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-The Project Gutenberg eBook of Mio figlio!, by Salvatore Farina
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
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-using this eBook.
-
-Title: Mio figlio!
-
-Author: Salvatore Farina
-
-Release Date: March 13, 2021 [eBook #64810]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at
- http://www.pgdp.net (This file was produced from images made
- available by The Internet Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***
-
- SALVATORE FARINA
-
-
- MIO FIGLIO!
-
-
- UNDECIMA EDIZIONE
-
-
-
- S. T. E. N.
- Società Tipografico-Editrice Nazionale
- (già: Roux e Viarengo, M. Capra e A. Panizza)
- TORINO, 1915.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- (3135)
-
- Officine grafiche della S. T. E. N.
- (Società Tipografico-Editrice Nazionale) — Torino.
-
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-
-AI MIEI FIGLI
-
-_perchè quando non saranno più bambini, trovino in queste pagine gli
-affetti semplici della loro età presente, e più tardi una maggior parte
-di chi gli ha tanto amati_
-
- Milano, 1º Novembre 1881.
-
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-
-
-A chi legge
-
-(PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE)
-
-
-_Quando pubblicai la prima volta le parti staccate di questo libro
-modesto, i critici mi avvertirono di due cose, cioè che io andava
-troppo per le lunghe, insistendo soverchiamente nei particolari; e che
-correva troppo senza nemmeno toccare episodii importanti della piccola
-ma eterna epopea domestica. Con la scorta di questi due criteri, io,
-come è accaduto ad altri, continuai a fare a modo mio. Ora che il
-libro, bene o male, è compiuto, mi credo in obbligo di avvertire chi
-legge che non ho voluto scrivere un romanzo, e che per ciò non si
-aspetti una narrazione filata. Qua e là, fra le parti del libro, ho
-lasciato di proposito un intervallo dove fosse posto ad altre gioie e
-ad altri dolori, per la ragione medesima che mi consigliò di rifiutare
-le considerazioni troppo personali e gli avvenimenti non volgari.
-Dirò tutto: Questa volgarità di casi e queste lacune mi daranno un
-collaboratore in ogni padre che voglia leggere il mio libro._
-
-_D'un altro disinganno a cui va incontro il lettore non sarà male che
-io mi scagioni a bella prima._
-
-_Mio Figlio!_ non è un protagonista, non è nemmeno un personaggio vero
-e proprio; è un sentimento, è il grido di tutta l'umanità, anzi di
-tutta la natura._
-
-_Quale intento mi sono io proposto? Non lo so bene; mi ricordo che
-quando una voce di là dalle Alpi mandò un grido che a molti non
-piacque, e in casa nostra altre voci gridarono anche più forte e in
-un modo che dispiacque a moltissimi, più d'uno sentì il bisogno di
-mettersi alla finestra e di gridare: _Mio Figlio!_ Forse lo sentii
-anch'io questo bisogno, e allora, per vizio d'abitudine, presi la
-penna... e peccai. Oggi che le vociferazioni cominciano a cessare,
-questo libro non vuole aver punto l'aria di una protesta. — Che cosa
-vuole esso dunque? Vuole che un padre di famiglia, dopo la lettura,
-faccia una carezza ai suoi bambini._
-
- S. FARINA
-
-
-
-
-PRIMA CHE NASCESSE
-
-
-I.
-
-Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo
-aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per
-isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta
-la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra.
-Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia
-diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso
-sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al
-gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche
-Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a
-diventare la signora Placidi.
-
-A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di
-procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una
-buona intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di
-battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso.
-Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero
-nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda.
-
-Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo
-aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che
-non erano mancati gli eccitamenti!
-
-Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti
-ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi
-avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia
-Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più
-essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si
-sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità.
-
-— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie,
-la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la
-poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di
-complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un
-occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non
-faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me
-l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia.
-
-Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della
-sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi
-alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in
-luglio, _lui_ doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente
-tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era
-difficile intendere che si trattava di mio figlio.
-
-Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu
-inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un
-ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere
-la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere
-una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il
-meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare
-col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti,
-io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva
-ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri
-in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma
-quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la
-mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale
-suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il
-babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è
-messa.
-
-Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo
-riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto
-uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera
-creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne
-qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di
-respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma.
-
-L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza
-ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si
-era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege.
-
-E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia
-di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche,
-con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano
-intendere che eravamo due buoni a nulla.
-
-Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non
-recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!...
-sole.
-
-Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra
-pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava
-un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci
-le nuvole della sua fronte.
-
-Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza
-mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian
-pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva:
-— Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la
-faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava
-una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo
-ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale?
-
-Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla
-mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un
-bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne
-importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e
-sospirando, soggiungeva:
-
-— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando
-ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio...
-
-Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la
-costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava
-ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per
-tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza
-contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere.
-
-Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza
-protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei
-era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un
-marmocchio che non conoscevo.
-
-Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi
-sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a
-lei quello che ero per davvero: un marito esemplare.
-
-Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse
-a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita
-col lume dei suoi occhi sereni.
-
-E una volta mi disse:
-
-— È proprio vero che tu non l'hai desiderato mai?
-
-— Chi?
-
-— Tuo figlio.
-
-— Mai — risposi solennemente.
-
-Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi.
-
-— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi
-più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa.
-
-— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare?
-
-— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che
-non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In
-fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti
-vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo
-adora!».
-
-Povera Evangelina! Mi amava proprio.
-
-Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la
-simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche.
-L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre
-più severa.
-
-Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato
-l'accontentare quella simmetria tiranna, bisogna essersi trovati a
-metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi
-quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro
-quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta.
-
-Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in
-faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno
-rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano
-in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda
-— ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo
-che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva
-perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava!
-
-Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte
-così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle
-pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad
-una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se
-ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se
-fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e
-hanno il fondo di paglia.
-
-Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi:
-
-— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse
-mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe
-col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla
-di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di
-dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo
-di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, al
-_convenzionalismo_ ed ai sentimenti comuni.
-
-— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile.
-
-Si sott'intende: «a quel monello».
-
-E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che
-non desideravo nulla, e che _anzi_...
-
-— Dillo, dillo, che _anzi_...
-
-Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva
-che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un
-erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo
-a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la
-clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un
-po' di terrore.
-
-Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno
-di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza
-tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina
-con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma
-dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire.
-
-Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi
-sarebbe stato un lusso pernicioso; e non capivo come quel buon uomo
-di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei
-tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che
-l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità.
-
-— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni
-di appetito.
-
-E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno
-semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto
-della mia opinione.
-
-— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma
-bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro.
-
-— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe che io smettessi di
-fumare... è un sacrifizio, ma per mio figlio lo farei.
-
-E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che accendevo il sigaro.
-
-
-II.
-
-Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria,
-variando ogni giorno.
-
-— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco
-a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato
-troppo cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare
-in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non
-vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra
-sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno;
-d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro
-stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder
-la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta
-picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può
-desiderare... proprio come nei palazzi delle fate.
-
-— Pagando all'ultimo — notava io ridendo.
-
-Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona
-massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene
-i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto
-più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e
-pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità
-di cui non aveva merito.
-
-Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di
-vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno
-alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un
-imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni,
-poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si
-consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere
-il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano
-venire sorridenti, e se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi
-ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano
-fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa
-l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro
-diceva:
-
-— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri
-impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria.
-
-Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo
-cominciasse e finisse in noi.
-
-Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con
-lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina
-serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del
-tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre
-a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per
-comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile
-compiuta in due.
-
-Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si
-voleva.
-
-Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli
-rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o
-mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in
-cucina.
-
-Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una
-prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio.
-
-Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono
-quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il
-nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li
-manda il cielo!
-
-Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto
-è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro
-con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada
-e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non
-si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di
-persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e
-l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del
-suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare.
-A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di
-strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre
-si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa
-e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno
-ride, la folla si dirada.
-
-E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando:
-
-— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede
-in dovere di dare a babbo e mamma.
-
-— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella
-vecchiaia — dice Evangelina.
-
-— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la
-conoscenza d'una certa signora Rosa, amica degli studenti, e del venti
-per cento il mese.
-
-— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul
-terreno, come dicono, con un compagno di scuola.
-
-— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se
-quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba
-questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora
-— soggiungo, pensando meglio.
-
-— Perchè non ora? — domanda Evangelina.
-
-Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i
-passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora.
-Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici!
-— Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran
-tentazione di dir loro:
-
-— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo
-sposati, ci vogliamo bene e siamo felici.
-
-
-III.
-
-Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era
-un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio,
-pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello
-che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma
-solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava _merlo_, senza
-perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e
-nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello,
-fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza
-ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni
-modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso
-migliore.
-
-Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro
-compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio
-della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a
-beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva
-indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare
-la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva
-ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo
-merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa
-diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze
-a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano.
-Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata
-doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere
-il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto
-si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno
-d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in
-cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì,
-facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire.
-Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte;
-il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò
-d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie
-l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele.
-
-Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo
-feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi
-tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da
-una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un
-lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di
-farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui
-fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se
-gli leggessi l'epitaffio sul panciotto.
-
-Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto
-l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di
-uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato
-gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben
-intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una
-specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia
-stato il più saporito dei merli.
-
-Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza
-di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non
-poterlo scolpire sul sepolcro autentico.
-
-La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina
-a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non
-ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo,
-sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del
-nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina
-intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla
-migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un
-cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio
-alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi.
-
-L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci
-di buon umore.
-
-— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di
-perdere un merlo, avessimo perduto un figlio!
-
-Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver
-perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida
-per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi
-morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è
-di non vederlo mai nascere.
-
-E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far
-contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi
-e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto,
-— il primo cliente.
-
-Oh! il primo cliente!
-
-Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato
-a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio
-le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a
-riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio
-primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con
-sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo
-dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali
-competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile.
-
-Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva
-di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava
-sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura _ad lites_.
-Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un
-giorno di repente.
-
-La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi,
-si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di
-languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io:
-— Non sarà nulla.
-
-Ma una mattina si svegliò più malata del solito.
-
-— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse!
-
-E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo
-piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un
-giorno tutta la mia rendita d'un mese.
-
-Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò
-tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in
-casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi
-la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che
-volevo serbare anche nella sventura.
-
-Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso,
-le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo
-rise, e sentenziò che non era nulla.
-
-— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante.
-
-— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi
-furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora...
-
-— Sarebbe mai?...
-
-— Sicuro.
-
-Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi
-pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza
-nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata.
-
-— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo?
-
-— Come si chiama?
-
-— Si chiama Augusto...
-
-Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando
-fra le lagrime:
-
-— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo
-in due a volerti bene.
-
-
-IV.
-
-— Sono guarita! — mi disse Evangelina.
-
-— Lo vedo!... Ma che fai ora?
-
-— Mi levo, non so più stare in letto...
-
-Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali sotto il capo, le
-tirai le coperte fino alla gola, le lisciai la rimboccatura e la fronte
-e stetti un istante a contemplare la mia opera in silenzio.
-
-Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva
-godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide
-ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel
-modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che
-si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle
-con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e
-mi sorrise.
-
-Allora le dissi serio serio:
-
-— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non
-tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia.
-
-— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo
-bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino
-non pensava ad altro che a farmi contenta.
-
-Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò
-baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire:
-
-— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi
-guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace...
-
-Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida
-faterella, che stava facendo il miracolo eterno!
-
-— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo,
-non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai
-detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a
-volermi bene?
-
-Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee
-materne; poi mi disse sbadatamente:
-
-— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa.
-
-Il suo pensiero era altrove, il mio correva per l'aperta campagna.
-
-In quel mentre la nostra fantesca ci portò il caffè; noi ci guardammo
-alla sfuggita, sorbimmo la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di
-bocca, finchè la nostra gazza domestica non si accinse a tornarsene in
-cucina.
-
-— Mi farai il piacere di fermarti un poco di più — le disse allora mia
-moglie; — il signore deve uscire, io non sto molto bene e non voglio
-rimaner sola.
-
-— Che cos'ha? — domandò la fantesca.
-
-— Sono un po' costipata, non sarà nulla.
-
-— La mia cara costipata! — esclamai quando fummo soli — come le sai
-dire le bugie!
-
-— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose come stanno a quella
-ciarliera perchè fra un quarto d'ora tutta la casa, dal pianterreno al
-soffitto, e tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore
-in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero che io sono...?
-
-— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla segreta la nostra
-felicità; ci sembrerà più nostra; non la deve conoscere anima viva,
-neppur tuo padre.
-
-— E perchè mio padre no?
-
-— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun altro ne sospetti fino a
-tanto che non sia più possibile nasconderla.
-
-E facevo un gesto largo, un gesto enorme, alla cui vista la mia
-Evangelina fu presa da terrore.
-
-— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi successivamente le
-linee circolari de' miei gesti, finchè mi parve che li vedesse con
-rassegnazione.
-
-— Perchè hai detto che _il signore_ deve uscire? — le domandai.
-
-— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva...
-
-— Mi mandi via — dissi — confessa che sei tu che vuoi rimaner sola...
-me ne vado...
-
-E mi valsi di questo per non confessare che anch'io sentivo un bisogno
-prepotente di andarmene a girellare un pochino co' miei pensieri,
-mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia malata preziosa.
-
-— Vado — dissi.
-
-— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me.
-
-Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora era bisognato
-mettere un bacio.
-
-— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza mista di
-rammarico di un marito frivolo, il quale corra ad una festa, lasciando
-a casa la moglie.
-
-
-V.
-
-Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati
-d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e
-dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga.
-
-Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra
-e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse
-meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi
-ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida
-ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a
-passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta.
-
-Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano
-molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni
-tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale
-a precipizio per incontrar sulla via un cotale che poi non v'era. E
-chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che
-qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a
-guardare di qua e di là.
-
-Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi
-raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in
-piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo
-singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua
-sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre
-minuti.
-
-— Povero diavolo! — pensai.
-
-Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare
-il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie
-luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare
-nel suo squallore.
-
-A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui
-girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora
-quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la
-faccia ridente.
-
-Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva
-essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un
-bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo
-piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che
-non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a
-pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata.
-
-Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli,
-ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne voleva _tanto
-così_. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se
-volesse toccare i confini di due orizzonti.
-
-Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico
-che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice
-d'ogni loro vero più verosimile.
-
-Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo
-mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto
-la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una
-bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto
-tutto.
-
-Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due:
-— Emilio, Emilio!
-
-Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio
-bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un
-brillante d'acqua purissima.
-
-Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi
-dalle braccia il bambinello dicendo:
-
-— È mio.
-
-E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo
-tesoro.
-
-Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza
-insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri.
-
-Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini ancora indistinta, usciva
-una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce
-sicurezza:
-
-— È mio.
-
-Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi
-cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso
-impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza:
-
-— È mia!
-
-Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo
-tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che
-sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel
-mattino di maggio.
-
-Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e
-dicevo a me stesso:
-
-— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco...
-
-L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia
-alle sue carezze.
-
-Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito
-essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non
-vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza
-degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che
-restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni
-sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare
-press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono
-arrivati tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in
-un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo
-averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo
-stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice.
-
-Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che
-camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo
-le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo
-appena venticinque, e mi parevano troppi.
-
-Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia
-e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non
-ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente.
-
-— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la
-giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me,
-e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli
-occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli
-esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero
-che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho
-fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che
-d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di
-specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio
-povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore!
-
-E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi
-meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna
-desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto
-di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe
-di giovinotto.
-
-E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore,
-non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto
-canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono
-infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro
-in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre;
-l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui
-sentii d'essere padre.
-
-Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la
-mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di
-sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti,
-qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava
-frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di
-una lode concessa al mio segreto trionfo.
-
-All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un
-vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con
-occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima
-panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e
-pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse
-arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi
-che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato
-a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e
-tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora
-una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia,
-che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e
-cadente.
-
-Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi
-figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di
-farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un
-gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è
-giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella
-mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se
-resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi
-in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco
-fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè
-poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia
-gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è
-rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad
-_essi_ che dormono là sotto...».
-
-E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore
-contento.
-
-Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre
-immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di
-ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per
-mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei
-suoi frutti, dei suoi figli.
-
-Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello
-blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente;
-ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo,
-come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo
-rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto,
-e trema pel suo neonato.
-
-Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro
-del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi
-per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe;
-e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo
-innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice
-qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi
-rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro
-padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una
-pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei;
-l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo
-tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi.
-
-Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i
-pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso
-a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di
-fardelli enormi al formicaio lontano.
-
-E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo,
-dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto,
-dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio
-figlio!
-
-Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla
-prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica
-agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il
-fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il
-fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza
-dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura!
-
-Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio,
-tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine.
-
-Quale?
-
-Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo
-spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo
-di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente
-indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento,
-è la figliolanza.
-
-Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della
-vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e
-spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse
-cortine dei vostri letti nuziali.
-
-Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico:
-
-— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti
-e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama
-il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti
-nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei
-sensi.
-
-Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le
-spire della glicinia, ecco appunto due vittime.
-
-Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino,
-due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi;
-a _lui_ non guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon
-gusto.
-
-Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono
-neppure, ed ho tempo di piegare a mancina.
-
-Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno
-cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va
-loro dicendo il cuore.
-
-Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti
-capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè
-il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla.
-
-La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'_amore_; ma le
-mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più
-profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio!
-
-_Mio figlio!_ Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia
-il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i
-cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la
-tengono insieme; che rimane? — _Mio figlio!_
-
-
-VI.
-
-Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava alla mia casetta,
-dove mi aspettava un cuore di donna pieno di quell'inganno tanto
-dolce al mio cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove correva il
-pensiero.
-
-Rividi passando la processione delle formiche, che si disegnava come
-un filo nero sulla sabbia lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo
-tremante, l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io, così
-felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione al mio prossimo, rividi
-anche il vicino del secondo piano, il quale se ne tornava a casa col
-suo passo invariabile. Che importa? egli probabilmente mi mandò al
-diavolo, ma io non v'andai, gli venni innanzi, infilai l'uscio di casa
-prima di lui, e feci i gradini a quattro a quattro non mi arrestando
-che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai a ripigliare
-fiato.
-
-Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo del campanello un
-tremendo pensiero venne a mozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo
-alle spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi fatto un sogno
-baldanzoso... — Di repente la porta mi si schiuse in faccia; mi apriva
-Evangelina medesima, Evangelina che si era levata da letto e mi aveva
-visto venire dal finestrino, Evangelina in cui io fissava gli occhi
-sospettosi ed inquieti.
-
-— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo con un certo impaccio — sai?
-non era vero niente.
-
-Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava misericordia, e la
-poveretta n'ebbe e mi buttò le braccia al collo. Mi disse subito che
-mi voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo fuori di casa; ma mi
-perdonava e perciò tutto andava benissimo.
-
-— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi.
-
-Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto (perchè era passata
-un'ora e un quarto, anzi un'ora e venti minuti, e dovetti convenirne
-io stesso per non dar del bugiardo al nostro unico orologio a pendolo),
-aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era levata dal letto, poi si
-era vestita, aveva dato sesto alle stanze, ed aveva avuto voglia di una
-limonata.
-
-— E l'hai bevuta?
-
-Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo zucchero e non aveva il
-limone.
-
-— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava...
-
-Evangelina m'interruppe:
-
-— Bisognava mettere giudizio e farsi venire un'altra voglia.
-
-— E che voglia ti sei fatta venire?
-
-— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora me la cavo, questa è una
-voglia lecita, perchè non costa nulla. Non siamo ricchi!
-
-— Lo so! — esclamai — la colpa è mia!
-
-— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo.
-
-— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo
-cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri
-seguiranno; vedrai.
-
-— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro.
-
-— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere
-neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra
-creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone!
-
-— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici
-assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia
-sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in
-capo questo sproposito. La _gestazione_...
-
-Io la guardava a bocca aperta.
-
-— Quali medici? — interruppi.
-
-Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le
-tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa:
-arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere
-nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume in _folio_,
-che trattava d'ostetricia. Facendo salti enormi e pericolosi, poteva
-dirlo d'averlo letto tutto.
-
-Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la
-caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di
-servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.
-
-Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua
-intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una
-sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si
-arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a
-chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.
-
-Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio
-suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli
-accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua
-esperienza.
-
-A sentir lui, il nascituro _doveva essere_ un maschio, un ingegnere
-alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non
-pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè
-riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far
-meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.
-
-Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo
-nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.
-
-La sera però mi chiese:
-
-— E' proprio necessario che sia un maschio?
-
-— Necessario, no...
-
-E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai
-fosse tale.
-
-Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio
-piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che
-non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era
-della mia opinione.
-
-Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene
-contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio
-e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti
-dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo
-appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io
-poteva beffarmi della statistica.
-
-Non me ne beffavo più ora.
-
-Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne
-andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che
-uomini e cose hanno sui nascituri.
-
-L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e
-mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano
-ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè
-nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità
-di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.
-
-Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione
-di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro
-serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle
-forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è
-conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e
-altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si
-faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile.
-Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci,
-tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi
-momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino;
-piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo
-di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in
-qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano,
-o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o
-leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere
-dinanzi agli occhi il suo modello classico.
-
-Passavano i giorni, le settimane e i mesi.
-
-La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia
-Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe
-superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si
-rassegnava.
-
-Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che
-doveva essere un colosso.
-
-Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con
-sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano
-soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.
-
-Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti
-minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva.
-La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una
-bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno
-spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver
-l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.
-
-— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo;
-l'ho tenuto più grande del modello.
-
-— Sarà grosso — osservai scherzando.
-
-— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.
-
-
-VII.
-
-Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci
-migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.
-
-Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il
-contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli,
-dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a
-desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire
-il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non
-veniva.
-
-Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte
-le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto
-a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed
-approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno
-a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era
-l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile
-e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè
-stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi,
-nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni,
-ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date
-all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità
-grande che si cela.
-
-Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico
-o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel
-nascituro.
-
-Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un
-vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.
-
-Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.
-
-Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa,
-dicendo: — _Deve_ venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da
-perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina
-successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.
-
-Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere,
-perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare
-e venire per la casa come un'eroina.
-
-Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta
-tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i
-camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci
-un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne
-il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.
-
-Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse
-le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva
-ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io
-non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale,
-indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul
-tavolino.
-
-Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io
-mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico
-si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò
-d'andare a spasso un quarticino d'ora.
-
-— Che fanno qua tanto tanto?
-
-A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico
-espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse
-l'opera sua, saremmo di impiccio».
-
-— Ma non occorrerà?... — chiesi io.
-
-— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.
-
-Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.
-
-Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero
-ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci
-avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro
-di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.
-
-Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il
-cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.
-
-— Sarà un maschio — mi disse.
-
-Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.
-
-La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la
-sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le
-formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le
-creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.
-
-A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi
-l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso;
-certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata,
-aveva fatto la gioia di un monello.
-
-Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina
-soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che
-doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato
-dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di
-sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un
-maschio!
-
-Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva
-essere una femmina.
-
-A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con
-sicurezza:
-
-— Andiamo, a quest'ora è nato.
-
-Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.
-
-Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati.
-
-Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là
-a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue
-faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci.
-
-Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata!
-non sapeva nulla.
-
-E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento
-avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori,
-sospetti, minaccie di disgrazie orribili...
-
-Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi
-arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero.
-
-Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una
-musica; il pianto, che è una carezza!
-
-
-
-
-LE TRE NUTRICI
-
-
-I.
-
-In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la
-misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un
-braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa
-tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi
-saperne di riconoscere la mia prole.
-
-Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo
-amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un
-momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno,
-andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci
-avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi
-nel vano, ci disse sottovoce:
-
-— Silenzio... è un maschio!
-
-Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella
-manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un
-pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò
-stare e mi ripetè sottovoce:
-
-— Silenzio... è un bel maschio!
-
-Entrammo.
-
-La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto,
-e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte,
-le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli;
-ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo
-indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli
-si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che,
-nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o
-con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva
-l'arte di portare in braccio mio figlio!
-
-Ma dov'era mio figlio?
-
-Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova
-e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola.
-Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo
-stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora
-Geltrude.
-
-— Dov'è? — chiesi sottovoce.
-
-Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un
-tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo
-stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i
-merletti di una cuffia troppo larga.
-
-Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!
-
-Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della
-camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò
-senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio
-dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la
-carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che
-dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.
-
-Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente
-sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto
-cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me,
-all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare
-e per ridere alla muta.
-
-— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo
-goda anch'io.
-
-E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a
-dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio
-lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere
-i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando
-gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la
-camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po'
-di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo
-che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad
-Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col
-medico e con la signora Geltrude.
-
-La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il
-nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di
-dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la
-punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che
-lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di
-vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio
-gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli
-piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo,
-temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era
-contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a
-tacere.
-
-— Dàllo a me — gli dissi solennemente.
-
-E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito
-stato zitto.
-
-— Dàllo a me — insistei.
-
-Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.
-
-Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio
-figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia
-estatico.
-
-Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non
-vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura.
-
-Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era
-il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e
-perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi.
-
-— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.
-
-Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo
-per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto
-che vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la
-propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più
-burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a
-descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi.
-
-Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi
-sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato
-civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio
-sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato
-di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio
-suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero
-e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì
-d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco
-liscie del mio viso.
-
-Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua
-vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che
-lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modo _sta in fatto_,
-come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno
-di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario.
-
-La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè
-Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso
-coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva
-che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre
-vanaglorioso.
-
-Io lasciava dire.
-
-— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire
-perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.
-
-Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il
-naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo:
-
-— Non può essere.
-
-Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e
-veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per
-ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il
-sussiego di collaboratrice.
-
-— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti
-paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano
-se hanno voglia.
-
-Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere
-d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere
-dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse
-una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura,
-dicendo:
-
-— Glielo dia da succhiare.
-
-La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi
-compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente
-mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio
-uffizio di nutrice.
-
-Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il
-poppatoio nell'acqua inzuccherata, mandavo in giro un'occhiata
-ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano
-tutti: «Che appetito!... e che balia!».
-
-Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò
-tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza
-parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie
-e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò
-d'averne abbastanza, gli disse:
-
-— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a
-succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato?
-Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un
-uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo
-per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha
-insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir
-altro; è un segreto.
-
-Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la
-testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da
-uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era
-tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni
-accanto alla mamma sorridente.
-
-
-II.
-
-L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre giorni interi, ed io lo
-tenni scrupolosamente per me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio
-suocero, che ne voleva la sua parte.
-
-Il terzo giorno, all'ora della prima colazione, quando con l'orologio
-in mano mi feci al capezzale del letto per annunziare a mio figlio
-che si dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso, ed allargai
-le braccia in cui si gettò mio suocero delirante, vidi il nostro
-angioletto attaccato al seno di sua madre, la quale guardava ora noi
-ora lui sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione dinanzi a
-quello spettacolo amoroso, senza timore di dar noia al poppante, che
-appena appena s'era degnato di alzare il capo per chiedere scusa della
-licenza alla prima balia.
-
-Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi avvidi che mio suocero
-usciva dalle mie braccia come vi era entrato. Egli andò a prendere
-il deschetto e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere dell'acqua
-inzuccherata sul canterano, ed in tutte le movenze svelte e gioconde mi
-faceva intendere: «Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a nulla,
-ed io ne sono proprio contento».
-
-Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne era accorto. Non gli
-sembrava vero che mio figlio, il sangue della sua figliuola, dovesse
-appartenere più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza,
-ma egli ne abusava. E quando, perchè me le faceva più grosse, lo
-scongiuravo scherzando d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli
-alzava le mani al soffitto con un atto buffo che non mi faceva ridere,
-perchè quasi quasi aveva l'aria di esprimere la convinzione che non ci
-entrassi per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè.
-
-Trovai ben io il mezzo di fargli smettere lo scherzo feroce; finsi di
-pigliar sul serio quanto diceva per isvilire la mia paternità, anzi
-andai oltre esagerando e conchiusi:
-
-— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli nostri ci
-appartengono appena per quel tanto che ne cedono a noi le loro madri;
-mio figlio, ne convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina è
-più di sua madre buonanima che tua.
-
-Allora mio suocero volle _distinguere_, tale e quale come un avvocato,
-per provarmi che le figlie sono un'altra cosa.
-
-— Che cosa sono? — insistei.
-
-— Sono un altro paio di maniche — balbettò; ma non seppe dir altro.
-
-Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si
-moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal
-nipotino.
-
-Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto
-stava a meraviglia, che la puerpera era fuor di pericolo; suggerì una
-regola severa e non tornò più.
-
-La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a
-Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà,
-e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta.
-
-Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se
-ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e
-diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria
-capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi
-perchè sarà inutile!».
-
-Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani
-oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se
-ne andava l'altro.
-
-La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si
-svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte
-quella mattina.
-
-Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi
-panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano
-avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo
-la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva
-steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della
-valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo,
-avrebbe impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano
-sempre due buone dita a poterla chiudere.
-
-— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta
-questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a
-casa?
-
-Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad
-assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al
-fianco senza far rumore.
-
-— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della
-disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per
-ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio...
-Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio!
-
-E il povero nonno, che si era finalmente accorto della presenza
-d'Evangelina, balzò in piedi di botto dando un calcio alla valigia per
-portare una carezza ad Augusto.
-
-Si era trasformato in volto; aveva spianato le rughe della fronte e
-faceva gli occhi dolci. Dove l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi
-gliela aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio.
-
-Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli ad Augusto senza
-farlo uscire dalla sua olimpica indifferenza, tornò ai preparativi del
-viaggio.
-
-— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo da non perdere d'occhio
-il bimbo e parlando ora alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua,
-birbona; mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che cosa ti dà
-noia? Sono queste ciabatte della malora?... Caro!... gli vuoi bene
-al nonno? Sì?... To' un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza,
-altrimenti ti pianto e me ne vado senza di te a Monza. È questo che tu
-vuoi, cenciosa maledetta?... Ah! ora vorresti chiuderti, mi pare; ti
-lascerai chiudere?
-
-Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima volta; si aspettava
-che la valigia facesse ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere,
-ed egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza, mi parve per
-verità più dispettoso che consolato.
-
-— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi e portando un sospiro ed
-altre carezze al bimbo; — lo sai che se ne va il nonno?
-
-I malumori di mio suocero non erano finiti; già era venerdì e bisognava
-aspettarselo, lo diceva lui.
-
-Basti dire che quando la valigia si fu lasciata chiudere, mio suocero
-si avvide con un orrore novissimo in lui (era il disordine in persona),
-che stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si andò in giro
-per tutta la stanza a cercare l'indumento birbone, che si era cacciato
-chi sa dove, e naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e
-naturalmente non si trovò nulla.
-
-In quanti luoghi impossibili può un uomo di giudizio cercare una
-cravatta che si nasconde! Io non me ne sarei fatta un'idea mai, se non
-avessi visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della zuccheriera,
-con la speranza che un prestigiatore invisibile avesse voluto fargli la
-burletta.
-
-All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce.
-
-— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!
-
-Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la
-quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone
-un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni
-assegnati in questo mondo fragile a una valigia.
-
-I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla
-venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.
-
-La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza,
-bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza
-scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo
-segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che
-fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso.
-
-A chi credere?
-
-— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella
-vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima.
-
-— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo
-scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e
-giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo
-segnerà quella di Monza.
-
-— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio.
-
-— Ne ha cento! — esclamai ridendo.
-
-— Ne ha mille — rispose mio suocero.
-
-Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore ostinato giunse alla
-stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei
-biglietti.
-
-Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.
-
-— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione
-lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì...
-
-— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che
-la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del
-territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di
-tirarsi da banda per lasciarla passare.
-
-Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria
-di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia;
-pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a
-passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di
-prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere
-sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che
-ci lasciarono passare.
-
-— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.
-
-— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se
-vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto.
-
-In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il
-nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto
-la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita
-per riscaldarle:
-
-— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille
-faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo
-figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.
-
-— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia
-Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da
-Pavia per far la madrina.
-
-— Le manderemo un dispaccio perchè venga subito — aggiunsi.
-
-Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le dita abbastanza per
-poter accarezzare il bimbo senza farlo strillare, e non badava ad
-altro.
-
-Quando credeva che la funzione solenne dovesse compiersi senza di
-lui, unicamente sotto gli auspicii della zia Simplicia, ne parlava
-perfino con eresia, facendo dell'acqua benedetta una complice della
-costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire il suo pensiero, era
-una bella cosa.
-
-E volle che lo facessimo con solennità, invitando gli amici a mangiare
-i confetti; pagava lui.
-
-
-III.
-
-La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era
-già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come
-un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una
-missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la
-fede cristiana.
-
-La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo
-sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco
-disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in
-testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno,
-allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di
-beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.
-
-Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della
-sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo
-ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in
-latino.
-
-Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo
-resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era
-inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui
-tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.
-
-D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al
-battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio,
-vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più
-grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso
-visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo
-aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta
-la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar
-della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio
-suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per
-la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva
-dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che
-bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè
-l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora
-si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.
-
-Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono
-di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla;
-ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.
-
-Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti
-da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno
-festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino,
-poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho
-mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe
-mangiare!
-
-Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.
-
-D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono
-andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando
-l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre
-accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra
-creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella
-malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col
-lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi
-parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto
-rapidamente si era cancellata dal mio spirito.
-
-Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce
-di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo
-di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della
-buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero
-ci fosse stata una festa in casa mia.
-
-Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche
-allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe,
-in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e
-rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.
-
-La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò
-chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche
-del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero
-baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci
-tremendi alla _sua_ creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette
-la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della
-chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di
-aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non
-lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli
-era rimasto? Ve la do in mille.
-
-— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, _te lo raccomando_.
-
-Misericordie celesti!
-
-Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso
-benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima
-l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di
-averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di
-aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di
-carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e
-per poco non aggiunse «di volergli bene».
-
-Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie:
-«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito,
-data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.
-
-Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a
-me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio,
-perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria
-fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per
-cavarmi questo capriccio paterno!
-
-— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!
-
-— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e
-perdi la corsa... Buon viaggio!
-
-Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima
-d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e
-mi disse:
-
-— Non dimenticare la cicoria!
-
-
-IV.
-
-L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto
-avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a
-tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi
-non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non
-ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se
-convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo,
-o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando
-abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e
-inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano
-essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo
-avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si
-avvezzi meglio che alla felicità.
-
-Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre
-novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al
-fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla,
-uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero
-padre novellino.
-
-Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre,
-Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare
-intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava
-fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un
-vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione
-gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera,
-quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per
-contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del
-babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da
-quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La
-sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua
-vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro
-di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti
-del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura,
-tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato
-abbastanza, cose dolci e belle.
-
-Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad
-invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere
-vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io
-ci conoscevamo da un pezzo.
-
-Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un
-cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio
-per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo
-portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano
-verso il tempo in cui non ero padre ancora.
-
-Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla
-strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro
-e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e
-tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi
-portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano
-scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza
-sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.
-
-Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità,
-io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!
-
-In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si
-accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena,
-moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi
-e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito
-dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso
-bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne,
-giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi
-tornava a Milano addottorato _in utroque_, a meravigliare con la sua
-eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere;
-proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava
-d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la
-sposava e mi faceva nonno.
-
-Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello
-in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile
-immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni
-e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane
-prima.
-
-Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le
-sue forze, e mi guardava:
-
-— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida
-mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito
-che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la
-morte non ci divida!».
-
-
-V.
-
-Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente
-meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio
-figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano
-orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.
-
-Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima
-tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo
-idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me
-ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men
-formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi
-accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè
-essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io
-diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».
-
-La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo
-tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime
-volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese
-notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la
-mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte
-l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.
-
-Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii
-forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia
-dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri
-l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto
-il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco,
-vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla
-vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più
-felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia,
-la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io
-forse un erede legittimo?
-
-Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a
-volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili
-avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i
-miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno,
-non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che
-il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la
-generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo
-rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere
-press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.
-
-Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi
-venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo
-bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una
-non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a
-spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare,
-portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di
-mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e
-fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia
-brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura
-quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non
-mio.
-
-E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che
-passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno
-belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e
-ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a
-darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva
-diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto,
-non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche
-cosa di magnifico che l'altro non aveva.
-
-Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il
-sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e
-mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della
-loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi,
-avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».
-
-Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne,
-spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e
-sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei
-calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e
-dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per
-la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti
-ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo
-ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo
-allora!».
-
-«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a
-diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente
-grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella
-gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia
-del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì,
-bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi
-compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente
-grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica.
-E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico
-perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una
-eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose
-enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente
-che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri,
-a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per
-voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle
-scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e
-prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto
-questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di
-piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede
-di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per
-voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie,
-le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio,
-furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè
-non hai nemmeno bisogno di capire».
-
-Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo
-color di rosa, la mammina pallida e sorridente.
-
-
-VI.
-
-Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera
-madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi.
-
-Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il
-cuore a ricevere le sciagure.
-
-— Che cosa è stato? — balbettai.
-
-Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo
-piangente.
-
-— Che ha? — insistei con più coraggio.
-
-— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per
-nascondermi le lagrime.
-
-— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...
-
-— Io, nulla... — balbettava la povera madre.
-
-Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel
-fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso
-suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso
-a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce
-rotta dall'angoscia:
-
-— Nostro figlio ha fame!
-
-Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo
-come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della
-mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio, col cuore stretto. Poi
-mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e
-facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:
-
-— Da quando? — interrogai dolcemente.
-
-— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di
-riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco:
-non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando
-ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto
-il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!»,
-ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno.
-Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha
-trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io.
-
-E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me;
-sembrava chiedermi scusa.
-
-— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il
-latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi:
-— Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola
-disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...
-
-— Come hanno fatto?...
-
-— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra
-donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando
-tranquillamente che il latte tornasse.
-
-— E tornava?...
-
-— Tornava.
-
-— Presto?
-
-— A volte nello stesso giorno.
-
-Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.
-
-— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle
-cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah!
-eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con
-l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e
-faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a
-desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.
-
-Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso
-nascondeva male tutta l'ansia materna.
-
-— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e
-il bimbo.
-
-— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...
-
-Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa
-fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità,
-sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la
-povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per
-dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma
-Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal
-poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque
-per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di
-seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando
-uno strillo.
-
-Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la
-creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e
-mormorandole fra i baci cento parole amorose.
-
-— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo
-scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non
-facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...
-
-Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi
-nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e
-agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.
-
-— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver
-appetito... è un piccolo ostinato... ecco...
-
-Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro
-figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli
-saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare
-piangendo...
-
-Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte!
-
-Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne
-era non so se più sgomenta o vergognosa.
-
-— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo
-insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non
-sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla!
-
-Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto;
-aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale
-come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina,
-anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo
-singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in
-un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere
-la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi
-pigliava il dispetto.
-
-Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad
-Augusto, e nemmeno di noi due, dunque...
-
-— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte
-non mi ritorni...
-
-— Proviamo...
-
-Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo.
-
-La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che
-già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa,
-ma rassegnata.
-
-— Bisogna procurargli una balia!
-
-Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più
-delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i
-figliuoli dei ricchi.
-
-— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che
-le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo
-una che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo
-nel nostro Augusto.
-
-Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il
-soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me
-lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che
-essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino
-indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi
-avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia
-pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene
-come una madre, perchè a questo basto io sola».
-
-Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude,
-al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre
-la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo
-l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista.
-
-— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto.
-
-— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal
-piccino.
-
-E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era da
-_compatire_, che anzi faceva benissimo, perchè _quando si può_ è
-meglio.
-
-_Quando si può_. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato
-dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela,
-mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per
-via.
-
-Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la
-quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il
-nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse:
-
-— Sono contenta.
-
-Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie;
-gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della
-mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano
-ciffe da tutti i lati.
-
-— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno
-pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto
-caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del
-cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa
-che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare
-se sarà necessario...
-
-Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva
-un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica
-confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova
-tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio...
-tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo
-residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace.
-
-
-VII.
-
-Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata annunziò una
-visita straordinaria, una delle tre nutrici probabilmente, o forse
-tutte e tre insieme.
-
-Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una mole rubiconda e fresca,
-che empiva tutto il vano dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda,
-già fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva spropositato
-le sue forme, indossando, a dir poco, sei gonnelle; io ne vedeva tre
-spuntare una sotto l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due
-grossi orecchini che facevano un chiasso da non si dire intorno alla
-faccia paffuta.
-
-— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo nell'anticamera e girando
-intorno l'occhio curioso — mi ha mandato il farmacista...
-
-Non udii altro; mi parve come se repentinamente qualcuno mi avesse
-attaccato all'orecchio gli enormi pendenti della balia, tanto era il
-chiasso che facevano le tre paroline del farmacista.
-
-— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il mio sussiego — venite
-pure avanti, buona donna.
-
-Io l'avevo chiamata _buona donna_ con malizia; sentivo che quella
-nutrice enorme rimpiccioliva me, e mi pareva così di ridurre lei a
-proporzioni più modeste.
-
-— L'avvocato... l'avvocato... Acidi...
-
-— Placidi...
-
-— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato?
-
-— Sì, sono io.
-
-La scrutai nel viso per vedere come accogliesse questa notizia; sulla
-sterminata superficie carnosa apparve un lieve sorriso e nient'altro.
-
-Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda dell'occhio che si
-guardava sempre intorno, e notai che, passando in salotto, toccò la
-stoffa delle tende.
-
-Non isperavo nulla di buono.
-
-— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza da letto, tanto per far
-intendere a quella balia spropositata che se le nostre tende erano di
-lana e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo che di cotone ne
-entrasse nemmeno un filo.
-
-Le contadine hanno il criterio corto, ma non lo hanno grosso come
-si dice; al contrario, fin dove arrivano, sono fine, finissime,
-sopraffine; la buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi
-l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede un'occhiata alla
-sfuggita, ed aspettò per entrare che Evangelina avesse detto: — Avanti.
-
-Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò la culla, il letto,
-il canterano, le tende; poi rimase impettita dinanzi a mia moglie, la
-quale si faceva rossa rossa.
-
-— Come vi chiamate buona donna? — domandò Evangelina, radunando tutto
-il suo coraggio.
-
-— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il mio uomo fa il
-carrettiere, e non è mai in casa lui... il mio figlio se l'è voluto
-prendere il Signore... e per questo vado a far la balia... è la seconda
-volta che vado in casa dei _signori_...
-
-Aveva parlato di suo figlio morto con una gran forza d'animo; nel
-pronunziare la parola _signori_, diede ancora una sbirciatina fuggitiva
-al canterano.
-
-Che cosa non avrei pagato allora per avere in casa i mobili dorati e
-una cassa forte, tanto da opprimere quel colosso villereccio sotto il
-peso delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una grossa somma che
-non avevo.
-
-— E anche la prima volta vi era morto il figlio?
-
-— Sissignora — rispose quella femmina — noi povera gente abbiamo _la
-croce che ci aiuta_.
-
-La croce che ci aiuta! Queste strane parole significavano nè più nè
-meno che la _mortalità dei bambini!_ E allora quasi me ne adirai;
-ma dacchè ho parlato con parecchie madri contadine, so che tutte
-hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario, senza perciò essere
-cattive di cuore; amano i loro piccini finchè sono vivi, si consolano
-d'averli perduti con l'immagine della croce che aiuta la povera gente.
-La miseria ha la sua logica, e l'uomo si consola facilmente con una
-metafora.
-
-— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare Evangelina.
-
-— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno «si guardi» sprigionò
-dal busto due recipienti enormi, due minaccie d'indigestione.
-
-Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto scomparire in
-quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi e crescere a vista
-d'occhio.
-
-— E potete venir subito? — chiese Evangelina...
-
-Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi denti larghi come
-palette, ma candidissimi, poi rispose che «non sapeva». Ed io intesi, e
-intese anche Evangelina che ciò significava: «secondo i casi».
-
-— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a sedere e rovesciando il corpo
-indietro come se dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa vi
-s'ha a dare?
-
-Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un momento di debolezza,
-si dondolò sui fianchi, guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca
-affannosa delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò soltanto
-queste:
-
-— Mi hanno mandata e sono venuta, io non ne ho colpa!
-
-Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii.
-
-— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò Evangelina.
-
-— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma è ben esposta —
-rispose Benedetta — non ci starei malvolontieri... quanto al mese?...
-trentacinque lire... me le davano anche gli altri _signori_.
-
-Io non respirava più e la balia proseguì:
-
-— Gli usi lor signori li sanno?...
-
-— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre meglio intendersi.
-
-Benedetta fu della mia opinione.
-
-— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa o conviene o non conviene;
-dico bene?
-
-Io le assicurai che diceva benissimo e che la sua osservazione era
-profonda; mi pareva così di placarla.
-
-— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il mese — ricominciò quel
-donnone — al primo dente cento lire; altre cento ai primi passi, e
-alla fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno date gli altri
-signori...
-
-Evangelina non mi staccava più gli occhi di dosso; io, ricevuta la
-botta formidabile senza batter ciglio, avevo preso il mio partito.
-
-— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti.
-
-— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi con sussiego, ed
-ebbi gusto di vedere che quella mole contadinesca si lasciava prendere
-e cominciava a non saper più come pensare dei fatti miei. Mandava in
-giro certe occhiate scrutatrici piene di un'incertezza deliziosa.
-
-Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita:
-
-— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione d'oro, e
-l'_argento nuovo_ in testa... niente altro...
-
-— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi da sedere.
-
-— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua.
-
-— Quand'è così, siamo intesi, proseguii.
-
-— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole che dia un po' di
-latte al piccino?
-
-— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo e vi faremo dare la
-risposta dal farmacista.
-
-Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece male; sorrise, salutò
-con grande inchino mia moglie, e si avviò solennemente, empiendo della
-sua presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio si volse,
-mi raccomandò di conservarmi e sparve.
-
-Ero contento di me, e corsi a portare una risata allegra al capezzale
-della mia Evangelina.
-
-La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e
-la copriva di carezze e di lagrime.
-
-
-VIII.
-
-Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere
-nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene
-le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse
-venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra
-il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la
-strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla
-gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno
-di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato
-la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.
-
-L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi
-era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii
-tutta l'ironia amara.
-
-Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che
-essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi
-diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta,
-e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime
-con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.
-
-— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio.
-Che pena veder pianger te!
-
-— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione,
-bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del
-resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le
-vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani...
-sa Dio dove sono.
-
-Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.
-
-Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra
-creatura.
-
-— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli
-occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e
-mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e
-vorrai bene a chi ti darà il latte.
-
-Allora entrai a dire:
-
-— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare
-le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno
-allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria
-dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno...
-
-Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi
-benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere:
-
-— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi
-— anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi.
-
-Sospirai di nascosto e non dissi altro.
-
-Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di
-Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura.
-
-— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato
-separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro
-sacrificio.
-
-— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere?
-
-— E le altre cento ai primi passi?
-
-— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro?
-
-— E le due vesti ogni stagione?
-
-Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare
-il bimbo.
-
-— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non
-pretenderai l'impossibile da babbo e mamma, e ci vorrai bene
-egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo
-dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza
-trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no,
-una balia enorme, come Benedetta Corti...
-
-M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a
-mia moglie:
-
-— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a
-nutrirla? Vi avevi pensato tu?
-
-Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due
-occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed
-io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto:
-
-— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che,
-per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta
-giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte
-saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a
-vederti.
-
-Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne
-ringraziava con gli occhi.
-
-Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi
-ero ingannato, che avevo creduto di _potere_ e invece non _potevo_, e
-lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma
-bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano.
-
-L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento
-di proposito; e dopo d'aver osservato con la stessa profondità della
-prima volta che _quando non si può... è meglio_, mi disse che aveva il
-fatto mio, una _sposa_ di Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire
-subito.
-
-Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio
-che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca,
-giovine e bella.
-
-Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in
-casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore.
-
-Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le
-accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse:
-«Se mi vogliono...» — e rise ancora.
-
-Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra
-di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che
-Marianna allatterebbe nostro figlio.
-
-Facemmo alcune domande ora alla _sposa_, ora all'_uomo_; ma rispondeva
-sempre la sposa; l'_uomo_, quando era interpellato direttamente,
-pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con
-un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio
-rispondendo lei e ridendo.
-
-Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta
-unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed
-immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva
-andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose che _erano quattro
-passi_; e rise.
-
-Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad
-assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a
-ridire.
-
-Fu convenuto che la _sposa_ resterebbe con noi un paio di giorni,
-l'_uomo_ se ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a
-prendersi la moglie e il poppante.
-
-— Va bene? — chiesi al marito.
-
-— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli
-ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e
-tutto ciò ridendo.
-
-— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.
-
-Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario
-invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello
-lasciar rispondere la _sposa_ anche in una domanda così _ad hominem_.
-
-— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal
-suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse
-animosamente: — per servirla.
-
-Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese
-più difficili tutto sta ad incominciare.
-
-Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo
-anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio
-della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi
-come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in
-momenti simili.
-
-— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma
-quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile:
-fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle
-spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non
-sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne
-faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di
-interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.
-
-— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione,
-perchè ancora non si moveva.
-
-Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con
-garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al
-marito e a dirgli ridendo:
-
-— Va, che cosa aspetti?
-
-— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a
-ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col
-piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il
-cappello e sparve.
-
-Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e
-venne dietro al suo uomo.
-
-Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci;
-doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento
-Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera.
-
-— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se
-ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo.
-
-Non rideva.
-
-— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise.
-
-Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna
-ritrovò tutto il suo buon umore.
-
-— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio.
-
-Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano
-soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua
-e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.
-
-La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un
-pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era
-dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa
-sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando
-di voler andare con la mamma, che festa!
-
-Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non
-avesse a patirne troppo!
-
-«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero cuor di madre!».
-
-Augusto era bonino e Marianna gentile; si piacquero, si vollero bene;
-anche senza gli stimoli dell'appetito, era chiaro che nostro figlio
-stava volentieri con la sua balia.
-
-— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina.
-
-— Lo _spero_ anch'io — dicevo, e ne ero sicuro.
-
-
-IX.
-
-Quei due giorni volarono.
-
-Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il suo paese, ci menò
-attraverso il labirinto del suo parentado complicato, enumerò i vicini
-e le vicine, ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella
-stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione così amorosa
-dell'unica giovenca bianca e del cavallo balzano, che fu per me come se
-conoscessi da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per filo e per
-segno della canapa che vi si filava, dei discorsi che vi si facevano,
-dei matrimoni che vi si erano combinati e degli amori che vi nascevano
-ogni anno.
-
-Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando parlava della sua
-stalla, credevate proprio di vederla, tutta coperta di stoppia, con
-l'unico finestrino chiuso da un'intelaiatura di carta da gazzette;
-vedevate le connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i fusi
-giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate lucenti nell'ombra;
-e udivate ogni tanto, in mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota
-lamentosa della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente un'altra
-nota, quella della mia creatura, perchè sapevo bene che il povero
-Augusto avrebbe passato in quella stalla il rimanente del suo primo
-inverno.
-
-La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva arrivare con la carriola
-per pigliar la _sposa_ e il bimbo, io notai che Evangelina si
-affaccendava di qua e di là, per le stanze, camminando più ritta del
-solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e camicini, camicini e
-fasce, e poi cuffiotti e pannilani; ma annodava a volte il fardello
-senza aver finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi
-nulla. Avrei fatto così anch'io.
-
-Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto in braccio, e gli facevo
-sottovoce le mie raccomandazioni.
-
-Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di
-voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo
-e la mamma!
-
-Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il
-respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile,
-intenta, senza fiato anch'essa.
-
-Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo,
-senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua
-moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non
-aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e
-se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale
-ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la
-fantesca per attingere acqua.
-
-E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano
-era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata
-nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta
-intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro
-portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva
-lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta.
-
-Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana
-razza, ma fece tanto che le lasciò intendere.
-
-Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a
-pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio...
-
-Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti
-del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente,
-lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e
-ribaciò suo figlio dieci volte.
-
-In quel momento pareva proprio un'eroina.
-
-— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna.
-
-— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo.
-
-Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia la mano di Evangelina e
-dissi precipitosamente:
-
-— Andate... adesso... subito... verremo presto a vedere come sta...
-
-La balia comprese, si tirò dietro per la falda della giacchetta il suo
-uomo, e infilò le scale.
-
-Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si rovesciò addosso e mi
-bagnò il viso di lagrime... poi staccandosi improvvisamente venne sul
-pianerottolo... voleva rivedere suo figlio ancora una volta.
-
-Ma la balia era in fondo alle scale.
-
-— Vuoi che la richiami? — dissi con voce tremante.
-
-— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non saprei più separarmi...
-è meglio che anche lui, poverino, non mi veda piangere... forse gli
-farebbe male.
-
-Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio pensiero cattivo:
-«Augusto non ci voleva bene, poichè ci abbandonava senza angoscia, come
-se andasse a una festa».
-
-Ci facemmo alla finestra per vederlo passare «Eccolo là in braccio di
-Marianna!». La buona donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva
-probabilmente di guardare alla finestra del quarto piano, dove era la
-mamma, ma egli non le badava neppure.
-
-Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola bianca, poi ancora
-l'ultimo lembo del nastro azzurro sotto il portico... poi più nulla,
-fuorchè gli occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto.
-
-Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la ritrassi con dolce
-violenza dal davanzale, richiusi le vetrate con una mano, trattenendo
-con l'altra la madre sconsolata.
-
-— Evangelina — dissi.
-
-— Epaminonda!
-
-— Che hai?
-
-Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi che me lo potevo
-immaginare quello che aveva.
-
-— È andato — soggiunsi — non va lontano, potremo vederlo spesso, tutte
-le settimane, anche tutti i giorni.
-
-Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto nel mio studiolo senza
-resistere, e mandava in giro per la stanza uno sguardo attonito e
-spento.
-
-— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso.
-
-— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in dieci minuti con la
-strada ferrata; a piedi, lo hai inteso tu stessa, sono quattro passi; e
-li vogliamo fare allegramente più di una volta... domani, se vuoi.
-
-Evangelina non badava a me, si era accostata alla parete dove era
-appesa una carta geografica dell'Italia e cercava Musocco.
-
-Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva disegnata quella carta non
-aveva un bimbo a Musocco.
-
-— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con la matita la dimenticanza
-del geografo — vedi, ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo.
-
-Evangelina guardò il punto che la matita aveva lasciato sulla carta,
-poi guardò me, e si provò a sorridermi.
-
-— Fa freddo — balbettò.
-
-Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate.
-
-
-X.
-
-Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra tutte le fisionomie
-note della nostra camera solitaria; ed erano tutte meste perchè la
-culla era vuota.
-
-Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente; Evangelina dormiva.
-
-Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse in fronte le idee nere, e
-non ne provasse il contagio, entrai a dire con voce allegra:
-
-— Evangelina mia, si va a Musocco stamane?
-
-Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia materna senza aver
-sotto mano il rimedio.
-
-— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è forse meglio
-aspettare ancora, dar tempo al nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova
-vita...
-
-E a queste parole vide essa pure al par di me il caro innocente, in un
-camerone troppo grande, entro una culla di vimini accanto a un letto
-enorme con la coperta a scacchi rossi; vide certamente tutto questo,
-perchè s'interruppe e disse sospirando:
-
-— Chissà come avrà passato la notte...
-
-— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere.
-
-— È forse meglio aspettare... se Augusto ci vede, piange di sicuro,
-soffre, si ammala...
-
-Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni, che non fu
-possibile resisterle; e quando la terza volta ripetei: «Si va a
-Musocco?», eravamo quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi.
-
-Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra, staccando le spine alle
-acacie delle siepi, come avevo detto io, per abbellire la mia proposta,
-ma con la strada ferrata per fare più presto.
-
-La nostra apparizione nella via principale di Musocco fu segnalata da
-uno stupore immenso dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano
-faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate, e quando eravamo
-passati dinanzi ad una porta io vedeva con la coda dell'occhio sporgere
-una testina a guardarci.
-
-Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno dalla Marianna».
-
-E una sposa di buona volontà ci passò innanzi di corsa.
-
-— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi con un po' di dispetto
-— perchè non si lasci sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare
-un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo.
-
-Mia moglie sospirò e non disse nulla.
-
-— Del resto è naturale — soggiunsi.
-
-Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata, ci arrestammo non
-sapendo che via seguire.
-
-— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro una donna.
-
-Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero chi eravamo noi e
-dove volevamo andare...
-
-La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse e ripetè, sicura del
-fatto suo:
-
-— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna!
-
-Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro Augusto in braccio, e
-rideva.
-
-Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi,
-a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso
-casa.
-
-Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se
-eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo
-l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per
-tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro,
-entrai addirittura nella camera nuziale.
-
-Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche
-contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno
-spintone ricevuto da un'amica d'infanzia.
-
-Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla
-testina, e mi guardavo intorno.
-
-Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la
-culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran
-fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un
-grosso mucchio di grano.
-
-E com'era andata?
-
-Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito.
-
-E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non
-aveva messo una lagrima.
-
-— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.
-
-Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi
-rispose:
-
-— Gli voglio già bene, povero angioletto.
-
-Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere contento; ci guardò
-sbigottito, mi parve che ci sorridesse; niente altro.
-
-Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo attaccò al seno.
-
-— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma non importa, to'...
-
-Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della nutrice, e si
-addormentò. L'appetito era un pretesto.
-
-— È furbo! — disse Marianna — io me ne sono già accorta.
-
-E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea che mio figlio
-fosse tanto furbo.
-
-Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare del treno; senza
-abbandonare il piccino, visitammo la stalla dove Marianna ci presentò
-la giovenca bianca. Il cavallo era andato con Giuseppe.
-
-— Peccato! — disse Marianna.
-
-— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla.
-
-Si consolò infatti, e rise.
-
-Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo nostro figlio. Ma
-eravamo più tranquilli, più rassegnati; solo ci afflisse segretamente
-il vedere che Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime
-carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì i baci e i sorrisi.
-
-— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina dallo sportello del vagone.
-
-— Addio! — ripetei sommessamente, salutando da lontano mio figlio, che
-si perdeva nell'orizzonte come un punto bianco.
-
-Poi vidi una forma umana che si allontanava nella strada maestra,
-Marianna; non discernevo più Augusto.
-
-Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non fu detta una parola.
-
-— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina nel salire le scale di
-casa.
-
-— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso che
-nostro figlio non ci ama più.
-
-— Non dir così — le mormorai all'orecchio, stringendomela al seno sul
-pianerottolo, di' piuttosto che non ci ama ancora.
-
-Era una consolazione anche questa.
-
-In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di aspetto massiccio, solenne,
-un fittaiuolo della _bassa_, che aveva un _caso_ complicato da espormi
-e non se ne voleva andare senza avermi consultato.
-
-Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia di chiedergli come mai
-avesse fatto a conoscere il mio nome ed il mio recapito, ma pensai che
-bisognava «rispettare i segreti della gente», e resistei come un eroe.
-
-— Favorisca — gli dissi con molto sussiego; e lo precedei
-grandiosamente nel mio studio; quando vi fu, lo pregai d'aspettarmi un
-momento finchè mi fossi tolto il cappello e il pastrano.
-
-Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e alla mia Evangelina
-sbigottita annunziai con un bacio sonoro una scoperta che avevo fatto
-allora.
-
-— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via di compensazione; dov'è
-un gran dolore, mette subito una gran gioia.
-
-— Qual gioia? — chiese.
-
-— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico, è lui: il primo cliente!
-
-
-
-
-CORAGGIO E AVANTI!
-
-
-I.
-
-— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare.
-
-— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto
-anch'io. Mi vendico.
-
-Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo
-cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio
-alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona
-vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che
-fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore
-tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con
-quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi
-indosso un cencio di sussiego dottorale.
-
-Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una
-gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca
-paura che mi era passata per la testa.
-
-— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità,
-mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia
-prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare
-di accopparsi per risparmiarne a me la noia.
-
-— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo
-interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e
-cognome, la patria, la professione.
-
-— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.
-
-Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato,
-come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che
-significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per
-la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che
-probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi
-rifacendomi serio:
-
-— Dunque si tratta d'un muro divisorio?
-
-— Sissignore, d'un muro divisorio.
-
-E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi
-con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando
-al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi
-espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.
-
-Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto
-sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno
-buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la
-giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu
-Pietro, e gli _infissi_ rimanevano nel muro.
-
-— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava
-il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.
-
-Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo
-male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano
-in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel
-muro coi suoi _infissi_ io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un
-baluardo.
-
-— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso;
-— dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i
-trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.
-
-E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si
-perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi
-balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia
-contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto
-sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e
-senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.
-
-— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità
-fuggitiva.
-
-— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no
-col capo.
-
-— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo
-la lite.
-
-— Sarà una cosa lunga?
-
-Mentii.
-
-— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia
-la procura _ad lites_, penso io al resto.
-
-E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa
-carta, su cui scrissi in rondo: _Solera contro Magni_, poi sollevai il
-capo e dissi:
-
-— È fatto.
-
-Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima
-più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così
-naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in
-obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi
-intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere
-innanzi le cose.
-
-Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di
-dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.
-
-_Evitare la lite!_ Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare
-queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne
-neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a
-contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto
-trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi
-infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in
-piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!
-
-Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la
-voglia di pigliar con le buone quell'_orso male allevato_; era venuto
-perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza
-lasciarmi nelle mani il suo litigio.
-
-— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza.
-Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?
-
-Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose
-semplicemente: — _Un orso!_...
-
-Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo
-guardava con gratitudine, quasi con amore.
-
-Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia
-clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad
-andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e
-mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli
-la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese
-e nei danni.
-
-Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente
-guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a
-questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?
-
-Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non
-aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate
-ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli
-stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non
-era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato
-abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si
-occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era
-stato mai.
-
-Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero;
-pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario,
-provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che
-la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se
-non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?
-
-Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre
-meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua
-clientela si perda in un'incertezza deliziosa.
-
-Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise
-di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato,
-sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata
-operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli
-dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime
-spese processuali.
-
-A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero
-avvezzato alla mia fortuna.
-
-— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il
-mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.
-
-Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora
-il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè
-con diverso accento: — Basteranno?
-
-Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La
-_seduta_ era finita e ci avviammo.
-
-— Bisognerà pure che paghi _lui_ in ultimo — diss'egli allegramente.
-
-— Non dubiti — risposi con un sorriso.
-
-E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò
-in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.
-
-Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle
-ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente
-credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio
-di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella
-del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di
-noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora
-che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la
-mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi
-alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.
-
-— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.
-
-Parlava degli _infissi_, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra
-volta, dicendo:
-
-— Bisognerà pure che li stacchi!
-
-— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio
-cliente.
-
-E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di
-coscienza e lo accontentai.
-
-— Dovesse anche staccarli coi denti!
-
-La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che
-egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla
-fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio
-come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un
-pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione
-di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto,
-rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi
-provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse
-tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire,
-diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per
-punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo
-di tornar presto.
-
-— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe
-sceso un paio di gradini.
-
-Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono
-quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di
-andarmene».
-
-Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove
-Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava
-contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi
-tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego
-dottorale.
-
- *
- * *
-
-— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce
-l'hai.
-
-— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio
-comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa
-per non uscirne mai più.
-
-— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli
-occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo
-litigherà sempre?
-
-— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con
-Luigi Magni del fu Pietro.
-
-Spiegai subito l'allegoria ardita:
-
-— Venanzio Solera è la clientela. _Solera contro Magni_ è l'impresa
-della mia vita.
-
-Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani
-ed entrò in metafora anche lei.
-
-— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le
-cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto,
-un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in
-cucina. Non è vero che farà tutto questo?
-
-Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li
-venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare
-della mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando
-ebbi finito risposi tranquillamente:
-
-— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra,
-e chi sa?... egli farà forse di meglio.
-
-— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col
-pensiero tutte le prodigalità della mia clientela.
-
-— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono
-veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove,
-e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo
-pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti...
-
-— E ci si metterà tanto di scritta: _Avvocato Placidi_... di porcellana
-o d'ottone.
-
-— Meglio di porcellana... è meno comune.
-
-— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno
-poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà
-una bella macchina da cucire...
-
-— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.
-
-Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise
-anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente.
-
-Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta
-mettere la macchina Howe a doppio punto.
-
-— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche
-cosa oggi stesso...
-
-L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere: _che
-cosa?_
-
-— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.
-
-— Che cosa? — domandò Evangelina.
-
-— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della
-nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero...
-dove? dimmelo subito; a che pensavi?
-
-— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio
-Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario
-mandare Augusto a Musocco.
-
-Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa,
-un anno di patrocinio non sarebbe bastato.
-
-— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio
-Solera.
-
-— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel
-calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo
-permettere.
-
-Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel
-calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato
-tutto gennaio e più di mezzo febbraio.
-
- *
- * *
-
-Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè
-trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti
-dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte
-della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e
-tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da
-mia moglie.
-
-Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva
-dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino
-piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella
-busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca.
-
-Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia
-moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce
-alta ed _intelligibile_, significava che quello era un francobollo
-speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la
-lettera nella buca ripetei:
-
-— Ecco un francobollo bene speso!
-
-Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la
-contentezza umana!
-
-Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte,
-ingombrando il vano dell'uscio e gridando con voce stentorea che per
-entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo?
-
-— Il babbo! — esclamò Evangelina.
-
-Proprio lui, mio suocero.
-
-L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel
-piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di
-nuovo in eterno.
-
-— Peccato! — disse mia moglie.
-
-— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di
-intendere così per farsi fare un'altra carezza.
-
-— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto
-una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.
-
-— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.
-
-Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore
-vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei
-venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato
-abbastanza e non ci fece ombra di male.
-
-Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente
-allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello
-stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che
-non gli avevo visto mai.
-
-— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.
-
-E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità,
-aggiunse alla buona:
-
-— Ti porto una lite.
-
-— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.
-
-Egli rimase serio e ripetè gravemente:
-
-— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un
-compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad
-un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...
-
-— Tu!... sei dunque tu l'avversario?
-
-— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro?
-Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in
-tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere;
-sarà una cosa lunga...
-
-— C'è un contratto? — domandai.
-
-— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano
-un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in
-tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la
-validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo
-accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico _faremo_, ma sei tu che
-farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.
-
-— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio
-suocero alla desolazione.
-
-— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu
-lo fai giurare, e che se giura...
-
-— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla
-buona, non litighi e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver
-bisogno.
-
-— Dunque credi che mi darebbero torto?
-
-— Ne ho paura.
-
-— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in
-tribunale, e lo trascineremo.
-
-Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito,
-s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.
-
-— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi
-farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti
-conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la
-tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi
-che farne, ti avrebbe servito a far la predica.
-
-L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di
-buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma
-era come se mi facesse il solletico.
-
-— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo
-primo cliente... bada che...
-
-— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te
-l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva
-quasi che tu dovessi sapere...
-
-— Che cosa?
-
-— Che ho un cliente, che ho una lite!
-
-— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa strana! nella sua faccia
-si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un
-po' di dispetto. — E come si chiama?
-
-— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu
-Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro
-divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il
-mio cliente è in diritto di fargli staccare.
-
-— Sono vicini di casa?
-
-— Già.
-
-— Hanno un muro comune?
-
-— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.
-
-— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono
-vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento!
-
-Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto
-litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del
-rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto
-giurare il falso in buona fede.
-
-In quel punto rientrava Evangelina.
-
-— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto
-teatrale.
-
-L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io
-facessi altrettanto.
-
-— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e
-avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia
-è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo
-più il nonno?
-
-Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse
-abbassando la voce ed accarezzandole il viso:
-
-— L'aria dei campi gli farà bene!
-
-
-II.
-
-Coraggio e avanti!
-
-Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me
-venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».
-
-Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere
-un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo
-volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero
-e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo
-sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio
-ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un
-cliente!».
-
-E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che
-avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta,
-non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune
-finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente
-la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze,
-il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto
-sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili
-bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere;
-ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io,
-unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.
-
-Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare
-l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi
-profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un
-gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre
-buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.
-
-Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o
-va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo
-le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute,
-orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni
-delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti
-consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.
-
-Quelli erano i giorni di sole.
-
-E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie
-rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì
-dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano
-inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri,
-quasi spensierati, il calendario segnava _tempo costante;_ ed ecco
-Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva;
-cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto
-della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del
-mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un
-soldo, a pagarlo un milione.
-
-Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le
-ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli
-suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un
-Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno
-scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una
-tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato
-Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la
-prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia
-l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava
-scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi,
-che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e
-le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi
-pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua
-moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva
-serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar
-l'ora e si avviava senza paura...
-
-Si avviava; mi avviavo.
-
-Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era
-esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi
-abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi
-ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.
-
-Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il
-passo: — Sono le otto e mezza.
-
-Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina
-col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi
-sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati
-ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che
-tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un
-tratto.
-
-L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza,
-in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione
-nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova
-testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era
-il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio
-con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo,
-alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:
-
-— È lui, l'amico del numero 3.
-
-— Chi sa mai chi sia?
-
-— Chi lo sa?
-
-Tacevano.
-
-Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon
-umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con
-lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire
-il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi,
-esclamare quasi all'unissono: — È entrato!
-
-Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano
-ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi
-ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non
-sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo
-sportello, la cosa era facile e spiccia; la _padrona_ mi conosceva,
-mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia
-salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole;
-io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: _È sempre quello_, non
-già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario
-raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone.
-— _Sempre quello_ — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata
-era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna
-prima me l'annunziava: _Cinquanta lire!_ Chinavo la testa sul petto,
-intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la _padrona_, e io la
-ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo
-a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a _rivederla_, sebbene
-avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.
-
-A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne,
-e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col
-cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire
-impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno
-e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche
-cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente
-che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di
-loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.
-
-In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del
-dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e
-le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e
-guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato
-per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore
-della loro, perchè era diversa.
-
-Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare
-il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più
-di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un
-avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della
-viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare,
-dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni
-patite.
-
-Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne
-aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia
-Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per
-tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era
-venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi
-retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare
-una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il
-momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.
-
-— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.
-
-— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.
-
-— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra
-conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?
-
-— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non
-aggiungevo altro.
-
-— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi
-andrai più, non i vero?
-
-— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri
-notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure
-poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.
-
-— A riscattarlo manderemo qualcuno.
-
-— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse
-l'ultima volta.
-
-Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu
-possibile, non le tolsi la dolce illusione.
-
-E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio
-Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola
-paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.
-
-
-III.
-
-Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come
-un puttino modellato senza economia, nel gesso.
-
-Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso,
-Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel
-sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco,
-dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura
-indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere
-l'eccellentissimo latte della balia.
-
-Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa
-filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta
-forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.
-
-Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella
-di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di
-buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del
-sangue, cacciava uno strillo.
-
-Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella
-desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando
-Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir
-via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo,
-riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata
-sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con
-rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.
-
-Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia
-quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia
-di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia
-progenitura.
-
-— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non
-si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene;
-aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del
-latte!...
-
-Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina
-non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.
-
-— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del
-popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non
-si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come
-se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni
-uomo digiuno. Non ho io ragione?
-
-— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto
-a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a
-conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.
-
-Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi
-rifacevo grave per dire:
-
-— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano
-i bimbi? Lo sai tu?
-
-— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un
-anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni,
-magari fino a tre.
-
-«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in
-apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar
-spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».
-
- *
- * *
-
-A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna
-non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che
-da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla
-in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si
-sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano:
-voleva un gran bene ad Augusto.
-
-— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste
-parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me,
-indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.
-
-— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler
-bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio
-pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha
-talento.
-
-Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere
-tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina
-si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo
-permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto
-di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo
-sapevamo._
-
-Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di
-un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava
-con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza
-mormorare.
-
-Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!
-
-— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo
-che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa
-sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la
-faccetta per sentire il calduccio.
-
-Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva
-molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte
-alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma
-non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il
-freddo.
-
-— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?
-
-— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio
-male?...
-
-E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla
-mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo
-senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua
-dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente
-soddisfatta.
-
-E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.
-
- *
- * *
-
-Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i
-figliuoli, un giorno dissi alla balia:
-
-— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...
-
-— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha
-che sei mesi.
-
-Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo
-istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.
-
-— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il
-guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi
-due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben
-cotte in buon brodo di pollo o di manzo...
-
-Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.
-
-Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva
-saputo frenare il suo buon umore.
-
-— Scusi — diceva — è più forte di me.
-
-Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.
-
-— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un
-tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo
-o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno
-sempre... ma noi....
-
-Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e
-un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi
-venne un'idea luminosa:
-
-— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per
-davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un
-uovo... la semolina ben cotta...
-
-Aveva inteso, prometteva tutto.
-
-Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che
-ella aveva indovinato la mia bell'idea.
-
-Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata,
-aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un
-vasetto di estratto di carne.
-
-
-IV.
-
-La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava
-settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile;
-oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo,
-avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte
-le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera,
-sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la
-guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero
-applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un
-portasigari sempre pieno di _virginie_ che invecchiavano al servizio
-del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato
-Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio
-a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita,
-un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due
-candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe
-non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo
-festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra
-tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto
-del salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino.
-
-Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero
-rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e
-l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare
-più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto
-trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui
-la gabbia portava il lutto da più d'un anno.
-
-Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non
-contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e
-gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al
-soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo
-nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in
-contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul
-tavolino.
-
-Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi.
-
-Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando
-a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani
-una bella improvvisata.
-
-Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la
-vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie
-e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che
-l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far
-l'uomo avveduto, e le dissi molto astutamente: — «Evangelina mia, tu me
-n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo».
-
-Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora,
-come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare
-in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto;
-volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo
-della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia,
-mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che
-cosa sarà mai?».
-
-Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di
-lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo
-del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di
-varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano
-fiori ed erbe a profusione.
-
-— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella
-voce.
-
-— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella,
-proprio bella.
-
-— Non è vero che sta bene?
-
-— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto
-è identico.
-
-— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto
-penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa
-troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.
-
-— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più.
-
-Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai fallace la medicina
-delle nostre passioni!
-
-Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada, ce la ricordava
-invece ad ogni momento.
-
-«Vi pare che io qui stia bene, e non avete torto: ma al mio posto starà
-meglio la lampada; io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra
-le cortine bianche di bucato!».
-
-Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo, ora brutale,
-sempre con insistenza muta.
-
-Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione, una mattina
-mia moglie ed io uscimmo di casa come cacciati dal nostro destino,
-andammo di buon passo al più prossimo bazar, entrammo senza titubanza,
-e dopo una scelta penosissima, ce ne tornammo a casa seguìti da un
-facchino che portava la nostra lampada.
-
-Entrando nel salotto, il cestello per la prima volta mi fece pietà, ma
-non lo dissi; fu Evangelina a esclamare allegramente guardandolo: «Oh!
-miseria! e dire che ci pareva una bella cosa!»
-
-Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare dell'uscio per giudicare
-dell'effetto che faceva il nostro salotto guardato in distanza, con la
-meravigliosa lampada nel mezzo e il cestello nel vano della finestra.
-
-Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti dall'esperienza e
-frenando il nostro entusiasmo, ci accontentavamo di dire che la casa
-dell'avvocato Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...».
-
- *
- * *
-
-Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna; prima il freddo
-invernale, poi le pioggie di primavera, e il tempo incostante avevano
-consigliato la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole di luglio,
-le giornate erano lunghe, egli poteva venire senza pericolo la mattina
-e andarsene la sera.
-
-Venne.
-
-Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose
-da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato
-alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina,
-non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata
-operazione della mia barba.
-
-— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce.
-E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri
-per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che
-mi toglieva la luce.
-
-— Evangelina... — dissi dolcemente.
-
-Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io
-con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei
-momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per
-sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore.
-
-— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento
-dopo.
-
-Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si
-bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è
-felici». E con una calma feroce:
-
-— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.
-
-— Non ho la tua _placidezza_ — mi rispose — è tardi, egli non viene, e
-tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente
-stamane di raderti?
-
-— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè
-mi rado?
-
-La _desolazione_ era di troppo; me ne pentii subito, ma era tardi.
-
-Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi il broncio. Per un po'
-tirai innanzi tranquillamente poi non seppi reggere:
-
-— Ahi! — dissi.
-
-Speravo che mi domandasse almeno se m'ero fatto male col rasoio; non
-fiatò neppure; toccò a me soggiungere con un po' d'ironia:
-
-— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono fatto nulla.
-
-Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto alla mia volta dal mio
-piccolo demonio, era disposto a lasciarla uscire dalla camera, senza
-correrle dietro per impedirle di piangere, quando un rumore di passi
-mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente a guardare attraverso i
-vetri, vidi lui, proprio lui, che attraversava il cortile in braccio
-della balia, la quale cercava inutilmente di farlo guardare alla
-finestra del babbo.
-
-— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che aveva indovinata al pari
-di me, fu pronta a ricevere la carezza del babbo felice.
-
-— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo diventando cattiva.
-
-— Lo stavo diventando anch'io — risposi in fretta... — ora è passato,
-andiamogli incontro.
-
-Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto la porta di casa ed era
-già sulle scale per essere la prima ad impadronirsi di suo figlio.
-
- *
- * *
-
-Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi.
-
-Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si tenesse Augusto in
-braccio a mormorargli fra baci, che non finivano mai, certe paroline
-senza senso, a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda
-melanconica e dolce: «Non la conosci ancora la mamma?» Sì, da uomo
-che sa aspettare, io aveva lasciato che ella facesse i suoi comodi;
-doveva venire la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad Augusto da
-lontano, andando dietro a mia moglie per la camera, appoggiandomi alla
-spalliera della sua seggiola.
-
-E poi la balia si credeva forse in dovere di non staccarsi dal
-piccino, e sebbene non osasse mettersi a sedere sulle nuove seggiole
-imbottite che le davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava.
-M'indispettivo pensando come non le venisse voglia di girellare un po'
-per Milano, di andare a vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo
-come mandarla via senza offenderla.
-
-Fortunatamente ci pensava anche mia moglie.
-
-— Marianna — le disse a un tratto con molto garbo — va in cucina e di'
-alla fantesca che ti faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una
-zuppa?
-
-Marianna non disse di no, raccomandò a mio figlio di aspettarla senza
-piangere e sparve.
-
-E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi l'uscio alle spalle
-senza far rumore. Poi mi volsi, Evangelina mi presentò il bimbo e me lo
-accomodò sulle braccia. Pareva una cosa intesa.
-
-Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente poco prima a posta
-per lui, non avesse paura di avvicinare la sua faccetta al faccione
-del babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto amore e quanta
-gratitudine egli dovesse all'autore de' suoi giorni.
-
-Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere; ogni tanto mi
-guardava in bocca con molta curiosità, come se avesse visto uscirne le
-mie stranissime parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la camera.
-Allora presi ardire e lo condussi a visitare tutta la casa paterna,
-salvo la cucina, arrestandomi per toccare ogni cosa che dava un suono,
-mettendolo dinanzi a tutti gli specchi di casa, che erano tre, compreso
-quello della barba, per veder crescere il suo stupore.
-
-Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il
-nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla.
-Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la
-nostra gratitudine.
-
-— Gli diamo la pappa?
-
-— Diamogliela.
-
-Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui
-tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza
-la balia.
-
-Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla
-saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la
-sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.
-
-— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero.
-
-Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare
-all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col
-solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul
-tavolino:
-
-— Voglio vederlo tutto — sclamai.
-
-Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro
-sguardo amoroso.
-
-— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità.
-
-Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi
-soggiunse seria seria:
-
-— E più bello!
-
-
-V.
-
-Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.
-
-Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la
-cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava
-che Giuseppe per andarsene.
-
-E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza
-di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene
-ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.
-
-Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche
-l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.
-
-— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.
-
-— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...
-
-Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno
-che essa comprendeva benissimo.
-
-Allora soltanto Evangelina sorrise.
-
-Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una gravità teatrale, e
-interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi:
-
-— Possiamo andare.
-
-Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave,
-essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa
-in salotto.
-
- *
- * *
-
-Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più
-frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non
-avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si
-era fatta amicizia: egli ormai conosceva _babbo e mamma_, e facendosi
-pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in
-estasi.
-
-La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda
-apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute.
-
-— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia
-per l'allegrezza! — diceva la mamma.
-
-— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando
-io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui...
-te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...
-
-— Sì, e diceva _due_, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano.
-
-Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva
-l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando
-d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la
-quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che erano
-_due_.
-
-Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e
-svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non
-sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere
-curiose, sulla proprietà e sul possesso.
-
-— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della
-proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne
-piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato è _suo_; tutto quel
-che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente
-nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi
-oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso!
-Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni
-caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il
-furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il
-possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè
-mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle
-mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo;
-m'infervorai sul serio.
-
-— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene.
-
-Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io,
-benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni
-parola, e dando un giro più elegante alla mia frase:
-
-— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso
-mantenersi.
-
-Evangelina disse _ah!_ appena appena; io mi dichiarai soddisfatto.
-
-Si tornò a parlare di Augusto.
-
-Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.
-
-— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più
-che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo
-altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero
-che basteranno?
-
- *
- * *
-
-E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un
-mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma,
-e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che,
-regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e
-perciò egli ne aveva voluto due.
-
-Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando
-sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui
-solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza
-piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come
-le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva
-forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel
-nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per
-non andarsene più.
-
-Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della
-balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.
-
-E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna
-il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per
-obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio
-figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le
-lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti
-buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio
-figlio indifferente.
-
-E glielo dissi tra il serio e il faceto:
-
-— Bravo, tu sei un eroe!
-
-Allora la balia non rise.
-
-Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo
-del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di
-baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio
-aveva imparato a sorridere.
-
-E allora la balia rise.
-
-A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i
-particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata
-appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre
-di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che
-pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.
-
-Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli
-comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato
-Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori
-dell'uscio.
-
-Se n'andarono — e Augusto non pianse!
-
-Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati
-della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e
-dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e
-glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli
-forse ci capiva benissimo.
-
-— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!
-
-— Sei un omino, sei pieno di giudizio!
-
-— Mi guardi? Sono il babbo...
-
-— Sono io la tua mamma!...
-
-Non piangeva!
-
-— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo:
-di' un po' «mamma!» dillo...
-
-Egli non rideva, nè diceva _mamma_, ed era tutt'uno come se facesse
-quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.
-
-Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in
-un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva
-passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa
-e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore
-negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi
-passò il cuore, e pianse.
-
-Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.
-
-— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo
-guardiamo più. Strilli quanto vuole.
-
-Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla
-culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.
-
-— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol
-proprio bene!
-
-Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa
-dell'avvocato Placidi.
-
- *
- * *
-
-Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella
-culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi
-approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!
-
-— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio
-figlio a darmi una mentita.
-
-Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio
-tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni;
-però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un
-brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali
-intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio
-vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la
-parete:
-
-— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?
-
-— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.
-
-Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.
-
-La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a
-fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse
-in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci
-allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava,
-riconosceva la _situazione_ e ci richiamava con uno strillo.
-
-Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo
-perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua
-prima occhiata innocente, si faceva la pace.
-
-E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il
-giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le
-minestrine che gli piacevano tanto.
-
-Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva
-afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io
-intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle
-mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una
-seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare
-il tempo.
-
-Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.
-
-Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che,
-ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la
-maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere
-Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di
-tutta la casa paterna.
-
-
-VI.
-
-Una mattina, appena levati da letto, prima ancora di prendere il caffè,
-chi trovammo in cucina? La balia!
-
-Era partita da Musocco all'alba, in compagnia del suo Giuseppe,
-unicamente per vedere la _sua_ creatura; Giuseppe era andato per certa
-faccenda di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè anche lui,
-poverino, non sapeva più resistere senza vedere Augusto.
-
-Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva ancora; ma in quale
-maniera!
-
-La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto; pareva che ce lo
-leggesse in cuore, ce ne domandava scusa cogli occhi.
-
-Evangelina era impietosita; io no; pensando agli strilli notturni
-di Augusto, durati quasi fino alla vigilia, non trovavo dentro di me
-neppure tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore.
-
-— Non sono che otto giorni! — dissi — la vostra visita ci fa sempre
-piacere; che vogliate bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto vi
-vede, si torna da capo...
-
-La mia vanità paterna era mortificata nel fare questa confessione;
-nondimeno la feci intera.
-
-— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi; ancora non è avvezzo bene
-alla separazione; ha pianto anche ieri... (non era vero, da due notti
-non piangeva) domani non avrà più pace...
-
-Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò sorridendo fra le
-lagrime.
-
-— Ha pianto perchè voleva me, non è così? Voleva proprio me?...
-
-— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è avvezzo a voi; se vi
-vede è capace di piangere una settimana di seguito... potrebbe anche
-ammalarsi...
-
-Non avendo potuto difendere il mio amor proprio di padre, esageravo il
-pericolo.
-
-Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente non sapeva che
-risolvere, quando si udì il gemito di Augusto, che si era svegliato e
-ci chiamava.
-
-— Anima cara! — esclamò Marianna.
-
-Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non volendo far aspettare
-mio figlio.
-
-Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi a vestirlo, ma Augusto
-ed io ci eravamo affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e
-quando essa entrava, noi terminavamo appunto d'infilare il vestitino
-azzurro.
-
-Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia moglie non me ne diede
-tempo.
-
-— L'ho persuasa — disse melanconicamente.
-
-— Chi?
-
-— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene.
-
-— Se n'è andata?
-
-— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe...
-
-— Possono ben fare colazione prima... — mi suggerì il rimorso.
-
-— La stanno facendo.
-
-— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino fra
-un mese, magari fra quindici giorni, quando questo piccolo mariuolo
-abbia imparato tutta la differenza che corre fra i suoi genitori e la
-balia... allora potranno vederlo quanto vogliono.
-
-— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse Evangelina
-tranquillamente.
-
-— Vederlo?
-
-La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a galla, perchè subito
-mia moglie mi spiegò in che modo innocente intendeva di lasciar vedere
-nostro figlio alla balia.
-
-— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto; lo vedrà dal
-buco della serratura.
-
-Era una magnifica idea, e non trovai a ridire, se non che mi offersi di
-stare anch'io in cucina dietro all'uscio.
-
-— Perchè?
-
-— Non si sa mai.
-
-Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi in cucina. Trovai
-Marianna pronta; Giuseppe, che aveva un grosso boccone in bocca, lo
-mandò giù a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno.
-
-— È pronto — dissi — se volete vederlo...
-
-La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla toppa: «Eccolo! —
-balbettò, e proseguì a mormorare delle parole incoerenti che erano
-carezze... — Dio! com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu,
-Giuseppe...».
-
-Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette farle intendere i
-propri diritti con uno spintone.
-
-Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si pose anche lui in
-osservazione.
-
-La balia era impaziente, guardava me, guardava il marito, e ripeteva
-a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè, parendole d'aver concesso
-troppo al suo uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui adoperato
-poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi fece vedere una faccia
-trasfigurata, dicendomi con una filosofia di cui non vidi il fondo, che
-«era un destino fatto così».
-
-Intanto Marianna mormorava:
-
-— Caro! la signora gli dice di guardare di qua, e lui, povero
-innocente, lui guarda; non lo sa che sono qua io... non lo sai... anima
-bella! Ah! se potessi baciarmelo tutto!
-
-E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere se vi fosse ancora una
-speranza di ottenere questa grazia, poi senza aspettare la risposta,
-rimetteva l'occhio alla toppa.
-
-— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici giorni forse... ora
-sarebbe volergli male.
-
-E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe, che me la dava
-docilmente, a malincuore.
-
- *
- * *
-
-— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare che voglia camminare.....
-la signora l'ha messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si
-stacca...
-
-Non seppi più resistere.
-
-— Voglio vederlo anch'io!
-
-Marianna mi lasciò il posto: guardai.
-
-Augusto si era veramente staccato dalla seggiola, stava in bilico alla
-meglio, ma non osava muoversi, benchè Evangelina, china a due passi
-dinanzi a lui e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo, lo
-tentasse con le parole e con le moine.
-
-Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia di correre a buttarsi
-nelle braccia di sua madre, e la distanza che lo separava gli faceva
-paura.
-
-Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi forte: — Mi raccomando,
-non facciamo imprudenze.
-
-Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare, ed entrai dicendo
-a mio figlio: — C'è qua anche il babbo.
-
-Intese benissimo che quando c'è il babbo non si deve aver paura di
-nulla, e appena mi fui curvato anch'io facendogli delle mie braccia un
-baluardo, egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla sua
-audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle braccia... della mamma.
-
-Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me un piccolo grido
-d'entusiasmo; Augusto non l'udì, ed io scoccandogli un bacio sulla
-bocca:
-
-— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo passo l'hai fatto; ed ora,
-figlio mio, coraggio e avanti!
-
-
-
-
-MIO FIGLIO STUDIA
-
-
-I.
-
-Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di
-essere uno dei primi della scuola.
-
-Evangelina ed io gli avevamo detto:
-
-— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione
-che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava
-mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli
-occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era
-troppo forte.
-
-Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che
-mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee
-prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze
-inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca
-della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una
-vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro,
-sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca
-sbigottita, farmi innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo
-sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei
-soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo
-traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere
-scettro e corona.
-
-Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè
-ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi
-per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano
-non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo,
-fin da quando non si studiava più il _qui quae quod_ in versi, e non
-vi era bisogno di nascondere la _ferula_ del signor maestro se non
-si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare
-dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
-
-In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie
-prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che
-era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo
-corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della
-scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo
-per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del
-signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere
-che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza
-provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a
-tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali.
-
-E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
-
-— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito
-giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non
-badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro
-non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del
-cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino...
-
-Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la
-scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva
-entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli
-vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo.
-Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva
-soffrire.
-
-
-II.
-
-Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e
-straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei
-libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso
-dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!
-
-— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita
-del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei
-primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si
-voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.
-
-— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da
-milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio
-figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì,
-Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare
-l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
-
-— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i
-doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_.
-
-— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre.
-
-— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto.
-
-E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella
-che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire
-non poteva essere più nulla.
-
-Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene
-piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia
-verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che
-l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che
-non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile.
-Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero
-d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua
-compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti
-occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due
-libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature,
-ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre
-quegli invalidi in un cassetto.
-
-— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio
-figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.
-
-Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno
-erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti
-con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li
-contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.
-
-— Quando me li compri, babbo?
-
-— Domani.
-
-— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo
-resistere.
-
-— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
-
-Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma
-la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri
-nuovi.
-
-Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in
-un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come
-buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto
-per farli vedere subito alla mamma.
-
-Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi.
-A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a
-tener dietro a mio figlio.
-
-Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che
-la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè
-reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.
-
-Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne
-resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che
-mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro
-della copertina immacolata.
-
-In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di
-suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle
-mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si
-permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle
-pagine.
-
-Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso
-aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:
-
-— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura
-d'una cosa... di una cosa...
-
-— Di che cosa?
-
-— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno
-perduta la coperta...
-
-— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non
-capire.
-
-— Se non lo sai tu...
-
-Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di
-andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un
-fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle
-coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva
-ragione lui intanto.
-
-E io dissi senza ridere:
-
-— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non
-lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un
-cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi
-sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il
-tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola
-e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa
-tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il
-fondamento...
-
-Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il
-fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla
-grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi
-avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò
-spingere innanzi la frase a ogni costo.
-
-E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio,
-il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei
-frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
-
-Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati
-un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe
-fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra
-faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva
-ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi
-di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue
-idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a
-commetterne un altro.
-
-— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?
-
-Non mi capiva.
-
-— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?
-
-Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno
-delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano
-tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.
-
-— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai,
-che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che
-ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì,
-proprio quello...
-
-— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:
-
-— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
-
-— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna
-amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci
-spezzano il primo pane della scienza...
-
-In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li
-amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo
-istinto amoroso.
-
-
-III.
-
-Augusto non era il solo ad amare i propri libri; vi era in casa chi
-li amava più di lui, e d'un amore più cieco: Laura, sua sorella, una
-personcina alta due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie e
-non barcollava più camminando, ma ancora non sapeva leggere.
-
-Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da lontano un libro d'Augusto
-dimenticato sulla tavola, accorreva festosa, immaginandosi di poterlo
-pigliare, ma giunta presso la tavola non vedeva neanche più il libro, e
-allora mandava in giro certe occhiate smarrite, che facevano ridere il
-fratello maggiore.
-
-Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò un'ideuzza baldanzosa
-(quell'idea, coltivata con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime)
-ed un giorno la personcina alta due spanne, visto il _Compendio di
-Storia_ sul tavolino, accorse a gran passi, afferrò il tappeto e tirò
-con tutte le forze centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo
-di farsi venire addosso una valanga, o per dire meglio vi pensava, ma
-era preparata a tutto, perchè seguitò a tirare; solo all'ultimo momento
-chiuse gli occhi, non altro. Il _Compendio di Storia_ cadde travolto
-nelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta incolume, rialzò il
-caro caduto, se lo strinse al seno palpitante ancora della prodezza
-compita, e venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale aveva
-visto ogni cosa e rideva.
-
-— Non ridere — mi disse Laurina.
-
-Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in faccia per vedere se
-dovesse fidarsi della mia gravità, poi aprì alla rovescia il _Compendio
-di Storia_ di suo fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a
-leggere sopprimendo le virgole:
-
-— «Due più due quattro più due sei più due otto più due ventidue più
-due ventiquattro più due dodici più due quaranta...».
-
-Chiuse il libro e soggiunse gravemente:
-
-— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò contenta perchè il babbo era
-stato serio.
-
-
-IV.
-
-Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io
-poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo
-che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza
-nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la
-rettorica paterna.
-
-— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio
-se vuoi farti uomo.
-
-La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio,
-io era un _uomo fatto_ da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva
-necessario soggiungere:
-
-— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
-
-— Diventerò anch'io avvocato?
-
-— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e
-sarai famoso.
-
-— Tu sei famoso!
-
-— Altro che!
-
-Questa bugia enorme è di mia moglie.
-
-— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
-
-— Tanti.
-
-— Anche il _Compendio di Storia_?
-
-— Anche quello.
-
-— E bisogna saperlo tutto?
-
-— Sicuramente.
-
-Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia
-carriera di genitore.
-
-Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella
-camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio
-insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e
-sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
-
-— _Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
-scegliere una moglie tra le più oneste...
-
-— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto
-anche..._ (pausa).
-
-— _Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle
-scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti_...
-
-Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non
-pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi
-menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche _Assuero_,
-che non voleva entrare in capo a mio figlio.
-
-— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai
-che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il
-suo seguito.
-
-Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non
-udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare
-per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
-
-Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
-
-— La so tutta! — mi disse da lontano.
-
-— Che cosa?
-
-Incominciò addirittura:
-
-— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_...
-
-Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare
-in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli
-potei dar retta.
-
-La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio,
-quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio
-figlio.
-
-— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con
-un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio
-d'Istaspe, detto anche _Assuero_?...
-
-Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
-
-— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere
-una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
-
-— _Lo sai bene_ che l'ha trovata?
-
-Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza;
-perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato
-interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a
-credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva
-sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una
-ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già
-strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava
-Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne
-ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a
-conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più —
-soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario
-non si sarebbe fidato tanto di _quell'altro_, sai, _quell'altro_...
-aspetta...»
-
-Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha
-cuor di padre la mia tortura) _quell'altro_ non sapevo proprio chi
-fosse. Aspettavo e sorridevo; _quell'altro_ non venne.
-
-— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli
-occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando
-l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
-
-Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
-
-— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
-
-— L'ho qui... aspetta...
-
-Questa volta uscì di corsa.
-
-Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava
-Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei
-far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non
-facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!
-
-
-V.
-
-La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più
-convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle _Pandette_, che avevo
-dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo:
-approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor
-proprio, esse mi parlarono blandamente così:
-
-— _Justiniani Institutionum libri quatuor_... I bei tempi passati
-dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
-
-Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
-
-— _Capitis diminutio tria genera sunt_ — insistevano le dotte pagine;
-ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza
-istintiva; — _maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus:
-libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus...
-Omnia haec_ le so ancora.
-
-Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
-
-— _Proetoris verba dicunt: Infamia notatur_....
-
-Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi
-chiusi le parole confortatrici del pretore.
-
-Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre;
-mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi
-avevo imparato a distinguere le _res mancipi_ dalle _nec mancipi_,
-l'_hereditas_ dalla _bonorum possessio_, mi era persino rimasto in
-mente che il _vadimonium_ (quel _vadimonium_ che gli studenti di terzo
-anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini)
-aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo
-spiritoso con altri.
-
-Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio
-d'Istaspe!
-
-E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di
-Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una
-sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
-
-— _Nasciturus pro jam nato habetur_, — dicevano le _Pandette_; ed
-io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima,
-esclamavo:
-
-— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
-
-Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina
-del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non
-avevo nè un figlio, nè un cliente.
-
-Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi
-nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
-
-— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo
-avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di
-giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un
-galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi.
-Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega
-Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la
-testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu
-ne esca tutto d'un pezzo.
-
-E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
-
-La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo
-era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale
-con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a
-scuola.
-
-Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio.
-Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da
-qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le
-braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo
-zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri
-tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con
-solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito
-dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare _l'alinea_ in cui
-ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero
-accompagnava un tratto mio figlio.
-
-Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato
-nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore
-in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le
-sua vanità.
-
-Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo
-mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè
-me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la
-camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino
-andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di
-lui.
-
-Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i
-palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un
-portento di dottrina.
-
-— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e
-in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
-
-— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo
-subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua
-scienza per tormentarlo.
-
-Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta
-quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio
-figlio.
-
-Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva
-più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla
-mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio
-famoso non dovesse uscire dalle pagine del _Compendio di Storia per
-isvergognarmi in faccia a mio figlio!_
-
-Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi
-per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare
-al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando
-precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse
-lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato
-bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di
-Persia.
-
-Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica
-e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
-
-Non lo avessi mai fatto!
-
-In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver
-sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina
-un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva
-messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi
-compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non
-sapere niente affatto.
-
-Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere
-pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo _in illo
-tempore_ e non le avevo mai mandate via come Dario, _potessero_
-esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica,
-assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran
-confusione di date e di regni nel mio cervello.
-
-Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma
-inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio
-figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
-
-— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me
-— non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il
-passato dell'umanità.
-
-— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto
-finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui
-a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra
-della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato;
-se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa
-lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia
-non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e
-monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e
-che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla.
-Eccoti la storia.
-
-Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un
-raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al
-terribile dilemma, e quest'uscita era la _filosofia_.
-
-Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in
-faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi
-ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi _un sistema_.
-
-Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la
-necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato _per
-aver poi_ _il diritto_ di dimenticarle tutte come il babbo.
-
-Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi
-mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata;
-nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e
-tornai a sentimenti più umili.
-
-Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo
-preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare
-dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
-
-E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava
-non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura
-il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul
-presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe
-e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi
-all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di
-costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno
-il presidente con tutto il suo sussiego!»
-
-Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte
-avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro,
-invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone
-ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E
-soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei
-re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il
-tempo di _provvedersi in appello_».
-
-Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al
-mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire
-a qualche cosa.
-
-
-VI.
-
-Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle
-mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io
-in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non
-ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi
-bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da
-non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a
-me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva
-all'autore dei suoi giorni.
-
-Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in
-cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al
-regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria,
-e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse,
-nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
-
-Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per
-ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui
-costretto a lasciarlo dire.
-
-Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino
-l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti.
-Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di
-misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e
-sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e
-turbarono i miei sonni.
-
-Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano,
-che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte
-dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria
-piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la
-salita del monte e non scendere più alla pianura.
-
-Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo
-più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi
-era rimasto in mente era confuso ed inesatto.
-
-Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora
-presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio
-eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza
-dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
-
-E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci,
-prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi
-diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto:
-al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia
-mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei
-cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza
-arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase
-sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:
-
-— L'ha detto il maestro!
-
-Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze
-centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il
-signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse
-vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla
-mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi
-sottovoce:
-
-— L'ha detto il maestro!
-
-Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo
-stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato
-dell'ipotenusa, l'eucarestia.
-
-Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla
-prova suprema.
-
-
-VII.
-
-Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il
-poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva
-cavare.
-
-— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi
-maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare
-un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi
-fa proprio pena: dovresti aiutarlo.
-
-— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola?
-Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se
-non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione;
-e poi, sono tanto occupato!
-
-Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare
-quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:
-
-— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non
-può risolverlo, piange...
-
-— Piange?
-
-Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui
-Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una
-catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio
-figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di
-sussiego:
-
-— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti
-mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma
-trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E
-non sei buono a cavartene?
-
-Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di
-altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:
-
-— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti
-dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però
-hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti
-sarà più facile.
-
-— È troppo difficile — disse lui.
-
-— È facile — dissi io.
-
-Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al
-tavolino.
-
-La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai
-quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto
-di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a
-guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto
-che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa
-urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star
-lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana,
-calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
-
-A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi
-raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore
-d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero
-a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero
-occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio
-cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque
-minuti a risolverlo.
-
-— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci
-ho più pratica...
-
-Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più
-nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo
-nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il
-problema risoluto.
-
-E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando
-nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la
-fiaccola della scienza.
-
-A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola
-allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso
-dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un
-cane battuto, e se ne stette in cucina.
-
-E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che
-il problema era sbagliato.
-
-— È impossibile! — esclamai.
-
-— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526
-mattoni, e invece ne dà 3916.
-
-Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti
-addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.
-
-Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai
-una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa
-si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di
-procedura.
-
-— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta:
-«due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più
-due ventiquattro più due trenta.»
-
-
-
-
-INTERMEZZO
-
-
-_Qui l'avvocato Epaminonda Placidi narra una scenetta che assolutamente
-non lo riguarda._
-
-Erano alle frutta; aspettavano il caffè.
-
-Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti, tanto per iscoprire,
-senza averne l'aria, il sentiero in cui si era avviata la mente di
-suo marito, essa fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva
-risposto a monosillabi quando essa parlava, non si avvide nemmeno che
-ora incominciava a star zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua
-viottola solitaria.
-
-Non camminò un pezzo.
-
-Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a capire che bisognava
-ricorrere a un rimedio eroico, e ruppe il silenzio un'altra volta.
-
-— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane?
-
-— No... che cosa ti è capitato?
-
-— Era sul Corso... usciva dalla bottega della guantaia, no... dalla
-bottega del... aspetta...
-
-Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato così di aspettare, non
-osava muoversi, ma tanto era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda
-non diceva parola.
-
-Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede un'occhiata
-melanconica ai propri pensieri, e piantando gli occhi in faccia alla
-moglie:
-
-— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le disse. — E poi?
-
-Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e rispose con un sorriso:
-
-— Tu eri partito per un paese ignoto; credo volessi scoprire le
-sorgenti del Nilo...
-
-— Bada che le hanno già scoperte — interruppe Ermenegildo ridendo.
-
-— Davvero? Io non me n'era accorta — disse la moglie con un vezzo
-infantile... — Dunque eri assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non
-isperava vederti tornare per un gran pezzo... quando mi venne la bella
-idea d'entrare nella bottega della mia guantaia; uscendo, veggo che sei
-lì, ritornato col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio?
-
-— Grazie — disse il marito levandosi da sedere e facendo il giro della
-breve tavola per deporre un bacio su quella bocca scherzosa.
-
-Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non restituì nulla; e dopo
-aver aspettato invano, il signor marito rifece il giro della tavola e
-si andò a sedere al suo posto.
-
-— Era proprio distratto — disse.
-
-Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva i gomiti appoggiati
-alla mensa, le mani sulle tempie e gli occhi spalancati come due
-finestre a guardare in faccia sua moglie.
-
-— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda abbandonandosi
-sull'alto schienale della seggiola.
-
-— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi. L'ultima volta che fu
-qui, te ne ricordi? Saranno due settimane...
-
-— Più di venti giorni — corresse la moglie.
-
-— Già, venti! Come corre il tempo!
-
-— Questo poi sì; corre!...
-
-— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque l'ultima volta
-che l'amico Santi fu qui... ma prima di tutto, come lo giudichi tu
-l'amico Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice fredda
-dell'uomo che ha sposato la scienza...
-
-— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua moglie?
-
-— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti di distrazione...
-
-— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda, senza uscire dalla sua
-indolenza posticcia.
-
-— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo come giudichi l'amico.
-
-— È un amico tuo, un amico di casa... io non lo giudico.
-
-— Sei crudele oggi.
-
-— Mi vendico.
-
-— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la vernice fredda di quello
-scienziato: vi è un cuore caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di
-cui non gli è facile aver sempre le redini in mano.
-
-— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta che l'amico Santi fu
-qui?...
-
-— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque...
-
-— Ventitré — corresse la moglie — era un mercoledì; non potendo uscire
-di casa a fare la nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne
-andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli, e il signorino
-tornò dopo la mezzanotte...
-
-— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi
-aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro
-merlo, non era possibile essere a casa prima...
-
-— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza.
-
-Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità
-insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso
-della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così:
-
-— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti
-su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a
-casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita,
-che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due
-passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a
-scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine
-tranquilla, la felicità non è mai molto diversa.
-
-Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della
-moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per
-giudicarne meglio.
-
-Ermenegilda era impassibile.
-
-— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso
-io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla
-felicità...
-
-— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una
-lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio;
-l'uomo che più desidera è più felice...
-
-— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è
-nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino
-d'incertezza.
-
-— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare
-un'altra...
-
-— Ma che non sia troppo improbabile o difficile. Di coloro che, appena
-hanno formato un desiderio, subito possono soddisfarlo, si deve dire
-che non conoscono la felicità...
-
-— La quale è un intervallo fra un desiderio e la sua soddisfazione. Ed
-ecco perchè i ricchi e i poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della
-fame, della sete, del caldo e del freddo, cominciano a essere eguali.
-
-— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma si vedeva chiaro
-che aveva perduto il filo e non sapeva come andare innanzi.
-
-Ermenegilda gli venne in aiuto.
-
-— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è _molto_ diversa dalla
-felicità... E quella di sua moglie è _molto_ diversa?
-
-— Non lo so, non mi sono informato; in simili casi uno non può parlare
-che per conto proprio. Ti credo felice perchè... perchè sono felice io
-con te; ma se andassi a dire agli altri che ti faccio felice, che tu
-mi adori, e che io merito la tua adorazione, mi piglierebbero per uno
-sciocco. E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e poi che ne so
-io veramente se tu sei molto o poco felice con me? Posso forse scendere
-in fondo al tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo
-cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione scontenta?
-
-Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il povero Ermenegildo non
-riuscì a capire se facesse per canzonatura o per impazienza.
-
-Era come se avesse infilato una veste nuova in cui si trovasse a
-disagio, e non potesse mutarsela perchè già fuori di casa. Veramente la
-sua disinvoltura gli faceva strane smorfie sulla persona; ma oramai era
-avviato, e tirò innanzi.
-
-— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi gente di scienze o
-di lettere o d'arti abbiamo forse un avversario più degli altri;
-quell'immaginazione medesima, che ci dà tante dolcezze, che ci
-incoraggia a salire le alture faticose del vero e del bello con la
-promessa di più ampi orizzonti, può darci e ci dà talvolta aspre
-battaglie. Mentre noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo
-la felicità nella faccia serena della nostra compagna, negli occhioni
-delle nostre creature, v'è una parte di noi che se ne va... Dove?...
-Lontano; a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime; a indovinare
-gli aspetti ignorati della bellezza.
-
-Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava quel momento, si
-accontentò di dire con una ironia lieve lieve:
-
-— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze o di lettere
-non dovreste prender moglie. È una idea vecchiotta, ma non quanto la
-verità, che è eterna.
-
-— Chi dice questo? — interruppe il marito con la forza della
-convinzione. — Lo dicono gli scapoli fino a trent'anni; dopo i
-trent'anni nessuno più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice...
-
-— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque anni sonati —
-osservò Ermenegilda con malizia.
-
-— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a dirlo dieci anni fa,
-quando si rassegnò a perdere interamente la speranza di trovar una
-moglie giovane e bella.
-
-— Come lo sai?
-
-— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la gioventù e la bellezza delle
-donne; ora ha i capelli bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico
-Santi.
-
-Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio all'amico Santi, e
-ripigliò la positura di prima.
-
-— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno casalingo,
-bonaccione, pieno di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico,
-insoddisfatto; uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe le ombre
-delle cose; forse non è bene, appunto quando l'uno dei due ha tutto,
-che l'altro non abbia nulla; potendolo fare senza peccato, perchè
-quella parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo alimento? —
-Così mi parlava l'amico Santi. — Vi sono sentimenti (dice lui) che a
-mia moglie non posso esprimere; mi darebbe del matto o si spaventerebbe
-fuor di misura; bisogni, anzi sfumature di bisogni, aspirazioni
-indefinite dell'anima, estasi del pensiero (è sempre lui che parla),
-delle quali io mi compiaccio perchè sono una parte non indegna del mio
-essere, e che mia moglie non capisce. Un legame di due intelligenze, un
-interrogarsi ed un rispondersi, magari da lontano, di due anime che si
-comprendono, non dovrebbe offendere il patto sacro del matrimonio.
-
-— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda.
-
-— Io direi _platonico_, se vuoi, ma non direi _amore_...
-
-— Diciamo _affetto_... diciamo...
-
-— Diciamo anche _affetto_...
-
-Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo
-imbarazzava peggio della beffa.
-
-— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è
-incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra
-sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza...
-e pure...
-
-— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio.
-
-Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente.
-Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il
-significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima
-aveva messo nelle sue parole:
-
-— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo
-ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e
-moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi
-che si vogliono bene.
-
-Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra
-due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra
-di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato
-a provare l'opposto.
-
-— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo,
-poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono
-senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta
-inosservato nel letto nuziale.
-
-La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare:
-«Pur troppo!»
-
-— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto purissimo per una donna.
-Quest'affetto è la sua gioia segreta; e mi ha confessato che spesso,
-ricevendo una lettera di questa lontana amica, a cui egli svela i suoi
-pensieri più riposti, gli pare di sentire come una carezza dell'ideale;
-allora si sente più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?...
-anche più affettuoso con la moglie.
-
-— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda.
-
-— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè teme, di fare un torto a
-sua moglie... e più si sente felice, e più crescono i suoi scrupoli.
-
-— Ha degli scrupoli?...
-
-— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no quella corrispondenza...
-
-— E tu?
-
-— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?... che, giudicando
-così all'ingrosso, se non vi era pericolo di male, nè di dispiaceri
-domestici... mi pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento, che
-in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso.
-
-— E lui?
-
-— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono nascere, perchè le
-lettere gli arrivano con un recapito segreto.
-
-— E quella donna ti ha egli detto chi sia?
-
-— Non mi ha detto altro se non che essa pure ha marito.
-
-— Ti ha detto che fosse giovine e bella?
-
-— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla... non se n'è parlato...
-
-— Si vedono qualche volta?
-
-— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma viaggia poco:
-s'incontrano, ed è come se non fosse nulla fra di loro; si riconoscono
-appena. Tutte queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società
-stupida e le piccinerie dell'anima umana non avessero reso impossibile
-l'amicizia schietta e palese fra un uomo e una donna; se, fuori del
-matrimonio, la malignità non vedesse sempre l'adulterio. Io sostengo
-che se è prezioso avere un amico fidato...
-
-— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla quale poter affidare i
-pesi più delicati dell'anima, perchè ci aiutasse a portarli. Forse non
-hai torto; ma io penso a lei, a quella donna maritata, che alimenta una
-fiamma innocente, ma segreta; segreta, ma lontana... Ho degli scrupoli
-per essa. A te che ne pare?
-
-Ermenegildo confessò candidamente che non vi aveva mai pensato.
-
-— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse.
-
-— Io temo di sì...
-
-— Lo temo anch'io...
-
-— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè un uomo ammogliato
-possa avere innocentemente una... come diciamo?... una corrispondenza
-d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna pure che questa
-moglie d'un altro acconsenta e corrisponda...
-
-— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando il capo con energia — è
-sempre il vecchio vizio di noi uomini di guardare le cose da un lato
-solo... Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa... bisogna pure
-che ci sia la moglie di un altro, che...
-
-— E quella incognita non perde nulla ai tuoi occhi? La stimi tu
-egualmente come se non nascondesse nulla al marito?
-
-— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente... cioè sì, la stimo
-egualmente. La colpa non è sua, se il mondo, se il marito... Certo la
-stimerei di più se... ma bisognerebbe che il marito non fosse un uomo
-volgare...
-
-Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene aperti in faccia, ed è
-forse questo che gli imbrogliava di nuovo il filo delle idee.
-
-— Volevo dire che la stimerei di più se potesse dir tutto al marito;
-ma probabilmente se non gli dice nulla è perchè suo marito non saprebbe
-ricevere bene una confidenza simile.
-
-— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che si potesse dire tutto,
-proprio tutto al marito! Che estasi quell'accordo di tre anime!
-
-Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non era arrivato a convincersi
-della propria vittoria, quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi
-a mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola. Ed egli prese quella
-bella manina, e riconobbe che era bianca, grassoccia e bella, proprio
-bella, ma come in sogno.
-
-— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino di enfasi teatrale,
-che lo svegliò del tutto; — amico, io ti ho già troppo offeso tacendo,
-dissimulando, facendo la commedia finora; tu sei degno di saper tutto:
-quella donna, quell'amica lontana del signor Santi, sono io! Da un anno
-egli mi scriveva segretamente e io gli...
-
-Ma era già stretta fra le braccia del marito, e un bacio le chiudeva la
-bocca, non potè terminare la frase.
-
-Si provò più volte a condurre alla fine la sua confessione, sempre
-invano. Ermenegildo la baciava e rideva.
-
-— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda fra i baci — io non
-credeva di far male... ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era
-turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che fu da noi a
-desinare, ventidue giorni fa... quel mercoledì che pioveva... per poco
-non ti svelò il suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi
-— soggiunse sprigionandosi dalle carezze — ripetimi che questa nostra
-corrispondenza non ti offende, che questa tenerezza di due anime...
-
-A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva preso anche lei.
-
-— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi le costole — non
-farmi morire così...
-
-Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora, quando Ermenegilda si
-era di già rifatta seria.
-
-Era entrata nel cervello di quella donnina una idea vendicativa.
-
-— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il marito rise ancora.
-
-— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise più, ma venne a lei
-gravemente, e pigliandole il mento con due dita, cominciò:
-
-— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi dire: facili sono le
-teoriche fatte sulle spalle degli altri; l'esempio invece prova...
-
-Sua moglie lo interruppe:
-
-— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio è l'accidente, è
-il caso; la teorica è la dottrina. Ma lo vedo bene io, tu non mi
-credi, non mi vuoi credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la
-consolatrice lontana del comune amico Santi sono io; te ne posso dare
-le prove...
-
-Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo un foglio al
-marito, che non fu pronto a pigliarlo, soggiunse semplicemente:
-
-— Leggi.
-
-Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda battè le mani.
-
-— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina con un impeto di gioia
-— ora sono vendicata!
-
-— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo...
-
-Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta gravità.
-
-Era un autografo della modista; vi si parlava di un cappellino
-di paglia di Firenze, con piume, nastri, blonde, fiori e simili,
-d'un cappellino non ancora saldato che costava meno di nulla, d'un
-cappellino assolutamente indegno di coprire una testina così accorta.
-
-— Signora — disse Ermenegildo con una severità burlesca — questo foglio
-mi appartiene.
-
-Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria sorte. Più volte
-in quella giornata memoranda, la risata nacque sulle labbra dei due
-coniugi; rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi d'una lunga
-agonia.
-
-
-
-
-LA PAGINA NERA
-
-
-I.
-
-Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina.
-
-— Che hai? — mi disse vedendomi.
-
-— Nulla; i bambini?
-
-— Giocano.
-
-Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò
-indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto.
-
-— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e
-di madre, le faceva abbassare la voce.
-
-— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?
-
-— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma.
-
-Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un
-salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si
-butta tra le gambe.
-
-È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue
-parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo.
-Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento
-per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno
-sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che
-la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi
-lascio scivolare Augusto.
-
-— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non
-sudare... la finestra è chiusa?
-
-I bimbi non rispondono; sono già in cucina.
-
-— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti
-di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle
-calcagna per fare l'esercito.
-
-La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui
-tremavano tutte le corde materne:
-
-— Che è stato?
-
- *
- * *
-
-— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se
-dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.
-
-— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.
-
-— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...
-
-Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non
-m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi
-cambiando tono di voce:
-
-— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato
-Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo
-appunto che non è una buona ragione...
-
-— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta
-pallidissima.
-
-— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso
-che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una
-tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di
-casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.
-
-Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla
-cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo
-di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La
-disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a
-quella del comando.
-
-— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete
-— robusto, forte, ed è morto così?
-
-— In pochi giorni...
-
-— E i medici?
-
-— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano
-del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.
-
-Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava
-negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:
-
-— Augusto! Laura!
-
- *
- * *
-
-Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di
-rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare
-della licenza per venire ad abbracciare la mamma.
-
-Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò
-d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era
-ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.
-
-— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti
-tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora
-ricacciatela dentro...
-
-Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro
-giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì,
-a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco,
-giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere
-tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di
-secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che
-ridere!» e non rise più.
-
-— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti
-un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite
-dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?
-
-Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.
-
-— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire
-prontamente.
-
-— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino
-senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.
-
-— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al
-capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per
-non sudare.
-
-Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla
-nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla
-sorella che bisognava cambiar giuoco.
-
-— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io
-verrò a guarirti.
-
-— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.
-
-
-II.
-
-Era entrato un nemico in casa nostra, la paura. La nostra felicità
-medesima gettava una grande ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza
-moriva in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo fortunati
-finora!».
-
-Con la speranza di leggere che l'angina maligna era scomparsa
-interamente, o che avevano trovato il rimedio infallibile per
-combatterla, io apprendeva mattina e sera il numero dei _casi_, e tutte
-le dicerie strane che si facevano intorno alla nuova malattia.
-
-— Un giorno un medico condotto, che subito pigliò agli occhi miei
-l'aspetto di un genio sagrificato in un paesello, mandò la prima
-ricetta contro l'angina maligna, assicurando che con quel sistema di
-cura tutti i suoi ammalati erano guariti.
-
-Ed io sentii la tentazione di correre in piazza e radunarmi molta gente
-intorno per leggere la ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse
-mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche famosi, a tentare la
-cura di quel medico condotto.
-
-«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della
-città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della
-campagna».
-
-A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la
-serbai nel taccuino.
-
-Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere
-di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due
-metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella
-sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico,
-sebbene fossero infallibili tutti e due.
-
-Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle
-per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza
-il sugo di limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di
-scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora
-che uno di quei tre rimedi fosse il _buono_.
-
-In seguito le ricette si moltiplicarono, e i _casi_ pure.
-
-Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina
-mi disse con un sorriso amaro:
-
-— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in
-un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato...
-
-— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.
-
-— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto
-dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il
-figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore.
-
-— Come lo sai? — chiesi.
-
-Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette.
-
-
-III.
-
-Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma
-cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina.
-
-— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la
-nostra parte.
-
-E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati
-della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una
-speranza.
-
-— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non
-era rimasto un quattrino?
-
-— E che ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_... Se me lo ricordo!
-— sospirava mia moglie.
-
-— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in
-mente un certo Natale che ci rimangiammo il povero _Vacheron_, tante
-volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò
-stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso
-furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per
-tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva
-tolto la voce! E... e...
-
-— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da
-cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa
-elegia.
-
-— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore?
-
-— Non dico di no.
-
-— Sta zitta — concludevo con un gemito da ipocrita — che abbiamo
-sofferto abbastanza.
-
-Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina soggiunse in buona
-fede:
-
-— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo così felici! E quante
-gioie non abbiamo avuto in compenso!
-
-Stette un po' a pensare, e in un momento potè raccogliere nel passato
-tante contentezze comuni, e le vide uscire dalla dimenticanza così vive
-e così fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un sorriso.
-
-— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le nostre gioie ci seguono
-nella vita; i dolori no, il cuore li seppellisce.
-
-— No, non me ne sono mai accorto.
-
-— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero i godimenti vecchi vi
-riesco, ed è un godimento nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio
-perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_, o
-perchè l'anno scorso Laurina ebbe un rosso furuncolo...
-
-— E se fosse morta? — interruppi brutalmente.
-
-Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita.
-
-Povero cuor di madre!
-
-Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il dolore è qua, e mi
-dice: — «prepàrati a soffrire».
-
-
-IV.
-
-Eravamo a tavola.
-
-Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per
-accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone!
-Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo
-capovolse bruscamente.
-
-— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie.
-
-— Non voglio mangiare — rispose Augusto.
-
-— Che hai? Non ti senti bene?
-
-Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare.
-
-— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il
-Nini fa sempre così a tavola.
-
-Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino
-di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che
-trattava i suoi genitori con molta severità.
-
-— È uno scherzo — dissi allora.
-
-Non era uno scherzo.
-
-— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce
-grossa. — Dà qua il piatto.
-
-Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la
-seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di
-allontanarsi.
-
-Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi.
-
-— Augusto! — balbettai.
-
-— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai?
-
-— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
-
-Gli toccai la fronte. Scottava.
-
-Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi
-in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio.
-
-Evangelina mi era venuta dietro.
-
-Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
-
-Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già
-pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere.
-
-— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; —
-manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto.
-
-M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono
-fino sull'uscio.
-
-Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a
-sedere sulla sua seggiola alta.
-
-Essa mi chiamò:
-
-— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
-
-— È ammalato — risposi senza muovermi.
-
-— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
-
-E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:
-
-— Non l'hai sgridato, non è vero?
-
-
-V.
-
-Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo
-ammalato.
-
-Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo
-degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e
-si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa
-l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli
-e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui
-piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che
-canta.
-
-A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da
-nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire
-con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro
-infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia
-aveva letto la propria condanna.
-
-Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico
-mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che
-bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e
-mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente
-dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino
-ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava
-domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
-
-In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:
-
-— V'è pericolo?
-
-— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie
-sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la
-sorellina.
-
-Allora soltanto balbettai:
-
-— Angina maligna, non è vero?
-
-— Già, già — disse il medico — angina maligna.
-
-— Però non è delle più gravi?
-
-Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
-
-— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
-
-Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro,
-dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino
-della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.
-
-— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa
-troppo male.
-
-E io sorrisi, me ne ricordo...
-
-In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La
-piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in
-punta di piedi per guardarlo.
-
-— Va via — gridai con collera.
-
-Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia
-ridendo.
-
-Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il
-cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di
-portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che
-stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se
-ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.
-
-La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non
-quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse:
-_Coraggio_. Era quella di Evangelina.
-
-Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della
-morte.
-
-
-VI.
-
-Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure
-notturne.
-
-Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata,
-solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui
-sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal
-sonno!
-
-Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire,
-dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella
-dell'amore, quando non discerno più nulla.
-
-Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole
-agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura.
-
-— Augusto!
-
-Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora.
-
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-
-Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile.
-
-— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere.
-
-Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza.
-
-— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta.
-
-Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo
-l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio
-bimbo morrà!
-
-— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un
-momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di
-far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te.
-
-Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed
-io respiro perchè ho mezz'ora di pace!
-
-Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici
-della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una
-orrenda immagine.
-
-A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di
-me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse.
-Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico
-capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me:
-«che bella cosa essere indifferenti a tutto!»
-
-Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
-
-«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata
-tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente
-uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la
-povertà e la vita!
-
-Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi
-sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore?
-Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
-
-Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.
-
-— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.
-
-Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra
-d'amare ancora.
-
-— Hai dormito? — domando a mia moglie.
-
-— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno?
-
-— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
-
-Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto
-della nostra creatura.
-
-— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è
-tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda!
-
-— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro.
-
-Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi
-porge la guancia.
-
-— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in
-fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare.
-
-Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore.
-
-
-VII.
-
-Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno;
-ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene.
-Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto;
-mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e
-occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta
-ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza.
-
-Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi
-dimenticare per un'ora sola la mia sventura!
-
-Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col
-pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma
-essi, tenaci, sempre al mio capezzale.
-
-Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi
-ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in
-questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto
-non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.
-
-Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la
-raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e
-mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna
-che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una
-faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.
-
-Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come,
-la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto.
-Finalmente dormo.
-
-Dormo, ed ecco il mio sogno.
-
-È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co'
-miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa
-dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie,
-e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea
-assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio,
-si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.
-
-Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore
-presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io
-perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta
-aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che
-era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia
-e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere
-dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora
-dell'avvocato Righi che era _arguto_ ed _efficace_, e ciò alla
-distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso
-cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in
-un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del
-mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia
-gravità per vedere d'emendarmi?
-
-Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.
-
-E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare
-domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia
-riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?
-
-Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e
-io non me ne avvedo perchè sono un cretino.
-
-E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità
-d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti
-troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.
-
-E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio
-imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per
-dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».
-
-Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio
-bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:
-
-«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».
-
-Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto
-e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio
-sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se
-agonizzasse ora! Se fosse morto!
-
-Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano
-scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...
-
-— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.
-
-E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il
-nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la
-faccia patita ma serena.
-
-
-VIII.
-
-Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la
-minaccia della morte.
-
-Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio,
-a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un
-pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui
-non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio
-pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare
-su quelle monche visioni.
-
-«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela
-azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono
-di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle,
-pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno
-ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
-
-La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la
-mia sventura.
-
-Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi
-stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso
-il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
-
-Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi
-riaffacciare alla vita.
-
-Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi
-pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
-
-«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» —
-«No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho
-vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina...
-Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
-
-Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due
-gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via
-tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
-
-Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio
-giuoco; vi è anche la sorpresa.
-
-E vi è altro.
-
-Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota
-d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio
-sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato
-come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
-
-O severa natura, quale spettacolo!
-
-Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che
-fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura
-umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo
-appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando
-le gambe paralitiche e contorte.
-
-Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa
-ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra,
-si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
-
-Dove va? Dove andiamo?
-
-Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:
-
-— Augusto, bisogna prendere la medicina.
-
-
-IX.
-
-Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una
-boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il
-capo. E mia moglie insiste.
-
-— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del
-solito; va a spasso, ti farà bene.
-
-È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto.
-Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa
-quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina,
-esco.
-
-Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non
-ho cuore di abbandonare la mia creatura.
-
-Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride
-per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente;
-mi incammino.
-
-Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un
-giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
-
-Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera
-insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me
-ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono
-dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero
-che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi
-penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più
-alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e
-non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto
-umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
-
-«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che
-si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre
-è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e
-lo vuol nascondere.
-
-«Perchè nasconderlo?
-
-«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola,
-a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
-
-Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai
-giardini.
-
-«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta
-portando verso la casa in cui abita la mia Laurina.
-
-L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio
-vederla!»
-
-Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna;
-poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli
-perdono: ha una figlioletta che adora.
-
-Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la
-bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice
-di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso
-i vetri.
-
-L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi,
-crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi
-rasente, mi getta un'occhiata ad uncino.
-
-Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel
-posto di osservazione; ma mentre mi volto ancora, con la speranza
-che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento
-stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo....
-anima mia! è proprio Laurina!
-
-Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano,
-e mi è corsa incontro.
-
-— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio
-vedere la mamma!
-
-— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai?
-
-Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso
-accostare il suo visino alla mia faccia.
-
-— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
-
-La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte
-e sui capelli.
-
-Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di
-venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della
-mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre;
-le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la
-promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate
-col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po'
-sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta.
-
-Essa mi grida dietro:
-
-— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una
-donnina.
-
-Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo con gli occhi finchè
-scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente:
-
-«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia
-figlia».
-
-Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di
-Laurina, ed io dico per consolarmi:
-
-«Non l'ho baciata in bocca!»
-
-
-X.
-
-La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da
-due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico
-anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio
-cuore, dove è entrata una strana paura.
-
-Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di
-Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener
-gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole
-uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e
-spasimando.
-
-È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere
-quanto sia patito.
-
-Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta
-dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con
-la testa appoggiata al muro. Piange.
-
-— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
-
-— Tu pure piangi.
-
-— Non è vero....
-
-— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io,
-perchè non speri più nulla.
-
-Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi
-e dice:
-
-— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora,
-non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.
-
-Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.
-
- . . . . . . .
-
-Egli visse!
-
-Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare
-d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.
-
-Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.
-
-Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori
-no, perchè il cuore li seppellisce.
-
-
-
-
-MIO FIGLIO S'INNAMORA
-
-
-I.
-
-Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia
-antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri,
-e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo
-diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si
-nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di
-seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento
-di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici,
-chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio,
-chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla
-più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben
-combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione
-d'idee nel cervello.
-
-— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se
-n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nella
-quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e
-non ce l'ho messo io».
-
-Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio
-suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi,
-quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra,
-dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono
-d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono
-sapere.»
-
-— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione
-— anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una
-commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche
-pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante
-di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora
-ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè
-trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà
-più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli
-dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima
-siano sposati.
-
-Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non
-bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure
-a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in
-pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che
-lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo
-sentiva nemmeno io.
-
-La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito,
-quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la
-verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più
-gravi e nobili studi.
-
-Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora
-non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del
-testo sacro deve essere miracolosa.
-
-Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da
-vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso
-la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più
-alcuna domanda.
-
-Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una
-dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato
-qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che
-i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in
-ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico
-del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi
-provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:
-
-— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi
-non vogliamo perderti; ci sei costato caro.
-
-E la piccola Laurina interrompeva:
-
-— Anch'io sono costata tanti soldi?
-
-Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura:
-
-— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una donna; le donne —
-soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle
-intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini.
-
-Laurina era d'opinione contraria.
-
-— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più.
-
-— Costano meno — insisteva Augusto.
-
-— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò
-dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più.
-
-— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io.
-
-— Le vestirei.
-
-— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu
-il latte?
-
-Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e
-Augusto si lasciava sfuggire:
-
-— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai.
-
-Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte
-della sua dottrina mi dovesse far paura.
-
-— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna
-diventar grandi.
-
-— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava
-Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola.
-
-
-II.
-
-— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi disse un giorno mia figlia.
-
-Col medesimo accento, con le identiche parole, tale e quale aveva
-parlato in altri tempi Augusto. Ora non più.
-
-Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto, crollò il capo
-sdegnosamente e continuò a mangiare la sua porzione di lesso.
-
-— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non è vero che ti sposerò?
-
-— Sì, mi sposerai.
-
-— Lo vedi!
-
-Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina:
-
-— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai grande, il babbo
-sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli bianchi — (mi guardava per
-anticipare con la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe fatto
-nella mia persona) — avrà la faccia tutta così — (e me la tagliava
-intenzionalmente a fette con la mano); non avrà più denti...
-
-Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione, dicendogli che
-denti ne avrei in ogni tempo, perchè me li farei rimettere.
-
-— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e allora ti metterai anche la
-parrucca...
-
-— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto tu stesso...
-
-— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po' qui e qui — (si toccava
-dietro le orecchie) — come il nostro direttore...
-
-Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento di suo padre
-sarebbe stato un ostacolo grave alle nozze, e rinunziò subito al suo
-fidanzato, per sceglierne un altro.
-
-— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma!
-
-Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella ebbe paura d'aver
-detto una corbelleria, e guardò prima la mamma, poi me, interrogandoci
-alla muta.
-
-Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro figlio che il suo
-buonumore passava il segno, ma non glielo volevamo dire apertamente per
-non metterlo in sospetto del nostro intimo sgomento.
-
-— Sposare la mamma! — esclamò finalmente Augusto — non lo sai che per
-sposarsi bisogna essere un uomo e una donna...
-
-— E poi — entrò a dire Evangelina — quando tu sarai in età di sposarti,
-sarò vecchia anch'io come il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e
-i capelli bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno.
-
-— A me piacerai sempre — disse Laurina.
-
-— Anche a me — disse Augusto; e di passata, con la frettolosità di chi
-ha un'idea fissa che vuol esprimere, si lasciò scappare una sentenza
-che io raccolsi e pagai con un bacio.
-
-— Le mamme non diventano mai brutte — disse egli; prese il mio bacio
-con rassegnazione e proseguì: — ma non è questo; per sposarsi bisogna
-essere un uomo e una donna.
-
-Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile:
-
-— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i calzoni!
-
-Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di quarta elementare!
-
-Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo sempre serii, fin troppo.
-
-— Bella figura che faresti tu _facendo l'amore_ coi calzoni.
-
-_Facendo l'amore!_ pensai annuvolandomi.
-
-— _Facendo l'amore!_ — dissi forte — che significa ciò? Che parole son
-queste? Le hai imparate a scuola?
-
-— No — mi rispose Augusto candidamente — hai detto tu stesso un giorno
-che prima di sposarsi _si fa l'amore._
-
-Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima di sposarsi si fa
-l'amore!
-
-E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi restituì con una certa
-diffidenza.
-
-A troncare quella scenetta pericolosa venne in tavola il pesce.
-
-— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna smettere le ciancie
-e badare bene alle spine; tu, Augusto, non hai bisogno di
-raccomandazioni, e tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va
-una spina in corpo, muori.
-
-Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi nel proprio piatto, dove
-Evangelina, non si fidando interamente alla mia raccomandazione, veniva
-levando essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce.
-
-— Mamma, come fanno i pesci che hanno le spine in corpo a non morire?
-
-
-III.
-
-Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio
-si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da
-un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi.
-Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima
-fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto,
-egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo
-e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso
-non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così:
-
- «_Cara_ Giovanna,
-
- Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo
- magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti
- tradisco...
-
- AUGUSTO».
-
-Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino
-così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il
-serio ed il faceto:
-
-— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!
-
-Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter
-frenare l'ilarità.
-
-— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...
-
-Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...
-
-— Taci: non ne posso più...
-
-— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini
-generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma
-annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!
-
-E mi veniva un altro pensiero.
-
-— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che
-continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro
-amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la
-chiama _cara_, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...
-
-— _Cara_, sì, _cara_, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.
-
-— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta
-elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio
-e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?
-
-— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra _donna_...
-
-— _Donna_... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale...
-Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?
-
-— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia
-del padrone di casa.
-
-— Una bambina di vent'anni almeno!
-
-— Ne confessa ventidue.
-
-La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno,
-capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la
-sua persona.
-
-Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando,
-dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare
-e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto
-a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche
-volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che
-a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto
-più lungo.
-
-Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano
-parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela,
-e aveva la singolare abilità di svegliare la _musa_ (dico la _musa_)
-dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva
-più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro
-nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano
-due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e
-d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio
-ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura
-beccata da un passero intelligente.
-
-E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura
-di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io
-avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse
-Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si
-vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme
-epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente
-a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio
-ai due spiragli di cielo della sua innamorata.
-
-Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una
-bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi
-con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava
-con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col
-pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla
-finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!
-
-E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce
-con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati,
-smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un
-trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante
-innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente
-minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si
-calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli
-amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi?
-Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.
-
-Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni
-compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di
-cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica
-audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla
-finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola
-dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.
-
-Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio
-di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una
-domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa,
-l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era
-sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.
-
-Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di
-confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran
-voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla
-famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue
-maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non
-escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in
-faccia d'avergli rubato la sposa.
-
-Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto
-servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse
-a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia,
-subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una
-volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.
-
-— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.
-
-La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel
-giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.
-
-Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e
-la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle
-orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.
-
-— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.
-
-L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non
-riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo
-faceva una grama figura.
-
-— Tu sei _invidioso_? — gli chiese poi mio figlio, e come se
-gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho
-guastata... e poi è mia.
-
-— Non sono _geloso_ — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: —
-non sono _geloso_.
-
-Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un
-sussiego corbellatorio:
-
-— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.
-
-L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un
-mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare
-un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.
-
-Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa,
-dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.
-
-
-IV.
-
-L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una
-mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente
-nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi
-dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito,
-si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.
-
-Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po'
-stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava
-la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche
-cosa di peggio: versi!
-
- _In questo giorno sospirato e bello_
-
-egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo
-se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso
-nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche
-più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo
-una.
-
-Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro
-arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva
-leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli
-diceva_ sospirato e bello_; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale
-di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo
-padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che
-_velo_ della seconda quartina non rimava perfettamente con _bello_ nè
-con _anello_ della prima.
-
-Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio
-tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere
-in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la
-maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva _per
-celia_, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come
-ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.
-
-— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.
-
-— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è
-vero, babbo?.
-
-Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati
-in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio
-scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo
-compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice
-amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora
-Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta
-di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli
-accadde più di far rimare _velo_ con _anello_, senza averne la poetica
-licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e
-pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume
-arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di _realismo_
-anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
-
-E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre
-vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza
-stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, _autore_ recidivo di
-birbonate simili.
-
-Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano
-dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato
-dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia,
-se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito;
-a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze
-verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla
-Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al
-ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un
-vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma
-non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra,
-priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; _Musa, Musae_,
-la musa della prima declinazione latina!
-
-Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa,
-come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per
-introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che
-avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza
-di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei
-verbi e nei pronomi.
-
-Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa
-diventava _musarum_, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che
-necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento
-che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la
-lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi
-avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la
-lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di
-Giustiniano, eccettera, eccettera.
-
-E soggiungevo con sussiego:
-
-— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli
-antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale
-non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si
-facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte
-le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini,
-quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono
-latine.
-
-Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma
-con uno sgomento crescente.
-
-— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
-
-— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa
-da nulla.
-
-— Tu l'hai studiato?
-
-— Altro che!
-
-— L'hai studiato tutto?
-
-— Tutto.
-
-— Anche i verbi? Anche _hic, haec e hoc_? Anche _dies, diei_?
-
-L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una
-volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica
-della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi
-pigliavo la rivincita.
-
-— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne
-pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...
-
-Augusto m'interruppe:
-
-— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?
-
-Il tranello era perfido.
-
-— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza
-batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti
-da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le
-declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...
-
-— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
-
-E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere
-all'urto d'un avversario simile.
-
-— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento
-come l'intendi tu.
-
-Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo
-interamente.
-
-
-V.
-
-Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo
-aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio
-si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.
-
-— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che
-farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le
-regole della grammatica latina?
-
-— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità —
-studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...
-
-— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
-
-— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...
-
-Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un
-argomento convincente.
-
-— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza
-coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo...
-invece per il latino ci vogliono otto anni.
-
-Mi scappò detto:
-
-— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna
-poi esercitarsi tutta la vita.
-
-— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non
-ne fai più degli errori?
-
-Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire
-una bugia, bisognava rispondere in latino.
-
-— _Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto_.
-
-Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle
-spalle e se ne andò mugolando fra i denti: _nominativo domus la casa,
-genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo_...
-
-Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello
-strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne
-a dire trionfando:
-
-— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
-
-— Davvero, e che cosa dice?
-
-— Dice che il duomo è più grande di una casa.
-
-— E non ha forse torto...
-
-Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse
-necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e
-aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto
-era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in
-mezzo a tanti angeli rotti.
-
-Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli
-_angeli rotti_ di mia figlia erano testine alate.
-
-Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione:
-_singolare nominativo, domus la casa..._
-
-La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi
-beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo
-con ferocia.
-
-Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non
-volergli entrare in capo.
-
-— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti
-inutilmente, perchè pensi ad altro.
-
-Ammutolì, segno che avevo indovinato.
-
-— A che pensavi studiando?
-
-— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche
-l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...
-
-— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta
-la severità paterna.
-
-Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli
-cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza
-confessarlo in casa.
-
-
-VI.
-
-Fu per opera della disperazione.
-
-Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a
-scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra
-volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla
-sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non
-tarda a ritrovare il _caro oggetto_. Così fece mio figlio, e io ne fui
-testimonio.
-
-Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre
-del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura.
-
-Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui i
-_grandi_ avevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini,
-per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non
-perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il
-quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a
-_mosca cieca_, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si
-fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del
-terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.
-
-Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli
-aveva fatto alleanza con Angela, con la bionda Angela, quella dei
-labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle
-mani di _mosca_.
-
-Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina
-che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e
-alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene
-immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e
-voltandosi bruscamente quando aveva gridato _mosca_, si trovava ogni
-tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano,
-e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che
-Angela era due buone dita più alta di Augusto.
-
-— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così.
-
-Invece era proprio _così_, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad
-Augusto.
-
-Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col
-pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni
-tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui
-non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e
-sereni, e il resto.
-
-A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a
-pigliarlo per un braccio, salvarlo da _mosca_ e tirarselo dietro un
-tratto.
-
-Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati: _mosca_
-venne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e
-tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani: _presa! presa!_
-
-Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel
-buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e
-rideva del proprio trionfo.
-
-Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei
-più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati
-imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata.
-
-Allora entrò di mezzo mio figlio:
-
-— Che cosa volete fare voi altri?
-
-Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle
-qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la
-bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo,
-senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli.
-
-Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva
-pronunziato all'orecchio di _mosca_, qualcuno, chinandosi a guardare
-sotto il naso di Angela, insinuò: _ci vede_!
-
-— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.
-
-A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le
-apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne
-immischiasse.
-
-Una risata, un gridio confuso: _mosca! mosca!_; tre o quattro spinte
-di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera
-ragazza sola nel mezzo del cortile.
-
-La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi,
-allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere.
-
-Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche
-lei.
-
-— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere
-che la vado a baciare e non mi piglia.
-
-— Anch'io! — esclamò un altro.
-
-— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.
-
-E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario,
-con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente
-ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse
-lui.
-
-Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono
-qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì —
-impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò
-Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la
-fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il
-fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di
-Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona
-fede: _mosca! mosca!_
-
-
-VII.
-
-A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità
-scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a
-un tratto: — _Angela!_ — e noi aggiungemmo: _Augusto! Laura!_ — due
-piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza
-stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono
-(ipocriti!) senza voltarsi.
-
-Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre
-anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con
-una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva
-portarsela a casa.
-
-Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito,
-perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e
-rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente
-così: «adorata fanciulla!»
-
-Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei
-versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe
-contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte,
-e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare
-sul serio, amò in prosa; ma, o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora
-del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di
-carta il suo grande amore.
-
-Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario
-una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come
-per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi
-mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi
-modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.
-
-Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa
-moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare
-in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche
-pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile
-apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale
-esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il
-signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede
-come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni.
-
-
-VIII.
-
-E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con
-una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.
-
-Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione:
-«le fanciulle sono sempre mature per l'amore».
-
-Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e
-di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare
-interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva
-con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo
-quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico
-effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile
-di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e
-all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_
-abbastanza.
-
-Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere
-con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno,
-probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno
-Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si
-sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco
-amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come
-una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!
-
-Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di
-esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti
-del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva
-quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita
-ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito
-carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola,
-anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte
-a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli
-scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli
-scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.
-
-— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.
-
-Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi
-giurava di non voler niente bene a quel monello.
-
-— Che cosa devo fare? — diceva.
-
-Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva
-nemmeno lui.
-
-— Mordilo — consigliava a casaccio.
-
-Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano
-così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di
-musoneria crudele.
-
-Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il
-desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene,
-a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione
-ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza
-far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra.
-Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei;
-pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol
-proprio bene!»
-
-Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto
-andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi
-della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi
-di nulla.
-
-Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io,
-dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara
-fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava
-più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il
-tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone
-estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi
-deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me
-per farsi vedere da Angela.
-
-Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse
-parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino
-rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo»
-annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca
-speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.
-
-Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e
-interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola,
-come gl'insegna il suo dovere di padre.
-
-
-IX.
-
-Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il
-principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi,
-incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola,
-e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello
-o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che
-dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una
-finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è
-soverchia felicità?
-
-E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio
-insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non
-lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava
-la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il
-tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era
-con _lui_ lento, pigro, sgarbato; con _lei_ era vario, industrioso,
-galante.
-
-Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di
-Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.
-
-Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più
-semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro
-giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li
-consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era
-più la bimba d'una volta.
-
-Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento;
-maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di
-bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta
-espressiva era oscurata da pensieri amari.
-
-Fu un periodo di torture.
-
-Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel
-corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più
-amara: la partenza d'Angela!
-
-Angela _partiva_, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e
-la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi
-innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!
-
-Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere
-molto infelici.
-
-— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela
-giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.
-
-Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo
-in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il
-disastro era compiuto.
-
-No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era
-destino.
-
-Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno
-scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui,
-il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile,
-di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro
-eccetera» di battere l'uno per l'altro.
-
-Solo un mese dopo la _partenza_ d'Angela, essendo andati a far visita
-ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto
-nel farsele intorno provava una soggezione istintiva.
-
-Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri
-l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano
-tutto il sistema amoroso di mio figlio.
-
-Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna,
-tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza
-di mio figlio la chiamai _signorina_. E m'avvidi, dalla risposta,
-dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima
-volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a
-tredici anni.
-
-Ma aveva essa tredici anni veramente?
-
-Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a
-disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore
-spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela,
-mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare
-alcuni mesi ancora, purchè egli si acconciasse alla parte di vittima
-predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che
-picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro
-votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese
-verso corte.
-
-Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il
-suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare,
-gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle
-che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò.
-
-Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per
-farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi
-dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai.
-
-Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra
-in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre
-la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la
-temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava...
-
-Che cosa segnava il termometro?
-
-Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano
-avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col
-dito degli _A_ maiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto;
-Angela ascoltava guardandolo fissamente.
-
-— Va bene — mormorò essa in ultimo.
-
-E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura:
-
-— Nevica!
-
-— Davvero?
-
-— Davvero?
-
-Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si
-era fatta rigida, il termometro segnava...
-
-Che cosa segnava il termometro?
-
-
-X.
-
-Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa come un uccelletto a
-cui avessero aperto la gabbia; doveva essere impaziente di portare nel
-mondo la libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati.
-
-Un amore bambinesco è un impaccio quando l'età annunzia alla fanciulla
-che il vero amore non è lontano.
-
-Come se non avesse aspettato mai altro, Angela approfittò così bene
-della licenza, che in pochi mesi nessuno più potè supporre che essa
-avesse avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore.
-
-Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più carina, sempre più
-adorabile, la spergiura! Se ne avvedevano tutti, lo dicevano tutti,
-tranne mio figlio.
-
-Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto nella sua sepoltura
-latina.
-
-Già erano parecchi annetti che lottava con le regole, già si era
-acciuffato con la sintassi e con la prosodia, già ripeteva enfiando
-le gote: _Quousque tandem abutere_, quando un giorno entrò in casa una
-gran notizia: Angela era sposa!
-
-Laurina istintivamente si guardò nello specchio; mio figlio non
-impallidì, non disse verbo; ma la mattina successiva trovai sulla sua
-scrivania un rimasuglio di distico latino andato a male.
-
-Si leggeva ancora non ostante le cassature:
-
- _Non tu, formosa..._
- _Te, pulcherrima... nuptiæ..._
-
-Il resto non aveva voluto venire.
-
-
-
-
-IL MARITO DI LAURINA
-
-
-I.
-
-Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo,
-o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il
-serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o
-lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore?
-Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?»
-
-— Chi? — interrompe un lettore.
-
-Il marito di Laurina.
-
-«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena
-di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo
-più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua;
-forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo
-per venirsi a innamorare di mia figlia».
-
-A volte poi dicevo a Evangelina:
-
-— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là,
-in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi,
-non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione
-di fargli perdete la testa!
-
-Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura,
-la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un
-sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla
-rovescia.
-
-Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio
-dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi
-mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo
-fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù.
-
-Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno;
-portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso
-in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente
-famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più
-che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della
-perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non
-se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza
-divisa.
-
-Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche
-corrisposto.
-
-Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di
-maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne
-andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo
-a Milano più innamorati di prima.
-
-Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui
-pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava
-importuno.
-
-Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a
-fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere,
-se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo
-tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi
-diventava prezioso.
-
-E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava
-superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un
-«addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.
-
-Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.
-
-Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale
-dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in
-processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di
-me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali
-mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale,
-in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che
-comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la
-toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale
-mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro
-vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai
-al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi
-passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista,
-appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei
-miei gravissimi pensieri.
-
-Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono
-e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci
-abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione,
-aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i
-sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me
-e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi,
-oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo
-padre?» Mia figlia mi domanda ridendo:
-
-— A che pensi?
-
-E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu,
-quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi.
-
-La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente
-ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che
-vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei...
-Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte
-sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno,
-ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto
-disposto a restituirla.
-
-È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale;
-è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre
-anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina.
-
-— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia.
-
-«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci
-conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è
-lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto,
-fallo felice, amalo...»
-
-Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi
-a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi
-il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto
-si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo.
-
-— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai
-veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi
-fai questa domanda?
-
-— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi
-soltanto... anche l'altro giorno...
-
-— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...
-
-— L'altro giorno eravamo in galleria...
-
-— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano
-tutti sanno chi è l'avvocato Placidi...
-
-Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il
-braccio, bisbigliando:
-
-— Zitto, è lui!
-
-To'! Laurina riconosceva _quel signore_ al passo!
-
-Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato da una bizzarra
-musica di stivali, ma per averla così bene nell'orecchio, mia figlia
-aveva già dovuto udirla più d'una volta.
-
-Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente, passò oltre,
-sempre saltellando, e giunto alla estremità del viale, tornò indietro a
-passo lento, trovando ancora il modo di saltellare.
-
-Feci in un istante le più strambe congetture.
-
-«Quello è un parente lontano, forse un cugino della madre di mia
-moglie; emigrò all'estero per disperazione amorosa, non essendo potuto
-arrivare al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio suocero;
-è rimasto scapolo, si è fatto milionario; ora ritorna in cerca di
-un erede; dicono che la mia Laurina sia tal quale il ritratto di sua
-nonna a sedici anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia, grazie al
-cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi dall'America per portarle
-la dote, ma se le piovesse un milioncino nel cestello di nozze non
-offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste».
-
-Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e dentro di me
-ridevo; intanto che venivo pagando alla meglio il tributo d'ilarità a
-quell'idea barocca, altre idee si facevano avanti.
-
-«Quello è un padre di stampo antico, che non si fida del criterio del
-suo primo maschio, e vuole scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha
-un'aria tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe fare una
-scelta migliore. Rimane a vedersi se a noi conviene il pretendente...».
-
-L'incognito non era più che a pochi passi, e io, guardandolo alla
-sfuggita, vidi con uno sgomento nuovo che egli saltellava peggio di
-prima, e che avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo
-luccicare stranamente le pupille nella loro cornice di rughe e piegando
-la testa con un vezzo tutto suo.
-
-Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò pure arrendermi alla
-evidenza quando il vecchietto, passandoci rasente, spinse l'ardire fino
-a manifestare il suo incendio con un sospiro.
-
-Proprio così: quello che io credeva un colonnello americano imbarazzato
-nel far testamento cercava forse un erede, ma lo voleva legittimo, e
-aveva messo gli occhi su mia figlia.
-
-— È un matto! — dissi a Laurina in maniera d'essere inteso dallo strano
-pretendente, e attraversai il viale per cacciarmi fra le aiuole.
-
-Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro, ma voltandomi poco
-dopo vidi che egli saltellava per raggiungerci da un'altra parte e
-pigliarci ancora una volta di fronte.
-
-Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello e melanconico
-mi faceva addio con la mano, senza che io trovassi un accento per
-dirgli: — «rimani, tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore;
-chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina è tua». L'audacia di
-un balordo stagionato mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale.
-
-— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa senza comprendere, mi
-secondò, e a me parve di averla sottratta a un pericolo, quando alla
-porta di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire le nostre
-traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma lo ha tradito!»
-
-— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra volta mia figlia.
-
-Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il mio pensiero, le dissi
-che era un matto, che non poteva essere se non un matto.
-
-
-II.
-
-Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale.
-
-Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e
-in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di
-coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un
-addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla
-porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina.
-
-Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause
-di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente;
-ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una
-musica in anticamera ruppe la mia industria.
-
-«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo
-fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani
-mi portò un biglietto di visita.
-
-— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi,
-sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non
-invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto:
-Libero de' Liberi.
-
-Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia
-anticamera».
-
-L'impazienza mi vinse e gridai:
-
-— Fatelo venire innanzi.
-
-Perchè mi tremava la voce?
-
-Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito
-notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e
-che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere.
-
-— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo
-risolutamente.
-
-Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai
-d'inchinarmi e di accennargli una sedia.
-
-Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e
-parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle
-della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la
-parola:
-
-— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato...
-propriamente delicato...
-
-Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto,
-ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il
-prezzo della sua balordaggine.
-
-Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva:
-
-— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha
-il cuore... pari all'ingegno...
-
-Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per
-respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento:
-
-— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani,
-e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato
-Placidi. Non dica di no...
-
-Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza
-di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto
-quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni
-di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra
-di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così
-le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido
-patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di
-lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi.
-
-Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di
-trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino,
-si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed
-accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro
-della vittoria.
-
-— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente
-disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio.
-
-Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che
-vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide
-nemmeno e tirò dritto:
-
-— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe.
-Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni
-crede che io abbia?...
-
-Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si
-affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente
-nelle mani.
-
-— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra
-un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar
-moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un
-sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare
-io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato
-retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le
-ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei,
-guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male...
-perchè vi ho pensato molto.
-
-Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza
-commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e
-chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli
-si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di
-malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione:
-
-— Forse troppo!
-
-Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito
-alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto.
-
-— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più.
-
-— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da
-minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le
-domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere
-il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non
-vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia
-massima.
-
-Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione,
-e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine.
-
-— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere
-alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la
-figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire;
-la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè
-crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il
-tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata
-una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle
-creature stentate che si metteranno al mondo.
-
-Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il
-periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di
-lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che,
-secondo me, dovevano ferirlo nel vivo.
-
-Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e
-solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando
-il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera
-vezzosa:
-
-— Posso parlare?
-
-— Parli.
-
-— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del
-mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio
-non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto
-che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia.
-Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che
-del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma
-logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza
-del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma
-lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come
-chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca
-inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma
-prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte
-le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire
-tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie
-perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio
-affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non
-isbaglio, ho qualche anno più di lei....
-
-— Quindici — insinuai con garbo.
-
-— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza.
-Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei
-quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di
-rendere felice una donna; io la so tutta...
-
-Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della
-confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo
-punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse
-avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici
-a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare
-carezzevole di prima, ripetè:
-
-— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le
-leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio;
-invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto
-della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura
-aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre
-due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La
-fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura
-vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il
-suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia
-il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita
-a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute
-perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare
-ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una
-pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che
-mi somiglino...
-
-Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non
-andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non
-voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto,
-egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere
-inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al
-muro.
-
-— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che
-scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi
-dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e
-infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del
-tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri;
-il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me
-solo.
-
-Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere:
-
-— Sono ricco!
-
-Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti
-astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un _ma_.
-
-— Me ne rallegro — risposi — ma...
-
-Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo
-suo argomento:
-
-— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le
-son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima,
-sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del
-debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia
-vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire
-subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna
-la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto
-di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei
-grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere
-fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano
-munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario...
-
-— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in
-una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da
-un bolide che ci caschi addosso.
-
-— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia
-vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che
-porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col
-suo fardelletto di ragazza e niente più.
-
-Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli
-occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto
-bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi
-tranquillamente:
-
-— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non
-veggo l'applicazione.
-
-— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una
-figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace
-troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per
-farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile
-— eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore,
-ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei
-pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso.
-
-Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di
-prima, quando soggiunse:
-
-— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro
-nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi
-difenda lei.
-
-Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo
-audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era
-ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli
-aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri.
-Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle
-sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in
-campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle
-di sedici anni perderebbero la testa!...
-
-— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se
-non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque
-anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse
-ignora quanti anni ha la mia Laura.
-
-— Laura! Si chiama Laura?
-
-— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che _sedici_ anni!
-
-Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità
-egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii:
-
-— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla
-signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste
-ancora la bambola di nascosto.
-
-Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici
-anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva
-estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto.
-
-— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole
-non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici
-anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo
-che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto
-sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici
-anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano
-diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio:
-io non ho nulla in contrario!...
-
-— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono
-costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia...
-
-— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso
-poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie...
-
-— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la
-vorrei stagionata.
-
-— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi
-è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico
-proprio di diciassette anni...
-
-— Manco male!
-
-— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio
-fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono
-ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono
-entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno
-delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi
-si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello
-che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a
-dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere
-affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio?
-A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un
-mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora
-della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità
-così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de'
-libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre
-nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le
-curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior
-parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà
-per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e
-per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?...
-Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione...
-
-— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non
-posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che
-dar marito a mia figlia...
-
-— Ebbene, aspetterò... posso aspettare.
-
-Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio
-pensiero e soggiunse:
-
-— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso
-aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno,
-due?...
-
-— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se
-mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del
-suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei
-difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo
-noi, _effetto_; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono:
-i sofismi dell'impotenza.
-
-Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e
-gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla
-pacatamente.
-
-— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma
-impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non
-offenda le verità fisiologiche...
-
-— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo
-ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto;
-ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti,
-di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le
-sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in
-cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza
-dall'altra...
-
-— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato —
-un po' di condiscendenza dall'altra....
-
-— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò
-che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace
-parlarle schietto, non gliela darei.
-
-— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla
-propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?...
-perchè io non voglio dote...
-
-— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma
-le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento
-della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un
-sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non
-vogliono rinunziare.
-
-Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io
-guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque.
-
-— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà...
-
-— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è
-in età che non mi obbliga a consultarla.
-
-Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo.
-
-— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua
-figlia senza nemmeno interrogarla.
-
-— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare
-a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità.
-
-— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due
-volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e
-mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie
-intenzioni...
-
-— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era
-contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la
-briga di metterle in capo il suo strano progetto.
-
-— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato
-testardo; — voleva sposare il babbo!...
-
-— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono
-aspettato.
-
-— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi...
-
-Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai,
-sparve.
-
-Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che
-le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il
-mio sgomento nel seno di Evangelina.
-
-
-III.
-
-Evangelina rise. L'idea che Laura a sedici anni avesse suscitato
-la follìa amorosa d'un vecchio celibe, e sopratutto che io me ne
-affliggessi come d'una sventura toccata alla nostra bambina, questa
-idea la metteva di buon umore.
-
-— Me lo farai conoscere — diceva; — quando egli tornerà mi avvertirai,
-e io starò al finestrino per vederlo passare. Ma perchè non ridi anche
-tu?
-
-Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse
-rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo
-dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia».
-
-— Ridi — insisteva Evangelina.
-
-— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina,
-mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con
-quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della
-giornata co' suoi argomenti...
-
-— La ragazza non glie l'hai data!
-
-— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che
-è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non
-potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo,
-e te lo darò io l'irresistibile...
-
-Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare
-un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta
-tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente
-le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè.
-
-— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso
-tanto in vita mia.
-
-Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma
-m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse
-godere.
-
-— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai.
-
-— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un
-pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come
-questo non le si presenterà mai più.
-
-— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere che per ogni fanciulla
-che arriva alla maturità, vi sono almeno due vecchi ben conservati ed
-impazienti che aspettano.
-
-— Io ne sono persuasa.
-
-— La società è fatta così — proseguii: — i giovani vanno in cerca delle
-donne stagionate... degli altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle.
-Ma pensa un po' che orrore! la nostra Laurina!...
-
-Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo sennino perspicace,
-capì subito che stavamo troppo zitti, buttò un'occhiatina qua e là,
-tanto da non aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò
-all'uscio opposto per andarsene com'era venuta.
-
-— Laura!
-
-Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia sorridente; le feci un
-cenno ch'ella comprese e corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole
-il mento con una carezza, e tenendo la sua testina alla distanza di
-tutto il mio braccio allungato cominciai burlescamente una specie di
-esame malizioso, che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto di mia
-figlia, si volse in tenerezza profonda, e subito dopo in dispetto.
-
-E mi venne detto senza avvedermene: animale! perchè mi si presentava
-alla mente quel vecchio egoista, che a lasciarlo fare...
-
-Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi dato il segnale, mentre
-nostra figlia veniva interrompendo ora il babbo, ora la mamma:
-
-— Che cosa è stato? Perchè ridete?
-
-
-IV.
-
-Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto
-di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta
-donna e rifatta si fosse bambina.
-
-Anche Evangelina sentiva a quel modo.
-
-— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi
-pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo
-che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu
-resa dalla balia.
-
-Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo
-d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma
-Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come
-già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci
-in un cassetto.
-
-— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina.
-
-— Andrà in collera.
-
-— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio!
-
-Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più
-quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un
-nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse
-appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina
-e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto.
-Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva
-lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo
-castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere
-preso in un agguato.
-
-In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava
-frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote.
-Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di
-malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima
-senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso
-non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un
-_poscritto_ nei margini.
-
-Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli
-faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile
-vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università
-di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme.
-«L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso
-nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della
-vecchiaia.
-
-Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per
-Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa
-scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho
-dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi
-l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se
-per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di
-fare uno sproposito dopo quattro parole».
-
-Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De'
-Liberi, seguì quello che ci aspettavamo.
-
-— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai —
-avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano.
-
-— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio.
-
-Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni,
-perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto
-come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu:
-
-— Dov'è?
-
-Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere
-Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè
-con una meraviglia ingenua:
-
-— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola!
-
-Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse
-in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza
-veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente
-disse:
-
-— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però
-studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno
-vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre;
-gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa
-avvocati famosi.
-
-Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che parlava per celia, e
-proseguì:
-
-— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica idea; quella
-ragazza non bisogna più mandarla a scuola, è ora di darle marito...
-anzi, mi meraviglio di non avervi pensato prima.
-
-— Volevi darle marito a quindici anni?
-
-— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro; mi pare che se avessi
-pensato a questo per cacciar la malinconia...
-
-— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento incredulo.
-
-Egli alzò una mano e cominciò solennemente:
-
-— Ragazzo mio...
-
-Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina, fra le braccia di
-sua figlia.
-
-— E che cosa fa Laurina a scuola?
-
-— Studia...
-
-— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano a scuola? Quelle
-letterine francesi che mi manda le scrive a scuola? Sa la storia, sa
-sonare il pianoforte, sa far di conto... che altro studia?
-
-— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia naturale, la fisica, la
-geometria, la chimica, il tedesco e qualcos'altro...
-
-Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio di quanto
-stava per dire, e disse un'eresia. Disse, il cielo glielo perdoni,
-disse che per mettere al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno
-bisogno di sapere la chimica.
-
-Non ci domandava conto del signor De' Liberi, ed io, impaziente di
-veder mio suocero in preda alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo
-a mettergli innanzi quell'argomento saporito.
-
-— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo il signor De' Liberi.
-
-Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio di buon umore; ma siccome
-mio suocero sembrava aspettare la spiegazione del mio accento beffardo,
-mi toccò soggiungere:
-
-— Ah! quanto ne abbiamo riso!
-
-— È ritornato? — domandò senza ridere.
-
-— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non si ha tempo da buttar
-via...
-
-Mio suocero fu pronto a interrompermi.
-
-— Quanti anni ha?
-
-— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati.
-
-Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente:
-
-— A cinquantacinque anni si è ancora giovani; a quaranta qualche volta
-si è ancora ragazzi.
-
-— E a sedici?
-
-— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato e sorridente — a
-sedici anni si è bambine o si è donnine, secondo i casi. Laura, per
-esempio, è una donnina e bisognerà darle marito presto.
-
-— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai.
-
-— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa ti ha fatto il signor De'
-Liberi?
-
-— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo di contentarlo; egli
-è ancor giovane, è nel fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la
-sproporzione d'età non gli fa paura...
-
-— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò mio suocero come
-rispondendo a sè stesso — è l'infanzia che ci attira tutti; quando i
-nostri capelli cominciano a incanutire, sono le larve della gioventù e
-dell'amore che...
-
-Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa reticenza filosofica, ma
-noi forse ne mettemmo troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò
-in faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante, dichiarò che se
-le ragazze a sedici anni sono la vera e propria calamita della gente
-calva o canuta, uno che sotto la calvizie o la canizie conservi almeno
-un dito di cervello deve farsi forza e resistere; e che il signor De'
-Liberi era un asino calzato e vestito se pigliava un istinto per un
-bisogno e la propria debolezza per la propria forza.
-
-— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e levarcelo
-dai piedi con garbo. Me ne incarico io, purchè...
-
-Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso i vetri; a un
-tratto s'interruppe e passò un raggio di luce sulla sua faccia.
-
-— Eccola! — mormorò appoggiando il viso alla vetrata... — quanto è
-cresciuta! quanto è bella! Ma chi è quel signore che l'accompagna?
-
-— È lui — esclamai picchiando il vetro colla fronte.
-
-Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e disinvolto, e
-accompagnato sempre dalla sua musica, che attraversava i vetri e
-giungeva fino a noi, egli camminava accanto a mia figlia, la quale
-non sospettando la perfidia in un uomo di quell'età, gli fissava
-in volto gli occhi innocenti, mentre egli le diceva... Che cosa mai
-le diceva?... E la fantesca? Stupida creatura! Eccola là che arriva
-tranquillamente in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando un
-ultimo pezzo di dialogo al portinaio.
-
-Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi una carezza, a mezza
-strada vide il nonno che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da
-lui.
-
-— Ci è di là un signore... vecchio — disse quando potè uscire
-dall'amplesso.
-
-— Chi è quel signore _vecchio_? Che cosa ti diceva? Come mai ti seguiva?
-
-— È quello stesso che abbiamo visto insieme nei giardini, te ne
-ricordi? quello che porta gli stivali canterini... Ieri uscendo da
-scuola lo incontrai per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione
-veniva da te... Montiamo nell'_omnibus_ e monta anch'egli; ci troviamo
-a sedere dirimpetto... — La signorina Placidi? — mi domanda. — Sì,
-signore — rispondo. — Ho fatto male?
-
-— No, no, tira via...
-
-— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo vado appunto a trovare; crede
-che sarà in casa a quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi l'omnibus
-si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere e lascia che Margherita
-faccia da sè. E ora è là che ti aspetta per parlarti di un negozio
-importante.
-
-— Come lo sai?
-
-— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante con te; mi sembra un
-po' chiaccherino quel signore e anche un po' curioso; voleva sapere se
-vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto di conservarmi
-_sempre così_... Sempre così... come?
-
-Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e s'avviò incontro al
-signor De' Liberi; io, temendo che ne facesse scempio, gli venni
-dietro.
-
-
-V.
-
-Non si sgominò niente affatto vedendo comparire due persone invece
-d'una; ci accolse con un inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro,
-s'impadronì della mia mano.
-
-— Mio suocero — cominciai a dire...
-
-— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato; è il suo ritratto!
-
-Con questa bugia enorme egli metteva fuor di combattimento un
-avversario, ma inaspriva l'altro; perciò soggiunse, rivolgendosi a me:
-
-— È strano che uno possa somigliare a molte persone, che poi fra loro
-non hanno ombra di somiglianza.
-
-Io ammisi concisamente che era strano, e pregai il signor De' Liberi di
-mettersi a sedere.
-
-— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con l'aria d'informarlo
-per la prima volta — il signore ci ha fatto l'onore di chiedere la mano
-di Laurina.
-
-Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora gongolante della
-sua somiglianza strana con mia figlia, faceva intendere col capo e col
-sorriso che sapeva tutto, e che era disposto a compatire ogni cosa.
-
-— Vengo per la risposta — disse il signor De' Liberi, rivolgendosi
-addirittura al nonno.
-
-— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo nel
-dover dare un'afflizione in cambio di una lusinga; — la risposta
-non deve offenderla... Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so
-compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con mio genero...
-l'infanzia ci attira...
-
-Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande; gli era penetrata
-una spina in una parte molto sensibile... non poteva star fermo...
-
-— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era uomo da lasciarsi
-interrompere al momento di prendere il filo.
-
-— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio una ragazza, sebbene
-paia una donnina a vederla, non è possibile pensare a questo matrimonio
-sul serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora e noi saremo
-vecchi quando Laura...
-
-Questa volta il signor De' Liberi non potè resistere.
-
-— Quanti anni ha il signore?
-
-— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio suocero; — ho infatti
-qualche anno più di lei; ma questo non fa nulla; non siamo ancora
-vecchi nè io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare; almeno io ce
-l'ho...
-
-— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei, mi scusi...
-
-— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho rinunziato da un pezzo,
-e se dà retta a me, deve rinunziare anche lei.
-
-Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava niente affatto
-a Laurina; aveva messo nella voce un piccolo tremito d'impertinenza
-garbata, e gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli bianchi.
-Il signor De' Liberi fu impassibile.
-
-— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò che ne abbia
-venti.
-
-Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da quella minaccia; poi
-ridemmo senza pigliarci soggezione. Rise anche il signor De' Liberi, ma
-solo per farci smettere, poi proseguì:
-
-— E siccome sono un galantuomo, oso sperare che il signor avvocato non
-mi vorrà chiudere le porte di casa sua come a un monello o a un nemico.
-
-Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue visite ci avrebbero
-sempre fatto piacere...
-
-— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra volta la
-pregherò di presentarmi alla sua signora; ora me ne vado...
-
-— Creda pure — entrò a dire mio suocero interamente placato.
-
-— Creda... — dissi io.
-
-— Credano — disse lui — non mi dispero mai, perchè so aspettare.
-
-— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio suocero.
-
-— A ben rivederla.
-
-— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto da noi, attraversò le
-stanze senza voltarsi; sulla porta d'ingresso fece un ultimo inchino e
-sparve.
-
-Un momento dopo attraversava il cortile a passo di conquista, e
-sollevava gli occhi alla finestra, forse con la speranza di vedere la
-piccola dama de' suoi pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci
-scorgere; ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi a mio suocero
-che mi stava a guardare a bocca aperta:
-
-— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho più speranza di salvarla.
-
-— Che cosa dici mai?
-
-— Dico che quell'uomo è capace di aspettare quattro anni e di
-sposarsela; è il destino che lo vuole.
-
-Un po' del mio timore superstizioso era penetrato nell'animo del povero
-nonno.
-
-— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile che Laurina stia
-quattro anni ancora senza trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna
-trovargliene uno subito... io ti aiuterò.
-
-— Stando a Monza!
-
-— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono capace di piantare la
-filanda per cacciarmi in casa tua come un invalido... Mi vuoi?
-
-— Vieni — esclamai solennemente — vieni a ripetere queste parole in
-faccia a tua figlia e a tua nipote.
-
-Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo.
-
-
-VI.
-
-A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a
-sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel
-seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al
-suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di
-affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera
-preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò
-un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze
-e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita
-non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di...
-
-— Di Laurina?
-
-— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto.
-
-Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione
-alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse:
-
-— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non
-ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare,
-rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un
-egoista, un impertinente, uno sfacciato...
-
-Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il
-cervello.
-
-— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono
-fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire.
-
-Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così
-ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere
-castigato.
-
-Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva
-dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con
-voce malsicura:
-
-— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello
-che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla
-mia Laurina.
-
-— Sapevamcelo! — esclamai.
-
-Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente,
-senza badare all'interruzione:
-
-— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia
-essere nonno e non te ne puoi fare un'idea.
-
-— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove,
-io non ho fretta.
-
-— Se non l'hai tu, l'ho ben io.
-
-— Tu sei già nonno; che te ne importa?
-
-Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò
-il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato.
-
-— Bisnonno! — esclamai.
-
-— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono
-forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare.
-
-Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò
-tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte.
-Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda
-che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si
-trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio
-suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo.
-
-— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda
-a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento
-arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina.
-
-— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie.
-
-— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a
-diciassette anni?
-
-— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto.
-
-— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete
-una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa
-farsi vedere?
-
-— Andiamo in casa del Cavaliere...
-
-— E che si fa dal Cavaliere?
-
-— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte.
-
-— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine...
-E quando si va in casa del Cavaliere?
-
-— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno.
-
-— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la
-mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di
-rosolio.
-
-— Le ragazze vi trovano marito?
-
-— Qualche volta sì...
-
-— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente.
-
-La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era
-veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria
-affluenza in tutte le stagioni dell'anno.
-
-Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque
-anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in
-passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato
-battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli
-uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria
-avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più
-infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di
-non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso,
-sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine
-timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più
-disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci
-lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza
-dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese
-erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola
-noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna.
-Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il
-suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte
-che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto
-pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di
-casa mia.
-
-— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra
-vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho
-perdonato.
-
-Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di
-trovare il marito di Laurina.
-
-
-VII.
-
-Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La
-notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a
-dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli
-credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo
-mezzanotte per ripartire all'alba.
-
-Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello
-Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha
-tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati
-alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato
-alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che
-doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere
-tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non
-annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della
-sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso
-solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi.
-
-Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno
-d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate,
-per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare
-il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire
-al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè
-della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima
-notte.
-
-Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a
-casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due
-da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche,
-non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere
-il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una
-crudeltà svegliarlo.
-
-Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle
-inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose,
-egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello;
-ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima
-compiacenza di aver perduta la notte.
-
-Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del
-Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti
-cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno
-alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per
-ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso.
-
-La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a
-compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando
-con disinvoltura la propria porzione di noie.
-
-Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla
-comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti;
-l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua
-eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine
-impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore
-A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto.
-
-Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa,
-poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la
-conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero
-di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in
-sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a
-dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina
-la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle
-dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte
-sonate a quattro mani.
-
-Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi:
-
-— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio,
-che volta le spalle alle ragazze?
-
-— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste
-povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa
-simile.
-
-— E quell'altro che legge, chi è?
-
-— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta
-sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è
-informato di quanto accade nel mondo.
-
-— E gli altri sei giorni?
-
-— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi,
-ma non ne sono sicuro.
-
-— Bisognerà domandarglielo.
-
-— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi...
-
-— E perchè viene?
-
-— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in
-quell'angolo.
-
-— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a
-guardare di qua e di là...
-
-A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi
-nostri una visione...
-
-— Il signor De' Liberi — balbettai.
-
-Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse
-incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece
-presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando
-dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata
-come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno
-sospirò dentro di me: «L'ha presa!».
-
-Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi.
-
-Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti
-della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi
-fatali che frequentano i vecchi romanzi.
-
-Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico
-nostro?
-
-La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di
-superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino
-rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate:
-l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le
-sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto
-appunto al signor Libero De' Liberi!
-
-Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva:
-«volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a
-quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva
-lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita
-ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali
-manda da parte del colonnello Ipsilonne».
-
-Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo
-il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò
-dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza.
-
-— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal
-suo destino e dal mio.
-
-Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio
-proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì.
-
-Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava
-dalla stessa sera.
-
-Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua
-faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta
-la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini.
-
-Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e
-il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto.
-
-Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce
-del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore.
-
-Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi,
-più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva
-e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva
-di nulla.
-
-Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi
-di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il
-signor De' Liberi.
-
-Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo
-secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva
-lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto:
-
-— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro.
-
-Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli
-fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla
-nota voce del pianoforte accorre e lo circonda.
-
-Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete:
-
-— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa!
-
-Ahi! Povero signor Paolo!
-
-Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di
-no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla
-tastiera l'accordo della disperazione.
-
-— In si bemolle! — esclama una voce.
-
-Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi.
-
-Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto
-di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle
-ragazze fino al fianco di mia figlia.
-
-Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso,
-come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona
-benissimo.
-
-Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi.
-
-— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa.
-
-Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare.
-Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per
-mano:
-
-— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina?
-
-Evangelina, disgraziata!, ride.
-
-Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia
-volpe incomincia a farci paura sul serio.
-
-
-VIII.
-
-Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande
-sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio,
-toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava
-benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo
-di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino
-all'ultima battuta.
-
-Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle
-pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia,
-aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli.
-
-Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si
-trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine
-impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena:
-
-— Sonate voi altre...
-
-— No, voialtre.
-
-E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di
-mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte.
-
-Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte
-per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì,
-tranne, forse, la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle
-loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava
-le amiche dall'ultima battuta.
-
-Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima
-forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto
-il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non
-toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il
-Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non
-si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda
-per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma
-egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di
-risvegliare il proprio pianoforte più tardi.
-
-Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e
-gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo
-sguardo di Laurina.
-
-— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed
-essa vi andò, ma senza correre.
-
-Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il
-padrone di casa e lo trasse in giardino.
-
-Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva
-al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non
-raccogliere, poi silenzio.
-
-E uno uscì a dire all'improvviso:
-
-— Che persona simpatica quel signor de' Liberi!
-
-— Quanti anni avrà? — chiese un altro.
-
-— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente.
-
-— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa.
-
-Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca
-fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala
-protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non
-dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque,
-anzi meno.
-
- *
- * *
-
-Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei
-più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove
-egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai
-tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene.
-
-Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una
-locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare
-gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad
-ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta
-d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De'
-Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia.
-
-Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso
-mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi,
-o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva
-con arte sopraffina, e cambiava discorso.
-
-In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del
-Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla
-memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio
-di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati
-i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per
-forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e
-per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il
-signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star
-serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche
-loro.
-
-Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami
-per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della
-domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla
-in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una
-pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un
-tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in
-faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste.
-
-Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea
-sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia
-per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad
-ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a
-venire e che se ne andava troppo presto.
-
-Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per
-piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le
-dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la
-voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra
-Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo
-meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la
-fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui,
-costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per
-disperazione».
-
-Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui
-maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi,
-si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così
-accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia:
-«guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa
-sembrava?
-
-Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per
-guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i
-giovani.
-
-Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa
-conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in
-una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai
-cinquantacinque sonati, maturi per _l'amore_.
-
-La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono
-frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio.
-
-— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia
-dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli!
-
-E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli
-pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del
-Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le
-debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro
-spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo:
-
-— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e
-dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso,
-il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De'
-Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali.
-
-La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza
-ricorrere alla maldicenza.
-
-Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia,
-per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia;
-andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò
-inutilmente.
-
-Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e
-del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura
-avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma
-con quei due vecchi al fianco, il problema d'un marito a mia figlia
-cominciava ad inquietarmi.
-
-Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di
-scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava
-dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che
-mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole.
-
-Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato
-marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta,
-l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo
-magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una
-peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune
-bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi
-anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla.
-
-«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!»
-
-Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità,
-nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi
-mostravano il pugno da lontano.
-
-«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una
-volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita
-e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un
-giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale,
-v'interverrà tutto il foro milanese».
-
-Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere
-la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore
-suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con
-quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare
-all'ottantina.
-
-— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra.
-
-— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero.
-
-— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno
-venti.
-
-Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito
-venivan scrollando a poco a poco.
-
- *
- * *
-
-Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non
-ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del
-sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica,
-cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale,
-o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento.
-Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si
-rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte,
-e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha
-ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente.
-
-Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del
-tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche
-fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni
-giorno.
-
-Aimè! anche Laurina è della stessa opinione!
-
-— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi:
-— bisognerà vedermi un giorno!
-
-Qual giorno? È il suo segreto.
-
- *
- * *
-
-E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante
-smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio
-ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il
-signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè
-la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che
-si vanti.
-
-Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È
-rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è
-Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un
-pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è
-coi re longobardi. Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo,
-ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere
-informata almeno almeno della rivoluzione francese.
-
-In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al
-matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio
-che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi
-per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un
-sospiro assassino che siano diretti a Laurina.
-
-«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;»
-— e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso.
-
-
-IX.
-
-Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno....
-Lasciamo stare l'anno.
-
-Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in
-mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di
-metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio
-vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con
-voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi.
-
-Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che
-il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a
-mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono
-con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri
-reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere
-dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza
-di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in
-punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima
-un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi
-l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il
-vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro...
-
-E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che
-cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua
-invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;»
-raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun
-bisogno.
-
-Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più
-belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e
-di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù
-frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla
-ridere quando le permetteva di ballare con altri.
-
-Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti
-all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi
-a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse
-proprio le _nostre donne_ — si avviassero innanzi e prese me con molto
-mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi
-solennemente e semplicemente:
-
-— L'ho trovato.
-
-— Chi?
-
-— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un
-nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina
-chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei
-pensato... indovina...
-
-— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un
-po' confusa...
-
-— È il signor Paolo!...
-
-— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia!
-
-Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto.
-
-— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è
-mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove
-andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho
-notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo...
-pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a
-ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore
-lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi
-è uscito di mente.
-
-Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel
-signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato.
-
-— Dicevi che il signor Paolo...
-
-— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove.
-
-Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era
-sicuro del fatto suo.
-
-— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola
-di seta?
-
-— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente
-nelle tasche.
-
-— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel
-_cotillon_...
-
-— Sì, ma te l'ho restituita...
-
-— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver
-frugato in tutte le tasche.
-
-Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che
-era inutile...
-
-— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.
-
-— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti
-puoi buscare qualche malanno.
-
-— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio —
-gliel'ha rubata...
-
-— Chi?
-
-— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento
-in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene
-facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore,
-per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così
-pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...
-
-— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre
-qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.
-
-— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.
-
-— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...
-
-Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.
-
-— Anche il guanto!
-
-— Crederesti?
-
-— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.
-
-— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.
-
-— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.
-
-— E Laura?
-
-— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà
-anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un
-partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli;
-lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il
-nido, m'hanno detto...
-
-Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
-
- *
- * *
-
-Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi
-sgomento.
-
-«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è
-un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
-
-Non era di questa opinione il nonno.
-
-— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte;
-egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha
-capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po'
-più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia
-la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene
-io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di
-chimica.
-
-Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
-
-Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina
-di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo,
-si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato,
-e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure
-la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa
-guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento,
-senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero
-trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.
-
-— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
-
-— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.
-
-Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro
-nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i
-mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo
-di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.
-
-Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del
-segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore
-disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare
-un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non
-vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come
-schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale
-non si faceva pregare.
-
-Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli
-pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle
-dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare
-una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente
-sopra tutte e due le mani di Laurina.
-
-E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_
-e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava
-le pagine ed era felice.
-
-Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via
-più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.
-
-Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale,
-perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che
-nel coro delle risate metteva la nota robusta.
-
-Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi,
-giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne
-avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del
-prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il
-vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa
-di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.
-
-Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran
-fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta
-dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.
-
-— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace
-di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla
-finita; invitalo a venire a casa il sabato...
-
-— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.
-
-Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva
-accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto
-d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.
-
-Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana;
-ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio.
-Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo
-regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor
-Paolo.
-
-— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
-
-Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte
-nella vetrata.
-
-E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava
-vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.
-
-
-X.
-
-Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la
-manica in anticamera.
-
-— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.
-
-— Agli ordini suoi — risposi.
-
-Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia
-figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello;
-altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle
-signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione
-ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi
-obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più
-tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che
-tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze
-facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte
-gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così:
-
-— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa
-fin d'ora, io non ne ho colpa...
-
-L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la
-confidenza e stetti ad ascoltare il resto.
-
-— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di
-reggimento, un giovane pieno d'ingegno...
-
-— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...
-
-— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per
-concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e
-lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni...
-
-Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli
-prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina.
-Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor
-Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della
-musica.
-
-Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza
-malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare,
-esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio,
-il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si
-raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro
-elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata.
-
-Il dottor Lelli era stato più pratico.
-
-— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico
-compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato
-a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo
-patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel
-giovane alto?...
-
-— Molto alto?
-
-— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura...
-
-— Bruno?
-
-— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...
-
-— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?
-
-— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore
-all'Università di Pavia.
-
-— Ebbene? — chiesi.
-
-— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con
-essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto.
-
- Aura di maggio tepida
- Le parla al cor commosso,
- Svela l'occulto palpito
- Ch'io dir non posso,
-
-canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze
-erano attente ad ascoltarlo.
-
-— Possibile! — dissi — una sera è bastata...
-
-— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti
-— sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò
-leggere se permette.
-
-(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il
-ventaglio caduto ad Evangelina).
-
-— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato
-al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è
-giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno;
-farà certamente felice la donna che...
-
-— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni.
-
-— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon
-matrimonio.
-
-Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non
-vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava,
-dando delle occhiate a mia figlia:
-
- Estivo sol, che al gelido
- Labbro non dài calore.
- Tu la segreta illumina
- Ansia del core!
-
-E il signor Paolo accompagnava tutto questo!
-
-Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso
-vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli
-verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo _per caso_ in un
-dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia...
-
-E _dille_, cantò il vecchio pazzo:
-
- E dille, o melanconica
- Stagion dell'anno estrema,
- L'amor che, in petto indocile,
- Sul labbro trema.
-
-Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò
-che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni
-dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene,
-se non si ha la lingua in bocca...
-
-— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia.
-
-Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi.
-
-Io credo che fiutasse il pericolo.
-
-— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il
-termometro, il vero termometro, ci avverte...
-
-Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di
-mio suocero.
-
-
-XI.
-
-Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè,
-trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di
-dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a
-Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle
-difficoltà.
-
-— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà
-la sua disinvoltura di fanciulla...
-
-— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata
-senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.
-
-Evangelina non si spaventava di questo pericolo.
-
-— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non
-lo guarda.
-
-— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non
-era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.
-
-Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo
-da dirle.
-
-— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.
-
-Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.
-
-— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi
-fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti
-vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel
-signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato
-con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti
-piaccia o non ti piaccia...
-
-Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e
-fuggire piangendo.
-
-Sua madre le andò dietro.
-
- *
- * *
-
-Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un
-po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.
-
-Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna,
-e questo sentimento nuovo era una forza.
-
-Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.
-
-Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane
-dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina
-s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»
-
-Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza
-avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.
-
-— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.
-
-— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.
-
-Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col
-marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra
-visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.
-
-— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.
-
-Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.
-
-— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.
-
-Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.
-
- *
- * *
-
-— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto
-Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di
-studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con
-tutti!
-
-— Silenzio!
-
-Era cosa giurata.
-
-Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni
-cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e
-ridemmo.
-
-Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana
-successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro;
-sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno
-finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si
-rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci
-annunciò le sue nozze future.
-
-— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?
-
-La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.
-
-— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. —
-Non ha ancora diciotto anni.
-
-— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche
-mostriccino in gonnella, spero?
-
-Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!
-
-Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere
-aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne
-tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.
-
-
-
-
-NONNO!
-
-
-I.
-
-Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si
-affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento
-come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino
-accanto.
-
-Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti
-e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria
-sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote,
-rincula e si avvia.
-
-Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena
-a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi
-indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio:
-poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime...
-poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima
-ribelle.
-
-Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che avevo dimenticato un
-istante, non sorridono più; la luminaria è spenta.
-
-In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è
-uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per
-sempre.
-
-Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli
-si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e
-sorride.
-
-I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti
-soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di
-due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un
-giovinotto e due signore mature fuggivano.
-
-— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto
-per Parma.
-
-— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero,
-provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli.
-
-Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci
-avviammo.
-
-— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la
-monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire
-gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri
-augurii agli sposi fino alla stazione.
-
-— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.
-
-Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa:
-
-— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino
-a casa.
-
-Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:
-
-— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma
-dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.
-
-Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione
-contenta.
-
-— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del
-capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
-
-Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi
-amici.
-
- *
- * *
-
-Evangelina non era proprio allegra.
-
-— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa,
-lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al
-mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano
-le spalle per seguire il mondo che li chiama.
-
-Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto
-che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la
-mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi
-era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale;
-poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso,
-che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità,
-mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza
-neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi,
-l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa
-per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia
-indulgenza paterna.
-
-Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e
-genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per
-pigliare il tono della celia.
-
-— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano,
-pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di
-studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che
-abbiamo penato tanto a metterli al mondo...
-
-Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io
-mi feci serio.
-
-— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo?
-
-— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo:
-
-— Così ha fatto.
-
-Aveva proprio fatto così.
-
-— E non si è neppure voltato!
-
-— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati
-sul portone...
-
-Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora
-il capo dicendo:
-
-— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo
-accompagnavano, di chi la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche
-nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante
-cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro
-ad amarci.
-
-— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.
-
-— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a
-sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se
-ne vergogna.
-
-— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo
-di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe,
-gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per
-parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli
-comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La
-tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola
-evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe
-cattedra di amor filiale all'università?
-
-Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa
-bisognasse fare.
-
-— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio:
-onora tuo padre e tua madre?
-
-— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto,
-perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!
-
-— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della
-sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta.
-
-— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi
-sento così sola, ora che quella poveretta è partita...
-
-— Così _sola_! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo
-senso arcano — così _sola_.
-
- *
- * *
-
-Laura non è _sola_ — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. —
-Laura non è _sola_, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo
-padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
-
-Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi
-sorrise.
-
-— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre
-dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in
-casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi
-ritorna, andiamo.
-
-Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci
-nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di
-sole.
-
-Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far
-fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie
-va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel
-guanciale di sua figlia.
-
-
-II.
-
-Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta,
-indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non
-mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che
-avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano
-dell'abbandono.
-
-Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai
-l'occhio fantasticando.
-
-Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di
-Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le
-pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con
-mano mal sicura:
-
-«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio
-pensiero di fanciulla è stato per essa».
-
-Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto,
-in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi
-aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per
-sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei;
-intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la
-penna rotolava a terra... Eccola appunto!
-
-— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a
-guardarmi, e fu indovina.
-
-— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a
-raccogliere la penna.
-
-— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.
-
- *
- * *
-
-— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a
-dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il
-penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.
-
-Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e
-mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:
-
-— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito,
-perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e
-la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di
-lui: tutti così i mariti.
-
-— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a
-me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che
-visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.
-
-— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita
-ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando,
-nell'avvenire, la felicità di sua figlia.
-
-— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è
-buona, e ha diritto d'essere felice.
-
-— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre
-di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al
-mondo per far bella la sventura.
-
-Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina,
-diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue
-paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci
-l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo
-della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri.
-
-— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono.
-
-— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.
-
-— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un
-uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da
-quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi
-pare troppo serio...
-
-— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche
-troppo lungo.
-
-Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.
-
-— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie
-è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo.
-
-— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?
-
-— Lo ha conosciuto.
-
-— Come lo sai?
-
-— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi
-diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano
-e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo
-rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo
-pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per
-contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.
-
-— E il dottore ti ha confidato?...
-
-— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo,
-che sa la sua parte di mondo...
-
-Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia,
-aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai
-d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa
-mai ci salva, se non è la rettorica?
-
-— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare
-a bever la vita senza intorbidarla.
-
-— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?
-
-— Nostro genero ha imparato a vivere.
-
-Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla
-abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col
-pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto.
-
-A un tratto mia moglie esclamò:
-
-— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza.
-
-— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi.
-
-— Vediamo l'orario?
-
-— Vediamo l'orario.
-
-E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla
-sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto,
-potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra
-Casalpusterlengo e Codogno.
-
-— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.
-
-Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno
-si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della
-serietà di quell'atto.
-
-— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente.
-
-— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è
-in ritardo di due minuti.
-
- *
- * *
-
-Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri
-figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo
-a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno
-sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo
-l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io
-facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri
-e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere
-felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si
-chiamava l'_ignoto_.
-
-— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad
-un certo punto Evangelina.
-
-— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi
-possono sperare.
-
-E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:
-
-— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.
-
-Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase
-appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al
-nonno.
-
-Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia
-portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel
-taschino del panciotto.
-
-Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui
-contento.
-
-— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella
-camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si
-stupiva.
-
-— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua
-laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era
-graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo.
-Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri?
-
-— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e
-ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e
-farà felice suo marito.
-
-Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me
-con una curiosità corbellatoria.
-
-— Saranno felici — mormorò Evangelina.
-
-— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe
-vincersi ed esclamò ingrossando la voce:
-
-— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve
-lo dico io: e li avranno presto... almeno uno!
-
-— Maschio? — domandai.
-
-— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo.
-
-Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur
-d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso.
-
-
-III.
-
-Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù,
-anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è
-stato mai giovane, _tutt'al più_ celibe.
-
-_Tutt'al più_ era detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie
-l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli
-avvenimenti della vigilia.
-
-Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con
-ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore
-di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi
-conoscevamo.
-
-E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che,
-con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore
-prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un
-altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze
-e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a
-me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un
-altro: il nostro.
-
-Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto
-attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque
-anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco
-un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita.
-
-Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli,
-poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo
-studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda.
-
-Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini,
-come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel
-bagaglio degli sposi — egli diceva propriamente _bagaglio_ — per
-consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro
-che dirci:
-
-— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre;
-quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo
-sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.
-
-Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di
-noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino
-alla sorgente degli affetti!
-
- *
- * *
-
-Fu per un po' una gran melanconia.
-
-La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri
-assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene,
-ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina
-e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri
-figli con maggior piacere che a casa.
-
-Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente
-delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa
-ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile,
-ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.
-
-Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare
-il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie
-che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di
-lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.
-
-Si faceva anche il sofisma:
-
-— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici?
-Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare
-continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così
-a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia
-le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della
-felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse
-sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.
-
-E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo
-d'accordo a dire:
-
-— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo
-questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole
-la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire
-un'esistenza felice.
-
-Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il
-pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.
-
-Esagera la dose — si diceva.
-
-E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il
-desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di
-speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.
-
-Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la
-speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa.
-
-Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina
-riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato
-i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva?
-
-— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli
-anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non
-contandoli più, si moltiplicano.
-
-La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito
-e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino
-per non contare più gli anni.
-
-A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi
-faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è
-difficile.
-
-
-IV.
-
-A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora di recarsi a Pavia
-_per vedere_, e non aveva cuore di abbandonarci, sopraggiunse un
-avvenimento festoso: la laurea del nostro Augusto.
-
-Io chiesi una dozzina di _rinvii_, dando la posta ai clienti ed agli
-avversari per la quindicina successiva, e me ne andai a Pavia con la
-gioia di uno scolaretto in vacanza.
-
-Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della sua tesi la _persona
-giuridica_ secondo il diritto romano, ed avevo notato con molto piacere
-che, sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno potuto puntellare
-tutti i suoi argomenti con citazioni latine, come avevo fatto io al mio
-tempo.
-
-Una tesi di diritto romano è sempre una tesi rispettata dalla
-scolaresca, ed anche dai professori, e forse mio figlio l'aveva scelta
-per questo; ma non per questo solamente. Giudicatene: la _persona
-giuridica_ richiede anzitutto la persona fisica; e la persona fisica
-che cosa richiede? Qui nasce baruffa fra i commentatori; vi è chi si
-accontenta che la creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole
-vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle opinioni salde su
-questo proposito, e non gli spiaceva di far vedere al mondo che alla
-vigilia di diventare dottore in _utroque_, non vi è ombra di dubbio, si
-è già uomini consumati.
-
-Egli mi sbalordì propriamente con la quantità di testi che si era messo
-in bocca per confondere i contraddittori. Quando io mi provai a fingere
-l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione irruginita:
-_Septimo mense nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter
-auctoritatem Hippocratis doctissimi viri..._ passò un sorriso sulle
-sue labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi gridò:
-_distinguo_!
-
-E distinse fra il _perfecte natus_ e il _parto vitale_ con tanta
-sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti celebri fisiologi ed
-anatomisti contemporanei, compreso suo cognato presente, che il
-_doctissimus vir_ fece la più grama delle figure.
-
-Fu anche peggio alla laurea.
-
-Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina nera del candidato,
-quella mantellina stretta e svolazzante, che non copre nulla, che
-non promette nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per sua
-sciagura fosse per diventare mutolo; quando Augusto si sentì preso per
-gli omeri e per il collo da quel desiderio di toga, capì che la sua ora
-era venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare in faccia a
-nessuno, ed aspettò di piè fermo la prima botta.
-
-Allora fu visto il professore di diritto canonico dire una parolina
-all'orecchio del professore di medicina legale, poi salutare il
-candidato.
-
-«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me: il diritto canonico è il
-rivale del diritto romano; chissà dove andrà a trovare il lato debole?
-ad ogni modo l'urto sarà tremendo».
-
-— _Septimo mense_ — cominciò il professore masticando le parole a
-una a una — _nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter
-auctoritatem doctissimi viri Hippocratis..._
-
-Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le signore presenti non
-avevano capito un'acca e per aumentare la propria disinvoltura con una
-presa di tabacco; dopo di che soggiunse:
-
-— Così sta scritto nei codici; o perchè dunque Ella sostiene che la
-vitalità non è necessaria alla persona fisica dei Romani?
-
-Udendo l'argomentatore incominciare come avevo incominciato io,
-capii che mi verrebbe voglia di ridere più tardi; ma non ero ancora
-rassicurato; temevo che il sussiego del professore facesse perdere la
-bussola al mio laureando. Egli era là, rigido come un arco teso, pronto
-a scoccare la sua risposta; guardava davanti a sè, proprio in faccia a
-Ippocrate, e non mi vedeva.
-
-Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo innanzi che
-gli uscissero di bocca, dimesse e timide, oppure baldanzose e
-spropositate... Tacevano tutti; — toccava a lui...
-
-Fu un colpo da maestro.
-
-Mio figlio cominciò in latino tale e quale come il professore, e
-continuando la citazione interrotta, disse:
-
-— «_... et ideo credendum est, eum qui ex justis nuptiis septimo
-mense natus est, justum filium esse_. — Dunque l'autorità d'Ippocrate
-— proseguì in lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo —
-è invocata per stabilire la presunta legittimità dei figli, non per
-determinare la personalità _fisica_...
-
-«Se non che questa _auctoritas doctissimi viri_ — proseguì temendo
-che non gli si presentasse più l'occasione di confondere Ippocrate
-(che non gli aveva fatto nulla) — dev'essere accettata _con beneficio
-d'inventario..._ (il professore di diritto civile sorrise, il
-professore di medicina legale si dimenò in modo da lasciar intendere a
-tutti che egli era il più competente a giudicare il valore di quanto il
-candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia moderna e la benefica
-medicina legale (furbone!) hanno stabilito che la persona fisica può
-essere perfetta anche prima del termine prefisso da Ippocrate.
-
-«Basti ricordare — proseguì Augusto con una eloquenza crescente — il
-caso di Fortunato Licetti, il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo
-di gestazione, morì a ottant'anni. Forse che per i Romani Fortunato
-Licetti non sarebbe stato un uomo?»
-
-Il professore di diritto canonico rispose, dandogli torto, ci
-s'intende, con dell'altro latino; col sorriso gli dava tutte le
-ragioni: all'ultimo gli rivolse un cenno di approvazione con la mano, e
-tacque.
-
-Fu la volta del professore di diritto civile, il quale cominciò in
-italiano, col latino alle spalle:
-
-— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona giuridica non richiede la
-vitalità, ma solo che la creatura umana sia nata viva: io vado più in
-là, e sostengo che non richiede neppure la nascita, ma si accontenta
-del concepimento...»
-
-« — _Nasciturus pro jam natur abetur_» — interruppe mio figlio.
-
-Egli commetteva un'imprudenza togliendo di bocca al suo professore la
-citazione latina; ma non se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne
-aveva in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente, cercando
-di confondere le idee del candidato. Allora mio figlio invocò un
-altro testo: «_ventri tutor dari non potest, curator potest_» — e il
-professore rimase contento.
-
-Così passando incolume dall'uno all'altro avversario, il laureando si
-coprì di gloria; e quando fu proclamato che Augusto Placidi figlio
-di Epaminonda era dottore in _utroque_, molti mi vennero a dire che
-l'_aula magna_ non vedeva spesso trionfi simili.
-
-La modestia in quel momento solenne non mi abbandonò del tutto, ma
-mi toccò fare una gran fatica per trattenerla. Mio suocero invece si
-vantava; diceva a quanti lo volevano intendere: _è di razza_.
-
-In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea gli oscurava il volto
-ogni tanto; e appena giunto a casa egli si piantò solennemente in
-faccia a Laurina per dirle:
-
-— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino come un messale,
-e domandagli che ti spieghi con suo comodo il casetto di Fortunato
-Licetti.
-
-— Che casetto?
-
-— Domandalo a lui — e soggiunse guardando al soffitto: — quattro mesi
-e mezzo possono bastare, ma questa disgraziata ha preso marito per
-giocare con la bambola!
-
-Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti era un fenomeno, ma
-egli crollò le spalle.
-
-Per avere un pronipote avrebbe accettato anche un fenomeno!
-
-
-V.
-
-Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver
-fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano
-male, si era rimesso a letto.
-
-— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza —
-è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto:
-è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa
-vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una
-giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure.
-Evangelina, sei ben coperta?
-
-Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo
-di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro
-affanno.
-
-— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè
-si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...
-
-Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto
-fiducia nelle medicine.
-
-— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.
-
-— Sto benone — rispose battendo i denti.
-
-Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto
-male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.
-
-— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di
-che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il
-medico — aggiunse volgendosi a noi.
-
-Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in
-collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si
-recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano,
-non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame
-del dottore con sufficiente rassegnazione.
-
-Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione;
-guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e
-parve soddisfatto.
-
-— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza —
-sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.
-
-Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò
-le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.
-
-Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo
-il respiro.
-
-— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà
-pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.
-
-— Purchè non sia troppo dolce.
-
-— Non sarà troppo dolce.
-
-— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono
-in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.
-
-Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.
-
-— Ebbene? — domandai.
-
-— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età.
-Quanti anni ha?
-
-— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.
-
-— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico
-accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.
-
-— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò
-domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare
-le medicine.
-
-Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura
-mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.
-
-Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava
-di leggerle negli occhi la sentenza del medico.
-
-— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.
-
-Evangelina ebbe la forza di ridere.
-
- *
- * *
-
-La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo
-sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca
-speranza di conservarci il caro vecchio.
-
-Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il
-dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi
-mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.
-
-Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola
-cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro
-per esclamare un _oh!_ di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir
-tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.
-
-— Sorridi — disse — mi fa bene.
-
-— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?
-
-— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la
-testa stanca dalla febbre.
-
-— Dov'è tuo fratello?
-
-Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.
-
-— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha
-voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli
-scriveremo...
-
-Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per
-raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi
-disse forte:
-
-— Sei venuta per portarmi la buona notizia?
-
-Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra
-all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno
-trasfigurata dalla gioia.
-
-Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e
-non lasciò andare la mano di Laurina.
-
-— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a
-riaprire gli occhi.
-
-— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve
-addormentarsi.
-
-Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano
-da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata.
-Allora ci venne incontro lacrimando.
-
-— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di
-speranza dinanzi agli occhi.
-
-— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!
-
-— Era necessario! — aggiunse mio genero.
-
-— Hai fatto bene! — disse Evangelina.
-
-Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.
-
- *
- * *
-
-La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo
-due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta
-melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.
-
-— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.
-
-E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la
-menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.
-
-Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:
-
-— Ho sognato, o è proprio vero?...
-
-— È vero.
-
-— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei
-bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi;
-anzi mi leverò subito.
-
-Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo
-a trattenerlo.
-
-— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore;
-sarà per domani.
-
-Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato,
-sebbene egli protestasse che si sentiva benone.
-
-Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà
-del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento
-ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio
-disperato con una parola baldanzosa: _allegri!_
-
-Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.
-
-Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti
-intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro
-ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso
-dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.
-
-Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella
-mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno
-del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa
-sulla sua faccia disfatta.
-
-— Come ti senti? — gli chiesi.
-
-— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!
-
-Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci
-obbligò a guardarlo negli occhi.
-
-— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare;
-sono stato felice, me ne vado contento...
-
-Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.
-
-A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la
-strinse debolmente.
-
-Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.
-
-A me disse e non me ne vergogno:
-
-— Tu sei buono!
-
-Disse a sua figlia:
-
-— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io
-lo sentirò ancora.
-
-E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:
-
-— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.
-
-Ripigliò un po' di forza e chiese:
-
-— Dov'è Augusto?
-
-— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...
-
-— Sto bene — mormorò; — gli direte che...
-
-Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e
-gli troncò le parole.
-
-— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e
-ingentilita dalla malattia.
-
-Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.
-
-Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.
-
-— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero
-a sorriderci dall'altra vita.
-
-— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le
-mani.
-
-
-VI.
-
-Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura
-all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo
-la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi
-venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per
-nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è
-spezzato!
-
-Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il
-giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde
-nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata
-incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza,
-un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze,
-tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.
-
-Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una
-persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo
-avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un
-po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del
-nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci
-costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei
-l'avvenire!»
-
-Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente.
-Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un
-estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con
-l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio
-entusiasmo, e di tentare il nonno.
-
-«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu
-non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una:
-mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io
-ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone
-scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu
-non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».
-
-Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.
-
-Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio
-solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del
-ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era
-sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.
-
-— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo
-nell'inganno perchè scriva di queste lettere.
-
-E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa
-crudele e verso chi.
-
-Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania,
-e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo
-figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio
-fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva
-schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che
-doveva correggerla.
-
-Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò
-il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da
-uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di
-un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato
-medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto;
-depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio
-continuare a tacere fino al ritorno di Augusto.
-
-— Sì, è meglio — dissi.
-
-— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli
-male?...
-
-«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi
-assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a
-interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un
-po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento
-all'altro...».
-
-A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse
-stato vivo, non avrei scritto a quel modo...
-
-Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro.
-Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina
-leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo,
-quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli,
-mio genero.
-
-Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee.
-
-— Disgrazie!
-
-— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei
-voluto. E l'altra idea si nascose.
-
-— Augusto — proseguì — arriverà domani.
-
-— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni!
-
-— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero.
-
-— È arrivato! — balbettai...
-
-— È di là — esclamò la madre.
-
-Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina
-volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose.
-
-Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto.
-
-— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:
-
-— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho
-potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore.
-
-Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e
-stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per
-fargli visita, al cimitero.
-
-Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo
-dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che
-sarebbe rimasta acerba chi sa quanto.
-
-Mio figlio è uomo.
-
-
-VII.
-
-Non è uomo soltanto, è anche avvocato.
-
-Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente
-l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani
-del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della
-vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.
-
-E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta
-la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso
-indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse
-prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo
-di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare
-di cavarsela senza un po' di carcere.
-
-— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu
-non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu
-cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo
-riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi,
-i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se
-credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità
-assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un
-avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In
-questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore
-di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più
-dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale
-lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano
-puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve
-ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia
-perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui;
-quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia
-grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.
-
-Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:
-
-— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di
-contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.
-
-L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a
-incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire
-per forza d'abitudine.
-
-Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento,
-l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò,
-l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo
-dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era
-accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con
-un garzone macellaio addossato alla propria pancia.
-
-Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in
-punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò
-io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il
-Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi
-con le conclusioni feroci.
-
-Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane
-macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si
-rimise a sedere.
-
-— La parola alla difesa — disse il presidente.
-
-Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio,
-e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico,
-dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva
-troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era
-meglio.
-
-— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per
-dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: —
-Signori!...»
-
-Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella
-carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così
-bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un
-infelice.
-
-Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora
-più bella:
-
-— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me,
-ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella
-panca».
-
-Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e
-sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non
-gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su
-qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro
-ora tutta la mia gratitudine.
-
-Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza,
-di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità;
-diceva anch'io: _è di razza!_
-
-Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento
-giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva
-nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza
-peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso
-dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.
-
-Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello
-che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito
-alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il
-presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.
-
-Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel
-trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver
-interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale
-insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto
-obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.
-
-Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le
-lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di
-scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in
-carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con
-le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà
-della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato
-alla reclusione dove si trova ancora.
-
-Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere
-la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine
-al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.
-
-
-VIII.
-
-Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva
-attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto
-l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione
-inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di
-suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi
-pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una
-tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso
-giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio.
-Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.
-
-Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in
-tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava
-in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del
-nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai
-signori giudici e ai signori giurati.
-
-Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un
-po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e
-con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva
-irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio
-rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande
-effetto oratorio.
-
-Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i
-giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per
-udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.
-
-Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio
-metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena
-e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava
-a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica
-nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel
-conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il
-migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente
-il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio,
-persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.
-
-— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della
-Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur
-fortibus..._
-
-Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie,
-una modestia che era la vanità in persona.
-
-— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non
-si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così
-ordinata... un garbo oratorio così...
-
-E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno;
-parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in
-tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...
-
-Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu
-l'usciere che me lo diede.
-
-Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un
-orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva
-finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse
-giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca
-dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi
-passò da parte a parte.
-
-— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di
-questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui,
-ma _questo qui..._
-
-_Questo qui_ era mio figlio!
-
-Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento
-paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè
-l'avversario si picchiava con le proprie mani.
-
-Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso
-nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio
-mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre
-tenerezze simili?
-
-Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una
-vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di
-cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto
-dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto
-al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco
-degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa
-dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un
-po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti
-del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio
-anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai,
-e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito
-Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se
-ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.
-
-Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore
-di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel
-giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici,
-che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal
-foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.
-
-— Vi farà onore — mi rispondevano.
-
-— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.
-
-Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che
-questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore
-dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor
-proprio.
-
-Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi,
-perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la
-sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per
-conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare
-mai più in tribunale.
-
-Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol
-convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.
-
-Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i
-trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per
-innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente
-chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio
-figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare
-all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero
-bugiarde:
-
-— Bisognava sentir suo padre!
-
-Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a
-tutti, lo diceva a me stesso.
-
-E io? Ero quasi tentato di crederlo.
-
-
-IX.
-
-Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la
-fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano
-contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze
-della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.
-
-Avevo detto ad Evangelina:
-
-— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto...
-te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non
-riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più
-robusto.
-
-— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti
-metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...
-
-Al che avevo ribattuto solennemente:
-
-— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...
-
-E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci
-nonni.
-
-— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci
-rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere
-in un tranello.
-
-— Che sarebbe a dire...
-
-— Dargli moglie!
-
-Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava
-moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci
-nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il
-negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio
-genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia
-non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi
-in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli:
-l'altra nove, due dei quali gemelli.
-
-— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.
-
-— Perchè mio? — domandò Evangelina.
-
-— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo
-lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...
-
-Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di
-tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla
-propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non
-quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.
-
-La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei
-professori di medicina.
-
-Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la
-suocera con una lettera piena di dubitativi.
-
-«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la
-quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.
-
-— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti
-intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un
-caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?
-
-Glielo domandai in persona il giorno successivo:
-
-— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il
-piacere... guarda...
-
-Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non
-correre.
-
-Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una
-lagrima di nascosto.
-
-— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi.
-
-Non me lo volle dire, ma io indovinai.
-
- *
- * *
-
-Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti
-opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare
-a Milano.
-
-Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi
-perfino nell'andare al tribunale.
-
-Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le
-singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in
-embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella
-teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente
-a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di
-madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare
-diritti più autentici del mio sul nascituro.
-
-Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che
-non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di
-soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non
-sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana
-natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le
-nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro.
-
-Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza
-penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza
-fallare.
-
-Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente
-in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si
-leggesse d'un mio segreto disegno.
-
-— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo.
-
-— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu?
-
-— Esco anch'io.
-
-Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi
-un'altra interrogazione.
-
-Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la
-prima a dire:
-
-— Io devo passare di qui.
-
-— Io di qui. Arrivederci...
-
-— Fra quanto?
-
-— Fra un paio d'ore.
-
-Ci separammo alla cantonata della via traversa.
-
-Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di
-voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento.
-
-Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo
-saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita
-tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno.
-
-Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale,
-mi avviava semplicemente al cimitero.
-
-Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche in capo a mia moglie;
-essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella
-visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite
-andavano a finire.
-
-Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza
-timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo
-non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe
-mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi
-poteva più vedere.
-
-— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — _nonno!_ prova a ripetere questa
-parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti
-sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora
-ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio.
-
-Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non
-la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come
-una culla.
-
-Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le
-mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che
-m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie.
-
-Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là,
-dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe.
-
-Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi
-sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la
-raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola,
-mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio
-burlesco.
-
-— Signora! — cominciai tragicamente...
-
-— Signore! — mi rispose con un fil di voce...
-
-Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua
-voce e con la sua maniera solite:
-
-— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto!
-
-— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai —
-soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia
-stessa idea?
-
-— Come mai ti è venuta la mia stessa idea?
-
-— E come hai fatto per arrivare prima di me?
-
-— È un segreto — mi rispose sottovoce.
-
-— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le
-gambe più lunghe delle tue.
-
-— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran
-confidenza. — Sono venuta in carrozza.
-
-Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato: _capisco!_ E mia moglie
-conchiuse: _bravo!_
-
-Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con
-discrezione.
-
-— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo
-come i monelli, e forse offendiamo i morti.
-
-— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè
-mi sentissero i morti più vicini: — se i morti ci possono intendere,
-avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene
-sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che
-si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che
-nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si
-soffre.
-
-Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si
-staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa
-recente. Poi proseguimmo la via in silenzio.
-
-— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi
-un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello.
-
-Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia
-moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora
-non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre...
-
-Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui
-capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno...
-
-Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla
-tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del
-rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per
-farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente
-le dissi: _brava!_
-
-Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il
-salice e il rosaio dai seccumi.
-
-— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una
-specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua
-famiglia.
-
-Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un
-cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise.
-
-Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili
-dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta
-quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi:
-
-— Questo non era un nido, era una trappola.
-
-Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero
-non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille
-forme di vita fra le tombe.
-
-Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il
-corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e
-chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene
-ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un
-formicaio, dove si faceva un gran lavoro.
-
-Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio,
-per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere
-interrogate.
-
-— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva
-staccare lo sguardo da quella piccola gente nera...
-
-— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che
-dobbiamo pensare ai nostri figli.
-
-Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era
-facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta
-l'anima mia.
-
-Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro
-vecchio e ci separammo da lui senza dolore.
-
-Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di
-quattro anni, e disse mestamente:
-
-— Anche i bimbi muoiono!
-
-Io sospirai: _pur troppo!_ e il mio egoismo si affrettò a soggiungere
-a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e
-che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo.
-
-E sospirai un'altra volta.
-
-Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo
-scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla.
-
-Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io
-questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo
-facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per
-raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale
-pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare
-dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con
-giudizio, senza badare al _sesso_.
-
- *
- * *
-
-Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura
-tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del
-nonno.
-
-Poi disse:
-
-— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la
-certezza di leggervi la felicità.
-
-Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo
-guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare
-il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre
-col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle
-piangere.
-
-Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio,
-robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e
-dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto
-desiderare _un altro._
-
-Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina
-gli domandava inutilmente:
-
-— Babbo, sei contento?
-
-Ebbene, no, non era contento, e lo disse:
-
-— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle
-carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire
-con essa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io
-sia contento?
-
-Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli
-occhi, nella fronte e perfino nel naso.
-
-Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro
-gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col
-nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per
-decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco
-alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo
-padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra
-di dubbio. Me lo dicono tutti.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- A CHI LEGGE (prefazione alla Iª edizione) _Pag_. 9
- PRIMA CHE NASCESSE » 11
- LE TRE NUTRICI » 55
- CORAGGIO E AVANTI » 115
- MIO FIGLIO STUDIA » 169
- INTERMEZZO » 199
- LA PAGINA NERA » 215
- MIO FIGLIO S'INNAMORA » 245
- IL MARITO DI LAURINA » 288
- NONNO! » 357
-
-
-
-
-Cenno Bibliografico di MIO FIGLIO!
-
-
-Pubblicato in frammenti, ebbe parecchie edizioni di ciascuna parte,
-oltre 3 edizioni dell'opera completa, Roux e Favale, Torino.
-
-Nel 1881 fu fatta un'edizione di gran lusso con illustrazioni italiane
-dell'Edel; poi un'edizione economica nell'anno 1882; e la 3ª, 4ª, 5ª e
-6ª edizione, furono pubblicate da A. Brigola.
-
-TRADUZIONI:
-
-Tedesca. — Nella =Deutsche Rundschau=; poi in volume dall'editore
-Paetel, Berlino, 1884, traduttori Dohm e Offmann. — Nuova edizione
-economica, Engelhorn, Stuttgart. — Altre traduzioni: editore Reclam,
-Lipsia, traduttore W. Lange, del solo _Marito di Laurina_. — Altra
-edizione del Marito di Laurina fu pubblicata a Berlino dall'editore
-Auerbach, 1882. — _L'Intermezzo_, che fa parte di _Mio Piglio!_,
-fu pure tradotto dall'illustre poeta R. Hamerling, e pubblicato
-dall'editore Larl Prockasta a Vienna.
-
-Danese. — Editore Schubothes, Copenaghen, traduttore Winkel Horn, con
-bel ritratto.
-
-Belga. — Editore Gilon, Verviers, traduttore Gravrand.
-
-Francese. — Tradotta da F. Reynard, pubblicata nel =Temps=, 1886, poi
-dal Charpentier, Parigi, 1886.
-
-Spagnuola. — Illustrata con incisioni spagnuole e buon ritratto,
-editore D. Cortezo, Barcellona, 1887, trad. Maria de la Pena.
-
-Ungherese. — Nel giornale letterario =Fovarosi Lapok= a Buda-Pest.
-
-Olandese. — Editore Rogge, 1882, traduttori Van der Venter e Dott.
-Epkema.
-
-Svedese. — Molte parti di quest'opera furono pubblicate in giornali e
-riviste.
-
-Croata. — Nei giornali =Vienac= e HRVARSKA VILA di Zagabria.
-
-Boema. — Un'edizione czeca a Praga presso Hynek — Traduzione czeca di
-=Mio figlio studia= nel giornale =Prokok= di Praga. — Altra traduzione
-del =Nonno= nel giornale =Zlata=, Praga.
-
-Traduzione stenografica di PRIMA CHE NASCESSE.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! ***
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