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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: Mio figlio! - -Author: Salvatore Farina - -Release Date: March 13, 2021 [eBook #64810] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni and the Online Distributed Proofreading Team at - http://www.pgdp.net (This file was produced from images made - available by The Internet Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! *** - - SALVATORE FARINA - - - MIO FIGLIO! - - - UNDECIMA EDIZIONE - - - - S. T. E. N. - Società Tipografico-Editrice Nazionale - (già: Roux e Viarengo, M. Capra e A. Panizza) - TORINO, 1915. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - (3135) - - Officine grafiche della S. T. E. N. - (Società Tipografico-Editrice Nazionale) — Torino. - - - - -AI MIEI FIGLI - -_perchè quando non saranno più bambini, trovino in queste pagine gli -affetti semplici della loro età presente, e più tardi una maggior parte -di chi gli ha tanto amati_ - - Milano, 1º Novembre 1881. - - - - -A chi legge - -(PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE) - - -_Quando pubblicai la prima volta le parti staccate di questo libro -modesto, i critici mi avvertirono di due cose, cioè che io andava -troppo per le lunghe, insistendo soverchiamente nei particolari; e che -correva troppo senza nemmeno toccare episodii importanti della piccola -ma eterna epopea domestica. Con la scorta di questi due criteri, io, -come è accaduto ad altri, continuai a fare a modo mio. Ora che il -libro, bene o male, è compiuto, mi credo in obbligo di avvertire chi -legge che non ho voluto scrivere un romanzo, e che per ciò non si -aspetti una narrazione filata. Qua e là, fra le parti del libro, ho -lasciato di proposito un intervallo dove fosse posto ad altre gioie e -ad altri dolori, per la ragione medesima che mi consigliò di rifiutare -le considerazioni troppo personali e gli avvenimenti non volgari. -Dirò tutto: Questa volgarità di casi e queste lacune mi daranno un -collaboratore in ogni padre che voglia leggere il mio libro._ - -_D'un altro disinganno a cui va incontro il lettore non sarà male che -io mi scagioni a bella prima._ - -_Mio Figlio!_ non è un protagonista, non è nemmeno un personaggio vero -e proprio; è un sentimento, è il grido di tutta l'umanità, anzi di -tutta la natura._ - -_Quale intento mi sono io proposto? Non lo so bene; mi ricordo che -quando una voce di là dalle Alpi mandò un grido che a molti non -piacque, e in casa nostra altre voci gridarono anche più forte e in -un modo che dispiacque a moltissimi, più d'uno sentì il bisogno di -mettersi alla finestra e di gridare: _Mio Figlio!_ Forse lo sentii -anch'io questo bisogno, e allora, per vizio d'abitudine, presi la -penna... e peccai. Oggi che le vociferazioni cominciano a cessare, -questo libro non vuole aver punto l'aria di una protesta. — Che cosa -vuole esso dunque? Vuole che un padre di famiglia, dopo la lettura, -faccia una carezza ai suoi bambini._ - - S. FARINA - - - - -PRIMA CHE NASCESSE - - -I. - -Non lo aspettavamo più: anzi, per dire il vero, non lo avevamo -aspettato mai. Ci eravamo sposati senza secondi fini, unicamente per -isposarci, e il giorno delle nozze parve a me il più bello di tutta -la mia vita, perchè con esso incominciava finalmente la vita nostra. -Vedere qualche cosa di là da un grande amore, immaginare un'altra gioia -diversa da quella di attraversare il mondo a braccetto nello stesso -sentiero, Evangelina ed io, mi sarebbe sembrata l'offesa d'un nano al -gigante che nutrivamo nel petto. Io scrivo «nutrivamo», perchè anche -Evangelina mi amava molto, senza di che non si sarebbe adattata a -diventare la signora Placidi. - -A quel tempo non avevo ancora scavato la miniera del codice di -procedura civile, e lo studio dell'avvocato Placidi era poco più di una -buona intenzione. Per giunta avevo allora, ed ho anche oggi, un nome di -battesimo grottesco, di quelli che smorzerebbero un incendio amoroso. -Mia moglie mi chiama Onda (ed è già una tribolazione), ma il mio vero -nome — non lo credereste — tutto quanto il mio nome è Epaminonda. - -Si diceva dunque che non lo aspettavamo più, cioè che non lo avevamo -aspettato mai, perchè ci eravamo sposati senza secondi fini. E sì che -non erano mancati gli eccitamenti! - -Al nostro ritorno dal viaggio di nozze, parenti, amici, amiche, quanti -ci aspettavano alla stazione, ci accolsero con certi sorrisi, che mi -avrebbero messo in impiccio se non mi fossi preparato a ridere; la mia -Evangelina, poveretta, era indifesa, e quanto più io rideva, tanto più -essa si faceva rossa. Era quello che i parenti e gli amici volevano; si -sarebbe detto che non mancasse altro alla loro felicità. - -— Ce l'hai? ce l'avete? — E guardavano negli occhi di mia moglie, -la sottoponevano a un interrogatorio pieno di allusioni, di cui la -poverina non capiva gran cosa, poi guardavano me dandosi l'aria di -complici, o mi cacciavano un gomito nelle costole, socchiudendo un -occhio. Mio suocero, un ometto pieno di buon umore e di vivacità, non -faceva altro che girare intorno alla sua figliuola, e chiederle: — Me -l'hai portato? — come se dovesse averlo nella valigia. - -Ci fu persino un professore di aritmetica, il quale, abusando della -sua professione e della sua scienza, fece un calcolo ardito dinanzi -alla mia Evangelina, e sostenne che, siccome noi ci eravamo sposati in -luglio, _lui_ doveva venire in marzo, con le prime viole. Naturalmente -tutti costoro non dicevano mai chiaro di chi parlassero; ma non era -difficile intendere che si trattava di mio figlio. - -Poi venne il quesito del sesso, e qui la disparità dei pronostici fu -inconciliabile. Per mio suocero non correva dubbio, era un maschio (un -ingegnere), ma la vecchia zia Simplicia, la quale si offriva di tenere -la nostra creatura al fonte battesimale, diceva che doveva essere -una femmina, e lasciava intendere in mille modi, senza dirlo, che il -meglio che la nascitura Semplicetta potesse fare sarebbe di copiare -col tempo le grazie semplici della madrina. Per accontentarli tutti, -io rispondeva invariabilmente che mio figlio era neutro. E lo diceva -ridendo, senza farmi un'idea della tortura inflitta a tutti i padri -in erba di dover adorare per molti mesi un figliuolo senza sesso. Ma -quando m'immaginavo di averli indotti in buon'ora a lasciare in pace la -mia poveretta, non mancava mai un pensatore più arguto di me, il quale -suggeriva serio serio a mia moglie il modo migliore di accontentare il -babbo e la madrina: — Faccia il paio — diceva lui — posto che ci si è -messa. - -Ma no, benedett'uomo, che non ci si era messa! A quattr'occhi avremmo -riso dell'inganno di quella buona gente, se non ci fossimo fatto -uno scrupolo. Ci parve d'essere in obbligo di aspettarla, la povera -creaturina, che ad ogni costo doveva venire con le viole; di parlarne -qualche volta come se vi credessimo, tanto per non aver l'aria di -respingerla dall'amplesso di babbo e di mamma. - -L'aritmetica del professore cominciò a servire anche a noi, ma senza -ansie nè sgomenti. Si diceva: — Le viole verranno prima di lui — e si -era già rassegnati a vederlo venire co' mughetti e con le ciliege. - -E ogni mese che passava, mentre leggevamo lo sconforto sulla faccia -di mio suocero, la zia Simplicia, i parenti, gli amici e le amiche, -con tutte le gradazioni della pietà e della misericordia, ci facevano -intendere che eravamo due buoni a nulla. - -Ci puntigliammo e fu inutile: vennero le viole, vennero i mughetti, non -recando altro che il loro profumo; e vennero le ciliege, ma ahimè!... -sole. - -Questo figliuolo, che non si decideva a nascere, turbava già la nostra -pace; io vedeva bene che sotto il riso allegro di mia moglie si celava -un'ansia segreta, e tante volte non mi riusciva di cancellare coi baci -le nuvole della sua fronte. - -Spesso la sorprendevo seduta in un canto, curva sul cucito, ma senza -mettere un punto, con gli occhi fissi a terra; me le accostavo pian -pianino, la baciavo sul collo, ella dava un tremito, poi mi diceva: -— Cattivo! — perchè le avevo fatto paura, e in ultimo mi mostrava la -faccia sorridente; ma checchè ella facesse e dicesse, io indovinava -una lagrima nei suoi occhi buoni, e in quel suo sorriso dolce, vedevo -ancora un pensiero fuggitivo e mesto. Quale? - -Me lo disse un giorno: tremava, la poverina, di non bastare alla -mia felicità; era vergognosa e sgomenta di non sapermi regalare un -bamboletto color di rosa. E per quanto io le dicessi che non me ne -importava, che non sapevo che farmene, ella, guardandomi negli occhi e -sospirando, soggiungeva: - -— Lo vedi bene; il matrimonio non è quello che pensavamo noi, e quando -ti sarai persuaso che il nostro poteva metter meglio... - -Non le lasciavo finire la frase; le chiudevo la bocca con un bacio, la -costringevo a fare per la camera un giro di valzer, e se non bastava -ancora, me la pigliavo in braccio come una bambina e la portavo per -tutte le stanze del nostro appartamento, che erano quattro, senza -contare un bugigattolo per la fantesca. Finiva col ridere. - -Mia moglie non era leggiera, ed io non la deponeva mai a terra senza -protestare che per un uomo come me il peso di una moglie come lei -era sufficiente, e per carità non istesse a mettermi sulle spalle un -marmocchio che non conoscevo. - -Beffavo la mia prole futura allegramente; avrei fatto di peggio; non mi -sarebbe spiaciuto di sembrare un padre snaturato, tanto per mostrarmi a -lei quello che ero per davvero: un marito esemplare. - -Con queste arti mi riuscì di persuaderla che il meglio che le rimanesse -a fare era di mostrarmi la sua faccia gioconda, e di allietarmi la vita -col lume dei suoi occhi sereni. - -E una volta mi disse: - -— È proprio vero che tu non l'hai desiderato mai? - -— Chi? - -— Tuo figlio. - -— Mai — risposi solennemente. - -Essa inorridì per celia; poi tirò innanzi. - -— Io m'era proprio messa in capo che tu lo aspettassi, che non potessi -più far di meno di lui, che lo amassi più di me... e ne ero gelosa. - -— To'! — esclamai — se non era nemmeno concepito, come lo poteva amare? - -— È quello che pensavo anch'io: come fa ad adorare un nascituro, che -non vuol nascere, solo perchè nascendo dovrebbe essere suo figlio? In -fin dei conti è uno sconosciuto. E pure ti guardavo di nascosto, ti -vedevo pensoso e dicevo dentro di me: «Vi pensa, non sa darsi pace, lo -adora!». - -Povera Evangelina! Mi amava proprio. - -Amava anche l'ordine, anzi qualche cosa di più dell'ordine, la -simmetria; poichè non bisogna confondere queste due virtù domestiche. -L'ordine può essere un abito; la simmetria è un sentimento, ed è sempre -più severa. - -Per comprendere quanti piccoli sacrifici mi fosse costato -l'accontentare quella simmetria tiranna, bisogna essersi trovati a -metter su casa con una borsa magra ed aver avuto dinanzi agli occhi -quattro pareti, in cui decentemente non potevano stare che quattro -quadri od otto, mentre voi avevate la mezza dozzina giusta. - -Basta, mia moglie amava prima me, poi la simmetria, ed io sosterrò in -faccia a tutti che essa aveva collocato bene i suoi affetti, almeno -rispetto alla simmetria. Quando mi conduceva misteriosamente per mano -in una stanza, e mi abbandonava poi al mio stupore dicendomi: — Guarda -— ed io guardavo e non vedevo nulla, e finalmente vedevo e mi stupivo -che ella avesse trovato modo di migliorare una simmetria che pareva -perfettissima, allora non tralasciavo mai di dirle: Brava! - -Talvolta soggiungevo: — Vedi un po' queste sei seggiole disposte -così bene, due ai capi della tavola, quattro a farsi riscontro nelle -pareti; non ti hanno l'aria di avere un intendimento e di obbedire ad -una intelligenza tacita? Muovine una, e l'intelligenza che le anima se -ne va, le seggiole ridiventano niente più che seggiole; e pazienza se -fossero di un legno prezioso e foderate di damasco, ma sono di noce e -hanno il fondo di paglia. - -Evangelina rideva, perchè era contenta; ed io tiravo innanzi: - -— Se quel monello che a quest'ora doveva essere al mondo si decidesse -mai a venire per davvero, sai tu la bella prodezza che imparerebbe -col tempo?... Imparerebbe a tormentare la tua simmetria, a cacciarla -di casa come fanno certi artisti che conosco io, i quali, invece di -dipingere dei bei quadri o scrivere dei buoni libri, trovano più comodo -di passar per genii, facendo la guerra agli istinti da borghesuccio, al -_convenzionalismo_ ed ai sentimenti comuni. - -— Ci pensi ancora? — mi domandava Evangelina con uno sgomento adorabile. - -Si sott'intende: «a quel monello». - -E mi toccava ripeterle per la centesima volta che ero felice così, che -non desideravo nulla, e che _anzi_... - -— Dillo, dillo, che _anzi_... - -Lo devo dire? Non solo ero felice e non desideravo nulla, ma mi pareva -che un figlio mi avrebbe dato più noia che piacere. Che farne di un -erede prima d'aver avviato benino lo studio di avvocato per affidarlo -a lui nella mia vecchiaia? Aspettavo con una certa impazienza la -clientela, questa sì: ma alla progenitura non pensavo quasi senza un -po' di terrore. - -Tiravamo innanzi a forza di risparmio, peccando sette volte al giorno -di desiderio, e fabbricando certi castelli, che sfidavano con arroganza -tutte le leggi dell'equilibrio. Poveretti tutti e due, Evangelina -con la sua dote mingherlina, io co' miei codici e col mio diploma -dottorale, facevamo galloria spendendo l'avvenire. - -Pensandoci bene, doveva esser chiaro a tutti che un figlio per noi -sarebbe stato un lusso pernicioso; e non capivo come quel buon uomo -di mio suocero, che aveva sudato a mettere insieme la dote e sui miei -tesori non s'era mai fatto alcuna illusione, si ostinasse a credere che -l'appendice di un figlio fosse necessaria alla nostra felicità. - -— I figli — diceva io filosoficamente — vengono al mondo nudi e pieni -di appetito. - -E questa massima semplice e profonda ispirava altre riflessioni meno -semplici, e non meno profonde, a mia moglie, la quale era in tutto -della mia opinione. - -— Un figlio — diceva essa — sarebbe forse una bella cosa, ma -bisognerebbe non andar più al caffè la sera, nè al teatro. - -— Quanto a questo — rispondevo — basterebbe che io smettessi di -fumare... è un sacrifizio, ma per mio figlio lo farei. - -E mi pareva d'essere un eroe ogni volta che accendevo il sigaro. - - -II. - -Avevamo preso l'abitudine d'andarcene a desinare alla trattoria, -variando ogni giorno. - -— Che bella cosa! — diceva mia moglie ingenuamente. Io non mi secco -a far la spesa, non mi adiro mai perchè la fantesca abbia pagato -troppo cari i legumi primaticci; non ho la noia di veder soffiare -in un fornello che non si vuol accendere, quando ho appetito; non -vi è pericolo che lo stufato pigli il bruciaticcio o che la minestra -sappia di fumo. La nostra mensa è imbandita a tutte le ore del giorno; -d'inverno si va in una bella sala, molto più larga delle nostre quattro -stanze insieme, si sceglie un deschetto accanto ai vetri per veder -la gente che passa; d'estate si sta al fresco in giardino, e basta -picchiar sul bicchiere con la forchetta per aver tutto quanto si può -desiderare... proprio come nei palazzi delle fate. - -— Pagando all'ultimo — notava io ridendo. - -Ma allora Evangelina, facendosi forte della sua esperienza di buona -massaia, mi dimostrava come due e due fan quattro che, tirati bene -i conti, lo stesso desinare della trattoria ci sarebbe costato molto -più in casa; e a me non rimaneva che inchinarmi alla sua dottrina, e -pregarla con un sorriso di perdonare ad un grosso ignorante la felicità -di cui non aveva merito. - -Avevamo scelto a modello del nostro più tardo avvenire una coppia di -vecchietti pieni di rughe e di buon umore. Costoro venivano ogni giorno -alla trattoria; lei si toglieva un certo cappellino che pareva un -imbuto, lui si affrettava ad appenderlo pe' nastri all'attaccapanni, -poi si mettevano a sedere, mostrando la loro canizie intatta. Si -consultavano a bassa voce e lungamente prima di decidersi a chiedere -il medesimo cibo, poi lo chiedevano col cuore leggiero, e lo vedevano -venire sorridenti, e se lo mangiavano con raccoglimento, rallegrandosi -ogni tanto con un'occhiata della scelta giudiziosa che avevano -fatto. Quando se ne andavano a braccetto, pareva che fosse scomparsa -l'allegria. Evangelina ed io si stava un po' zitti; poi l'uno o l'altro -diceva: - -— Anche noi faremo quella figura; non avendo figliuoli nè altri -impicci, noi pure ce ne andremo sempre a desinare alla trattoria. - -Insomma ci volevamo bene, ed eravamo persuasi entrambi che il mondo -cominciasse e finisse in noi. - -Bisognava vederci, quando uscivamo a braccetto dalla trattoria: io con -lo stuzzicadenti in bocca, ritto, impettito, superbo; la mia Evangelina -serena e sorridente; lieti l'uno e l'altro della bella luce del -tramonto, o del bel temporale estivo che minacciava di farci correre -a casa, o della magnifica nevicata; bisognava vederci allora per -comprendere quanto sentimento squisito emani da una digestione facile -compiuta in due. - -Si va? Si rimane? Si corre o si tira innanzi adagino? Si faceva come si -voleva. - -Non vi era pericolo che, durante la nostra assenza, i nostri figliuoli -rotolassero giù dalle scale, o si picchiassero da buoni fratelli, o -mettessero fuoco alle lenzuola del letto con un fiammifero rubato in -cucina. - -Senti? E' un marmocchio che strilla come una prima donna, od è una -prima donna, che...? Non vi è dubbio, è proprio un marmocchio. - -Si alza uno sguardo di compassione al terzo piano, donde scendono -quelle note di soprano, e si tira innanzi; quel marmocchio non è il -nostro. E si pensa: pazienza, povere mammine, i vostri angioletti ve li -manda il cielo! - -Poco più oltre s'incontra un altro bimbo, che fa i primi passi; quanto -è carino! barcolla tutto, vi viene voglia di corrergli sempre dietro -con un guanciale in mano per buttarglielo ai piedi prima che cada -e si faccia male. Ma eccolo che si pianta in mezzo alla via e non -si vuol più muovere; la madre, il padre, la fantesca s'ingegnano di -persuaderlo; non riescono a nulla: provano a pigliarlo per mano, e -l'omino caccia strilli così forti da far cessare a un tratto quelli del -suo collega del terzo piano, il quale sta probabilmente ad ascoltare. -A quel chiasso si raduna un po' di gente... Che è stato? Niente di -strano; un fenomeno naturale; la povera madre si fa rossa, il padre -si guarda intorno cercando un abisso, la fantesca raccoglie ogni cosa -e tira innanzi; la famigliuola affretta i passi verso casa, qualcuno -ride, la folla si dirada. - -E noi ci guardiamo in faccia alla muta; poi dico scherzando: - -— Sono le prime consolazioni che un marmocchio bene allevato si crede -in dovere di dare a babbo e mamma. - -— E sono nulla forse al paragone di quelle che riserba loro nella -vecchiaia — dice Evangelina. - -— Quando sarà all'Università di Pavia — proseguo io — e farà la -conoscenza d'una certa signora Rosa, amica degli studenti, e del venti -per cento il mese. - -— E quando, per due parole dette troppo forte al caffè, andrà sul -terreno, come dicono, con un compagno di scuola. - -— Quando... ah! — m'interrompo, colpito da un'idea compassionevole — se -quel povero padre potesse vedere fin d'ora tutti i dolori che gli serba -questo marmocchio, gli darebbe una sculacciata di sicuro... ma non ora -— soggiungo, pensando meglio. - -— Perchè non ora? — domanda Evangelina. - -Io rido, essa mi comprende, e ripiglia a ridere così forte, che i -passanti ci guardano, poi si voltano indietro per guardarci ancora. -Ne sentiamo di quelli che dicono: — Sono sposi freschi, sono felici! -— Mi volto anch'io e li guardo con indulgenza, e mi piglia una gran -tentazione di dir loro: - -— Sissignori, questa è la mia Evangelina, non è molto che ci siamo -sposati, ci vogliamo bene e siamo felici. - - -III. - -Nel nostro egoismo ci eravamo scelti un compagno, ma con giudizio: era -un amico discreto che cantava tutto il giorno il nostro epitalamio, -pigliava parte alle nostre gioie, senza mai pretendere più di quello -che gli potevamo dare. Non era una fenice, come potreste credere, ma -solo della famiglia. E come si chiamava? Si chiamava _merlo_, senza -perciò essere propriamente un merlo. Non era neppure uno storno e -nemmeno un passero solitario; cantava come un tenore di cartello, -fischiava come un abbonato; allo stato in cui era rimasta la scienza -ornitologica per me e mia moglie, quel pennuto era un merlo. E ad ogni -modo esso visse e morì portando questo nome non suo e facendone l'uso -migliore. - -Ancora me lo ricordo quel giorno crudele; dal mattino il nostro -compagno, potrei dire nostro figlio, se ne stava in un cantuccio -della gabbia, immobile, con gli occhi velati; ogni tanto si provava a -beccare svogliatamente un insetto che gli cadeva dal becco; rimaneva -indifferente alle seduzioni dei lombrichi più squisiti che possano fare -la felicità d'un merlo; mia moglie non sapeva che pensare, chiedeva -ai vicini ed ai lontani che malattia poteva essere quella del suo -merlo, e come andasse curata. E in un'occasione tanto dolorosa essa -diede prova di un cuore veramente materno, prodigando mille tenerezze -a quella povera bestiola, chiamandola con cento vezzeggiativi; invano. -Dopo essere stato ingiustamente merlo in vita, quella creaturina alata -doveva morire nel fiore degli anni, come si dice, senza farci sapere -il suo nome vero. E nessuno me lo toglierà dal capo: quel poveretto -si era dato volontariamente la morte per sottrarsi ad un mondo pieno -d'ingiustizia e d'ignoranza — perchè il portinaio che lo aveva avuto in -cura negli ultimi giorni e prometteva solennemente di salvarlo, scoprì, -facendo l'autopsia, che il defunto aveva trangugiato un ago da cucire. -Il ferro micidiale gli aveva passato il ventricolo da parte a parte; -il portinaio inorridiva, inorridivo anch'io, e tra tutti e due si andò -d'accordo di dar sepoltura onorata al morto, senza svelare a mia moglie -l'occulto dramma di cui avevamo sotto'cchio la catastrofe crudele. - -Non vorrei fare un sospetto maligno a danno del mio prossimo, ma lo -feci allora, ed a ripeterlo oggi non mi pare che la colpa si aggravi -tanto da non poterla portare: da un certo impaccio del portinaio, da -una penna traditrice che gli si era attaccata come un'accusa ad un -lembo della giacchetta, e più che altro dalla singolare premura di -farmi sapere che il nostro merlo era stato sepolto in giardino, io fui -fatalmente indotto a credere che la sepoltura viva fosse lui, come se -gli leggessi l'epitaffio sul panciotto. - -Sì, perchè il defunto era grasso; i dispiaceri non gli avevano tolto -l'appetito, e fino al giorno in cui aveva fatto il nero proposito di -uccidersi con un ago da cucire rubato a mia moglie, egli aveva beccato -gli insetti e le bricciole di carne con l'avidità del merlo più ben -intenzionato della creazione. E vorrei sbagliare, e vi troverei una -specie di conforto, ma temo che appunto perchè non era un merlo, sia -stato il più saporito dei merli. - -Più tardi, passata l'oppressione della catastrofe, io trovai la forza -di ridere e di scrivere un epitaffio, e il mio solo rammarico fu di non -poterlo scolpire sul sepolcro autentico. - -La perdita di quella creaturina incognita che ci salutava ogni mattina -a gola spiegata, che veniva a beccarci amorosamente le dita, e che non -ci era costata alcun dispiacere, aveva commosso anche me. Per un pezzo, -sempre che vidi una gabbia vuota, mi tornò in mente il compagno del -nostro talamo infecondo e beato. Vero è che, vedendo la mia Evangelina -intenerita, mi affrettavo a consolarla dicendole che, stando alla -migrazione delle anime, il nostro merlo doveva essere a quest'ora un -cagnolino, o forse, col tempo, farsi degno di nascere uomo... e figlio -alla signora Evangelina, moglie dell'avvocato Placidi. - -L'idea era bislacca, ma produceva il suo effetto, che era di metterci -di buon umore. - -— Pensa un po' — mi diceva qualche volta mia moglie — se, invece di -perdere un merlo, avessimo perduto un figlio! - -Io vi pensava, e mi venivano in mente dieci madri disperate per aver -perduto le loro creature, un padre impazzito, un altro padre suicida -per la stessa causa; e conchiudevo serio serio che per non vedersi -morire un figliuolo, la sola precauzione consigliata dall'esperienza è -di non vederlo mai nascere. - -E mi fregavo le mani, e ridevo, ed ero contento, e sentivo di far -contenta la compagna della mia esistenza, non mettendo di mezzo fra noi -e la nostra felicità altro che un desiderio vivo, un desiderio modesto, -— il primo cliente. - -Oh! il primo cliente! - -Lo aspettavo da mattina a sera, frugando nei codici per esser preparato -a riceverlo degnamente, davo sesto ai miei libri, mettevo in fascio -le mie carte, che, così disposte, sfidavano l'occhio più esercitato a -riconoscere che non fossero pratiche bene avviate. Qualche volta il mio -primo cliente veniva, aveva un caso intricato, io gli dava udienza con -sussiego, lo eccitavo a fare la lite e mi proponevo di trascinarmelo -dietro senza soverchia fretta per le scale di tutti i tribunali -competenti, iniziandolo ai misteri della procedura civile. - -Egli mi stava ad ascoltare; ad ogni parolone difficile che mi usciva -di bocca, spalancava certi occhi che parevano finestre, e se ne andava -sbalordito della mia scienza e disposto a farmi la procura _ad lites_. -Cari sogni!... Da questo sonnambulismo egoistico e dolce mi svegliai un -giorno di repente. - -La mia Evangelina soffriva; da una settimana non mangiava quasi, -si lamentava di certe doglie, di un certo malessere, di un po' di -languore. — Non sarà nulla — diceva; e per consolarla ripetevo anch'io: -— Non sarà nulla. - -Ma una mattina si svegliò più malata del solito. - -— Oh, cielo! — pensai — se mi morisse! - -E scesi le scale per chiamare un celebre medico che stava al primo -piano, faceva le sue visite in carrozza, e doveva guadagnare in un -giorno tutta la mia rendita d'un mese. - -Mentre egli veniva su, pensavo: — Il difficile sarà pagarlo, ma avrò -tempo; ora bisogna salvare la mia Evangelina. — E prima di entrare in -casa fui tentato di dire a quell'uomo celebre: — Per carità, mi salvi -la mia Evangelina! — Me ne trattenne una certa dignità virile che -volevo serbare anche nella sventura. - -Il medico visitò mia moglie, le guardò la lingua e le toccò il polso, -le fece certe interrogazioni, a cui essa rispose titubando; all'ultimo -rise, e sentenziò che non era nulla. - -— Non vi è pericolo? — chiesi con voce tremante. - -— Signor no, almeno per ora. — E mi trasse in un canto per dirmi -furbescamente: — Gliela dia lei la notizia alla signora... - -— Sarebbe mai?... - -— Sicuro. - -Invece di accompagnare il medico sul pianerottolo, come volevo, mi -pare d'averlo spinto garbatamente fuori dell'uscio; dopo di che, senza -nemmeno chiudere la porta, corsi al capezzale della mia ammalata. - -— Lo sai come si chiama la tua malattia? Non lo sai? Vuoi saperlo? - -— Come si chiama? - -— Si chiama Augusto... - -Evangelina mi gettò le braccia al collo e mi coprì di baci, mormorando -fra le lagrime: - -— Era dunque per questo che io sentivo di amarti di più! Perchè eravamo -in due a volerti bene. - - -IV. - -— Sono guarita! — mi disse Evangelina. - -— Lo vedo!... Ma che fai ora? - -— Mi levo, non so più stare in letto... - -Io la trattenni dolcemente, le accomodai i guanciali sotto il capo, le -tirai le coperte fino alla gola, le lisciai la rimboccatura e la fronte -e stetti un istante a contemplare la mia opera in silenzio. - -Evangelina mi aveva lasciato fare senza resistere, perchè le piaceva -godersi lo spettacolo della mia gravità carezzevole; ma quando mi vide -ritto e immobile dinanzi a lei, prima mi pregò di non guardarla in quel -modo, poi tornò a dire che assolutamente non voleva stare a letto, che -si sentiva benissimo, e perchè io tenni duro, essa mi voltò le spalle -con l'atto dispettoso d'un fanciullo viziato, subito si volse ancora e -mi sorrise. - -Allora le dissi serio serio: - -— Non bisogna far pazzie; il tempo vano è passato, il tempo frivolo non -tornerà più; dobbiamo mettere giudizio e pensare alla famiglia. - -— Sentitelo! — esclamò Evangelina. — Il tempo vano in cui ci volevamo -bene è passato; non tornerà più quel tempo frivolo, quando il signorino -non pensava ad altro che a farmi contenta. - -Le volli chiudere la bocca con un bacio, e non riuscii, essa si lasciò -baciare mezza la bocca, e, con l'altra metà, continuò a dire: - -— Già, il signorino me lo dice in faccia; quando avrà suo figlio non mi -guarderà neppure; ma non l'ha ancora suo figlio, ed io sono capace... - -Bontà divina! Di che cosa non doveva essere capace quella mia pallida -faterella, che stava facendo il miracolo eterno! - -— Taci — le dissi sottovoce — taci; non bisogna scherzare su questo, -non dobbiamo sfidare la sorte. Lo sai bene quanto t'amo; e non hai -detto tu pure che ti pareva d'amarmi di più, ora che siete in due a -volermi bene? - -Evangelina stette un po' in silenzio, sorridendo alle prime sue idee -materne; poi mi disse sbadatamente: - -— Amalo, sì, amalo; non ne sono gelosa. - -Il suo pensiero era altrove, il mio correva per l'aperta campagna. - -In quel mentre la nostra fantesca ci portò il caffè; noi ci guardammo -alla sfuggita, sorbimmo la bevanda gravemente, e non ci uscì parola di -bocca, finchè la nostra gazza domestica non si accinse a tornarsene in -cucina. - -— Mi farai il piacere di fermarti un poco di più — le disse allora mia -moglie; — il signore deve uscire, io non sto molto bene e non voglio -rimaner sola. - -— Che cos'ha? — domandò la fantesca. - -— Sono un po' costipata, non sarà nulla. - -— La mia cara costipata! — esclamai quando fummo soli — come le sai -dire le bugie! - -— Ho fatto male forse? Dovevo dire le cose come stanno a quella -ciarliera perchè fra un quarto d'ora tutta la casa, dal pianterreno al -soffitto, e tutti gli inquilini, a cominciare dai cavalli del dottore -in scuderia fino ai passeri del tetto, sapessero che io sono...? - -— Hai fatto benissimo, anzi bisognerà tenerla segreta la nostra -felicità; ci sembrerà più nostra; non la deve conoscere anima viva, -neppur tuo padre. - -— E perchè mio padre no? - -— Ebbene tuo padre sì, ma lui solo; nessun altro ne sospetti fino a -tanto che non sia più possibile nasconderla. - -E facevo un gesto largo, un gesto enorme, alla cui vista la mia -Evangelina fu presa da terrore. - -— Non voglio — disse; ed io ridendo restrinsi successivamente le -linee circolari de' miei gesti, finchè mi parve che li vedesse con -rassegnazione. - -— Perchè hai detto che _il signore_ deve uscire? — le domandai. - -— Ma... l'ho detto senza pensarci... mi pareva... - -— Mi mandi via — dissi — confessa che sei tu che vuoi rimaner sola... -me ne vado... - -E mi valsi di questo per non confessare che anch'io sentivo un bisogno -prepotente di andarmene a girellare un pochino co' miei pensieri, -mentre non sapevo indurmi a lasciar sola la mia malata preziosa. - -— Vado — dissi. - -— Aspetta... ed ora va, e pensa sempre a me. - -Dove ho messo tanti puntini, si capisce che allora era bisognato -mettere un bacio. - -— Sempre a te — risposi, e fuggii con la spensieratezza mista di -rammarico di un marito frivolo, il quale corra ad una festa, lasciando -a casa la moglie. - - -V. - -Scesi le scale a salti come un monello, sotto gli occhi meravigliati -d'un inquilino del secondo piano, che usciva lui pure di casa, e -dovette abbrancarsi alla ringhiera per lasciare passare la mia valanga. - -Sul portone di strada mi arrestai come uno smemorato. Guardavo a destra -e a mancina, probabilmente per decidere da qual parte mi convenisse -meglio avviarmi, ma non ne avevo coscienza; e quando l'inquilino che mi -ero lasciato alle spalle m'ebbe raggiunto e, datami un'occhiata rapida -ed indagatrice, si fu incamminato verso i bastioni, io lo seguii a -passo lesto e gli passai innanzi un'altra volta. - -Che diamine mi frullasse pel capo, ancora non lo sapevo; erano -molte cose insieme; fra tutte una idea indistinta si affacciava ogni -tanto, ed era che io fossi uscito di casa ed avessi sceso le scale -a precipizio per incontrar sulla via un cotale che poi non v'era. E -chi poteva essere costui? Io non lo sapevo, ma mi pareva proprio che -qualcuno mi mancasse, ed alla prima cantonata mi fermai da capo a -guardare di qua e di là. - -Vidi distrattamente l'inquilino del secondo piano, il quale, avendomi -raggiunto un'altra volta, si credette in diritto di lanciarmi in -piena faccia un'occhiata di rimprovero, dopo di che affrettò il passo -singolarmente, perchè io vedessi bene che non era stato lui, con la sua -sbadataggine, a cagionare la disgrazia dei nostri tre incontri in tre -minuti. - -— Povero diavolo! — pensai. - -Nient'altro. E mi venne la tentazione di raggiungerlo, di infilare -il mio braccio nel suo e di tirarmelo dietro riluttante per le vie -luminose della mia festa; invece non mi mossi e lo lasciai dilungare -nel suo squallore. - -A un tratto mi sentii stringere le gambe; dalle nuvole, in cui -girellavo col pensiero, abbassai lo sguardo ai piedi... e vidi allora -quel che cercavo: un bambinello sgambucciato, con gli omeri ignudi, la -faccia ridente. - -Tutto si faceva chiaro! Se avevo sceso le scale a precipizio, doveva -essere perchè sentivo il bisogno segreto di portare una carezza ad un -bimbo; e se due volte ero passato innanzi all'inquilino del secondo -piano, certo lo aveva fatto, perchè, senza pensarlo, mi pareva che -non potessi uscire di casa con altro fine; e volevo essere il primo a -pigliarmi sulle braccia questo omino che aspettava sulla cantonata. - -Lo presi, lo baciai, volli sapere se mi volesse bene, ed egli, -ripetendo la sua prima lezione, mi rispose che me ne voleva _tanto -così_. Non era poco, perchè, nel dire, allargava le braccia come se -volesse toccare i confini di due orizzonti. - -Si adirino pure i filosofi, i quali corrono dietro alla verità: io dico -che quella piccola bugia su quelle piccole labbra mi rese più felice -d'ogni loro vero più verosimile. - -Mi guardai intorno; non passava anima viva in quel punto, e il bimbo -mi sorrideva; era da far venire la tentazione di nasconderlo sotto -la giacchetta e rubarlo... Ad impedire il delitto si affacciò da una -bottega vicina la testa gioconda d'una mammina gentile che aveva visto -tutto. - -Ella chiamò con accento, che non sapeva essere severo, una volta, due: -— Emilio, Emilio! - -Ma Emilietto non si mosse: fissava gli occhioni stupefatti in un mio -bottoncino da camicia, che era di vetro sfaccettato e pareva a lui un -brillante d'acqua purissima. - -Allora la giovane madre uscì, attraversò la via e venne a pigliarmi -dalle braccia il bambinello dicendo: - -— È mio. - -E soggiunte poche parole di scusa che io non intesi, se ne andò col suo -tesoro. - -Io tirai innanzi a mani vuote, ma col cuore pieno d'una dolcezza -insolita, con la mente scompigliata da un turbine di nuovi pensieri. - -Ogni tanto, di mezzo a una folla d'immagini ancora indistinta, usciva -una donna sorridente, la mammina di poc'anzi, e mi ripeteva con dolce -sicurezza: - -— È mio. - -Allora io spingeva lo sguardo su quel cielo purissimo, e co' pochi -cirri vaganti, mi componevo le sembianze d'una creaturina di paradiso -impaziente di venire al mondo, e dicevo io pure con baldanza: - -— È mia! - -Già ne sentivo la presenza: l'avevo al fianco, o mi precedeva facendo -tutte le moine dell'infanzia, ma certo era là per darmi dei baci che -sembrassero aliti d'un venticello smarrito nella infinita calma di quel -mattino di maggio. - -Così fantasticavo; ma ad un tratto mi pareva sentirmi abbandonato, e -dicevo a me stesso: - -— Ora è corso a casa per non ingelosire la mamma: tornerà fra poco... - -L'aspettavo davvero, piantandomi in mezzo al viale e porgendo la faccia -alle sue carezze. - -Non occorre d'essere molto poeti per avere delle idee simili; è lecito -essere anche avvocati senza clientela, come vedete. Quello che non -vi parrà vero è che possiate invecchiare, e che tutta l'esperienza -degli anni e il senno maturo non vi sappiano far dono migliore che -restituirvi le care stravaganze di un tempo. Oggi ho settant'anni -sonati (non sono molti, no, non sono molti) e ricomincio a sognare -press'a poco come allora (però senza aspettare più nessuno; sono -arrivati tutti da un pezzo!), e dico che vi sono sentimenti veri in -un quarto d'ora della vita soltanto, e che bisogna trovarne uno, dopo -averli dimenticati tutti, per riconoscere come quello che diciamo -stravagante, il più delle volte sia solo naturale e semplice. - -Oggi ho settant'anni sonati e non mi paiono molti; quel giorno che -camminavo in quel viale a passo concitato, con la testa alta, chiedendo -le carezze al venticello e interrogando la natura, quel giorno ne avevo -appena venticinque, e mi parevano troppi. - -Abbracciavo tutta la mia vita passata con uno sguardo di misericordia -e mi facevo rimprovero di aver perduto la gioventù, perchè in essa non -ritrovavo un pensiero, un sentimento degni del mio stato presente. - -— Sono stato cieco fino a mezz'ora fa — dicevo — ho attraversato la -giovinezza brancicando fra le ombre; mio figlio ha avuto pietà di me, -e mi ha tolto la benda; io non ho mosso un dito per cavarmela dagli -occhi. Ho fatto il cinico per vezzo, lo scioperato per abitudine, gli -esami di laurea per necessità, il marito per imitazione; e il pensiero -che oggi occupa tutto me stesso non l'ho avuto mai, ed io nulla ho -fatto per rendermi degno della mia nuova missione. Se è vero che -d'ogni azione, buona o cattiva, commessa da scapoli, c'è il pericolo di -specchiarsi nei propri figli, quante cosaccie rischio di vedere nel mio -povero nascituro! Ah! egli meritava un padre migliore! - -E mentre mi facevo questi rimproveri ed esalavo i miei lamenti, mi -meravigliavo di non sentire il minimo strazio di rimorso, nè alcuna -desolazione di sconforto; al contrario, ero contento, ero soddisfatto -di me medesimo; padre generoso e felice, assolvevo tutte le mie colpe -di giovinotto. - -E se vi fu giorno che avessi un altissimo concetto del mio valore, -non è quello temuto, in cui vinsi la prova dell'esame di diritto -canonico all'Università di Pavia, nè l'altro memorando in cui mi furono -infilati l'enorme anello dottorale e la toga sterminata, nè l'altro -in cui, dinanzi al sindaco, mi pigliai la mia Evangelina per sempre; -l'altissimo concetto del mio valore l'ebbi quel giorno solo in cui -sentii d'essere padre. - -Mi pareva che, solo guardandomi alla sfuggita, si dovesse vedere la -mia grandezza. E quando in quei viali solitari, ritrovo di amanti e di -sfaccendati, dove sembra che non si debba fare altro che passi lenti, -qualcuno si voltava a guardare questo genitore superbo, che camminava -frettoloso e con la testa alta, allora io mi sentiva lusingato come di -una lode concessa al mio segreto trionfo. - -All'ombra delle acacie, sopra una panca di granito, vedevo un -vecchierello canuto, che guardava la sabbia lucente del viale con -occhi spenti, e mi ricordavo d'averlo visto tante volte nella medesima -panca, nella stessa positura, con quello sguardo tale e quale, e -pensavo: — Se costui, quando correva dietro ai pazzi tripudii, si fosse -arrestato un istante nella sua via a considerare i granelli luminosi -che gli parevano gemme preziose ed erano sabbia, certo avrebbe piegato -a diritta od a mancina, si sarebbe messo per i sentieri erbosi e -tranquilli che menano al matrimonio e alla paternità. Ed avrebbe ora -una casa, e avrebbe un figlio forte e generoso, una giovine quercia, -che lo proteggerebbe nei giorni di vento, lui, povera canna fragile e -cadente. - -Il vecchio alzava il capo vedendomi passare; pensava, certo, che i suoi -figli avrebbero avuto la mia età, e che ora sarebbero alla vigilia di -farlo nonno... Poveretto! non gli dite che per lui il mondo è stato un -gran tavoliere; che ha voluto le commozioni del giocatore, che si è -giocato la vita e l'ha perduta; non glielo dite... Io, crudele nella -mia felicità, ero tentato di tornare indietro per dirglielo. E se -resistevo alla tentazione, non era perchè quel vecchio poteva ridermi -in faccia e dirmi: «Io ho moglie e figliuoli; ho fatto colazione poco -fa e mi piace venirmene a digerire in questo bel viale»; ma perchè -poteva rompere in un singhiozzo, che avrebbe amareggiato tutta la mia -gioia, ed esclamare: «I miei figliuoli sono morti; il povero padre è -rimasto solo a piangerli; quando guardo la sabbia del viale, penso ad -_essi_ che dormono là sotto...». - -E poi mi piaceva porgere orecchio a tutte le voci del mio cuore -contento. - -Ecco un abete bruno e melanconico; sono tanti anni che lo vedo, sempre -immobile ed immutabile, con quella faccia scura d'ogni stagione e di -ogni giorno. Ma oggi è lieto e stende le sue cento braccia nere per -mostrarmi il verde pallido delle sue ultime foglie, i piccoli germi dei -suoi frutti, dei suoi figli. - -Ecco un ippocastano gigantesco, che ad ogni folata del venticello -blando accarezza con le larghe foglie la sua prole ispida e pungente; -ed ecco un olmo, le cui foglioline sono agitate da un tremito continuo, -come nell'aspettazione e nella trepidanza: gli è nato un piccolo -rampollo ai piedi, sa che fra poco il giardiniere passerà col falcetto, -e trema pel suo neonato. - -Preceduto dalle immagini del mio pensiero, che si muovono nell'azzurro -del cielo, io cammino spedito e passo oltre. Ma qualcuno tirandomi -per le falde dell'abito mi trattiene: è l'acacia spinosa della siepe; -e mentre io m'arresto a districarmi e sorrido di quello scherzo -innocente d'una bella annoiata, essa col fruscìo delle frondi mi dice -qualche cosa che non capisco. Poi spingo l'occhio nel fitto dei suoi -rami e vedo il nido incominciato d'un fringuello. Ed ecco il futuro -padre della prole alata; esso si posa sulla sabbia del viale con una -pagliuzza in bocca, ad aspettare che io me ne vada pei fatti miei; -l'acacia mi abbandona; io le raccomando col pensiero di celare il suo -tesoro agli occhi delle civette e dei monelli; e tiro innanzi. - -Più oltre trovo il laghetto, le anitrelle che si inseguono e i -pesciolini d'oro, e in ultimo mi abbandono sopra un sedile di sasso -a contemplare una processione di formiche, che si avviano cariche di -fardelli enormi al formicaio lontano. - -E da quelle sabbie popolose, dalle frondi dell'acacia, dell'olmo, -dell'ippocastano, dalle acque tranquille del piccolo lago, per tutto, -dalla terra e dal cielo si alza una voce trepida che ripete: — Mio -figlio! - -Io guardo all'azzurro profondo, in cui si apre l'occhio del sole, alla -prateria tranquilla e verde, alle acque rugose; sento l'aria balsamica -agitata appena dai voli e dai canti, e indovino il fine segreto, il -fine unico e grande di tutte le cose create; mi par di penetrare il -fascino occulto della bellezza, l'irresistibile ed ignota potenza -dell'amore, ed esclamo commosso: — Oh! i dolci inganni della natura! - -Tutto ciò che ride ai baci del sole, tutto ciò che lavora nel silenzio, -tutto ciò che abbella e si fa bello, tutto tende allo stesso fine. - -Quale? - -Per l'occhio distratto che ammira, pel senso che si diletta, per lo -spirito leggiero che si compiace, per l'anima che obbedisce credendo -di costringere l'universo ai suoi voleri, è l'amore. Per la mente -indagatrice, per l'occhio scrutatore, per lo spirito non mai contento, -è la figliolanza. - -Vaghi fiori del prato e delle aiuole, uno solo è il segreto della -vostra bellezza ed io l'ho nel cuore; domani sarete appassiti e -spregevoli per gli altri, non per me che spingo l'occhio fra le chiuse -cortine dei vostri letti nuziali. - -Mi guardo intorno con l'anima piena della mia idea e dico: - -— Quell'albero ama, quel passero ama, amano quei fiori e quegli insetti -e quella nuvola che porta in grembo tante consolazioni di rugiada; ama -il sole che ci guarda, ed amano le stelle che ammiccano agli amanti -nelle notti serene, e tutto ciò che ama è vittima d'un caro inganno dei -sensi. - -Alla svolta d'un viale, in una panca di sasso che si nasconde fra le -spire della glicinia, ecco appunto due vittime. - -Essa non è bella, ma ha una faccetta capricciosa, un naso aquilino, -due occhioni azzurri, e porta con grazia un monte di capelli biondi; -a _lui_ non guardo; ma dev'essere bello, perchè quella donnina ha buon -gusto. - -Sono così occupati a interrogarsi negli occhi, che non mi vedono -neppure, ed ho tempo di piegare a mancina. - -Me ne vado per non disturbare quelle due creature semplici, che vanno -cercando insieme una felicità ignota. Io le so tutte le bugie che va -loro dicendo il cuore. - -Perchè quella donnina bionda ha messo un fiore del prato fra tanti -capelli non suoi? — Perchè l'ippocastano si è vestito di foglie, perchè -il bruco deforme ha sfoderato le ali di farfalla. - -La parola che trema in ogni labbro di giovinetta è l'_amore_; ma le -mille voci della natura ripetono come nenia carezzevole un accento più -profondo e più vero: — Mio figlio! Mio figlio! - -_Mio figlio!_ Tutta la vita è in queste parole; svelate alla famiglia -il santo inganno dell'amore che la prepara, svelate alla società i -cento inganni o generosi o stolti delle passioni, dei bisogni che la -tengono insieme; che rimane? — _Mio figlio!_ - - -VI. - -Avevo fantasticato abbastanza; il pensiero ritornava alla mia casetta, -dove mi aspettava un cuore di donna pieno di quell'inganno tanto -dolce al mio cuore, e le gambe mi portavano frettoloso dove correva il -pensiero. - -Rividi passando la processione delle formiche, che si disegnava come -un filo nero sulla sabbia lucente; rividi l'acacia discreta, il pioppo -tremante, l'ippocastano enorme, e poichè era destino che io, così -felice, dovessi quel giorno dare un'afflizione al mio prossimo, rividi -anche il vicino del secondo piano, il quale se ne tornava a casa col -suo passo invariabile. Che importa? egli probabilmente mi mandò al -diavolo, ma io non v'andai, gli venni innanzi, infilai l'uscio di casa -prima di lui, e feci i gradini a quattro a quattro non mi arrestando -che sull'ultimo pianerottolo, dove per verità stentai a ripigliare -fiato. - -Mentre allungavo la mano per afferrare il pomo del campanello un -tremendo pensiero venne a mozzarmi le aluccie d'oro che mi sentivo -alle spalle: — Se non fosse vero niente, se io avessi fatto un sogno -baldanzoso... — Di repente la porta mi si schiuse in faccia; mi apriva -Evangelina medesima, Evangelina che si era levata da letto e mi aveva -visto venire dal finestrino, Evangelina in cui io fissava gli occhi -sospettosi ed inquieti. - -— Sai? — mi disse sfuggendo al mio sguardo con un certo impaccio — sai? -non era vero niente. - -Ma il sorriso che avevo posto sul labbro domandava misericordia, e la -poveretta n'ebbe e mi buttò le braccia al collo. Mi disse subito che -mi voleva castigare, perchè ero stato tanto tempo fuori di casa; ma mi -perdonava e perciò tutto andava benissimo. - -— Che hai fatto in quest'ora? — le chiesi. - -Tante cose aveva fatto in quell'ora e un quarto (perchè era passata -un'ora e un quarto, anzi un'ora e venti minuti, e dovetti convenirne -io stesso per non dar del bugiardo al nostro unico orologio a pendolo), -aveva fatto tante cose. Prima di tutto si era levata dal letto, poi si -era vestita, aveva dato sesto alle stanze, ed aveva avuto voglia di una -limonata. - -— E l'hai bevuta? - -Non l'aveva bevuta, perchè le era mancato lo zucchero e non aveva il -limone. - -— Bisognava mandarne a prendere... — esclamai — bisognava... - -Evangelina m'interruppe: - -— Bisognava mettere giudizio e farsi venire un'altra voglia. - -— E che voglia ti sei fatta venire? - -— Di darti un bacio — mi rispose — ed ora me la cavo, questa è una -voglia lecita, perchè non costa nulla. Non siamo ricchi! - -— Lo so! — esclamai — la colpa è mia! - -— Di tutti e due — corresse Evangelina ridendo. - -— Di nessuno — soggiunsi ridendo anch'io. — La colpa è del mio primo -cliente, che non sa risolversi a litigare; venuto il primo, gli altri -seguiranno; vedrai. - -— Vedremo — disse Evangelina, parlando per sè e pel nascituro. - -— Pure — insistei — una limonata non è una fiumana e non può travolgere -neppur una casa spiantata come questa... E pensa se la nostra -creaturina avesse a venire al mondo con la faccia color di limone! - -— Corbellerie! — mi disse Evangelina con molto sussiego — i medici -assicurano che le così dette voglie non dipendono tanto dalla voglia -sentita, quanto dall'ansia di certe madri sciocche, che si mettono in -capo questo sproposito. La _gestazione_... - -Io la guardava a bocca aperta. - -— Quali medici? — interruppi. - -Volle dirmi una bugia; non le riuscì e mi confessò tutto. Fra le -tante cose fatte nell'ora e un quarto della mia assenza, era questa: -arrampicarsi sullo scaleo con un coraggio da matrona, prendere -nell'ultimo palchetto della mia libreria un grosso volume in _folio_, -che trattava d'ostetricia. Facendo salti enormi e pericolosi, poteva -dirlo d'averlo letto tutto. - -Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la -caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di -servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi. - -Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua -intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una -sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si -arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a -chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto. - -Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio -suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli -accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua -esperienza. - -A sentir lui, il nascituro _doveva essere_ un maschio, un ingegnere -alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non -pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè -riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far -meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro. - -Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo -nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo. - -La sera però mi chiese: - -— E' proprio necessario che sia un maschio? - -— Necessario, no... - -E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai -fosse tale. - -Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio -piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che -non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era -della mia opinione. - -Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene -contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio -e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti -dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo -appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io -poteva beffarmi della statistica. - -Non me ne beffavo più ora. - -Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne -andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che -uomini e cose hanno sui nascituri. - -L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e -mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano -ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè -nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità -di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano. - -Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione -di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro -serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle -forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è -conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e -altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si -faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile. -Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci, -tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi -momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino; -piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo -di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in -qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano, -o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o -leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere -dinanzi agli occhi il suo modello classico. - -Passavano i giorni, le settimane e i mesi. - -La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia -Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe -superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si -rassegnava. - -Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che -doveva essere un colosso. - -Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con -sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano -soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me. - -Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti -minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva. -La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una -bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno -spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver -l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto. - -— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo; -l'ho tenuto più grande del modello. - -— Sarà grosso — osservai scherzando. - -— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata. - - -VII. - -Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci -migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore. - -Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il -contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli, -dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a -desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire -il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non -veniva. - -Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte -le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto -a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed -approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno -a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era -l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile -e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè -stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi, -nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni, -ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date -all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità -grande che si cela. - -Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico -o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel -nascituro. - -Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un -vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo. - -Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero. - -Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa, -dicendo: — _Deve_ venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da -perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina -successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta. - -Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere, -perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare -e venire per la casa come un'eroina. - -Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta -tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i -camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci -un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne -il medico, che doveva rimanere con noi in salotto. - -Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse -le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva -ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io -non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale, -indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul -tavolino. - -Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io -mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico -si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò -d'andare a spasso un quarticino d'ora. - -— Che fanno qua tanto tanto? - -A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico -espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse -l'opera sua, saremmo di impiccio». - -— Ma non occorrerà?... — chiesi io. - -— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano. - -Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro. - -Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero -ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci -avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro -di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo. - -Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il -cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo. - -— Sarà un maschio — mi disse. - -Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni. - -La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la -sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le -formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le -creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là. - -A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi -l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso; -certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata, -aveva fatto la gioia di un monello. - -Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina -soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che -doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato -dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di -sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un -maschio! - -Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva -essere una femmina. - -A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con -sicurezza: - -— Andiamo, a quest'ora è nato. - -Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo. - -Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati. - -Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là -a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue -faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci. - -Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata! -non sapeva nulla. - -E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento -avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori, -sospetti, minaccie di disgrazie orribili... - -Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi -arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero. - -Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una -musica; il pianto, che è una carezza! - - - - -LE TRE NUTRICI - - -I. - -In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la -misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un -braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa -tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi -saperne di riconoscere la mia prole. - -Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo -amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un -momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno, -andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci -avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi -nel vano, ci disse sottovoce: - -— Silenzio... è un maschio! - -Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella -manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un -pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò -stare e mi ripetè sottovoce: - -— Silenzio... è un bel maschio! - -Entrammo. - -La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto, -e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte, -le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli; -ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo -indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli -si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che, -nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o -con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva -l'arte di portare in braccio mio figlio! - -Ma dov'era mio figlio? - -Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova -e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola. -Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo -stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora -Geltrude. - -— Dov'è? — chiesi sottovoce. - -Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un -tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo -stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i -merletti di una cuffia troppo larga. - -Lo riconoscevo: era lui, mio figlio! - -Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della -camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò -senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio -dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la -carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che -dovesse avere un'indole paziente e rassegnata. - -Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente -sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto -cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me, -all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare -e per ridere alla muta. - -— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo -goda anch'io. - -E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a -dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio -lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere -i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando -gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la -camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po' -di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo -che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad -Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col -medico e con la signora Geltrude. - -La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il -nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di -dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la -punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che -lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di -vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio -gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli -piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo, -temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era -contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a -tacere. - -— Dàllo a me — gli dissi solennemente. - -E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito -stato zitto. - -— Dàllo a me — insistei. - -Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede. - -Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio -figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia -estatico. - -Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non -vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura. - -Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era -il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e -perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi. - -— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero. - -Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo -per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto -che vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la -propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più -burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a -descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi. - -Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi -sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato -civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio -sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato -di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio -suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero -e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì -d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco -liscie del mio viso. - -Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua -vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che -lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modo _sta in fatto_, -come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno -di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario. - -La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè -Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso -coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva -che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre -vanaglorioso. - -Io lasciava dire. - -— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire -perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così. - -Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il -naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo: - -— Non può essere. - -Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e -veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per -ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il -sussiego di collaboratrice. - -— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti -paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano -se hanno voglia. - -Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere -d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere -dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse -una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura, -dicendo: - -— Glielo dia da succhiare. - -La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi -compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente -mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio -uffizio di nutrice. - -Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il -poppatoio nell'acqua inzuccherata, mandavo in giro un'occhiata -ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano -tutti: «Che appetito!... e che balia!». - -Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò -tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza -parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie -e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò -d'averne abbastanza, gli disse: - -— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a -succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato? -Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un -uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo -per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha -insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir -altro; è un segreto. - -Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la -testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da -uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era -tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni -accanto alla mamma sorridente. - - -II. - -L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre giorni interi, ed io lo -tenni scrupolosamente per me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio -suocero, che ne voleva la sua parte. - -Il terzo giorno, all'ora della prima colazione, quando con l'orologio -in mano mi feci al capezzale del letto per annunziare a mio figlio -che si dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso, ed allargai -le braccia in cui si gettò mio suocero delirante, vidi il nostro -angioletto attaccato al seno di sua madre, la quale guardava ora noi -ora lui sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione dinanzi a -quello spettacolo amoroso, senza timore di dar noia al poppante, che -appena appena s'era degnato di alzare il capo per chiedere scusa della -licenza alla prima balia. - -Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi avvidi che mio suocero -usciva dalle mie braccia come vi era entrato. Egli andò a prendere -il deschetto e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere dell'acqua -inzuccherata sul canterano, ed in tutte le movenze svelte e gioconde mi -faceva intendere: «Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a nulla, -ed io ne sono proprio contento». - -Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne era accorto. Non gli -sembrava vero che mio figlio, il sangue della sua figliuola, dovesse -appartenere più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza, -ma egli ne abusava. E quando, perchè me le faceva più grosse, lo -scongiuravo scherzando d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli -alzava le mani al soffitto con un atto buffo che non mi faceva ridere, -perchè quasi quasi aveva l'aria di esprimere la convinzione che non ci -entrassi per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè. - -Trovai ben io il mezzo di fargli smettere lo scherzo feroce; finsi di -pigliar sul serio quanto diceva per isvilire la mia paternità, anzi -andai oltre esagerando e conchiusi: - -— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli nostri ci -appartengono appena per quel tanto che ne cedono a noi le loro madri; -mio figlio, ne convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina è -più di sua madre buonanima che tua. - -Allora mio suocero volle _distinguere_, tale e quale come un avvocato, -per provarmi che le figlie sono un'altra cosa. - -— Che cosa sono? — insistei. - -— Sono un altro paio di maniche — balbettò; ma non seppe dir altro. - -Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si -moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal -nipotino. - -Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto -stava a meraviglia, che la puerpera era fuor di pericolo; suggerì una -regola severa e non tornò più. - -La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a -Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà, -e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta. - -Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se -ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e -diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria -capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi -perchè sarà inutile!». - -Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani -oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se -ne andava l'altro. - -La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si -svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte -quella mattina. - -Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi -panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano -avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo -la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva -steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della -valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo, -avrebbe impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano -sempre due buone dita a poterla chiudere. - -— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta -questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a -casa? - -Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad -assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al -fianco senza far rumore. - -— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della -disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per -ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio... -Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio! - -E il povero nonno, che si era finalmente accorto della presenza -d'Evangelina, balzò in piedi di botto dando un calcio alla valigia per -portare una carezza ad Augusto. - -Si era trasformato in volto; aveva spianato le rughe della fronte e -faceva gli occhi dolci. Dove l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi -gliela aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio. - -Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli ad Augusto senza -farlo uscire dalla sua olimpica indifferenza, tornò ai preparativi del -viaggio. - -— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo da non perdere d'occhio -il bimbo e parlando ora alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua, -birbona; mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che cosa ti dà -noia? Sono queste ciabatte della malora?... Caro!... gli vuoi bene -al nonno? Sì?... To' un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza, -altrimenti ti pianto e me ne vado senza di te a Monza. È questo che tu -vuoi, cenciosa maledetta?... Ah! ora vorresti chiuderti, mi pare; ti -lascerai chiudere? - -Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima volta; si aspettava -che la valigia facesse ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere, -ed egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza, mi parve per -verità più dispettoso che consolato. - -— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi e portando un sospiro ed -altre carezze al bimbo; — lo sai che se ne va il nonno? - -I malumori di mio suocero non erano finiti; già era venerdì e bisognava -aspettarselo, lo diceva lui. - -Basti dire che quando la valigia si fu lasciata chiudere, mio suocero -si avvide con un orrore novissimo in lui (era il disordine in persona), -che stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si andò in giro -per tutta la stanza a cercare l'indumento birbone, che si era cacciato -chi sa dove, e naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e -naturalmente non si trovò nulla. - -In quanti luoghi impossibili può un uomo di giudizio cercare una -cravatta che si nasconde! Io non me ne sarei fatta un'idea mai, se non -avessi visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della zuccheriera, -con la speranza che un prestigiatore invisibile avesse voluto fargli la -burletta. - -All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce. - -— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia! - -Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la -quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone -un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni -assegnati in questo mondo fragile a una valigia. - -I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla -venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva. - -La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza, -bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza -scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo -segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che -fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso. - -A chi credere? - -— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella -vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima. - -— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo -scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e -giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo -segnerà quella di Monza. - -— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio. - -— Ne ha cento! — esclamai ridendo. - -— Ne ha mille — rispose mio suocero. - -Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore ostinato giunse alla -stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei -biglietti. - -Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente. - -— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione -lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì... - -— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che -la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del -territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di -tirarsi da banda per lasciarla passare. - -Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria -di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia; -pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a -passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di -prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere -sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che -ci lasciarono passare. - -— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio. - -— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se -vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto. - -In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il -nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto -la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita -per riscaldarle: - -— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille -faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo -figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato. - -— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia -Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da -Pavia per far la madrina. - -— Le manderemo un dispaccio perchè venga subito — aggiunsi. - -Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le dita abbastanza per -poter accarezzare il bimbo senza farlo strillare, e non badava ad -altro. - -Quando credeva che la funzione solenne dovesse compiersi senza di -lui, unicamente sotto gli auspicii della zia Simplicia, ne parlava -perfino con eresia, facendo dell'acqua benedetta una complice della -costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire il suo pensiero, era -una bella cosa. - -E volle che lo facessimo con solennità, invitando gli amici a mangiare -i confetti; pagava lui. - - -III. - -La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era -già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come -un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una -missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la -fede cristiana. - -La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo -sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco -disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in -testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno, -allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di -beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno. - -Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della -sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo -ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in -latino. - -Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo -resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era -inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui -tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio. - -D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al -battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio, -vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più -grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso -visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo -aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta -la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar -della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio -suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per -la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva -dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che -bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè -l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora -si andò a sedere in un canto, e fece il broncio. - -Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono -di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla; -ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero. - -Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti -da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno -festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino, -poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho -mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe -mangiare! - -Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore. - -D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono -andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando -l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre -accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra -creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella -malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col -lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi -parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto -rapidamente si era cancellata dal mio spirito. - -Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce -di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo -di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della -buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero -ci fosse stata una festa in casa mia. - -Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche -allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe, -in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e -rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano. - -La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò -chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche -del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero -baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci -tremendi alla _sua_ creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette -la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della -chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di -aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non -lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli -era rimasto? Ve la do in mille. - -— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, _te lo raccomando_. - -Misericordie celesti! - -Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso -benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima -l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di -averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di -aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di -carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e -per poco non aggiunse «di volergli bene». - -Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie: -«Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito, -data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo. - -Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a -me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, -perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria -fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per -cavarmi questo capriccio paterno! - -— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como! - -— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e -perdi la corsa... Buon viaggio! - -Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima -d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e -mi disse: - -— Non dimenticare la cicoria! - - -IV. - -L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto -avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a -tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi -non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non -ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se -convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo, -o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando -abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e -inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano -essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo -avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si -avvezzi meglio che alla felicità. - -Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre -novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al -fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla, -uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero -padre novellino. - -Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre, -Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare -intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava -fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un -vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione -gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera, -quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per -contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del -babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da -quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La -sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua -vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro -di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti -del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura, -tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato -abbastanza, cose dolci e belle. - -Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad -invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere -vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io -ci conoscevamo da un pezzo. - -Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un -cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio -per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo -portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano -verso il tempo in cui non ero padre ancora. - -Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla -strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro -e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e -tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi -portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano -scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza -sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio. - -Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità, -io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire! - -In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si -accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena, -moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi -e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito -dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso -bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne, -giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi -tornava a Milano addottorato _in utroque_, a meravigliare con la sua -eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere; -proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava -d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la -sposava e mi faceva nonno. - -Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello -in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile -immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni -e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane -prima. - -Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le -sue forze, e mi guardava: - -— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida -mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito -che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la -morte non ci divida!». - - -V. - -Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente -meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio -figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano -orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura. - -Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima -tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo -idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me -ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men -formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi -accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè -essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io -diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro». - -La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo -tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime -volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese -notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la -mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte -l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme. - -Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii -forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia -dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri -l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto -il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco, -vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla -vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più -felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia, -la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io -forse un erede legittimo? - -Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a -volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili -avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i -miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno, -non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che -il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la -generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo -rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere -press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza. - -Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi -venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo -bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una -non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a -spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare, -portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di -mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e -fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia -brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura -quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non -mio. - -E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che -passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno -belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e -ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a -darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva -diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto, -non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche -cosa di magnifico che l'altro non aveva. - -Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il -sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e -mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della -loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi, -avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!». - -Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne, -spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e -sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei -calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e -dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per -la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti -ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo -ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo -allora!». - -«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a -diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente -grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella -gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia -del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì, -bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi -compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente -grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica. -E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico -perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una -eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose -enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente -che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri, -a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per -voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle -scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e -prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto -questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di -piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede -di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per -voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie, -le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio, -furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè -non hai nemmeno bisogno di capire». - -Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo -color di rosa, la mammina pallida e sorridente. - - -VI. - -Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera -madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi. - -Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il -cuore a ricevere le sciagure. - -— Che cosa è stato? — balbettai. - -Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo -piangente. - -— Che ha? — insistei con più coraggio. - -— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per -nascondermi le lagrime. - -— Che hai?... Che cosa ha Augusto?... - -— Io, nulla... — balbettava la povera madre. - -Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel -fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso -suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso -a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce -rotta dall'angoscia: - -— Nostro figlio ha fame! - -Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo -come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della -mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio, col cuore stretto. Poi -mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e -facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto: - -— Da quando? — interrogai dolcemente. - -— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di -riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco: -non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando -ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto -il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!», -ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno. -Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha -trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io. - -E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me; -sembrava chiedermi scusa. - -— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il -latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi: -— Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola -disgrazia... e vi hanno rimediato tutte... - -— Come hanno fatto?... - -— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra -donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando -tranquillamente che il latte tornasse. - -— E tornava?... - -— Tornava. - -— Presto? - -— A volte nello stesso giorno. - -Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo. - -— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle -cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! -eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con -l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e -faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a -desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso. - -Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso -nascondeva male tutta l'ansia materna. - -— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e -il bimbo. - -— Signora no — risposi — è un diritto acquisito... - -Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa -fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità, -sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la -povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per -dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma -Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal -poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque -per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di -seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando -uno strillo. - -Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la -creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e -mormorandole fra i baci cento parole amorose. - -— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo -scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non -facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere... - -Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi -nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e -agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica. - -— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver -appetito... è un piccolo ostinato... ecco... - -Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro -figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli -saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare -piangendo... - -Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte! - -Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne -era non so se più sgomenta o vergognosa. - -— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo -insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non -sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla! - -Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto; -aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale -come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina, -anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo -singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in -un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere -la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi -pigliava il dispetto. - -Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad -Augusto, e nemmeno di noi due, dunque... - -— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte -non mi ritorni... - -— Proviamo... - -Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo. - -La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che -già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa, -ma rassegnata. - -— Bisogna procurargli una balia! - -Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più -delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i -figliuoli dei ricchi. - -— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che -le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo -una che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo -nel nostro Augusto. - -Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il -soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me -lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che -essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino -indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi -avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia -pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene -come una madre, perchè a questo basto io sola». - -Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude, -al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre -la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo -l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista. - -— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto. - -— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal -piccino. - -E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era da -_compatire_, che anzi faceva benissimo, perchè _quando si può_ è -meglio. - -_Quando si può_. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato -dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela, -mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per -via. - -Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la -quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il -nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse: - -— Sono contenta. - -Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie; -gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della -mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano -ciffe da tutti i lati. - -— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno -pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto -caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del -cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa -che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare -se sarà necessario... - -Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva -un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica -confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova -tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio... -tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo -residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace. - - -VII. - -Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata annunziò una -visita straordinaria, una delle tre nutrici probabilmente, o forse -tutte e tre insieme. - -Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una mole rubiconda e fresca, -che empiva tutto il vano dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda, -già fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva spropositato -le sue forme, indossando, a dir poco, sei gonnelle; io ne vedeva tre -spuntare una sotto l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due -grossi orecchini che facevano un chiasso da non si dire intorno alla -faccia paffuta. - -— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo nell'anticamera e girando -intorno l'occhio curioso — mi ha mandato il farmacista... - -Non udii altro; mi parve come se repentinamente qualcuno mi avesse -attaccato all'orecchio gli enormi pendenti della balia, tanto era il -chiasso che facevano le tre paroline del farmacista. - -— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il mio sussiego — venite -pure avanti, buona donna. - -Io l'avevo chiamata _buona donna_ con malizia; sentivo che quella -nutrice enorme rimpiccioliva me, e mi pareva così di ridurre lei a -proporzioni più modeste. - -— L'avvocato... l'avvocato... Acidi... - -— Placidi... - -— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato? - -— Sì, sono io. - -La scrutai nel viso per vedere come accogliesse questa notizia; sulla -sterminata superficie carnosa apparve un lieve sorriso e nient'altro. - -Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda dell'occhio che si -guardava sempre intorno, e notai che, passando in salotto, toccò la -stoffa delle tende. - -Non isperavo nulla di buono. - -— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza da letto, tanto per far -intendere a quella balia spropositata che se le nostre tende erano di -lana e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo che di cotone ne -entrasse nemmeno un filo. - -Le contadine hanno il criterio corto, ma non lo hanno grosso come -si dice; al contrario, fin dove arrivano, sono fine, finissime, -sopraffine; la buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi -l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede un'occhiata alla -sfuggita, ed aspettò per entrare che Evangelina avesse detto: — Avanti. - -Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò la culla, il letto, -il canterano, le tende; poi rimase impettita dinanzi a mia moglie, la -quale si faceva rossa rossa. - -— Come vi chiamate buona donna? — domandò Evangelina, radunando tutto -il suo coraggio. - -— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il mio uomo fa il -carrettiere, e non è mai in casa lui... il mio figlio se l'è voluto -prendere il Signore... e per questo vado a far la balia... è la seconda -volta che vado in casa dei _signori_... - -Aveva parlato di suo figlio morto con una gran forza d'animo; nel -pronunziare la parola _signori_, diede ancora una sbirciatina fuggitiva -al canterano. - -Che cosa non avrei pagato allora per avere in casa i mobili dorati e -una cassa forte, tanto da opprimere quel colosso villereccio sotto il -peso delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una grossa somma che -non avevo. - -— E anche la prima volta vi era morto il figlio? - -— Sissignora — rispose quella femmina — noi povera gente abbiamo _la -croce che ci aiuta_. - -La croce che ci aiuta! Queste strane parole significavano nè più nè -meno che la _mortalità dei bambini!_ E allora quasi me ne adirai; -ma dacchè ho parlato con parecchie madri contadine, so che tutte -hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario, senza perciò essere -cattive di cuore; amano i loro piccini finchè sono vivi, si consolano -d'averli perduti con l'immagine della croce che aiuta la povera gente. -La miseria ha la sua logica, e l'uomo si consola facilmente con una -metafora. - -— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare Evangelina. - -— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno «si guardi» sprigionò -dal busto due recipienti enormi, due minaccie d'indigestione. - -Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto scomparire in -quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi e crescere a vista -d'occhio. - -— E potete venir subito? — chiese Evangelina... - -Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi denti larghi come -palette, ma candidissimi, poi rispose che «non sapeva». Ed io intesi, e -intese anche Evangelina che ciò significava: «secondo i casi». - -— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a sedere e rovesciando il corpo -indietro come se dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa vi -s'ha a dare? - -Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un momento di debolezza, -si dondolò sui fianchi, guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca -affannosa delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò soltanto -queste: - -— Mi hanno mandata e sono venuta, io non ne ho colpa! - -Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii. - -— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò Evangelina. - -— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma è ben esposta — -rispose Benedetta — non ci starei malvolontieri... quanto al mese?... -trentacinque lire... me le davano anche gli altri _signori_. - -Io non respirava più e la balia proseguì: - -— Gli usi lor signori li sanno?... - -— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre meglio intendersi. - -Benedetta fu della mia opinione. - -— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa o conviene o non conviene; -dico bene? - -Io le assicurai che diceva benissimo e che la sua osservazione era -profonda; mi pareva così di placarla. - -— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il mese — ricominciò quel -donnone — al primo dente cento lire; altre cento ai primi passi, e -alla fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno date gli altri -signori... - -Evangelina non mi staccava più gli occhi di dosso; io, ricevuta la -botta formidabile senza batter ciglio, avevo preso il mio partito. - -— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti. - -— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi con sussiego, ed -ebbi gusto di vedere che quella mole contadinesca si lasciava prendere -e cominciava a non saper più come pensare dei fatti miei. Mandava in -giro certe occhiate scrutatrici piene di un'incertezza deliziosa. - -Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita: - -— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione d'oro, e -l'_argento nuovo_ in testa... niente altro... - -— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi da sedere. - -— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua. - -— Quand'è così, siamo intesi, proseguii. - -— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole che dia un po' di -latte al piccino? - -— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo e vi faremo dare la -risposta dal farmacista. - -Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece male; sorrise, salutò -con grande inchino mia moglie, e si avviò solennemente, empiendo della -sua presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio si volse, -mi raccomandò di conservarmi e sparve. - -Ero contento di me, e corsi a portare una risata allegra al capezzale -della mia Evangelina. - -La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e -la copriva di carezze e di lagrime. - - -VIII. - -Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere -nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene -le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse -venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra -il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la -strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla -gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno -di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato -la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre. - -L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi -era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii -tutta l'ironia amara. - -Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che -essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi -diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta, -e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime -con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti. - -— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio. -Che pena veder pianger te! - -— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione, -bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del -resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le -vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani... -sa Dio dove sono. - -Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male. - -Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra -creatura. - -— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli -occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e -mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e -vorrai bene a chi ti darà il latte. - -Allora entrai a dire: - -— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare -le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno -allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria -dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno... - -Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi -benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere: - -— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi -— anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi. - -Sospirai di nascosto e non dissi altro. - -Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di -Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura. - -— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato -separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro -sacrificio. - -— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere? - -— E le altre cento ai primi passi? - -— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro? - -— E le due vesti ogni stagione? - -Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare -il bimbo. - -— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non -pretenderai l'impossibile da babbo e mamma, e ci vorrai bene -egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo -dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza -trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no, -una balia enorme, come Benedetta Corti... - -M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a -mia moglie: - -— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a -nutrirla? Vi avevi pensato tu? - -Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due -occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed -io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto: - -— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che, -per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta -giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte -saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a -vederti. - -Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne -ringraziava con gli occhi. - -Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi -ero ingannato, che avevo creduto di _potere_ e invece non _potevo_, e -lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma -bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano. - -L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento -di proposito; e dopo d'aver osservato con la stessa profondità della -prima volta che _quando non si può... è meglio_, mi disse che aveva il -fatto mio, una _sposa_ di Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire -subito. - -Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio -che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca, -giovine e bella. - -Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in -casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore. - -Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le -accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse: -«Se mi vogliono...» — e rise ancora. - -Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra -di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che -Marianna allatterebbe nostro figlio. - -Facemmo alcune domande ora alla _sposa_, ora all'_uomo_; ma rispondeva -sempre la sposa; l'_uomo_, quando era interpellato direttamente, -pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con -un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio -rispondendo lei e ridendo. - -Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta -unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed -immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva -andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose che _erano quattro -passi_; e rise. - -Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad -assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a -ridire. - -Fu convenuto che la _sposa_ resterebbe con noi un paio di giorni, -l'_uomo_ se ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a -prendersi la moglie e il poppante. - -— Va bene? — chiesi al marito. - -— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli -ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e -tutto ciò ridendo. - -— Come si chiama il vostro uomo? — domandai. - -Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario -invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello -lasciar rispondere la _sposa_ anche in una domanda così _ad hominem_. - -— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal -suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse -animosamente: — per servirla. - -Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese -più difficili tutto sta ad incominciare. - -Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo -anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio -della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi -come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in -momenti simili. - -— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma -quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile: -fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle -spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non -sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne -faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di -interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva. - -— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione, -perchè ancora non si moveva. - -Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con -garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al -marito e a dirgli ridendo: - -— Va, che cosa aspetti? - -— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a -ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col -piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il -cappello e sparve. - -Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e -venne dietro al suo uomo. - -Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci; -doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento -Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera. - -— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se -ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo. - -Non rideva. - -— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise. - -Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna -ritrovò tutto il suo buon umore. - -— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio. - -Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano -soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua -e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie. - -La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un -pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era -dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa -sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando -di voler andare con la mamma, che festa! - -Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non -avesse a patirne troppo! - -«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero cuor di madre!». - -Augusto era bonino e Marianna gentile; si piacquero, si vollero bene; -anche senza gli stimoli dell'appetito, era chiaro che nostro figlio -stava volentieri con la sua balia. - -— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina. - -— Lo _spero_ anch'io — dicevo, e ne ero sicuro. - - -IX. - -Quei due giorni volarono. - -Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il suo paese, ci menò -attraverso il labirinto del suo parentado complicato, enumerò i vicini -e le vicine, ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella -stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione così amorosa -dell'unica giovenca bianca e del cavallo balzano, che fu per me come se -conoscessi da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per filo e per -segno della canapa che vi si filava, dei discorsi che vi si facevano, -dei matrimoni che vi si erano combinati e degli amori che vi nascevano -ogni anno. - -Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando parlava della sua -stalla, credevate proprio di vederla, tutta coperta di stoppia, con -l'unico finestrino chiuso da un'intelaiatura di carta da gazzette; -vedevate le connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i fusi -giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate lucenti nell'ombra; -e udivate ogni tanto, in mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota -lamentosa della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente un'altra -nota, quella della mia creatura, perchè sapevo bene che il povero -Augusto avrebbe passato in quella stalla il rimanente del suo primo -inverno. - -La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva arrivare con la carriola -per pigliar la _sposa_ e il bimbo, io notai che Evangelina si -affaccendava di qua e di là, per le stanze, camminando più ritta del -solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e camicini, camicini e -fasce, e poi cuffiotti e pannilani; ma annodava a volte il fardello -senza aver finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi -nulla. Avrei fatto così anch'io. - -Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto in braccio, e gli facevo -sottovoce le mie raccomandazioni. - -Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di -voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo -e la mamma! - -Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il -respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile, -intenta, senza fiato anch'essa. - -Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo, -senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua -moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non -aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e -se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale -ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la -fantesca per attingere acqua. - -E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano -era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata -nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta -intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro -portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva -lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta. - -Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana -razza, ma fece tanto che le lasciò intendere. - -Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a -pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio... - -Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti -del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente, -lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e -ribaciò suo figlio dieci volte. - -In quel momento pareva proprio un'eroina. - -— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna. - -— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo. - -Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia la mano di Evangelina e -dissi precipitosamente: - -— Andate... adesso... subito... verremo presto a vedere come sta... - -La balia comprese, si tirò dietro per la falda della giacchetta il suo -uomo, e infilò le scale. - -Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si rovesciò addosso e mi -bagnò il viso di lagrime... poi staccandosi improvvisamente venne sul -pianerottolo... voleva rivedere suo figlio ancora una volta. - -Ma la balia era in fondo alle scale. - -— Vuoi che la richiami? — dissi con voce tremante. - -— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non saprei più separarmi... -è meglio che anche lui, poverino, non mi veda piangere... forse gli -farebbe male. - -Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio pensiero cattivo: -«Augusto non ci voleva bene, poichè ci abbandonava senza angoscia, come -se andasse a una festa». - -Ci facemmo alla finestra per vederlo passare «Eccolo là in braccio di -Marianna!». La buona donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva -probabilmente di guardare alla finestra del quarto piano, dove era la -mamma, ma egli non le badava neppure. - -Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola bianca, poi ancora -l'ultimo lembo del nastro azzurro sotto il portico... poi più nulla, -fuorchè gli occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto. - -Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la ritrassi con dolce -violenza dal davanzale, richiusi le vetrate con una mano, trattenendo -con l'altra la madre sconsolata. - -— Evangelina — dissi. - -— Epaminonda! - -— Che hai? - -Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi che me lo potevo -immaginare quello che aveva. - -— È andato — soggiunsi — non va lontano, potremo vederlo spesso, tutte -le settimane, anche tutti i giorni. - -Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto nel mio studiolo senza -resistere, e mandava in giro per la stanza uno sguardo attonito e -spento. - -— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso. - -— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in dieci minuti con la -strada ferrata; a piedi, lo hai inteso tu stessa, sono quattro passi; e -li vogliamo fare allegramente più di una volta... domani, se vuoi. - -Evangelina non badava a me, si era accostata alla parete dove era -appesa una carta geografica dell'Italia e cercava Musocco. - -Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva disegnata quella carta non -aveva un bimbo a Musocco. - -— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con la matita la dimenticanza -del geografo — vedi, ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo. - -Evangelina guardò il punto che la matita aveva lasciato sulla carta, -poi guardò me, e si provò a sorridermi. - -— Fa freddo — balbettò. - -Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate. - - -X. - -Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra tutte le fisionomie -note della nostra camera solitaria; ed erano tutte meste perchè la -culla era vuota. - -Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente; Evangelina dormiva. - -Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse in fronte le idee nere, e -non ne provasse il contagio, entrai a dire con voce allegra: - -— Evangelina mia, si va a Musocco stamane? - -Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia materna senza aver -sotto mano il rimedio. - -— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è forse meglio -aspettare ancora, dar tempo al nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova -vita... - -E a queste parole vide essa pure al par di me il caro innocente, in un -camerone troppo grande, entro una culla di vimini accanto a un letto -enorme con la coperta a scacchi rossi; vide certamente tutto questo, -perchè s'interruppe e disse sospirando: - -— Chissà come avrà passato la notte... - -— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere. - -— È forse meglio aspettare... se Augusto ci vede, piange di sicuro, -soffre, si ammala... - -Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni, che non fu -possibile resisterle; e quando la terza volta ripetei: «Si va a -Musocco?», eravamo quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi. - -Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra, staccando le spine alle -acacie delle siepi, come avevo detto io, per abbellire la mia proposta, -ma con la strada ferrata per fare più presto. - -La nostra apparizione nella via principale di Musocco fu segnalata da -uno stupore immenso dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano -faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate, e quando eravamo -passati dinanzi ad una porta io vedeva con la coda dell'occhio sporgere -una testina a guardarci. - -Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno dalla Marianna». - -E una sposa di buona volontà ci passò innanzi di corsa. - -— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi con un po' di dispetto -— perchè non si lasci sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare -un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo. - -Mia moglie sospirò e non disse nulla. - -— Del resto è naturale — soggiunsi. - -Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata, ci arrestammo non -sapendo che via seguire. - -— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro una donna. - -Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero chi eravamo noi e -dove volevamo andare... - -La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse e ripetè, sicura del -fatto suo: - -— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna! - -Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro Augusto in braccio, e -rideva. - -Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi, -a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso -casa. - -Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se -eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo -l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per -tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro, -entrai addirittura nella camera nuziale. - -Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche -contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno -spintone ricevuto da un'amica d'infanzia. - -Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla -testina, e mi guardavo intorno. - -Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la -culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran -fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un -grosso mucchio di grano. - -E com'era andata? - -Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito. - -E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non -aveva messo una lagrima. - -— E voi? — chiese Evangelina a Marianna. - -Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi -rispose: - -— Gli voglio già bene, povero angioletto. - -Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere contento; ci guardò -sbigottito, mi parve che ci sorridesse; niente altro. - -Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo attaccò al seno. - -— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma non importa, to'... - -Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della nutrice, e si -addormentò. L'appetito era un pretesto. - -— È furbo! — disse Marianna — io me ne sono già accorta. - -E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea che mio figlio -fosse tanto furbo. - -Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare del treno; senza -abbandonare il piccino, visitammo la stalla dove Marianna ci presentò -la giovenca bianca. Il cavallo era andato con Giuseppe. - -— Peccato! — disse Marianna. - -— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla. - -Si consolò infatti, e rise. - -Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo nostro figlio. Ma -eravamo più tranquilli, più rassegnati; solo ci afflisse segretamente -il vedere che Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime -carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì i baci e i sorrisi. - -— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina dallo sportello del vagone. - -— Addio! — ripetei sommessamente, salutando da lontano mio figlio, che -si perdeva nell'orizzonte come un punto bianco. - -Poi vidi una forma umana che si allontanava nella strada maestra, -Marianna; non discernevo più Augusto. - -Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non fu detta una parola. - -— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina nel salire le scale di -casa. - -— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso che -nostro figlio non ci ama più. - -— Non dir così — le mormorai all'orecchio, stringendomela al seno sul -pianerottolo, di' piuttosto che non ci ama ancora. - -Era una consolazione anche questa. - -In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di aspetto massiccio, solenne, -un fittaiuolo della _bassa_, che aveva un _caso_ complicato da espormi -e non se ne voleva andare senza avermi consultato. - -Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia di chiedergli come mai -avesse fatto a conoscere il mio nome ed il mio recapito, ma pensai che -bisognava «rispettare i segreti della gente», e resistei come un eroe. - -— Favorisca — gli dissi con molto sussiego; e lo precedei -grandiosamente nel mio studio; quando vi fu, lo pregai d'aspettarmi un -momento finchè mi fossi tolto il cappello e il pastrano. - -Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e alla mia Evangelina -sbigottita annunziai con un bacio sonoro una scoperta che avevo fatto -allora. - -— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via di compensazione; dov'è -un gran dolore, mette subito una gran gioia. - -— Qual gioia? — chiese. - -— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico, è lui: il primo cliente! - - - - -CORAGGIO E AVANTI! - - -I. - -— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare. - -— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto -anch'io. Mi vendico. - -Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo -cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio -alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona -vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che -fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore -tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con -quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi -indosso un cencio di sussiego dottorale. - -Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una -gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca -paura che mi era passata per la testa. - -— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità, -mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia -prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare -di accopparsi per risparmiarne a me la noia. - -— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo -interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e -cognome, la patria, la professione. - -— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente. - -Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato, -come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che -significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per -la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che -probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi -rifacendomi serio: - -— Dunque si tratta d'un muro divisorio? - -— Sissignore, d'un muro divisorio. - -E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi -con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando -al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi -espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro. - -Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto -sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno -buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la -giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu -Pietro, e gli _infissi_ rimanevano nel muro. - -— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava -il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo. - -Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo -male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano -in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel -muro coi suoi _infissi_ io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un -baluardo. - -— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso; -— dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i -trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio. - -E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si -perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi -balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia -contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto -sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e -senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise. - -— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità -fuggitiva. - -— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no -col capo. - -— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo -la lite. - -— Sarà una cosa lunga? - -Mentii. - -— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia -la procura _ad lites_, penso io al resto. - -E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa -carta, su cui scrissi in rondo: _Solera contro Magni_, poi sollevai il -capo e dissi: - -— È fatto. - -Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima -più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così -naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in -obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi -intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere -innanzi le cose. - -Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di -dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite. - -_Evitare la lite!_ Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare -queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne -neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a -contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto -trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi -infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in -piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva! - -Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la -voglia di pigliar con le buone quell'_orso male allevato_; era venuto -perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza -lasciarmi nelle mani il suo litigio. - -— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza. -Invece domandai con sussiego: — Che uomo è? - -Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose -semplicemente: — _Un orso!_... - -Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo -guardava con gratitudine, quasi con amore. - -Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia -clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad -andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e -mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli -la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese -e nei danni. - -Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente -guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a -questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me? - -Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non -aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate -ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli -stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non -era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato -abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si -occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era -stato mai. - -Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero; -pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario, -provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che -la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se -non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali? - -Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre -meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua -clientela si perda in un'incertezza deliziosa. - -Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise -di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato, -sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata -operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli -dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime -spese processuali. - -A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero -avvezzato alla mia fortuna. - -— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il -mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania. - -Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora -il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè -con diverso accento: — Basteranno? - -Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La -_seduta_ era finita e ci avviammo. - -— Bisognerà pure che paghi _lui_ in ultimo — diss'egli allegramente. - -— Non dubiti — risposi con un sorriso. - -E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò -in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte. - -Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle -ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente -credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio -di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella -del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di -noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora -che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la -mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi -alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza. - -— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio. - -Parlava degli _infissi_, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra -volta, dicendo: - -— Bisognerà pure che li stacchi! - -— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio -cliente. - -E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di -coscienza e lo accontentai. - -— Dovesse anche staccarli coi denti! - -La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che -egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla -fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio -come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un -pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione -di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto, -rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi -provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse -tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire, -diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per -punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo -di tornar presto. - -— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe -sceso un paio di gradini. - -Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono -quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di -andarmene». - -Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove -Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava -contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi -tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego -dottorale. - - * - * * - -— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce -l'hai. - -— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio -comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa -per non uscirne mai più. - -— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli -occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo -litigherà sempre? - -— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con -Luigi Magni del fu Pietro. - -Spiegai subito l'allegoria ardita: - -— Venanzio Solera è la clientela. _Solera contro Magni_ è l'impresa -della mia vita. - -Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani -ed entrò in metafora anche lei. - -— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le -cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto, -un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in -cucina. Non è vero che farà tutto questo? - -Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li -venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare -della mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando -ebbi finito risposi tranquillamente: - -— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra, -e chi sa?... egli farà forse di meglio. - -— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col -pensiero tutte le prodigalità della mia clientela. - -— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono -veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove, -e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo -pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti... - -— E ci si metterà tanto di scritta: _Avvocato Placidi_... di porcellana -o d'ottone. - -— Meglio di porcellana... è meno comune. - -— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno -poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà -una bella macchina da cucire... - -— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo. - -Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise -anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente. - -Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta -mettere la macchina Howe a doppio punto. - -— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche -cosa oggi stesso... - -L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere: _che -cosa?_ - -— Oggi stesso — ripetei misteriosamente. - -— Che cosa? — domandò Evangelina. - -— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della -nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero... -dove? dimmelo subito; a che pensavi? - -— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio -Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario -mandare Augusto a Musocco. - -Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa, -un anno di patrocinio non sarebbe bastato. - -— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio -Solera. - -— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel -calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo -permettere. - -Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel -calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato -tutto gennaio e più di mezzo febbraio. - - * - * * - -Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè -trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti -dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte -della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e -tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da -mia moglie. - -Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva -dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino -piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella -busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca. - -Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia -moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce -alta ed _intelligibile_, significava che quello era un francobollo -speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la -lettera nella buca ripetei: - -— Ecco un francobollo bene speso! - -Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la -contentezza umana! - -Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte, -ingombrando il vano dell'uscio e gridando con voce stentorea che per -entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo? - -— Il babbo! — esclamò Evangelina. - -Proprio lui, mio suocero. - -L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel -piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di -nuovo in eterno. - -— Peccato! — disse mia moglie. - -— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di -intendere così per farsi fare un'altra carezza. - -— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto -una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata. - -— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti. - -Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore -vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei -venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato -abbastanza e non ci fece ombra di male. - -Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente -allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello -stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che -non gli avevo visto mai. - -— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli. - -E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità, -aggiunse alla buona: - -— Ti porto una lite. - -— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso. - -Egli rimase serio e ripetè gravemente: - -— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un -compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad -un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io... - -— Tu!... sei dunque tu l'avversario? - -— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro? -Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in -tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere; -sarà una cosa lunga... - -— C'è un contratto? — domandai. - -— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano -un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in -tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la -validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo -accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico _faremo_, ma sei tu che -farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno. - -— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio -suocero alla desolazione. - -— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu -lo fai giurare, e che se giura... - -— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla -buona, non litighi e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver -bisogno. - -— Dunque credi che mi darebbero torto? - -— Ne ho paura. - -— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in -tribunale, e lo trascineremo. - -Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito, -s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. - -— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi -farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti -conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la -tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi -che farne, ti avrebbe servito a far la predica. - -L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di -buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma -era come se mi facesse il solletico. - -— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo -primo cliente... bada che... - -— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te -l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva -quasi che tu dovessi sapere... - -— Che cosa? - -— Che ho un cliente, che ho una lite! - -— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa strana! nella sua faccia -si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un -po' di dispetto. — E come si chiama? - -— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu -Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro -divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il -mio cliente è in diritto di fargli staccare. - -— Sono vicini di casa? - -— Già. - -— Hanno un muro comune? - -— E Luigi Magni ha piantato gli infissi. - -— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono -vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento! - -Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto -litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del -rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto -giurare il falso in buona fede. - -In quel punto rientrava Evangelina. - -— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto -teatrale. - -L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io -facessi altrettanto. - -— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e -avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia -è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo -più il nonno? - -Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse -abbassando la voce ed accarezzandole il viso: - -— L'aria dei campi gli farà bene! - - -II. - -Coraggio e avanti! - -Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me -venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!». - -Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere -un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo -volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero -e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo -sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio -ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un -cliente!». - -E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che -avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta, -non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune -finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente -la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze, -il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto -sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili -bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere; -ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io, -unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana. - -Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare -l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi -profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un -gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre -buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi. - -Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o -va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo -le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute, -orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni -delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti -consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze. - -Quelli erano i giorni di sole. - -E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie -rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì -dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano -inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri, -quasi spensierati, il calendario segnava _tempo costante;_ ed ecco -Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva; -cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto -della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del -mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un -soldo, a pagarlo un milione. - -Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le -ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli -suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un -Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno -scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una -tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato -Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la -prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia -l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava -scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi, -che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e -le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi -pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua -moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva -serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar -l'ora e si avviava senza paura... - -Si avviava; mi avviavo. - -Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era -esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi -abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi -ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era. - -Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il -passo: — Sono le otto e mezza. - -Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina -col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi -sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati -ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che -tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un -tratto. - -L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza, -in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione -nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova -testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era -il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio -con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo, -alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo: - -— È lui, l'amico del numero 3. - -— Chi sa mai chi sia? - -— Chi lo sa? - -Tacevano. - -Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon -umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con -lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire -il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi, -esclamare quasi all'unissono: — È entrato! - -Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano -ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi -ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non -sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo -sportello, la cosa era facile e spiccia; la _padrona_ mi conosceva, -mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia -salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole; -io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: _È sempre quello_, non -già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario -raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone. -— _Sempre quello_ — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata -era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna -prima me l'annunziava: _Cinquanta lire!_ Chinavo la testa sul petto, -intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la _padrona_, e io la -ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo -a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a _rivederla_, sebbene -avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora. - -A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne, -e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col -cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire -impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno -e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche -cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente -che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di -loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria. - -In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del -dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e -le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e -guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato -per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore -della loro, perchè era diversa. - -Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare -il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più -di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un -avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della -viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare, -dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni -patite. - -Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne -aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia -Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per -tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era -venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi -retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare -una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il -momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore. - -— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina. - -— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole. - -— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra -conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto? - -— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non -aggiungevo altro. - -— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi -andrai più, non i vero? - -— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri -notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure -poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci. - -— A riscattarlo manderemo qualcuno. - -— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse -l'ultima volta. - -Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu -possibile, non le tolsi la dolce illusione. - -E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio -Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola -paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta. - - -III. - -Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come -un puttino modellato senza economia, nel gesso. - -Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso, -Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel -sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco, -dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura -indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere -l'eccellentissimo latte della balia. - -Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa -filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta -forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa. - -Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella -di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di -buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del -sangue, cacciava uno strillo. - -Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella -desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando -Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir -via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo, -riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata -sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con -rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano. - -Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia -quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia -di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia -progenitura. - -— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non -si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene; -aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del -latte!... - -Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina -non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione. - -— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del -popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non -si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come -se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni -uomo digiuno. Non ho io ragione? - -— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto -a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a -conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto. - -Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi -rifacevo grave per dire: - -— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano -i bimbi? Lo sai tu? - -— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un -anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni, -magari fino a tre. - -«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in -apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar -spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene». - - * - * * - -A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna -non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che -da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla -in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si -sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano: -voleva un gran bene ad Augusto. - -— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste -parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me, -indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina. - -— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler -bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio -pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha -talento. - -Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere -tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina -si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo -permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto -di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo -sapevamo._ - -Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di -un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava -con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza -mormorare. - -Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli! - -— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo -che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa -sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la -faccetta per sentire il calduccio. - -Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva -molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte -alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma -non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il -freddo. - -— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse? - -— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio -male?... - -E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla -mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo -senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua -dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente -soddisfatta. - -E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta. - - * - * * - -Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i -figliuoli, un giorno dissi alla balia: - -— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa... - -— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha -che sei mesi. - -Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo -istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione. - -— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il -guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi -due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben -cotte in buon brodo di pollo o di manzo... - -Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria. - -Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva -saputo frenare il suo buon umore. - -— Scusi — diceva — è più forte di me. - -Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei. - -— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un -tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo -o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno -sempre... ma noi.... - -Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e -un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi -venne un'idea luminosa: - -— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per -davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un -uovo... la semolina ben cotta... - -Aveva inteso, prometteva tutto. - -Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che -ella aveva indovinato la mia bell'idea. - -Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata, -aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un -vasetto di estratto di carne. - - -IV. - -La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava -settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile; -oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo, -avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte -le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera, -sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la -guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero -applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un -portasigari sempre pieno di _virginie_ che invecchiavano al servizio -del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato -Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio -a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita, -un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due -candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe -non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo -festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra -tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto -del salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino. - -Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero -rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e -l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare -più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto -trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui -la gabbia portava il lutto da più d'un anno. - -Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non -contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e -gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al -soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo -nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in -contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul -tavolino. - -Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi. - -Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando -a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani -una bella improvvisata. - -Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la -vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie -e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che -l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far -l'uomo avveduto, e le dissi molto astutamente: — «Evangelina mia, tu me -n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo». - -Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora, -come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare -in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto; -volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo -della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia, -mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che -cosa sarà mai?». - -Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di -lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo -del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di -varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano -fiori ed erbe a profusione. - -— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella -voce. - -— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella, -proprio bella. - -— Non è vero che sta bene? - -— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto -è identico. - -— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto -penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa -troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti. - -— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più. - -Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai fallace la medicina -delle nostre passioni! - -Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada, ce la ricordava -invece ad ogni momento. - -«Vi pare che io qui stia bene, e non avete torto: ma al mio posto starà -meglio la lampada; io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra -le cortine bianche di bucato!». - -Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo, ora brutale, -sempre con insistenza muta. - -Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione, una mattina -mia moglie ed io uscimmo di casa come cacciati dal nostro destino, -andammo di buon passo al più prossimo bazar, entrammo senza titubanza, -e dopo una scelta penosissima, ce ne tornammo a casa seguìti da un -facchino che portava la nostra lampada. - -Entrando nel salotto, il cestello per la prima volta mi fece pietà, ma -non lo dissi; fu Evangelina a esclamare allegramente guardandolo: «Oh! -miseria! e dire che ci pareva una bella cosa!» - -Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare dell'uscio per giudicare -dell'effetto che faceva il nostro salotto guardato in distanza, con la -meravigliosa lampada nel mezzo e il cestello nel vano della finestra. - -Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti dall'esperienza e -frenando il nostro entusiasmo, ci accontentavamo di dire che la casa -dell'avvocato Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...». - - * - * * - -Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna; prima il freddo -invernale, poi le pioggie di primavera, e il tempo incostante avevano -consigliato la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole di luglio, -le giornate erano lunghe, egli poteva venire senza pericolo la mattina -e andarsene la sera. - -Venne. - -Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose -da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato -alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina, -non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata -operazione della mia barba. - -— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce. -E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri -per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che -mi toglieva la luce. - -— Evangelina... — dissi dolcemente. - -Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io -con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei -momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per -sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore. - -— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento -dopo. - -Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si -bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è -felici». E con una calma feroce: - -— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi. - -— Non ho la tua _placidezza_ — mi rispose — è tardi, egli non viene, e -tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente -stamane di raderti? - -— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè -mi rado? - -La _desolazione_ era di troppo; me ne pentii subito, ma era tardi. - -Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi il broncio. Per un po' -tirai innanzi tranquillamente poi non seppi reggere: - -— Ahi! — dissi. - -Speravo che mi domandasse almeno se m'ero fatto male col rasoio; non -fiatò neppure; toccò a me soggiungere con un po' d'ironia: - -— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono fatto nulla. - -Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto alla mia volta dal mio -piccolo demonio, era disposto a lasciarla uscire dalla camera, senza -correrle dietro per impedirle di piangere, quando un rumore di passi -mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente a guardare attraverso i -vetri, vidi lui, proprio lui, che attraversava il cortile in braccio -della balia, la quale cercava inutilmente di farlo guardare alla -finestra del babbo. - -— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che aveva indovinata al pari -di me, fu pronta a ricevere la carezza del babbo felice. - -— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo diventando cattiva. - -— Lo stavo diventando anch'io — risposi in fretta... — ora è passato, -andiamogli incontro. - -Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto la porta di casa ed era -già sulle scale per essere la prima ad impadronirsi di suo figlio. - - * - * * - -Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi. - -Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si tenesse Augusto in -braccio a mormorargli fra baci, che non finivano mai, certe paroline -senza senso, a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda -melanconica e dolce: «Non la conosci ancora la mamma?» Sì, da uomo -che sa aspettare, io aveva lasciato che ella facesse i suoi comodi; -doveva venire la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad Augusto da -lontano, andando dietro a mia moglie per la camera, appoggiandomi alla -spalliera della sua seggiola. - -E poi la balia si credeva forse in dovere di non staccarsi dal -piccino, e sebbene non osasse mettersi a sedere sulle nuove seggiole -imbottite che le davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava. -M'indispettivo pensando come non le venisse voglia di girellare un po' -per Milano, di andare a vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo -come mandarla via senza offenderla. - -Fortunatamente ci pensava anche mia moglie. - -— Marianna — le disse a un tratto con molto garbo — va in cucina e di' -alla fantesca che ti faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una -zuppa? - -Marianna non disse di no, raccomandò a mio figlio di aspettarla senza -piangere e sparve. - -E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi l'uscio alle spalle -senza far rumore. Poi mi volsi, Evangelina mi presentò il bimbo e me lo -accomodò sulle braccia. Pareva una cosa intesa. - -Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente poco prima a posta -per lui, non avesse paura di avvicinare la sua faccetta al faccione -del babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto amore e quanta -gratitudine egli dovesse all'autore de' suoi giorni. - -Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere; ogni tanto mi -guardava in bocca con molta curiosità, come se avesse visto uscirne le -mie stranissime parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la camera. -Allora presi ardire e lo condussi a visitare tutta la casa paterna, -salvo la cucina, arrestandomi per toccare ogni cosa che dava un suono, -mettendolo dinanzi a tutti gli specchi di casa, che erano tre, compreso -quello della barba, per veder crescere il suo stupore. - -Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il -nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla. -Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la -nostra gratitudine. - -— Gli diamo la pappa? - -— Diamogliela. - -Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui -tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza -la balia. - -Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla -saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la -sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio. - -— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero. - -Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare -all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col -solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul -tavolino: - -— Voglio vederlo tutto — sclamai. - -Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro -sguardo amoroso. - -— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità. - -Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi -soggiunse seria seria: - -— E più bello! - - -V. - -Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre. - -Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la -cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava -che Giuseppe per andarsene. - -E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza -di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene -ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio. - -Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche -l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli. - -— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero. - -— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto... - -Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno -che essa comprendeva benissimo. - -Allora soltanto Evangelina sorrise. - -Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una gravità teatrale, e -interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi: - -— Possiamo andare. - -Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave, -essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa -in salotto. - - * - * * - -Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più -frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non -avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si -era fatta amicizia: egli ormai conosceva _babbo e mamma_, e facendosi -pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in -estasi. - -La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda -apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute. - -— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia -per l'allegrezza! — diceva la mamma. - -— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando -io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui... -te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani... - -— Sì, e diceva _due_, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano. - -Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva -l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando -d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la -quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che erano -_due_. - -Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e -svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non -sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere -curiose, sulla proprietà e sul possesso. - -— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della -proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne -piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato è _suo_; tutto quel -che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente -nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi -oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso! -Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni -caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il -furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il -possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè -mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle -mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo; -m'infervorai sul serio. - -— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene. - -Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io, -benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni -parola, e dando un giro più elegante alla mia frase: - -— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso -mantenersi. - -Evangelina disse _ah!_ appena appena; io mi dichiarai soddisfatto. - -Si tornò a parlare di Augusto. - -Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura. - -— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più -che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo -altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero -che basteranno? - - * - * * - -E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un -mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma, -e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che, -regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e -perciò egli ne aveva voluto due. - -Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando -sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui -solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza -piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come -le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva -forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel -nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per -non andarsene più. - -Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della -balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele. - -E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna -il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per -obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio -figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le -lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti -buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio -figlio indifferente. - -E glielo dissi tra il serio e il faceto: - -— Bravo, tu sei un eroe! - -Allora la balia non rise. - -Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo -del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di -baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio -aveva imparato a sorridere. - -E allora la balia rise. - -A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i -particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata -appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre -di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che -pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità. - -Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli -comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato -Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori -dell'uscio. - -Se n'andarono — e Augusto non pianse! - -Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati -della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e -dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e -glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli -forse ci capiva benissimo. - -— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio! - -— Sei un omino, sei pieno di giudizio! - -— Mi guardi? Sono il babbo... - -— Sono io la tua mamma!... - -Non piangeva! - -— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo: -di' un po' «mamma!» dillo... - -Egli non rideva, nè diceva _mamma_, ed era tutt'uno come se facesse -quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva. - -Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in -un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva -passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa -e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore -negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi -passò il cuore, e pianse. - -Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto. - -— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo -guardiamo più. Strilli quanto vuole. - -Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla -culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati. - -— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol -proprio bene! - -Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa -dell'avvocato Placidi. - - * - * * - -Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella -culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi -approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta! - -— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio -figlio a darmi una mentita. - -Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio -tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni; -però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un -brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali -intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio -vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la -parete: - -— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle? - -— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena. - -Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere. - -La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a -fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse -in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci -allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava, -riconosceva la _situazione_ e ci richiamava con uno strillo. - -Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo -perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua -prima occhiata innocente, si faceva la pace. - -E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il -giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le -minestrine che gli piacevano tanto. - -Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva -afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io -intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle -mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una -seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare -il tempo. - -Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi. - -Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che, -ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la -maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere -Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di -tutta la casa paterna. - - -VI. - -Una mattina, appena levati da letto, prima ancora di prendere il caffè, -chi trovammo in cucina? La balia! - -Era partita da Musocco all'alba, in compagnia del suo Giuseppe, -unicamente per vedere la _sua_ creatura; Giuseppe era andato per certa -faccenda di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè anche lui, -poverino, non sapeva più resistere senza vedere Augusto. - -Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva ancora; ma in quale -maniera! - -La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto; pareva che ce lo -leggesse in cuore, ce ne domandava scusa cogli occhi. - -Evangelina era impietosita; io no; pensando agli strilli notturni -di Augusto, durati quasi fino alla vigilia, non trovavo dentro di me -neppure tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore. - -— Non sono che otto giorni! — dissi — la vostra visita ci fa sempre -piacere; che vogliate bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto vi -vede, si torna da capo... - -La mia vanità paterna era mortificata nel fare questa confessione; -nondimeno la feci intera. - -— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi; ancora non è avvezzo bene -alla separazione; ha pianto anche ieri... (non era vero, da due notti -non piangeva) domani non avrà più pace... - -Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò sorridendo fra le -lagrime. - -— Ha pianto perchè voleva me, non è così? Voleva proprio me?... - -— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è avvezzo a voi; se vi -vede è capace di piangere una settimana di seguito... potrebbe anche -ammalarsi... - -Non avendo potuto difendere il mio amor proprio di padre, esageravo il -pericolo. - -Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente non sapeva che -risolvere, quando si udì il gemito di Augusto, che si era svegliato e -ci chiamava. - -— Anima cara! — esclamò Marianna. - -Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non volendo far aspettare -mio figlio. - -Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi a vestirlo, ma Augusto -ed io ci eravamo affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e -quando essa entrava, noi terminavamo appunto d'infilare il vestitino -azzurro. - -Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia moglie non me ne diede -tempo. - -— L'ho persuasa — disse melanconicamente. - -— Chi? - -— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene. - -— Se n'è andata? - -— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe... - -— Possono ben fare colazione prima... — mi suggerì il rimorso. - -— La stanno facendo. - -— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino fra -un mese, magari fra quindici giorni, quando questo piccolo mariuolo -abbia imparato tutta la differenza che corre fra i suoi genitori e la -balia... allora potranno vederlo quanto vogliono. - -— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse Evangelina -tranquillamente. - -— Vederlo? - -La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a galla, perchè subito -mia moglie mi spiegò in che modo innocente intendeva di lasciar vedere -nostro figlio alla balia. - -— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto; lo vedrà dal -buco della serratura. - -Era una magnifica idea, e non trovai a ridire, se non che mi offersi di -stare anch'io in cucina dietro all'uscio. - -— Perchè? - -— Non si sa mai. - -Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi in cucina. Trovai -Marianna pronta; Giuseppe, che aveva un grosso boccone in bocca, lo -mandò giù a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno. - -— È pronto — dissi — se volete vederlo... - -La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla toppa: «Eccolo! — -balbettò, e proseguì a mormorare delle parole incoerenti che erano -carezze... — Dio! com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu, -Giuseppe...». - -Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette farle intendere i -propri diritti con uno spintone. - -Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si pose anche lui in -osservazione. - -La balia era impaziente, guardava me, guardava il marito, e ripeteva -a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè, parendole d'aver concesso -troppo al suo uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui adoperato -poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi fece vedere una faccia -trasfigurata, dicendomi con una filosofia di cui non vidi il fondo, che -«era un destino fatto così». - -Intanto Marianna mormorava: - -— Caro! la signora gli dice di guardare di qua, e lui, povero -innocente, lui guarda; non lo sa che sono qua io... non lo sai... anima -bella! Ah! se potessi baciarmelo tutto! - -E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere se vi fosse ancora una -speranza di ottenere questa grazia, poi senza aspettare la risposta, -rimetteva l'occhio alla toppa. - -— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici giorni forse... ora -sarebbe volergli male. - -E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe, che me la dava -docilmente, a malincuore. - - * - * * - -— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare che voglia camminare..... -la signora l'ha messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si -stacca... - -Non seppi più resistere. - -— Voglio vederlo anch'io! - -Marianna mi lasciò il posto: guardai. - -Augusto si era veramente staccato dalla seggiola, stava in bilico alla -meglio, ma non osava muoversi, benchè Evangelina, china a due passi -dinanzi a lui e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo, lo -tentasse con le parole e con le moine. - -Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia di correre a buttarsi -nelle braccia di sua madre, e la distanza che lo separava gli faceva -paura. - -Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi forte: — Mi raccomando, -non facciamo imprudenze. - -Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare, ed entrai dicendo -a mio figlio: — C'è qua anche il babbo. - -Intese benissimo che quando c'è il babbo non si deve aver paura di -nulla, e appena mi fui curvato anch'io facendogli delle mie braccia un -baluardo, egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla sua -audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle braccia... della mamma. - -Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me un piccolo grido -d'entusiasmo; Augusto non l'udì, ed io scoccandogli un bacio sulla -bocca: - -— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo passo l'hai fatto; ed ora, -figlio mio, coraggio e avanti! - - - - -MIO FIGLIO STUDIA - - -I. - -Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di -essere uno dei primi della scuola. - -Evangelina ed io gli avevamo detto: - -— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione -che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava -mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli -occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era -troppo forte. - -Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che -mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee -prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze -inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca -della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una -vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro, -sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca -sbigottita, farmi innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo -sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei -soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo -traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere -scettro e corona. - -Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè -ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi -per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano -non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo, -fin da quando non si studiava più il _qui quae quod_ in versi, e non -vi era bisogno di nascondere la _ferula_ del signor maestro se non -si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare -dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale. - -In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie -prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che -era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo -corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della -scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo -per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del -signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere -che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza -provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a -tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali. - -E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno: - -— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito -giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non -badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro -non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del -cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino... - -Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la -scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva -entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli -vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo. -Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva -soffrire. - - -II. - -Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e -straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei -libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso -dell'altro, ma tutti grossi abbastanza! - -— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita -del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei -primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si -voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria. - -— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da -milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio -figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì, -Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare -l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri. - -— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i -doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_. - -— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre. - -— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto. - -E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella -che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire -non poteva essere più nulla. - -Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene -piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia -verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che -l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che -non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile. -Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero -d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua -compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti -occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due -libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature, -ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre -quegli invalidi in un cassetto. - -— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio -figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso. - -Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno -erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti -con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li -contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta. - -— Quando me li compri, babbo? - -— Domani. - -— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo -resistere. - -— E perchè no? — chiesi maliziosamente. - -Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma -la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri -nuovi. - -Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in -un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come -buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto -per farli vedere subito alla mamma. - -Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi. -A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a -tener dietro a mio figlio. - -Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che -la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè -reggere, gli scivolò dal braccio e cadde. - -Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne -resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che -mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro -della copertina immacolata. - -In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di -suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle -mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si -permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle -pagine. - -Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso -aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva: - -— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura -d'una cosa... di una cosa... - -— Di che cosa? - -— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno -perduta la coperta... - -— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non -capire. - -— Se non lo sai tu... - -Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di -andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un -fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle -coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva -ragione lui intanto. - -E io dissi senza ridere: - -— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non -lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un -cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi -sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il -tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola -e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa -tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il -fondamento... - -Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il -fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla -grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi -avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò -spingere innanzi la frase a ogni costo. - -E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio, -il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei -frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa. - -Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati -un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe -fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra -faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva -ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi -di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue -idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a -commetterne un altro. - -— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci? - -Non mi capiva. - -— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene? - -Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno -delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano -tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti. - -— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai, -che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che -ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì, -proprio quello... - -— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano: - -— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso. - -— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna -amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci -spezzano il primo pane della scienza... - -In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li -amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo -istinto amoroso. - - -III. - -Augusto non era il solo ad amare i propri libri; vi era in casa chi -li amava più di lui, e d'un amore più cieco: Laura, sua sorella, una -personcina alta due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie e -non barcollava più camminando, ma ancora non sapeva leggere. - -Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da lontano un libro d'Augusto -dimenticato sulla tavola, accorreva festosa, immaginandosi di poterlo -pigliare, ma giunta presso la tavola non vedeva neanche più il libro, e -allora mandava in giro certe occhiate smarrite, che facevano ridere il -fratello maggiore. - -Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò un'ideuzza baldanzosa -(quell'idea, coltivata con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime) -ed un giorno la personcina alta due spanne, visto il _Compendio di -Storia_ sul tavolino, accorse a gran passi, afferrò il tappeto e tirò -con tutte le forze centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo -di farsi venire addosso una valanga, o per dire meglio vi pensava, ma -era preparata a tutto, perchè seguitò a tirare; solo all'ultimo momento -chiuse gli occhi, non altro. Il _Compendio di Storia_ cadde travolto -nelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta incolume, rialzò il -caro caduto, se lo strinse al seno palpitante ancora della prodezza -compita, e venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale aveva -visto ogni cosa e rideva. - -— Non ridere — mi disse Laurina. - -Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in faccia per vedere se -dovesse fidarsi della mia gravità, poi aprì alla rovescia il _Compendio -di Storia_ di suo fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a -leggere sopprimendo le virgole: - -— «Due più due quattro più due sei più due otto più due ventidue più -due ventiquattro più due dodici più due quaranta...». - -Chiuse il libro e soggiunse gravemente: - -— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò contenta perchè il babbo era -stato serio. - - -IV. - -Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io -poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo -che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza -nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la -rettorica paterna. - -— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio -se vuoi farti uomo. - -La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio, -io era un _uomo fatto_ da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva -necessario soggiungere: - -— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui. - -— Diventerò anch'io avvocato? - -— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e -sarai famoso. - -— Tu sei famoso! - -— Altro che! - -Questa bugia enorme è di mia moglie. - -— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso? - -— Tanti. - -— Anche il _Compendio di Storia_? - -— Anche quello. - -— E bisogna saperlo tutto? - -— Sicuramente. - -Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia -carriera di genitore. - -Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella -camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio -insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e -sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre: - -— _Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle -scegliere una moglie tra le più oneste... - -— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto -anche..._ (pausa). - -— _Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle -scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti_... - -Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non -pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi -menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche _Assuero_, -che non voleva entrare in capo a mio figlio. - -— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai -che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il -suo seguito. - -Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non -udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare -per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria. - -Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta. - -— La so tutta! — mi disse da lontano. - -— Che cosa? - -Incominciò addirittura: - -— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_... - -Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare -in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli -potei dar retta. - -La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio, -quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio -figlio. - -— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con -un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio -d'Istaspe, detto anche _Assuero_?... - -Augusto non si moveva; era pieno di scienza. - -— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere -una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata? - -— _Lo sai bene_ che l'ha trovata? - -Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza; -perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato -interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a -credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva -sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una -ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già -strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava -Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne -ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a -conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più — -soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario -non si sarebbe fidato tanto di _quell'altro_, sai, _quell'altro_... -aspetta...» - -Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha -cuor di padre la mia tortura) _quell'altro_ non sapevo proprio chi -fosse. Aspettavo e sorridevo; _quell'altro_ non venne. - -— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli -occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando -l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo. - -Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile. - -— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole... - -— L'ho qui... aspetta... - -Questa volta uscì di corsa. - -Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava -Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei -far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non -facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino! - - -V. - -La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più -convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle _Pandette_, che avevo -dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo: -approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor -proprio, esse mi parlarono blandamente così: - -— _Justiniani Institutionum libri quatuor_... I bei tempi passati -dell'Università! Le belle notti vegliate insieme! - -Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere. - -— _Capitis diminutio tria genera sunt_ — insistevano le dotte pagine; -ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza -istintiva; — _maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus: -libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus... -Omnia haec_ le so ancora. - -Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina. - -— _Proetoris verba dicunt: Infamia notatur_.... - -Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi -chiusi le parole confortatrici del pretore. - -Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre; -mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi -avevo imparato a distinguere le _res mancipi_ dalle _nec mancipi_, -l'_hereditas_ dalla _bonorum possessio_, mi era persino rimasto in -mente che il _vadimonium_ (quel _vadimonium_ che gli studenti di terzo -anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini) -aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo -spiritoso con altri. - -Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio -d'Istaspe! - -E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di -Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una -sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri. - -— _Nasciturus pro jam nato habetur_, — dicevano le _Pandette_; ed -io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima, -esclamavo: - -— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse! - -Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina -del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non -avevo nè un figlio, nè un cliente. - -Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi -nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire. - -— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo -avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di -giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un -galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi. -Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega -Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la -testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu -ne esca tutto d'un pezzo. - -E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto. - -La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo -era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale -con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a -scuola. - -Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio. -Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da -qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le -braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo -zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri -tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con -solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito -dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare _l'alinea_ in cui -ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero -accompagnava un tratto mio figlio. - -Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato -nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore -in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le -sua vanità. - -Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo -mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè -me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la -camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino -andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di -lui. - -Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i -palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un -portento di dottrina. - -— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e -in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza. - -— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo -subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua -scienza per tormentarlo. - -Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta -quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio -figlio. - -Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva -più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla -mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio -famoso non dovesse uscire dalle pagine del _Compendio di Storia per -isvergognarmi in faccia a mio figlio!_ - -Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi -per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare -al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando -precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse -lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato -bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di -Persia. - -Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica -e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata. - -Non lo avessi mai fatto! - -In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver -sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina -un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva -messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi -compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non -sapere niente affatto. - -Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere -pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo _in illo -tempore_ e non le avevo mai mandate via come Dario, _potessero_ -esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica, -assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran -confusione di date e di regni nel mio cervello. - -Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma -inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio -figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico. - -— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me -— non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il -passato dell'umanità. - -— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto -finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui -a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra -della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato; -se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa -lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia -non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e -monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e -che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla. -Eccoti la storia. - -Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un -raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al -terribile dilemma, e quest'uscita era la _filosofia_. - -Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in -faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi -ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi _un sistema_. - -Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la -necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato _per -aver poi_ _il diritto_ di dimenticarle tutte come il babbo. - -Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi -mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata; -nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e -tornai a sentimenti più umili. - -Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo -preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare -dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione. - -E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava -non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura -il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul -presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe -e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi -all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di -costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno -il presidente con tutto il suo sussiego!» - -Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte -avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro, -invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone -ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E -soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei -re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il -tempo di _provvedersi in appello_». - -Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al -mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire -a qualche cosa. - - -VI. - -Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle -mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io -in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non -ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi -bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da -non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a -me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva -all'autore dei suoi giorni. - -Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in -cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al -regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria, -e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse, -nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo. - -Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per -ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui -costretto a lasciarlo dire. - -Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino -l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti. -Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di -misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e -sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e -turbarono i miei sonni. - -Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano, -che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte -dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria -piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la -salita del monte e non scendere più alla pianura. - -Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo -più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi -era rimasto in mente era confuso ed inesatto. - -Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora -presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio -eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza -dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia. - -E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci, -prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi -diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto: -al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia -mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei -cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza -arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase -sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori: - -— L'ha detto il maestro! - -Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze -centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il -signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse -vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla -mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi -sottovoce: - -— L'ha detto il maestro! - -Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo -stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato -dell'ipotenusa, l'eucarestia. - -Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla -prova suprema. - - -VII. - -Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il -poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva -cavare. - -— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi -maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare -un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi -fa proprio pena: dovresti aiutarlo. - -— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola? -Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se -non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione; -e poi, sono tanto occupato! - -Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare -quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi: - -— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non -può risolverlo, piange... - -— Piange? - -Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui -Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una -catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio -figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di -sussiego: - -— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti -mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma -trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E -non sei buono a cavartene? - -Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di -altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi: - -— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti -dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però -hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti -sarà più facile. - -— È troppo difficile — disse lui. - -— È facile — dissi io. - -Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al -tavolino. - -La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai -quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto -di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a -guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto -che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa -urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star -lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana, -calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati. - -A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi -raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore -d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero -a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero -occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio -cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque -minuti a risolverlo. - -— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci -ho più pratica... - -Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più -nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo -nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il -problema risoluto. - -E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando -nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la -fiaccola della scienza. - -A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola -allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso -dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un -cane battuto, e se ne stette in cucina. - -E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che -il problema era sbagliato. - -— È impossibile! — esclamai. - -— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526 -mattoni, e invece ne dà 3916. - -Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti -addosso, non mi avrebbero fatto tanto male. - -Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai -una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa -si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di -procedura. - -— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta: -«due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più -due ventiquattro più due trenta.» - - - - -INTERMEZZO - - -_Qui l'avvocato Epaminonda Placidi narra una scenetta che assolutamente -non lo riguarda._ - -Erano alle frutta; aspettavano il caffè. - -Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti, tanto per iscoprire, -senza averne l'aria, il sentiero in cui si era avviata la mente di -suo marito, essa fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva -risposto a monosillabi quando essa parlava, non si avvide nemmeno che -ora incominciava a star zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua -viottola solitaria. - -Non camminò un pezzo. - -Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a capire che bisognava -ricorrere a un rimedio eroico, e ruppe il silenzio un'altra volta. - -— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane? - -— No... che cosa ti è capitato? - -— Era sul Corso... usciva dalla bottega della guantaia, no... dalla -bottega del... aspetta... - -Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato così di aspettare, non -osava muoversi, ma tanto era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda -non diceva parola. - -Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede un'occhiata -melanconica ai propri pensieri, e piantando gli occhi in faccia alla -moglie: - -— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le disse. — E poi? - -Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e rispose con un sorriso: - -— Tu eri partito per un paese ignoto; credo volessi scoprire le -sorgenti del Nilo... - -— Bada che le hanno già scoperte — interruppe Ermenegildo ridendo. - -— Davvero? Io non me n'era accorta — disse la moglie con un vezzo -infantile... — Dunque eri assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non -isperava vederti tornare per un gran pezzo... quando mi venne la bella -idea d'entrare nella bottega della mia guantaia; uscendo, veggo che sei -lì, ritornato col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio? - -— Grazie — disse il marito levandosi da sedere e facendo il giro della -breve tavola per deporre un bacio su quella bocca scherzosa. - -Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non restituì nulla; e dopo -aver aspettato invano, il signor marito rifece il giro della tavola e -si andò a sedere al suo posto. - -— Era proprio distratto — disse. - -Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva i gomiti appoggiati -alla mensa, le mani sulle tempie e gli occhi spalancati come due -finestre a guardare in faccia sua moglie. - -— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda abbandonandosi -sull'alto schienale della seggiola. - -— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi. L'ultima volta che fu -qui, te ne ricordi? Saranno due settimane... - -— Più di venti giorni — corresse la moglie. - -— Già, venti! Come corre il tempo! - -— Questo poi sì; corre!... - -— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque l'ultima volta -che l'amico Santi fu qui... ma prima di tutto, come lo giudichi tu -l'amico Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice fredda -dell'uomo che ha sposato la scienza... - -— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua moglie? - -— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti di distrazione... - -— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda, senza uscire dalla sua -indolenza posticcia. - -— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo come giudichi l'amico. - -— È un amico tuo, un amico di casa... io non lo giudico. - -— Sei crudele oggi. - -— Mi vendico. - -— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la vernice fredda di quello -scienziato: vi è un cuore caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di -cui non gli è facile aver sempre le redini in mano. - -— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta che l'amico Santi fu -qui?... - -— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque... - -— Ventitré — corresse la moglie — era un mercoledì; non potendo uscire -di casa a fare la nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne -andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli, e il signorino -tornò dopo la mezzanotte... - -— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi -aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro -merlo, non era possibile essere a casa prima... - -— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza. - -Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità -insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso -della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così: - -— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti -su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a -casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita, -che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due -passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a -scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine -tranquilla, la felicità non è mai molto diversa. - -Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della -moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per -giudicarne meglio. - -Ermenegilda era impassibile. - -— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso -io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla -felicità... - -— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una -lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio; -l'uomo che più desidera è più felice... - -— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è -nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino -d'incertezza. - -— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare -un'altra... - -— Ma che non sia troppo improbabile o difficile. Di coloro che, appena -hanno formato un desiderio, subito possono soddisfarlo, si deve dire -che non conoscono la felicità... - -— La quale è un intervallo fra un desiderio e la sua soddisfazione. Ed -ecco perchè i ricchi e i poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della -fame, della sete, del caldo e del freddo, cominciano a essere eguali. - -— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma si vedeva chiaro -che aveva perduto il filo e non sapeva come andare innanzi. - -Ermenegilda gli venne in aiuto. - -— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è _molto_ diversa dalla -felicità... E quella di sua moglie è _molto_ diversa? - -— Non lo so, non mi sono informato; in simili casi uno non può parlare -che per conto proprio. Ti credo felice perchè... perchè sono felice io -con te; ma se andassi a dire agli altri che ti faccio felice, che tu -mi adori, e che io merito la tua adorazione, mi piglierebbero per uno -sciocco. E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e poi che ne so -io veramente se tu sei molto o poco felice con me? Posso forse scendere -in fondo al tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo -cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione scontenta? - -Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il povero Ermenegildo non -riuscì a capire se facesse per canzonatura o per impazienza. - -Era come se avesse infilato una veste nuova in cui si trovasse a -disagio, e non potesse mutarsela perchè già fuori di casa. Veramente la -sua disinvoltura gli faceva strane smorfie sulla persona; ma oramai era -avviato, e tirò innanzi. - -— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi gente di scienze o -di lettere o d'arti abbiamo forse un avversario più degli altri; -quell'immaginazione medesima, che ci dà tante dolcezze, che ci -incoraggia a salire le alture faticose del vero e del bello con la -promessa di più ampi orizzonti, può darci e ci dà talvolta aspre -battaglie. Mentre noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo -la felicità nella faccia serena della nostra compagna, negli occhioni -delle nostre creature, v'è una parte di noi che se ne va... Dove?... -Lontano; a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime; a indovinare -gli aspetti ignorati della bellezza. - -Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava quel momento, si -accontentò di dire con una ironia lieve lieve: - -— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze o di lettere -non dovreste prender moglie. È una idea vecchiotta, ma non quanto la -verità, che è eterna. - -— Chi dice questo? — interruppe il marito con la forza della -convinzione. — Lo dicono gli scapoli fino a trent'anni; dopo i -trent'anni nessuno più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice... - -— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque anni sonati — -osservò Ermenegilda con malizia. - -— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a dirlo dieci anni fa, -quando si rassegnò a perdere interamente la speranza di trovar una -moglie giovane e bella. - -— Come lo sai? - -— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la gioventù e la bellezza delle -donne; ora ha i capelli bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico -Santi. - -Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio all'amico Santi, e -ripigliò la positura di prima. - -— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno casalingo, -bonaccione, pieno di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico, -insoddisfatto; uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe le ombre -delle cose; forse non è bene, appunto quando l'uno dei due ha tutto, -che l'altro non abbia nulla; potendolo fare senza peccato, perchè -quella parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo alimento? — -Così mi parlava l'amico Santi. — Vi sono sentimenti (dice lui) che a -mia moglie non posso esprimere; mi darebbe del matto o si spaventerebbe -fuor di misura; bisogni, anzi sfumature di bisogni, aspirazioni -indefinite dell'anima, estasi del pensiero (è sempre lui che parla), -delle quali io mi compiaccio perchè sono una parte non indegna del mio -essere, e che mia moglie non capisce. Un legame di due intelligenze, un -interrogarsi ed un rispondersi, magari da lontano, di due anime che si -comprendono, non dovrebbe offendere il patto sacro del matrimonio. - -— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda. - -— Io direi _platonico_, se vuoi, ma non direi _amore_... - -— Diciamo _affetto_... diciamo... - -— Diciamo anche _affetto_... - -Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo -imbarazzava peggio della beffa. - -— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è -incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra -sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza... -e pure... - -— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio. - -Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente. -Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il -significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima -aveva messo nelle sue parole: - -— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo -ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e -moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi -che si vogliono bene. - -Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra -due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra -di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato -a provare l'opposto. - -— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo, -poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono -senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta -inosservato nel letto nuziale. - -La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare: -«Pur troppo!» - -— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto purissimo per una donna. -Quest'affetto è la sua gioia segreta; e mi ha confessato che spesso, -ricevendo una lettera di questa lontana amica, a cui egli svela i suoi -pensieri più riposti, gli pare di sentire come una carezza dell'ideale; -allora si sente più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?... -anche più affettuoso con la moglie. - -— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda. - -— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè teme, di fare un torto a -sua moglie... e più si sente felice, e più crescono i suoi scrupoli. - -— Ha degli scrupoli?... - -— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no quella corrispondenza... - -— E tu? - -— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?... che, giudicando -così all'ingrosso, se non vi era pericolo di male, nè di dispiaceri -domestici... mi pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento, che -in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso. - -— E lui? - -— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono nascere, perchè le -lettere gli arrivano con un recapito segreto. - -— E quella donna ti ha egli detto chi sia? - -— Non mi ha detto altro se non che essa pure ha marito. - -— Ti ha detto che fosse giovine e bella? - -— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla... non se n'è parlato... - -— Si vedono qualche volta? - -— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma viaggia poco: -s'incontrano, ed è come se non fosse nulla fra di loro; si riconoscono -appena. Tutte queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società -stupida e le piccinerie dell'anima umana non avessero reso impossibile -l'amicizia schietta e palese fra un uomo e una donna; se, fuori del -matrimonio, la malignità non vedesse sempre l'adulterio. Io sostengo -che se è prezioso avere un amico fidato... - -— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla quale poter affidare i -pesi più delicati dell'anima, perchè ci aiutasse a portarli. Forse non -hai torto; ma io penso a lei, a quella donna maritata, che alimenta una -fiamma innocente, ma segreta; segreta, ma lontana... Ho degli scrupoli -per essa. A te che ne pare? - -Ermenegildo confessò candidamente che non vi aveva mai pensato. - -— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse. - -— Io temo di sì... - -— Lo temo anch'io... - -— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè un uomo ammogliato -possa avere innocentemente una... come diciamo?... una corrispondenza -d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna pure che questa -moglie d'un altro acconsenta e corrisponda... - -— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando il capo con energia — è -sempre il vecchio vizio di noi uomini di guardare le cose da un lato -solo... Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa... bisogna pure -che ci sia la moglie di un altro, che... - -— E quella incognita non perde nulla ai tuoi occhi? La stimi tu -egualmente come se non nascondesse nulla al marito? - -— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente... cioè sì, la stimo -egualmente. La colpa non è sua, se il mondo, se il marito... Certo la -stimerei di più se... ma bisognerebbe che il marito non fosse un uomo -volgare... - -Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene aperti in faccia, ed è -forse questo che gli imbrogliava di nuovo il filo delle idee. - -— Volevo dire che la stimerei di più se potesse dir tutto al marito; -ma probabilmente se non gli dice nulla è perchè suo marito non saprebbe -ricevere bene una confidenza simile. - -— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che si potesse dire tutto, -proprio tutto al marito! Che estasi quell'accordo di tre anime! - -Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non era arrivato a convincersi -della propria vittoria, quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi -a mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola. Ed egli prese quella -bella manina, e riconobbe che era bianca, grassoccia e bella, proprio -bella, ma come in sogno. - -— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino di enfasi teatrale, -che lo svegliò del tutto; — amico, io ti ho già troppo offeso tacendo, -dissimulando, facendo la commedia finora; tu sei degno di saper tutto: -quella donna, quell'amica lontana del signor Santi, sono io! Da un anno -egli mi scriveva segretamente e io gli... - -Ma era già stretta fra le braccia del marito, e un bacio le chiudeva la -bocca, non potè terminare la frase. - -Si provò più volte a condurre alla fine la sua confessione, sempre -invano. Ermenegildo la baciava e rideva. - -— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda fra i baci — io non -credeva di far male... ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era -turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che fu da noi a -desinare, ventidue giorni fa... quel mercoledì che pioveva... per poco -non ti svelò il suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi -— soggiunse sprigionandosi dalle carezze — ripetimi che questa nostra -corrispondenza non ti offende, che questa tenerezza di due anime... - -A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva preso anche lei. - -— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi le costole — non -farmi morire così... - -Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora, quando Ermenegilda si -era di già rifatta seria. - -Era entrata nel cervello di quella donnina una idea vendicativa. - -— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il marito rise ancora. - -— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise più, ma venne a lei -gravemente, e pigliandole il mento con due dita, cominciò: - -— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi dire: facili sono le -teoriche fatte sulle spalle degli altri; l'esempio invece prova... - -Sua moglie lo interruppe: - -— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio è l'accidente, è -il caso; la teorica è la dottrina. Ma lo vedo bene io, tu non mi -credi, non mi vuoi credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la -consolatrice lontana del comune amico Santi sono io; te ne posso dare -le prove... - -Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo un foglio al -marito, che non fu pronto a pigliarlo, soggiunse semplicemente: - -— Leggi. - -Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda battè le mani. - -— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina con un impeto di gioia -— ora sono vendicata! - -— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo... - -Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta gravità. - -Era un autografo della modista; vi si parlava di un cappellino -di paglia di Firenze, con piume, nastri, blonde, fiori e simili, -d'un cappellino non ancora saldato che costava meno di nulla, d'un -cappellino assolutamente indegno di coprire una testina così accorta. - -— Signora — disse Ermenegildo con una severità burlesca — questo foglio -mi appartiene. - -Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria sorte. Più volte -in quella giornata memoranda, la risata nacque sulle labbra dei due -coniugi; rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi d'una lunga -agonia. - - - - -LA PAGINA NERA - - -I. - -Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina. - -— Che hai? — mi disse vedendomi. - -— Nulla; i bambini? - -— Giocano. - -Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò -indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto. - -— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e -di madre, le faceva abbassare la voce. - -— Nulla — ripetei. — I bambini giocano? - -— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma. - -Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un -salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si -butta tra le gambe. - -È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue -parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo. -Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento -per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno -sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che -la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi -lascio scivolare Augusto. - -— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non -sudare... la finestra è chiusa? - -I bimbi non rispondono; sono già in cucina. - -— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti -di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle -calcagna per fare l'esercito. - -La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui -tremavano tutte le corde materne: - -— Che è stato? - - * - * * - -— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se -dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi. - -— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata. - -— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza... - -Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non -m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi -cambiando tono di voce: - -— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato -Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo -appunto che non è una buona ragione... - -— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta -pallidissima. - -— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso -che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una -tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di -casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie. - -Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla -cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo -di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La -disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a -quella del comando. - -— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete -— robusto, forte, ed è morto così? - -— In pochi giorni... - -— E i medici? - -— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano -del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto. - -Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava -negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta: - -— Augusto! Laura! - - * - * * - -Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di -rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare -della licenza per venire ad abbracciare la mamma. - -Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò -d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era -ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale. - -— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti -tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora -ricacciatela dentro... - -Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro -giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì, -a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco, -giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere -tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di -secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che -ridere!» e non rise più. - -— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti -un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite -dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire? - -Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca. - -— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire -prontamente. - -— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino -senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio. - -— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al -capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per -non sudare. - -Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla -nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla -sorella che bisognava cambiar giuoco. - -— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io -verrò a guarirti. - -— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico. - - -II. - -Era entrato un nemico in casa nostra, la paura. La nostra felicità -medesima gettava una grande ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza -moriva in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo fortunati -finora!». - -Con la speranza di leggere che l'angina maligna era scomparsa -interamente, o che avevano trovato il rimedio infallibile per -combatterla, io apprendeva mattina e sera il numero dei _casi_, e tutte -le dicerie strane che si facevano intorno alla nuova malattia. - -— Un giorno un medico condotto, che subito pigliò agli occhi miei -l'aspetto di un genio sagrificato in un paesello, mandò la prima -ricetta contro l'angina maligna, assicurando che con quel sistema di -cura tutti i suoi ammalati erano guariti. - -Ed io sentii la tentazione di correre in piazza e radunarmi molta gente -intorno per leggere la ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse -mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche famosi, a tentare la -cura di quel medico condotto. - -«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della -città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della -campagna». - -A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la -serbai nel taccuino. - -Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere -di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due -metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella -sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico, -sebbene fossero infallibili tutti e due. - -Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle -per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza -il sugo di limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di -scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora -che uno di quei tre rimedi fosse il _buono_. - -In seguito le ricette si moltiplicarono, e i _casi_ pure. - -Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina -mi disse con un sorriso amaro: - -— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in -un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato... - -— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra. - -— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto -dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il -figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore. - -— Come lo sai? — chiesi. - -Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette. - - -III. - -Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma -cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina. - -— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la -nostra parte. - -E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati -della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una -speranza. - -— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non -era rimasto un quattrino? - -— E che ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_... Se me lo ricordo! -— sospirava mia moglie. - -— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in -mente un certo Natale che ci rimangiammo il povero _Vacheron_, tante -volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò -stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso -furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per -tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva -tolto la voce! E... e... - -— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da -cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa -elegia. - -— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore? - -— Non dico di no. - -— Sta zitta — concludevo con un gemito da ipocrita — che abbiamo -sofferto abbastanza. - -Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina soggiunse in buona -fede: - -— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo così felici! E quante -gioie non abbiamo avuto in compenso! - -Stette un po' a pensare, e in un momento potè raccogliere nel passato -tante contentezze comuni, e le vide uscire dalla dimenticanza così vive -e così fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un sorriso. - -— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le nostre gioie ci seguono -nella vita; i dolori no, il cuore li seppellisce. - -— No, non me ne sono mai accorto. - -— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero i godimenti vecchi vi -riesco, ed è un godimento nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio -perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_, o -perchè l'anno scorso Laurina ebbe un rosso furuncolo... - -— E se fosse morta? — interruppi brutalmente. - -Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita. - -Povero cuor di madre! - -Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il dolore è qua, e mi -dice: — «prepàrati a soffrire». - - -IV. - -Eravamo a tavola. - -Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per -accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone! -Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo -capovolse bruscamente. - -— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie. - -— Non voglio mangiare — rispose Augusto. - -— Che hai? Non ti senti bene? - -Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare. - -— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il -Nini fa sempre così a tavola. - -Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino -di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che -trattava i suoi genitori con molta severità. - -— È uno scherzo — dissi allora. - -Non era uno scherzo. - -— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce -grossa. — Dà qua il piatto. - -Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la -seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di -allontanarsi. - -Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi. - -— Augusto! — balbettai. - -— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai? - -— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle. - -Gli toccai la fronte. Scottava. - -Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi -in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio. - -Evangelina mi era venuta dietro. - -Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui. - -Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già -pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere. - -— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; — -manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto. - -M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono -fino sull'uscio. - -Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a -sedere sulla sua seggiola alta. - -Essa mi chiamò: - -— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo? - -— È ammalato — risposi senza muovermi. - -— Senti, babbo — mi disse — vieni qua. - -E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio: - -— Non l'hai sgridato, non è vero? - - -V. - -Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo -ammalato. - -Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo -degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e -si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa -l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli -e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui -piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che -canta. - -A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da -nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire -con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro -infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia -aveva letto la propria condanna. - -Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico -mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che -bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e -mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente -dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino -ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava -domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo. - -In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere: - -— V'è pericolo? - -— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie -sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la -sorellina. - -Allora soltanto balbettai: - -— Angina maligna, non è vero? - -— Già, già — disse il medico — angina maligna. - -— Però non è delle più gravi? - -Volevo essere ingannato ed egli mi comprese: - -— Non pare delle più gravi; vedremo stasera. - -Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro, -dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino -della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli. - -— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa -troppo male. - -E io sorrisi, me ne ricordo... - -In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La -piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in -punta di piedi per guardarlo. - -— Va via — gridai con collera. - -Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia -ridendo. - -Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il -cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di -portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che -stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se -ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità. - -La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non -quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse: -_Coraggio_. Era quella di Evangelina. - -Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della -morte. - - -VI. - -Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure -notturne. - -Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata, -solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui -sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal -sonno! - -Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire, -dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella -dell'amore, quando non discerno più nulla. - -Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole -agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura. - -— Augusto! - -Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora. - -— Augusto, bisogna prendere la medicina. - -Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile. - -— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere. - -Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza. - -— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta. - -Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo -l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio -bimbo morrà! - -— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un -momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di -far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te. - -Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed -io respiro perchè ho mezz'ora di pace! - -Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici -della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una -orrenda immagine. - -A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di -me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. -Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico -capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me: -«che bella cosa essere indifferenti a tutto!» - -Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso. - -«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata -tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente -uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la -povertà e la vita! - -Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi -sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore? -Il dolore forse. E il dolore che cos'è?» - -Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno. - -— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io. - -Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra -d'amare ancora. - -— Hai dormito? — domando a mia moglie. - -— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno? - -— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene. - -Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto -della nostra creatura. - -— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è -tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda! - -— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro. - -Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi -porge la guancia. - -— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in -fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare. - -Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore. - - -VII. - -Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno; -ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene. -Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto; -mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e -occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta -ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza. - -Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi -dimenticare per un'ora sola la mia sventura! - -Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col -pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma -essi, tenaci, sempre al mio capezzale. - -Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi -ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in -questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto -non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse. - -Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la -raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e -mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna -che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una -faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia. - -Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come, -la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto. -Finalmente dormo. - -Dormo, ed ecco il mio sogno. - -È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co' -miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa -dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie, -e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea -assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio, -si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli. - -Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore -presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io -perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta -aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che -era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia -e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere -dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora -dell'avvocato Righi che era _arguto_ ed _efficace_, e ciò alla -distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso -cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in -un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del -mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia -gravità per vedere d'emendarmi? - -Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo. - -E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare -domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia -riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso? - -Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e -io non me ne avvedo perchè sono un cretino. - -E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità -d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti -troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni. - -E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio -imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per -dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto». - -Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio -bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi: - -«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio». - -Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto -e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio -sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se -agonizzasse ora! Se fosse morto! - -Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano -scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!... - -— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta. - -E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il -nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la -faccia patita ma serena. - - -VIII. - -Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la -minaccia della morte. - -Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio, -a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un -pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui -non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio -pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare -su quelle monche visioni. - -«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela -azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono -di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle, -pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno -ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome». - -La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la -mia sventura. - -Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi -stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso -il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora. - -Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi -riaffacciare alla vita. - -Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi -pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre. - -«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» — -«No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho -vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina... -Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini. - -Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due -gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via -tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede. - -Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio -giuoco; vi è anche la sorpresa. - -E vi è altro. - -Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota -d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio -sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato -come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo! - -O severa natura, quale spettacolo! - -Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che -fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura -umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo -appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando -le gambe paralitiche e contorte. - -Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa -ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra, -si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia. - -Dove va? Dove andiamo? - -Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio: - -— Augusto, bisogna prendere la medicina. - - -IX. - -Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una -boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il -capo. E mia moglie insiste. - -— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del -solito; va a spasso, ti farà bene. - -È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto. -Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa -quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina, -esco. - -Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non -ho cuore di abbandonare la mia creatura. - -Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride -per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente; -mi incammino. - -Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un -giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa. - -Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera -insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me -ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono -dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero -che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi -penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più -alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e -non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto -umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia. - -«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che -si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre -è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e -lo vuol nascondere. - -«Perchè nasconderlo? - -«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola, -a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!» - -Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai -giardini. - -«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta -portando verso la casa in cui abita la mia Laurina. - -L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio -vederla!» - -Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna; -poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli -perdono: ha una figlioletta che adora. - -Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la -bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice -di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso -i vetri. - -L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi, -crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi -rasente, mi getta un'occhiata ad uncino. - -Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel -posto di osservazione; ma mentre mi volto ancora, con la speranza -che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento -stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo.... -anima mia! è proprio Laurina! - -Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano, -e mi è corsa incontro. - -— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio -vedere la mamma! - -— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai? - -Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso -accostare il suo visino alla mia faccia. - -— Babbo, perchè non mi dài un bacio? - -La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte -e sui capelli. - -Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di -venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della -mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre; -le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la -promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate -col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po' -sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta. - -Essa mi grida dietro: - -— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una -donnina. - -Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo con gli occhi finchè -scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente: - -«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia -figlia». - -Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di -Laurina, ed io dico per consolarmi: - -«Non l'ho baciata in bocca!» - - -X. - -La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da -due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico -anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio -cuore, dove è entrata una strana paura. - -Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di -Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener -gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole -uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e -spasimando. - -È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere -quanto sia patito. - -Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta -dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con -la testa appoggiata al muro. Piange. - -— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi? - -— Tu pure piangi. - -— Non è vero.... - -— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io, -perchè non speri più nulla. - -Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi -e dice: - -— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora, -non dobbiamo abbandonarlo. Vieni. - -Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo. - - . . . . . . . - -Egli visse! - -Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare -d'essere un ingrato se non grido la mia gioia. - -Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma. - -Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori -no, perchè il cuore li seppellisce. - - - - -MIO FIGLIO S'INNAMORA - - -I. - -Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia -antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri, -e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo -diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si -nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di -seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento -di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici, -chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio, -chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla -più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben -combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione -d'idee nel cervello. - -— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se -n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nella -quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e -non ce l'ho messo io». - -Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio -suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi, -quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra, -dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono -d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono -sapere.» - -— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione -— anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una -commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche -pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante -di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora -ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè -trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà -più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli -dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima -siano sposati. - -Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non -bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure -a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in -pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che -lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo -sentiva nemmeno io. - -La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito, -quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la -verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più -gravi e nobili studi. - -Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora -non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del -testo sacro deve essere miracolosa. - -Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da -vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso -la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più -alcuna domanda. - -Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una -dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato -qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che -i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in -ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico -del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi -provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio: - -— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi -non vogliamo perderti; ci sei costato caro. - -E la piccola Laurina interrompeva: - -— Anch'io sono costata tanti soldi? - -Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura: - -— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una donna; le donne — -soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle -intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini. - -Laurina era d'opinione contraria. - -— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più. - -— Costano meno — insisteva Augusto. - -— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò -dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più. - -— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io. - -— Le vestirei. - -— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu -il latte? - -Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e -Augusto si lasciava sfuggire: - -— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai. - -Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte -della sua dottrina mi dovesse far paura. - -— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna -diventar grandi. - -— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava -Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola. - - -II. - -— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi disse un giorno mia figlia. - -Col medesimo accento, con le identiche parole, tale e quale aveva -parlato in altri tempi Augusto. Ora non più. - -Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto, crollò il capo -sdegnosamente e continuò a mangiare la sua porzione di lesso. - -— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non è vero che ti sposerò? - -— Sì, mi sposerai. - -— Lo vedi! - -Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina: - -— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai grande, il babbo -sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli bianchi — (mi guardava per -anticipare con la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe fatto -nella mia persona) — avrà la faccia tutta così — (e me la tagliava -intenzionalmente a fette con la mano); non avrà più denti... - -Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione, dicendogli che -denti ne avrei in ogni tempo, perchè me li farei rimettere. - -— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e allora ti metterai anche la -parrucca... - -— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto tu stesso... - -— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po' qui e qui — (si toccava -dietro le orecchie) — come il nostro direttore... - -Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento di suo padre -sarebbe stato un ostacolo grave alle nozze, e rinunziò subito al suo -fidanzato, per sceglierne un altro. - -— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma! - -Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella ebbe paura d'aver -detto una corbelleria, e guardò prima la mamma, poi me, interrogandoci -alla muta. - -Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro figlio che il suo -buonumore passava il segno, ma non glielo volevamo dire apertamente per -non metterlo in sospetto del nostro intimo sgomento. - -— Sposare la mamma! — esclamò finalmente Augusto — non lo sai che per -sposarsi bisogna essere un uomo e una donna... - -— E poi — entrò a dire Evangelina — quando tu sarai in età di sposarti, -sarò vecchia anch'io come il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e -i capelli bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno. - -— A me piacerai sempre — disse Laurina. - -— Anche a me — disse Augusto; e di passata, con la frettolosità di chi -ha un'idea fissa che vuol esprimere, si lasciò scappare una sentenza -che io raccolsi e pagai con un bacio. - -— Le mamme non diventano mai brutte — disse egli; prese il mio bacio -con rassegnazione e proseguì: — ma non è questo; per sposarsi bisogna -essere un uomo e una donna. - -Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile: - -— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i calzoni! - -Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di quarta elementare! - -Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo sempre serii, fin troppo. - -— Bella figura che faresti tu _facendo l'amore_ coi calzoni. - -_Facendo l'amore!_ pensai annuvolandomi. - -— _Facendo l'amore!_ — dissi forte — che significa ciò? Che parole son -queste? Le hai imparate a scuola? - -— No — mi rispose Augusto candidamente — hai detto tu stesso un giorno -che prima di sposarsi _si fa l'amore._ - -Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima di sposarsi si fa -l'amore! - -E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi restituì con una certa -diffidenza. - -A troncare quella scenetta pericolosa venne in tavola il pesce. - -— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna smettere le ciancie -e badare bene alle spine; tu, Augusto, non hai bisogno di -raccomandazioni, e tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va -una spina in corpo, muori. - -Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi nel proprio piatto, dove -Evangelina, non si fidando interamente alla mia raccomandazione, veniva -levando essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce. - -— Mamma, come fanno i pesci che hanno le spine in corpo a non morire? - - -III. - -Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio -si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da -un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi. -Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima -fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto, -egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo -e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso -non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così: - - «_Cara_ Giovanna, - - Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo - magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti - tradisco... - - AUGUSTO». - -Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino -così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il -serio ed il faceto: - -— Povera Giovanna! Povera bimba tradita! - -Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter -frenare l'ilarità. - -— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore... - -Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi... - -— Taci: non ne posso più... - -— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini -generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma -annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata! - -E mi veniva un altro pensiero. - -— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che -continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro -amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la -chiama _cara_, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria... - -— _Cara_, sì, _cara_, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie. - -— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta -elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio -e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo? - -— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra _donna_... - -— _Donna_... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale... -Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu? - -— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia -del padrone di casa. - -— Una bambina di vent'anni almeno! - -— Ne confessa ventidue. - -La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno, -capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la -sua persona. - -Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando, -dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare -e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto -a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche -volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che -a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto -più lungo. - -Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano -parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela, -e aveva la singolare abilità di svegliare la _musa_ (dico la _musa_) -dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva -più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro -nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano -due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e -d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio -ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura -beccata da un passero intelligente. - -E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura -di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io -avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse -Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si -vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme -epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente -a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio -ai due spiragli di cielo della sua innamorata. - -Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una -bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi -con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava -con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col -pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla -finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei! - -E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce -con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati, -smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un -trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante -innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente -minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si -calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli -amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi? -Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela. - -Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni -compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di -cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica -audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla -finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola -dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura. - -Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio -di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una -domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa, -l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era -sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente. - -Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di -confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran -voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla -famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue -maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non -escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in -faccia d'avergli rubato la sposa. - -Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto -servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse -a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia, -subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una -volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto. - -— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto. - -La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel -giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso. - -Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e -la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle -orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui. - -— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta. - -L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non -riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo -faceva una grama figura. - -— Tu sei _invidioso_? — gli chiese poi mio figlio, e come se -gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho -guastata... e poi è mia. - -— Non sono _geloso_ — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: — -non sono _geloso_. - -Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un -sussiego corbellatorio: - -— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno. - -L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un -mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare -un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino. - -Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa, -dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due. - - -IV. - -L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una -mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente -nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi -dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito, -si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire. - -Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po' -stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava -la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche -cosa di peggio: versi! - - _In questo giorno sospirato e bello_ - -egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo -se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso -nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche -più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo -una. - -Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro -arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva -leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli -diceva_ sospirato e bello_; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale -di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo -padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che -_velo_ della seconda quartina non rimava perfettamente con _bello_ nè -con _anello_ della prima. - -Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio -tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere -in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la -maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva _per -celia_, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come -ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo. - -— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre. - -— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è -vero, babbo?. - -Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati -in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio -scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo -compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice -amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora -Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta -di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli -accadde più di far rimare _velo_ con _anello_, senza averne la poetica -licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e -pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume -arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di _realismo_ -anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino. - -E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre -vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza -stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, _autore_ recidivo di -birbonate simili. - -Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano -dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato -dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia, -se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito; -a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze -verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla -Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al -ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un -vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma -non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra, -priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; _Musa, Musae_, -la musa della prima declinazione latina! - -Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa, -come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per -introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che -avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza -di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei -verbi e nei pronomi. - -Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa -diventava _musarum_, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che -necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento -che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la -lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi -avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la -lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di -Giustiniano, eccettera, eccettera. - -E soggiungevo con sussiego: - -— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli -antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale -non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si -facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte -le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini, -quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono -latine. - -Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma -con uno sgomento crescente. - -— Allora deve essere molto difficile! — sospirava. - -— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa -da nulla. - -— Tu l'hai studiato? - -— Altro che! - -— L'hai studiato tutto? - -— Tutto. - -— Anche i verbi? Anche _hic, haec e hoc_? Anche _dies, diei_? - -L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una -volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica -della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi -pigliavo la rivincita. - -— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne -pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu... - -Augusto m'interruppe: - -— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto? - -Il tranello era perfido. - -— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza -batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti -da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le -declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi... - -— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto. - -E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere -all'urto d'un avversario simile. - -— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento -come l'intendi tu. - -Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo -interamente. - - -V. - -Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo -aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio -si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo. - -— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che -farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le -regole della grammatica latina? - -— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità — -studiando gli autori classici, lo spirito della lingua... - -— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese? - -— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto... - -Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un -argomento convincente. - -— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza -coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo... -invece per il latino ci vogliono otto anni. - -Mi scappò detto: - -— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna -poi esercitarsi tutta la vita. - -— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non -ne fai più degli errori? - -Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire -una bugia, bisognava rispondere in latino. - -— _Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto_. - -Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle -spalle e se ne andò mugolando fra i denti: _nominativo domus la casa, -genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo_... - -Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello -strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne -a dire trionfando: - -— Babbo, io lo so quello che dice Augusto. - -— Davvero, e che cosa dice? - -— Dice che il duomo è più grande di una casa. - -— E non ha forse torto... - -Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse -necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e -aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto -era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in -mezzo a tanti angeli rotti. - -Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli -_angeli rotti_ di mia figlia erano testine alate. - -Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione: -_singolare nominativo, domus la casa..._ - -La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi -beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo -con ferocia. - -Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non -volergli entrare in capo. - -— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti -inutilmente, perchè pensi ad altro. - -Ammutolì, segno che avevo indovinato. - -— A che pensavi studiando? - -— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche -l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola... - -— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta -la severità paterna. - -Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli -cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza -confessarlo in casa. - - -VI. - -Fu per opera della disperazione. - -Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a -scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra -volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla -sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non -tarda a ritrovare il _caro oggetto_. Così fece mio figlio, e io ne fui -testimonio. - -Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre -del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura. - -Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui i -_grandi_ avevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini, -per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non -perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il -quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a -_mosca cieca_, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si -fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del -terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente. - -Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli -aveva fatto alleanza con Angela, con la bionda Angela, quella dei -labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle -mani di _mosca_. - -Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina -che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e -alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene -immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e -voltandosi bruscamente quando aveva gridato _mosca_, si trovava ogni -tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano, -e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che -Angela era due buone dita più alta di Augusto. - -— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così. - -Invece era proprio _così_, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad -Augusto. - -Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col -pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni -tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui -non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e -sereni, e il resto. - -A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a -pigliarlo per un braccio, salvarlo da _mosca_ e tirarselo dietro un -tratto. - -Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati: _mosca_ -venne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e -tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani: _presa! presa!_ - -Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel -buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e -rideva del proprio trionfo. - -Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei -più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati -imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata. - -Allora entrò di mezzo mio figlio: - -— Che cosa volete fare voi altri? - -Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle -qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la -bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo, -senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli. - -Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva -pronunziato all'orecchio di _mosca_, qualcuno, chinandosi a guardare -sotto il naso di Angela, insinuò: _ci vede_! - -— Non vedo niente! — protestò la fanciulla. - -A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le -apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne -immischiasse. - -Una risata, un gridio confuso: _mosca! mosca!_; tre o quattro spinte -di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera -ragazza sola nel mezzo del cortile. - -La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi, -allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere. - -Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche -lei. - -— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere -che la vado a baciare e non mi piglia. - -— Anch'io! — esclamò un altro. - -— Tu no — rispose Augusto — soltanto io. - -E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario, -con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente -ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse -lui. - -Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono -qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì — -impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò -Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la -fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il -fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di -Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona -fede: _mosca! mosca!_ - - -VII. - -A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità -scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a -un tratto: — _Angela!_ — e noi aggiungemmo: _Augusto! Laura!_ — due -piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza -stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono -(ipocriti!) senza voltarsi. - -Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre -anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con -una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva -portarsela a casa. - -Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito, -perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e -rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente -così: «adorata fanciulla!» - -Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei -versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe -contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte, -e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare -sul serio, amò in prosa; ma, o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora -del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di -carta il suo grande amore. - -Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario -una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come -per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi -mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi -modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo. - -Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa -moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare -in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche -pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile -apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale -esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il -signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede -come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni. - - -VIII. - -E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con -una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova. - -Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione: -«le fanciulle sono sempre mature per l'amore». - -Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e -di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare -interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva -con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo -quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico -effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile -di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e -all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_ -abbastanza. - -Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere -con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno, -probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno -Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si -sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco -amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come -una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia! - -Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di -esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti -del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva -quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita -ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito -carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola, -anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte -a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli -scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli -scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci. - -— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli. - -Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi -giurava di non voler niente bene a quel monello. - -— Che cosa devo fare? — diceva. - -Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva -nemmeno lui. - -— Mordilo — consigliava a casaccio. - -Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano -così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di -musoneria crudele. - -Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il -desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene, -a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione -ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza -far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra. -Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei; -pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol -proprio bene!» - -Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto -andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi -della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi -di nulla. - -Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io, -dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara -fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava -più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il -tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone -estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi -deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me -per farsi vedere da Angela. - -Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse -parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino -rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo» -annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca -speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego. - -Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e -interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola, -come gl'insegna il suo dovere di padre. - - -IX. - -Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il -principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi, -incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola, -e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello -o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che -dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una -finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è -soverchia felicità? - -E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio -insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non -lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava -la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il -tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era -con _lui_ lento, pigro, sgarbato; con _lei_ era vario, industrioso, -galante. - -Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di -Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella. - -Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più -semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro -giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li -consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era -più la bimba d'una volta. - -Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento; -maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di -bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta -espressiva era oscurata da pensieri amari. - -Fu un periodo di torture. - -Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel -corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più -amara: la partenza d'Angela! - -Angela _partiva_, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e -la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi -innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio! - -Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere -molto infelici. - -— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela -giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo. - -Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo -in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il -disastro era compiuto. - -No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era -destino. - -Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno -scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui, -il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile, -di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro -eccetera» di battere l'uno per l'altro. - -Solo un mese dopo la _partenza_ d'Angela, essendo andati a far visita -ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto -nel farsele intorno provava una soggezione istintiva. - -Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri -l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano -tutto il sistema amoroso di mio figlio. - -Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna, -tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza -di mio figlio la chiamai _signorina_. E m'avvidi, dalla risposta, -dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima -volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a -tredici anni. - -Ma aveva essa tredici anni veramente? - -Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a -disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore -spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela, -mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare -alcuni mesi ancora, purchè egli si acconciasse alla parte di vittima -predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che -picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro -votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese -verso corte. - -Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il -suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare, -gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle -che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò. - -Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per -farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi -dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai. - -Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra -in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre -la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la -temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava... - -Che cosa segnava il termometro? - -Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano -avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col -dito degli _A_ maiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto; -Angela ascoltava guardandolo fissamente. - -— Va bene — mormorò essa in ultimo. - -E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura: - -— Nevica! - -— Davvero? - -— Davvero? - -Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si -era fatta rigida, il termometro segnava... - -Che cosa segnava il termometro? - - -X. - -Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa come un uccelletto a -cui avessero aperto la gabbia; doveva essere impaziente di portare nel -mondo la libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati. - -Un amore bambinesco è un impaccio quando l'età annunzia alla fanciulla -che il vero amore non è lontano. - -Come se non avesse aspettato mai altro, Angela approfittò così bene -della licenza, che in pochi mesi nessuno più potè supporre che essa -avesse avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore. - -Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più carina, sempre più -adorabile, la spergiura! Se ne avvedevano tutti, lo dicevano tutti, -tranne mio figlio. - -Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto nella sua sepoltura -latina. - -Già erano parecchi annetti che lottava con le regole, già si era -acciuffato con la sintassi e con la prosodia, già ripeteva enfiando -le gote: _Quousque tandem abutere_, quando un giorno entrò in casa una -gran notizia: Angela era sposa! - -Laurina istintivamente si guardò nello specchio; mio figlio non -impallidì, non disse verbo; ma la mattina successiva trovai sulla sua -scrivania un rimasuglio di distico latino andato a male. - -Si leggeva ancora non ostante le cassature: - - _Non tu, formosa..._ - _Te, pulcherrima... nuptiæ..._ - -Il resto non aveva voluto venire. - - - - -IL MARITO DI LAURINA - - -I. - -Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo, -o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il -serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o -lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore? -Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?» - -— Chi? — interrompe un lettore. - -Il marito di Laurina. - -«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena -di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo -più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua; -forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo -per venirsi a innamorare di mia figlia». - -A volte poi dicevo a Evangelina: - -— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là, -in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi, -non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione -di fargli perdete la testa! - -Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura, -la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un -sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla -rovescia. - -Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio -dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi -mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo -fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù. - -Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno; -portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso -in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente -famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più -che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della -perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non -se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza -divisa. - -Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche -corrisposto. - -Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di -maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne -andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo -a Milano più innamorati di prima. - -Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui -pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava -importuno. - -Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a -fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere, -se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo -tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi -diventava prezioso. - -E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava -superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un -«addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre. - -Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi. - -Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale -dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in -processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di -me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali -mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale, -in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che -comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la -toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale -mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro -vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai -al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi -passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista, -appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei -miei gravissimi pensieri. - -Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono -e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci -abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione, -aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i -sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me -e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi, -oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo -padre?» Mia figlia mi domanda ridendo: - -— A che pensi? - -E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu, -quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi. - -La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente -ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che -vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei... -Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte -sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno, -ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto -disposto a restituirla. - -È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale; -è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre -anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina. - -— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia. - -«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci -conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è -lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto, -fallo felice, amalo...» - -Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi -a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi -il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto -si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo. - -— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai -veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi -fai questa domanda? - -— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi -soltanto... anche l'altro giorno... - -— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici... - -— L'altro giorno eravamo in galleria... - -— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano -tutti sanno chi è l'avvocato Placidi... - -Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il -braccio, bisbigliando: - -— Zitto, è lui! - -To'! Laurina riconosceva _quel signore_ al passo! - -Era un passo frettoloso, saltellante e accompagnato da una bizzarra -musica di stivali, ma per averla così bene nell'orecchio, mia figlia -aveva già dovuto udirla più d'una volta. - -Quel signore ci raggiunse, guardò Laurina lungamente, passò oltre, -sempre saltellando, e giunto alla estremità del viale, tornò indietro a -passo lento, trovando ancora il modo di saltellare. - -Feci in un istante le più strambe congetture. - -«Quello è un parente lontano, forse un cugino della madre di mia -moglie; emigrò all'estero per disperazione amorosa, non essendo potuto -arrivare al cuore della sua bella, buon'anima, prima di mio suocero; -è rimasto scapolo, si è fatto milionario; ora ritorna in cerca di -un erede; dicono che la mia Laurina sia tal quale il ritratto di sua -nonna a sedici anni; gli sembrerà di rivederla; mia figlia, grazie al -cielo, non ha bisogno che nessuno s'incomodi dall'America per portarle -la dote, ma se le piovesse un milioncino nel cestello di nozze non -offenderebbe nè me, nè lei, nè la misericordia celeste». - -Stavo serio, perchè l'incognito si avvicinava, e dentro di me -ridevo; intanto che venivo pagando alla meglio il tributo d'ilarità a -quell'idea barocca, altre idee si facevano avanti. - -«Quello è un padre di stampo antico, che non si fida del criterio del -suo primo maschio, e vuole scegliergli lui stesso la sposa. Laurina ha -un'aria tanto modesta, ed è così carina, che non si potrebbe fare una -scelta migliore. Rimane a vedersi se a noi conviene il pretendente...». - -L'incognito non era più che a pochi passi, e io, guardandolo alla -sfuggita, vidi con uno sgomento nuovo che egli saltellava peggio di -prima, e che avea preso una cert'aria civettuola e galante, facendo -luccicare stranamente le pupille nella loro cornice di rughe e piegando -la testa con un vezzo tutto suo. - -Non volevo credere ai miei occhi; e mi bisognò pure arrendermi alla -evidenza quando il vecchietto, passandoci rasente, spinse l'ardire fino -a manifestare il suo incendio con un sospiro. - -Proprio così: quello che io credeva un colonnello americano imbarazzato -nel far testamento cercava forse un erede, ma lo voleva legittimo, e -aveva messo gli occhi su mia figlia. - -— È un matto! — dissi a Laurina in maniera d'essere inteso dallo strano -pretendente, e attraversai il viale per cacciarmi fra le aiuole. - -Speravo così d'avere sgominato il vecchio satiro, ma voltandomi poco -dopo vidi che egli saltellava per raggiungerci da un'altra parte e -pigliarci ancora una volta di fronte. - -Intanto all'estremità del viale, un giovinotto bello e melanconico -mi faceva addio con la mano, senza che io trovassi un accento per -dirgli: — «rimani, tu sei la gioventù, tu sei la forza, tu sei l'amore; -chiedimi oggi stesso la mano di Laurina, e Laurina è tua». L'audacia di -un balordo stagionato mi toglieva la forza di trattenere il mio ideale. - -— Affretta il passo — dissi a Laurina. Essa senza comprendere, mi -secondò, e a me parve di averla sottratta a un pericolo, quando alla -porta di casa vidi che l'incognito non aveva potuto seguire le nostre -traccie. «Sia ringraziato il cielo — pensai; — l'asma lo ha tradito!» - -— Chi era quel vecchio? — mi domandò un'altra volta mia figlia. - -Io, per non ispaventarla troppo, svelandole il mio pensiero, le dissi -che era un matto, che non poteva essere se non un matto. - - -II. - -Non era un matto! O almeno egli non si credeva tale. - -Ci aspettò un giorno, due, tre, nei viali dei giardini pubblici e -in galleria; all'ultimo non ne potendo più, fece un rapido esame di -coscienza, un paio di proponimenti spicciativi, ma saldi, diede un -addio frettoloso alla sua bella vita di scapolo, e si presentò alla -porta di casa mia per chiedermi la mano di Laurina. - -Io stava meditando un ricorso in cassazione; avevo trovato undici cause -di nullità nella sentenza d'appello, che dava torto al mio cliente; -ed ero attento a trovarne ancora una, per fare la dozzina, quando una -musica in anticamera ruppe la mia industria. - -«È lui!» pensai, rizzandomi in piedi di scatto, come per ricacciarlo -fuori dell'uscio, ma mi rimisi subito a sedere. Uno dei miei scrivani -mi portò un biglietto di visita. - -— Aspetti — dissi, senza nemmeno guardare; e rimasto solo lessi, -sotto uno stemma coronato, un magnifico nome, uno di quei nomi che non -invecchiano e sembrano dover essere portati dai giovanotti soltanto: -Libero de' Liberi. - -Guardai all'uscio ripetendo dentro di me: «Non sarà male che faccia -anticamera». - -L'impazienza mi vinse e gridai: - -— Fatelo venire innanzi. - -Perchè mi tremava la voce? - -Il signor Libero de' Liberi entrò. Era proprio lui, ed io potei subito -notare che si era premunito alla meglio contro la prima impressione e -che usciva allora allora dalle mani del parrucchiere. - -— Ho il piacere di parlare all'avvocato Placidi? — disse sorridendo -risolutamente. - -Avevo avuto tempo di fare anch'io il mio proposito, e mi accontentai -d'inchinarmi e di accennargli una sedia. - -Egli impiegò un tempo relativamente lungo nel mettersi a sedere, e -parve cercare un istante qualche cosa fra le proprie gambe e quelle -della seggiola; ma vedendo ch'io non fiatava, si decise a ripigliare la -parola: - -— Vengo per un affare delicato... un affare, dirò così, delicato... -propriamente delicato... - -Non era carità la mia di starmene ad aspettare in silenzio il resto, -ma volevo che il vecchio temerario pagasse sino all'ultimo quattrino il -prezzo della sua balordaggine. - -Ed egli parlava, sebbene io facessi di tutto per intimorirlo; diceva: - -— L'avvocato Placidi non è celebre per nulla: la fama narra che egli ha -il cuore... pari all'ingegno... - -Vedendo che io non apriva bocca nemmeno per interromperlo e per -respingere la sua adulazione, proseguì mutando accento: - -— Quando un uomo ha un negozio... dirò così... difficile per le mani, -e gli bisogna un valido patrocinio, non vi è meglio che l'avvocato -Placidi. Non dica di no... - -Io non diceva nè sì nè no, ma a questo punto mi venne la debolezza -di credere che il signor Libero de' Liberi, invece di aver fatto -quella grande asineria che consiste nell'innamorarsi a sessant'anni -di una fanciulla di sedici, stesse lì lì per commettere quell'altra -di trascinare il suo prossimo in tribunale. E siccome, essendo così -le cose, era mio stretto dovere di non negargli tutto il mio «valido -patrocinio» e di accogliere con dignitosa gratitudine le sue parole di -lode, gli staccai gli occhi di dosso un momentino per inchinarmi. - -Non l'avessi mai fatto! Gli balenò sulle labbra un sorriso di -trionfo, e dal modo con cui, senza nemmeno rispondere al mio inchino, -si accomodò sulla seggiola, appoggiando il dorso alla spalliera ed -accavallando una gamba sull'altra, io vidi che oramai si teneva sicuro -della vittoria. - -— Il mio negozio è intricato — ripigliò a dire con crescente -disinvoltura — si tratta del mio futuro matrimonio. - -Si cancellò dalla mia fronte fin l'ombra della condiscendenza che -vi era balenata un istante; ma quell'uomo singolare non se ne avvide -nemmeno e tirò dritto: - -— Sissignore, si tratta del mio matrimonio, poichè sono ancora celibe. -Dirà che all'età mia è un po' tardi; ma prima di tutto quanti anni -crede che io abbia?... - -Mi lesse in faccia che la risposta non lo avrebbe contentato, e si -affrettò a togliermi con garbo l'arma che mi aveva messo sbadatamente -nelle mani. - -— Ho cinquantacinque anni, anzi non gli ho compiti ancora; li avrò fra -un mese e sette giorni... Non credo che sia troppo tardi per pigliar -moglie... nè troppo presto — soggiunse per rispondere forse ad un -sorriso ironico che aveva visto sulle mie labbra. — Ho saputo aspettare -io! Ne conosco più d'uno che a quest'ora è pentito di non avermi dato -retta, e di aver avuto troppa furia di prender moglie, come se le -ragazze da marito dovessero mancare... La leggerezza, signorini miei, -guasta i nove decimi dei matrimoni; il mio non può andar a male... -perchè vi ho pensato molto. - -Ancora non avea messo innanzi la mia figliuola, e io poteva, senza -commettere villania, cedere alla tentazione di dargli il fatto suo, e -chi sa? fors'anche prevenire una discussione fastidiosa. Quand'egli -si vantò d'aver pensato molto al suo matrimonio, io, senza ombra di -malignità nell'accento, feci la mia timida osservazione: - -— Forse troppo! - -Fu come se gli avessi avventato una doccia fredda; rimase stordito -alquanto, subito reagì, baldanzoso come un galletto. - -— Le domando scusa, credo d'averci pensato abbastanza e niente più. - -— Le domando scusa anch'io — entrai a dire con un magnifico accento da -minchione che tante volte ho poi cercato inutilmente di imitare; — le -domando scusa anch'io, ma con le persone che si degnano di richiedere -il mio patrocinio, ho sempre avuto l'abitudine d'essere schietto. Non -vi devono essere sottintesi fra un avvocato e il suo cliente; è la mia -massima. - -Egli m'interrompeva col gesto, io avevo infilato la mia dimostrazione, -e non ero disposto ad arrestarmi fin che fossi andato alla fine. - -— Prima d'entrare nei particolari del suo negozio, mi lasci esprimere -alcune idee generali. Scopo del matrimonio è, o almeno dev'essere, la -figliolanza; quando gli sposi sono giovani, hanno dinanzi l'avvenire; -la prole nascitura, salvo impreveduti disastri, è al sicuro, perchè -crescerà sotto l'occhio amoroso dei genitori, i quali avranno tutto il -tempo d'invecchiare al servizio della felicità dei loro figli; passata -una certa età, il matrimonio significa l'abbandono innanzi tempo delle -creature stentate che si metteranno al mondo. - -Vedendo l'inefficacia della sua mimica per troncarmi in bocca il -periodo, il signor De' Liberi aveva preso bravamente il partito di -lasciarmi dire, annotando con una fregatina di mani le parole che, -secondo me, dovevano ferirlo nel vivo. - -Quando io tacqui, egli non si affrettò neppure ad interrompermi, e -solo dopo essersi fregato ancora una volta le mani mi disse, curvando -il capo verso il pavimento e guardandomi di sotto in su in una maniera -vezzosa: - -— Posso parlare? - -— Parli. - -— Ecco — incominciò egli, imitando malamente la strana dolcezza del -mio accento — ella può avere mille ragioni astratte, che al caso mio -non fanno, per tante altre ragioni concrete che le dirò poi. Ripeto -che ella può avere mille ragioni astratte, non dico già che le abbia. -Dirò anzi, se permette, che non nè ha nemmeno una. Mi spiego. Che -del mio matrimonio sia scopo la figliolanza, passi in rettorica, ma -logicamente non può passare. La figliolanza è per solito la conseguenza -del matrimonio, ed io desidero che il mio non faccia eccezione; ma -lei non mi vorrà dire sul serio che i coniugi senza prole siano come -chi dicesse i falliti del matrimonio, e che la loro unione riesca -inutile. Io voglio pigliar moglie anche per avere dei figliuoli, ma -prima di tutto perchè ho visto abbastanza del mondo da contentare tutte -le curiosità pericolose per la vita domestica, e posso oramai aprire -tranquillamente il cuore a un affetto vero e durevole. Piglio moglie -perchè credo giunta per me l'ora di essere amato e d'amare; e il mio -affetto non sarà cieco, anzi si vanterà d'essere intelligente. Se non -isbaglio, ho qualche anno più di lei.... - -— Quindici — insinuai con garbo. - -— Ho qualche anno più di lei, e si può fidare della mia esperienza. -Ebbene, io le assicuro che i giovani non sanno amare, che prima dei -quarant'anni nessuno può vantarsi di sapere l'abbici dell'arte di -rendere felice una donna; io la so tutta... - -Si era andato accalorando a poco a poco, e nella foga della -confutazione aveva smesso l'accento melato dell'esordio; ma a questo -punto indovinò forse nel mio sorriso il timore che egli avesse -avuto tempo di dimenticare quell'arte di cui s'impara l'abbici -a quarant'anni, perchè, abbassando la voce e ripigliando il fare -carezzevole di prima, ripetè: - -— Ho cinquantacinque anni non compiti, sono nel fiore dell'età. Io le -leggo in faccia, che, sebbene più giovane di me, lei si crede vecchio; -invecchi per davvero e diventerà della mia opinione. È il difetto -della nuova generazione, quello di voler essere decrepita. La natura -aveva assegnato all'uomo un periodo di vita, al cui paragone le nostre -due età messe insieme fanno appena appena una fiorente virilità. La -fisiologia delle piante e degli animali ha dimostrato che ogni creatura -vivente può campare otto volte il tempo che impiega a raggiungere il -suo massimo sviluppo. L'uomo si forma fino a venticinque anni; faccia -il conto; sono dugento anni di prova che l'umana impazienza è riuscita -a ridurre a meno della metà. Ma io non sono impaziente; ho buona salute -perchè mi sono goduto il mondo con metodo. Faccio conto di campare -ancora molti anni, di vedere i miei figli maschi nell'esercito o in una -pubblica amministrazione, e di dare alle mie ragazze dei mariti... che -mi somiglino... - -Sorrise con malizia. Era la prima allusione alla mia Laurina, ma non -andò oltre. Contentone della parte che gli avevo messo nelle mani, non -voleva barattarla con un'altra. Senza sfidare apertamente un rifiuto, -egli difendeva la sua causa con comodo sapendo benissimo d'essere -inteso. Ed io quasi mi pentiva di non averlo messo con le spalle al -muro. - -— Mettiamo — ripigliò dopo una pausa — per farle piacere, mettiamo che -scopo del matrimonio sia la figliolanza, mettiamo che mia moglie mi -dia dei figli, mettiamo anzi allegramente che me ne dia una dozzina, e -infine mettiamo che un accidente imprevisto mi faccia morire prima del -tempo e tolga alla mia famiglia il più amoroso dei mariti e dei padri; -il danno, relativamente alla enorme sventura, sarà irreparabile per me -solo. - -Abbassò la voce e prese un'aria modesta nel soggiungere: - -— Sono ricco! - -Non sapevo veramente come ribattere; nel campo dei ragionamenti -astratti tutto quello che ancora potevo opporre era un _ma_. - -— Me ne rallegro — risposi — ma... - -Egli pensò ch'io volessi maggiori spiegazioni e rincalzò così l'ultimo -suo argomento: - -— Sono ricco, e non me ne vanto, perchè le mie ricchezze non me le -son fatte io: ad ogni modo, sia ringraziato mio padre buon'anima, -sono ricco; posseggo ottocentomila franchi quasi tutti in cedole del -debito pubblico e in risaie. Se sarà necessario, assicurerò la mia -vita a favore dei miei eredi. Io non ho la sciocca paura di morire -subito dopo essermi assicurato; tutt'altro; so, perchè me lo insegna -la statistica, che chi si assicura ha la probabilità di campar molto -di più, e che solo perciò le società d'assicurazioni spartiscono dei -grassi dividendi. Ma posso morire d'una caduta da cavallo; posso essere -fulminato, sebbene la mia casa di città e quella di campagna siano -munite di parafulmini; posso perire in uno scontro ferroviario... - -— Possiamo — interruppi gravemente — essere presi alla sprovveduta in -una notte serena, ed essere accoppati e seppelliti in un punto solo, da -un bolide che ci caschi addosso. - -— Perciò — prosegui senza scomporsi — mi propongo d'assicurare la mia -vita; e lo farò la vigilia delle nozze. Sarà una specie di dote che -porterò io a mia moglie, la quale deve entrare nella casa coniugale col -suo fardelletto di ragazza e niente più. - -Questa volta credette proprio d'avermi soggiogato, perchè mi piantò gli -occhi in faccia come un creditore. Lasciai durare il silenzio quanto -bastasse a far perdere al mio avversario un po' di sussiego, poi dissi -tranquillamente: - -— Io sono qui a discutere con lei intorno a una teorica, di cui non -veggo l'applicazione. - -— L'applicazione, l'applicazione.... l'applicazione eccola: lei ha una -figliuola che mi piace, sissignore, mi piace; mi piace molto, mi piace -troppo, mi piace tanto che vorrei sposarla. Non conoscendo nessuno per -farmi presentare — proseguì dopo una breve pausa con accento più umile -— eccomi qua alla libera; siccome è un negozio che mi sta a cuore, -ho voluto trattarlo in persona. Non ignoro che corrono pel mondo dei -pregiudizi contrari alla mia felicità; voglio difenderla io stesso. - -Parlava con una gravità inusata, e non pareva più il medesimo uomo di -prima, quando soggiunse: - -— Se dopo queste spiegazioni, rimane ancora qualche cosa di bizzarro -nella mia condotta, signor avvocato, si metta nei miei panni e mi -difenda lei. - -Era il punto difficile: al momento di dare un'afflizione a quell'uomo -audace, io lo trovava simpatico, e quasi non mi pareva audace; era -ben conservato, non bello, ma di lineamenti regolari; se non gli -aveva ritinti, i capelli che gli rimanevano erano pochi ma neri. -Pensavo: «quanti babbi e quante mammine si lascerebbero tentare dalle -sue ottocentomila lire di patrimonio! Palazzo in città, palazzo in -campagna, risaie, cedole del debito pubblico.... Oh! quante fanciulle -di sedici anni perderebbero la testa!... - -— In tutto ciò — risposi gravemente — io non vedo altro di bizzarro se -non la sproporzione dell'età; che lei pigli moglie a cinquantacinque -anni è cosa naturalissima, non avendola presa prima... ma lei forse -ignora quanti anni ha la mia Laura. - -— Laura! Si chiama Laura? - -— Si chiama Laura Antonietta Maria Eugenia, e non ha che _sedici_ anni! - -Pronunziai queste parole in modo che dovessero colpirlo, e per verità -egli parve scrollato. Senza dargli tempo di riaversi, proseguii: - -— Vedendola alla passeggiata, al braccio del babbo, quando giuoca alla -signorina, può ingannare, ma è proprio una bimba; va a scuola e veste -ancora la bambola di nascosto. - -Mi ascoltava a bocca aperta; uscito dal primo stordimento, i sedici -anni di mia figlia non lo scoraggiavano più; tutt'altro; pareva -estasiarsi a ogni mia parola e ricominciava a farmi dispetto. - -— Sedici anni! — balbettò quando io tacqui vedendo che le mie parole -non facevano altro che solleticare la sua fantasia amorosa... — Sedici -anni sono pochi... quando non sono abbastanza. Questa volta credo -che bastino: come lei dice benissimo, la signorina Laura è molto -sviluppata; vedendola alla passeggiata, non le si darebbero sedici -anni soltanto... Sedici anni!... compiti beninteso... che significano -diciassette pel giorno delle nozze. Ebbene in fede mia, tanto meglio: -io non ho nulla in contrario!... - -— Mi spiace di contraddirle — interruppi infastidito; — ma sono -costretto a ringraziarla dell'onore che vuol fare a mia figlia... - -— Un momento: non mi dica di no, senza lasciarmi parlare. Lei stesso -poco fa diceva naturalissimo che io pigliassi moglie... - -— Sicuro... e soggiungerò, se me lo permette, che nei suoi panni la -vorrei stagionata. - -— Mi scusi tanto, ma lei farebbe una corbelleria. Alla mia età non vi -è altra scelta: o rimanere scapoli, o sposare una fanciulla, non dico -proprio di diciassette anni... - -— Manco male! - -— Ma che non abbia passato i venti. Un matrimonio, come lo voglio -fare io, ha tutte le probabilità di essere felicissimo; non si sono -ancora ficcati dei grilli in una testina di fanciulla; non vi sono -entrate delle opinioni storte, quasi non vi sono entrate nemmeno -delle opinioni; è un terreno vergine, pronto a ricevere ciò che vi -si saprà seminare. Io non costringerò già mia moglie a fare quello -che mi piacerà, ma farò mia moglie come mi piacerà che sia, cioè a -dire felice. E perchè una moglie sia felice, mi pare che debba essere -affettuosa, modesta, casalinga e innamorata... del marito. Sbaglio? -A diciassette anni è già una festa il solo entrare in possesso d'un -mazzo di chiavi; giocando a far la padrona, la fanciulla si innamora -della casa e si fa un'abitudine dell'amor coniugale. Una felicità -così incominciata deve sfidare il tempo a dispetto dei teatri, de' -libri e delle amiche; perchè, dica lei: che cosa mancava quasi sempre -nei matrimoni andati a male? «Mancava il marito». Le abitudini, le -curiosità, le irrequietezze dei giovani d'oggi fanno che nella maggior -parte dei matrimoni il marito sia assente. La moglie abbandonata si dà -per disperazione ai romanzi e alle amiche. E se una volta sbaglia, e -per eccesso di disperazione si dà anche a un amico, di chi la colpa?... -Sorride, signor avvocato? Segno che ho ragione... - -— Lei non ha torto, lei dice delle cose piene di giudizio; ma io non -posso rispondere altro se non che per ora ho tutt'altro per il capo che -dar marito a mia figlia... - -— Ebbene, aspetterò... posso aspettare. - -Lo guardai in faccia come si guarda un portento, egli indovinò il mio -pensiero e soggiunse: - -— Non dico d'aver del tempo da buttar via, ma per farle piacere posso -aspettare... Sentiamo, quanto tempo vuole che io aspetti? Un anno, -due?... - -— Si va fuori di strada, caro signore; io da lei non voglio nulla; se -mi fa l'onore di chiedermi la mia opinione astratta in proposito del -suo matrimonio, io glie la dò nuda e cruda. I ragionamenti con cui lei -difende la sua causa sono speciosi, sono belli, fanno, come diciamo -noi, _effetto_; ma a chi ne ricerca il fondo appaiono quello che sono: -i sofismi dell'impotenza. - -Quest'ultima parola per poco non lo fece andare in collera, e -gli bisognò adoperare tutta la sua forza d'animo per respingerla -pacatamente. - -— Impotenza no... tutto quello che vuole, signor avvocato, ma -impotenza, no; io sono nelle sue mani; maltratti me, se crede, ma non -offenda le verità fisiologiche... - -— Non ho voluto offendere la fisiologia, e se l'ho offesa senza saperlo -ne chiedo scusa — proseguii: — le dicevo dunque il mio parere astratto; -ed è che il matrimonio deve essere comunanza d'idee, di istinti, -di bisogni, di aspirazioni, di sentimenti, cementata dall'amore. Le -sproporzioni enormi di età creano quasi sempre un legame fittizio, in -cui deve essere o tutto sacrifizio da una parte o tutta condiscendenza -dall'altra... - -— Un po' di sacrifizio da una parte — interruppe con accento melato — -un po' di condiscendenza dall'altra.... - -— Se poi mi chiede mia figlia — proseguii senza badargli — le dirò -che io non ne dispongo come una derrata; se ne disponessi, mi piace -parlarle schietto, non gliela darei. - -— E, a parer suo, si stenterà a trovar un padre che voglia dare alla -propria figliuola un uomo come me, senza il costo d'un quattrino?... -perchè io non voglio dote... - -— Non dico questo; credo anzi che lei non istenterà niente affatto: ma -le consiglio di riservare sempre per ultimo, come fa oggi, l'argomento -della dote. Dare la dote alla propria figliuola, anche se costa un -sacrifizio, è un diritto che i genitori si tengono caro, a cui essi non -vogliono rinunziare. - -Mi guardò con una gran voglia di contraddire al mio ottimismo, ma io -guardai lui bene in faccia, s'inchinò e tacque. - -— Forse — disse poi freddamente — quando la signorina Laura saprà... - -— Mia figlia — interruppi levandomi da sedere — non saprà nulla; essa è -in età che non mi obbliga a consultarla. - -Con questa dichiarazione esplicita gli diedi un colpo tremendo. - -— È singolare — balbettò — lei dispone così della felicità di sua -figlia senza nemmeno interrogarla. - -— Scusi, ma io non dispongo di nulla; lascio mia figlia libera di fare -a suo tempo, e con giudizio, la propria felicità. - -— La felicità — sentenziò quell'ostinato — non si presenta sempre due -volte; io ho la coscienza di poter fare felice la signorina Laura, e -mi pare che non vi sarebbe alcun male se la signorina conoscesse le mie -intenzioni... - -— La signorina Laura — ribattei con pacatezza — fino a due anni fa era -contenta di sposare il babbo: dica un po' lei se mi devo pigliare la -briga di metterle in capo il suo strano progetto. - -— Voleva sposare il babbo! — esclamò con gioia quell'innamorato -testardo; — voleva sposare il babbo!... - -— Scusi — dissi per troncare la sua estasi — dimenticavo che sono -aspettato. - -— Ritornerò — diss'egli prontamente — ci pensi... - -Mi porgeva la mano, ed io la presi un momentino; s'inchinò, m'inchinai, -sparve. - -Rimasto solo, mi sentii come sopraffatto dal peso di una sventura che -le mie forze paterne non bastassero a sopportare, e corsi a gettare il -mio sgomento nel seno di Evangelina. - - -III. - -Evangelina rise. L'idea che Laura a sedici anni avesse suscitato -la follìa amorosa d'un vecchio celibe, e sopratutto che io me ne -affliggessi come d'una sventura toccata alla nostra bambina, questa -idea la metteva di buon umore. - -— Me lo farai conoscere — diceva; — quando egli tornerà mi avvertirai, -e io starò al finestrino per vederlo passare. Ma perchè non ridi anche -tu? - -Provavo, ed era inutile; mi pareva che il vecchio pretendente fosse -rimasto lì, in qualche cantuccio della stanza, a crollare il capo -dicendo: «Tu ridi pure, io tanto tanto sposerò tua figlia». - -— Ridi — insisteva Evangelina. - -— Che ci vuoi fare? non posso. Mi sento umiliato per Laurina, -mi pento sinceramente di non essere stato abbastanza villano con -quell'imbecille, perchè in sostanza egli ha quasi avuto gli onori della -giornata co' suoi argomenti... - -— La ragazza non glie l'hai data! - -— È tutt'uno, egli si crede sicuro di pigliarsela; lo dice chiaro che -è ricco, che è ben conservato, che sa tutta l'arte di amare. Laura non -potrà resistergli, egli ne è persuaso... Torna, torna, vecchio balordo, -e te lo darò io l'irresistibile... - -Evangelina non ne poteva più; le mie parole non le lasciavano trovare -un po' d'equilibrio; rideva dondolandosi di qua e di là come una pianta -tormentata dal vento, e a un mio ultimo gesto essa aprì disperatamente -le braccia e si buttò, per ridere meglio, sul canapè. - -— Sia ringraziato quel signore... come si chiama? Non avevo mai riso -tanto in vita mia. - -Io ero interamente placato; avrei riso volentieri anch'io, ma -m'ingegnavo di mantenere il seriume perchè Evangelina se lo potesse -godere. - -— Ha da capitare proprio a Laurina! — esclamai. - -— E che vi è di male? — interruppe mia moglie. — A trovare un -pretendente come lo vogliamo noi, nostra figlia ha tempo, ma uno come -questo non le si presenterà mai più. - -— Che ne sappiamo noi? Io comincio a credere che per ogni fanciulla -che arriva alla maturità, vi sono almeno due vecchi ben conservati ed -impazienti che aspettano. - -— Io ne sono persuasa. - -— La società è fatta così — proseguii: — i giovani vanno in cerca delle -donne stagionate... degli altri, e i vecchi si pigliano le fanciulle. -Ma pensa un po' che orrore! la nostra Laurina!... - -Ammutolii. Laurina entrava allora. Con quel suo sennino perspicace, -capì subito che stavamo troppo zitti, buttò un'occhiatina qua e là, -tanto da non aver l'aria d'accorgersi che ci dava noia, e s'avviò -all'uscio opposto per andarsene com'era venuta. - -— Laura! - -Si arrestò sulla soglia, volgendo a me la faccia sorridente; le feci un -cenno ch'ella comprese e corse a buttarmisi nelle braccia. Stringendole -il mento con una carezza, e tenendo la sua testina alla distanza di -tutto il mio braccio allungato cominciai burlescamente una specie di -esame malizioso, che a un tratto, pensando all'avvenire ignoto di mia -figlia, si volse in tenerezza profonda, e subito dopo in dispetto. - -E mi venne detto senza avvedermene: animale! perchè mi si presentava -alla mente quel vecchio egoista, che a lasciarlo fare... - -Evangelina ripigliò a ridere, come se io avessi dato il segnale, mentre -nostra figlia veniva interrompendo ora il babbo, ora la mamma: - -— Che cosa è stato? Perchè ridete? - - -IV. - -Provai da quel giorno un bizzarro sentimento verso mia figlia, un misto -di tenerezza e di rispetto, come se a un punto medesimo si fosse fatta -donna e rifatta si fosse bambina. - -Anche Evangelina sentiva a quel modo. - -— Se penso che Laura ha già avuto una proposta di matrimonio, non mi -pare neanche più la mia figliuola; e quando faccio il conto e trovo -che il pretendente può quasi essere suo nonno, mi sembra ieri che mi fu -resa dalla balia. - -Per non dire il vero a nostra figlia, ci credemmo in obbligo -d'inventare una storiella, tanto da acquetare la sua curiosità; ma -Laura ci fece intendere in silenzio che accettava le nostre parole come -già aveva fatto dell'ultimo balocco, per chiuderlo senza scontentarci -in un cassetto. - -— Scriviamone al babbo — suggerì Evangelina. - -— Andrà in collera. - -— Al contrario, si farà un po' di buon sangue, povero vecchio! - -Povero vecchio! Ohimè, sì, il tempo passa e mio suocero non era più -quel vecchietto vivace, che saltava intorno ai nipotini; era oramai un -nonno venerando, sebbene egli non ne volesse convenire ed ammettesse -appena appena che cominciava a declinare. Aveva passato la sessantina -e serbava, ultimo fiore della sua folta canizie, il buonumore schietto. -Lavorava ancora per non darsi vinto, per non invitare la morte, diceva -lui, a fargli visita prima del tempo; la filanda di Monza era il suo -castello, e da qualche tempo ne usciva di mala voglia per non essere -preso in un agguato. - -In compenso delle visite che ci faceva desiderare troppo, mandava -frequenti lettere a sua figlia, a suo genero e sopratutto a suo nipote. -Aveva trovato non so dove un certo stile semplice, snello e pieno di -malizia, che gli stava bene in pugno e che egli maneggiò alla prima -senza impaccio; quattro facciate di una scrittura fitta fitta spesso -non bastavano a esaurire il suo umore giocoso; ve n'entrava anche in un -_poscritto_ nei margini. - -Erano confidenze, erano consigli, erano gai sermoncini che egli -faceva ad Augusto, e sopratutto disegni per l'avvenire. Sì, l'amabile -vecchietto assicurava a mio figlio, studente di leggi all'Università -di Pavia, che verrebbe un giorno in cui se la spasserebbero insieme. -«L'avvenire è di chi sa aspettarlo». Questa frase, che ricorreva spesso -nelle sue lettere, era per lui tutta la filosofia consolatrice della -vecchiaia. - -Naturalmente nell'epistolario del nonno era un posticino anche per -Laura, un posticino appena, tre pagine in tutto. «Non so che cosa -scriverti», diceva per iscusarsi di lasciare una pagina bianca; «ho -dimenticato come si fanno le letterine alle fanciulle; ai miei tempi -l'educazione delle ragazze era già una cosa tanto complicata, che se -per poco è andata peggiorando come il resto, si corre il rischio di -fare uno sproposito dopo quattro parole». - -Quando io gli scrissi della domanda di matrimonio del signor De' -Liberi, seguì quello che ci aspettavamo. - -— Non bastando un intiero volume a raccogliere la sua vena, vedrai — -avevo detto a Evangelina — vedrai che verrà a Milano. - -— E vorrà vedere da vicino il pretendente, non vi è ombra di dubbio. - -Venne infatti, e parve che avessimo indovinato tutte le sue intenzioni, -perchè, penetrando in casa all'improvviso, era splendente ed irrequieto -come un fuoco d'artifizio, e la sua prima domanda fu: - -— Dov'è? - -Credevamo che parlasse del signor De' Liberi, egli invece voleva vedere -Laurina, e quando seppe che fino alle due era sempre a scuola, ripetè -con una meraviglia ingenua: - -— A scuola! È in età da marito e me la mandate ancora a scuola! - -Si avvicinò alla finestra per vedere se per caso Laura attraversasse -in quel punto il cortile tornando a casa; poi guardò l'orologio senza -veder l'ora, poi lo guardò un'altra volta per veder l'ora, e finalmente -disse: - -— E come sta Augusto? Benone; mi ha scritto anche l'altro ieri; — però -studia troppo, si vuole ammazzare quel povero ragazzo... Che bisogno -vi è di studiare tanto per far gli esami? Io glie lo raccomando sempre; -gli esami si fanno come si può, si passa a scappellotto, poi si diventa -avvocati famosi. - -Mi pose una mano sull'omero per avvertirmi che parlava per celia, e -proseguì: - -— La vostra lettera mi ha fatto venire una magnifica idea; quella -ragazza non bisogna più mandarla a scuola, è ora di darle marito... -anzi, mi meraviglio di non avervi pensato prima. - -— Volevi darle marito a quindici anni? - -— Darglielo è un conto, pensarvi è un altro; mi pare che se avessi -pensato a questo per cacciar la malinconia... - -— Hai la malinconia tu? — chiesi con accento incredulo. - -Egli alzò una mano e cominciò solennemente: - -— Ragazzo mio... - -Ma si pentì subito, e finì la frase in una risatina, fra le braccia di -sua figlia. - -— E che cosa fa Laurina a scuola? - -— Studia... - -— L'arte di far felice il nonno gliela insegnano a scuola? Quelle -letterine francesi che mi manda le scrive a scuola? Sa la storia, sa -sonare il pianoforte, sa far di conto... che altro studia? - -— Le ragazze d'oggi devono sapere la storia naturale, la fisica, la -geometria, la chimica, il tedesco e qualcos'altro... - -Egli alzò gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio di quanto -stava per dire, e disse un'eresia. Disse, il cielo glielo perdoni, -disse che per mettere al mondo dei figliuoli le ragazze non hanno -bisogno di sapere la chimica. - -Non ci domandava conto del signor De' Liberi, ed io, impaziente di -veder mio suocero in preda alle convulsioni dell'ilarità, fui il primo -a mettergli innanzi quell'argomento saporito. - -— E il signor De' Liberi? Non dimentichiamo il signor De' Liberi. - -Immaginavo d'essere interrotto da uno scoppio di buon umore; ma siccome -mio suocero sembrava aspettare la spiegazione del mio accento beffardo, -mi toccò soggiungere: - -— Ah! quanto ne abbiamo riso! - -— È ritornato? — domandò senza ridere. - -— Ancora no, e mi stupisce; alla sua età non si ha tempo da buttar -via... - -Mio suocero fu pronto a interrompermi. - -— Quanti anni ha? - -— Te l'abbiamo scritto, cinquantacinque sonati. - -Egli mi guardò in faccia e sentenziò severamente: - -— A cinquantacinque anni si è ancora giovani; a quaranta qualche volta -si è ancora ragazzi. - -— E a sedici? - -— A sedici anni — prosegui il vecchio rasserenato e sorridente — a -sedici anni si è bambine o si è donnine, secondo i casi. Laura, per -esempio, è una donnina e bisognerà darle marito presto. - -— Diamole il signor De' Liberi! — insinuai. - -— Lascia stare il signor De' Liberi; che cosa ti ha fatto il signor De' -Liberi? - -— Mi ha chiesto Laurina in moglie, ed io propongo di contentarlo; egli -è ancor giovane, è nel fiore de' suoi cinquantacinque anni sonati... la -sproporzione d'età non gli fa paura... - -— È la sproporzione d'età che lo attira — mormorò mio suocero come -rispondendo a sè stesso — è l'infanzia che ci attira tutti; quando i -nostri capelli cominciano a incanutire, sono le larve della gioventù e -dell'amore che... - -Ci voleva un po' di silenzio in coda a questa reticenza filosofica, ma -noi forse ne mettemmo troppa, perchè il vecchietto si scosse, ci guardò -in faccia, e questa volta ridendo in modo esuberante, dichiarò che se -le ragazze a sedici anni sono la vera e propria calamita della gente -calva o canuta, uno che sotto la calvizie o la canizie conservi almeno -un dito di cervello deve farsi forza e resistere; e che il signor De' -Liberi era un asino calzato e vestito se pigliava un istinto per un -bisogno e la propria debolezza per la propria forza. - -— Però s'ha a compatirlo — si affrettò a soggiungere... — e levarcelo -dai piedi con garbo. Me ne incarico io, purchè... - -Ogni tanto gettava un'occhiata in cortile, attraverso i vetri; a un -tratto s'interruppe e passò un raggio di luce sulla sua faccia. - -— Eccola! — mormorò appoggiando il viso alla vetrata... — quanto è -cresciuta! quanto è bella! Ma chi è quel signore che l'accompagna? - -— È lui — esclamai picchiando il vetro colla fronte. - -Era il signor De' Liberi! Sempre saltellante e disinvolto, e -accompagnato sempre dalla sua musica, che attraversava i vetri e -giungeva fino a noi, egli camminava accanto a mia figlia, la quale -non sospettando la perfidia in un uomo di quell'età, gli fissava -in volto gli occhi innocenti, mentre egli le diceva... Che cosa mai -le diceva?... E la fantesca? Stupida creatura! Eccola là che arriva -tranquillamente in ritardo, dando un'ultima occhiata e buttando un -ultimo pezzo di dialogo al portinaio. - -Un momento dopo Laura venne di corsa a portarmi una carezza, a mezza -strada vide il nonno che aspettava a braccia aperte, sviò e fu prima da -lui. - -— Ci è di là un signore... vecchio — disse quando potè uscire -dall'amplesso. - -— Chi è quel signore _vecchio_? Che cosa ti diceva? Come mai ti seguiva? - -— È quello stesso che abbiamo visto insieme nei giardini, te ne -ricordi? quello che porta gli stivali canterini... Ieri uscendo da -scuola lo incontrai per via e mi salutò, oggi pure, per combinazione -veniva da te... Montiamo nell'_omnibus_ e monta anch'egli; ci troviamo -a sedere dirimpetto... — La signorina Placidi? — mi domanda. — Sì, -signore — rispondo. — Ho fatto male? - -— No, no, tira via... - -— Conosco il babbo — prosegue lui; — lo vado appunto a trovare; crede -che sarà in casa a quest'ora? — Credo di sì — rispondo. — Poi l'omnibus -si ferma, egli scende, m'aiuta a scendere e lascia che Margherita -faccia da sè. E ora è là che ti aspetta per parlarti di un negozio -importante. - -— Come lo sai? - -— Me l'ha detto lui che ha un negozio importante con te; mi sembra un -po' chiaccherino quel signore e anche un po' curioso; voleva sapere se -vado volentieri a scuola... Nel salutarmi mi ha detto di conservarmi -_sempre così_... Sempre così... come? - -Mio suocero non istette ad ascoltare altro, e s'avviò incontro al -signor De' Liberi; io, temendo che ne facesse scempio, gli venni -dietro. - - -V. - -Non si sgominò niente affatto vedendo comparire due persone invece -d'una; ci accolse con un inchino, con un sorriso, e appena fu a tiro, -s'impadronì della mia mano. - -— Mio suocero — cominciai a dire... - -— Il nonno! — esclamò egli — l'avrei indovinato; è il suo ritratto! - -Con questa bugia enorme egli metteva fuor di combattimento un -avversario, ma inaspriva l'altro; perciò soggiunse, rivolgendosi a me: - -— È strano che uno possa somigliare a molte persone, che poi fra loro -non hanno ombra di somiglianza. - -Io ammisi concisamente che era strano, e pregai il signor De' Liberi di -mettersi a sedere. - -— Il signore — dissi parlando a mio suocero, con l'aria d'informarlo -per la prima volta — il signore ci ha fatto l'onore di chiedere la mano -di Laurina. - -Era inutile proseguire perchè mio suocero, ancora gongolante della -sua somiglianza strana con mia figlia, faceva intendere col capo e col -sorriso che sapeva tutto, e che era disposto a compatire ogni cosa. - -— Vengo per la risposta — disse il signor De' Liberi, rivolgendosi -addirittura al nonno. - -— La risposta... — balbettò il pover'uomo imbarazzatissimo nel -dover dare un'afflizione in cambio di una lusinga; — la risposta -non deve offenderla... Noi comprendiamo... io capisco benissimo e so -compatire... alla nostra età... lo dicevo poc'anzi con mio genero... -l'infanzia ci attira... - -Il signor De' Liberi pareva in un'angustia grande; gli era penetrata -una spina in una parte molto sensibile... non poteva star fermo... - -— Scusi... — diceva; ma mio suocero non era uomo da lasciarsi -interrompere al momento di prendere il filo. - -— Scusi lei... — ribatteva: — Laura è proprio una ragazza, sebbene -paia una donnina a vederla, non è possibile pensare a questo matrimonio -sul serio. Si figuri un po' l'avvenire; pochi anni ancora e noi saremo -vecchi quando Laura... - -Questa volta il signor De' Liberi non potè resistere. - -— Quanti anni ha il signore? - -— Capisco che cosa vuol dire — rispose mio suocero; — ho infatti -qualche anno più di lei; ma questo non fa nulla; non siamo ancora -vecchi nè io nè lei, ma abbiamo intenzione di invecchiare; almeno io ce -l'ho... - -— Ce l'ho anch'io, ma col tempo... mentre lei, mi scusi... - -— Io... scusi... alle ragazze di sedici anni ho rinunziato da un pezzo, -e se dà retta a me, deve rinunziare anche lei. - -Mio suocero, dicendo queste parole, non somigliava niente affatto -a Laurina; aveva messo nella voce un piccolo tremito d'impertinenza -garbata, e gli lucevano gli occhi nella cornice ispida di peli bianchi. -Il signor De' Liberi fu impassibile. - -— Vi rinunzio — disse con sussiego impagabile; — aspetterò che ne abbia -venti. - -Mio suocero ed io ci guardammo esterrefatti da quella minaccia; poi -ridemmo senza pigliarci soggezione. Rise anche il signor De' Liberi, ma -solo per farci smettere, poi proseguì: - -— E siccome sono un galantuomo, oso sperare che il signor avvocato non -mi vorrà chiudere le porte di casa sua come a un monello o a un nemico. - -Che cosa rispondergli? Che al contrario le sue visite ci avrebbero -sempre fatto piacere... - -— Grazie — disse egli rizzandosi da sedere; — un'altra volta la -pregherò di presentarmi alla sua signora; ora me ne vado... - -— Creda pure — entrò a dire mio suocero interamente placato. - -— Creda... — dissi io. - -— Credano — disse lui — non mi dispero mai, perchè so aspettare. - -— L'avvenire è di chi aspetta — sentenziò mio suocero. - -— A ben rivederla. - -— A ben rivederli. — Infilò l'uscio, e seguìto da noi, attraversò le -stanze senza voltarsi; sulla porta d'ingresso fece un ultimo inchino e -sparve. - -Un momento dopo attraversava il cortile a passo di conquista, e -sollevava gli occhi alla finestra, forse con la speranza di vedere la -piccola dama de' suoi pensieri. Ci ritirammo in fretta per non farci -scorgere; ed io, lasciando spenzolare le braccia dinanzi a mio suocero -che mi stava a guardare a bocca aperta: - -— Mia figlia è condannata — dissi. — Non ho più speranza di salvarla. - -— Che cosa dici mai? - -— Dico che quell'uomo è capace di aspettare quattro anni e di -sposarsela; è il destino che lo vuole. - -Un po' del mio timore superstizioso era penetrato nell'animo del povero -nonno. - -— Vedremo anche questa — diceva. — È impossibile che Laurina stia -quattro anni ancora senza trovar marito. Gliene troveremo uno, bisogna -trovargliene uno subito... io ti aiuterò. - -— Stando a Monza! - -— Che credi? Se appena appena mi tenti, sono capace di piantare la -filanda per cacciarmi in casa tua come un invalido... Mi vuoi? - -— Vieni — esclamai solennemente — vieni a ripetere queste parole in -faccia a tua figlia e a tua nipote. - -Io lo trascinai meco, ed egli lasciò fare ridendo. - - -VI. - -A forza d'invocare la parola data e di ripetere che l'uomo deve a -sè stesso, non già nella vecchiaia, ma prima, un po' di riposo nel -seno della propria famiglia, mio suocero si indusse a scrivere al -suo ragioniere, affidandogli l'incarico di assestare ogni cosa e di -affittare o vendere la filanda; e al momento di abbandonarmi la lettera -preziosa perchè io pensassi ad avviarla a Monza, egli prima vi mandò -un gran sospiro, poi mi spiattellò in viso che tutte le mie insistenze -e tutte le moine di sua figlia e la stessa parola che gli era sfuggita -non gli avrebbero impedito di andarsene se non fosse stato di... - -— Di Laurina? - -— No d'un'idea, d'un capriccio che m'è venuto. - -Non volle dir altro e parve accomodarsi con sufficiente rassegnazione -alla nuova vita. Però la sera di quel medesimo giorno mi disse: - -— È strano; mi sembra un anno che ho rinunciato alla filanda, non -ho mai sentito come ora il bisogno di andarmene... non dubitare, -rimango... non per te, sai? non per voi altri, ma perchè sono un -egoista, un impertinente, uno sfacciato... - -Non capivo nulla, ed egli pigliava gusto a confondermi sempre più il -cervello. - -— Mi diranno incontentabile, lo dicano, sono fatto così e non mi sono -fatto io. Ho un'idea ardita — ripeteva — e non te la voglio dire. - -Aveva invece una gran voglia di dirmela, ma quella era un'idea così -ardita, ch'egli stentava a esprimerla ad alta voce per timore d'essere -castigato. - -Quando meno vi pensavo, rompendo un altro filo di ciancie che pareva -dovesse durare un gran pezzo, mio suocero mi fermò, fermandosi, e con -voce malsicura: - -— Te lo voglio proprio dire — disse — te lo voglio proprio dire quello -che mi sono messo in capo: dar marito, il più presto possibile, alla -mia Laurina. - -— Sapevamcelo! — esclamai. - -Egli mi diede un'occhiata compassionevole e soggiunse maliziosamente, -senza badare all'interruzione: - -— Darle marito perchè ti faccia presto nonno. Tu non sai cosa sia -essere nonno e non te ne puoi fare un'idea. - -— Grazie — gli dissi con falsa solennità; — la tua premura mi commuove, -io non ho fretta. - -— Se non l'hai tu, l'ho ben io. - -— Tu sei già nonno; che te ne importa? - -Ma la luce che era sulla faccia gongolante del povero vecchio, illuminò -il mio cervello: il gran segreto mi fu svelato. - -— Bisnonno! — esclamai. - -— Bisnonno — disse abbassando la voce — voglio essere bisnonno, sono -forse ancora in tempo, e Laurina non è capace di farmi penare. - -Quando questa idea fu entrata nel cervello di mio suocero l'occupò -tutto, e vi regnò dispoticamente, mattina, sera e parte della notte. -Gli venivano da Monza notizie incerte e contraddittorie sulla filanda -che lo aveva tenuto prigioniero tutta la vita; il compratore non si -trovava; il compratore era trovato; il compratore era pentito. E mio -suocero rimaneva impassibile e sicuro del fatto suo. - -— So già come andrà a finire — diceva — il compratore c'è, ma tarda -a farsi innanzi per spendere meglio il suo denaro; all'ultimo momento -arriverà di corsa; intanto... diamo marito a Laurina. - -— Non ha che sedici anni — osservava mia moglie. - -— Compiti, quasi diciassette; tu non ti sei forse maritata a -diciassette anni? - -— Scusa babbo, ne avevo quasi diciotto. - -— Non gli avevi compiti. Vediamo, che vita fate voi altri? Non avete -una sera di ricevimento? Non andate in qualche casa dove Laurina possa -farsi vedere? - -— Andiamo in casa del Cavaliere... - -— E che si fa dal Cavaliere? - -— Si discorre, si giuoca, si suona il pianoforte. - -— Laurina sonerà a quattro mani; io starò attento a voltar le pagine... -E quando si va in casa del Cavaliere? - -— La casa del Cavaliere è aperta ogni giorno. - -— In casa del Cavaliere — proseguì Evangelina — si trova sempre la -mensa imbandita, una chicchera di caffè, un bicchiere di birra e uno di -rosolio. - -— Le ragazze vi trovano marito? - -— Qualche volta sì... - -— Mi farai conoscere il Cavaliere — conchiuse mio suocero gravemente. - -La casa del Cavaliere, come la chiamavano per abbreviazione, era -veramente la casa degli amici, di cui si notava una straordinaria -affluenza in tutte le stagioni dell'anno. - -Il proprietario era a quel tempo un bel vecchietto di sessantacinque -anni, senza un pelo di barba sulla faccia rifiorita; aveva avuto in -passato un solo nemico, una malattia di nervi, che gli aveva dato -battaglia assidua senza riescire a fargli perdere la cordialità con gli -uomini e la galanteria con le signore. E la cordialità e la galanteria -avevano in lui strane esigenze. Andarsi a sedere nel posto più -infelice, dare il braccio alle due signore più vecchie e affliggersi di -non poter rimorchiare la terza nei passi difficili, mettersi addosso, -sotto il sole di luglio, gli scialli di tutta una comitiva di donnine -timorate della costipazione, offrirsi primo a far le strade più -disastrose per portare una notizia, scrivere calligraficamente dieci -lettere di quattro pagine per raccomandare una persona ignota senza -dar fastidio a dieci conoscenze. Tutte queste e altre simili imprese -erano il suo pane quotidiano. Vi ringraziava se gli davate una piccola -noia; se gliela davate grande, ve ne serbava una gratitudine eterna. -Sacrificarsi per il prossimo era la sua ambizione, se pure non era il -suo destino, se pure non era la sua condanna. Glielo dissi una notte -che, dopo essergli andato incontro alla stazione, egli non aveva avuto -pace finchè non gli era riuscito di accompagnar me fino all'uscio di -casa mia. - -— Cavaliere — gli dissi — lei espia qualche colpa orrenda; in un'altra -vita, Dio sa quante me ne ha fatte vedere! Ma a quest'ora le ho -perdonato. - -Era dunque in casa del Cavaliere che mio suocero si proponeva di -trovare il marito di Laurina. - - -VII. - -Il mercoledì successivo era giorno di gala per il Cavaliere. La -notte prima, all'ora di entrare in letto, un telegramma era venuto a -dirgli che il colonnello Ipsilonne, antico compagno d'armi che egli -credeva morto nella battaglia di Novara, sarebbe arrivato all'una dopo -mezzanotte per ripartire all'alba. - -Bisognava andargli incontro alla stazione perchè il colonnello -Ipsilonne lo diceva chiaro, in quel linguaggio telegrafico che ha -tanta somiglianza col linguaggio disciplinare del reggimento: «trovati -alla stazione». E poi sapere che quel povero Colonnello scampato -alla mitraglia passava tre o quattro ore in una sala d'aspetto, che -doveva essere stanco, forse annoiato, forse pieno di sonno, sapere -tutto questo e rimanersene nel proprio letto e non vegliare e non -annoiarsi egli pure, sarebbe stato un egoismo feroce, degno della -sua vita passata, e il Cavaliere, ritornando al mondo, aveva promesso -solennemente, al Padre Eterno, di emendarsi. - -Era adunque andato alla stazione ed aveva trovato l'antico compagno -d'armi in gran collera contro l'Amministrazione delle strade ferrate, -per un involto che si era perduto; al Cavaliere era riuscito di placare -il Colonnello, di trovare l'involto e di incaricarsi a farlo pervenire -al suo recapito; poi egli aveva cenato, senza averne voglia, al caffè -della stazione, pagando lui. Insomma aveva passato una bellissima -notte. - -Spuntava il sole del mercoledì quando il Cavaliere se ne tornava a -casa beato. Non si fregava le mani perchè le aveva occupate tutte due -da quell'involto birbone, causa di tanta collera e di tante fatiche, -non essendosi trovato, a quell'ora mattutina, altro che un cocchiere -il quale dormiva a cassetta così profondamente che sarebbe stato una -crudeltà svegliarlo. - -Dunque quel giorno il Cavaliere era beato; veramente, per una di quelle -inesplicabili contraddizioni a cui cedono anche le nature più generose, -egli si provava a farci credere che mandava al diavolo il Colonnello; -ma il sorriso lo tradiva, e gli si leggeva benissimo in faccia l'intima -compiacenza di aver perduta la notte. - -Erano tutti là, i fedeli frequentatori della casa comune del -Cavaliere. Si trovavano benone ed accorrevano dai quattro punti -cardinali, sfidando ogni sorta d'intemperie, se ne andavano intorno -alla mezzanotte, e il Cavaliere li accompagnava fin sulla strada per -ringraziarli un'ultima volta dell'incomodo che si erano preso. - -La padrona di casa aiutava con molto garbo il Cavaliere suo marito a -compiere la missione che gli era stata affidata in terra, sopportando -con disinvoltura la propria porzione di noie. - -Erano dunque tutti là; il vecchio maggiore giubilato, dando alla -comitiva ordini e contrordini che il solo cavaliere eseguiva per tutti; -l'avvocato M., mio buon collega, conosciuto in tribunale per la sua -eloquenza non meno che per la sua pancia; Arturo, il bello, giovine -impiegato d'ordine, che aveva di sè un altissimo concetto; il signore -A, la signora B, il conte C, e le altre lettere dell'alfabeto. - -Mio suocero fece prima straordinariamente lieto il padrone di casa, -poi fu condotto in giro a dichiararsi anche lui lietissimo di far la -conoscenza degli altri, e, dopo questa iniziazione, trovandosi libero -di fare il suo comodo, cioè d'andarsene a spasso in giardino o in -sala da pranzo a fare una fumatina, egli si sdraiò in un seggiolone a -dondolo e cominciò l'esame dei giovani, senza perder d'occhio Laurina -la quale se ne stava accanto al pianoforte, in un crocchio di fanciulle -dell'età sua, che sfogliavano della musica, minacciandoci di molte -sonate a quattro mani. - -Ogni tanto il mio vecchietto mi chiamava per chiedermi: - -— Chi è quel giovane alto e biondo, con l'occhialetto a sghimbescio, -che volta le spalle alle ragazze? - -— È il bell'Arturo; viene qui regolarmente per farsi rapire, ma queste -povere ragazze non hanno ancora abbastanza coraggio per un'impresa -simile. - -— E quell'altro che legge, chi è? - -— È il signor Paolo, un buon figliuolo; viene qui a leggere la gazzetta -sotto la protezione della mamma; così almeno una volta alla settimana è -informato di quanto accade nel mondo. - -— E gli altri sei giorni? - -— Studia, dipinge, suona e se ne vergogna; temo che faccia dei versi, -ma non ne sono sicuro. - -— Bisognerà domandarglielo. - -— Guardatene bene; spirerebbe ai tuoi piedi... - -— E perchè viene? - -— Perchè ci viene sua madre, quella vecchietta che trema in -quell'angolo. - -— Non mi piacciono i timidi — brontolava mio suocero, e ripigliava a -guardare di qua e di là... - -A un tratto nel vano dell'uscio, in fondo alla sala, apparve agli occhi -nostri una visione... - -— Il signor De' Liberi — balbettai. - -Egli si fece innanzi, ci passò rasente, fingendo di non vederci, mosse -incontro alla padrona di casa, sempre seguìto dal Cavaliere, si fece -presentare alle signore, salutò con sussiego i signori, e, passando -dinanzi al crocchio di fanciulle, mi parve che gettasse un'occhiata -come si getta un laccio quando ci si ha molta pratica. Allora qualcuno -sospirò dentro di me: «L'ha presa!». - -Mio suocero ed io ci guardavamo negli occhi. - -Il signor De' Liberi, che perseguitava mia figlia fin fra le pareti -della casa del Cavaliere, pareva a tutti e due uno di quei personaggi -fatali che frequentano i vecchi romanzi. - -Ma come mai quell'uomo era riuscito a penetrare nella casa dell'amico -nostro? - -La spiegazione che ne ebbi dal Cavaliere doveva empirmi di -superstizioso terrore, perchè si faceva chiaro che un destino -rimbambito favoriva i disegni del vecchio innamorato. Pensate: -l'involto, il pernicioso involto che il Cavaliere aveva portato con le -sue proprie mani, per incarico del colonnello Ipsilonne, era diretto -appunto al signor Libero De' Liberi! - -Non potendo tardare un minuto a compiere il mandato — (egli diceva: -«volendo sbarazzarsi della seccatura») — il Cavaliere era andato a -quell'ora mattutina fino alla porta di casa De' Liberi, e colà aveva -lasciato nelle mani del portinaio l'involto, un biglietto di visita -ed una piccola bugia scritta con la matita: «Il Cavaliere Tal dei tali -manda da parte del colonnello Ipsilonne». - -Il signor Libero De' Liberi, che sapeva il fatto suo, si avviò, dopo -il mezzodì, a casa del Cavaliere col pretesto di ringraziarlo; e parlò -dell'avvocato Placidi come d'una vecchia conoscenza. - -— Gli amici dei nostri amici... — cominciò il Cavaliere incalzato dal -suo destino e dal mio. - -Il signor De' Liberi l'aiutò a stiracchiare con grazia il vecchio -proverbio... e si fece invitare ai famosi mercoledì. - -Il resto si capisce. Per non perder tempo, l'ardito vecchio cominciava -dalla stessa sera. - -Bisognava vederlo, il signor De' Liberi, per farsi un'idea della sua -faccia tosta! Un'ora dopo il suo ingresso aveva stretto un'altra volta -la mano a tutte le signore, senza scontentare gli uomini. - -Aveva la barzelletta pronta, un repertorio di aneddoti e di sciarade, e -il caro dono di quel bizzarro seriume che fa ridere tanto. - -Tutta quella gente, che non lo aveva ancora visto in faccia alla luce -del sole, era pronta ad aprirgli il proprio cuore. - -Egli trionfava modestamente, ed io, che lo teneva d'occhio, lo vidi, -più d'una volta, raccogliere con un sorriso gli omaggi della comitiva -e deporli, con un'occhiata, ai piedi di mia figlia, che non si avvedeva -di nulla. - -Le ragazze intanto avevano lasciato il pianoforte per vedere i giuochi -di prestigio, e chi faceva i giuochi di prestigio era sempre lui, il -signor De' Liberi. - -Ma il pianoforte non perdona; a un tratto fece udire un accordo -secco. Era il bell'Arturo che si lagnava dell'abbandono in cui veniva -lasciato. Allora il signor Paolo gli venne accanto: - -— Suoni qualche cosa lei — gli disse l'altro. - -Il signor Paolo sonare innanzi a tanta gente! Questa idea mostruosa gli -fece paura, volle fuggire, ed ecco il drappello di fanciulle che alla -nota voce del pianoforte accorre e lo circonda. - -Qualcuna ha udito le parole del bell'Arturo e ripete: - -— Sì, signor Paolo, suoni qualche cosa! - -Ahi! Povero signor Paolo! - -Egli si guarda intorno smarrito, non vuol dire di sì, non può dire di -no, è preso, è spinto, è messo a sedere, e le sue dita strappano dalla -tastiera l'accordo della disperazione. - -— In si bemolle! — esclama una voce. - -Mi volto, ci voltiamo tutti: è il signor De' Liberi. - -Egli si alza, fa il giro dell'ampia tavola da giuoco e, col pretesto -di mettersi alle spalle dell'infelice pianista, si spinge in mezzo alle -ragazze fino al fianco di mia figlia. - -Il signor Paolo non ode più nulla; suona un galoppo vertiginoso, -come per istordirsi, suona a capo basso, guardando sotterra; e suona -benissimo. - -Poi si alza e fugge senza raccogliere gli applausi. - -— Un pezzo a quattro mani! — raccomanda la padrona di casa. - -Ma la modestia è contagiosa e nessuna delle ragazze si vuol cimentare. -Allora il signor De' Liberi si volge a mia figlia e, pigliandola per -mano: - -— Lo soneremo noi un pezzo a quattro mani, non è vero signorina? - -Evangelina, disgraziata!, ride. - -Mio suocero ed io, invece, saltiamo in piedi tutti due. La vecchia -volpe incomincia a farci paura sul serio. - - -VIII. - -Il signor De' Liberi, sia fatta giustizia, attaccò con grande -sicurezza, e perchè la mia figliuola, alquanto sbigottita in principio, -toccò un bemolle che non era in chiave, egli le disse che andava -benissimo, ma che in chiave non v'erano che quattro bemolli. Dopo -di che camminarono di conserva entrambi, senza alcun intoppo, fino -all'ultima battuta. - -Fu un subisso d'applausi, di cui il vecchio mariuolo non volle -pigliare la porzione che gli spettava per farne omaggio a mia figlia, -aggiungendovi anzi i propri battimani tranquilli. - -Avvenne poi un rimescolìo di persone, durante il quale mia figlia si -trovò respinta dal pianoforte per lasciare il posto a tre signorine -impazienti di sonare a quattro mani. Si udì appena, appena: - -— Sonate voi altre... - -— No, voialtre. - -E quella che si era tirata alquanto indietro per aggiungere un po' di -mimica modesta alle proprie parole, fu subito lasciata in disparte. - -Le due povere ragazze sonarono, sonarono bene, sonarono anche forte -per vincere il chiasso delle ciancie, ma tanto tanto nessuno le udì, -tranne, forse, la terza signorina la quale era rimasta in piedi alle -loro spalle, e, voltando le pagine, misurava la distanza che separava -le amiche dall'ultima battuta. - -Il Cavaliere dichiarava il signor De' Liberi un pianista di prima -forza, e il signor De' Liberi rifiutava quest'onore dicendo che tutto -il merito era di mia figlia; che quanto a lui da più di un anno non -toccava un pianoforte — (Doppio merito!» osservava giustamente il -Cavaliere); — che quando si fa la vita disordinata dello scapolo non -si trova tempo a nulla, e non ci vuole meno di una piccola maliarda -per stimolare l'estro artistico (io gli scagliai un piccolo fulmine, ma -egli guardava Laurina che era distratta); che del resto si proponeva di -risvegliare il proprio pianoforte più tardi. - -Dicendo le ultime parole mi guardava; io guardai lui fissamente e -gli dissi alla muta no; egli resse all'urto e ripetè sì, poi cercò lo -sguardo di Laurina. - -— Va a correre in giardino se n'hai voglia — dissi a mia figlia — ed -essa vi andò, ma senza correre. - -Subito il signor De' Liberi troncò le ciancie, prese a braccetto il -padrone di casa e lo trasse in giardino. - -Si udirono benissimo gli accordi del pezzo a quattro mani che giungeva -al termine; grandi applausi che le due signorine fecero benone a non -raccogliere, poi silenzio. - -E uno uscì a dire all'improvviso: - -— Che persona simpatica quel signor de' Liberi! - -— Quanti anni avrà? — chiese un altro. - -— Cinquantacinque soltanto — risposi malignamente. - -— Ne dimostra sessanta! — esclamò una voce vendicativa. - -Era il bell'Arturo, che parlava per la prima volta; ma con poca -fortuna, perchè tutte le signore e le signorine rimaste in sala -protestarono in coro che era una calunnia, che il signor De' Liberi non -dimostrava più di cinquant'anni, anzi meno, non più di quarantacinque, -anzi meno. - - * - * * - -Dopo il trionfo di quella sera, il signor De' Liberi diventò uno dei -più assidui in casa del Cavaliere. Era là il suo palcoscenico, dove -egli metteva in mostra tutti i suoi talenti a uno a uno, senza mai -tradire la smania impaziente che guasta tante belle imprese terrene. - -Egli imitava i varii rumori della sega, lo sbuffare accelerato d'una -locomotiva e il canto del gallo con tanta perfezione da ingannare -gl'inquilini del pollaio: e quando, dopo essere stati tutti zitti ad -ascoltare, giungeva da lontano, nel silenzio della notte, la risposta -d'un galletto corbellato, e si usciva a ridere in coro, il signor De' -Liberi si faceva serio per dichiarare che non voleva darci noia. - -Invano le fanciulle, le signore e noi stessi, sì noi stessi, compreso -mio suocero, lo scongiuravamo di fare ancora il temporale cogli occhi, -o il fuoco d'artifizio con la bocca e con le braccia; egli si schermiva -con arte sopraffina, e cambiava discorso. - -In sostanza quell'ultimo arrivato era già l'anima dei mercoledì del -Cavaliere; l'ombra sua non solamente oscurò, ma cancellò perfino dalla -memoria d'un tempo divenuto rapidamente antico le sembianze di un paio -di burloni di seconda e di terza qualità, che tante volte erano stati -i soli a ridere delle proprie celie. Costoro continuavano a venire per -forza d'inerzia, ma si erano fatti singolarmente gravi tutti e due, e -per istinto si andavano a sedere l'uno accanto l'altro; così quando il -signor De' Liberi ne faceva una delle sue, si provavano invano a star -serii, puntellandosi a vicenda; in ultimo bisognava che ridessero anche -loro. - -Naturalmente, come aveva subito approfittato della licenza scroccatami -per venire a far visita «alla mia signora,» così approfittò della -domestichezza nata e cresciuta in casa del Cavaliere per trapiantarla -in casa mia. Egli fece questo con tutte le cautele che richiedeva una -pianticella neonata, preparandole prima il terreno e dandole poi un -tutore robusto, mio suocero; così dopo alcuni giorni si potè vantare in -faccia mia che la nostra amicizia saprebbe sfidare le tempeste. - -Niente di male, dico io, purchè avesse rinunziato a ogni pazza idea -sopra mia figlia. Ma no, egli abusava dell'ospitalità e dell'amicizia -per insinuarsi perfidamente nell'animo di Laurina, la quale rideva ad -ogni parola di lui, e cominciava a trovare che egli tardava sempre a -venire e che se ne andava troppo presto. - -Però facciamogli giustizia: se il signor De' Liberi s'industriava per -piacere a mia figlia, se qualche volta, in presenza di tutti noi, le -dichiarava con accento scherzoso che era innamorato di lei e che la -voleva sposare, non gli uscì mai di bocca una parola che la nostra -Laura potesse pigliare sul serio. Il suo disegno, che parrà per lo -meno ardito, se a me pareva impertinente, era questo: «innamorare la -fanciulla dei suoi pensieri, indurla a non poter vivere senza di lui, -costringere i genitori ed il nonno a buttargliela nelle braccia per -disperazione». - -Per riuscire a ciò, egli curava e variava molto gli abiti, dalle cui -maniche faceva uscire quattro buone dita di polsini insaldati e lucidi, -si radeva ogni mattina e si faceva pettinare dal parrucchiere. Così -accomodato, a me pareva una rovina, ed avrei gridato a mia figlia: -«guardati!» — ma all'occhio inesperto d'una fanciulla che cosa -sembrava? - -Faceva anche qualche cosa di peggio, l'amico De' Liberi, per -guadagnarsi la sposa: screditava la gioventù, metteva in burletta i -giovani. - -Seguendo a dritto filo una delle sue teoriche, si arrivava a questa -conclusione che, passata la infanzia, noi attraversiamo gli anni in -una specie di sonnambulismo erotico, per risvegliarci, intorno ai -cinquantacinque sonati, maturi per _l'amore_. - -La sua dottrina insegnava ancora che i giovani d'oggi sono guasti, sono -frolli, sono scontenti e corrono incontro al suicidio. - -— Vi vadano soli! — esclamava: — le ragazze di buona famiglia -dovrebbero rifiutarsi di accompagnarli! - -E perchè i colpi astratti non gli sembravano abbastanza sicuri, egli -pigliava ad uno ad uno i giovanotti che frequentavano la casa del -Cavaliere e la mia, e con un'industria felicissima ne scopriva le -debolezze, le imitava, esagerandole, e ci faceva ridere alle loro -spalle. Diceva, per esempio, del signor Paolo: - -— Gran bravo giovane! ottimo cuore, bell'ingegno... un po' timido; — e -dicendo queste parole, i gesti serrati alla persona, l'accento dimesso, -il sorriso che chiedeva misericordia e perfino gli occhi del signor De' -Liberi erano quelli del signor Paolo tali e quali. - -La volpe astuta spacciava così i suoi avversari col ridicolo, senza -ricorrere alla maldicenza. - -Intanto passavano i mesi, e mariti non se ne presentavano. Mia figlia, -per quello che mi pareva, si veniva facendo sempre più belloccia; -andava a genio a molti, non dispiaceva a nessuno, e tutto ciò -inutilmente. - -Se non fosse stato di mio suocero, il quale perdeva la pazienza, e -del signor De' Liberi che non la perdeva, i diciassette anni di Laura -avrebbero fatto tranquillo me, come facevano tranquilla sua madre; ma -con quei due vecchi al fianco, il problema d'un marito a mia figlia -cominciava ad inquietarmi. - -Talora vi pensavo non senza terrore; e per avere il diritto di -scusarmi agli occhi miei di una inquietudine intempestiva, cominciava -dall'accusare tutti i padri dell'universo mondo per la trascuranza che -mettono nel ricercare a tempo un buon marito alle loro figliuole. - -Non erano poche le ragazze di mia conoscenza che non avevano trovato -marito. Mi venivano dinanzi a una a una: la rassegnata, l'inquieta, -l'irascibile, l'ascetica e la sentimentale; le bionde, tutte troppo -magre o troppo grasse; le brune col labbro e col mento ornato da una -peluria maligna. Un tempo erano state belloccie anch'esse, alcune -bellissime e ricche; ed avevano tutte indistintamente fatto per lunghi -anni le scale del pianoforte senza arrivare a nulla. - -«Povera e bruna Laurina, se ti dovesse toccare la stessa sorte!» - -Fatti audaci dalla nuova debolezza, tutti i nemici della mia felicità, -nemici vecchi e codardi che avevo sbaragliato lavorando ed amando, mi -mostravano il pugno da lontano. - -«Tu non sei più giovane, gridavano, tu non sei più robusto come una -volta; già le tue digestioni sono lente, la tua vista si è indebolita -e il tuo sistema nervoso è offeso; tu stai morendo a bocconcini; un -giorno te ne andrai del tutto, ma consolati, ti faremo un bel funerale, -v'interverrà tutto il foro milanese». - -Quando l'idea della mia prossima fine mi perseguitava, facendomi vedere -la mia creatura sola nel mondo, senza una casa sua, senza un amore -suo, mi accadeva d'invidiare il forte signor De' Liberi, il quale, con -quindici anni più di me sulle spalle, se la rideva, sicuro di arrivare -all'ottantina. - -— È tutt'uno — dicevo — ha una magnifica fibra. - -— Peccato che non abbia dieci anni di meno! — sospirava mio suocero. - -— Dieci anni di meno, ti pare che basterebbero? Ce ne vorrebbero almeno -venti. - -Era quella la mia convinzione, che le dottrine del vecchietto ardito -venivan scrollando a poco a poco. - - * - * * - -Il tempo passa e il Signor De' Liberi invecchia; sì, invecchia; non -ostante il pettine, il rasoio e i polsini inamidati; a dispetto del -sarto, del parrucchiere, del dentista; checchè egli faccia e dica, -cammini o salti, o lampeggi con gli occhi nelle collere d'un temporale, -o sbuffi come una locomotiva, egli invecchia, ed io ne sono contento. -Osservo con un piacere amaro che dopo il temporale egli non si -rasserena mai interamente, perchè gli rimangono tre rughe sulla fronte, -e che al contrario nell'imitare la pioggia e i fuochi d'artifizio ha -ancora perfezionato l'arte sua, perchè gli è caduto un altro dente. - -Ma quando su quella faccia tosta sono venuto scoprendo i segni del -tempo vendicatore, non è raro che sorga qualche donnina o qualche -fanciulla a dichiarare che il signor De' Liberi ringiovanisce ogni -giorno. - -Aimè! anche Laurina è della stessa opinione! - -— Questo è ancora nulla — osserva imprudentemente il signor De' Liberi: -— bisognerà vedermi un giorno! - -Qual giorno? È il suo segreto. - - * - * * - -E il tempo passa e di mariti nemmeno l'ombra. Se dopo aver fatto tante -smorfie, si dovesse finire col dare la nostra Laura a questo vecchio -ben conservato, non sarebbe meglio dargliela addirittura? Sebbene il -signor De' Liberi faccia intendere che egli sa e può aspettare, perchè -la fisiologia gliene dà il permesso, anche mio suocero è d'opinione che -si vanti. - -Questo pensiero ipocondriaco balena appena, ed è subito ricacciato. È -rimasto ancora un grosso capitale di buon senso in casa nostra, ed è -Evangelina che ne ha la chiave. Io posso spendere allegramente per un -pezzo, pensando che mia figlia va alla scuola e studia la storia, ed è -coi re longobardi. Prima che arrivi all'evo moderno ci vorrà del tempo, -ed io non avrei nemmanco piacere che Laura andasse a nozze senza essere -informata almeno almeno della rivoluzione francese. - -In fondo chi ogni tanto mi mette in capo la malinconia di pensare al -matrimonio di mia figlia, è il nonno impaziente, quel povero vecchio -che non ha tempo da buttar via, e lo sa, ed è tutt'occhi e tutt'orecchi -per cogliere in casa e fuori di casa un'occhiata incendiaria, o un -sospiro assassino che siano diretti a Laurina. - -«Lo assistano i cieli! — dico a me stesso — io non voglio più pensare;» -— e i cieli non lo assistono, e io vi ripenso. - - -IX. - -Fu in casa del Cavaliere la notte di san Silvestro dell'anno.... -Lasciamo stare l'anno. - -Al solito vi si era radunata molta gente, per salutare col bicchiere in -mano il primo vagito dell'anno nuovo. Io dico vagito, non per amore di -metafora, ma solo perchè quell'anno si annunziò con un vero e proprio -vagito, che ci venne fatto udire attraverso l'uscio della sala, con -voce di ventriloquo, dal signor De' Liberi. - -Ho una memoria confusa di ciò che seguì in quella notte: ricordo che -il Cavaliere fu molto occupato a stappar bottiglie venerabili ed a -mandare in giro dei pasticcini; ricordo che le fanciulle ballarono -con frenesia, per lo più fra di loro, non bastando i nuovi cavalieri -reclutati nella guarnigione di Milano, e che qualcuno fu messo a sedere -dinanzi al pianoforte un po' prima delle nove, e tenuto là, a forza -di ringraziamenti, di sorrisi e di pasticcini, fino alla mezzanotte in -punto. Quando l'orologio a pendolo prese a sonare le dodici, fu prima -un gran silenzio, poi qualcuno cominciò ad apostrofare con enfasi -l'anno spirato, senza poter dir altro che «Va, va, va,» perchè il -vagito dell'anno nuovo ci fa voltare tutti insieme e ridere in coro... - -E ricordo che risi più forte più tardi, quando mi fu appreso che -cosa avrebbe detto qual tale se gli avessero lasciato finire la sua -invettiva: «Va, va, va, — avrebbe detto — e non ritornare mai più;» -raccomandazione di cui l'anno mille ottocento e tanti non aveva alcun -bisogno. - -Altro non ricordo, se non che il signor De' Liberi abbracciava le più -belle ragazze e sgambettava come un ossesso, col pretesto di polca e -di mazurca, che sparlava più del solito e a voce alta della gioventù -frolla dei nostri tempi, e che perseguitava la mia Laurina per farla -ridere quando le permetteva di ballare con altri. - -Non ricordo proprio null'altro, fino al momento in cui, usciti -all'aperto per tornarcene a casa, mio suocero, invece di pigliarsi -a braccetto mia moglie, lasciò che le nostre donne — egli disse -proprio le _nostre donne_ — si avviassero innanzi e prese me con molto -mistero, e trascinandomi prima alcuni passi in silenzio, mi disse poi -solennemente e semplicemente: - -— L'ho trovato. - -— Chi? - -— Il marito di Laurina!... cioè l'innamorato, che diventerà marito a un -nostro cenno; ne aveva già un sospetto, ma ora ne sono certo; indovina -chi è; ma già è inutile, non lo puoi indovinare, è l'ultimo a cui avrei -pensato... indovina... - -— Come vuoi che faccia, se è tanto difficile?... ho anche la testa un -po' confusa... - -— È il signor Paolo!... - -— Possibile! il signor Paolo innamorato di mia figlia! - -Aveva ballato il signor Paolo? Io non me ne era accorto. - -— È rimasto tutta sera al pianoforte — mi disse mio suocero — non si è -mosso un momento, e io l'ho potuto osservare con comodo; ho veduto dove -andavano i suoi sguardi, mentre le mani correvano sulla tastiera, ho -notato che la sua faccia buona... ha la faccia buona il signor Paolo... -pareva una luminaria, appena Laura cessava di ballare ed andava a -ringraziarlo, e si faceva scura quando Laura ballava con quel signore -lungo... Chi è quel signore lungo? me l'hanno presentato, ma il nome mi -è uscito di mente. - -Era nello stesso caso anch'io; avevano presentato anche a me quel -signore lungo, ma al nome non avevo nemmeno badato. - -— Dicevi che il signor Paolo... - -— Il signor Paolo è cotto appuntino... ne ho le prove. - -Mi pareva che vantasse troppo la propria perspicacia; ma egli era -sicuro del fatto suo. - -— Laura! — disse forte, affrettando il passo — l'hai tu la mia pezzuola -di seta? - -— Io no — rispose Laura, senza fermarsi, ma tastandosi istintivamente -nelle tasche. - -— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel -_cotillon_... - -— Sì, ma te l'ho restituita... - -— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver -frugato in tutte le tasche. - -Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che -era inutile... - -— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta. - -— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti -puoi buscare qualche malanno. - -— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio — -gliel'ha rubata... - -— Chi? - -— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento -in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene -facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore, -per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così -pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco... - -— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre -qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto. - -— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà. - -— Così dicevi del guanto... e non si è trovato... - -Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante. - -— Anche il guanto! - -— Crederesti? - -— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro. - -— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore. - -— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto. - -— E Laura? - -— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà -anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un -partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli; -lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il -nido, m'hanno detto... - -Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa. - - * - * * - -Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi -sgomento. - -«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è -un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita». - -Non era di questa opinione il nonno. - -— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte; -egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha -capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po' -più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia -la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene -io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di -chimica. - -Era l'impazienza che lo faceva parlare così. - -Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina -di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, -si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato, -e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure -la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa -guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento, -senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero -trovarsi legati l'uno all'altra per sempre. - -— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno. - -— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno. - -Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro -nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i -mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo -di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla. - -Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del -segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore -disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare -un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non -vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come -schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale -non si faceva pregare. - -Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli -pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle -dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare -una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente -sopra tutte e due le mani di Laurina. - -E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_ -e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava -le pagine ed era felice. - -Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via -più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi. - -Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale, -perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che -nel coro delle risate metteva la nota robusta. - -Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi, -giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne -avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del -prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il -vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa -di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo. - -Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran -fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta -dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino. - -— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace -di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla -finita; invitalo a venire a casa il sabato... - -— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso. - -Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva -accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto -d'una emicrania non aveva voluto salire le scale. - -Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana; -ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio. -Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo -regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor -Paolo. - -— Disgraziato! — gli gridammo insieme. - -Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte -nella vetrata. - -E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava -vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi. - - -X. - -Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la -manica in anticamera. - -— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere. - -— Agli ordini suoi — risposi. - -Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia -figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello; -altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle -signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione -ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi -obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più -tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che -tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze -facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte -gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così: - -— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa -fin d'ora, io non ne ho colpa... - -L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la -confidenza e stetti ad ascoltare il resto. - -— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di -reggimento, un giovane pieno d'ingegno... - -— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo... - -— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per -concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e -lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni... - -Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli -prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina. -Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor -Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della -musica. - -Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza -malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare, -esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio, -il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si -raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro -elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata. - -Il dottor Lelli era stato più pratico. - -— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico -compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato -a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo -patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel -giovane alto?... - -— Molto alto? - -— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura... - -— Bruno? - -— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci... - -— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento? - -— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore -all'Università di Pavia. - -— Ebbene? — chiesi. - -— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con -essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto. - - Aura di maggio tepida - Le parla al cor commosso, - Svela l'occulto palpito - Ch'io dir non posso, - -canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze -erano attente ad ascoltarlo. - -— Possibile! — dissi — una sera è bastata... - -— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti -— sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò -leggere se permette. - -(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il -ventaglio caduto ad Evangelina). - -— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato -al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è -giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno; -farà certamente felice la donna che... - -— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni. - -— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon -matrimonio. - -Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non -vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava, -dando delle occhiate a mia figlia: - - Estivo sol, che al gelido - Labbro non dài calore. - Tu la segreta illumina - Ansia del core! - -E il signor Paolo accompagnava tutto questo! - -Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso -vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli -verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo _per caso_ in un -dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia... - -E _dille_, cantò il vecchio pazzo: - - E dille, o melanconica - Stagion dell'anno estrema, - L'amor che, in petto indocile, - Sul labbro trema. - -Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò -che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni -dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene, -se non si ha la lingua in bocca... - -— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia. - -Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi. - -Io credo che fiutasse il pericolo. - -— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il -termometro, il vero termometro, ci avverte... - -Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di -mio suocero. - - -XI. - -Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè, -trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di -dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a -Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle -difficoltà. - -— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà -la sua disinvoltura di fanciulla... - -— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata -senza sapere com'è fatto il naso dello sposo. - -Evangelina non si spaventava di questo pericolo. - -— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non -lo guarda. - -— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non -era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale. - -Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo -da dirle. - -— Questa briccona sa tutto! — osservai forte. - -Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla. - -— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi -fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti -vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel -signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato -con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti -piaccia o non ti piaccia... - -Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e -fuggire piangendo. - -Sua madre le andò dietro. - - * - * * - -Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un -po' impacciati, ma meno di tutti Laurina. - -Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna, -e questo sentimento nuovo era una forza. - -Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione. - -Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane -dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina -s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!» - -Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza -avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto. - -— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere. - -— Ci conosciamo! — gridò mio suocero. - -Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col -marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra -visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie. - -— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento. - -Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità. - -— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia. - -Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca. - - * - * * - -— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto -Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di -studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con -tutti! - -— Silenzio! - -Era cosa giurata. - -Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni -cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e -ridemmo. - -Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana -successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro; -sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno -finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si -rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci -annunciò le sue nozze future. - -— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa? - -La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina. - -— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. — -Non ha ancora diciotto anni. - -— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche -mostriccino in gonnella, spero? - -Ohimè, no! la disgraziata era anche bella! - -Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere -aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne -tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta. - - - - -NONNO! - - -I. - -Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si -affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento -come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino -accanto. - -Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti -e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria -sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote, -rincula e si avvia. - -Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena -a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi -indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio: -poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime... -poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima -ribelle. - -Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che avevo dimenticato un -istante, non sorridono più; la luminaria è spenta. - -In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è -uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per -sempre. - -Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli -si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e -sorride. - -I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti -soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di -due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un -giovinotto e due signore mature fuggivano. - -— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto -per Parma. - -— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero, -provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli. - -Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci -avviammo. - -— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la -monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire -gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri -augurii agli sposi fino alla stazione. - -— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito. - -Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa: - -— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino -a casa. - -Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse: - -— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma -dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori. - -Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione -contenta. - -— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del -capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno. - -Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi -amici. - - * - * * - -Evangelina non era proprio allegra. - -— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa, -lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al -mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano -le spalle per seguire il mondo che li chiama. - -Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto -che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la -mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi -era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale; -poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso, -che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità, -mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza -neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi, -l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa -per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia -indulgenza paterna. - -Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e -genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per -pigliare il tono della celia. - -— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano, -pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di -studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che -abbiamo penato tanto a metterli al mondo... - -Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io -mi feci serio. - -— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo? - -— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo: - -— Così ha fatto. - -Aveva proprio fatto così. - -— E non si è neppure voltato! - -— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati -sul portone... - -Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora -il capo dicendo: - -— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo -accompagnavano, di chi la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche -nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante -cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro -ad amarci. - -— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto. - -— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a -sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se -ne vergogna. - -— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo -di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe, -gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per -parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli -comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La -tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola -evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe -cattedra di amor filiale all'università? - -Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa -bisognasse fare. - -— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio: -onora tuo padre e tua madre? - -— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto, -perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico! - -— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della -sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta. - -— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi -sento così sola, ora che quella poveretta è partita... - -— Così _sola_! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo -senso arcano — così _sola_. - - * - * * - -Laura non è _sola_ — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. — -Laura non è _sola_, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo -padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci. - -Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi -sorrise. - -— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre -dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in -casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi -ritorna, andiamo. - -Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci -nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di -sole. - -Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far -fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie -va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel -guanciale di sua figlia. - - -II. - -Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta, -indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non -mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che -avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano -dell'abbandono. - -Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai -l'occhio fantasticando. - -Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di -Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le -pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con -mano mal sicura: - -«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio -pensiero di fanciulla è stato per essa». - -Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto, -in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi -aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per -sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei; -intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la -penna rotolava a terra... Eccola appunto! - -— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a -guardarmi, e fu indovina. - -— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a -raccogliere la penna. - -— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta. - - * - * * - -— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a -dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il -penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto. - -Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e -mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo: - -— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito, -perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e -la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di -lui: tutti così i mariti. - -— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a -me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che -visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione. - -— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita -ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando, -nell'avvenire, la felicità di sua figlia. - -— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è -buona, e ha diritto d'essere felice. - -— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre -di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al -mondo per far bella la sventura. - -Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina, -diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue -paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci -l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo -della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri. - -— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono. - -— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia. - -— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un -uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da -quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi -pare troppo serio... - -— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche -troppo lungo. - -Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare. - -— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie -è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo. - -— Il dottor Lelli lo ha conosciuto? - -— Lo ha conosciuto. - -— Come lo sai? - -— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi -diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano -e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo -rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo -pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per -contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo. - -— E il dottore ti ha confidato?... - -— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo, -che sa la sua parte di mondo... - -Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia, -aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai -d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa -mai ci salva, se non è la rettorica? - -— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare -a bever la vita senza intorbidarla. - -— Nostro genero ne ha bevuto della feccia? - -— Nostro genero ha imparato a vivere. - -Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla -abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col -pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto. - -A un tratto mia moglie esclamò: - -— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza. - -— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi. - -— Vediamo l'orario? - -— Vediamo l'orario. - -E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla -sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto, -potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra -Casalpusterlengo e Codogno. - -— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente. - -Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno -si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della -serietà di quell'atto. - -— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente. - -— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è -in ritardo di due minuti. - - * - * * - -Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri -figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo -a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno -sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo -l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io -facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri -e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere -felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si -chiamava l'_ignoto_. - -— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad -un certo punto Evangelina. - -— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi -possono sperare. - -E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio: - -— Beati gl'infelici! Essi possono sperare. - -Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase -appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al -nonno. - -Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia -portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel -taschino del panciotto. - -Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui -contento. - -— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella -camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si -stupiva. - -— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua -laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era -graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo. -Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri? - -— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e -ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e -farà felice suo marito. - -Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me -con una curiosità corbellatoria. - -— Saranno felici — mormorò Evangelina. - -— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe -vincersi ed esclamò ingrossando la voce: - -— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve -lo dico io: e li avranno presto... almeno uno! - -— Maschio? — domandai. - -— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo. - -Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur -d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso. - - -III. - -Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù, -anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è -stato mai giovane, _tutt'al più_ celibe. - -_Tutt'al più_ era detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie -l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli -avvenimenti della vigilia. - -Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con -ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore -di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi -conoscevamo. - -E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che, -con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore -prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un -altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze -e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a -me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un -altro: il nostro. - -Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto -attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque -anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco -un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita. - -Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli, -poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo -studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda. - -Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini, -come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel -bagaglio degli sposi — egli diceva propriamente _bagaglio_ — per -consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro -che dirci: - -— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre; -quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo -sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli. - -Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di -noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino -alla sorgente degli affetti! - - * - * * - -Fu per un po' una gran melanconia. - -La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri -assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene, -ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina -e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri -figli con maggior piacere che a casa. - -Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente -delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa -ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile, -ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso. - -Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare -il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie -che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di -lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna. - -Si faceva anche il sofisma: - -— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici? -Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare -continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così -a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia -le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della -felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse -sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii. - -E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo -d'accordo a dire: - -— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo -questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole -la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire -un'esistenza felice. - -Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il -pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice. - -Esagera la dose — si diceva. - -E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il -desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di -speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza. - -Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la -speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa. - -Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina -riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato -i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva? - -— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli -anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non -contandoli più, si moltiplicano. - -La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito -e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino -per non contare più gli anni. - -A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi -faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è -difficile. - - -IV. - -A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora di recarsi a Pavia -_per vedere_, e non aveva cuore di abbandonarci, sopraggiunse un -avvenimento festoso: la laurea del nostro Augusto. - -Io chiesi una dozzina di _rinvii_, dando la posta ai clienti ed agli -avversari per la quindicina successiva, e me ne andai a Pavia con la -gioia di uno scolaretto in vacanza. - -Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della sua tesi la _persona -giuridica_ secondo il diritto romano, ed avevo notato con molto piacere -che, sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno potuto puntellare -tutti i suoi argomenti con citazioni latine, come avevo fatto io al mio -tempo. - -Una tesi di diritto romano è sempre una tesi rispettata dalla -scolaresca, ed anche dai professori, e forse mio figlio l'aveva scelta -per questo; ma non per questo solamente. Giudicatene: la _persona -giuridica_ richiede anzitutto la persona fisica; e la persona fisica -che cosa richiede? Qui nasce baruffa fra i commentatori; vi è chi si -accontenta che la creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole -vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle opinioni salde su -questo proposito, e non gli spiaceva di far vedere al mondo che alla -vigilia di diventare dottore in _utroque_, non vi è ombra di dubbio, si -è già uomini consumati. - -Egli mi sbalordì propriamente con la quantità di testi che si era messo -in bocca per confondere i contraddittori. Quando io mi provai a fingere -l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione irruginita: -_Septimo mense nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter -auctoritatem Hippocratis doctissimi viri..._ passò un sorriso sulle -sue labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi gridò: -_distinguo_! - -E distinse fra il _perfecte natus_ e il _parto vitale_ con tanta -sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti celebri fisiologi ed -anatomisti contemporanei, compreso suo cognato presente, che il -_doctissimus vir_ fece la più grama delle figure. - -Fu anche peggio alla laurea. - -Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina nera del candidato, -quella mantellina stretta e svolazzante, che non copre nulla, che -non promette nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per sua -sciagura fosse per diventare mutolo; quando Augusto si sentì preso per -gli omeri e per il collo da quel desiderio di toga, capì che la sua ora -era venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare in faccia a -nessuno, ed aspettò di piè fermo la prima botta. - -Allora fu visto il professore di diritto canonico dire una parolina -all'orecchio del professore di medicina legale, poi salutare il -candidato. - -«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me: il diritto canonico è il -rivale del diritto romano; chissà dove andrà a trovare il lato debole? -ad ogni modo l'urto sarà tremendo». - -— _Septimo mense_ — cominciò il professore masticando le parole a -una a una — _nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter -auctoritatem doctissimi viri Hippocratis..._ - -Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le signore presenti non -avevano capito un'acca e per aumentare la propria disinvoltura con una -presa di tabacco; dopo di che soggiunse: - -— Così sta scritto nei codici; o perchè dunque Ella sostiene che la -vitalità non è necessaria alla persona fisica dei Romani? - -Udendo l'argomentatore incominciare come avevo incominciato io, -capii che mi verrebbe voglia di ridere più tardi; ma non ero ancora -rassicurato; temevo che il sussiego del professore facesse perdere la -bussola al mio laureando. Egli era là, rigido come un arco teso, pronto -a scoccare la sua risposta; guardava davanti a sè, proprio in faccia a -Ippocrate, e non mi vedeva. - -Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo innanzi che -gli uscissero di bocca, dimesse e timide, oppure baldanzose e -spropositate... Tacevano tutti; — toccava a lui... - -Fu un colpo da maestro. - -Mio figlio cominciò in latino tale e quale come il professore, e -continuando la citazione interrotta, disse: - -— «_... et ideo credendum est, eum qui ex justis nuptiis septimo -mense natus est, justum filium esse_. — Dunque l'autorità d'Ippocrate -— proseguì in lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo — -è invocata per stabilire la presunta legittimità dei figli, non per -determinare la personalità _fisica_... - -«Se non che questa _auctoritas doctissimi viri_ — proseguì temendo -che non gli si presentasse più l'occasione di confondere Ippocrate -(che non gli aveva fatto nulla) — dev'essere accettata _con beneficio -d'inventario..._ (il professore di diritto civile sorrise, il -professore di medicina legale si dimenò in modo da lasciar intendere a -tutti che egli era il più competente a giudicare il valore di quanto il -candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia moderna e la benefica -medicina legale (furbone!) hanno stabilito che la persona fisica può -essere perfetta anche prima del termine prefisso da Ippocrate. - -«Basti ricordare — proseguì Augusto con una eloquenza crescente — il -caso di Fortunato Licetti, il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo -di gestazione, morì a ottant'anni. Forse che per i Romani Fortunato -Licetti non sarebbe stato un uomo?» - -Il professore di diritto canonico rispose, dandogli torto, ci -s'intende, con dell'altro latino; col sorriso gli dava tutte le -ragioni: all'ultimo gli rivolse un cenno di approvazione con la mano, e -tacque. - -Fu la volta del professore di diritto civile, il quale cominciò in -italiano, col latino alle spalle: - -— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona giuridica non richiede la -vitalità, ma solo che la creatura umana sia nata viva: io vado più in -là, e sostengo che non richiede neppure la nascita, ma si accontenta -del concepimento...» - -« — _Nasciturus pro jam natur abetur_» — interruppe mio figlio. - -Egli commetteva un'imprudenza togliendo di bocca al suo professore la -citazione latina; ma non se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne -aveva in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente, cercando -di confondere le idee del candidato. Allora mio figlio invocò un -altro testo: «_ventri tutor dari non potest, curator potest_» — e il -professore rimase contento. - -Così passando incolume dall'uno all'altro avversario, il laureando si -coprì di gloria; e quando fu proclamato che Augusto Placidi figlio -di Epaminonda era dottore in _utroque_, molti mi vennero a dire che -l'_aula magna_ non vedeva spesso trionfi simili. - -La modestia in quel momento solenne non mi abbandonò del tutto, ma -mi toccò fare una gran fatica per trattenerla. Mio suocero invece si -vantava; diceva a quanti lo volevano intendere: _è di razza_. - -In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea gli oscurava il volto -ogni tanto; e appena giunto a casa egli si piantò solennemente in -faccia a Laurina per dirle: - -— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino come un messale, -e domandagli che ti spieghi con suo comodo il casetto di Fortunato -Licetti. - -— Che casetto? - -— Domandalo a lui — e soggiunse guardando al soffitto: — quattro mesi -e mezzo possono bastare, ma questa disgraziata ha preso marito per -giocare con la bambola! - -Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti era un fenomeno, ma -egli crollò le spalle. - -Per avere un pronipote avrebbe accettato anche un fenomeno! - - -V. - -Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver -fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano -male, si era rimesso a letto. - -— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza — -è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto: -è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa -vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una -giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure. -Evangelina, sei ben coperta? - -Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo -di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro -affanno. - -— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè -si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo... - -Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto -fiducia nelle medicine. - -— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina. - -— Sto benone — rispose battendo i denti. - -Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto -male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi. - -— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di -che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il -medico — aggiunse volgendosi a noi. - -Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in -collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si -recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano, -non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame -del dottore con sufficiente rassegnazione. - -Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione; -guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e -parve soddisfatto. - -— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza — -sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo. - -Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò -le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto. - -Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo -il respiro. - -— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà -pigliare una buona cucchiaiata ogni ora. - -— Purchè non sia troppo dolce. - -— Non sarà troppo dolce. - -— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono -in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo. - -Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire. - -— Ebbene? — domandai. - -— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età. -Quanti anni ha? - -— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina. - -— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico -accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta. - -— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò -domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare -le medicine. - -Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura -mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina. - -Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava -di leggerle negli occhi la sentenza del medico. - -— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta. - -Evangelina ebbe la forza di ridere. - - * - * * - -La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo -sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca -speranza di conservarci il caro vecchio. - -Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il -dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi -mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta. - -Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola -cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro -per esclamare un _oh!_ di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir -tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere. - -— Sorridi — disse — mi fa bene. - -— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti? - -— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la -testa stanca dalla febbre. - -— Dov'è tuo fratello? - -Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata. - -— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha -voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli -scriveremo... - -Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per -raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi -disse forte: - -— Sei venuta per portarmi la buona notizia? - -Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra -all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno -trasfigurata dalla gioia. - -Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e -non lasciò andare la mano di Laurina. - -— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a -riaprire gli occhi. - -— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve -addormentarsi. - -Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano -da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata. -Allora ci venne incontro lacrimando. - -— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di -speranza dinanzi agli occhi. - -— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno! - -— Era necessario! — aggiunse mio genero. - -— Hai fatto bene! — disse Evangelina. - -Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio. - - * - * * - -La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo -due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta -melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso. - -— Laurina! — chiamò egli con accento fermo. - -E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la -menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo. - -Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando: - -— Ho sognato, o è proprio vero?... - -— È vero. - -— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei -bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi; -anzi mi leverò subito. - -Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo -a trattenerlo. - -— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore; -sarà per domani. - -Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato, -sebbene egli protestasse che si sentiva benone. - -Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà -del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento -ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio -disperato con una parola baldanzosa: _allegri!_ - -Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita. - -Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti -intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro -ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso -dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura. - -Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella -mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno -del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa -sulla sua faccia disfatta. - -— Come ti senti? — gli chiesi. - -— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita! - -Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci -obbligò a guardarlo negli occhi. - -— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare; -sono stato felice, me ne vado contento... - -Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa. - -A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la -strinse debolmente. - -Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa. - -A me disse e non me ne vergogno: - -— Tu sei buono! - -Disse a sua figlia: - -— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io -lo sentirò ancora. - -E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore: - -— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene. - -Ripigliò un po' di forza e chiese: - -— Dov'è Augusto? - -— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà... - -— Sto bene — mormorò; — gli direte che... - -Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e -gli troncò le parole. - -— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e -ingentilita dalla malattia. - -Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora. - -Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente. - -— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero -a sorriderci dall'altra vita. - -— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le -mani. - - -VI. - -Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura -all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo -la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi -venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per -nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è -spezzato! - -Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il -giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde -nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata -incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza, -un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, -tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba. - -Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una -persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo -avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un -po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del -nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci -costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei -l'avvenire!» - -Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente. -Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un -estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con -l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio -entusiasmo, e di tentare il nonno. - -«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu -non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una: -mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io -ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone -scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu -non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni». - -Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla. - -Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio -solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del -ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era -sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso. - -— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo -nell'inganno perchè scriva di queste lettere. - -E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa -crudele e verso chi. - -Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania, -e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo -figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio -fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva -schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che -doveva correggerla. - -Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò -il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da -uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di -un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato -medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto; -depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio -continuare a tacere fino al ritorno di Augusto. - -— Sì, è meglio — dissi. - -— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli -male?... - -«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi -assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a -interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un -po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento -all'altro...». - -A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse -stato vivo, non avrei scritto a quel modo... - -Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro. -Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina -leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo, -quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli, -mio genero. - -Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee. - -— Disgrazie! - -— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei -voluto. E l'altra idea si nascose. - -— Augusto — proseguì — arriverà domani. - -— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni! - -— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero. - -— È arrivato! — balbettai... - -— È di là — esclamò la madre. - -Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina -volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose. - -Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto. - -— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose: - -— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho -potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore. - -Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e -stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per -fargli visita, al cimitero. - -Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo -dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che -sarebbe rimasta acerba chi sa quanto. - -Mio figlio è uomo. - - -VII. - -Non è uomo soltanto, è anche avvocato. - -Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente -l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani -del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della -vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre. - -E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta -la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso -indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse -prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo -di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare -di cavarsela senza un po' di carcere. - -— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu -non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu -cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo -riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi, -i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se -credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità -assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un -avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In -questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore -di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più -dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale -lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano -puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve -ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia -perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui; -quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia -grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi. - -Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo: - -— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di -contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi. - -L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a -incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire -per forza d'abitudine. - -Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento, -l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò, -l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo -dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era -accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con -un garzone macellaio addossato alla propria pancia. - -Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in -punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò -io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il -Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi -con le conclusioni feroci. - -Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane -macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si -rimise a sedere. - -— La parola alla difesa — disse il presidente. - -Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio, -e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico, -dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva -troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era -meglio. - -— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per -dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: — -Signori!...» - -Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella -carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così -bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un -infelice. - -Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora -più bella: - -— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me, -ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella -panca». - -Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e -sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non -gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su -qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro -ora tutta la mia gratitudine. - -Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza, -di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità; -diceva anch'io: _è di razza!_ - -Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento -giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva -nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza -peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso -dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito. - -Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello -che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito -alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il -presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala. - -Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel -trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver -interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale -insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto -obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello. - -Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le -lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di -scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in -carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con -le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà -della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato -alla reclusione dove si trova ancora. - -Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere -la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine -al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro. - - -VIII. - -Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva -attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto -l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione -inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di -suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi -pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una -tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso -giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio. -Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso. - -Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in -tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava -in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del -nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai -signori giudici e ai signori giurati. - -Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un -po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e -con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva -irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio -rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande -effetto oratorio. - -Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i -giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per -udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale. - -Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio -metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena -e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava -a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica -nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel -conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il -migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente -il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio, -persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo. - -— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della -Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur -fortibus..._ - -Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie, -una modestia che era la vanità in persona. - -— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non -si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così -ordinata... un garbo oratorio così... - -E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno; -parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in -tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia... - -Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu -l'usciere che me lo diede. - -Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un -orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva -finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse -giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca -dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi -passò da parte a parte. - -— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di -questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui, -ma _questo qui..._ - -_Questo qui_ era mio figlio! - -Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento -paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè -l'avversario si picchiava con le proprie mani. - -Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso -nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio -mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre -tenerezze simili? - -Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una -vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di -cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto -dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto -al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco -degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa -dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un -po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti -del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio -anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai, -e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito -Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se -ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi. - -Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore -di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel -giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici, -che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal -foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio. - -— Vi farà onore — mi rispondevano. - -— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato. - -Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che -questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore -dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor -proprio. - -Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi, -perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la -sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per -conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare -mai più in tribunale. - -Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol -convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro. - -Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i -trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per -innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente -chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio -figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare -all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero -bugiarde: - -— Bisognava sentir suo padre! - -Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a -tutti, lo diceva a me stesso. - -E io? Ero quasi tentato di crederlo. - - -IX. - -Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la -fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano -contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze -della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre. - -Avevo detto ad Evangelina: - -— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto... -te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non -riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più -robusto. - -— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti -metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?... - -Al che avevo ribattuto solennemente: - -— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli... - -E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci -nonni. - -— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci -rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere -in un tranello. - -— Che sarebbe a dire... - -— Dargli moglie! - -Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava -moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci -nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il -negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio -genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia -non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi -in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli: -l'altra nove, due dei quali gemelli. - -— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce. - -— Perchè mio? — domandò Evangelina. - -— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo -lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra... - -Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di -tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla -propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non -quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco. - -La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei -professori di medicina. - -Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la -suocera con una lettera piena di dubitativi. - -«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la -quale finiva minacciando a mia figlia un consulto. - -— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti -intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un -caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso? - -Glielo domandai in persona il giorno successivo: - -— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il -piacere... guarda... - -Laurina mi fuggì di mano, e io le corsi dietro per raccomandarle di non -correre. - -Mio genero rideva con grande indulgenza; ed Evangelina si asciugava una -lagrima di nascosto. - -— Perchè piangevi poco fa? — le chiesi. - -Non me lo volle dire, ma io indovinai. - - * - * * - -Viaggiando il giorno dopo col treno omnibus, notai in me due sentimenti -opposti: il rammarico di abbandonare Pavia, e l'impazienza di arrivare -a Milano. - -Ma era un'impazienza allegra, che da quel giorno doveva accompagnarmi -perfino nell'andare al tribunale. - -Ritrovavo mio suocero in me stesso, comprendevo ora tutte le -singolarità dell'amore geloso del nonno per i miei figli; sentivo in -embrione, come cosa che si venisse formando nel mio cervello, quella -teorica che il nostro caro vecchio mi aveva già dimostrato inutilmente -a suo tempo: i nostri figli appartengono più al nonno da parte di -madre, che al padre medesimo. Provasse un po' mio genero a vantare -diritti più autentici del mio sul nascituro. - -Certamente la donna sopporta la gioia meglio dell'uomo, il che -non significa (come la nostra vanità potrebbe essere tentata di -soggiungere) che noi altri uomini sopportiamo meglio il dolore. Se non -sdegnassimo di aprire più spesso le valvole che furono date all'umana -natura, cioè il riso ed il pianto, saremmo forti per lo meno quanto le -nostre donne, più forse, ma non ve l'assicuro. - -Evangelina mi stava a guardare dal suo cantuccio; con una dolcezza -penetrante il suo sguardo veniva leggendo tutta l'anima mia senza -fallare. - -Sentivo questo così bene, che a un certo punto mi chiusi bruscamente -in me stesso, dandomi un'aria svogliata e indifferente, perchè non si -leggesse d'un mio segreto disegno. - -— Tu dove vai? — mi chiese mia moglie un'ora dopo. - -— Dò una capata in tribunale, e torno subito e tu? - -— Esco anch'io. - -Non mi disse dove andava, e io non lo domandai, per risparmiarmi -un'altra interrogazione. - -Uscimmo insieme: ed io accompagnai un buon tratto Evangelina. Fu lei la -prima a dire: - -— Io devo passare di qui. - -— Io di qui. Arrivederci... - -— Fra quanto? - -— Fra un paio d'ore. - -Ci separammo alla cantonata della via traversa. - -Avevamo conservato un'abitudine d'innamorati e di sposi: quella di -voltarci, e benchè oramai vecchi, non isbagliavamo mai il momento. - -Mi voltai proprio quando essa si voltava, e dandole quell'ultimo -saluto silenzioso (ne chiedo scusa alla gente seria) trovai alla solita -tenerezza il sapore leggermente amaro del mio piccolo inganno. - -Sì, perchè io aveva detto una bugia, e invece di andare al tribunale, -mi avviava semplicemente al cimitero. - -Non avevo voluto mettere delle idee melanconiche in capo a mia moglie; -essa probabilmente si sarebbe ostinata a volermi accompagnare in quella -visita a suo padre, ed io sapeva per esperienza come queste visite -andavano a finire. - -Quanto a me, mi sentiva forte; poteva assaggiare la malinconia senza -timore che mi desse al capo, come per lo più succede: e poi da un pezzo -non visitavo più quella tomba... chi sa di quanti seccumi bisognerebbe -mondare il rosaio? Camminavo a passo celere, ora che Evangelina non mi -poteva più vedere. - -— Sei nonno! — mi diceva qualcuno — _nonno!_ prova a ripetere questa -parola — e io provavo. — Tu ricominci la vita per la terza volta; ti -sembrava quasi d'aver finito; d'essere al mondo per far numero; ora -ecco un altro scopo: la culla d'un altro figlio. - -Il rosaio era scomparso; non mi rimaneva più dinanzi alla mente se non -la tomba di mio suocero, ma aveva le cortine di mussola bianca, come -una culla. - -Quando io fantastico, corro — è Laurina che me n'ha avvertito; — le -mie gambe avevano vent'anni quel giorno; nondimeno per le giravolte che -m'era toccato fare, arrivai in cimitero dopo mia moglie. - -Proprio così, la poveretta aveva avuto la mia medesima idea; ed era là, -dinanzi a me, che s'avviava fra le tombe. - -Subito mi fermai, guardando all'uscita; essa mi sentì, si volse e mi -sorrise. Che piacere! poteva ancora sorridere, non era troppo mesta! la -raggiunsi e la presi a braccetto con molta gravità, senza dir parola, -mentre essa mi veniva guardando negl'occhi per godersi il mio corruccio -burlesco. - -— Signora! — cominciai tragicamente... - -— Signore! — mi rispose con un fil di voce... - -Allora io volli ridere, ed Evangelina si affrettò a dirmi con la sua -voce e con la sua maniera solite: - -— Per carità, sta zitto; siamo in camposanto! - -— To', è vero — mormorai — siamo in camposanto. Ma come mai — -soggiunsi, adattando la voce al luogo — come mai ti è venuta la mia -stessa idea? - -— Come mai ti è venuta la mia stessa idea? - -— E come hai fatto per arrivare prima di me? - -— È un segreto — mi rispose sottovoce. - -— Davvero non capisco, eravamo fuori di strada tutti e due, e ho le -gambe più lunghe delle tue. - -— Non ti voglio far penare — mi disse, con l'aria di farmi una gran -confidenza. — Sono venuta in carrozza. - -Mi picchiai la fronte e sclamai come ispirato: _capisco!_ E mia moglie -conchiuse: _bravo!_ - -Allora ci fu impossibile tenerci dal ridere, ma lo facemmo con -discrezione. - -— Siamo vecchi — entrò a dire mia moglie — siamo quasi nonni, facciamo -come i monelli, e forse offendiamo i morti. - -— Non aver questo scrupolo — risposi alzando un po' la voce perchè -mi sentissero i morti più vicini: — se i morti ci possono intendere, -avranno cara questa allegria serena che visita le loro tombe. Si viene -sempre in cimitero a dire ai morti che si soffre della vita e che -si vorrebbe raggiungerli presto. Essi saranno contenti di sapere che -nella vita si ama ancora, e che quando si ama molto, quasi quasi non si -soffre. - -Evangelina mi strinse il braccio per ringraziarmi di queste parole e si -staccò da me per rizzare una croce posta come segnale sopra una fossa -recente. Poi proseguimmo la via in silenzio. - -— Gli ho portato un fiore — disse a un tratto Evangelina, mostrandomi -un mazzolino di viole che teneva sotto il mantello. - -Io presi le viole gravemente e ne aspirai il profumo, guardando mia -moglie negli occhi. Non era mesta, non le tremava la voce, ma ancora -non ero sicuro che la vista della tomba di suo padre... - -Eccola... ecco il salice, che nasconde la colonnina intera, sul cui -capitello s'intrecciano due corone: a mio padre, a mio nonno... - -Evangelina si staccò da me, e corse ad inginocchiarsi dinanzi alla -tomba, io le rimasi alle spalle cercando con gli occhi i seccumi del -rosaio fiorito... Poco dopo mia moglie si volse e sollevò il capo per -farmi vedere che non piangeva. Non mi pareva vero, e spensieratamente -le dissi: _brava!_ - -Si rizzò, e incominciammo tutti e due in silenzio l'opera di mondare il -salice e il rosaio dai seccumi. - -— Bada — dissi — non istaccare quelle foglie accartocciate: è una -specie di bruco intelligente che le ha accomodate così per la sua -famiglia. - -Evangelina si accostò a guardare dentro alle foglioline come in un -cannocchiale, poi lasciò ricadere il ramo, e sorrise. - -Ma fu senza pietà con un ragno che era venuto ad attaccare i suoi fili -dalla colonna al rosaio; e quando ebbe distrutto con la pezzuola tutta -quell'opera bella e faticosa, mi disse per giustificarsi: - -— Questo non era un nido, era una trappola. - -Maggio era già passato sulla campagna, e il muricciuolo del cimitero -non l'aveva potuto trattenere; l'alito suo aveva risvegliato mille -forme di vita fra le tombe. - -Spingendo l'occhio sotto la pietra di una fossa vicina, io vedeva il -corpicino d'una lucertola bruna così immobile che pareva di bronzo, e -chinandomi a sgombrare dalle male erbe la poca terra che appartiene -ancora oggi a mio suocero, io misi allo scoperto l'ingresso di un -formicaio, dove si faceva un gran lavoro. - -Quelle creaturine che uscivano dalla fossa del nostro caro vecchio, -per ritornarvi cariche di preziosi fardelli, sembravano lì per essere -interrogate. - -— Se ci potessero rispondere — disse Evangelina, che non sapeva -staccare lo sguardo da quella piccola gente nera... - -— Ti direbbero che i morti non hanno alcun bisogno di noi, e che -dobbiamo pensare ai nostri figli. - -Le mie parole erano solenni; ma l'accento con cui le pronunciai era -facile e leggiero, come era facile e leggiera, quel giorno, tutta -l'anima mia. - -Non passò alcuna nuvola sul nostro orizzonte, dicemmo addio al caro -vecchio e ci separammo da lui senza dolore. - -Passando accanto a una tomba, Evangelina lesse il nome di una bimba di -quattro anni, e disse mestamente: - -— Anche i bimbi muoiono! - -Io sospirai: _pur troppo!_ e il mio egoismo si affrettò a soggiungere -a bassa voce che questo pericolo per due dei miei figli era passato, e -che il terzo aveva ancora da nascere... pur troppo. - -E sospirai un'altra volta. - -Nemmeno quest'ultimo sospiro potè guastare la mia serenità; facevo lo -scontento per ipocrisia, ma in fondo non desideravo nulla. - -Nulla, proprio nulla, no. Desideravo un maschio; avevo anch'io -questa debolezza, e come a punirmi dell'offesa anticipata che venivo -facendo alla mia nipotina, mi affrettai a scrivere a mia figlia per -raccomandarle di nutrirsi bene, di non correre, di scendere le scale -pacatamente, di non fare degli sforzi gravi (per esempio, sollevare -dei pesi enormi... e che altro?), insomma di condurre il negozio con -giudizio, senza badare al _sesso_. - - * - * * - -Fu la pallida mammina che, sollevando il corpicciolo della creatura -tanto aspettata, la collocò con molta precauzione nelle braccia del -nonno. - -Poi disse: - -— Babbo, sei contento? — e lo veniva guardando negli occhi con la -certezza di leggervi la felicità. - -Il nonno non rispose neppure; volle baciare la nipotina, che lo -guardava con molta attenzione, e non seppe come fare; volle accarezzare -il visino con la mano, ed ebbe paura di soffocarla; volle correre -col suo prezioso fardello per tutte le stanze, volle ridere, volle -piangere. - -Fino a poche ore prima aveva accarezzato col pensiero un bel maschio, -robusto più del necessario per quell'età, panciuto come il nonno; e -dinanzi a quella neonata color di rosa si domandava come avesse potuto -desiderare _un altro._ - -Sua moglie e suo genero lo stavano a guardare e ridevano; e la mammina -gli domandava inutilmente: - -— Babbo, sei contento? - -Ebbene, no, non era contento, e lo disse: - -— Vorrei baciarla e non posso, per causa dei baffi; vorrei farle delle -carezze, e non posso servirmi che d'un dito; vorrei rapirla, fuggire -con essa, e non posso perchè ho paura che si costipi. Come vuoi che io -sia contento? - -Per consolare il nonno gli fu detto che la neonata era tutta lui, negli -occhi, nella fronte e perfino nel naso. - -Quando mi ripetono queste cose (perchè sono io il nonno) mi afferro -gravemente il naso come per pigliarne le misure e lo confronto col -nasino non più grosso di un cece della neonata. Faccio lo scettico, per -decoro. Faccio di più: ammetto che la mia bimba somigli anche un poco -alla nonna, e un po' alla mamma, e un pochino (pochino davvero) a suo -padre — ma che essa abbia una somiglianza strana con me non vi è ombra -di dubbio. Me lo dicono tutti. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - A CHI LEGGE (prefazione alla Iª edizione) _Pag_. 9 - PRIMA CHE NASCESSE » 11 - LE TRE NUTRICI » 55 - CORAGGIO E AVANTI » 115 - MIO FIGLIO STUDIA » 169 - INTERMEZZO » 199 - LA PAGINA NERA » 215 - MIO FIGLIO S'INNAMORA » 245 - IL MARITO DI LAURINA » 288 - NONNO! » 357 - - - - -Cenno Bibliografico di MIO FIGLIO! - - -Pubblicato in frammenti, ebbe parecchie edizioni di ciascuna parte, -oltre 3 edizioni dell'opera completa, Roux e Favale, Torino. - -Nel 1881 fu fatta un'edizione di gran lusso con illustrazioni italiane -dell'Edel; poi un'edizione economica nell'anno 1882; e la 3ª, 4ª, 5ª e -6ª edizione, furono pubblicate da A. Brigola. - -TRADUZIONI: - -Tedesca. — Nella =Deutsche Rundschau=; poi in volume dall'editore -Paetel, Berlino, 1884, traduttori Dohm e Offmann. — Nuova edizione -economica, Engelhorn, Stuttgart. — Altre traduzioni: editore Reclam, -Lipsia, traduttore W. Lange, del solo _Marito di Laurina_. — Altra -edizione del Marito di Laurina fu pubblicata a Berlino dall'editore -Auerbach, 1882. — _L'Intermezzo_, che fa parte di _Mio Piglio!_, -fu pure tradotto dall'illustre poeta R. Hamerling, e pubblicato -dall'editore Larl Prockasta a Vienna. - -Danese. — Editore Schubothes, Copenaghen, traduttore Winkel Horn, con -bel ritratto. - -Belga. — Editore Gilon, Verviers, traduttore Gravrand. - -Francese. — Tradotta da F. Reynard, pubblicata nel =Temps=, 1886, poi -dal Charpentier, Parigi, 1886. - -Spagnuola. — Illustrata con incisioni spagnuole e buon ritratto, -editore D. Cortezo, Barcellona, 1887, trad. Maria de la Pena. - -Ungherese. — Nel giornale letterario =Fovarosi Lapok= a Buda-Pest. - -Olandese. — Editore Rogge, 1882, traduttori Van der Venter e Dott. -Epkema. - -Svedese. — Molte parti di quest'opera furono pubblicate in giornali e -riviste. - -Croata. — Nei giornali =Vienac= e HRVARSKA VILA di Zagabria. - -Boema. — Un'edizione czeca a Praga presso Hynek — Traduzione czeca di -=Mio figlio studia= nel giornale =Prokok= di Praga. — Altra traduzione -del =Nonno= nel giornale =Zlata=, Praga. - -Traduzione stenografica di PRIMA CHE NASCESSE. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK MIO FIGLIO! *** - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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