri unanimi e risoluti. I cittadini stettero ivi a guardia fino a
-sera; e allora il Conte e i Ghibellini, non potendo farsi aprire nè per
-minacce nè per promesse, se ne tornarono scornati a Prato, pur beati
-se avessero potuto impadronirsi almeno del castello di Capalle, che
-assaltarono via facendo per isbizzarrirsi. Dopo quel giorno, per oltre
-due secoli Firenze non vidde insegne straniere.
-
-Allora i Fiorentini, tornati liberi e mandati via i due Potestà,
-riformarono la terra, e per afforzarsi meglio avendo cercato soccorso
-dai popoli amici, ebbero da Orvieto cento cavalieri, messer Ormanno
-dei Monaldeschi per Podestà ed un altro gentiluomo per Capitano del
-popolo. Richiamavano al tempo stesso non solamente i Guelfi cacciati
-sei anni prima dalla città, ma gli stessi Ghibellini di breve fuggiti,
-uomini grandi e potenti, dei quali credevano i popolani tuttavia di non
-potere far senza, ma si adopravano a riconciliarli tra loro insieme ed
-a parte guelfa. Ordinarono pertanto che fosse pace tra le casate insino
-allora nemiche; ed a confermare questa pace Buonaccorso degli Adimari
-diede per moglie al figlio suo la figlia del conte Guido Novello;
-Bindo suo fratello si sposò ad una degli Ubaldini, e Cavalcante dei
-Cavalcanti facea sposare suo figlio Guido, poeta insigne, ad una
-figlia di Farinata degli Uberti. Altri maritaggi men chiari si fecero,
-ma sempre invano, perchè la memoria delle antiche offese poteva più
-del recente vincolo, e i popolani tosto pigliarono in sospetto quella
-concordia de’ grandi. La pace fu rotta, ed i Guelfi imbaldanziti per le
-vittorie di Carlo, inviarono segretamente ambasciatori a quel principe
-richiedendolo di gente. Mandava egli il conte Guido di Monforte con
-ottocento cavalieri francesi, i quali però al loro giungere in Firenze
-il giorno di Pasqua del 1267, non vi trovarono i Ghibellini, che ne
-erano usciti la notte precedente senza contrasto, rifugiandosi a Siena
-ed a Pisa o nelle proprie loro castella. I Fiorentini allora diedero
-la signoria della terra al re Carlo per dieci anni; e mandatagli
-per solenni ambasciatori la elezione libera e piena con mero e misto
-imperio, l’astuto Re rispose, che de’ Fiorentini voleva il cuore e
-la buona volontà senza altra giurisdizione. Ma pure ai preghi del
-Comune la prese indi a poco semplicemente, e d’allora in poi mandovvi
-annualmente suoi vicari, i quali avessero il reggimento della città,
-con l’assistenza di dodici buonuomini cittadini.[62] Era una sorta di
-dedizione, ma non portava o non pareva seco portare la servitù, perchè
-non era un dare al principe protettore tutto il governo, ma solamente
-la sicurezza di sempre andare con quella bandiera, che era di popolo,
-ma non si credeva per anche valesse da sè a reggersi e stare in alto:
-re Carlo era la spada di parte guelfa, come il Papa n’era l’anima;
-cosicchè dunque la suggezione al Papa ed al Re null’altro importava
-che una promessa al certo molto volonterosa di tenere quella parte,
-e difenderla sotto quei capi che allora il popolo riconosceva: ed a
-quell’ombra la libertà cresceva intanto e si consolidava per via di
-popolari istituzioni.
-
-Troviamo il Papa bensì pretendere nel reggimento della città più
-ingerenza che gli storici a lui non sembrino consentire, ma la
-traccia ne rimane in quelle lettere di Clemente IV che dipoi furono
-pubblicate.[63] Da queste appare come venissero i frati Gaudenti
-per eccitamento del Pontefice: il quale irato co’ Fiorentini, che
-a lui sembravano troppo lenti alla cacciata dei Tedeschi e alla
-oppressione dei Ghibellini, inviava quivi un cappellano suo, che
-intervenisse nel governo, uniformandolo ai disegni che egli aveva
-conceputi, con minaccia di censure e di pene temporali a chiunque
-osasse contravvenire. Aveva anche nominato nel primo tempo della
-emancipazione di proprio moto un Potestà e intendeva designare un
-Capitano del popolo, che governassero la città, i quali fossero di
-provata fede e in devozione a santa Chiesa. Ma costoro non troviamo
-che ottenessero giurisdizione; e pare a me che i Fiorentini molto
-bene si schermissero pigliando altrove il Potestà (come fecero quel
-d’Orvieto), e poi mettendo, come vedremo, sè stessi in cima alla parte
-guelfa per via d’un ordine tutto nuovo, che fu accertarsi con un solo
-atto la protezione del Pontefice e porre in salvo nel tempo stesso la
-loro propria indipendenza. Questa munivano contro ai Papi, come Pisa
-ghibellina sempre fu intesa a mantenerla contro agli Imperatori; e
-convien dire che fosse grande la forza allora delle città, le quali,
-sebbene divise tra loro, stavano in mezzo come sostegno all’uno o
-all’altro dei contendenti e insieme argine ad entrambi: allora i
-Papi erano più forti dopo all’eccidio di casa Sveva e per la vacanza
-dell’Impero.
-
-Venuto il primo dei vicari mandati dal re Carlo, furono eletti dodici
-buoni uomini perchè insieme con lui avessero il reggimento dello Stato,
-come anticamente gli Anziani; ai quali aggiunsero un Consiglio segreto
-di popolo, che ebbe nome di Consiglio del Capitano detto anche di
-Credenza della Massa de’ Guelfi, senza del quale non si facesse alcuna
-grande spesa o deliberazione. A questo modo la somma del governo era
-nel popolo, perchè agli ufficiali eletti da lui spettava iniziare
-e consultare da prima quel che importasse alla Repubblica. Ma ogni
-cosa deliberata nei Consigli popolari, doveva essere confermata nel
-Consiglio generale dei Trecento e in quello speciale dei Novanta e
-delle Capitudini delle sette maggiori Arti e dei dodici Buonuomini
-che era convocato dal regio Vicario, questi ultimi essendo i Consigli
-del Comune, che dal Popolo si distingueva, perchè era di tutti
-indistintamente i cittadini, e ad esso veramente appartenevasi la
-sovranità come al popolo il governo: gli chiamarono tutti insieme
-i Consigli opportuni; a quelli del popolo spettava dare gli uffici
-dei castellani, e tutti gli altri piccoli e grandi.[64] Fecero anche
-arbitri che ogni anno avessero a correggere gli statuti e ordinamenti
-del Popolo e del Comune. A camarlinghi del Comune furono eletti i frati
-della Badia a Settimo e quelli di Ognissanti, ogni semestre a vicenda.
-Nata questione tra i Guelfi circa i beni dei Ghibellini ribelli, papa
-Clemente IV e re Carlo ordinarono che ne fossero fatte tre parti: la
-prima fosse del Comune; la seconda dei Guelfi, per ammenda dei sofferti
-danni;[65] la terza per certo tempo fosse a parte guelfa. Alla quale
-poi rimasero i detti beni, e se ne fece cassa, e si attendeva sempre
-dipoi ad accrescerla, per dare forza a quella parte. Il che udendo il
-cardinale Ottaviano degli Ubaldini, disse: Poichè i Guelfi fanno mobile
-(vendono cioè i beni confiscati), i Ghibellini non vi ritorneranno mai
-più. La predizione si avverava.
-
-I Ghibellini o sospetti Ghibellini, per sentenza del vicario del re
-Carlo e del Comune di Firenze, furono parte fatti ribelli e sbanditi,
-parte confinati fuori della città e del contado e del distretto o
-solamente della città e del contado; alcuni potevano dimorare in
-Firenze sinchè il bando non fosse pronunziato contro loro in nome del
-vicario del detto Re. Abbiamo il registro di forse tre migliaia di
-cittadini condannati per successive provvigioni e riformagioni negli
-anni 1268 e 69.[66] E chi legga questo numero faccia misura delle
-passioni che agitavano quell’età, se a noi sia dato immaginarle. Molti
-fin d’allora abbandonarono non che Firenze l’Italia, dando principio
-alla numerosa colonia fiorentina che per esigli o per commerci si
-fondava nel mezzodì della Francia. Tra’ primi esuli che si fermarono in
-quella provincia, merita essere ricordato un Azzo Arrighetti, dal quale
-in Provenza derivava la famiglia poi tanto celebre dei Mirabeau.
-
-Ma soprattutto di gran rilievo fu la creazione di un nuovo magistrato
-col nome da prima di Consoli de’ cavalieri, poi di Capitani di
-parte guelfa, al quale spettava in ogni cosa la difensione di essa
-parte e la custodia dei beni e i provvedimenti da pigliare contro a’
-Ghibellini. Per via di quella istituzione Firenze venne a farsi capo
-del nome guelfo in Toscana e fuori, dando la mano intorno a sè ad una
-grande e possente lega che da Bologna fino a Perugia si distendeva;
-spesso mutabile come gli eventi, ma sempre viva negli interessi e
-negli affetti di tutto quanto il guelfo popolo, che in questa parte
-dell’Italia ebbe la sua principal forza, ed in Firenze la rôcca sua.
-Quel magistrato si rinnovava ogni due mesi: v’era un consiglio segreto
-composto di quattordici, e il maggior consiglio ne avea sessanta grandi
-e popolani, per lo cui scrutinio si eleggevano i capitani di parte e
-gli altri ufficiali. Similmente si crearono tre grandi e tre popolani
-Priori di parte, i quali soprintendessero alla custodia della moneta,
-uno di loro tenesse il suggello, un altro fosse sindaco e accusatore
-dei Ghibellini. Radunavansi nella chiesa nuova di Santa Maria sopra
-Porta, per lo più comune luogo della città e posto in mezzo a case
-guelfe; e tutte loro segrete cose deponevano nella chiesa de’ Servi
-di Santa Maria.[67] La parte guelfa aveva in sè tutta la forza del
-nuovo Stato, e ad esso era come il principio della vita; per il che
-noi vedremo quel magistrato divenire formidabile, siccome quello
-che aveva in mano la libertà dei cittadini, i quali poteva mandare
-in esiglio o privare degli uffici come sospetti d’inclinazione alla
-parte ghibellina. Dal che avvenne che più tardi fosse abbattuto come
-tirannico, e infine tutte le antiche ingerenze di quel magistrato
-cessarono affatto; il nome però durava infino al passato secolo.
-
-I Fiorentini ed il maliscalco del re Carlo co’ suoi cavalieri francesi
-ebbero nuova vittoria sui primi illustri capi dei Ghibellini rifugiati
-nel castello di Sant’Ellero, donde avevano ricominciato la guerra.
-Essi erano in numero di ottocento, che tutti furono o morti o presi,
-e tra essi alcuni degli Uberti, dei Fifanti e di più altre famiglie
-ghibelline; colpo fatale alla loro parte. Un giovine degli Uberti,
-salito in cima a un campanile, vedendo non potere scampare, per
-non venire a mano dei Buondelmonti si precipitò abbasso. Gli altri
-prigionieri più ragguardevoli furono condotti a Firenze e messi nella
-torre del Palagio. Molte terre di Toscana allora tornarono a parte
-guelfa e cacciarono i Ghibellini, talchè Lucca, Pistoia, Volterra,
-Prato, San Gimignano e Colle fecero lega coi Fiorentini; e sole
-rimasero salde alla parte contraria Pisa e Siena: la forza dei Guelfi
-bentosto si distese in Lombardia. In questo tempo il re Carlo fatto dal
-Papa vicario imperiale in Toscana, dopo avere con lungo assedio avuto
-il castello di Poggibonsi, che si teneva per gli imperiali, venne con
-la sua baronia in Firenze, dove fu ricevuto come signore, andandogli
-incontro il Carroccio e molti armeggiatori. Gran lusso di vesti
-portavano i Francesi nelle città italiane, prese da stupore di tanto
-sfoggio e di quell’orpello cortigianesco. Negli otto giorni che passò
-in Firenze re Carlo, prima di proseguire la lenta e difficile guerra
-contro i castelli, fece cavalieri parecchi gentili uomini fiorentini;
-fu onorato con grandi feste, che già s’adornavano del bello delle
-arti: queste in Firenze pigliavano sede, insieme con la lingua e con la
-libertà.
-
-
-
-
-LIBRO SECONDO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. ISTITUZIONE DEL
-MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.]
-
-
-In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e molto famosi imperatori
-Svevi di Hohenstaufen finiva nel prode giovinetto Corradino, speranza
-de’ Ghibellini e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto con
-regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel piano dell’Arno
-sotto Laterina di ottocento cavalieri che il re Carlo teneva a guardia
-nella Toscana:[68] poi vinto appena che egli ebbe tocchi i confini
-del Reame, imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo,
-cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse questo rampollo
-di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva a termine la grandezza di
-quella contesa tra ’l sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre
-due secoli: le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre,
-ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. Noi non
-sapremmo essere in Italia equi giudici di Casa Sveva, segno agli odii
-contemporanei e a molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e
-certo con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla caduta
-di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero a dar mano per
-tutta Italia agli stranieri, ai grandi nemici del nome latino, a coloro
-che impedivano, quale si fosse, la nuova vita di questo popolo che,
-disciolto dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso.
-
-Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe poca parte, siccome
-quella che era intenta a far vendetta contro a’ Senesi della battaglia
-di Montaperti, ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una
-totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena era quasi che
-principe, fatto prigione, ebbe mozzo il capo. Resisteva Poggibonsi,
-nobile castello e molto splendido di edifizi; ma espugnato appena,
-mandava il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino a
-terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo di borghi giù nel
-piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, avute più altre fortezze dei
-Ghibellini, andava sotto le mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore
-di un accordo coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena,
-quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un Grifone da
-Figline, costretti partirsi di quella città, nell’andare in Casentino
-furono presi e condotti in Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo
-di quel che fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome
-traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti furono decapitati,
-eccetto il più giovine degli Uberti tratto a morire nella fortezza di
-Capua. La mattina quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer
-Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: dove andiamo
-noi? Rispose il cavaliere: «a pagare un debito che a noi lasciarono i
-nostri padri.[69]»
-
-Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio di Lione passò
-per Firenze in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato
-allora dall’infelice spedizione in cui perì san Luigi, e di Baldovino
-imperatore latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze accolse
-a grande onore questi monarchi e la loro numerosa baronia; ed al
-Pontefice piacendo il mite soggiorno, ordinò di passarvi l’estate con
-la sua Corte. Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua cara
-città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, s’adoperava
-perchè tornasse in concordia. Fatti pertanto venire sindachi della
-parte ghibellina che da sei anni era in esiglio, congregò a’ due di
-luglio il popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte Rubaconte,
-dove erano stati fatti grandi pergami di legname pei Principi e per
-la Signoria. Venutovi il Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e
-l’imperatore Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza di
-pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi
-di ambedue le parti che si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi
-e mallevadori, fece rendere in mano di Carlo tutte le castella che
-restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò pure al re
-Carlo, che gli mandò in Maremma sotto la guardia del conte Rosso
-dell’Anguillara. Il dì medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la
-chiesa di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti del
-Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo tempo era venuta in
-tanta ricchezza e stato, che potè allora albergare il Pontefice nei
-suoi palazzi: ma egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da
-Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. I sindachi
-dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, erano rimasti in
-Firenze per dare compimento ai trattati; e tornandosene al loro albergo
-ebbero avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco
-del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli farebbe tagliare a
-pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, i Ghibellini incontanente
-essendosi partiti da Firenze, la pace fu rotta: di che il Papa si
-turbò forte, e ritiratosi in Mugello molto sdegnato contro al re
-Carlo, interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo fare
-a meno di passare per Firenze a causa di una grande piena dell’Arno,
-all’entrarvi la ribenedisse; e non appena ne fu uscito, la scomunicava
-di bel nuovo. La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel
-Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia.
-
-L’Italia tutta era sconvolta per le contese di parte, ed i Fiorentini
-s’ingerivano in quelle di Toscana e di Romagna: Bologna vedeva nelle
-sue mura combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa il
-conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano rimessi per l’opera
-massimamente dei Fiorentini. Varia sorte ebbero le città lombarde, le
-quali dopo essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale,
-vivevano però sempre nella dipendenza di signorie cittadine e
-castellane. Era in Milano possente la casa di quei Della Torre, i quali
-sconfitti dal marchese di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono
-due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono in bando, e
-insieme con essi la parte guelfa. Allora tornò ivi con quelli di sua
-famiglia e con gli altri fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui
-fratello Matteo, fatto capitano del popolo milanese, diede principio
-alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due secoli. La Romagna,
-turbata del pari che le altre provincie italiane dal parteggiare
-delle sue città, veniva concessa (o, come dicevano, _privilegiata_) da
-Rodolfo di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli Orsini,
-che cardinale modesto e pontefice ambizioso accumulava ricchezze
-e stati nella famiglia. Contuttociò il re Carlo ebbe a schivo
-d’imparentarsi con lui dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso,
-suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la sua signoria
-non è retaggio.[70]» Così voltavasi contro al Papa, e aduggiava con
-la potenza sua la maestà del pontificato, colui medesimo che dai
-papi male era stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro
-agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo alle personali cupidigie,
-e per amore della famiglia sua forte sdegnato contro al re Carlo,
-privava questi del titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana,
-e quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa provincia
-un luogotenente dell’Impero. Solevano questi dimorare in San Miniato;
-di là contrastando, secondo che avevano sussidio d’armi, alla potenza
-sempre crescente delle città e ai governi popolari. Questo faceva o
-tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: privava dipoi
-l’Angioino del grado onorifico di senatore della città di Roma, e
-serbava contro lui maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la
-ribellione, che poi non vidde, della Sicilia.
-
-Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori e
-ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, cominciavano per invidie
-e per superbie a nimicarsi fra loro. La maggior briga ferveva tra
-gli Adimari e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città n’era
-grandemente travagliata. Quindi i Capitani di Parte ed il Comune
-di Firenze inviarono ambasciatori a papa Niccolò III, chiedendo
-pacificasse i Guelfi tra loro e che non si cacciassero via l’un
-l’altro. Nello stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al
-Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza di pace fatta da
-papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. Questa il Pontefice confermava,
-e sulla fine del 1279 ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca
-suo nipote di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi a
-Firenze con trecento cavalieri per sedare quelle dissensioni. Costui,
-uomo destro, riconciliò co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei
-primi alcuni si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con
-solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso Cardinale nei
-primi giorni del 1280 convocò il popolo a parlamento nella piazza di
-Santa Maria Novella: era dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli
-la prima pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle due parti
-nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini furono richiamati e
-rintegrati nelle loro possessioni, salvo che a circa sessanta dei più
-principali fu ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo
-stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia del Pontefice:
-primi descritti tra gli esclusi sono i figliuoli ed i congiunti del
-quondam Farinata degli Uberti. E paci singolari furono fatte, dal
-che tornò calma per breve tempo nella terra.[71] Ordinò inoltre il
-Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero per due anni
-eletti dal Papa, e che gli Anziani o Buonomini, in luogo di dodici,
-d’allora in poi fossero quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini,
-grandi e popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi che ne
-rimangono. Al Papa giovava col riamicare le parti attribuirsi un’alta
-mano nelle cose di Toscana; disegno concetto prima da Celestino e
-Innocenzio terzi, e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il
-Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in questa provincia.
-Ad abbreviare le gelosie e le impazienze ed i sospetti, massime ora
-che nei magistrati sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava
-che l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; il quale
-termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle successive mutazioni,
-perchè il popolo, una volta che ebbe gustato i magistrati brevi, non fu
-possibile che se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della
-Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine rimase
-quest’una, pieghevole sempre al dominio delle fazioni ed all’arbitrio
-dei potenti.
-
-Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del suo capo agitazioni
-novelle: si apprestava Carlo a portare guerra in Oriente, e già sognava
-maggiori grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare una
-tempesta per la quale in un giorno venne egli a perdere la Sicilia.
-Giovanni da Procida gentiluomo napoletano preparò quella sollevazione,
-che indi scoppiava per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa erano
-partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione del
-1282 a ora di vespro ebbe principio in Palermo la carnificina; tutta
-la Sicilia fu in ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re
-Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la Sicilia come ultimo
-erede della Casa Sveva: Carlo, avuta la trista novella, francescamente
-esclamò: «Sire Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna,
-piacciati almeno che il mio calare sia a petitti passi.[72]» Volgevasi
-intanto con grande sforzo alla recuperazione dell’Isola; al quale
-effetto, poichè era scaduto il termine della signoria che i Fiorentini
-gli aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri di corredo e
-cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini delle principali case di
-Firenze, perch’egli desse loro il cingolo militare; e con essi altri
-cinquecento bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido
-da Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: i quali
-tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono in Sicilia seco lui, ed
-ebbero parte nelle grandi guerre che ivi con varie e fiere sorti furono
-combattute.
-
-In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, e il Luogotenente
-di Rodolfo si era partito dalla Toscana con le sue poche genti, dopo
-avere inutilmente tentato con le minaccie e con le armi le città
-guelfe. Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione del
-nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come francese al re Angiovino;
-intantochè la lontananza di questo Re per i fatti di Sicilia veniva
-a togliere d’in sul capo a quelle città un protettore fatto gravoso
-perchè non era più necessario. A sostegno della parte ghibellina non
-rimaneva altro che Pisa, implicata nelle guerre ad essa infelici contro
-a’ Genovesi; e nella Romagna non aveva il conte Guido di Montefeltro
-nome ed insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante più
-potesse in quella provincia delle città della Chiesa, per quindi
-tenerle senza nè papa nè imperatore.
-
-Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i Fiorentini, per
-la venuta nella Toscana di un altro Luogotenente dell’Impero,[73]
-cominciarono a vedere con dispetto la Repubblica governarsi da rettori
-d’ambedue le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto tornare
-nella città molte famiglie ch’aveano nome non già potenza, nè forse
-animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. Ma esclusi erano gli Uberti
-e quei da Gangalandi ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli
-Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di Val d’Arno e i
-da Ricasoli del Chianti, e gli altri che vivere più non sapevano nella
-patria loro se dominare non la potessero sotto all’ombra dell’Impero.
-Il Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno a Roma sotto
-alla guardia e a discrezione sua; ma credo io pochi accettassero:
-laonde molti dei confinati vennero tosto fatti ribelli, e ad essi tolta
-l’assegnazione (la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre
-ed agli averi dei quali furono privati al tempo della condannagione.
-Degli altri, dicono gli scrittori che riebbero i beni loro; ma Firenze
-non ha istorici se non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del
-trattato dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo rei di
-antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio non è da credere
-inclinasse a benefizio dei tornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva
-poi che la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche
-dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte ghibellina.
-Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero degli Anziani, e sì
-nelle altre stipulazioni di quel trattato per cui veniva concesso a
-pochi stentatamente riporre il piede nella città: era prescritto che
-rimanessero altri molti nelle ville, sintanto almeno che il Potestà
-e il Capitano non avessero forza bastante di cavalieri e di pedoni da
-contenere cotesti uomini, sospetti sempre di non amare lo Stato libero.
-Oltre ciò, è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei
-successivi imperatori confuse avevano le due parti: più volte i papi
-si adoprarono perchè fossero i Ghibellini o i ribelli di altro nome
-restituiti nella città; e nel trattato, quando si viene alla formazione
-dei Consigli, troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre
-cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se a pigliare cotesto
-nome si arrischiassero. Era il contrasto oggimai tutto tra ’l nuovo
-popolo e gli antichi nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’
-castelli, quale che fosse la parte loro: e intanto che una dei Tosinghi
-andava moglie a Maghinardo da Susinana gran condottiero, un Adimari
-principale uomo di parte guelfa si era congiunto ad una figlia del capo
-stesso dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste erano
-ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei nobili procacciando
-partecipare co’ mercatanti grossi la popolare dominazione. I grandi
-guelfi erano signori, scrive il Compagni che intervenne tuttora
-giovine a quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè
-gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, contraffare ai
-patti della pace. Il soprastare montò a questo, che levarono in breve
-tempo tutti gli onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono,
-due anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento
-costituendolo tutto popolare.
-
-I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, otto dei quali
-erano Guelfi, come dicemmo, e sei Ghibellini, male si accordavano
-tra loro. A racconciare quindi lo Stato ed a stringere il governo
-in poche mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio dei
-Quattordici, creando in quella vece altra signoria di durata parimente
-bimestrale: ai nuovi magistrati diedero il nome, anche prima usato, di
-Priori delle Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo
-trafficante:[74] della quale innovazione furono autori i consoli
-dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi e possenti cittadini
-di Firenze, di maggior seguito, grandi e popolani, che intendevano a
-procaccio di mercatanzia e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa.
-I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile schiatta, per
-il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; Rosso Bacherelli, per
-il sesto di San Piero Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi
-del Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per l’arte della
-Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio per ivi durare fino alla metà
-d’agosto, al qual tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti.
-Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel luogo stesso dove
-si adunavano gli Anziani al tempo del popolo vecchio e i Quattordici
-dipoi, cioè nelle case presso Badia: avevano a loro servizio sei
-berrovieri o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi
-Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il titolo di
-difensore delle Arti, spettava amministrare le grandi e gravi cose del
-Comune e raunare i Consigli e fare le provvisioni. Essendo piaciuto
-all’universale quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu
-venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle sette Arti
-maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero quella dei Medici e
-Speziali, quella dei Setaioli e Merciai di Porta santa Maria, e quella
-dei Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori e minori
-fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune volte anco il numero dei
-Priori. Tra essi erano dei grandi e dei popolani, ma di buona fama
-ed opere, e che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si
-ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle leggi, e che
-in Firenze ora si dice dei fannulloni e scostumati. Così per allora
-si ordinava la Repubblica; erano eletti i nuovi Priori da quelli che
-uscivano di ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero
-determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: l’elezione si
-faceva per isquittinio segreto, e chi aveva più voci era fatto de’
-Priori. Ciò avveniva nella chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia
-alla quale abitava il Capitano del popolo nelle case che furono de’
-Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva eletto dai Consigli
-del popolo, siccome era il Potestà dai consigli del Comune. Finalmente,
-a somiglianza delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che
-per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi e bandiere loro.
-Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai e rigattieri, un gonfalone
-bianco e vermiglio; quella dei beccai, giallo con entro un capro nero;
-i calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori e falegnami,
-il campo vermiglio con entro la sega e l’ascia; e quella dei fabbri e
-ferrai, col campo bianco e tanaglie in nero.[75] In breve il numero
-delle Arti minori crebbe fino a quattordici; le arti più minute e
-di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle ventuna, che
-avevano consoli ed insegne loro, e massimamente delle sette chiamate
-maggiori, nelle quali era la forza del capitale e gli estesi traffici,
-o risiedeva l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad
-imitazione dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistrato dei
-Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle arti: Pistoia, Lucca e le
-altre città guelfe di Toscana, per le cagioni medesime e ad esempio di
-Firenze, anch’esse adottarono somiglianti ordini popolari.
-
-Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che
-essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere
-che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente
-ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano
-degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla
-plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante.
-Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare
-una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più
-lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari,
-perchè in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, per lungo
-tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un
-popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo
-arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità
-permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di
-governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte
-furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la
-libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi;
-altiero animo pigliava il popolo, e i mestieri s’innalzavano allo
-splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva
-di plebeo; il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria,
-con la riverita autorità del Pontificato, e da principio con quella non
-bene cancellata dell’Impero.[76]
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO DELLA
-GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI
-CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.]
-
-
-I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 quei feroci
-combattimenti onde era abbassata la potenza dei Pisani totalmente
-sconfitti da’ Genovesi in una battaglia navale presso lo scoglio della
-Meloria; nella quale perderono essi più di quaranta galere e sedici
-mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto prigionieri. Firenze
-e le altre città guelfe in tal congiuntura viepiù si ristrinsero
-contro la misera Pisa ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di
-assaltarla per terra, mentre i Genovesi continuerebbero a tempestarla
-dal mare; tanto era l’odio già contro quella città rivale e la
-cupidigia di soverchiarla pei commerci.
-
-Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo ed ambizioso
-tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere questa lega e conducendo a
-parte guelfa la città sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva
-la mala fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia della
-Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere da lui comandate, a
-fine con ciò di indebolire la patria sua e divenirne più facilmente
-signore, contrapponendosi per il fine stesso anche al ritorno dei
-prigionieri ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore
-in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori cittadini
-di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali insieme col vino erano
-fiorini d’oro. Ottenne così che i Lucchesi ed i Genovesi soli
-andassero contro Pisa, della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato
-con la oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto
-in tirannide, divenne più odioso: inimicossi co’ suoi e con parte
-guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti ch’era giudice di Gallura nella
-Sardegna, dove i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere
-fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo da Capraia
-suo nipote, giovane di grande aspettazione, e di avere a’ Fiorentini
-ed a’ Lucchesi voluto tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo
-stesso cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando poi
-di chiamarli ad avere parte nella signoria, fu assalito armata mano
-dall’arcivescovo della città, Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani
-che poco innanzi mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di corte che
-stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, gli domandò se cosa
-alcuna vi mancasse; rispose quegli, che una sola: l’ira di Dio, che
-sopravverrebbe. Appresso, comunque valorosamente combattesse, il conte
-Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due figli e due nipoti
-nella torre dei Gualandi, di cui le chiavi dopo alcuni mesi nel marzo
-dell’anno 1289 furono fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice,
-dopo di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, moriva
-di fame con i quattro giovinetti: davano a lui perpetuo nome i versi di
-Dante.
-
-Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di
-lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli
-Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi
-a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato
-sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai
-grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso
-rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne
-cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in
-Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana
-e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo
-d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei
-Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe,
-ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e
-dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi
-e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia
-o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia
-centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta
-ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i
-marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona,
-Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il
-maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte
-guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di
-quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui
-le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano
-per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra
-essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri
-restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed
-il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle
-guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi
-erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini,
-e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79]
-Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la
-Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo,
-diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese
-che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in
-oste la insegna reale.
-
-Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra
-continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie;
-nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle
-dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da
-Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando
-i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato
-tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non
-lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte
-da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori
-della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta
-fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e
-più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava
-contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno,
-suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona
-mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere
-di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero
-tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido
-Novello ch’era potestà d’Arezzo.
-
-Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste
-loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila
-fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana,
-della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando
-i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano
-come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno
-1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte
-di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano
-più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in
-Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei
-Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da
-stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’
-quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in
-quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè
-malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel
-numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo
-alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che
-si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti
-altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante
-Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera
-grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che
-la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di
-balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo
-bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino,
-che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle
-che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro,
-ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi
-e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di
-Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto
-cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre
-di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi
-uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e
-vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate
-forti, e lasciateli assalire.[80]»
-
-Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra,
-ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti
-i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti
-della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome
-ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini _Nerbona Cavaliere_ e gli
-Aretini _San Donato Cavaliere_, i feditori degli Aretini si mossero con
-grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini.
-Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale
-rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia
-e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande
-animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori
-de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon
-pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e
-forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna
-parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso
-Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento
-di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde
-cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo,
-io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi
-vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e
-francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande
-cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le
-quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per
-costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli
-Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella
-in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto,
-che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte.
-
-Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di
-grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava
-vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti
-stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono
-rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per
-lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i
-villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al
-Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai
-fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne
-uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti
-più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila,
-sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per
-essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli
-Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’
-Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato
-capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte
-Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri
-fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri;
-ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che
-la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a
-quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè
-mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e
-l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma
-quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e
-poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio
-della parte ghibellina in tutta Toscana.[83]
-
-I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed
-altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli
-scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito
-fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci
-di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di
-san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di
-scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì
-gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora
-bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e
-rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed
-alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono
-per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori
-ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però
-grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze;
-laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la
-spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più
-di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento
-della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti
-nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai.
-
-Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla
-vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente
-le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà,
-poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano
-d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè,
-tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze
-più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni
-mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e
-molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano
-conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed
-uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse
-grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara
-convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come
-avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di
-gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come
-padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi
-e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni
-si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di
-mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata
-da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne
-e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con
-ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai
-lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e
-graziosi canti.[85]
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI.
-ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]
-
-
-Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva
-goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella
-serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani
-andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo
-temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa
-di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo
-l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio
-del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e
-lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè
-in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era
-qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle
-cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta
-sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe
-che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva
-ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei _buoni uomini_
-qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella
-età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo
-artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di
-Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati
-nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero
-e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di
-viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini
-e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo
-incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra,
-dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali
-di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi
-nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo
-formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la
-quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava
-nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche
-abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le
-passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora
-in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i
-popoli fatti liberi a lei guardavano con amore.
-
-Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra
-provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e
-popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno
-all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi
-signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre
-civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano
-montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e
-andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni
-cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due
-ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava
-contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda
-popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori
-delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da
-contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini
-mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con
-occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove
-la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi.
-Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai
-deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai
-giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone
-cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro
-del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli
-ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei
-quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori,
-dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia,
-venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi,
-massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando
-quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei
-beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto
-loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da
-soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare
-lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi
-o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi
-disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto.
-Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra
-loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno
-della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi
-e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri,
-tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra
-Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti
-sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le
-altrui.
-
-Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di
-Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di
-essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di
-grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò
-egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88]
-e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la
-correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che
-furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati
-gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro
-loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per
-l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di
-pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era
-il disfare le case.
-
-Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne
-abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero
-l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo
-tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a
-questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare,
-nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori
-(_Statut., Rub._ 43 _et alibi_); ma per contrario non si ammettevano
-eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove
-commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (_Rub._
-49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare
-alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai
-funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (_Rub._ 46,
-47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun
-grande non poteva mostrarsi in quel luogo (_Rub._ 44). La Rubrica
-24, sotto il titolo _de causis faciendi magnates_, contiene la forma
-del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle
-Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi;
-il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte
-le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo
-testimonio _de visu_ e due di pubblica fama, o solamente quattro di
-questi ultimi (_Rub._ 23): un tamburo o cassetta murata era posta
-innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (_Rub._ 96).
-Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle
-multe a cui venissero condannati (_Rub._ 33): ma era proibito ad essi
-fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai
-prestatori (_Rub._ 9 degli _Ordinamenti di giustizia_): i popolani non
-denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (_Statut.,
-Rub._ 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente
-i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (_Rub._ 69). Minutamente
-si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai
-magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In
-certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre
-alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche
-il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del
-contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (_Rub._
-31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso
-quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati
-consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe
-(_Rub._ 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano
-obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (_Rub._ 41).
-
-A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono
-contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un
-Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni
-anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando
-il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille
-eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro
-ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case,
-troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di
-legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e
-di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio
-di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della
-Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori
-con certi aggiunti o _arroti_ elessero i nuovi. Le Arti maggiori e
-le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale
-procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere
-furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila;
-cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani.
-
-Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe
-del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse
-di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni
-che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della
-Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie
-in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni
-popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo
-di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi,
-o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e
-incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti
-della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze
-armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei
-mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria
-feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne
-spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate:
-eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un
-Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza
-dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad
-accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente.
-
-Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo del popolo e
-per abbattere sempre più il potere dei grandi, chè spesso la guerra
-gli rinvigoriva, i Fiorentini acconsentirono a fare pace co’ Pisani
-affievoliti e abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero
-il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, e avessero in Pisa i
-Fiorentini libera franchigia, senza pagare gabella di loro mercatanzie.
-A detta pace intervennero i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della
-lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il tranquillo stato,
-che dì e notte non si chiudevano le porte della città; nè vi avea
-gabelle; ma essendovi bisogno di moneta, anzichè porre balzelli, si
-vendevano le mura vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti.
-Ed il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle terre del
-distretto.[91] Così nel cominciamento di questo nuovo Stato si fece
-molto di bene al Comune, ed a ciascuno cui per l’addietro fossero
-dai potenti state occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe
-il Comune per questo modo la giurisdizione intera di Poggibonsi, che
-si reggeva prima da sè, e di Certaldo e di Gambassi e di Loro e di
-altre terre, e molte possessioni state prima occupate dai Conti e
-nel Mugello dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio,
-nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo era molto fiero e
-caldo dentro e al di fuori, ed in signoria. L’autore di un maleficio
-essendosi fuggito in Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo:
-e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono darlo, gli
-condannarono a pagare lire diecimila e che lo rendessero. Stavano
-sempre disubbidienti; ma quando udirono mosse le masnade dei Fiorentini
-inverso Prato, diedero i danari e il malfattore.
-
-De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente poste, furono
-i Galigai, uno dei quali rissando aveva ucciso in Francia un popolano.
-Dino Compagni, istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di
-giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case ed a quelle dei
-loro congiunti, e le fece disfare secondo le leggi. Questo principio
-fu pernicioso ai Gonfalonieri seguenti (così Dino); perchè se le
-disfacevano secondo le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e
-che erano vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne che
-molti sformarono la giustizia per tema del popolo. Uno dei Buondelmonti
-avendo commesso un maleficio di morte, gli furono disfatte le case per
-modo che dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, che
-dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia però, o a dir
-meglio le vendette, si facevano disegualmente. I giudici ossia tutta
-la turba dei legisti che insieme ai rettori o magistrati forestieri
-intervenivano nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti in
-vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed era lagnanza che tenessero
-sospese lungamente le questioni e ogni ragione si confondesse. Troppo
-gran braccio dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla
-ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici a non
-mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si dolevano, ed agli
-esecutori di esse dicevano: «un caval corre e dà la coda nel viso
-a un popolano; o in una calca uno darà di petto senza malizia ad un
-altro, o più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli uomini
-gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, dobbiamo noi essere
-disfatti?» Giano della Bella, uomo di grande animo e tanto ardito che
-difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri
-taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto era temuto dai rettori,
-che non osavano nascondere i maleficii. Allora i grandi cominciarono a
-parlare contro a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di squartare
-i popolani che reggevano. Tali minaccie rapportate furono cagione che
-questi sempre più inacerbissero, e per paura e sdegno inasprissero le
-leggi; sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava.
-
-Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza dove i grandi
-ritenevano tuttora il grado che in altri uffici era loro dinegato;
-e per lunghi anni vedremo noi contro agli artefici accesa la guerra
-di quel magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza dei
-magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano essere cavalieri; e
-contro a questi aveva ordinato Giano, che le famiglie dove fossero
-uomini aventi il grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e
-fossero inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi:
-queste famiglie furono trentatre.[92] Si trova altresì che Giano
-volesse togliere ai Capitani di parte guelfa il suggello ed il mobile
-o patrimonio della Parte, che era cresciuto in quegli anni, come era
-stato l’intendimento della sua prima istituzione: ma ora Giano volea
-quei beni recare in comune, non già che fosse egli poco guelfo, ma per
-abbassare i grandi che dominavano quell’ufficio. Con essi andavano
-uomini potenti, i quali non tutti erano nobili di sangue ma per
-altri accidenti chiamati grandi,[93] e molti che aveano co’ magnati
-parentela. A questi erano da aggiugnere non pochi uomini di famiglie
-nobili per ambizione fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio
-avere grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli come
-speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano l’uguaglianza delle
-leggi, ed astiavano l’autorità di Giano, e la parte troppo grande
-da lui toltasi nello Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano
-in Firenze essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col togliere
-forza al magistrato di parte guelfa volesse di cheto dare mano ai
-Ghibellini e fargli salire di bel nuovo in signoria: in ogni tempo
-questa fu l’arte dei potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente
-con la paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco a sgominare
-la parte stessa che era con Giano stata da prima, e per siffatti
-sollevamenti a rigonfiare la feccia plebea. Era uno chiamato Pecora,
-gran beccaio protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con
-falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano in odio, persino
-gli altri dei beccai, perchè le sue malizie usava senza timore,
-minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a malfare con
-grande nerbo di uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni
-disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso molto gran piena
-d’inimicizie; i grandi attizzavano le gelosie de’ falsi amici, e le
-invidie popolari, e la malizia dei giudici, e le ree opere de’ beccai.
-Si congiurarono contro lui; congreghe si facevano in casa dei grandi;
-il partito d’uccidere Giano, più volte posto, non ebbe seguito; gli
-artifiziosi consigli prevalsero. «Ed io (scrive Dino) gli palesai la
-congiura un giorno che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani,
-per raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso per l’orto; e
-mostraili come lo faceano nemico del popolo e degli artefici, e che il
-popolo gli si volgerebbe contro.»
-
-Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso Donati, de’ più
-nobili e possenti cittadini di Firenze, ebbe parte in una zuffa nella
-quale per alcuni suoi familiari e consorti era stato morto un popolano
-ed alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu presentata
-l’accusa da ambe le parti, ed il processo era venuto innanzi al potestà
-Gian di Lucino da Como, cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era
-contro a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. Già
-il gonfalone della giustizia era stato tratto fuori, quando il Potestà
-(dicono) ingannato da un suo giudice, assolvè il Donati e condannò
-gli avversari suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto
-per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad una voce: muoia
-il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, all’armi! viva il popolo! Si
-armarono allora e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per
-ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il grido, esclamava:
-io voglio andare a campare il Potestà dalle mani del popolo. E monta a
-cavallo e si presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi in
-debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la plebe forsennata gli
-rivolta contro le lancie e lo costringe a tornare indietro. Anche i
-Priori scendono in piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore,
-ma invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba i cavalli e
-gli arnesi del Potestà, straccia i processi, pone le mani addosso alla
-sua famiglia, ed in quella rabbia commette di mille strane cose. Il
-Potestà e la sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da lui
-di Lombardia, spaventati chiamando la morte si erano rifugiati nelle
-case de’ Cerchi: messer Corso, che era pure nel palagio, non per anche
-terminato, fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio e
-per onore della città fu deliberato, che le cose rubate si rendessero
-al Potestà, e che del suo salario fosse pagato: e così fecesi, ed ei
-partissi.»
-
-La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni biasimarono
-quello che era stato fatto, altri ne dava la colpa a Giano cercando
-cacciarlo o farlo mal capitare, e diceano: poichè cominciato abbiamo,
-osiamo il resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani
-grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro lui, fecero
-sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero inquisizione contro a
-Giano e suoi seguaci per aver messo la terra a romore. Ma il popolo
-minuto per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla casa di
-Giano, profferendosi di esser con lui in arme a difenderlo e correre
-e combattere la terra. E già un suo fratello avea tratto in Orto san
-Michele un gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito
-ed ingannato da quelli stessi che erano stati con lui a fare il popolo,
-e conoscendo che la loro forza unita a quella dei grandi era molto
-potente, e che tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio
-dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti suoi parenti,
-famiglia che aveva tra gli artefici grande seguito, lo consigliarono
-che a cansare quei primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla
-città. Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze il
-3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli averi e nella
-persona, e la sua casa rubata e mezzo disfatta. Si aggiunse ai suoi
-danni anche il papa Bonifazio VIII, come si rileva da un breve assai
-violento contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a chiunque
-lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, nel caso che Giano
-vi fosse tornato, e ordinando sotto le censure stesse il bando anche
-di un suo fratello e di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto
-in Pistoia, dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, pe’
-quali perdette la potesteria; e pochi giorni innanzi l’esiglio da
-Firenze, ebbe in Pistoia condanna di ribello egli ed una figlia di lui
-maritata. L’istoria non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto
-noi troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato avere posto
-le mani nelle cose di Firenze, e ordite già quelle intelligenze nella
-città che indussero poi mutazioni tanto gravi.[94]
-
-Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno alla città nostra,
-scrive Giovanni Villani, e massimamente al popolo, perchè egli era il
-più leale e diritto popolano, e amatore del bene comune, che uomo di
-Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non ne traeva. Era
-presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli
-Abati suoi vicini col braccio del Comune: e forse per gli detti peccati
-fu per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, giudicato.[95]»
-Lasciava Giano di sè gran traccia nella Repubblica di Firenze, che
-dall’ufficio del Gonfaloniere avrebbe pigliato maggiore forza e
-stabilità, se era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del
-Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, quello di mettere
-in comune il governo dello Stato cosicchè ad esso partecipassero le
-Arti maggiori e le minori e il popolo grasso e gli artefici minuti,
-cotesto voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli anni
-stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale mutavasi ivi il
-politico reggimento, ma oppostamente a quel di Firenze. Qui ogni cosa
-era per il popolo, tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora
-le due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le divisioni
-e la nazionale debolezza, la quale può dirsi che in quegli anni fosse
-decretata.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.]
-
-
-Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare gli amici di lui,
-i quali furono condannati chi in cinquecento lire e chi in mille.
-La città rimase in grande discordia; chè prendendosi in disamina le
-azioni di lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. Intanto
-i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora beccaio, uomo bilingue,
-seguitatore di male, lusinghiero, insomma tristo per ogni verso,
-corrompeva il popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava
-ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua operazione.
-Molti altri abbindolava promettendo loro ufficii: grande era del
-corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e diceva palesemente
-chi erano stati i congiurati contro a Giano. Intanto, per voglia di
-mal fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare questo
-e quello; arringava spesso nei Consigli, e si millantava essere egli
-che aveva liberata la città dal tiranno Giano, e che molte notti era
-ito di queto con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed a
-conferir con loro in non so quale cantina sotterra. I pessimi cittadini
-chiamarono Potestà un messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo,
-acciò rendesse ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia
-sua palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo
-piccolo o grande che fosse: ma finalmente cadde in tanto abominio che
-i cittadini, non potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due
-suoi famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero
-vitupero e pericolo a molti; e nato disparere se dovesse più lungamente
-torturarsi o no, vinse la prima sentenza; e però quel cattivo cantò
-nuovamente sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori
-e parecchie condanne in danari. Ad onta che i Padovani più volte
-mandassero a domandare il Monfiorito, fu cacciato in prigione; e vi
-sarebbe vilmente marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il
-marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire lime sorde
-ed altri ferri, per cui si fuggirono.[96]
-
-I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità in Firenze:
-capi erano di quella parte Forese degli Adimari e Vanni de’ Mozzi e
-Geri Spini, i quali una volta si appresentarono in arme sopra cavalli
-coperti, co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza del popolo
-soperchiare, si ritrassero senza far nulla. Avevano pure chiamato in
-Toscana un cavaliere Giovanni di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta
-e giurisdizione sulle terre che egli guadagnasse. Venne costui per
-consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, e andò a posarsi in
-Arezzo con cinquecento cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini
-d’oro che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi frattanto,
-i quali avevano fatto lega con gli amici guelfi di Toscana, per
-afforzarsi da quella parte edificarono nel Valdarno di sopra i castelli
-di San Giovanni e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli dei
-vicini signori e tutti quelli che amavano la parte guelfa ed il viver
-libero. In Firenze erano anni prosperi; e allora ebbero cominciamento
-il grande tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce ed
-altri, e il Palagio del popolo per abitazione della Signoria. Ma (dice
-il Villani) la grassezza partorì superbia e corruzione, per la quale
-furono finite le feste e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a
-quei tempi stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia dei
-Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano sorte le maledette
-parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle discordie di due altre famiglie, i
-Cerchi e i Donati, sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto
-altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale ogni dì montava
-per il numero di genti, chè aveva dentro più di trenta mila cittadini
-atti alle armi e più di settanta mila distrettuali in contado,[97]
-e buona cavalleria e franco popolo e ricchezze; signoreggiando quasi
-tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero nè dei propri fuorusciti;
-Firenze la quale poteva a tutti gli Stati d’Italia colle sue forze
-rispondere; essa medesima colle proprie mani si fece quel male che dal
-di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di nuova schiatta,
-ma buoni mercatanti e gran ricchi: tenevano molti familiari e cavalli,
-sfoggiavano in vesti ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso
-parentado; ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente venuta di
-picciol tempo in grande stato e potere: avevano comprato il palazzo
-dei conti Guidi, il quale era presso alle case dei Pazzi e dei Donati
-in quel sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli Scandali,
-perchè ivi la vicinanza di molte famiglie possenti era occasione di
-gelosie, ogni sesto avendo suoi propri uffiziali e quasi in sè le
-passioni di una piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini
-e guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene capo di quella
-famiglia fosse un uomo assai formidabile, Corso, il cui nome stava
-in alto fino dalla giornata di Campaldino: talchè per la bizzarra
-salvatichezza degli uni e la superba invidia degli altri nacque sdegno
-tra le due casate. Tra gli avversari si lanciavano motti pungenti;
-e perchè Vieri, capo della famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in
-Campaldino, era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si sapeva
-che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, Corso diceva _ha ragghiato
-oggi l’asino di Porta:_ e i motti si risapevano, nè mancavano giullari
-che gli rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.[98]
-
-La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte Bianca e Nera, venuto
-di Pistoia, dove un legnaggio di nobili e possenti uomini, ch’erano
-i maggiori di quella città, poco prima si era diviso in due parti,
-l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri neri. I
-Fiorentini, per timore che di ciò non sorgesse ribellione a danno dei
-Guelfi, s’intromisero tra le due parti, e tolta per sè la signoria
-della città, sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi
-e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze moltiplicarono la
-contaminazione. I Cerchi divennero capi di parte bianca, e i Donati
-di parte nera.[99] I cittadini grandi, e popolani e artefici minuti,
-viepiù si partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima chi
-ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era la più numerosa, e
-pel grande seguito che avea, pareva che fosse in loro potere la città:
-erano ben veduti dagli artefici perchè di buona condizione e molto
-serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui avevano aderito:
-i Ghibellini gli amavano perchè meno duri nel mantenere le leggi: e
-allora si trova che i Cerchi disertando le raunate della parte guelfa,
-più si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori famiglie
-avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti e gli Adimari, parte dei
-Mozzi, dei Bardi, dei Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i
-Malespini, i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, e i migliori
-uomini che volevano con Dino Compagni l’egualità e la pace, e i fieri
-ingegni di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto
-che si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti già un poco
-infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, perchè i grandi e
-possenti Ghibellini essendo iti in bando, rimanevano di quella parte
-in Firenze le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del
-minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in casa dei
-grandi, vivevano male sotto alla meno lauta e spesso più dura signoria
-dei grossi mercanti. Co’ Donati erano quasi tutti questi, nobiltà
-nuova e popolana che già intendeva in sè ristringere signorilmente lo
-Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi volendo imporsi
-al popolo degli artefici. Aveva questa parte le sue maggiori aderenze
-fuori, e credito e amicizie co’ signori: la seguitavano in Firenze,
-tra gli altri, i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, i
-Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con molta parte delle
-casate loro due possenti uomini, Geri degli Spini e Rosso dei Tosinghi
-della Tosa, e le più grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati
-era cavaliere, gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso
-parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, animoso, audacissimo
-nelle ambizioni e in quelle smodato; a grandi cose attendeva sempre.
-Era congiunto in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva;
-radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito aveva: tale era
-quell’uomo.[100]
-
-Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate d’ambedue le parti
-in arme scorrevano per la città, prendendo sollazzo. I giovani della
-famiglia dei Cerchi cavalcavano con altri in numero di più di trenta.
-E coi giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni loro
-masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma intantochè stavano
-a vedere ballare donne sulla piazza di Santa Trinita, ambedue le parti
-cominciarono a provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro,
-tanto che nacque una grande mischia, in cui molti restarono feriti: fu
-tagliato il naso ad uno dei Cerchi da un masnadiere dei Donati; quindi
-gli odii più crebbero, aspirando ambedue le parti alle vendette.
-
-Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si vantavano Guelfi puri,
-all’amicizia del Papa, rinfacciando di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi
-la loro lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale
-Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di audacia smisurata. A lui
-pertanto molti si volsero di concordia, pregandolo che egli per il
-bene della città e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa
-mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli era grande
-mercatante in Roma, volesse in lui rimettere le differenze; offrendogli
-pace onorevole, ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò
-assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; e si tornò a
-Firenze: il Papa rimase molto sdegnato contro a lui ed ai Bianchi.
-
-Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per
-seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza
-della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in
-sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle
-panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri
-essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro,
-o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli
-avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle
-spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per
-allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero
-andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati,
-o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere
-egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti:
-giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a
-lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea
-deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva
-di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava
-in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato
-a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a
-messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un
-dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che
-non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito
-dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una
-mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in
-Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era
-dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero
-feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono
-accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare
-in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in
-carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati,
-come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi
-nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato
-un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della
-prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo
-pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad
-istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare
-non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti.
-
-Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per
-le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze;
-che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e
-molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere
-in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano
-banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava
-legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi
-giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini
-a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e
-di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano
-la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal
-Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante
-altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava
-essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci,
-che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano
-raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il
-Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano
-meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue
-e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire
-la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre.
-Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa
-del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli,
-questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano:
-«noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete
-rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori
-tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni:
-deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo
-suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri,
-a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze;
-andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati,
-forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non
-si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale,
-venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la
-Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono
-costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo
-essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo
-andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo
-dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli
-impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un
-cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi.
-«Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e
-dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza
-i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari;
-molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a
-fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto
-però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari
-i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città
-interdetta.
-
-Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo
-stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per
-l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della
-infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in
-Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e
-nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria:
-ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri
-dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva,
-poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo
-esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e
-altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare
-lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a
-ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi
-era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace,
-Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè
-volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi
-volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non
-altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con
-altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da
-quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il
-conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi
-fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le
-malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro.
-Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per
-opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce
-guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca
-la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e
-s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come
-i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice
-Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in
-maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni
-arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i
-Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i
-Ghibellini dalla città.[104]
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO
-DI DANTE. [AN. 1301-1302.]
-
-
-«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro
-e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie; palesate
-le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti: non pensate più;
-andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il
-sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore; nieghi
-l’uno all’altro aiuto e servizio; seminate le vostre menzogne, le quali
-empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la giustizia
-di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno.
-Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero merito nelle loro discordie.
-Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che
-molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a
-distruzione mena un gran regno.»
-
-Con queste parole Dino Compagni, dà principio al secondo libro della
-sua storia, apprestandosi a narrare i tristi fatti che seguitarono
-per la venuta in Firenze di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di
-Carlo senza terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, non
-l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il Bello di Francia,
-era passato in Italia in soccorso del re Carlo II di Napoli alla
-guerra di Sicilia, allettato anche dalla speranza che il Papa a lui
-avea data di cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano
-operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che la città tornava in mano
-dei Ghibellini, gli Spini suoi mercatanti di tante reti lo avevano
-avviluppato, che appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso
-Pontefice l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi arbitro
-e finitore delle discordie con titolo di paciero. Ma era sospetta
-la costui venuta molto ai reggitori di Firenze che seguitavano parte
-bianca; il perchè mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali
-fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze l’autorità di
-tanto ingegno: aveva nei Consigli due volte opinato così da offendere
-del pari Bonifazio ed il Valois, negando al primo cento cavalli da
-lui chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di Sicilia.
-Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, avrebbe egli detto queste
-superbe parole: «s’io vo, chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli
-altri;[105] ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse
-loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? umiliatevi a me, ed
-io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra
-pace: tornate indietro due di voi, ed abbiano la mia benedizione se
-procurano che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, rimase
-Dante. Mentre era Carlo in via, gli si erano appresentati in Bologna
-uomini mandati dalle due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e
-fedeli della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi del pari
-amici di lui, e facendogli molte profferte: nondimeno egli per allora,
-senza passare nè per Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma.
-
-Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della nuova Signoria;
-tra gli eletti era Dino Compagni: ma gli altri pure erano uomini non
-sospetti e buoni, nei quali il popolo minuto non meno che i Bianchi
-riponevano grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto alle
-presenti condizioni della Repubblica, e tali che i Neri si confidavano
-guadagnarseli. Accorsi a visitarli, dicevano loro: «Signori, voi
-siete buoni, e quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete la
-discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, o la città perirà.
-Voi siete quelli che avete la balía. E noi a ciò fare vi profferiamo
-l’avere e le persone di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino
-per commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli cittadini,
-le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a
-usarle: e richieggiamovi che voi ci consigliate in tal guisa, che la
-nostra città debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici
-tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo il primo tempo
-(seguita Dino), perocchè non ci ardimmo a chiudere le porte nè a
-cessare l’udienza ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare
-la pace, quando si conveniva arrotare i ferri.[106]» Più di loro ne
-sapeva messer Corso pel suo ingegno e per la domestica educazione
-a maggioreggiare. Quei dabbene, usciti dal banco o dal fondaco, non
-erano atti a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l
-furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. I Capitani
-di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, si diedero di buon animo
-a interporsi per la concordia; ma niuno gli ascoltava, anzi in quel
-mentre i Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito
-pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta mila fiorini d’oro.
-
-Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, e giunto a Siena,
-inviava suoi ambasciatori a Firenze, chiedendo essere quivi ammesso.
-I Signori, per essere il caso grande e nulla volendo fare senza il
-consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio generale
-della parte guelfa, e le Arti divise nei settantadue mestieri, i quali
-tutti avevano consoli; e imposero loro, che ciascuno consigliasse
-per iscrittura, se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois
-fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero tutti,
-si accogliesse come signore di nobile sangue; salvo i Fornai, che
-dissero che nè ricevuto nè onorato fosse, perchè venía per distruggere
-la città. Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini a
-significargli che poteva liberamente venire come paciere, purchè
-promettesse per lettere bollate che non intenderebbe con ciò acquistare
-giurisdizione sopra i cittadini, non occuperebbe veruno onore della
-città nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le leggi della
-città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato il suo cancelliere
-a distorlo dal fare l’entrata il dì d’Ognissanti, perchè il popolo
-minuto in tal giorno faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare
-cagione d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al principe
-per avere le suddette lettere bollate; che se non avessero potuto
-conseguirle, avevano comando di negargli il passo e la vettovaglia,
-quando fosse giunto a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la
-lettera: «ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), e tennila
-fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, io lo domandai, se di sua
-volontà era scritta: rispose, sì certamente. E perchè egli camminava
-alla volta di Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo gli
-donarono diciassette mila fiorini.
-
-Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e santo pensiero radunava
-molti buoni cittadini, oltre agli ufficiali della Repubblica, nella
-chiesa di San Giovanni, e con paterna effusione di cuore gli esortava
-ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere di mezzo gli
-sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, come convenivasi ai cittadini
-della più nobile città del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace
-sul fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri vangeli; ma
-quelli stessi che mostravano piangere per tenerezza e baciavano il
-libro, furono poi i più ardenti nelle vendette. I Neri cercarono fin
-dal principio trarre profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte
-ghibellina; il che tirava addosso a questi tutto il pondo di parte
-guelfa.
-
-Il primo novembre 1301[107] entrò in Firenze Carlo di Valois seguíto
-da ottocento cavalieri francesi, ai quali poi s’aggiunsero altri
-quattrocento venuti a pochi per volta di Lucca, di Siena, e di
-Perugia e dalla Romagna, cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza
-sua. Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. Smontò a casa i
-Frescobaldi, perchè erano oltrarno, dove abitavano i grandi in luogo
-più facile a difendere, e segregato dalla frequenza del popolo e
-dalle vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva intanto
-co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che diede ai cittadini
-tale sospetto che molti s’armarono grandi e popolani, ciascuno a casa
-de’ suoi amici, abbarrandosi la città in più luoghi. La Signoria
-vecchia aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, che la
-consigliassero; ma costoro tutto il giorno non facevan altro che
-ingombrare la ringhiera, biasimare i Priori, chiedere eleggessero i
-nuovi prima del tempo debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea
-fatto invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo non
-essere ciò ad essi lecito per le leggi: e inoltre temevano uscire di
-palagio, sospettando un qualche agguato, e per essere la città inquieta
-e in grande trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di
-Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa di Santa Maria
-Novella, col Potestà e Capitano, col Vescovo e molti dei più spettabili
-di Firenze, gli fu data balía di pacificare i Guelfi insieme.[108]
-Giurò, e come figlio di re promise conservare la città in pacifico e
-buono stato; ma incontanente fece il contrario.
-
-In questo mentre erano tornati da Roma i due ambasciatori con le
-parole del Papa; al quale bramavano taluni almeno della Signoria
-ubbidire, scrivendo a lui ma segretamente per la paura dei Neri,
-mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer Gentile da
-Montefiore cardinale. Da Roma scriveano che gli ambasciatori erano
-d’accordo col Papa; laonde i Neri temendo per quelle pratiche una
-qualche mutazione, si ponevano dal canto loro sulle difese. La Signoria
-ordinava processione e preghiere a fine di allontanare la tempesta,
-che altri avrebbe voluto affrontare. Si provarono a mandar fuori bandi
-e leggi rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto quelli di
-parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo un signore in casa, il Papa
-è con noi; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da
-pace; danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi pensieri
-consentiva molta parte del popolo, ansiosa di cogliere quella occasione
-a fare una buona cacciata di nobili, e assicurarsi per l’avvenire.
-In tale baldanza i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici
-potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano a morte
-un valoroso uomo di popolo. La moltitudine allora s’armava a piede e
-a cavallo; la Signoria comandava che venissero fuori le schiere del
-Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei Neri, venivano
-e spiegavano le loro bandiere; ma non vi era chi confortasse la gente
-che si accogliesse al palagio dei Signori, quantunque il gonfalone
-della giustizia fosse alle finestre. Solamente quei soldati che
-non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti più per
-curiosità che per zelo, stavano in armi attorno al palagio. I Signori,
-non usi a guerra, attendevano a dare udienze; e frattanto cadeva il
-giorno. Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi alla casa
-dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: il popolo era senza
-consiglio: lo stesso Capitano nulla faceva. Venuta la notte, la gente
-si ritrasse, e ciascuno asserragliò le vie che menavano alle proprie
-case.
-
-Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande fidanza perchè era
-potente di amici e di seguito, afforzò le sue case con edificii da
-lanciar pietre: gli Spini, di parte nera, che avevano il loro grande
-palagio incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, dissero
-agli avversari con finta amistà: «deh! perchè facciamo noi così? noi
-siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra
-intenzione che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto
-a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, come dobbiamo
-essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti ai Gherardini, i Bardi
-ai Mozzi, l’istesso molti altri; sicchè i contrari si ammollarono,
-ed i seguaci loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono
-traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei quali fidavano, e presso
-che tutti si ritrassero da parte. I baroni di Carlo intanto stavano
-attorno ai Signori, facendo istanza perchè loro dessero la guardia
-della città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè Carlo
-ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere e maresciallo, l’avrebbe
-tenuta a petizione della Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a
-qual risoluzione appigliarsi; gli confondevano le novelle varie che
-a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: chiamarono alle armi
-gli uomini del contado; ma essi, devoti al nome guelfo ed al Papa,
-spiccavano le insegne dalle aste e gli tradivano.
-
-Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della loro osservanza
-e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce che per chiamata di Carlo
-stesso, Corso Donati, seguíto da molti amici a cavallo è presso a
-Firenze: ed egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate
-chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a porta a Pinti
-allora vicina alle sue case; e questa coll’aiuto de’ seguaci suoi
-aveva sforzata. Entrato in città, fece testa sulla piazza di San Pier
-Maggiore, ed afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla
-quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi Bianchi che
-s’erano a lui parati dinanzi, trasse a dare il sacco ed a bruciare le
-case degli antichi Priori che lo avevano sbandito: corse dipoi alle
-carceri del Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi al
-palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano i Priori, i quali
-costrinse ad abbandonare il seggio e tornarsene alle case loro. I
-Francesi tuttavia non si ristavano dalle solite protestazioni, e che
-il principe farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe la
-Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia i più ragguardevoli
-di ambedue le parti; ma tosto i Neri lasciò andare, e i Bianchi
-ritenne prigionieri quella notte senza paglia e senza materasse come
-uomini micidiali. Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon re Luigi,
-che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della real Casa di Francia? O
-malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta Corona fatto non
-soldato ma assassino, senza vergogna![109]» Avevano i Priori (o altri
-che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa del loro palagio;
-ma invano, perchè la gente sbigottita non trasse fuori: di casa Cerchi
-non uscì uomo a cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’
-loro congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, retrocessero,
-rimanendo la piazza deserta. La sera stessa, alcuno credette vedere
-una croce rossa appesa al palagio della Signoria, segno dell’ira
-divina. Allora i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati
-dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba i fondachi e
-le botteghe, ardono le case dei loro nemici, feriscono e uccidono i
-migliori della parte bianca. Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o
-nascondeva la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano
-danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza. Messer Carlo di
-Valois nè sua gente non pose riparo, nè attenne sacramento nè alcuna
-delle cose promesse da lui.
-
-Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi per altri otto,
-masnade armate si spargevano d’intorno, mettendo a sacco e a fuoco le
-case, onde molto numero di belle e ricche possessioni furono guaste.
-Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che fuoco è quello?»
-eragli risposto, che era una capanna, quando era un ricco palagio: il
-contado ardeva d’ogni parte. I Priori invano pregarono per Dio molti
-dei popolani potenti che avessero pietà della città loro; i quali
-niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo rotto sostituiti altri
-Priori di parte nera, da continuare nell’ufficio insino a’ quindici
-di dicembre. Corso Donati, che dal Compagni è detto crudele più di
-Catilina, adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno dei Cerchi e
-loro amici: quando passava per la terra, la plebe gridava: «Viva il
-barone!» e pareva la terra sua. Carlo, signore di grande e disordinata
-spesa, fece richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le
-minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il biasimo per la
-città, che egli lasciò stare. Fece pigliare un ricco popolano, il quale
-lo aveva ricevuto e molto onorato ad un suo bel luogo quando andava
-ad uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, o lo
-manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera di amici lo lasciò
-per fiorini ottocento: e per simile modo ritrasse molti danari dai
-cittadini. Grandissimi mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni
-dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento fiorini i beni
-di un loro amico ricco popolano, e poichè furono pagati, li posero a
-ruba essi stessi: questi Bostichi davano la corda agli uomini in casa
-loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, e di
-mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli fu tolta la roba, a
-molte vergini l’onore: molti innocenti, dannati a pagare mille fiorini
-sotto pretesto che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla
-città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: non pochi dei
-Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono coi Neri per ingegno di
-malfare; molti in pochi giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono
-svillaneggiati e calunniati, perchè cessero senza combattere; ma la
-colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), i quali per avarizia e per
-viltà non fecero difesa o riparo contro i loro nemici:[110] e a chi
-ne li riprendeva, rispondeano che temevano le leggi; quando invece se
-n’erano stati per non avere a mantenere i fanti.
-
-Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois d’accordo con la
-Signoria prese a raffrenare alcuni popolani di parte nera. E in quel
-mese stesso di novembre giunse di nuovo a Firenze come legato del
-Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento di pacificare i
-cittadini: co’ matrimoni cercò riunire parecchie famiglie; ma volendo
-anche rendere comuni gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò
-i Neri spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato dell’altra
-volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò de’ Cerchi, nell’andare
-ad una sua possessione con sei famigli ed un figlio giovinetto che
-era in capelli a testa scoperta, passando per la piazza di Santa
-Croce nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone Donati
-figlio di Corso e nipote di Niccolò dal lato di madre, che avea seco
-alcuni amici a cavallo. Simone allora spinto da infernale pensiero lo
-insegue, lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli le
-vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, che solo pensano a
-scampare il figlio, non s’aspettava ciò dal nipote. Ma non andò questi
-senza punizione, perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in
-un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte seguente nella
-chiesa di San Piero. Prima di morire, pentito pregava il padre ed i
-suoi si rappacificassero co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso
-per la morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze per cortesia
-e valore, in lui ogni speranza del padre e della casata. Il Valois
-intanto era andato in Roma a domandare danari al Papa; ma questi gli
-rispose: io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei cavato
-la sete, tuo danno.
-
-Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni averne avuto la
-prima colpa, Carlo ed il Papa l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli
-che trassero nella patria loro un principe forestiero con la sua corte
-e le masnade; dirà il contegno del Valois quale potevasi attendere
-da un venturiero, errore grave di Bonifazio in quei fatti essersi
-ingerito. Cercava riunire in un sol fascio la parte guelfa; e al più
-ambizioso dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata da molti
-suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: ma infine Bonifazio
-VIII, come aveano fatto Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a
-fare opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, se prima
-aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando le violenze più atroci
-stettero dalla parte loro. Dante accusava il principe francese presente
-e complice, quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli
-macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse in Anagni più
-tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali avesse
-Dante a sì fiero odio contro a Bonifazio, quel che avvenisse mentre
-egli rimase in Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse
-fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. L’esiglio non
-venne a lui dal Papa, ma in quel tempo tra loro due qualcosa d’oscuro
-dovette nascere, che da un lato accese in patria contro lui tante ire,
-dall’altro gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dure
-a ricordare, ma vendicarle pareva dolce all’iroso animo del poeta.
-In quei giorni venne a luce una congiura, o vera o falsa che fosse,
-della parte bianca con un certo barone francese chiamato Pier Ferrante
-di Linguadoca[111] per ammazzare Carlo di Valois tornato allora in
-Firenze. Laonde questi, radunato la notte un consiglio segreto di pochi
-cittadini, trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e fare
-loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare due Adimari padre e
-figlio e Manetto Scali: ne andarono in traccia nei contorni di Firenze,
-forando con ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, perchè
-del consiglio taluni si erano allontanati a procurare che i nominati
-nell’accusa avessero agio allo scampo. Giano de’ Cerchi figlio di
-Vieri, sostenuto nel palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo
-di fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, dal quale ebbe
-Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. Continuarono le condanne tutto
-il tempo che il Valois dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile,
-essendo allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, uno
-di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; e si protrassero
-le condanne anche poi nei seguenti mesi. Tra’ condannati fu Dante
-Alighieri: abbiamo la prima sentenza contro lui e tre altri, data ai
-27 gennaio, per la quale era egli dannato a pagare cinquemila fiorini
-d’oro ed al confine. Dante era di Roma venuto in Siena, dove lo colse
-la prima sentenza; la quale, per non essere egli comparso in giudizio,
-fu aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava gli fossero
-tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso bruciato vivo qualora
-avesse rotto il confine: fu poi compreso in quella condanna generale
-che si trova pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. Per
-questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo le antiche famiglie
-dei grandi ghibellini, e sbandiva e confinava molti dei Cerchi, dei
-Cavalcanti e degli Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini
-d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i nomi a noi
-rimangono.[112] Tra questi era ser Petracco di Parenzo dall’Incisa,
-stato cancelliere della Repubblica e notaio delle Riformagioni, cui
-nacque in esilio Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi,
-ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la quale andarono
-stentando la vita per lo mondo chi in qua e chi in là. Furono i beni
-loro messi in comune, le case disfatte;[113] e delle pietre di quelle
-si trova che fossero edificate le nuove mura della città di Firenze:
-non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. Dipoi, mentre
-andavano i Fiorentini e i Lucchesi contro a Pistoia difesa francamente
-da uno degli Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano
-sostenuti e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva nel
-seguente anno 1303, Folcieri da Calboli essendo in Firenze Potestà, e
-potentissimo presso i Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere
-fiorentino, principale uomo presso i re di Francia.[114]
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. —
-ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO DONATI. [AN. 1303-1308.]
-
-
-Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi era venuto alle mani
-di quelle famiglie, sia di grossi mercatanti o sia di nobili fatti
-popolani, che si appellavano Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri.
-Capi erano di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie di
-grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, diversi verisimilmente
-o separati da quei di Valdarno: v’erano di grandi i Buondelmonti,
-i Pulci, i Tornaquinci, i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei
-Gianfigliazzi e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie di grossi
-mercanti che primeggiarono dipoi sempre nella città e con altre sorte
-dal popolo via via formarono la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini,
-Peruzzi, Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci,
-Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, Medici,
-Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e soprastava per alto animo,
-per grandi fatti e grande seguito; più ambizioso che partigiano, male
-soffriva consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno il
-male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse arti ed i raggiri
-delle fazioni. La schiatta e l’indole e i costumi lo inclinavano verso
-i grandi; «pratico e domestico di nobili uomini e famoso per tutta
-Italia;[115]» amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella
-dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio le mezzanità.
-Quei nuovi uomini la opprimevano con gli smodati balzelli, e perfino
-si diceva che alterassero le farine e molto avessero guadagnato su’
-prezzi del grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli
-anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni del Comune.
-Corso Donati aveva seco Lottieri vescovo di Firenze, consorto ma
-nemico a messer Rosso Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte
-contraria ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava col mutare
-il reggimento, rimettere i Bianchi. Al modo solito era guerra in
-molti luoghi della città: furono armate le torri, ed in su quelle del
-vescovado stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. Corso
-andò una volta in arme con molti all’assalto del palagio; durava la
-zuffa più giorni. Era il febbraio del 1304, e grave pericolo avrebbe
-corso la città se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, i
-quali subito vennero a Firenze in grande numero popolani e cavalieri.
-Fu data loro piena balía, ed essi la esercitarono per sedici giorni,
-finchè a certi Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed
-offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:[116] con tuttociò le cose
-quietarono per allora, e fu eletta la Signoria nuova.
-
-Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni per mandato
-di Filippo il Bello re di Francia, e del quale era stato orditore
-Musciatto Franzesi dal suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il
-nuovo papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in Firenze paciere
-il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine de’ Predicatori, uomo a que’
-tempi assai rinomato e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed
-ebbe dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere costringere
-i cittadini alla pace, la quale fu fatta da principio con grande
-festa e suonare le campane; ma non però tutti la volevano. Il vero
-popolo la desiderava; ma i grassi popolani e i grandi che reggevano
-lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti fatti ribelli, dei
-quali occupavano le possessioni. Il Cardinale rinnovò l’ordine delle
-Compagnie armate del popolo, come erano state a tempo degli Anziani:
-rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. Di più,
-egli fece venire quattordici fra i caporali dei fuorusciti bianchi e
-ghibellini per trattare con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in
-casa i Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere offesi:
-i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata la testa, e alcuni di
-plebe furono visti baciare le armi degli Uberti. I Guelfi erano tra sè
-divisi: ma taluni dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici
-caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero il grosso
-del popolo contro; e quelli sgombrarono. Dopo di che il Cardinale fu
-consigliato fare una mossa inverso Pistoia, e rappacificare quella
-terra sempre più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò
-gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i Guazzalotri che
-ivi dominavano, istigati dai reggitori di Firenze, se gli voltarono
-contro e cacciarono i parenti di lui che sdegnato bandiva la croce
-addosso a Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa;
-ma quella radunata di milizie diede nuovi sospetti, ed egli essendo
-minacciato in casa e veggendo fallato lo scopo cui era venuto,
-si partiva di Firenze ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini
-all’interdetto.
-
-In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre aveva lasciato molto
-gli animi atterriti. A festeggiare il Cardinale da Prato, che era in
-amore dei cittadini quando speravano per suo mezzo d’avere concordia,
-si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada dell’altra le usate
-allegrezze, «come al buon tempo antico.» Infra gli altri, quelli di
-Borgo san Frediano pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole:
-mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo
-dovesse quel dì essere in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno:
-quivi su barche e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno
-con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini contraffatti a
-demoni orribili a vedere e anime ignude messe a quei martorii con
-tempesta di strida grandissime. Era il ponte alla Carraia allora di
-legname da pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò
-tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che v’erano sopra.
-Molti vi annegarono o si guastarono le persone, molti (come per beffa
-era ito il bando) andarono morti a sapere novelle dell’altro mondo, con
-grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno credette avervi
-perduto il figlio o il fratello.[117]
-
-Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano tornati e rimanevano
-in Firenze alcuni dei Bianchi; tornarono quelli che professavano
-mantenersi Guelfi, il che volea dire stare col popolo delle Arti e non
-permettere che i grandi rompessero gli ordini posti contro a loro. Si
-trovò pertanto, partito appena il Cardinale, grande in Firenze la possa
-dei Cavalcanti, dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non
-fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio e pubblicò
-avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, mandasse là e sarebbe
-pagato cortesemente: dicesi che pagò più di 80 mila fiorini.[118]
-Ma la fortezza dei ritornati era nelle case dei Cavalcanti presso a
-Mercato Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia loro assai
-numerosa, molte ne avevano all’intorno; e i quattordici caporali
-prima di partirsi aveano fatto consiglio di ridursi in quelle case
-dei Cavalcanti e quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere,
-perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati Ghibellini,
-ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella parte. Ora dunque di là
-cominciava la mischia: non fece alcuna mossa Corso Donati perchè era
-infermo di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della parte
-nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i Bianchi: ma questi, bene
-sostenuta la battaglia, prevalsero tanto co’ loro seguaci, che si
-distesero per Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. Era
-cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; molta gente del
-basso popolo gli seguiva, e i Ghibellini per la meglio si accostavano
-a loro: di campagna erano venuti quei da Volognano signori di castella,
-co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano allora i Neri sul
-punto d’essere cacciati, quando ser Neri Abati, priore di San Piero
-Scheraggio, quello che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento,
-parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere a terra in Monte
-Aperti la bandiera guelfa, per accordo fatto co’ Neri appiccò il fuoco
-alle case di altri Abati: era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed
-in altri luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le fiamme in
-poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero in Calimala; e con empito e
-furia col conforto della tramontana, e per l’alimento che loro porse la
-fusione di certe immagini di cera appese alla nostra Donna ch’era nella
-loggia di Orto San Michele, in quel giorno distrussero oltre le case
-degli Abati quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti,
-e moltissime altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, tutte
-quelle attorno a Mercato Vecchio sino a Mercato Nuovo, e le case dei
-Cavalcanti, dei Gherardini, dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri.
-L’incendio si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa Maria
-fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio della Signoria,
-distrusse quello del Capitano e la torre dov’era la campana, che ruinò
-con grande fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu senza
-misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte le merci e cose care di
-Firenze. Inoltre la città fu posta a ruba dagli armati, poichè mentre
-le case ardevano si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente
-correvano tra le fiamme rapinando ciò che potevano arraffare; nè alcuno
-attentavasi a ridomandare il suo, chè ognuno paventava di peggio, e
-tutti tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato Nuovo,
-ma non fece alcuna difesa, nè prestò aiuto: guardavano il fuoco,
-e standosi a cavallo davano impedimento ai pedoni e a chi tentava
-soccorrere. In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si trova
-che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste generalmente,
-molte famiglie avendo più case attigue pei figli che via via si
-ammogliavano.[119]
-
-Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche famiglie le quali
-tenevano il primo cerchio, o (come scrivono) il _midollo_ e _torlo_,
-della città di Firenze, quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per
-questo che un pensiero neroniano spingesse con animo deliberato la
-nuova gente a disfare il nido dove buon numero degli antichi grandi
-avevano stanza; ma certo è che allora ogni signoria di nobili può dirsi
-che fosse interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro
-alle città ed in Firenze massimamente erano come due campi nemici:
-molto importava la postura dei caseggiati dove le schiatte viveano co’
-loro consorti ed attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che
-si guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza spesso
-faceva nascere le amicizie come le inimicizie; certi quasi direi punti
-strategici atti al difendersi o all’aggredire faceano la forza d’alcune
-famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero oltrarno; e
-possenti pei commerci, e uniti tra loro, vedremo più tardi che guerra
-facessero. Ma qui nel centro del primo cerchio erano le case di molti
-più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano alcuni dei più
-recenti che si avevano procacciata grandezza col farsi Guelfi. I più di
-questi erano divenuti Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini,
-grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,[120] perchè oltre
-a’ castelli e alle possessioni aveano gran numero di case in Firenze:
-quindi è che l’assalto andò contro a loro più direttamente. Aveano
-essi da principio voluto correre e metter fuoco alle case dei nemici,
-ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni maggiori d’ogni altro per
-la molta entrata di pigioni che aveano in quel luogo frequentatissimo
-di botteghe, e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. Del
-popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma nulla fu a petto della
-gran percossa ch’ebbero i nobili; i quali divisi tra loro, non che
-provarsi in quel disfacimento a rompere gli ordini della giustizia,
-ciascuna parte s’abbracciò col popolo per mantenersi quanto oramai
-fosse possibile in istato. E qui, anticipando di poco i tempi, diremo
-altre ruine dei Cavalcanti; i quali essendosi afforzati in certi loro
-castelli di Val di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea
-nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e disfece; e perchè
-i prigionieri menati in Firenze furono chiusi dentro ad un carcere
-di nuovo fabbricato, questo pigliò nome di carcere delle _Stinche_;
-nome che durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali vivere
-più non sapevano in città divisa altro che vinti nella oppressione, o
-vincitori con prepotenza; quindi la parte troppo sovente stava in luogo
-della patria, che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla,
-o costretti erano di abbandonarla.
-
-Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in Firenze perchè
-volevano rimanere Guelfi: rifacendoci ora un poco indietro, diremo
-degli altri. Dopo l’esilio i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso
-favore, s’erano la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina
-e che aveva per Potestà un uomo molto possente e riputato nella
-sua parte, Uguccione della Faggiola, signorotto d’uno tra’ castelli
-frequenti allora nei più alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono
-oltre ad un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione essendosi
-data forma di governo regolare, elessero loro capitano Alessandro da
-Romena dei conti Guidi, e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei
-quali fu Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato col
-papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo fecero capo a Scarpetta
-degli Ordelaffi, signore in Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente
-in Romagna avea messo insieme quattro mila fanti e settecento cavalli;
-ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono insieme uno sforzo
-contro la Toscana. Aveano per loro gli Ubaldini di Mugello; nel
-quale entrati assalirono il castello di Puliciano, ma con successo
-infelicissimo, perchè molti dei loro essendo morti o presi, questi
-ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà dei Fiorentini;
-i quali avevano rinnovata contro ai ribelli la taglia o lega con gli
-amici Guelfi di Toscana.[121]
-
-In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice in Firenze erano
-stati da Benedetto XI citati a comparire in Perugia dinanzi a lui, per
-quivi purgarsi della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale
-da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè si fosse tenuto di
-mezzo, andò con essi; andarono messer Rosso della Tosa, Geri Spini,
-Betto Brunelleschi ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne
-la morte di quel buon Pontefice; di che fu gran pianto, e uscirono
-gravi e lunghi danni alla cristianità. Intanto però i fuorusciti,
-pigliato animo dallo sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze
-e dalla assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di Pisa
-e con Tolosato degli Uberti che era Capitano allora in Pistoia. Gli
-Uberti, rubelli da quarant’anni della patria loro e che non aveano
-quivi trovato mercede nè misericordia, non s’abbassarono però mai,
-e fuori tennero grande stato praticando con re e con signori quanto
-potevano per la parte loro.[122] Si erano i Pisani avanzati fino a
-Marti; muovea Tolosato da Pistoia con trecento cavalieri; quei di
-Forlì, capitanati dal Baschiera dei Tosinghi,[123] giovane ardito che
-avea seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di Bolognesi,
-Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per l’Appennino, inopinatamente
-furono alla Lastra sopra Montughi presso a Firenze due miglia. Nella
-città era malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene quali
-avessero amici o nemici, diceano parole umili, e spargevano essere
-giusto richiamare gli sbanditi. Se quei della Lastra facevano impeto,
-entravano forse nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni
-usciti a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella notte
-per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva per l’Alpe co’ suoi
-cavalieri e molti soldati a piede. Poichè non lo vedevano comparire,
-allo spuntare del giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto
-da volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi con bella
-gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi di San Gallo senza
-contrasto, chè allora non erano fatte le mura nuove nè i fossi, e
-le vecchie, schiuse e rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del
-quale gli Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato ad
-Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi erano rimasti
-alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi ch’erano tra loro non piacea
-l’impresa. Ma gli entrati, che furono oltre a 1200 cavalieri con molto
-popolo di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono in sul
-Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e fino a quella di San Marco,
-con le insegne bianche spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo
-gridando Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse,
-e il luogo mancante d’acqua per loro e pe’ cavalli. Alcuni de’ più
-bramosi fuorusciti venuti alla Porta che si chiamava degli Spadai,
-la ruppero, entrando con parte della loro gente fino presso alla
-piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, quel dì
-avrebbono avuto vittoria: imperocchè molti nella città gli aspettavano:
-ma poichè seppero che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran
-forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi della città,
-si mutarono per odio di quel nome e per temenza d’essere poi cacciati
-e rubati, se in loro favore si fossero discoperti. Cotesti più degli
-altri si mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; e così
-forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni raccoltisi intorno a San
-Giovanni rispingeano fuori della porta gli avversari, quando avvenne
-che ardesse per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il fuoco
-cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in Cafaggio si crederono
-traditi, e già fiaccati dalla sferza del sole e dalla sete, e avendo
-sentito che i Bolognesi al primo annunzio di mala riuscita si erano
-partiti dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi senza
-assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono loro dietro.
-Tolosato degli Uberti scontrati in Mugello i primi fuggenti cercò
-ritenerli, ma fu invano. Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e
-molti presi furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi
-per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo alla quale i fuorusciti
-si dispersero tra’ Ghibellini cercando rifugio. La sorte istessa toccò
-a Dante, sebbene dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con
-gli altri contro a Firenze,[124] biasimando quella mossa, e fin da
-principio avendo tenuto in piccola stima i Bianchi, tra’ quali gli
-accadde avvolgersi perchè i contrari gli parevano essere peggiori.
-Disdegnò il nome di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non
-avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano e sconvolto, la
-vita misera nè il pensiero.
-
-Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto dei Ghibellini; e
-Tolosato degli Uberti, che n’era Capitano, avea favore dagli Aretini
-e dai Pisani e dai Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi
-deliberarono di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma la città
-essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron partito di tenerla
-stretta per assedio buona pezza. Dipoi elessero loro capitano a
-quella impresa Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo
-secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 venne in Firenze
-con molta baronia di cavalieri Aragonesi e Catalani a quivi pigliare
-il bastone del comando. S’accendeva la guerra allora viepiù feroce:
-i Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; nella
-città era difetto di viveri; i governatori della terra mandavano fuori
-fanciulli e poveri e donne di bassa condizione, ma gli assedianti
-facevano agli uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il
-naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei loro nemici,
-più imbestiavano nel vituperarle; ma il Duca molte ne difese, maggior
-pietà essendo negli uomini di guerra che nei parteggianti. Clemente
-V, che era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal da Prato,
-mandò in Firenze nel mese di settembre due suoi Legati a comandare si
-levasse l’oste da Pistoia sotto pena di scomunica; e tosto il Duca
-partitosi dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava:
-ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. Crescevano intanto le
-difficoltà e le spese, per il che ordinarono una gravezza o taglia,
-che si chiamò la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano
-pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, chi una, secondo
-che parea loro potesse ciascuno sopportare; fossero al confine o in
-città rimasti, doveano pagarla. E a tutti i padri che aveano figli
-atti alle armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non si
-appresentassero nell’oste. Molti contadini furono costretti militare
-senza soldo. Fra queste miserie passò l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti
-agli estremi, speranza sola era la disperazione; quando accostatosi
-alla città il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, i
-Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. Pistoia si
-arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. I vincitori guastarono le
-muraglie della città, che erano bellissime; il contado andò diviso
-tra’ Fiorentini e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la
-signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, e i secondi
-il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, dove coi festeggiamenti
-consueti fu celebrata una vittoria tardi acquistata e crudamente.[125]
-Allora voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici
-che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano il Mugello,
-ruinarono la loro principal sede in Monte Accianico, fabbricando a
-petto a questa una nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio
-e fortezza agli uomini del contado che prima stavano sotto a quei
-signori.
-
-Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre in più alto grado
-coloro ai quali spetta il governarla, parendo ai gelosi popolani
-di Firenze che i loro grandi e possenti uomini troppo venissero in
-baldanza, attesero a dare con nuove riforme più forza al popolo,
-e ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie cittadine,
-che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano sempre per loro insegne
-quelle delle Arti: ma ottennero adesso Gonfaloni loro propri, donde
-nacque l’ordine dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi
-tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle insegne
-il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come in ogni altra città
-libera il Potestà, cui s’apparteneva il diritto della spada, e nel
-cui nome tuttora s’intitolavano gli atti pubblici, perchè egli solo
-rappresentava, ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale
-potestà, messa da parte, ma formalmente non mai abolita nei governi
-popolari. Però scemava ogni giorno più l’autorità di quel magistrato,
-del quale sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre
-all’essere forestieri, come signori di gran lignaggio male col popolo
-s’intendevano, e poco amavano quelle leggi ch’essi dovevano eseguire:
-uno di loro, per sottrarsi al sindacato, portava seco come in pegno il
-suggello del Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima essendo
-per maleficii sostenuto in Palagio un Talano degli Adimari Cavicciuli,
-i consorti suoi avendo percossi gli armati del Potestà che erano fuori,
-e così entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, senza che
-poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. Del che sdegnato
-il Potestà, si partiva senza avere finito l’anno; e perchè la città
-non poteva rimanere senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano
-l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che uno grande e
-uno popolano; e si chiamarono le dodici potestà. Quindi volendo i
-Fiorentini trasferire la potenza ognora più in quei magistrati ch’erano
-a guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, siccome abbiamo
-detto, molti anni innanzi, ma che doveva essere nobile, aggiunsero un
-Esecutore degli ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero:
-a lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi che
-offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava giurisdizione,
-poteva essere anche di popolo.[126] Di queste riforme si tennero i
-grandi più che mai gravati.
-
-Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta di Pistoia, s’era
-condotto a Bologna, e quivi raccolte molte genti dalle terre della
-Chiesa, e gli usciti di Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per
-il Papa, andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi molto
-bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere aggrediti, per
-la via di Val d’Ambra si accostavano con forte esercito ad Arezzo;
-ed allora il Cardinale, fatto altro consiglio, venne per il Casentino
-fin presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. Ma poichè
-seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi chiuse le vie della
-guerra, si diede a trattare con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a
-lui mandati dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno
-degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, che egli senza
-nulla fare, ed anche essendogli poi tolta dal Papa la legazione, si
-partiva. I Fiorentini per quelle mosse aveano posta forte gravezza
-sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, e i monaci di
-Badia avendo chiuse le porte e suonate le campane, alcuni malandrini
-di plebe minuta, sospinti da altri, per forza entrarono nel convento
-che fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva tagliare il
-campanile fino da piede, ma fu invece dimezzato per altezza, con furia
-da molti discreti uomini biasimata.[127]
-
-Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze fosse con intesa di
-Corso Donati, il quale aspirasse con tale aiuto alla signoria. Teneva
-lo Stato allora una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti
-loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. Ma Corso
-Donati nè voleva nè sapeva usare quei modi; sempre ambizioso di cose
-grandi, alle minute non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado
-cui altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; ma pare
-avesse egli aderenze nella Toscana fra i collegati e presso i popoli
-delle terre e dei piccoli Comuni, i quali vivevano in dependenza dai
-Fiorentini e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica
-vi mandava. Amico e pratico dei Signori in Toscana e fuori, aveva egli
-tolta di recente per isposa la figlia di Uguccione della Faggiuola,
-di già il più forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era
-scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava a sè i grandi,
-e prometteva di annullare gli ordinamenti ch’erano fatti contro a
-loro; ond’essi più arditi, nelle piazze e ne’ Consigli superbamente
-parlavano: e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati a
-una mossa per la mutazione dello Stato. Di già offese e ferimenti
-avvenivano tra le due parti: armava Corso gli amici suoi, tra’ quali
-era di popolani la casa Medici: avea richiesto un forte aiuto da
-Uguccione, e già le masnade ghibelline di questo cominciavano a
-mostrarsi infino a Remole presso alla città.
-
-A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre 1308,[128] si levò
-grande rumore: per ordine della Signoria le campane suonano a martello,
-si radunano i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato e
-giudicato e condannato come rubello e traditore del Comune. Da casa
-i Priori mossero incontanente dietro al gonfalone della giustizia,
-il Potestà ed il Capitano e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i
-gonfaloni delle compagnie col popolo armato, e le masnade catalane col
-Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado le compagnie delle
-leghe, ma queste poi non abbisognarono. A furore di popolo andarono
-contro alle case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito
-avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre a piè di una torre a
-cui facevano capo due strade; seco avea molti consorti ed amici e fanti
-armati con balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito e
-co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta non potendo maneggiare
-le armi, inanimava e lodava i suoi che francamente combattevano;
-aspettava l’aiuto dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili
-d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia gran parte
-del giorno; si combatteva con lance e con balestre e pietre e fuoco;
-gli assalitori di numero soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo
-stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora di vespro
-si udì che le genti di Uguccione tornavano indietro da Remole per un
-falso avviso, come poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora
-essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro al serraglio
-si cominciarono a partire; e certi del popolo, avendo rotto il muro
-d’un giardino, entrarono dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile
-di gente, deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città;
-gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo essere della
-contraria parte. Uomini armati andavano intanto a caccia dei fuggenti;
-e avendo incontrato sul ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero,
-e un giovane degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente una
-mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un altro Adimari suo nemico.
-Alla fine Corso, anch’egli fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto
-da certi soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze,
-ed egli pregandoli e promettendo molta moneta se lo scampassero, nè
-potendo ciò da essi impetrare; come fu presso a San Salvi, per paura
-di essere giustiziato, si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano
-posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase un piè nella
-staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano i villani ed altra gente;
-uno dei soldati, temendo non glielo cavassero dalle mani, gli diede
-d’una lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San Salvi
-lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse vivo e pentito de’
-suoi peccati, chi disse già morto: ivi fu interrato senza pompa, per
-timore del Comune.[129] Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in
-molti ridestandosi l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; i
-consorti e gli amici di lui, dissotterrato il cadavere, gli celebrarono
-in San Salvi esequie solenni, ma non però senza che uomini armati
-stessero a guardia della chiesa contro ogni insulto degli avversari.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN.
-1309-1321.]
-
-
-Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca
-di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di
-maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà
-di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in
-Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e
-quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente
-co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina,
-cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte
-Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa.
-Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con
-tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre
-in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini
-contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a
-quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura
-sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere
-l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro
-cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re
-d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche
-passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze
-si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la
-Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono
-coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra
-migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini
-l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi
-anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano
-stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo
-si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano
-insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati
-negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano
-tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei
-maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia
-ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce
-tratta dai registri della Signoria.[130]
-
-Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era
-il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re
-Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei
-pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi
-la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la
-Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei,
-come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il
-nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme
-potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra
-in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente
-da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione
-nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva
-dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi
-imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta
-sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti
-da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa
-mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza
-che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia
-ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi
-tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea
-portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà.
-Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale
-a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù
-peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei
-reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi
-dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte
-Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale
-Niccolò da Prato.
-
-Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la
-dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il
-tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre
-alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia,
-intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio
-di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più
-secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra
-invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori
-uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a
-tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno
-e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo
-pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine
-all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del
-mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava
-a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro
-virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno
-e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato
-co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il
-nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non
-tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar
-la corona) _l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò
-nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di
-Lucemburgo_. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva
-però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui
-potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi
-legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia,
-che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi
-o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o
-falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad
-Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei
-capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche
-destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani,
-benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad
-Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi
-pacificatore dell’Italia.»
-
-La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti
-per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto,
-che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300
-cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed
-ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione
-della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad
-un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale
-comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in
-Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di
-Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città
-di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero
-ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da
-Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai
-fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto
-Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le
-corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino
-Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè
-il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti
-sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto,
-andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131]
-
-Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna:
-e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i
-panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti;
-allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora
-appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana,
-domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per
-il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè
-nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti,
-a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di
-nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini,
-i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille
-cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di
-moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di
-Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre
-al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila
-fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto
-nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per
-passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la
-corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini
-per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra
-loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla
-Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava
-rafforzando con lui l’amicizia.
-
-Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in
-Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di
-lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a
-Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando
-la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre
-Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo
-astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano,
-capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore
-avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare
-resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi
-dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due
-famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la
-caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la
-venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare
-dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere
-amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari
-Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè
-la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano
-congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati
-non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non
-Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134]
-Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con
-lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici
-naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a
-lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo,
-a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto
-inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un
-tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città
-invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli
-volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro,
-e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a
-capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura,
-a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad
-esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a
-questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari.
-
-Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in
-patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi,
-scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli
-d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo,
-esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando
-sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente
-sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di
-«tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè
-che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano.
-In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse
-tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e
-la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale
-col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei
-ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero
-sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo
-piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa
-lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni
-che dentro agitavano la fiera anima del Poeta.
-
-L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai
-danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante
-venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo
-nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè:
-i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un
-subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi
-nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani
-insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro
-aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse
-poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari
-sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e
-quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città
-di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’
-servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i
-fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona.
-Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre
-cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano
-anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella
-corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che
-parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino;
-e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani
-e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre
-taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di
-ora in ora a questo o a quello.
-
-Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali,
-Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto,
-autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata
-a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio
-di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai
-signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi,
-ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e
-imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito,
-recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra,
-per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono
-soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle
-strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di
-Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza
-contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi
-giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere
-ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini
-imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in
-Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva
-essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in
-Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e
-avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati,
-aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere
-all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa,
-udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi
-d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava
-salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la
-scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi
-si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un
-povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia
-Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono
-tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà
-e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare
-indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere
-pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti
-gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde
-pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici
-dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella
-sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo
-l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle
-tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè
-ogni cosa.[136]
-
-I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono
-fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio
-nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano
-indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia
-era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città
-sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di
-Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra
-un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona
-dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una
-camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai
-Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo
-il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma
-il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono
-anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti
-comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per
-avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona
-per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non
-vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di
-Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano:
-ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati.
-Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo
-voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un
-tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano,
-e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente,
-avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti
-mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due
-Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto
-a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse
-che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue.
-Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della
-Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala,
-i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia:
-e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze,
-di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini
-e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi
-ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati
-condannavano.[137]
-
-In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò
-ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero:
-muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle
-parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi,
-e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da
-quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione
-della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono
-in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al
-governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e
-discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi
-condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei
-confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le
-loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed
-altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva
-mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida
-d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino:
-nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re
-della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero
-o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138]
-
-Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che
-molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si
-facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo
-per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro
-all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i
-capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi
-ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati
-assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa,
-moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati
-della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre
-indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse
-ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da
-Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè
-gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto.
-A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia,
-corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da
-essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei
-Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di
-Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139]
-
-Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città
-in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la
-forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella
-grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi
-che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per
-qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il
-bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi
-descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto
-delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno
-volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava
-il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala
-fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta.
-Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo,
-dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo
-Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire
-in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che
-scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la
-penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si
-comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze
-vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni
-più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma
-insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto
-dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo
-potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma
-inutili ed importune antiveggenze.[141]
-
-Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti
-d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo
-fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto
-s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di
-Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e
-con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel
-Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli
-Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo
-e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè
-i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a
-Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino.
-Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove
-intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie,
-nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto
-del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre
-Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e
-il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo,
-avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio
-di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più
-volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro.
-Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi
-di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in
-Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer
-Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo
-consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi
-tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano
-facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a
-conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi,
-batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si
-arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza
-guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi
-fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai
-Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e
-volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero
-liberi.
-
-Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini
-per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto
-fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano
-forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti
-dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul
-greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene
-fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati
-dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi
-dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è
-verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri,
-sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai
-duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al
-castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’
-19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso
-alle mura.
-
-Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano
-arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini
-vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e
-sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di
-Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il
-popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi,
-subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte,
-finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano
-all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle
-altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di
-Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e
-grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti
-per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a
-petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo
-d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso
-Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne
-fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne
-dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini
-di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per
-fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore
-giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua
-morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie
-spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza.
-I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte
-tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico:
-entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo
-per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo
-quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i
-Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua
-in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere
-piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni.
-Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini
-esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare
-ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto,
-ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni
-speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre.
-
-Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre le schiere
-passavano, quei della città che avevano i ponti e la scelta, con
-poche balestre potevano assalire o l’una o l’altra parte dei Tedeschi
-divisi dal fiume: in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse.
-Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era un castello
-dei Bardi e dentro ventidue nobili donne di quella consorteria co’
-loro bambini e molte ricchezze. Il luogo era forte e ben guardato, ma
-cedè al primo appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente
-accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro al parere dei
-Toscani ghibellini che seco erano e volevano farsene un pegno
-da richiamare all’ubbidienza quella possente famiglia di magnati
-mercatanti. Arrigo andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano,
-dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò all’intorno,
-dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: troviamo notato in Val
-di Pesa Lucardo dove si fanno i buoni formaggi, ed il castello di
-Santa Maria Novella appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le
-avvisaglie co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, e spesso
-avevano la peggiore, sebbene fossero maggior numero: buona prova fecero
-i cavalieri d’una compagnia di volontà, dov’erano dei più pregiati
-donzelli di Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia
-sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, nè altro era
-da fare contro a Firenze; per il che Arrigo dopo l’Epifania muovendo
-il campo, lo condusse a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico
-castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. Ma qui
-era stretto dall’una parte dai Senesi, dall’altra dai Fiorentini e
-da trecento cavalieri che il re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa.
-Cosicchè Arrigo, scemato di genti e di là partitosi, giugneva in Pisa
-non senza contrasto a’ 9 di marzo.[142]
-
-Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai Genovesi e da
-Federigo di Sicilia, e avuto anche di Allemagna grande rinforzo,
-s’apparecchiava a maggiori imprese; frattanto bandiva ribelli
-all’Impero il re Roberto ed i Fiorentini.[143] I quali per questo
-crescente pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla guerra, più
-forte chiedevano avere parte nei magistrati, diedero per cinque anni
-al re Roberto la signoria della città, a questi patti che ne pigliasse
-egli la guardia e la difesa, senza alterare però il governo come era
-allora costituito, salvo che in luogo del Potestà il re mandasse un
-suo Vicario che si mutava ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo
-Cantelmo, venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia fecero
-anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 d’agosto l’Imperatore
-muoveva da Pisa per ire contro al re Roberto; ma dopo avuti co’
-Fiorentini piccoli scontri intorno a Siena, egli già infermo da più
-tempo, ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, e fu
-detto di veleno a lui apprestato in modo sacrilego: queste favole
-consolano i civili odii e gli intristiscono. La sepoltura di lui si
-vede tuttora nel Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto
-bene affetta.
-
-Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui nell’Italia si
-cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale potestà, e i Fiorentini
-furono liberi da un grande pericolo. Ad essi però altro e non piccolo
-sopravvenne, imperocchè i Pisani temendo le vendette di tutta Toscana,
-dopo avere offerta invano la signoria della città loro al re Aragonese
-di Sicilia ed al Conte di Savoia e a talun altro dei baroni i quali
-avevano seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la occupasse.
-Era questi Uguccione della Faggiuola, da lungo tempo ruminante pensieri
-ambiziosi, allora vicario Imperiale in Genova, e per la molta sua
-scienza di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che si era
-acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. Faceva egli suo pro
-della stanza che in Pisa continuarono per qualche tempo molti cavalieri
-dell’esercito tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; e dopo avere
-sparso il terrore nei paesi circostanti, occupava Lucca, della quale
-con grande violenza si fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile
-il soccorso dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran nembo di
-guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto il re Roberto; il quale
-inviava ad essi ben tosto Piero duca di Gravina, suo minore fratello,
-con trecento cavalieri. Ma Uguccione continuando a farsi innanzi,
-poneva assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei Visconti
-e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di Lombardia e fuorusciti
-Toscani, che facevano grande esercito. Era il Duca di Gravina molto
-grazioso in Firenze, talchè poco meno non gli dessero la signoria
-a vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: ma
-non bastando contro alle forze troppo maggiori di Uguccione, venne da
-Napoli altro numero di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto,
-anch’egli fratello del Re, al quale spettando per la età il comando, fu
-la ruina di quella impresa. Grande e memorabile battaglia si combatteva
-sotto Montecatini a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione
-vittoria intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e il figlio
-del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, e centoquattordici
-(scrive il Villani) i quali erano de’ maggiori cittadini di Firenze:
-quivi, in Bologna ed in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto
-dei cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.[144]
-
-Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi novellamente:
-due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, con a capo Pino della Tosa,
-amava la signoria del re Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da
-Simone della stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare
-aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da nobili e plebee
-famiglie, ma quella di Simone aveva maggiore potenza e credito presso
-al popolo. Padroneggiava la città; e se non avesse temuto Uguccione,
-avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva questi già
-licenziato il Conte Novello, suo capitano di guerra, il quale come
-Vicario teneva in Firenze, ma con poca autorità, le veci di Potestà
-e di Capitano: la parte contraria occupava il priorato e tutti i
-pubblici uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio del 1316
-un bargello, che fu Lando d’Agubbio, uomo carnefice e crudele, cui
-diedero in seguito anche il gonfalone della Signoria. Costui risedendo
-a piè del palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e per
-la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere Ghibellini, e
-senza processo gli faceva tagliare a pezzi con le mannaie. Fu in tal
-modo trattato un giovine de’ Falconieri innocente, e molti di altre
-casate nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta falsa,
-quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, e gli chiamarono
-_bargellini_. Lando d’Agubbio riempiva di terrore Firenze, quando
-grandi e popolari alla fine insofferenti di quella bestiale tirannia,
-si rivolsero segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario
-il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di mezzo, a grande
-fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre dello stesso anno tolse
-di mano a quella setta il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici
-Priori che vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re,
-ed il Conte da Battifolle governò allora la città con saggezza e
-senza confische. Ed in quegli anni istituirono la registrazione dei
-Contratti, gravandoli di una gabella; e procedeva l’edificazione delle
-nuove mura di Firenze.
-
-In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava i Fiorentini d’un
-grande sospetto, se non fosse dopo lui sopravvenuto ai danni loro un
-uomo che fu troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto
-in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due città di Pisa e di
-Lucca; dopo di che nell’aprile del 1316 gli convenne fuggirsi esule in
-Verona a Can Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna sempre
-fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano e tosto ad altri
-davano luogo. Pisa cedè per allora in potestà del conte Gaddo della
-Gherardesca, intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani
-degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana di Uguccione, e ivi
-già possente e sospettato da lui, saliva dai ceppi e dagli appresti di
-morte a quella grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto,
-venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i Fiorentini; e a questo
-modo Toscana fu quietata per allora.[145] Ma l’anno dipoi il Re, dopo
-avere tentato una impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova
-assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo Visconti
-signore di Milano e molto terribile sostenitore di quella parte.
-Aveva Matteo firmato una lega con l’Imperatore di Costantinopoli,
-col re Federigo di Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la
-città di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta la
-continuazione della signoria per altri tre anni, ebbe da questa città
-l’aiuto di cento cavalieri e cinquecento fanti, con più altri che
-gli vennero dalla Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova
-erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano con
-la spada in mano. Finalmente l’assedio fu tolto; ma ricominciava con
-nuovo furore, partitosi il Re, che andò in Avignone a ritrovare il
-Pontefice. Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove i
-Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini però sempre eran
-ivi prepotenti, e soprattutti Matteo Visconti; cosicchè i Guelfi ed il
-re Roberto e con essi papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro
-aiuto di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il quale
-apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze napoletane essendosi
-presso a Genova incontrate con le siciliane, queste ebbero la peggio;
-talchè l’assedio fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte
-guelfa. Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina,
-aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 la guerra contro ai
-Fiorentini; la quale durò tutto quell’anno con varia fortuna, avendo
-potuto i Fiorentini per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che
-accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito di nuova gente
-che gli era scesa di Lombardia, e dimostrata la virtù sua, pigliò a
-forza più castella, e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando
-la guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini fin sotto
-Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il che destando gravi lagnanze
-con biasimo del Gonfaloniere e de’ Priori, a questi fu aggiunto un
-consiglio di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non fosse
-lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto ordine assai
-lodato rimase durevole d’allora in poi nella Repubblica.[146]
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.]
-
-
-Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, d’antica e nobile
-famiglia guelfa. Era quella parte in bando tuttora, e convien dire che
-il padre, o almeno la madre di lui, prima degli altri fossero in patria
-rimessi; senza di che non avrebbe egli potuto qui avere la _fonte_
-del suo _battesmo_. Tornarono i Guelfi l’anno dipoi, ed i Ghibellini
-cacciati perderono per sempre lo Stato: a questo modo l’Alighieri non
-ebbe mai dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero
-a quella parte a cui di nome apparteneva, non vidde intorno a casa
-sua le armi tedesche; ma con le prime voci che dentro all’animo gli
-scenderono udiva compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la
-cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare la vacanza
-dell’Impero, le voglie divise, e le inferme condizioni dell’Italia;
-vedeva ammontarsi già intorno le colpe della parte vincitrice. Questa
-era la sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso dobbiamo
-tener per certo che il padre di lui non fosse dei più fortunati a quel
-banchetto, nè quella famiglia fu mai doviziosa da stare in alto per sè
-medesima; e già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe,
-aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì a pigliarsi
-con la istituzione dei Priori in mano lo Stato, quando era il poeta
-nell’adolescenza. Combatteva egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma
-tosto dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi crudeli
-e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado loro, ma tuttavia
-sempre in patria sospetti. Si pensi ognuno quale fosse il cuore di
-Dante quando egli dovette, per conformarsi ai novelli tempi, dare il
-suo nome all’Arte degli Speziali.
-
-Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e di poeta, che in sè
-cercava come tradurre l’amore in idea; e questa educando via via con
-la scienza, dare una forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè
-comprendere l’universo. Dovea ben essere quella vita, e noi sappiamo
-che fu, solitaria: poco la Repubblica e le ambizioni e le tempeste
-in campo angusto lo attiravano; le sètte guardava dall’alto, e quasi
-alle due parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco si
-gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva confuso il sacro
-Poema. Per tutti quegli anni prima che fosse egli a mezzo del cammino
-della vita, vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in più
-modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, tornando in patria gli
-sbanditi; vedeva all’incontro una mano di potenti saliti dal basso,
-fondare sull’odio ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che
-non sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano tanto
-odiose quanto era egli appassionato, e avevano toccato il colmo quando
-l’età lo condusse ad avere parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi
-di lui nel turbine della vita pubblica: in quella portava un alto
-animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che trascendeva i
-fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni pronte a trasmodare
-se l’ira o il dispregio o l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi
-uffici esercitati da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome
-d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione al Comune
-di San Gimignano: le altre supposte da taluno dei suoi biografi non
-sono che favole. Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come
-egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta d’allora
-in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un tratto farsene ragione,
-guardi la sua effigie fiorente di giovinezza come ora tornò in luce
-dipinta da Giotto; poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i
-secoli diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la _Vita Nuova_
-nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo in cui la giovinezza suol
-farsi virile, e molte idee prima vaganti pigliano fermezza, e l’uomo
-acquista più intera e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era
-Beatrice e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine viva che
-a sè lo attraeva, divenne un pensiero, voleva dal libro della _Vita
-Nuova_ salire al Poema allora concetto e come uscito dalla prima
-opera giovanile; all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice stessa
-celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera tutto infondere sè
-medesimo. Così nell’amore cercava egli sempre l’interezza del volere:
-ma dentro all’animo trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti
-d’ogni maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e _fosse_ gli si
-_attraversavano_, e _catene_ lo stringevano. Ond’egli «volse i passi
-suoi per via non vera:» sentiasi _gravate le penne in giuso_, aveva
-perduto _la speranza dell’altezza_. Come egli potesse tanto _smarrire
-la via diritta_, noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi
-altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in quelli stessi
-anni alla Gemma dei Donati, famiglia come gli Alighieri di antico
-lignaggio ma di piccola ricchezza; era di essa quel messer Corso senza
-del quale può tenersi che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti
-di Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le quali si è
-visto che erano tra Donati e Donati prima dell’anno 1293. S’immischiò
-allora nelle pubbliche faccende; ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio
-delle cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire
-inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come a suo rifugio
-ricorreva l’intelletto, mirando a quel punto dove poesia e filosofia
-stanno insieme congiunte, e verso il quale intendeva egli col viaggio
-simbolico.
-
-Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono alcune
-esercitazioni filosofiche più tardi prodotte col nome di _Convito_;
-doveano essere maggior numero, e di questo libro almeno una parte certo
-è che fu scritta innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti
-con la _Vita Nuova_; e per l’andare incomposto si vede che è frutto
-via via di studi non ben digeriti: quel trattato sulla nobiltà direi
-scritto a conforto dell’abbassamento in che fu ridotto il ceto de’
-grandi pei recenti ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per
-anche dalle ire di parte. Nel principio del _Convito_ con argomenti
-di molto affetto si scusa d’averlo scritto in quel volgare che aveva
-egli appreso fino dalla culla, e che in altro libro poco più tardi
-vituperava; ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più veramente
-la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio e nella varietà delle
-dimore sentito più vivo, e quasi direi a sè più vicino, il pensiero
-dell’Italia; di questa s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua
-medesima ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là dove la mente
-godeva fermarsi, io dico al grande e all’universale. Sentiva mancare
-alla nazione una lingua che tutti accettassero come signora; e scrisse
-il libro _De Vulgari Eloquio_, non a vendetta contro a Firenze, ma
-come colui che le incertezze o le insufficienze quanto all’uso di
-questa lingua tentava risolvere, ad essa guardando come di fuori e
-per dottrina e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare
-che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo nello scrivere
-quello medesimo ch’era stato «congiugnitore de’ suoi parenti.» Ma usò
-il latino in questo e nel libro della _Monarchia_, dove egli intende
-chiarire e svolgere quel principio d’unità imperiale che, uscito da
-Roma, aveva mille anni tenuto implicato il mondo cristiano come in
-un nodo che i due capi stringessero andando per contrario verso. Qui
-Dante parrebbe fatto straniero alla città sua; ma come alle ire che lui
-consumavano sta in fondo l’amore, così nel concetto ideale affatto di
-questo libro si accolgono dottrine che non contrastavano nè al sentire
-di uomo italiano, nè a quel diritto di cittadina indipendenza che Dante
-avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere.
-
-Nel libro pertanto della _Monarchia_ abbiamo l’esposizione del
-sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava allora di dare coerenza per
-via di sofistiche argomentazioni; ma noi crediamo da gran tempo tutto
-quell’ordine di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. L’avere
-egli posto nella città e nel popolo di Roma la fonte di quel diritto
-dal quale uscisse il sommo impero ed universale, non era dottrina che
-Dante si fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana,
-era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva con l’ordine
-assicurare la libertà, nell’unità ammettere e comprendere le varietà;
-farsi attuazione dei voleri di Dio sulla terra, fondando tra gli
-uomini, col regno della virtù, perpetua pace universale: la monarchia
-dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere a questo
-modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare che mentre i libri del
-_Convito_ e del _Volgare Eloquio_ null’altro ci mostrano che studi
-interrotti; la _Vita Nuova_ e la _Monarchia_ ne dieno ragione, quello
-dell’anima del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si
-vennero a trasfondere nella grande opera del Poema.
-
-È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche parte già era noto,
-prima ch’egli uscisse di Firenze. Concetto nell’animo subito dopo la
-morte di Beatrice nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli
-scriverlo in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi dalle
-ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto in lui prepotente gli
-facesse tosto mutare pensiero: ed è fuori d’ogni dubbio che i primi
-canti composti in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità
-non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta al fine del settimo
-Canto, ricominciasse fuori di patria col principio dell’ottavo. Ma non
-vuolsi però immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine come
-farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri poi non mutasse
-o trasponesse quello che aveva prima scritto. Chi oserebbe divinare
-dentro ai segreti di una fantasia possente le vie per le quali si
-viene a svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi affanni
-che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto dell’Inferno la predizione
-di Ciacco si aggira su’ guai della _città partita_ dove i _giusti non
-sono intesi_: dovea pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si
-ode stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose parole
-contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano per più terzine del
-Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. Scriveva queste dunque
-già essendo in esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai
-più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni dopo la prima
-cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava di tratto in tratto
-qualche fiducia del ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella
-contestura del Poema entrare le umane come le divine cose, entrarvi
-ma sotto a un guardo più sereno, perchè non cercava allora il Poeta
-altro che inalzarsi fuori delle interne passioni dell’animo, che egli
-con la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. Quindi è che
-il linguaggio e il pensiero stesso nei primi sette Canti mi sembrano
-avere tempra più mite; in questi è Dante, ma non per anco inacerbito
-dalle sue piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo è
-Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; l’Impero deriva da
-essa ed insieme l’_ammanto papale_, sotto a cui non guardava egli per
-anco agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di professione
-di fede posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; se non
-che essendosi dopo all’esilio in lui destate nuove passioni che pur
-volevano disfogarsi, sentì egli avere bisogno di scendere ad altro
-linguaggio da quello che avrebbe voluto da prima serbare. Allora
-cred’io desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro del
-Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non compiuta esporre le
-regole che a sè medesimo cercava egli quanto alla lingua ed allo stile
-in questo genere di composizione.
-
-La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare ivi gli affetti
-ed i pensieri che la forte anima comprendeva, lo _fecero macro_ tutto
-il rimanente della vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso
-che umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di poesia si spazia
-su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della vita materiale
-fino alle più alte rivelazioni della coscienza; così nessuna riesce
-a comporre tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo
-e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono insieme
-all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in ciò a mio credere sta
-la preminenza dell’Alighieri tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe
-forse dopo lui in altro idioma e sotto forma drammatica, una vena più
-ricca e possanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti
-di una facoltà inventiva che una dopo l’altra e ognuna da sè le fa
-passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti nei quali
-non pare che egli si fermi o che più all’uno che all’altro consenta.
-Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino il
-sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la parola nutrita
-d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo pare che si rifletta insieme
-tutto dentro a lui solo; talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta
-insieme l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come da un
-centro a una circonferenza _volgere il sesto_ fino all’estremo dove
-non vanno altro che le idee, e tutte chiuderle in sè stesso. Così nel
-libro è tutto l’uomo, e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel
-mondo. Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i fatti che
-appartengono all’istoria, dappoichè in tanta eccellenza di argomento
-noi male potremmo aggiungere cosa, la quale ai dì nostri non fosse di
-troppo.
-
-In quello stesso anno 1300, in cui Dante percorreva il celestiale suo
-viaggio, un mercante fiorentino Giovanni Villani trovandosi in Roma
-pel grande Giubbileo che Bonifazio VIII aveva intimato e al quale
-accorrevano cristiani d’ogni paese in numero incredibile, «veggendo
-le grandi e antiche cose di Roma, e leggendo le storie e’ grandi
-fatti de’ Romani, pigliò animo a scrivere i cominciamenti di Firenze
-e i fatti dei Fiorentini, e le altre notabili cose dell’universo in
-brieve.» Quella cronaca o storia è la maggiore alla quale uomo avesse
-posto mano da molti secoli. Così ad un tratto le nuove italiane lettere
-sorgeano giganti ed a sè faceano campo l’universo. Nota il Villani
-stesso, come «Firenze allora fosse nel suo montare e asseguire grandi
-cose, siccome Roma nel suo calare:» nè falso era quel giudizio; ma non
-che nell’ordine politico, anche nell’ordine intellettuale il montare
-di Firenze non corrispose intieramente al miracolo di quei primordi.
-Gli uomini dall’ampio e forte pensiero qui aveano spirato le aure
-del secolo magnanimo di San Tommaso e dell’Alighieri; ma innanzi di
-rinvenire altezze consimili, Firenze aspettava la dantesca anima di
-Michelangelo e l’intelletto di Galileo.
-
-La Poesia Italiana era sorta prima della metà del secolo tredicesimo:
-i Siciliani la celebrarono accolti nella splendida e gaia corte di
-Federigo II, il quale egli stesso amava far versi di lingua volgare in
-un co’ suoi figli; quasi piacesse allo Svevo anche in ciò contrastare
-ai Provenzali, che n’erano stati più antichi maestri. «Lo re (Manfredi)
-spisso la notte esceva per Barletta, cantando strambuotti e canzuni,
-che iva pigliando lo frisco; et con isso ivano dei musici siciliani,
-ch’erano gran romanzaturi.[147]» Dante incontrava nel _Purgatorio_
-Guido Guinicelli [m. 1276], pel quale ebbe l’arte del canto maggiore
-coltura che in Sicilia non avesse, e parve seco lui pigliare stanza
-in Bologna, dove accorrevano da oltre un secolo gli studiosi di tutta
-Italia. Dei Toscani poeti, un Lapo degli Uberti e quel cardinale
-Ottaviano degli Ubaldini che nelle istorie è ricordato come gran
-capo di parte e politico ardimentoso, furono tra’ primi dei quali
-sia rimasta memoria. Guittone d’Arezzo [m. 1294] ebbe maggiore e più
-durevole fama: di lui ci pervennero versi e prose, ma troppo guasti
-dalla sformata lezione perchè ne sia dato recarne ora buon giudizio;
-talune però, e massimamente un celebre sonetto di lui alla Vergine,
-mostrano in lui un poeta vero ed una lingua non balbettante. Ingegno
-acuto e capace di più alto volo, ma fantastico e temerario nelle
-filosofiche speculazioni e nelle sètte politiche, fu Guido Cavalcanti,
-che parve allo stesso Alighieri degno di correre seco gli spazi dei
-morti: egli e Cino da Pistoia [n. 1270, m. 1337], poeta insigne e
-giureconsulto, se non erano offuscati da quel terribile coetaneo loro,
-avrebbono fama e lode maggiore per aver essi precorso a quella poesia
-più temperata e più serena che il sovrano d’un’altra età Francesco
-Petrarca seppe condurre a sì alto segno. Francesco da Barberino [n.
-1264, m. 1348] espresse in rime non infelici concetti morali ed alcune
-delle filosofiche sottilità che al tempo suo predominavano; i libri
-di lui non sono picciol lume alla storia dei costumi e del pensare
-dell’età sua. Fra Iacopone da Todi [m. 1306] scriveva cantici che
-tuttora ci rimangono in gran numero, alquanto rozzi e che risentono
-del parlare umbro; non mai però senza vigoria di stile e d’affetto, e
-spesso rivelatori di quelle passioni religiose che alle politiche si
-mescevano. Nè vuolsi tacere il lucchese Buonagiunta, che Dante stesso
-parve agguagliare al più chiaro tra’ poeti siculi Iacopo da Lentini
-ed a Guittone d’Arezzo. Di altri minori non è qui luogo a discorrere,
-tra’ quali due si rendettero famosi per nimistà contro all’Alighieri; e
-furono Dante da Maiano e Francesco d’Ascoli, il quale in Firenze come
-eretico e stregone fu arso l’anno 1327, autore d’un poema intitolato
-l’_Acerba_; titolo che bene si poteva convenire anche alla maligna e
-riottosa natura di lui.
-
-La Prosa in Italia principiò ad essere coltivata nel tempo stesso della
-Poesia. Questa precede nei popoli i quali pervengono la prima volta a
-civiltà; ma in Italia le nuove lettere tutte nutrivansi di memorie:
-ed il volgare non era altro che un latino trasformato dalla lenta
-opera dei secoli, il quale divenne idioma nuovo e compiuto appena che
-il parlar comune ebbe acquistato tanta sicurezza di sè medesimo, che
-potesse nelle scritture distinguersi dalla lingua madre, e pigliar
-forma tutta sua propria. Il che nella prosa dovette rendersi più
-agevole di quello che fosse nel linguaggio figurato, dove predominavano
-gli esemplari o provenzali o latini, e che non traeva dal comun
-parlare norme sicure e bastevoli alla ambizione letterata di quei
-primi verseggiatori. La Cronaca di Matteo Spinelli pugliese [n. 1230],
-anteriore ad ogni altra in lingua volgare, è più italianamente scritta
-che non le rime dei Siciliani i quali sforzavano l’aspro dialetto
-a’ suoni e alle forme dei cantori provenzali.[148] Ma bentosto il
-seggio della lingua e del sapere veniva a porsi in Toscana. Più antico
-d’ogni altro fu Brunetto Latini, maestro di Dante, autore d’un Libro
-di sentenze rimate a cui diede il nome di _Tesoretto_. La maggiore
-opera sua, il _Tesoro_, fu scritta in francese: la chiameremmo oggi
-una piccola enciclopedia, contenendo essa quanto di fisica o di certa
-pratica filosofia chiudevasi allora nelle comuni scuole. Di lui abbiamo
-però in volgare anche versioni dal latino; e queste forse avranno dato
-al giovanetto suo discepolo animo a scrivere quella lingua che egli
-udiva parlare alla madre. Comincia la serie degli Storici Fiorentini
-dalla Cronaca che va sotto il nome di Ricordano Malespini, continuata
-da Giachetto suo nipote sino all’anno 1286. Pei tempi anteriori al
-1300 basterà qui ricordare, come documenti della lingua, la versione
-dei Trattati d’Albertano da Brescia fatta l’anno 1278 da un notaio
-pistoiese, e quelle assai più notevoli di Bono Giamboni, il quale
-moriva prima che Dante scrivesse. A questi però sovrasta molto con
-quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni [m. 1323]: l’Alighieri
-tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella
-prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed
-efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo
-nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso
-di dare al racconto la forma di storia secondo forse potè averne
-l’esempio in Sallustio. In quanto all’arguta speditezza dello stile
-si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la
-universalità dell’argomento e nella scienza dei fatti. Agli storici
-ed ai poeti s’aggiungevano i Moralisti; la lingua bastava a tutto
-svolgere il pensiero come a significare l’affetto. Il più antico di
-cui si abbiano predicazioni in volgare fu il frate Giordano da Rivalta
-[m. 1311]; non quali però da lui venivano pronunziate, ma trascritte
-compendiosamente da uno degli ascoltatori suoi. Conseguitava bentosto
-dello stesso ordine dei Predicatori, e nato pure di quella stessa
-provincia Pisana, altro d’assai maggiore scrittore Fra Domenico Cavalca
-[m. 1342], maggiore forse d’ogni altro che avesse mai l’idioma nostro,
-quanto alla proprietà delle parole e alla disinvoltura dell’andamento e
-alla naturalezza delle armonie: ascetico e moralista nei trattati che
-di esso ci rimangono in buon numero, egli è narratore impareggiabile
-in quelle vite o leggende dei cenobiti e degli anacoreti, che vanno
-col nome di Vite dei Santi Padri. Terzo dell’Ordine e della provincia
-stessa fu Bartolommeo da San Concordio [m. 1347], il quale con un breve
-libretto d’antiche sentenze ridotte in volgare meritò anche meglio
-della lingua che non per la traduzione delle Storie di Sallustio.
-Questi furono i principali tra gli scrittori che appartengono alla età
-dell’Alighieri e ai primi anni del secolo quattordicesimo.
-
-Il dodicesimo era stato come il secolo eroico della città di Pisa, il
-secolo delle grandi imprese: nel susseguente ella pervenne a quello
-splendore, al quale suole nelle umane cose conseguitare la decadenza.
-Aveva essa edificato già innanzi la fine di quel secolo il suo mirabile
-Duomo, nel 1152 il Battistero, e nel 1174 il famoso Campanile. Bonanno
-pisano architettore di questo bello e singolare edifizio, si rendè
-chiaro altresì per lavori di fusione in bronzo: una porta del Duomo
-della sua città, e quella del tempio di Monreale presso Palermo di
-già prenunziano alle arti una adolescenza promettitrice. La Scultura
-mantenuta viva per tutti i secoli anteriori dalle grandi opere
-architettoniche alle quali era ella necessario ed abbondante sussidio,
-la scultura precorreva nel suo risorgimento alla pittura, ed ebbe il
-suo Giotto in Niccola Pisano nato verso il 1204, settant’anni prima del
-fiorentino Pittore. Molte sculture a basso rilievo in Pisa ed altrove,
-e soprattutto la celebre arca di San Domenico in Bologna, pongono il
-nome di Niccolò in cima a quelli degli altri grandi restauratori o, a
-dir meglio, fondatori delle arti belle in Italia. Giovanni suo figlio
-dava il disegno di quel mirabile Camposanto che fu incominciato nella
-città di Pisa l’anno 1278, sei anni prima della sconfitta che nelle
-acque della Meloria poneva termine alle grandezze di quella illustre
-città.
-
-La Pittura nei secoli precedenti era in mano dei Greci, i quali anche
-nella decadenza dell’Impero bizantino uscivano fuori a praticare come
-mestiero le arti belle. I mosaici soli mantenevano qualche grandiosità
-di composizione, ed era il pennello rozzamente usato dai miniatori:
-queste arti in Italia comunque non affatto estinte mai, da pochi
-si trovarono oscuramente esercitate prima del secolo tredicesimo.
-Firenze, venuta (come dicemmo) in potenza assai più tardi di altre
-città toscane, incominciava forse ultima tra queste la serie dei
-suoi pittori; ma occupò tosto il primo seggio, e lo ritenne poi senza
-intermissione. Siena ebbe il suo Guido, mentre Giunta Pisano dipingeva
-in quella città dove Niccola aveva innalzato a più alto segno la
-scultura. Ad essi in Lucca s’accostava un Buonaventura Berlinghieri;
-e in Arezzo Margheritone scultore e architetto, che fioriva dopo la
-metà di quel secolo medesimo, fu anche pittore: nei primi tempi gli
-stessi uomini professavano tutte insieme le arti del bello. Veniamo
-adesso ai Fiorentini. Andrea Tafi, mosaicista, è messo innanzi
-come pittore con lode soverchia dal Vasari, studioso di corteggiare
-alla città principesca; Buffalmacco ha più nome dai novellieri come
-bizzarro ingegno, di quel che egli abbia pe’ suoi dipinti. A Giovanni
-Cimabue si volle negare, contro al Vasari ed all’Alighieri stesso,
-il vanto dell’avere egli innanzi a Giotto suo discepolo tenuto il
-campo della pittura; ed il plauso popolare che diede il nome alla
-via Borgo Allegri, e le fiaccole onde fu accompagnata in Santa Maria
-Novella quella Madonna di lui che ivi tuttora si vede, oggi con
-troppa incredulità si tengono come favole: in qualunque tempo ciò
-avvenisse, potè quella tavola, che per ampiezza di stile segna un
-progresso nell’arte, esser cagione di festa in un popolo già tanto
-vivo al senso del bello. Ma Giotto agli altri poco dovette, e l’arte
-a lui ogni cosa [n. 1276, m. 1337]; e se le pratiche del dipingere
-dopo lui molto si raffinarono, e all’arte venne grande soccorso da
-quella scienza che si trasmette; io non so poi chi lo vincesse quanto
-alla verità dei concetti, e alla naturalezza delle mosse, e alla
-evidenza dell’espressione. Il pecoraio del Mugello, che ampliò la
-pittura con la potenza che era in lui somma di comporre semplicemente
-le grandi storie, ornava con le sue opere molte tra le maggiori città
-d’Italia; e fu capo d’una scuola che instaurava le arti moderne, e
-che dipoi le conduceva sino all’ultimo confine loro: Gaddo e Taddeo
-della casata illustre dei Gaddi, furono primi tra’ suoi discepoli. A
-Giotto Firenze deve anche il suo mirabile campanile, dove la varietà
-delle ardite forme che il medio evo seppe inventare, vien temperata e
-quasi costretta a regolare bellezza dalla semplicità delle linee che
-appartengono allo stile classico. Le tradizioni grecolatine, in Italia
-mantenute dalla presenza dei monumenti, di rado concessero alle nostre
-cattedrali quella terribile maestà ch’esse ebbero nel settentrione, e
-forse renderono talvolta incerto lo stile anche dei primi restauratori.
-
-L’Architettura cristiana a cominciare dal quarto secolo (infino cioè
-dalla istituzione del culto pubblico e solenne) si creò forme sue
-proprie, ed innovò sull’antica arte. Poi nel dodicesimo secolo la
-forma di croce data generalmente alle chiese e i sesti acuti e le spire
-sostituivano all’arte greca un’arte nuova e tutta germanica, la quale
-non vuolsi certo paragonare all’antica quanto alla purità dello stile
-e alla simmetrica perfezione delle parti; ma come barbara e più audace
-sorpassa e trascende quegli esemplari del bello, con la profusione
-degli ornati, con la novità delle invenzioni, con l’arrischiato
-congegno degli archi e delle volte e delle cupole; ma sopra ogni cosa
-per l’accorgimento del temperare la luce, e per l’intendere che fanno
-le grandi linee verso il cielo, con religiosa ispirazione. Nel Duomo
-di Santa Maria del Fiore l’opera del Brunelleschi soverchia oramai
-quella d’Arnolfo, il quale poneva mano al grande edifizio l’anno 1298;
-ma sien pure false le parole della commissione che la Repubblica
-avrebbe a lui data quattro anni innanzi, certo è che la Cattedrale
-fiorentina è la maggiore tra quelle nelle quali gareggiavano allora
-tante città d’Italia. Ed in quegli anni Firenze deliberava tutte in un
-punto mirabili costruzioni; imperocchè per l’opera dello stesso Arnolfo
-sorgeva il Palagio del Comune [1298]; e l’audacissima torre s’innalzava
-sopra un’altra torre che appartenne già a una famiglia di grandi; e la
-piazza della Signoria s’apriva sulle rovine delle case che furono degli
-Uberti: anche il tempio di Santa Croce, cominciato l’anno 1294, fu
-architettura d’Arnolfo. L’antico Palagio del Potestà, monumento d’altri
-tempi e d’altri ordini politici, è dell’anno 1250; dell’anno 1268
-la chiesa del Carmine, del 78 Santa Maria Novella, dell’85 la Loggia
-d’Orsanmichele, dell’anno 1299 San Marco, e del 1308 la Prigione delle
-Stinche _in qua carcerentur et custodiantur magnates_: di quei medesimi
-anni splendidissimi è la chiesa vecchia di Santo Spirito, rifabbricata
-dipoi grandiosamente dal Brunelleschi. Nel 1293 il Battistero di San
-Giovanni, più anni prima ornato già di mosaici, venne al di fuori
-incrostato di marmi bianchi e neri.
-
-Alle civili passioni mescevasi del pari ardente ed operosa la carità
-cittadina; molte tra le benefiche fondazioni di cui fu l’Italia
-iniziatrice alle altre genti, appartengono a quelli anni stessi.
-Tra le quali è debito ricordare la sempre vivace nelle buone opere
-confraternita della Misericordia per l’assistenza degli infermi; e
-quella del Bigallo, e più altre che furono istituite dalle compagnie
-degli artigiani a soccorso degli ammalati e dei poveri dell’arte
-loro. Lo Spedale di Santa Maria Nuova venne fondato l’anno 1285 da un
-cittadino il cui nome è a noi già caro per altro modo, Folco padre di
-Beatrice Portinari: abbiamo tuttora l’effigie in marmo della vecchia
-serva di quella famiglia, mona Tessa, la quale cominciò prima a
-raccogliere malati in alcune stanze della casa. La religiosa pietà del
-padre cresceva ai gentili costumi la figlia ispiratrice dell’Alighieri;
-e mona Tessa con l’operosa carità sua temprava forse al poeta
-giovinetto, anch’essa, talune delle più dolci sue note.
-
-In quelli stessi ultimi mesi dell’anno 1298, nei quali ponevasi la
-prima pietra di Santa Maria del Fiore, ebbe anche principio il terzo
-cerchio della città: il vescovo di Firenze e quelli di Fiesole e di
-Pistoia, in compagnia di molti prelati e religiosi, furono a benedire
-la prima pietra, seguitati da popolo innumerabile e da tutta la
-Signoria e ordini della città.[149] Dentro alla quale gli uomini atti
-a portare armi, si trova che sommavano a trenta mila, e settanta mila
-nel contado. Ne manca una istoria piena abbastanza ed accurata degli
-incrementi che il commercio e le industrie dei Fiorentini dovettero
-avere rapidissimi in quella seconda metà del secolo tredicesimo, e
-i quali produssero la grande opulenza cui sorse a un tratto questa
-città. I Fiorentini si spargevano per tutta Europa e per l’oriente,
-infaticabili faccendieri;[150] al moto degli animi non bastavano i
-confini angusti della città e dello Stato; e anche gli esilii servivano
-ad ampliare le relazioni e l’ingerenza loro nelle faccende dei più
-lontani paesi. Un racconto di cui si trova frequente ricordo nelle
-antiche scritture, non vuol credersi del tutto falso: narrano esse come
-l’anno 1300 essendo in Roma venuti ambasciatori a Bonifazio VIII da
-ogni parte della cristianità, dodici tra questi (dei quali i nomi si
-leggono) mandati da vari principi e perfino di Russia e di Tartaria,
-fossero di patria fiorentini. Forse erano uomini mercatanti andati a
-Roma pel Giubbileo ed insieme convenuti all’udienza del Pontefice; del
-quale poi corse questo detto: i Fiorentini essere nel mondo il _quinto
-elemento_. Quello fu il tempo delle più vere grandezze a questo popolo
-fiorentino che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe le
-conteneva: nè credo si trovi nelle istorie esempio d’un’altra città,
-la quale più secoli vissuta con piccola fama, sorgesse in pochi anni
-fino a porsi direi quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente,
-e ad un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale magnificenza
-d’opere e tale altezza d’ingegni. Maggiori sorti forse potevansi allora
-promettere alla città di Firenze, se non che molto d’appresso e da ogni
-parte la stringevano le forze rivali di tante altre città italiane;
-e ciò che a lei facessero i politici rivolgimenti veniamo adesso a
-narrare.
-
-
-
-
-LIBRO TERZO.
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO — INTERNE RIFORME: I MAGISTRATI TRATTI A
-SORTE. [AN. 1322-1328.]
-
-
-Ora comincia la più pericolosa guerra che avessero mai intorno
-a casa i Fiorentini. Castruccio degli Interminelli, cacciato da
-Lucca insieme col padre come Ghibellini, aveva condotto la gioventù
-poveramente dapprima in Ancona, quindi a Lione di Francia in servigio
-di mercatanti. Fece dimora anche nella Inghilterra, venuto in favore
-di quel re, ma gli convenne poi fuggirsene. Combattè con eccellente
-lode di valore le guerre di Fiandra sotto Alberto Scotto piacentino,
-e si acquistò grazia presso a Filippo re di Francia, a cui lo Scotto
-serviva. «Era della persona molto destro, grande, d’assai avvenente
-forma, schietto e non grosso, bianco, e pendea in pallido; i capelli
-diritti e biondi con assai grazioso viso.[151]» Grande maestro di
-guerra, e discostandosi dai modi usati nel governarla, fidava poco
-nelle fortezze, dicendo piacergli le fortezze le quali camminano;
-e intendeva le ordinanze strette, che rispondono ad ogni cenno del
-capitano. Potente sugli animi, e sufficiente a mantenere nei soldati
-la disciplina e nei popoli l’ubbidienza, da piccolo stato s’avviò
-a grandezza cui niun altro capo ghibellino infino al suo tempo avea
-nell’Italia osato aspirare. Ma nulla fondava, perchè ai figli suoi
-nemmanco rimase la possessione della città di Lucca, ed egli non fu
-altro che un nome nell’istoria.[152]
-
-L’Italia, allora emancipata dalla Germanica signoria, non aveva ben
-certe ancora le sorti sue, dappoichè il popolo dei mercanti e quel dei
-signori, col nome di Guelfi e di Ghibellini, si pareggiavano tuttavia.
-Da questi poteva forse alla nazione venire grandezza, da quelli usciva
-la libertà: prevaleva essa principalmente nelle città di Toscana, varia
-come il suolo che la produceva; ma erano invece nei piani Lombardi
-signorie possenti, costumi baronali e principeschi: ivi era più scarso
-il sangue latino, e il fiume del Po chiamava a confondersi nella unità
-tutte le acque che in lui sgorgano. Castruccio pertanto rinveniva
-intorno a sè campo meno atto alle grandi imprese; era egli a Pisa come
-straniero, e a Firenze si può dire, che il suolo stesso lo respingesse.
-Nondimeno, se egli non moriva, quel che fosse per avvenire non so; e
-quel grande uomo insufficiente a fare sorgere un’Italia forte, poteva
-opprimere la Toscana.
-
-Cessata, dopo otto anni e mezzo, nel 1322 la signoria del re Roberto,
-i Fiorentini ricominciarono a eleggere essi, come per l’innanzi, il
-Potestà e il Capitano. Continuavano intanto a combattere in Toscana
-contro Castruccio, e in Lombardia soccorrevano quella maggior guerra
-che le genti della Chiesa portavano contro a Matteo Visconti fin sotto
-alle porte di Milano. Ma questa perdeva poi bentosto il suo pericolo
-essendo venuto a morte Matteo in età di novant’anni, pur sempre fiero
-ed avveduto, e uomo di grandi fatti e consiglio: finiva scomunicato
-come eretico e scismatico. A quella morte, il maggiore figlio suo
-Galeazzo Visconti era cacciato in breve ora prima da Piacenza e poi da
-Milano; il che era sgominare tutte le forze de’ Ghibellini, e a Firenze
-se ne fecero le usate feste. Ma quivi durava poco tempo la letizia,
-poichè Castruccio, ingrossando sempre dopo avere fin dall’anno innanzi
-costretto Pistoia ad essergli tributaria, tirato a sè uno dei capitani
-forestieri ch’erano al soldo dei Fiorentini, e resi vani i disegni di
-quella Repubblica la quale cercava farlo assalire per mare e per terra
-dai Genovesi, «pieno d’audacia e baldanza, il dì di calende luglio
-1323 subitamente cavalcò in sul contado di Prato, perchè i Pratesi
-non gli voleano dare tributo; postosi a campo alla villa d’Aiuolo con
-seicentocinquanta uomini a cavallo e quattromila pedoni.» I Fiorentini,
-incontanente saputa la novella, serrate le botteghe e lasciata ogni
-arte e mestiere, cavalcarono a Prato, popolo e cavalieri; ciascuna
-Arte vi mandò gente a piede e a cavallo, e molte casate di Firenze
-grandi e popolani vi mandarono masnade a piedi a loro spese; e i Priori
-pubblicarono, che qualunque sbandito guelfo si rassegnasse nella detta
-oste, sarebbe fuori d’ogni bando. Il dì seguente si ritrovarono in
-Prato i Fiorentini, che assommavano a millecinquecento cavalieri e
-ventimila pedoni;[153] d’essi, quattromila e più erano degli sbanditi,
-molto fiera gente. Disegnavano per l’indomani uscire a battaglia contro
-Castruccio; ma egli il dì appresso, levato il campo, si partì d’Aiuolo;
-e colla preda che avea fatta in sul contado di Prato, passò l’Ombrone,
-e senza arresto e di buon andare si ridusse a Serravalle. «Se i
-Fiorentini avessero mandato (scrive il Villani) di loro gente come
-potevano ad intercettare l’oste di Castruccio da Serravalle, al certo
-costui e la sua gente rimanevano morti e presi: _ma a cui Dio vuol
-male, gli toglie il senno_.[154]»
-
-I Fiorentini rimasti in Prato con poco ordine e senza capitano, e
-perchè i nobili non volevano vincere la guerra a pro dello Stato
-popolare; scisma e discordia nacque nel campo, imperocchè il popolo
-tutto voleva seguire dietro a Castruccio, e i nobili quasi tutti non
-voleano. Chiedevano essere liberati dagli ordini della giustizia, o
-come da loro si chiamavano, _della tristizia_;[155] la qual cosa il
-popolo non acconsentendo, fu mandato a Firenze ambasciatori per la
-deliberazione, se dovessero andare innanzi o ritornare in Firenze.
-Si venne a consulta intorno a ciò nel palazzo del Comune: ma per non
-essere modo all’accordarsi, tirando innanzi di consiglio in consiglio
-senza pigliare partito; il popolo minuto ch’era di fuori, cominciando
-da’ piccoli fanciulli, raunatisi in quantità innumerabile di gente,
-gridando Battaglia battaglia, e Muoiano i traditori, e gittando pietre
-alle finestre del palagio; fattasi notte, i signori Priori col detto
-Consiglio, per tema del popolo e quasi per necessità, stanziarono
-che l’esercito procedesse. Il quale moveva da Prato a Fucecchio;
-ma giunti quivi in disordine, ricominciarono i lamenti, e i nobili
-si rifiutavano. Però l’esercito che, accresciuto di nuovi rinforzi
-mandati da Bologna e da Siena, avrebbe potuto spingere l’impresa con
-suo vantaggio contro a Lucca, non avendo capitano che fosse da ciò,
-tornava in Firenze senza nulla fare, con grande vergogna. Venne ad
-aggiungere peggio al male, chè gli sbanditi ad istigazione di certi
-nobili si accostarono a Firenze a insegne levate, credendo per forza
-entrare dentro. Sentendo ciò il popolo, a suon di campane s’armò in
-difesa della città; e la mattina seguente essendo tornata la cavalleria
-col rimanente di quell’esercito, gli sbanditi si fuggirono; ma di lì
-a poco di nuovo chiedendo essi l’osservanza della promessa che aveano
-avuta solennemente dai Priori, non si trovò via per gli forti ordini
-contro loro che ottenessero il ritorno.[156] Allora otto dei loro
-caporali, che erano in Firenze a sicurtà per sollecitare d’essere
-ribanditi, reggendo fallita la speranza, ordinarono congiura nella
-città col favore di certi nobili i quali erano delle stesse loro case:
-e la notte di san Lorenzo vennero alle porte della città da più parti
-sessanta a cavallo e più di millecinquecento a piedi con le scuri
-per tagliare la porta verso Fiesole. Del che avutosi qualche sentore
-la sera innanzi, la città fu in arme e in gran tremore, dubitando il
-popolo di tradimento per parte dei grandi. Ma gli sbanditi ch’erano
-di fuori, veduto portare fiaccole sulle mura, e che nessuno rispondeva
-loro dentro, si partirono, senz’altro fare, alla spicciolata. Volevano
-allora i reggitori fare giustizia dei congiurati, ma si rimasero,
-tanti n’erano colpevoli. Il grosso del popolo chiedeva a ogni modo
-che giustizia si facesse; e alla fine essendo apposto ad Amerigo
-Donati, a Tegghia Frescobaldi ed a Lotteringo Gherardini che avessero
-acconsentito alla congiura, furono citati a comparire: confessarono
-di avere sentito il trattato, ma non esservi legati; e perchè nol
-palesarono a’ Priori, furono condannati ciascuno in lire 2000 e al
-confine per sei mesi fuori della città e contado quaranta miglia;[157]
-mite punizione, che fece il popolo mormorare.
-
-Poco di poi gli sbanditi ai quali era stato promesso il ritorno,
-l’ottennero sotto certe riserve, e con esclusione di quelli che
-parvero o più colpevoli o pericolosi. Ma qui, seguitando gli interni
-fatti, diremo come sulla fine di quell’anno essendo il governo dei
-popolani troppo ristretto e dominato da una fazione che si chiamò dei
-Serraglini, e della quale stava a capo la famiglia assai brigante dei
-Bordoni, parve a’ buoni cittadini si dovesse accomunare il governo
-fuori di quella fazione, ampliando il numero di coloro che risedessero
-nei magistrati. E perchè nelle elezioni le brighe riuscivano a
-soverchiare la volontà comune ed erano spesso cagione di scandali, e
-per la brama, o quasi direi per la manìa, d’egualità che dominava nella
-Repubblica fra tutte la più democratica che fosse mai; nè attentandosi
-d’affrontare ogni due mesi i tumulti d’una elezione popolare e di
-suffragi dati in piazza; in luogo di voti, posero la sorte; modo
-novello che, mantenuto sempre dipoi, divenne costume rimasto vivo fino
-ai giorni nostri e ch’io non temo di appellare funesto. Per quello
-viene ad abbassarsi l’autorità dei magistrati, del che si giovano le
-democrazie come i governi più assoluti; ma col decadere i magistrati
-lo Stato decade, e se pericoli sopravvengano, si trova ignudo d’ogni
-difesa. Fu data balìa a’ Priori di quel tempo, e ad altri dei maggiori
-popolani che allora avevano magistrato, di imborsare i nomi di coloro
-i quali dovessero tenere il priorato per quarantadue mesi, mischiandovi
-gente che n’era esclusa da più anni: da quelle borse poi venivano ogni
-due mesi tratti a sorte i nomi di quelli che volta per volta dovessero
-risedere: in seguito estesero l’ordine medesimo ai dodici Buonuomini e
-a’ Gonfalonieri delle compagnie, e a’ condottieri delle milizie.
-
-Ed oltre a ciò, per assicurarsi che le compagnie armate del popolo
-fossero pronte ad ogni difesa, e perchè i Gonfaloni sotto a’ quali si
-radunavano parve non bastassero per ciò che erano pochi e radi, e le
-case dei grandi gli tramezzavano così da impedire talvolta il subito
-radunarsi; per questo posero altre insegne, alle quali i cittadini
-uscendo di casa potessero correre, se alcun rumore nascesse, ed ivi
-raccogliersi con sicurezza per la vicinità: chiamavano queste insegne
-Pennoni, e Pennonieri i minori capi, i quali dovevano condurre ciascuno
-le genti raccolte ai Gonfalonieri delle compagnie. Trentasei furono i
-pennoni, divisi a due o a tre o a quattro sotto ciascuno gonfaloniere
-di compagnia: tanto geloso era questo popolo, e tanto minuto nei
-provvedimenti. L’anno dipoi, sembrando le borse non essere fatte con
-diligenza e con libertà bastante, furono esse rivedute: non trovarono
-il male grande quanto si credeva, ma pur nonostante corressero il
-fatto, così che fossero imborsati quei buoni cittadini i quali ne
-erano stati esclusi per le brighe dei Bordoni: e poi volendo contro
-a questi severamente procedere così da estirpare quel morbo insino
-dalla radice, fecero d’avere a loro modo un Esecutore degli ordini
-della giustizia; e questi poi, non senza contrasto, puniva di multa e
-sbandiva i principali di quella famiglia ed i maggiori loro aderenti.
-Ma il guasto poi non si correggeva senza incorrere in un altro male,
-perchè gli uomini forestieri cui davano giurisdizione, soventi volte ne
-abusavano, siccome avvenne anche in allora: talchè avanzando un altro
-gran passo in quella via tutta cittadina, e dismettendo ogni finzione
-o rimembranza dei vecchi tempi e della scossa autorità imperiale,
-decretarono che il Gonfaloniere co’ Priori e co’ Buonuomini potessero,
-come capi e principi dello Stato, annullare il Potestà e il Capitano
-e l’Esecutore che abusassero del loro ufficio; ma è da notare il modo
-che tennero: non osando fare che il Gonfaloniere andasse contro alle
-potestà che per antico diritto da più valevano che la sua, diedero a
-lui facoltà di rimuovere quella famiglia che ciascuno dei predetti
-magistrati portava seco in molto numero, e che erano la forza sua:
-nulla potevano senza la famiglia loro; talchè il popolo venne così di
-piatto all’intento suo, e lo stesso Potestà altro non fu da quell’ora
-in poi che un mero giudice salariato.[158]
-
-In quello stesso anno ebbero grazia dieci casate di grandi e
-venticinque schiatte di nobili di contado, le quali furono recate a
-popolo. Il che da molti fu biasimato,[159] perchè erano famiglie di
-picciol conto; laddove molte di popolani possenti e oltraggiosi erano
-degne d’essere messe tra i grandi per bene del popolo. Condizione
-singolare di questa città, dove i grandi si vivevano come stranieri
-nella Repubblica; e molti del popolo e sin’anche della plebe,
-impinguati, dai guadagni, e spinti innanzi dagli uffici, pigliavano i
-vizi o scimmieggiavano le vanità dei grandi. Del che il Sacchetti ne ha
-lasciato curioso esempio dov’egli narra come «un grossolano artefice,
-avendo bisogno forse per andare in castellaneria di far dipignere un
-suo palvese, mandò alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il
-palvese drieto; e giunto gli disse: Dio ti salvi, maestro; io vorrei
-che mi dipignessi l’arme mia in questo palvese.» Giotto vi fece tal
-dipintura ch’era una burla; e l’altro vistala, e dicendo a Giotto
-male parole, questi rispose: «Tu dei essere una gran bestia, che chi
-ti dicesse: chi se’ tu? appena lo sapresti dire; e giungi qui e di’:
-dipignimi l’arma mia. Se tu fossi stato de’ Bardi, sarebbe bastato: che
-arma porti tu? chi furono gli antichi tuoi? deh che non ti vergogni!
-comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d’arma, come se tu
-fossi de’ Reali di Francia.» Infine l’autore: «ogni tristo vuol far
-arme e far casati; e di tali, che li loro padri saranno stati trovati
-agli ospedali.[160]» A dimostrare poi quanto grande moto di ricchezze
-fosse nella città di Firenze, ne basti dire che una compagnia di
-cambiatori e mercatanti, quella degli Scali e degli Amieri, i quali
-erano degli antichi grandi, falliva ad un tratto per quattrocentomila
-fiorini d’oro, dopo essere durata oltre cento anni, tirando seco
-altre buone compagnie, o rendendole sospette con grave scapito dei
-commerci.[161]
-
-Castruccio intanto continuava ferocemente la guerra che abbiamo
-lasciata sotto le mura di Fucecchio, dove i Fiorentini per discordie
-non si attentarono di assalirlo. Aveva egli poi cercato invano di
-occupare per aspra battaglia quella terra posta a capo della inferiore
-valle d’Arno e della strada verso Pistoia. Invano pure tentava,
-per tradimento d’alcuni, la signoria della città di Pisa; perchè i
-Pisani, del pari temendo i Fiorentini per antichi odi, e Castruccio
-che gli avrebbe assoggettati alla vicina Lucca, si adoperavano in
-più modi a schermirsi d’ambedue: ma trista era quella condizione; e
-Pisa venuta già da molti anni in sul discendere, aveva perduto allora
-appunto ogni signoria nell’isola di Sardegna venuta in mano degli
-Aragonesi. Castruccio ogni dì più raccoglieva intorno a sè le maggiori
-forze ghibelline; mentre Firenze dall’altro lato si muniva d’amistà
-collegandosi e soccorrendo, qualora i casi ciò richiedessero, le città
-guelfe della Toscana, e Orvieto e Perugia etrusche e guelfe, ed in ogni
-tempo consorti e amiche a’ Fiorentini; e quelle pure della Romagna.
-Fu grande l’aiuto che ad essi prestarono in quella guerra i Sanesi,
-dei quali venne anche molto numero di cavalieri per generosa volontà
-d’animo. Capitano era dei Fiorentini Bertramo del Balzo, chiamato
-il Conte Novello, perchè non era di famiglia, ma fatto conte dal re
-Roberto, e da lui mandato a’ soldi della Repubblica insieme con poche
-centinaia di milizie. Avevano anche i Fiorentini assoldato Francesi
-in numero di trecento; ma tardi vennero, ed a Firenze non recarono
-l’aiuto che si sperava, caduti anche taluni di loro in sospetto di
-tenere segrete pratiche con Castruccio. Ma tutto il nodo di quella
-guerra può dirsi che fosse allora Pistoia, dove era signore un Filippo
-Tedici, lungamente bramoso non d’altro che di venderla a quel maggior
-prezzo che un de’ vicini gliela pagasse; e i Fiorentini per alcun
-tempo l’ebbero anch’essi a discrezione, ma la perderono ad un tratto
-soverchiati dalle arti e dalle armi di Castruccio.[162]
-
-A quell’annunzio, vedendo grave e soprastante il pericolo alla città
-stessa di Firenze, con grande studio si diedero a raccogliere un
-esercito, che riusciva assai numeroso di cavalieri e di fanteria,
-avendo prestato in tutto il corso di quella guerra opera egregia i
-collegati. La spesa ammontava (secondo scrivono) a tremila fiorini
-d’oro al giorno; somma incredibile a quei tempi e in territorio così
-angusto: ma le gravezze di nuovo imposte si pagavano alacremente
-dai cittadini, che difendevano sè medesimi e da sè stessi le
-amministravano. E perchè il Conte Novello si era mostrato poco esperto
-della guerra, e da star male a petto di un tanto avveduto capitano qual
-era Castruccio, in sua vece elessero il catalano Raimondo da Cardona,
-sperimentato nelle guerre di Lombardia, nelle quali però sempre fu
-egli infelice, ed allora usciva dalla prigionia in cui lo tennero i
-Visconti. Andava questi a porsi a campo sotto Pistoia, invano tentando
-con ogni artifizio smuovere Castruccio, il quale così pertinace in
-aspettare com’era pronto nell’assalire quando l’occasione fosse buona,
-si tenne chiuso dentro le mura. Per il che il Cardona avendo preso
-migliore partito, e sottrattosi per via di strattagemmi alla vigilanza
-di Castruccio, andò a gettarsi con tutta l’oste dall’altra banda di
-quei poggi, i quali dividono dalla pianura di Pistoia la valle d’Arno;
-e avendo espugnato il ponte a Cappiano, passato il fosso della Gusciana
-ed occupato Montefalcone, andò a porsi all’Altopascio, che in pochi
-giorni se gli arrese, di là minacciando Lucca stessa, e pronto ad ogni
-combattimento. Ma se quella mossa parve essere di buon augurio, male
-risposero gli accorgimenti del capitano quando il nemico gli stava a
-fronte, e mancò l’arte dell’accamparsi. Una prima battaglietta lasciava
-in forse la vittoria; se non che il campo rimasto a Castruccio, a
-lui diede quell’onore che è per sè stesso una grande forza: e intanto
-l’oste de’ Fiorentini scemava per morbi in quei terreni impaludati,
-correndo l’agosto; e oltreciò si disse, che il Cardona lasciasse per
-moneta partirsi dal campo i soldati; e che l’esercito al combattere si
-trovasse dimezzato. Castruccio pativa travagli consimili: ma intanto
-scendeva dalla Lombardia per dargli aiuto Azzo Visconti con ottocento
-Tedeschi; ed egli indugiava sinchè giungessero, e stava lì fermo con
-mirabile costanza, ed intratteneva con fallaci negoziati l’imprudenza
-del Cardona. Giungeva Azzo, ma prima di combattere mercanteggiava; nè
-si sarebbe forse egli mosso quand’era d’uopo, se al giovanile animo
-di lui non facevano assalto grande la moglie stessa di Castruccio e
-le più belle donne di Lucca, a lui deputate perchè dell’avarizia si
-vergognasse. Usciva infine egli da Lucca, e diede dentro animosamente
-quando la pugna era cominciata; la quale voltatasi non senza molto
-contrasto in favore di Castruccio, ottenne questi vittoria piena,
-massimamente perchè era egli stato molto sollecito d’intercettare tutti
-i passi ai nemici che fuggivano; cosicchè il numero dei prigionieri
-sopravanzò quello dei morti: e gli effetti riuscirono ai Fiorentini
-anche peggiori della stessa rotta, che fu ai 23 settembre 1325. Oltre
-a buon numero di cavalieri toscani, rimasero presi in quei fatti il
-capitano Raimondo da Cardona col figlio suo, ed Urlimbacca tedesco,
-uomo di grande valore ed assai caro ai Fiorentini; e con più altri
-francesi Piero di Narsi, del quale un figlio giovinetto fu morto;
-ed egli liberato dalla prigionia, ebbe dipoi la trista sorte che in
-appresso racconteremo. Castruccio fu detto che avesse del riscatto di
-tanti illustri prigionieri ben centomila fiorini d’oro.[163] Abbiamo
-la lista dei feditori, e poi quella dei prigionieri caduti in mano di
-Castruccio per quella battaglia; dopo la quale più non si trova che i
-cittadini di Firenze andassero di persona in grande numero alle guerre.
-
-Nè indugiò guari il vincitore, che scese rapido e terribile alla volta
-di Firenze. Ripigliate le tolte castella, che tosto disfece, poneva
-assedio a Carmignano; e senza aspettare la resa di quello, invadeva
-Signa, che per viltà dei soldati bentosto cedette. Ed egli padrone
-oramai di quella ricca e popolata pianura che sta intorno alla città
-dalle due parti dell’Arno, percorsala tutta partitamente in più giorni
-e quasi a disegno di bene ordinata distruzione, dopo avere lasciato ai
-soldati campo alle rapine dei ricchi mobili e degli arnesi ond’erano
-piene le ville e le chiese ed i monasteri decorati dalla pietà dei
-cittadini, cominciò a disfare le ville stesse e gli edificii. Cosicchè
-tutto lo spazio il quale è dai poggi di Colombaia e di Marignolle e di
-Giogoli infino a quelli che soprastanno a Careggi, ed a piè del monte
-infino a Sesto e a Calenzano, e quanto egli più poteva intorno alla
-città, tutto fu arso o devastato: fu danno gravissimo anche di opere
-che avevano pregio eccellente per l’arte, la pittura avendo già formato
-scuola in Firenze di chiari artefici, ed i cittadini compiacendosi
-adornare co’ dipinti le case loro ed i monasteri. Azzo Visconti veniva
-poi a vendicare l’ingiuria sofferta quando i Fiorentini pochi anni
-innanzi avevano corso un palio intorno alle mura di Milano; e venne
-Azzo a solo fine di correre un palio presso alle mura di Firenze
-al ponte a Rifredi, siccome tre altri ne aveva Castruccio corsi a
-Monticelli; che uno di cavalli, l’altro di fanti e il terzo di femmine
-meretrici: e in onta pure dei Fiorentini, a Signa dove egli aveva posto
-il campo suo, fece battere moneta d’oro. I Fiorentini a quei danni e
-a quelle depredazioni non si mossero, com’è solito delle città ricche,
-le quali temono più che ardiscano: e pure Firenze era gremita di gente
-ivi rifuggita da ogni parte della vicina campagna; ma non fecero, pel
-troppo ingombro, altro che produrre malattie e morti che furono in
-città più numerose di quelle che avrebbono incontrate combattendo.
-Si aggiungeva, che le mura lasciavano spazi tuttora aperti, di poco
-avendo cominciato a cingere il sesto d’oltrarno; il che serviva molto
-ad accrescere il terrore: era questo il terzo cerchio della città che
-via via si ampliava. Castruccio dipoi tornato a Lucca, volle onorare
-a modo antico le sue vittorie, e conduceva trionfo splendido, egli
-preceduto da lunga fila di prigionieri, i quali andavano con torchietti
-accesi a fare offerta a san Martino, da lui prescelto nuovo patrono
-alla città. E di lì subito si riconduceva intorno a Firenze, ponendo
-assedio a Montemurlo e continuando le devastazioni; le quali così dai
-primi giorni d’ottobre durarono sino al finire di quell’anno ed anche
-all’entrare del successivo 1326, per lo spazio di più mesi.
-
-In tali angustie dei Fiorentini, abbiamo documento che richiamarono,
-facendone cerna molto rigorosa, non pochi di quelli uomini o famiglie
-i quali avessero avuto condanna per causa di parte o anche di private
-nimicizie, sebbene fossero veri Guelfi.[164] Temevano anche di
-tradimento; e a quelle famiglie che avevano prigionieri alcuni dei
-loro nelle mani di Castruccio, stanziarono fosse vietato il governo
-dei castelli, con farle inabili agli uffici che più importassero alla
-guerra. Cresceva terrore il sospetto che Guido Tarlati dei signori di
-Pietramala, vescovo d’Arezzo, muovendo dall’opposta parte, venisse a
-compiere la ruina; ma questi, geloso della grandezza di Castruccio,
-si tenne fermo nella provincia sua, contento recare ai Fiorentini non
-gravi danni, che profittassero a lui solo. E questi, sebbene allora
-messi a sì dure strette, quel che potevano per moneta sempre operavano
-francamente; e col nemico alle porte loro diedero aiuto ai Bolognesi in
-certa guerra di Lombardia: quindi posero altre gabelle, e le riscossero
-in grande somma. Ma tuttociò non bastando, e caduti un’altra volta
-nella consueta necessità di ricorrere a signoria forestiera, concessero
-questa negli ultimi giorni del dicembre a Carlo duca di Calabria
-figlio primogenito del re Roberto, facendo a lui condizioni anche più
-larghe di quelle che erane usate: doveva egli tenere al servigio de’
-Fiorentini mille cavalli oltramontani, ed essi pagare a lui per dieci
-anni della signoria duecentomila fiorini d’oro all’anno finchè durasse
-la guerra, e centomila in tempo di pace. Co’ Fiorentini erano dunque
-Spagnuoli, Francesi ed inclusive Tedeschi, essendo soliti i cavalieri
-di quella età porsi al servizio di chiunque gli facesse battagliare:
-Castruccio aveva seco Tedeschi ed Inglesi e Borgognoni, taluni dei
-quali avendo contro lui ordito congiura, egli con fiero animo, ed in
-presenza di tutto il campo, ad essi fece mozzare il capo. Tornava
-dipoi una terza volta nel febbraio intorno Firenze, e smantellata
-Signa che non gli serviva, fortificò Carmignano che egli voleva fare
-sedia della guerra; corse la valle di Pesa fino a San Casciano ogni
-cosa distruggendo, e con audace proponimento voleva chiudere l’Arno
-nella Golfolina per indi allagare l’odiata città: ma trovò essere
-ciò impossibile. Tirato quindi per falsi complici dentro un aguato
-Piero di Narsi, che prigione liberato da Castruccio poi capitano de’
-Fiorentini gli aveva tramata la morte, fece a lui mozzare il capo come
-traditore delle onorate leggi della milizia. Furono allora Castruccio
-ed il Vescovo d’Arezzo percossi dal Papa di nuova scomunica; il quale
-però non volle bandire contro ad essi la crociata, benchè richiesto dai
-Fiorentini; bensì eleggeva il re Roberto vicario in Italia dell’Impero
-che in Allemagna era vacante. Da Napoli veniva allora in Firenze con la
-prima mano di soldati il francese Gualtieri di Brienne duca d’Atene,
-che poi vedremo troppo famoso nelle istorie nostre. E nei giorni
-ultimi del luglio 1326 giungeva lo stesso Duca di Calabria, con la
-Duchessa sua moglie figlia di Carlo di Valois, e con Giovanni principe
-della Morea suo zio che aveva anch’esso la moglie, e con Filippo
-despòto di Romania suo cugino, e con molta baronia di varie nazioni;
-in tutto duemila cavalieri, dei quali duecento erano a spron d’oro:
-si aggiungeva poi la corte del Cardinale Legato, venuto anch’egli
-nei giorni stessi. Ingente spesa alla città, ed ai costumi molto gran
-guasto recarono quelle corti forestiere, con grave lamento dei timorati
-popolani che a noi trasmisero questi fatti.[165] Leggi frequenti,
-e sempre inutili, tentavano porre un qualche freno agli adornamenti
-ed allo sfoggiare delle donne: ora i Francesi, grandi vagheggiatori,
-ottennero dalla Duchessa di Calabria si abolissero quelle leggi; e
-le donne imbaldanzite viepiù sfrenarono negli addobbi: coteste erano
-le _valenti donne_ magnificate poi dal Boccaccio e fatte celebri nel
-_Decamerone_.
-
-Tanto numero di assoldati, e gli aiuti che man mano venivano dalle
-città guelfe di Toscana, e le cerne di milizie che si facevano
-nel contado, allontanarono da Firenze la guerra portata allora da
-Castruccio in Lunigiana; dove i marchesi Malaspina, da lui spossessati,
-se gli volgevano contro con fresche armi di Lombardia. Continuava essa
-più mesi senza gran frutto, poichè Castruccio, solenne maestro, la
-sosteneva com’era solito animosamente. Piaceva al Duca di Calabria più
-che il combattere starsi a Firenze in largo vivere: aveva tolto egli
-per sè anche il diritto di nominare i magistrati della Repubblica, ed
-annullando le imborsazioni vecchie, faceva eleggere chi a lui piacesse:
-fu tra gli altri Gonfaloniere un della casa degli Acciaioli, già bene
-affetta ai re di Napoli. Ma in ciò mostrava egli buon giudizio, che
-i cittadini delle famiglie grandi facendo pratiche perchè fosse a lui
-data signoria libera, la rifiutava, ben conoscendo la forza vera della
-città stare nel popolo, e che meglio era farselo amico volonteroso che
-averlo suddito malcontento. Altre città e non poche terre di Toscana
-s’erano a lui date; e Prato in perpetuo, ch’era il più prossimo a
-Firenze: inoltre Carlo teneva Siena e grande stato da quella parte;
-in Roma aveva potenti amici, e più altri in Genova che lo seguitavano:
-così da Napoli fino alla Provenza, che apparteneva al re Roberto, ogni
-cosa era in soggezione di questo capo di parte guelfa: Parma e Bologna
-si erano date al Legato del Pontefice, che in Italia guerreggiava.
-Dal che venuti in apprensione grande i Ghibellini, s’appigliarono dal
-canto loro a quel partito che era ad essi consueto, chiamando in Italia
-questa volta non le forze ma la persona ed il nome dell’Imperatore di
-Germania. Era questi Lodovico di Baviera, salito all’Impero per lungo
-contrasto, ma in esso mal fermo, e svogliato dell’Italia perchè, non
-avendo sue forze proprie, gli conveniva stare quasi a discrezione di
-quei vassalli dei quali era egli poco altro che un mercenario. Venuto
-a Trento, si radunarono intorno ad esso i Visconti di Milano con gli
-Scaligeri di Verona e co’ signori di Mantova e co’ Marchesi da Este,
-e gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia e di Castruccio, e quanti
-erano fuorusciti ghibellini da ogni parte d’Italia. Vi andò il Vescovo
-d’Arezzo, dal quale fu poi l’Imperatore incoronato a Milano come re di
-Lombardia; e quel Vescovo scomunicato si rivolgeva contro al Papa, che
-dai Ghibellini radunati venne deposto e chiamato eretico.
-
-Mentre avvenivano tali cose, e che il Bavaro intorno a sè raccoglieva
-quante forze a lui prestassero gl’Italiani, in Toscana il Duca di
-Calabria intendeva con la guerra ad infestare Castruccio, e in Lucca
-stessa gli suscitava contro una potente congiura, bentosto repressa e
-ferocemente gastigata. Una mossa vigorosa dell’esercito dei Fiorentini
-aveva intanto miglior successo, imperocchè Santa Maria in Monte, allora
-tenuta come il più forte castello il quale fosse nella Toscana, a un
-tratto investita con fiero assalto, dovette cedere alle armi guelfe,
-stando Castruccio sulle difese intorno a Lucca finchè il Bavaro non
-giungesse, ed aspettando maggiori cose. Gli andava incontro sino a
-Pontremoli con grande pompa di accoglienze; quindi con forze riunite,
-nei primi giorni del settembre 1327, vennero a porre l’assedio a
-Pisa; la quale, benchè fosse antica ghibellina, temeva Castruccio ed
-aborriva sopra ogni cosa dal sottostare alla vicina Lucca. Era nel
-campo il Vescovo d’Arezzo, anch’egli pauroso di quella grandezza a cui
-vedeva salire costui quando egli avesse acquistato Pisa. Tantochè, dopo
-avere inutilmente cercato gli accordi, quando egli vidde l’Imperatore
-entrato in Pisa e seco quell’uomo dal quale ogni cosa dipendeva, si
-partì cruccioso, e in pochi giorni venne a morte, prima di giungere in
-Arezzo. Rimane di lui nella chiesa cattedrale di quella città un molto
-splendido monumento, dove con belle sculture sono effigiate le profane
-imprese di lui, coi nomi di molte castella espugnate.
-
-Il Bavaro intanto, il quale non volle per allora dare Pisa parendogli
-essere città da smugnere poi da vendere quandochè fosse, a caro prezzo;
-venuto a Lucca, insignì Castruccio facendolo Duca di questa città;
-nuovo titolo nè ad altri dato in Italia sino allora dagli Imperatori
-d’Allemagna: poi venne seco fino a Pistoia, da dove Castruccio gli
-mostrò Firenze, invano studiandosi fargli aggradire quella impresa.
-Al Bavaro invece premeva quella del Regno, e prima l’andare in Roma
-a farsi incoronare. Castruccio dovette di male animo seguitarlo,
-costretto da quella necessità che rendeva inabile ogni capo ghibellino
-ad acquistarsi una grandezza tutta sua propria e nazionale. Nè meglio
-fruttava agli Imperatori la corona ch’essi venivano a cercare in Roma,
-e meno d’ogni altra la falsa corona che il Bavaro si fece imporre
-sul capo da un suo antipapa, con vana pompa e poco seguito e favore.
-Moveva quindi inverso Napoli; ed a quell’annunzio si partiva nei
-giorni ultimi del dicembre da Firenze il Duca di Calabria chiamato dal
-padre, e qui lasciando un suo vicario. Ma non potè il Bavaro tentare
-l’impresa del Regno, imperocchè essendo venuto a Castruccio subito
-avviso che la città a lui tanto cara di Pistoia, sorpresa per grande
-notturno assalto dai Fiorentini, era caduta in mano di questi e posta
-a sacco per dieci giorni; egli, senz’altro discorrere,[166] lasciata
-Roma e seguitato da tutto il nerbo delle sue genti, per la via della
-Maremma venne a Pisa; e considerato quello essere tempo e necessità da
-gettar via ogni riguardo verso l’Imperatore, e che alla recuperazione
-di Pistoia gli abbisognava far capitale di tutta Pisa, pigliava in
-mano il dominio libero della città, recando a sè tutte le entrate e
-gabelle del Comune e gravandola di nuove taglie: al che il Bavaro fu
-costretto a mal suo grado di consentire. E Castruccio, venuto il dì
-ultimo del maggio 1328 a porre con la persona sua l’assedio a Pistoia,
-combattè per oltre due mesi la città contro al Vicario del Duca ed
-al Maliscalco della Chiesa, con grande fatica d’opere d’assedio e
-molti scontri con gli inimici; i quali tentato inutilmente di fargli
-abbandonare l’impresa col minacciarlo essi dalla banda di Pisa e di
-Lucca, e in lui trovata contra ogni insulto quella costanza che gli
-era solita, infine lo viddero sotto agli occhi loro stessi entrare
-a patti nella città rimasta vuota di provvigioni. Di lì anelava
-all’impresa di Firenze, essendosi il Bavaro digià accostato fino a
-Todi col proposito di farsi innanzi per la via d’Arezzo, intantochè
-altre delle sue genti calavano dalla parte del Mugello, e Castruccio
-preparava maggiore guerra e più terribile per le vie note della
-pianura. Nè sarebbe stato nulla che l’Imperatore avesse in quel mezzo
-abbandonata l’impresa, andato a congiungersi in Maremma con le forze
-di Pietro figliuolo del re di Sicilia ch’era sbarcato a Talamone, se
-tanto pericolo della città di Firenze non fosse ad un tratto venuto a
-cessare per la morte di Castruccio. Il quale, infermo per le fatiche da
-lui sostenute nell’assedio di Pistoia, finiva la vita in Lucca il terzo
-dì del settembre: ma quella morte rimase occulta per alquanti giorni
-poi, siccome aveva egli prescritto, perchè i figliuoli avessero agio di
-assicurarsi nello Stato. Era Castruccio duca di Lucca, signore di Pisa
-e di Pistoia e della Lunigiana e di gran parte della riviera di Genova
-di Levante, con più di trecento castella murate: ma quante fossero le
-difficoltà nelle quali si avvolgeva quella sforzata sua grandezza,
-parve che avesse egli mostrato allorachè in Roma alla incoronazione
-dell’Imperatore, sopra una sua roba di sciamito chermisi portava
-scritti questi due motti: dinanzi al petto _Egli è quello che Dio
-vuole_, e dietro le spalle _Sarà quello che Dio vorrà_. E poco innanzi
-alla sua morte, conoscendosi morire, disse ai suoi più stretti amici:
-che dopo lui vedrebbero rivoluzione.[167] Era in età di 47 anni quando
-moriva.
-
-Due mesi dopo venne a morte Carlo duca di Calabria, il che fu ruina
-di casa d’Angiò rimasta priva di successione maschia; ma Firenze per
-tal modo riacquistava la libertà quando era cessata la necessità della
-difesa. Laonde attesero i magistrati a riordinare lo Stato; e perchè
-tale ordinamento rimase poi stabile e diede forma alla Repubblica, lo
-trascriveremo qui distesamente in molte sue particolarità. «Volendo che
-lo squittinio de’ loro magistrati procedesse sinceramente, trovarono
-questa via, che tutti gli ufficiali che di presente governavano la
-città, come Priori, Consiglieri, Gonfalonieri di compagnie, Capitani
-di parte guelfa, Cinque della mercatanzia e Consoli delle arti,
-ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto, che vennero a
-fare il numero di novantotto persone, nominassero tutti coloro che
-di trenta anni in su erano stimati degni del priorato. Ciascun de’
-quali, avendo sessantotto fave nere, avesse a imborsarsi di sesto
-in sesto per esser tratto a’ tempi ordinati, di mano in mano che si
-facea la creazione de’ nuovi magistrati. Alla qual cosa procedettono
-con tanto riguardo, che oltre aver preposto al contar delle fave sei
-Religiosi forestieri d’ottima fama, vollono ancora che il forziere
-ove dette borse si conservavano fosse portato nella sagrestia de’
-frati Minori, e che di tre chiavi che v’erano, una tenessono i frati
-conversi di Settimo, l’altra il Capitano del popolo, e la terza il
-ministro de’ frati Minori, con ordine che ogni due mesi, tre dì innanzi
-che i vecchi Priori deponessero il loro ufficio, facessero venire il
-detto forziere, e in presenza di tutto il consiglio aprirlo e trarre
-a ventura tante bollette quante bisognavano a fare i nuovi Priori; i
-quali s’intendessero esser subitamente fatti, se non erano impediti
-dal divieto: il quale a quelli d’una famiglia s’intendeva esser di sei
-mesi, e tra padri, figliuoli e fratelli, di due anni. Questo ordine
-con molte altre circostanze necessarie fermato per gli opportuni
-Consigli, fu approvato in pieno parlamento nella piazza de’ Priori li
-11 di dicembre; nel quale annullati tutti i Consigli vecchi, ne furono
-formati due soli; uno di trecento uomini, ove non intervenivano altri
-che popolani, del quale era capo il Capitano del popolo; e l’altro di
-ducentocinquanta, dove entravano popolani e grandi, e di questo era
-capo il Potestà; e le deliberazioni prese dalla Signoria doveano, per
-esser valide, essere prima approvate in quello del Popolo, e poi in
-quello del Potestà.[168]»
-
-Nota qui presiedere il Potestà al Consiglio del Comune, e il Capitano
-a quello del Popolo: la distinzione era solenne, nè vuole essere
-dimenticata mai: il Popolo aveva il governo del Comune rappresentato
-dal Potestà; il Capitano era custode di quel governo, e comandava la
-forza armata dei popolani. Ciascun Consiglio aveva pure la sua campana,
-l’una appellata campana del Comune e l’altra del Popolo. Spettando
-al Popolo la prerogativa, il Consiglio del Comune dove i grandi si
-ammettevano, veniva ultimo alle approvazioni.
-
-Qui aggiugneremo alcune altre più particolari costumanze, tratte da
-un’opera tuttora inedita ma d’assai fede e diligenza.[169] Allorchè
-la nuova Signoria entrava in possesso, sedendo i nuovi ed i vecchi
-insieme sulla ringhiera del Palagio abbigliata di ricchi e belli
-arazzi, e fatte le opportune dicerie, il Gonfaloniere nuovo riceveva
-lo stendardo del popolo dalle mani, nei primi tempi, del Potestà o
-del Capitano, poi da quelle del Gonfaloniere che usciva: andavano
-quindi ad offerire in San Giovanni, con molto grande accompagnamento.
-Nelle stanze del Gonfaloniere erano custoditi gli stendardi della
-Repubblica, e i contrassegni delle fortezze, e le chiavi delle porte
-della città chiuse la notte, e che non si aprivano senza un partito
-della Signoria. A lui spettava rappresentare la Repubblica nelle
-maggiori occasioni, dando egli la bacchetta del comando al Potestà e al
-Capitano del popolo e all’Esecutore ed ai Capitani che si eleggevano
-per le guerre. Il Gonfaloniere ed i Priori mangiavano insieme ed in
-cerimonia, suonando le trombe ed altri strumenti; dai quali erano pure
-accompagnati quando uscivano per ufficio, preceduti dai mazzieri con
-molta guardia e solenne pompa. La spesa pel vitto e mantenimento dei
-Signori e dei donzelli e serventi loro montava a dieci fiorini d’oro
-il giorno: erano compresi nella famiglia del Palagio cinque Religiosi,
-da principio Valombrosani, per dire la messa nella interiore cappella
-e per la custodia delle borse e dei sigilli. Era vietato ai Signori
-uscire di Palagio privatamente; e se taluno volesse andare la notte
-senza che il popolo lo sapesse alle sue case, gli abbisognava la
-licenza del Proposto, di quello cioè che tra’ Priori quel giorno aveva
-la presidenza: non potevano andare a’ mortori, nè a messe novelle, nè
-ai vestimenti delle monache. Ad essi non era lecito trattare da solo
-a solo con alcuno, quando anche fosse dei loro congiunti; ma davano
-udienze frequenti, e (a quello che scrive il Giannotti) continue tanto
-che l’impaccio delle private faccende riusciva ad essi d’impedimento a
-bene attendere alle pubbliche.
-
-Un tristo fatto vuolsi notare: nel precedente anno 1327 per condanna
-dell’Inquisizione fu arso in Firenze come eretico e stregone Francesco
-Stabili, noto col nome di Cecco d’Ascoli. Abbiamo di lui fatto ricordo
-come poeta, ma ebbe altresì fama grandissima per dottrina; lesse in
-Bologna astronomia, ed in un trattato della Sfera avea prodotto molte
-opinioni sugli influssi delle stelle. Allora stava come astrologo
-presso il Duca di Calabria, ma un frate Minore vescovo d’Aversa
-e cancelliere del Duca lo fece pigliare; e più cose inverosimili
-si raccontano di quella morte, della quale però sembra che fosse
-principale autore Dino del Garbo, solenne medico fiorentino, scrittore
-anch’esso di vari libri. L’Inquisizione non fu giammai in Firenze
-molto viva; tolta di mano ai Predicatori fin dal secolo precedente, fu
-data invece ai frati Minori, bene accetti a questo popolo perchè nella
-regola di san Francesco era stata la consecrazione o in qualche modo il
-primo inizio della Italiana democrazia. Favorirono gli Inquisitori ne’
-primi tempi gli odi di parte con le condanne e le confiscazioni di cui
-percossero i Ghibellini: ma dipoi stettero quasi inoperosi, messi anche
-in burla da questo popolo; il quale sebbene parteggiasse per la Chiesa
-e nelle opere di religione si dimostrasse molto magnifico, era geloso e
-guardingo assai quanto allo stato ed alla giurisdizione.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE
-DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA;
-FALLITA IMPRESA DI LUCCA. [AN. 1328-1342.]
-
-
-Nel detto anno 1328 e fino al 1330 fu grande caro in Firenze e in
-tutta Toscana ed in gran parte d’Italia, tantochè il grano dai 17
-soldi lo staio montò fino al prezzo di un fiorino d’oro. Fu sì crudele
-la carestia, che i Perugini, i Sanesi, i Lucchesi, i Pistoiesi e più
-altre terre di Toscana cacciarono fuori degli Stati loro tutti i poveri
-mendicanti, per non poterli sostenere. I quali venuti in grande copia
-a Firenze, quivi trovarono campamento, avendo il Comune fatto venir
-grano di Sicilia, ch’era portato a Talamone; e con la perdita di 60
-mila fiorini d’oro in quei due anni, gli riuscì tenere il prezzo del
-grano a mezzo fiorino, tuttora col quarto d’orzo mescolato. «Vendevasi
-in piazza ad Or San Michele con tanta furia di popolo, che convenia
-vi stessero a guardia le famiglie delle Signorie armate col ceppo
-e mannaia per fare giustizia, e se ne fece tagliando membri. Infine
-provviddero di fare pane per il Comune a tutti i forni, di peso d’once
-sei il pane mischiato, a danari quattro l’uno. E (dipoi seguita il
-Villani) tuttochè io scrittore non fossi degno di tanto ufficio, mi
-trovai ufficiale con altri a così amaro tempo, e con la grazia di Dio
-fummo de’ trovatori di questo rimedio, onde si contentò la povera
-gente, senza scandalo o rumore; e con questo testimonio di verità,
-che in niuna terra si fece per gli possenti e pietosi cittadini tante
-elemosine a’ poveri, quante in quella disordinata carestia si fece per
-gli buoni Fiorentini.[170]»
-
-I figliuoli di Castruccio dopo la morte del padre aveano a Pisa _corso
-la terra_; usato modo di attestare e con la forza di confermare la
-possessione d’una città: ma vennero tosto dall’Imperatore privati di
-quella, e poi di Lucca stessa, e perdettero ogni signoria, la quale
-tentarono più volte poi di racquistare, ma senza frutto. Rialzava
-il capo nella Toscana la lega guelfa capitanata dai Fiorentini, che
-strinsero pace con Pistoia liberata, e poco dipoi in Montopoli con
-Pisa istessa conciliando a breve tempo le vertenze consuete per il
-passaggio delle mercatanzie. Ma l’Imperatore, dopo avere dai Pisani
-cavati danari quanti più poteva, lasciò la Toscana costretto partirsi
-per il motivo che ora diremo; e dopo essersi trattenuto qualche tempo
-in Lombardia, se ne tornava in Allemagna. Causa al partirsi gli aveva
-dato, che ottocento cavalieri tedeschi per non essere pagati se gli
-ribellarono, postisi a campo in sul poggio del Cerruglio che aveva
-Castruccio fortificato gli anni innanzi; e di qui poi sotto la condotta
-di Marco Visconti, correndo le terre e devastando le campagne, come
-gente bisognosa che vivevano di ratto, ebbero il castello dell’Agosta
-dal quale Lucca era dominata, ed in breve ora la città stessa.
-Questa, perchè non ne volevano altro che moneta, mandarono a offrire
-per ottanta mila fiorini d’oro ai Fiorentini; e Marco istesso venuto
-in Firenze sollecitava il trattato, che andò a vuoto quella volta e
-un’altra poi, quando i Tedeschi la profferirono di bel nuovo, ed una
-compagnia di mercanti Fiorentini, tra i quali era Giovanni Villani,
-accettavano di comperarla privatamente per conto loro: ma ne furono
-impediti da gelosie tra’ cittadini; ed i Tedeschi, dopo averne anche
-avuto trattato co’ Pisani, la venderono a Gherardino Spinola genovese,
-il quale divenne per trenta mila fiorini d’oro signore di Lucca: a tale
-bassezza era caduta quella città. Ebbe egli guerra co’ Fiorentini, i
-quali cinta con vano assedio la stessa Lucca, espugnarono Montecatini,
-con buoni successi anche nell’inferiore Valdarno; e San Miniato, antico
-seggio degli imperiali Vicari o Capitani, venne pur esso in potestà
-loro. Qui dirò cosa da farne amare al paragone i tempi nostri: il
-Capitano dei Fiorentini perdè la condotta perchè lasciava per moneta i
-contadini seminare le terre loro: dovevano i campi dei nemici rimanere
-incolti, e tutti patire degli odii scambievoli. Tanto crudeli erano
-le guerre quando tra’ popoli si facevano, e così era l’amor di patria
-ristretto dentro a breve spazio.
-
-In questo mezzo era disceso nell’Italia il re Giovanni di Boemia,
-figlio rimasto d’Arrigo VII, invitato dai Bresciani, a’ quali pareva
-essere oppressi dai Visconti. Di prima giunta ebbe, oltre a Brescia,
-Bergamo e Parma e Reggio e Modena, e dallo Spinola a buon mercato ebbe
-in vendita la infelice Lucca. Aveva la Chiesa antiche ragioni su talune
-di quelle città; ma il Re procedeva d’intelligenza e con l’amistà
-del Cardinale Legato, il Papa cercando farsene strumento contro
-all’Imperatore bavarese e ai Ghibellini di Lombardia. Laonde temette
-Firenze allora quell’ingrossarsi dello Stato pontificio intorno ad essa
-da ogni lato; temeva il Papa più che l’Imperatore lontano e povero e
-discreditato. E quanta fosse la confusione in cui vivevano le italiane
-cose mostrò la lega che insieme strinsero i Fiorentini ed il re Roberto
-con gli Scaligeri e co’ Visconti e con gli altri Ghibellini; lega
-improvida tra nemici, che per viluppi ogni ora nuovi sempre dovevano
-poi combattersi. Ma i primi frutti se ne ottennero, e ciò bastava: i
-collegati presso Ferrara ebbero la meglio in una grande giornata, e
-il francese Cardinale restò prigione dei Bolognesi; se non che tosto
-i Fiorentini ne procurarono la liberazione, perchè troppo non volevano
-tenere guerra contro alla Chiesa: il re Giovanni ripassò le Alpi.
-
-Nuovi disastri sopravvenivano in questi tempi alla città. Le
-inondazioni dell’Arno più gravi erano e più frequenti in quei secoli
-che a’ dì nostri. Narra Giovanni Villani come nell’anno 1333, il dì
-d’Ognissanti, «cominciò a piovere diversamente in Firenze ed intorno
-al paese nell’alpi e montagne, e così seguì al continuo quattro dì e
-quattro notti, crescendo la pioggia sformatamente che pareano aperte
-le cateratte del cielo, e colla pioggia continuando spessi e grandi
-e spaventevoli tuoni e baleni, e cadendo folgori assai; onde tutta la
-gente viveva in grande paura, sonando al continuo per la città tutte
-le campane delle chiese, e in ciascuna casa bacini o paiuoli; con
-grandi strida gridandosi a Dio Misericordia Misericordia; fuggendo
-le genti di tetto in tetto, facendo ponti da casa a casa; ond’era sì
-grande il romore e il tumulto, ch’appena si potea udire il suono del
-tuono. Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza
-d’acqua, che prima onde si muove scendendo dell’alpi con grande empito
-e rovina, sommerse molto del piano di Casentino, e poi tutto il piano
-d’Arezzo e del Valdarno di sopra, abbattendo e divellendo gli alberi
-e mettendosi innanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano in
-Arno, e ogni edificio e casa appresso all’Arno che fosse non forte:
-onde perirono molte genti. E poi scendendo nel nostro piano presso a
-Firenze, accozzandosi coll’Arno il fiume della Sieve, la qual’era per
-simil modo sformata e grandissima, e avea allagato tutto il piano di
-Mugello; il giovedì a nona, a dì 4 novembre, l’Arno giunse sì grosso
-alla città di Firenze, che egli coperse tutto il piano all’intorno
-della città fuori di suo corso in altezza in più parti sopra i campi,
-ove braccia sei e dove otto e dove più di dieci braccia. E fu sì grande
-l’empito dell’acqua, che rotte le porte e gran parte delle mura, inondò
-tutta la città stessa; tantochè nella chiesa e duomo di San Giovanni
-salì l’acqua infino al piano di sopra dell’altare, più alto che mezze
-le colonne di porfido le quali stanno alla porta. E al Palagio del
-popolo dove stanno i Priori salì il primo grado della scala dove
-s’entra, incontro alla via Vacchereccia, che è quasi il più alto luogo
-di Firenze. E al Palagio dove sta il Potestà salì nella corte disotto,
-dove si tiene la ragione, braccia sei. Ruppe la pescaia d’Ognissanti, e
-incontanente rovinò e cadde il ponte alla Carraia, e poi subito quello
-di Santa Trinita, e il ponte Vecchio; cadde in Arno la statua di Marte
-che era a piè di esso ponte; e quello a Rubaconte fu danneggiato molto,
-e rovinò a terra il palagio del castello d’Altafronte: caddero gran
-parte delle case di qua e di là d’Arno fino al ponte alla Carraia e
-alla gora del Mulino; che a riguardare le dette rovine pareva quasi un
-caos. Tutte le vie e case e botteghe terrene e vôlte sotterra rimasero
-piene d’acqua e di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi;
-e quasi tutti i pozzi furono guasti e si convennero rifondare. L’Arno
-coperse tutto il piano verso ponente fin’oltre a Prato e fin presso a
-Pisa, guastando i campi e vigne, menandone masserizie, case, mulina,
-ponti e molte genti, e quasi tutte le bestie. Questo diluvio fece
-alla città e contado di Firenze infinito danno; di persone intorno
-a trecento, che al principio si credea più di tremila; e di bestiame
-grande quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere
-in grande numero, che nel contado non rimase ponte sopra nessun fiume
-o fossato che non rovinasse; di perdita di mercatanzie, panni lani di
-lanaiuoli per lo contado; e di arnesi e di masserizie e del vino, che
-ne menò le botti piene, assai ne guastò; e simile di grano e biade
-ch’erano per le case; senza la perdita di quello ch’era seminato, e il
-guastamento e rovina delle terre e de’ campi: che se l’acqua coperse e
-guastò i piani, i monti e le piaggie ruppe e dilaniò, e menò via tutta
-la buona terra.[171]» I danni pubblici e privati, scrive il cronista
-contemporaneo, che gli era impossibile per alcun numero adequare.
-Avremo però spesso occasione di accennare come nei pubblici danni
-cercasse suo pro la ferocia delle parti, cagione forse anche degli
-incendi che assai frequenti si rinnovarono in tutto il corso di quegli
-anni.
-
-Ed a quei tempi venne in Firenze una di quelle processioni di
-Flagellanti, noti abbastanza per le istorie in altre parti d’Europa.
-Erano da diecimila Lombardi condotti da un frate Venturino da Bergamo
-dell’ordine dei Predicatori. Dovunque passavano, gridavano pace
-e misericordia. Ed il Frate predicava con efficaci parole, «quasi
-affermando e dicendo: quello che io vi dico sarà, e non altro; chè
-Iddio così vuole.» In Firenze dimorarono quindici dì, ed ogni giorno
-nella piazza Vecchia di Santa Maria Novella erano messe tavole e
-mangiavano 500 per volta e più. A Roma andarono, ingrossati molto
-d’uomini toscani che gli seguitavano; e di là quindi in Avignone a
-Corte del Papa: ma per la presunzione del Frate, e perchè diceva che
-non era niuno degno papa se non stesse a Roma alla sedia di san Piero,
-e per tema ch’ebbe il Papa che per le sue prediche non commuovesse il
-popolo cristiano, lo mandò a confino, e comandogli che non confessasse
-persona nè predicasse a popolo. «E questi sono (continua il giusto e
-pio Villani) i buoni meriti che hanno le sante persone da’ prelati di
-Santa Chiesa; ovvero che fu giusto per temperare la soperchia ambizione
-del Frate, tutto ch’adoperasse con buona intenzione.[172]»
-
-In quelli stessi anni cominciarono a crollare e poco dopo fallirono la
-compagnia dei Peruzzi e quella dei Bardi, le quali avevano sovvenuto
-il re d’Inghilterra nelle guerre contro a’ Francesi che a lui valsero
-le vittorie di Crécy e di Poitiers. Per le loro mani venivano tutte le
-rendite e lane e cose di quel re, ed essi fornivano tutte sue spese e
-bisogni: tantochè i Bardi si trovarono avere da lui più di centottanta
-migliaia di marchi di sterlini, e i Peruzzi più di centotrentacinque
-migliaia; che ogni marco valeva più di fiorini quattro e un terzo
-d’oro, e in tutto montava più di un milione e trecentosessantacinque
-mila fiorini d’oro. Bene erano in quella somma da contare le
-provvisioni a loro fatte in molti anni; «ma grande follia fu avere
-messo tanta gran somma in uno Signore,» come scrive lo stesso Villani
-il quale era o era stato in società coi Peruzzi.[173] Molti di questi
-danari erano ad essi dati in deposito da cittadini e forestieri;
-cosicchè il danno fu grande, e per qualche tempo scemò il credito della
-città di Firenze, nelle mercatanzie e nelle arti. Continuava però
-la costruzione dei pubblici edifizi; e allora sorgeva il campanile
-di Giotto, ed all’Arte della lana fu data la cura di proseguire la
-fabbrica di Santa Maria del Fiore, interrotta molti anni, a questa
-assegnando certi proventi nuovi o soprattasse alle gabelle del Comune.
-
-La Repubblica frattanto da ogni parte si ampliava fuori dei termini
-dell’antico Stato; e primo passo in quella via per cui si perde la
-libertà fu estendere il dominio in altre città use a viver libere ed a
-fiorire nella indipendenza.[174] La giustizia delle repubbliche cessa
-pel fatto delle conquiste; non sanno reggerle temperatamente, e con
-le offese che ad altri recano, a sè preparano servitù. A Roma e in
-Grecia le oppressioni di molti popoli si coprivano con la bugia delle
-colleganze; nella Toscana lo stesso nome soleva darsi alle dedizioni,
-rifugio ultimo delle città smunte o lacerate dalla discordia. Prima
-a cedere fu Pistoia, che prima era stata cagione di scandali, e che
-aveva sopra ogni altra patito in quegli anni, talchè l’istoria ne è
-lamentevole.[175] Fidava da ultimo nella fortuna di Castruccio; ma
-pochi mesi dopo la morte del gran condottiero dovette Pistoia venire
-a patti co’ Fiorentini, i quali ne presero la guardia, ed uno loro
-cittadino popolare andò a risedervi per capitano. Due anni dopo, nel
-1331, entrativi a forza con l’aiuto della parte che stava per loro,
-corsero la terra, disfecero tutte le fortezze del contado, ed una
-tosto ne fabbricarono dentro la stessa città. La dedizione era per due
-anni,[176] continuata di mano in mano; un magistrato istituito per le
-cose di Pistoia, e che dipoi ebbe nome di _Pratica Segreta_, non è gran
-tempo che fu abolito. Nel 1332 i Fiorentini fecero lega con la famiglia
-dei Casali, i quali avevano la signoria di Cortona, e gli tolsero in
-protezione; ch’era già porre come un freno in bocca ad Arezzo.
-
-Le ambizioni del Vescovo Tarlati avevano fatto a questa città quel
-che alla misera ed esausta Lucca le grandezze di Castruccio. Morto il
-Vescovo, era capo di quella famiglia il vecchio Piero, suo maggior
-fratello, noto col nome di Pier Saccone: questi avuta contraria la
-sorte delle armi, e stretto in mezzo tra città guelfe, prima cercò
-fare accordo co’ Perugini per la signoria d’Arezzo, poi la cedè ai
-Fiorentini l’anno 1337. I patti furono, che per dieci anni il Comune
-di Firenze avesse in Arezzo impero e libera giurisdizione, tenendo
-quivi oltre al potestà e al giudice delle appellazioni, un capitano
-di custodia e di guardia con dugento cavalli ed altrettanti fanti
-italiani, ma non d’Arezzo nè del contado. Che gli Aretini fossero
-esenti da nuove prestanze, che si reggessero a popolo guelfo e
-ghibellino; che gli esuli della città e del contado fossero rimessi a’
-loro beni ed agli onori. L’istesso obbligo noi troviamo nel trattato
-con Pistoia, inteso al fine di mantenere viepiù divise le città
-suddite: dai Ghibellini poco temevasi, ed in Firenze il nome guelfo era
-strumento alle soperchierie d’alcuni uomini prepotenti. I Fiorentini
-mandarono a pigliare la possessione di Arezzo dodici Commissari grandi
-e popolani: i grandi veggiamo questa volta figurare, perchè l’impero
-spettava al Comune di Firenze, nel quale tutti si comprendevano i
-cittadini indistintamente, benchè lo stato fosse del Popolo; ed in
-Arezzo poi volevano (come dicemmo) piaggiare i nobili. Vi mandarono
-nel tempo stesso il Generale di guerra con trecento cavalieri in arme e
-tremila pedoni del Valdarno di sopra, ai quali uscì incontro due miglia
-fuori della città il popolo d’Arezzo con rami d’ulivo in mano gridando
-pace e perpetua felicità alla Repubblica Fiorentina. Piero Tarlati gli
-ricevè in sulla porta della città, della quale poi nel maggior tempio
-furono date ad essi le chiavi e il gonfalone della giustizia; non senza
-le pompe delle usate dicerie, che si facevano in latino. Contuttociò
-il primo atto della nuova signoria fu edificare una fortezza a
-sopraccapo della città, e una bastìa presso alla porta la quale s’apre
-verso Firenze. Nell’anno 1338 Colle di Valdelsa si diede anch’esso ai
-Fiorentini. I patti vari delle dedizioni per cui si compose il nuovo
-Stato della Toscana, indussero molta varietà di privilegi, e condizioni
-disuguali nelle città minori e nelle terre o comunità, e vita propria
-in ciascuna d’esse.
-
-I Tarlati ritenevano intorno Arezzo molte castella, che per l’accordo
-furono date in protezione alla Repubblica. I Barbolani, cui era sede
-il forte sito di Montaguto, ottennero anch’essi esenzioni e privilegi
-finchè più tardi vennero a porsi sotto la stessa accomandigia. I
-possenti Conti Guidi, che rimasero per cento anni poi dominatori
-del Casentino, in quel trattato ebbero favore siccome amici della
-Repubblica; la quale però in quell’anno dava opera a fondare Terranuova
-nel Valdarno superiore perch’ella stesse a fronteggiare cotesti Conti
-e gli Ubertini, e raccogliesse gli uomini liberi via via sottratti
-alla dominazione loro: alla famiglia degli Ubertini, ed ai Pazzi di
-Valdarno, ed a quei della Faggiuola, ed ai conti di Montefeltro, ed
-ai conti Montedoglio fu vietato d’accostarsi per dieci miglia alla
-città d’Arezzo. Molte contese e trattati vari in questi anni ebbe la
-Repubblica, siccome n’ebbe essa in ogni tempo co’ Signori dei castelli
-fin dal principio della libertà:[177] costrinse i Bardi alla cessione
-della contea di Mangona, restando ad essi quella di Vernio, l’una
-e l’altra avute in compra dai successori dei Conti Alberti che la
-tenevano dai Cadolingi. Ai più deboli talvolta prestava aiuto contro
-a’ potenti; riduceva altri a prestarle omaggio offrendo un cero a San
-Giovanni; i vassalli dei Signori faceva sorgere a coloni liberi,[178]
-ed il popolo dei contadini viepiù avanzandosi da ogni lato, in mezzo
-ad esso rimanevano le rôcche nude e solitarie, intorno intorno come
-assiepate dai frutti vegeti della libertà. Per le quali opere la
-Repubblica meritava molto bene di tutta Italia e della umanità:
-quel carattere che la Toscana ebbe suo proprio e che apparve nella
-formazione della lingua, fu mantenuto nelle istituzioni; e il genio
-etrusco ed il latino presso che soli vi dominarono, perchè il suolo
-era quasi sgombro da ogni vestigio di fedualità straniera. Quindi la
-copia delle tradizioni che indussero in questo popolo, come esperienze
-anticipate, la temperanza nei pensieri; e quindi la buona economica
-istituzione e le abitudini civili, che pure in mezzo a feroci tempi
-lo educavano tuttavia alla mitezza dei costumi; pregi del popolo di
-Toscana, che sopravvissero a ogni decadenza ed a lui sono felicità.
-
-Ma la più lunga delle contese che la Repubblica avesse mai co’
-Signori dei castelli, fu con la casa degli Ubaldini, dominatori assai
-potenti degli appennini verso Bologna, pei quali spesso davano mano ai
-Ghibellini di Lombardia, e infestavano le strade con grave scapito dei
-commerci.[179] Vedemmo come i Fiorentini validamente gli contenessero
-dalla parte del Mugello; edificarono in questi anni dall’altra banda
-di quei monti ed afforzarono una terra, cui diedero nome di Firenzuola
-a suggerimento del Villani, siccome narra egli medesimo.[180] Tutte
-queste terre franche che si rinvengono per l’Italia, mi pare abbiano
-la stessa forma, come hanno certo nella Toscana: un quadrilatero che le
-due maggiori vie dividono in quattro minori quadrati, facendo croce in
-una piazza che sta nel mezzo ed una porta a ciascun capo di quelle vie:
-eguale in tutto era la forma che anticamente i Romani eserciti davano
-ai loro accampamenti. Nè prima sorta era una di queste terre che ad
-essa concedevano lo Statuto, com’era costume che ogni Comunità avesse
-allora sue proprie leggi per l’interiore amministrazione. Costretti noi
-a tacere molte di quelle piccole fastidiose guerre che ad ogni tratto
-si combattevano, e il por mano che faceva la Repubblica a molte cose
-in ogni luogo dove occorresse alla difesa o all’ampliazione di quello
-Stato ch’essa reggeva; diremo solo che il Comune libero di San Marino
-fu mantenuto per l’amicizia e co’ denari de’ Fiorentini, cui premeva da
-quel lato averlo a guardia della Romagna; talchè per essi potè scampare
-quella onorata repubblichetta, che avanzata come un saggio o una
-briciola del medioevo, rimane infino ai giorni nostri.[181]
-
-Ma la Repubblica di Firenze in tutto il corso di quegli anni troviamo
-essere governata, non da uomini potenti de’ quali il nome ottenesse
-fama per grandi geste e grande seguito, bensì da mediocri ed oscuri
-cittadini e di famiglie che poi rimasero anche talvolta dimenticate,
-sebbene altre pure ne fossero che appunto allora pigliavan luogo tra
-le maggiori della città. Quella politica operosità che da più anni si
-dispiegava con sufficiente concordia, o almeno senza civili guerre,
-non ebbe capi che la guidassero, nè alcuna sorta di continuità ne’
-magistrati e nei consigli, che si mutavano ogni tratto; e i divieti
-erano molto lunghi; pareva che ognuno da sè facesse la parte sua,
-gl’ingegni essendo molto arguti e gli animi eccitati, e questo popolo
-mercatante avendo esteso l’azione sua molto al di là della breve
-cerchia del suo piccolo territorio. Firenze condusse le cose sue
-prosperamente quanto era dato a democrazia, che non è atta alle imprese
-grandi; quella di Lucca ebbe mali effetti, come appresso racconteremo.
-
-Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece d’Italia, negli ultimi
-giorni del 1334 aveva impegnato per poca moneta la città di Lucca
-ai Rossi di Parma; e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la
-rivenderono a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande pro
-dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di Matteo e la discesa
-del Bavaro, potè accrescere la potenza di casa Scaligera così da essere
-egli divenuto a tutta Italia formidabile più che altro principe fosse
-stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per le ricchezze e per il
-numero delle città che gli ubbidivano: dicevano ch’egli si avesse di
-già fatto fare una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona
-credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito contro a lui si
-collegarono i signori di Lombardia e di Romagna e le città di Toscana;
-il re Roberto, impacciato nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco
-valevole. Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di uno Stato che
-minacciasse le città libere, sempre andavano di grande animo;[182] e
-avuta la meglio in un primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto
-del Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la guerra. Nella
-quale erano già entrati i Veneziani gelosi molto di quella potenza di
-Mastino che già da più parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova
-e Treviso e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta che la
-Repubblica di Venezia pigliasse parte molto attiva ne’ fatti d’Italia,
-ogni suo studio essendo volto alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo
-una lunga guerra, benchè di gran mole quanto il secolo concedesse,
-non prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto a Mastino la
-signoria di Padova, e questi anche perduto Brescia; i Veneziani, cui
-bastava l’avere frenate le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed
-i Fiorentini bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di aversi
-meglio assicurata la possessione delle castella di Valdinievole e di
-quelle del Valdarno, che per l’addietro erano parte così dello Stato
-come della diocesi di Lucca, allorchè era questa città, insin dai
-tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè a capo della
-Toscana.
-
-D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica giorni tristi.
-Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta in Europa per le Crociate
-e pe’ commerci, entrò in Firenze la prima volta. E fu scritto vi
-perissero quindici mila persone; preludio a quello tanto maggiore e
-assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni dopo. Alla
-peste tenne dietro la carestia; ed in quel terrore volti gli animi
-a pietà, decretarono il richiamo d’alcuni sbanditi, e parte dei beni
-posti in comune restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano
-dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.[183] E in quello
-stesso anno Mastino avendo perduto Parma, la quale venne in potestà
-dei signori da Correggio, fece mercato co’ Fiorentini per la vendita
-di Lucca, poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città la
-via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini rifiutato
-quella compra per poca moneta; ora accettarono il trattato per
-dugentocinquanta mila fiorini d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra
-ogni cosa vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali loro,
-strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori di Lombardia; e
-insieme con essi rotta la guerra, si afforzarono presso alla stessa
-città di Lucca. Questa riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca
-gente; ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto d’arme, e
-inferiori per la qualità e per il numero dei soldati e mal serviti di
-capitano, si trovavano a mal partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma
-essendo da lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, tuttochè
-Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di Mastino, volgersi al Bavaro
-il quale era in quei giorni venuto a Trento. Si vidde allora ciò che
-importasse quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche diecine (chè
-altro non aveva) di cavalieri tedeschi: voleva però fosse in Toscana
-riconosciuto un vicario dell’Impero, il che era disfare e capovolgere
-ogni cosa; e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e
-ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro che tenevano
-depositato nei banchi di Firenze, talchè fallirono molte case, ed ai
-mercanti fiorentini mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato.
-Radunarono contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, ma di nessun
-frutto; dal che il nostro maggior cronista piglia occasione a rilevare
-come le guerre stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati
-son da condurre non da mandare al combattimento.[184] Aveva egli alle
-prime guerre che si facevano contro a’ Ghibellini veduto accorrere la
-città intera; e cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro
-Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio mancò il
-sangue cittadino benchè più scarso: piaceva adesso agli uomini delle
-botteghe restare a casa e far le spese ai soldati mercenari; del che
-avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. Le insegne imperiali
-venute nel campo guelfo non bastarono, e ai Fiorentini avvenne
-quello che più temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la
-possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette anni.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.]
-
-
-Le guerre esterne ed i mali pubblici che in città bene ordinata hanno
-virtù di unire gli animi, viepiù in Firenze gli dividevano, mancando
-quivi l’accumunarsi nella disciplina delle armi o negli uffici dello
-Stato; quelle fidate a mercenari, ed una parte dei cittadini essendo
-esclusi da ogni ingerenza che desse grado nella Repubblica. I grandi
-erano in Firenze anch’essi popolo quanto alle gravezze che più degli
-altri pagavano, ma battuti dalle leggi e dai magistrati popolani e
-dai giudici o rettori chiamati sempre ai loro danni; potenti però
-tuttavia per l’ampiezza delle possessioni o per l’antica autorità
-sopra gli uomini del contado, stretti per leghe e parentele co’ signori
-de’ castelli e in tutta Italia co’ baroni e co’ principi delle città
-che dipendevano dall’Imperatore.[185] Quindi era il popolo sempre
-in guardia, e le milizie cittadine bene ordinate e numerose, ognora
-pronte a quella guerra che sola amassero, contro a’ nobili; onde il
-sospetto cresceva sempre nei danni pubblici e bastava a fare insorgere
-questa guerra. In mezzo ai guasti di quel diluvio che fu nell’anno
-1333, i grandi avendo in forza loro il sesto d’Oltrarno e il solo
-ponte che rimanesse, temette il popolo qualche novità, e in mezzo a
-quelle devastazioni per poco stette non si venisse tra le due parti
-a civil battaglia. Nell’anno 1340 (e tristo a dire, cessato appena il
-flagello della peste), era in Firenze, oltre al Potestà e al Capitano
-del popolo e all’Esecutore, un Capitano della guardia o bargello creato
-di fresco a fare di quelle che le parti chiamano giustizie: era costui
-un malvagio uomo di quella casa dei Gabbrielli da Gubbio, d’onde altri
-uscirono a lui consimili strumenti agli odii cittadineschi, lasciando
-brutta celebrità. Aveva egli condannato per lievi cagioni uno dei Bardi
-e uno dei Frescobaldi, le due maggiori tra le famiglie grandi; le quali
-perciò si congiurarono tutte insieme e co’ Tarlati e gli Ubaldini ed i
-Pazzi di Valdarno e i Guazzalotri di Prato e i Belforti di Volterra e
-quanti erano in Toscana avversi agli ordini popolari. Nascevano Piero
-ed il vescovo Tarlati da una donna de’ Frescobaldi, i Pazzi tenevano
-case e amistà dentro a Firenze. Al primo annunzio della congiura la
-città fu in arme; e a que’ di fuori chiusa la via con la prestezza, ed
-avendo già forzata il popolo molta parte del sesto d’Oltrarno, erano
-i grandi in cattive strette, allorchè il Potestà, che era Maffeo da
-Ponte Carali da Brescia, francamente con sua compagnia passato il ponte
-Rubaconte, comunque ciò fosse con pericolo di sua persona, parlò ai
-congiurati con savie parole, e con cortesi minaccie gli condusse la
-notte sotto la sua sicurtà e guardia a partirsi di città; del che fu
-egli assai commendato. Si venne poi alle condanne; e perchè a procedere
-contra coloro che aderivano alla congiura ma non si erano scoperti,
-sarebbe stato troppo gran fascio, bastò avere condannato negli averi e
-nelle persone, oltre a pochi altri, presso che trenta delle maggiori
-due casate. Non erano tutti (per quel ch’io mi creda) congiunti di
-sangue, ma forse consorti, siccome dicevano allora, per carta, di
-cosiffatte consorterie essendo molto grande usanza, talchè mutavano i
-casati pigliando quello del più possente. Furono i palazzi di quelle
-famiglie messi in puntelli nella città e nel contado, e guasti infino
-a’ fondamenti; fu vietato a’ cittadini tenere castello che fosse meno
-di venti miglia lungi dai confini del contado o del distretto; posero,
-invece d’uno solo che era prima, due Capitani della guardia, che uno
-in città, l’altro nel contado: ordinarono che ogni popolano, il quale
-potesse, fosse armato di corazza e di barbuta alla fiamminga; furono
-in tutto più di seimila, e molte balestre. Ed a viemeglio fortificarsi,
-tolsero il bando agli sbanditi, solo che pagassero certa gabella; ma fu
-grande male recare in città molti rei uomini e malfattori.[186]
-
-Tuttociò era inteso a conservare lo Stato di quelli i quali teneano
-nelle loro mani la Repubblica, venuta allora a duro passo. Dal
-principio della guerra una Balìa di venti cittadini popolani fu
-istituita ad amministrarla con facoltà di levare tasse in quel
-modo che volessero, o fare guerra o pace o leghe, senza sindacato.
-Quest’era un porgli sopra le leggi; e in ciò si mostrava la mala
-costituzione della Repubblica fiorentina, ch’essa era ogni tratto
-costretta ricorrere a tali balìe o dittature fidate a molti; pessime
-sempre perchè in esse, tra gli altri vizi, entra il disordine che
-si ha in animo riparare. I Venti erano di quei popolani grassi, ai
-quali o ad alcuni tra essi appartenne quasi direi legittimamente
-per tutto il tempo della Repubblica il governo dello Stato, ma senza
-formare tra sè un ordine che avesse fermezza alcuna nè continuità, nè
-a’ grandi casi virtù bastante. Il Comune aveva dugentosessanta mila
-fiorini d’oro l’anno di rendita assisa (come la chiamavano), ed essi
-lo avevano indebitato verso i cittadini suoi di quattrocento mila
-fiorini. Sapevano essere diffamati per mal governo e baratterie, con
-l’accostarsi all’Imperatore aveano offeso la parte guelfa; e mercatanti
-com’essi erano, cercavan modo a rassicurare que’ loro amici napoletani
-che richiedevano i depositi. A queste loro difficoltà parve giungesse
-molto opportuno Gualtieri di Brienne duca d’Atene e conte di Lecce
-nella Puglia, ch’essendo già stato (come noi vedemmo) luogotenente pel
-duca di Calabria nella guerra di Castruccio, aveva lasciato di sè buon
-nome nella città: veniva da Napoli, ma non però di commissione del re
-Roberto, con bella compagnia di gente d’arme, a cercare sua fortuna.
-Era Gualtieri di grande sangue dei reali di Francia, e aveva ragioni
-nel regno di Cipro; di molta entrata ma bisognoso, piccolo e brutto
-e barbuto, scaltro e disleale, nutrito in Grecia più che in Francia.
-Grande favore godeva egli presso ai re della casa di Valois, e quindi
-ancora presso a’ pontefici che in Avignone dimoravano assai devoti a
-quella corte.
-
-Messi alle strette i Reggitori, e non trovando altro partito, prima
-lo elessero Conservatore del popolo e Capitano della guardia, poi
-gli diedero per un anno la capitaneria generale della guerra, e che
-potesse fare giustizia personale nella città e fuori. Ma egli veggendo
-la città divisa, e fatto cupido di maggiori cose, cominciò tosto a
-praticare intelligenze co’ grandi che di continuo cercavano rompere
-gli ordini del popolo; a’ quali si aggiunsero anche di quei grossi
-popolani i cui banchi erano in fallimento, e non potendo del proprio,
-si confidavano di quel d’altri pagare i loro debiti. Da costoro era
-il Duca visitato segretamente in Santa Croce, dove egli aveva preso
-dimora, e da essi molto sollecitato: quindi per darsi riputazione di
-severo e di giusto, e per quella via accrescersi grazia nella plebe,
-quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. Fece
-ad un Medici e ad un Altoviti mozzare il capo; condannò a morte uno
-dei Ricci e uno degli Oricellai (così chiamati da una tinta gialla di
-cui tingevano i loro drappi), a’ quali dipoi fece grazia della vita.
-Erano quattro delle maggiori famiglie uscite di mezzo al popolo,
-e assai potenti di parentadi e di ricchezze: i falli apposti ai
-condannati non avean prove a sufficienza, ed essi chiari per gli alti
-uffici esercitati nella Repubblica, tenuto avendo anche più volte il
-Gonfalonierato e alcuni essendo stati dei Venti.[187] A questo modo
-si rendeva egli nella città molto ridottato; ma i grandi ed il popolo
-minuto, soliti essere soverchiati dalla prepotenza dei mezzani, a quei
-fatti molto applaudivano; e quando il Duca cavalcava per la città, la
-plebe gridava Viva il Signore; quasi in ogni canto e palagio di Firenze
-aveano dipinto l’arme sua, gli uni per avere da lui favore, gli altri
-per tema. Quindi parendogli ogni cosa poter tentare sicuramente, fece
-intendere ai Priori che per il bene della città giudicava necessario
-gli fosse data signoria libera: ma essi, co’ Dodici buonuomini, e i
-Gonfalonieri delle compagnie e i Consiglieri, in nulla guisa vollero
-acconsentire di sottomettere la libertà della Repubblica di Firenze
-sotto giogo di signoria a vita; il che non fu mai acconsentito nè ad
-imperatore nè al re Carlo nè ad alcuno suo discendente. Il Duca allora,
-che si fidava sopra l’aiuto de’ grandi e il favore della plebe, fece
-pubblicare per la città che nell’indomani egli farebbe parlamento sulla
-piazza di Santa Croce, per il bene del Comune. Al quale annunzio i
-Priori ed i principali dei Consigli essendo entrati in grande sospetto,
-andarono a sera tarda in Santa Croce, per quivi trattare d’accordi col
-Duca. Una parte della notte si consumò in discorsi, ed alla fine rimase
-conchiuso che la Signoria sarebbe a lui data per un anno con quella
-stessa giurisdizione ch’ebbe il Duca di Calabria; il quale accordo si
-fermò per vallati e pubblici strumenti, avendo il Duca sacramentato
-conserverebbe il popolo in sua libertà e l’ufficio de’ Priori e gli
-Ordini della giustizia.
-
-La mattina che fu il dì 8 di settembre 1342 il Duca fece armare la
-sua gente, circa a centoventi uomini a cavallo, e aveva in Firenze da
-trecento de’ suoi fanti, e quasi tutti i grandi gli erano a’ fianchi:
-Giovanni Della Tosa ed i suoi consorti erano a cavallo insieme con
-gli altri con le armi coperte, e l’accompagnarono da Santa Croce alla
-piazza de’ Priori. La Signoria scese di palazzo, ed essendosi posti a
-sedere col Duca in sulla ringhiera, uno dei Priori avea cominciato a
-parlare, alloraquando la plebe ed alcune masnade di quelle venute co’
-grandi l’interruppero gridando: _che sia la Signoria del Duca a vita,
-che il Duca sia nostro Signore!_ I grandi allora presolo a un tratto
-tra le loro braccia, lo condussero al Palagio; e perchè questo era
-serrato, forzando la porta, misero il Duca in Palagio ed in signoria,
-cacciando vilmente i Priori nella sala delle Armi. Quindi per alcuni
-dei grandi fu tolto via il Gonfalone, e il libro degli Ordini della
-giustizia stracciato, e poste le bandiere del Duca in sulla torre, e
-suonate le campane a Dio laudiamo: il Potestà e il Capitano del popolo
-assentirono al tradimento. Due giorni dopo si fece il Duca confermare
-signore a vita per gli opportuni Consigli; e mise i Priori fuori del
-Palagio in una casa privata con poca guardia, levando loro ogni ufficio
-ed autorità, senza rifare il Gonfaloniere: tolse le armi a tutti
-quei cittadini, qualunque si fossero, i quali avevano privilegio di
-portarle. Otto dì poi fece il Duca grande festa e solennità a Santa
-Croce, ed il vescovo Acciaiuoli sermonando commendava innanzi al
-popolo le magnificenze del nuovo signore. Per tale modo il Duca d’Atene
-usurpava il principato. Poco dipoi Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa,
-e fuor del dominio della città di Firenze San Gimignano e Volterra, se
-gli diedero in potestà. Raccoglieva egli intorno a sè tutti i Francesi
-e Borgognoni ch’erano in Italia, dei quali ebbe tosto più di 800, e
-molti de’ suoi parenti ed amici vennero di Francia. «Recarono questi
-in Firenze nuove foggie di vestire, che anticamente era il più bello e
-nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati romani;
-ora pigliarono i giovani una cotta ovvero gonnella corta e stretta,
-che non si poteano vestire senza l’aiuto altrui, e una correggia come
-cigna di cavallo con isfoggiata scarsella alla tedesca dinanzi, e il
-becchetto del cappuccio lungo insino in terra per avvolgerlo al capo
-per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme; e
-i cavalieri vestiti d’uno sorcotto ovvero guarnacca stretta, e le punte
-dei manicottoli lunghe infino a terra, foderati di vaio e ermellini,
-come per natura siamo disposti noi vani cittadini a contraffare gli
-stranii oltre al modo d’ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto
-e a vanitade.» Trascrivo parole del vecchio cronista, il quale narra
-pure, come i fatti del Duca d’Atene essendo rapportati al re di Francia
-Filippo VI di Valois, dicesse questi a’ suoi baroni: _Albergé il est
-le pélerin, mais il y a mauvais hostel_.[188] Il re Roberto scrisse al
-Duca ammonendolo stesse col popolo e conservasse gli ordini popolari,
-senza di che gli vaticinava non manterrebbe lo stato suo a lungo tempo
-nella città.
-
-Il Duca dipoi fece la pace co’ Pisani, i quali dovessero tenere
-Lucca per quindici anni, con altri patti che riuscirono poco graditi
-ai Fiorentini. A’ 15 ottobre creò in Firenze nuovi Priori, senza
-Gonfaloniere; i più, artefici minuti e mischiati di quegli, che i loro
-antichi erano stati Ghibellini: ad essi diede un gonfalone tripartito,
-dov’era l’arme del Duca in mezzo tra l’insegna del Comune e quella
-del Popolo, e sopra il rastrello dell’arme del re. Con che egli venne
-a scontentare tutti gli ordini della città; e i grandi, che prima
-lo avevano fatto signore perch’egli in tutto annullasse il popolo,
-se ne turbarono forte, massime quando egli ebbe fatto condannare uno
-dei Bardi, il quale aveva stretto la gola ad un suo vicino popolano
-che gli diceva villania. Cassò l’ufficio dei Gonfalonieri delle
-compagnie e ogni altro pel quale fosse la plebe sotto l’autorità dei
-popolani di maggior conto; il Duca reggendosi co’ beccai, vinattieri
-e scardassieri, ad essi dando consoli e rettori al loro volere, e
-disfacendo gli ordinamenti delle Arti, pei quali solevano avere regola
-i salari; in che era il forte della contesa tra il grasso popolo e il
-minuto. Fece torre ai cittadini anche le balestre grosse; ed al Palagio
-del popolo fece nuove antiporte, e ferrare le finestre della sala di
-sotto, dove si faceva il Consiglio; e volle comprendere intorno al
-Palagio un grande circuito di grosse mura e torri e barbacani, per fare
-col Palagio insieme un grande e forte castello, il quale egli cominciò
-a fondare; lasciando il lavorìo d’edificare il Ponte Vecchio, ch’era di
-tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce
-e legname: disfece le case, ed anche volle disfare le chiese ch’erano
-dentro a quel compreso per fare piazza, e altre belle case tolse ai
-cittadini, mettendovi dentro di suoi baroni e di sua gente. Di donne
-e di donzelle de’ cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a
-fare violenze e molto laide cose; infra le altre, per cagione di donna
-tolse Sant’Eusebio a’ poveri di Cristo che era alla guardia dell’Arte
-di Calimala, e lo diè altrui illicitamente. Levò a’ cittadini gli
-assegnamenti fatti loro sopra le gabelle per i danari ch’essi avevano
-dovuto prestare per forza a tempo delle guerre di Lombardia e di Lucca,
-ch’erano più di trecentocinquanta mila fiorini d’oro assegnati in più
-anni con alcuno guiderdone; e questo fu grande male e rompimento di
-fede, e molti ne furono diserti. Fermò le paghe dovute a Mastino della
-Scala per la matta compera di Lucca, talchè gli statichi ne rimasero
-due anni poi in Verona, e la Repubblica restaurata, per liberarli,
-dovette pagare centotto mila fiorini d’oro. Recò a sè tutte le gabelle
-che andavano a più di dugento mila fiorini, senza l’altre entrate e
-gravezze: fece fare l’estimo in città ed in contado, e fecelo pagare,
-che montò a più di ottanta mila fiorini; onde i grandi e popolani e
-contadini, che vivevano di loro rendite, se ne teneano forte gravati,
-siccome erano i cittadini di continuo con le prestanze; e fece creare
-nuove e sformate gabelle. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch’egli
-regnò signore, gli vennero alle mani quattrocento mila fiorini d’oro
-solo di Firenze, dei quali mandò tra in Francia e in Puglia più di
-fiorini dugento mila; perocchè in tutte le terre signoreggiate da
-lui non teneva più di ottocento cavalieri, e quegli pagava male, che
-al bisogno della sua ruina se n’avvidde. Costrinse i mallevadori di
-quello degli Oricellai o Rucellai, del quale sopra abbiamo detto, a
-farlo tornare con sua securtà dal confine dov’egli era stato mandato a
-Perugia; ma non serbandogli fede, lo fece impiccare con una catena al
-collo, acciocchè non potesse essere spiccato, e tolse ai mallevadori
-cinque mila quattrocentoquindici fiorini d’oro, opponendo che il
-Rucellai gli avea frodati al Comune in Lucca; i beni di quella famiglia
-confiscò a sè. Creò nel contado sei potestà con grande balìa di poter
-fare giustizia, e grossi salari: i più furono delle case de’ grandi,
-e di quelli che erano stati ribelli e rimessi in Firenze di poco: la
-qual nuova potestà molto dispiacque a’ cittadini, e più a’ contadini
-che portavano la spesa e la gravezza. Crudeli e sconce giustizie faceva
-contro a’ cittadini, e due ne mise a morte barbaramente perchè gli
-avevano rivelato trattati o congiure fatte contro lui, ma egli credette
-che lo dicessero per inganno.
-
-Potestà era per il Duca messer Baglione dei Baglioni da Perugia, e
-Conservatore Guglielmo d’Assisi; Simone da Norcia giudice sopra il
-rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che
-condannava per baratteria: di suo consiglio erano il Giudice di Lecce
-ed il Vescovo d’Assisi fratello del Conservatore, il Vescovo d’Arezzo
-degli Ubertini, e un Tarlati da Pietramala, il Vescovo di Pistoia e
-quello di Volterra, e messer Ottaviano de’ Belforti; ma questi erano
-d’apparenza, tenuti da lui per sicurtà delle loro terre. Co’ cittadini
-aveva di rado consiglio; i Priori erano in nome, ma non in fatto;
-le sue lettere sottoscriveva _dux et dominus Florentinorum_;[189]
-ed egli poi si ristrigneva con messer Baglione, e il Conservatore,
-e Cerrettieri de’ Visdomini fiorentino di casa di grandi, uomini
-corrotti in ogni vizio a sua maniera. Teneva giostre in sulla piazza
-di Santa Croce, ma pochi grandi e popolani vi giostrarono; fece
-sei brigate di gente del popolo minuto, del quale cercava recarsi
-l’amore, ma poco gli valse. La festa di san Giovanni, fece fare alle
-Arti al modo antico, senza gonfaloni; e la mattina della festa, oltre
-a’ ceri usati delle castella del Comune ch’erano da venti, ebbe da
-venticinque drappi, ovvero palii ad oro, e sparvieri e astori per
-omaggio d’Arezzo, Pistoia, Volterra, e da San Gimignano e da Colle, e
-da tutti i Conti Guidi e da Mangona e da Cerbaia e da Monte Carelli
-e da Pontormo, e dagli Ubertini e dai Pazzi di Valdarno e da ogni
-baroncello o conticello d’attorno e dagli Ubaldini. A’ 2 di luglio il
-Duca fermò lega e taglia con Mastino della Scala e co’ Marchesi da Este
-e col signore di Bologna: e prima l’aveva fatta coi Pisani, la quale
-molto dispiacque a’ Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi, e poco si
-osservò; perchè non era piacevol mischiato nè buona compagnia, dice il
-Villani; del quale abbiamo sin qui pigliate in prestito molte parole,
-come sovente facciamo, perchè l’istoria di Firenze verrebbe ad essere
-conosciuta male quando gli storici non si conoscessero.
-
-Era in Firenze un antico proverbio, il quale diceva: «Firenze non si
-muove se tutta non si duole.» Non ebbe ancora il Duca regnato tre mesi,
-e tutti gli ordini della città a lui si erano nimicati; i grandi per
-non avere riavuto lo Stato, ed i grossi popolani perchè lo avevano
-perduto, ed i mezzani e minuti artefici perchè il mal governo aveva
-fatto cessare i guadagni. S’aggiungevano poi le insolenze di signoria
-francese, gli oltraggi alle donne, e le rapine e crudeltà; cosicchè ad
-un tratto più congiure si formarono contro al Duca, tutti correndo allo
-stesso fine celatamente per vie diverse. Dell’una era capo il vescovo
-Acciaiuoli, quel medesimo che prima avevalo magnificato nelle sue
-prediche; e con lui erano i Bardi e i Frescobaldi e altri de’ grandi
-stati rimessi dal Duca, e le famiglie dei popolani i quali, a fine di
-racconciare loro private fortune, a lui si erano accostati. Avevano
-essi trattato coi Pisani ed altri di fuori per assalirlo in Palagio;
-ma egli si provvidde col mutare due volte le guardie e crescere le
-difese, talchè il fatto andava in lungo. Una seconda congiura, nella
-quale erano i Donati e i Pazzi ed i Cerchi, voleva porgli le mani
-addosso quando egli andasse in casa degli Albizzi a veder correre il
-Palio; ma per sospetto non vi andò. Nella terza si accoglievano in
-maggior numero di quei popolani che più erano stati offesi, tra’ quali
-i Medici ed i Rucellai; ma innanzi a tutti un Antonio degli Adimari
-di casa i grandi. Era questa la congiura più vasta e possente e pronta
-alle opere: se non che un masnadiere senese comunicava la cosa ad uno
-de’ Brunelleschi, non per iscoprirla, ma per credere che egli fosse uno
-de’ congiurati; ed il Brunelleschi, per non essere incolpato, la rivelò
-al Duca, e a lui condusse il masnadiere: onde che altri furono presi e
-infine richiesto lo stesso Antonio degli Adimari; il quale, tenendosi
-sicuro per la grandezza sua, comparve in Palagio, dove anch’egli fu
-ritenuto. Il che saputosi, molti altri dei principali di ogni sètta
-o si nascosero o fuggirono, e la città era in tremore. Ma il Duca
-trovando la congiura contro a lui sì grande, ed egli essendo uomo di
-piccola levatura e poca fermezza, non sapeva che si fare; ed anzichè
-correre la terra con la sua gente e col favore del popolazzo minuto,
-indugiò aspettando altre masnade di fuori e trecento cavalieri che a
-lui mandava da Bologna Taddeo de’ Peppoli signore o tiranno di quella
-città. S’appigliò intanto ad un partito, il quale fu a lui cagione
-ultima di ruina. Fece richiedere trecento dei principali cittadini,
-sotto colore di volersi nei casi presenti consultare seco loro, e mandò
-fuori i suoi sergenti per la città con le liste, nelle quali erano
-compresi molti ancora dei congiurati. Ma la cattura dell’Adimari, ed
-il sapersi delle masnade che il Duca aspettava, posero grande sospetto
-negli animi dei cittadini; corse gran voce e dipoi fu scritto che egli
-volesse, una volta che tutti fossero in Palagio, assicurarsi di loro
-o con la morte o in altro modo, e disertare la città per indi averla
-a discrezione. Talchè i richiesti, comunicando gli uni agli altri il
-sospetto, tutti negarono ubbidire; e scoprendosi l’una sètta all’altra,
-di grande accordo, e diponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza,
-deliberarono levarsi in arme contro al Duca.
-
-Venuto dunque il dì seguente, che era sabato 26 luglio 1343, giorno
-di sant’Anna, all’ora di nona quando erano usciti i lavoranti dalle
-botteghe, certi ribaldi e fanti in Mercato vecchio, com’era ordinato,
-s’azzuffarono insieme gridando All’arme all’arme; e incontanente tutti
-i cittadini corsero a sgombrare i cari luoghi, e s’armarono traendo
-ciascuno a sua contrada e vicinanza, mettendo fuori le bandiere di
-cheto rifatte con le armi del Popolo, e gridando _Muoia il Duca e i
-suoi seguaci, Viva il Popolo e il Comune e la Libertà!_ E di presente
-fu asserragliata la città a ogni capo di via: e quegli d’oltrarno
-grandi e popolani si giurarono insieme e si baciarono in bocca, facendo
-sbarre ai capi de’ ponti con intenzione, se tutta l’altra terra di qua
-dall’acqua si perdesse, di tenersi francamente nel sesto di là; prima
-avevano mandato chiedendo aiuti ai popoli circonvicini. La gente del
-Duca, sentendo il romore, montò a cavallo; e chi potè fare in tempo,
-corsero alla piazza del popolo in numero di trecento; furono gli
-altri presi, o morti o feriti per gli alberghi e per le vie, e rubati
-i cavalli e le armi. Uguccione de’ Buondelmonti ed i suoi consorti,
-i Cavalcanti ed alcuni altri di case di grandi, con dei beccai e
-scardassieri, andavano verso il Palagio gridando _Viva il Signore lo
-Duca_; Giannozzo de’ Cavalcanti, montato sopra un desco da tavernai,
-gridava al popolo che traeva in piazza: _Non andate, chè voi sarete
-tutti morti_: ma visto ch’ebbero come il fatto andava, se ne tornarono
-a casa o seguitarono il popolo, eccetto Uguccione rimasto poi nel
-Palagio insieme co’ Priori delle arti, che ivi si erano rifuggiti.
-Quelli del popolo, occupate le bocche delle vie che vanno in piazza,
-e quelle sbarrate, si combatterono lungamente con la gente armata del
-Duca, finchè la sera medesima non furono questi costretti a fuggirsi
-dentro il compreso del Palagio, lasciando fuori i cavalli. Amerigo
-Donati e più altri, co’ loro parenti o amici, assalirono allora le
-carceri delle Stinche con tanto vigore che, aiutati dai rinchiusi,
-gli ebbero tutti liberati; e con quell’impeto avviatisi al palagio
-del Potestà, lo combatterono; insinchè essendosi il Potestà fuggito
-con grande paura, fu quel palagio saccheggiato, le carte bruciate, la
-prigione aperta: ruppero poi la camera del Comune ed arsero i libri
-dov’erano scritti i banditi ed i ribelli; e similmente quelli degli
-atti della Mercatanzia: altre violenze non si fecero, se non contro la
-gente del Duca. Allora quelli d’oltrarno, avendo aperte le sbarre dei
-ponti, valicarono di qua dall’acqua a piedi e a cavallo, e insieme con
-gli altri, fatti levare i serragli delle vie maestre, liberamente e da
-più lati e con le insegne del popolo alzate, e grida e plausi, mossero
-tutti per la città verso il Palagio. Erano più di mille a cavallo, e a
-piè diecimila cittadini armati a corazze e barbute come cavalieri; «il
-quale popolo fu molto nobile a vedere così possente ed unito.»
-
-Il Duca assalito così fieramente, e non avendo in Palagio che
-quattrocento uomini, e quasi altro che biscotto, aceto e acqua, tardi
-cercando guadagnarsi la grazia del popolo, la domenica mattina creò
-cavaliere Antonio degli Adimari, che non voleva saperne; e poi lasciato
-lui e gli altri i quali erano in custodia, fece levare le insegne sue
-di sopra il Palagio, e porvi quelle del Popolo; ma non per questo cessò
-l’assedio. La domenica notte giunse il soccorso dei Senesi, trecento
-cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente, e con loro sei
-grandi popolani Senesi per ambasciatori. San Miniato inviò dugento
-fanti ben armati, e Prato cinquecento. Il conte Simone, ch’era dei
-Guidi da Battifolle, ne condusse quattrocento; e il dì seguente venne
-grandissima quantità di contadini bene armati, di modo che la città
-si trovò piena di gente del contado e di cittadini in arme. Da Pisa
-venivano cinquecento cavalieri; ma perchè essi erano stati richiesti
-dai grandi senza il consenso del Comune, ne fece il popolo grande
-mormorio e il Comune gli rimandò; furono assaliti, nel tornarsi, da
-quelli d’Empoli e di Montelupo e di Pontormo e di Capraia, e presi e
-morti più di cento.
-
-Il Vescovo intanto e altri popolani fecero bandire parlamento, e
-congregati in Santa Reparata il lunedì seguente, tutti in arme, di
-grande accordo elessero quattordici cittadini, sette grandi e sette
-popolani, con grande balìa di riformare la città e fare ufficiali e
-leggi e statuti; e a far le veci del Potestà deputarono tre cittadini
-grandi e tre popolani, i quali tenessero ragione sommaria delle
-violenze e ruberie, ma non avessero altro ufficio. Nè in questo mezzo
-il popolo si ristava dal combattere il Palagio e andare cercando gli
-ufficiali del Duca; e quanti poterono per la città rinvenire, o celati
-nelle case o che fuggivano travestiti, erano uccisi a furore, ed i
-fanciulli trascinavano i corpi ignudi per la città. I Quattordici ed
-il Vescovo e gli ambasciatori senesi e il conte Simone si cercavano
-intromettere e fare accordi col Duca, al quale fine alcuni di loro
-a parte a parte si vedevano entrare ed uscire dal Palagio, benchè
-poco piacesse al popolo; nè assentiva questi alcuna concordia, se non
-avesse nelle mani il Conservatore Guglielmo d’Assisi ed il figliuolo,
-e Cerrettieri dei Visdomini, per farne vendetta. Ciò il Duca negava,
-ma infine minacciato dai Borgognoni i quali erano rinchiusi seco,
-si lasciò sforzare. «Appariscono (dice il Machiavelli) gli sdegni
-maggiori quando si ricupera una libertà che quando si difende.» Il
-primo d’agosto in sull’ora della cena i Borgognoni pinsero fuori
-della porta del Palagio, in mano dell’arrabbiato popolo, il figliuolo
-del Conservatore, giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno
-dolorosamente; e quei furiosi lo tagliarono e smembrarono in minuti
-pezzi nella presenza del padre; il quale, pinto fuori anch’egli, ebbe
-lo stesso governo; e chi ne portava un pezzo in sulla lancia e chi
-in sulla spada per la città; e vi ebbero de’ sì crudeli e bestiali
-i quali si dissero avere mangiato le carni crude di quei miseri. Il
-che fu scampo del Visdomini, che doveva essere il terzo; ma saziati i
-suoi nemici non lo addomandarono, e si fuggiva poi di città. Il Duca
-si arrese quel giorno medesimo, e cedè il Palagio, salve le persone,
-rinunziando ogni signoria o ragione che avesse egli nella città, e
-a cautela promettendo ratificare ciò quando fosse fuori del contado
-e distretto di Firenze. Rimase però tre altri giorni per paura; e
-quando il popolo fu racquetato, uscì di Palagio accompagnato dalla
-gente dei Senesi, dal conte Simone e da taluni dei maggiori cittadini
-grandi e popolani, datigli a guardia dai reggitori. Giunto a Poppi,
-ch’era la principale terra dei conti Guidi, ratificò male a grado la
-promessa; quindi per Bologna andò a Venezia, ed ivi noleggiate due
-galere, si tornò in Puglia. Partito il Duca, si disfecero i serragli,
-s’apersero le botteghe; e i Quattordici cassarono gli atti del Duca,
-salvo le paci da lui fatte tra’ cittadini, che fu (come scrivono) la
-sola buona cosa ch’egli facesse: anche gli posero taglia addosso, del
-che ebbero poi grave dissidio coi re di Francia; e lo fecero dipingere
-vituperosamente, lui ed i suoi satelliti, nella Torre del palagio del
-Potestà. Ordinarono che il giorno di sant’Anna fosse come pasqua; e
-anche oggi si veggono appese in quel dì le bandiere delle Arti in giro
-attorno al bell’edificio il quale ha nome di Or San Michele.[190]
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.]
-
-
-Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si ribellarono;
-Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e disfecero i castelli che
-i Fiorentini aveano fatti, Volterra tornò in signoria dei Belforti,
-e Castiglione Aretino di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono
-l’esempio presso che tutte le altre maggiori terre del dominio della
-città di Firenze. E come agli oppressi di fuori era stata l’occasione
-buona, così anche parve essere a quelli di dentro: chiedeano i
-grandi avere parte negli uffici, poichè erano stati insieme con
-gli altri a racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi
-popolani, o, come dicevano in Firenze, le _Famiglie_, alcune delle
-quali avevano tenuto in mano lo Stato e si credevano ripigliarlo con
-l’appoggio allora dei grandi, coi quali avevano molte parentele: gli
-altri artefici ed il popolo minuto sarebbero stati contenti che i
-grandi avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato e dei
-Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti ragionamenti «che
-parvero trattati;» perchè ogni qualità di cittadini faceva parte
-da sè: ma infine per mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi
-ottennero i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè il numero
-dei priori pareva scarso a mettervi i grandi, e i Sesti erano mal
-divisi; quelli d’Oltrarno e di San Piero Scheraggio tra loro due soli
-pagando oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero
-la città in Quartieri, e insieme il contado che si partiva, come
-sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando ciascun Piviere o Comune al
-quartiere che guardava a quella parte della campagna, e facendo nuova
-descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo portava
-la novella partizione.[191] Dopo di che il Vescovo ed i Quattordici
-elessero diciassette cittadini popolani e otto grandi per quartiere,
-che insieme con loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali
-cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono fossero
-dodici Priori; chè tre per quartiere, uno dei grandi e due popolani;
-e otto Consiglieri, metà grandi e metà popolani, che deliberassero le
-cose gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; e gli altri
-uffici a mezzo co’ grandi.[192]
-
-Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la terra che Manno Donati
-uomo armigero, ed altri caporali di case possenti, doveano essere dei
-Priori: onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se non che
-udendo gli eletti essere uomini pacifici, si acquetava per allora.
-Ma gli Ordini della giustizia non essendo riformati, e per l’appoggio
-che avevano i grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze
-ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè bastava loro
-avere mezzi gli uffici sebbene fossero mille soli ed i popolani venti
-mila, e mal sostenevano la compagnia degli artefici: dall’altra banda
-ai popolani grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di loro, che
-non da più e di maggior grado. La città si commoveva di bel nuovo col
-favore di quell’Antonio degli Adimari chè primo insorse contro il Duca,
-e di Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano dal popolo
-stati fatti cavalieri. Per il che furono essi col Vescovo, il quale
-era buono uomo ma di poca fermezza, e lo persuasero s’accordasse a che
-i grandi fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi udendo il
-partito che si voleva porre innanzi, e chiamando il Vescovo traditore,
-si cominciarono a fornire d’armi e di genti e a mandare fuori per
-aiuti. Sentendosi ciò per la città, molti popolani armati vennero in
-piazza gridando ai Priori popolani: _gittate dalle finestre, gittate
-dalle finestre i Priori de’ grandi, o noi vi arderemo in Palagio con
-loro insieme_. E recata la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’
-Priori popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; talchè
-alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, convenne a’
-Priori grandi uscir di Palagio accompagnati alle case loro sotto
-scorta con grande paura. Partiti i quali, i Priori rimasti in numero
-di otto, condussero a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero
-il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado uno dei Priori
-popolani, ed il Consiglio del popolo formarono da settantacinque uomini
-per quartiere, con gli altri uffici poco mutati da quel che solevano
-essere innanzi alla signoria del Duca.
-
-In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e la plebe sollevata,
-cadde in pensiero ad un Andrea Strozzi, grosso popolano di molta
-ricchezza, farsi padrone della città. Vendeva egli il grano alle case
-sue a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; forse da
-principio a solo studio di popolarità; ma poi cresciutogli il favore,
-e come era egli naturalmente vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose.
-Tantochè un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a cavallo e
-andò per la città raunando intorno a sè ribaldi e scardassieri e minuta
-gente; nè prima fu in piazza, ch’erano forse quattro mila gridando:
-_Viva il popolo minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso_;
-facendo mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, benchè
-molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea gli ammonissero andarsi
-con Dio, se dal Palagio non erano cacciati con pietre e balestre, onde
-alcuno fu morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa
-prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per le preghiere
-dei vicini e tra per la forza, e dicendo: Noi andiamo dietro ad un
-pazzo, cominciò la folla a diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto
-dei parenti, ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che
-nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio in quel conato
-di signoria, che pare somigli di tutto punto questo d’Andrea Strozzi,
-essendo anche presso che eguali le condizioni delle due città.
-
-I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l grasso e il minuto
-popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano la plebe, più che mai
-afforzandosi ne’ serragli, e mettendo dentro sbanditi e contadini
-ed altra gente in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di
-Lombardia. Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido da Siena,
-e alcune milizie da Perugia; il popolo si armava e metteva sbarre: il
-che alla plebe, che stava pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed
-al dividere così le forze dei popolani: la città era tutta in arme
-e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che stavano per
-il Comune erano più forti, avendo il Palagio e la campana e le porte
-della città, salvo quella di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè
-la forza dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, se
-a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi aspettavano
-dalla parte ghibellina. Stando così tutti in arme ed in gelosia, il
-popolo del quartiere di San Giovanni, del quale si fecero capi i Medici
-e i Rondinelli, senza ordine di comune, il dopo desinare del dì 24 di
-settembre in numero forse di mille uomini assalirono le torri e case
-di quei degli Adimari i quali erano chiamati Cavicciuli; e cominciato
-l’assalto e crescendo di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli
-veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si accordarono, e
-patteggiati si arrenderono, consentendo che fossero poste su’ loro
-palagi le bandiere dell’arme del Popolo, senza ricevere altro danno per
-amore dei loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i Pazzi
-ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati dalla massa dei
-popolani che sempre ingrossava, non fecero resistenza venendo a patti;
-dimodochè tutta la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve
-fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, e tutta
-in mano dei popolani.
-
-Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più grossa e compatta
-dei grandi d’oltrarno, dei quali erano principali i Bardi ed i Rossi
-ed i Mannelli e i Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano
-di là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza di case del
-popolo, e che erano di minor possa, ben tosto cederono: e il popolo
-vittorioso, passato il ponte alla Carraia, si volse tutto ad assalire
-le case dei Frescobaldi, alle quali era stato loro aperto il passo dai
-Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. Al quale
-assalto i Frescobaldi sè conoscendo essere impotenti, si rifuggirono
-alle case loro chiedendo con le braccia in croce mercè al popolo,
-che gli ricevette senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero il
-somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più volte erano quei
-del popolo stati fieramente ributtati, sì forti erano le torri dei
-Mannelli al ponte Vecchio ed altre di là bene armate di bertesche, ma
-soprattutte la possa dei Bardi molto valida di gente e di serragli e
-di fortezze; insinchè per una via che da pochi anni era stata fatta
-non senza disegno, e che per le case dei Pitti girava alla porta di San
-Giorgio, non venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro
-le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti sì aspramente
-combattere, cominciarono ad abbandonare i loro serragli; e questi
-essendo dopo contrasto lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di
-un conestabile tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi
-alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di quelli da Panzano che per
-loro proprio scampo si erano messi col popolo, da essi furono ricevuti,
-poi trafugati fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino
-alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi con tale rapina
-che era a vedere rabbiosa cosa; dove ciascuno trovò che tôrre, e chi
-avesse voluto frenare il popolo, era il primo rubato e morto: grande
-fatica fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero fuoco ed
-arsero ventidue tra palagi e case grandi e ricche: il danno che i Bardi
-ebbero tra rapine ed arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini
-d’oro. Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini presso
-alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare contro alle case dei
-Visdomini e quelle rubare per compiere la vendetta contro a messer
-Cerrettieri: ma in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle
-case dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che informato
-il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie e buona gente a piè ed
-a cavallo, portando ceppi e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e
-mani ai malfattori; gli altri furono messi in fuga.
-
-Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta la plebe, il
-popolo montò in grande stato e baldanza, e specialmente i mediani
-ed artefici minuti; chè allora il reggimento della città rimase alle
-ventuna Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la terra: e
-col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini e del conte Simone
-da Battifolle che aveva in quei fatti prestata opera eccellente,
-celebrarono in casa i Priori uno squittinio, al quale intervennero
-duecentosei de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, o
-ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi nella balía col
-nome d’aggiunti o, come dicevano, d’arruoti: furono da essi posti a
-partito tremila trecento quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo
-da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni due mesi degli
-ufficiali. Ordinarono che fossero otto i Priori, due per quartiere,
-e un Gonfaloniere di giustizia; che de’ Priori fossero due popolani
-grassi, e tre dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si
-mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità d’uomini. Si trovò
-poi che degli artefici minuti erano più che non fosse l’ordine dato;
-il che addivenne perchè i collegi degli artefici erano stati nello
-squittinio più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo e
-il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze veduto mutare quattro
-reggimenti: e la breve tirannia del Duca d’Atene e le susseguenti
-rivolture questo produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse
-venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo via via di molto
-il numero dei nuovi uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado
-e acquistavano cittadinanza, «Piaccia a Dio (scrive il buon Villani)
-che sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi
-fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore e di carità tra loro, e
-pieni d’inganni e di tradimenti; ed è rimasta questa maledetta arte
-in Firenze, in quelli che ne sono rettori, di promettere bene e fare
-il contrario, se non sono provveduti o di grandi prieghi o di grande
-utile.[193]» In altro luogo conchiude: «ch’erano male retti dai nobili
-e peggio dai popolani.»
-
-Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero affatto esclusi da
-quelli uffici nei quali era il governo dello Stato: sedeano bensì nel
-Consiglio del Comune, potevano essere dei Cinque della mercanzia,
-siccome più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata una
-Balía per la condotta d’una guerra o di altro negozio di gran momento,
-era costumanza di porvi almeno uno dei grandi, che in certi casi
-andavano anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di Parte
-guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al Comune. Rinnovarono
-al tempo stesso anche i penali Ordinamenti della giustizia contro
-a’ grandi, i quali erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in
-questo solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore tutta la
-casa e schiatta di lui era tenuta pagare al Comune lire tremila, ora
-si corresse che i soli parenti fino al terzo grado fossero tenuti,
-ma riavendo il danaro quando rendessero preso il malfattore o lo
-uccidessero. Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di grandi
-furono per sospetti mandati chi in qua chi in là a confine: a molti,
-che avevano pigliato servigi co’ signori di Lombardia o ch’erano andati
-cercando fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero dentro al
-termine di due mesi sotto pena di ribelli. I libri dei ribelli essendo
-stati arsi, vennero fatte le nuove liste dove alcuni furono aggiunti,
-ed altri rimessi in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati
-per antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, furono ad
-essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. I grandi rimasti si
-ritrassero la maggior parte in contado alle loro possessioni, quivi
-tenendosi quieti quanto potevano maggiormente. Furono poi levati dal
-novero de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, uomini
-della città e del contado, o per la grazia che si avessero acquistata
-appresso al popolo, o più sovente perchè le case loro fossero venute
-in depressione da non temerne;[194] e nel contado non pochi, tuttochè
-avessero sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione di
-lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi grandi fatti
-di popolo essere per cinque anni nè de’ Priori, nè de’ Dodici, nè
-Gonfalonieri di compagnie, nè capitani delle Leghe del contado. E se
-alcuno dentro dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani,
-fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di quelli che furon fatti
-di popolo, e vollero essere veramente popolani, mutarono i loro casati,
-a ciò astretti, o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi
-quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, ebbe rimesso
-in istato quelli che prima erano abbassati.
-
-Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte dei grandi, scaduta
-prima e dimezzata con la oppressione dei Ghibellini, i quali serbavano
-con più costanza e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata
-un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo perduto con la
-morte di Corso Donati il solo braccio che fosse atto a sorreggerla
-tantoch’ella mantenesse il grado suo nella Repubblica. Veramente le
-famiglie che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto è
-lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si erano aggregate
-alla nobiltà quando era prossima a cadere, cresciute essendo pei
-commerci:[195] di tali uomini si poteva costituire un patriziato. Ma
-gli guastavano le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono ai
-costumi del nuovo popolo di Firenze che gli teneva come stranieri; e
-dopo averli cacciati via, gli parve essere sollevato, e fatto libero
-di trattare le cose sue più alla domestica. Allora però venne a
-scoprirsi e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che ne’ traffici
-è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; o come oggi si direbbe,
-tra ’l capitale ed il lavoro: ed il popolo minuto, che aveva in uggia
-la sovranità dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso,
-andò in traccia di un padrone solo. Inoltre mancò, in città esposta
-a continue guerre, l’educazione delle armi che presso i nobili
-risedeva, e mancò al popolo quella tempra del corpo e dell’animo,
-la quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando virtù
-dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi medesimi, ch’è
-il pregio e l’anima e la forza della militare professione. Chi però
-guardi alla meschinità ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia
-si combattevano, dirà che al popolo di Firenze non fu gran perdita il
-tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali in tutta quella età più
-aspri erano che generosi. Pure qualcosa venne a mancare a questo popolo
-ridotto allora tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve sinchè
-durarono i tempi floridi della libertà, quando la vita si espandeva in
-tanti modi e i cittadini facevano acquisto alla patria loro, per via
-delle opere dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze.
-
-I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo stato, nè
-fatti accaddero d’importanza se non che in ordine ad altre cose che
-dipoi vennero a conseguenza, e che in appresso registreremo. Successe
-lugubre l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita pestilenza, che
-dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno e nei primi susseguenti
-quasichè tutta l’Europa; distruggendo (come scrivono) tre quinte parti
-della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza degli
-autori contemporanei, e per il novero che poi ne fecero insieme il
-Vescovo e la Signoria. Il che però non si può intendere che fosse
-dentro alla città sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano
-fuggiti e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia di necessità
-correggere, dentro al contado o al dominio, che era a quel tempo molto
-angusto. Lamentano anche il peggioramento dei costumi, per quella certa
-stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè egli si avvezza
-troppo allo spettacolo della morte, la più comune delle umane cose; e
-per le subite ricchezze dalle insperate eredità, e pel disciogliersi
-d’ogni vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano
-abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte di Magistrati nei
-cinque mesi che infuriò il morbo. Scrivono pure come alla pestilenza
-seguitasse carestia pel difetto delle braccia, e perchè il popolo
-degli artigiani ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti ricchi
-e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti a vil prezzo
-comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo per esso strabocchevoli
-mercedi: lo stesso facevano i lavoratori delle terre, gli opranti e i
-servi parlavan alto.[196] Che molti vizi e corruttele venisser su da
-quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche solo basterebbe
-a dimostrarcelo il Decamerone: ma le migliori virtù passavano tanto
-più oscure e men lodate quant’esse erano meno rare; e argomento
-di virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, privati
-uomini e popolani. Narrano essi come per la viltà anche talvolta dei
-congiunti, molti perissero derelitti; ma poi raccontano altresì come
-cessato il terrore primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli
-ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, quando i chiusi
-nelle ville non isfuggivano il morire. Dicono della moneta estorta
-dai falsi medicanti, ma soggiungono che per coscienza molti anche
-poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero fatte co’
-testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia di Or San Michele n’ebbe a
-sè sola fino a trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè
-i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la cupidità degli
-amministratori con brutto esempio e grave scandalo: minori lasciti ma
-considerevoli ebbero pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto
-in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia e lo
-Spedale di Santa Maria Nuova.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. ENTRATE E SPESE DEL COMUNE.
-
-
-Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci guida infino
-a qui, nè altra migliore avremo noi tra quanti scrissero delle cose
-nostre. Vedemmo già come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta
-anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse le Istorie
-infino al termine della vita sua. Giovane insieme con l’Alighieri,
-formava sè stesso alla grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta
-rettitudine la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza di
-pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di buoni tempi e di
-quieto vivere, ma sì di animi che abbiano sicurezza di sè medesimi e
-interna pace. Era Giovanni di quei _buoni uomini_ da lui sovente posti
-in iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile,
-e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, pacati e forti
-perchè cercavano insieme al proprio il comun bene, e il vero sempre in
-ogni cosa. Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere
-un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto intorno allo stato di
-Firenze ed alle forze della città ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il
-quale sebbene risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere la
-narrazione, a questo luogo dove incominciano tempi nuovi, risorgendo
-la città in breve ora da quei mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano
-afflitta. Da molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe
-statistica di Firenze; massimamente in quella parte la quale spetta
-alle scuole pubbliche e alla coltura di questo popolo: e più altri
-lumi sono da trarne circa alla pubblica economia ed alle tasse ed al
-maneggio della civile amministrazione, materia amplissima agli studi
-cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un poco spostato qui l’ordine
-delle materie per farne a tutti più chiara e agevole la lettura;
-la quale se a molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa
-d’avere interrotto in questo luogo con le parole del Villani il nostro
-racconto.
-
-
-Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava la città
-d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e il suo contado, Colle di Valdelsa
-e la sua corte; e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un
-castello, e teneva diciotto castella murate del distretto e del contado
-di Lucca: e del nostro contado e distretto quarantasei castella forti
-e murate, senza quelle di propri cittadini; e più terre e ville senza
-mura, che erano in grandissima quantità.
-
-Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa
-venticinque mila uomini da portare arme da quindici anni infino in
-settanta, tutti cittadini, intra’ quali millecinquecento cittadini
-nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune.[197] Erano in
-Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene troviamo che
-innanzi che fosse fatto il secondo popolo che regge al presente, erano
-i cavalieri più di dugentocinquanta: che poichè il popolo fu, i grandi
-non ebbono stato nè signoria come prima, e però pochi si facevano
-cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da novanta mila bocche tra
-uomini e femmine e fanciulli, per l’avviso del pane che bisognava nella
-città: ragionavasi avere continui nella città da millecinquecento
-uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando i religiosi e
-frati e monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Stimavasi
-avere in questi tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta
-mila uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava i fanciulli
-(imperocchè ogni maschio che si battezzava in San Giovanni, per
-averne il novero metteva una fava nera, e per ogni femmina una fava
-bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque alle
-sessanta centinaia, avanzando più il sesso mascolino che il femminino
-da trecento in cinquecento per anno.[198] Troviamo i fanciulli e
-fanciulle che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli che
-stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei scuole, da mille in
-mille dugento. E quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica
-in quattro grandi scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le
-chiese in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese de’ Frati
-religiosi, troviamo essere centodieci; tra le quali sono cinquantasette
-parrocchie con popolo, cinque badie con due priori e con da ottanta
-monaci; ventiquattro monasteri di monache con da cinquecento donne;
-dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta in trecento cappellani
-preti. Trenta spedali con più di mille letta da allogare i poveri e
-infermi.
-
-Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o più, e facevano da
-settanta in ottanta mila panni, che valevano da un milione e dugento
-migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per
-ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne più di trenta
-mila persone. Ben troviamo che da trent’anni addietro erano trecento
-botteghe o circa, e facevano per anno più di cento migliaia di panni;
-ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora non ci entrava
-e non sapeano lavorare lana d’Inghilterra, come hanno fatto poi.[199]
-I fondachi dell’arte di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani
-erano da venti, che faceano venire per anno più di dieci mila panni,
-di valuta di trecento migliaia di fiorini d’oro, che tutti si vendeano
-in Firenze, senza quelli che mandavano fuori di Firenze.[200] I banchi
-de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro che si batteva era
-da trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro, e talora quattrocento
-mila; e di danari da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa
-venti mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; Notai
-secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe di Speziali cento,[201]
-molti altri mercanti, merciai e di molte ragioni artefici. Erano da
-trecento e più quegli che andavano fuori di Firenze a negoziare.[202]
-
-Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la
-gabella della macinatura e per gli fornai, che ogni dì bisognava alla
-città dentro centoquaranta moggia di grano; non contando che la maggior
-parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con loro famiglie stavano
-quattro mesi l’anno in contado, e tali più: l’anno 1280, che era la
-città in felice e buono stato, volea la settimana da ottocento moggia.
-Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque mila cogna; e
-quando vi è abbondanza, circa dieci mila più. Buoi e vitelle l’anno
-quattro mila, castroni e pecore sessanta mila, capre e becchi venti
-mila, porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni anno per la
-porta a San Friano quattro mila some di poponi.
-
-In questi tempi avea in Firenze le infrascritte signorie forestiere,
-che ciascuna teneva ragione e avea corda da tormentare; cioè il
-Potestà, il Capitano e difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore
-degli Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia ovvero
-Conservatore del popolo, il quale avea più balía che gli altri. Tutte
-queste quattro signorie aveano arbitrio di punire personalmente: e
-più, il giudice della ragione e dell’appellagione, il giudice sopra
-le gabelle, l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale
-della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di ufficiali
-ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, la corte del vescovo di
-Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica pravità.
-
-La città era dentro bene situata e albergata di molte belle case, e al
-continovo in questi tempi s’edificava a farle viepiù agiate e ricche,
-recando di fuori belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese
-cattedrali e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. Oltre a
-ciò, non v’era cittadino popolano o grande che non avesse edificato
-o che non edificasse in contado grande e ricca possessione con belli
-edifici e molto meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava,
-e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì magnifica cosa era
-a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i più
-credevano per li ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia
-intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; senza i ricchi
-palagi, torri, cortili e giardini murati più di lungi alla città, che
-in altre contrade sarebbono chiamate castella. Insomma, si stimava che
-d’intorno alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abituri che
-due Firenze non ne avrebbono tanti.
-
-
-ENTRATE DEL COMUNE.
-
-Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola entrata, come
-si potrà vedere, ma reggevasi in questi tempi per gabelle; e quando
-bisognava per le guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le
-ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, con guiderdoni
-sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte gabelle furono
-levate per noi diligentemente da’ registri del Comune; e, come potrete
-vedere, montavano l’anno circa a trecento mila fiorini d’oro, talora
-più talora meno: che sarebbe gran cosa a un reame, nè il re Roberto ha
-d’entrata tanti, nè quello di Sicilia nè quello d’Aragona.
-
-La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia e cose ch’entravano
-e uscivano della città, fiorini novanta mila dugento d’oro. La
-gabella del vino a minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto
-mila trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira l’anno,
-fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, vendendo a’ cittadini
-lo staio soldi quaranta di piccioli, e a’ contadini soldi venti,
-montava fiorini quattordici mila quattrocentocinquanta: queste quattro
-gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni
-de’ rubelli sbanditi e condannati valeano l’anno fiorini settemila.
-La gabella sopra i prestatori ed usurieri, fiorini tremila. I nobili
-del contado pagavano l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti
-valeva l’anno fiorini ventimila.[203] La gabella delle bestie e del
-macello della città, fiorini quindicimila; quella del macello del
-contado, fiorini quattro mila quattrocento; quella delle pigioni valeva
-l’anno fiorini quattro mila centocinquanta. La gabella della farina e
-macinatura, fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella de’ cittadini
-che vanno di fuori in signoria, valeva l’anno tre mila cinquecento.
-La gabella delle accuse e scuse, fiorini mille quattrocento. Il
-guadagno delle monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini
-duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e piccioli, pagato
-l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I beni propri del Comune e
-passaggi valevano l’anno fiorini mille secento. I mercati nella città
-delle bestie vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, misure
-e paci e beni in pagamento,[204] fiorini secento. La gabella della
-spazzatura d’Orto San Michele e prestare bigonce, fiorini settecento
-cinquanta.[205] La gabella delle pigioni del contado, fiorini
-cinquecento cinquanta; quella de’ mercati del contado, fiorini duemila.
-Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono fiorini
-ventimila, e gli più anni montano troppo più. L’entrata de’ difetti
-de’ soldati da cavallo e da piè valeva l’anno fiorini settemila.[206]
-La gabella degli sporti delle case, fiorini settemila: quella delle
-trecche e trecconi, fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del
-sodamento di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento
-e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni,[207]
-fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini cento l’anno. Quella de’
-foderi di legname che viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella
-degli approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno fiorini
-dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli delle Arti, la
-parte del Comune si fa l’anno valere fiorini trecento. La gabella
-sopra le possessioni del contado, fiorini......; quella delle zuffe
-a mani vuote si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non
-hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille in su,[208]
-fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, fiorini..... Somma
-da trecentomila di fiorini d’oro e più.
-
-
-SPESE DEL COMUNE.
-
-Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, cioè che erano di
-necessità per anno: il fiorino d’oro valeva tre lire e soldi due di
-piccioli.
-
-Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire quindici mila
-dugento quaranta di piccioli. Il salario del Capitano del Popolo
-e di sua famiglia, lire cinque mila ottocento ottanta. Il salario
-dell’Esecutore degli Ordini della giustizia contro a’ grandi con la
-sua famiglia, lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore
-del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta cavalieri e cento
-fanti, fiorini ottomila quattrocento d’oro l’anno: quest’ufficio non
-è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice
-delle appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento.
-L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti, lire
-mille. L’ufficiale sopra la piazza d’Orto San Michele e della Badia,
-lire milletrecento. L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire
-mille. Gli ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati,
-lire dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del Comune e loro
-ufficiali e massari e loro notai e frati che guardano gli atti del
-Comune, mille quattrocento. Gli ufficiali sopra le rendite proprie
-del Comune, lire dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire
-ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori Priori e di loro
-famiglia costa l’anno lire tremila secento. I salari dei donzelli
-e servitori del Comune, e campanai delle due torri, cioè quella de’
-Priori e quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano,
-con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia de’ signori Priori,
-lire cinque mila dugento. Il notaio forestiere sopra le Riformagioni
-e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del
-Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Per lo pasto de’
-Lioni;[209] torchi e candele e panelli per li Priori, lire duemila
-quattrocento. Il notaio che registra nel Palagio de’ Priori i fatti
-del Comune, lire cento. I messi che servono tutte le signorie, per
-loro salario, lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del
-Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, trombette in numero
-dieci con trombe d’argento, per loro salario, lire mille. Per limosine
-a religiosi e spedali, l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che
-guardavano di notte alle porte della città, lire diecimila ottocento.
-Il palio di sciamito che si corre l’anno per san Giovanni, e quelli
-di panno per san Barnaba e per santa Reparata, costano l’anno fiorini
-cento d’oro. Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune,
-lire milledugento. Per ambasciatori che vanno per lo Comune, stimati
-l’anno fiorini cinquemila d’oro e più. Per castellani e guardie
-di rôcche le quali si tengono per lo Comune di Firenze, fiorini
-quattromila. Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento
-e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma l’opportune spese,
-senza i soldati a cavallo e a piedi, fiorini quarantamila d’oro e più
-l’anno. A’ soldati a cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero
-fermo, ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni che
-occorrevano al Comune; ma al continuo si può ragionare, senza quelli
-della guerra di Lombardia, non facendo oste, da settecento in mille
-cavalieri e altrettanti pedoni continuamente. Non facciamo conto delle
-mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica del Duomo),
-e di più altri lavori di Comune, che non si possono mettere in numero
-ordinario.[210]
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE
-CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN.
-1349-1358.]
-
-
-I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni aveva fatti e
-componevano il distretto, erano per la cacciata del Duca d’Atene
-perduti, come noi già notammo; ed a Firenze non rimaneva se non
-l’antico suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, ma
-sgombro però dalle giurisdizioni baronali o dai castelli che d’ogni
-parte ed a molto piccole distanze erano attorno alla città. Il danno
-però non si deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro il
-farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della ricchezza era
-dentro alla città stessa, componendosi l’entrate quasi interamente di
-gabelle cittadine: i luoghi soggetti si amministravano da sè stessi,
-perchè il diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel che
-andasse alla Repubblica, portava il carico della guardia: veramente
-il maggiore scapito era dei potenti cittadini che risedevano nelle
-terre suddite o potestà o capitani, o con altro titolo ed ufizio;
-e vi acquistavano clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro.
-Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva ad essere
-menomata di tutto il numero di quei soldati ch’essa imponeva in caso
-di guerra per ciaschedun luogo del dominio, e questi dovevano tenere
-in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli amici o averli
-sudditi veniva quasi all’effetto stesso; e sino a tanto che le città
-e le altre terre si governassero a parte guelfa o popolare, di cui
-Firenze stava a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla,
-perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla Repubblica mantenere
-nelle terre circostanti le signorie popolari; ed agli acquisti era
-condotta (quando non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno
-di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. Tollerò quindi
-pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze cercò mutare in amistà,
-finchè gli umori che in esse nutriva non facessero un’altra volta quei
-luoghi medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica non
-abbisognasse per sua propria difensione porvi la mano ed assicurarsene.
-
-Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere dei Fiorentini, i
-quali ebbero in quella mossa d’un tratto solo anche San Gimignano,
-nobile terra e cospicua sempre per le alte torri che ivi rimangono
-in molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture di cui
-l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero nascimento:[211] la quale
-però certo è che venne a decadere, perduto ch’ebbe con l’indipendenza
-la pienezza della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre
-intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno illustri e poi
-consumano sè medesimi. Matteo Villani scrive che i Sangimignanesi
-d’allora in poi dimenticate le contenzioni vissero in pace, badando
-ognuno a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il corso di
-altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. Vedemmo già come la
-terra di Prato si fosse data in perpetuità al Duca di Calabria per non
-volere la signoria de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono
-questi per diciassette mila cinquecento fiorini d’oro dalla regina
-Giovanna di Napoli figlia di quel Duca, bisognosa di moneta e che
-aveva altro da pensare: al quale mercato diede mano il gran Siniscalco
-Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella corte. E per
-essere signoria libera, la recarono a contado; diedero l’estimo ai
-Pratesi, e i privilegi come ai cittadini del Comune di Firenze: gli
-antichi ordini annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori
-cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del Potestà tutti i
-giudizi di maggior conto: lo stesso fecero a San Gimignano. In Prato
-soleva dominare la famiglia dei Guazzalotri;[212] sette di questi, i
-Fiorentini perchè sapevano dovere essere malcontenti, tratti in Firenze
-con lieve scusa, fecero tutti decapitare per sola iniqua ragion di
-Stato. Ma il sangue sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato:
-ebbero infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori da
-Carrara uccisi con tale parità di circostanze che raro incontrasi nelle
-storie. Avuta Prato, i Fiorentini volsero l’animo a Pistoia. Ribelle
-non era, perchè la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo il
-pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero porvi guardia di
-pochi soldati, con che giurassero mantenere lo stato presente; questi,
-guidati da un leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero
-contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno i rettori di
-Firenze vollero mattamente dare alla città.[213] Contro alla quale
-andati poi con oste molto più numerosa (e vi furono tra gli altri
-duemila cittadini di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia per
-accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, riformarono lo stato
-di quella città, rimettendovi la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più
-guelfi e più amici dei Fiorentini.[214]
-
-Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo ad assicurarsi di
-Pistoia contro a un pericolo soprastante. Un gran delitto si commetteva
-allora in Italia, e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra
-le politiche scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, il
-quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, vendè per
-dugentomila fiorini d’oro la patria sua all’arcivescovo di Milano
-Giovanni Visconti. Era Milano città più atta a nutrire la potenza
-che a vivere in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti.
-Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e Piemonte ventidue città;
-aveva la mano nelle cose di Romagna fin presso a Roma, allora vuota
-della sedia pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo
-vista di occupare Pistoia, per indi invadere la Toscana. Il trattato
-d’una lega con Siena e Perugia e con Mastino della Scala, pel quale
-si tenne congresso in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini
-consuete dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di lui
-si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già fatto lega
-co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti di Toscana. Ma co’
-Fiorentini tranquillava; ed essi contenti d’avere Prato e Pistoia, non
-si provviddero altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano
-posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale ad un tratto
-Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva in gran forza giù nel piano
-di Pistoia. Quivi gli giunsero ambasciatori del Comune di Firenze,
-a’ quali rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere pace
-ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di tutta Toscana:
-gli ambasciatori se ne tornarono. E l’Oleggio, che al vedere Pistoia
-essere ben guardata non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi
-conduceva l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: dove
-stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne per mancamento di
-vettovaglia, volgendo addietro per la Valle di Marina, andare a porsi
-nella pianura larga e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato
-molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma sprovveduti, che
-abitavano quella valle. Di qui l’esercito del Biscione (questo nome gli
-davano per la biscia ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla
-Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini che a lui
-rendevano sicura la via di Bologna, intantochè i Tarlati e gli altri
-Ghibellini di verso Arezzo si erano mossi: quell’indomabile vecchio di
-Piero Saccone, in età allora di ottanta anni o più, disperse l’aiuto
-dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la Scarperia. I Fiorentini,
-che da principio all’appressarsi dei nemici avevan sospetto di quei di
-dentro la città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero,
-ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: ad un Visdomini e
-ad un Medici venne fatto penetrare con loro gran lode nell’assediato
-castello; il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi e di
-steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani i molti assalti che
-ad esso diedero gli inimici;[215] e nell’ottobre di quell’anno 1351,
-tanto apparato di forze cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una
-Repubblica disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, che alla
-difesa del patrio suolo da sè bastavano; la potenza dell’Arcivescovo
-non aveva fermezza d’ordini sufficienti nè a comporre uno Stato forte
-nè a tentare le imprese grandi.
-
-I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, se tanta mole
-di principato si mantenesse in Lombardia: quindi sprovvisti di ogni
-altro aiuto, i Papi essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini
-condotte al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero manomessa per
-l’occupazione di Bologna la compagnia delle città libere delle quali
-erano essi a capo, deliberarono accostarsi fra tutti i principi a
-quell’uno, a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia una
-potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.[216] La famiglia
-dei Visconti aveva nome di ghibellina: ma questo nome già invecchiato,
-più non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto
-di unità;[217] l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare senza
-l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in fatto a disconoscere
-quella suprema autorità che prima era la forza loro. Carlo IV di Boemia
-voleva scendere in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito
-che lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il principio del
-diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; e si appagava d’ogni
-omaggio, a lui parendo fare assai quando ottenesse di autenticare
-le franchigie delle città che si reggevano a repubblica; usato modo
-anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV dai suoi taccia di
-semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini quando era caso di mantenere o
-d’ampliare lo Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano chiamato
-già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro a’ Pisani nella Sardegna, e
-poi gli vedemmo sotto le mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi
-odiose di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con Cesare tirava
-seco altre conseguenze.
-
-Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, il fatto
-stava contro al diritto: dottrinalmente non rinnegavano esse quell’alta
-sovranità che i legisti mantenevano e in questo popolo tanto guelfo
-viveva sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione;
-romano infine era l’Impero qual che si fosse l’imperatore, e le due
-somme potestà si congegnavano per tal modo che l’una all’altra erano
-necessarie. Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte da
-notari e da cancellieri, i quali s’intitolano _imperiali auctoritate
-notarius, imperiali auctoritate judex_. Certo che un principe alemanno
-male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè ebbe
-essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma quale si fosse quella
-imperiale supremazia, valeva però generalmente nella cristianità;[218]
-e dove manchi o non sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso
-e positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite nè certezza,
-ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. Ora ai politici Fiorentini
-sanare questa illegalità pareva essere cosa buona e da non perderne
-l’occasione, taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero loro
-di tutte poi accomunare le forze vive della città, togliendo via quelle
-esclusioni che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incremento,
-se troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, che poi
-turbarono la Repubblica.
-
-Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,[219] era venuto in Firenze
-a trattare dell’accordo, verso la fine di quell’anno 1351, un tedesco
-vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimorato segretamente
-tutto quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune la
-notte andavano a parlamentare seco, andò la pratica molto innanzi.
-Ma non si venne a conclusione finchè nell’aprile dell’anno vegnente,
-fatti certi come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie[220]
-nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa Clemente
-VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle scomuniche, fino ad
-investirlo della città di Bologna e a lui mostrarsi molto propenso; i
-Fiorentini, rimasti soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze
-dell’Arcivescovo, si accordarono per la chiamata di Carlo in Italia,
-e pubblicarono il trattato.[221] Promise il detto vicecancelliere
-che dentro luglio verrebbe Carlo in Italia; ed oltre ai patti
-consueti del fornire cavalieri e del pagare moneta, i Fiorentini
-si obbligavano a riconoscerlo come Imperatore vero, con che egli
-assolvesse quei tre Comuni dalla condennagione in che erano incorsi
-fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse dei dominii e terre
-che essi avevano acquistate, mantenesse gli statuti della libertà dei
-detti Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero
-vicari dell’Imperatore mentre che fossero in ufficio: promettevano
-i Fiorentini pagare ogni anno in nome di censo danari ventisei per
-focolare, tributo di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai
-luoghi minori secondo i patti di dedizione; e gli altri Comuni, quello
-che era consueto all’Imperatore per antico. Subito poi furono mandati
-a Praga a Carlo ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra
-le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e che gli dicevano
-le concessioni essere grande abbassamento della imperiale maestà;
-dall’altra banda, per i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il
-tempo del mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare e popolano
-contegno di questi, che offese Carlo ed i cortigiani suoi;[222] non si
-poterono accordare. Questo sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio
-di Stato è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì ultimo
-di giugno, condizionata però: non si voleva l’Imperatore obbligare a
-tempo certo per la passata, e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il
-trattato non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero giunte
-le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò quindi l’ambasciata
-senza effetto per allora, benchè in Udine rimanessero due di quegli
-ambasciatori a continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia,
-fratello naturale di Carlo IV:[223] e i Fiorentini, altro non potendo,
-fecero pace con l’Arcivescovo.
-
-Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed inopinata. «La nobile
-città di Genova e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle
-nostre marine e di quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra
-gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie
-del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, usati sempre di
-recare alla loro città innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte
-le nazioni che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli altri mari
-che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli
-e comuni d’Italia; per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna
-dai Veneziani e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra
-loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come
-paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia,
-non parendo loro potere aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti
-per quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero conoscere
-altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio
-del potente tiranno Arcivescovo di Milano. E di comune concordia il
-feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di
-Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e le altre terre
-del loro contado e distretto, salvo Monaco e Mentone e Roccabruna,
-le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10
-d’ottobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, con
-settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova,
-ricevuto come loro signore; e deposto il Doge e il Consiglio, prese
-la signoria e il governamento delle dette città e distretti; e aperte
-le strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al Comune per
-armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto
-acquisto.[224]»
-
-Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire pace pe’ Genovesi
-che in addietro erano ad essa tanto nemici; ma i Veneziani vollero
-guerra, e strinsero lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga
-di Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti
-fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e non fidandosi di potere
-tutti insieme resistere alla sua tanta potenza, si accordarono di fare
-scendere in Lombardia l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente,
-infino allora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti
-negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: andò tra gli altri in Avignone
-Giovanni Boccaccio, singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice,
-su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già corso impegno, e da
-pertutto fu divulgata la fama che in breve passerebbe l’Imperatore
-in Italia. Dove era egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano,
-moriva, lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, esca
-novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero il
-passo all’Imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della corona
-del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto
-delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano
-essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli nelle città murate, la
-notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona guardia. Di verso
-Toscana niuno si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa,
-dove andò Carlo a porre stanza.
-
-Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all’eletto Imperatore
-e al suo Consiglio che il Comune di Firenze s’apparecchiava alla
-difesa, e avendo a mente gli assedi che il quarto e il settimo degli
-Arrighi aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare le loro
-castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie ed ogni altra
-cosa di valuta. Poi gli mandarono ambasciatori in compagnia con quelli
-di Siena, come era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo,
-i Fiorentini esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro imposto,
-dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo Principe,» senza ricordarlo
-Imperatore o fargli atto di soggezione: del che i baroni e consiglieri
-intorno a lui pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che
-peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella baldanza de’
-suoi. I Senesi per contrario magnificando la imperiale Maestà, a
-lui offersero senza alcun patto la signoria del Comune: e in questo
-tempo i Samminiatesi e i Volterrani se gli diedero liberamente. I
-Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato in Pisa
-loro ambasciatori; e quei di Firenze volendo parlare in nome anche dei
-Pistoiesi, Carlo interpose quelle parole del Vangelo: _ætatem habent,
-ipsi per se loquantur_. Gli Aretini sostennero la libertà del Comune
-loro perchè non la manomettessero i Tarlati, i Pazzi e gli Ubertini,
-i quali erano con l’Imperatore; i Perugini si tennero fuori, come
-uomini di Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli per
-non offendere i Pisani fu contento di esortare quei cittadini alla
-pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice con molti prelati e
-signori d’Allemagna, e cavalieri in grande numero.[225]
-
-Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, come propenso
-che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevano i Fiorentini
-procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in
-quelle corti.[226] I patti furono quasichè gli stessi in Firenze
-concordati; ma in luogo del censo di ventisei danari per focolare,
-che male a grado i Fiorentini voluto avrebbono consentire,[227] si
-obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e
-più quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di tutto quello
-a che la città fosse obbligata verso l’Impero, o che fosse di ragione
-per la città stessa e per le terre del contado e del distretto, o per
-altro qualsivoglia titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma
-dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè la pratica
-si tenesse in consiglio molto stretto, gli obbligò a dare l’intera
-somma. I Fiorentini promettevano di rimettere i banditi per cagione
-d’ubbidienza prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro
-Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione contro ad
-essi pronunciata: manteneva quello che prima era convenuto quanto
-al riconoscere il Gonfaloniere ed i Priori come vicari suoi: il che
-importava poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo così
-in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, e nell’esercizio
-della potestà sovrana mantenendo per espressa clausula di trattato le
-forme usate insino a qui, _mores laudabiles_; e perciò «non si mandino
-ufficiali se non del popolo e comune, secondo le leggi: siano quelli
-sindacati con le forme che sono prescritte dagli Statuti: il magistrato
-dei Priori riceva sommissioni e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti
-all’Impero.[228]» Un articolo speciale manteneva l’indipendenza del
-Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma delle provvigioni
-qualunque si fossero (tra le quali erano quelle contro a’ nobili)
-e degli acquisti fatti in più anni dalla Repubblica, fu l’osso più
-duro,[229] perchè in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi
-punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, e bramando
-qualcosa fare a pro dei grandi che aveano l’animo a lui volto.[230]
-Durava l’accordo quanto la vita di Carlo; di che le due parti si
-contentarono egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo
-tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome principe
-elettivo, le ragioni dell’Impero.[231]
-
-Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori e sindachi
-del Comune prestando omaggio all’Imperatore e sacramento di fede,
-_sotto la condizione de’ patti e convenienze_ le quali erano state
-prima fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere patenti
-accettata una protesta dei Fiorentini, per la quale s’intendesse che
-il giuramento di fedeltà non obbligava il Comune di Firenze più in là
-che non fossero obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di Toscana,
-e senza pregiudicare ai privilegi e diritti insino allora esercitati
-dal Comune di Firenze.[232] Aveva Carlo promesso inoltre di non entrare
-della persona sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè a
-dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi sue genti armate:
-ma questo egli disse in voce nel giardino de’ Gambacorti ed in presenza
-di testimoni, perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole
-alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea bramato vedere Firenze,
-fu deliberato non ricevere; molti però di quei signori, passando,
-furonvi albergati sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo,
-richiese Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però
-essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, uno grande e uno
-popolare, con dugento barbute di gente eletta, con l’insegna del Popolo
-(il giglio ed il rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa
-di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna del Popolo
-di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» Il quale per Volterra
-e Siena andato a Roma, fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile
-1355, dal Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione
-uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il Pontefice gli aveva posta
-condizione che non dovesse ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei
-Nove, e di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il quale
-essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento tutto popolare
-che aveva Carlo istituito. Aveva in Arezzo accomunato la città ai
-Ghibellini ed ai Guelfi, con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi
-in San Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, di
-nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: da essi accolto ed
-onorato, alloggiava nelle case loro; ma bentosto nacquero tumulti per
-operazione della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi morirono
-dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo minuto inclinava per
-l’Imperatore. Il quale pigliando grande sospetto dei Gambacorti, tre di
-essi fece decapitare, con sua vergogna ed ingratitudine male trattando
-quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII avolo suo:[233]
-quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche e le città che i Visconti
-signoreggiavano, fece ritorno in Allemagna.[234]
-
-La notizia di questi fatti abbiamo noi molto circostanziata nelle
-storie di Matteo Villani; imperocchè tutti gli altri dopo lui, o nulla
-ne scrivono (siccome fece il Machiavelli) o gli toccano alla sfuggita,
-quasi che fosse tirarsi addosso una straniera dominazione. Marchionne
-Stefani dice _questo solo, che i Fiorentini_ ebbono privilegi assai; e
-il Boninsegni lo stesso, aggiugnendo che l’Imperatore _gli assolvè da
-ogni condennagione_; Leonardo Aretino, di privilegi e di null’altro; il
-solo Velluti, che ebbe assai parte in quei negoziati, conferma avere
-l’Imperatore fatto _i priori suoi vicarii e concesso molte cose_.
-Invece, Matteo Villani si allarga nel difendere il trattato e nello
-svolgerne le ragioni. Ma non è da credere che andasse senza contrasto
-in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione, quando fu fatta la prima
-volta, ebbe unanime consentimento; ma intanto aveano dovuto tenerlo
-segreto per temenza di cittadine discordie; e poi tolsero il mandato
-agli ambasciatori, i quali dovettero tornare innanzi la conchiusione;
-ed un notaio che recava parole di Carlo, ebbe in Firenze a capitar
-male:[235] poi, quando si era venuti in Pisa alla stipulazione, nei
-Consigli della Repubblica dovette essere più volte posto, nè potè
-vincersi che a grande stento; ed il cancelliere del Comune, quando
-gli toccò fare lettura di quel trattato, diede in un pianto e non andò
-innanzi: il che Matteo crede facesse «con poca sincerità, per accattare
-benivoglienza dal popolo col mostrare grande tenerezza della libertà
-pura del Comune.» E quando infine fu promulgato l’accordo, «suonando
-le campane del Comune e delle chiese a Dio laudiamo, poca gente si
-ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si
-tornò a casa:[236]» tanto era entrato bene a fondo in questo popolo di
-Firenze il sentimento di libertà. Ma sembra a noi molto evidente che
-tra i politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte allora
-più popolare promuovesse quel trattato: Matteo discorre lungamente la
-convenienza e le ragioni che persuadevano a conchiuderlo, fondate sul
-diritto e sull’istoria. Era egli guelfo quanto altri mai, ed amatore
-del viver libero; ma non si astiene dall’encomiare Carlo di temperanza
-e di senno, e della buona disciplina che la sua gente mantenne sempre
-nelle città dove albergava. Riprende coloro che tenevano lo Stato,
-perchè non si erano nel trattare mostrati duri quanto si conveniva,
-non concedendo all’Imperatore più in là del giusto e del necessario:
-ma insieme biasima certi patti «i quali erano assai strani alla
-libertà del sommo Impero,» nè vuol manomessa la imperiale potestà,
-mettendo egli il diritto che in essa risiede accanto al diritto della
-indipendenza cittadina, e mostrando come possano i due diritti stare
-insieme. Voleva per mezzo della imperiale sanzione autenticare la
-libertà, siccome volevano i Ghibellini la servitù: questo pensiero
-troviamo espresso nelle parole di Matteo Villani.[237]
-
-Ma un altro fatto di gran rilievo in quegli anni si maturava. La
-Repubblica era divisa in sè medesima fino al vivo, benchè al di fuori
-meno apparisse. Dappoichè i grandi furono esclusi l’anno 1343 dal
-governo dello Stato, questo reggevasi per le Arti senza contrasto
-nè contrappeso; e le quattordici minori venute a parte degli uffici
-e prevalendo nelle elezioni per via del numero, ne avvenne che i
-nuovi uomini e i minuti artefici avessero troppo grande braccio nello
-Stato, contro alla pratica dei passati tempi. E oltreciò l’essere le
-maggiori case tra loro unite in consorterie, privava queste di molti
-uffici per la frequenza dei divieti; il che a’ minori non avveniva,
-«perchè non erano di consorteria.» Cotesto entrare dei nuovi uomini
-al governo dello Stato, da più anni dispiaceva ai Fiorentini d’antica
-schiatta, nati e cresciuti quando le case grandi padroneggiavano la
-città; e Dante nell’alterezza sua spregiava quella «cittadinanza mista
-e gli uomini di Campi e di Certaldo e di Signa, fatti al suo tempo già
-fiorentini e cambiatori e mercatanti; odiando egli sopra ogni cosa la
-confusione delle persone, principio al male della cittade.» Ma quei che
-a lui già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo popolo: ai registri
-de’ Priori si trova apposta la qualità degli uomini via via chiamati a
-risedere nel supremo magistrato, e vi si leggono funaiuoli e calzolai
-e vinattieri e pizzicagnoli e beccai; «e perchè erano negli uffici,
-parea loro essere ciascuno un re.[238]» Inoltre venivano molti artefici
-minuti in Firenze dal contado e dalle terre d’attorno, i quali per
-favore dei reggenti delle Arti minori entravano nelle borse dei Priori
-o degli altri uffici, ai quali erano poi tratti: «uomini avventicci,
-senza senno e senza virtù e di niuna autorità nella maggior parte,
-usurpatori dei reggimenti con indebiti e disonesti procacci.[239]»
-— «Era il loro uno grande fastidio, che con maggiore audacia e
-prosunzione usavano il loro maestrato e signoria, che non facevano gli
-antichi e originali cittadini.[240]»
-
-Per questo entrare dei bassi artefici nei sommi uffici dello Stato
-pericolavano gli antichi ordini e il grande fascio della comunanza
-per cui viveva e stava insieme l’intero corpo della Repubblica. Le
-Arti minori si componevano la maggior parte di operai, ai quali veniva
-dato il lavoro e le mercedi con certe regole dai mercanti che sedevano
-nelle maggiori: principalissima quella della lana teneva gran numero
-di lavoranti sotto la dipendenza sua. Il Duca d’Atene, perchè si
-reggeva sul favore della plebe, avea manomesso gli ordinamenti delle
-Arti, dando consoli e rettori ai più abietti anche tra’ mestieri: in
-quanto però al migliorare la sorte loro aveano incontro i mercanti
-grossi, ai quali era nulla il tenere la Repubblica se insorgesse la
-bottega. Di questo però non mancavano le apprensioni; il che appare
-da una cronichetta di quella età (comunque sembri narrare cose dei
-tempi nostri), la quale dice a questo modo: «A dì 24 di Maggio 1345 il
-Capitano di Firenze prese di notte Ciuto Brandini scardassiere e suoi
-due figliuoli, imperocchè il detto Ciuto volea fare una compagnia a
-Santa Croce, e fare setta e ragunata cogli altri lavoranti di Firenze.
-E in questo medesimo dì i pettinatori e scardassieri, udito ch’ebbero
-che il detto Ciuto era stato preso di notte sul letto dal Capitano,
-incontanente veruno non lavorò e stettonsi; e non voleano lavorare,
-se il detto Ciuto non riavessero: e andaronne i detti lavoranti a’
-Priori, pregandogli che il detto Ciuto facessero che il riavessero
-sano e lieto; e tutta la terra misero a bollore, che se la farebbono: e
-anche voleano essere meglio pagati. Il detto Ciuto fu poi impiccato per
-la gola.[241]» Per queste cose nel 1346, tre anni dopo alla cacciata
-dei grandi, si fece decreto che «niun forestiere fatto cittadino,
-s’egli ed il padre e l’avolo suo non fossero nati in Firenze o nel
-contado, sotto grave pena non potesse avere ufficio, nonostante che
-fosse eletto ed insaccato.» E già di prima ai forestieri non oriundi
-di Firenze e del contado o del distretto era vietato per gli Statuti
-esercitare avvocheria o comparire in qualsivoglia causa o negozio;
-essendo soliti a commettere baratterie e corruttele; del che avevasi
-già esperienza.[242]
-
-Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere la potenza dei
-Capitani di parte guelfa che lo promossero, e cercavano per tale
-modo affievolire il reggimento delle minori Arti. Quel magistrato
-istituito alla cacciata dei Ghibellini l’anno 1267, aveva sotto
-all’amministrazione sua incorporati la maggior parte dei possedimenti
-allora tolti alla parte vinta; doveano le rendite essere usate in
-Toscana e fuori alla difesa ed ampliazione del nome guelfo, sotto
-la guardia e ad onore di Santa Chiesa. Frequenti erano perciò gli
-imprestiti e le somministrazioni di danaro a rafforzare leghe ed a
-soccorrere le città minori in occasione delle comuni guerre. Manca il
-decreto d’istituzione; abbiamo bensì in oggi a stampa l’intero testo di
-quello Statuto quale venne riformato nel 1335 (com’era stato più altre
-volte); e nel Proemio leggiamo quello essere «lo Statuto della Parte
-e della università de’ Guelfi e de’ devoti di Santa Chiesa; a onore e
-reverenza ec., e del santissimo padre e signor messer Benedetto papa
-XII, e de’ suoi successori e de’ suoi frati Cardinali: ad esaltazione
-e gloria del serenissimo principe messer Roberto (re di Napoli) ec.;
-e a grandezza e buono stato del Popolo e del Comune di Firenze, e
-a mantenimento e accrescimento della detta Parte e devoti di Santa
-Chiesa e dei loro amici, e a confusione di tutti i nemici.[243]» Così,
-mentre ai Ghibellini si dava nome di Paterini, quel magistrato ebbe
-consecrazione religiosa e nazionale, facendosi come il braccio forte di
-Santa Chiesa; e lo troviamo noi chiamato «la venerabile Parte guelfa.»
-Un altro luogo dello Statuto (cap. 21) dichiara intendersi ogni cosa
-«al buono stato ed al riposo del Comune e Popolo di Firenze, e delle
-singolari persone della detta Parte, che sono una medesima cosa col
-Comune e Popolo di Firenze.» Così non era propriamente magistrato di
-Parte guelfa, un magistrato della Repubblica; era un governo da per sè,
-non del Popolo ma del Comune, ed uno stato dentro allo stato, sebbene
-posto a munimento del governo popolare che si reggeva su quella parte.
-Aveva capitani, priori, consiglio di credenza e due consigli generali,
-che uno di sessanta e l’altro di cento;[244] e notai e cancellieri
-e sindachi, e una sua propria bandiera con gigli d’oro in campo
-azzurro, ma che trar fuori non si poteva senza licenza dei rettori e
-magistrati del Comune: lo stemma però di Parte guelfa era una rossa
-aquila con sotto a’ piedi un drago verde. Mandava suoi ambasciatori
-e nunzii ed esploratori _caussâ sciendi nova_: pe’ Capitani di Parte
-guelfa non era divieto agli ufizi della Repubblica, tranne i maggiori;
-doveano assistere agli scrutinii che si facevano per i collegi e
-magistrati.[245] Questi però avevano obbligo di prestare mano forte in
-tutto a quei della Parte guelfa,[246] la quale doveva alla sua volta
-aiutare il Comune di Firenze, offerendosi ai rettori quando entravano
-in officio, con l’ammonirli di osservare e difendere la Parte, ch’è
-«una cosa col Comune» (cap. 26): lo Statuto fiorentino, con l’ultima
-rubrica del tomo II, conferma gli statuti e gli ordinamenti che Parte
-guelfa si aveva dati, e le provvigioni del Comune che ad essa erano
-relative.
-
-I Capitani erano sei, da eleggersi ogni due mesi; «dei più nobili e più
-degni cittadini di Firenze, veramente e interamente Guelfi — di parole
-e di fatti — tre grandi e altrettanti popolani, che uno per sesto (cap.
-2).[247]» Rimasero i grandi in quel magistrato al modo stesso per cui
-rimasero nel Consiglio del Comune, sebbene privati de’ sommi uffici
-nella Repubblica; ma che dominassero la Parte guelfa e che il governo
-di questa ritenesse tuttavia costumi e genio signorili, appare anche
-da un capitolo dove con amplissime parole viene stanziato il pagamento
-di certa pecunia ai cavalieri novellamente fatti; «conciossiachè a così
-magnifica città si confaccia risplendere per quantità di cavalieri: ma
-che non fossero più di sei all’anno e due per ischiatta (cap. 39).»
-Giano Della Bella aveva fatto decretare che le famiglie dove fossero
-cavalieri s’intendessero di grandi, così privandole degli uffici. Tale
-era lo spirito delle istituzioni popolari; ma fuori di quelle stava
-un altro ordine ed un magistrato che aveva rendite e possedimenti,
-cercando ampliarli d’anno in anno,[248] e che teneva in mano sua le
-relazioni con gli altri Stati, quanto importassero la conservazione
-per tutta Italia della Parte guelfa, ch’era il popolo italiano. Ma in
-quell’ufficio non risiedevano delle antiche famiglie nobili oramai
-più se non quelle sole che mantenute dal nome guelfo, pur tuttavia
-partecipavano alle ambizioni cittadine, e si accostavano per le
-parentele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani che avere
-solevano i primi gradi nella Repubblica, e delle quali noi troviamo
-per lo più essere il Gonfaloniere, anche nel corso di questi anni;
-ed oltreciò, essendo dopo il 48 assottigliate le borse per il grande
-numero dei morti, non pochi dei grandi vi furono messi per quelli
-uffici minori ai quali erano essi abili. Tutti costoro male soffrivano
-la compagnia dei minuti artefici, ma non avevano ad abbatterli
-strumento o macchina più acconcia del magistrato di Parte guelfa, il
-cui nome era così addentro nelle viscere di questo popolo; nè in altro
-modo meglio avrebbero potuto cuoprire in sè medesimi le apparenze d’una
-congrega d’ottimati: facevano essi a sè strumento, contro al popolo
-degli artefici, di quelle leggi sopra i Ghibellini che prima il popolo
-ebbe fabbricate. Io credo avessero tolta norma dal Consiglio Veneto dei
-Dieci, e che ambissero d’agguagliarsi, quant’era lecito in Firenze, a
-quei temuti inquisitori.
-
-Abbiamo detto come la legge contro a’ forestieri del 1346 fosse
-«opera e motivo dei Capitani di parte guelfa,» dei quali si vidde
-allora sorgere la potenza. Questo narra Giovanni Villani all’estremo
-dell’istoria sua, e dice che fu quasi un principio di rivolgimento
-nello Stato per le sequele che poi ne vennero.[249] Si tolse quindi
-un’altra via, ampliando i titoli d’esclusione col decretare che
-ognuno il quale egli o la famiglia sua, dalla cacciata dei Bianchi nel
-novembre 1301 in poi, fosse condannato come ribelle o Ghibellino, o
-fosse chiarito non vero Guelfo e devoto di Santa Chiesa, non potesse,
-sotto pena di lire mille o cinquecento in certi casi, accettare uffici
-nello Stato: alla qual pena fossero anco tenuti coloro che eletto lo
-avevano, e similmente il magistrato de’ Priori, se nol condannassero,
-quando egli fosse di ciò accusato: bastassero sei testimoni di pubblica
-fama a comprovare la qualità di Ghibellino: chiunque ardisse proporre
-in Consiglio o in altro modo promuovere la revocazione della detta
-legge, perdesse l’ufficio (fosse anche dei Priori), e avesse condanna
-della stessa somma. La legge è de’ 26 gennaio 1347, della quale abbiamo
-il testo: Giovanni Villani, che ne diede la sostanza, descrive come
-a grande stento si ottenesse, per essere molto avversata dai Priori
-e dai collegi delle Arti: i quali dipoi si crederono annullarla col
-porre qualche difficoltà nell’accettare i testimoni; «talchè ne fu
-quasi commossa la terra:» ma la parte dei Capitani prevalse, e la detta
-legge fu confermata e fortificata in quello stesso anno 47. Alcuni
-artefici, dei quali uno è nominato dal Villani e di altri abbiamo noi
-la sentenza, ebbero condanna per Ghibellini in quello stesso anno:
-nella plebe, e più ancora tra’ nuovi uomini del contado, la dipendenza
-in che erano essi o erano stati i progenitori loro dalle antiche
-famiglie nobili, dava appiglio alle condannagioni. Altra riforma dipoi
-nel 1349, mentre aggrava in qualche guisa la condizione dei Ghibellini,
-sottopone i giudicati del magistrato di Parte guelfa all’approvazione
-della Signoria; talchè direbbesi anzi un freno che il governo della
-Repubblica volesse porre a quel magistrato.[250] Troviamo pure che
-essendo per la mortalità del 48 recate le ventuna Arti a quattordici,
-in quello stesso anno 1349 gli Albizzi procacciarono che fossero di
-nuovo recate alle ventuna, dicendo che avevano «rimesso l’uscio nei
-gangheri.[251]»
-
-Dopo quell’anno si vede come per la guerra con l’Arcivescovo di
-Milano e per la presenza in Toscana dell’Imperatore, fosse impedito o
-trattenuto alcun poco per allora lo svolgimento di quel disegno che i
-partigiani di un governo più ristretto avevano formato sino dal 46;
-la Signoria, ch’era popolana, e le capitudini o collegi delle Arti
-contrastavano la soperchianza che il magistrato di Parte guelfa su
-tutti gli altri si arrogava. Per quanto tenero fosse questo popolo
-del nome guelfo, riusciva odioso il ricercare uomo per uomo le ultime
-stille che rimanessero di un sangue ghibellino; cosicchè non si trovava
-chi gli accusasse, e le prove erano assai difficili. Ma vegghiavano
-coloro i quali avendosi fabbricata quella sola arme ch’essi potevano,
-voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure con la violenza. Le cose
-erano dentro quiete, e fatto è che per la comunanza degli uffici le
-sètte avevano meno luogo, e la Repubblica prosperava; nè trarre si
-vuole disperate conseguenze da quella ingenua severità ch’è nei Villani
-e nel Compagni ed in altri fiorentini, che gli onora come uomini e gli
-avvalora come istorici. Allora però certi grandi e popolani grassi,
-pigliando occasione dal male ch’era negli squittini, «piuttostochè
-farsi a racconciare al meglio le cose con l’abbreviare i divieti per
-altro modo, ma essi volendo divenire tirannelli e a tutti quanti i
-cittadini tenere il bastone sopra a capo,» si fecero a dire che gli
-uffici erano pieni di Ghibellini, e che ne anderebbe la salute della
-Parte guelfa, nella quale era il fondamento della libertà d’Italia e
-la difesa contro le tirannie. Una riforma, che abbiamo a stampa del
-1354,[252] non avea fatto che dichiarare meglio i titoli d’esclusione,
-e provvedere che gli ufizi rimasti vacanti, di puri Guelfi si
-riempissero.
-
-Nei primi giorni però dell’anno 1358 i Capitani di Parte guelfa
-ordinarono una petizione, ovvero proposta di legge, della quale
-era questo il tenore. Un esordio molto magnifico dichiara essere
-quella legge «a sicurezza e fortificazione di tutta la massa e corpo
-dei Guelfi, e ad impedire che incontro ai pii ed ai cattolici non
-prevalgano quegli empi, che avendo animo di lupo celato sotto pelle
-d’agnello, con arti fallaci s’adoprano a fine di entrare nel sacro
-ovile dei Guelfi.» Dipoi statuisce, in primo luogo la confermazione
-delle antiche leggi: nemmeno gli approvati Guelfi per la legge del
-1349 potevano essere, per quindici anni dopo il giuramento fatto,[253]
-nè priori, nè gonfaloniere di giustizia, nè dei dodici buonomini,
-nè gonfaloniere di compagnia, nè capitani di Parte guelfa, nè notari
-d’alcuno dei detti uffici; quelli, che sieno ricevuti Guelfi da ora in
-poi non abbiano uffici, se non prestino giuramento di osservare gli
-statuti della Parte. I Ghibellini non sieno riconosciuti Guelfi, se
-non con le stesse forme per le quali i grandi si facevano popolani.
-Valgano le leggi fino alla cattura delle persone e alla distruzione
-delle case; possa ciascuno accusare, sia pure anche donna o figliuolo
-di famiglia, o uno dei grandi, e per accusa segreta _sine nomine absque
-aliqua satisdatione de prosequendo_. A comprovarla bastassero sei
-testimoni di pubblica fama, senza bisogno che fossero approvati dai
-Priori. I Capitani, sotto pena di cinquecento lire, dovevano prestare
-mano agli accusatori, notificatori, denunziatori, e quanto era in
-poter loro dare ad essi aiuto e consiglio; promuovere le accuse ed
-i processi presso qualunque rettore e ufiziale; e tutto ciò a spese
-della Parte, il camarlingo dovendo pagare le spese sopra un semplice
-mandato dei Capitani. Prevalga questa ad ogni altra provvisione, e
-nel conflitto prevalga quella che più favorisca la Parte guelfa, e più
-offenda i Ghibellini. Se alcuno faccia motto contro a questa legge (_in
-iudicio vel extra, etiam in sindacatu aliquid dixerit_) sia condannato,
-_de facto et sine strepitu et figura judicii_, in tremila fiorini
-d’oro; e se non paghi dentro tre giorni, gli sia tagliato il capo
-d’in sulle spalle; ed ogni rettore o ufiziale che non osservi o non
-faccia osservare questa legge, sia condannato in mille fiorini d’oro,
-e perda l’ufficio.[254]» I Capitani di parte guelfa per questa legge
-scelleratissima vennero fatti nel tempo stesso istigatori alle accuse e
-accusatori e soli giudici, e tolto via da quei giudizi ogni intervento
-ed autorità dei magistrati della Repubblica.
-
-Portata l’iniqua petizione ai Signori ed ai Collegi, non la vollero
-questi accogliere, nè pure mettere in deliberazione. Ma i Capitani con
-dugento dei loro seguaci, e col nome innanzi della Parte guelfa, a cui
-niuno resisteva, tornati in palagio, dissero che non si partirebbero
-di là innanzichè la petizione fosse vinta: e a questo modo convenne
-che si facesse. Dipoi si racchiusero insieme nel palagio della Parte,
-e fecero le borse dei capitani e consiglieri da risedere per molti
-anni negli uffici di Parte guelfa, scegliendo tra loro sfacciatamente
-i più malevoli e di peggiore condizione. Procedendo, squittinarono per
-accusarli e farli condannare settanta cittadini «di nome e di stato
-e delle migliori case di Firenze, grandi e popolani, eziandio che di
-nazione e di operazione si trovassero essere veri e diritti guelfi:
-dopo questo, levato il saggio delle accuse, dovevano insaccare degli
-altri.[255]» Ma bollendo la città, i Capitani al vedere la commozione
-ristettero dall’accusare i potenti; e volendo però dare cominciamento
-al fatto, scelsero quattro dei quali si poteva dire qualcosa, e con
-accompagnamento di quei soliti dugento andarono al Potestà, exabrupto
-gli fecero condannare. Subito di poi, benchè avessero animo di fare
-maggior fascio, ma ritenuti dal mormorio del popolo, fecero lo stesso
-di altri otto, poi di cinque più. «A ognuno pareva male stare, e
-molti cercavano con preghiere e con servigi e con doni di riparare
-alla fortuna loro ch’era in mano dei Capitani.» Ciascuno di questi
-accusava il suo; «uno dei sei Capitani diceva all’altro: non hai
-tu alcun nemico? A me consenti di condannare il nemico mio, ed io a
-te consentirò il tuo; e sei erano i condannati:» in pronto sempre i
-testimoni. Intanto però tutti gridavano si mettesse rimedio a ciò,
-e molti consigli se ne tenevano; «ma nessun modo vi sapevano trovare
-per non derogare al nome della Parte; e i più sospetti si mostravano
-più zelanti a mantenere la legge insintantochè la pietra cadeva sopra
-loro.» I due cronisti che a noi trasmisero questi fatti, pongono studio
-nel protestare come la legge contro ai Ghibellini in sè medesima fosse
-buona, se non che la era male usata.[256] Quindi i Priori, accorgendosi
-non potervi per via diretta riparare, e che l’onore e lo stato poteva
-essere tolto a ciascuno quando a tre Capitani di parte paresse, ma
-volendo pur fare qualcosa; all’improvvisto ordinarono segretamente
-co’ loro Collegi una petizione, che fu vinta. Ai Capitani aggiunsero
-due altri popolani, e decretarono che nessuna deliberazione avesse
-valore se non fosse concordata da tre popolani: i Capitani grandi non
-era obbligo che fossero cavalieri, perchè l’ufficio non continuasse
-in pochi grandi; posero a tutti divieto un anno, e che gli squittini
-della Parte si dovessero rifare di nuovo e annullare tutti i fatti.
-Così almeno ebbero molti alcun intervallo da riparare ai fatti loro: ma
-nondimeno coloro che avevano l’animo e la mente sollecita a rimanere
-sempre con quell’arme in mano, argomentavano nuovi squittini; e in
-questo e in altro caso fecero tanto, che lo scandalo cresceva sempre.
-Ed allora, per andare più lesti al percotere, inventarono quel nome
-dipoi famoso delle ammonizioni, ch’erano precetti dati senza forma
-di giudizio, come a notorii Ghibellini, di non pigliare gli uffici:
-e perchè il modo paresse buono, dicevano: «meglio essere ammonito che
-gastigato.» Quelli oligarchi così facevano del principio di libertà a
-sè strumento di tirannia, cui sempre giova porre innanzi un nome grato
-e popolare siccome era il nome guelfo, e coprire le violenze di una
-mite appellazione come era quella dell’ammonire.
-
-Si trova[257] che essendo fin dal 1353 grande contesa tra le famiglie
-dei Ricci e degli Albizzi, questi armarono le case loro per sospetti
-che aveano di fuori; il che ai Ricci essendo rapportato, ed essi pure
-si armarono. Gli animi erano in sospeso, quando una zuffa essendo nata
-per lieve cagione in Mercato Vecchio, si temette nascesse guerra tra
-le due case: poi si trovò che non era nulla; e riposata la cosa, la
-Signoria cercò fare pace: ma la volontà cattiva tra loro rimase. E
-l’anno dipoi avrebbono i Ricci dato la prima mossa alle nuove leggi
-contro a’ Ghibellini, facendo ciò con l’intendimento di battere gli
-Albizzi, i quali oriundi d’Arezzo, si diceva che fossero Ghibellini
-di nazione. Questi pertanto si proponevano di contrastare la legge,
-allorchè un Geri de’ Pazzi, amico falso de’ Ricci, andato una notte
-a Piero degli Albizzi, il quale era in Casentino, gli disse a qual
-fine era ordinata la legge, e che si sarebbe detto la combatteva egli
-per timore non toccasse a lui. Accettò Piero il consiglio e venne in
-Firenze; e quando andò la petizione, la favoreggiò con gli amici suoi
-tantochè si vinse: ed egli poi e la famiglia sua rimasero capi della
-Parte guelfa e per essa crebbero. I Ricci pigliarono la contraria
-parte, e per alcuni anni si disse la setta dei Ricci e la setta degli
-Albizzi, tra le quali era la città divisa, ma senza però che si venisse
-alle armi o che grave effetto ne nascesse; quella dei Ricci venendo ad
-essere abbattuta facilmente, finchè dipoi non risorse con altro nome a
-levare in alto un’altra casa più fortunata.
-
-Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;[258] ed
-egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa tra i Ricci e gli
-Albizzi ed alla zuffa in Mercato Vecchio attribuisce tutto quel fatto
-dell’ammonire, scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per
-così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione la quale allora
-ebbe principio, a quelle che furono prima tra’ Cerchi e i Donati,
-e tra gli Uberti e i Buondelmonti. Ma le fazioni che in antico si
-combattevano con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,[259]» perchè
-il governo popolare era oggimai costituito. Armate erano tuttavia
-le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, come erano quelle ad ogni
-pretesto de’ maggiori cittadini; e armate pure noi troviamo quelle
-dei Bordoni.[260] Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato
-di Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo privati i
-nobili del governo dello Stato, cadeva questo in democrazia, contro
-alla quale gli ambiziosi dapprima insorsero con l’escludere i nuovi
-uomini e forestieri, poi col batterli come Ghibellini: il che era stato
-più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci fossero nate inimicizie,
-quanto almeno noi sappiamo. Si noti pure come della contesa tra quelle
-due case, Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non faccia
-parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, quasi temesse di
-nominarli, battuto essendone egli stesso come seguace della contraria
-parte: ma nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè da
-Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque vissuti in una età
-oramai sicura da quei timori e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli
-mettono innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle sètte; ma
-il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie è tutta cosa del
-Machiavelli.
-
-Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che indi nacquero,
-dovette essere pure incentivo, benchè taciuto dagli storici, il
-trattato che si fece nel corso appunto di quegli anni con l’imperatore
-Carlo IV. Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 le prime
-mosse del magistrato di Parte guelfa contro a’ Ghibellini, dichiara
-egli in solenne modo ciò essere stato per le apprensioni che allora
-dava alla Parte guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di
-Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo con questo
-stesso Imperatore, e noi dicemmo con qual mistero pei molti ch’erano a
-ciò avversi. Nell’aprile del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui
-pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di molti. Dopo di che
-un’ambasceria andò in Germania per la ratificazione; ed ecco subito le
-contrarietà in Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato
-agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno a mani vuote, che
-fu in settembre dell’anno stesso. L’accordo per allora andò a monte,
-nè altre parole se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi
-giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacque la Parte
-guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; sinchè alla fine tre anni
-dopo, e quando era l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con
-violenza quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. Così a
-me sembrano quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel
-legamento che pur dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso
-poi noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di Parte guelfa,
-e quasi essere soperchiato, un poco innanzi alla seconda venuta in
-Italia dello stesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoichè
-Carlo si fu partito.
-
-Dicemmo noi come la parte che più era popolare, ed alla quale
-apparteneva Matteo Villani, promovesse quel trattato per cui venivasi
-ad autenticare il governo delle Arti costituite dopo il 43: quello
-stesso Imperatore aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine
-dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo Villani, che è
-il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n’è grande
-sostenitore, molto era avverso al magistrato di Parte guelfa; dal quale
-venne anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla quale i Ricci
-presiedevano: e di Uguccione, ch’era capo di questa famiglia, dice il
-Velluti,[261] ch’egli «recava a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.»
-Uguccione andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima volta,
-e quando tornarono gli altri quattro colleghi suoi, perchè la parte
-contraria ad essi ed al trattato in Firenze prevaleva, rimase in Udine
-a cercare se la pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse
-il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in Pisa; e andato
-a lui ambasciatore, e nate essendo difficoltà, venne in Firenze a
-procurare si conchiudesse a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le
-facoltà agli ambasciatori:[262] alla fine sottoscrisse quel trattato, e
-fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per contrario, niuno degli Albizzi
-ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli ottimati voleano
-fare a sè sgabello del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica
-fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali tradizioni, contro
-all’abuso del nome guelfo: qui stava il nodo della contesa. Ma vero
-è poi che le due parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con
-l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi franche e sicure
-le volontà ed i propositi di ciascuna, com’era al tempo di quelle
-guerre che prima i grandi ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’
-grandi.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN
-ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.]
-
-
-L’occasione o il pretesto pel quale si armavano allora le case dei
-possenti cittadini era l’entrata in Toscana della grande Compagnia; di
-quell’esercito di ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia,
-miseria non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento noi vedemmo
-per alte contese accozzarsi le nazioni; ora guerre da per tutto, ma
-un combattersi alla rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga
-conto: nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse meglio.
-La Francia invasa e calpestata per cento anni dagli Inglesi, che ad
-entrambi fu ruina e arretramento di civiltà; in Allemagna l’Impero
-debole, ed un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati
-vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure dei feudi e per
-argomenti di genealogie, come in Italia per le disuguali fortune dei
-popoli e pei contrasti tra le città. Nella Germania era la guerra fine
-a sè stessa ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra noi la
-grassezza della vita e le arti e i commerci facevano un popolo tanto
-proclive alle discordie, quanto alieno dalle armi; queste avevano di
-che pagare, fidate ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse
-civili fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere al soldo
-della Repubblica e avere in mano le forze sue. Infatti costoro allorchè
-s’accorsero in Italia essere grande numero, ed i paesani disusarsi
-ogni dì più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in compagnie
-vivendo di ratto, anzichè del soldo che spesso mancava; avvisandosi che
-se a loro venisse fatto di occupare alcuna buona città, le altre tutte
-facilmente a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori
-loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a guardia dell’Impero,
-e poi l’avevano per sè tolto: muovevangli ora le stesse occasioni
-e le cupidità stesse, ma essendo già in loro cessato l’impeto delle
-invasioni prime, per anche non erano fatti capaci alle conquiste per
-via d’eserciti regolari.
-
-In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato le vaganti
-Compagnie: lo stesso in Italia, cessata la guerra del Re d’Ungheria
-contro alla regina Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re
-licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi uscito del
-reame insieme ai soldati ch’erano stati con la Regina e col marito
-di lei Luigi di Taranto, fece di tutti una Compagnia in numero forse
-di tremila cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e le altre
-vicine contrade.[263] Dipoi essendo il governo della Compagnia venuto
-alle mani di un cavaliere provenzale dell’ordine degli Spedalieri
-di Gerusalemme, il cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i
-nostri lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo grande
-alla preda, tirò a sè quanti più fossero per l’Italia uomini d’arme
-senza soldo, talchè si trovarono seco bentosto settemila paghe di
-cavalieri, che cinque mila o più erano in arme cavalcanti, con più
-di millecinquecento masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi e
-femmine di mala condizione seguivano la Compagnia per fare male e
-«pascersi della carogna.[264]» Le femmine lavavano i panni e cuocevano
-il pane, Fra Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da fare
-farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non entrava in terre
-murate, mantenersi in abbondanza. Avevano l’anno 1354 vernato nella
-Marca; donde accennando verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come
-solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che erano i più
-esposti, vedendo potersi per le offerte di Fra Moriale senza loro
-danno levare la Compagnia da dosso, diedero a questa il passo e le
-vettovaglie per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città
-loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di cose che a loro
-fossero necessarie. Lo stesso avea fatto il Vescovo di Foligno e poi
-fecero i Senesi e gli Aretini, patteggiando con la Compagnia; la quale
-scorreva baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando le biade
-dei campi pe’ loro cavalli e quante altre cose potessero giugnere,
-e predando uomini e bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi
-trapassato San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, perchè avevano
-preso la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro all’Arcivescovo
-di Milano per centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero
-a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini d’oro;
-e nell’accordo si leggono registrati fino a dugentotrentaquattro
-uffiziali. Avuta poi la condotta, se n’andarono per Val di Rubbiana
-alla Città di Castello, avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con
-licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia a Currado conte
-di Lando[265] e fecelo suo vicario, egli recandosi a Perugia e più
-tardi a Roma; dove per comando di Cola di Rienzo fattogli processo come
-a pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la Romagna e la
-Toscana e la Marca, gli fu tagliata la testa. Non credo che fosse pura
-di tradimento e di avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe
-stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta si avesse
-quell’antiquario della libertà romana, il quale perchè sapeva _lejere
-li pataffi_,[266] si credè nato a resuscitare la potestà tribunizia
-in quella Roma che fu deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le
-torri armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in mezzo alla
-città stessa.
-
-Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte di Lando condusse
-nel Regno la Compagnia, dimorata quivi ad agio più mesi per la
-scioperatezza del re Luigi di Taranto: indi poi tornò nella Marca,
-e tratto danari da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, si
-fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i Signori di quelle
-città contro ad Egidio Albornoz Legato del Papa, che ivi guerreggiava
-da più anni. Ma stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai
-propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi da ogni
-parte per vaghezza della preda, non per affrontare nemici in campo.
-Vivevano senza far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta
-era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni,
-che a ciascuno meglio pareva accordarsi con la Compagnia per danaro che
-contrastare con quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce
-per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di Narni a predicare
-l’indulgenza con grande solennità; dove fu tanto il concorso, che non
-poteva egli resistere a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo,
-e in pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più dalle
-donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica in Romagna anche suoi
-soldati, e vi andarono masnade di cittadini e contadini crociati, che
-furono dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava al Comune
-di Firenze più di centomila fiorini, questa che riusciva non altro poi
-che una beffa. Imperocchè il Legato anch’egli scendeva agli accordi con
-la Compagnia per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua parte dovè
-il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, passata di nuovo contro a’
-Signori di Milano, tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358.
-
-In fin da quando la Compagnia la prima volta fu in Romagna, i
-Fiorentini vedendo ch’ella era in parte dove in un dì potea valicare
-l’Alpe ed entrare nel Mugello, formarono con bell’ordine una nuova
-milizia di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado
-e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone secondo l’estimo
-tanti per cento; e nel distretto ne feciono scegliere a ciascuna
-comunanza, terra o castello, quelli che si conveniano. Ordinarono
-pe’ loro soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a casa
-apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, avesse venti soldi al mese,
-ed i conestabili quaranta; e quando erano in servigio, fiorini tre al
-mese. Nella città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme
-i balestrieri; e i vincitori aveano premio un bello e ricco balestro
-marcato del marco del Comune. Col mezzo di questa e di altre buone
-provvigioni i Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello
-dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche per accordo gli
-Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento dei loro fedeli.
-Quivi fecero una tagliata per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due
-poggi, e sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi a
-modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi buoni ordini
-salvavano allora da ogni assalto la Toscana: ed allontanandosi la
-Compagnia, il Conte di Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo,
-passò in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, del quale
-comprava terre e castelli e riscotendo quelle che aveva impegnate.
-Appresso era stato con l’Imperatore, mostrandogli come la Toscana
-era piena di soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo
-del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi al Conte non si
-vergognava dare titolo di suo Vicario in Pisa; e fu detto gli desse
-in occulto maggiore legazione, se a lui venisse fatto di riporre sotto
-l’imperiale soggezione qualche altra parte della Toscana.
-
-Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio 1358 trovò che
-avevano i Caporali della Compagnia chiesto il passo ai Fiorentini per
-la Toscana fino a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli
-entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che rifiutato
-dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; ma il Conte scelse
-venire a patti; così che essendo la Compagnia in Val di Lamone,
-dovesse per la via di Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte
-ed a Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune dando loro
-la panatica per cinque dì, a loro spese. Gli ambasciatori mandati
-dai Fiorentini erano rimasti con la Compagnia per più sicurtà della
-condotta, sebbene fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i patti
-a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, e prese albergo
-in mezzo all’Alpe presso Biforco: ma come è uso di gente siffatta
-quando si sente potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia
-senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le rapivano con
-brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori delle montagne, tra molte
-loro felicità, hanno invidiabili occasioni: quelli di Val di Lamone
-e i fedeli del conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre
-tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro vantaggio, dove
-potessero nel trapasso rifarsi dei danni e vendicare gli oltraggi che
-avevano ricevuti. Il Conte di Lando, affrettandosi prima del giorno,
-mise sua gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia gli
-ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo con ottocento a cavallo
-e cinquecento pedoni e con le cose di più valuta. Era il cammino che
-avevano a fare aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi
-fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, la quale si
-leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata
-di pietre e di torcimenti; e tale passo è detto le _Scalelle_, che bene
-concorda il nome col fatto. Per dove cercando i primi passare, furono
-dai villani assaliti e con le pietre indietro rispinti. Il Conte di
-Lando, che s’avea tratto la barbuta di testa e mangiava a cavallo,
-sentendo ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare
-Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, e più ne gettavano
-con mano sopra la gente del Conte ch’erano nel basso, quasi come
-in prigione chiusi da altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo
-d’alto cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da cavallo
-un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani dalle ripe: ma poco
-gli valse; chè gli Ungheri, gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri
-stivali non potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano
-nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità del monte da
-parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo,
-e lui e il cavallo ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa
-molti e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che erano scesi
-alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi per la morte di molti
-di loro inviliti, per la strettezza non erano abili in alcun modo
-a mostrare la loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance
-manesche. Il Conte, assalito da buon numero di loro, fe’ con la spada
-bella difesa; e alla fine non potendo s’arrendè prigione, porgendo la
-spada per la punta; ed un villano il ferì con la lancia nella testa,
-chè s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, smontarono
-da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno poteva meglio, su per
-le ripe e pe’ burroni si diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma
-le femmine ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro mariti almeno
-col voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture
-d’argento e’ danari e altri arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle
-circostanze dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti
-più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato per moneta
-dai villani in luogo sicuro, fu quivi raccolto dal signore di Bologna
-Giovanni da Oleggio, che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga,
-egli curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.[267]
-
-Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le schiere che già
-erano passate innanzi cominciavano a sbigottire. Ma con esse erano gli
-ambasciatori del Comune di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto,
-che le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava
-togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. Gli ambasciatori
-che nonostante si sentissero in lealtà pure temevano per sè stessi,
-usando una autorità che non era commessa loro, ai molti armati che
-erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi da quelli,
-lasciando libero il cammino; e le due schiere si ridussero quel giorno
-stesso in Dicomano. Dove abbarrati come potessero con botti ed altro
-legname stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune aveva
-all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila erano balestrieri
-scelti, e quattrocento cavalli; ma più temevano gli Alpigiani, poichè
-gli avevano assaggiati. Udito in Firenze il romore di quei fatti,
-i rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono per il
-contado a far gente, che là si trasse da ogni parte per non lasciarli
-passare. E sebbene uno degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in
-Firenze, ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata e
-posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero in tre altri
-Consigli molto numerosi di richiesti, il preso partito fu ogni volta
-confermato e dato ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve
-tutti occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le uscite
-fossero più larghe; grande il numero dei pedoni mandati dal Comune o
-che per volontà vi erano tratti; gran voglia avea il popolo di levare
-di terra una volta quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano
-in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse (crede Matteo
-Villani), in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della Compagnia
-per lungo tempo in Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori
-(un Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali contavano
-in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero più che al Comune
-i capitani mandati a reggere quelle genti; il potestà si trovò essere
-uomo di poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi della
-Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi insieme con gli
-ambasciatori, deliberarono trarre fuori a salvamento i rinchiusi e
-porli a Vicchio; il che era farli signori di tutto il piano di Mugello.
-Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate e le fosse,
-ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco furono messi alla
-retroguardia. E avendo fasciata la Compagnia co’ balestrieri del Comune
-di Firenze, li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare del pane
-che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne che non potendosi
-raffrenare i fedeli dei Conti dall’appiccare la mischia, i balestrieri
-ebbero comando dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della
-gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo capitanata e non
-sapendo cui obbedire nè offendere, non si partiva dalle poste: il che
-vedendo quei della Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno
-e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un aguato di cento
-Ungheri che si avevano lasciato addietro, avendo colto quei balestrieri
-che si erano fatti innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia,
-sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno cavalcando
-quarantadue miglia, non si fermò finchè si ridusse a salvamento in
-su quello d’Imola. Gli ambasciatori, fornito il servigio, tornarono
-a Firenze; e a chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di
-questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La gran Compagnia
-vicina a disciogliersi per la mancanza de’ suoi capi, e indi ricomposta
-da un altro tedesco, Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta
-l’anno dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al contado di
-Firenze, trovò questo essere ben guardato, nè bastò a prendere sua
-vendetta. Quella volta Bernabò Visconti aveva mandato contro alla
-Compagnia aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri di
-Puglia in proprio e per comandamento di quel Re amico alla Repubblica.
-
-Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non si soglia da noi;
-ma ci spediremo brevemente di un’altra guerra di maggior conto, della
-quale più ne importa esporre le cause che narrare le battaglie, perchè
-non fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 _una co’ Pisani
-infinta pace,_ e la mala volontà era continua tra’ due popoli. Pisa
-ghibellina parea soffocasse dentro terra le ambizioni crescenti ognora
-dei Fiorentini e i commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per
-la pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino a ducento
-mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a trenta mila; da indi in
-su doveano pagare gli uni e gli altri due soldi per libbra. Ma dopo
-cacciati i Gambacorti, venuto il governo di Pisa in mano della fazione
-che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore di costruire
-altre navi per la sicurezza del mare infestato di frequente dai pirati,
-fecero a tutti essere comune la gabella dei due soldi, togliendo via le
-franchigie: avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero sopportato
-per l’agiamento del porto e la comodità delle strade. Ma superbia
-e guasti animi credo potessero più del computo; e la Repubblica
-decretando che i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato
-termine, s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio di Firenze
-andasse al Porto di Talamone, con l’agevolare le strade a quel porto e
-col disporre le albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare
-da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i mercanti e vetturali
-pisani venivano presi e rubati sulla via. Quindi aggravarono il
-divieto decretando che chi procurasse o consigliasse o in palese o in
-segreto tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona.
-Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del mare con grande balía,
-nel quale entravano due de’ grandi perch’era ufficio del Comune, e
-perchè i grandi per le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle
-cose della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile danno
-e solitudine della città loro, tanto che vi ebbero congiure per le
-sofferenze degli artefici e il desiderio che aveva il clero dell’antico
-reggimento. Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova Simone
-Boccanegra, del quale erano grandi amici, e n’ebbero sei galere,
-sperando per quelle chiudere Talamone, e che ogni naviglio fosse menato
-a scaricare a Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza a
-fare armare galere; chè prima d’allora non aveva la Repubblica avuta
-armata nel mare; ed alle mercatanzie loro si procacciarono una via
-di Fiandra per terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa
-lietamente comportando per mantenere l’impresa.[268] Tentarono anche
-i Pisani Talamone per mare e per terra, ma lo trovarono ben guardato
-dai Fiorentini e dai Senesi: lo strano impegno continuava, cercando
-i Pisani a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini
-disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza le navi, le quali
-andassero non che a Pisa a Corneto ed in altri porti, avendo armate
-a questo effetto in Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno.
-Con le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la grida che
-sotto piccolo nolo avrebbono caricate con sicurezza per Talamone le
-mercatanzie sulle galere del Comune di Firenze; ed i Pisani, per
-la meglio, mandarono il bando che ogni uomo potesse liberamente
-navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a mandarvi della
-roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini era proposito mostrare
-ai Pisani che senza loro ed il loro porto potevano fare, ch’era un
-averli a discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti i
-Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire il segreto, confessa
-pure che a cercare sottilmente lo stato in che erano le due città,
-questa materia aveva dentro più che al difuori non apparisse.[269]
-
-Così cercavano le due parti di schermirsi dalla guerra che poi
-nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; da chi voluta, mal si
-direbbe. Ai Fiorentini era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno,
-avendo i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente retta
-da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano Belfredotti), ma debole
-sempre contro alle insidie o agli assalti delle maggiori città vicine,
-per la scarsezza dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano
-a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano i Pisani tentato
-Volterra, che allora sarebbesi accordata per la meglio ricevere da
-Firenze il Capitano di guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini,
-cortesemente avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro discorso
-occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze del tiranno per
-via d’un’altra scelleratezza, fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero
-quella città e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio ai
-Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai luoghi forti ed
-alle marine. E frattanto Piero Gambacorti con la forza di settecento
-soldati ungheri era fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la
-quale sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini.
-Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio Lupo, nobile di
-Parma dei marchesi di Soragna, si diedero in fretta a provvedersi
-di gente; scegliendo uomini volonterosi ed atti alla guerra, che
-formassero le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior
-modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si era dovuto anche
-pe’ contadini il servizio personale commutare in una tassa, che essi
-pagavano con grande loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni
-e soldati forestieri:[270] bene potevano essere chiamati quando era
-necessità, scontando la tassa, come avvenne in questo tempo; ma era
-servigio dannoso e disutile: e tutto il nerbo della guerra stava negli
-Ungheri e Tedeschi.[271]
-
-Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e abbiamo registro[272]
-di ventisei compagnie, la maggior parte di forestieri, le quali sotto
-varie insegne e nomi diversi furono in quegli anni tenute a soldo
-dai Pisani. Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano per
-le strade loro passeggiare baroni e cavalieri armati d’ogni nazione:
-tra gli altri, un Ridolfo ed un Giovanni di Habsburgo vennero l’anno
-1365 agli stipendi dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val
-di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona tolto ai
-Pisani furtivamente, questi riebbero per assalto. Di Val di Nievole si
-portò la guerra tosto in Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate
-castella di picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari
-e rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; quando per
-dappocaggine o malizia dei consiglieri o commissari che la Repubblica
-inviava a stare a guardia del capitano, Bonifazio fu deposto da
-quell’ufficio; egli accontentatosi nobilmente di servire nella qualità
-di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da Camerino, che gli aveva
-tolto il luogo suo. Viveva quegli poi molti anni in Firenze, dov’ebbe
-cittadinanza, ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la
-fondazione d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene anche
-oggi il suo nome.[273] Ridolfo avuta con lungo e faticoso assedio la
-terra di Peccioli, e corso anch’egli inutilmente devastando il piano e
-distruggendo nobili possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon
-frutto non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, condotto
-dai Fiorentini con quattro galere, facea buona prova; tenendo questi a
-grande onore umiliare Pisa colà dov’era la forza sua; tantochè avendo
-occupato per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo le
-rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali fino ai giorni
-nostri restarono appese alle colonne di porfido presso alla porta
-maggiore del tempio di San Giovanni. Altre due galere aveva mandate in
-servigio della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli grande
-Siniscalco del regno di Napoli.
-
-Continuava la guerra tutta quella state, nè per il verno cessavano
-le due parti dall’assalire castelli, avendo i Pisani tentato Barga e
-Pescia e Santa Maria in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre
-i Fiorentini sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi avere
-Lucca per trattato, da quella furono ributtati per la diligenza dei
-Pisani. Avevano questi sul principio della guerra (se fede intera
-prestar si debba al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori
-per bando crudele.[274] E in Garfagnana si raccendeva feroce la guerra
-nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri da Baschi capitano de’
-Pisani avendo rotte due grosse bande di cavalieri e fatto prigioni i
-due valorosi capitani che avea mandati Piero da Farnese a rifornire le
-castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe splendida rivalsa
-presso al Bagno a Vena, dove la battaglia due ore e mezzo fu combattuta
-pertinacemente con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con la
-spada in mano, e seco molti valenti uomini e le insegne dei Pisani.
-Del che in Firenze fu molto grande e popolare allegrezza, entratovi
-Piero quasi trionfalmente: e subito quindi correva egli sotto Pisa e
-fino alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù di soldato e
-perizia di capitano. Ma egli moriva in quei giorni della peste ch’avea
-ritoccato di nuovo in Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del
-quarantotto: di lui fu grande e universale compianto, ed ebbe esequie
-splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna una statua equestre di
-legno che stette infino a questi ultimi anni nel maggior tempio; dove
-Piero da Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di quando egli,
-mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato dai suoi, montò sopra
-un mulo da soma e a quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu
-tanto allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al modo stesso
-come era morto Giovanni, Matteo Villani che la storia sua condusse
-infino all’ultimo giorno della vita: quando s’apprestava a raccontare
-l’esequie di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta,
-continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo suo figliuolo,
-più letterato dei suoi maggiori, ma istorico troppo da meno, al breve
-saggio che egli ne diede.
-
-Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la guerra, dacchè i
-Pisani ebbero condotta ai loro stipendi una compagnia d’Inglesi che
-aveva nome la Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro a
-Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela da dosso; era egli
-avverso ai Fiorentini e amico ai Pisani: avriano potuto i Fiorentini
-farsi innanzi, molti di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra
-gli altri essendo guida in Italia della compagnia; ma invece trassero
-di Alemagna poche altre genti capitanate dal conte Arrigo di Monforte,
-all’uopo scarse e di minor conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato
-camminavano inverso Firenze per il piano di Pistoia infino alle porte,
-guastando al solito case e ville, correndo palii e impiccando asini;
-finchè ritrattisi all’udire le campane di Firenze suonare a stormo,
-discesi a Empoli per i poggi, di là per il Chianti si andarono a posare
-nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa terra e il castello
-di Figline. Campeggiarono tutto il Valdarno ad agio loro alquanti
-dì, ed all’Incisa avendo rotta l’oste fiorentina che si faceva loro
-incontro,[275] un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze da
-opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era capitano messer
-Pandolfo dei Malatesti, il quale o che pe’ mali ordini del governo
-gli paresse necessario, o che a pro suo volgesse in mente consigli
-malvagi, chiedeva gli dessero giurisdizione di sangue nella città e
-fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che negatogli
-e tumultuando la città che ricordava il Duca d’Atene, male potevane
-avvenire; quando saputosi che gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando
-i poggi del Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura
-e s’acchetarono i sospetti.[276] E già il verno soprastava, nel mezzo
-del quale non si ristavano quella dura gente degl’Inglesi dal correre
-e dare il guasto alle terre cercando preda. Con maggior impeto e più
-ordinata battaglia si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera;
-e più volte ebbero a sè propizia la fortuna delle armi, tenendo stretti
-nella città i Fiorentini con disagio e con pericolo molto grande;
-quando ecco si videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra
-loro dividersi e insieme combattere, essendo una parte già compra, e
-l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a Cascina rimanendo vinta in
-molto grossa battaglia. Ed in quei giorni anche fu preso ed abbruciato
-Livorno per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato nelle
-compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, come i nobili
-spesso facevano, e di rado utile alla patria sua. Così tra le due città
-rivali erano venute a pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano
-V già s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni sofferti
-e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente consigliavano, e che
-Giovanni dell’Agnello, che si era in Pisa levato a doge, promoveva
-pe’ suoi privati disegni. Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze
-pubblicata non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre
-del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali quali com’erano state
-innanzi la guerra: tornava meglio alle due città se non l’avessero
-cominciata.[277]
-
-La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento di dignità,
-veniva a rendersi ogni giorno più, non che odiosa agli Italiani,
-subietto amaro alla riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e
-Urbano V, benchè francese, non prima assunse il pontificato che pose
-mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. Questo annunziava egli
-col pigliare il nome d’Urbano. Muovevanlo i danni che ne venivano alla
-Chiesa, e lo squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne
-dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul papato i re di
-Francia, ed ultimamente per le guerre di quel regno parevagli fosse
-male sicura ivi la dimora: vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli
-al dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le armi e per
-le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia della presenza dei papi,
-che il nuovo stato costituisse e gli acquistasse la moral forza; si
-confidava con la presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni
-e dalle rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;[278]
-sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti che fu insigne per
-malvagità anche tra gli uomini della casa sua, e che d’ogni erba faceva
-fascio. Si accordava al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle
-due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva questi passando in
-Italia nel tempo stesso che il Pontefice, meglio rialzarvi l’imperial
-nome e confortarne l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza
-di Bernabò, che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo suo.
-Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella primavera del 1367,
-e dimorato alcuni mesi in Viterbo, a’ 16 ottobre faceva l’entrata
-solenne e lieta veramente nella desolata Roma, in mezzo al corteggio
-dei signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e l’Imperatore
-e il Re d’Ungheria la regina Giovanna di Napoli e i signori di Mantova
-e di Padova e di Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti,
-alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento si rifiutarono
-aderire. Oltre al tenere in gran sospetto quell’amicizia tra ’l Papa e
-Cesare, pensavano come per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà
-più forte nella propria difensione e alla unità del comando, le forze
-di quante in Italia erano compagnie, cioè delle sole milizie vere che
-allora sapessero tenere il campo e mantenessero disciplina. Ma fuori
-anche di tutto ciò, per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia
-di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni cosa; e della
-quale non saprei dire se fosse Carlo o più avido o più bisognoso.[279]
-Egli disceso nel maggio del 1368, trovata l’impresa più dura che in
-lui fossero l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti per molto
-danaro e piccioli ossequi o concessioni da loro fatte; e la lega fu
-disciolta, ed egli con poche armi recavasi in Toscana.
-
-Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a Roma, accrebbe quivi
-lo splendore di quei giorni al Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in
-Siena, della quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo;
-ma ora cercando mettere in palagio un suo Vicario, infuriò la plebe,
-ed ei dovette salvarsi nelle case dei Salimbeni con suo pericolo e
-vergogna. A Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto lo
-stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero Gambacorti, dal
-quale ottennero essi la conferma degli antichi privilegi e aggiunta di
-nuovi, cosicchè allora per sempre cessarono dal fare porto a Talamone.
-Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani ricuperava dopo
-ventisette anni l’indipendenza; riordinandosi a governo per allora
-popolare e molto amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano
-le solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, come
-vedemmo, fossero libere le città una per una e spicciolate, ma non
-formassero uno stato di più insieme, e non facessero acquisti di terre
-senza il beneplacito di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra
-essere stata contro ai patti del 55, e grave scandalo gli pareva
-che la Repubblica si arrogasse dare castella in feudo ai signori del
-distretto, a sè rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto
-per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da Lucca e da Siena e da
-Pisa e dai Visconti avuti buon numero, tornò in Germania soddisfatto.
-Ma lasciava però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione di
-San Miniato; non poteva quella terra dimenticare l’essere stata rôcca
-ai Vicari dell’Imperatore; e molti avendo e possenti nobili usati al
-vivere ghibellino, le istituzioni popolari male vi sapevano allignare:
-quelli umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini,
-partito lui, di già si erano accampati sotto alle mura della città,
-allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo si ritraessero, avendo avuto
-egli dall’Imperatore il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica
-questa volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone
-addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva essere ben guardata.
-Ciò nonostante in un primo scontro ebbe la peggio, ed i nemici erano
-corsi fino alle porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo
-per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si tenne finita in
-Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il capo, e i ragazzi della plebe
-fiorentina addosso a loro inferocivano. Si disperderono le casate dei
-Sanminiatesi, e una donna della famiglia dei Borromei, portò a Milano
-le sue ricchezze.[280] Il Pontefice, che da gran tempo lodevolmente
-sollecitava le città e i principi dell’Italia a unire insieme gli
-sforzi loro contro alle straniere Compagnie, si era da ultimo collegato
-ai Fiorentini; talchè quella guerra si protrasse fiaccamente qualche
-altro mese in Lombardia, finchè una pace venne conchiusa massimamente
-perchè il Papa si era tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne
-egli a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370.
-
-Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica:
-l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a
-tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni.
-Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco
-del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da
-Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel
-bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino
-di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta
-dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto
-come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano
-quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva
-ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze,
-la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se
-tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di
-Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente
-accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per
-sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori,
-crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero
-provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue
-o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato.
-Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da
-Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona,
-o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso
-che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città
-papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro
-venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa
-di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche
-più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo
-de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un
-trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di
-recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero
-più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai
-reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini
-ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima
-famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi
-da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due
-popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando
-della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè
-divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che
-si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori
-da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze
-macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro
-Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi
-Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282]
-
-Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo,
-che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare
-venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi
-mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu
-quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i
-sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che
-di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro
-alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a
-tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285]
-le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse
-al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni
-ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i
-quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363,
-poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per
-lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi
-a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei
-Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni
-raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini
-che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro
-a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci
-sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo
-Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei,
-fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti
-minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori
-intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione
-della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi,
-innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli
-ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte
-in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene
-condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio.
-Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu
-confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo
-dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato
-Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma
-(come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti,
-più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol
-poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi
-quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie:
-questo si ottenne a gran fatica.[289]
-
-Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose
-che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a
-qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato
-suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte
-guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già
-s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio
-susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne
-quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un
-anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro
-ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini
-della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano:
-egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di
-_paperini_, giocando sul nome quasi che fossero _paterini_. La setta
-degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi
-aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza
-era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto
-grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua
-e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello
-di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le
-ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da
-meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori
-in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è
-vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo
-Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai
-Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava
-Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano
-già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella
-Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della
-Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso
-erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione
-del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro
-ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani
-di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi,
-dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto
-di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede
-agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai
-magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi.
-
-Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica
-nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la
-potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la
-quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e
-statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare,
-e fatte, essere _ipso jure_ irrite e nulle, senza che prima fosse
-consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in
-palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che
-desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione
-corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi
-contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla
-Camera Apostolica, e più di essere _ipso facto_ dichiarato e tenuto per
-Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza
-di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno
-dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna
-ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi
-del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un
-altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì
-che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi
-a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva
-voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra
-riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di
-ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome
-assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a
-mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà
-di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare.
-Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali
-cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva
-fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295]
-
-Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini,
-porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste
-vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei
-medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti,
-Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi
-diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei
-migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di
-dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato
-un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari
-popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti
-essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento;
-e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati
-per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante
-vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi
-e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole
-rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto
-dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in
-uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute
-della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai
-maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i
-principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa
-cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli
-Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi,
-dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu
-anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a
-difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase
-e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era
-dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal
-quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono
-fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente
-di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi;
-e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare
-più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a
-private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di
-autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro
-per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano
-delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova
-essere scemata l’autorità di quel magistrato.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]
-
-
-Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica,
-questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici
-col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano
-sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico
-patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare
-volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre
-della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di
-molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di
-possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei
-Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici
-direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad
-essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro
-o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel
-costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima
-insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi
-straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui
-sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e
-qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai
-popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso
-la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e
-ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi
-di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo
-della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la
-forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri
-Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo
-Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati,
-lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti)
-pericolare la libertà.
-
-I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal
-seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè
-ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato
-esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa
-un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di
-Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei
-avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente
-i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’
-Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io
-credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei
-Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza
-troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei
-popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica
-forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano
-oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli
-facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla
-libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini,
-usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate
-nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande
-opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le
-coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli
-ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero
-ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297]
-
-La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere
-quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli
-Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come
-dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli
-Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in
-Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298]
-Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il
-Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e
-imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette
-tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la
-larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299]
-mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse
-farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti:
-ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene
-avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo
-e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi
-a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al
-dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300]
-E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente
-mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata
-contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni
-via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’
-Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli
-più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo,
-chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel
-mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le
-terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti
-e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato,
-ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col
-capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro,
-veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i
-nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato
-ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto
-il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani
-ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre
-era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del
-quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze
-patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli
-medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre
-dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i
-luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti.
-
-Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa
-quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie,
-per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed
-ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione
-della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed
-all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto,
-perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era
-prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli
-altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto
-sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori:
-quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila;
-poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi
-le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo
-stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse:
-queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre
-nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa
-quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi
-questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare
-minutamente nell’istoria della Repubblica.
-
-Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano
-dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano
-apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando
-nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per
-fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza,
-ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e
-di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando
-negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati
-cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo
-Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici,
-sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese
-recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale
-fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi
-in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto
-gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli
-che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti
-erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro
-assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti.
-Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i
-Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo
-dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi
-apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo
-a favellare.[304]
-
-Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso anche le terre dei
-Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi e degli Aretini, costringendoli,
-com’era usanza, a riscattarsi dalle devastazioni per molto danaro.
-Siena bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo anche i
-Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: v’entrò anche Arezzo,
-ch’avea alle coste la minaccia dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi
-s’aggiunsero alla confederazione, bensì con patto di non inviare genti
-a soccorso di chi occupasse i possedimenti della Chiesa.[305] Laonde
-Firenze, a sè cercando più saldo appoggio e di maggiore riputazione,
-non temette collegarsi al più antico e più costante dei suoi nemici,
-Bernabò Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte guelfa,
-cercato indarno di storpiare quella lega, la quale si trova, nè senza
-ragione, biasimata da taluno di quelli stessi ch’erano pure dei più
-caldi per la guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto
-mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, avvalorato in
-quello scrittore anche dai fatti che ne provennero. «Fu tenuto allora
-da molti buoni e savi cittadini che questo fosse de’ rei partiti
-che il Comune pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la
-prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere e fare
-discredenti i prelati superbi, malvagi e ingrati, che allora reggevano
-e governavano la Chiesa di Dio, non dovevano però in tutto mortificare
-e disfare lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono stati
-d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, e con questa
-collegazione gli avevano sempre tenuti a freno: e però seguì che,
-disfatto lo stato della Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca
-di Milano, ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni
-e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore ecclesiastico; e oltre
-a ciò spese la nostra città in detta guerra tre milioni di fiorini,
-di che seguì che i nostri mercatanti perderono molti avviamenti e
-traffichi per lo mondo; e forse per questo seguirono poi le discordie
-cittadinesche, per le quali il reggimento venne in mano de’ Ciompi e
-popolo minuto.[306]» Ma vero è poi, che ai Fiorentini quella guerra
-non parve che fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto
-insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome avvenne,
-che la riputazione della possanza di Bernabò avrebbe condotto più
-agevolmente all’effetto che essi cercavano, quello cioè di rubellare
-al Papa lo stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei
-popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro che prima
-solevano avere alle mani loro il governo delle città. Cotesta era
-guerra meno prode che efficace, e fu dagli Otto proseguita con sagace
-e appassionata operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e
-con gli amici che avevano sparsi per le terre della Chiesa, o man mano
-guadagnavano; in sè concordi, e senza intralcio d’altrui sindacati,
-portati a cielo da grande aura di favore popolare, encomiati delle
-opere loro perchè la città non si credette in altro tempo mai essere
-stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto Santi. Molto facevano
-col danaro, ma chi delle terre della Chiesa volendosi rubellare cercava
-aiuto d’armati, lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova
-bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro scrittovi
-Libertà in bianche lettere a traverso: se alcuna terra si volesse
-dare ai Fiorentini, non l’accettavano. Così molte furono in pochi dì
-liberate: «poi, alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure
-alla Chiesa era tolta;[307]» e ciò bastava.
-
-Città di Castello fu la prima che, levando rumore e soccorsa dai
-Fiorentini, si ribellasse: seguitarono Perugia, Orvieto, Montefiascone,
-Viterbo; in questa rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che
-infino allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: poi Todi,
-Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna Forlì dove tornarono gli
-Ordelaffi, come in Imola gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi
-Fermo ed Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città minori o
-terre o castelli: la prima cosa era atterrare le fortezze che i Legati
-dentro vi avevano fabbricato. «Pareva che intervenisse delle terre
-della Chiesa come d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre,
-rovina quasi tutto il resto.[308]» Allora il Papa assoldò in Provenza
-alcune migliaia di Brettoni, uomini in guerra valorosi, in pace
-crudeli, per fargli scendere in Italia. Citò a comparire i Signori ed
-i Collegi, e nominatamente gli Otto della guerra, sotto minaccia delle
-più gravi censure e pene che allora fossero in casi simili proferite,
-se rimanessero contumaci. Ma insieme volendo alla conciliazione aprire
-una via, mandò in Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e
-un Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di Castello
-e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, purchè non andassero
-più innanzi con la guerra. Per questo si tennero molte pratiche e
-consigli di richiesti; ed era la pace già deliberata, quando gli Otto,
-che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che in Bologna si
-era offerta, strinsero i trattati che avevano dentro e vi mandarono
-gente, sì che la città levata in armi cacciò il Legato: erano ancora
-gli ambasciatori in Firenze quando giunse la novella, e si fece grande
-festa decretando fosse quel giorno solenne allora e in perpetuo:
-tanto più sfoggiavano in cosiffatte dimostrazioni, quanti più erano i
-contrari.
-
-Dei quali fatti in Avignone giunse l’avviso quando erano ivi di già
-arrivati messer Donato Barbadori, Domenico di Silvestro e Alessandro
-dell’Antella, oratori del Comune ed avvocati presso al Pontefice.
-Recitarono, com’era usanza, grave orazione, magnificando l’antico
-ossequio dei Fiorentini verso la Chiesa e le recenti offese che
-spinsero la Repubblica a provvedersi contro le ambizioni e il nemico
-animo dei Legati; per essi venuta in pericolo la libertà, e Firenze suo
-malgrado cercare a sè ogni via di scampo. Rispose il Papa, avviserebbe:
-pochi dì poi chiamati a sè con solenni cerimonie gli ambasciatori,
-fece ad essi leggere il decreto pel quale veniva Firenze interdetta,
-ed oltre alle pene spirituali volendo ancora contr’essa procedere a
-gastighi corporali, ordina il Breve che sieno i Fiorentini cacciati
-da ogni parte del mondo cristiano, ed i beni loro confiscati; e se
-al divieto non obbedissero, sieno ridotti in servitù, «a fine che il
-pianto loro sia ai posteri di terrore:[309]» parole gravi come i fatti,
-ed io vorrei che gli scrittori della Curia si astenessero da tali
-enfasi di linguaggio. Narrano che il Barbadori uscendo di sala, volto
-a un Crocifisso che ivi era, a lui appellasse di quella sentenza come
-a giudice supremo.[310] E trovo scritto che d’Avignone sola fossero
-cacciati oltre a seicento Fiorentini dimoranti in quella città pei
-grandi traffici di Provenza, e come banchieri principali o cambiatori
-nella Corte pontificia. La sentenza ebbe esecuzione in Inghilterra ed
-in altre parti, sebbene andassero ambasciatori ai re d’Inghilterra e di
-Francia e di Ungheria per la tutela delle persone e degli averi che i
-Fiorentini tenevano sparsi in tanti luoghi della cristianità. Da Pisa
-non furono accomiatati i mercanti che ivi dimoravano, e la città fu
-interdetta; ma il Gambacorti, che la reggeva, cercando schermirsi col
-Papa insieme e co’ Fiorentini, inverso a questi batteva freddo; nè le
-altre città di Toscana si dimostrarono molto vive in quella contesa, nè
-Lucca nè Siena trovo che fossero interdette.[311]
-
-A vie più accendere le passioni bentosto si aggiunsero due fatti
-crudeli, e inique stragi ed abominazioni commesse da quelle straniere
-milizie che dal Pontefice assoldate, doveano stare a difesa sua nel
-suo discendere in Italia. Santa Caterina da Siena e Francesco Petrarca
-gli avean prima dato miglior consiglio; venisse senz’armi, con la sola
-croce sarebbe più forte.[312] Per la ribellione di Bologna essendo
-l’Aguto rimasto fuori della città, fece pensiero di occupare con le sue
-genti Faenza che si teneva per la Chiesa; le quali entratevi, la città
-tutta fu messa a sacco, forzate le donne fin dei monasteri e tenute
-pe’ soldati, le vecchie cacciate fuori di città, costretti gli uomini a
-ricomperarsi o ad andare tapinando: poi quando l’Aguto credette essersi
-ben rifatto, vendè la città vuota com’era al marchese di Ferrara; poi
-vi rientravano i Manfredi, ch’erano soliti dominarla. Nè il cardinale
-Roberto di Ginevra, venuto al governo della legazione di Bologna,
-mostrò risentirsi di quel fatto scellerato, e tosto poi adoperò l’Aguto
-contro a Cesena, che desse mano ad altra opera anche più crudele. Erano
-in questa città i Brettoni, selvaggi uomini corrivi ad ogni eccesso;
-talchè alla fine, moltiplicando le offese e vinta essendo la pazienza
-de’ cittadini, levati su, diedero addosso ai Brettoni sparpagliati, e
-molti ne uccisero, che fu detto essere qualche centinaio. Era il Legato
-presso la città in luogo forte, alla Murata, ed era con lui Galeotto
-Malatesta; ai quali andati i cittadini, ebbero promessa non ne sarebbe
-altro, e tornassero ai fatti loro. Ma tosto dipoi sopravvenendo le
-genti dell’Aguto, e ravviatisi i Brettoni, insieme entrarono in Cesena;
-e qui uccidere a man salva uomini e donne e i bambini nelle culle:
-erano tutte le vie e le piazze piene di corpi morti nel fango, le
-chiese di sangue, e su per gli altari uccisero parecchi: tremila o più
-furono i morti: scampò chi riuscì a fuggirsi della terra, perocchè gli
-Inglesi più attendevano alla preda, ed i Brettoni alla vendetta.[313]
-Destava quel fatto pietà commista a odii atroci, e per le città della
-Toscana si fecero esequie a’ morti in Cesena.[314] Il Papa tacque; ma
-s’egli dannava con pubblico breve il Cardinal di Ginevra, costui non
-sarebbe più tardi riuscito a portare scisma dentro alla Chiesa di Dio
-col farsi eleggere falso papa.
-
-La Toscana restò immune da cosiffatte calamità, del che gli Otto
-s’acquistarono maravigliosa benemerenza con l’accortezza dei
-provvedimenti. Radunarono quanta più gente dovunque potessero, e
-l’avviarono a Bologna o su per le Alpi a guardare i passi, avendo anche
-molto estese le giurisdizioni loro per la Romagna col soggettarsi
-i signori dei castelli, e le terre fatte libere pigliarsi com’eran
-soliti in accomandigia. Teneano frattanto a bada il Legato facendo
-nascere in Bologna un finto trattato di fargli riavere quella città;
-ivi il governo del Legato aveva per sè la minuta plebe: i Fiorentini
-si tenevano in devozione i rettori con le grandi provvigioni. Facevano
-buona guardia, avendovi anche di continuo due commissari, uno dei quali
-fu il cronista Marchionne Stefani.[315] Comandava allora le genti di
-tutta la Lega Ridolfo da Varano dei signori di Camerino, reputato
-capitano, che i Fiorentini, poichè la guerra più era ingrossata,
-condotto avevano a’ loro stipendi. Si teneva egli chiuso in Bologna,
-ed alle provocazioni dei nemici rispondeva, non uscire egli perchè
-non vi entrassero. Giovanni Aguto conduceva guerra lenta, male
-soddisfatto dello stare ai servigi della Chiesa che non aveva di che
-pagarlo, poich’ebbe perduta tanta parte dello Stato; ond’egli, scaduto
-che fu il tempo della condotta, s’acconciò co’ Fiorentini. Il che
-parve gran ventura, perchè se si fossero insieme congiunte due tanto
-grosse compagnie, com’era la sua e quella dei Brettoni, sarebbe stato
-disfacimento d’Italia. Questi avevano in Francia promesso pigliare
-Firenze, dicendo che se v’entrava il sole, essi v’entrerebbero. Ma
-non avevano tale condottiero qual era l’Aguto; e due loro capitani già
-erano stati dagli Otto guadagnati: sicchè tutto quell’apparato grande
-di guerra andò a scaricarsi in ruberie e in crudeltà sulle infelici
-terre di Romagna, senza alcun danno ma solamente con grande spesa dei
-Fiorentini.
-
-Aveano i Tarlati allora tentato rientrare in Arezzo con intelligenza
-di loro amici ghibellini e con la forza dei soldati della Chiesa,
-tanto ogni cosa era capovolta: ma gli Otto mandarono gente a riparo,
-e non ne fu altro, a pochi essendo tagliato il capo. Più tardi il
-vescovo Albergotti avea ritentato dare alla Chiesa quella città; ma fu
-invano, e dovè fuggirsi.[316] Guerreggiava nella Marca il capitano dei
-Fiorentini, il quale avendo tolta per sè Fabriano ed essi vietando la
-ritenesse, egli si voltò alla parte della Chiesa; del che in Firenze fu
-un gran dire, e la sua imagine fu dipinta per la città in più luoghi
-col capo all’ingiù, impiccato come traditore: faceva Ridolfo negli
-Stati suoi dipingere gli Otto della guerra, effigiati con iscrizione
-di sordido vitupero.[317] Ebbe il comando in vece sua un conte Luzzo
-o Lucio tedesco della casa di quel conte di Lando verso cui meglio
-adoperarono i villani delle Alpi quando egli tentava i confini di
-Toscana: ma il conte Luzzo guadagnava sopra a Ridolfo insigne vittoria;
-ed i Fiorentini se ne contentarono, molto onorando il conte Luzzo; e
-lieti che l’altro nuovo loro capitano Giovanni Aguto avesse in Maremma
-fugate le genti del Papa, e corso con le armi le terre fin sotto
-Perugia, facendo quivi assai gravi danni. Bolsena, con grave suo danno
-e ruina, si era data con l’aiuto dei Fiorentini al Prefetto da Vico; il
-che avvenne sotto agli occhi stessi del Pontefice.
-
-Imperocchè Gregorio, avendo cessato allora per sempre il soggiorno
-d’Avignone, s’era in Italia ricondotto. La navigazione sua fu piena
-di casi per le traversie del mare; talchè essendosi egli mosso a’
-13 di settembre, non giunse a Corneto prima de’ 4 dicembre, avendo
-anche fatto in Genova qualche indugio; tuttora incerto com’egli era
-del tornare, attraversato dai cardinali e dai francesi della Corte,
-cui troppo piaceva quello starsene appartati in quieta dimora, nè
-come a Roma posti in alto con gli occhi addosso della cristianità.
-Quivi alla fine si ricondusse Gregorio XI il giorno diciassettesimo
-dell’anno 1377. Pigliava dipoi stanza in Anagni, dove lo raggiunsero
-gli ambasciatori de’ Fiorentini per la pace, richiesti da lui non prima
-fu egli disceso a Corneto. La Repubblica frattanto, usando la penna di
-Coluccio Salutati, esortava con la facondia di molto aspre e concitate
-parole i Banderesi di Roma, non facessero abbandono della libertà, che
-è cara cosa più d’ogni altra; non si lasciassero trarre all’esca delle
-curiali magnificenze, a prostrare quella dignità che invano dipoi si
-crederebbero racquistare al sangue romano. Questo scriveva Coluccio
-a’ 25 dicembre; ed ai 26 rendendo grazie alla regina Giovanna che
-si era interposta premurosamente per la pace, protestava esserne la
-Repubblica desiderosa. Le condizioni dal Papa offerte sin dal principio
-furono tali, ch’era impossibile accettarle; imponeva l’abbandono de’
-collegati, ed una multa che oltrepassava un milione di fiorini: ne
-aveano offerti gli ambasciatori fino a settecento mila. Ma io non
-so quale delle due parti fosse meno inclinevole alla pace, entrambi
-cercando versare sull’altro l’odiosità del rifiuto. Da una lettera di
-Coluccio (26 ottobre 1377) si vede che il Papa imponeva anche l’andata
-in Corte, a chiedere perdonanza, di cento uomini fiorentini scelti da
-lui, e cento delle altre città di Toscana. Laonde Coluccio nelle sue
-lettere protestava più che mai essere necessario continuare la guerra,
-a ciò animando i collegati, e al Cardinale di Firenze e a quel di
-Cosenza molto vivamente denunziando l’avverso animo del Pontefice.[318]
-
-A questo modo si protraeva quell’infruttuoso negoziare da oltre
-sei mesi, quando Bologna fece pace con la Chiesa mantenendo le sue
-libertà, ma disciogliendosi dalla Lega. Dal che Gregorio pigliato
-animo, e sapendo essere in Firenze contrari molti a quella guerra,
-mandava due frati nel predicare valenti, i quali cercassero innanzi
-al popolo radunato mostrare il buon animo del Papa inverso della
-città, e persuadere la pace. Parlarono questi, ma nel Palagio e ad una
-congrega molto numerosa di richiesti dagli Otto medesimi, dei quali la
-causa doveva essere giudicata: ciò almeno apparisce dal paragone degli
-scrittori, i quali poi narrano che gli oratori fossero rinviati, con la
-protesta di mantenere più salda che mai la difesa della libertà dagli
-Otto propugnata con tanto merito nell’universale.[319] Pare altresì
-che fosse allora nelle città di Toscana maggiore prontezza che per
-lo innanzi, o almeno gli Otto vollero fare di tale consenso grande
-e solenne dimostrazione. Radunati in Firenze gli ambasciatori delle
-altre città, e in Palagio convitati con molto studio di magnificenza,
-convennero tutti fare buona guerra, e che ad ogni deliberazione degli
-Otto dovessero stare le altre città, come se fatte venissero dai
-propri loro magistrati. Grande era l’animosità dalle due parti; il
-che veggiamo da un’altra lettera di Coluccio ai Banderesi, dove gli
-esorta a resistere con ogni sforzo al Pontefice, come avean fatto gli
-antichi loro progenitori a Brenno e a Pirro e ad Annibale, offrendo
-in nome della Repubblica e di Bernabò tre mila lance a soccorso loro.
-Ma peggio fu quando tornati essendo gli ambasciatori ai 4 d’ottobre,
-ed in solenne radunata esposto quello che aveano fin qui operato,
-deliberarono i Consigli che si facesse guerra a oltranza; e ad un
-ambasciatore di Bernabò, che era rimasto in Anagni e offriva trattare
-nel nome dei Fiorentini, risposero molto risolutamente se ne stesse,
-e che pace non farebbero, e che ritiravano le condizioni da prima
-offerte.[320] Gli Otto, che prima venivano confermati di sei in
-sei mesi, ebbero rafferma d’un altro anno dopo la scadenza; che era
-mostrare grande proposito e fermo animo alla guerra.
-
-Allora trovati dottori canonici, i quali dannassero di nullità
-l’Interdetto, ordinarono che agli 8 d’ottobre, festa di santa
-Reparata, si riaprissero tutte le chiese in città e nel contado e nel
-dominio, celebrandosi i divini uffici come in passato pubblicamente:
-richiamarono i prelati e i preti semplici che si erano assentati
-dalle chiese, minacciandoli di gravi multe se non tornassero; gli
-ecclesiastici che per avere ubbidito si trovassero involti in processo
-o avessero gastigo dal Papa, fossero difesi a spese del Comune e
-compensati dei danni sofferti: quanto venissero osservate coteste
-leggi, noi non sappiamo. A molti pareva non essere giusta la scomunica
-a quel modo data e per motivi di quella fatta; nè in Firenze mancava
-forse chi si accostasse alle sètte dei Fraticelli o di altrettali
-novatori, che in Italia serpeggiarono tutto quel secolo. Delle
-moltitudini era devoto e sincero l’animo, e l’affetto religioso aveasi
-aperto sue proprie vie fin dal principio dell’Interdetto. «Parve
-(scrive il cronista) che una compunzione venisse a tutti i cittadini,
-e per molte chiese cantavansi laude ogni sera, ed uomini e femmine
-infiniti vi andavano, e grandi spese vi si facevano: ed ancora s’andava
-ogni dì a processione colle reliquie, e canti musicali, con tutto
-il popolo dietro. Ancora si mossero molti giovani nobili e ricchi
-e si convertieno, e feciono loro conventicole a Fiesole, e facevano
-limosine, e quivi in digiuni e in orazioni dormivano in sulla paglia
-e in terra, e convertivano peccatrici, e vestivanle, e monisteri
-muravano: ed era questa cosa sì dilatata, che ben parea che volessero
-vincere e aumiliare il Papa, e che voleano essere obbedienti alla
-Chiesa.[321]» Ma gli Otto pigliarono in sospetto le radunate delle
-compagnie dei disciplinati che si facevano nelle chiese dei frati, e a
-questi vietarono sotto gravi pene fare dette radunate[322] dov’erano
-certo molti di coloro ai quali spiaceva la guerra ed il vivere in
-contumacia di Santa Chiesa, «e gli obbrobrii e i vituperi e le ingiurie
-che tutto dì si facevano nelle persone degli ecclesiastici.[323]»
-
-Era in Firenze a quei giorni Caterina Benincasa da Siena, che noi
-veneriamo come santa, mirabile donna nella vita e negli scritti;
-oratrice inviata privatamente in Avignone dai Fiorentini a Gregorio,
-e presso lui grande promotrice del ricondurre la Sede in Roma e
-mantenervela: con la parola e con le lettere fermava l’incerto animo
-di lui, mostrando il male colà dov’era, senza mai palliarlo per via
-di timide concessioni, e innanzi tutto ponendo la riforma dei pastori
-con pio coraggio e con umile severità; avvalorando le riprensioni
-col sempre tenersi dentro ai termini della riverenza, e temperandole
-con l’affetto. Scriveva agli Otto e alla Signoria, non s’indurissero
-nell’orgoglio e nella caparbietà, non mentissero alla coscienza, al
-Papa andassero coll’ossequio dai figli dovuto al Padre comune; le
-offese recate a lui e alla Chiesa riuscire in danni alla Repubblica;
-non guastassero quei buoni semi che già parevale di aver posto nel mite
-animo di Gregorio.[324] Scriveva al Papa gridando pace: racquisterebbe
-con la benignità le anime, che sono il tesoro della Chiesa. «Con queste
-guerre non veggo che possiate avere un’ora di bene; distruggesi quello
-dei poverelli ne’ soldati, ed impedisce il santo vostro desiderio, il
-quale avete della riformazione della Sposa vostra, riformarla dico
-di buoni pastori. — Voi potreste dire, Santo Padre: per coscenzia
-io son tenuto di conservare e racquistare quello della Santa Chiesa:
-ohimè, confesso bene che egli è la verità; ma parmi che quella cosa
-che è più cara, si debba meglio guardare. — Poniamo che siate tenuto
-di conquistare e conservare il tesoro e la signoria delle città,
-la quale la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di
-racquistare tante pecorelle, che sono uno tesoro nella Chiesa, e
-troppo ne impoverisce quando ella le perde. — Procurate che nelle
-vostre mani, quello che Dio permette per forza, si faccia con amore.
-— La Chiesa perde e ha perduto li beni temporali per la guerra e per
-lo mancamento delle virtù; che colà dove non è virtù, è sempre guerra
-col suo Creatore, sicchè la guerra n’è cagione: ora dico, che a volere
-racquistare quello ch’è perduto, non c’è altro rimedio se non col
-contrario di quello con che è perduto; cioè racquistare con pace e con
-virtù, come detto è.[325]»
-
-Dimorò in Firenze santa Caterina quei mesi che furono alla Repubblica
-i più torbidi, tenendosi ella più accosta alla setta dei Capitani
-di parte guelfa: ai santi aggradano le città ordinate sotto un
-principio di autorità, e qui aveva essa dei discepoli e degli amici
-molto ferventi; e di là erano gli scomunicati. Trovo scritto che a
-suggerimento di Niccolò Soderini, il quale insieme a Piero Canigiani e
-a Stoldo Altoviti era dei suoi più devoti, esortasse ella i Capitani a
-battere con le ammonizioni la parte degli Otto, riprovando però l’abuso
-che essi ne fecero e i fini privati che a ciò gli movevano.[326] Per
-le quali cose Marchionne Stefani mostra dubbio animo verso Caterina, e
-morde i seguaci ch’ella ebbe in Firenze:[327] e quindi gli odii della
-parte che aveva sua forza nelle Arti minori si dichiararono contro lei,
-tantochè essendo ella rimasta nella città già insanguinata di guerra
-civile, venne pur essa cercata a morte. Ma con la Santa si dee credere
-s’intendessero molto bene quegli uomini di mezzo, i quali sono per
-conto loro di pacata indole e sensata; e in ogni popolo questi sono il
-maggior numero, benchè abbiano la minor voce; ma si riscuotono, e alle
-cose danno sesto, quando esse volgono a ragione.
-
-Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo come egli era, io
-credo verrebbe ad aggiungere qualcosa forse non disutile all’istoria
-dell’umanità. Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a
-indi produrre quell’intestino commovimento che venne a scuotere la
-Repubblica. Avevano le ultime temerità degli Otto necessitato il
-cacciarsi innanzi essi più sempre nella via loro, posti com’erano
-in aperta guerra col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo
-tornato a Roma, e le città di Toscana divenute ora più vacillanti
-ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato ricevuto a grande onore
-dai Pisani nel suo passaggio, e s’adoperava Piero Gambacorti per la
-conclusione d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto
-in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto venuta allora a
-scompaginare per la morte di Giovanni Magalotti che tra essi aveva
-le prime parti, onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori:
-fu egli sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove si
-vede tuttora la lapide di lui, col motto _Libertas_ aggiunto allo
-stemma di famiglia per concessione della Repubblica.[328] Pigliava il
-suo luogo Simone Peruzzi, creato mentre era in Anagni ambasciatore:
-l’esserci entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed ai
-contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni moltiplicate; la
-Parte guelfa, che stava incontro a quella degli Otto, già cominciando
-a prevalere: fu grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni
-Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava tutto il
-prestigio di cui godevano: al quale atto si credè avere dato mano
-lo stesso Peruzzi. Così avveniva che alla città stessero in capo due
-magistrati che la tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde
-radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o dei violenti,
-ma bene ancora nella natura stessa delle cose, come erano queste per
-gradi diversi sentite dagli uomini più onesti ancora e temperati. Gli
-Otto venivano regalati dal Comune a segno di onore (com’era l’usanza)
-di targhe e pennoni e vasellami d’argento; mentrechè la Parte guelfa
-onorava nel modo stesso e regalava i Capitani che più andavano franchi
-e si mostravano più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. «Già da più
-tempo era cominciata addosso agli Otto grande invidia, ed i contrari
-facevano setta, intendendosi con certi grandi e facendosi forti al
-palagio della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei detti
-Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche ebbe ne’ Consigli la
-petizione della loro rafferma, avendola essi stessi anche onestamente
-contradetta.[329]» Ora quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un
-tempo dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti loro; e
-i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le ammonizioni, tirare in
-senso tutto contrario la Repubblica, la quale dovette bentosto esserne
-lacerata.[330]
-
-Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a
-praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora
-prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse
-a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero
-che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere
-occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice
-farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si
-recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori
-del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di
-Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il
-quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai
-pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi
-tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque
-anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre
-poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace
-nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie,
-talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse
-invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il
-congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma
-al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di
-lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non
-ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini
-parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta
-essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima
-essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu
-tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai
-Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo
-stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo
-scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo
-ingrandirsi della Repubblica.[332]
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN.
-1322-1378.]
-
-
-Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici
-dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle
-lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro
-Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto
-pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante
-degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze
-insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed
-ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero
-esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più
-dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso
-nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori
-delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva
-poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi
-ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere.
-
-Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero
-a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro
-a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna
-fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria
-sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale
-risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia
-accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al
-nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si
-emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i
-Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica
-invasione, a regni fiorenti.
-
-La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo
-al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più
-fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la
-precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa
-quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano
-questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle
-signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che
-v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere
-fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia
-media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di
-sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la
-lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti
-meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti
-dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi,
-e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre
-gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi
-tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e
-scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata;
-questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di
-Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure
-appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava
-da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei
-Siciliani.
-
-Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei
-Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse
-per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la
-potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo
-istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la
-maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando
-a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto
-e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici
-in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria
-per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si
-conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in
-civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica
-indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro
-massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe,
-Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite
-a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si
-combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che
-più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco
-noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti
-di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti,
-nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto
-fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere
-meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie
-non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico
-dovette qui essere più scarsa che altrove.
-
-Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così
-le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire
-latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul
-pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco
-intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il
-bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia,
-le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno
-consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche
-divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico
-dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica,
-perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera
-nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno
-alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo.
-Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani
-tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali
-degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia
-quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal
-che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini
-meglio a riceverlo preparate.
-
-Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione
-potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente
-a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo
-popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era
-difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai
-nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno
-feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva
-in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi
-gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu
-grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze
-il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria
-nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli
-ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non
-faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato,
-volle e seppe essere cittadino.
-
-Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua
-e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più
-religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza
-religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio
-aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione;
-poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino
-all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole
-di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua
-nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma
-volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per
-tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità
-religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde
-sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo
-degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i _poveri_ e
-i _deboli_ difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura;
-in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti
-gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino,
-Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri
-ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante
-quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza
-cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di
-spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran
-lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate
-le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo
-secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile
-di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè
-disputavano l’impero sul mondo.
-
-Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo
-di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza.
-Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle
-nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali
-avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a
-tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa
-d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu
-grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima
-in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo,
-mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse.
-Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse
-la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si
-rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire:
-ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato
-di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del
-pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in
-sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal
-buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva
-del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario
-e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale
-usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la
-rettitudine.
-
-Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera
-compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo.
-Gli stessi caratteri ebbe la _Somma_ di san Tommaso, guida interiore
-dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per
-quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in
-germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei
-filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero
-Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già
-sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità.
-Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche
-inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui
-cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella
-splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza.
-
-Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto
-impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero
-dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai
-Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci
-di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi
-Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante
-mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in
-pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della
-frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti
-insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della
-lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di
-dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa
-Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai
-non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè
-fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane
-scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le
-temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le
-troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili
-credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non
-l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero
-è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine),
-ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di
-averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali
-tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua
-scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto
-degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare
-di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando
-i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare
-tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica
-operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli
-prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie.
-
-Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino
-dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in
-un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla
-lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da
-tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da
-quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie
-d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo
-il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè
-aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea
-di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della
-centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare
-la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei
-due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa,
-necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua
-dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che
-poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto,
-levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di
-scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere
-ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa
-ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua
-scritta della nazione.
-
-Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre
-provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi
-poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che
-giovane lo aveva usato nella _Vita Nuova_ senza che paresse a lui di
-far male, quando più adulto si diede a scrivere il _Convivio_, fece
-nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua
-volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva
-egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo _De
-Vulgari Eloquio_, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso
-i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze,
-cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai
-plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre,
-curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo
-idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante
-insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta
-la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede
-giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita.
-Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee,
-il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua,
-ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli
-intitolò _De Vulgari Eloquentia_,» scrive il Boccaccio nella Vita
-dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una
-dottrina dell’_Eloquenza Volgare_, siccome aveva già nel _Convivio_
-annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente,
-dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che
-gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie
-all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era
-il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio
-conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma
-una scelta o _pesatura_ (_librata regula_; Lib. I, cap. 18) delle
-voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un
-camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un
-pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma
-il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria
-della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle
-canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma
-egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile
-chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della
-commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non
-poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo
-trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare
-illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle
-Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei
-Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga
-egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia,
-la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però
-in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per
-l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti
-della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro
-idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in
-modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli
-sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il
-vagheggiato _italiano illustre_ chiama in più luoghi _latino illustre_
-(così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato
-dell’_Eloquenza Volgare_.
-
-A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più
-motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile,
-e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose
-presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella
-effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come
-suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a
-quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie
-di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche
-vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano
-allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo
-la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato
-dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro,
-ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante
-scriva che il volgare cercato da lui _andava peregrinando e albergando
-negli umili asili_. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i
-popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di
-esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva
-nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia,
-nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che
-Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua
-della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello
-poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro
-_de Monarchia_ poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre
-molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del
-Poema, la quale voleva non fosse _Commedia_, mesce più delle altre alle
-volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè
-convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri
-certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il
-sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua
-che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere,
-non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per
-isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava
-il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse
-il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del
-poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in
-lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la
-coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma
-sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia,
-cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la
-sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia
-ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a
-lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema.
-
-A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità
-sufficiente, _mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse
-proprio quello che a tutti è comune_ (Cap. 18). Ma (prosiegue egli)
-noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia _corporalmente dispersa,
-perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe,
-qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione_. Intende egli
-dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi:
-ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli
-recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette
-ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone
-tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci
-dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto _introcque_, usato
-una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto,
-ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè
-dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che
-sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare
-di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si
-trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno
-nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece
-trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare
-come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori
-quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito.
-Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare;
-ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta
-che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e
-le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo
-alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità
-d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli
-ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva,
-scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani,
-tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona
-fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e
-Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli
-aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva.
-
-Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle
-cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità
-comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere,
-conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La
-lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare
-di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da
-sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale
-consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia
-un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di
-certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro,
-da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte
-usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E
-questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per
-la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per
-essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la
-stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in
-tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che
-vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente
-e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi
-negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti
-ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che
-molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero
-e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una
-espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe
-pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il
-quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice
-del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia
-dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra,
-o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco.
-
-Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il
-suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende
-nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue
-leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu
-detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma
-stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono
-i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte
-che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a
-quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso
-universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore
-dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar
-forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene
-remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle
-figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua
-degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè
-efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate,
-le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne
-avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia.
-Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale
-sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la _corte_ e
-la _città_, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto
-il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come
-questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte
-a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole
-aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che
-avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in
-Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o
-ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il
-filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente
-comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste
-memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza
-di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due
-altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono
-il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno
-della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un
-genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre
-nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che
-ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura.
-Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina:
-ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro
-perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte,
-nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in
-piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto
-plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei
-Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno,
-e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava _insensata_
-l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare.
-Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe
-taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica
-perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da
-quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera
-puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo
-Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà
-briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio
-idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo
-in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte
-discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero
-egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in
-toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore
-siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione
-con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni
-boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè
-il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè
-non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo
-popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso,
-gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che
-altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra
-acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di
-componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai
-forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime
-particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra,
-e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne
-un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette
-forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia
-universale.
-
-Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo,
-e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana
-mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse
-accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il
-ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta
-lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si
-appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di
-forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo
-campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente
-divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e
-indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva
-per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano
-quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma
-Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione
-della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto;
-in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto,
-nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei
-suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo:
-una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove
-non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella
-serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi
-dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente
-dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi
-vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini,
-ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in
-disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in
-latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti
-nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze
-d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come
-cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore
-di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno
-dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che
-lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più
-generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità
-dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè
-stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città
-d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il
-detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e
-forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò
-meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua,
-cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è
-mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato
-senza affettazione.
-
-In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu
-italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè
-non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici
-eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli
-non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in
-lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita.
-Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le _piaghe
-mortali_ d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe
-_indarno_, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose
-ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi
-mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene
-dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso
-continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti
-cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del
-Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto
-di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie
-dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè
-una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse
-niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco
-tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la
-morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse
-per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca.
-
-Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare beato più del Petrarca,
-ma tutto aveva egli in sè medesimo le tempeste; natura morbida di
-poeta, che negli studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè
-il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e dentro all’animo
-era un segreto conflitto di cure affannose: intorno a queste scrisse
-un libro.[334] Mutando luogo di tratto in tratto, piacevagli con le
-agiatezze della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava,
-e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella e in altre età;
-non troppo i favori dei principi disdegnando nè il praticare spesso
-nelle corti, egli non esule nè mendico, ma come per fare onore a chi
-lo albergasse. Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe o
-capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel Rienzi; e quella Canzone
-(_Spirto gentil_ ec.) che è tra le sue più belle, a quale dei due fosse
-indiritta non è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe
-le parti, quasi da credere che l’avesse prima ideata per animare a pro
-d’Italia il Colonna, e poi finita quando il Tribuno tentava un’impresa
-troppo rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca.
-
-Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la grande mole di
-componimenti in lingua latina i quali empierono la sua vita, e quelle
-medesime lettere alle quali dava egli nome di famigliari, altro non
-sono che esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e ammirò
-in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e di giudizi che niuno
-de’ suoi scritti smentisce giammai; ammirò il sapere, pel quale
-sembrava fare egli rivivere l’antica Italia dalle sue ceneri cercando
-libri per ogni dove, non senza dare anche mano allo studio delle greche
-lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò nel suo scrivere quella
-stessa copia che a noi sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener
-dietro agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle imitate
-lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi latini che a lui erano
-familiari. Ma già in Italia sorgeva un secolo a cui piacevano queste
-cose, cercando la vita dove non erano che memorie, e quella che stava
-negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, e perch’ella era
-espressione vera non della passata ma della presente Italia, qual’era
-e quale i tempi ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come
-la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime che da principio
-aveva egli meno apprezzate, e come non fosse corona vera del capo suo
-quella ch’egli ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio pel
-poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato imperfetto, e
-che infine a lui medesimo dispiaceva.
-
-Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo del Petrarca messo
-a confronto di quello di Dante, si fa manifesto per la differenza
-che tra essi corre nel concetto dell’amore. Laura è una donna ed il
-Petrarca un innamorato; l’amore da lui portato alla somma altezza sua
-e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni e le sue dubbiezze, che
-«sana e ancide» e si avvolge per isquisite delicatezze nelle infinite
-sue varietà di casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure
-ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine delle dolci
-acque, mentre «un nembo di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre e
-il grembo e le treccie bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella
-bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella memoria
-alzare i tuoi sino agli affetti del grande cantore. Ma la Beatrice
-dell’Alighieri non è propriamente donna, ma visione; non fece tra gli
-uomini altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi non l’ardiscono
-guardare;» ma egli la vede dentro al cuore ed al pensiero, senza che
-amore giammai la facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu
-mai tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti e di Cino da
-Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene in questo ultimo già un poco
-scadente: col vivo lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro
-alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea l’amore. Ma il
-Petrarca nelle ore del pentimento accusa l’amore suo lungo dei «giorni
-perduti e delle notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti
-dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella mente ragionava,» ed
-era salute a lui e difesa contra ogni suo vaneggiamento.
-
-Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero nei grandi fatti e
-nelle contenzioni del secolo XIII, ebbero più forte l’educazione degli
-affetti, donde poi nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali
-secondo che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo che sieno
-o vòlte alle grandi, o inceppate nelle minute cose e da ogni nobile
-ed alto segno disanimate, ne danno ragione dei vari caratteri per cui
-si distinguono tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi che
-seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà fondata, ma
-insieme all’insorgere vario e irrequieto delle ambizioni cittadine,
-gli affetti e con essi le volontà degli uomini divenivano incerte e
-divise, e quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori
-noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in essi minore altezza.
-L’istoria di Giovanni Villani ebbe continuazione da Matteo, fratello,
-minore a lui di molti anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze
-nella città di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato la
-sua coscienza di storico in quelle primizie quando si cercavano e si
-ottenevano le cose giuste, quando le passioni private sparivano confuse
-in mezzo alle pubbliche e comuni, le quali infondevano alcunchè della
-grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui venivano giudicati.
-Ma invece nei tempi da Matteo descritti guardavasi meno al fine ultimo
-delle cose e a quella sostanza morale di esse che ne determina il
-valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono da una
-che dall’altra parte il vero ed il buono. Nelle istorie del minor
-fratello più non si rinvengono di quelle parole che ti s’improntano
-nella mente; la lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed
-i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. In quella
-medesima età intermedia della nostra lingua, scrittore eccellente fu
-Iacopo Passavanti di quello stesso ordine domenicano che avea prodotto
-i sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi lo pareggi quanto
-alla limpida semplicità del dettato, alla costante dolcezza dei suoni
-ed alla facile egualità di uno stile da porre a modello senza che alcun
-vizio vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, procede
-il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è vena assai più copiosa.
-Lo scrivere inappuntabile del Passavanti non è però sempre del pari
-efficace; io direi quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me
-nasce dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua popolare
-avea taccia di plebea dai molti che avrebbono in Firenze voluto qual
-cosa di più signorile; ed egli che odiava nei predicatori del suo tempo
-l’abuso di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece uno
-scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, di timidità soverchia.
-
-Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta la dovizia
-di questa lingua già pervenuta alla sua massima finitezza, quasi
-tornita e fatta nitida e scorrevole per molto uso nell’ampio vivere
-cittadino. Giovanni Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore che
-lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà costante delle voci,
-all’aggiustatezza sempre evidente della frase, alla briosa vivacità
-del dettato ed alla possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli
-sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti generi dei più
-svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero primo esemplare della lingua,
-quanto alle parole e alle locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso
-congiunta a un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere
-diversi argomenti, dovevano ben essere il campo prescelto dall’ingegno
-del Boccaccio, al quale fu dato in quello spiegare tutta l’agilità
-sua e farsi mirabile in tutti gli stili, tranne il più eccellente.
-Ebbe egli facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato
-scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. Narra e
-descrive mirabilmente più che non dipinga; sa essere parco, semplice,
-piano, quando non abbia fatto a sè proposito del contrario: dove entri
-l’affetto, si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I colli
-ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti graziosi d’arbusti
-bene pettinati e di acque zampillanti; la grande, la bella o terribile
-natura non vidde egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva.
-Ci davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole di Gismonda
-di Salerno; nè in quella nè in tutta la novella di Gisippo io scôrsi
-mai altro che ampolle vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata
-descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa a un libro cui
-non s’addice.
-
-La lingua novella era poco scritta nelle altre parti d’Italia dove le
-pronunzie o smozzicandola o tirandola a suoni estranei e diversi, ad
-essa impedivano sotto alla penna dello scrittore un franco e facile
-andamento. Aveva in Toscana invece già molti egregi autori anche nella
-prosa; ma come spauriti da quel nome di volgare, non credevano capace
-il patrio idioma di mai agguagliare la dignità dell’antica madre,
-temendo infangarsi se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, non
-era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino al comporre insieme
-più idee ciascuna al suo luogo come in ordinanza, altre rilevando
-e altre adombrando; col fare insomma di quei periodi lavorati che
-formano il pregio e anche talvolta la maledizione di noi popoli molto
-côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza sufficiente, giovano a
-dare pienezza al discorso senza nuocere alla speditezza; ma sono anche
-spesso indizio d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno
-come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. Dove entra
-l’affetto, di questi periodi non se ne fa mai, e non sa farne il popolo
-semplice, del quale sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed
-efficace. Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, che mira
-a istorica eloquenza, gli ha spesso intralciati; si appaga il Cavalca
-di un andare piano, senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio
-mancare al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, che
-desse esempio di una forma più ampia e svariata e che si appropriasse
-ad ogni genere di componimenti; pareagli a ragione la nostra favella
-non essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata con uso
-sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè questa lingua essere
-esercitata mirabilmente da tutto il popolo della città sua; sapeva che
-nulla o poco assai nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui
-precessero nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato l’assunto di
-tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando tale agilità d’ingegno
-e tale possesso di voci e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in
-mezzo al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il _Decamerone_.
-A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il mancamento non era
-dell’ingegno, ma era dell’animo. A quello sforzato suo periodeggiare, a
-quelle suonanti cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione
-dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti venivano allora in
-maggior luce. Ma egli è poi vero, che dove non lo tradisca l’ambizione,
-o dove non diasi a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune
-da questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, che
-di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente dal suo. E come quelli
-che molto sono in lui prominenti e perchè formano la sua speciale
-caratteristica, la quale, o buona o mala che sia, trae dietro a sè la
-turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio sciupare la lingua dei
-letterati e degli accademici col periodo latineggiante e con i suoni
-cantati e falsi e ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive
-fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico nell’esprimersi,
-ma l’armonia del Boccaccio e dei retori è tutt’altro; non è armonia, ma
-un saltellare di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine al
-periodo.
-
-Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; la giovinezza
-di lui trascorse nelle corruttele d’una Corte. Quel pervertimento
-d’indole che fece a lui scegliere il tempo della peste come occasione
-al suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e motteggi in
-bocca di donne a cui la morte aveva in quei giorni fatta deserta la
-casa; quel falso nei tormenti dell’amore che a lui fece provare una
-poco crudele bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con gravità
-ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione degli amanti
-afflitti com’esso; quel falso che è in tutto il libro, dove con serietà
-dottorale sono appellate savie le donne maritate che si procacciano un
-amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e grossolana sensualità
-l’amore, e poi quelle stesse donne che raccontano in cerchio sedute e
-ascoltano turpitudini, lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e
-intemerata, _senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse_ quella
-convivenza delle sette gentili donne e dei tre giovani; questa falsità
-di pensieri e di affetti, questo pervertimento ch’era nell’anima
-del Boccaccio, danno anche ragione di quello che è di falso e di
-pervertito nel concetto che egli fece a sè dello scrivere la lingua
-sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori del _Decamerone_ nè
-per centocinquant’anni poi, che avesse il Boccaccio trovato la forma
-della prosa italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento
-la coltivarono, per nulla seguirono le tracce impresse da lui; ed il
-suo regno fu decretato allorquando vennero in onore lo scrivere ozioso
-e i dolci solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca furono
-allora principi della lingua; ma il Petrarca tenne bene lo scettro
-dello scrivere la poesia, male il Boccaccio quello della prosa.
-
-Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, cominciò a dettare
-le sue lettere santa Caterina da Siena [n. 1347, m. 1380]: fu
-grave ingiustizia non averla contata tra’ sommi di quella età della
-lingua. Si discosta ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia
-consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale svolgimento
-del pensiero, ed ogni cosa piglia suo luogo, e quelle parole hanno
-più rilievo che aveano avuto prima nella voce più vivo l’accento.
-Imperocchè quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue lettere
-quante volte amore spirava: un solo è il subietto di tutte, se vuolsi,
-ma è tale subietto che ha in sè l’infinito. Esperta di varie città
-italiane e di una Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e
-indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa e ardita, ma
-sempre umile e cortese, scriveva a papi ed a cardinali, e ai magistrati
-delle repubbliche, ed a giovani mondani e a donne perdute. Facili
-sgorgano le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte parere
-anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato come in lei da una
-proprietà costante e dalle stesse ragioni della etimologia ignote a
-chi la seguiva, ottenga il discorso quella evidenza cui non pervengono
-scrittori volgari.[335] Alcune di quelle lettere appartengono
-all’istoria, s’intravede in altre una fantasia repressa: la misticità
-prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre non di rado. Non la
-perdonavano all’accesa donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel
-pochino di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva
-i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata santa Caterina; ma è
-grande scrittore, e più veramente nobile e più naturale del Boccaccio.
-
-Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola avere una
-qualche derivazione da santa Caterina. Notiamo, tra gli altri,
-un Giovanni dalle Celle frate e cittadino che scriveva lettere ai
-magistrati di cose politiche e di religiose con franco parlare ed
-elevatezza di concetti.[336] Ebbe grande fama per bontà e dottrina
-Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica soleva con riverenza
-consultare in cose di stato e di religione: Roberto de’ Bardi, teologo,
-morto in Parigi cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei
-Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il cardinale Piero
-Corsini, che s’immischiò molto nelle cose dello Scisma e fu a’ suoi
-tempi gran personaggio.
-
-Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, primo è
-il Boccaccio che i versi faceva con disinvolta naturalezza e spesso
-graziosa; nè ultimi certamente Sennuccio del Bene e Buonaccorso da
-Montemagno pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli Uberti
-compose un poema più noto che letto, che ha per titolo _il Dittamondo_:
-non oserei chiamarlo imitazione della _Divina Commedia_, essendo
-bastato all’Uberti descrivere il mondo delle cose materiali con buono
-stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: vissuto povero alle
-corti dei signori Lombardi, moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da
-Strada, che fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355,
-male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla prosa, tradusse
-in bel volgare il libro dei _Morali di San Gregorio_ allora che molti
-attendevano al tradurre; ma non compì l’opera, andato in Avignone
-Segretario, nè a lungo vissuto.
-
-In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, e sappiamo che
-nel 1334 vi furono condotti Recupero da San Miniato e Cino da Pistoia
-ad insegnare canoni e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena
-cessata la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso privilegi e
-facoltà di dottorare in ambe le leggi; e imperiale privilegio da Carlo
-IV nel 1364. Proibirono agli uomini dello Stato mandare i figliuoli
-altrove a studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di Pisa,
-che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; ma ordinarono
-che i dottori si pigliassero da fuori, temendo le brighe a porre
-innanzi i meno degni; tuttavia più volte vi furono eletti uomini della
-città stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, Lapo da
-Castiglionchio e Donato Barbadori. Aveano molto desiderato chiamarvi
-il Petrarca, al quale andava inutilmente il Boccaccio con amplissime
-profferte: questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova cattedra
-eretta per la spiegazione della _Divina Commedia_. Prevenuto dalla
-morte, non potè compiere il Commento, che solo tra molte sue opere
-minori può sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello stile.
-Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò mai così da farsi
-università vera: a molti la spesa parea troppo grave; e a città mobile
-e chiassosa e volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.[337]
-
-La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi suoi scolari
-parve rimanere nei confini segnati da lui; ma una Compagnia o
-Confraternita dei Pittori nasceva nell’anno 1350. L’architettura e la
-scultura progredivano per gli edifizi che la sontuosità privata o la
-devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze veniva ornata
-splendidamente dal gran siniscalco Niccolò Acciaioli negli anni che
-seguitarono al 1341. L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè
-i moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; ma
-troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte del tempio. La loggia di
-Orsanmichele era stata ridotta a chiesa, e dentro e fuori si ornava
-con magnificenza di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu
-principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante per la
-conservazione dei grani che la Repubblica teneva in serbo a benefizio
-pubblico nelle carestie. In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che
-ha nome dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, o per
-opera del grande artista o sul disegno di lui, che oltrechè scultore
-insigne fu anche pittore. Quella Loggia era principal ritrovo ai
-cittadini per la conversazione di cose pubbliche e private. Gridavano
-ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:[338] correa questo popolo a
-criticare e a motteggiare le grandi opere che faceva.
-
-
-
-
-APPENDICE DI DOCUMENTI.
-
-
-
-
-Nº I.
-
-(Vedi pag. 63.)
-
- BREVE DI CLEMENTE IV, DE’ 25 MARZO 1266, AL CARDINALE OTTAVIANO
- DEGLI UBALDINI PER L’ASSOLUZIONE DELLA CITTÀ DI FIRENZE E DI
- ALCUNI CITTADINI DALLE SCOMUNICHE INCORSE QUANDO ERA SOTTO LA
- DIPENDENZA DEL RE MANFREDI.
-
-
-Manfredi era morto e la Parte guelfa vincitrice a Benevento nei 26
-febbraio 1266. Anche in Firenze i Guelfi levavano il capo, sebbene
-vivessero tuttora mescolati coi Ghibellini che avevano a sostegno le
-armi tedesche. Ma da principio cercando tutti andare di concordia, il
-Potestà mandava in nome del Comune due ambasciatori al papa Clemente
-IV, chiedendo l’assoluzione delle scomuniche nelle quali era la città
-incorsa: questi, nella presenza di due Cardinali a ciò deputati dal
-Papa, fecero giuramento d’ubbidienza a quanto venisse dal Papa medesimo
-alla città imposto come atti di penitenza e di filiale devozione. Ma
-non parve al Papa bastante siffatta promessa; talchè a’ 25 di marzo,
-e non trascorso intero un mese dalla vittoria, mandava con un suo
-Breve al cardinale Ottaviano degli Ubaldini ricevesse in ubbidienza la
-città, quando però avesse in mano l’obbligazione di sessanta mercanti
-fiorentini i quali pagassero di proprio il denaro in quelle somme che
-sarebbero poi dichiarate. Noi pubblichiamo questo Breve e gli atti pei
-quali il Cardinale dava esecuzione al mandato nel giorno seguente.
-Clemente viveva tuttora incerto di quello che fosse per avvenire in
-Firenze, dove la mutazione da ghibellina a guelfa non era per anche
-compiuta. Più tardi egli stesso promoveva l’elezione dei due Potestà
-Frati Gaudenti che rappresentassero le due parti: seguiva poi la
-cacciata dei Tedeschi e dei Ghibellini e quei fatti dei quali abbiamo
-nel testo data contezza. Ma questo primo atto per cui cercava il Papa
-d’estendere in Toscana l’autorità politica della Santa Sede, ignoto
-finora, noi pubblichiamo dagli Archivi di Firenze (_Diplomatico_,
-provenienze _Strozzi-Uguccioni_) essendo tale da fare corredo a quelli
-pubblicati dal MARTENE.
-
-
-_EXEMPLUM._
-
- In Christi Iesu nomine, amen. Cum venerabilis pater dominus
- Octavianus, Sancte Marie in Via Lata diachonus Cardinalis,
- recepisset a Sede Apostolica licteras in hunc modum: — Clemens
- episcopus, servus servorum Dei, dilecto filio O., Sancte Marie in
- Via Lata diachono Cardinali, salutem et apostolicam benedictionem.
- Miserationes et misericordias Domini, que super omnia opera sunt
- ipsius, et benignitatis eius afluentia circa genus considerantes
- humanum, in ipsius laudibus delictabiliter iocundamur; Eique a
- quo est omne datum optimum et omne donum perfectum debitas et
- divotas gratias exsolventes, de concepta letitia ingenti iubilo
- exultamus: quod misericors et miserator Dominus, qui nichil
- eorum que fecit odivit, nolens mortem pecchatorum, set ut magis
- convertantur et vivant; civitatem et populum Florentinum, qui quasi
- cum morte fedus pepigerant, diuque a devotione Romane Ecclesie
- damnabiliter deviarant, condam Manfredi olim principi Tarentino,
- persecutori eiusdem Ecclesie manifesto, contra eam induratis
- animis pertinaciter aderendo et aderentes eidem Ecclesie totis
- viribus impugnando, de sue habundantia pietatis ad penitentiam
- conterens, ipsos ad devoctionem nostram et dicte Ecclesie, per tue
- probitatis industriam, misericorditer revocavit. Pridem namque
- Potestas Consilium et Commune civitatis predicte ad cor, a quo
- inconsulte ac periculose recesserant, divina gratia inlustrante,
- reversi, dilectos filios Melliorem de Abatibus, Ginesium, Iacopum
- de Cerreto et Bonacursum iudices, ambaxiatores suos ad nostram
- presentiam destinarunt, ipsumque Iacobum suum constituentes
- sindachum seu procuratorem et nuntium spetialem, ad petendum,
- ipsorum nomine, absolutionis beneficium ab excomunicationum
- privactionum et interdicti sententiis, quibus ex eo quod dicto
- Manfredo contra Ecclesiam prefatam, sicut est predictum adeserant,
- quodque civitatem Lucanam contra proibictionem predecessorum
- nostrorum et nostram hostiliter impugnarant, aliisque lighati
- noscuntur, sufficiens plenum iurandi in animabus eorum, quod
- nostris et prefate Ecclesie mandatis precise parebunt dedere
- mandatum. Poro, idem sindachus, coram nobis huiusmodi mandato
- exibito, in animabus dictorum Potestatis, Consilii et Communis,
- de parendo ipsorum nomine nostris et Ecclesie predicte mandatis,
- que sibi per nos aut alios seu alium quotienscumque duxerimus
- facienda, coram dilectis filiis nostris G. Sancti Georgii ad Velum
- aureum, et V. Sancti Eustachii diaconis cardinalibus, quibus
- id spetialiter duximus committendum, ipsorum nomine corporale
- prestitum iuramentum, et se ipso ac dictis Potestati, Consilio
- et Communi, ad hec datis nichilominus quibusdam fideiussoribus
- sindicali et procuratorio nomine obligatis; tam idem sindichus quam
- ambaxiatores prefati nobis instanter et humiliter suplicarunt, ut
- predictas excommunicationum, interdicti ac privactionum sententias
- a predecessoribus nostris ac nobis nec non quibuslibet apostolice
- Sedis leghatis vel deleghatis eorum, in eosdem Potestatem,
- Consilium et Commune ac civitatem prefatam, pro huiusmodi causa
- prolatas, de clementi misericordia que superexaltat iudicio,
- relaxantes, predictis Potestati, Consilio et Communi absolutionis
- impendi beneficium faceremus. Verum, licet illius simus Vicarii
- quam immeriti constituti, qui ut reconciliaret servum Domino,
- univit hominem sibi Deo, quique omnem hominem salvum fieri et
- neminem vult perire, set cum sit ei proprium misereri semper
- et parcere, omni potentiam suam, parcendo ac miserando, maxime
- manifestat; de dictorum Potestatis, Consilii ac Communis desiderata
- conversione ghaudentes, eorumque salutem plurimam affectantes,
- absolutionem queramus, non vinculum animarum; quia tamen nobis et
- predicte Ecclesie super hiis ab eisdem sindicho fideiussoribus
- datis ab eo plenarie non est chautum, volentes nobis et ipsi
- Ecclesie a memoratis Potestate, Consilio et Communi super hiis
- plenius precaveri; discretioni tue per apostolica scripta mandamus,
- quatinus, receptis ab eis sexaginta fideiussoribus mercatoribus,
- quos facilitate conveniendi ac solvendi facultate idoneos tibi
- esse constiterit, et qui se ipsos principaliter et omnia bona sua
- mobilia et immobilia, presentia et futura specialiter obligent,
- quod idem Potestas, Consilium et Commune mandata nostra et ipsius
- Ecclesie, que ipsis per nos vel per alium aut alios quotiens
- opportunum fuerit et expedire viderimus faciemus, firmiter et
- inviolabiliter observabunt, alioquin pecuniarum summas quas per
- nos seu alios aut alium exigemus vel exigi faciemus ab eis, de
- propriis bonis solvent; predictas excommunicationum interdicti
- et privactionum sententias, auctoritate nostra, relaxans, sepe
- dictos Potestatem, Consilium et Commune, per te seu alium aut
- alios absolvas, iuxta formam Ecclesie, ab eisdem eos absolutos
- publice nuntians, et facias ab aliis per loca in quibus expedire
- videris nuntiari; actentius provisuris, ne aliqui de predicta
- civitate vel diocesi, in quos pro quavis alia manifesta offensa
- vel quacumque spetiali vel rationabili causa, excommunicationis
- sententia est prolata, et spetialiter hii qui sunt in ecclesiis
- predicte civitatis et diocesis [et] per secularem potentiam
- procurarunt intrudi, per commissionem absolutionis huiusmodi
- absolvantur. Ad hec precepta cum idem sindichus nostra et Ecclesie
- mandata precise iuraverit, sicut superius est expressum, volumus
- quod a prefatis Potestate, Consilio et Communi simile recipias
- iuramentum; hoc spetialiter expresso et superadito, quod inter
- intrinsechos et extrinsechos cives Florentie, infra festum
- Pentechoste proxime futurum, pax et concordia reformetur; et
- nisi interim per se convenient et concordabunt ad pacem et ipsam
- confecerint, ex tunc super eamdem pacem reformandam nostris
- parebunt precise mandatis. Tu vero super hiis similes cauciones
- fideiussiones et obligationes recipias ab eisdem. Super hiis autem
- causis te diligentiam exibere volumus et cautelam, ut fecisse
- circa hec omnia expedientia, et nichil omisisse de contingentibus
- comproberis, tibique non possit aliquid per incuriam imputari,
- set potius tuam circospectam prudentiam possimus exinde dignis in
- Domino laudibus commendare. Data Peruscii, VIII kalendas aprilis,
- pontificatus nostri anno secundo. — Et receptis, iuxta formam
- ipsarum licterarum fideiussoribus obligationibus promissionibus
- et iuramentis a Potestate, Consilio et Communi, predictis
- excommunicationum interdicti et privationum sententiis auctoritate
- domini Pape relaxatis in Potestate, Consilio et Communi, et dictis
- Potestate, Consilio et Communi absolutis, iuxta formam Ecclesie ab
- eisdem, prout hec et alia dicuntur plenius contineri in publicis
- instrumentis; idem etiam dominus Cardinalis, postea receptis
- ab Homodeo spetiali, filio quondan Guidonis et domino Iacopo
- eius filio clericho iuramentis fideiussoribus obligationibus et
- promissionibus ipsas excommunicationum interdicti et privactionum
- sententias in ipsis Homodeo et Iacopo eius filio spetialiter
- etiam relaxans, eosdem Homodeum et Iacopum absolvit iuxta formam
- Ecclesie, ab eisdem sententiis, faciens eos cum salmo penitentiali
- in ecclesiam reduci, per religiosum virum fratrem Mansuetum Ordinis
- fratrum Minorum.
-
- Facta fuit ista relaxatio sententiarum excommunicationum
- interdictorum et privactionum pro ipso et de ipso Homodeo et
- domino Iacopo clericho eiusdem filio, Florentie, in palatio novo
- Epischopatus; et reducti in ecclesiam Sancti Vincentii per dictum
- fratrem Mansuetum, ut dictum est superius; anno ab incarnatione
- Domini millesimo ducentesimo sexagesimo sexto, indictione nona, die
- septimo mensis aprilis; presentibus testibus ad hec rogatis domino
- Melliore quondam Renaldi de Abatibus. Benvenuto quondam Bonamentis
- et fratre Gianni familiaribus dicti domini Cardinalis.
-
- Ego Iacobus de Cerreto quondam Ildebrandi, auctoritate imperiali
- ordinarius iudex publicusque notarius, predictis absolutionibus et
- relaxationibus sententiarum et excommunicationum, interdicti et
- privactionum, factis per dictum dominum Cardinalem de Homodeo et
- domino Iacopo clerico eius filio et pro eis ut dictum est superius,
- et etiam quando frater Mansuetus eos in ecclesiam remisit, rogatus
- interfui et ideo subscripsi.
-
- Ego Bonaguida Boninsegne, imperiali auctoritate notarius, predictas
- absolutiones et relaxationes sententiarum et excommunicationum
- interdicti et privactionum, factas a dicto domino Chardinale, me
- presente, de Homodeo ed domino Iacobo eius filio clericho, et
- missionem quam fecit frater Mansuetus de eis in ecclesiam, tam
- eorum precibus quam de mandato dicti domini Chardinalis scripsi, et
- in pubblicam formam redegi, ideoque subscripsi.
-
- Ego Peruzzius filius olim Soldi de Trebbio imperiali auctoritate
- iudex et notarius, autentichum huius exempli scriptum per
- Bonaguidam Boninsegne, imperiali [auctoritate] notarium, et
- subscriptum per Iacobum de Cerreto quondam Ildebrandi auctoritate
- imperiali ordinarium iudicem et publicum notarium, vidi legi et
- quicquid in ipso continebatur de verbo ad verbum hic fideliter
- exemplavi, et quod supra interlineatum est, silicet ab eisdem,
- propria manu feci.
-
- Ego Iacobus quondam Iohannis Galitii imperiali auctoritate
- ordinarius iudex atque notarius, autentichum huius exempli vidi
- et legi, et ea que in ipso continebantur hic fideliter reperi
- exemplata, ideoque subscripsi.
-
- Ego Giunta notarius, filius quondam Bulsecti de Bulsingis de
- Prato, autenticum huius exempli vidi et legi, et ea omnia que in
- ipso autentico continebantur per Peruzzium suprascriptum iudicem
- et notarium hic superius reperi fideliter et legaliter exemplata,
- ideoque subscripsi, et mee manus signum apposui.
-
-
-
-
-Nº II.
-
-(Vedi pag. 80.)
-
- DISCORSO INTORNO AL GOVERNO DI FIRENZE DAL 1280 AL 1292; D’INCERTO
- AUTORE.
-
-
-Crediamo al fatto nostro non disutile riprodurre questo Discorso, che
-fu pubblicato dal P. ILDEFONSO DI SAN LUIGI, _Delizie degli Eruditi_,
-tomo IX, pag. 256. — A noi non fa caso che già si trovi per le stampe;
-i materiali per la storia, come diplomi e carte e statuti e testi
-di legge o di trattati, pare a noi che basti sapere dove siano, e
-potersi rinvenire da chi prepara l’istoria per via d’indagini, alle
-quali necessariamente si mettono pochi. Ma questo nostro è tutt’altro
-assunto, e abbiamo a noi fatto come un obbligo di cercare che se taluno
-si voglia mettere alla pazienza di leggere questo libro, vi trovi quel
-più che noi potevamo e sapevamo, perchè egli arrivi a vivere quanto
-più sia possibile col pensiero dentro a quel popolo e a que’ tempi dei
-quali scriviamo.
-
-In questa Appendice daremo pertanto di quei documenti i quali a noi
-sembrino atti a un tal fine; daremo alcuni testi di Leggi o Trattati
-che abbiano importanza capitale, perchè il linguaggio, le voci legali,
-le formule sono istoria anch’esse; daremo pure, ma con parsimonia,
-qualche scrittura già pubblicata, e persino qualche più minuto lavoro
-nostro che romperebbe viziosamente la narrazione quando da noi si
-fosse posto in corpo all’Istoria. In quanto allo scritto che ora
-pubblichiamo, è opera d’uno che se ne intendeva, come parve anche
-al P. Ildefonso, che nella vasta sua Raccolta mostrò buon giudizio.
-È singolare quel fermarsi che fece l’autore al breve e antichissimo
-periodo della Repubblica fiorentina che precedè alla istituzione del
-Gonfalonierato. Ma ciò appunto indurrebbe a credere che abbia egli
-lavorato sopra documenti che a lui vennero alle mani, in oggi perduti.
-In quegli Ordini di magistrati, i quali si trovano qui bene descritti,
-era già il primo fondamento della Repubblica fiorentina.
-
- Io descrivo quale fosse il governo della Città di Firenze dall’anno
- 1280 al 1292, perchè avendo avuto da questo origine quello,
- sotto il quale fiorì tanto tempo la Repubblica fiorentina, mi
- persuado che questa notizia sia per essere tanto più grata, quanto
- maggiormente pare essere stata sin oggi sepolta nelle tenebre
- dell’oblivione.
-
- Seguìta alla fine dell’anno 1279 la pace del Cardinale Latino,
- restarono nondimeno le famiglie della città di Firenze divise
- in guelfe, ghibelline e neutrali, distinte in grandi, popolane e
- plebee. Grandi erano quelle, che o per nobiltà, o per ricchezze,
- o per numero d’uomini e per mala natura loro insuperbite, non si
- contentavano del vivere civile; ma angariavano i meno potenti,
- e poca stima facevano de’ magistrati. Popolane tutte le civili
- quiete. Plebee tutte le altre. Le prime due avevano parte nel
- governo, l’ultime no. Governavano la Repubblica queste due
- sorti di famiglie, valendosi nello stesso tempo d’uffiziali
- forestieri, ottimo rimedio alle passioni de’ particolari cittadini
- nell’amministrazione della giustizia. Il supremo Magistrato in
- principio fu quello de’ Quattordici; a questo poi succedè quello
- de’ Priori. Gli uffiziali forestieri erano due, la Podestà e ’l
- Capitano. Il governo riguardava le cose di dentro e quelle di
- fuori della città. Dentro amministrar la giustizia, provveder le
- cose necessarie al mantenimento, e consigliar della pace e della
- guerra: fuori, difendersi da’ nemici, o offenderli. La Podestà fu
- antichissima in Firenze: dicono che cominciò l’anno 1202. Trovasi
- molto prima, ed è quella che ne’ tempi moderni chiamossi per
- nome mascolino, il Podestà, e così chiameremola noi. Il Capitano
- cominciò l’anno 1250 con nome di Capitano di Popolo, chiamossi
- dopo Capitano della Massa de’ guelfi, l’anno 1279 Capitano di
- Firenze e Consigliere di pace, e nel 1282 fugli aggiunto il titolo
- di Difensore dell’arti ed artefici. L’elezione di questi due
- uffiziali o rettori i primi tre anni fu rimessa nel Pontefice,
- perchè egli eleggesse persone non appassionate per Parte guelfa,
- nè per ghibellina, e desiderosi di conservar la pace, e perchè
- eglino avessero forza di farlo fu pagato a ciascheduno di loro
- cinquanta cavalieri armati, e cinquanta fanti, e per lo primo anno
- per esser più sospettoso, cento degli uni e cento degli altri. Nel
- resto del tempo sei mesi avanti il loro principio, per i Consigli
- del Comune si eleggevano gli elettori del Podestà, per quelli del
- popolo quelli del Capitano, nè furono mai gli stessi elettori se
- non per caso, perchè ora furono i Priori soli, ora in compagnia di
- due o più per sesto, talvolta con tutte le Capitudini, alcun’altra
- delle sette maggiori solamente, ed alle volte avvenne se bene di
- rado, che i Priori non v’intervennero. Ciascheduno degli elettori
- proponeva il soggetto ch’egli voleva. Non doveva essere il proposto
- del dominio nè di luogo vicino a 50 miglia, d’età d’anni 36
- almeno, guelfo, cavaliere o dottore e nobile o signore, nè suddito
- d’alcun principe. Andavano a partito separatamente, e i quattro
- di più favore si intendevano essere eletti secondo la graduazione
- de’ voti. Eleggevasi un ambasciatore, che portava la elezione,
- se il primo accettava, quella degli altri svaniva, se rifiutava,
- andava al secondo, dopo al terzo ed al quarto, finchè uno di loro
- accettasse; e non trovandosi, si eleggevano altri quattro. Doveva
- l’eletto dopo che la presentazione dell’elezione gli era fatta,
- avere accettato in termine di due giorni, da indi in là s’intendeva
- avere rifiutato. Accettando dovea ottenere dalla sua patria
- promessa autentica di non concedere rappresaglia contro il Comune
- di Firenze, o alcun suddito di esso, o per salario, che non gli
- fosse pagato, o per condennazione, che al sindacato gli fosse fatta
- o per qualsivoglia altra causa. Aveva da essere in Firenze quindici
- giorni avanti a quello che doveva pigliare l’uffizio con tutta la
- sua famiglia per informarsi degli statuti della città: e quindici
- ne dovea stare dopo, che tanti erano quelli del sindacato. Subito
- arrivato dovea o nel Consiglio del Comune, o in Parlamento pubblico
- giurare sopra il libro degli Statuti serrato l’osservanza di tutti
- insieme con tutta la sua famiglia; ed il Capitano giurava di più di
- procurare per quanto potesse il mantenimento della pace e la difesa
- dell’Arti. La famiglia del Potestà s’intendeva allora così. Sette
- giudici, tre cavalieri, diciotto notai e dieci cavalli, tra cui
- quattro armigeri, e teneva venti berrovieri. Quella del Capitano,
- tre giudici, due cavalieri, quattro notai e otto cavalli, la metà
- armigeri, ed avea nove berrovieri. I giudici, notai e berrovieri
- si mutavano, quelli del Podestà al principio di luglio, quelli del
- Capitano al principio di novembre; dovevano i nuovi venire allora
- in Firenze, i vecchi partirsene, ognuno di loro sodava per sè e
- suoi di starsene al giudicato nel sindacato. La famiglia d’alcun
- di loro non doveva essere dello Stato, nè di Toscana. Il salario
- del Potestà e della sua famiglia era per tutto il tempo lire 6000,
- quello del Capitano 2500. I berrovieri avevano lire tre il mese.
- Abitava il Potestà nel palazzo del Comune; il Capitano in quello
- del Popolo: cominciava questo l’ufficio il primo di maggio, quello
- il primo di gennaio; durava l’ufficio loro un anno: l’uno e l’altro
- cognosceva delle cause civili e criminali.
-
- Il Podestà cognosceva tutte le cause criminali; deputava tre de’
- suoi giudici per vederle, chiamavansi i giudici de’ malefizi:
- ognuno di loro abbracciava due sesti: ciascheduno faceva le cause
- denunziategli, non poteva alcuno denunziare a altro giudice di
- quello del suo sesto, il reo seguitava il foro dell’attore: i
- forestieri denunziavano a quel giudice più loro piaceva. Nelle
- cause leggieri non potevano pigliare accuse, se non dall’ingiuriato
- o suo parente: nelle gravi da ognuno: l’accusa doveva essere
- soscritta dall’accusatore, altrimenti era nulla. Non si poteva
- procedere per inquisizione, se non in caso che l’ingiuriato e
- suoi parenti richiesti, che accusassero, non volessero, e se il
- richiederli fosse stato molto incommodo. L’accusatore giurava di
- proseguire l’accusa, e davane mallevadore per soldi 100. Il reo
- era citato a spesa dell’attore, se non compariva nel termine, era
- citato per bando con riservo di tempo, secondo la qualità della
- causa, della persona e del luogo; se compariva dopo il termine,
- ma avanti la condennazione pagando soldi 12 per il bando, era
- libero da esso. Era il reo esaminato, e se delle cose non sapeva
- scusarsi, rimaneva convinto, nè più poteva difendersene: scrivevasi
- l’esamine, ed assegnavasegli dieci giorni di tempo a difendersi;
- del resto i testimoni convincevano, ma sei giorni si avea di tempo
- a riprovarli, dopo i quali 25 ne aveva il giudice a esaminare e
- conferire la causa col Podestà ed altri giudici, e quelli finiti,
- altri cinque a dar la sentenza. Il Capitano aveva nel criminale la
- cognizione solamente delle violenze, estorsioni e falsità, e de’
- maleficj commessi nella sua corte e palazzo, quando però ancora di
- queste non era data prima querela al Podestà, ma se il Podestà non
- dava la sentenza fra 30 giorni, poteva pur conoscerle il Capitano,
- e alla cognizione di esse deputava uno de’ suoi giudici.
-
- I contumaci si condannavano e bandivano, pagavasi taglia a chi
- pigliava banditi, e chi ne pigliava o appostava in modo che alcuno
- ne venisse nelle forze del Comune, se era in simile o minor bando,
- era cancellato senza spesa. I nomi di tutti si registravano in
- due libri, l’uno stava appresso il Podestà, l’altro appresso i
- Priori. Concedevaglisi alcuna volta salvo condotto, per andare
- a stare in esercito, alcun’altra tacitamente si comportavano. I
- Priori de’ popoli erano tenuti a dare in nota i beni de’ banditi
- che erano ne’ loro popoli, e per il Comune erano fatti guastare.
- Chi voleva difenderne alcuno col pretendere che fosse suo, dovea
- depositare lire 500 o più o meno a piacimento del Potestà. Se i
- contratti che per tale effetto produceva erano trovati fittizi,
- perdeva il deposito fatto. Le cause civili nella prima istanza
- erano conosciute per i giudici dei sesti. Ogni sesto aveva la sua
- Corte ed il Giudice. I Giudici erano cittadini Dottori. Ogni sei
- mesi si mutavano. Di salario avevano lire 25, in tutto il tempo.
- Appellavasi al giudice delle Appellazioni, che era forestiero
- e dottore. Di salario aveva lire 500, stava in uffizio un anno.
- L’appellazione doveva esser fatta fra due giorni dalla sentenza
- data, presentata fra otto dall’interposta appellazione, proseguita
- in 20 e sentenziata fra 15, utili, se però il tempo non fosse
- prorogato dalle parti. Se la sentenza del Giudice dell’Appellazione
- era conforme alla prima, era finita la causa, se no, aveva appello
- al Podestà, che la faceva vedere per i suoi quattro Giudici
- collaterali, e la sentenza loro stava ferma nè aveva appello. Le
- cause civili, che cognosceva il Capitano erano le spettanti alla
- gabella, all’estimo e simili.
-
- Uno dei giudici del Capitano era deputato sopra la Camera e
- gabella, rinvenire le ragioni e far pervenire in comune quello
- gli fosse stato occupato, e fare che le rendite delle gabelle,
- che allora tutte si vendevano, legittimamente si facessero ed i
- denari da’ compratori fossero pagati; l’altro Giudice era posto
- a riscuotere le condennazioni, libre o imposizioni fatte per il
- Comune di Firenze. Facevansi ogni volta che n’era il bisogno,
- imponevansi ad ognuno secondo l’estimo delle sostanze: l’estimo
- facevasi ordinariamente ogni tre o quattro anni.
-
- Gli uffizi de’ Cavalieri, tanto di quelli del Podestà, quanto
- di quelli del Capitano erano l’andare attorno con i berrovieri
- cercando chi contraffacesse agli Statuti, nè senza la presenza
- de’ cavalieri in molti casi si poteva catturare, in difetto loro
- supplivano de’ Notai, de’ quali era il proprio ufizio l’aiutare i
- Giudici, a’ quali n’era assegnato certo numero per ciascuno.
-
- Il supremo Magistrato de’ Quattordici, chiamato così dal numero
- degli uomini, era composto di guelfi, ghibellini e neutrali,
- partecipandone ciascuna parte per rata del suo numero. Eleggevansi
- per quelli che erano stabiliti per i Quattordici vecchi e per i
- Richiesti. Tre se ne facevano per il sesto d’Oltrarno, tre per San
- Piero Scheraggio, per essere i maggiori, di tutti quattro gli altri
- sesti due per ciascuno: l’ufizio loro era solo di un mese. A questo
- l’anno 1283, succedè quello de’ Priori delle Arti, che un anno
- avanti essendo stati eletti con certa autorità, fu dipoi nel mese
- di maggio data loro tutta la medesima, che avevano i Quattordici,
- e questi del tutto spenti, tenendosi fino all’anno 1286, lo stesso
- modo nell’eleggergli, che si faceva già i Quattordici e da quel
- tempo al 1292 furono eletti per i Priori vecchi, e per le dodici
- Capitudini maggiori. Dovevano essere matricolati in alcuna delle
- sette Arti maggiori e guelfi; divieto avevano due anni, durava
- l’ufizio loro due mesi. Abitavano nel palazzo pubblico, le spese
- e la servitù avevano dal Comune. Tre giorni della settimana
- davano udienza pubblica, il lunedì, mercoledì e venerdì. A
- nessuno potevano parlare, fuorchè di negozi pubblici, a’ quali
- almeno dovevano essere presenti i due terzi di loro, nè etiam
- con i parenti loro più stretti potevano ragionare, non essendo
- però compresi in questa proibizione il loro Notaio, e famigli. Il
- Notaio si eleggeva da loro per il tempo che stavano in uffizio, il
- quale scriveva tutti gli atti e deliberazioni fatte da loro. Sei
- cittadini erano eletti per le sette Capitudini maggiori a sindacare
- i Quattordici e’ Priori; sei per i Consigli del Comune a sindacare
- il Podestà; sei per quelli del Popolo a sindacare il Capitano:
- quasi tutti gli altri ufiziali erano sindacati per il Giudice delle
- Appellazioni.
-
- Mille fanti della Città erano eletti per il Podestà e Capitano
- e Quattordici, per conservazione e difesa degli uffizi loro, e
- per alcuni per i Richiesti; dugento n’erano eletti per Oltrarno;
- Borgo e San Pancrazio avevano il bianco di sopra, il rosso di
- sotto; in quello d’Oltrarno era dentro un ponticello rosso. In
- Borgo una capretta nera; in San Pancrazio una branca di lion
- rosso. Gli altri tre avevano il rosso di sopra, il bianco sotto.
- Nel rosso di San Piero Scheraggio era un carretto azzurro. In
- Porta San Piero le chiavi gialle; in quello di Duomo il tempio
- di San Giovanni. Mutavansi i Gonfalonieri ogni anno del mese
- di marzo: i gonfaloni erano dati loro nel Parlamento pubblico.
- Doveano essere presti alla volontà del Podestà e Capitano; se nel
- medesimo tempo l’uno e l’altro gli comandava, quelli de’ primi
- tre sesti obbedivano al Capitano, gli altri al Podestà. Doveva
- ogni gonfaloniere ch’era chiamato far la massa alla chiesa pel suo
- popolo; e chi non vi compariva era condannato in lire 25. Nessuno
- poteva servire per sostituto, fuorchè i medici e dottori, e chi
- aveva più di 60 anni. Ognuno doveva aver dipinto in tavolaccio e
- l’altre sue armi dell’insegne del suo sesto. Quando erano chiamati
- i mille, gli altri non potevano muoversi, nè far ragunata d’uomini
- armati, massime i grandi, fuorchè fra loro vicini e nello stesso
- vicinato. Questi tre uffizi maggiori. Quattordici o Priori, Podestà
- e Capitano governavano quasi il tutto insieme con i Consigli.
- I Consigli erano di più sorti; di Richiesti o Savi, del Cento
- speciale e generale del Capitano o del Popolo, e generale di 300,
- e speciale di 90, del Podestà Comune. Quello dei Richiesti, o Savi
- non durava più d’una sessione, ed era di quel numero e di quella
- qualità di cittadini che pareva a’ due rettori forestieri, ed a’
- Quattordici o Priori che tutti intervenivano in esso. Proponeva
- il Podestà; trattavasi di negozi di guerra, sentivansi gli
- ambasciatori, rispondevasi loro, e finalmente in esso si decidevano
- tutti i principali negozi. Ciascheduno diceva il parer suo, e
- vinceva quello che era favorito per la maggior parte passando la
- metà: se alcuno non arrivava a tal numero rimettevasi il negozio ad
- altro simile Consiglio e con maggiore o minor numero di Richiesti,
- o ne’ tre uffizi maggiori solamente, secondochè si vinceva. Se si
- trattava di guerra eranvi ancora chiamati i Capitani della guerra;
- se di fare imposta nella città, le Capitudini delle Arti o tutte o
- parte, ed il partito si faceva segreto.
-
- Tutti gli altri Consigli duravano un anno, eleggevansi i
- consiglieri per i tre uffizi maggiori e per alcuni Richiesti di
- ciaschedun sesto. Per quello del 100 erano eletti 20 consiglieri
- per Oltrarno, 20 per San Piero Scheraggio, in tutti gli altri
- sesti quindici per ciascuno. Del Consiglio speciale del Popolo o
- Capitano, che con altro nome si chiamava di Credenza, erano sei
- consiglieri per ogni sesto e del generale venticinque; ragunavansi
- in San Piero Scheraggio l’uno e l’altro nel medesimo tempo:
- ritiravansi da una parte della Chiesa quelli del generale, il
- negozio era proposto nello speciale, vinto in esso, si proponeva di
- nuovo nel generale, intervenendovi ancora quelli dello speciale:
- di tutti e due Proposto n’era il Capitano. I consiglieri erano
- popolani in quelli del Comune, ch’erano due, sebbene quasi un solo
- in essenza, trovandosi rarissime volte essersi ragunati disgiunti.
- I consiglieri erano grandi e popolani, per il generale di 300
- eranne eletti cinquanta per sesto, per lo speciale di 90, quindici;
- ragunavansi nel palazzo del Comune e Proposto n’era il Podestà.
- Chi era d’un Consiglio non poteva essere dell’altro, nè insieme
- potevano essere padre e figliuolo e fratelli carnali. Divieto si
- aveva un anno dal deposto ufizio. Non era di essi chi non aveva
- almeno 25 anni. Ne’ Consigli del Podestà sempre intervennero nelle
- cose gravi le Capitudini delle sette Arti maggiori solamente sino
- all’anno 1286, da indi in qua delle dodici, che sempre intervennero
- in quelli del Capitano.
-
- Non potevasi proporre in questi Consigli, se non quello ch’era
- ordinato per i Quattordici, o Priori, i quali tutto esaminavano
- fra di loro, e trovando il negozio di che si trattava utile e
- necessario al Comune, commettevano al Podestà e Capitano che lo
- proponessero ne’ Consigli. I consiglieri avevano a essere nel
- luogo deputato avanti che il Proposto del Consiglio si rizzasse
- per proporre, nè potevano partirsi senza sua licenza, finchè non
- fosse letta la riforma, e fatto il partito sopra l’approvazione di
- essa; non potevano consigliare o arringare fuorchè sopra la cosa
- proposta: nissuno poteva rizzarsi per consigliare, o arringare,
- sinchè il primo arringatore non avesse finito. Non potevasi dar
- fastidio o impedire alcuno arringante o consulente; nè potevasi
- alcuno rizzare in Consiglio, o dire o consigliare alcuna cosa
- se non nel luogo solito e ordinato a consigliare. Ne’ Consigli
- del Comune non potevano essere più di quattro arringatori, senza
- licenza del Podestà: negli altri non se ne vede numero certo. Il
- partito ne’ Consigli si faceva in due modi o palese e scoverto, o
- segreto; il palese si faceva a sedere e rizzarsi, il segreto colle
- palle: il sedere e rizzarsi facevasi immediatamente l’uno dopo
- l’altro. Le palle si mettevano in un bossolo di due corpi, l’uno
- rosso e l’altro bianco; il sedere e la parte rossa del bossolo
- favoriva, il rizzarsi e la parte bianca disfavoriva. Nel consiglio
- del Cento facevasi segreto, nello speciale del capitano prima
- palese e poi segreto, nel generale palese solamente, in quelli del
- Podestà palese ed alcuna volta segreto, ed in tutti si vinceva per
- la metà e uno poi almeno; fuorchè nel derogare agli Statuti, che
- questo in tutti i Consigli si dovea vincere per i quattro quinti.
-
- Per il Consiglio del Cento si potevano statuire lire 100 il
- mese, le quali i Priori a piacer loro, senza stanziamento d’altro
- Consiglio che di questo, potevano spendere, non eccedendo però lire
- 25 per partita. I Consigli del Popolo per sè soli eleggevano gli
- elettori quasi di tutti gli ufiziali.
-
- Quelli del Comune eleggevano i Sindachi, quando n’era il
- bisogno per gli affari pubblici, commettevano le Imbreviature
- o Protocolli dei Notai morti, emendavano i danni de’ fuochi e
- de’ guasti; stanziavano le spese piccole di lire 100 a basso di
- quella sorte però che secondo gli Statuti si potevano stanziare e
- deliberavano d’alcune altre cose di non molta importanza; tutti
- gli altri stanziamenti, provvisioni e riforme dovevano vincersi
- per tutti i Consigli, passando per ordine dell’uno e dell’altro
- ed ancora quelle cose che si trattavano per il consiglio de’ Savi
- o Richiesti, per gli quali il popolo dovesse essere aggravato o
- con ispese o con altro. Se quello che era proposto in un Consiglio
- non si vinceva, non si poteva di nuovo proporre in esso, finchè
- non fossero mutati i Priori, a tempo de’ quali era stata fatta
- la proposta. Nel medesimo giorno non poteva esser proposto ne’
- Consigli del Comune quello ch’era stato proposto nel Consiglio del
- Popolo.
-
- Eravi ancora il Parlamento generale o Consiglio pubblico, nel quale
- intervenivano i tre maggiori uffizi. Tutti gli altri Consigli e
- le dodici Capitudini ragunavansi in Santa Reparata ogni due mesi,
- quindici giorni dopo l’entrata de’ nuovi Priori, facevasi alla
- presenza di tutto il popolo, erane capo il Podestà. Era lecito
- ad ognuno del numero delle capitudini o de’ consoli proporre
- tutto quello ch’egli avesse stimato essere benefizio del Comune.
- Esaminavansi dopo le proposte da’ Priori se niuna ve ne conoscevano
- buona o da potersi fare proponendola altra volta ne’ Consigli
- minori e doveasi vincere come l’altre provvisioni e riforme.
-
- Le riforme e provvisioni e deliberazioni de’ Consigli erano
- distese e scritte a’ libri e rogati de’ sindacati, e le procure
- che occorrevano farsi per il Comune di Firenze dal notaio delle
- Riformagioni, il quale doveva essere della provincia di Lombardia
- di là dal Reno, ma non del luogo donde fosse il Podestà o Capitano.
- Eleggevasi per il Consiglio del Comune, e durava l’uffizio suo un
- anno, ma poteva essere raffermato.
-
- Le Capitudini delle Arti erano ventuna, oggi, le chiamiamo Consoli.
- Ciascheduna di esse aveva il Gonfalone entrovi la divisa della
- sua arte. Erano sottoposte al Difensore o Capitano obbligati
- a difendere l’uffizio suo, e seguirlo con arme e senza a sua
- richiesta, giuravanlo in mano sua, e nelle loro era giurata
- l’osservanza di questo da tutti i loro sottoposti. Eleggevano le
- sette Capitudini maggiori ogni sei mesi due signori della Zecca;
- uno era de’ mercatanti di Calimala, e l’altro di quelli del Cambio
- e due saggiatori dell’oro e dell’argento. I Signori avevano cura
- che non si coniasse se non buona moneta, e che la forestiera non
- buona non corresse; e però la libra pisana e la lucchese inferiori
- alla fiorentina, erano sbandite, siccome ogni moneta piccola di
- Toscana, e’ fiorini più leggieri d’un grano si tagliavano. Le
- medesime sette Capitudini insieme con i Priori eleggevano sei
- cittadini e un uffiziale forestiero sopra l’abbondanza delle
- vettovaglie. Chiamasi l’uffiziale il Giudice, i cittadini i sei
- della Biada; l’uffizio de’ cittadini durava due mesi, sei quello
- del Giudice; facevano questi condurre grano di diverse parti, il
- più di Romagna e di quello di Siena. Ne’ tempi di gran carestia
- per non aggiungere afflizione agli afflitti, facevansi ferie
- per le cause civili. Dodici danai per ogni staio di grano era
- dato dal Comune a chi ne conduceva a vendere in Firenze di fuori
- dello Stato; e chi ne conduceva più d’una soma era sicuro per il
- viaggio e per sei giorni di stanza, per debiti suoi privati e per
- rappresaglie, che fossero concedute contro la sua Comunità. Il
- fare rappresaglie era un sequestrare e rattenere tutti gli effetti
- pubblici e privati di una Comunità e le persone. Concedevansi
- le rappresaglie contro quelle Comunità, che non amministravano o
- si pretendeva che non amministrassero giustizia, o al Comune di
- Firenze o suoi sudditi, e se fra certo tempo non era soddisfatto
- il creditore, convertivasi l’equivalente in uso suo. Da questo
- ne nascevano molti inconvenienti e molti disastri nel negoziare,
- facendo l’una Comunità rappresaglia contro l’altra. Per sfuggirle
- emendava il Comune di Firenze il danno che pativa alcun forestiero
- di rubamenti fattigli nella città o contado; i denari però erano
- pagati, non trovandosi il delinquente, da quella Comunità o popolo
- nel quale era seguito il delitto. Ma se pure contro il Comune di
- Firenze erano concedute per causa privata, erano i principali
- obbligati a dar soddisfazione; se per pubblica si veniva agli
- accordi, e satisfacevasi, e molte volte usavasi mettere una
- gabella sopra le robe de’ Fiorentini che passavano per quella
- Terra, che faceva la rappresaglia, finchè fosse satisfatto a quel
- debito. I danari che si pagavano o riscuotevano per il Comune di
- Firenze, passavano tutti per mano de’ camarlinghi della Camera,
- i quali erano tre; stavano in ufizio due mesi, e proponevano ne’
- Consigli gli stanziamenti da farsi per le spese occorrenti. Tutti
- i pagamenti facevano con il consiglio di due dottori fiorentini
- a questo eletti ogni due mesi, chiamati avvocati del Comune,
- registravasi il tutto ne’ libri pubblici per il notaio della
- Camera, l’uffizio del quale durava quanto quello de’ Camarlinghi.
-
- Per i fatti della guerra eleggevansi per i rettori e’ Quattordici
- o Priori e per i Richiesti per quel tempo, ed in quel numero che a
- loro pareva, alcuni cittadini de’ principali con nome di Capitani
- di guerra. Provvedevano questi le cose necessarie per la guerra,
- intervenivano ne’ Consigli che appartenevano ad essa, e facendosi
- esercito, parte di loro andavano e parte ne rimanevano nella
- città; finito il loro uffizio non s’eleggevano altri, se non era
- il bisogno. Chiamavansi questi nei tempi più moderni i Dieci della
- guerra. In difetto loro era solito concedersi per i Consigli balía
- ed autorità al Podestà. Capitano e Priori sopra la fortificazione
- della città, sue castella e contado sopra il condurre soldati
- e sopra ogni cosa spettante a guerra per un tempo determinato.
- Negli eserciti comandava il Capitano generale della guerra, ch’era
- forestiero e signore, ed eleggevasi solo quando n’era il bisogno
- per quel tempo che pareva agli elettori. Il modo dell’elezione
- era il medesimo di quello del Podestà e Capitano. Conduceva seco
- un numero di cavalieri e di fanti espresso nella sua condotta.
- Fra i cavalieri ne dovevano essere alcuni di corredo. Pagavansi
- al Capitano generale della guerra tutti i danari, tanto dello
- stipendio suo quanto de’ soldati condotti da lui. Ogni soldato
- dell’esercito gli era sottoposto, due o più de’ Capitani di guerra
- andavano con esso con titolo di suoi consiglieri, che insieme con
- lui il tutto deliberavano. Davasegli un notaio pagato dal Comune,
- che scrivesse tutto quello che gli occorreva. Non essendo Capitano
- generale di guerra e bisognando cavalcare, per capo della cavalcata
- o esercito andava il Podestà, non potendo egli, il Capitano del
- Popolo o Capitani di guerra. Cavalcata ed andata si chiamava quella
- dove non si spiegavano i padiglioni, esercito dove si spiegavano.
- Alcuno de’ giudici de’ malefizi del Podestà andava in esercito
- per amministrare giustizia. I Connestabili e Capitani di fanti
- e di cavalli erano condotti per i sindachi del Comune, con quel
- numero di soldati che avevano in ordine. La rassegna de’ soldati
- facevasi ogni mese, o quando pareva a’ consiglieri, alla presenza
- del Capitano, per nome e cognome. Gli eserciti erano composti di
- mercenarii, ausiliari e sudditi, di fanti e cavalieri. I fanti
- erano pavesari, balestrieri, arcieri e lancieri. I cavalieri erano
- o alla leggiera o alla grave, ogni soldato a cavallo chiamavasi
- cavaliere; di corredo addimandavansi quelli di dignità fatti da’
- principi e signori. Gli ausiliari erano pagati da chi li mandava. I
- mercenarii e sudditi dal Comune. I cavalli mercenarii alla leggera
- avevano fiorini cinque il mese, quelli alla grave nove o poco
- più o meno. Ne’ sudditi non era altra cavalleria che quella delle
- cavallate. Le cavallate s’imponevano a chi più aveva il modo, e a’
- Guelfi ed a’ Ghibellini ordinariamente per un anno; per tutto il
- tempo avevano da 40 fiorini a 50. Imponevasi ordinariamente da 500
- fino in 2000, secondo i bisogni; a chi era imposto cavallata era
- obbligato a tenere un cavallo armigero non di maggior prezzo di
- fiorini 70 nè di minore di 35, con esso doveva andare in esercito
- quando gli era comandato, o mandarvi altri in suo luogo; per ogni
- giorno che cavalcava aveva soldi 15, se era cavaliere di corredo
- o giudice 20. I cavalli tanto degli stipendiati, quanto delle
- cavallate si bollavano del bollo della città e stimavansi alla
- presenza degli uffiziali del Comune, del Capitano e de’ soldati;
- se il cavallo si guastava, moriva, o era ferito, o ammazzato in
- servizio del pubblico, mandatane la fede tra cinque giorni a’
- Capitani di guerra, gli era pagato la valuta del danno, s’era
- guasto, se morto, dell’intiero prezzo; finchè non gli era emendato
- non era obbligato a ricomprarne di nuovo, e la paga gli correva
- come se l’avesse avuto, e dopo pagato aveva tempo alcuni giorni
- a provvedersene. Non poteva un cavallo essere emendato più d’una
- volta, e per questo gli emendati si contrassegnavano. Per arrolare
- ed assegnare i soldati e stimare i cavalli, erano eletti ogni
- anno sei cittadini. Negli eserciti generali andavano le cavallate
- di tutti i sesti. Nelle imprese minori andavano d’un sesto solo,
- o di più alla disposizione del consiglio de’ savi o Richiesti e
- de’ capitani di guerra, e l’uno e l’altro ogni tanti giorni si
- cambiavano. L’esercito generale si bandiva più giorni avanti, e due
- o tre prima che si muovesse si cavavano l’Insegne e Gonfaloni di
- Firenze, e spiegati appendevansi ad un luogo vicino alla città e
- quivi si faceva la massa. I soldati a piè del contado erano eletti
- per gli vicari, ed eranne loro capi; i vicari erano de’ migliori
- cittadini di Firenze. Eleggevansi per i Priori capitani di guerra
- e Richiesti, quando occorreva per quel tempo che si credeva che
- fosse per bisognare, mandavasene in tutte le provincie principali
- dello Stato, o solo in quello che pareva a’ medesimi elettori. I
- vicari avevano soldi 30 il giorno, i fanti 4, i guastatori 3. Se
- le cavallate di tutti i sesti andavano in esercito, alcuni de’
- fanti del contado restavano a guardia della città sino al ritorno
- loro, ed i cittadini sospetti il più delle volte per quel tempo si
- mandavano fuori; se l’esercito si faceva contro i Ghibellini, non
- cavalcavano i Ghibellini delle cavallate, ma i loro cavalli erano
- fatti prestare a’ Guelfi. I soldati di guardia delle fortezze erano
- dello Stato, i castellani cittadini ogni due mesi erano rassegnati
- per uno de’ cavalieri compagni del Potestà di Firenze; le paghe
- erano maggiori e minori secondo la qualità del luogo. Per sapere
- gli andamenti de’ nemici stipendiavasi uno per capo di ricevere e
- mandare spie. Per l’occasione della guerra o per altre spettanti
- al Comune mandavansi ambasciadori in diversi luoghi, eleggevangli
- i Priori, per cosa di molta importanza il Consiglio dei Richiesti;
- l’istruzioni erano loro date per gli elettori. Gli elettori erano
- de’ più degni cittadini, o no, secondo il negozio che aveano da
- trattare, o il personaggio cui erano mandati. In ogni ambasciata
- di qualche conto andavano cavalieri, dottori e cittadini privati
- ed un notaio. In quelle di grande importanza andava alcuna volta
- il Podestà, e l’ambasciata facevasi onorevolissima. In quelle
- di poco rilievo andava un cittadino privato e talvolta un solo
- notaio. Giuravano gli eletti per ambasciatori in mano del Podestà
- di fedelmente trattare i negozi loro imposti, nè per loro ottenere
- grazia o privilegio alcuno, se contraffacevano erano condannati in
- lire 1000. Il salario non poteva esser più di soldi 50 il giorno,
- e questo non si dava se non a chi conduceva seco almeno quattro
- cavalli, che secondo il numero di essi si eleggeva il salario, ma
- non andava ambasciadore che almeno non ne avesse due: il Podestà
- quando andava in ambasciata aveva lire 12 il giorno. I cavalli, che
- in ambasciata si guastavano, o morivano, erano dal Comune emendati.
- Mandavasi ambasciadori ancora per negozi di persone particolari
- e d’altre Comunità, ma pagavansi da quelli in servizio de’ quali
- andavano. Le lettere pubbliche scrivevansi in latino in nome del
- Podestà, Capitano e Priori, ed ogni sei mesi era eletto un notaio
- in Dettatore di esse. Con questa forma di governo si resse la
- Repubblica di Firenze dall’anno 1280 al 1292, nel quale si cominciò
- l’elezione del Gonfaloniere.
-
-
-
-
-Nº III.
-
-(Vedi pag. 259.)
-
- ISTORIA COMPENDIATA DI SAN GIMIGNANO.
-
-
-Questo difetto è nella storia, che non si trova quasi mai scritta dai
-vinti. Quello che si dicesse di Firenze dentro ai castelli e durante la
-lunga caccia patita da essi, ognuno può agevolmente figurarselo, perchè
-la vita dei castelli fu argomento favorito di molti racconti, sebbene
-in Italia meno che altrove. Ma dei piccoli Comuni chi potesse sapere
-le storie qui solamente nella Toscana, si vedrebbe innanzi come una
-serie di piccoli drammi, dove non sempre ai Fiorentini toccherebbe la
-parte migliore. Vero è che in tutti sottosopra le cose medesime sempre
-verrebbero sulla scena, e ciò tanto più quanto più il campo fosse
-angusto: ma insomma l’Italia si formò a quel modo, e ha la sua cellula
-nel Comune, ed i più piccoli ne sono i primi vitali ingredienti. Non
-è dei più piccoli quello che ora ci cade tra mano, ed è dei più noti.
-San Gimignano è visitato da molti stranieri; nessun’altra terra o
-castello di Toscana ritiene più della età di mezzo e meno fu invaso
-dalle susseguenti: in quelle torri e nelle chiese e nelle case di forti
-pietrami è pure qualcosa di non ricoperto dal fino intonaco dei tempi
-moderni; le antiche memorie se ne conservano il possesso, la nuova
-vita v’è poco entrata. Lo stesso accade generalmente; e per esempio
-nell’Inghilterra, le città più anticamente monumentali si vanno a
-vedere con grande rispetto, ma in quelle è sempre nelle strade la gente
-più rada e pare si muova più lenta che altrove.
-
-Di San Gimignano abbiamo origini favolose, le vere ci mancano. È ameno
-il sito, capace il suolo di molti frutti, mite il clima: natura di
-luogo in tutto diversa da quella più aspra dove fu posta Volterra, che
-aveva il dominio di quel territorio. Qui era sorto già un castello,
-anticamente come noi crediamo, sebbene la prima certa memoria che se ne
-abbia non salga oltre all’anno 929, nè altra notizia ce ne rimanga per
-tutto il primo secolo dopo al mille. Le torri però in tanto numero, e
-antichissime, dimostrano avere quella terra (il come s’ignora) avuto
-potenza di famiglie nobili assai di buon’ora; tanto non crebbe nei
-primi tempi la vicina Colle, nè Poggibonsi che era stato castello
-imperiale. Tenevano i Vescovi la signoria di Volterra, e contro ad
-essi ebbe a combattere San Gimignano per la sua propria emancipazione,
-la quale fu intera nei primi anni che seguitarono dopo alla pace di
-Costanza. Dal 1200 cominciano atti di gente libera, il governo in mano
-di Consoli, e da principio il Podestà, uno degli uomini della terra
-stessa. Intanto Volterra anch’essa cercava sottrarsi ai Vescovi, uno
-dei quali cacciato di sede ebbe soccorso dai Sangimignanesi nemici
-al popolo di Volterra da cui si erano distaccati. Di qui lunghe
-guerre che si allargarono in più vasto campo, quando le innumerabili
-divisioni formarono quella dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma in questa
-lotta San Gimignano si rinforzava e le libertà sue ebbero autentico
-riconoscimento da Federigo II imperatore l’anno 1241. Era uno di quei
-Comuni tenuti dai militi, che è dire dai nobili, i quali sapevano
-meglio intendersi con l’Imperatore; e seco andavano di gran cuore
-contro al popolo di Volterra.
-
-Prevalse pertanto assai tra questi la potestà imperiale; pagavano
-volentieri a Federigo il feudo solito pagarsi ai Vescovi; i Potestà
-usarono chiamarsi tali Dei et Imperatoris gratia. Ma ciò non toglieva
-che al pari degli altri Comuni andassero contro a quella medesima
-potestà, facendo per l’ampliazione del loro contado guerra ai castelli
-che n’erano il nido. Seguirono gli anni della gran contesa per cui
-salivano e scendevano con tanto fragore più volte ciascuna delle due
-contrarie parti: San Gimignano modificava secondo i casi le istituzioni
-sue cittadine, piegandole verso alla parte popolare come i tempi
-volevano. Il popolo era ivi come a Siena rappresentato da un ordine
-che si chiamò dei Nove, ristretto però nè mai caduto nel maggior
-numero: quella terra ricordava sempre le origini sue, e manteneva le
-istituzioni che ad essa erano naturali; troppe torri aveva per essere
-mai bene guelfa.
-
-Correvano allora tempi magnifici a San Gimignano: sorgeva il pubblico
-Palazzo con altri edifizi, fioriva quella piccola repubblichetta
-richiesta più volte per ambascerie dalle città e dai signori vicini,
-di lei più possenti; i suoi magistrati andavano arbitri o pacieri
-di grandi vertenze. Rimane tuttora in quelli archivi documento
-dell’ambasceria che Dante Alighieri vi esercitò in nome della
-Repubblica di Firenze agli 8 di maggio 1299; orava dinanzi al Potestà,
-che era dei Tolomei da Siena, esortando il Consiglio generale a farsi
-più vivo e rafforzare la lega toscana, verso alla quale parevano
-essere le volontà dubbie, secondo le varie parti che dividevano i
-Sangimignanesi. A procurare la concordia poco di poi venne della
-persona sua in San Gimignano il Cardinale d’Acquasparta come Legato di
-Bonifazio VIII; si fece una pace, ma fu presto rotta. Potenti famiglie
-nemiche tra loro per gelosia di grandezza cittadina si chiamavano
-guelfi o ghibellini, o bianchi o neri o di quanti altri nomi sa l’odio
-cuoprirsi; nè mancarono a San Gimignano i consueti ammazzamenti, come
-in ogni altra delle minori o delle maggiori terre d’Italia. Questo
-ripetersi da per tutto degli stessi casi, questo inutile rivoltolarsi
-durante più secoli, viene oggi chiamato da un nobile ingegno bellezza
-di storia. A noi non pare; anzi agl’Italiani facciamo colpa del non
-avere saputo men tristo rimedio inventare contro al sonno, malattia dei
-popoli peggiore d’ogni altra per la parentela che ha con la morte.
-
-Ma pure in quella età nascevano grandi fatti, in mezzo ai quali nè
-il buon diritto alla sua propria indipendenza, nè una gran voglia di
-mantenerla, bastavano a fare che un piccolo Comune avesse, come si
-suol dire, voce in capitolo. Scese in Italia Arrigo VII, s’inalzò
-Castruccio, la Toscana ebbe a difendersi contro al Bavaro e contro
-al Re di Boemia. San Gimignano, posta in mezzo tra Volterra e Siena
-e Firenze, volentieri avrebbe cercato sostegno da quella parte cui
-potesse riuscire più utile amica: tirava da Siena i suoi Potestà e
-alcune forme di reggimento; ma Siena era instabile, e troppo Firenze
-pigliava la mano già sopra i vicini. Questa si diede al Duca di
-Calabria; e San Gimignano, senz’altro pensare, dovè seguitarla. Non ne
-avesse anche avuto voglia, andava insieme con la corrente guelfa, stava
-con la Lega della quale Firenze era capo; e questa, come su tutti gli
-altri aveva la forza che gli difendeva, così anche aveva l’arbitrio
-a costringerli e una crescente volontà di farsi da tutti ubbidire.
-Chiedeva di nome gli uomini e il denaro per le taglie che prima aveva
-essa medesima decretate: di già i rifiuti o le renitenze si chiamavano
-ribellione. Ma perchè uno Stato indipendente ti serva a tuo modo, è
-necessario potergli comandare in casa dentro. Il primo d’aprile 1333
-una lettera al Comune di San Gimignano gli dava ordine di ratificare
-nel Consiglio del Popolo certe mutazioni fatte allo Statuto di quella
-terra, nè so con qual titolo, da tre cittadini Fiorentini: dice la
-lettera che ogni negligenza all’ubbidire, gli avrebbe fatti incorrere
-in pena.
-
-Era in San Gimignano potente su tutte le altre la famiglia degli
-Ardinghelli. Se propriamente fossero Guelfi o Ghibellini io non lo
-so, nè bene credo che lo sapessero essi stessi. A me parrebbe senza
-calunnia potere affermare che furono Guelfi, quando con quel nome
-potevano farsi un grande seguito nella terra; ma quando ad essi venne
-la voglia o parve essere necessità, per mantenere il grado loro, di
-uscire fuori dai termini della civile eguaglianza, allora di fatto
-se non di nome furono Ghibellini. Ciò nonostante pare che molto se
-la intendessero con la Repubblica di Firenze, la quale cercando sopra
-la Toscana di avere un imperio, gradiva che le comunità inferiori, di
-nome amiche ma in fatto suddite, dipendessero da pochi, perchè i pochi
-è sempre più facile guadagnare e mezzi più certi si hanno a tenerli.
-Il Comune di San Gimignano bandì gli Ardinghelli, ma lì appresso era
-il luogo di Camporbiano, terra di Marzocco; e gli Ardinghelli di là
-infestavano i Sangimignanesi tanto malamente, che alla fine questi
-perduta pazienza, un giorno a bandiere spiegate e sotto alla condotta
-del Potestà loro e Capitano di popolo, che era un Saracini di Siena,
-andarono contro a Camporbiano, v’entrarono a forza e l’arsero. Questo
-alla Signoria di Firenze parve delitto di lesa maestà; citò avanti
-a sè il Potestà e tutti quelli della cavalcata; nessuno comparve;
-per il che furono condannati come contumaci in lire cinquantamila,
-con la comminatoria di essere arsi (così è scritto) il Potestà e
-centoquarantasette Sangimignanesi. Chiesero grazia, e il Consiglio
-generale di Firenze con voti centoventitrè contro cinquantuno condonò
-la pena, con che i fuorusciti fossero rimessi in patria e riavessero i
-beni loro: ma non andò molto che un’altra volta furono ricacciati.
-
-Cedevano innanzi alla comunanza cittadina più forte di loro, fuori
-trovavano chi gli proteggesse. Al Duca d’Atene si erano accostati
-malcontenti di tutta Toscana, come a cosa nuova. In Firenze un
-fuoruscito sangimignanese, capitano dei fanti della Signoria, teneva
-in guardia il Palazzo: costui ne aperse la porta al Duca, dal quale
-in premio di tanto servizio fu creato cavaliere: tornata libera la
-città, fu anch’egli dipinto a vitupero come traditore. San Gimignano al
-nuovo Duca aveva mandato il numero consueto di venticinque cavalieri e
-cento pedoni, secondo la taglia; ma perchè non volle consentire subito
-al richiamo dei fuorusciti, questi dapprima respinti con la forza
-v’entrarono poi con le armi e col nome del Duca, il quale n’ebbe il
-governo e prima cosa ordinò di fabbricare un cassero dentro la terra
-istessa. Tornava questa in libertà dopo alla cacciata del Duca, ma più
-che mai vessata dalle trame e dagli assalti dei fuorusciti, contro ai
-quali non avendo possa, ricorse a Firenze. Si aggiunse la peste, dopo
-alla quale San Gimignano mezzo vuotata d’abitatori e fuori battuta da
-continui assalti dei suoi medesimi, non valendo più da sè a reggersi,
-fece il primo atto di formale dedizione alla Repubblica di Firenze, che
-fu per tre anni, da potersi rinnovare, accomunando le due cittadinanze,
-con che avessero i Fiorentini la sola scelta del Capitano, quella del
-Potestà rimanendo sempre libera in mano dei Sangimignanesi.
-
-Questi credevano forse con un tale atto e sotto alla guardia della
-Repubblica di Firenze potere costringere a una convivenza quieta le
-parti contrarie. Ma fu invano, perchè gli esuli tornati potevano
-troppo, e dentro aveva il Capitano dei Fiorentini messo innanzi
-qualche altra famiglia da stare a contrappeso. Il che non fece che
-più inasprire le inimicizie, perchè i Salvucci per tal modo favoriti
-poterono tanto, che dietro un’accusa male provata persuasero al
-Capitano, uomo dappoco, di condannare a morte due giovani degli
-Ardinghelli: fu eseguita la sentenza in fretta e prima che da Firenze
-venisse divieto. Peggio sino allora non si era mai fatto: agli
-Ardinghelli cupidi di vendetta si aggiunsero i signorotti da Picchena,
-vicino castello, e i Rossi famiglia di grandi, i quali cacciati da
-Firenze vivevano sulle loro possessioni lì appresso. Insieme ed in
-arme un giorno entrarono in San Gimignano, ed assalita la casa dei
-Salvucci, che sulla piazza era delle maggiori, la posero a sacco ed a
-fuoco. Questi si rifugiarono in Firenze; e allora fu gara tra essi e
-gli Ardinghelli, quale dei due riuscisse con suo maggiore profitto a
-dare la terra liberamente in potestà dei Fiorentini, che vi mandarono a
-buon conto seicento soldati, i quali si tennero al di fuori delle mura.
-Intanto i negoziati procedevano variamente, finchè agli 11 d’agosto
-1353 fu stipulato l’atto di perpetua dedizione, per cui San Gimignano,
-perduta affatto l’indipendenza, ebbe dai Fiorentini la Potestà; e per
-l’interna amministrazione del Comune, mutato l’antico ordine, fu posto
-come a Firenze un magistrato di Priori e un Gonfaloniere: il castello
-di Picchena, smantellato, andò sotto la giurisdizione del Comune di San
-Gimignano.
-
-Ma prima di accettare in Firenze la sottomissione, avevano aspettato
-che dugentocinquanta uomini della terra venissero a offrirla
-personalmente; il partito per l’accettazione passò nei Consigli per
-un voto solo. Dipoi fu scambio tra le due parti di cortesia: mandò
-la Signoria un foglio bianco sottoscritto, dove i Sangimignanesi
-ponessero quelle condizioni che volevano: questi risposero con un altro
-foglio nel modo stesso: il primo esiste negli archivi pubblici della
-terra, dell’altro è un ricordo. Con tutto questo però non vollero i
-nuovi padroni essere da meno di quel che era stato nove anni prima il
-Duca d’Atene; imposero ai Sangimignanesi l’edificazione di una rôcca
-in luogo adatto e a loro spese; doveva essere sicurezza contro alle
-discordie o alle ribellioni, ma era difesa nel tempo stesso contro ai
-grandi, soliti a vivere fino allora secondo la legge comune e senza
-divieti o esclusioni. In tutto il resto procederono largamente; il
-che era una fina arte politica, ma era insieme un riconoscimento del
-diritto che in Toscana più che altrove godeva il Comune alla sua
-propria indipendenza, in tutto quello dove non fosse stato questo
-diritto abbandonato dal Comune stesso per la sua propria conservazione.
-Promisero anche l’esenzione dai balzelli straordinari e da certe
-tasse minutamente specificate. Poi mantennero la promessa quanto suole
-farsi in simili casi, e quanto i bisogni della Repubblica di Firenze
-concedevano. Allora si andava per via di richieste al Consiglio delle
-spese; così lo chiamavano in San Gimignano: questo si opponeva e
-mandava ambasciatori che disputavano e infine pagavano, ma le più volte
-meno del chiesto. Si mantenevano nelle apparenti relazioni tra’ due
-Stati queste forme di parità: in cose o di confini o di commerci San
-Gimignano mandava i suoi ambasciatori a trattare prima liberamente co’
-vicini; e abbiamo accordi in tal modo fatti con Siena. Così, finchè
-non fu distrutto in Firenze il libero stato, San Gimignano ebbe un
-esercizio di volontà in cose pubbliche, una soddisfazione di certi
-che sono bisogni dell’animo e dell’intelletto: quello che alla libertà
-mancasse, trovava compenso di quiete e d’ordine e di sicurezza. Fatto
-è, che pare la terra in quelli anni prosperasse, perchè gli edifizi
-più ornati e più belli sorsero nel tempo della soggezione; le chiese
-nel quattrocento furono abbellite da grande copia di pitture affresco
-e in tavola dei più celebrati in quella età, come Benozzo Gozzoli e il
-Ghirlandaio e Antonio Pollaiolo, ai quali si aggiungono senza troppa
-inferiorità pittori sangimignanesi: fiorivano anche le lettere, e
-diedero qualche uomo il cui nome non è affatto spento.
-
-Ma ciò non faceva che non piangessero i loro antichi liberi tempi,
-quando il bene come il male potevano farsi da sè medesimi. Nè certo
-i soprusi mancavano, contro ai quali le terre soggette, ponevano
-speranza nei Medici: ma questi, una volta che ebbero abbassato chi
-stava di sopra, non rialzarono però gli altri, ed il comune livello
-scese molto più basso di prima. D’allora in poi San Gimignano venne
-sempre a scadere: nei due secoli del principato di casa Medici la
-popolazione della terra scemò d’un terzo, quella del contado non perdè
-che il sesto. Opere pubbliche non si fecero, e spesso le antiche furono
-guaste per incuranza o perchè l’amore delle arti mancava e il gusto
-era pessimo. San Gimignano si chiama sempre dalle belle torri, ma nel
-cinquecento erano il doppio di quelle che ora bastano a darle aspetto
-insolito e quasi fantastico.
-
-Il canonico di quella Collegiata Luigi Pecori, pubblicava l’anno
-1853 una Storia della patria sua, molto accurata e di buon giudizio.
-Aggiunse in fine lo Statuto dell’anno 1255, ampliato e corretto nel
-1314, le notizie risguardanti le cose ecclesiastiche, i pubblici
-edifici, i cittadini di qualche nome, le opere d’arte, con assai buon
-numero di documenti dei quali è ricco quell’archivio. Compose tavole
-dei prezzi di molte cose e dei salari e delle pene che si pagavano in
-moneta. Prima di lui Vincenzio Coppi dava la _Storia di San Gimignano_
-l’anno 1695, in un bel volume in foglio, con dedica al principe
-Ferdinando de’ Medici. Abbondano in quella ragguagli minutissimi
-d’ogni cosa la quale importi o che all’autore paresse in qualche modo
-importare al decoro della patria sua. Fornito di buone lettere più
-che di sana critica, mantiene per vera una favolosa origine di San
-Gimignano, sulla quale nei primi anni del quattrocento Mattia Lupi
-aveva scritto un poema latino, da lui chiamato eroico, in quattro libri
-di cattivi versi. Dissi in principio, e ripeto in fine, che vorrei
-piuttosto sapere il vero del come potè sorgere a qualche grandezza da
-molto antichi secoli questa terra.
-
-
-
-
-Nº IV.
-
-(Vedi pagg. 270 e 271.)
-
-(_Archivio di Stato Diplomatico_, provenienza _Atti pubblici_).
-
-
-_PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE DOMINO KAROLO
-ROMANORUM REGI._
-
- In Christi nomine Amen. Anno sue salutifere Incarnationis Millesimo
- trecentesimo, quinquagesimo quarto Inditione VIIIª die vigesimo
- mensis Martii. Manifeste appareat omnibus presens instrumentum
- publicum inspecturis Quod Serenissimus et Invictissimus Princeps et
- dominus dominus Karolus Dei gratia Romanorum Rex et semper Augustus
- ac Boemie Rex, de innata Maiestati sue clementia, consensit
- expresse et de gratia speciali nobilibus et sapientibus viris
-
- Domino Barne de Rubeis } militibus
- Domino Paczino de Strocziis }
- Domino Loysio de Giamfigliacziis Legum doctori
- Loysio de Mocziis
- Uguiccioni de Ricciis et
- Simoni de Antilla
-
- ambaxatoribus, sindicis et procuratoribus Comunis et Populi
- Civitatis Florentie, ut de ipsorum sindicatu sive procura patet
- publico instrumento scripto manu mei notarii infrascripti, ac
- etiam mihi notario infrascripto tamquam publice persone stipulanti
- et recipienti vice et nomine Populi et Comunis Florentie, quod
- Iuramentum eidem tamquam Romanorum Regi seu tamquam Imperatori
- prestandum per dictos Sindicos et pro dicto Comuni, quibuscumque
- verbis prestetur seu prestitum reperiri contingat, habeat et
- habere intelligatur infrascriptas reservationes modificationes
- et capitula, et perinde intelligatur esse ac si in eo seu eius
- prestatione dicta et infrascripta capitula essent apposita
- e expressa licet in ipsa figura verborum dicti Iuramenti non
- apponantur nec exprimantur. Ita quod dictum Iuramentum vires sive
- effectum non habeat contra dicta infrascripta capitula seu contra
- sensum ipsorum et ita actum consensum et conventum extitit inter
- eos.
-
- Reservationes autem modificationes et capitula sunt hec, videlicet:
-
- In primis, quod vigore Iuramenti prestandi et contentorum in eo,
- dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra vel aliter non teneatur
- dicto domino Regi quam dictum Comune et alia Comunia Tuscie et
- Lombardie ab antiquo tenebantur et tenentur Imperio secundum
- Leges Imperiales et Iura comunia Romanorum Principum. Et quod
- dictum Iuramentum non deroget nec in aliquo preiudicet aliquibus
- privilegiis seu benefitiis concessis seu concedendis per dictum
- dominum Regem dicto Comuni Florentie, seu aliquibus promissionibus
- gratiis seu benefitiis, cum scriptura vel sine, factis vel fiendis,
- concessis sive concedendis per dictum dominum Regem dicto Comuni
- Florentie. Mandans expresse predictus dominus Rex mihi notario
- infrascripto, quatinus ad maiorem et clariorem predictorum memoriam
- de predictis publicum conficerem instrumentum. Acta fuerunt
- predicta per dictum dominum Karolum Regem, Pisis in camera predicti
- domini Regis, in domibus que dicuntur Giardinum sive viridarium
- Pieri Andree de Gambacurtis; presentibus testibus reverendissimo in
- Christo patre et domino domino Niccolao Patriarcha Aquilegiensi et
- principe honorando et venerabili in Christo padre domino Iohanne
- Episcopo Olomocensi et magnificis viris Marcardo Agustense,
- Thederigho Mindense, Vladislao duce Theschinense, Burghardo
- burgravio Magdeburgense et......... de Lippa, Bustone de Reilhartis
- ac nobilibus et prudentibus viris domino Dondaccio de Malingniis de
- Fontana de Plagentia, milite et Leggerio Andreocti Niccoluccii de
- Perusio, adhibitis et rogatis.
-
- Et Ego Angelus ser Andree domini Rinaldi, florentinus civis,
- publicus Imperatoris auctoritate notarius et iudex ordinarius,
- predictis omnibus in presenti facie contentis et scriptis dum
- sic fierent interfui, illaque mandata Regio et rogatu Sindicorum
- suprascriptorum publice scripsi et signum apposui consuetum.
-
-
-_CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE FLORENTIE._
-
- In Christi nomine, amen. Anno sue salutifere Incarnationis
- Millesimo trecentesimo quinquagesimo quarto, Indictione VIII,
- die vigesimo primo mensis Martii secundum consuetudinem civitatis
- Florentie, Serenissimus Princeps et dominus dominus Karolus Dei
- gratia Romanorum semper Augustus ac Boemie Rex, et infrascripti
- Ambaxiatores et Sindici Populi et Comunis Florentie asseruerunt
- se super infrascriptis capitulis, die xxº presentis mensis martii
- predicti simul conclusisse et concordasse, videlicet:
-
-
- _Quomodo Priores sint vicarii Imperatoris. — Quod Civitas Florentie
- eiusque comitatus et districtus regantur per Populum et Comune et
- sub legibus ipsorum etc. — Aliqualis confirmatio sub missionum et
- aliarum conventionum._
-
- Primo, quod Priores Artium et Vexillifer Iustitie Populi et Comunis
- Florentie qui pro tempore fuerint toto tempore vite domini Regis
- Karoli presentis, etiam port Imperiales infulas susceptas, et non
- alius, sint eius vicarii generales et inrevocabiles tantum tempore
- vite domini Regis predicti, sicut predicitur, in civitate Florentie
- et eius comitatu et territorio et districtu, et in omnibus terris
- et locis que per Comune Florentie seu pro ipso Comuni tenentur,
- gubernantur, seu custodiuntur: terris vero, si quas de facto et
- non legiptime occupant ecceptis; super quibus non constituantur
- vicarii, neque aliquis alias seu aliqui alii constituantur neque
- sint offitiales ibidem, nisi per Populum et Comune predictum
- fuerint constituti. Quodque ipsi vicarii sic constituti nichil
- aliud possint nec aliter, nec sindicentur seu ad rationem
- administrationis coram predicto populo reddendam teneantur, nisi
- secundum Statuta ed ordinamenta Comunis Florentie et secundum Leges
- municipales, consuetudines et mores laudabiles hactenus observatos
- ibidem, sed sindicentur solummodo per dictum Populum et Comune vel
- offitiales dicti Comunis ad hoc deputatos seu deputandos secundum
- formam Statutorum dicte Civitatis. Et quod dicta civitas Florentie
- terre et loca per dictum Populum et Comune regantur custodiantur
- et gubernentur sub ea iurisdictione regimine et custodia laudabili
- ac sub illis magistratibus sub quibus ad presens tenentur et
- gubernantur seu teneri et gubernari solita sunt per dictum
- Populum et Comune et sub eisdem iuribus statutis et ordinamentis
- consuetudinibus et moribus laudabilibus iuste editis et edendis
- per dictum Populum et Comune seu loca predicta. Quos magistratus
- dictus Populus et Comune sibi et in locis predictis ad beneplacitum
- et pro sui libito possit eligere et constituere et iura municipalia
- et ordinamenta et alia predicta edere et condere cassare et mutare
- rationabiliter, secundum rerum et temporis exigentiam, ac eadem
- in tempore preterito iuste potuerint. Et quod in dicta civitate
- Florentie et locis predictis seu aliquo ipsorum aliqui offitiales
- cuiuscumque nominis vel conditionis non constituantur mictantur
- vel fiant, nisi solum per Populum et Comune Florentie, secundum sua
- ordinamenta consuetudines et mores laudabiles et illa intelligantur
- statuta iura, ordinamenta et consuetudines et mores laudabiles
- et laudabilia, iusti et iusta rationabiles et rationabilia que
- vel qui specialiter non reprobantur a iure. Quodque dictus Rex in
- submissionibus seu concessionibus dictarum terrarum seu locorum
- vel alicuius eorum voluntarie factis dicto Populo et Comuni eos non
- impediat, nec in regimine earundem. Et in terris huiusmodi que se
- sponte submiserunt eis, dum tamen sint Imperii, earum Incolis non
- contradicentibus, eos vicarios constituimus modo predicto: salvis
- tamen iuribus aliorum. Et quod convenctiones et pacta inite seu
- inita inter dictum populum et Comune ex una parte et dictas terras
- seu loca vel aliquos eorum ex altera, sicut iuste et rationabiliter
- procedunt, confirmentur et approbentur per dominum Regem predictum.
-
-
- _Irritatio condempnationum factarum per olim Imperatores._
-
- Item, omnes et singule sententie condempnationes forbannitiones
- et processus, per quoscunque divos Romanorum Imperatores et Reges
- predecessores domini Regis predicti, contra Populum et Comune
- seu singulares eius personas, in civitatem comitatum territorium
- seu districtum aut loca ipsius, et nominatim contra infrascriptos
- Comites de Battifolle, de Doadola, Albertum de Mangona et Neronem
- de Vernio ac eorum subditos late seu lati, facte seu facti, et
- omnes pene infamie note inhabilitates et defectus, seu etiam
- amissionis vel privationis bonorum qui vel que ex hijs sequi
- vel infligi a lege vel ab homine seu alio quovis modo contrahi
- potuissent, tollantur removeantur et relaxentur, quodque ipsi quo
- ad bona et omnia alia in integrum restituantur, de gratia speciali
- domini Regis predicti.
-
-
- _Liberatio Comunis a censibus retroactis._
-
- Item, quod predicti Populus et Comune Florentie, homines ipsorum
- et loca predicta sint liberi et absoluti ab omni et toto eo ad
- quod tenerentur Romanorum Regibus seu Imperatoribus vel ipsi sacro
- Imperio, de censu annuo Imperio sacro solvi debito et consueto,
- condempnationibus devolutionibus in fiscum, vectigalibus indictis
- et super indictis et aliis oneribus quibuscumque et hiis similibus
- provenctibus et obvenctibus, usque in presentem diem; solvendo
- tamen ad presens pro illis preteritis predictis Iuribus Imperii
- sacri illam summam pecunie pro qua gratiam domini Regis poterunt
- invenire.
-
-
- _Dispositio circa census futuros._
-
- Item, quod omnibus redditibus proventibus condempnationibus
- devolutionibus in fiscum, vectigalibus indictis et super indictis
- et aliis honeribus quibuscumque et hiis similibus sicut premictitur
- in quibus domino suo Regi predicto, tamquam Romanorum Regi, teneri
- potuerunt in futurum, et pro consequendo gratiam et favorem dicte
- Regie maiestatis, solvant censum annuum aliis Romanis Imperatoribus
- seu Regibus et Imperio solvi debitum et consuetum. Et quod ultra
- solutionem dicti census nomine futuri temporis non graventur in
- persona vel rebus. Quodque dictus Populus et Comune Florentie, toto
- tempore vite predicti domini Regis, et non alias seu alii omnia
- predicta et eorum quodlibet, que ipse dominus Rex iuste percipere
- posset, licite percipere possint et valeant.
-
-
- _Quod contra predicta nil fiat._
-
- Item, quod dominus Rex predictus nichil faciat contra vel ultra
- predicta et infrascripta. Et si quis adversus indultum Regium
- contrafecerit, indignationem domini Regis incurrat.
-
-
- _Quomodo privilegia concedantur de predictis._
-
- Item, quod dominus Rex de predictis omnibus que perpetuitatem
- sapiunt ac de iure concedi possunt, donet eidem Populo et Comuni
- Imperiale et Regium privilegium duraturum perpetuo: super hiis vero
- que tractu temporis transient, donet ei privilegium ad tempora vite
- sue.
-
-
- _Quomodo recognoscatur in dominum, et de prestando iuramento._
-
- Item, quod Comune et Populus Florentinus, iuxta oblationem
- factam per eos, constituant solepnes Sindicos legiptimum mandatum
- habentes, qui nomine et vice Comunis et Populi prefatum dominum
- Regem recognoscant Romanorum Regem et verum dominum ipsorum
- sicut alie civitates Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur
- et tenentur Imperio secundum Leges Imperiales et Iura comunia
- Romanorum principum; sibique nomine dicti Comunis et Populi
- prestent fidelitatis debite iuramentum: salvis semper articulis
- qui superius et inferius expressantur. Sic tamen ut post Imperiales
- infulas susceptas, iuramentum renovetur.
-
-
- _De quadam protestatione fienda._
-
- Item protestatio admictenda sub literis Maiestatis Regie sonabit
- in haec verba videlicet: Quod vigore Iuramenti prestandi et
- contentorum in eo, dictum Comune Florentie ad aliud seu ultra
- vel infra aut aliter non teneatur dicto domino Regi quam dictum
- Comune et alia Comunia Tuscie et Lombardie ab antiquo tenebantur
- et tenentur Imperio, secundum Leges Imperiales et Iura comunia
- Romanorum principum. Et quod dictum Iuramentum non deroget nec in
- aliquo preiudicet aliquibus privilegiis seu beneficiis concessis
- seu concedendis per dictum dominum Regem dicto Comuni Florentie,
- seu aliquibus promissionibus gratiis seu benefitiis cum scriptura
- vel sine, factis vel fiendis, concessis sive concedendis per dictum
- dominum Regem dicto Comuni Florentie.
-
-
- _De modo compositionis solvende._
-
- Item, quod predictus Populus et Comune quantitatem pecunie,
- ratione preteriti temporis seu Iurium neglectorum, et censum annuum
- Imperio debitum et consuetum pro futuro tempore, debitis locis et
- temporibus, teneantur solvere prout apud Regalem fuerit ordinatum:
- sic tamen quod solutio fiat in Tuscia seu in Venetiis vel Padua.
-
-
- _Quomodo quidam rebelles restituantur._
-
- Item, quod forbanniti exititii seu expulsi de dicta Civitate
- Florentie, occasione celebris memorie domini Heinrici condam
- Romanorum Imperatoris Augusti, seu propter obedientiam et
- adhesionem factam sibi, reducantur ad domus suas et gaudeant
- possessionibus, prediis et rebus suis, et in eisdem promotione et
- favore dicti Comunis foveantur. Salvo quod predicta non preiudicent
- aliis condempnationibus si quas haberent ob alias causas: et etiam
- sic quod contenta in presenti capitulo fiant absque fraude vel
- dolo.
-
-
- _Quod Comune Florentie in terris quas detinet non vexetur, etc._
-
- Item, quod dominus Rex non impediet Comune et Populum civitatis
- Florentie in regimine civitatis Florentie ipsius seu castrorum
- et terrarum que per ipsum Comune et Populum in toto vel in
- parte, seu sub eo vel pro eo tenentur, reguntur et custodiuntur
- seu gubernantur, tempore vite domini Regis predicti, nec ipsam
- Civitatem seu terras predictas vel aliquam ipsarum in toto vel in
- parte alicui alii concedet seu dabit, non obstantibus supradictis.
- Set impetentibus eos vel se, adversus dictum Comune et populum
- Florentie, ius aut actionem habere contendentibus ministrabit
- iustitiam citationibus sententiis et aliis processibus iudiciariis
- ac etiam executione licterali; sed ipse Rex et sui officiales
- ad quamcunque requisitionem talium impotentium manum armatam vel
- potentiam non apponet; nec etiam faciet alia precepta penalia circa
- seu propter relaxationem seu dimissionem vel restitutionem dictarum
- terrarum seu locorum vel alicuius eorum.
-
-
- _Reservatio Regia, si contrafieret._
-
- Item, si dictus Populus et Comune vel singulares persone adversus
- prestitam fidem, Iuramentum et obedientiam debitam negligentia
- quavis, temeritate vel pertinatia excederent, reservat sibi dominus
- Rex potestatem plenariam penas quascumque reales vel personales
- infligendi iuxta decretum Regium, secundum delictorum et excessuum
- qualitatem.
-
-
- _Pro Aretinis._
-
- Item, circa predictas gratias concessiones et indulta, ubi locus
- extiterit, addi debeat infrascripta clausola que sequitur in hec
- verba: Salvo quod predicta non vendicent sibi locum in terris et
- castris Comunis Aretii nec in eorum curiis, que presentialiter
- pignori tenentur per Comune Florentie; que castra et terras liceat
- Comuni Florentie predicto retinere, donec ipsum Comune Florentie
- consecutum fuerit a Comuni Aretii creditum ad quod dictum Comune
- Aretii tenetur dicto Comuni Florentie. Et facta solutione dicti
- crediti per dictum Comune Aretii prefato Comuni Florentie ut
- predicitur, statim ipsum Comune Florentie teneatur et debeat eadem
- pignora restituere dicto Comuni Aretii.
-
-
-
-
-Nº V.
-
-(Vedi pag. 275)
-
-
-MATTEO VILLANI.
-
-Lib. IV, Cap. 77. — _Come fu offesa la libertà di Roma dai Toscani_.
-
- «Vedendo i falli commessi per li comuni ghibellini di Toscana,
- che liberamente sottomisono la loro libertà al nuovo imperatore,
- ci dà materia di ricordare per esempio del tempo avvenire, come
- col popolo romano i comuni d’Italia, e massimamente i Toscani....
- parteciparono la cittadinanza e la libertà di quel popolo, la
- cui autorità creava gli imperadori; e questo medesimo popolo,
- non da sè, ma la Chiesa per lui, in certo sussidio de’ fedeli
- cristiani, concedette l’elezione degli imperadori a sette principi
- della Magna. Per la qual cosa è manifesto, avvegnachè assai più
- antiche storie il manifestino, che il popolo predetto faceva gli
- imperadori, e per la loro reità alcuna volta gli abbattea, e la
- libertà del popolo romano non era in alcun modo sottoposta alla
- libertà dell’impero, nè tributaria come l’altre nazioni, le quali
- eran sottoposte al popolo e al senato e al comune di Roma, e per
- lo detto comune al loro imperadore: e mantenendo i nostri comuni di
- Toscana l’antica libertà a loro succeduta dalla civiltà del popolo
- romano, è assai manifesto che la maestà di quel popolo, per la
- libera sommessione fatta all’imperadore per lo comune di Pisa e di
- Siena e di Volterra e di Samminiato, fu da loro offesa, e dirogata
- la franchigia de’ Toscani vilmente per l’invidia ch’avea l’uno
- comune dell’altro, più che per altra debita cagione.[339]»
-
-Cap. 78. — _Di quello medesimo_.
-
- «Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò
- ch’è detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza
- offesa del sommo impero, è lecito anzi debito il patteggiare con
- gl’imperatori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti,
- l’una che seguita ne’ fatti del mondo la Santa Chiesa, secondo
- il principato che ha da Dio e dal santo impero in quello,[340]
- e questi sono dinominati guelfi....: e l’altra parte seguitano
- l’impero, o fedele o infedele che sia delle cose del mondo a Santa
- Chiesa, e chiamansi ghibellini.... e seguitano il fatto; che per
- lo titolo imperiale sopra gli altri sono superbi, e motori di
- lite e di guerra. E perocchè queste due sette sono molto grandi,
- ciascuna vuole tenere il principato; ma non potendosi fare, ove
- signoreggia l’una e ove l’altra, comecchè tutti si volessono
- reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo in Italia
- gl’imperatori alamanni, hanno più usato favoreggiare i ghibellini
- che i guelfi; e per questo hanno lasciato nelle loro città vicari
- imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria,
- e morti gli imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni,
- e levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici
- della parte fedele a Santa Chiesa e alle loro libertà. E questa non
- è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti
- imperadori. Appresso è da considerare che la lingua latina....;
- e i costumi e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari,
- e disusati e strani agli Italiani, la cui lingua e le cui leggi e
- costumi e i gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramenti a
- tutto l’universo, e a loro la monarchia del mondo. E però venendo
- gli imperatori della Magna col supremo titolo, e volendo col senno
- e con la forza della Magna reggere gli Italiani, non lo sanno e non
- lo possono fare; e per questo essendo con pace ricevuti nelle città
- d’Italia, generano tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si
- dilettano, per esser per controversia quello ch’essere non possono
- nè sanno per virtù o per ragione di intendimento di costumi e di
- vita. E per queste vive e vere ragioni le città e i popoli che
- liberamente gli ricevono, convien che mutino stato, o di venire
- a tirannia, o di guastare il loro usato reggimento, in confusione
- del pacifico e tranquillo stato di quella città o di quello popolo
- che liberamente il riceve. Onde volendo riparare a’ detti pericoli,
- la necessità stringe le città e’ popoli che le loro franchigie e
- stato vogliono mantenere e conservare, e non essere ribelli agli
- imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi con loro: e
- innanzi rimanere in contumacie con gli imperatori, che senza gran
- sicurtà li mettano nelle loro città.»
-
-Lib. V, Cap. I. — _Prologo_.
-
- «Chiunque considera con spedita e libera mente il pervenire a’
- magnifici e supremi titoli degli onori mondani, troverà che più
- paiono mirabili innanzi al fatto e di lungi da quello, che nella
- presenza della desiderata ambizione e gloria: e questo avviene
- perchè il sommo stato delle cose mobili e mortali, venuto al
- termine dell’ottato fine, invilisce, perocchè non può empiere la
- mente dell’animo immortale; ancora si fa più vile se con somma
- virtù non si governa e regge: ma quando s’aggiugne ai vizi,
- l’ottata signoria diventa incomportabile tirannia, e muta il
- glorioso titolo in ispaventevole tremore de’ sudditi popoli. Ma
- perocchè ogni signoria procede ed è data da Dio in questo mondo,
- assai è manifesto che per i peccati de’ popoli regna l’iniquo.
- L’imperial nome sormonta gli altri per somma magnificenza, al quale
- soleano ubbidire tutte le nazioni dell’universo, ma a’ nostri tempi
- gli infedeli hanno quello in dispregio, e nella parte posseduta per
- i cristiani tanti sono i potenti re, signori e tiranni, comuni e
- popoli che non l’ubbidiscono, che piccolissima parte ne rimane alla
- sua suggezione: la qual cosa estimano ch’avvenga principalmente
- dalla divina disposizione, il cui provvedimento e consiglio non è
- nella podestà dell’intelletto umano. Ancora n’è forse cagione non
- piccola l’imperiale elezione trasportata ai sette principi della
- Magna, i quali hanno continuato lungamente a eleggere e promuovere
- all’impero signori di loro lingua: i quali colla forza teutonica
- e col consiglio indiscreto e movimento furioso di quella gente
- barbara hanno voluto reggere e governare il romano impero; la qual
- cosa è strana da quel popolo italiano che a tutto l’universo diede
- le sue leggi e’ buoni costumi e la disciplina militare: e mancando
- a’ Tedeschi le principali parti che si richieggono all’imperiale
- governamento, non è maraviglia perchè mancata sia la somma signoria
- di quello.»
-
-Nei capitoli sopracitati è istorica filosofia, e, a creder nostro,
-della migliore. Qui è la dottrina del Machiavelli circa le mutazioni
-dei regni, e qualche cosa anche di più, senza di che non riuscirebbe
-quella altro che a sterile empirismo; e qui la retta interpretazione
-di quella solenne ma spesso travolta e abusata sentenza che ogni
-potere viene da Dio. Si noti pure come l’appellazione data di barbari
-ai settentrionali, goffa e sguaiata al tempo nostro e pedantesca nel
-cinquecento, fosse plausibile tuttavia quando di fresco era cominciato
-quello che fu a noi risorgimento precoce e rapido anche troppo, e che
-ad essi era un principiare con passi deboli per allora. E aveva il
-fatto mostrato sempre, fino dal tempo della invasione, come i popoli
-germanici a petto agli uomini italiani di quella età fossero incapaci,
-non che a fare con loro insieme mischiato buono e compagnia, ma nemmeno
-anche a bene opprimerli.
-
-Quel che però giova maggiormente in questo luogo di rilevare, perchè
-fu troppo dimenticato, è l’imperiale supremazia attribuita alla
-città ed al popolo di Roma, secondo il giure che fu solenne tra gli
-Italiani del medio evo, e senza il quale viene a frantendersi nel
-creder nostro mezza l’istoria. Cotesto giure fu il principio e il
-fondamento della dottrina guelfa: ma quella pure che l’Alighieri
-promosse nel libro della Monarchia, non differiva se non in quanto
-per lui era la monarchia del mondo direttamente trasmessa da questo
-popolo agli Imperatori; laddove i guelfi diceano il popolo avere
-concessa e trasmessa l’elezione ai principi dell’Allemagna, non da sè
-ma per delegazione da lui fatta alla romana Chiesa ed ai Pontefici,
-investiti per questa via del civil diritto, come essi erano del divino.
-Era più antica la controversia di quel che sembri a prima vista; ed a
-togliere di mezzo i Papi che vi si erano interposti, veniva il popolo
-di Roma originariamente a professare la stessa dottrina che i giuristi
-più assoluti nell’inalzare e nel difendere le ragioni dell’Impero.
-Ma rinnegando l’autorità sia dei Pontefici sia del popolo, secondo
-facevano i moderni ghibellini ed i Tedeschi generalmente, dice bene
-Matteo nostro, che l’imperiale potestà non era più altro che un
-_fatto_, o il diritto della forza senza ragione d’autorità.
-
-Allorchè papa Leone III l’anno 800, il dì del Natale, dopo la messa,
-all’improvvista poneva sul capo d’un re Franco il diadema imperiale
-d’Occidente, e gli vestiva le spalle del manto dei Cesari; quella
-sorpresa e quasi diremmo quella commedia di tanto pondo, non si vuol
-credere che avesse altro motivo, tranne il pensiero di trasferire
-tutta in chiesa di San Pietro quella imperiale investitura, che il
-popolo di Roma avrebbe data nel Campidoglio. Al diritto di pontefice,
-supremo capo della cristianità, Leone volle in sè congiungere anche il
-diritto di naturale e legittimo rappresentante o delegato della città
-di Roma, togliendo via la controversia con la solenne autorità del
-fatto. I Pontefici non si arrogarono in quella età, nè più altre dopo,
-in via giuridica la sovranità di Roma: e il diritto di questo popolo
-e quello assunto dai Pontefici, e quello proprio degli Imperatori
-i quali avevano la material forza e la traevano d’Allemagna; questi
-diritti e questi fatti confusamente s’intramezzarono gli uni negli
-altri per molti secoli, così com’era e doveva essere ogni diritto in
-quella età, per le moltiplici tradizioni e la mancanza di norme certe.
-Questo faceva Leone III; ma poco dopo ecco un altro fatto incontro a
-quello, e fu manifestazione grande e solenne del fondamento che per
-sè Carlo voleva dare al nuovo impero attribuitogli. Quando innanzi la
-morte sua faceva egli la divisione fra tre suoi figli dei possedimenti
-ch’erano quasi l’Europa intera, al maggior figlio, che dopo lui doveva
-essere imperatore, assegnò Carlo tutto il settentrione e tutti i popoli
-di tedesco sangue, sovrapponendo anco nel diritto quella porzione che
-aveva in sè tutta ormai la material forza, a quelle due che erano
-assegnate ai due minori fratelli coll’inferior titolo di re, come
-una grande incubazione che la Germania dovesse fare sulle regioni del
-mezzogiorno. Questa per lui era la consacrazione della forza, e così
-egli la intendeva: due re dovevano con autorità minore spartirsi i
-popoli di latino sangue cui era odioso il nome regio, ed i Tedeschi non
-bene usciti dal paganesimo e dai boschi, ebbero il titolo imperiale che
-importava la signoria del mondo.
-
-L’ardimento di Leone che s’arrogava un diritto nuovo, e il testamento
-di Carlo Magno, furono come fonti a due rivi, o a meglio dire, a due
-torrenti che s’urtavano e incalzavano mischiati insieme nell’alveo
-stesso. Ma il fatto di Leone non riusciva all’effetto suo senza creare
-lungo contrasto; e la contesa tra la città ed i Pontefici romani
-durava quanto l’altra contesa tra essi Pontefici e gl’Imperatori,
-cioè tutta quanta l’età di mezzo. I signori dei castelli intorno a
-Roma e nella città stessa, ora col popolo s’intendevano, ed ora al
-popolo contrastavano come successori dei patrizi di Roma antica,
-e non s’appellavano o male erano ghibellini. Cola di Rienzo ed il
-Colonna continuavano sconciamente la divisione che in Roma antica
-era tra ’l popolo e il senato, ma volevano lo stesso entrambi quanto
-al negare o contrastare la sovranità pontificale: e in faccia poi
-agli Imperatori, se il consacrarli si apparteneva al Papa solo come
-pontefice, una figura di elezione si manteneva nella città di Roma,
-nè in altro luogo la coronazione sarebbe stata tenuta buona; e
-comunque i Papi risedessero in Avignone, a Roma andavano Arrigo VII,
-e Lodovico di Baviera e Carlo IV, a cercare la corona quivi deposta
-dai primi Cesari. Nè in Costanza Sigismondo fu sacrato imperatore,
-benchè ivi il Papa fosse presente, e solenne l’occasione quanto altra
-mai nella cristianità; ma in Roma egli, e poi Federigo III. Dopo del
-quale essendo Roma caduta già nella condizione di città suddita ai
-Pontefici, e i nuovi fatti e gli ordinamenti nuovi dovunque venuti a
-soverchiare l’idea dominatrice del medio evo, perchè i principi e le
-nazioni aveano titolo da per loro; cessava ben tosto la necessità di
-accattare da Roma antica l’imperial titolo e la potestà: e Carlo V, nel
-coronarsi imperatore in Bologna, io non so bene se più intendesse di
-rinnalzare Clemente VII, o di abbassare la Sede di Roma facendo il Papa
-uscirne fuori a consacrare sopra alla testa di Carlo V la nuova forma
-e disusata di quella potenza che egli del tutto riconosceva dalla sua
-spada e dalla fortuna.
-
-Dopo lui nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona, chè non
-avrebbe legato gli animi nella Germania mezza protestante; e la potenza
-di casa d’Austria stava oggimai ne’ possedimenti. Quelli d’Italia
-appartenendo al ramo spagnuolo dei successori di Carlo V, la scemata
-potestà dei tedeschi Imperatori fu agli Italiani poco gravosa: quei
-di Germania avevano l’alta sovranità dei feudi imperiali, che ad essi
-davano ingerenze nei minori stati per ogni resto indipendenti; scarso
-provento ne ritraevano, e nelle guerre di religione un qualche raro
-sussidio d’armi. Il diritto pubblico del medio evo reggeva tuttora gli
-Stati d’Europa; ma soverchiato dai fatti nuovi, più non valeva se non a
-dare qualche pretesto alle aggressioni e ad allungare i negoziati.
-
-Per il possesso della Toscana all’estinzione di casa Medici gran tempo
-prima antiveduta, i principi grossi aguzzarono le armi, e i diplomatici
-le penne: l’Imperatore metteva innanzi l’antico dominio e le ragioni
-dell’Impero; ma dopo averla prima assegnata ad un principe spagnuolo,
-parve giovasse a mantenere quel che appellavano equilibrio darla per
-ultimo ad un Lorenese. I Medici in quella decrepitezza della famiglia
-loro, e nel politico abbassamento cui tutta Europa gli costringeva,
-pure serbarono qualche dignità; e come erano per le origini e per
-l’ingegno e le tradizioni, si dimostrarono cittadini. Sopra ogni cosa
-volevan essi l’indipendenza della Toscana, che era oppugnata in via
-legale dagli scrittori imperialisti; e di tale controversia giova qui
-dire alcune cose spettanti alla materia nostra. Un libro col titolo
-_De Libertate Civitatis Florentiæ ejusque Dominii_ fu impresso a
-Pisa nel 1721, ed a Firenze, ma senza data, l’anno dipoi, regnante
-ancora il terzo Cosimo. Per le memorie che ne rimangono, da prima
-sarebbe stato quel libro messo insieme dal senatore Niccolò Francesco
-Antinori, il quale mandato in gioventù da Cosimo III a studiar legge
-in Salamanca, fu auditore della giurisdizione e degli studi di Firenze
-e di Pisa, quindi inviato agli imperatori Giuseppe I e Carlo VI nelle
-controversie per la successione. Il testo latino che a stampa si legge,
-è dal Fabroni attribuito a Giuseppe Averani, cui altri aggiungono
-il senatore Filippo Buonarroti e l’auditore Bonaventura Neri Badia,
-ternario d’uomini molto insigni: Neri Corsini, ambasciatore in Olanda,
-a Londra e a Parigi, e che poi fu cardinale, divulgò di questo libro
-una versione francese. Replicava due anni dopo da Milano, ma pur senza
-data, Filippo Barone di Spannaghel con due grossi volumi in folio,
-e ponderosi di molta noia; il frontespizio, che è stranamente lungo,
-comincia così: _Notizia della vera libertà Fiorentina, considerata nei
-suoi giusti limiti_ ec. Il privilegio di Carlo IV, che fu occasione al
-discorso nostro, e un altro simile poi concesso da Roberto imperatore
-nell’anno 1401, e una pretesa ricompera della sua propria indipendenza,
-che la Repubblica avrebbe fatta dal primo Rodolfo di casa di Habsburgo
-già sino da quando fu istituito il priorato l’anno 1282 (sul quale tema
-aveva scritto molto ampiamente il Borghini);[341] cotesti punti e molti
-altri vengono in campo nella contesa che inutilmente si combatteva
-con gli argomenti della legalità. Gli autori toscani sembrano talvolta
-dimenticare quel nesso che univa all’Impero le città libere del governo
-loro; le quali chiudevano all’Imperatore in faccia le porte e a lui
-negavano collegarsi, come si è visto nel caso nostro; ma non sapevano
-in via giuridica negargli il censo, e lo affrancavano qualunque
-volta abbisognassero, per loro utile, dell’imperatore. Cessata poi
-l’opportunità, pareva ai nostri aver fatto troppo, e quindi è che di
-quell’accordo, che fu di tutti il più solenne, gli antichi storici
-volentieri tacciono, se pur se ne eccettui Matteo Villani che lo
-promosse: alla Repubblica ed al principato premeva egualmente non dare
-armi alle pretensioni, che ogni tratto rinascevano, della imperiale
-supremazia. Ma il Tedesco, per l’incontro, senza altro discorso chiama
-ribelli quelle città e provincie, le quali avevano scosso il giogo
-quando ai lontani Imperatori mancò la forza che lo teneva fermo; nè
-mai rifina dal predicare la beatitudine che sarebbe stata alle città
-italiane, vivere suddite ai Tedeschi: si fonda bene egli sul diritto
-di conquista, ma oblìa che di pari a questo diritto va quello pure di
-emancipazione.
-
-Nella Biblioteca Riccardiana è un esemplare di questo libro con
-postille marginali d’Anton Maria Salvini. Giuseppe Sarchiani le
-trascriveva in altro esemplare che è presso di noi, e con esse
-noi vogliamo por fine al discorso, perchè sieno a edificazione di
-quelli che credono soli intendersi di libertà, e tanto forse non si
-aspetterebbero da un letterato degli ultimi anni di casa Medici. Daremo
-pertanto delle note del Salvini quelle che spettano a politica, omesse
-altre, le quali sono di mera filologia: la nostra copia fu raffrontata
-sul volume Riccardiano.
-
- «_Non bene libertas pro toto venditur auro_. — Nella tragedia
- inglese, _Il Catone_ di Addison, Sempronio repubblicante romano
- così si esprime: Lucio tenero sembra della vita; Ma ch’è vita? non
- è in piedi starsi, E la fresc’aria trar di mano in mano, O il sol
- mirare: è libero esser, vita. Allor che libertà è andata, viene
- Insipida la vita e senza gusto. — »
-
-Il dotto uomo pubblicava di tutta questa tragedia una versione o più
-veramente (com’egli suole) interpretazione in linguaggio famigliare,
-dove i versi stanno _pro forma_.
-
- «Voleva il Tedesco (come si raccoglie dalla sua prefazione) ridurre
- Firenze alla foggia delle città anseatiche di Germania, oppure in
- peggiore condizione. Il dipendere dall’Impero (egli dice) non è
- cosa odiosa; ma gli diranno altri, che odiosa cosa è semplicemente
- e assolutamente il dipendere. — Un ministro lucchese, essendogli
- fatto celia del suo piccolo Stato da uno Spagnuolo, disse: la
- mia repubblica comanda a pochi, ma non ubbidisce a nessuno. — I
- contadini lucchesi la domenica in albis la domandano la festa della
- santissima Libertà.
-
- Il popolo non c’è più; l’autorità è del Senato fiorentino insieme
- col Principe.
-
- Firenze, Lucca, Siena, tre repubbliche delle quali con sua gloria
- si regge Lucca.
-
- Dice Virgilio: _Aeneadæ in ferrum pro libertate ruebant_; onde
- si vede che almeno anticamente la libertà non era nome specioso,
- conforme si dà a credere il Tedesco. — Libertà poi limitata è
- serva, o libertà non libera, e ridotta a semplice titolo. Libero è
- un popolo quando può far ciò che vuole in ordine al buon governo,
- senza domandarne licenza ad altri.
-
- La generazione delle repubbliche è quando un popolo con atti
- possessorj si riduce in libertà, e questa repubblica non si può dir
- tiranna (come suppone quell’autore teutonico), quando si sottraesse
- dall’ubbidienza del suo signore; ma il popolo suo sarebbe da
- principio ribelle, poi col tempo e col possesso continuato di
- una naturale recuperata libertà, sarebbe giustificato, come le
- signorie e’ principati (prese in principio per via d’usurpazione)
- si giustificano col tempo, per fuggire la mutazione de’ dominii. —
- Gli Svizzeri e gli Olandesi, secondo il discorso dell’opponente,
- sono repubbliche tiranne; ma _omnis potestas a Deo est_, tanto
- le repubbliche quanto i principati. — L’Impero romano cadde e si
- divise in tanti pezzi. I possessori di questi pezzi, ancorchè
- potessero essere da principio usurpatori, si giustificano per
- lo lungo possesso; Francia, Spagna, Inghilterra facevano parte
- dell’Impero romano.
-
- »Il nome di Repubblica pare che grammaticalmente importi
- indipendenza, l’essere indipendente (_autonomos_). Ragion di stato,
- detta dai Greci _politica_, non volea dire utile del principe,
- ma utile del popolo. Democrazia e aristocrazia convengono in
- genere di repubblica, e tutte due s’oppongono alla monarchia,
- genere di governo disapprovato da Dio ne’ Libri dei Re. Dante,
- ch’era ghibellino, dice nella _Monarchia_, che tutti i governi si
- devono ridurre all’unità, e a un centro il quale è, secondo lui
- ghibellinissimo, l’Impero. La nostra città però si è mantenuta
- sempre guelfa e divota di Francia, e per lo celtismo si può dire
- che perdesse la libertà. Luigi Alamanni, poeta del re Francesco I,
- arringò al popolo perchè si buttasse dalla parte dell’Imperatore
- Carlo V (veggasi il libretto del Savonarola al gonfaloniere
- Alamanno Salviati). Il medesimo Savonarola fece gridare a tutti in
- sua predica, _Christus rex populi Florentini_. Cosimo I fu creato
- duca dal Senato fiorentino _plenis liberisque suffragiis_ (come sta
- pubblicamente registrato a lettere di bronzo nella gran piazza);
- e i suoi successori, nelle monete, dissero D. G., cioè (come ognun
- vede) _Dei gratia_.
-
- Il Casa sapea molto di greco, e prese la forza greca. Il Borghini,
- buono antiquario, erudito uomo, amante della patria, avrà
- certamente saputo di greco. Gli altri storici nostri toscani non ne
- sapeano; i nostri storici latini sì, come l’Aretino, il Poggio, lo
- Scala. — Le storie romane, senza ricorrere alle greche, non bastano
- per imprimere sentimenti di libertà e di amor per la patria.
- Insomma, le antiche storie sono piene di spirito di libertà; le
- moderne, di servitù per lo più.
-
- Tiranno non era quello che facesse crudeltà, o che non piacesse, ma
- quello che avesse tolta la libertà alla Repubblica; e quantunque il
- Principe fosse buono e giusto, il Tirannicida n’era premiato, come
- Armodio e Aristogitone in Atene.[342]
-
- _Possideo quia possideo_. Questo titolo giustifica ancora le
- possessioni degli Stati, che al principio furono usurpazioni; _ne
- regna et dominia sint in incerto_.
-
- È un argomento inutile dei poeti principali italiani il lamento
- sopra l’Italia, ma disegna un uomo giusto e amatore della patria.
- I predicatori si sfiatano talora senza frutto, non per questo son
- vane le prediche.
-
- »Cicerone, _de Legibus_, scrive: _Legum interpretes, iudices; legum
- ministri, magistratus; legum denique idcirco omnes servi sumus, ut
- liberi esse possimus etc._
-
- La libertà senza governo civile o principesco sarebbe licenza o
- bestialità. Onde, in questo rapporto, repubblica e principato son
- tutte due dominii non diversi.
-
- Il mio statista, non fate tanto il critico della letteratura: ci
- conoschiamo; ritrinciatevi[343] nella politica.»
-
-Sul frontispizio di quel libro, il quale venne attribuito al barone
-di Spannaghel, il Salvini scrisse: «Ho udito dire che sia opera di
-Goffredo Filippi sassone, stato molto a Ginevra, ora a Milano. C’è chi
-dice che possa essere opera del signor Giuseppe Bini segretario del
-signore Colloredo Governatore di Milano, il quale Bini me l’ha donata.»
-
-
-
-
-Nº VI.
-
-(Vedi pag. 316.)
-
-
-PROVVISIONE DEL 27 GENNAIO 1371 DALL’INCARNAZIONE.[344]
-
-Pubblichiamo per intero questa Provvisione, il che faremo qualche
-altra volta, dove le forme sieno parte integrante e necessaria a
-bene intendere il carattere dell’atto istesso. Vogliamo anche poi
-dare qualche esempio dello stile usato da questa Repubblica, e delle
-solennità mantenute nelle Provvisioni che l’una con l’altra spesso si
-disfanno, ma sempre _pro bono et pacifico statu civitatis Florentiæ_.
-In questa prima è da notare come i Capitani della Parte guelfa, i
-quali imponevano alla Signoria questa molto singolare deliberazione, la
-presentassero alla Signoria istessa in forma di umile supplicazione,
-chiedendo ai Magnifici Signori si degnino promulgare quelle cose che
-minutamente nella supplica o petizione sono descritte.
-
- In Christi nomine, amen. Anno incarnationis eiusdem millesimo
- trecentesimo septuagesimo primo, indictione decima, die vigesimo
- septimo mensis ianuarii, in Consilio domini Capitanei et Populi
- Florentini; — et die vigesimo octavo dicti mensis ianuarii, in
- Consilio domini Potestatis et Comunis Florentie, — totaliter
- approbata admissa et acceptata fuit infrascripta petitio et
- provisio. —
-
- Vobis magnificis Dominis dominis Prioribus Artium et Vexillifero
- iustitie Populi et Comunis Florentie humiliter supplicatur, pro
- parte Capitaneorum Partis guelfe nec non plurimorum honorabilium
- civium civitatis Florentie, quatenus, pro bono et pacifico
- statu dicte Civitatis et securitate status guelforum dicte
- Civitatis, dignemini, una cum officio Duodecim Bonorum, virorum,
- deliberare et per solempnia et opportuna Consilia dicti Populi
- et Comunis Florentie, stantiari reformari et provideri facere, et
- Universitati guelforum dicte Civitatis, in perpetuum, privilegium
- concedere: Quod, decetero, perpetuis temporibus, quando, ubi
- et quotiens, fieret, occurreret vel immineret seu fieri vellet
- aliquod stantiamentum, provisionem, ordinationem, statutum vel
- reformationem seu aliam quamcumque dispositionem, per opportuna
- Consilia dicte Civitatis, que tangerent vel respicerent,
- principaliter, accessorie vel incidenter, statum, honorem,
- reformationes, provisiones, statuta, privilegia, potestatem,
- consuetudinem seu ordinamenta, iura, res vel bona Partis guelfe
- vel Universitatis guelforum dicte Civitatis, presentia vel futura,
- vel dicti Populi et Comunis Florentie, edita facta vel concessa in
- favorem Partis predicte, et seu edenda vel concedenda, seu quod
- cederet in eorum vel alicuius eorum augmentum vel diminutionem,
- mutationem, alterationem vel variationem seu additionem; requiratur
- de necessitate et servari debeant substantiales solempnitates
- infrascripte, videlicet.
-
- Quod domini Priores Artium et Vexillifer iustitie dicti Populi et
- Comunis, qui pro tempore fuerint, ante omnia, illud quod eisdem
- videretur reformandum, stantiandum, providendum, variandum,
- revocandum, addendum vel immutandum vel minuendum, vel aliquid
- aliud circa predicta vel eorum aliquod disponendum; poni et micti
- faciant, mandent et precipiant ad partitum et ad fabas nigras
- et albas inter Capitaneos Partis guelfe et officia priorum et
- secretariorum dicte Partis et seu duas partes eorum, simul,
- in palatio Populi et Comunis Florentie congregatorum: an illud
- sit utile vel expediens dicte Parti et Universitati guelforum
- ipsius. Et si optineantur per maiorem partem ad minus predictorum
- Capitaneorum, priorum et secretariorum ibidem astantium (dummodo
- sint presentes due partes ipsorum Capitaneorum et suorum priorum
- et secretariorum) illud esse utile et expediens, possit super eo
- procedi ad ulteriora, secundum reformationem Comunis Florentie,
- aliter non. Et quod predicti Capitanei, quando et quotiens per
- prefatos dominos Priores et Vexilliferum vel eorum parte fuerint
- requisiti, de ponendo vel mictendo dictum partitum, teneantur
- ea die vel sequenti, sub pena centum florenorum pro quolibet,
- congregari et seu congregari facere in palatio dicti Populi et
- Comunis predictos priores et secretarios dicte Partis, et seu
- duas partes eorum ad minus, et inter eos et dictos priores et
- secretarios principales et non substitutos, mictere et seu micti
- facere ad partitum illud super quo, per prefatos dominos Priores
- et Vexilliferum, requirerentur, sub modo et forma predictis. Et
- si optineri contingat, ut prefertur, procedatur ad ulteriora
- ut superius dictum est; non tamen artentur domini Priores
- vel aliquis eorum ad ulteriora procedere nisi in quantum eis
- placuerit. Et si non obtineatur, ut prefertur, non possit pro tali
- requisitione facta per dictos dominos Priores et Vexilliferum per
- ipsos Capitaneos inter se, Capitaneos et secretarios et priores
- predictos, ponere dictum partitum ultra tres vices, nisi forsan
- super eodem, per alios dominos Priores et Vexilliferum subcessores,
- fuerint iterum requisiti: quo casu servetur in omnibus et per
- omnia forma predicta. Et quod ultra vel aliter factum reformatum
- stantiatum provisum vel ordinatum fuerit in predictis vel circa
- predicta non valeat et non teneat, sed sit nullum et irritum ipso
- iure. Et quod quilibet contra predicta vel aliquod predictorum
- veniens vel faciens, quoquo modo, casu vel vice qualibet, incidat
- in penam florenorum auri duorum milium, applicandorum Camere
- Apostolice; et nichilominus, ipso facto, sit et esse intelligatur,
- habeatur et reputetur et tractetur in omnibus et per omnia pro
- ghibellino, non vere guelfo et pro suspecto Parti guelfe, et ac
- si, expresse et secundum formam reformationum Cumunis Florentie et
- Partis guelfe predicte, foret pro ghibellino et non vere guelfo et
- pro suspecto Parti guelfe ammonitus, absque aliqua exceptione vel
- reclamatione, et absque spe alicuius restitutionis, cancellationis
- vel indulgentie. —
-
- Super qua quidem petitione — domini Priores et Vexillifer,
- habita invicem et una cum officio Gonfaloneriorum sotietatum
- Populi et cum offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis Florentie
- deliberatione solempni; et demum inter ipsos omnes in sufficienti
- numero congregati, in palatio Populi Florentini, premisso et
- facto diligenti et secreto scruptinio et obtento partito ad fabas
- nigras et albas, per viginti octo omnium ipsorum; — providerunt
- ordinaverunt et deliberaverunt, die XXVII mensis ianuarii anno
- Domini MCCCLXXI, indictione decima: Quod dicta Petitio et omnia in
- ea contenta procedant, admictantur firmentur et fiant et firma et
- stabilita esse intelligantur et sint, et observentur et observari
- possint et debeant et executioni mandari in omnibus et per omnia,
- secundum Petitionis eiusdem continentiam et tenorem. —
-
-Insieme alla sopra riferita Provvisione pubblichiamo, a più amplia
-dichiarazione di questa materia, il testo della forma di giuramento
-alla Parte, il quale doveva prestarsi da quei cittadini che volevano
-essere ammessi come veri Guelfi. Si legge in due atti de’ 17 e 21
-agosto 1357 trascritti nel Registro originale delle Provvisioni
-di quell’anno, e rogati da ser Piero di ser Grifo da Pratovecchio
-notaro delle Riformagioni; in ciascuno dei quali precedono i nomi dei
-cittadini ammessi a giurare, e poi segue:
-
- Volentes pro eorum parte, reverenti et humili vicissitudine se
- habere, gratiam ipsam eis et eorum cuilibet, et eorum et cuiuslibet
- eorum posteris, filiis et descendentibus, per lineam masculinam
- factam, — devotis animis et curvatis capitibus, pro se ipsis
- et quolibet eorum, ac etiam vice et nomine omnium et singulorum
- eorum filiorum, posterorum et descendentium per lineam masculinam,
- accettaverunt. Et insuper, dictis nominibus et quolibet eorum
- in solidum constituti, in presentia dominorum Priorum Artium
- et Vexilliferi iustitie, Gonfaloneriorum sotietatum et Duodecim
- Bonorum virorum, et de eorum beneplacito et assensu, promiserunt
- dictis dominis Prioribus et Vexillifero et michi Petro notario,
- infrascripto, tanquam publice persone, stipulanti pro Comuni
- Florentie; et corporaliter iuraverunt, sacrosanctis Evangeliis
- manutactis: se et quemlibet eorum et eorum posteros, filios et
- descendentes per lineam masculinam esse perpetuo in futurum vere
- guelfos de Parte guelfa, et devotos et obedientes Sancte Matris
- Ecclesie, et sue captholice Partis guelfe; et omnia et singula
- facere que ad conservationem seu augumentum status guelforum
- Civitatis predicte, et ad exterminium emulorum cederent seu cedere
- credent, et se a contrariis abstinere.
-
-E pure vogliamo dare qui il testo della citata Riformagione dell’11
-dicembre 1364, approvata lo stesso giorno nel Consiglio del Capitano e
-Popolo e il giorno seguente in quello del Potestà e Comune; la quale
-proibisce ogni ricorso al Papa che fosse inteso a ottenere sgravio
-o dispensa dalle leggi e ordinamenti della Parte guelfa. Speriamo,
-quando che sia, di avere intero il Codice diplomatico di questa Parte
-con tutte le carte conservate in questo Archivio di Stato, e che ne
-mostrano la politica importanza.
-
- Fundamenta Partis guelforum firmare cupientes, domini Priores
- Artium et Vexillifer iustitie Populi et Comunis Florentie,
- instantibus et infrascripta fieri petentibus multis zelatoribus
- dicte Partis, pro bono publico et comuni securitate status
- guelforum: habita super infrascriptis omnibus et singulis,
- invicem et una cum offitio Duodecim Bonorum virorum Comunis
- Florentie deliberatione solempni, — deliberaverunt, die decimo
- mensis decembris, anno Domini millesimo trecentesimo sexagesimo
- quarto. —
-
- Quod nullus cuiuscumque condictionis existat, singularis persona,
- corpus seu collegium quodcumque, per se vel alium, quoquo modo
- adtentet, aliquam supplicationem Summo Pontifici vel eius
- locumtenenti seu Apostolice Sedis legato seu sacro Collegio
- Cardinalium seu alie cuicumque persone porrigere, seu eam scribere
- vel dictare, super remissione seu suspensione iuramenti seu pene
- alicuius, Camere Apostolice applicande; seu aliquid aliud facere,
- cuius vigore liceat, sine metu periurii vel pene dicte Camere
- applicande, aliquid disponere innovare corrigere vel reformare,
- contra vel preter formam ordinamentorum seu reformationum Populi et
- Comunis Florentie, hactenus editorum seu que in futurum edentur,
- in favorem Partis guelfe, contra ghibellinos seu suspectos
- dicte Parti (que ordinamenta firmata sunt vel erunt iuramento et
- adiectione pene dicte Camere applicande); nisi predicta fierent de
- consensu dominorum Priorum Artium et Vexilliferi iustitie Populi et
- Comunis Florentie, Gonfaloneriorum sotietatum Populi et Duodecim
- Bonorum virorum dicti Comunis et Consulum viginti unius Artium
- civitatis Florentie, nec non Capitaneorum dicte Partis guelfe,
- Priorum pecunie dicte Partis et Consilii Credentie dicte Partis,
- vel saltim duarum partium de tribus partibus ad minus cuiuslibet
- dictorum offitiorum (intelligendo dictos Consules quantum ad
- predicta, esse unum Collegium seu offitium); posito inter eos
- ad secretum scruptinium et partitum ad fabas nigras et albas, et
- obtento partito. De quo consensu appareat singulariter publicum
- instrumentum, scriptum manu notarii dominorum Priorum Artium et
- Vexilliferi iustitie, videlicet de consensu eorum et dictorum
- Gonfaloneriorum et Duodecim et Consulum predictorum: de consensu
- vero Capitaneorum Partis, Priorum pecunie et Consilii Credentie
- dicte Partis apparere debeat publicum instrumentum scriptum manu
- notarii dicte Partis.
-
- Si quis vero (quod absit) contra ea que supra dicta sunt aliquid
- adtentare presumpserit, puniatur pena librarum quingentarum f.
- p.; et nicchilominus talis contrafaciens ipso facto intelligatur
- esse et sit ghibellinus et suspectus dicte Parti, et omni offitio
- et benefitio Comunis predicti nec non etiam dicte Partis privatus
- et perpetuo remotus. Et nicchilominus eorum nomina et prenomina
- in libris dicte Partis describantur, tanquam ghibellini, inter
- alios ghibellinos, ad perpetuam rei memoriam; nec in perpetuum
- possint exinde abradi vel aboleri, pena incendii, tanquam falsario,
- abrasori vel cancellatori huiusmodi imminente. Et ex nunc notarius
- dicte Partis intelligatur habere et habeat mandatum a Capitaneis
- qui pro tempore erunt, illum seu illos tales ex parte Capitaneorum
- dicte Partis monendi quod renuptient et abstineant offitiis
- et ab offitiis supradictis, sub pena remotionis ab offitio. Et
- intelligatur esse et sit licentia concessa cuilibet de predictis
- accusandi et notificandi, absque aliqua solutione alicuius gabelle
- seu diricture seu promissione de prosequendo et sine satisdatione
- aliqua prestanda, et cursu temporis non obstante. Et quod quilibet
- rector possit teneatur et debeat super predictis procedere ex
- suo offitio et ad denunptiationem et notificationem cuiuscunque
- persone, etiam si sua non intersit, et punire in predictis;
- privillegio vel immunitate aliqua non obstante nec temporis cursu.
- Non obstantibus etc., cum clausulis opportunis et penalibus.
-
-
-
-
-Nº VII.
-
-(Vedi pag. 339.)
-
-DISCORSO D’AUTORE INCERTO, SCRITTO L’ANNO 1377
-
-_DEL PRINCIPIO E DI ALCUNI NOTABILI DEL PRIORATO._
-
- (Dal MIGLIORE, _Zibaldone Istorico_, nº 29, e dal BORGHINI
- _Spogli_, Cod. 43, ambedue nella Magliabechiana, Classe XXV. —
- _Delizie degli Eruditi_, tomo IX, pag. 274).
-
-
-_Introduzione del Borghini al seguente Discorso._
-
- »Il discorso qui di sotto fu da me trovato in un libro antico, o
- per me’ dire, vecchio, e tutto intorno alla materia dell’ammonire.
- Chi se ne fusse l’autore non si vede: ma ben si può dal fatto
- indovinare, che fussi scritto poco innanzi al caso de’ Ciompi, e
- da persona che o per avere auti gli antenati suoi ghibellini, o
- per altra cagione non piccola, stette con gelosia di sè stesso. E
- dà alcuna notizia del progresso del Priorista; e perchè in quei
- tempi avevano cognizione di molti particolari, che non possiamo
- avere oggi noi, è verisimile, ed a me pare, che dia assai presso al
- segno, e che se ne possa cavare assai di buono.»
-
-
- Nel 1282 si cominciò in Firenze l’officio de’ Priori delle Arti,
- che al presente sono e trassonsi per più onesto modo, e per avere
- più cardinali uomini al reggimento, di tre borse de’ Consolati
- delle maggiori e più orrevoli Arti di Firenze; ciò furono Calimala.
- Lana e Cambio.
-
- Piaqque a’ cittadini l’offizio e ’l modo, e di presente aggiunsono
- tre Arti, acciò che fussino sei Priori, uno per sesto, ed
- aggiunsono l’Arte de’ Medici e Speziali, Por Santa Maria e Vaiai.
-
- Questi Priori stavono a mangiare e a bere nella casa appresso alla
- Badia di Firenze; e fu dato loro sei berrovieri e sei messi, perchè
- potessino richiedere i cittadini.
-
- Insino del 1292 seguitò questo Priorato d’uno per sesto, e
- mettevanvi tutti i buoni cittadini della città, e Grandi e
- Populani; così di quegli che erano stati Ghibellini, o vero
- eran tenuti, come delli altri, purchè e’ fussino tenuti buoni, e
- governarono bene la città, ed accrescerno senza discordia, insino
- a questo tempo; e non vi aveva artefici minuti, ma pure de’ più
- notabili ed antichi cittadini e non forestieri.
-
- Nel detto tempo, al Priorato che cominciò a mezzo febbraio 1292
- e finì a mezzo aprile 1293, si posono gli Ordini della iustizia e
- feciono il Gonfaloniere della iustizia, ciò fu Baldo de’ Ruffoli,
- ed allora prese il popolo l’arme della Croce, ed era infra gli
- altri Priori Giano della Bella, e fecesi l’ordine sopra i Grandi,
- che non potessino essere de’ Priori, ed altri ordini contro di
- loro. E così seguitò quel medesimo modo, che i Priori erano delle
- sopradette Arti e condizioni, salvo che niuno di casa de’ Grandi
- poteva essere de’ Priori, e così seguitò, salvo che ogni sesto avea
- avere la sua volta il Gonfaloniere di Giustizia; sì che quel sesto
- aveva dua Priori, a quella volta. E durò questo stato insino nel
- 1300, che venne messer Carlo di Valosa con la sua forza.
-
- Quegli che si chiamavano di parte Nera rivolsono lo Stato e
- cacciorno i Bianchi, e levorno lo Stato a’ loro nemici, e poi
- incominciorno a far Priori loro amici di quella parte Nera, e chi
- avea avuto nome di ghibellino, o amico de’ Cerchi, e della lor
- parte Bianca fu levato dello Stato, e’ caporali bianchi cacciati.
-
- E per questo modo medesimo erano i Priori comprendendo (o ch’egli
- venisse fatto, o ch’egli si facesse in pruova) le più volte, il
- terzo de’ Priori di quella gente che al presente non si chiamano
- originali guelfi, e così il Gonfaloniere della iustizia quasi
- delle tre volte l’una era in quella forma, ed alcuna volta poichè
- si feciono gli Ordini della iustizia ci cadeva alcuno artefice de’
- Priori, ma poche volte.
-
- Da questo tempo in qua, cioè dalla venuta di messer Carlo, che fu
- nel 1302, allora chiunque sentiva di bianco o ghibellino non fu più
- all’offizio del Priorato. È vero che in quello scambio vi fu messa
- gente nuova, che non vi erano più stati, cioè mercatanti venuti
- in ricchezza, di nuovo, ma non però artefici minuti; ed alcuna
- volta feciono due Priori per sesto, e dipoi il Gonfaloniere della
- iustizia ogni sesto la sua volta, e così durò nel 1315.
-
- Ancora nel 1315, che fu la sconfitta a Montecatini in qua ancora
- hanno più nuove genti nel Priorato che non erano mai stati, salvo
- che artefici minuti, e così insino alla sconfitta d’Altopascio, ed
- alla venuta del Duca di Calavria. Allora anco entrò nel reggimento
- del Priorato gente nuova assai, che non vi erano mai più stati, ma
- pure artefici minuti non vi aveva. Così durò insino alla venuta del
- Duca d’Atene che fu nel 1342, e la cacciata nel 1343. Il Duca misse
- nel Priorato d’ogni generatione d’uomini.
-
- I primi Priori, cacciato il Duca d’Atene, grandi e popolani furono
- dua per sesto.
-
- Santo Spirito
-
- Zanobi di messer Mannelli per grande,
- Sandro da Quarata,
- Niccolò di Cione Ridolfi,
-
- Santa Croce
-
- Messer Razzante Foraboschi per grande,
- Borghino Taddei Borghini,
- Nastasio Tolosini,
-
- Santa Maria Novella
-
- Ugo di Lapo Spini per grande,
- Messer Marco de’ Marchi, giudice,
- Antonio d’Orso,
-
- San Giovanni
-
- Messer Francesco Trita degli Adimari per grande,
- Neri di Lippo,
- Bellincione d’Uberto degli Albizzi.
-
- Come questo offizio fu uscito di Palagio, che non vi compiè
- l’offizio, che i grandi furno tratti di Palagio per difetto di
- persone che vollono remuovere lo Stato, che erano i quattro grandi;
- stettonvi 24 dì, e non più i grandi; incontinente si cominciò a
- mettere nel reggimento artefici minuti, ed erano del continuo due o
- tre per offizio d’otto Priori, insino a tanto che si misse ordine
- che ne fussino due per offizio e fussino del quartiere d’onde si
- chiamava il Gonfaloniere; e da poi in qua n’è due per Priorato.
-
- E da questo tempo in qua gli artefici minuti sono stati nel
- reggimento che prima non erano in tutto l’anno due, e questo ha
- fatto le divisioni de’ cittadini che ciascuno gli ha messi in uso,
- sì che sempre sono venuti entrando negli offizii così e più nelli
- altri, come in quello del Priorato; tanto che ora a’ nostri dì sono
- de’ Capitani di Parte, e de’ sette della Mercanzia, per ordine,
- come de’ Priori: e sì in ciascuno offizio ne andò ed oltre a ciò
- vanno in podesterie e in castellerie più che altre genti. È vero
- che non hanno però ancora dell’imbasciate. Ora Dio lo perdoni a chi
- l’ha fatto, che hanno lasciato li antichi cittadini orrevoli per
- tôrre i vili artefici e forestieri. Il fine si loderà per sè.
-
- A chiarire ogni cosa dalla cacciata del Duca d’Atene in qua che
- fu nel 1343, oltre agli artefici entrati in offizio vi è entrata
- tutta la comunità della mezzana gente. Mercatanti, che mai i loro
- passati avevono auto alcuno offizio e sono tanta moltitudine che
- è impossibile; e questo durò insino nel 1357 che ogn’uomo che era
- mercatante, si può dire che aveva offizio s’egli era buon uomo,
- nonostante che per li tempi passati fussino stati tenuti i suoi
- ghibellini; e veramente ognuno era diventato guelfo d’animo, di
- volere e di ogni suo pensiero. Poteasi dire che a Firenze non fusse
- alcuno ghibellino che non fussi antichi nobili rubelli: ma della
- gente comune mezzana e minore di che nazione si fusse tutti di
- volontà erano guelfi.
-
- Nel 1357 si fece una riformazione a chi fussi tenuto o reputato
- ghibellino o non vero guelfo, fussi ammonito e non potesse pigliare
- offizio di Comune, e da poi in qua sino nel 1377 è stato tratto
- gran quantità degli offizi di quelli che vi erano, e grandissima
- quantità ne stanno sospesi e con paura, o ghibellini o no che sieno
- de nazione. Dubitano molti di non esser tratti degli offizii, a
- posta di quelli che possono operare contro loro; ed assai volte
- per tema e per paura la ragione.... e ’l Consiglio, per non
- dispiacere a una delle parti de’ maggiori; e nondimeno il Comune
- perisce, perchè questi tali che dubitano non osano consigliare per
- non dispiacere a’ maggiori, e nondimeno è tanta la moltitudine di
- questa gente mezzana ch’è entrata ne’ sacchi, ch’è impossibile....
- A Dio piaccia provvedere a sì buona Città che ciascuno abbia suo
- dovere, e la maggior parte di questa gente mezzana, sono gente che
- eglino e’ loro non avevano avuto offizio innanzi la venuta del Duca
- d’Atene.
-
-
-
-
-NOTA INTORNO AI MALESPINI.
-
-
-Abbiamo per gli anni primi dell’Istoria nostra citato il nome del
-Malespini come si faceva primachè intorno all’autorità di questo nome
-nascessero dubbi. Furono questi messi in luce da due ingegnosi e dotti
-tedeschi il signor Arnold Busson e il signor Paolo Scheffer. Daremo
-intorno a queste due pubblicazioni sommariamente quel giudizio che
-noi possiamo; imperocchè in quanto alla seconda è a noi vietato di
-aspettare il libro che il signor Scheffer promette in ampliazione de’
-suoi argomenti. Che in quanto ai tempi e al punto di divisione tra i
-due Malespini corressero errori, già era dimostrato; che in più luoghi
-la narrazione facesse nascere forti dubbi, che insomma il Libro non
-presentasse quella evidenza e lucidità di redazione che, per esempio,
-è nel Villani e che si trova nei libri dei quali sia certo ed uno
-l’autore; questo i due critici sullodati hanno oramai reso evidente.
-Già nel cinquecento Vincenzio Borghini e Leonardo Salviati lo avevano
-presentito: ma oso io dire che si poteva congetturare quasi a _priori_
-da chi abbia pratica del come fossero messe insieme coteste cronache
-di famiglie: queste ingrossavano successivamente da una in altra
-generazione, sovente i continuatori rifacevano le cose scritte dal
-primo autore; e a tutto ciò quindi si aggiungevano le alterazioni dei
-copisti. Questo accadeva più specialmente nelle storie che pretendevano
-a universalità: quelle messe insieme comunque fosse dai Malespini, è
-certo che ebbero varie fonti, ciascuna di molto insufficiente autorità.
-Così che sia obbligo al savio critico di pigliare a discrezione
-quel che si trova scritto col nome dei Malespini, è più che certo;
-che i due critici tedeschi molte cose allegassero nelle quali sono
-evidenti cotesti vizi, cotesto è titolo che hanno essi acquistato alla
-benemerenza nostra, ed a noi piace renderne ad essi le debite grazie.
-
-L’ingegno acuto del signor Scheffer è andato più in là: pare a lui
-essere cosa certa che tutto il libro dei pretesi Malespini da cima
-a fondo non sia che un plagio e una falsificazione dei libri del
-Villani. Già il signor Busson dietro alle critiche da lui fatte credè
-che potesse un tale dubbio cadere in mente; ma egli lo esclude quanto
-a sè e allega i suoi motivi per la esclusione. Questi non fermarono
-il signor Scheffer, che nel modo più assoluto afferma il plagio; e
-nello scritto da lui pubblicato, presenta sottili confronti di autori
-ed altre che sono a lui riprove di un tale assunto. Noi francamente
-dobbiamo pur dire che tanto in là non è giunta la persuasione nostra,
-almeno fin qui; e che le prove intese a ispirarla, non ci sembrarono
-sufficienti. La critica, fatta regina del mondo, cerca sempre di
-estendere i suoi confini, che è brama da re; se non che a volte
-sdegnando battere la via regia, dà nel sottile e nell’angusto, ponendo
-fede nella dialettica d’un ragionamento quanta ne ha il fisico nella
-sicurezza d’una esperienza. Ma in questo caso pure ne sembra che prima
-di giungere a una intera dimostrazione avranno che fare assai gli
-eruditi, e il sì e il no combattersi lungamente. Noi domandiamo quale
-poteva essere il motivo di fabbricare tutta un’istoria pigliando quel
-tanto che al fabbricatore più garbasse da una storia più vasta e già
-nota. Domandiamo perchè fermarsi a un certo termine, perchè trascrivere
-certe cose e non certe altre, perchè dirne tante inutili al fine
-di una fabbricazione interessata? Che intorno a un fatto che avesse
-chiamato a molta attenzione si fabbrichi un poco di romanzetto, come
-lo fabbricava un Pace da Certaldo, o altri per lui su quell’assedio
-di Semifonte che già destò molto rumore in Firenze, questo s’intende:
-era tema circoscritto e in fondo al romanzo poteva anch’essere qualche
-fatto vero. Ma di nuovo affermo (in quanto almeno al mio giudizio) che
-al fabbricare tutto di pianta quella storia non trovo il motivo; era
-più agevole dentro a una Istoria già messa insieme aggiungere un brano
-di cui potesse rallegrarsi la superbia, per esempio, dei Buonaguisi.
-Oltre ciò credo che non che inutile fosse anche impossibile, quando una
-volta le Istorie del Villani già erano note. Credo che il plagiario di
-un libro composto solennemente ed ordinato come è quello del Villani,
-avrebbe fatta cosa egli stesso più ragionevole e più ordinata; non
-sarebbe stato tanto rozzo nè tanto barbaro e ignorante in tempi nei
-quali già in Firenze perdeva credito la leggenda. Insomma, io tengo
-che dai Malespini al Villani sia la salita bene appariscente agli
-occhi d’ognuno; dal Villani ai Malespini non veggo una scesa che sia
-praticabile.
-
-Abbiamo scritto in un luogo, che l’Istoria del Malespini pare a noi
-essere d’importanza, in quanto che in essa troviamo il linguaggio
-d’un uomo che avea di presenza vissuto in tempi nei quali tuttora
-i Nobili erano dominanti, ch’avea parlato il loro linguaggio e che
-l’esprimeva. Cotesto linguaggio non era più vivo, ed anzi il contrario
-mi pare che fosse proprio nel sangue di Giovanni, il quale teneva il
-suo spennacchio dalla mercatura e adolescente si era goduto le allegre
-feste di Campaldino. Aggiungo per ultimo, la lingua pure vale qualcosa,
-ed il signor Scheffer lo afferma con pari saviezza e modestia. Parve
-a tutti gl’Italiani e parrà sempre come cosa a tutti evidente, che
-il dettato del Malespini sia di un altro tempo antico al confronto
-di quello del Villani; è in questo maggiore la cultura e l’arte nei
-luoghi che trasse dal primo. Tutte le cose fin qui dette, ripeto che
-vane riescirebbero nel cospetto di una dimostrazione, la quale avesse
-fondamento sufficiente di fatti sicuri; saremmo allora noi primi ad
-accogliere la nuova certezza.
-
-Che il preteso Malespini scrivendo avesse dinanzi il Villani,
-si cercò provare mettendo a confronto alcuni luoghi dell’uno e
-dell’altro, e intorno a questi molto sottilmente argomentando. In
-via d’esempio, avendo per fermo che di quei luoghi, molti dovessero
-testualmente derivare dalla Cronaca di Martino Polono, si mostrò
-essere nella redazione a lui più vicino il testo del Villani di quello
-del Malespini, e questi dovere nella giacitura del discorso avere
-seguíto il Villani prima di giungere al Polono: qui sarebbe lungo
-tutti ripetere gli argomenti pei quali sembra al dotto critico il
-contrario essere impossibile. A noi dal riandare come abbiamo fatto
-col pensiero alcuni almeno di quei raffronti, non uscì fuori tanto
-assoluta persuasione: potè il Villani a nostro giudizio avere corretto
-quei luoghi o aggiunto ad essi o tolto qualcosa, potè inserirvi in
-mezzo qualcosa di sua fattura e di altra origine; certi segreti della
-composizione pare a noi che sia difficile afferrare così da cavarne
-sicura una prova tutta da sè sola: inoltre, del testo del Villani
-non abbiamo fin qui una edizione di sufficiente autorità. Ma fuori
-ancora di tutto questo, è da pensare che il Polono scrisse in Italia
-ed anzi in Roma, compilando le notizie tratte da fonti diverse: perchè
-non potevano i due Toscani molte cose almeno avere attinte a quelle
-scritture medesime e da esse trascriverle ognuno a suo modo? Ci dà
-egli il novero degli Autori da lui seguíti, ma più altre cose dovette
-avere udite in Italia. Trovo, per esempio, l’industria medesima essere
-adoprata dal signor Scheffer sulle parole colle quali i tre scrittori
-narrano il fatto già troppo celebre di Canossa, che molti dovevano
-avere saputo in Roma e in Firenze prima che uscisse la _Cronaca_
-Martiniana.
-
-Ciò in quanto all’essere il Malespini figliuolo del Villani, non questo
-di quello. Ma si badi bene che io mi tengo lontano da tanto cieca
-fede al testo Malespini, da credere all’ordine cronologico di quei
-racconti, da supporre antica nel modo che a prima vista apparirebbe
-l’autorità personale di quello scrittore, da fare un gran conto delle
-belle cose che avrebbe imparate in Casa i Capocci, da credere al
-nome incerto assai di Ricordano, da non vedere che l’essere questo
-nome registrato in prima persona, che diventa nella continuazione
-del discorso poi subito terza, toglie ogni fede a quel pasticcio
-messo insieme male, talvolta per ignoranza o negligenza, ed anche
-talvolta per frode, in qualunque tempo ciò fosse avvenuto. Mostrò il
-signor Scheffer con evidenza le interpolazioni le quali in più luoghi
-rivengono a fine di ornare di splendida aureola il nome dei Buonaguisi
-che furono parenti ai Malespini. Cotesto e forse qualche altra minuta
-bricconeria di quella risma, bene è possibile che avvenisse quando il
-Villani aveva scritto, e forse in quella copia medesima che fu testo
-alla prima edizione del Malespini fatta dai Giunti in Firenze l’anno
-1568. In queste cose io volentieri sieguo i due benemeriti Scrittori
-che aprirono un campo nuovo alla critica intorno al testo di quelle
-Istorie.
-
-Ma sia qui lecito a noi dire qualcosa di quello che ci apparve tenendo
-a confronto i due Scrittori. Non i soli Buonaguisi troviamo a quel modo
-bugiardamente favoriti; ma le principali famiglie nobili fiorentine
-sono in più modi magnificate, e sopra tutto la famiglia degli Uberti
-fatta segno a una adulazione appetto alla quale il fare discendere i
-Giulii da Venere pare che fosse meno assurda cosa. Venendo dunque al
-testo che va col nome dei Malespini, e per brevità lasciando stare
-Nino e Atalante e il re Fiorino e la regina Belisea di dubbio contegno
-ai tempi di Catilina; troviamo che avesse questi un figlio per nome
-Uberto Cesare, il quale dopo espugnata Fiesole, andato a Roma fosse per
-gelosia di Giulio Cesare mandato a Firenze, dove egli ornava la città
-de’ suoi più belli edifizi. Ma poi destava qui pure invidia al nuovo
-imperatore Ottaviano Augusto che lo mandò a riconquistare l’Allemagna,
-dov’egli fu stipite alla famiglia degli Ottoni di Sassonia; seco ebbe
-nel viaggio figli e mariti delle figlie, dai quali uscirono le famiglie
-più nobili di Firenze: in quanto ai Lamberti discendono essi da
-Sarpedonte re in Dardania. Nè qui voglio io continuare tutte le favole
-che si protraggono in quel testo per molti capitoli e che non furono
-certo inventate a benefizio dei soli Galigai o dei Bonaguisi, i quali
-hanno qui luogo anch’essi ma non dei primi. In cima a tutti stanno
-gli Uberti, che stavano in cima quando facevano guerra contro alla
-Signoria dei Consoli; nè oso credere che tanto fossero adulati quando
-vivevano esuli e avevano dimenticata la via del ritorno. Anzi oserei
-congetturare quelle ciancie essere di più antico tempo come tra ’l
-1177 e il 1215, imperocchè nella divisione delle famiglie che avvenne
-in quest’anno tra Ghibelline e Guelfe, trovo «che parte de’ Malespini
-si feciono Guelfi, ovvero tutti, per gli oltraggi degli Uberti loro
-vicini:» ma Guelfi non rimasero fino all’ultimo come si vedrà orora.
-
-Con gli Uberti andavano le famiglie che Dante annovera e che il
-Malespini avrebbe adornato rozzamente di altre grandezze. Costui,
-chiunque si fosse, ripete e accresce secondo ogni verosimiglianza di
-nuove menzogne o di nuove fantasie quelle che già erano in corso in
-certe scritture nella città di Firenze, o quelle che aveva trovate
-in Roma in casa i Capocci. Ai suoi Malespini si sarebbe contentato
-di un luogo onesto, ma non tra’ primi, più ambizioso nel magnificare
-i Buonaguisi. Il nome dunque di Malespini dato agli autori di questo
-racconto sarebbe dubbio; su di che non voglio formare giudizio, perchè
-sebbene avvezzo a quei nomi e non corrivo a cancellarli se gli trovo
-scritti, non sento per essi nè amore nè odio: solamente aggiungo, che
-se altri fosse che un Malespini, manca la cagione di porre in alto la
-casa dei Buonaguisi. Quello che a me pare mostrarsi aperto agli occhi
-di tutti è che lo scrittore dovette amare quei tempi e quelli uomini
-e quelle grandezze come le amava Dante: registra i castelli da quelle
-famiglie posseduti e scrive con amarezza concentrata: _oggi tutti per
-terra_, e poco sotto _ogni cosa guasta_.
-
-Giovanni Villani ha le sue favole, ma dentro ad esse frammista più
-storia e un senso di critica a nostro credere più avanzata. Invece
-di Attila, qui è Totila, che è sempre un passo verso il vero. Qui
-pure si trovano i nomi delle famiglie, e in quanto a queste molte
-somiglianze, varietà assai, composizione affatto diversa; gli Uberti
-e i Lamberti senz’altro fatti scendere d’Allemagna, com’era in Firenze
-comune discorso. La decadenza delle famiglie sta espressa qui pure, ma
-non con lamento nè con dispetto, e invece notando come fossero _oggi
-di popolo_. Che i Malespini si ascrivessero in alcun tempo mai tra’
-popolani a me non consta: invece trovo essere stati tra coloro i quali
-vennero con Arrigo VII contro Firenze negli anni 1310 e nel seguente,
-_homines occidendo et capiendo et redimi faciendo, et honestas mulieres
-violando, et domos comburendo._ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XI,
-pag. 75 e 82.) Cotesta gente a me non pare che si sarebbero dilettati
-di farsi copisti delle Istorie del Villani. Chiunque si fossero,
-bene essi piangono in quella Storia i loro castelli abbattuti e le
-grandezze _tutte per terra_; il Villani si rallegra scorgendo Firenze
-allora essere _nel suo montare_. Qui a mio credere sta la differenza
-sostanziale tra quei due Scrittori.
-
-Conclusione. Che del Malespini non sia da usare senza discrezione, che
-vi sia dell’intercalato, che di queste intercalazioni ve ne fossero
-probabilmente delle molto antiche ed anche poi delle più recenti e
-forse alcune delle posteriori alle Storie dei tre Villani; che quale si
-sia la più antica e più originaria e più genuina redazione, derivasse
-da fonti diverse e male congiunte: tutto ciò io tengo essenzialmente
-vero. Che tutta l’istoria da cima a fondo sia un plagio del Villani,
-per alcun modo non posso credere: che il nome di Malespini sia da
-togliere via, non trovo motivo bastante. L’intero carattere il quale
-annunzia un tempo più antico, lo spirito feudale che nei Malespini
-domina sempre come nei Villani lo spirito popolare, la lingua più irta
-e il fare più incolto: tutti questi motivi mi rendono impossibile a
-pensare che un plagiario tornasse indietro a questo modo; e sempre
-aggiungo insino all’ultimo, a qual fine?
-
-
-
-
-NOTA
-
-INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO DELLA STORIA DI DINO
-COMPAGNI.[345]
-
-
-Erano in torchio gli ultimi fogli del nostro Libro quando a noi
-giunse un nuovo scritto dove il chiarissimo signor Scheffer, dopo
-avere combattuto l’autorità dei due Malespini, si è volto a mostrare
-col metodo stesso falsa anche la Storia di Dino Compagni. Noi non
-conosciamo questo lavoro altrimenti che per l’estratto che ne ha dato
-con molta chiarezza il signor Cesare Paoli nell’_Archivio Storico_
-(serie 3ª, tomo XX): quindi non possiamo entrare in materia, nè per
-alcun modo pigliare in esame gli argomenti del dotto Tedesco. Vogliamo
-noi dunque solamente discorrere un poco intorno al metodo da lui
-tenuto, e di cui suole fare la critica uso frequente al tempo nostro.
-Consiste questo metodo nel seguitare l’autore a cui mirano gli studi
-del critico, da cima a fondo continuatamente se fosse possibile, e
-coglierlo in fallo d’errori o bugie e d’ignoranze o di contradizioni,
-sempre a minuto. Dalla somma di questi peccati ha fondamento la
-condanna: e in via d’esempio, a Dino istorico si dice sul viso, voi non
-siete esistito mai. Siffatto abito ha preso la critica, e in questo
-a noi pare che sia un qualche vizio. Cotesti falli dello scrittore,
-dovette il critico adoprare non poco studio a trarli fuori: le migliaia
-dei lettori gli avranno passati senza avvertirli: ed anche scoperti,
-nessuno gli avrebbe fatti argomento di condanna contro a tutto il
-libro, massimamente se scritto in secolo tuttora un po’ rozzo, da
-uomini i quali non si avevano pensato salire al grado e alla dignità
-d’autori, nè farsi a tanti materia di studio. La grande massa fa
-ponderosi cotesti argomenti, ma di ciascuno la gravità specifica è
-sempre la stessa. Intanto però sfido a trovare un racconto storico
-nel quale non siano di queste dubbiezze; vorrei mi fossero indicati
-due testimoni e narratori del fatto medesimo, i quali sieno di tutto
-punto tra loro d’accordo. Accade ogni giorno che un fatto avvenuto
-sugli occhi di mille ci pervenga oscurato dal contradirsi di quelli
-stessi che lo hanno veduto, perchè le rapide impressioni che il fatto
-ha destate entrando confuse, il prima e il dopo non bene si avverte o
-mal si ricorda: chi si è trovato in mezzo alle pubbliche perturbazioni,
-sa che egli medesimo non potrebbe essere sempre narratore sicuro,
-nemmeno di quelle cose nelle quali ebbe una qualche parte. La storia
-discende da queste fonti, e non saprebbe essere altro che un inganno,
-chi la guardasse in ciascun fatto separatamente, volta per volta e
-ora per ora. Nè tutta intera può mai sapersi; e a bene intenderla è
-mestieri formarsene in mente un giusto concetto, il quale rischiari
-le cose incerte e spesso mal note a quelli medesimi che primi furono a
-narrarle. Così nella storia i piccoli fatti non hanno valore prima che
-un pensiero comprensivo sia intervenuto ad accertarli e abbia poi dato
-a ciascuno d’essi il proprio suo luogo. Seguire altro metodo sarebbe
-traviarla, perchè ogni disciplina ha il proprio suo metodo, e in chi la
-professa induce un certo abito che ad altri studi mal si converrebbe.
-In via d’esempio, tostochè il chimico ha veduto il suo microscopio
-mostrargli un corpo, sa di certo quello essere un corpo, ne determina
-i contorni, lo vede muoversi; non potrà dire altro per allora, ma
-il fatto rimane e aspetta altri fatti a cui collegarsi; il chimico
-ha fatto già una scoperta. Ma imporre a tutte le scienze quel metodo
-stesso che alle fisiche s’appartiene, sarebbe un volere (come in simil
-caso già disse Bacone) regnare al modo degli Ottomanni strozzando i
-fratelli. Vorrei pertanto non si adoprasse in ogni cosa il microscopio,
-ma si tenesse a mente quella sentenza del Goethe, che il troppo
-guardare nel microscopio o nel telescopio sciupa la vista degli occhi.
-
-Chiunque abbia letto con attenzione la Storia del Compagni ha
-sempre dovuto accorgersi come in certi luoghi la narrazione proceda
-intralciata, l’ordine dei tempi non sia mantenuto, e in quello dei
-fatti si trovino inciampi, quasichè lo specchio lucidissimo in cui si
-riflettono sia rotto o guasto o male commesso. Da ciò ad un tratto si
-venne a dire, l’Istoria è falsa: ma io discorro in tutt’altro modo.
-Se istoria non è, dunque è un romanzo, cioè buona o cattiva un’opera
-d’arte. Ma il romanziere o il novellatore non mai commettono di quei
-peccati, perchè raccontano una storia della quale sono essi inventori,
-dipingono uomini che dicono e fanno puntualmente ogni cosa a modo loro.
-Con questi vantaggi, a non procedere ordinati e a discordare con sè
-stessi bisognerebbe proprio averne gran voglia; e se la figura che essi
-medesimi hanno messo insieme uscisse storpiata, avrebbero i fischi.
-Guardiamo invece se agli errori di sopra accennati sieno possibili
-altre spiegazioni. Vi sono in primo luogo gli errori dei copisti;
-scusa consueta e buona sovente: vi sono poi quelle speciali o personali
-incompetenze cui furono esposti i primi scrittori per questo appunto
-perchè le cose narrate viddero con passione, e più che mai quando ne
-furono attori. Lo dirò a un tratto: Dino Compagni, buon uomo e un po’
-corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del
-retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d’un erudito o
-con l’accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno
-allegro dei primi fondatori d’un governo popolare, devoto a chi aveva
-saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini
-e delle plebi salite in iscanno; guelfo, ma per l’amore dell’ordine
-pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo
-stesso Imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile
-guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi
-avere sbagliato; immaginoso e appassionato, e sempre rigido moralista:
-è un chiedergli troppo, pretendere che egli desse alla storia
-l’esattezza d’un registro minuto e impassibile. Si noti poi che le
-difficoltà risguardano o piccoli fatti da non badarvi o circostanze
-materiali che l’Autore in quella sua concitazione dimenticava: la
-sua Storia è tutta composta sopra una serie d’impressioni di cui
-l’evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo
-scrittore nel raffigurare sè medesimo dipinge il suo tempo; e in questo
-appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi eguali per
-questo rispetto.
-
-Cotesto uomo scrisse una Storia (se pure egli stesso diede quel titolo
-al suo lavoro) cioè un racconto delle cose da lui vedute e in parte
-fatte da un certo tempo a un certo altro tempo; poi finisce in tronco.
-O nulla di quanto si è fin qui discorso ha ombra di ragione, o quanti
-siano mancamenti di quel libro (nè sono poi tanti) potranno senza molta
-difficoltà gravare le spalle di Dino; ed anzi mi pare che sieno cose
-da non poter essere altro che sue, perchè in lui si spiegano, ma in
-altri sarebbero falli impossibili a commettere. I primi tempi erano
-sereni, la libertà giovane e Dino giovane; quando egli inveisce contro
-i vizi dei concittadini suoi è fiero e mordace, e senza paura. I punti
-oscuri tutti appartengono a quel periodo agitatissimo di conflitti
-tra’ Bianchi e i Neri, e soprattutto alla dimora in Firenze di Carlo di
-Valois. Ora in quei giorni, affermo essere impossibile ad uno scrittore
-cacciarsi fin dentro alle circostanze più minute, e bene tenere a mente
-ogni cosa; poi v’entra il velo delle passioni; le quali turbavano la
-vista dei fatti quando accadevano; poi da ultimo il buon Dino, in quel
-suo Priorato, può anch’egli avere avuto qualcosa che a lui piacesse più
-di nascondere che di confessare. Passati quei tempi, l’Istoria corre
-più tranquilla ma con minor vita, perchè l’Autore più non aveva le mani
-in pasta, ed era invece tra’ malcontenti e i messi da parte, o aveva
-paura. Tuttociò riguarda lui medesimo, e così com’egli cessò ad un
-tratto di scrivere prima che gli finisse la vita, potrebbe, chi vuole,
-fare congetture non tanto spallate circa le sorti del manoscritto. Il
-non aversene copia più antica dell’anno 1514, il silenzio intorno a
-Dino degli antichi scrittori; questi che furono i soli motivi capaci a
-far nascere qualche dubbio, destarono infine la sottilità dei critici
-a dare a quei dubbi la forza intera di una negazione. Chi non valuti
-le prove intrinseche e mi chieda quel che avvenisse del manoscritto
-in quei dugent’anni, mi stringerò a dire che non ne so nulla. Dino
-stesso può avere voluto lasciarlo giacere; poi della famiglia, almeno
-una parte andò raminga: di tutte queste cose ciascuno pensi quello
-che a lui torna meglio; per me dirò (e, dove osassi, l’affermerei),
-che quanto ovvii e naturali sono tutti quelli errori in bocca di Dino,
-tanto è impossibile che l’Istoria intera sia stata inventata in qual si
-sia tempo dopo a quello cui si riferisce.
-
-Il che è tanto vero, ch’io non trovo in quale altro secolo un libro
-a quel modo potesse nemmeno venire in capo di fabbricarlo. Innanzi
-al 1514 la Repubblica era sempre viva, sotto altri nomi continuavano
-gli stessi contrasti, ma non v’era tempo da pensare ai Bianchi ed ai
-Neri; chi avesse scritto dei fatti loro, avrebbe mostrato senz’altro il
-viso o d’un Piagnone o d’un Arrabbiato. Più tardi e, in via d’esempio,
-sotto ai primi Granduchi, il rivangare quelle cose poteva essere
-un passatempo di qualche pericolo; nè a chi piangeva la libertà,
-sarebbe stato conforto l’usare di quelle rampogne. I libri che sotto
-al Principato si sono fatti, non sono che opera d’antiquari; mettere
-fuori insino all’ultima tutte le glorie di Firenze, fu negli scrittori
-pensiero unico. Gli studi intorno alla vita interiore dei Fiorentini
-ed allo stato della Repubblica non cominciarono se non dopo a che
-l’istoria vera dell’Italia, inaugurata dal Muratori, ebbe preso vita
-dalle idee politiche che, nate allora, crebbero sempre, e che solamente
-al tempo nostro può dirsi che siano alquanto mature; perchè il fare
-insegna pensare, e i nostri tempi sono un grande specchio capace a
-mostrare e a fare intendere gli antichi. Prima d’ora la Storia di Dino
-che non si curava se non per amore di stile o di lingua, era difficile
-inventarla; ed i Romanzi sopra quei tempi gli abbiamo veduti noi
-medesimi cominciare.
-
-E un altro riflesso mostra ciò impossibile. Chi scrive a freddo, o chi
-si mette a dipingere sopra una tela le cose antiche o le non vedute,
-fa un’opera d’arte. Ma l’arte non deve mai voler essere troppo vera,
-in primo luogo perchè non potrebbe, e quindi perchè uscendo fuori
-della natura sua e abbassandosi, diverrebbe una materiale imitazione o
-piuttosto una copia cui manca la vita, e cui non si prestano se non le
-cose che stanno ferme. Il vero dell’arte sta nell’idea la quale deve
-compenetrare di sè la rappresentazione che l’arte produce. Non può
-quindi l’arte, nè deve, esprimere alcuna figura la quale si scambi con
-la realtà: questi (se non vado errato) sono i canoni della critica, dei
-quali il Lessing fu maestro solenne. Se dunque il libro del Compagni
-fosse un’opera d’arte, potrebbe esser vero, ma vero idealmente: nulla
-invece d’ideale è in quei racconti che sono una ripetizione del vero, o
-ne sono anzi una espressione viva e attuale come uscita da un affetto
-vario, ineguale, intermittente, quali sono gli affetti dell’uomo; ha
-qualche cosa in sè di crudo, esce fuori a caso. A questo modo le cose
-umane si raccontano ma non s’inventano; e indovinare tutti interi e
-tali quali furono gli affetti e i pensieri, la lingua e il linguaggio
-di più secoli prima, non fu mai concesso a ingegno nessuno. Fare un
-romanzo e scrivere _io Dino_, sono due cose che fanno ai cozzi; non
-è più arte ma una bugia, dentro a cui viene a morire l’arte. Questa
-ha per campo il verosimile, e si arresta dove le sue ragioni toccano
-a quelle del vero. Dove il Compagni non sia vero, e come questo gli
-avvenisse, abbiamo già detto; metteva passione in quel che scriveva, e
-la passione è negligente sempre d’ogni cosa che non sia lei stessa.
-
-Ma si è poi detto essere falso quel libro suo per l’ignoranza di certe
-cose che un uomo presente doveva sapere, come sarebbe delle leggi e
-delle usanze che erano proprie della Repubblica Fiorentina. Quanto
-a me, di falli di tal sorta confesso e dichiaro non essermi accorto,
-nonostantechè quel libro mi sia stato assai tra le mani, e che un po’
-di pratica di quelle faccende io pure dovessi avere acquistata. Non
-ch’io però creda saperne ogni cosa, il che fa che nei giudizi mi senta
-obbligo di andare adagio. Si allegano altri errori di fatto, quello,
-per esempio, tanto predicato, della Cappella di San Bernardo in Palazzo
-Vecchio, la quale non era al tempo di Dino. Ma bene potevano i Priori
-nell’antica residenza averne un’altra sotto quel nome; potè, come
-avviene in cento cronache, chi raffazzonò i luoghi oscuri o mal posti
-o mal definiti, avere ai Priori di tempo più antico dato la Cappella
-la quale avevano al suo tempo, o quella essere una postilla entrata
-nel testo. Cotesti falli non si avvertono, perchè nulla importano
-l’economia d’un libro; ma che un libro come quello sia d’un uomo del
-cinque o seicento, io dico e affermo essere impossibile. Nè uomo vi era
-che sapesse farlo, nè che a ciò avesse motivo bastante, nè l’istoria
-s’indovina, nè tanto in fondo si conosceva, nè si cercava quando
-l’Alfieri del Machiavelli fece un Tacito, nè quando il Giordani (che
-non badava altro che allo stile) cominciò a dire che il Compagni era
-il nostro Sallustio; e quanta ragione avessero entrambi non voglio io
-qui sentenziare. Noterò invece un argomento che per me serve a ribadire
-tutti gli altri. La storia finisce con una profezia solenne, che è una
-minaccia ai Fiorentini _d’essere presi e rubati dall’Imperatore per
-mare e per terra_. Quella profezia riuscì falsa; nè so a qual fine un
-romanziere ce l’avrebbe messa: e che egli si divertisse gratuitamente
-a regalare al suo autore un falso giudizio e subito smentito a vista
-di tutti, il solo pensarlo conduce all’assurdo. Nella Storia ho detto
-che Dino cessava perchè egli vide le sue profezie fallite e i tempi
-messi per una strada che a lui non piaceva: in questa opinione rimango
-tuttora.
-
-
-
-
-NOTA
-
-CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI FIRENZE E GLI UOMINI DI
-POGNA.
-
-(Vedi pag. 10.)
-
-
-Nel Capitolo II ho scritto non doversi tener conto di un instrumento
-pel quale tra i Consoli di Firenze e gli abitanti del castello di
-Pogna in Valdelsa si sarebbero fatte certe promissioni; e in nota ho
-accennato alla falsità di quel documento, di cui il giovane Ammirato
-si era valso in un’aggiunta alla Storia del vecchio Scipione. Dopo
-avere scritto, mi è venuto fatto di sapere come il documento non è
-altrimenti falso e che solo per errore di data fu da quello Storico
-riferito all’anno 1102. Esso si trova a c. 74 t. del Registro XXVI dei
-_Capitoli_ del Comune di Firenze. La Direzione dell’Archivio di Stato,
-da cui ebbi la notizia, si è pure occupata di veder bene la cosa; ed
-è chiaro per l’esame fatto, che il documento deve riportarsi al 1182,
-ossia al marzo del 1181 secondo lo stile fiorentino.
-
-Il notaro che si roga di quell’instrumento è un Bernardo, il cui nome
-ricorre parimente in due instrumenti dei Conti Alberti, relativi
-a Pogna, Semifonte e Certaldo, e che hanno la data del novembre
-1184. L’instrumento è dato il giorno _quarto non. martii, indictione
-quintadecima_; ma l’indizione XV corrisponde non al 1102, ma al 1182
-stile comune. A queste due evidenti ragioni possiamo aggiungere, che
-il notaro Iacopo, cui dobbiamo la copia del documento (fatta senza
-dubbio nella seconda metà del secolo XIII), non è stato così diligente
-copista da non aver bisogno che nello stesso documento egli medesimo
-correggesse i propri errori. Uno dei quali, da lui non avvertito,
-fu appunto quello di omettere nella data _millesimo centesimo primo_
-la parola _octuagesimo_. — Nel Registro XXIX della stessa serie de’
-_Capitoli_, a c. 79 t., è un’altra copia del medesimo instrumento,
-fatta sul cadere dello stesso secolo, da un Belcaro, che dice di averla
-tratta dalla copia del notaro Iacopo, il cui errore nella data fu
-trascritto fedelmente.
-
-
- FINE DEL TOMO PRIMO.
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] TACITO, _Annali_, I, 79. — BORGHINI, _Discorsi_.
-
-[2] ZOSIMO. — PAOLO OROSIO. — PAOLINO, _Vita di sant’Ambrogio_.
-
-[3] PROCOPIO. — GIORNANDE. — Continuator Marcellini Comitis _in
-Chronico_.
-
-[4] MALESPINI, cap. 42, 56.
-
-[5] Nella Cronaca latina del Giudice Sanzanome, la quale finisce l’anno
-1231, dove si racconta la guerra dei Fiorentini contro i Fiesolani
-l’anno 1125, sono due lunghe dicerie dei condottieri delle due parti
-per animare ciascuno i suoi. Mette innanzi il Fiorentino l’antica
-origine _de nobili Romanorum prosapia_; e dice, Firenze essere stata
-edificata _ne relevaretur civitas Fesulana_, pronta agli eccessi e ai
-malefizi dai primi suoi tempi. Il Fiesolano all’incontro comincia:
-_viri fratres qui ab Italo sumpsistis originem a quo tota Italia
-esse dicitur derivata, nobilitatem vestram respicite et antiqui loci
-constantiam_. Ricorda il sangue versato per mano dei Romani oppressori
-e il nobile Catilina co’ suoi, che scelsero morire pugnando piuttosto
-che vivere fuggendo. Erano vive in quella età le tradizioni che i nuovi
-tempi dipoi mandarono in dimenticanza.
-
-[6] Vedi HÖFLER, _Die Teutschen Päpste_. Ratisbona, 1839.
-
-[7] Il Malespini ed il Villani scrivono che l’Imperatore venisse da
-Siena, con errore manifesto, dimostrato anche dall’avere egli assalito
-la città da quella parte che guarda Bologna.
-
-[8] VILLANI, lib. IV, cap. 23.
-
-[9] MALESPINI e VILLANI, lib. IV, cap. 25 e seg.
-
-[10] _Fiorentini_, _Memorie della Contessa Matilde_. — REPETTI,
-_Dizionario geografico-storico della Toscana_, art. _Prato_.
-
-[11] AMMIRATO, _Stor. Fior_., anno 1102; e sono aggiunte di Scipione
-Ammirato il Giovane, che secondo ogni verisimiglianza ebbe sott’occhi
-un documento falso.
-
-[12] REPETTI, articoli _Pogna_ e _Semifonte_. Vedi anche la Cronaca
-latina del Giudice Sanzanome (_Docum. Stor. Ital. ec._), ove è detto
-avere i Fiorentini a quel tempo (1184) fatto guerra contro al conte
-Alberto per il castello di Pogna; aggiunge come da quella famiglia,
-alla venuta di Federigo I, _eiusdem imperatoris assumpto vexillo_,
-fosse stato edificato lì presso un altro castello fortissimo col nome
-di Semifonte; distendendosi nel raccontare, ampollosamente come suole,
-la guerra fatta contro a quest’ultimo.
-
-[13] G. VILLANI, lib. IV, cap. 31.
-
-[14] Si trovano negli _Annali Pisani, Rerum Ital. Script_., tomo VI; e
-in OTTONE DI FRISINGA, lib. VII, cap. 19, il quale conferma l’Annalista
-Sassone. Vedi MURATORI, _Annal_., 1134, 1137. Non facciamo troppo caso
-di un trattato che i Fiorentini l’anno 1140 avrebbero fatto con certo
-conte Ugerio, nome ignoto, e ignoti i luoghi che ivi si leggono, ma
-potrebbero essere in Val di Greve. (AMMIRATO, _Storie_.)
-
-[15] Nè di ciò pure è fatto cenno dai cronisti nostri; ma trovasi nella
-_Cronica_ di Ottone di Frisinga, seguito dall’Ammirato e dal Muratori.
-
-[16] AMMIRATO, _Storie_.
-
-[17] _Annali Pisani_.
-
-[18] G. VILLANI, lib. V, cap. 9.
-
-[19] MALESPINI, cap. 77.
-
-[20] G. VILLANI, lib. V, cap. 12.
-
-[21] AMMIRATO, _Storie_, anno 1197. Sono giunte di Scipione Ammirato
-il giovane, che ebbe conoscenza, a quel che sembra, dall’atto di lega
-— RAYNALD, _Annal. Eccles._, tomo I. — MALAVOLTI, _Storie di Siena_,
-parte I, lib. IV, pag. 44. — FLAMINIO DAL BORGO, _Dissert. Pisan_. 4.
-
-[22] _Epist. Innocentii III_, che sta nella Vita di quel Papa; _Rerum.
-Ital. Script._, tomo III, parte 1.
-
-[23] AMMIRATO, _Storie_.
-
-[24] Mentre era in piede Semifonte, si diceva: «Firenze fatti in là,
-chè Semifonte si fa città.» Il quale detto popolare da sè mostrerebbe
-(se bisogno ve ne fosse) l’idioma parlato già negli ultimi anni del
-secolo XII avere forma tutta italiana. Ma la Cronaca di quelle guerre,
-che uscì alle stampe, è scrittura apocrifa.
-
-[25] Nel libro dei _Capitoli del Comune di Firenze_, pubblicato l’anno
-1866, è l’atto di accomandigia del Comune di Montepulciano, 24 ottobre
-1202.
-
-[26] RICORDANO MALESPINI, cap. 50.
-
-[27] È una procura fatta a’ 15 maggio 1204 nella persona di Tignoso di
-Lamberto, uno dei Consoli, a comparire avanti al Papa come procuratore
-del Comune. (AMMIRATO, _Storie_.)
-
-[28]
-
- «Già eran Caponsacchi nel mercato
- Discesi giù da Fiesole.»
- DANTE, _Paradiso_, canto 15.
-
-[29] AMMIRATO, _Storie_. Vedi agli anni che sono indicati nel testo.
-
-[30] Cap. 132.
-
-[31] Cap. 102. — VILLANI, lib. V, cap. 21.
-
-[32] Lib. IV, cap. 36.
-
-[33] AMMIRATO, anno 1218, 1224.
-
-[34] Ivi.
-
-[35] SANZANOME, _Cronica_.
-
-[36] G. VILLANI, lib. VI, cap. 2.
-
-[37] _Chronicon Patavinum_, in Muratori.
-
-[38] LAMI, _Antichità Toscane_, lez. 17.
-
-[39] Cap. 132.
-
-[40] Il Malespini (cap. 137) dà la lunga serie delle famiglie che
-avevano torri: sarebbero state alcune di esse alte fino a 120 braccia.
-
-[41] Le antiche edizioni e alcuni testi del Malespini farebbero credere
-che a lui, come uomo di un altro tempo, ciò paresse atto di ribellione.
-
-[42] L’atto è dei 22 giugno 1251. (_Archiv. Stor._, tomo IV, parte 2,
-anno 1866, pag. 36.)
-
-[43] Archivio di Stato.
-
-[44] MALESPINI. — VILLANI. — AMMIRATO.
-
-[45] MALESPINI, cap. 155. — G. VILLANI, lib. VI, cap. 62.
-
-[46] G. VILLANI, lib. VI, cap. 65.
-
-[47] Ivi, cap. 69.
-
-[48] _Paradiso_, canto XV.
-
-[49] G. VILLANI, lib. VI, cap. 74.
-
-[50] G. VILLANI, lib. VI, cap. 75.
-
-[51] Così gli altri storici fiorentini. Sono poi da vedere i Documenti
-pubblicati dal signor Cesare Paoli. (_Bullettino di Storia Patria
-Municipale_, vol. II, fasc. 2. Siena, 1869.)
-
-[52] MALESPINI, cap. 171.
-
-[53] Furono morti due dei Cerchi e due presi, che uno si ricomperò per
-1200 fiorini, e l’altro si riscattò in questa forma. «Lui con l’arme
-che aveva addosso per dilegione fu messo in sur una bilancia, e in
-sull’altra tanta moneta sanese, e cotanto si ricomprò.» (_Cronichetta
-di Bindaccio dei Cerchi_, sta col Bonincontri, _Hist. Sicula_. — LAMI,
-_Deliz. Erud._, parte II, pag. 303.)
-
-[54] G. VILLANI, lib. VI, cap. 80.
-
-[55] MALESPINI e G. VILLANI, lib. VI, cap. 78, 79 e 80. — LEONARDO
-ARETINO, lib. II. — AMMIRATO, lib. II. — MALAVOLTI, _Storie di Siena_,
-lib. I, parte 2. — _Cronache Senesi_, che fanno seguito all’_Istoria di
-Marcantonio Bellarmati._ Siena, 1844.
-
-[56]
-
- «Come asino sape così minuzza rape;
- Tal va capra zoppa se il lupo non la intoppa.»
- MALESPINI, VILLANI, DANTE, _Inferno_, canto X.
-
-[57] VILLANI, lib. VII, cap. 9.
-
-[58] _Epist. Clem. IV_.
-
-[59] MALESPINI, cap. 190.
-
-[60] _Cronichetta di Bindaccio dei Cerchi_. (LAMI, _Deliz. Erud._,
-parte II, pag. 305.)
-
-[61] MALESPINI, cap. 183. — VILLANI, lib. VII, cap. 13.
-
-[62] G. VILLANI.
-
-[63] Lettere di Clemente IV, in Martène _Thesaurum Nov. Anecdot._,
-tomo II, p. 321 e seg.; e vedi intorno a questi fatti un lavoro molto
-diligente del prof. BONAINI, _Giornale Storico degli Archivi Toscani_,
-Vol. II e seg. — Nella Lettera papale dei 12 maggio 1266 è scritto:
-«Cum igitur (ne, quod absit, novi flores emarceant ex defectu regiminis
-non suspecti) multorum judicio tam intrinsecis quam extrinsecis
-civitatis ejusdem (Florentinæ) civibus, utile videatur nostro regi
-consilio civitatem, nostrâque, saltem ad tempus aliquod, providentia
-gubernari etc.» — Vedi _Appendice_ Nº I.
-
-[64] Il Malespini, presente a quei fatti, riesce più chiaro ma
-è insieme alquanto più stretto; e nelle parole del Villani sono
-dubbiezze e forse alcune inverosimiglianze in quanto all’ordine e alla
-composizione dei Consigli. Vedasi, fra gli altri documenti, quello del
-28 agosto 1274, nel registro XXIX dei _Capitoli del Comune di Firenze_
-(Archivio Centrale di Stato), a c. 227; e gli altri dei 29 ottobre, 7
-novembre 1278, nel detto registro, a c. 356-7.
-
-[65] Abbiamo a stampa (_Delizie degli Eruditi_, tomo VII, pag. 203)
-la descrizione e la stima dei beni e case distrutte e danneggiate dai
-Ghibellini, che in tutto ammontano a lire grosse 130,736; grande somma
-per quei tempi, quando si vede una casa avere prezzo di poche lire.
-
-[66] In un libro detto del _Chiodo_, e pubblicato dal P. Ildefonso
-(_Delizie degli Eruditi_, tomo VIII, p. 221), è la lista dei
-condannati, divisi per sesti e parrocchie.
-
-[67] G. VILLANI, lib. VII, cap. 17.
-
-[68] Sopra era uno Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni, ora Villa di
-Monsoglio, dove è da supporre che il misero giovane passasse l’ultima
-sua allegra notte.
-
-[69] VILLANI, lib. VII, cap. 35.
-
-[70] G. VILLANI, lib. VII, cap. 54.
-
-[71] Di questa celebre pacificazione alcuni atti furono pubblicati
-nell’Appendice al tomo IX delle _Delizie degli Eruditi_, ed un compiuto
-ragguaglio venne poi dato dal prof. BONAINI, _Giornale Storico degli
-Archivi Toscani_, tomo III, pag. 174 e seg. L’instrumento originale,
-sottoscritto di propria mano dal Cardinale e da sei Vescovi, si
-conserva fra i cimelii dell’Archivio Centrale di Stato, che da pochi
-anni n’è venuto in possesso.
-
-[72] G. VILLANI, lib. VII, cap. 62.
-
-[73] Abbiamo nel vol. IX, pag. 270, della più volte citata raccolta
-del P. Ildefonso, il diploma di Rodolfo per la elezione di due vicari o
-luogotenenti suoi nella Toscana, da valere anche per un solo; la quale
-elezione è confermata da un breve di Martino IV, nel primo anno del
-pontificato suo.
-
-[74] G. VILLANI, lib. VII, cap. 79.
-
-[75] G. VILLANI, lib. VII, cap. 13.
-
-[76] Nelle _Deliz. Erud. Tosc._, IX, 256, è un assai notabile Discorso
-intorno al Governo di Firenze, ma che vale anche per altri tempi, e
-può essere utile a consultare in quanto concerne i Consigli e gli Ufizi
-minori. — Vedi Appendice Nº II.
-
-[77] VILLANI e AMMIRATO.
-
-[78] «Hic est modus faciendi Exercitum per Commune Florentiæ, inventus
-per Mercatores Florentiæ, pro meliori et utiliori statu et commodo
-civitatis, et Artificum et Artium ac totius Mercantiæ civitatis
-prædictæ. In primis: quod placeat vobis facere firmare omnes et
-singulas apothecas etc.» — _Delizie degli Eruditi_, tomo XI, pag. 199.
-
-[79] Da un cenno che si trova nella _Cronaca_ dello STEFANI (lib. I,
-rub. 268) appare che allora quando le cavallate doveano uscire dalla
-città, si mettesse una candela alla porta, e che il mancante alla
-chiamata avesse pena del piè: ciascuno interpreti queste parole a
-modo suo. Sulle Cavallate Fiorentine dei secoli XIII e XIV abbiamo un
-pregevole lavoro del signor Cesare Paoli (_Arch. Stor._, tomo I, parte
-I, 1865).
-
-[80] DINO COMPAGNI, lib. I.
-
-[81] G. VILLANI, lib. VII, cap. 131.
-
-[82] Dante nel _Purgatorio_, con poetica maravigliosa invenzione e con
-affetto pietoso, descrive la morte di questo giovine cavaliero, e la
-scomparsa del suo cadavere ricoperto dalle acque e dalla melma di un
-torrente. Noi questa battaglia abbiamo narrata in gran parte con le
-parole tanto vive e colorate del Compagni, o mantenendo la efficace
-semplicità del Villani.
-
-[83] VILLANI, lib. VII, cap. 131.
-
-[84] A uno di questi intervenne Dante, che vide uscire patteggiati di
-Caprona i fanti pisani.
-
-[85] G. VILLANI, lib. VII, cap. 89, 132.
-
-[86] Vedi, tra gli altri, lib. VII, cap. 145, dove racconta la perdita
-d’Acri (an. 1291) e le cagioni di essa, «avutane relazione da uomini
-degni di fede, nostri cittadini e mercatanti, che in quelli tempi erano
-in Acri.»
-
-[87] REPETTI, _Dizionario della Toscana_, art. _Montopoli_.
-
-[88] Qui una volta per sempre dobbiamo notare come in Firenze l’anno
-cominciasse ai 25 di marzo: quel giorno 15 di febbraio era qui dunque
-tuttora dell’anno 1292, ma noi scriviamo le date secondo lo stile
-comune.
-
-[89] Il prof. BONAINI pubblicava gli _Ordinamenti di giustizia_ del
-1293, (_Nuova Serie dell’Archivio Storico Italiano_, vol. I, 1855)
-con le successive provvisioni per cui vennero afforzati; non che le
-consulte che in più tempi si fecero a tal fine, con tutti gli atti
-di queste consulte e i nomi dei cittadini che ivi esposero i pareri
-loro: tra’ quali due volte a’ 14 aprile del 1301 ed una ai 13 di
-settembre dello stesso anno, è il nome di Dante Alighieri. Lavoro
-diligente e utile soprammodo, a cui rimandiamo tra’ nostri lettori
-quelli che volessero avere contezza più intera e minuta di questo punto
-capitalissimo nell’istoria nostra. — Lo _Statuto Fiorentino_, compilato
-l’anno 1415 dall’insigne giureconsulto PAOLO DA CASTRO, e pubblicato in
-Firenze con la data di Friburgo l’anno 1778, vol. III, in-4, (tomo I,
-pag. 407-516) comprende questi ordini contro a’ grandi, quali vigevano
-infino al tempo suo, ed il novero delle famiglie fatte di grandi, con
-la indicazione dei tempi in cui vennero esse a patire tale condanna.
-— Vedi anche le _Provvisioni_ o Statuti, pubblicati dal P. ILDEFONSO,
-tomo IX, pag. 305, sino alla fine del volume: è tra le altre (pag. 341)
-l’estratto di una _provvigione_ per la quale, _in beneficium popularium
-et debilium contra magnates_, è vietato al Potestà e al Capitano (dei
-quali poco si fidavano per essere eglino di case nobili) procedere
-contro ai malefizi commessi prima della battaglia di Montaperti, a
-quelli cioè fatti da uomini popolani sotto al governo di parte guelfa.
-
-[90] Nello _Statuto Fiorentino_, tomo III, pag. 692, è il registro
-di oltre quaranta Leghe del contado e distretto di Firenze con la
-descrizione delle parrocchie e popoli e dei luoghi che le componevano.
-— Come la Repubblica si governasse verso i Comuni a lei soggetti, si
-vede, tra gli altri, da un curioso documento (_Registro di Lettere_
-del 1308 presso di noi) nel quale vengono ammoniti severamente certi
-Comuni perchè usavano misure e pesi diversi da quei di Firenze: il che
-veniva a mostrare _semiplenam devotionem, aut incuriam, aut animorum
-dissonantiam_, e si temeva che nuocesse ai commerci della Repubblica:
-adottassero pertanto le misure fiorentine sotto la pena di mille lire.
-
-[91] Vedi _Cronaca_ di PAOLINO DI PIERO, nei tomi aggiunti alla
-collezione degli _Scriptores Rer. Ital._, e l’edizione di Roma 1755.
-
-[92] VILLANI, lib. VIII, cap. 8. — MARCH. STEFANI, lib. III, rub. 204.
-
-[93] DINO COMPAGNI, lib. I, pag. 12.
-
-[94] AMMIRATO, _Storie_, lib. IV, ann. 1295.
-
-[95] Lib. VIII, cap. 8.
-
-[96] DINO COMPAGNI, lib. I.
-
-[97] VILLANI, lib. VIII, cap. 39.
-
-[98] DINO COMPAGNI, lib. I.
-
-[99] Questi nomi, stando alla _Cronaca_ di PAOLINO DI PIERO, sarebbono
-esistiti in Firenze sino dall’anno 1297, venuti da Pistoia o nati in
-quale altro si voglia modo.
-
-[100] COMPAGNI, lib. I. — G. VILLANI, lib. VIII.
-
-[101] Intorno al tempo di questo confine dato agli uomini delle due
-parti contradice Dino molto al Villani ed allo Stefani, i quali pongono
-tutto questo fatto assai più tardi. Noi fummo incerti quale seguire,
-perchè il Villani, generalmente, è quanto ai tempi meglio ordinato;
-laddove il Compagni vivo ed ingenuo narratore delle cose dove egli ebbe
-parte, dispone sovente male la serie degli eventi, o furono questi male
-disposti da chi sopra una informe copia metteva insieme quella istoria:
-nè in tutto a questa potemmo aderire, e quello stesso ordine a cui ci
-attenemmo non è senza qualche difficoltà o dubbiezza. Ma noi lo teniamo
-sostanzialmente per vero, nè i nostri lettori vogliamo partecipi di
-quella lunga pazienza che fu da noi posta nel minuto esame dei singoli
-fatti. Ci avea preceduto lodevolmente in molta parte CESARE BALBO nella
-_Vita di Dante Alighieri_.
-
-[102] VILLANI, lib. VIII, cap. 42.
-
-[103] DINO COMPAGNI, in fine al lib. I.
-
-[104] G. VILLANI, lib. VIII, cap. 44, 45.
-
-[105] L’ambasceria dovette essere andata dopo al 13 di settembre,
-perchè in quel giorno Dante sedeva e diceva il suo parere in una
-consulta pubblicata dal Bonaini (_Archiv. Stor. Ital._, nuova serie,
-tomo I, pag. 82).
-
-[106] DINO COMPAGNI, lib. II.
-
-[107] Dino veramente scrive il 4 novembre, ma noi seguiamo il Villani
-con tutti gli altri, perchè la data del 4 non lascerebbe spazio
-bastante ai fatti posteriori. E così pure fece il Balbo, non senza
-avere, come noi, molto ondeggiato innanzi di risolversi, perchè in
-tanta confusione di date rimane sempre uno spazio largo al dubitare.
-— Crediamo prossima la pubblicazione di nuovi lavori intorno a Dino
-Compagni del professor Del Lungo, da cui potranno questi fatti avere
-ulteriori schiarimenti.
-
-[108] Giovanni Villani, ch’era presente in Santa Maria Novella,
-scrive da quel Parlamento essere stata rimessa in Carlo la _signoria e
-guardia della città_. Ma noi crediamo fossero quelle parole di onore:
-nè Carlo in Firenze ebbe vera e propria signoria, avendo anzi chiesto
-più tardi guardare la sola parte d’oltrarno, dove egli dimorava: e
-i nuovi Priori, scrive il Compagni che furono eletti dai vecchi in
-palagio. Ma qui pure la narrazione di Dino non riesce chiara abbastanza
-nè ordinata, senza però che le incertezze importino molto al giudizio
-dell’istoria.
-
-[109] _Dino Compagni_, lib. II.
-
-[110] Bindaccio dei Cerchi, nella _Cronichetta di Famiglia_, scrive
-messer Vieri essere stato tradito da uno dei Frescobaldi, che a lui
-doveva diciassette mila fiorini e gli voltò contro la furia del popolo.
-(LAMI, _Deliciæ Erud., Hist. Siculæ,_ part. II.)
-
-[111] Parrebbe che fosse reo e che fuggisse questo Pier Ferrante;
-imperocchè nelle postille dell’Ammirato, le quali sono tratte da
-documenti, si legge un trattato del mese di marzo susseguente tra lui
-ed alcuni capi dei bianchi per fare guerra alla città rimettendovi la
-parte cacciata.
-
-[112] _Deliz. Erud._, tomo X, pag. 93.
-
-[113] L’atroce giurisprudenza usata in que’ tempi contro ai ribelli e
-agli sbanditi è da vedere nello _Statuto Fiorentino_, tomo I, pag. 362
-e 66 ed in più luoghi. Potevano essere impunemente offesi.... _usque ad
-mortem etiam per assassinum vel assassinos in quacumque parte mundi_; e
-gli uccisori avevano premio: chi ricettasse uno sbandito era soggetto a
-gravi pene.
-
-[114] DINO COMPAGNI. — G. VILLANI. — MARCHIONNE STEFANI. — CESARE
-BALBO, _Vita di Dante_. — PIETRO FRATICELLI, _Storia della Vita di
-Dante_; Firenze, 1861.
-
-[115] DINO COMPAGNI, lib. III.
-
-[116] «I Lucchesi erano arbitri e non signori, benchè avessero le
-chiavi e il dominio perchè dentro nè fuori non entrasse persona che
-avesse a contaminare nulla — mandavano i bandi da parte del Comune di
-Lucca — di che sdegnato uno in Mercato nuovo, diè un colpo di una spada
-al banditore e disse: Porta questo a Lucca e offerilo a santa Zita.»
-(STEFANI, lib. IV, pag. 35.)
-
-[117] G. VILLANI, lib. VIII, cap. 70.
-
-[118] _Ricordi_ di FILIPPO DI CINO RINUCCINI.
-
-[119] G. VILLANI, lib. VIII. — COMPAGNI, lib. III.
-
-[120] _Scipione Ammirato_ riferisce la condanna d’un figlio di Guido
-e d’un altro Cavalcanti, data nel 1303, ma della quale fu poi sospesa
-l’esecuzione in grazia di ambasciatori senesi mossi «dalla nobiltà
-della famiglia e dalla sua devozione alla Chiesa,» sempre però che i
-Cavalcanti non più si unissero ai Ghibellini.
-
-[121] Abbiamo il trattato con gli Ubaldini, dove tra gli altri
-sottoscritti si legge, ma in copia, il nome di Dante Alighieri.
-
-[122] AMMIRATO, _Storie_, an. 1303.
-
-[123] DINO COMPAGNI.
-
-[124] BALBO, _Vita di Dante_. — FRATICELLI, _Storia della Vita di
-Dante_.
-
-[125] VILLANI, lib. VIII, cap. 82. — COMPAGNI, lib. III. — _Storie
-Pistolesi_.
-
-[126] Vedi, per la istituzione dell’Esecutore, la già citata
-pubblicazione del prof. BONAINI intorno agli Ordini della Giustizia;
-_Archivio Storico_, nuova serie, tomo I, 1855. — E lo _Statuto
-Fiorentino_, tomo I, pag. 407 e segg.
-
-[127] VILLANI, lib. VIII, cap. 89. — DINO, lib. III.
-
-[128] Il COMPAGNI ha 15 settembre, ed altri altre date: ma noi teniamo
-per certa quella che si rileva dalla chiamata delle Leghe di contado,
-secondo abbiamo in un Registro di lettere della Signoria per l’anno
-1308, il quale era presso di noi, ed è oggi nell’Archivio di Stato.
-(Vedi _Archivio Storico_, nuova serie, fasc. II, 1857, articolo del
-prof. CAPRI.)
-
-[129] DINO COMPAGNI, lib. III. — VILLANI, lib. VIII, cap. 96. — MARCH.
-STEFANI, lib. IV, rub. 264.
-
-[130] Tutta questa materia fu ampiamente discorsa dal prof. CAPEI
-nell’articolo sopraccitato, dove sono i documenti ad essa relativi.
-
-[131] DINO COMPAGNI, lib. III.
-
-[132] Questo almeno scrisse G. VILLANI, lib. IX, cap. 7.
-
-[133] COMPAGNI, lib. III.
-
-[134] Ivi.
-
-[135] _Iter Ital. Henrici VII_; in MURATORI, _Rer. Ital. Script._, tomo
-IX, pag. 908.
-
-[136] _Iter Ital. Henrici VII_.
-
-[137] _Iter Ital. Henrici VII_.
-
-[138] DINO COMPAGNI, lib. III.
-
-[139] G. VILLANI e DINO COMPAGNI, lib. III.
-
-[140] La lista è data dal P. ILDEFONSO (tomo XI, pag. 61).
-
-[141] Troviamo che i figli di Dino Compagni essendo falliti nel 1341,
-s’interponeva per essi in certe vertenze Stefano Colonna, capo dei
-Guelfi magnati in Roma e in Italia. (_Archivio Storico_, nuova serie,
-tomo 16, parte I, Documenti relativi al Duca d’Atene). Abbiamo intorno
-a Dino Compagni un pregevole lavoro del prof. HILLEBRAND (Parigi,
-1862).
-
-[142] _Iter Ital. Enrici VII_. — VILLANI, lib. IX.
-
-[143] Il P. ILDEFONSO (_Deliz. Erud_., tomo XI, pag. 95) pubblicava la
-Sentenza d’Arrigo VII contro a’ Fiorentini.
-
-[144] Abbiamo la lista dei feritori fiorentini a Montecatini. _Deliz.
-Erud._, tomo XI, pag. 751.
-
-[145] Una _Cronaca_ latina di Ser GIOVANNI DI LEMMO, pubblicata dal
-signor Luigi Passerini (_Docum. di Stor. Ital._, tomo VI, a cura della
-Deputazione di Storia Patria della Toscana ec.) contiene dal 1299 al
-1320, oltre a fatti e contese personali, ragguagli pregevoli intorno
-alle cose di Pisa e di Lucca e di tutta quella parte di Toscana, della
-quale sembra per il Lemmi essere centro San Miniato, tanto da far
-credere che ivi egli avesse o patria o dimora. Il valore principale
-di quella _Cronaca_ è per gli anni corsi dalla morte d’Arrigo VII
-infino alla pace fatta dal re Roberto, anche in nome di Firenze, co’
-Ghibellini di Pisa e di Lucca. È da vedere, sebbene a noi direttamente
-non appartenga, come i Pisani, avendo in casa e agli stipendi loro
-molti cavalieri tedeschi, cercassero da principio difendersi da
-Uguccione della Faggiuola, che di quelle genti faceva sua forza; come
-essendosi offerto a Federigo d’Aragona, questi chiedesse innanzi tutto
-per sè la Sardegna; come poi cedessero ad Uguccione, e come Lucca fosse
-a lui ribellata per opera di Castruccio. Quanto ai termini della pace,
-registra il Lemmi quelli che importano specialmente a San Miniato.
-
-[146] VILLANI, lib. IX, cap. 76.
-
-[147] _Diurnali_ di MATTEO SPINELLI da Giovenazzo, 1258.
-
-[148] So i dubbi che sono stati mossi ai giorni nostri circa alla
-_Cronaca_ di MATTEO SPINELLI, che si disse fabbricata nel cinquecento.
-Potè a quel tempo taluno averla messa in ordine levigando forse
-l’antico idioma nel quale fu scritta, ma non inventare la materia e
-tutto nemmeno rifare lo stile; del che si hanno prove intrinseche, nè
-le difficoltà sono diverse da quelle che si ritrovano nella maggior
-parte delle antiche cronache, per lo più messe insieme in più tempi e
-fatto di pezzi. Ciò pure avvenne in qualche parte anche all’Istoria del
-Malespini.
-
-[149] AMMIRATO, lib. IV.
-
-[150] Qui giova trascrivere alcune parole dove un nostro istorico assai
-più recente dà belle ragioni di questo cercare lontani paesi che da
-tempo antico faceano gli uomini fiorentini.
-
-«La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e
-sterile, che non potrebbe con tutta la fatica loro dare da vivere agli
-abitanti, che sono molto multiplicati: e per questa ragione è stata
-necessaria cosa da uno tempo in qua ai Fiorentini di cercare loro
-vita per industria; e per questo sono usciti fuori di loro terreno a
-cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da
-potersi avanzare un tempo e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a
-questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno
-veduto i costumi delle altre nazioni, e fatto in loro abito delle cose
-vantaggiate, scegliendo d’ogni parte il fiore: e l’uno ha fatto venire
-volontà all’altro, intantochè chi non è mercatante e che abbia cerco il
-mondo e veduto le strane nazioni delle genti, e tornato alla patria con
-avere, non è riputato da niente. E questo amore ha sì accesi gli animi
-loro, che da un tempo in qua pare che ne nascano naturali a ciò, e è
-tanto il numero che vanno per lo mondo in loro giovanezza, e guadagnano
-e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme
-fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini,
-che non ha pari al mondo.... I loro vicini, alquanto di natura di loro
-terreni più ricchi e più grassi, si sono stati a quella bada di tanto,
-che basta loro, sanza volere fatica di cercare più.» — (GORO DATI,
-_Stor. Fior._, pag. 54, 55.)
-
-[151] VILLANI, lib. X, cap. 86.
-
-[152] Il Machiavelli scrisse la vita di Castruccio senza istorica
-verità, ma perchè fosse come esemplare a quella idea che egli
-vagheggiava; e se uno eleggerne pur voleva, meglio Castruccio che il
-Valentino.
-
-[153] Scriviamo il numero dei soldati come si trova nei contemporanei;
-ma quello delle genti a piedi, incerto sempre, comprende ancora i
-guastatori ed i saccomanni.
-
-[154] G. VILLANI, lib. IX, cap. 214.
-
-[155] _Cronaca di Paolino di Piero_.
-
-[156] G. VILLANI, lib. IX, cap. 214.
-
-[157] Ivi, cap. 219.
-
-[158] _Istoria Fiorentina_ di MARCHIONNE STEFANI, lib. VI, rub. 385. —
-Tra ’l Potestà e il Capitano del Popolo e l’Esecutore degli ordini di
-giustizia menavano seco oltre a 200 tra giudici e notai e armigeri e
-donzelli. (_Statuti_, lib. I.)
-
-[159] G. VILLANI, lib. IX, cap. 273.
-
-[160] FRANCO SACCHETTI, novella 63.
-
-[161] Neri Strinati, del quale abbiamo una breve Cronichetta (stampata
-di seguito alla Storia apocrifa di Semifonte), era insieme col suo
-fratello Maffeo mallevadore al fallimento degli Scali: «ma perchè io e
-Maffeo eravamo dei grandi, non potevamo torre azione contro agli eredi
-di Ghigo di Gofo ch’erano di popolo:» sì erano fatti gli ordinamenti
-del popolo contro a’ grandi.
-
-[162] Storie Pistolesi dal 1300 al 1348.
-
-[163] _Deliz. Erud._, tom. XII, pag. 262.
-
-[164] _Balìa rebanniendi exbannitos habitos pro Guelfis et qui pro
-Guelfis habeantur_ [11 ottobre 1325]. Archivio di Stato, _Provvisioni_
-di quell’anno.
-
-[165] G. VILLANI, lib. X, cap. 2. — COPPO STEFANI, lib. VI.
-
-[166] _Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348_.
-
-[167] VILLANI, lib. X, cap. 86.
-
-[168] Il P. ILDEFONSO, tomo XII, pag. 288, pubblicava il testo
-originale di questa riforma. È anche da vedere il libro settimo delle
-_Istorie_ di SCIPIONE AMMIRATO, con le pregevoli aggiunte di chi
-portava il suo stesso nome e casato.
-
-[169] È un libro o zibaldone del secolo diciassettesimo, scritto da
-TOMMASO FORTI notaro fiorentino, intorno agli uffici e magistrati
-della Repubblica: manoscritto appresso di noi, e si trova in altre
-Biblioteche.
-
-[170] G. VILLANI, lib. X, cap. 118. — Abbiamo per quell’anno 1329 e
-pei susseguenti il Diario d’un Simone Lenzi biadajolo, del quale un
-estratto si legge nel giornale filologico _Il Borghini_, an. 1864; ed
-è pittura circostanziata e molto viva di quei mercati tumultuosi, che
-spesso conferma le parole del Villani. Per un’altra carestia che fu poi
-nel 1353 il Comune fece incetta di grano in più luoghi d’oltremare;
-ma bastò l’annunzio a fare aprire i granai che prima erano tenuti
-chiusi, rinviliando il prezzo, talchè il Comune vi perdè non poche
-migliaia di fiorini d’oro. Sul quale proposito io prego gli economisti
-a considerare le parole di Matteo Villani, le quali mi sembrano con
-precisione maravigliosa anticipare una dottrina la quale tardò più
-secoli a farsi norma comune, e in Firenze stessa rinacque appena cento
-anni fa, ma prima qui che tra le maggiori nazioni d’Europa, perchè
-l’esperienza ed il senno popolano quivi le avevano prima sparse. «In
-tali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contrari l’uno
-all’altro. Se grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di
-disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di Pelago
-si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo; chè si
-fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza;
-chè la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame:
-e di questo per isperienza più volte occorsa nella nostra città in
-cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.» M.
-VILLANI, lib. III, cap. 76.
-
-[171] G. VILLANI, lib. XI, cap. 1. — L’_Archivio Storico_ dell’anno
-1873, disp. II, pubblicava una notizia del signor Gherardi intorno ai
-danni di quella inondazione ed ai lavori che occorsero. A maestro e
-governatore di tutti quei lavori elessero Giotto: essendochè a bene
-e onorevolmente procedere occorresse preporvi un qualche esperto e
-famoso uomo, e non si trovasse in tutto il mondo persona più adatta di
-lui. Dolevano alla Signoria le molte assenze di Giotto a dipingere per
-l’Italia, bramando che un tanto _magnus magister et carus reputandus
-in civitate, materiam habeat in ea moram continuam contrahendi_; perchè
-dalla sua scienza e dottrina venga a molti altri insegnamento, e onore
-non piccolo alla nostra città. (GAYE, _Carteggio d’Artisti_, tom. I,
-pag. 481.)
-
-[172] G. VILLANI, lib. II, cap. 23.
-
-[173] _Archivio Storico Italiano_, Nuova Serie, tom. IV, disp. I.
-
-[174] «Sono solito a dire che più d’ammirazione è che i Fiorentini
-abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e’ Veneziani o
-altro principe d’Italia il suo grande; perchè in ogni piccolo luogo di
-Toscana era radicata la libertà in modo, che tutti sono stati inimici
-a questa grandezza. Il che non accade a chi è situato tra’ popoli usi
-a servire, a’ quali non importa tanto lo essere dominati più da uno che
-da un altro, che gli faccino ostinata o perpetua resistenza.» (_Ricordi
-Politici_ di FRANCESCO GUICCIARDINI, Nº 353.)
-
-[175] Vedi le _Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348_.
-
-[176] Abbiamo gli Atti della dedizione nel tomo I dei _Capitoli del
-Comune di Firenze_, pubblicato dalla Soprintendenza generale degli
-Archivi toscani, pag. 4, 28.
-
-[177] Era proibito contrarre parentela con tali Signori (vedi _Statut.
-Flor._, lib. III, rubr. 179, tom. I, pag. 380). Ed altra rubrica,
-lib. III, rubr. 46, tom. I, pag. 262, vieta egualmente che sieno fatti
-vescovi di Firenze o di Fiesole uomini di famiglie le quali avessero
-castelli nel contado o nel distretto; così almeno si vuol intendere:
-e se accettassero uno di quei vescovadi, i loro parenti divenivano
-ipso facto grandi qualora fossero popolani, e i grandi passavano nella
-categoria dei sopraggrandi. Nessuno poteva acquistare dall’Imperatore
-possessioni nella Toscana o diritti, _vel quæ ad Imperium spectare
-dicuntur_, sotto pena della testa o della confisca; e divieto d’abitare
-nel territorio della Repubblica, essi e in perpetuo i discendenti
-loro. (Lib. III, rubr. 86, pag. 302.) È da vedere pure la rubr. 90
-del lib. III dello stesso _Statuto Fiorentino_, tom. I, pag. 304,
-la quale dichiara nullo e soggetto a gravi pene qualunque contratto
-pel quale sieno trasferiti diritti reali o personali di servitù, di
-fedeltà o di omaggio o di qualsiasi giurisdizione, eccetto però al
-Comune di Firenze. I secolari potevano dalla Chiesa fare acquisto di
-tali diritti, purchè aboliscano immediatamente ogni obbligazione di
-vassallaggio. Qualunque persona, università o popolo si obbligasse
-nell’avvenire a servitù o che ad altri la prestasse, s’intenda che
-abbia perduto la guardia e protezione del Comune di Firenze, nè a
-lui si mantenga diritto e giustizia, e possa da ognuno essere offeso
-impunemente nella persona e negli averi, come i ribelli e gli sbanditi.
-— Vedi anche i _Capitoli del Comune di Firenze_, loc. cit.
-
-[178] Alcuni uomini del Valdarno l’anno 1294 chiedono essere liberati
-_ab omni hominitia et coloneria et ascriptitia conditione_ e _ab omni
-nexu fidelitatis_; alla quale erano stati ricondotti dalla famiglia
-dei Pazzi dopo la battaglia di Montaperti, per forza _et per metum_,
-e con arsioni ed ammazzamenti: i Priori decretarono la libertà di
-cotesti uomini, e pei Consigli fu approvata. (Estratto dagli _Spogli_
-di VINCENZIO BORGHINI, pubblicato dal P. Ildefonso nelle _Delizie degli
-Eruditi_, tom. VIII, in fine.) — Abbiamo Atti pubblici dove il Comune
-di Firenze dichiara spettare a lui la tutela dei _poveri_ e _deboli_ e
-degli _impotenti_.
-
-[179] _Quis dominatur apennini? alma domus Ubaldini_; avrebbe detto
-l’imperatore Federigo II.
-
-[180] _Cronaca_, lib. X, cap. 202.
-
-[181] DELFICO, _Storia di San Marino_.
-
-[182] «La guerra di Mastino voleva il mese più di venticinquemila
-fiorini d’oro che andavano a Vinegia, senza le spese opportune che
-bisognavano di qua al nostro Comune, che le più volte senza quelli di
-Lombardia avevano al soldo più di mille cavalieri, senza quelli che
-erano alla guardia delle terre e castella che si tenevano per lo nostro
-Comune.» (G. VILLANI, lib. XI, cap. 91.)
-
-[183] G. VILLANI, lib. XI, cap. 114.
-
-[184] G. VILLANI, lib. XI, cap. 139.
-
-[185] «Il popolo era da’ grandi nelle faccende private oppressato; i
-grandi avevano le leggi e la ordinazione della Repubblica tutta contra
-sè diretta.» (DONATO GIANNOTTI, _Della Repubblica Fiorentina_, lib. I,
-cap. V, pag. 83.)
-
-[186] G. VILLANI, lib. XI, cap. 119.
-
-[187] Abbiamo nel _Giornale Storico degli Archivi Toscani_, vol.
-VI, pubblicati ed illustrati dal signor Cesare Paoli i documenti
-dell’Archivio di Stato relativi al Duca d’Atene. Quello segnato nº
-213 alla pag. 231 contiene le accuse contro ai Venti, ma la sentenza è
-mozza e apparisce poi rivocata.
-
-[188] G. VILLANI, lib. XII, cap. 1, 2, 3.
-
-[189] Vedi _Archivio Storico_, tom. XVI, parte II, pag. 532. — Donato
-Velluti, cronista non dispregevole, era stato de’ primi Priori creati
-dal Duca, e aveva seco grande entratura; ma quando s’accorse ch’egli
-andava a tirannia, si tenne in disparte: nel corso poi della sua
-Cronaca, ogni volta che gli avvenga di nominare il Duca, non lo fa mai
-con ingiuriose parole, mostrando piuttosto usare prudenza, ma poi non
-essergli troppo avverso.
-
-[190] G. VILLANI, lib XII; _Marchionne di Coppo Stefani_, lib. VIII;
-MACHIAVELLI, lib. II, in fine; AMMIRATO, lib. IX; _Cronaca Senese_ di
-ANDREA DEI presso il Muratori, tom. XV, pag. 108. — Abbiamo citato la
-serie dei documenti relativi al Duca d’Atene tratti dall’Archivio di
-Stato. In questa, oltre gli Atti del suo Governo, sono quelli della
-Renunzia, e i negoziati che la Repubblica ebbe poi col Re di Francia e
-col Papa e co’ Re di Puglia, i quali tenevano la parte del Duca.
-
-[191] _Deliz. Erud._, tom. XIII, pag. 207.
-
-[192] G. VILLANI, lib. XII, cap. 18 e segg. — MARCHIONNE STEFANI. —
-LIONARDO ARETINO. — MACHIAVELLI.
-
-[193] G. VILLANI, lib. XII, cap. 23.
-
-[194] Nelle _Delizie degli Eruditi_ del P. Ildefonso, tom. VII, pag.
-290, è la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il
-quale, sebbene fosse di famiglia grande, chiede essere di popolo egli
-ed i suoi, come _debiles et impotentes_. — Il tomo XIII della stessa
-pregevole collezione contiene da pag. 199 fino al fine molti originali
-Documenti di Provvigioni fatte dalla Repubblica, sia nella prima
-Riforma del vescovo Acciaiuoli e dei Quattordici per la quale erano
-riabilitati i grandi, sia nella rinnovazione delle Leggi contro ad
-essi e degli Ordini di giustizia nel mese d’ottobre 1343 e nell’ottobre
-1344.
-
-[195] Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi,
-i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi
-grandi. Recenti erano pure i Cavalcanti; e forse non di vecchia data
-gli Adimari _venuti su di piccola gente_, come scrive l’Alighieri.
-
-[196] «Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea
-dire, loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio
-voleano.» MARCHIONNE STEFANI, tom. XIII, pag. 143. — «I lavoratori
-delle terre volevano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le migliori
-terre e lasciare l’altre. — Le fanti e i ragazzi della stalla volevano
-il salario, il meno dodici fiorini l’anno, e i più esperti diciotto
-e ventiquattro: così le balie e gli artefici minuti manuali volevano
-tre cotanti che l’usato. — Il Comune avendo bisogno, e perchè vedeva
-essere il popolo ingrassato ed impoltronito, raddoppiò la gabella del
-vino alle porte, ed alzò quella del grano e del sale e della carne.
-Non vollero più fare provvisione pubblica di grano, cessando il lavoro
-dell’edifizio d’Orsanmichele a tal fine destinato; ma invece ordinarono
-che tutto il pane vendereccio si facesse dal Comune, e si vendesse
-a caro prezzo; e quale fornaio ne volesse fare, pagasse ogni staio 8
-soldi di gabella.» (M. VILLANI, lib. I, cap. 57.)
-
-[197] Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di
-giustizia.
-
-[198] Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi,
-oltre a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi
-i borghi e le parrocchie le quali andavano a San Giovanni: ognuno però
-vede come fosse fallace il modo del registrarli. Pare stia bene il
-conto delle ottocento moggia la settimana per novanta mila bocche. Gli
-ottanta mila uomini da arme, cioè da quindici a settanta anni, potevano
-bene essere l’anno 1336 nel contado e distretto, il quale allora
-comprendeva non piccola parte, com’è detto, della Toscana.
-
-[199] Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra
-venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari che a
-lui somministravano per la guerra. — Si noti ancora come l’industria,
-tenendo qui pure l’usate sue vie, mentre s’ampliava e raffinava,
-andasse stringendosi in minore numero di mani.
-
-[200] I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture;
-l’arte del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima
-perfezione, altrove erano sconosciute; e da principio i Fiorentini
-mandavano in Fiandra dei lavoranti per conto loro che mantenessero
-il segreto. Venivano anche i panni a tingersi in Firenze, essendo
-quest’arte sempre ivi molto accreditata, massime per l’uso del guado
-o indaco, il quale serve anche a fermare il color nero e a dargli
-lucentezza: della tintura con l’oricello abbiamo detto in altro luogo.
-Qui è notabile come dal Villani non si tenga conto dell’arte della seta
-che in Firenze era antichissima; vero è bensì quest’arte essere giunta
-al colmo nel secolo susseguente, quando l’arte della lana cominciò
-invece a decadere.
-
-[201] Gli speziali ebbero questo nome perchè oltre alle medicine
-smerciavano anche le spezierie delle Indie.
-
-[202] E credo io fossero più, tanti se ne legge di continuo andati
-chi in qua chi in là per traffici, ed i cambiatori mettevano banchi in
-molte parti d’oltremonte e d’oltremare, e Avignone ne tirava a sè non
-pochi, ed a Lione erano case di Fiorentini, ed a Bruggia nella Fiandra
-più anni rimase lo stesso Giovanni. Ai quali se poi si aggiungano
-quelli che andavano in signoria di fuori, potestà o giudici, e che
-menavano seco gran seguito o famiglia; e il frequentare le università
-fino a quella di Parigi, ed il muoversi di luogo in luogo che facevano
-i religiosi; poi le frequenti ambasciate, e quello stesso vagare dei
-soldati mercenari che fu cagione di tanti mali; si vedrà come fosse
-continuo a quei tempi il conversare dei Fiorentini con molte città
-d’Italia e fuori.
-
-[203] Fu posta quando si edificava il terzo cerchio della città,
-continuata poi fino ai giorni nostri, e gravosissima, perchè andava
-fino al sette e tre quarti per cento, facendosi però le stime molto
-all’agevole. Gravava disegualmente la Toscana, avendo più luoghi
-pattuito nella dedizione l’andare esenti da quella tassa; privilegi che
-cessarono quando nel 1814 fece ritorno il principato non come antico e
-restaurato, ma col diritto della conquista.
-
-[204] Oltre al segnare l’oro e l’argento, sembra che le paci tra’
-cittadini avessero a guarentigia e solennità il suggello del Comune; il
-che si fa credere anche per un luogo del Velluti, pag. 29: «Venne poi
-il Duca d’Atene e ribandì gli sbanditi e costrinse ognuno a far pace;
-onde i consorti e noi, essendo costretti, rendemmo pace; la quale è
-sotto grandissime pene, fortificate poi per riformagioni di Comune con
-altre gravissime pene: e non si trova quasi niuna poi essere rotta,
-e chi l’ha rotta si è stato diserto; onde per questa cagione e per lo
-comandamento di mio padre e sua maladizione si è molto da guardare; che
-se alcuno discendente di loro vivesse, non fosse tocco, se non vuole
-sè e altrui disertare.» Il segno dei beni in pagamento poteva essere
-necessario a quei contratti che hanno nome di Anticresi, nei quali i
-beni essendo ceduti al creditore per certo tempo, non si fa luogo alla
-voltura; se pure non fosse divietato quel contratto, com’è pei canoni
-della Chiesa, e che il divieto si osservasse.
-
-[205] Ivi erano grani depositati da cittadini, i quali pagavano per la
-custodia e per gli attrazzi; e il grano sparso rimaneva a benefizio del
-Comune.
-
-[206] Erano penali che dovevano pagare i connestabili che fossero
-trovati in difetto d’uomini rispetto al numero pel quale erano stati
-condotti e riscuotevano gli stipendi. — Soccorse in questo come in
-più altri luoghi a noi l’amicizia del signor Cesare Guasti, e a lui ne
-rendiamo le debite grazie.
-
-[207] Nei libri del 1347, per citar quelli più vicini al tempo del
-Villani, si trovano versamenti fatti ai Camarlinghi della Camera
-dal Camarlingo delle Stinche: _de denariis ad ejus manus perventis_.
-(Archivio centrale di Stato.)
-
-[208] Voleano che i più facoltosi del contado dimorassero nella città,
-dove davano minore sospetto.
-
-[209] Si è detto come i Fiorentini fino dal secolo XIII per grandigia
-custodissero leoni ed altri animali rari, i quali venivano ad essi
-d’Oriente; costumanza cittadina cessata non prima del passato secolo,
-quando si venne a ricercare il perchè di ogni cosa. Un lione di marmo
-che tra le branche teneva uno scudo con entro il giglio, e si chiamava
-il Marzocco, era una sorta di emblema della Repubblica fiorentina,
-imitato forse dal Leone di San Marco.
-
-[210] Abbiamo (_Deliz. Erud_., tomo XII, pag. 349) una descrizione
-delle Entrate e Spese tratta da questa del Villani, ma non però affatto
-inutile pe’ confronti.
-
-[211] PECORI, _Storia di San Gimignano_. — Nel libro già citato
-dei _Capitoli del Comune_, pag. 288 e seg., abbiamo gli Atti
-della dedizione che San Gimignano aveva fatta l’anno 1345, e altri
-susseguenti. — Vedi un nostro Compendio dell’istoria di questa Terra,
-nell’_Appendice_ Nº III.
-
-[212] Intorno ai fatti dei Guazzalotri e di Prato vedi anche (per
-quanto gli si debba credere) il frammento di Cronaca di Luca da
-Panzano; _Giornale storico degli Archivi Toscani_, tomo V, pag. 61.
-
-[213] Donato Velluti, Gonfaloniere di giustizia, ebbe grande mano in
-tutta quella faccenda; e per l’inganno che v’era stato e il molto male
-commesso, non trovò prete che lo assolvesse; finchè tornato da Napoli
-il vescovo Acciaiuoli, quattro anni dopo lo assolvè, pensando ch’era
-stato a fine di bene, e perchè Firenze non andasse sotto tirannia.
-(VELLUTI, _Cronaca_.)
-
-[214] Aveano ordinato un anno innanzi le cose spettanti al governo
-della Valdinievole; intorno a che vedi il libro dei _Capitoli_, in più
-luoghi.
-
-[215] I Cronisti fiorentini tacciono di un soccorso di Senesi venuti
-alla difesa della Scarperia, che primi entrarono nella terra. Questo
-narra il senese Agnolo di Tura (_App_. Muratori, _Scriptor. Rer.
-Ital._, tomo XV, col. 126, 127), il quale però aggiugne in onta
-de’ Fiorentini cose che parvero incredibili al senese annotatore
-Benvoglienti.
-
-[216] Donato Velluti era in Siena ambasciatore per fare lega contro
-al Visconti; «ma veggendo noi ambasciatori non essere sufficienti i
-Comuni di Toscana a tanto uccello senza l’appoggio d’altrui, si ragionò
-si mandasse al Papa, trattasse perchè l’Imperatore venisse in Italia:
-di che rapportato il detto ragionamento in Firenze, quanto che nella
-prima faccia fosse dubbioso e gravoso, purnondimeno veggendo l’appoggio
-di Puglia essere debole, si prese di mandare al Papa.» Questi aveva
-promosso l’elezione di Carlo IV, e di per sè era già inclinato a farlo
-scendere in Italia.
-
-[217] «Se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che diventi
-ghibellino.» (MATTEO VILLANI.)
-
-[218] Nelle campagne i nostri vecchi dicevano sempre: un Dio, un Papa,
-un Imperatore; e non si tenevano obbligati alla milizia napoleonica,
-perchè non era l’imperatore vero.
-
-[219] «Essendo messer Ramondino Lupo da Parma capitano di guerra in
-Firenze molto servitore dell’Imperatore, fece sentire all’Imperatore
-de’ ragionamenti si faceano; di che l’Imperatore subitamente mandò un
-suo ambasciatore, grande prelato, a Firenze» — «ed essendo deputati
-certi nostri cittadini, tra’ quali io fui, a ragionare con lui, dopo
-molti ragionamenti, si fecero certi capitoli ec.» (VELLUTI, _Cronaca_.)
-
-[220] Il Corio narra come l’Arcivescovo essendo chiamato dal Papa in
-corte, mandò innanzi un suo siniscalco a fare gli alloggi; il quale
-pigliò in affitto quante case potè avere nella città d’Avignone,
-e stalle da porvi molto gran numero di cavalli, dicendo sempre non
-bastavano per la compagnia che l’Arcivescovo condurrebbe seco: parve
-troppa ai cardinali, e fu pregato non si muovesse.
-
-[221] MATTEO VILLANI, lib. III, cap. 7.
-
-[222] Scrivono che uno degli ambasciatori dicesse a Carlo, che
-promoveva sempre novelle difficoltà: _Voi filate molto sottile_. (M.
-VILLANI, lib. III, cap. 30.)
-
-[223] Nelle istruzioni agli ambasciatori (Libro di _Consulte_,
-nell’Archivio di Stato) è ingiunto loro di fermarsi a conferire
-dovunque fosse il detto Patriarca, e «dirgli ogni cosa.» — Questo
-abbiamo dalla cortesia del signor Luigi Passerini, che tanto sa delle
-cose nostre.
-
-[224] M. VILLANI, lib. III, cap. 86.
-
-[225] Nelle edizioni di Matteo Villani si legge quattromila, che sono
-troppi. Ranieri Sardo, _Cronaca Pisana_ (_Archiv. Stor._, VI, par. 2),
-dice essere venuti con l’Imperatrice mille cavalieri, e indi qualche
-altro centinaio mandati dai Signori di Lombardia.
-
-[226] «A noi pareva che al Patriarca bastassero duemila fiorini
-d’oro, al Cancelliere trecento fiorini o poco più, ec.» (_Istruzioni
-agli ambasciatori_; Archivio di Stato.) — Un documento _in forma
-brevis_ (stampato con altri spettanti a quel fatto dal signor Giuseppe
-Canestrini: _Archiv. Stor._, Appendice VII, pag. 406) dà facoltà agli
-ambasciatori di essere larghi di doni ai ministri e consiglieri di
-Carlo IV, e questi si vede che accettarono _grato animo_.
-
-[227] «La moneta, che dare gli si dee per via di censo per anno,
-vorremmo che fosse la minore quantità che si potesse; e piuttosto
-una quantità determinata, che discendere a censo di 26 danari per
-focolare.» (_Archiv. Stor._, Appendice VII, pag. 405.) Nelle istruzioni
-agli ambasciatori si trova pure: «Offerte generali farete, non
-obbligatorie; — dicano con quanta difficoltà si è qua ottenuto di
-condiscendere alle modificazioni nuovamente fatte.»
-
-[228] Testo del Trattato (vedi _Appendice_ Nº IV.) — E nelle istruzioni
-agli ambasciatori: «in quella parte dove toccate delle terre le quali
-volontariamente si sono sottomesse a questo Comune, che non le vuole
-confermare, operate almeno quanto potete che ci faccia suoi vicarii,
-allegando che ha fatto il simile a molti altri.»
-
-[229] A’ nove di marzo, undici giorni avanti alla conclusione, si vede
-ch’erano alle rotte e discorrevano già d’armarsi; più giorni innanzi
-Niccolò Alberti aveva proposto si cercasse aiuto dal Papa e dal Legato
-della Romagna. (Libro di _Consulte_, nell’Archivio di Stato.) Matteo
-(lib. IV, cap. 73) sgrida i reggitori del non avere fatto abbastanza
-fondamento sul Papa, il quale aveva già stipulato con l’Imperatore che
-nello scendere in Italia mantenesse governo libero in Firenze. Aggiugne
-il Villani che le lettere papali, di cui potevano i Fiorentini valersi,
-rimasero in Cancelleria per non avere gli ambasciatori pagato i trenta
-fiorini d’oro che ci volevano per la spedizione.
-
-[230] Donato Velluti accenna con parole molto espresse ad una promessa
-la quale al tempo dell’imperatore Carlo IV sarebbe stata _fatta ai
-Grandi intorno al fatto degli uffici e degli schiusi guelfi_; promessa
-cioè di modificare gli Ordinamenti di giustizia, e le esclusioni dai
-magistrati. I Velluti erano antichi grandi, ma l’affermazione di Donato
-non poteva essere in tutto senza fondamento, e qualche cosa dovette ai
-grandi essere almeno fatta sperare, a Pisa, forse dagli ambasciatori.
-
-[231] Il Diario del Graziani perugino (vedi _Archiv. Stor. Ital._, tomo
-XVI, parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza
-debiano continuo tenere uno offiziale per lo Imperatore, el quale
-officiale sia sopra alle appellazione, e che debia avere la mitade de
-tutte glie bande che entreronno in Comuno.» Tuttociò è manifestamente
-falso, ma si pone a mostrare le gelosie per cui gli scrittori d’una
-città si compiacevano abbassare le altre, fossero anche le più amiche.
-
-[232] _Archiv. Stor._, Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle
-istruzioni agli ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva
-troppo largo, ma si farebbero riserve innanzi al giuramento; e quando
-fossero autenticate per lettere di Cancelleria, basterebbe perchè
-il sacramento non avesse più vigore.» Abbiamo il testo delle riserve
-autenticate per lettere di Cancelleria, e confermate il giorno avanti
-a quello del trattato dalla persona dello stesso Imperatore in Pisa,
-com’era chiesto in Firenze. — Vedi lo stesso _Appendice_, vol. IV, in
-principio.
-
-[233] Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa,
-lo accomiata con queste parole: _Iddio gli dia delle derrate ha date a
-noi_. — Vedi anche le _Istorie Pisane_ di Raffaello Roncioni. (_Archiv.
-Stor._, tomo VI, parte I.)
-
-[234] _De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa
-applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et
-ultra; et interim multum examinate fuerunt gentes sue, quarum tercia
-pars forte intrare potuit civitatem cum eo et sine armis, et relique
-remanserunt extra cum omnibus armis: et die sequenti ivit Sunzinum,
-ubi valde plus retentus fuit similiter extra portam, cum simili
-examinatione et receptione dictarum suarum gentium: postea transivit
-per territorium Pergami per Valcamonicam et per Voltolinam versus....
-Sueviam in Alamannia, semper cum magna festinantia, absque quo aliqua
-vice esset visitatus vel visus ab aliquibus dominis Mediolani: die
-et nocte equitans ut in fuga_. (Lettera alla Signoria, da Ferrara 27
-giugno 1355; in _Archiv. Stor._, Appendice, vol. VII, pag. 408.)
-
-[235] VELLUTI, _Cronaca_.
-
-[236] MATTEO VILLANI, lib. IV, cap. 70-75.
-
-[237] Vedi _Appendice_, Nº V.
-
-[238] MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, nelle _Deliz. Erud_., tomo XIII,
-pag. 112.
-
-[239] MATTEO VILLANI, lib. IV, cap. 69.
-
-[240] GIOVANNI VILLANI, lib. XII, cap. 72. — E MATTEO VILLANI, lib. II,
-cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del
-priorato e de’ maggiori uffici del Comune, ove s’hanno a provvedere
-le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini
-vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e
-di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio e doni e spesa
-si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini dal Comune
-insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi e
-savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del
-Comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana
-dall’antico governamento dei nostri antecessori e dalla loro sollecita
-provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso
-conviene che si soccorra il nostro Comune, e che più l’antico ordine e
-il gran fascio della nostra comunanza e la fortuna governi e regga la
-città di Firenze, che il senno e la provvidenza de’ suoi rettori. Catun
-intende, i due mesi che ha a stare al sommo ufficio, al comodo della
-sua utilità, a servire gli amici o a disservire i nemici col favore del
-Comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini.»
-
-[241] Frammento di _Cronaca_ stampato nella edizione di Donato Velluti.
-Firenze, 1731, pag. 148.
-
-[242] Rubr. 10 degli _Ordinamenti di Giustizia dell’anno 1293_.
-(_Archiv. Stor._, Nuova Serie, tomo I, pag. 58.)
-
-[243] _Giornale Storico degli Archivi Toscani_, vol. I, anno 1857. — Il
-Comune di Firenze aveva in Roma anche nell’assenza del Pontefice tre
-col titolo di protettori, ai quali nell’anno 1354 erano stanziati dal
-Consiglio del Capitano e Popolo Fiorentino 480 fiorini d’oro. (Carte
-del signor Giuseppe Canestrini a noi gentilmente comunicate.)
-
-[244] Stando a Lapo da Castiglionchio (_Discorso_, ec.; Bologna, 1753,
-in-4, pag. 128), in prima origine il Consiglio Generale sarebbe stato
-di quaranta, grandi e popolani.
-
-[245] _Statut. Flor._, tomo II, lib. 5, rubr. 5, pag. 491.
-
-[246] _Statut. Flor._, tom. I, pag. 145; e _Statuto di Parte Guelfa_,
-cap. 21, nel _Giornale Storico degli Archivi toscani_, vol. I.
-
-[247] Nell’intervallo però tra il 1335 e il 58 i Capitani troviamo
-essere ridotti a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per
-una riforma del 1323 i nuovi Capitani sarebbono eletti da quelli
-che uscivano: coteste cose però variavano ad ogni tratto, e Lapo da
-Castiglionchio dice che erano essi eletti dal maggior consiglio della
-Parte e dal consiglio segreto dei 14. (Discorso, ec., pag. 128.)
-Abbiamo pure una deliberazione del 1316, per la quale i Capitani
-eleggono i cento consiglieri della Parte, dei quali sono ivi anche i
-nomi. — Tutto ciò mostra come il governo della Parte guelfa mantenesse
-le forme strette che si convengono ad un reggimento di oligarchi; e
-tali erano essi veramente.
-
-[248] Vedi cap. 16 degli _Statuti di Parte Guelfa_. «Come ogni anno
-si spenda in possessioni e in case la maggior quantità di pecunia che
-avere si potrà.»
-
-[249] Parole che accennano a una esperienza lungamente fatta, e quindi
-si deve gli ultimi capitoli di Giovanni credere opera di Matteo.
-
-[250] G. VILLANI, lib. XII, cap. 72, 79, 93. — _Deliz. Erud._, tomo
-XIII, pag. 314 a 28, e 339.
-
-[251] VELLUTI, _Cronaca_, pag. 106.
-
-[252] _Deliz. Erud._, tomo XIV, pag. 231.
-
-[253] Giuravano, _devotis animis et curvatis capitibus_, fare ogni
-cosa a conservazione dello stato e parte dei Guelfi, e _ad exterminium
-æmulorum_.
-
-[254] _Deliz. Erud._, tomo XIV, pag. 249.
-
-[255] Alcune parole di Matteo Villani (lib. VIII, cap. 31) ci danno a
-credere ch’egli stesso fosse di già segnato in quella lista.
-
-[256] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 31, 32, e MARCHIONNE STEFANI, lib.
-IX, pag. 15.
-
-[257] MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, lib. IX, rubr. 665, pag. 8.
-
-[258] La _Cronaca_ di Marchionne rimase inedita fino al passato secolo,
-ma era nota nel cinquecento.
-
-[259] _Cronaca_ di G. MORELLI.
-
-[260] Avendo essi a quel tempo inimicizia co’ Mangioni loro vicini, gli
-assalirono una sera dopo cena; ed una loro donna uccisero, che stava
-sull’uscio a pigliare il fresco; pel quale misfatto ebbero bando dalla
-città. E noi troviamo questi Bordoni immischiati prima con Corso Donati
-e poi col Duca d’Atene: ma sapevano rendersi popolari, e nell’anno 1311
-quella famiglia ebbe privilegio di esenzione dalle gravezze.
-
-[261] _Cronica_, pag. 109.
-
-[262] _Archivio_, detto Libro di _Consulte_. — In esse troviamo Piero
-degli Albizzi e due Strozzi che andavano seco, dar voto tra gli altri
-più qualificati cittadini a cui spettavasi per ufficio. Ma i loro nomi
-stanno tra gli ultimi che abbiano luogo in que’ registri; e nei pareri
-da essi dati nulla è di notabile, come in cosa giudicata, e dove pare
-che le sentenze, l’una dall’altra poco difformi, non si dessero senza
-circospezione.
-
-[263] G. VILLANI, lib. XII, cap. 113.
-
-[264] M. VILLANI, lib. III, cap. 89, e lib. IV, cap. 14 e seg.; e
-GRAZIANI, _Cronache di Perugia_ (_Archivio Storico_, tomo XVI, parte
-II); AMMIRATO, _Storie Fiorentine_.
-
-[265] Di Landau, e dice lo Stefani ch’egli era del lignaggio di
-Wittemberg.
-
-[266] Leggere gli epitaffi o iscrizioni. — _Vita di Cola di Rienzo_,
-scritta in dialetto romanesco da TOMMASO FORTIFIOCCA.
-
-[267] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 72 e seg.
-
-[268] In Firenze l’arte della lana non lavorava per non avere più il
-porto a Pisa. (_Cronaca Senese_ in MURATORI, _S. R. I_., tomo XV, pag.
-170.)
-
-[269] M. VILLANI, lib. VIII, cap. 37. — _Cronaca Pisana_ in MURATORI,
-_S. R. I._, tomo XV; e _Cronaca_ di RANIERI SARDO in _Archiv. Stor._,
-tomo VI.
-
-[270] Di tale provvedimento scrive LEONARDO ARETINO (lib. VII): «Questo
-certamente non fu altro che fare la propria e domestica moltitudine
-diventare vile, vedendo altri difendere le sue sostanze, e loro non
-imparassino a difendere sè medesimi e le loro patrie.» — MATTEO VILLANI
-si lagna che fosse necessità in questa guerra empire le file con la
-viltà delle _vicherie_, o milizie del contado.
-
-[271] Erano prima venuti gli Ungheri in Italia per le guerre contro
-la regina Giovanna di Napoli. Tornava poi contro a’ Veneziani il
-re Lodovico l’anno 1356 fin sotto Trevigi. Del modo d’armarsi e di
-campeggiare di quella nazione, della moltitudine dei cavalli e dei
-cavalieri, e fin del vitto ch’essi usavano, è un bel ragguaglio in
-MATTEO VILLANI (lib. VI, cap. 53-54).
-
-[272] Era la Compagnia del Cappelletto famosa in quei giorni: poi
-novera il Tronci le Compagnie dell’Aquila Bianca, dell’Aquila Balsana,
-delle Chiavi, del Grifon Bianco, del Grifon Staccato, del Leone di
-rissa, dei Pappagalli, del Pontedera, degli Spiedi, della Tavola
-Rotonda ec. (_Annali Pisani_, an. 1357.)
-
-[273] Quivi i soldati oltramontani ch’erano al soldo del Comune di
-Firenze avevano prima disegnato un altro Spedale pei malati della loro
-gente, come ne avevano uno in Pisa fondato da quelli che ivi dimorarono
-dopo la morte di Arrigo VII. (PASSERINI, _Storia degli Stabilimenti di
-Beneficenza_ ec., pag. 217.)
-
-[274] MATTEO VILLANI, lib. XI, cap. 16.
-
-[275] Vedi anche il frammento della Cronaca di messer LUCA DA PANZANO.
-(_Giornale Storico degli Archivi Toscani_, tomo V, pag. 70.)
-
-[276] ANTONIO PUCCI, che in ottave descrisse l’istoria di questa guerra
-contro Pisa, quanto a Pandolfo n’esce con dire: _ch’egli ebbe animo
-perfetto; e contra sua voglia, per non avere genti, dovette starsi
-nelle castella; e che dipoi chiese licenza non senza cagione._ (Cantare
-V, ottav. 30, 46. _Deliz. Erud._, tomo VI.) — Il Pucci fu autore anche
-del _Centiloquio_, pubblicato dallo stesso P. Ildefonso, vol. III. IV,
-V; ma non è altro che l’istoria di G. Villani rattratta in terza rima
-con buona lingua e cattivi versi.
-
-[277] F. VILLANI, continuazione del lib. XI di Matteo.
-
-[278] Contro ad essi Urbano V l’anno 1366 stringeva lega, egli per
-conto dello Stato della Chiesa, col Comune di Firenze e col popolo
-Romano e più altre città e Signori d’Italia. Andarono a questo effetto
-in Avignone Giovanni Boccaccio e Francesco Bruni: i negoziati per
-la lega e altri documenti che risguardano Urbano V sono da leggere
-nell’_Archiv. Stor._, tomo XV, e Appendice VII. Vedi anche il _Diario
-di un Anonimo Fiorentino_ del secolo XIV nel vol. VI dei _Documenti di
-Storia Italiana_, pubblicati dalla Deputazione di storia patria.
-
-[279] Aveva per milleseicentoventi fiorini data in pegno ad un mercante
-fiorentino la sua corona imperiale, che andando a Roma recuperava col
-danaro dei Senesi. — _Cronaca Senese_ di NERI DI DONATO, citata dal
-Sismondi, che espone a lungo i fatti di Siena e le mutazioni di quella
-Repubblica.
-
-[280] Vedi anche BONINCONTRI, _Annales Samminiatenses_ in MURATORI, _S.
-R. I._, tom. XXI.
-
-[281] Lo Stefani aggiunge un Brunelleschi ed un altro Adimari; noi
-diamo i nomi dalla Provvisione che ci ebbe comunicata il signor
-Canestrini, e che l’Ammirato aveva letta in originale. Per quello che
-spetta all’Acciaiuoli è da notare che Matteo Villani appare a lui molto
-devoto.
-
-[282] AMMIRATO, an. 1358.
-
-[283] Vedi AMMIRATO agli anni 1352-66, che sono postille di Scipione
-Ammirato il Giovine. Sarebbe mancata in quegli anni la persona del
-Capitano ma non cessato l’uffizio; nelle Provvisioni si vede il
-Consiglio del Popolo ritenere sempre il nome di Consiglio del Capitano.
-
-[284] Una Provvisione de’ 31 maggio 1359 annulla le fedi o attestazioni
-che taluni si avevano procacciate di buoni guelfi: una somigliante,
-scrive Gio. Morelli, averne avuta i maggiori suoi. Altra Riforma
-del 1361, 24 aprile, ordina: che agli scrutini dei maggiori uffici
-assistano quelli tra’ Capitani di Parte che siano di popolo, ed i
-Capitani che siano dei grandi agli scrutini per gli uffici dai quali
-non siano esclusi i magnati e gli uomini del contado (_comitatini_):
-che i Capitani grandi intervengano al Consiglio del Potestà cioè del
-Comune, ed i popolani intervengano al Consiglio del Capitano cioè del
-Popolo. Da un altro documento della Parte guelfa (12 dicembre 1366)
-apparirebbe che gli scrutini pe’ maggiori uffici della Repubblica
-fossero tenuti almeno per qualche tempo nel Palagio della Parte; ivi
-registrandosi le spese fatte «occasione scruptinei fiendi de Prioribus
-Artium et Vexilliferi iustitiæ, Gonfaloneriorum sotietatum et XV
-bonorum virorum in Palactio dictæ Partis de præsenti anno.»
-
-[285] Alcuni ne ha dati il P. Ildefonso ed altri ne abbiamo nel _Diario
-di Anonimo Fiorentino_, vol. VI dei _Documenti di Storia Italiana_.
-
-[286] «Come (restituire) il perdimento della libertà che tutte cose
-sormonta? Di quello che poco dire non si può, è meglio il tacere: e
-qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può e poco fa, et a molti
-offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon
-piacere.»
-
-[287] FILIPPO VILLANI, cap. 65.
-
-[288] Provvisione dei 3 novembre e 8 dicembre 1366 e 26 maggio 1367.
-
-[289] VELLUTI, _Cronaca_, pag. 106, 111.
-
-[290] «Chi supplicasse, venga immediatamente scritto nei libri della
-Parte come Ghibellino ed inabile ad ogni ufficio; e il notaio della
-Parte intanto subito lo ammonisca: chi cancellasse dai libri quel nome
-sia punito come falsario coll’incendio delle sue case.»
-
-[291] «Quando ero fanciullo che uscivo dall’abbaco, circa 1363,
-ricordomi gridarsi da’ fanciulli dell’abbaco, quando uscivano: _Vivano
-le berrette_, che tanto vuol dire quanto: viva la portatura di uomini
-degni; _Muoiano le foggette_, che tanto voleva dire quanto: muoiano gli
-artefici e uomini di vil condizione. E nel 1378 si rivolse tal detto,
-e dicevasi: _viva le foggette, e muoiano le berrette_.» (_Ricordi_ di
-GINO CAPPONI.)
-
-[292] Provvisione degli 11 luglio 1371.
-
-[293] Provvisione del 27 gennaio 1371 (stile fiorentino). — Vedi
-_Appendice_ Nº VI.
-
-[294] P. BONINSEGNI, pag. 606.
-
-[295] «Fosti voi colui che ordinaste e dettaste quella utile legge e
-riformagione di Comune, che non permette che contro a Parte si faccia
-alcuna riformagione senza certa grande solennità.» (Lettera di BERNARDO
-DA CASTIGLIONCHIO a Lapo suo padre, pubblicata insieme al Discorso.)
-
-[296] «Per certo i Fiorentini voleano del tutto rompere.» (_Cronaca di
-Bologna_ in MURATORI, _S. R. I._, tomo XVIII, pag. 498.)
-
-[297] È da vedere ampiamente svolto il concetto ghibellino risguardo
-al dominio temporale della Chiesa nel _Chronicon Placentinum_, in
-MURATORI, _S. R. I._, tomo XVI, col. 528 e seg.
-
-[298] Il BONINCONTRI, _Annales_, pag. 23, scrive la distruzione degli
-Ubaldini avere destata la nimicizia del Legato contro ai Fiorentini.
-
-[299] «Negli anni 1346-7 essendo stata in Firenze grande carestia e
-mortalità e tremoti, novantaquattro mila persone avrebbero avuto il
-pane dal Comune.» (GIOVANNI VILLANI, lib. XII, cap. 73.) — E d’un’altra
-carestia poco sentita in Firenze vedi _M. Villani_, lib. III, cap. 56.
-
-[300] _Cronichetta d’incerto_, tra quelle stampate dal Manni; Firenze,
-1733; pag. 102.
-
-[301] L’anonimo autore della _Cronaca Pisana_ (_S. R. I._, tomo XV,
-pag. 1067) scrive, il Papa avere chiesto aiuto di danaro alle città
-di Firenze, Pisa e Siena, le quali erano seco in Lega; ma gli furono
-date parole: «che se prima le città di Toscana avessino mandato al
-Papa ottomila fiorini, il Papa non avrebbe fatto pace con i Signori di
-Milano, e la Toscana sarebbe rimasa in pace.»
-
-[302] Andando a morte, furono attanagliati per le vie della città e
-da ultimo sepolti vivi col capo all’ingiù, che dicevano propagginare.
-Questo barbaro modo di pena, riferito nella _Cronichetta d’incerto_
-(Firenze, 1733, pag. 203), e dal Monaldi nel _Diario_ (con le _Storie
-Pistolesi_, Firenze, 1733) è tra le accuse ai Fiorentini date nel Breve
-di Gregorio XI. (RAYNALDI, _Annales_, tom. VII, pag. 278.) Quivi e
-dal Monaldi è detto il prete essere monaco. — Abbiamo il processo di
-quei due pubblicato dal signor Alessandro Gherardi (_Archivio Storico
-Italiano_, Serie 3ª, tomo X, parte I, pag. 1 a 23).
-
-[303] Il signor Alessandro Gherardi pubblicava tutta quella parte degli
-Atti del Comune la quale risguarda a questa guerra e al magistrato
-degli Otto, preceduta da una sua _Memoria_. (_Archivio Storico_, tomi
-VI e VII, Serie 3ª.)
-
-[304] G. VILLANI, lib. XII, cap. 43, 58, e MARCHIONNE STEFANI, lib.
-VIII, rubr. 616 e 628. — Mentre fu in Roma Urbano V, la Signoria ebbe
-cura di sospendere per sei mesi ogni statuto che andasse contro alle
-ecclesiastiche libertà; ed assegnava compensi ai Frati mendicanti e
-agli Spedali per le gabelle pagate alle porte della città, con altri
-provvedimenti che l’Ammirato registra sotto gli anni 1367-68.
-
-[305] TOMMASI, _Storia di Lucca_ (_Archiv. Stor._, tomo X, pag.
-254). — Pisa rifiutava la lega a’ 5 dicembre 1375 (RONCIONI, _Istorie
-Pisane_ in _Arch. Stor_., tomo VI, parte I, pag. 921), ma v’entrava
-con le altre a’ 12 marzo 1376: bensì una lettera di Coluccio Salutati
-(_Colucii Epistolæ_, tomo I, pag. 84) non ha i Pisani ed i Lucchesi
-tra’ collegati ai quali sono in quella lettera assegnate le rate che
-ognuno doveva pagare per le spese della guerra; e in quanto a queste
-due città è da vedere la lettera ai Lucchesi di santa Caterina che
-ha il n. 206 nella edizione del Gigli. E pure la _Cronaca Pisana_ di
-_Ranieri Sardo_ (_Arch. Stor._, tomo VI, parte II, pag. 289 a 94); e la
-_Cronaca Senese_ di NERI DI DONATO, in MURATORI, _S. R. I._, tomo XV,
-pag. 245 e seg.
-
-[306] DOMENICO BONINSEGNI, _Storia Fiorentina_, pag. 367-68.
-
-[307] MARCHIONNE STEFANI, lib. IX, pag. 144.
-
-[308] D. BONINSEGNI, pag. 565.
-
-[309] RAYNALDUS, tomo VII, pag. 278.
-
-[310] Si legge pure (MARCHIONNE STEFANI, rubr. 836, tomo XV) che
-«essendo al Concistoro il Papa co’ Cardinali, e cominciato a leggere
-il processo, un prete ch’era colla moltitudine a vedere, gli si diè il
-mal maestro (_epilessia_). Messer Donato cominciò a gridare: guardatevi
-dinanzi, chè il Santo Padre vegga. Ogni uomo si cessò; egli si trasse
-innanzi, e non disse Santo Padre, ma — Messere, guardate come li vostri
-famigli e clientoli cominciano a stramazzare per la ingiusta sentenza,
-innanzi ch’ella sia letta; pensate che seguirà, letta: eh perdio non
-date sì ingiusta sentenza, come questa è! — con tanto ardire e franco
-animo che ogni uomo si maravigliò; ed il Papa turbato delle parole, se
-non fosse stato raffrenato, gli avrebbe fatto villania. Donato gridava,
-che la morte era acconcio a soffrire per non tacere la ingiusta
-condannagione contro al Comune di Firenze; e molto prima avea rimediato
-con umiltà infino a quello punto, quanto uomo avesse potuto fare.»
-
-[311] _Cronaca Pisana_ in MURATORI, _S. R. I._, tomo XV, pag. 1071;
-e vedi gli altri sopracitati. — Bonnaccorso Pitti giovinetto fu tra’
-Fiorentini imprigionati in Avignone. (Vedi la sua _Cronaca_.)
-
-[312] «La gente che avete assoldata per venire di qua, sostentate
-e fate sì che non venga, perocchè sarebbe piuttosto guastare che
-acconciare. Guardate, per quanto Voi avete cara la vita, Voi non
-veniate con sforzo di gente; ma con la croce in mano, come agnello
-mansueto.» (SANTA CATERINA, Lettera VI a Gregorio XI.) — PETRARCA,
-_Apologia contra Gallorum calumnias._
-
-[313] Sull’eccidio di Cesena vedi _Scritture sincrone_ (_Arch. Stor_.,
-Nuova Serie, tomo VIII, parte II, 1858): e vedi intorno a questi fatti,
-S. ANTONIN., _Chronicon_; e BALUZIO, _Vitæ Paparum Avenionensium._
-
-[314] _Cronaca Senese_ in MURATORI, _R. I. S._, tomo XV.
-
-[315] Scrive la _Cronaca di Bologna_ in MURATORI, _S. R._, tomo
-XVIII, pag. 511 e seg.: «I Fiorentini tutto faceano per torsi la briga
-d’addosso e darla a noi, come di continuo aveano fatto: aveano a male
-la pace che noi trattavamo colla Chiesa, ma non era in loro danno;
-e la libertà che essi ci diedero, co’ nostri cattivi cittadini fu
-favoreggiata per modo che Dio ne guardi i cani.»
-
-[316] Abbiamo una lettera di Coluccio Salutati dove in nome della
-Repubblica esorta gli Aretini ad estirpare le radici di quel male
-e a procedere senza misericordia contro gli autori di esso; ed in
-un’altra dello stesso giorno (8 settembre 1377) gli rimprovera perchè
-avessero incautamente rimosso la scure pendente sul collo del Vescovo,
-e lasciatolo fuggire. Tuttociò in ampie altisonanti parole, molto
-ammirate in quella età. (_Epist_. COLUCII; Firenze, 1741; tomo I, pag.
-104.)
-
-[317] BONINCONTRI, _Annales_, in MURATORI, _S. R. I._, tomo XXI, pag.
-27.
-
-[318] _Epistolæ_ COLUCII, tomo I, pag. 58 a 82. «Recordetur Regnum Dei
-non esse cibum et potum, sed iustitiam, pacem et gaudium in Spiritu
-sancto ec.» In queste parole sembra a me che la rettorica di Coluccio
-pigliasse colore dalla eloquenza della Senese, le cui Lettere dovevano
-in Firenze essere divulgate.
-
-[319] BONINSEGNI, pag. 588.
-
-[320] Lettera di Coluccio a Ruggero Cane, 22 ottobre 1377.
-
-[321] STEFANI MARCHIONNE, lib. IX, rubr. 757.
-
-[322] D. BONINSEGNI, pag. 581; e _Cronichetta d’incerto_ ec, pag. 211.
-
-[323] CAPPONI GINO, _Tumulto de’ Ciompi_, pag. 227.
-
-[324] SANTA CATERINA, lettere 197, 198, 199. — Vedi anche la lettera
-207 a Niccolò Soderini.
-
-[325] Lettera 2 a Gregorio XI; e vedi pure la lettera 6.
-
-[326] «Fu sì grande il numero di coloro che furono riformati
-(ammoniti), che tutta quasi la città per tal cagione gridava; ma la
-Santa Vergine nè ciò fece nè volle farlo, anzi sommamente se ne dolse,
-e di più comandò e tosto disse a molti e fece dire ad altri, che
-pessimamente facevano a stender le mani a tanti e di tal condizione; nè
-dovevano di ciò ch’era stato fatto per ottener la pace, valersi per gli
-odii loro tanto ingiustamente ad una domestica guerra.» (_Vita di Santa
-Caterina da Siena_, per Fra RAIMONDO DA CAPUA.)
-
-[327] _Vita di Santa Caterina_ di Fra _Raimondo da Capua_, ediz. del
-Gigli, tomo I, pag. 452-53. — CAPECELATRO, _Vita della medesima_. —
-TOMMASÉO, _Lettere di Santa Caterina_. — MARCHIONNE STEFANI, lib. IX,
-rub. 773, pag. 179.
-
-[328] Vedi oltre allo Stefani il _Diario_ del Monaldi pubblicato con le
-_Istorie Pistolesi_ (Firenze, 1733). — Il Magalotti, essendo una volta
-dei Priori, aveva tentato imporre un freno alle violenze dei Caporali
-di Parte guelfa. (P. BONINSEGNI, pag. 607.)
-
-[329] D. BONINSEGNI, pag. 580-81.
-
-[330] Vedi _Appendice_, Nº VII.
-
-[331] Pagarono centocinquanta mila fiorini d’oro, ed altri scrive
-dugento mila. (STEFANI MARCHIONNE, lib. X, pag. 15.)
-
-[332] «La Chiesa divisa fa per il Comune nostro e per la nostra libertà
-mantenere; ma è contro all’anima, e però non vi si debbe dare opera, ma
-lasciar fare alla natura.» (_Ricordi_ di G. CAPPONI.) — «La vicinità
-della Chiesa è stata ed è grandissimo ostacolo; la quale per avere le
-barbe tanto fondate quanto ha, ha impedito assai il corso del dominio
-nostro.» (_Ricordi_ di FRANCESCO GUICCIARDINI, nº 353.)
-
-[333] Questo si vede nella lingua inglese, dove generalmente le
-parole astratte e certe derivazioni più sottili vengono dal latino,
-perchè insegnate e propagate da scuole latine; l’idea più semplice
-esprimendosi tuttavia con voce germanica. Le scuole poste dai Romani
-cominciarono la coltura del popolo inglese fino dai tempi di Agricola;
-ed il re Alfredo più secoli dopo sapeva di latino, e anche di greco,
-quando nulla ne sapevano i suoi Germani: così la lingua inglese si
-formava tedesca di origine, latina di scuola.
-
-[334]
-
- «_De secreto conflictu curarum suarum_.»
- «Nè sì nè no nel cuor mi suona intero.»
-
-[335] TOMMASÈO, _Lettere di Santa Caterina da Siena_. Quattro volumi,
-Firenze, G. Barbèra, 1860.
-
-[336] _Lettere del Beato Giovanni dalle Celle_. — _Lettere di Santi e
-Beati Fiorentini_.
-
-[337] MATTEO VILLANI, lib. I, cap. 8 e 90. — AMMIRATO, _Stor. Fior.,_
-an. 1334. — PREZZINER, _Storia dello Studio fiorentino._
-
-[338] MARCHIONNE STEFANI, lib. XII, rub. 946.
-
-[339] Il Boninsegni, che trasse ogni cosa dal Villani, rinchiude il
-discorso in queste parole: «Chi cercherà bene, troverà che Roma e tutte
-l’altre terre di Toscana sono libere da ogni sommessione imperiale,
-perchè in lei fu il principio dello Imperio.» _Storia Fiorentina_ del
-BONINSEGNI, pag. 437.
-
-[340] In questo luogo è oscurità, dipoi vengono parole inutili: alcuni
-però dei punti che abbiamo dovuto noi porre sono colpa della fallace
-lezione, la quale deturpa e toglie senso alcune volte alle Istorie
-dei tre Villani. Sarebbe tempo cessasse questa vergogna della inerzia
-nostra, e che uno al certo tra’ più insigni documenti di que’ secoli
-non fosse a luoghi un geroglifico.
-
-[341] _Discorsi_ di VINCENZIO BORGHINI, tomo II.
-
-[342] Chi si sarebbe mai figurato che Anton Maria Salvini fosse un uomo
-feroce?
-
-[343] Ritrinciarsi, _se retrancher_. Abbiamo _trincèa_, non da
-_trinciare_, ma da _tranchée_, parole che sono tutte dello stesso
-parentado; ed il Salvini per uso suo fece quest’altro equivalente.
-
-[344] Le provvisioni che si pubblicano in quest’Appendice son
-tratte dagli originali Registri, esistenti nell’Archivio di Stato di
-Firenze; e alcune di esse furon trascritte in un Codice di Nº 749 già
-appartenuto al Magistrato dei Capitani di Parte ed ora conservato nel
-medesimo Archivio.
-
-[345] Riproduciamo questa _Nota_ qual’era nella edizione prima e
-solamente con poche aggiunte che allora non furono in tempo alla
-stampa. D’allora in poi molti hanno continuata questa benedetta
-controversia intorno alla Storia di Dino Compagni, e i nostri lettori
-ci sapranno grado se noi ci asteniamo dal ripigliarla per nostro conto:
-qual cosa vorremmo potere dire del breve esame che ne ha fatto il dotto
-signor prof. Hegel, ma non è permesso a noi di lodarlo perchè egli
-inclina verso le opinioni nostre. Dunque ce ne stiamo a quello che
-prima fu detto da noi.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DELLA REPUBBLICA DI
-FIRENZE V. 1/3 ***
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
-United States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you will have to check the laws of the country where
- you are located before using this eBook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm website
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that:
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's website
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
-widespread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our website which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This website includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.