summaryrefslogtreecommitdiff
diff options
context:
space:
mode:
authornfenwick <nfenwick@pglaf.org>2025-01-23 16:03:52 -0800
committernfenwick <nfenwick@pglaf.org>2025-01-23 16:03:52 -0800
commit2190bdd7391c90698af1f677b28540dc456cb171 (patch)
tree02df1f23a40e8f3a100f71bfa8b74d44557a6165
parentc205ed42543c8529eb2c2abdce98743931aaaefc (diff)
NormalizeHEADmain
-rw-r--r--.gitattributes4
-rw-r--r--LICENSE.txt11
-rw-r--r--README.md2
-rw-r--r--old/64205-0.txt11331
-rw-r--r--old/64205-0.zipbin260061 -> 0 bytes
-rw-r--r--old/64205-h.zipbin391731 -> 0 bytes
-rw-r--r--old/64205-h/64205-h.htm15606
-rw-r--r--old/64205-h/images/cover.jpgbin116004 -> 0 bytes
8 files changed, 17 insertions, 26937 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes
new file mode 100644
index 0000000..d7b82bc
--- /dev/null
+++ b/.gitattributes
@@ -0,0 +1,4 @@
+*.txt text eol=lf
+*.htm text eol=lf
+*.html text eol=lf
+*.md text eol=lf
diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt
new file mode 100644
index 0000000..6312041
--- /dev/null
+++ b/LICENSE.txt
@@ -0,0 +1,11 @@
+This eBook, including all associated images, markup, improvements,
+metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be
+in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES.
+
+Procedures for determining public domain status are described in
+the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org.
+
+No investigation has been made concerning possible copyrights in
+jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize
+this eBook outside of the United States should confirm copyright
+status under the laws that apply to them.
diff --git a/README.md b/README.md
new file mode 100644
index 0000000..cbb7a2b
--- /dev/null
+++ b/README.md
@@ -0,0 +1,2 @@
+Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for
+eBook #64205 (https://www.gutenberg.org/ebooks/64205)
diff --git a/old/64205-0.txt b/old/64205-0.txt
deleted file mode 100644
index 52f2caa..0000000
--- a/old/64205-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,11331 +0,0 @@
-The Project Gutenberg eBook of La civiltà del secolo del Rinascimento in
-Italia, Volume I, by Jacob Burckhardt
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you
-will have to check the laws of the country where you are located before
-using this eBook.
-
-Title: La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I
-
-Author: Jacob Burckhardt
-
-Translator: Diego Valbusa
-
-Release Date: January 03, 2021 [eBook #64205]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed
- Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was
- produced from images generously made available by The Internet
- Archive)
-
-*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL
-RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I ***
-
- LA CIVILTÀ
- DEL SECOLO
- DEL RINASCIMENTO
- IN ITALIA
-
-
- SAGGIO
- DI
- JACOPO BURCKHARDT
-
- TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA
- DAL PROFESSORE
- D. VALBUSA
- con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore
-
- VOLUME I
-
-
-
- IN FIRENZE
- G. C. SANSONI, EDITORE
- 1876
-
-
-
-
- In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno.
-
-
-
-
-PREFAZIONE
-
-
-Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa moderna v'è
-un'epoca, che a buon diritto reclami tutta l'attenzione dello storico e
-del filosofo, ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana,
-si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione
-nell'opera del signor Burckhardt. È cosa omai consentita da tutti
-che il pensiero moderno, cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua
-grandezza e potenza, non è che la maturazione di un pensiero che
-nacque presso di noi negli anni del Rinascimento, quando l'Italia,
-prima di scadere dal rango delle nazioni, dischiuse ancora una volta
-le fonti della civiltà e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il
-Rinascimento inaugurò quella battaglia fra due opposti principj, fra
-la libertà e il despotismo, fra la ragione e il pregiudizio, che non
-è peranco finita e che forse non finirà così presto. Le città libere
-del medio-evo sono certamente degne di ammirazione e di lode; ma esse
-non fecero che i primi tentativi per giungere a quel fine, cui il
-Rinascimento ebbe la mira colla piena coscienza di ciò che chiedeva.
-Esse domandavano delle libertà e mossero guerra ad alcuni privilegi:
-gli uomini del Rinascimento vollero la libertà e si ribellarono contro
-ogni privilegio. La lotta, limitata sino a quest'epoca a singole
-corporazioni, divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti
-tradizionali si volse ai diritti originarj e universali dell'umanità.
-Non fu una semplice cultura quella che si ridestò, ma un mondo intero,
-la società tutta, che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti
-sostituì ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose
-il libero ed audace arbitrio dell'individuo, alla consuetudine che
-soggioga fe' subentrare la ragione che impera. Non a torto adunque fu
-detto che la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione
-moderna sì nel campo dell'azione, che in quello del pensiero, od
-anche, se si vuole, il primo atto di quel gran dramma, che si svolse
-successivamente nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione francese, e
-che partorì da ultimo la civiltà attuale.
-
-
-Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi latine da un
-lato e delle germaniche dall'altro: le une vi contribuirono colla
-restaurazione del paganesimo classico, le altre col ritorno al
-Cristianesimo secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova vita
-le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica Grecia e di Roma,
-i Latini rischiararono colla face dell'antico sapere le fitte tenebre,
-nel bujo delle quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici
-e la superstizione; abbellirono la vita col fascino irresistibile
-delle forme, e al tempo stesso ruppero le barriere dell'antico mondo,
-navigando arditi oltre le colonne d'Ercole, trovando una nuova via
-alle Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico. I
-Germani, accettando dall'Italia i tesori dell'antica cultura, come già
-una volta il Cristianesimo, non solo se ne impadronirono con quella
-profondità e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire la loro
-futura superiorità nel campo della speculazione, ma trovarono essi
-stessi l'arte della stampa, che diede al pensiero ali per distendersi
-e per durare eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro spirito
-filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico del mondo astronomico,
-e il gregoriano del despotismo papale. Al tempo stesso la caduta allora
-verificatasi del vecchio e crollante Impero d'oriente per opera dei
-Turchi, che minacciavano l'Europa di una nuova invasione asiatica,
-concorse mirabilmente a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti
-gli Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano credettero di
-poter scongiurare il pericolo evocando le vecchie Crociate, più vivo
-si fece sentire in tutti il bisogno di unirsi in più stretti rapporti
-al di dentro e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita
-la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali o monarchie
-ereditarie e ponendo in luogo dei Concilj i congressi e l'equilibrio
-politico invece dell'autorità internazionale degli Imperatori e dei
-Papi.
-
-Tra le stirpi latine spetta in modo particolare agli Italiani la gloria
-di aver nella scienza e nell'arte dischiuso nuovi ed immensi orizzonti,
-ridonando all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo, tutti i
-tesori dell'antico sapere. Con questo fatto essi si riconobbero ancora
-una volta come i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un
-momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo imperiale, non
-era ancora caduto nei fatali amplessi di Francia e di Spagna ed era
-il più florido di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non potè
-mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se ne potrebbero additare
-le tracce attraverso i secoli sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò
-l'Impero d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia se non nel
-secolo XV che essa ruppe definitivamente le dighe, che ne arrestavano
-il corso, e si diffuse coll'impeto di una forza irresistibile per
-tutte le fibre del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve
-allora discorrere da un capo all'altro della penisola, e gl'Italiani,
-che stavano sul punto di perdere la propria patria, non sembrarono
-quasi rammaricarsene, felici di averne trovata un'altra da tanto tempo
-perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per perire del tutto
-nel Cristianesimo, riapparve quasi fenice dalle ceneri del passato:
-i poeti e i filosofi dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere
-dei conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione dello
-spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo risuscitarono il culto della
-forma e della bellezza, e gli eroi dei primi tempi si ripresentarono
-all'ammirazione del mondo come i tipi più perfetti e ideali
-dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì la letteratura,
-le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò la sua origine popolare
-e si avvolse nella toga maestosa della lingua e dello stile latino:
-sorsero accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone; si
-apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei; perfin l'educazione
-famigliare fu classica, e un alito dell'antica gentilezza corse in
-tutte le vene del corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta
-moralità giunse a tal grado di corruzione da far ricordare i tempi
-dell'antica Roma imperiale. Questa grande risurrezione di morti è un
-fatto unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa l'indole
-molto più larga e cosmopolitica della civiltà moderna. Ma, per quanto
-essa attesti splendidamente della grandezza immortale della civiltà
-antica, non sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata,
-se in fondo ad essa non vi stesse un'altra missione provvidenziale.
-Il latinismo, che una volta avea conquistato il mondo per l'opera
-della Chiesa, dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di cultura
-sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio di Costanza, sollevò un
-grido di protesta contro la Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò
-la grande opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito di
-abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica col sostituirvi
-lo spirito vivificatore dell'antichità, e di porre al posto del vuoto
-formalismo delle scuole monastiche l'eterna sostanza del sapere antico.
-La libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza dai ceppi
-del dogmatismo furono le preziose conquiste che ne derivarono: così
-l'uomo fu ridonato all'umanità e sorse una civiltà nuova, nel cui
-ambito ci moviamo ancora oggidì e di cui non possiamo ancora misurare
-lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione adunque questo grande
-momento chiamasi quello dell'umanismo, poichè con esso comincia
-veramente l'umanità moderna.
-
-
-L'opera del signor Burckhardt mira appunto a darci un quadro quanto
-più si possa completo delle condizioni del nostro paese in un'epoca
-così feconda di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia
-della cultura nel vero senso di questa parola, quanto un _Saggio_,
-come all'Autore piacque modestamente d'intitolarla; ma, anche sotto
-un titolo così modesto, non si saprebbe dire se più si debba lodare
-in essa la copia stragrande della erudizione, o la maestria artistica
-con cui le parti bellamente son disposte tra loro. Egli vi si accinse
-colla piena coscienza della natura, dell'estensione e delle difficoltà
-proprie del carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle prime
-linee. «I contorni ideali del quadro di una data civiltà, egli scrive,
-presentano già di per sè un'importanza diversa ad ogni osservatore; e
-quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua
-ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad
-ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo
-tanto di chi scrive, che di chi legge». Ma appunto per questo egli
-procede anche estremamente cauto nelle sue conclusioni, nelle quali
-anche la critica più minuziosa cercherebbe invano quel fare sentenzioso
-e assoluto, che è il solito indizio di una superficialità frivola ed
-ignorante. I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena
-evidenza da un paragone continuo colle condizioni analoghe d'altri
-tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni e circostanze attuali, atte
-più a rivelar le tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la
-verità, scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto la stessa
-cura di evitare la vuota frase filosofica con quello stesso studio,
-che altri pongono a farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica
-oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito di tenersi nel campo
-della più scrupolosa obbiettività, senza torturare i fatti per cavarne
-la confessione voluta; dappertutto chiamati a giudici supremi il retto
-sentimento di umanità e la ragione, giudici certo assai competenti in
-questioni di fatti umani; dappertutto una esposizione omogenea, eppur
-varia, limpida, vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità;
-dappertutto infine quella serenità, quella calma, che carpiscono la
-fiducia, perchè soliti indizi di scrittore coscienzioso e profondo.
-
-Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente detta corra
-quella medesima differenza, che si riscontra tra un quadro di figura
-ed un paesaggio, dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della
-scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono e al movimento
-drammatico. La sentenza può accogliersi come giusta, se con essa
-s'intese soltanto di mettere in più viva luce la lodevole sobrietà
-dell'Autore, che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto giovarsi
-se non di quelli, che più strettamente facevano al suo scopo, per
-non recare soverchio ingombro turbare l'armonia dell'insieme. Egli è
-un fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt ci par quasi
-di essere trasportati nel bel mezzo di una selva incantata, dove a
-nostro agio possiamo abbracciar con lo sguardo l'infinito serpeggiar
-de' viali, le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti
-vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa, ora il braccio
-marmoreo di una statua, or, mezzo nascoste tra il verde, le magnifiche
-forme di un gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente
-avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne più intrinsecamente
-le parti, restino compiutamente appagati. Ma l'apparente manchevolezza
-nei particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del lavoro, non
-è difetto, e infondata affatto sarebbe l'accusa, se nella brevità
-impostasi dall'Autore altri volesse scorgere una lacuna effettiva,
-che, ove realmente esistesse, nessun titolo, per quanto modesto,
-avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar sulle fonti che
-si conoscono, lo studiarle e il confrontarle fra loro per accertar
-fatti, precisar date e arricchire di nuovo materiale utile la grande
-suppellettile storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto
-e a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati alla
-spicciolata e ridurli in armonia con disegno artistico, per renderli
-più accetti all'universale e per distribuire i frutti del sapere
-anche a coloro, cui manca l'agio o la volontà di attingere alle
-fonti originali. Evidentemente il signor Burckhardt si attenne di
-preferenza al secondo di questi due metodi, come quello che meglio
-anche rispondeva al suo scopo, di darci un'idea chiara e compiuta
-del tempo preso a trattare, anzichè di rettificare o correggere
-questo o quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque giudicata
-come una semplice opera di erudizione, benchè questa non vi faccia
-difetto in nessun punto dove è domandata, ma bensì come una di quelle
-che, mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi tutto a
-tener desto lo spirito della scienza e rammentano agli scopritori ed
-investigatori solitari, che l'indagine per sè sola non basta. Come
-tale essa porta realmente la vita, il movimento, il colore in un
-cumulo di materiali che, senza una parola vivificante, avrebbero chi
-sa per quanto ancora, continuato a rimaner lettera morta, e risponde
-pienamente alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto dà
-più di quanto in sul principio non sembri promettere, e perchè riempie
-al tempo stesso, e nel miglior modo che mai si potesse desiderare, una
-lacuna, che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno dei periodi
-più luminosi della nostra storia.
-
-
-Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale dei nostri
-compatriotti un libro scritto con tanta serietà di propositi e con
-sì piena coscienza della dignità e dell'alta missione della storia,
-noi ci lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere nè
-superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara a quanti amano
-fra noi l'incremento de' buoni studi. Altri giudicherà come abbiamo
-soddisfatto agli obblighi nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore.
-A noi non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e di porgere
-a quest'ultimo il tributo della nostra più viva riconoscenza per la
-squisita cortesia, colla quale, autorizzando la nostra traduzione,
-volle arricchirla di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno
-un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione e la pongono,
-per questo riguardo, al di sopra delle stesse edizioni finora comparse
-del testo tedesco.
-
- Mantova, 1º Dicembre 1875.
-
- IL TRADUTTORE.
-
-
-
-
-A
-
-LUIGI PICCHIONI
-
-VENERATO MAESTRO COLLEGA ED AMICO
-
-L'AUTORE
-
-
-
-
-PARTE PRIMA
-
-LO STATO COME OPERA D'ARTE
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-Introduzione.
-
- Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia
- normanna sotto Federico II. — Ezzelino da Romano.
-
-
-Questo scritto porta il titolo di semplice _Saggio_ nel senso più
-rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio dell'autore, ch'egli
-s'è posto ad una impresa di vasta mole con mezzi e forze di gran lunga
-sproporzionate. Ma, quand'anche egli potesse sino ad un certo grado
-dichiararsi soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia
-lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti e dei
-maestri. Già forse di per sè i contorni ideali del quadro di una
-data civiltà presentano una importanza diversa ad ogni osservatore; e
-quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua
-ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad
-ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo
-tanto di chi scrive, che di chi legge. Nell'ampio mare, nel quale ci
-avventuriamo, le vie e le direzioni possibili sono molte; e gli stessi
-studi intrapresi per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano
-ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione diversa,
-ma porgere occasione altresì a conclusioni del tutto contrarie. E
-per vero il soggetto ha in sè tanta importanza da far desiderare di
-vederlo studiato sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più
-disparati. In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola
-non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato nel
-suo insieme come un tutto organico, che può stare da sè. La più grave
-difficoltà in una storia della cultura sta appunto nel dover rompere
-la continuità del processo storico, scomponendolo in parti che spesso
-sembrano arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia un'immagine.
-— Alla maggior lacuna del libro pensavamo altra volta di poter supplire
-con un'altra opera, che avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo
-del Rinascimento; ma questo proposito non ha potuto effettuarsi che in
-parte.[1]
-
-
-La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare l'Italia in
-uno stato politico essenzialmente diverso da quello degli altri paesi
-occidentali. Mentre in Francia, in Ispagna, in Inghilterra il sistema
-feudale era ordinato per modo che, dopo percorso lo stadio della sua
-vita, dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; mentre
-in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, l'unità
-dell'Impero, in Italia invece s'era quasi interamente sottratto ad ogni
-specie di dipendenza. Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più
-favorevoli, non vi furono più accolti come supremi signori feudali, ma
-solamente come capi e sostegni possibili di potenze già costituite;
-e dal canto suo il Papato, ricco di aderenti e di appoggi, era forte
-abbastanza da impedire ogni futura unificazione del paese, ma non già
-da poter fondarne una esso stesso.[2] Fra l'uno e l'altro di questi
-rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche
-e principati — talune già preesistenti, altre surte da poco, la cui
-esistenza non era fondata che puramente sul fatto.[3] In esse lo
-spirito della moderna politica europea scorgesi per la prima volta
-abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo assai
-di frequente agli eccessi del più sfrenato egoismo, conculcando ogni
-diritto e soffocando il germe di ogni più sana cultura; ma dove queste
-tendenze furono arrestate od almeno comecchessia controbilanciate,
-quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella storia, si ha
-lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, lo _Stato come opera
-d'arte_. Questa nuova vita si manifesta tanto nelle repubbliche che
-nei principati in mille modi diversi, e ne determina non solo la forma
-interna, ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in esame il
-tipo più completo ed esplicito negli Stati retti a forma principesca.
-
-
-Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello illustre
-nel regno normanno dell'Italia meridionale e della Sicilia, dopo la
-trasformazione che esso aveva subìto per opera dell'imperatore Federico
-II.[4] Questi, cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in
-prossimità ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a giudicar
-delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto obbiettivo,
-anticipando così il tipo dell'uomo moderno sul trono. A queste sue
-qualità bisogna aggiungere altresì la profonda conoscenza ch'egli
-aveva delle condizioni interne degli Stati saraceni e della loro
-amministrazione, nonchè la guerra a morte sostenuta coi Papi, che
-obbligò entrambi i contendenti a mettere in campo tutte le forze ed i
-mezzi, di cui poteano disporre. Le ordinanze di Federico (specialmente
-dal 1231 in avanti) non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione
-completa del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in una
-moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo grado tassabile.
-Egli centralizzò l'intera amministrazione giudiziaria e politica in un
-modo sino a quel tempo affatto sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio
-poteva più essere conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena
-di veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti gli abitanti
-in condizione servile. Le imposte, basandosi sopra uno sconfinato
-catasto e sulle consuetudini maomettane, venivano percette con quei
-modi vessatorii e crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è
-impossibile estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma non
-si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi sottoposti a sì
-rigido sindacato, che non possono nemmeno, senza speciale permesso,
-nè prender moglie, nè studiare all'estero: — l'università di Napoli
-infatti fu la prima a metter leggi restrittive agli studi; — quando
-lo stesso Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia
-libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico il sistema
-di esercitare il commercio per conto proprio in tutto il mare
-Mediterraneo, riserbandosi, con molto scapito de' suoi sudditi, il
-monopolio di parecchi oggetti. — I califfi fatimiti colle loro tendenze
-eterodosse non ancor ben manifeste erano stati (almeno sul principio)
-abbastanza tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico al
-contrario corona il suo sistema di governo con una persecuzione contro
-gli eretici, che sembrerà tanto più riprovevole, quando si ammetta,
-come par quasi certo, che egli in costoro abbia inteso di perseguitare
-i partigiani non tanto della libertà di coscienza, quanto del libero
-vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre dappresso, quali agenti
-di polizia all'interno e come nucleo dell'armata contro i nemici
-esterni, quei Saraceni trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera,
-che con uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e alle
-scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi, lasciarono più
-tardi, con indolente apatìa, consumarsi la rovina di Manfredi e il
-trionfo dell'Angioino; ma questi alla sua volta fece suo quel sistema
-di governo, e se ne giovò a' suoi scopi ulteriori.
-
-
-Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare ogni cosa, sorge
-un usurpatore di un genere tutto affatto particolare, Ezzelino da
-Romano, vicario e genero di lui. Egli non rappresenta propriamente
-nessun sistema di governo o di amministrazione, poichè tutta la sua
-attività fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento delle
-Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come tipo politico pei
-tempi posteriori, non è meno importante del suo imperiale protettore.
-Sino a questo tempo ogni conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi
-effettuata in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o
-a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la prima volta si
-tenta la fondazione di un trono sulla strage delle moltitudini e su
-altre infinite crudeltà, che è come dire, impiegando ogni sorta di
-mezzi, pur di riuscire allo scopo. Nessuno dei tiranni posteriori,
-non lo stesso Cesare Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei
-delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino non ricondusse
-la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun freno agli usurpatori venuti
-dopo.
-
-Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico, pose innanzi la
-dottrina di una costituzione di governo, in cui il principe s'immagina
-assistito da una Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza
-eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco nelle scuole,
-e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia le due più grandi figure
-politiche del secolo XIII. La loro personalità, rappresentata sotto
-un aspetto per metà, leggendario, costituisce la parte più importante
-delle «Cento novelle antiche», la cui originaria redazione cade
-certamente in questo secolo.[5] In esse si parla di Ezzelino con quella
-specie di reverente paura, che sogliono inspirare le cose grandi,
-e in breve un'intera letteratura si forma intorno alla sua persona,
-dalla cronaca dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi un
-mito.[6]
-
-Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, principalmente
-dalle lotte partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, i singoli tiranni,
-in generale quali capi dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni
-così diverse, che è impossibile non riconoscere in questo fatto una
-legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, di cui si
-servono, essi non hanno bisogno che di continuare sulla via adottata
-già dai partiti: l'espulsione o la distruzione degli avversari e delle
-loro case.
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-La Tirannide nel secolo XIV.
-
- Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un
- principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio
- dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo.
-
-
-Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente
-del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità
-parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente
-descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e a non contare
-che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo,
-presentano pur sempre una particolare importanza.
-
-Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun
-principe fuori d'Italia aveva nemmeno un'idea, congiunto con una
-potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui
-uomini e forme politiche affatto speciali.[7] Il segreto principale del
-regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le
-imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio
-della sua signorìa. Tali erano: un'imposta fondiaria basata sopra un
-catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra
-l'importazione e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite
-dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano
-mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella
-pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano
-effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure;
-e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando
-si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per
-esempio, la destituzione e la spogliazione, all'uso affatto orientale,
-dei supremi magistrati della finanza.[8]
-
-Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della
-piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari
-assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè ai buffoni ed
-agli uomini d'ingegno, che formavano il seguito del regnante.
-L'illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno:
-l'alleanza più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini
-superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei
-principi del nord nel secolo XIII s'era ristretta ai cavalieri, vale a
-dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano:
-sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia
-l'ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito si sente
-sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità.
-
-
-Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can
-Grande della Scala, il quale negl'illustri esuli accoglieva alla sua
-corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono
-riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un
-biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe
-del secolo XIV.[9] Dal suo mecenate — il signore di Padova — egli
-pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch'egli ne
-lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre
-de' tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del
-tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro
-i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di
-benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l'ordine;
-poichè chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un
-nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve
-aver sempre il suo corso».[10] Entrando poi ne' particolari, vi si
-scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza dello Stato: il
-principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e
-i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le
-paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente
-le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar la sua
-protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perchè questi soli
-gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.[11]
-
-Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti
-personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV
-riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l'effimera
-sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni
-politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi
-tanto più stabilmente, quanto maggiore è l'estensione del loro
-territorio, così era anche naturale che i principati più potenti
-fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di
-piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti!
-— A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo
-fermento all'interno, e questo stato di cose non poteva certamente non
-esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. L'arbitrio
-male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori
-dall'altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel
-peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de'
-suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva
-neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla
-successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni,
-e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno
-zio si sostituivano, nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al
-posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione o il
-riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue.
-E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò
-avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi
-di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto
-e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all'estero in qualità di
-fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio
-quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda,[12] al messo
-del suo rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare a
-Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo
-padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del
-principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente
-offesa, per salvare così gl'interessi della dinastia.[13] Altrove la
-signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo che il capo
-di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono,
-ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è
-causa frequente di acerbi rancori.
-
-
-Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo
-negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso,
-col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla
-propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è
-fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di
-fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso
-Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno
-scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra
-appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo
-che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in
-ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso
-ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante
-intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della
-cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire
-le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite,
-venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide
-non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie
-e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri
-predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che
-da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è,
-ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e
-a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della
-sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi
-nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro
-l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace
-di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e
-i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore
-sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono
-emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato
-sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova
-gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19]
-
-Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi
-dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni
-astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando
-l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le
-porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani
-(1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio
-della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!».
-
-
-Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del
-secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla
-morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel
-primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci
-imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia
-dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più
-piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo
-tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto
-la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono
-percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie
-ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò,
-un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla
-morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che,
-come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così
-ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per
-un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il
-nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385),
-per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali
-trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si
-vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali.
-Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere
-d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e
-il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due
-città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un
-prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il
-più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che
-in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»;
-e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e
-da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza
-principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua
-celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle
-quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe
-stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte
-corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a
-meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore,
-quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati
-presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un
-milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi
-straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di
-violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere
-conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire
-che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel
-1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e
-con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi
-ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che
-vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.
-
-Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma
-non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a
-sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi,
-come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel
-maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo
-affamato gridava sul suo passaggio _pace! pace!_, egli scatenò su di
-esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò
-proibì, pena la forca, di pronunciar le parole _pace_ e _guerra_, e
-prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa _dona nobis
-tranquillitatem_, in luogo di _pacem_. Da ultimo alcuni congiurati
-giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere
-del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e
-assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano;
-ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali
-di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose
-che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a
-quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto.
-
-
-Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare
-sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo
-Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali
-principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-La Tirannide nel secolo XV.
-
- Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe
- in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario.
- Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di
- stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia
- Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. —
- Posteriori tentativi dei condottieri.
-
-
-Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso.
-Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo
-precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in
-basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono
-riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla
-nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del
-tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri
-per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che
-costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio
-elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi
-un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno
-lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi
-misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti
-poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori,
-debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà
-troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male,
-che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo
-veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della
-pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi
-legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi
-si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura
-della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò
-che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno.
-Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco
-tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un
-vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e
-quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra
-soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in
-tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza
-contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno
-di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue
-fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da
-lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e
-comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva
-al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una
-disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito
-sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici
-del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi
-XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che
-non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza,
-rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di
-civiltà e gentilezza.
-
-
-Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di
-questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì
-colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la
-sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui
-dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.
-
-La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa
-sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e
-le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose,
-perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano
-comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero
-di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati
-utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni:
-quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla
-spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in
-Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle
-con altro che con semplici _documenti_. La comparsa e la dimora
-di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate
-politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31]
-in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da
-ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro
-a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto
-i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in
-Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne
-tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la
-prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni
-XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire;
-e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e
-l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto
-di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno
-della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso
-ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero
-avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era
-ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a
-stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo
-III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di
-ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati
-con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si
-sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa
-ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli,
-al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000
-fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469),
-Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a
-conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri,
-dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini,
-conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di
-legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito,
-in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di
-riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che
-ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso
-nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta
-la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice.
-Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano
-divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in
-quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore
-con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della
-Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia
-propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi
-non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona,
-fuorchè di alloro.[37]
-
-Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei
-popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il
-fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro
-coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal
-natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria
-degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un
-paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero
-adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più
-da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato
-a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei
-Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia,
-lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente
-significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali
-diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro,
-fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una _camera imperii_. E
-infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una
-risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone
-ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole
-far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal
-modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della
-monarchia di Spagna.
-
-
-Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla
-sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che
-agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La
-si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle
-famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio,
-ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi,
-come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria
-non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi,
-in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto
-e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche
-rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda
-della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello
-di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non
-era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova
-(1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi
-della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due
-figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente
-illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie
-una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di
-Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano
-anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli
-legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da
-vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore
-riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità
-dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento
-furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse
-in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui
-si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo
-XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che
-allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il
-Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla
-ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale
-Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul
-fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o
-in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe,
-mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora
-cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo
-XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun
-senso.
-
-
-Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità
-nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia
-la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza
-anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI
-dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di
-questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni.
-L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere
-anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al
-suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini
-e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse
-la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al
-sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili.
-Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è
-Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e
-Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire
-sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima
-l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere
-lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di
-questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di
-Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19)
-fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al
-potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino
-Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di
-Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro,
-senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse
-pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile
-quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i
-condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo
-XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri
-in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta
-gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un
-capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni
-giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e
-trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro
-forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore
-della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi
-adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di
-Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri
-avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai
-governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati
-come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta
-subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si
-vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col
-Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno
-di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano
-obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per
-questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri,
-o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere
-eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi
-puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto
-salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque
-se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più
-sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al
-limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma
-al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono
-in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei
-loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti,
-nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del
-duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47]
-contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da
-impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e
-di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una
-volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo
-salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva
-in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia
-Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di
-qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti
-per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la
-grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva
-meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in
-Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili
-vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei
-Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e
-in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che
-sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di
-là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino,
-condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava
-a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta
-circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, —
-sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo,
-di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza,
-tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò
-quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia.
-Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata
-per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a
-Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani
-i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò
-dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero
-in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio
-alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche
-rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli
-prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca;
-che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città
-conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro
-la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi
-sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in
-quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i
-suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo
-tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta
-e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio
-Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non
-accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai
-battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di
-duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra
-cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e
-poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di
-esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti,
-e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche
-dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio,
-i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana;
-ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre
-dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare.
-Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio
-chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con
-splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato
-giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).
-
-Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo
-scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla
-ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non
-è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente
-che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in
-allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò.
-Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere,
-se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati
-maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche
-Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se
-la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui.
-Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente
-nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece
-che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con
-lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le
-nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato
-in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli
-potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma
-nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino.
-Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo
-una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli
-a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti
-ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere
-nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati
-pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri:
-quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo
-giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di
-essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è
-che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii,
-tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era
-sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa
-di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò
-entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53]
-
-
-Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati
-creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente
-tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e
-Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la
-rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli,
-stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo
-di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il
-privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica
-si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri
-ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò
-che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in
-Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto
-padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti,
-quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse
-ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno
-1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un
-Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue
-forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo
-molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito
-ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti
-cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini,
-figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse
-all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che
-temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero
-a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il
-suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo
-gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non
-potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima
-nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole
-esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale,
-fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di
-Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-Le Tirannidi minori.
-
- I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di
- sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei
- Malatesta, dei Pico e dei Petrucci.
-
-
-Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori
-scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime
-in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado,
-erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino
-si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè
-i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un
-tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal
-sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola
-un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per
-ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza
-principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di
-Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed
-affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un
-regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e
-passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II
-dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata
-su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato
-nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra
-nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei
-Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle
-vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie
-notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del
-Matarazzo.[58]
-
-
-I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era
-mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una
-supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle
-grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle
-pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato
-come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava
-tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un
-partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno
-al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di
-_bravi_: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di
-violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente
-tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro
-l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra
-loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne
-movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne
-andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti
-ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza
-assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo
-dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano
-represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato
-d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo
-averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati
-sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero
-celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel
-luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno
-giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato
-spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico
-disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido
-e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca
-domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi
-sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In
-mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione
-di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i
-perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli
-esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra
-di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono
-atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in
-audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a
-loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei
-cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana».
-Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo
-VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea
-di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa
-qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme
-nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di
-tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli
-uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto.
-Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale
-i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo
-personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena
-diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie
-centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di
-nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione,
-il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con
-un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte
-nelle gesta e nell'aspetto».
-
-Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne,
-studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei
-giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo
-di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire
-mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele
-fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura
-avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove,
-fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro.
-
-Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati,
-nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo
-qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu
-concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più
-tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante
-proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido,
-Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo,
-Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e
-Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe
-Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo
-dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti,
-scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo
-proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle
-nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500.
-La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui
-aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano,
-che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe'
-balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere
-vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu
-ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare.
-(I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel
-luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti,
-ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in
-vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti
-gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli
-altri poterono fuggire.
-
-Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla
-pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri»
-furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto
-imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano
-l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte
-stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli
-amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono
-tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla
-campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero
-genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il
-giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati
-di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S.
-Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a'
-suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a
-fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia,
-e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò
-padrone della città.
-
-Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il
-giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di
-Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più
-volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio
-che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del
-figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno
-voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi
-addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò
-il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto
-da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti
-guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di
-sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale
-più tardi Raffaello dipinse la celebre sua _Deposizione_. Con quel
-quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli
-addolorati.
-
-Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle
-sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur
-sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte
-le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò
-tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.
-
-In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori
-dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo
-questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da
-tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette
-d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate,
-e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma
-il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe
-luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III.
-
-In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano
-avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po'
-d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli
-arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli,
-e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo
-apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel
-1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che
-tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime,
-specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente
-minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo
-contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto
-che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59]
-Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel
-1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di
-questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del
-Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma
-spaventevole signoria.
-
-
-Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e
-colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata
-raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta
-(morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa
-casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra
-qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato
-Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i
-Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta
-di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi
-ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini
-(1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo
-ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta
-di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi
-ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come
-quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi,
-delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa
-fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della
-famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio
-Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al
-tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre
-Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento
-sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad
-uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello
-stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello
-stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette
-il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io
-stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la
-vita fuggendo».
-
-Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu
-quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città
-di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere
-ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore
-di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con
-atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era
-di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su
-chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere
-nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia:
-tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi
-figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza
-signoria.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-Le maggiori case principesche.
-
- Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. —
- Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico
- il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro,
- duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli
- Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico
- dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito
- personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia
- Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. —
- Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere.
-
-
-Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere
-considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei
-Normanni si mantenne come una _signoria_ inerente al possesso fondiario
-dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto
-d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e
-poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice _possesso_
-come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun
-ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin
-dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa
-da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto,
-dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno,
-anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli
-non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62]
-ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono
-derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima
-onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento,
-spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di
-poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione
-di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero
-continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò
-Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino
-allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi
-nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non
-conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento
-monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.
-
-Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo
-avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro
-bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la
-sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra
-i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti.
-Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più
-forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza,
-egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un
-implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento
-completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un
-principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui
-per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni,
-egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per
-così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa
-lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di
-presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico
-II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo
-stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco
-negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e
-teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi,
-esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte
-alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi
-di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge
-alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici
-o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso
-costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente,
-quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla
-sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue
-vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito
-per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del
-tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello
-Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del
-cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni,
-finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione
-dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire,
-insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal
-Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del
-re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una
-specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre
-in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il
-suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero
-in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità
-che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano
-talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per
-solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia
-sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di
-questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità,
-che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore
-tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio
-fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e
-lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure
-fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti
-capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in
-preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore
-Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto
-almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano
-sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma _jamais homme cruel ne
-fut hardi_, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da
-un solo punto di vista, Comines.
-
-Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei
-duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata
-una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto
-l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi
-più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente
-biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò
-che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e
-collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che
-uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo
-di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda
-sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da
-magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza
-uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue
-escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha
-grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo
-porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo
-da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava
-la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima:
-là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per
-timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso
-di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte
-del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più
-alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra
-questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe
-e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più
-alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là
-uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che
-nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano
-sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori
-erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente
-mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con
-un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si
-garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una
-doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad
-una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del
-cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì
-dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva
-mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori
-del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della
-felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli
-stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una
-ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa
-fermezza.
-
-
-Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza
-(1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di
-qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun
-altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza
-individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi
-talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna.
-I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama;
-ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla
-del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò
-a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68]
-Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita
-perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al
-congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo
-anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come
-un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii,
-calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un
-complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo:
-— tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al
-possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli
-graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide
-il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli
-subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia
-la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo
-abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone,
-dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del
-fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi:
-uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato;
-la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta
-in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata,
-che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che
-la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità
-il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare
-uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in
-generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non
-gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che
-stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari.
-Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante
-cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte
-le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476),
-vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella
-mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario
-che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli
-uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che
-manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola
-facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche
-ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i
-capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza
-in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro
-coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma
-tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e
-diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali,
-Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote,
-avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono
-l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro
-è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio
-dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda
-immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica
-nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno
-avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale
-anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato,
-come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da
-qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli
-Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come
-un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa
-Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo
-condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo
-corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71]
-Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa
-freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il
-che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse
-le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva
-di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto
-acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi
-non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando
-del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un
-uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua
-volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e
-vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli
-contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava;
-ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in
-poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti,
-usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona,
-dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole
-cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero
-eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener
-lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che
-bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. —
-Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più
-quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso:
-il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello
-la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e,
-come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di
-coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità
-personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da
-lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare,
-anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava
-tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne
-cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio
-non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al
-1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe
-potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto
-spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a
-nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi
-stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente
-questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed
-anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia
-e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per
-aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al
-loro tempo.
-
-Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati
-da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna
-rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno
-inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che
-in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò
-almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel
-1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle
-di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era
-detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e
-potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo
-conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che
-l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari
-di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un
-formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche
-assai ragguardevoli).
-
-Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da
-principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella
-dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga,
-quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro,
-ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non
-si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando
-qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese
-Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche
-vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una
-coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati
-in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si
-trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e
-condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non
-era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore,
-nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la
-battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi,
-di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla
-propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede
-in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la
-difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a
-salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno
-di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che
-largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro
-accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la
-donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo
-stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano
-i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso
-anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte
-di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore
-cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata,
-specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese
-molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta
-pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico
-dell'arte.
-
-
-Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero
-Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere
-principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità,
-che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano
-colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli
-seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori
-e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due
-successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici,
-promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro
-soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non
-solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso
-egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento
-persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi
-delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto
-aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui
-non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva
-essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli
-di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato
-di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò,
-non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo
-per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior
-tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente
-sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno
-elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito;
-e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando
-egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva
-ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi
-leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima.
-Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di
-là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio
-coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli
-esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S.
-Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava
-grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a
-muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella
-di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che
-lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze
-dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate.
-Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie,
-s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga,
-signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80]
-Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue
-infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato
-a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo
-stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da
-una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui
-questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare
-Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che
-il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i
-sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il
-Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri
-motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come
-scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare
-Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il _Tirsi_,
-dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più
-tardi (1518) collocò i dialoghi del suo _Cortegiano_ nel circolo della
-coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga).
-
-
-La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in
-modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la
-popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli:
-una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto
-adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte
-e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli,
-come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori:
-il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo
-erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia
-avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e
-ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto
-finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi
-contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale
-Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere
-a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo
-Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di
-tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in
-sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti
-gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere
-del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse
-più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi
-di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente
-aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto,
-egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor
-nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si
-trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna
-di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi
-ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii
-e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi
-esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono
-qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi
-palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi
-raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile.
-Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri
-altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè
-venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo
-gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava
-con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di
-sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie,
-le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle
-mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre
-quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva
-annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della
-quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda
-la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio,
-si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii
-_a prezzi salati_, e si citano singolarmente nomi di amministratori
-di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di
-podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali
-superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli»,
-come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo
-«più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che
-vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla
-medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara,
-che dicevasi _andar per ventura_, e di farsi regalare almeno dai più
-abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in
-prodotti naturali.
-
-Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse,
-che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i
-professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza,
-che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano
-arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che
-Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in
-danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno:
-il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale.
-Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al
-1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo
-più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca,
-che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in
-pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli),
-— non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata.
-Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste
-sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville,
-tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di
-Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti.
-
-Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata
-suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una
-esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo
-che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della
-signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati
-deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò
-che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano
-formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi,
-che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera
-e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi
-Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente
-una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei
-paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri
-fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio,
-quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente
-magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad
-ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni
-genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro
-contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la
-quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo
-e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante
-può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in
-una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha
-bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi
-avremo occasione di dimostrare.
-
-
-I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più
-strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben
-calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel
-senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce
-già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse
-nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in
-bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare
-vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a
-ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una
-«colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia)
-avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu
-punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò
-che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi
-ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al
-duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto
-ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista
-dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di
-presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto
-per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire
-da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso
-onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una
-semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni
-II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando
-in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] —
-Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente
-priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando,
-come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi
-consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I,
-un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo:
-egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi
-e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar
-le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come
-allora lo si chiamava, col _capitaneo di giustizia_, Gregorio Zampante
-di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto
-nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano
-perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva,
-ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura
-cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era
-tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva
-procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca.
-Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di
-questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto
-suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non
-meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non
-cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse
-di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri.
-Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il
-duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli
-aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua
-abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti
-pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo
-ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che
-troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al
-confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire,
-le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni.
-Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme
-all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta
-la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole
-accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì
-il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e
-nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università,
-rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette
-accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe
-andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che
-abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo
-e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano
-immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte,
-due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa,
-alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella
-crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione
-ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il
-suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa
-usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità,
-ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola
-molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per
-la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre
-gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti
-i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa
-morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria
-per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè
-la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non
-le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali,
-ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non
-temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza
-di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star
-tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè
-di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di
-principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori
-avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva
-un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici
-cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche
-legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle
-di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano
-Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo
-scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto
-dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il
-più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da
-sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano
-naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.
-
-
-Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e
-se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo
-palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano
-in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima
-volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono
-con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del
-_Corpusdomini_: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo:
-tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro
-in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e
-dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di
-particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente
-ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine
-dello _Sprone d'oro_, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria
-del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada,
-un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza
-dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle
-lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza
-mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più
-complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte
-e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco
-gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio
-in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche
-cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la
-corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di
-Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi
-di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni
-del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio
-servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso,
-del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-Gli avversari della tirannide.
-
- Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli
- assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. —
- I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il
- popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori.
-
-
-Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione
-dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari
-alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto
-tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva
-di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì
-continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad
-assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o
-in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma
-tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96]
-erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era
-omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza
-strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti,
-nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie
-di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe
-italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene,
-rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a
-12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno
-1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati,
-i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino
-esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente
-i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco
-alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle
-dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente
-devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette
-duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni
-significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio,
-pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir
-simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna,
-benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non
-ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti,
-dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed
-ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver
-soffocato l'Italia.
-
-
-Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata
-avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio,
-anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere,
-col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta
-loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati
-ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici,
-stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i
-sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta
-da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i
-loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio
-generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed
-offese puramente personali.
-
-Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni freno legale,
-incondizionati erano pure i mezzi usati dai suoi avversari. Sin dal
-suo tempo il Boccaccio lo dice espressamente:[99] «debbo io chiamar
-re o principe un usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No!
-perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui sono bene usate
-le armi, le congiure, le spie, le insidie, le astuzie: sono anzi opera
-santa e necessaria. Non vi è sacrificio più accetto che il sangue di
-un tiranno!» Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare:
-il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi _Discorsi_,[100]
-ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando
-dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e le ha giudicate colla
-sua solita imparzialità secondo i diversi loro fini e il loro esito. Ci
-accontenteremo dunque di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii
-eseguiti nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra
-sull'influenza esercitata dagli esempi antichi.
-
-
-Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista il tiranno,
-sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle chiese, e in queste
-soltanto poi potevasi sperare di sorprendere un'intera famiglia
-principesca riunita. Così quei di Fabriano[101] spensero nel 1435 la
-famiglia dei Chiavelli loro tiranni durante un servizio religioso e
-precisamente, secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: _et
-incarnatus est_. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti (1412) fu
-ucciso mentre entrava nella chiesa di S. Gottardo, e nel 1476 il duca
-Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico
-il Moro poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa
-Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, che entrò nella chiesa
-di S. Ambrogio per una porta diversa da quella, dove era aspettato.
-Nè pare che si credesse di commettere con simili assassinj veruna
-speciale empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo non aveano
-mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi a pregare il santo titolare
-della chiesa e di ascoltarvi la prima messa. Tuttavia nella congiura
-de' Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause,
-per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto questa, che il
-bandito Montesecco, impegnatosi dapprima in un convito di eseguire
-l'assassinio, vi si era poi rifiutato nel Duomo di Firenze, e in
-luogo di lui vi si indussero poi alcuni ecclesiastici, «che erano più
-famigliari con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna paura».[102]
-
-
-Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni morali e
-più particolarmente sulle politiche avremo occasione di rilevare
-frequentemente anche in seguito, i primi a dare l'esempio furono i
-tiranni stessi, che non di rado, tanto nel concetto che s'erano formati
-dello Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano di non voler
-espressamente seguire altro modello, fuorchè l'antico impero romano. Ed
-altrettanto fecero alla loro volta i loro avversari studiandosi, sin
-da quando con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare
-gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile il dimostrare
-che essi nell'idea principale, vale a dire nel risolversi al fatto,
-abbiano ricevuto il maggiore impulso da questi esempi, ma non è
-neanche vero per questo che le allusioni continue all'antichità fossero
-semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima ne
-abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, il Lampugnani, l'Olgiati e
-il Visconti.[103] Tutti e tre avevano motivi affatto personali d'odio
-contro di lui, e tuttavia la risoluzione di ucciderlo parve essere
-derivata da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro di
-eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un drappello di giovani
-appartenenti alla nobiltà milanese un vago desiderio di gloria e
-d'imprese magnanime in pro della patria, e s'era finalmente aperto
-col Lampugnani e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà a
-Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed essendo espulso,
-dovette abbandonare quei giovani in preda al loro ardente entusiasmo.
-Circa dieci giorni prima del fatto convennero essi nel monastero di S.
-Ambrogio e giurarono solennemente di compierlo: «poi, dice l'Olgiati,
-ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine di S. Ambrogio,
-levai gli occhi ad esso ed invocai il suo aiuto per noi e per tutto il
-suo popolo». Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere
-l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui chiesa essa
-ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri furono iniziati nella
-congiura e tennero notturni convegni nella casa del Lampugnani, dove
-si esercitavano nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto
-riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai seguaci del
-duca e gli altri due furono presi. Il Visconti mostrò pentimento, ma
-l'Olgiati, in onta a tutte le torture, sostenne che quell'uccisione
-era stata gradita a Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice
-gli ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente a te: la
-morte è amara, ma la gloria sarà eterna!»
-
-E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli intendimenti e i
-propositi di costoro, dal modo stesso con cui la congiura fu condotta
-trapela evidente un tentativo d'imitazione del più scellerato di
-tutti i cospiratori, di colui che non pensò mai neanche alla libertà,
-vogliamo dire di Catilina. I _Diarii sanesi_ dicono espressamente,
-che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò appare anche
-indirettamente dalla confessione stessa dell'Olgiati.[104] Quel
-terribile nome noi lo incontreremo anche altrove, ed è pur troppo vero,
-che per congiure volgari, e se si prescinda dallo scopo, non v'era un
-tipo più seducente di questo.
-
-
-Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente si
-sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi de' Medici, il tirannicidio
-era accolto come un'idea accetta universalmente. Dopo la fuga dei
-Medici nell'anno 1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo
-in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, opera del
-Donatello,[105] e fu posto dinanzi al palazzo della Signoria, dove
-ora sta il Davide di Michelangelo, con questa iscrizione: _exemplum
-salutis pubblicae cives_ posuere 1495. Ma più specialmente ora si usò
-di tirare in campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo
-tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda Iscarioto[106]
-nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore dell'impero.
-Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura contro Giuliano, Giovanni e
-Giulio de' Medici ebbe un esito così infelice (1513), era stato egli
-pure ardente entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo,
-se avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito a lui
-Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel carcere,[107]
-documento importantissimo per rilevare le credenze religiose d'allora,
-fanno fede dello sforzo ch'egli dovette esercitare sopra sè stesso,
-per liberarsi da quelle fantasie e reminiscenze romane e morire
-cristianamente. Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S.
-Tommaso d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma il confessore
-più tardi confessò a quello stesso amico, che S. Tommaso fa invece
-una distinzione e permette la congiura contro un tiranno, il quale si
-sia imposto al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici
-uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve una apologia del
-fatto,[108] probabilmente autentica, o per lo meno scritta per suo
-incarico, nella quale egli si vanta dell'uccisione del tiranno come
-di opera sommamente meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro
-fosse stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, suo
-congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. Altri
-usarono anche in questo caso il paragone con Bruto, e sembrerebbe che
-Michelangelo stesso non sia stato del tutto alieno da questa idea,
-almeno se si vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli
-Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue opere, ma
-non certamente perchè l'uccisione di Cesare gli pesasse troppo sul
-cuore, come dice il distico scrittovi sotto.
-
-Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto formando nei
-tempi moderni di fronte alla monarchia, indarno si cercherebbe negli
-Stati principeschi dell'epoca del Rinascimento. Bensì ognuno protestava
-isolatamente nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo
-medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda sotto lo stesso,
-anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci volevano eccessi quali
-si videro a Camerino, a Fabriano ed a Rimini (pag. 44), perchè una
-popolazione si decidesse a distruggere o a cacciare una casa regnante.
-Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe fatto altro,
-fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche era decisamente nel
-suo tramonto.
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-Le Repubbliche.
-
- Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi
- pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause
- della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi
- politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della
- politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. —
- Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato.
-
-
-Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo grado quella
-energia, che vale a tramutare una città in uno Stato. Non sarebbe
-occorso che un passo ulteriore, vale a dire che queste città si
-fossero strette tra loro in una grande confederazione, concetto, che
-in Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, rispetto
-ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, ora di un'altra.
-Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi infatti grandi e potenti
-federazioni di città, e il Sismondi crede (II, 174), che il tempo
-degli ultimi armamenti della lega lombarda contro il Barbarossa (dal
-1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si sarebbe resa
-possibile una federazione italiana universale. Ma le più potenti fra le
-città aveano già palesato troppa fierezza e originalità di carattere,
-perchè la cosa potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza
-nel commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed estremi l'una
-contro dell'altra, e tenevano le vicine città minori in una ingiusta
-dipendenza; il che vuol dire, che da ultimo esse credevano di poter
-fare ciascuna da sè, senza aver bisogno delle altre, preparando per tal
-modo il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. Questa non
-tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte intestine dei nobili fra
-di loro, e della borghesia colla nobiltà, fecero nascere il desiderio
-di un governo forte e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano
-pronte a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti
-governi di parte s'erano da lungo tempo abituati a veder ineseguito il
-bando generale di guerra da loro intimato.[109] La tirannide inghiottì
-la libertà della maggior parte delle città; qua e colà si cercò di
-sbarazzarsene, ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre,
-perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le forze che
-contro-operavano, si trovavano già esauste.
-
-Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, due sono
-della massima importanza per la storia dell'umanità: Firenze, la città
-dei continui rimutamenti, che ci trasmise le manifestazioni di tutti
-i disegni e le aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che
-per tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la città della
-calma apparente e del silenzio politico. Esse formano fra di loro la
-più forte antitesi, che si possa immaginare, ed ambedue alla loro volta
-sono tali, da non poter essere paragonate con verun'altro Stato del
-mondo.
-
-
-Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione affatto eccezionale
-e misteriosa, nella quale da tempo remotissimo si sentiva l'azione
-di qualche altra cosa, che non era l'ingegno umano. Intorno alla
-solenne fondazione della città correva una leggenda evidentemente
-mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno i profughi di
-Padova gettarono la prima pietra a Rialto, per farne un asilo sacro
-e inaccessibile in mezzo all'Italia corsa e lacerata dai Barbari.
-Scrittori venuti più tardi attribuirono ai primi fondatori il
-presentimento di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio
-Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili esametri,
-mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, questa preghiera
-a Dio: «se un giorno tenteremo qualche cosa di grande, accordaci il
-tuo favore! Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, ma
-se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno a te, o Dio,
-centinaia di templi ricchi di marmo e d'oro».[110] — La città delle
-isole, sul finire del secolo XV, riguardavasi ormai come il gioiello
-più prezioso del mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come
-tale[111] colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate,
-co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua pomposa grettezza
-altresì, per la quale sotto tetti dorati si dava a pigione ogni più
-piccolo angolo della casa. Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza
-di S. Giacometto a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non tra
-grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso e svariato bisbiglio,
-dove siedono, lunghesso i portici che la fiancheggiano e sotto quelli
-delle vie adiacenti,[112] banchieri ed orefici a centinaja, dove le
-botteghe e i magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando
-poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, sotto
-il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, e dinanzi al
-quale i vascelli si addossano gli uni agli altri nel canale: indi
-più innanzi ci mostra un'intera flotta carica di vini e di olio,
-e parallelle ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le
-officine dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla piazza di S.
-Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. Per tal maniera egli
-guida il lettore di quartiere in quartiere sin fuori ai due lazzaretti,
-stabilimenti non solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo
-portati ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura attenta
-e sollecita pel benessere personale dei sudditi era il distintivo
-del governo di Venezia non solo in pace, ma anche in guerra, dove
-l'assistenza che si prestava ai feriti, anche nemici, era oggetto di
-ammirazione per tutti.[113] In generale non v'era stabilimento di
-pubblica beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma
-la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato con
-regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava i superstiti.
-La ricchezza, la sicurezza politica, la pratica del mondo avevano per
-tempo vôlto il pensiero de' veneziani a queste cose. Quei cittadini
-svelti, biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso
-sensato,[114] non differivano quasi fra loro sia nelle fogge del
-vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: di ornamenti (fra
-i quali primeggiavano le perle) non si curavano, se non per fregiarne
-il collo delle loro donne o fanciulle. In allora la prosperità generale
-era veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate dai
-Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio generale d'Europa
-bastarono anche più tardi a far sopravvivere Venezia anche ai colpi più
-aspri della fortuna, quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio
-dei Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega di Cambray.
-
-
-Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli e abituato alla
-franca loquacità dei filologi d'allora, nota in un altro luogo[115] con
-qualche maraviglia, che i giovani nobili, i quali andavano ad udire
-le sue lezioni del mattino, non volevano a nessun patto entrare con
-lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa si pensi, si
-dica e s'aspetti da questo o quel moto in Italia, tutti mi rispondono
-ad una voce di non saper nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più
-severa inquisizione di Stato, più d'una cosa potè risapersi per opera
-di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben caro prezzo.
-Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano dei traditori perfino
-tra i funzionari, che coprono le più alte dignità dello Stato;[116] i
-papi, i potentati italiani e perfino alcuni condottieri in condizioni
-affatto mediocri e stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al
-loro soldo speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che
-il Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare al Consiglio
-dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, e si accreditò
-universalmente l'opinione, che Lodovico il Moro in questo stesso
-Consiglio disponesse a suo talento di un certo numero di voti. Noi non
-siamo in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare quegli abusi
-le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e l'alto premio concesso a
-chi li denunciasse (fino a sessanta ducati di pensione vitalizia); ma
-certo è che una delle cause principali, la povertà di molti nobili,
-non poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi misero
-innanzi una proposta, che lo Stato dovesse sborsare annualmente 70,000
-ducati a sollievo di quei nobili poveri, che non avessero alcun
-pubblico ufficio; la cosa era sul punto di essere portata dinanzi
-al gran Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere
-una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu ancora in tempo
-di intervenire, e mandò ambedue i proponenti a confine per tutta la
-loro vita a Nicosia e a Cipro.[117] Intorno a questo stesso tempo un
-Soranzo fu fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, ed
-un Contarini posto in catene per furto violento: un altro della stessa
-famiglia si presentò nel 1499 dinanzi alla Signoria, lamentando di
-essere da molti anni senza impiego alcuno, di aver soli sedici ducati
-di rendita e nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato
-in debiti per sessanta ducati, di non essere in grado di esercitare
-verun mestiere e di essere stato ultimamente gettato sulla pubblica
-via. In presenza di tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi
-imprendono a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente i
-poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi testamenti annoverata
-tra le opere di carità.[118]
-
-
-Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie fondavano per
-avventura serie speranze, s'ingannavano grandemente. A prima vista si
-potrebbe credere che lo slancio stesso del commercio, che anche al più
-povero garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, nonchè
-le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, dovessero
-aver distrutto tutti gli elementi pericolosi nel campo politico. Ma
-Genova non ha forse avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia
-politica delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di Venezia
-sta piuttosto in un concorso di circostanze, che non si verificarono
-mai in nessun altro Stato. Inespugnabile come città, essa non si era
-da tempo remotissimo occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri
-se non dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando
-quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo le sue
-alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri ed al maggior prezzo
-possibile. Il fondo adunque del carattere veneziano era quello di un
-superbo e dispettoso isolamento, e conseguentemente di una più compatta
-solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche dal rancore di tutti
-gli altri Stati d'Italia. Di più, nella città stessa tutti gli abitanti
-eran tenuti uniti da fortissimi interessi comuni di fronte alle colonie
-ed ai possessi di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima
-(vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non poteva esercitare
-atti commerciali altrove, fuorchè a Venezia. Un vantaggio fondato su
-mezzi cotanto artificiali non poteva essere mantenuto che mediante una
-grande tranquillità e concordia interna; — questo lo sentiva certamente
-la grande maggioranza, e quindi il terreno quivi era assai disadatto
-per qualsiasi cospirazione. Che se pure vi erano taluni malcontenti,
-costoro furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione
-esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento
-diventava quasi impossibile. Ed anche nel seno della nobiltà a quelli,
-che per avventura fossero pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava
-affatto l'occasione principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò
-per la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi e
-per la parte continua che doveano prendere alle guerre coi Turchi, i
-quali incessantemente tornavano a farsi vedere. Vero è che i comandanti
-in queste li risparmiavano a tutto potere, e talvolta in modo
-ingiustificabile, il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta
-della Repubblica, se avesse durato a spese della giustizia quella
-stolta paura dei nobili «di farsi del male l'un l'altro».[119] Tuttavia
-questo libero moto all'aria aperta diede alla nobiltà veneziana,
-presa nel suo complesso, un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia
-e l'ambizione pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, non
-mancavano mai le vittime ufficiali condannate dall'autorità e con mezzi
-legali. La lunga tortura morale, alla quale fu sottoposto sotto gli
-occhi di tutta Venezia il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è
-forse il più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto
-dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei Dieci, che aveva una
-mano in tutto e possedeva un illimitato diritto di vita e di morte,
-nonchè una sorveglianza sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata,
-che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò il Foscari
-come tanti altri potenti, veniva ogni anno rieletto dall'intera casta
-dominante, dal gran Consiglio, ed era per ciò stesso l'organo più
-immediato della stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in
-queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore responsabilità
-dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. Ma dinanzi a questa
-e ad altre autorità indigene, per quanto il loro modo di agire fosse
-tenebroso e violento, il vero veneziano non cercava già di nascondersi,
-ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la Repubblica
-aveva le braccia lunghe e poteva, invece che su lui, vendicarsi sulla
-sua famiglia, ma perchè, nella maggior parte dei casi almeno, si
-procedeva secondo la norma di certi principii, piuttosto che per sete
-di sangue.[120] In generale nessuno Stato ha avuto più di questo una
-grandissima autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. E se,
-per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi dei traditori,
-non è meno vero da un altro lato che ogni veneziano, che si trovasse
-all'estero, si credeva obbligato a farsi referendario o spia del
-proprio governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma s'intendeva
-da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava nei concistori segreti
-del Papa. Il cardinale Domenico Grimani fece rapire non lungi da Roma
-(1500) i dispacci, che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico
-il Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora si trovava
-sotto il peso di una grave accusa, fece valere pubblicamente questo
-servizio del figlio dinanzi al gran Consiglio, che era come dire,
-dinanzi a tutto il mondo.[121]
-
-
-Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato
-di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia
-della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran
-numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il
-tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno
-sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda:
-come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da
-elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano
-non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il
-Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia
-settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un
-contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con
-una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento,
-nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte
-vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili
-veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si
-compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti.
-A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento
-e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri
-3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali.
-In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto
-di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto
-sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra
-contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li
-sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto,
-che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione
-straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero
-bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi
-non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò
-ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il
-di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto
-di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento
-di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone
-troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di
-testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere,
-sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo,
-che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva
-una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la
-presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione
-di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed
-altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente
-era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi
-XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia
-contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi
-sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del
-cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia
-avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro
-intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte
-alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto
-alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in
-sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza
-durevoli danni, da quella lotta.
-
-
-Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui
-interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare
-senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo
-bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite.
-Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della
-moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in
-seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente
-sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti
-generali dei diritti e dei possessi detti _urbariali_ del principe:
-esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che
-essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della
-proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da
-tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata
-specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di
-estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma
-si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica
-— ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli
-eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non
-trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di
-commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta
-congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza
-politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione
-musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e
-commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta
-di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente
-sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in
-cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli
-scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi
-della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati,
-la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi
-sfoghi al commercio.
-
-Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste
-cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città
-nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di
-calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o
-per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per
-anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire
-una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno
-al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di
-Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella
-persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto
-bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a
-dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino
-quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè,
-dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e
-il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini,
-perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere,
-essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana
-e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole
-è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte
-ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più
-importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia.
-Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo
-difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne
-qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati
-per un prestito di guerra, il debito dello Stato (_il monte_) ammontava
-ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio
-(come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro
-(così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque
-galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di
-duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori
-nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette
-milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille
-nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui.
-— In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso
-anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del
-secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra,
-essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129]
-
-
-Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione,
-Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato
-importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso
-in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che
-allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui
-è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo
-per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il
-Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza
-non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e
-per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda
-fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone
-sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e
-cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo
-libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della
-letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro
-su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole
-opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV
-l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non
-assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo
-Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla
-Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni
-di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove
-realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici,
-aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a
-questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur
-tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito
-artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come
-importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua
-grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di
-tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo
-Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il
-conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si
-metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo
-ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi
-ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca
-pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne
-processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso
-di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo
-fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da
-una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure
-senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze
-a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo
-nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro
-fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva
-assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in
-sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente,
-il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano _andate_)
-procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste
-fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano
-colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre
-sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione.
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-Ancora delle Repubbliche.
-
- Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della
- coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual
- patria della statistica; i Villani. — La statistica dei
- maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le
- forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello
- Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo
- progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca.
-
-
-La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo
-delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la
-quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del
-mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei
-principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa
-del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto
-d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche
-e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal
-modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli
-esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la
-patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo,
-la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente
-influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza
-de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il
-primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella
-città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito
-dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini
-di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e
-tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non
-tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città
-di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel
-suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti
-i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente
-infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi
-storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse
-la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato
-d'Italia.[137]
-
-
-Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile
-Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa
-storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e
-un senso pratico così profondo.
-
-Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del
-suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti
-dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause
-e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si
-tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni.
-E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual
-tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria
-e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei
-continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138]
-che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa
-di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto
-orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini
-non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si
-allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo
-entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che
-un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie
-giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere,
-hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di
-essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano
-senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e
-indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto,
-benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale
-di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio.
-La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio
-di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il
-suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi
-nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di
-Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire
-questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua
-passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie
-dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per
-proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli
-pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò
-un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra»,
-ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio
-sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste
-lettere e nel libro _Del volgare eloquio_ torna, sotto forme diverse,
-il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della
-propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua
-e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto
-avremo occasione di tornar nuovamente.
-
-
-Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto
-di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e
-convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica
-fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141].
-Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi
-di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno
-aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di
-Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini
-d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse
-dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di
-prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le
-case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di
-1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia
-si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di
-quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire:
-le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione
-della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il
-consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello
-Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000
-battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in
-sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da
-1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro
-scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica.
-Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con
-più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di
-sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici
-ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente,
-per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (_il
-monte_), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore,
-gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le
-conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono
-essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne
-in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto
-come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti
-i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi
-abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse
-più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più
-aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i
-contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando
-incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri
-apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano
-morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una
-ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande
-legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza
-prole.[149]
-
-Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta
-dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più
-il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro
-legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a
-dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno
-1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe
-di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2
-milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le
-stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura
-antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita
-l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità
-della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era
-francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più
-sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno,
-parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori:
-Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando
-Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi
-non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di
-vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati
-di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior
-dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a
-conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici,
-e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine,
-costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei
-quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico
-si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo
-il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto
-nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in
-esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia
-dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui
-damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in
-marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla
-gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta
-la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione
-famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su
-quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non
-possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne
-dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor
-necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso,
-anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri
-morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli
-una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria
-regolare.[154]
-
-Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo
-possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze
-lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella
-statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro
-modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano
-nel sepolcro.[156]
-
-Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di
-pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più
-sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme
-e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato
-libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì
-in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele
-dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso
-un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie
-cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da
-Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno
-invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla
-pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso
-degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni
-dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie
-col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di
-una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle
-forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in
-modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena
-luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle _Istorie fiorentine_
-(sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come
-individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che
-accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia
-saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se
-ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come
-gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno
-da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle _Storie fiorentine_
-vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe
-per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel
-loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti,
-Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi!
-E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che
-il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In
-questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata
-e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non
-una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja
-maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri
-ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura
-giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle
-più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo
-che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su
-nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità
-manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso
-pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze
-al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato
-lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di
-città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse
-poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno
-e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe
-forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi
-stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a
-ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo
-suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio
-in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie
-del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione?
-Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e
-di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra
-essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i
-suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile
-assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il
-Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze
-quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta
-possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò
-non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente
-e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è
-che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e
-i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le
-mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della
-sua storia.
-
-
-I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima
-espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali
-altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi
-tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria
-costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a'
-suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più
-stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione
-possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti
-esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di
-qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli
-è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con
-un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi
-elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e
-simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o
-almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità
-i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da
-quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati,
-dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a
-queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo,
-mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi
-secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o
-nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o
-toglie di colorito alle cose!
-
-
-Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno
-Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa
-delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che
-ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè
-sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità
-e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma
-soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo
-non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee,
-ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua
-obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità
-spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei
-quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere
-più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione
-contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo
-spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro.
-Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa
-pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della
-parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno
-privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi
-lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto
-egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte,
-fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era
-sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per
-l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo _Memoriale_
-da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo
-de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli
-aveva dedicato il suo libro del _Principe_. Le cose sono agli estremi
-e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti
-non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso
-riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai
-Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica
-sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio,
-come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai
-diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro
-al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni,
-confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei
-_Discorsi_, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa
-bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la
-quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le
-repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti,
-perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di
-sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire,
-per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della
-libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati
-una procedura giudiziaria (_accusa_), in luogo della quale Firenze da
-tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza.
-Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive,
-che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente.
-In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono
-di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha
-maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che
-è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164]
-Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno
-che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale
-discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita
-o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia
-lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le
-repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori
-e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace
-all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da
-tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca,
-mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio
-impulso.[165]
-
-
-Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre
-repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di
-Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno
-spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici
-profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti
-non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua
-città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate»
-città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da
-nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè
-fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia
-delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non
-ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della
-Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168]
-Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così
-selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non
-si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i
-genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose
-almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli,
-che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al
-tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso
-sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e
-la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia
-conciliabile il possesso di lontane colonie.
-
-Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di
-esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della
-famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico
-lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come
-un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle
-repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione
-delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del
-conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia
-che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de'
-privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa
-a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono
-obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale
-confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per
-togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni
-commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione
-delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della
-maggiore assemblea dei cittadini (_Consiglio generale_), sostituendovi
-soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in
-numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le
-spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue
-paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (_i soldati si faccino
-amici, confidenti e savî_). Per ultimo si parla delle miserie del
-tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre
-industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un
-dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al
-contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza
-eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per
-noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una
-delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si
-svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione.
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-Politica estera degli Stati italiani.
-
- Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia.
- — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista.
- — Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione
- obbiettiva della politica. — Arte diplomatica.
-
-
-A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno
-opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla
-riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili,
-artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro
-e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni
-di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle
-relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno
-riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano
-che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito
-anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli
-possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in
-generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima.
-Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che
-poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto,
-e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva
-e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta
-una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre
-l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.
-
-Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni
-e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna
-dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto
-delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera
-Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo
-l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la
-cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si
-solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai
-governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre
-Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie
-universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti
-rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai
-falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale
-che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva
-facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò
-effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma
-non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a
-sostenerla.
-
-
-Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri
-fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza
-suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico
-il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori)
-tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce
-pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo
-perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò
-a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi
-specialmente ai Francesi ed ai Turchi.
-
-Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle
-popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa
-le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E
-quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse
-incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le
-sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il
-Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto
-redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto
-che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei
-Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla
-di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse
-generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I
-non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece
-guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi
-interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi
-della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le
-guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti,
-mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti
-italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento
-francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le
-pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza,
-quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva
-omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora
-fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca
-Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale
-egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva
-ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si
-tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un
-equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva
-Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente
-chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi
-al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei
-pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare
-il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella
-guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io
-non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo
-di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai
-in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò
-accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il
-re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed
-essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non
-sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura
-di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi
-altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto
-ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità
-di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178]
-
-Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor
-lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi,
-ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che
-da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata.
-D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si
-comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono
-divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più
-star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar
-sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia.
-Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati,
-anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti
-di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo
-all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna,
-la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato
-in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in
-poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano
-chiamati i barbari.
-
-
-Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò
-parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico,
-come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani
-d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo
-delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto.
-Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria
-e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito
-risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo
-religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche
-in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande
-vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non
-vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno
-una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e
-co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non
-seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè
-in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani
-incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato
-appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un
-ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si
-aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia
-i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto —
-e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse
-un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro
-Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro:
-«il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in
-mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista
-del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che
-Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato
-in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a
-Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V
-e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi,
-anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli
-stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto
-_obolo turco_ raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza
-accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185]
-Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe
-Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II,
-e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico
-il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498),
-su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186]
-Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con
-Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto
-non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei
-Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche
-esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi
-eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un
-indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea.
-Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere,
-che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano
-qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187]
-Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso
-dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente
-al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore,
-la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in
-contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a
-lui»[188].
-
-Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli
-Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole,
-il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva
-dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189]
-Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un
-tale destino.
-
-
-Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica
-italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo,
-spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano
-intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui
-non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali,
-co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che
-ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito
-del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto
-nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane
-conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono
-in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle
-cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli
-uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da
-qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta,
-che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche
-soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali
-riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in
-mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei
-lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei
-d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare
-o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel
-rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più
-grossolani errori, nati fatti per la politica.
-
-
-Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la
-persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro
-dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli
-cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli
-seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra
-Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta
-Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto,
-e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe
-settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che
-in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti.
-Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche
-nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento
-generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale
-certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo
-prigioniero.[191]
-
-Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e
-libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde
-umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne
-(1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192]
-per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria.
-— Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta
-propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non
-s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere
-giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè
-questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche,
-e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità
-singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è
-osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto
-il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni,
-malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di
-secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato
-di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e
-rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni»
-politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità,
-ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove
-documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo
-dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante
-di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato
-al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere
-di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e
-come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore
-importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo
-XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche
-dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e
-privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali
-di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-La guerra come opera d'arte.
-
- Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori
- guerreschi.
-
-
-Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole come a questo tempo
-anche la guerra abbia assunto il carattere e l'aspetto di una vera
-opera d'arte. Durante il medio-evo l'educazione guerresca in tutto
-l'occidente era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di
-difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo ingegnosi
-inventori nell'arte delle fortificazioni e degli assedi; ma tanto la
-strategia, quanto la tattica trovarono non pochi ostacoli al pieno
-loro svolgimento nella natura stessa e nella durata del servizio
-militare, nonchè nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte
-al nemico era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza del
-posto e di mandar a male in tal modo colla sua indisciplina le più
-importanti fazioni, come accadde in quelle di Crécy e di Maupertuis.
-Presso gl'Italiani invece prevalse assai per tempo il sistema delle
-truppe mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche la
-sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì dal canto suo non
-poco a demoralizzare in certo modo la guerra, non solamente perchè
-i castelli meglio agguerriti tremavano all'urto delle bombarde, ma
-perchè l'abilità dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere,
-sorti dalla borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva
-infatti, e non senza rincrescimento, che il valore personale — che era
-tutto nelle piccole compagnie mercenarie egregiamente organizzate —
-veniva a scemare non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di
-distruzione che agivano sì da lontano, e non mancarono Condottieri,
-che, non potendo altro, si rifiutarono almeno di ammettere il fucile da
-poco inventato in Germania,[195] come fece Paolo Vitelli, il quale per
-di più faceva cavar gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri
-che gli capitavano tra mano[196], mentre poi accettava e adoperava
-i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità si lasciarono
-prevalere le nuove invenzioni e si cercò di trarne il maggior profitto
-possibile, per modo che gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco,
-quanto per la costruzione delle fortezze divennero i maestri di tutta
-Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso di Napoli,
-si procurarono tali cognizioni in questa materia da far parere quasi
-un principiante in loro confronto lo stesso imperatore Massimiliano
-I. In Italia, prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte
-della guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, e qui
-pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte con un intento
-puramente artistico, quale poteva conciliarsi benissimo coi frequenti
-mutamenti di parte o col modo di agire affatto spassionato e neutrale
-dei Condottieri. Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 e
-52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, seguiva il
-quartier generale di quest'ultimo il letterato Porcellio, incaricato
-dal re Alfonso di Napoli di stendere su di essa una Relazione.[197]
-Questa è scritta in un latino non troppo puro, ma facile, colle
-ampollosità umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare
-i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, prodigi e
-simili: e siccome da cento anni si disputava, se Scipione l'Africano il
-vecchio fosse stato più grande di Annibale o Annibale di Scipione,[198]
-così il Piccinino dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti
-di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. Ma anche sulle
-truppe milanesi dovendo pur riferire qualche cosa di positivo, il
-sofista non esitò di presentarsi allo Sforza, il quale lo fe' condurre
-per tutte le file: egli lodò altamente ogni cosa e promise di eternare
-ne' suoi scritti quanto aveva veduto.[199] Del resto, la letteratura
-italiana d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti tanto
-per uso del dotto teorico, quanto delle persone colte in generale, e
-ciò forma un forte distacco dalle relazioni contemporanee redatte al
-nord, dove per esempio, quella di Diebold Schilling sulla guerra di
-Borgogna conserva ancora la nuda ed arida esattezza di una informe
-cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,[200]
-il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». Ma lo sviluppo
-subbiettivo del guerriero preso individualmente trovò la sua più
-compiuta espressione in quelle lotte solenni di due o più parti, che
-già molto tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.[201]
-In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, che gli
-mancava al nord: quella che gli veniva dalla bocca dei poeti e degli
-umanisti. Nell'esito di queste lotte non si vede più il giudizio di
-Dio, ma una vittoria del valor personale, e — per gli spettatori — la
-decisione di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione data
-alle velleità ambiziose di un esercito o della intera nazione.
-
-S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le cose di guerra
-da un punto di vista razionale e subbiettivo non mancavano, in date
-circostanze, di far luogo anche ad orribili crudeltà, senza che ci
-entrasse nemmeno l'odio politico, ma solo in vista di permettere
-un saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo la
-spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta giorni e che lo
-Sforza avea dovuto concedere ai suoi soldati (1447), la città per buon
-tratto rimase vuota del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette
-usar la violenza.[202] Ma tali fatti sono ancor poco in paragone dei
-mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe straniere,
-e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei quali forse una vena di
-sangue arabo e fors'anche l'abitudine alle atrocità della Inquisizione
-svegliarono il lato più perverso della natura umana. Chi impara a
-conoscerli nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, non
-sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando il Cattolico e di Carlo
-V, che, pur conoscendo l'indole di tali mostri, non si peritarono
-tuttavia di lasciarli inferocire a loro talento. Il cumulo degli atti
-consumatisi nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti alla
-luce del giorno, potrà restare come una fonte storica della più alta
-importanza; — ma nessuno negli scritti di tali principi cercherà più un
-pensiero politico vivificatore.
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
-Il Papato e i suoi pericoli.
-
- Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma
- da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del
- cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. —
- Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio.
- — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e
- simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi
- ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato
- pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi
- anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone
- X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni
- crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. —
- Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V
- col Papa. — Il Papato della Contro-riforma.
-
-
-Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni affatto
-eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se non incidentalmente
-affatto e solo per istabilire il carattere degli Stati italiani in
-generale.[203] Allo Stato pontificio mancava quasi affatto ciò che
-invece caratterizza in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il
-ben calcolato aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza,
-appunto perchè il potere spirituale aiutava dal canto suo a coprire e
-a sostituire il difettoso svolgimento del temporale. Eppure per quali
-solenni prove non è esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del
-XV! Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, tutto
-andò in sulle prime a soqquadro, ma la corte avignonese aveva danari,
-truppe ed un grand'uomo di Stato, che al tempo stesso era un gran
-capitano, lo spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza
-i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo di un
-definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, e coll'andar
-del tempo nè il papa romano, nè quello di Avignone aveano forze e
-ricchezze bastanti per sottomettere nuovamente lo Stato perduto; ma,
-dopo restaurata l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto
-Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè sotto Eugenio
-IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè lo Stato della Chiesa
-era, e rimase per allora, una completa anomalia fra tutti gli altri
-Stati d'Italia: in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei
-Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, degli Orsini,
-degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, nelle Marche, nelle Romagne,
-se non v'era più quasi nessuna di quelle repubbliche, alle quali il
-Papato s'era mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi
-era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche,
-l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano dire gran cosa.
-Come dinastie a sè e sussistenti per forza propria, hanno tuttavia
-anche esse la loro speciale importanza, e da questo punto di vista noi
-trovammo più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno di
-quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, non vogliamo
-dispensarci qui da alcune brevi considerazioni sullo Stato della Chiesa
-preso nel suo insieme. Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi
-esposto a nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della
-politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche la Curia e
-di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che vengono dal di fuori o dal
-popolo, sono sempre i minori; i maggiori hanno la loro origine nelle
-tendenze stesse dei Papi.
-
-Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là dalle Alpi. Se in
-Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia di pericoli gravissimi,
-non era certamente quello il momento, in cui avessero potuto o
-voluto prestargli un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi
-XI, nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, nè la
-Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la Germania stessa
-tradita nel concilio di Basilea. Anche in Italia v'era bensì un certo
-numero di uomini colti ed idioti, che riguardavano come un vanto
-nazionale la presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi
-privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle benedizioni
-papali,[204] tra i quali quello stesso Vitellozzo Vitelli, che invocava
-l'assoluzione di Alessandro VI nel momento stesso, in cui il figlio del
-Papa lo faceva strozzare.[205] Ciò non ostante, tutte queste simpatie
-non sarebbero bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari
-veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto dall'odio e dal
-rancore che esistevano contro di lui.
-
-Ora egli fu appunto in un momento di così generale abbandono, che anche
-all'interno si manifestarono i più serii pericoli. Già pel fatto stesso
-del trovarsi la Chiesa imbevuta delle stesse massime che informavano
-la politica degli altri principati italiani, essa doveva sentirne le
-scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi urti affatto
-particolari.
-
-
-Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era
-già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna
-alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti
-popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio
-interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero
-per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad
-idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la
-sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal
-di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari
-contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori
-vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della
-signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali
-bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi
-italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva
-la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando
-l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208]
-
-Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II
-(1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta
-del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la
-colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel
-suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il
-principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici
-e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento
-poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i
-congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale
-di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così
-priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e
-più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque,
-anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte
-spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I
-Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare
-colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili
-rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando.
-
-
-E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV.
-Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente
-nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai
-Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come
-in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di
-fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio,
-che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia,
-che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale
-soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari
-inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211].
-Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere
-ad un tal mezzo.
-
-Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse
-quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime
-conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane.
-Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò
-perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti
-i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime
-godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo
-stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso
-smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue
-mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano
-(1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed
-aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al
-suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto
-spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una
-secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del
-trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote,
-Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò
-quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in
-continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi
-un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di
-far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro
-congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III,
-non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel
-tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti),
-dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso
-della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi
-col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le
-città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia
-papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o
-dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi,
-in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore
-di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani
-o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun
-vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri
-dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di
-cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il
-contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un
-pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i
-mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci,
-al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se
-l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava
-una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del
-Papato.
-
-Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato
-(Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e
-l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel
-Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si
-vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del
-Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e
-dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona,
-figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così
-almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del
-bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave
-seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione
-di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti
-donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli
-stesso un'altra volta.[216]
-
-Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa
-Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia
-Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva
-non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone
-X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a
-quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo
-VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che
-fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso
-ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di
-godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando
-enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre
-e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato
-di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello
-Stato.
-
-Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e
-di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di
-grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto
-elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e
-delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera
-papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale,
-negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava
-d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui
-repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in
-modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano,
-non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato,
-per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare.
-Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse
-potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa
-venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa
-morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura
-egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e
-quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle
-almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava
-come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti
-vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole
-il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai
-remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in
-grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di
-fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare
-le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini,
-ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in
-prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni
-degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte
-della città!
-
-
-Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere
-coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503):
-e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato
-di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato
-ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di
-tutti gli stipendi.
-
-Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo
-Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che
-assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di
-quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro,
-parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua
-spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode
-spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli
-si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande
-famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo
-carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon
-sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre
-sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte
-le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione
-soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente,
-non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi
-preesisteva e in sì larga misura.
-
-Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il
-loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della
-Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori
-— più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220]
-e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la
-padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi
-che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece
-uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe
-dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento
-contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato
-la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle
-coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare
-gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i
-principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente
-gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non
-avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo.
-L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII,
-passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora
-non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di
-Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e
-sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e
-più ancora in suo figlio Cesare Borgia.
-
-Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte
-con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i
-godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo
-giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo
-al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti
-seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii
-fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la
-simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle
-vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di
-vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva
-meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli
-nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme
-considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da
-Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato
-morto nel suo letto con ben venti ferite.
-
-
-Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio,
-i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che
-necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle
-lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea
-di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di
-Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai
-più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse
-ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed
-altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano
-presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra
-di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso
-all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè
-tremava per sè stesso dinanzi a Cesare.
-
-Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi
-mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare
-i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello
-Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi
-lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i
-tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al
-più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza
-anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio,
-abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che
-questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente
-una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta
-coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla
-protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che
-un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225]
-Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui
-che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali
-veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno
-è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè
-medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a
-provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale.
-Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia
-Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole
-Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come
-duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui
-innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226]
-ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una
-sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al
-fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e
-per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228]
-Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la
-morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo
-Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse,
-più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come
-Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare
-lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva
-continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe
-il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli
-manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato
-capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare
-il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni
-d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare,
-quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare
-sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui
-medesimo.[230]
-
-Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse,
-riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui
-altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per
-esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si
-servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna
-maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire
-se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una
-prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato
-anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla
-sua signoria.
-
-Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli
-signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato
-a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì
-far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di
-ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla
-testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue
-bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che
-contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto
-il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali
-sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo
-Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare
-e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte
-Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e
-figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che
-le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia
-agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro,
-che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero
-farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto
-dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai
-più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti,
-che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i
-proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai
-elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva
-al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni
-di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema
-di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava
-notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che
-pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e
-assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone
-del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per
-tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto
-ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma
-chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi
-al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una
-certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve
-e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a
-poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e
-con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima
-di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine
-della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio,
-avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il
-compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237]
-cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini,
-Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era
-incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in
-generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì
-a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero
-sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino
-qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in
-qualche oscura città di provincia.
-
-Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così
-allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare
-pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo
-di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti
-credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «_cosa
-diabolica_».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a
-diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500
-che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora
-si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di
-tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano
-alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi
-abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato
-pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi
-potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e
-l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse
-un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241]
-avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di
-ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che
-macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa
-avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si
-fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non
-sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui
-poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di
-cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento
-in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi?
-La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener
-dietro ad una somigliante ipotesi.
-
-
-Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e quasi subito
-dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, due elezioni, che
-evidentemente accennano ad un principio di reazione, che manifestavasi
-d'ogni parte.
-
-Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire sui costumi
-privati di Giulio II, certo è nondimeno che nei punti più sostanziali
-egli fu l'uomo che salvò il Papato. Osservando attentamente l'andamento
-delle cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV,
-egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi avea
-bisogno la potenza papale per sostenersi, e, divenuto Papa, ordinò
-tosto il suo governo in piena conformità a tali viste, portando
-all'attuazione de' suoi progetti tutta quell'energia di carattere,
-che non si arresta dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere
-in virtù di abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con
-favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima cosa, lo
-scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. Anche alla sua corte
-non mancarono i favoriti, e talvolta erano i meno degni, ma egli ebbe
-l'inestimabile fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del
-nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata l'erede di
-Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo dei Montefeltro, e da questa
-unione era nato nel 1491 un figlio, Francesco Maria della Rovere, che
-al tempo stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino e
-nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque obbligo di creare
-uno Stato alla sua famiglia, e per questo noi lo veggiamo, in tutti gli
-acquisti, che o coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra
-venne facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello
-Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò completamente
-ricostituito e per di più ingrandito di Parma e di Piacenza, mentre al
-suo avvenimento l'avea trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette
-nemmeno da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche
-Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli sempre teneva in
-serbo in Castel S. Angelo, non dovevano essere in qualsiasi momento,
-per ordine suo, rimessi ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari
-degli altri Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i
-prelati che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi dispotici,[242]
-ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. L'essere andato
-in persona al campo non gli giovò certamente, ma fu una necessità
-ineluttabile, che tanto più facilmente doveva essergli perdonata in
-Italia, in quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere o
-essere battuti e in cui il credito personale valeva più di qualsiasi
-diritto legittimamente acquistato. Che se poi, ad onta del suo celebre
-grido «fuori i barbari!», egli contribuì più di qualunque altro
-a far sì che gli Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta
-di fatto altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità
-indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo aspetto, favorevole
-e vantaggiosa. E da chi altri, meglio che dalla Spagna, poteva la
-Chiesa attendersi una sincera e durevole devozione,[243] nel momento
-stesso in cui tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti
-ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente ed originale,
-che non poteva soffocare in sè veruno sdegno e neanche nascondere
-nessun vero affetto, preso in tutto il suo insieme era l'uomo del
-tempo, il _Pontefice terribile_ invocato da tutti. Egli ebbe quindi
-pienamente ragione di appellarsi con coscienza relativamente tranquilla
-al giudizio di un Concilio e di rispondere in tal modo vittoriosamente
-al grido de' suoi avversarii, che da tutte le parti d'Europa ne
-domandavano la convocazione. Un regnante di questa tempra aveva bisogno
-anche d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità de' suoi
-concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e all'ampliamento della
-chiesa di S. Pietro, e le aggiunte che vi fece il Bramante sono forse
-l'espressione più sublime di una potenza, che è conscia di quanto
-può e deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le tracce
-dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè è senza importanza
-il fatto che perfino la poesia latina di quei giorni, parlando di
-lui, appare infiammata di un estro, che non seppero mai ispirarle i di
-lui predecessori. L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla
-fine dell'_Iter Julii secundi_ del cardinale Adriano da Corneto, ha
-una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni Antonio Flaminio
-in una delle sue più belle Elegie ha cantato nel Papa il redentore
-d'Italia[244].
-
-Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio lateranense[245]
-proibito la simonia nell'elezione del Papa. Dopo la sua morte (1513)
-i cardinali, mossi da un sordido istinto di avarizia, volevano
-eludere quel divieto col proporre un patto generale, secondo il quale
-le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero
-ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si sa che il loro
-intendimento sarebbe stato di eleggere per l'appunto quegli che
-godeva le prebende più pingui, l'inetto Raffaello Riario.[246] Ma una
-riscossa, che partiva principalmente dai membri più giovani del sacro
-Collegio, mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto Giovanni
-de' Medici, il celebre Leone X.
-
-
-Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo Papa, ogni volta
-che ci accadrà di discorrere dei momenti più splendidi dell'epoca del
-Rinascimento: qui adunque e pel nostro scopo ci basterà di accennare,
-come sotto di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli
-tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi non contiamo la
-congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, Riario e Corneto, perchè questa
-tutt'al più, riuscendo, avrebbe cagionato un mutamento di persone e
-non altro: e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione,
-inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola volta,
-la quale del resto non fece che produrre un'eccellente impressione,
-perchè, in parte almeno, premiava il vero merito.[247]
-
-Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle quali si lasciò
-tirare Leone nei due primi anni del suo pontificato. Egli aveva infatti
-intavolato pratiche molto serie per procurare il regno di Napoli a
-suo fratello Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran regno
-nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, la Toscana,
-Urbino, e Ferrara.[248] È evidente a chiunque che lo Stato della
-Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte parti, avrebbe dovuto finire
-col diventare un appannaggio mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto
-bisogno di secolarizzarlo.
-
-Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni politiche
-generali d'allora. Giuliano morì a tempo; tuttavia, per provvedere a
-Lorenzo, Leone intraprese l'espulsione del duca Francesco Maria della
-Rovere da Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì
-il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 morì[249], col
-dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica aveva per altri
-acquistato: così egli non ne raccolse nemmen quella gloria, che
-certamente non gli sarebbe mancata, se quella cessione fosse stata
-anteriore e spontanea. Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso
-di Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro un pajo
-di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui potesse venirne
-incremento alla sua reputazione. E tutto questo accadeva nel momento
-stesso, in cui i monarchi d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor
-più abituando ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto alle
-spese di questo o di quel territorio d'Italia[250]. Chi avrebbe voluto
-farsi garante che essi, dopochè la loro potenza all'interno negli
-ultimi decenni era immensamente cresciuta, non fossero per allargare
-quando che sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone visse
-abbastanza per essere testimone di un fatto, che era come il preludio
-di ciò che si verificò poi nel 1527: un pugno di fanti spagnuoli
-apparve nel 1520, — di proprio impulso, a quanto sembra, — ai confini
-dello Stato pontificio, unicamente allo scopo di taglieggiare il
-Papa[251], ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. Anche
-la pubblica opinione, di fronte alla corruzione della Curia e della
-corte romana, s'era negli ultimi anni svegliata più imperiosa che mai,
-ed uomini che vedevano nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico
-della Mirandola[252], invocavano con forza pronte riforme. Infrattanto
-era comparso sulla scena Lutero.
-
-
-Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, (1521-1523),
-ma scarse e insufficienti e ritardate di troppo, di fronte alla
-foga invadente del grande movimento tedesco. Adriano non potè far
-altro, fuorchè manifestare l'orrore, di cui era compreso per tutte
-le piaghe che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale a
-dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio e la
-più profonda immoralità. Nè per allora il pericolo, che minacciava
-da parte del luteranismo, sembrava neanche il maggiore: un arguto
-osservatore veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una
-spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime il proprio dolore
-apertamente[253].
-
-
-Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori
-somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta
-vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso
-ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente
-il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze
-s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del
-mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa
-medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in
-atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza
-soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa
-su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere
-senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto
-nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo
-abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla
-quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte,
-alla quale ora sfuggì.
-
-Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma
-che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe
-austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è
-fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del
-Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere
-anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che
-aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non
-avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si
-doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le
-istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che
-esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non
-si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna
-pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali
-sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma
-al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità.
-Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la
-spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato,
-che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di
-spingere le atrocità nel sacco di Roma.
-
-Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era
-nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli
-estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto,
-non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli
-Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato
-alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione
-pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi
-lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che
-non potrà mai essere messo in chiaro.
-
-Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di
-lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge
-uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione
-della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal
-Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta
-soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili
-punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi,
-noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che
-ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma
-noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna
-violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri
-e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del
-sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».
-
-E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la
-voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto,
-come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare
-a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e
-corrotta Roma di Leon X.
-
-Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni,
-una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I
-monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse
-l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di
-ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il
-trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno
-di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè
-commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore
-creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i
-grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato
-di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del
-clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in
-forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo
-si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima
-domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non
-poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione
-contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera,
-trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più
-presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa,
-nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania,
-che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente
-non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la
-ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e
-che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva
-essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto
-la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale
-dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.
-
-In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato
-nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed
-opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente
-quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai
-loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma.
-Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione
-contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno
-di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo
-delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici
-di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una
-vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi
-anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo
-IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione
-di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e
-rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori
-e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido
-di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della
-cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece
-ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice
-di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in
-un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato
-sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi
-nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto
-l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto
-da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu
-possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli
-Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due
-ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si
-potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato
-da lungo tempo in mani secolaresche.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
-L'Italia dei patriotti.
-
-
-Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo sguardo al
-contraccolpo di questo stato di cose sullo spirito della nazione in
-generale.
-
-Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza delle condizioni
-politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel secolo XIV e nel XV,
-dovesse naturalmente destare sentimenti di patriottico sdegno e di
-aperta opposizione in tutti gli uomini privilegiati di attitudini
-superiori. Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di
-un'Italia unita,[264] alla quale devono tendere gli sforzi di tutti.
-Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un entusiasmo di
-pochi spiriti colti, di cui la nazione intera non mostrò nemmeno
-di accorgersi; ma a costoro si potrebbe domandare se a quel tempo
-la nazione tedesca si sarebbe condotta diversamente, quantunque,
-di nome almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile
-e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le prime voci
-patriottiche della letteratura tedesca (se si eccettuino pochi versi
-dei menestrelli) non si odono che in bocca agli umanisti del tempo
-di Massimiliano I,[265] e non sembrano che un'eco delle declamazioni
-degl'Italiani. Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, quale
-l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. La Francia va
-debitrice della coscienza della sua unità nazionale principalmente
-alle lotte ch'ebbe a sostenere contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo
-tratto di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu in grado
-nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur le è tanto affine. Per
-l'Italia l'esistenza dello Stato della Chiesa e le condizioni, nelle
-quali soltanto esso poteva esistere, crearono un ostacolo permanente
-alla sua unificazione, ostacolo, la cui eliminazione non parve
-pressochè mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e colà nelle
-corrispondenze politiche del secolo XV si parla con qualche enfasi
-della patria comune, ciò non accade, pur troppo, che per provocare
-il dispetto di qualche altro Stato pure italiano.[266] I richiami
-veramente serii e profondamente tristi al sentimento nazionale non
-si odono di nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, e
-Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese.
-
-Quanto al patriottismo locale o di campanile, non potrebbe dirsi
-altro, se non che esso teneva il luogo di questo sentimento, ma non lo
-sostituiva.
-
-
-
-
-PARTE SECONDA
-
-LO SVOLGIMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-Lo Stato e l'individuo.
-
- L'uomo del Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I
- tiranni e i loro sudditi — L'individualismo nelle Repubbliche.
- — L'esiglio e il cosmopolitismo.
-
-
-Nell'indole delle repubbliche e dei principati, di cui fin qui s'è
-tenuto discorso, sta, se non l'unica, certo la più potente causa, per
-cui gl'Italiani, prima d'ogni altro popolo, si trasformarono in uomini
-moderni e meritarono di esser detti i figli primogeniti della presente
-Europa.
-
-Nel Medio-Evo i due lati della coscienza — quello che riflette in sè
-il mondo esterno e quello che rende l'immagine della vita interna
-dell'uomo — se ne stavano come avvolti in un velo comune, sotto al
-quale o languivano in lento torpore o si movevano in un mondo di puri
-sogni. Il velo era tessuto di fede, d'ignoranza infantile, di vane
-illusioni: veduti attraverso di esso, il mondo e la storia apparivano
-rivestiti di colori fantastici, ma l'uomo non aveva valore se non
-come membro di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una
-corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita. L'Italia è
-la prima a squarciar questo velo e a considerare lo Stato e tutte le
-cose terrene da un punto di vista _oggettivo_; ma al tempo stesso si
-risveglia potente nell'italiano il sentimento di sè e del suo valor
-personale o _soggettivo_: l'uomo si trasforma nell'_individuo_,[267]
-e come tale si afferma. Così una volta il greco si era emancipato di
-fronte ai Barbari, e così anche in altri tempi l'arabo si isolò dalle
-altre stirpi dell'Asia. Non sarà malagevole il dimostrare come tutto
-ciò non fosse che l'effetto delle condizioni politiche, in cui si
-trovava il paese.
-
-
-Già anche in epoche di molto anteriori è facile notare quà e colà
-in Italia uno sviluppo della personalità indipendente, quando al
-tempo stesso nei paesi al di là delle Alpi non se ne ha ancora
-indizio veruno. Il celebre gruppo di ribaldi del secolo X che ci
-è dipinto da Luitprando, nonchè più tardi alcuni contemporanei di
-Gregorio VII e alcuni avversarii dei primi imperatori di Svevia,
-presentano tipi di questo genere. Ma col finire del secolo XIII
-l'Italia comincia addirittura a formicolare d'uomini indipendenti,
-d'individui che fanno parte per sè stessi; l'anatema, che prima
-avea pesato sull'individualità, è tolto per sempre, e a migliaja
-sorgono le personalità dotate d'un carattere affatto proprio. Il
-gran poema di Dante sarebbe stato impossibile in qualunque altro
-paese appunto per questo, che tutto il resto d'Europa sentiva ancora
-il peso di quell'anatema: per l'Italia adunque il divino poeta,
-portando al suo pieno sviluppo il sentimento dell'individualità, è
-diventato l'interprete più fedele e nazionale del proprio tempo.
-Ma la caratteristica speciale delle singole attività nel campo
-della letteratura e dell'arte sarà più innanzi oggetto di apposita
-trattazione: qui ci basti di rilevar il fatto in sè stesso e come
-fenomeno psicologico in generale. Esso si mostra ora apertamente in
-tutta la sua pienezza: l'Italia del secolo XIV conobbe poco la falsa
-modestia e l'ipocrisia in generale, perchè nessun uomo fu schivo
-di emergere,[268] di essere e di apparire, quale era, diverso dagli
-altri.[269]
-
-
-I primi a mettere in piena mostra una siffatta individualità, come
-vedemmo, sono i tiranni e i Condottieri,[270] e poi a poco a poco gli
-uomini d'ingegno da loro protetti, ma anche in ogni occasione fatti
-strumento di governo, i cancellieri, i segretari, i poeti e gli uomini
-di corte. Tutti costoro imparano necessariamente a tener conto di
-tutte le risorse, stabili o momentanee, che ciascuno sa trovare in
-sè stesso; ed anche nel godimento della vita esteriore ricorrono a
-mezzi men grossolani e di un'indole più spirituale, per circondare del
-maggior prestigio possibile un periodo forse assai breve di potenza e
-d'influenza.
-
-Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti dal risentire un
-impulso simile. Senza tener conto di quelli che consumarono la loro
-vita in congiure segrete e in tentativi di resistenza, menzioneremo
-coloro, che si rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse
-come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero bizantino
-o negli Stati maomettani. Certamente deve essere stato più volte
-assai difficile, per esempio, ai sudditi dei Visconti il mantenere la
-dignità della propria casa e della loro stessa persona, e innumerevoli
-sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù la fierezza di
-quello, che strettamente suol dirsi carattere morale di un uomo. Ma
-quanto al carattere individuale, ossia all'originalità e specialità
-delle tendenze di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in
-mezzo all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più forti
-e molteplici le diverse direzioni della vita privata. Ricchezza e
-cultura, in quanto possano mostrarsi in piena luce e gareggiare fra
-loro, congiunte con una libertà municipale ancora abbastanza larga, e
-con una Chiesa, la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo
-islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi elementi
-presi insieme favorivano senza dubbio la formazione di una opinione
-individuale, cui l'assenza stessa delle lotte di partito forniva
-agio ed opportunità a svilupparsi. Non è dunque improbabile che
-l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue
-occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie,
-si sia per la prima volta venuto formando sotto queste tirannidi del
-secolo XIV. Ma sarebbe follia il pretendere di trovarne testimonianze
-esplicite e documentate; i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in
-proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di uomini originali e
-bizzarri, ma sempre da un solo punto di vista e unicamente in relazione
-al racconto, che si accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro
-dell'azione presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche.
-
-
-Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale era
-promosso al pari che nei Principati, ma in guisa affatto diversa.
-Quanto più frequentemente i partiti si scambiavano fra loro la
-signoria, tanto più forte gli uomini che li componevano, sentivano
-la tentazione di sfruttare il potere e talvolta di abusarne. Egli
-è appunto per tal modo che nella storia fiorentina[271] gli uomini
-politici e i caporioni del popolo acquistano una personalità così
-spiccata, che altrove non si riscontra se non in via al tutto
-eccezionale in un uomo solo, in Jacopo d'Arteveldt.
-
-Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso a trovarsi in
-una condizione simile a quella dei sudditi dei tiranni, con questo
-di più che la libertà o la signoria già gustate, e forse anche la
-speranza di riacquistar l'una e l'altra, davano al loro individualismo
-uno slancio più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad un
-ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo Pandolfini (morto
-nel 1446), il cui trattato «Del governo della famiglia»[272]è il
-primo programma di una vita privata portato al massimo suo sviluppo
-coll'aiuto della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di un
-privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,[273] merita
-di essere riguardato, nel suo genere, come un vero monumento del suo
-tempo.
-
-
-Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di logorare un uomo
-o di portarlo al massimo grado del suo sviluppo, è l'esiglio. «In
-tutte le nostre città più popolate, scrive Gioviano Pontano,[274] noi
-vediamo una moltitudine di persone, le quali spontaneamente hanno
-abbandonato la loro patria; ma le virtù si ponno portare con sè
-dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano semplici fuggiaschi
-banditi dalla loro patria, ma l'avevano abbandonata di proprio impulso,
-perchè le condizioni politiche ed economiche di essa erano divenute
-omai insopportabili. I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi
-rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie.
-
-Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più colti, è
-l'individualismo portato al suo più alto grado. Dante, come abbiamo
-già accennato (pag. 103), trova una nuova patria nella lingua e nella
-cultura di tutta Italia, ed anzi va ancora più in là ed esclama:
-«la mia patria è il mondo intero!»[275] — E quando gli fu offerto di
-tornare a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva: «non
-posso io contemplare la luce del sole e delle stelle dovunque? Non
-posso io meditare dovunque le più alte verità, senza perciò presentarmi
-oscuramente, anzi vituperosamente dinanzi al mio popolo ed alla mia
-città? Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè mai».[276] Con
-fiero orgoglio alzano più tardi la voce anche gli artisti, affermando
-la propria libertà indipendentemente dal luogo ove si trovano. «Colui
-che è ricco di cognizioni, dice il Ghiberti,[277] non è, anche fuori di
-patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche privo de' suoi beni
-e abbandonato dagli amici, egli è pur sempre cittadino in qualunque
-città, e può senza timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in
-modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco scriveva: «dovunque
-un dotto fissa la sua dimora, quivi ei trova tosto una patria».[278]
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-Perfezionamento dell'individualità.
-
- Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista
- Alberti.
-
-
-Uno sguardo molto acuto e profondamente versato nella storia della
-civiltà non durerebbe fatica a seguir passo passo nel secolo XV lo
-svolgersi successivo di individualità per ogni verso perfette. Vero
-è che nessuno potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno
-giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato esterno della
-loro vita in conseguenza di un solo atto fermo e deliberato della
-loro volontà, o non anche per un fortunato concorso di favorevoli
-circostanze: ma, ad ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi
-giunsero, almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione della
-natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente impossibile
-il fare una distinzione esatta di ciò che Lorenzo il Magnifico dovette
-alla fortuna, da ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio
-carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) si ha il
-caso contrario, il caso cioè di una potente individualità, nella quale
-cospirano mirabilmente la dignità dell'uomo e l'orgoglio del poeta,
-l'ironia e la passione, il sarcasmo e la benevolenza.
-
-
-Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere in una natura
-straordinariamente gagliarda e versatile, tale da appropriarsi ad un
-tempo tutti gli elementi della cultura di quell'età, s'aveva allora
-l'_uomo universale_, che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini
-di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo in più
-paesi, perchè il sapere era più ristretto e i rami dello scibile
-più affini tra loro: e per la stessa ragione sino al secolo XII
-s'incontrano artisti universali, perchè i problemi dell'architettura
-erano relativamente semplici ed uniformi, e nella scultura e nella
-pittura il concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi
-prevaleva sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece noi ci
-scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami danno creazioni
-affatto nuove e perfette nel loro genere, e al tempo stesso emergono
-singolarmente anche come uomini. Altri sono universali e abbracciano,
-oltrechè la cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della
-scienza con sintesi maravigliosa.
-
-Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato come poeta,
-dagli altri come filosofo, e da altri ancora come teologo,[279]
-versa in tutti i suoi scritti tal piena di prepotente individualità,
-che il lettore se ne sente al tutto soggiogato, anche prescindendo
-dall'importanza degli argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza
-di volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente equabile
-della Divina Commedia! Ma se si guarda al suo contenuto, non vi è forse
-in tutto il mondo fisico e morale un solo punto di qualche importanza,
-che egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale la sua
-opinione — spesse volte condensata in poche parole — non sia la più
-autorevole di quel tempo. Anche nell'arte le sue teorie hanno la forza
-di principj, e ciò è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli
-artisti d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche la fonte
-delle più alte ispirazioni.[280]
-
-Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il secolo degli uomini
-dotati di una grande versatilità. Non v'è biografia di quel tempo, che,
-parlando di qualche uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle
-qualità sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario
-complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo di Stato fiorentino sono
-spesso dotti filologi: i più celebri umanisti sono chiamati ad istruire
-i figli loro nella Politica e nell'Etica di Aristotile:[281] anche le
-figlie ricevono una cultura superiore, e in generale egli è in questi
-circoli che bisogna cercare gli inizi di una educazione privata, che
-esce dal comune. Dal canto suo l'umanista viene eccitato ad allargare
-quanto più può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere
-filologico non era semplicemente, come oggidì, la conoscenza oggettiva
-della classica antichità, ma un'arte che trovava applicazione continua
-nella vita. Egli studia Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un
-museo di storia naturale;[282] sulla geografia degli antichi diventa
-un cosmografo nel senso moderno; s'innamora degli storici antichi,
-e scrive secondo quei modelli la storia de' suoi tempi; traduce le
-commedie di Plauto, e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione;
-imita quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica sino
-al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò serve lo Stato qual
-cancelliere o diplomatico, e non sempre con suo proprio vantaggio.
-
-
-Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici emergono
-alcuni veramente universali. Prima di farci a studiare partitamente le
-condizioni della vita sociale e della cultura d'allora, ci sia concesso
-di porre qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di quegli
-uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua biografia — che non
-abbiamo se non a frammenti — parla assai poco di lui come artista e
-niente affatto come architetto.[283] Or si vedrà ciò che egli è stato,
-anche fatta astrazione da queste sue glorie speciali.
-
-In tutte le discipline che rendono bella e lodata la vita di un uomo,
-Leon Battista era il primo sino dalla sua fanciullezza. Della sua
-perizia in tutti gli esercizi ginnastici raccontansi cose incredibili,
-come egli, per esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone
-ritte in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta tanto
-alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta sospesa sul suo capo,
-come non ci fosse cavallo indomito che sotto di lui non tremasse e
-ubbidisse, e simili; — ed infatti egli voleva apparire irreprensibile
-e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare.
-Egli apprese la musica senza maestro, eppure le sue composizioni
-furono ammirate dai più competenti nell'arte. Stretto dal bisogno,
-studiò per lunghi anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per
-spossatezza: e quando a ventiquattro anni s'accorse di un indebolimento
-della sua memoria nel ritenere le parole, ma si sentì ancor vigoroso
-l'intelletto per penetrare nella sostanza delle cose, s'applicò alla
-fisica ed alla matematica, e al tempo stesso volle rendersi esperto
-in tutte le professioni possibili, interrogando artisti, eruditi,
-operai d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere. A
-tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel disegno e nel
-modellare specialmente ritratti somigliantissimi, di pura memoria.
-Particolar maraviglia destò il misterioso suo congegno a guisa di
-camera ottica,[284] nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna
-a illuminare scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti colli
-e seni di mare in lontananze sconfinate, con flotte che s'avanzano, o
-rischiarate dallo splendore del sole e avvolte d'ombre e di vapori a
-guisa di nuvole.
-
-In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare, e con gioja
-accoglieva anche quanto gli altri facevano, appunto perchè in ogni
-produzione dell'ingegno umano, che si uniformasse alle leggi del bello,
-egli riconosceva come una emanazione della divinità stessa.[285] La
-sua attività letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano
-un'importante evoluzione della stessa col risorgere della forma,
-specialmente nell'architettura, e si estende quindi a composizioni in
-prosa latina, a novelle e simili, delle quali talune furono credute
-opere di scrittori antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo
-ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul governo della
-famiglia»,[286] e ad un elogio funebre del suo cane. I suoi motti,
-tanto serii che faceti, parvero abbastanza importanti da dover esser
-raccolti, e se ne ha un saggio in molte serie compilate in colonne,
-che possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di tutte le
-nature veramente grandi e generose, egli non faceva mistero a nessuno
-del suo sapere, come era largo con tutti de' suoi beni di fortuna e
-comunicava a chiunque, purchè se ne presentasse l'occasione, le sue
-più grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la fonte, da cui
-scaturì tanta pienezza di vita, di forza e di attività, la risposta
-sarebbe una sola: un senso profondo della natura, una facoltà pressochè
-unica di compenetrarsi e quasi di identificarsi con tutto ciò che
-egli vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta o di campi
-ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso sino al pianto: dinanzi
-ad un vecchio dai bianchi capelli, dal passo grave e dall'aspetto
-dignitoso egli s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare
-quel «prodigio della natura»: anche gli animali più perfetti erano per
-lui oggetto di studio e di ammirazione costante, e per ultimo più di
-una volta l'incanto di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli
-la sanità.[287] Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che lo
-videro stretto in un rapporto così misteriosamente intimo colla natura,
-gli attribuirono anche il dono della profezia. Si pretende infatti
-ch'egli abbia predetto molti anni innanzi e con esattezza maravigliosa
-una crisi sanguinosa avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che era
-riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva altresì una facoltà
-al tutto speciale di leggere sul viso degli uomini i loro più segreti
-pensieri. S'intende da sè che una forza di volontà straordinariamente
-intensa era la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta
-e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti, come tutti
-i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli poteva dire: «gli uomini,
-purchè vogliano, riescono a tutto».
-
-E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo da Vinci,
-non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato col suo maestro. Così
-avessimo l'opera del Vasari anche rispetto a lui completata da una
-biografia, come l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno di
-Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-La gloria nel senso moderno.
-
- Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti;
- il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. —
- Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della
- gloria locale; Padova. — Letteratura della gloria universale.
- — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria
- come passione.
-
-
-Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde anche una
-nuova specie di valore estrinseco, la gloria nel senso moderno[288].
-
-Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate fra loro e chiuse
-ciascuna nei loro diritti e privilegi portati dalle consuetudini
-del medio-evo. La gloria poetica dei trovatori e dei menestrelli,
-per esempio, non esisteva che per la classe dei cavalieri. In Italia
-per contrario si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza
-della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una società nuova
-in formazione, che deve il suo primo impulso all'influenza delle
-letterature italiana e latina, come in seguito più ampiamente sarà
-dimostrato; nè certo ci voleva un terreno diverso per far vivere e
-fruttificare questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura
-degli autori latini, che appunto allora si cominciarono a studiare con
-tanto ardore, era un eccitamento continuo agli Italiani non solo per
-l'insaziabile sete di gloria, onde quegli antichi appajono dominati,
-ma per l'oggetto stesso che è il tema costante dei loro scritti,
-il dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è naturale
-adunque, che da quel tempo in poi in Italia ogni uomo di forte volontà
-ed operoso si trovi interamente sotto l'impulso di un nuovo movente
-morale, che è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente.
-
-
-Anche in ciò, come in ogni altra questione importante, il primo a
-manifestare il proprio sentimento fu Dante. L'alloro poetico è stata la
-prima e la più alta sua aspirazione[289]; ma, anche come pubblicista
-e letterato, egli non manca di notare che le sue produzioni sono del
-tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata, non solo è il
-primo, ma vuole anche essere riconosciuto come tale[290]. Tuttavia
-egli accenna altresì nei suoi scritti in prosa agli incomodi e alle
-molestie, che sono inseparabili dall'acquisto di una gran fama: egli
-sa come taluni, imparando a conoscere personalmente un uomo celebre,
-ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di ciò sia da accagionare
-in parte l'infantile semplicità dei più, in parte l'invidia, e in parte
-anche le imperfezioni stesse dell'uomo ammirato[291]. E più apertamente
-ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso della nullità
-della gloria, benchè al tempo stesso sia facile a vedere che il suo
-cuore non se n'era ancora completamente staccato. Nel Paradiso la
-sfera di Mercurio è la dimora assegnata a quei beati[292], che sulla
-terra furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè alquanto
-«i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente caratteristico,
-che i miseri dannati nell'Inferno chieggono instantemente a Dante
-che voglia rinfrescare e tener viva sulla terra la loro memoria e la
-loro fama[293]; mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che
-preghiere espiatorie[294]; anzi in un passo celebre[295] l'amor della
-gloria — _lo gran disio dell'eccellenza_ — è biasimato, appunto perchè
-la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno, non è assoluta, ma
-sottoposta alle condizioni diverse dei tempi, e secondo le circostanze
-può venire oscurata da quella di chi sopraggiunge più tardi.
-
-
-Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei poeti filologi, che
-pullulano d'ogni parte, s'impadronisce della gloria in doppio senso:
-per sè, in quanto essi divengono le più rinomate celebrità d'Italia;
-per gli altri, in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori
-della fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie di
-gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà parlato altrove.
-
-Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o Mussato, incoronato a
-Padova quale poeta dal Vescovo e dal Rettore dell'Università, godeva
-già d'onori tali, che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni
-anno il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue i
-collegi dell'università in pompa solenne con trombe e, pare anche,
-con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione, per fargli augurii
-e regali[296]. Questa onorificenza durò sino a che egli cadde in
-disgrazia del Carrara allora regnante (1318).
-
-Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova glorificazione
-destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai santi, benchè negli
-ultimi anni confessi egli stesso, che gli riesce inutile e perfino
-molesta. La sua «Lettera alla Posterità» è un conto, che un uomo
-celebre, divenuto vecchio, si crede in dovere di rendere intorno
-a sè stesso, per appagare la pubblica curiosità[297], e da essa
-rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe
-rinunciato a quella, che godeva fra i contemporanei.[298] Nei suoi
-«Dialoghi della felicità ed infelicità» egli fa prevalere con molti
-argomenti l'opinione di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene
-la nullità della fama.[299] Ma dopo tutto ciò è anche vero, che egli
-si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto, pe' suoi scritti, al
-grande autocrate di Bisanzio[300] non meno che all'imperatore Carlo
-IV di Germania. E per verità la sua fama, essendo egli ancor vivo,
-si estendeva già molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette
-egli sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita ad Arezzo,
-sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli
-annunciarono che la città avea decretato non doversi in essa permettere
-un mutamento qualsiasi![301] Per lo innanzi si conservavano e si
-veneravano le sole abitazioni di qualche gran santo, come per esempio,
-la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento dei domenicani di Napoli,
-e la porziuncula di S. Francesco in prossimità di Assisi: o tutt'al
-più anche qualche singolo giurisperito godeva di quella celebrità
-mezzo mitica, che era come la scala ad un simile onore; così il
-popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare un vecchio
-edifizio esistente in Bagnolo, non lungi da Firenze, come lo «studio»
-dell'Accorso (nato intorno al 1150), sebbene non abbia poi fatto
-nulla per impedirne la distruzione.[302] Chi ne cercasse la ragione,
-probabilmente la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella grande
-influenza politica procacciatasi da costoro coi lor pareri e consulti,
-ricchezze e influenza, che non potevano mancare di colpire per un
-tratto di tempo abbastanza lungo la fantasia popolare.
-
-
-Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe
-d'illustri personaggi;[303] anzi, quanto al Petrarca, è oggetto
-di venerazione anche il luogo dov'egli morì, ed Arquà, appunto
-per la memoria che ivi si conserva di lui, diviene un soggiorno di
-predilezione pei Padovani, che vi innalzano eleganti edifizi[304] in
-un tempo, in cui nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di
-pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. Le città
-si tengono onorate di possedere le ossa di qualche grand'uomo o loro
-propizio od anche straniero, e fa veramente meraviglia il vedere come —
-lungo tempo prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora nel
-secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo in un Panteon.
-L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e il giurista Zanobi della Strada
-dovevano, per volere della repubblica, avervi ciascuno uno splendido
-monumento.[305]
-
-Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò
-personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero cedere pel
-Panteon suddetto il corpo di fra Filippo Lippi pittore, ma essi se
-ne scusarono allegando la propria povertà in fatto di monumenti e
-di uomini celebri, e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli
-soltanto un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il quale,
-in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio con enfatica
-eloquenza eccitava la propria città,[306] continuò a rimanere nella
-sua tomba presso S. Francesco in Ravenna, «circondato da antichissimi
-sepolcri d'imperatori e di santi, in compagnia ben più onorevole di
-quella che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione
-per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che un bizzarro spirito
-potè una volta impunemente levare le fiaccole che ardevano dinanzi
-all'altare del Crocifisso, e portarle alla tomba del poeta, con queste
-parole: «accettale; tu ne sei più degno di Lui».[307]
-
-
-Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano anche la memoria
-dei loro concittadini o fondatori della più remota antichità. Napoli
-non avea forse mai dimenticato la tomba ch'essa possiede di Virgilio,
-perchè intorno al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito e
-della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo XVI di possedere
-non solo le vere ossa del troiano suo fondatore Antenore, ma altresì
-quelle di T. Livio.[308] «Sulmona, dice il Boccaccio[309] si lagna che
-Ovidio abbia tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; Parma
-invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue mura». I Mantovani
-coniarono nel secolo XIV una medaglia portante il busto di Virgilio, ed
-eressero una statua, che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso
-spirito di casta[310] il tutore del principe allora regnante, Carlo
-Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè la fama del poeta era
-più forte di lui, fu costretto altresì a rialzarla ben tosto. Forse a
-quel tempo additavasi ancora la grotta a due miglia dalla città, dove
-pretendevasi che Virgilio usasse di recarsi a meditare,[311] presso a
-poco come a Napoli si mostrava la così detta _scuola_ di Virgilio. Como
-si appropriò ambedue i Plinii[312] e li onorò verso la fine del secolo
-XV con due statue sedenti sotto due splendidi baldacchini sul lato
-anteriore della sua cattedrale.
-
-
-Anche la storia propriamente detta e la topografia (nata appena) si
-propongono di non lasciar senza menzione veruna gloria indigena, mentre
-le cronache dei paesi settentrionali sol raramente qua e colà accennano
-all'esistenza di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori,
-di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti e la comparsa di
-qualche cometa, che non mancano mai di notare. Altrove sarà dimostrato
-in qual modo dalla moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso
-delle biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti;
-qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo locale del
-topografo, che enumera i fasti gloriosi della propria città.
-
-Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei loro santi e dei
-corpi e delle reliquie, che se ne conservavano nelle chiese.[313] Anche
-il panegirista di Padova, Michele Savonarola, ne dà una lunga lista
-in capo al suo libro (intorno al 1450);[314] ma poi egli passa agli
-«uomini celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza
-dell'ingegno e l'energia del carattere (_virtus_) meritarono di
-essere annoverati (_adnecti_) in quella serie», precisamente come
-nell'antichità l'uomo celebre si tocca dappresso coll'eroe.[315]
-Questa seconda enumerazione è eminentemente caratteristica per quel
-tempo. Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una schiera
-di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, che vinse Attila
-sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente e a Rimini lo uccise con
-uno scacchiere; l'imperatore Enrico IV, che edificò il duomo; e un
-re Marco, il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi
-cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e chiese;
-il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una schiera di filosofi
-con Paolo Veneto e il celebre Pietro d'Abano alla testa; il giurista
-Paolo Padovano; poi Livio, e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si
-nota qualche difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se ne
-consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo scientifico e colla
-maggior durata della fama basata sulle opere dell'ingegno; mentre la
-gloria guerresca cessa assai spesso col cessar di chi l'ha conquistata,
-o, se dura più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni
-caso però è sempre onorifico per la città, che almeno celebri guerrieri
-d'altri paesi abbiano desiderato essi stessi di essere sepolti in
-Padova, quali, ad esempio, Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli
-di Piacenza e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442),
-la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla chiesa del
-Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare trionfante». Dopo
-ciò, l'autore passa in rassegna una moltitudine di giuristi, medici
-e nobili, che non solo, come tanti altri, «furono onorati del nome di
-cavalieri, ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i nomi
-anche di celebri meccanici, pittori, e compositori di musica, e chiude
-la serie col citare un maestro di scherma, Michele Rosso, di cui in più
-luoghi vedevasi il ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte
-sua.
-
-
-Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre le quali
-concorrono insieme il mito, la leggenda, la rinomanza letteraria
-e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi lavorano a costruire un
-Panteon universale della fama mondiale, e allestiscono collezioni
-biografiche di uomini e di donne celebri, attenendosi per lo più al
-sistema seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio
-Massimo, da Plutarco (_mulierum virtutes_), da Geronimo (_de viris
-illustribus_), e da altri. Ovvero inventano trionfi immaginari ed
-assemblee olimpiche pure immaginarie, come fecero specialmente il
-Petrarca nel suo _Trionfo della fama_ e il Boccaccio nella sua _Amorosa
-visione_, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre quarti
-appartengono all'antichità e gli altri al medioevo[316]. A poco a
-poco questa parte nuova e moderna vi prende un posto sempre maggiore:
-gli storici s'indugiano volentieri nelle loro opere a tratteggiare il
-carattere de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri
-contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano Fiorentino,
-Bartolommeo Facio[317], e, per ultimo, quelle altresì di Paolo Giovio.
-
-Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad esercitare una
-certa influenza sui suoi scrittori (per esempio sul Tritemio), non
-ebbe che storie di santi e isolate vite di principi e di ecclesiastici,
-che evidentemente si basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama,
-vale a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. La gloria
-poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune classi determinate, ed
-anche il nome degli artisti non ci viene all'orecchio, se non in quanto
-essi emergono fra gli operai o i membri di qualche corporazione.
-
-
-Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo e
-pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro della fama e
-dell'immortalità, che dispensa o ricusa a suo talento[318]. Ancora
-al suo tempo il Boccaccio si lagna di una bella da lui corteggiata,
-la quale non per altro gli si mostrò ritrosa che per continuare ad
-essere cantata da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia
-di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella del
-biasimo[319]. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia una
-vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente fuggiva dinanzi
-a Carlo VIII[320]. Angelo Poliziano dà serii avvertimenti (1491) al re
-Giovanni di Portogallo riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste
-d'Africa[321], consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità
-e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, onde
-possano esservi ripuliti (_operiosus excolenda_); chè, in caso diverso,
-gli accadrebbe come a tutti coloro le cui gesta, prive dello splendore
-che ricevono dalla penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa
-congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il re (o il suo
-cancelliere proclive alle idee umanistiche) acconsentì alla domanda e
-promise che gli annali delle cose africane, già redatti in portoghese,
-sarebbero stati inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere
-poi quivi rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata
-poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in sostanza così
-prive di fondamento, come potrebbe sembrare a prima vista: la forma,
-nella quale si espongono le cose (anche le più importanti) al giudizio
-dei contemporanei e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli
-umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma e l'eleganza
-del linguaggio, hanno esercitato un fascino abbastanza grande sul mondo
-dei lettori occidentali, e per la stessa ragione anche i poeti italiani
-sino al secolo passato hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli
-di qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino Americo
-Vespucci divenne il nome della quarta parte del mondo solo in virtù
-della relazione ch'egli scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio,
-con tutta la sua superficialità ed elegante negligenza, si aspettava
-l'immortalità[322] da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto.
-
-
-Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per assicurarsi
-una fama, noi ci facciamo a studiarne più dappresso i moventi, non
-senza spavento ci accorgeremo, che questi non hanno altra radice,
-fuorchè una smisurata colossale ambizione, un desiderio smodato di
-gloria, indipendente affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio se
-ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue _Storie fiorentine_,
-dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo Aretino e il Poggio)
-di essersi serbati troppo timidamente silenziosi intorno ai varii
-partiti, che tennero agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive
-egli, e mostrarono di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il
-desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro antichi o
-di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo avuta occasione di
-acquistarsi fama con qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono
-ingegnati acquistarla. Nè considerarono come le azioni che hanno in sè
-grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, comunque le
-si trattino, qualunque fine abbiano, pare portino sempre agli uomini
-più onore, che biasimo»[323]. Anche in altri storici gravi e assennati
-vedesi dei fatti più strani e terribili assegnato il movente ad uno
-sfrenato desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui dunque
-non si ha soltanto una deplorevole esagerazione della comune vanità,
-ma qualche cosa di veramente spaventoso e diabolico, che non lascia
-più campo alla riflessione e fa dar di piglio ai mezzi più violenti,
-senza preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo
-è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli concepisce
-e ci presenta il carattere di Stefano Porcari (v. pag. 143)[324], ed
-altrettanto presso a poco ci dicono i documenti intorno agli uccisori
-di Galeazzo Maria Sforza (pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del
-duca Alessandro de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel libro V)
-attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato Lorenzino (pag. 80).
-Intorno al quale ancor più esplicitamente si esprime Paolo Giovio[325],
-narrando che Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo
-del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, meditava un
-qualche gran fatto, la cui «novità» facesse dimenticare quell'onta,
-e si risolvette infine di uccidere il suo congiunto e sovrano. — Sono
-tratti eminentemente caratteristici di quest'epoca di forze e passioni
-vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado dell'ultima
-disperazione, nè più nè meno come fu quella di Filippo di Macedonia al
-tempo del famoso incendio del tempio di Efeso.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-Il motto e l'arguzia nel senso moderno.
-
- Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i
- Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I
- passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria
- dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. —
- Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi
- e cogli uomini celebri. — Sua religione.
-
-
-Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, ma in generale
-all'individualismo soverchiamente sviluppato, fu lo scherno e
-il dileggio manifestantisi, quanto più si poteva, sotto la forma
-vittoriosa dell'arguzia del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto fra
-gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi e i grandi che
-erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, che pure era vivissimo,
-rivestiva sempre una forma simbolica, e simbolica era pure l'onta
-suprema che s'infliggeva ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni
-teologiche il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza dell'antica
-rettorica e dell'epistolografia, a diventare un'arma, e la poesia
-provenzale sviluppò poscia una specie particolare di canti satirici
-e beffardi, dei quali, secondo le occasioni, vi ha un riverbero
-anche nei menestrelli settentrionali, come appare dalle loro poesie
-politiche[326].
-
-Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della vita, gli
-occorreva una vittima da colpire, e questa non poteva essere che
-l'individuo nel suo pieno sviluppo e colla coscienza del suo valor
-personale. Allora esso non si limita più alle semplici parole e agli
-scritti, ma si traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che
-sotto il nome di _burle_ e di _beffe_ offrono il tema a parecchie
-raccolte di novelle.
-
-
-Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere state scritte ancora
-sulla fine del secolo XIII, non si incontra nè il motto, che nasce dal
-contrasto, nè la burla[327]; il loro scopo non è altro che di riferir
-savii detti e storie e favole piene di morale in un dettato semplice
-e schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è quella, che più
-d'ogni altra cosa attesta l'antichità di quella raccolta. Imperocchè
-subito dopo, col secolo XIV, troviamo Dante, che nell'espressione
-dello scherno si lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del
-mondo, e che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran
-maestro del genere comico solo pel quadro veramente sublime, in cui
-l'astuzia dei demoni resta vinta da quella de' barattieri[328]. Col
-Petrarca[329] cominciano le raccolte di motti arguti alla maniera di
-Plutarco (_apoftegmi_ ecc.). Le beffe poi, che durante quel secolo si
-vennero sempre più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità
-registrate nelle celebri _Novelle_ di Franco Sacchetti. Per lo più non
-sono vere storie, ma risposte spiritose, che vengono date secondo le
-circostanze, e confessioni di una ingenuità che fa spavento, fatte da
-uomini semplici, da buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate:
-il lato comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità,
-vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità allora in
-uso: e questo contrasto non potrebbe invero dirsi maggiore. Tutti i
-mezzi che l'arte può suggerire son buoni, non esclusa l'imitazione di
-speciali dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si
-ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la bestemmia,
-l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono assolutamente quanto
-di più brutale e maligno fu mai registrato[330]. Qualche burla è
-veramente comica, ma in qualche altra non ci si vede che l'intenzione
-di sfoggiare in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità
-sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa sia stata reciprocamente
-scagliata, e quante altre le vittime abbiano cercato di guadagnarsi
-gli ascoltatori con una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo:
-ma gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a Firenze
-deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo[331]. Omai il burlone
-di professione è diventato un personaggio inevitabile, e ce ne devono
-essere stati di classici e di gran lunga superiori ai semplici buffoni
-di corte; ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico
-sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. Per ciò alcuni
-fiorentini pensarono di prodursi, in qualità di ospiti, alle diverse
-corti dei tiranni di Lombardia e di Romagna[332] e vi trovarono il
-loro conto, mentre in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti,
-non facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti costoro
-è l'_uomo piacevole_, il più abbietto è il buffone e il volgare
-scroccone, che assiste a tutti i matrimoni e a tutti i banchetti col
-solito ritornello: «se non sono stato invitato, non è colpa mia».
-Qua e colà essi ajutano a dissanguare e a spolpare qualche giovane
-dissipatore[333], ma nel complesso vengono trattati col dispregio in
-cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori più altamente
-locati si credono uguali ai principi e riguardano le proprie arguzie
-come qualche cosa di veramente superiore e sovrano. Dolcibene, che
-l'imperatore Carlo IV aveva qualificato come «il re dei buffoni in
-Italia», gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè
-voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, il Papa coi
-suggelli e io con le parole»[334]. Questo è più che uno scherzo: è un
-preludio di Pietro Aretino.
-
-I due più celebri motteggiatori della metà del secolo XV erano
-un Piovano delle vicinanze di Firenze, Arlotto, per le arguzie
-più raffinate (_facezie_), e il Gonnella, buffone della corte di
-Ferrara, per le buffonerie. Sarebbe pericoloso il voler istituire un
-confronto tra le loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di
-Till Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa ed
-hanno un carattere più generale e riescono intelligibili ad una sfera
-più larga di persone, mentre Arlotto e il Gonnella sono personaggi
-storici affatto locali. Ma, se il paragone una volta si accetti e si
-voglia estenderlo alle «facezie» in generale di tutti i popoli non
-italiani, nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi
-loro _fabliaux_,[335] quanto presso i tedeschi, la burla, prima d'ogni
-altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre l'arguzia di Arlotto
-e gli scherzi del Gonnella non hanno altro scopo che la vittoria e il
-trionfo sugli avversari. (Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere
-affatto proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per lo
-più scipita, della celia contro classi o corporazioni particolari).
-Il buffone di casa d'Este più d'una volta con amari motteggi o con
-ingegnose vendette prese delle rivincite splendidissime.[336]
-
-
-Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero lungamente
-alla libertà di Firenze. Sotto il duca Cosimo fiorì il Barlacchia, e
-al principio del secolo XVII ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio
-Marignolli. È nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei
-motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di una società
-colta ed elegante e cultore appassionato di ogni liberale disciplina,
-questo Papa si compiace tuttavia di circondar la sua mensa di buffoni
-e scrocconi, tra cui due monaci e uno storpio,[337] ai quali egli nei
-giorni festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza,
-imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto l'apparenza di
-arrosti delicatissimi. In generale Leone non intende la burla se non
-a modo suo, e in quanto gli torni; ed è anche una specialità tutta
-sua quella di divertirsi a fare la parodia delle due arti, che amava
-sopra tutte le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli
-stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più goffe e strane
-caricature.[338] Infatti nè l'uno, nè l'altro non credettero di venir
-meno al proprio decoro nel prendersi giuoco di un vecchio segretario
-sino a fargli credere di essere un gran compositore di musica. Leone
-poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante e così
-smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò sul serio alla corona
-di poeta in Campidoglio. Nel giorno anniversario dei santi Cosma e
-Damiano, protettori di casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e
-incoronato di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con qualche
-improvvisazione, e poi, fra le risa universali, montare in groppa
-ad un elefante riccamente bardato in oro, che Emmanuele il Grande di
-Portogallo aveva mandato in dono: il Papa intanto stava sull'alto di
-una loggia osservando attentamente col cannocchiale[339] ogni cosa. Ma
-la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei timpani, e per le
-acclamazioni del popolo, nè fu possibile condurla al di là del ponte S.
-Angelo.
-
-
-La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si fa incontro sotto
-la forma di una mascherata solenne, aveva in allora preso oggimai
-un posto assai importante nella poesia.[340] Bensì ella dovette
-cercarsi vittime ben diverse da quelle, che avea potuto colpire, ad
-esempio, Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci.
-Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci in un'epoca
-determinata produsse la parodia, la fece fiorire anche qui. Già ancora
-sul finire del secolo XVI trovansi nel sonetto messe in caricatura
-le querele petrarchesche, esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette
-in derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in quattordici
-versi col farla servire a scipitaggini senza senso. Inoltre la Divina
-Commedia era un potente incentivo alla parodia, e infatti Lorenzo il
-Magnifico, imitando lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere
-splendidamente comico (il _Simposio_ e i _Beoni_). Luigi Pulci nel
-suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, ed oltre a
-ciò tanto il suo, come il poema del Bojardo, per questo stesso che
-sfiorano appena l'argomento, sono in più luoghi una parodia almeno per
-metà volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi viene il
-grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì nel 1520), il quale vi
-si getta con un ardimento tutto suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco
-egli scrive l'_Orlandino_, dove la Cavalleria non figura che come una
-ridicola cornice barocca intorno ad un mondo di figure e d'immagini,
-che si risentono della vita moderna: sotto il nome di Merlin Coccai,
-egli descrive le gesta e le spedizioni del suo bizzarro cavaliere
-errante, con contorni non meno risentitamente maligni, in esametri
-mezzo-latini, e nella forma comicamente travestita dell'epopea classica
-del suo tempo (_Opus Macaronicorum_). D'allora in poi la parodia
-continuò a figurare nel Parnaso italiano, e talvolta sotto forme
-veramente splendide e piene di vita.
-
-
-Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo della sua carriera,
-anche il motto viene studiato dal punto di vista teorico, e si
-stabilisce più precisamente l'uso che si può farne nelle società più
-elevate. Il primo ad occuparsene fu Gioviano Pontano,[341] il quale nel
-suo scritto _De Sermone_, specialmente nel libro quarto, coll'analisi
-di molti singoli motti o _facetiae_ cerca di riuscire ad un principio
-generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini di fina creanza lo
-insegna Baldassare Castiglione nel suo _Cortegiano_.[342] Naturalmente
-si suppone che non si tratti principalmente d'altro che di destare
-l'ilarità di terze persone col racconto di comici e graziosi motti
-o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende gli
-infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta i potenti
-od i loro favoriti, ed anche nel raccontare l'uomo di condizione
-deve serbare una giusta misura e non lasciarsi andare a troppo
-goffe contraffazioni. Poi segue, quasi schema pei futuri narratori e
-motteggiatori, una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole,
-disposti metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente
-felici. Assai più severi e circospetti suonano, forse due decennj più
-tardi, i precetti di Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo;[343]
-dove, fra le altre cose, tenuto conto delle conseguenze che possono
-derivarne, si vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di
-superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro ch'egli è il
-precursore di una reazione, che doveva necessariamente sopravvenire.
-
-Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, che il mondo
-d'allora in poi non ne vide altro esempio, non eccettuata neanche la
-Francia del tempo di Voltaire. Non già che la tendenza a mordere e a
-satireggiare sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; ma
-dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le vittime adatte,
-quella schiera innumerevole d'uomini singolari, quelle celebrità d'ogni
-specie, politici, ecclesiastici, scopritori, inventori, letterati,
-poeti ed artisti, che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la
-propria originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito di grandi
-esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la cultura, aveva educato
-altresì, accanto ad essi, una spaventosa genìa di uomini di spirito
-sfaccendati, di criticastri e maldicenti nati, di calunniatori,
-l'invidia dei quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano le
-rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, il Poggio
-ed il Valla, mentre invece gli artisti di quello stesso tempo vivono
-insieme in emulazione quasi del tutto pacifica, del che per vero deve
-tenere il debito conto la storia dell'arte.
-
-
-Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, come dicemmo,
-in questo riguardo e per un certo tempo tutte le altre città.
-«Occhi acuti e male lingue» è la caratteristica, che si usa dare
-de' Fiorentini[344]. Un lieve sarcasmo su tutto e su tutti sembra
-essere stata l'intonazione prevalente di ciascun giorno. Machiavelli,
-nell'importantissimo prologo della sua _Mandragora_, ascrive, a ragione
-o a torto, la visibile depravazione morale alla maldicenza universale,
-ma avverte al tempo stesso i suoi avversari che anche a lui stava bene
-la lingua in bocca. Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio
-di tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le _facetiae_
-del Poggio, dalla data, appajono tolte dal _bugiale_ degli scrivani
-apostolici, e se si considera qual numero di aspiranti, di nemici e
-rivali dei favoriti, di oziosi intenti a trastullare gli scostumati
-prelati dovea quivi trovarsi, non sorprenderà certamente che Roma sia
-divenuta la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della
-satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore generale
-contro il dominio dei preti e la miseria universalmente nota del popolo
-minuto, si comprenderà quanto facile fosse il trovar quivi materia
-per mettere in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità[345].
-Chi poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col disprezzo,
-tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto se erano false, o col
-far pompa di un lusso, che pel suo stesso splendore abbagliava[346].
-Ma le anime più sensibili e delicate erano condannate quasi alla
-disperazione, se la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue
-reti[347]. A poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca
-di tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si tirava
-addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande oratore frate Egidio
-da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti innalzò al cardinalato e che
-nell'eccidio del 1527 sposò risolutamente la causa del popolo[348],
-il Giovio dà ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore
-ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, e simili.
-In generale il Giovio in queste occasioni scrive da vero curiale[349],
-vale a dire, narra dapprima le sue storielle, soggiunge tosto che
-non vi crede, ma con qualche leggera scoloritura lascia da ultimo
-trasparire, che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma
-la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa Adriano VI,
-del quale parve anzi che non si sia voluto considerare altro che il
-lato ridicolo. Egli si guastò sin da principio con quella mala lingua
-che fu Francesco Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere —
-non già la statua di Pasquino, come si disse[350], — ma quelli che
-la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo «contro Papa
-Adriano», dettato non tanto dall'odio, quanto da un profondo disprezzo
-pei barbari olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, che
-l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì[351] il seguito
-del Papa con quel colorito di piccante menzogna, con cui il moderno
-appendicista di qualche grande giornale sa far apparir bianco il nero
-e dar importanza alle più frivole inezie. La biografia che Paolo Giovio
-ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e che realmente doveva
-essere un elogio, è invece un cumulo di sarcasmi e di contumelie. In
-essa infatti si legge, in modo abbastanza comico, specialmente per
-l'Italia d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente
-presso il capitolo della cattedrale di Saragozza per avere una
-mandibola di S. Lamberto; come un'altra volta i devoti spagnuoli lo
-sopraccaricassero di ornamenti «per farne un Papa talquamente pulito
-ed elegante»; come egli abbia impreso la tempestosa e insensata sua
-spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato per far atterrare od
-ardere la statua di Pasquino; come solesse interrompere improvvisamente
-qualunque affare più importante quando gli si annunziava l'ora del
-pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia morto per
-aver ecceduto nell'uso della birra, e come la casa del suo medico da
-buontemponi notturni sia stata subito ornata di ghirlande, tra le quali
-leggevasi l'iscrizione _Liberatori patriae_ S. P. Q. R. Vero è anche
-che il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche,
-perdette la sua e in compenso non ricevette che una semplice prebenda,
-perchè «non era poeta», vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano
-dovesse essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il
-sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della vita venne anche
-visibilmente mancando la maldicenza.
-
-
-Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente a Roma, il
-più grande maldicente del tempo moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo
-a quest'uomo ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa
-risma.
-
-Quella parte della sua vita che più particolarmente è conosciuta,
-sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che egli passò a Venezia,
-unico asilo divenuto possibile per lui. Di là egli tenne tutte le
-celebrità d'Italia in una specie di stato d'assedio; e quivi anche
-affluivano i doni dei principi stranieri, che si servivano della sua
-penna o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano ambedue una
-pensione, perchè ognuno di essi sperava che l'Aretino avrebbe offeso
-le suscettibilità dell'altro: egli adulò entrambi, ma naturalmente si
-tenne più stretto a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo
-la spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura in una
-ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza nudrita costantemente
-dall'Aretino di diventar cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare
-improbabile che egli godesse di una protezione speciale in qualità
-di agente segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il suo
-silenzio potevano esercitare una certa influenza sui principi minori
-d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto al Papato, egli si dava
-l'aria di disprezzarlo profondamente, sotto il pretesto di conoscerlo
-da vicino; ma il vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva
-e non voleva accordargli più alcun favore[352]. Di Venezia, che gli
-dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. Tutti gli altri suoi
-rapporti coi grandi non possono qualificarsi che come un accattonaggio
-volgare e impertinente.
-
-Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso della pubblicità
-per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti polemici, che cento anni
-prima s'erano scambiati tra loro il Poggio ed i suoi avversari, non
-sono certo più castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla
-forma: ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, non
-mirano neanche ad avere una pubblicità troppo estesa e restano sempre
-chiusi in una sfera ristretta: l'Aretino invece si giova appositamente
-della stampa per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle
-sue impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto un certo
-punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare tra i precursori
-del giornalismo moderno. Infatti era suo uso di far stampare insieme
-periodicamente le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima
-erano corsi manoscritti in moltissimi circoli[353].
-
-Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, l'Aretino ha il
-vantaggio di non fare ostentazione di principj nè di razionalismo, nè
-di filantropia, nè di qualunque altra virtù, e nemmeno di qualsiasi
-scienza: tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: _Veritas
-odium parit_. Per questa ragione egli non si trovò mai in posizioni
-false, come, per esempio, toccò più volte a Voltaire, il quale e
-dovette sconfessare il suo poema sulla _Pulcella_, e dovette tener
-nascosti per tutta la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino
-dava ad ogni cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava
-un gran vanto de' suoi _Ragionamenti_, che ebbero una sì scandalosa
-celebrità. Il suo talento letterario, la sua prosa netta e piccante,
-la sua fina osservazione degli uomini e delle cose lo renderebbero
-degno in ogni caso di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata
-del tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente detta,
-nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio veramente drammatico di
-qualsiasi commedia. Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità
-la più grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione
-al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno di stare a fianco
-allo stesso Rabelais[354].
-
-In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti egli si lancia
-talvolta sulla sua preda, talvolta le gira d'attorno. L'invito ch'egli
-fa a Clemente VII, perchè, invece di querelarsi, perdoni[355], mentre
-il grido doloroso di Roma straziata è tanto forte da dover essere
-udito anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non è che un
-amaro dileggio, il sorriso infernale di satana o la smorfia brutale di
-una scimmia. Talvolta, quando perde affatto la speranza di un qualche
-dono, il suo furore prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio,
-nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo tempo l'aveva
-stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per contrario sembra che il
-terribile Pier Luigi Farnese, duca di Parma, non si sia mai curato
-di lui. Siccome a questo principe tornava affatto indifferente che si
-dicesse bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo in
-guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, qualificando
-il suo contegno come quello di uno sgherro, di un mugnajo e di un
-fornajo[356]. Comicamente buffo è l'Aretino ogni qualvolta assume
-il tuono del querulo accattonaggio, come, per esempio, nel capitolo
-a Francesco I; mentre invece parranno sempre ributtanti, ad onta di
-tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le sue poesie, dove le
-minacce si alternano sempre colle più vili adulazioni. Una lettera
-come quella da lui diretta nel novembre del 1545 a Michelangelo[357]
-non ha forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della più
-grande ammirazione (pel _Giudizio universale_), egli esce contro di
-lui in invettive e minacce per la sua irreligione e scostumatezza, e
-lo accusa perfino di ladroneccio (a danno degli eredi di Giulio II),
-aggiungendo da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente mostrare
-che se voi siete di-vino (_divino_), anch'io non sono d'acqua». Infatti
-anche l'Aretino teneva molto — non si sa se per boriosa vanità o pel
-gusto di parodiare ogni cosa celebre — ad esser detto il _divino_,
-e realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, che in
-Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, come una rarità degna
-d'essere veduta[358]. D'altra parte è vero altresì, che vi furono
-circostanze, nelle quali egli per mesi interi non osava varcare la
-soglia di casa sua in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche
-fiorentino da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane degli
-Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, che a guisa
-di avvertimenti[359] doveano farlo stare in sull'avviso, sebbene non
-abbiano avuto quelle terribili conseguenze, che il Berni gli aveva
-predette in un famoso sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia.
-
-Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, ed anche ciò
-va notato. Con gli stranieri procede gonfio ed ampolloso[360], con
-gli italiani e specialmente col duca Cosimo di Firenze muta affatto
-registro. In quest'ultimo egli loda specialmente la bellezza della
-persona, che in fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari
-d'Augusto, in grado eminente; loda il suo contegno, affatto morale, non
-senza però dare un tocco incidentalmente alle speculazioni pecuniarie
-della madre di Cosimo, Maria Salviati, e chiude al solito con un
-piagnucoloso fervorino, nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza
-dei viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione[361],
-ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua parsimonia
-(negli ultimi anni ammontava a centosessanta ducati annui), ciò non
-accadde certamente che per uno speciale riguardo alla sua qualità di
-agente segreto di Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino
-avrebbe potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al tempo
-stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare dal duca stesso
-l'immediato suo richiamo. E se anche il Medici da ultimo s'accorse di
-essere stato già indovinato da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo
-essere contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente gli
-scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. Di buon genere altresì
-è l'adulazione da lui usata col tanto celebre marchese di Marignano,
-che «qual castellano di Musso» avea cercato di crearsi una signoria.
-Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: «tutte
-le qualità che un principe deve avere, si trovano in voi, e questo
-lo potrebbe facilmente vedere ognuno, se l'uso della violenza, che
-è necessaria in tutte le cose sul loro principiare, non vi facesse
-apparire ancora un po' aspro»[362].
-
-Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità il fatto, che
-l'Aretino non disse male degli uomini soltanto, ma di Dio stesso. Qual
-genere di fede religiosa possa egli avere avuto, torna perfettamente
-inutile il ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da
-sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, ch'egli
-compose con viste tutt'altro che religiose[363]. Ma del resto non
-si saprebbe davvero trovare una ragione, per cui egli avesse dovuto
-prendersela colla Divinità. Egli non fu mai un pensatore nel senso più
-rigoroso della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina
-filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza di estorcere
-da Dio, o con le adulazioni o con le minacce, un soccorso qualsiasi in
-danaro; egli per ultimo non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da
-un eventuale rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato le sue
-forze inutilmente e senza un immediato e pratico tornaconto?
-
-Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani è appunto
-questo, che un carattere come quello dell'Aretino ed un modo di agire
-pari al suo sarebbero oggidì in mille guise impossibili. Ma dal punto
-di vista storico quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza.
-
-
-
-
-PARTE TERZA
-
-IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ
-
-
-
-
-CAPITOLO I.
-
-Osservazioni preliminari.
-
- Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. —
- L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. —
- Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV.
-
-
-Giunti a questo punto del nostro quadro storico della civiltà, ci tocca
-ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichità, dal cui «Rinascimento»
-l'epoca intera, con denominazione invero parziale e ristretta,
-s'intitola. Le condizioni sociali fin qui descritte avrebbero, non
-v'ha dubbio, bastato da sè, anche senza l'Antichità, a scuotere la
-nazione e a portarla ad un certo grado di maturità, come è certo
-altresì, che la maggior parte delle novità veramente sostanziali che
-allora prevalsero nella vita pubblica, si sarebbero svolte anche senza
-questo, pur gravissimo, avvenimento; ma tuttavia non può negarsi,
-che e le une e le altre dall'influenza del mondo antico ricevettero
-un colorito speciale, che si manifestò nella forma, se non nella
-sostanza, delle cose, e la padroneggiò interamente. Il Rinascimento
-non sarebbe stato quella suprema necessità mondiale che fu, se così
-facilmente si potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo
-stabilire fin d'ora, come un punto essenziale, si è questo, che non
-la risorta Antichità da sè sola, ma essa e il nuovo spirito italiano,
-compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare con sè tutto il
-mondo occidentale. Bensì questo spirito non sembra aver conservato
-sempre, di fronte ad essa, lo stesso grado di autonomia; ma se, per
-esempio, nella letteratura neo-latina esso par minimo, grandissimo
-invece lo si riscontra nelle arti figurative e in parecchie altre
-sfere d'attività, e così questo nesso fra due civiltà di uno stesso
-popolo tanto remote fra loro, appunto perchè indipendente, appare
-anche naturale e fecondo. Le altre nazioni eran libere di respingere
-il grande impulso che veniva loro dall'Italia, o di appropriarselo
-in parte, od anche del tutto; ma dove quest'ultima condizione ebbe a
-verificarsi, dovrebbe cessare ogni lamento per la prematura decadenza
-delle forme della civiltà medievale. Se queste forme avessero avuto in
-sè la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero ancora. E se
-quegli spiriti queruli, che le rimpiangono, potessero farle rivivere
-un'ora sola, se ne spaventerebbero essi medesimi e anelerebbero tosto
-all'aere più puro e spirabile della vita moderna. Che poi in tali
-processi di trasformazione qualche singolo e delicato fiore resti
-soffocato, senza poter vivere nemmeno nella tradizione o nella poesia,
-è cosa che s'intende da sè; ma si dovrebbe per questo desiderare che
-la trasformazione in sè stessa non fosse accaduta? Ed essa consiste
-precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa, la quale fino a
-questo tempo (ma per poco ancora) tenne unito tutto l'occidente, sorge
-un nuovo elemento morale, che, diffondendosi dall'Italia, invade il
-resto d'Europa e diventa come l'ambiente ordinario di tutti gli uomini
-forniti di un certo grado di cultura. Il fatto per sè è impopolare,
-perchè conduce necessariamente ad una separazione completa tra le
-classi colte e non colte di tutta Europa; ma come rammaricarsene,
-quando noi stessi siamo costretti a confessare, che questa separazione,
-universalmente riconosciuta, sussiste ancora oggidì e non può esser
-tolta? D'altra parte, in Italia essa è assai meno pronunciata che
-altrove: tanto è vero, che il poeta più ligio ai precetti dell'arte, il
-Tasso, è uno dei più popolari e corre per le mani di tutti.
-
-
-L'Antichità greco-latina, che sino dal secolo XIV sì vivamente si
-compenetrò nella vita italiana come fonte della cultura, come scopo
-supremo dell'esistenza, e in parte anche come reazione pensata e
-voluta contro le tendenze precedenti, avea già da lungo esercitato
-qua e colà la sua influenza su tutto il medio-evo, anche fuori
-d'Italia. La cultura infatti, che al suo tempo promosse e favorì
-Carlomagno, era essenzialmente un Rinascimento di fronte alla barbarie
-dei secoli VII e VIII, e non poteva neanche essere altra cosa. Più
-tardi nell'architettura romana dei paesi settentrionali noi veggiamo
-adottarsi, oltre la tendenza generale, forme affatto speciali di
-carattere prettamente antico, e nei conventi farsi tesoro di molti
-materiali tolti di pianta da scrittori latini, e imitarsene anche lo
-stile, dietro l'esempio dato pel primo da Eginardo.
-
-
-In Italia invece essa torna in vita in modo affatto diverso. Cessata la
-barbarie, s'annunzia tosto presso il popolo italiano, per metà ancora
-antico, la cognizione de' suoi tempi anteriori; esso li magnifica e
-desidera riprodurli. Fuori d'Italia trattasi di trar partito in via
-di erudizione e di riflessione da singoli elementi dell'Antichità: in
-Italia invece si ha un vero entusiasmo per tutto ciò che è antico,
-e non da parte dei dotti soltanto, ma del popolo intero, perchè vi
-si scorge la rimembranza dell'antica grandezza, e perchè si ha un
-allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del latino e nella
-copia di memorie e monumenti, che ancora esistono. Da questo impulso e
-dal contraccolpo, che partiva dallo spirito popolare già essenzialmente
-mutato, dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla
-Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonchè dagli altri elementi
-di civiltà portativi dai popoli settentrionali, dalla religione e
-dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una creazione affatto nuova, lo
-spirito moderno italiano, destinato a dare l'impulso a tutto il mondo
-occidentale.
-
-
-In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento antico, non
-appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente dalle costruzioni
-toscane del secolo XII e dalle sculture del XIII. Ma anche nella
-poesia non mancano i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta
-latino del secolo XII, anzi colui, che diede in allora l'intonazione
-a tutto un genere di poesia latina, fu un italiano. Egli è appunto
-quel qualunque scrittore, al quale appartengono i brani migliori dei
-così detti _Carmina Burana_. Un grande attaccamento al mondo e a'
-suoi piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le divinità
-pagane, prorompe con vena facile e abbondante da queste strofe rimate.
-Chi le legge d'un tratto, difficilmente potrà crederle opera d'altri,
-fuorchè d'un italiano e probabilmente d'un lombardo; ma vi sono anche
-ragioni speciali per accettare una tale ipotesi[364]. Che se anche
-sino ad un certo punto queste poesie latine dei _Clerici vagantes_ del
-secolo XII, con tutto il corredo delle frivolezze di cui riboccano,
-potrebbero dirsi piuttosto un patrimonio generale di tutta Europa, non
-si potrà però mai credere che tanto la canzone _De Phyllide et Flora_,
-quanto l'altra che comincia _Aestuans interius_, sieno opera di un
-settentrionale, o del molle e delicato sibarita che cantò: _Dum Dianae
-vitrea sero lampas oritur_. Qui c'è una riproduzione dell'antico modo
-di sentire e di poetare, che salta agli occhi tanto più facilmente
-accanto alla forma rimata, propria del medioevo. In più di un lavoro
-di questo e dei secoli vicini s'incontrano esametri e pentametri di
-una imitazione molto accurata e allusioni mitologiche e reminiscenze
-antiche d'ogni specie, e tuttavia l'impressione che se ne risente, è
-ben lungi dall'essere altrettanto viva e profonda. Le cronache in versi
-e le altre opere di Guglielmo Pugliese mostrano anch'esse uno studio
-diligente di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano,
-ma la forma antica non vi figura che come tolta a prestito, allo stesso
-modo che semplicemente copiati appajono i materiali antichi nei grandi
-raccoglitori del genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed
-allegoristi della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento non
-è già una saltuaria imitazione o una compilazione fatta a frammenti,
-bensì una rinascita vera, e come tale non lo si trova realmente che
-nelle poesie sopra citate dell'ignoto _scolaro vagante_ del secolo XII.
-
-
-Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani per
-l'Antichità non comincia a manifestarsi che col secolo XIV. A ciò si
-richiedeva uno sviluppo della vita cittadina, quale in Italia soltanto
-e soltanto a questo tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed
-effettiva uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione di
-una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno di istruirsi
-e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la cultura, se voleva svincolarsi
-dal mondo fantastico del medio-evo, non poteva passare improvvisamente
-per mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo fisico e
-morale; essa avea bisogno di una guida, e come tale si offerse la
-classica Antichità colla sua ricchezza di verità obbiettive, evidenti
-in tutti i regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza
-e ammirazione le forme e la materia, e se ne costituì per un certo
-tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura[366]. Anche le condizioni
-generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero dopo la
-caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all'Italia, o non aveva
-avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato ad Avignone:
-la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza
-e sulla illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla
-coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo e durevole,
-e così il sogno di un dominio d'Italia e di Roma sul mondo potè imporsi
-alle menti di tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con
-Cola di Rienzo. Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel
-suo primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad
-altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma tuttavia pel sentimento
-nazionale la ricordanza dell'antica Roma era pur sempre un punto
-d'appoggio di gran valore. Tornati in possesso dell'antica loro
-cultura, gl'Italiani s'accorsero ben presto di essere la nazione più
-avanzata del mondo.
-
-Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la sua pienezza, ma
-soltanto nei tratti suoi più salienti e visibili, e principalmente ne'
-suoi primordj, è ora l'assunto di questa parte del nostro lavoro[367].
-
-
-
-
-CAPITOLO II.
-
-Roma, la città delle rovine.
-
- Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti
- al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. —
- L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione
- romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di
- Giulia. — Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine
- come fonti di sentimentalismo.
-
-
-Innanzi tutto Roma, la città delle rovine[368], gode anche
-presentemente una specie di venerazione che è ben diversa da quella
-del tempo in cui furono scritti i _Mirabilia Romae_ e la storia
-di Guglielmo di Malmesbury. Se ora mancano i pellegrini che vadano
-a cercarvi tesori e miracoli[369], vi sono sempre gli storici e i
-patriotti, che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo
-senso vogliono essere intese anche le parole di Dante[370]: «le
-pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di reverenzia, e 'l suolo
-dov'ella siede, è degno, oltre quello che per gli uomini è predicato
-e provato». La colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna
-devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e Giovanni Villani
-non esita a dire, che il maggior frutto ch'egli ritrasse dal giubileo
-dell'anno 1300, fu la sua risoluzione di scrivere la storia di Firenze,
-surta in lui dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102).
-Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli avanzi di Roma
-pagana o quelli di Roma cristiana: e ci narra che di frequente salì con
-Giovanni Colonna sulle vôlte colossali delle terme di Diocleziano[371],
-e quivi nell'aria libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva
-d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio fisso sulle
-rovine, ragionavano insieme non già d'affari, o di cose domestiche o
-d'interessi politici, ma di storia, evocando l'uno l'antichità pagana,
-l'altro la cristiana, o s'intrattenevano di filosofia o dei primi
-inventori delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino a Gibbon
-e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse argomento alle più gravi
-meditazioni!
-
-La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel «Dittamondo»
-di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, fatta a guisa di
-visione (intorno al 1360), di un finto viaggio, nel quale il poeta è
-accompagnato dall'antico geografo Solino, come Dante da Virgilio. A
-quel modo che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte
-Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche a Roma per
-risuscitarvi la tradizione leggendaria di Araceli e di S. Maria in
-Trastevere; ma la magnificenza profana di Roma antica esercita su essi
-un fascino prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento
-— è Roma stessa — narra loro la gloriosa sua storia e descrive
-minutamente gli antichi trionfi[372]: poi li conduce attorno per la
-città, addita ad essi i sette colli ed un gran numero di rovine, dalle
-quali (egli le fa dire) comprender potrai, quanto fui bella!
-
-
-Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e scismatici non era
-più, rispetto alle memorie dell'antichità, ciò che era stata alcune
-generazioni prima. Una orribile devastazione, che ai più importanti
-edifici ancora esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere
-speciale, fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento di
-centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato dal senatore
-Brancaleone intorno al 1258, essendo certo che la nobiltà cercava di
-trincerarsi nelle rovine maggiori e meglio conservate[373]. Ciò non
-ostante, restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì,
-e in particolare molti avanzi devono a quel tempo aver avuto ancora
-il loro rivestimento marmoreo, le loro colonne all'ingresso degli
-edifici ed altri ornamenti, mentre ora di questi non sopravanza che
-il nudo scheletro in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di
-cose fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica
-città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio[374] per la prima volta
-noi veggiamo congiunto intimamente lo studio delle rovine con quello
-degli antichi scrittori e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in
-mezzo all'erba[375] cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della
-fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da quelle della
-Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro più esteso e corredato
-di disegni! Egli infatti trovò molte più cose conservate che non
-ottant'anni più tardi Raffaello: egli ha veduto la tomba di Cecilia
-Metella, nonchè il frontale a colonne di uno dei templi situati sul
-pendìo del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi mezzo
-distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era sembrato ancor buono ad
-essere fuso in calce: anche un imponente colonnato attiguo alla Minerva
-soggiacque a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno
-1443 afferma che queste fusioni continuavano e soggiunge indignato, che
-erano: «una vera ignominia, poichè le nuove costruzioni sono meschine
-e il bello di Roma sta tutto nelle rovine»[376]. I romani d'allora,
-nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono dipinti dai
-forestieri come veri mandriani, ed infatti il bestiame pascolava sin
-dentro a' Banchi: riunioni sociali non si tenevano, se non in occasione
-delle visite alle chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali
-circostanze soltanto erano visibili anche le belle donne.
-
-
-Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) Biondo da Forlì
-scrisse la sua _Roma instaurata_, servendosi omai di Frontino e degli
-antichi Libri regionali, come altresì (a quanto sembra) di Anastasio.
-Il suo scopo non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma
-piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente alla dedica
-al Papa, il libro si consola dell'universale desolazione enumerando le
-molte reliquie sacre, che Roma ancor possedeva.
-
-Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi quel nuovo
-spirito monumentale, che è una delle caratteristiche dell'epoca del
-Rinascimento. Vero è che la smania ora sorta in tutti di abbellir
-la città di Roma, creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine,
-ma dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo di
-gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo per ogni cosa
-antica, e se nelle sue opere ci parla poco delle antichità di Roma in
-particolare, s'interessa invece moltissimo per quelle di tutto il resto
-d'Italia, e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed estesa
-degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli[377]. Vero
-è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico e di cosmografo, lo
-veggiamo compreso di uguale ammirazione tanto dinanzi alle antichità
-di Roma pagana, quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche
-di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale; ma chi crederà
-alla sincerità delle sue parole, quando egli, per esempio, afferma
-che Nola ha maggior gloria dalla memoria di S. Paolino, che non dal
-combattimento eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare
-della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma ognuno sa che
-le sue tendenze e i suoi studi lo portavano di necessità a prediligere
-l'investigazione della natura e dell'antichità e a interrogare la vita
-delle nazioni nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi suoi
-anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato dalla podagra, egli si
-fa lietamente portare in lettiga via per monti e valli a Tusculo,
-ad Alba, a Tivoli, ad Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive
-minutamente tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli
-acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio abitato dalle
-antiche popolazioni finitime a Roma. In una escursione a Tivoli, fatta
-col grande Federigo da Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi
-animatissimi sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi e
-più particolarmente sull'impresa dei Greci contro Troja; perfino nel
-suo viaggio al congresso di Mantova (1459) egli cerca, benchè indarno,
-il labirinto di Chiusi, menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la
-così detta villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche dagli
-Abbreviatori della Curia un latino classico nella redazione degli atti,
-non farà meraviglia, quando, oltre a tutto questo, si sappia che una
-volta nella guerra contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè
-compatriotti di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei quali ricorre
-quivi frequentissimo anche nei registri battesimali. A lui solo, come
-a vero conoscitore e sincero fautore, poteva il Biondo dedicare la sua
-Roma triumphans, che è il primo grande tentativo di una esposizione
-generale delle antichità romane.
-
-
-Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio delle antichità
-romane s'era fatto più vivo che mai. Già il Boccaccio[378], parlando
-delle rovine di Baja, le chiama «antiche macerie, ma pur sempre nuove
-per gli uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate come
-una delle più interessanti rarità dei dintorni di Napoli. Poco dopo
-sorsero collezioni di antichità di ogni specie. Ciriaco d'Ancona
-percorse non solo l'Italia, ma anche molti altri paesi dell'antico
-Orbis terrarum, e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni:
-interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per risuscitare
-i morti[379]. Le storie delle singole città da tempo antichissimo
-avevano accennato a rapporti veri o supposti con Roma, credendole o
-direttamente fondate o almeno colonizzate da essa[380]; e da lungo
-tempo altresì compiacenti compilatori di genealogie avean derivato
-alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste adulazioni
-tornavano così gradite, che non vi si rinunciò nemmeno nella luce
-della critica esordiente del secolo XV. Senza reticenza alcuna Pio II
-a Viterbo disse agli oratori romani, che lo pregavano di un sollecito
-ritorno[381]: «Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la
-famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata da Roma
-a Siena, come lo prova l'uso dei nomi Enea e Silvio perpetuatosi in
-essa». Probabilmente non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser
-creduto un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un Barbo da Venezia
-— trovò lusingata la sua vanità nel veder derivata la sua famiglia, ad
-onta di un'opinione contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe
-degli Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti a Parma
-e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi trasferiti a
-Venezia[382]. Dopo ciò, non farà meraviglia che i Massimi pretendessero
-discendere da Fabio Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece
-strano che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia cercato
-di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri Ostrogoti (I.
-Nov. 23).
-
-
-Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano del titolo
-di romani», accolsero con compiacenza i sentimenti di omaggio,
-che tributava loro il resto d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed
-Alessandro VI vedremo effettuarsi splendide feste carnevalesche,
-nelle quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette
-del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani. L'antichità
-pervade tutti i sentimenti e somministra le forme, sotto le quali
-si manifestano. In mezzo a tali tendenze generali accadde, che il
-18 aprile dell'anno 1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo,
-maravigliosamente bello e ben conservato, di una giovane romana del
-tempo antico[383]. Alcuni muratori lombardi, i quali stavano lavorando
-per dissotterrare un antico monumento in un podere del convento di S.
-Maria nuova, presso la via Appia, fuori della cerchia del sepolcro
-di Cecilia Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva
-portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è il fatto; ma
-non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia, e si disse che i muratori
-erano immediatamente scomparsi coi tesori e colle pietre preziose
-poste nel sarcofago ad ornamento del cadavere; che questo era tutto
-rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale freschezza
-e flessibilità, da sembrar quello di una giovane quindicenne appena
-morta; e più tardi si aggiunse, che conservava ancora i colori vitali e
-gli occhi e la bocca semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori
-in Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita, e molti
-altresì per ritrarla, «imperocchè essa era bella oltre quanto si possa
-dire e scrivere, e se lo si dicesse o scrivesse, quelli che non la
-videro, no 'l crederebbero». Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo
-VIII, si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto fuori
-di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile de' Conservatori non
-rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente sul viso del cadavere era
-stata tirata una maschera colorata in cera o qualche cosa di simile,
-che stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha di singolare
-in tutto questo non è il fatto in sè stesso, ma il pregiudizio
-universalmente radicato che le forme corporee degli antichi, che qui
-finalmente si credeva di vedere nella loro realtà, fossero più belle di
-quelle dei moderni.
-
-
-Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma cresceva mediante
-gli scavi: già sotto Alessandro VI si impararono a conoscere le così
-dette _grottesche_, vale a dire le decorazioni delle pareti e delle
-vôlte degli antichi, e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere:
-sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte, della
-Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra ed altre parecchie[384];
-anche i palazzi dei grandi e dei cardinali cominciarono a riempirsi
-di statue e di frammenti antichi. Per Leone X Raffaello intraprese
-quella restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla
-la celebre sua lettera (o del Castiglione)[385]. In essa, dopo avere
-amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente sotto Giulio
-II, ancora duravano, egli supplica il Papa che voglia farsi protettore
-dei pochi avanzi rimasti a testificare la grandezza e la potenza
-di quei genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono
-ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e sublimi. Poi,
-con senso quasi di divinazione, traccia le linee fondamentali di una
-storia comparata delle arti, e per ultimo accenna all'opportunità
-di quei «restauri», che poi furono nella mente di tutti, e a questo
-scopo esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare il
-piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo tempo in avanti,
-l'archeologia, tutta intesa ad illustrare la città eterna e la sua
-topografia, sia cresciuta in scienza speciale, e come l'Accademia
-vitruviana si sia sentita almeno da tanto di metter fuori un programma
-colossale[386], non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel
-quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo il gusto
-per l'antichità si connette con tutte le altre tendenze di quel tempo
-e cospira a dare un'impronta affatto caratteristica alla vita romana
-d'allora. Il Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni si
-diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la cerchia di Roma,
-non ostante che Leone non sia riuscito con ciò nè a mettere in fuga le
-cure e i dolori, nè a prolungar l'esistenza[387], che gli fu tronca
-da una morte immatura. La splendida immagine della Roma di Leone,
-quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile, per
-quanto anche se ne conoscano i vizi e le piaghe, quali, ad esempio, il
-servilismo di chi agognava a salire, la miseria segreta dei prelati
-che, in onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente[388],
-la protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando i
-sommi, e finalmente l'amministrazione affatto rovinosa delle finanze
-pubbliche[389]. Lo stesso Ariosto, che conosceva sì bene queste magagne
-e ne parlava con amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta
-di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno di Roma,
-dove non gli sarebbe mancata la compagnia di coltissimi letterati,
-che l'avrebbero accompagnato a vedere le rovine del tempo antico,
-e dove avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e mezzi di
-erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti nella Biblioteca del
-Vaticano. Questi, egli soggiunge, sarebbero i veri allettamenti che mi
-attirerebbero a Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato
-della corte di Ferrara, non già la protezione medicea, alla quale da
-gran tempo ho rinunciato.
-
-
-Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti di solenne
-patriottismo, le rovine ebbero anche la forza di sviluppare, in Roma e
-fuori, manifestazioni di entusiasmo affatto elegiaco e sentimentale.
-I primi sintomi trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel
-Boccaccio (v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente
-il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia quello di Castore e
-Polluce, dove una volta soleva radunarsi il Senato, e quivi si esalta
-alla memoria dei grandi oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo
-affatto sentimentale si esprime più tardi Pio II, specialmente nella
-descrizione di Tivoli[390], e poco dopo si ha la prima prospettiva
-di rovine accompagnata da una descrizione del Polifilo[391], dove
-figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati, circondati all'intorno
-da vecchi platani, allori e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed
-erba selvatica. Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce
-l'uso, non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in mezzo
-alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo[392]. Per ultimo
-scorgesi la manifestazione pratica di questo medesimo sentimento
-nella consuetudine invalsa di far entrare le rovine artificiali, come
-requisito indispensabile, in qualsiasi grandioso giardino.
-
-
-
-
-CAPITOLO III.
-
-Autori antichi risuscitati.
-
- Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo
- XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno
- sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte
- all'antichità.
-
-
-Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura
-e dell'arte in generale, erano i monumenti della parola rimasti
-dell'antichità greca e romana. Ciò è tanto vero, che in allora furono
-addirittura riguardati come la fonte d'ogni sapere nel senso il più
-assoluto. Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte sono
-state più volte e variamente esposte: noi non possiamo aggiungere qui
-che alcuni particolari men conosciuti[393].
-
-Per quanto grande sembri essere stata da lungo tempo, e più
-specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza degli antichi scrittori
-in Italia, si potrebbe tuttavia dire che una tale influenza dipendeva
-piuttosto da una più larga diffusione delle opere già conosciute,
-che non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state fatte. I
-più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e gli epistolografi
-latini, insieme ad un certo numero di traduzioni latine di singole
-opere di Aristotele, di Plutarco e di pochi altri greci, costituivano
-in sostanza l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi
-la generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti che
-quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente un Omero greco, senza
-poterlo leggere. La prima traduzione latina dell'Iliade e dell'Odissea
-è dovuta al Boccaccio, che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un
-greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia la grande
-serie delle nuove scoperte, la fondazione sistematica delle biblioteche
-creata colla moltiplicazione delle copie e il lavoro zelante delle
-traduzioni dal greco.[394]
-
-
-Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che talvolta si
-videro per esso ridotti alle più dure strettezze, noi non ci troveremmo
-in possesso se non di una minima parte degli scrittori greci, che
-giunsero sino al nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando
-era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar codici, e
-fin d'allora egli si confessava vinto dalle due grandi passioni, che
-prevalsero nell'epoca del Rinascimento, i libri e le fabbriche.[395]
-Divenuto Papa, mantenne la parola, stipendiando copisti per scrivere
-e mandando esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto
-per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento ducati, il Guarino
-per quella di Strabone mille fiorini d'oro e doveva averne altri
-cinquecento, se il Papa non fosse morto precocemente. Morendo, egli
-lasciò ricca di cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di
-novemila volumi[396] quella biblioteca, che propriamente era destinata
-in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne l'elemento
-principale della celebre Biblioteca del Vaticano: essa doveva essere
-collocata nello stesso palazzo papale come il suo più bell'ornamento, a
-quel modo che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria. Quando
-il Papa, in occasione della peste, si ritirò con tutta la sua corte a
-Fabriano, vi condusse anche i suoi traduttori e compilatori, per essere
-sicuro che non gli morissero.
-
-Il fiorentino Nicolò Niccoli,[397] uno degli eruditi che si
-raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo a tutto il suo
-avere a furia di acquistar libri; ma quando egli non ebbe più nulla,
-i Medici gli tennero aperte le loro casse per qualunque somma egli
-richiedesse per tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano
-Marcellino e del libro _de Oratore_ di Cicerone, nonchè molte altre
-scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare altresì il bellissimo
-Plinio, che aveva già appartenuto ad un convento di Lubecca. Con una
-liberalità veramente generosa egli dava a prestito i suoi libri, o
-forniva ogni possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi
-con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava ottocento
-volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo la sua morte, e per
-l'interposizione di Cosimo, passò al convento di S. Marco, sotto
-condizione però che fosse accessibile al pubblico.
-
-Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il Poggio,
-l'ultimo,[398] in parte anche quale incaricato del Niccoli, fece, come
-è noto, importanti scoperte nelle abbazie della Germania meridionale,
-ch'ebbe occasione di visitare quando si recò al Concilio di Costanza.
-Egli trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano
-completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo, che dicesi egli
-abbia copiato per intero e assai nitidamente in soli trentadue giorni.
-Trovò inoltre importanti frammenti, che ajutarono a completare Silio
-Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano, Columella,
-Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti altri; e per ultimo, insieme a
-Leonardo Aretino, fece conoscere le ultime dodici commedie di Plauto,
-nonchè le Verrine di Cicerone.
-
-Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia, raccolse, con
-sentimento di lodevole patriottismo[399] e non senza enormi sacrifici,
-seicento codici, contenenti opere pagane e cristiane, e stava appunto
-cercando un luogo sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice
-sua patria, se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà,
-sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura. La Signoria
-di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a costruire un locale
-apposito, ed anche oggidì la Biblioteca di S. Marco conserva una parte
-di quei tesori.[400]
-
-La formazione della celebre biblioteca medicea ha una storia affatto
-speciale, della quale noi non possiamo occuparci qui: il raccoglitore
-principale per Lorenzo il Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno
-che questa raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta
-rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici (Leone X).
-
-La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu[401] in modo precipuo
-fondata dal grande Federigo di Montefeltro (v. pag. 60), che aveva
-già cominciato a raccogliere fin da fanciullo, e più tardi teneva
-costantemente a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che
-nel corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno di trenta
-mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente e completata
-specialmente coll'ajuto di Vespasiano, e ciò che questi ne riferisce
-è degno di particolare attenzione, perchè ci dà l'idea più completa
-di una biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano
-gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di S. Marco di
-Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino di quella di Oxford, e
-si trovava, con senso di vero orgoglio, che la biblioteca urbinate,
-per ricchezza di testi completi di ogni singolo autore, le superava
-tutte di gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora i libri
-del medio-evo e specialmente le opere di teologia, quali, ad esempio,
-quelle di S. Tommaso d'Aquino, di Alberto Magno, di S. Bonaventura
-ecc.; ma la biblioteca comprendeva molti rami dello scibile, e, per
-citarne uno, vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di
-raccogliere in fatto di medicina. Fra i _moderni_ primeggiavano i
-grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio, ad esempio, con
-tutte le loro opere; poi seguivano venticinque scelti umanisti, sempre
-con tutte le loro opere latine ed italiane, come altresì colle loro
-traduzioni. Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri della
-Chiesa, ma non mancavano neanche i classici antichi, a proposito dei
-quali nel catalogo incontransi i nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro
-con tutte le loro opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo
-deve essere assai presto scomparso da Urbino,[402] essendo fuor d'ogni
-dubbio che, in caso contrario, i filologi non avrebbero tardato a
-pubblicarlo.
-
-Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo, con cui si
-moltiplicarono in allora i manoscritti e si vennero formando le
-biblioteche. L'acquisto diretto di un manoscritto un po' antico,
-che contenesse un testo raro, o il solo completo, od anche unico,
-esistente, restava naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava
-nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano il greco,
-tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano coll'appellativo
-speciale di «scrittori»: il loro numero fu e rimase sempre scarso, ed
-erano retribuiti assai largamente.[403] Gli altri, detti semplicemente
-copisti, erano in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro
-lavoro, in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di qualche
-guadagno straordinario. Per una singolarità, i copisti di Roma al
-tempo di Nicolò V erano per la massima parte tedeschi e francesi,[404]
-individui probabilmente venuti a chiedere qualche grazia alla Curia
-e che, obbligati a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal modo
-il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo de' Medici volle in
-tutta fretta fondare una biblioteca per la sua prediletta abbazia al
-di sotto di Fiesole, chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di
-abbandonare l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè non
-avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì di servirsi dell'opera
-dei copisti; dietro di che Cosimo s'accordò con lui di un pagamento
-a giornate, e Vespasiano stipendiò quarantacinque scrivani, che in
-ventidue mesi gli fornirono duecento volumi completi.[405] La lista
-delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V, che la stese
-di propria mano.[406] (Naturalmente prevalevano su tutto il resto i
-libri ecclesiastici e il corredo necessario pel servizio del coro).
-
-La forma della scrittura era quella nitida ed elegante introdottasi
-in Italia sin dal secolo precedente e che piace tanto ancora oggidì,
-vista nei libri di quel tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo
-Mannetti, Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi
-eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le scritture veramente
-belle. Gli altri ornamenti, anche se non vi andava unita nessuna
-miniatura, portavano l'impronta del massimo buon gusto, come lo provano
-specialmente i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi fregi
-lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui si scriveva,
-se per grandi signori, era sempre la pergamena, e le legature nella
-Vaticana e ad Urbino uniformemente in velluto cremisino con fermagli
-d'argento. Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione che si
-aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza dei fregi esterni,
-non riescirà difficile a comprendere come ai libri stampati, che
-improvvisamente cominciavano ad apparir d'ogni parte, non si facesse in
-sulle prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare quello
-che i biografi narrano di Federigo da Urbino, che cioè «si sarebbe
-vergognato» di possedere nella sua biblioteca un libro stampato![407]
-
-
-Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano il mestiere, ma
-i molti che dovevano copiare un libro per averlo, — giubilarono della
-invenzione tedesca.[408] Essa fu messa tosto a profitto in Italia per
-la moltiplicazione e diffusione dei classici latini e poscia anche
-dei greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto aspettarsi
-dall'universale entusiasmo, che esisteva per questi scrittori. Qualche
-tempo dopo cominciò a designarsi più nettamente la posizione reciproca
-degli autori e degli stampatori,[409] e sotto Alessandro VI sorse la
-censura preventiva, perchè non era più tanto facilmente possibile di
-distruggere un libro, come Cosimo aveva poco prima potuto pattuire col
-Filelfo.[410]
-
-Come da questo tempo in avanti, in connessione con lo studio
-progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi venuta a poco a
-poco formando una critica dei testi, non è del nostro assunto il
-dimostrarlo, come non è nostro compito neanche di dare una storia
-dell'erudizione in generale in un libro, che non mira tanto a mettere
-in luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia, quanto
-a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse nella vita e nella
-letteratura del secolo, di cui si parla. Tuttavia ci sia permessa
-ancora una osservazione sugli studi considerati in sè stessi.
-
-
-L'erudizione greca si concentra essenzialmente in Firenze e nel secolo
-XV, nonchè nei primordj del XVI. Ciò che il Petrarca e il Boccaccio
-aveano fatto al loro tempo[411] per promoverla non accenna che ad un
-entusiasmo da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti venuti
-da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo studio del greco,[412]
-e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali (Erasmo, gli Stefani
-e Buddeo) se ne sieno frattanto impadroniti. Quella colonia avea
-cominciato con Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè
-con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca della presa
-di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo, Teodoro Gaza,
-Demetrio Calcondila (che allevò anche i propri figli Teofilo e Basilio
-a valenti grecisti), Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia
-dei Lascaris, con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento
-della Grecia per opera dei Turchi fu completo, non vi fu più nessun
-dotto superstite, ad eccezione dei figli dei fuggiaschi e forse qualche
-condiotto o cipriotto. Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide
-presso a poco anche il primo scadimento degli studi greci, si spiega
-bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze generali[413] e colla
-sazietà relativa, che avea cominciato a manifestarsi rispetto al
-contenuto sostanziale della letteratura classica, ma certamente non vi
-rimase estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti venuti
-dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra gl'Italiani gli
-anni, in cui lo studio del greco massimamente fiorì, furono quelli più
-prossimi al 1500, che potrebbe dirsi in questo riguardo l'anno normale;
-e fu appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente
-uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano ancora dimenticato,
-quali ad esempio i papi Paolo III e Paolo IV.[414] Ma un tale fervore
-non si spiega se non col presupporre rapporti con uomini veramente
-venuti dalla Grecia e greci di nascita.
-
-Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre, e Bologna, Ferrara,
-Venezia, Perugia, Pavia ed altre città di quando in quando, maestri
-stipendiati di greco.[415] Moltissimo poi deve questo studio al
-coraggio di Aldo Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il
-primo stampò in greco i più importanti e voluminosi autori. Egli
-arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu in generale tale
-tipografo, cui ben pochi anche più tardi possono essere paragonati.
-
-
-Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche gli studi
-orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole, e noi dobbiamo qui
-farne menzione almeno con una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto
-il sapere israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che ebbe a
-sostenere Giannozzo Mannetti,[416] grande erudito e politico fiorentino
-(morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare suo figlio Agnolo allo
-studio non del latino e del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più
-tardi ebbe l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente tutta
-la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo consigliava ad
-abbandonar la volgata.[417] Ma anche parecchi umanisti accolsero, molto
-tempo prima di Reuclino, nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della
-Mirandola possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un dotto
-rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo furono i medici, che
-non si accontentavano più delle traduzioni latine alquanto invecchiate
-dei grandi maestri arabi: l'occasione forse fu data dai consoli
-veneziani stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici
-italiani. Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune traduzioni
-dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo da Belluno,[418] innamorato
-di Avicenna, dimorò lungamente a Damasco per apprendervi l'arabo e
-fece poi alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di
-Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra d'arabo
-all'università di Padova.
-
-
-Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima di passare a dir degli
-effetti dell'umanismo in generale. Egli è l'unico che a voce alta e
-con vero coraggio difese i diritti della scienza e della verità in
-tutti i tempi, di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità
-greco-romana.[419] Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo
-Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici del
-medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo eternamente, non nelle
-scuole dei compilatori di sillabe, ma nella cerchia elevata dei dotti,
-che non discutono più sulla madre di Andromaca o sui figli di Niobe,
-ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni cosa umana e divina: chi
-si avvicinerà un poco, vedrà che anche i Barbari avevano lo spirito
-(_Mercurium_) non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile vigoroso
-e non del tutto disadorno e con una esposizione nitida e serrata egli
-combatte il pedantesco purismo e l'esagerata venerazione per una forma
-non naturale, ma imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto
-esclusivismo e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. In
-lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso la filosofia
-in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse soffocato ogni libero
-slancio del pensiero.
-
-
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-L'umanesimo nel secolo XIV.
-
- Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca,
- e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. —
- L'incoronazione dei poeti.
-
-
-Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la venerata
-antichità ed il presente, e che volevano trasfondere in questo la vita
-e la cultura di quella?
-
-Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale assume oggi un
-aspetto, domani un altro, ma che in mezzo a ciò ha la coscienza di
-essere un elemento nuovo nella vita civile, e come tale è considerata
-anche dai contemporanei. Come loro precursori possono, prima di ogni
-altro, riguardarsi quei _Clerici vagantes_ del secolo XII, della
-poesia dei quali s'è già parlato altrove (v. pag. 234): identica
-l'instabilità dell'esistenza, identico il modo di guardare, talvolta
-anche troppo liberamente, la vita, identica la tendenza a dare, almeno
-in sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, di fronte
-all'intera cultura del medio-evo pur sempre chiesastica, e coltivata di
-preferenza dal clero, sorge una nuova cultura, la quale precipuamente
-s'attiene a ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca
-anteriore. I rappresentanti più attivi di essa acquistano una grande
-importanza[420], perchè sanno ciò che seppero gli antichi, perchè
-cercano di scrivere come scrissero gli antichi, perchè cominciano
-a pensare e a sentire come pensarono e sentirono gli antichi. La
-tradizione, alla quale essi si volgono, in mille punti si viene
-trasformando in una vera riproduzione.
-
-Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i primordî di una
-cultura senza paragone più autonoma, e schiettamente italiana, quali
-si manifestarono intorno al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi
-completamente soffocati dalla scuola degli umanisti[421]. Nel secolo
-XIV, a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; perfin gli
-asinai cantavano per le vie i versi di Dante; i migliori manoscritti
-erano quelli posseduti e copiati da artefici fiorentini; e in allora
-fu anche possibile la formazione di una enciclopedia popolare, quale
-il «Tesoro» di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto certamente
-ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere che era in tutti, e
-questa alla sua volta s'era venuta formando e dalla lunga esperienza
-nelle cose di Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai
-viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento in cui vi si
-aveva la vita oziosa e indolente. Per queste doti il popolo fiorentino
-era salito in tal rinomanza presso tutte le nazioni, che papa
-Bonifacio VIII non esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora
-l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe sino dal 1400
-in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel moto naturale e spontaneo,
-abituò a chiedere alla sola antichità la soluzione di qualunque
-problema, ridusse la letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni,
-e contribuì perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre
-tutta questa erudizione non si basava che in una servile soggezione
-all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio o prerogativa
-speciale all'universalità del diritto romano, cercando e ottenendo in
-tal modo il favore di tutti i tiranni.
-
-Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando sarà il caso di
-discuterne il vero valore e di bilanciare il pro' ed il contro della
-questione. Qui per ora ci preme soltanto di stabilire come cosa di
-fatto, che fu anzi la stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella
-che preparò necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, e che
-appunto i più grandi nel campo della letteratura italiana propriamente
-detta sono stati i primi ad aprire tutte le porte all'invasione
-dell'antichità nel secolo XV.
-
-
-Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari al suo avesse,
-dopo di lui, potuto condurre sempre più innanzi la letteratura
-italiana, essa, in onta a tutti gli elementi antichi che vi si
-introdussero, non avrebbe mai mancato di serbare un'impronta affatto
-nazionale e sua propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno
-più prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre il primo,
-che condusse l'antichità al limitare della nuova cultura moderna.
-Però è vero che nella Divina Commedia egli non tratta in modo uguale
-il mondo antico e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre
-parallelli fra loro, e come il medio-evo antecedente avea messo insieme
-i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e dalle figure dell'antico
-e del nuovo Testamento, così egli appaja di regola un esempio
-cristiano con uno pagano del medesimo fatto[422]. Ora non si deve
-dimenticare che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano
-noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana era relativamente
-assai poco conosciuta, possedeva quindi una maggiore attrattiva e
-doveva destare una più grande curiosità nell'universale, quando non ci
-fosse stato nessun Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto
-equilibrio.
-
-Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che come un grande
-poeta: presso i suoi contemporanei invece la sua fama si basava assai
-più sulla sua erudizione, in quanto egli era quasi una personificazione
-dell'antichità, imitava tutti i generi della poesia latina e
-scriveva lettere, le quali, come trattati speciali su singoli punti
-dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali un valore, che
-ognuno può facilmente comprendere.
-
-Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto al Boccaccio. Egli era
-celebre in tutta Europa da ben duecento anni, prima che al di la delle
-Alpi si sapesse qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue
-opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in lingua latina.
-Una di esse, _De Genealogia Deorum_, contiene nei libri decimoquarto
-e decimoquinto una notevole appendice, nella quale egli discute la
-posizione del giovane umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che
-egli limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non deve per
-avventura trarre altri in errore; guardando un po' più addentro alla
-sostanza di quel lavoro, si scorge tosto, che il suo pensiero abbraccia
-l'intero campo d'attività del poeta-filologo.[423] E sono i nemici di
-questa che egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non
-vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi teologi,
-che riguardano come semplici follie le allusioni al monte Elicona,
-alla fonte Castalia e al sacro bosco di Febo; gli avidi giuristi,
-che considerano come inutile la poesia, perchè, non dà alcun guadagno
-materiale: finalmente i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi
-abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano e immorale
-della società.[424] Dopo ciò segue la difesa esplicita, anzi l'elogio
-della poesia, e in modo speciale del senso recondito ed allegorico, che
-le si deve dare dovunque, e di quella oscurità, che le è necessaria
-per tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. Da
-ultimo giustifica lo slancio che presero gli studi dell'antichità al
-tempo suo, con evidente allusione alla dotta sua opera.[425] In altri
-tempi, egli dice, questi studi potevano essere pericolosi, perchè le
-condizioni sociali erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva
-avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per la grazia di
-Gesù Cristo — la vera religione si è raffermata nelle sue basi, ogni
-traccia di paganesimo è scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del
-campo: oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (_fere_) senza
-pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più tardi addussero in
-propria difesa gli uomini del Rinascimento.
-
-S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo ed era sorta una
-nuova classe d'uomini a rappresentarlo. Egli è inutile il questionare
-se questo fatto avrebbe dovuto arrestarsi a mezzo il corso della sua
-carriera ascendente, per cedere la prevalenza all'elemento prettamente
-nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una sola, che
-cioè l'antichità costituiva una delle più splendide glorie della
-nazione italiana.
-
-
-Essenzialmente propria a questa prima generazione di poeti-filologi è
-una ceremonia simbolica, che non cessò neanche nei secoli XV e XVI,
-sebbene vi abbia perduto tutto il lato sentimentale, vogliamo dire
-l'uso di incoronare i poeti con una corona d'alloro. Le origini di
-questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, nè si sa che
-per essa abbia mai esistito un rito speciale: era una dimostrazione
-pubblica, una testimonianza onorifica resa al merito letterario,[426]
-e, appunto per questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile.
-Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una specie di
-consacrazione religiosa: egli voleva porsi in capo da sè la corona nel
-battistero di S. Giovanni, dove egli stesso e centinaja di migliaia di
-fiorentini erano stati battezzati.[427] Egli avrebbe potuto, dice il
-suo biografo, in virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque,
-ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. Da
-questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, che sino a questo
-tempo un tal uso non vi fu mai in Firenze, e passava comunemente
-come cosa ricevuta in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine
-reminiscenze infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline,
-fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori di cetra, poeti
-ed altri artisti, che, da Domiziano in poi, si celebravano ogni cinque
-anni, e che sembrano essere sopravissute qualche tempo anche dopo la
-caduta dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non osasse
-incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, era naturale che si
-domandasse quale avrebbe dovuto essere l'autorità, cui un tale ufficio
-spettasse? Albertino Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova
-dal vescovo e dal rettore dell'università; per l'incoronazione del
-Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università di Parigi, che
-appunto allora aveva a rettore un fiorentino, e l'autorità municipale
-di Roma; e dal canto suo anche l'esaminatore, che egli stesso si
-era scelto, il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la
-ceremonia di propria mano a Napoli, se il poeta, come è noto, non
-avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio di mano del senatore
-di Roma. Dopo un tale esempio, il Campidoglio rimase per qualche
-tempo la meta di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per
-esempio, un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.[428] Ma
-tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva moltissimo di
-appagare la vanità degli uomini ambiziosi e di imporre alle moltitudini
-spensierate con l'apparato di ceremonie grandiose e solenni. Partendo
-dalla supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata una
-volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani e che quindi
-allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa il dotto Zanobi della
-Strada,[429] a gran dispetto del Boccaccio, che a nessun patto volea
-riconoscere come legittima questa _laurea pisana_ (l. c.). E per
-verità si poteva anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e
-mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del vero merito dei
-poeti italiani. Ma, ciò non ostante, l'esempio incoraggiò, ed altri
-imperatori in viaggio coronarono or qua, or là qualche poeta, dietro
-di che alla lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi
-non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non si badò più
-nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, al tempo di Sisto IV,
-l'accademia di Pomponio Leto distribuiva di propria autorità corone
-d'alloro.[430] I Fiorentini ebbero il tatto di coronare i loro umanisti
-solo dopo morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo
-Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo Giannozzo
-Mannetti recitarono l'elogio funebre in presenza di tutto il popolo e
-dei signori del Concilio. In tali circostanze era d'uso che l'oratore
-parlasse stando ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il
-cadavere tutto vestito in seta.[431] Oltre a ciò, Carlo Aretino fu
-onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno dei più belli
-dell'epoca del Rinascimento.
-
-
-
-
-CAPITOLO V.
-
-Le Università e le Scuole.
-
- L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie.
- — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in
- Ferrara. — Educazione dei principi.
-
-
-L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale oggimai dobbiamo
-discorrere, presupponeva innanzi tutto che l'umanismo s'impadronisse
-delle Università. E ciò veramente accadde, ma non in quelle proporzioni
-e con quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. Le
-Università d'Italia[432] per la maggior parte hanno un vero splendore
-soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, allorquando la crescente
-ricchezza domandava anche una cura maggiore della vita intellettuale
-della nazione. In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre:
-una di gius canonico, una di gius civile e una di medicina: col tempo
-se ne aggiunsero altre tre, quella di rettorica, quella di filosofia
-e una terza di astronomia, che di regola, ma non sempre, era una
-cosa identica coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano
-estremamente: talvolta consistevano perfino in un capitale dato per
-una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura cominciarono le gare e
-le gelosie, per modo che l'una Università cercava di rubare all'altra
-i più celebri maestri, e per effetto di tali circostanze vuolsi che
-Bologna talvolta abbia speso per l'Università non meno della metà
-delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici si conferivano
-ordinariamente solo per un tempo determinato,[433] e perfino per
-singoli semestri, in guisa che i docenti menavano vita nomade, al
-pari dei comici; taluni però s'accordavano per tutta la durata della
-loro vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in nessun'altra
-Università ciò che aveano insegnato in una. Oltre a ciò v'erano anche
-dei docenti liberi, senza stipendio. Delle cattedre or ora menzionate
-naturalmente quella di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma
-non dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno possedeva
-intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare anche a quelle di
-giurisprudenza, di medicina, di filosofia o di astronomia. I rapporti
-intrinseci delle scienze erano ancora molto mobili, al pari delle
-condizioni estrinseche e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò
-non deve tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori
-stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello Stato che
-li pagava, per la trattazione delle sue cause e de' suoi processi.
-In Padova nel secolo XV un professore di diritto fu pagato mille
-ducati annui[434] e ad un celebre medico se ne volevano dare duemila
-e il diritto di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a
-Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.[435] Quando
-il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore a Pisa, accettò dal
-governo di Venezia una cattedra a Padova e voleva partire per quella
-città, la Signoria di Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo
-libero che dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.[436] Egli è
-appunto in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste professioni
-speciali, che si arriva a comprendere come illustri filologi abbiano
-aspirato a cattedre di diritto e di medicina, mentre d'altra parte è
-anche vero che chi voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni,
-non poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte dose di
-tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti in altri rami avremo
-occasione di parlare fra non molto.
-
-Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè in singoli casi
-provvedute di abbastanza lauti stipendi ed emolumenti accessori,[437]
-appartengono nel complesso alla classe di quelle che erano mobili
-e transitorie, in guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera
-sua ed essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università.
-Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi sempre di udir qualche
-cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, come d'altronde è facile a
-comprendere con una scienza ancora in istadio di formazione e quindi
-anche legata in gran parte al merito personale di chi la insegnava.
-Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli autori antichi
-e li interpetrava, appartenesse effettivamente all'Università, potendo
-benissimo aver bastato un semplice invito privato, quando i mutamenti
-erano sì facili, e sì grande il numero dei locali disponibili (nei
-conventi ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,[438]
-nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo splendore,
-e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse anche di Martino V si
-affollavano nelle aule per assistere alle gare di Carlo Aretino e del
-Filelfo, esisteva non solamente una seconda Università quasi completa
-presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una considerevole
-riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, e singoli gruppi di
-ragguardevoli privati, che si tassavano spontaneamente per farsi
-leggere questo o quel corso di filologia o di filosofia. Lo studio
-della filologia e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto
-alcuno coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi esclusivamente
-parte sopra una speciale protezione personale dei singoli Papi e
-prelati, parte sugli uffici accordati nella Cancelleria papale.
-Appena sotto Leone X fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione
-della Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più grandi
-celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; ma quel nuovo
-splendore fu di assai breve durata. — Delle cattedre di greco in Italia
-abbiamo già brevemente toccato (v. pag. 262).
-
-Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con cui allora veniva
-impartita la scienza, si dovrà, quanto più è possibile, distogliere
-l'occhio da tutte le nostre attuali istituzioni accademiche. Le
-conversazioni e le dispute personali, l'uso costante del latino, e
-presso molti anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli
-insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora un aspetto,
-che noi non possiamo figurarci, se non astraendo in tutto dal presente.
-
-Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, e non
-già soltanto come preparazione agli studi superiori, ma propriamente
-perchè la cognizione della lingua latina si reputava quivi necessaria
-al pari del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva
-immediatamente la logica. È cosa notevole che queste scuole non
-dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità municipale; parecchie erano
-sorte anche per la sola iniziativa privata.
-
-Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione di valenti
-umanisti non solo si sollevò ad un alto grado di perfezione, ma divenne
-effettivamente una fonte di educazione superiore.
-
-
-Ma all'educazione dei figli di due case principesche dell'Italia
-settentrionale andarono connesse altre istituzioni, che veramente
-potevano dirsi uniche nel loro genere.
-
-Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova (1407-1444) venne
-chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,[439] uno di quegli uomini
-che consacrarono l'intera loro esistenza ad uno scopo, pel quale
-si sentivano di dentro una vocazione affatto speciale. Egli educò
-innanzi tutto i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da
-lui condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; ma quando
-la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui affluivano da tutte le
-parti i figli delle più potenti e ricche famiglie, il Gonzaga non solo
-permise che Vittorino consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare
-anzi che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata
-come la casa di educazione di tutto il mondo elegante. Qui, per la
-prima volta, all'istruzione scientifica si videro associati anche i
-più lodati fra gli esercizi ginnastici, come elemento indispensabile
-per una educazione completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non
-tardarono ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino
-pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua missione, ed erano
-i poveri dotati di singolari attitudini, che egli nutriva ed allevava
-in sua casa _per l'amore di Dio_, abituando così i privilegiati della
-fortuna a rispettare in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga
-gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse sempre del
-suo l'eccedente della spesa, che spesse volte importava altrettanto.
-Egli sapeva che Vittorino non faceva per sè il più piccolo risparmio,
-e senza dubbio capiva che l'educazione accordata ai giovani privi
-di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo veramente
-maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema della casa era
-strettamente religioso, quanto in qualsiasi convento.
-
-Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello che seguì Guarino
-da Verona,[440] il quale nel 1429 fu chiamato a Ferrara da Niccolò
-d'Este per l'educazione del proprio figlio Lionello, e poscia, dal
-1436 in avanti, quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase
-in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le lingue classiche
-presso quell'Università. Anch'egli, fin da quando istruiva Lionello,
-aveva accolto in sua casa un drappello scelto di giovani poveri
-di diversi paesi, che manteneva in parte ed anche del tutto a sue
-spese: le ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che egli
-consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già date. Anche qui
-la religione e la morale erano rigorosamente osservate; nè certamente
-dipendette dal Guarino, o da Vittorino che la maggior parte degli
-umanisti del loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo
-doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come il Guarino,
-con una attività quale era la sua, abbia tuttavia trovato il tempo
-necessario per condurre a termine tante traduzioni dal greco e tanti
-lavori originali, come fece.
-
-Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte delle altre
-d'Italia l'educazione delle famiglie principesche venne, almeno in
-parte e per alcuni anni, in mano agli umanisti, i quali con ciò fecero
-un passo più addentro nella vita delle corti. Lo scriver trattati
-sull'educazione degli uomini destinati a regnare era stato fin qui il
-compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare degli umanisti, ed
-Enea Silvio, per esempio, stese per due giovani principi della casa
-d'Absburgo speciali trattati sulla loro educazione ulteriore,[441] nei
-quali naturalmente egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso,
-nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse già lo
-scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo vediamo adoperarsi in ogni
-maniera perchè quegli scritti avessero grande diffusione anche altrove.
-Ma dei rapporti degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più
-largamente.
-
-
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-I fautori dell'umanismo.
-
- Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi
- Medici. — Principi: i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso
- di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. —
- Sigismondo Malatesta.
-
-
-Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente a Firenze, quei
-cittadini, che dello studio dell'antichità fecero lo scopo principale
-della loro vita, e in parte divennero essi stessi grandi eruditi, in
-parte grandi dilettanti, che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254
-e segg). Pel periodo di transizione, che comincia al principio del
-secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè pei primi
-tradussero praticamente nella vita l'umanismo, come un elemento affatto
-indispensabile. I principi e i Papi non se ne interessarono seriamente
-se non molto più tardi. Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è
-già parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da Vespasiano
-(pag. 625) come un uomo, il quale, anche in tutto ciò che al di fuori
-lo circondava, non tollerava nulla, che non avesse una certa impronta
-di antichità. Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento,
-affabile nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica,
-lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e maravigliosa;
-amantissimo della pulitezza in ogni cosa, egli la portava allo scrupolo
-nel servizio della tavola, sulla quale non figuravano che vasi e calici
-antichi e lini candidissimi.[442] Il modo con cui seppe guadagnarsi
-l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è troppo
-singolare per non dover esser qui raccontato[443] colle parole stesse
-del suo biografo:
-
-«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, sendo giovane di
-bellissimo aspetto e dato molto ai piaceri del mondo, alle lettere non
-pensava, perchè il padre era mercadante, e, come fanno quelli che non
-n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il figliuolo vi desse
-opera... Sendo in Firenze Nicolao Niccoli, ch'era un altro Socrate
-e un altro Catone di continenza e di virtù, passando uno dì messer
-Piero, senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal palazzo
-del Podestà[444] lo chiamò, vedendo uno giovane di sì bello aspetto.
-Sendo Nicolao uomo di grandissima riputazione, subito venne a lui.
-Venuto, come Nicolao lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo.
-Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, quale era il
-suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: attendo a darmi buon
-tempo. Nicolao gli disse: sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono
-aspetto, egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le lettere
-latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; e se tu non le impari,
-tu non sarai stimato nulla: passato il fiore della tua gioventù, ti
-troverai senza virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao,
-subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli disse che
-volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse uno precettore, che si
-lascierebbe consigliare a lui. Nicolao gli disse che del precettore e
-de' libri lasciasse pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa.
-A messer Piero parve che gli fosse venuta una grande ventura. Dettegli
-Nicolao uno dottissimo uomo, che si chiamava il Pontano, peritissimo in
-greco ed in latino, e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva
-onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario di cento
-fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero infinite lascivie e voluttà,
-alle quali egli era volto, e dettesi in tutto alle lettere, che il dì e
-la notte non attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo che
-sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed avendo uno dottissimo
-precettore, cominciò a avere buonissima notizia delle lettere
-latine, delle quali egli acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande
-riputazione,..... Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e molte orazioni
-di Livio in soluta orazione, per spasso, andando a uno suo luogo che
-aveva, e che si chiamava il Trebbio».
-
-
-In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità Giannozzo
-Manetti.[445] Mostrando ancor da fanciullo una maturità precoce, egli
-avea fatto il suo alunnato nel commercio e teneva i registri di un
-banchiere; ma dopo qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe,
-come vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale soltanto
-l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, primo fra tutti i
-nobili fiorentini, si seppellì fra i libri e divenne, come già s'è
-notato, uno dei più grandi eruditi dell'epoca sua. Ma quando lo Stato
-lo adoperò al suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità
-di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi uffici in
-modo da far palese a tutti l'alto concetto che egli aveva della propria
-missione, ispiratogli senza dubbio dalla vastità de' suoi studi e da un
-sentimento di pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli
-curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate dallo Stato,
-rinunciando ad ogni retribuzione per sè; quale preposto alla provincia,
-la provvide di vettovaglie, respinse qualsiasi dono, compose le liti e
-fece quanto era in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle
-passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a quale dei due
-partiti, in che era allora divisa la loro città, egli di preferenza
-inclinasse: e, quasi a prova ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte
-e il diritto di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia,
-che poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, nel
-palazzo del Comune. Alla sua partenza la città gli regalò una bandiera
-con suvvi il proprio stemma ed uno splendido elmo d'argento.
-
-Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze di questo
-tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che ne dice Vespasiano (che
-li conosceva tutti), perchè l'ambiente nel quale egli scrive e le
-circostanze per le quali egli si trova a contatto con quei personaggi,
-sono spesso assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra.
-Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, alla quale
-qui siamo condannati, noi non faremmo che sciupare questo, che è il
-pregio principale del suo libro. Non è un grande scrittore, ma conosce
-addentro tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza
-morale.
-
-Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici del secolo XV,
-Cosimo il vecchio principalmente (morto nel 1464) e Lorenzo il
-Magnifico (morto nel 1492), esercitarono su Firenze in particolare
-e sui loro contemporanei in generale un prestigio così potente ed
-irresistibile, si troverà che esse non derivavano soltanto dalla loro
-superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, dall'essersi essi
-posti alla testa di tutta la cultura, che allora sorgeva. Chi al posto
-di Cosimo, come mercadante e capo-parte in Firenze, ha eziandio con
-sè tutta la schiera degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi
-per casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per cultura
-il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un privato: nel fatto
-egli è un vero principe. Cosimo ha poi la gloria speciale di aver
-riconosciuto nella filosofia platonica[446] il più bel frutto della
-filosofia antica, di aver infuso questa sua persuasione in quanti
-lo circondavano e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa
-dell'umanismo, un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità.
-Il fatto ci è narrato[447] assai esattamente: tutto ebbe origine
-dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo e dallo zelo personale
-di Cosimo negli ultimi suoi anni, in guisa che, per ciò che riguardava
-il platonismo, il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi
-il figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino
-si riguardava già come il capo di una scuola; alla quale passò,
-abbandonando i Peripatetici, anche il figlio di Piero e nipote di
-Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra i più illustri fra' suoi condiscepoli
-vengono menzionati Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo
-Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi delle sue
-opere, che Lorenzo s'era addentrato in tutte le dottrine più recondite
-del platonismo e s'era dichiarato convinto non potersi quasi, senza
-esso, essere nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo
-di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva tutto in questa
-atmosfera elevata di una filosofia idealistica ed emergeva di gran
-lunga sopra tutte le altre riunioni di questa specie. Questo solo era
-l'ambiente, nel quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico
-della Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode si è
-che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, qui ebbe un sacro
-asilo anche la poesia italiana, e di ciò il merito principale era tutto
-di Lorenzo. Come uomo di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p.
-111, 124): uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato,
-di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale alla fortuna nei
-destini, che ebbe a subire Firenze; ma sarà sempre somma ingiustizia il
-voler accusare Lorenzo di non aver nel campo della cultura accordata
-la sua protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire dalla
-propria patria Leonardo da Vinci e il matematico fra Luca Pacciolo,
-di non avere in nessun modo incoraggiato il Toscanelli, il Vespucci ed
-altri. Uomo universale invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che
-giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, fu certo uno dei
-più magnanimi e liberali e forse l'unico, che lo fece non per iscopi
-di vanità od ambizione, ma per obbedire ad un bisogno innato dell'animo
-suo.
-
-Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare altamente
-il pregio della cultura in generale e quello dell'antica in modo
-particolare. Ma una devozione al tutto entusiastica, una persuasione
-che questo bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun
-popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei Fiorentini del
-secolo XV e in parte anche del XVI. Le prove, benchè indirette,
-abbondano e sono tali da non lasciar dubbio alcuno in proposito:
-non si avrebbe si di frequente ammesso le figlie di famiglia a
-partecipare agli studi, se questi non fossero stati assolutamente
-considerati come il più prezioso ornamento della vita: non si sarebbe
-convertito l'esiglio in un soggiorno di pace e tranquillità, come
-fece Palla Strozzi; nè uomini, che del resto si permettevano ogni
-eccesso, avrebbero conservato tanta calma e forza di volontà da
-illustrare criticamente la storia naturale di Plinio, come fece Filippo
-Strozzi.[448] Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo loro tanto
-più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto nostro non è che
-di investigare e far conoscere lo spirito di un'epoca per ciò che esso
-è veramente e quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni.
-Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in Italia, dove e
-singoli privati e intere associazioni misero in opera tutti i mezzi
-possibili per promuovere l'umanismo e per soccorrere i dotti che lo
-rappresentavano. Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si
-raccoglie una serie abbondantissima di notizie sulle persone che vi
-presero parte.[449] Le tendenze ufficiali dei meglio istrutti davano
-quasi sempre l'indirizzo, in un senso o nell'altro, all'entusiasmo di
-tutti.
-
-
-Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti principesche.
-Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, condannati dal
-paro a non contare che sopra sè stessi e sul proprio ingegno, s'è
-già toccato altrove (v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa
-confessione, preferiva le corti alle città libere anche per un'altra
-ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che vi trovava. Al
-tempo, in cui sembrava che Alfonso il Magnanimo d'Aragona potesse farsi
-padrone di tutta Italia, Enea Silvio scriveva[450] ad un Sanese suo
-compatriota: «se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare la
-pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse per opera di un
-qualsiasi governo repubblicano, poichè un animo regale è sempre più
-proclive a premiare il vero merito».[451] Anche in questo riguardo
-i moderni s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato
-debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di adulatori
-prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, dalle lodi esagerate
-degli umanisti si era tratto argomento per portare di questi stessi
-principi un troppo favorevole giudizio. Fatta la somma del pro' e
-del contro, resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor loro
-nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi alla testa della
-cultura del proprio tempo e del proprio paese, per quanto pure essa
-fosse imperfetta e ristretta. In alcuni Papi poi par quasi favolosa la
-tranquillità, con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel
-lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.[452] Nicolò
-V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, perchè migliaia di
-dotti le stavano a fianco, pronti a difenderla e ad aiutarla. Pio II
-non si mostra invero troppo largo verso la scienza, e i poeti che
-rallegrano la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma,
-in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della repubblica
-letteraria e si compiace di questa gloria al tutto profana. Soltanto
-sotto Paolo II cominciarono i sospetti e le diffidenze contro la
-cultura umanistica dei secretari apostolici, e i suoi tre successori,
-Sisto, Innocenzo ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica e si
-lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una
-_Borgiade_, scritta probabilmente in esametri),[453] ma ebbero in
-generale ben altre preoccupazioni e cercarono appoggi più solidi, che
-non fossero le servili adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio
-II trovò i poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano
-tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); ma non pare
-ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. A lui successe
-Leone X: «dopo Romolo, Numa», dissero i poeti d'allora, che, dopo un
-Pontificato tutto dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro
-alle Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben risonanti
-era una delle caratteristiche di Leone, e sta di fatto che la sua
-protezione a questo riguardo portò le cose ad un punto, che i poeti
-latini che lo circondavano, non rifinirono di esaltare con elegie,
-odi, epigrammi e sermoni innumerevoli[454] la felicità di un'epoca, il
-cui carattere principale era quello di una spensierata allegria, sì
-ben dipinta dal Giovio nella vita di questo Papa. Forse nella storia
-occidentale non v'è un principe che sia stato tanto glorificato, con
-sì poche pagine nella sua vita veramente degne di lode. I poeti erano
-ammessi alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno,
-quando avean cessato di circondarlo i citaristi;[455] ma uno dei
-migliori di quella schiera[456] ci lascia intendere, che essi gli erano
-sempre al fianco tanto nei giardini, quanto nello stanze più segrete
-del suo palazzo, e chi avea la disgrazia di non poter giungere sino
-a lui, tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una supplica
-in forma di elegia, nella quale di solito si faceva intervenire tutto
-l'Olimpo.[457] Imperocchè Leone, generoso sino alla prodigalità e
-desideroso di veder sempre visi allegri, donava con tale larghezza, che
-nei gretti tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.[458]
-Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della Sapienza,
-s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare al di sotto del vero
-l'influenza esercitata da Leone sull'umanismo, bisogna tener l'occhio
-libero dalle molte ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve
-lasciarsi trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata (v.
-pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: il giudizio
-deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, che possono essere
-la conseguenza di un «primo impulso dato» e che veramente sfuggono
-nell'insieme di una rappresentazione generale, ma si palesano poi in
-singoli casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse dal
-1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto d'Europa, ha
-pur sempre in un modo o nell'altro la sua origine nella iniziativa,
-che partì da Leone. Egli è quel Papa che, concedendo il privilegio
-allo stampatore delle opere di Tacito recentemente scoperte,[459]
-potè dire che «i grandi autori sono una guida della vita, un conforto
-nelle sventure», e che il favorire i dotti e il fare incetta di
-buoni libri gli è parsa sempre opera lodevolissima, per cui anche
-allora ringraziava il cielo di poter contribuire al bene dell'umanità
-incoraggiando la pubblicazione di quel libro.
-
-Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli artisti, fece
-fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i letterati e portò così la
-fama del grande mecenate fino alle più remote estremità della Penisola.
-
-
-Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò maggiore
-entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re
-di Napoli (v. pag. 47). Sembra che questo entusiasmo in lui fosse
-veramente sincero, e che il mondo antico esistente nei monumenti e
-negli scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, una
-gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto della sua vita.
-Con singolare leggerezza egli cedette l'inquieto suo regno d'Aragona
-al fratello, per dedicarsi interamente a quello, che recentemente
-aveva acquistato. Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora
-contemporaneamente,[460] Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane,
-Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, facendoli suoi
-storiografi: quest'ultimo doveva ogni giorno spiegar qualche passo
-di Livio dinanzi al re e alla sua corte, anche duranti le spedizioni
-guerresche. Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila
-fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua _Historia Alphonsi_,
-una pensione annua di più che cinquecento ducati, ed oltre a ciò gli
-regalò mille cinquecento fiorini d'oro al termine dell'opera con queste
-parole: «non intendo con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non
-può esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie migliori
-città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi soddisfatto». Quando
-egli assunse Giannozzo Manotti a suo segretario, facendogli lautissime
-condizioni, gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio ultimo
-pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando questi andò alla sua
-corte per incarico della Signoria di Firenze a congratularsi del
-matrimonio del principe Ferrante, e l'impressione che n'avea ricevuto
-era stata sì grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato sul
-trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno muovere una mano «a
-cacciarsi gl'insetti». Il suo ritiro prediletto sembra essere stata la
-biblioteca del castello di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano
-di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti discutere,
-per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente religioso
-e, insieme a Livio e a Seneca, non mancava di farsi leggere anche
-la Bibbia, che sapeva quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual
-sorta di venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio in
-Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, potè ottenere dai
-Veneziani un avambraccio del medesimo e lo accolse con pompa solenne a
-Napoli, chi sa qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel
-suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi gli fu mostrata
-da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed egli mandò un saluto a quella
-terra e ne ringraziò il genio tutelare: senza alcun dubbio egli si
-compiaceva dì veder confermata col fatto la profezia del grande poeta
-sulla sua fama avvenire.[461] Una volta gli piacque di mostrarsi egli
-stesso in pubblico vestito all'antica, e fu appunto nel suo celebre
-ingresso in Napoli dopo la conquista (1443): non lungi dal mercato
-fu aperta nelle mura una breccia della larghezza di quaranta braccia;
-per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, alla guisa di un
-trionfatore romano.[462] Anche la ricordanza di questo fatto è stata
-eternata con uno splendido arco trionfale di marmo nel Castello nuovo.
-— I suoi successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, nulla
-affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, come di tutte le
-altre sue buone qualità in generale.
-
-
-Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di Urbino,[463] che
-si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, non dissipò mai nulla,
-e, come in tutte le cose, così anche nel far rivivere l'antichità
-procedette con un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il
-vanto di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni dal
-greco e un numero rilevante delle più importanti interpretazioni,
-illustrazioni e simili. Egli spese molto, ma con saggezza, nelle
-persone che adoperava. Poeti di corte non ce ne furono mai ad
-Urbino; il principe stesso era il personaggio il più dotto. Veramente
-l'antichità non fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire
-perfetto come uomo, come capitano e come principe, egli si studiò
-di possedere molta parte del sapere d'allora in generale, e, che è
-più, per iscopi pratici, mirando più alla sostanza che alla forma.
-Come teologo, per esempio, egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo
-Scoto e conosceva anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente e
-d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia sembra
-che abbia lasciato interamente Platone alle predilezioni di Cosimo suo
-contemporaneo; ma di Aristotile conosceva non soltanto l'Etica e la
-Politica, ma anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue
-letture pare che predilegesse in modo speciale gli antichi storici, che
-possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava egli sempre a leggere
-e a farsi leggere».
-
-
-Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti[464] e proteggono
-gli studi, come abbiamo già avuto occasione di accennare (v. pag. 37,
-53). Il duca Francesco, a quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli
-riguardava la cultura umanistica come un ornamento indispensabile,
-e ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio
-inestimabile, che il principe potesse trattare cogli uomini più colti
-da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente latinista egli stesso,
-mostrò più tardi un vivo interessamento per ogni genere di cultura,
-senza limitarsi alla sola antichità (v. pag. 56).
-
-Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil genere
-di gloria, e si fa loro un gran torto se si crede che non abbiano
-mantenuto i loro letterati di corte per altro fine, che per esserne
-celebrati e adulati. Di un principe quale fu Borso di Ferrara (v.
-pag. 46), non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità,
-che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche questi
-abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e simili; egli era troppo
-persuaso della sua potenza, per scendere a tanto; ma la compagnia dei
-dotti, il culto dell'antichità e una elegante epistolografia latina
-erano cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. Quante
-volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure aveva tanta cultura,
-(v. pag. 63), che la sua gracilità in gioventù lo abbia costretto a
-cercare distrazioni e salute unicamente nel lavoro manuale![465] Ma
-chi potrebbe dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non
-li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i letterati?
-In un'anima come la sua la simulazione era abituale, nè giunsero mai a
-leggervi nettamente per entro nemmeno i suoi contemporanei.
-
-Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono il bisogno
-di avere uno o più umanisti alla loro corte: e in tal caso il maestro
-di casa o il segretario diventano per un tempo più o meno lungo
-il personaggio più importante fra tutti quelli che circondano il
-principe.[466] Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con
-troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano e non sono
-inezie, e si dimentica che nell'ordine morale i fatti più salienti sono
-appunto quelli, che non obbediscono a nessuna regola, o consuetudine.
-
-
-Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata la corte di
-Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero Sigismondo Malatesta.
-Egli aveva intorno a sè un certo numero di filologi, taluni dei quali
-erano riccamente provvisti anche col possesso di qualche podere,
-altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo lo stipendio
-di ufficiali e servendo anche in tale qualità.[467] Essi tenevano
-frequenti ed acri dispute nel castello di Sigismondo (_arx sismundea_),
-presente lo stesso «re», come essi lo chiamavano; naturalmente le loro
-poesie latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori con la
-bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre ricostruzione
-della chiesa di S. Francesco in Rimini, per convertirla in monumento
-sepolcrale: _Divae Isottae sacrum_. E quando i filosofi muojono, son
-collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle pareti
-esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il tempo della
-morte di ciascuno e segna l'anno del regno di Sigismondo, figlio di
-Pandolfo.[468] Dire oggidì che un mostro simile amava la scultura e la
-compagnia dei dotti, parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile;
-pure l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare in
-effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo conosceva le storie
-ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che
-intraprendeva».[469]
-
-
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.
-
- La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare.
-
-
-Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le Repubbliche, quanto
-i Principi e i Papi non credevano poter far senza degli umanisti:
-la redazione delle corrispondenze epistolari, e la preparazione dei
-discorsi da tenere in pubblico o nelle solenni circostanze.
-
-Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere un buon
-latinista, ma anzi si crede che solo un umanista possegga le attitudini
-e la cultura necessarie per essere un buon segretario. Ammessa una tale
-supposizione, s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri
-scienziati del secolo XV abbiano per la massima parte consacrato in
-tal modo una parte considerevole della loro vita al servizio dello
-Stato. Nella scelta non si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè
-all'origine del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono
-la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,[470] tre erano originari
-della soggetta città di Arezzo, vale a dire Leonardo (Bruni), Carlo
-(Marzuppini) e Benedetto Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova,
-ugualmente nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una
-consuetudine invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori uffici
-della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo Manetti furono anche ad
-intervalli cancellieri segreti dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli
-pur divenirlo. Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da
-ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio. Da Nicolò V e
-Pio II in avanti[471] il palazzo papale attira le menti più poderose
-nella sua cancelleria, e ciò accade perfino sotto gli ultimi Papi del
-secolo XV, tutt'altro che devoti al culto della letteratura. Nella
-Storia dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un atto di
-vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che non seppe trattare
-come meritavano i suoi cancellieri, quella splendida riunione di
-«poeti ed oratori, che impartiva alla Curia altrettanto lustro, quanto
-ne riceveva». Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle prese
-fra loro, quando sorge una questione di preminenza, o quando, per
-esempio, gli avvocati concistoriali vogliono stare in pari rango con
-loro, o, peggio ancora, si arrogano di sorpassarli![472] Tutto ad un
-tratto le citazioni piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di
-Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere anticipatamente
-gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano di Porsenna, che da
-Muzio Scevola fu scambiato pel re stesso, un terzo nomina Mecenate,
-depositario dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania
-gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri, e
-simili.[473] «Gli scrittori apostolici hanno nelle loro mani i più
-importanti affari del mondo; imperocchè chi, all'infuori di essi,
-determina i punti della fede cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce
-la pace, compone le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non essi,
-redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera Cristianità?
-Sono essi che destano la maraviglia nei re, nei principi e nei popoli
-con tutto ciò che viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e
-le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè dal Papa,
-ai servigi del quale sono sempre pronti ed attivi in qualsiasi ora del
-giorno e della notte». Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della
-gloria e della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di
-Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto.
-
-
-Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante; anzi la maggior
-parte di esse usano uno stile assai grossolano in un latino, che non
-ha alcuna purezza. Nei documenti milanesi riportati dal Corio, accanto
-a forme di questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente
-attico un paio di lettere, che debbono essere state scritte da membri
-della stessa famiglia regnante e in momenti di supremo pericolo.[474]
-Ciò mostra che l'eleganza della dizione si reputava necessaria in
-ogni momento della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una
-abitudine.
-
-È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero studiate a
-que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone, di Plinio e d'altri.
-Ancora nel secolo XV comparve una serie di manuali e formularj di
-epistolari latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali
-e lessicografici), la cui moltitudine desta anche oggidì la maraviglia
-nelle biblioteche. Ma quanto più gli inetti non esitavano a servirsi di
-tali aiuti, tanto più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno
-di tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano, e un
-po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono riguardate come capilavori
-inarrivabili non solo di stile latino, ma di epistolografia in genere.
-
-Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno stile epistolare
-classico italiano, nel quale di nuovo il Bembo porta il vanto su tutti.
-È un modo di scrivere affatto moderno e che si scosta in tutto dalla
-forma latina, ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza si
-mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste lettere
-sono scritte bensì in parte in via confidenziale, ma per lo più con la
-vista di una possibile pubblicazione, e sempre poi colla supposizione
-che potessero essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530 in
-poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di lettere diverse
-messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze speciali di singoli
-autori, e lo stesso Bembo acquistò fama di eccellente epistolografo non
-solo nella lingua latina, ma anche nell'italiana.[475]
-
-
-
-
-CAPITOLO VIII.
-
-L'eloquenza latina.
-
- Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi
- solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. —
- Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari.
- — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. —
- Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento
- dell'eloquenza.
-
-
-Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è la posizione
-dell'oratore[476] in un'epoca e presso un popolo, in cui l'ascoltare
-è un piacere assai ricercato e in cui inoltre le memorie del senato
-romano e de' suoi oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza
-appare ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel medio-evo
-aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai un elemento necessario,
-ed un ornamento di ogni uomo posto in condizione alquanto elevata.
-Moltissimi momenti solenni della vita, che ora sono riempiti dalla
-musica, in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o italiane.
-Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio sulla maggiore
-opportunità dell'uno o dell'altro di tali trattenimenti.
-
-La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; ciò
-che innanzi tutto si ricercava in lui era un ingegno e una cultura
-umanistica superiori ad ogni critica. Alla corte di Borso in Ferrara
-il medico del duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del
-ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico III, che al
-papa Pio II.[477] Egli era d'uso altresì che laici, anche ammogliati,
-potessero salire il pergamo nelle chiese e parlare di là in ogni
-occasione solenne o funebre, e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai
-Padri non italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana
-quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio chiamò a
-tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva ancora ricevuto verun
-ordine sacro; ma in fine vi si adattarono e stettero ad udirlo con la
-più viva attenzione.[478]
-
-
-Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più importanti e più
-frequenti delle pubbliche concioni. Non per nulla, innanzi tutto, si
-dicono oratori gli inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni
-segrete vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, un
-discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva solenne.[479]
-Ordinariamente uno del personale della ambasceria, spesso assai
-numerosa, prendeva la parola per tutti; ma una volta accadde a Pio II,
-dal quale, come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito,
-che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.[480] Poi
-parlavano volentieri anche i principi, per lo più dotti e ugualmente
-padroni delle eleganze latine e italiane. I figli della famiglia
-Sforza furono assai per tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria,
-ancor giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi al Gran
-Consiglio di Venezia,[481] e sua sorella Ippolita salutò nel 1459 al
-Congresso di Mantova il papa Pio II con un forbito discorso.[482] Lo
-stesso Pio II s'è preparata da sè l'alta posizione cui giunse col
-fascino irresistibile della sua eloquenza, nè senza essa forse vi
-sarebbe mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e alla
-sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) rapiva,
-quanto l'impeto della sua parola».[483] Questa fu certo la causa
-principale, per cui moltissimi lo reputarono degno del Papato, ancora
-prima che fosse eletto.
-
-Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento si recitasse
-dinanzi ai principi una orazione, che di frequente durava una qualche
-ora. Naturalmente ciò non accadeva se non quando il principe era noto
-per particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,[484] e
-quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, un letterato di
-corte, un professore di università, un funzionario pubblico, un medico
-od un ecclesiastico.
-
-Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi altra occasione
-politica, e, secondo la fama dell'oratore, era più o meno grande il
-concorso dei cultori dell'arte. Nelle nomine annuali dei pubblici
-ufficiali e nell'ingresso de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista
-non dovea mancare di arringarli con un discorso o talvolta anche con
-odi saffiche e con esametri;[485] e alla sua volta nessun funzionario
-pubblico poteva assumere il suo ufficio senza tenere un indispensabile
-discorso di circostanza, per esempio, sulla giustizia, e simili: e
-fortunato colui, che meglio riusciva. In Firenze si costrinsero perfino
-i Condottieri, chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli
-arringare, nel momento di conferir loro il supremo comando, dal più
-dotto dei segretari dello Stato in presenza di tutto il popolo.[486]
-Sembra che nella Loggia dei Lanzi, l'aula solenne dove il governo
-soleva presentarsi al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli
-oratori (_rostro, ringhiera_).
-
-
-I giorni anniversari della morte di qualche principe venivano in modo
-speciale solennizzati con discorsi commemorativi. Anche l'orazione
-funebre propriamente detta era quasi sempre di spettanza particolare
-dell'umanista, il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre
-vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, ma anche
-di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio ragguardevole.[487]
-Altrettanto accadeva dei discorsi in occasione di sponsali e di nozze,
-salvo che questi non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma
-bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli sponsali di
-Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto nel castello di Milano. (Ma
-potrebbe anche essere stato pronunciato nella cappella del Palazzo).
-Anche illustri famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come
-di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni a Ferrara si
-usava, senz'altro, di pregare il Guarino[488] a voler mandare qualcuno
-de' suoi scolari. La Chiesa, come tale, non interveniva nè nelle nozze,
-nè nei funerali se non colle proprie ceremonie.
-
-Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento
-di nuovi professori, o tenuti dai professori stessi nell'apertura dei
-corsi delle loro lezioni,[489] abbondavano per lo più di molte frondi
-rettoriche. L'ordinaria lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa
-assai di frequente ad una orazione propriamente detta.[490]
-
-Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano questa o quella
-forma secondo la qualità dell'uditorio, dinanzi al quale dovevano
-essere pronunciate; ma anch'esse talvolta s'infioravano di ornamenti
-raccolti nel campo della filosofia e dell'antiquaria.
-
-Un genere affatto speciale di eloquenza era quello delle allocuzioni
-militari, che si tenevano sempre in lingua italiana prima o dopo la
-battaglia. In queste avea fama di eccellente Federigo da Urbino,[491]
-la cui parola infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per
-la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli scrittori
-di cose militari del secolo XV, per esempio dal Porcellio (v. pag.
-135), può sembrar finta in parte, ma in parte si basa effettivamente su
-parole, che furono pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le
-allocuzioni alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno 1506
-principalmente per impulso del Machiavelli,[492] in occasione delle
-riviste e, più tardi, nella ricorrenza di una speciale festività annua.
-Esse non miravano che a tener vivo il patriottismo in generale, ed
-erano pronunciate nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie
-stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza e con una
-spada in mano.
-
-
-Finalmente la predica propriamente detta talvolta non si differenzia
-nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione, in quanto che molti
-ecclesiastici s'erano messi anch'essi allo studio dell'antichità
-e volevano esservi tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un
-oratore affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato come
-santo, si credette in dovere di non dispregiare i precetti rettorici
-del celebre Guarino, quantunque non si fosse proposto di predicare che
-in lingua italiana. Le esigenze, specialmente verso i predicatori della
-quaresima, non erano senza dubbio in allora minori, che in qualsiasi
-altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche un uditorio, che era in
-grado di star ad udire questioni di filosofia trattate dal pergamo, e
-che anzi, a titolo di cultura, le pretendeva.[493] Ma qui noi parliamo
-specialmente dei più illustri predicatori latini di circostanza. Più
-di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro rubata dai dotti
-laici, ai quali di regola lasciavansi tutte le orazioni panegiriche e
-funebri, i discorsi gratulatori o per nozze o per ingresso di vescovi o
-per celebrazione di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle
-feste commemorative di qualche ordine religioso.[494] Ma alla corte
-papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori ordinariamente
-nel secolo XV non erano che monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV
-Jacopo da Volterra nomina e critica severamente, dal punto di vista
-dell'arte, questi oratori.[495] Fedra Inghirami, celebre per tal genere
-di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno ricevuto gli ordini
-sacri e godeva un canonicato in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove
-contavasi già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In
-generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in questo come in
-altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi degli umanisti profani;
-ma di ciò avremo occasione di parlare più innanzi.
-
-
-Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di questi discorsi
-presi nel loro insieme? Una naturale facilità a ben parlare non pare
-che sia mai mancata agli italiani neanche nel medio-evo, e da tempo
-antichissimo fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si
-diceva la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio
-dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce Filippo
-Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno Casini fiorentino,[496]
-che morì ancor giovane della pestilenza del 1348. Con intendimenti
-affatto pratici, vale a dire, per addestrare i fiorentini a parlare
-facilmente e con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli
-dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione, alla
-declamazione, al gesto e al modo di contenersi in generale. Ma anche
-senza di questa, non mancano altre testimonianze, le quali parlano
-di una educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti
-nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto il poter con
-elegante improvvisazione latina suggerire in qualsiasi circostanza una
-deliberazione od un provvedimento pubblico. Lo studio sempre crescente
-delle orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano
-e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi manuali,[497]
-gli aiuti che si traevano dal progredire continuo della filologia
-in generale, e la grande abbondanza di materiali antichi, con cui si
-poteva e doveva infiorare i propri pensieri, furono circostanze che
-contribuirono non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza.
-
-
-Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo gl'individui.
-Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera eloquenza, specialmente
-quelli, che non divagano dall'argomento, e tali sono, generalmente
-parlando, tutti i discorsi di Pio II, che sono pervenuti sino a noi.
-Dopo ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,[498]
-lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori, dei quali v'è
-scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da lui tenute dinanzi a Nicolò V
-e ai Dogi e al Consiglio di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la
-cui memoria sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti oratori
-profittavano dell'occasione per stemperare il discorso in adulazioni
-verso illustri uditori e per affastellarvi alla rinfusa un ammasso
-enorme di erudizione. Come fosse possibile affaticar in tal modo
-l'attenzione altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si
-spiega se non dal grande interessamento, che allora si nutriva per
-l'antichità, e dalla imperfezione e relativa rarità dei libri, prima
-della diffusione della stampa. Tali discorsi avevano però sempre
-quella specie di merito, che noi abbiamo cercato di rivendicare ad
-alcune lettere del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo
-oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono un labirinto
-inestricabile di citazioni classiche e bibliche, innestate in una
-tessera generale di luoghi comuni: in mezzo a ciò la personalità dei
-grandi, che egli vuol celebrare, è giudicata sopra uno schema qualunque
-(per esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica enorme
-a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che vi stanno per
-entro. Il discorso di un professore e letterato di Piacenza, fatto
-pel ricevimento del duca Galeazzo Maria nell'anno 1467, comincia col
-parlare di C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio
-di citazioni antiche e di allusioni ad un opera allegorica sua propria,
-e conclude con ammaestramenti buoni, ma in quel caso indiscreti, al
-principe stesso.[499] Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era
-già di troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette
-accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo comincia
-un'orazione nuziale colle parole: _Quel peripatetico Aristotile_ ecc.
-Altri esclamano sino dal bel principio: _Pubblio Cornelio Scipione_
-ecc., proprio come se essi e i loro uditori fossero impazienti di
-avere una citazione. Col finire del secolo XV il gusto si purifica
-tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini: d'allora in
-poi si procede con molto maggiore parsimonia nelle citazioni, anche
-perchè in quel frattempo s'era di molto accresciuto il numero delle
-opere da consultare, nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto
-trovar pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo era
-stato possibile di destare l'ammirazione dei principi e lo stupore dei
-popoli.
-
-Siccome i discorsi per la maggior parte venivano preparati al tavolo,
-così i manoscritti servirono immediatamente ad una ulteriore diffusione
-e pubblicazione dei medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori
-bisognava tener dietro facendo uso della stenografia.[500] — Inoltre
-non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate alla recitazione;
-per esempio, il panegirico di Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro
-è un lavoro, che non fu se non inviato per iscritto.[501] E a quel
-modo che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per tutte le
-parti del mondo, come semplici esercitazioni e formulari, od anche
-come scritti d'occasione, così vi erano anche discorsi per circostanze
-affatto inventate,[502] quasi altrettanti modelli per allocuzioni a
-grandi dignitari, principi, vescovi e simili.
-
-
-Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521) e il sacco di
-Roma (1527) segnano il termine della decadenza. Sfuggito a stento
-all'eccidio della città eterna, il Giovio accenna,[503] da un punto
-di vista troppo ristretto, ma tuttavia con molta verità, alle cause di
-quello scadimento con queste parole:
-
-«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di Terenzio, una volta
-scuola utilissima di eleganze latine per gli illustri romani, sono
-sbalzate di seggio dalle commedie italiane. Il forbito oratore non
-trova più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli avvocati
-concistoriali, ad esempio, non lavorano che i proemi dei loro discorsi,
-e nel resto declamano scompostamente ed a sbalzi, secondo l'impressione
-del momento. Anche i discorsi di circostanza e le prediche sono in gran
-decadenza. Se si ha da fare un'orazione funebre per un cardinale o per
-qualsiasi altro grande personaggio, gli esecutori testamentarii non si
-rivolgono al migliore oratore della città, che dovrebbero retribuire
-con un centinaio di monete d'oro, ma prendono a pigione per poco o
-per nulla il primo vanitoso pedante che capita loro tra le mani, il
-quale non aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di tutti,
-sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto, si dice, non ne sa
-nulla, quand'anche salisse in cattedra una scimmia vestita a lutto e
-vi intonasse un rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più
-forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in occasione delle
-grandi ceremonie e feste papali, non danno più alcun vero lucro; monaci
-di tutti gli ordini ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano
-nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni or sono una predica
-di questo genere, recitata alla presenza del Papa, poteva servire di
-scala ad un vescovato».
-
-
-
-
-CAPITOLO IX.
-
-I trattatisti latini.
-
-
-All'epistolografia e all'eloquenza degli umanisti aggiungeremo qui
-anche le altre loro produzioni, che al tempo stesso sono più o meno
-riproduzioni dell'antichità.
-
-A queste appartiene innanzi tutto il trattato sotto forma propria o di
-dialogo,[504] la quale ultima è stata direttamente imitata da Cicerone.
-Per essere abbastanza giusti con questo genere di componimento e per
-non respingerlo anticipatamente come una vera sorgente di noja, si
-devono considerare due cose. Il secolo, che usciva dal medio-evo,
-avea bisogno in molte questioni d'indole morale e filosofica di
-un organo intermediario tra esso e l'antichità, e quest'ufficio se
-l'appropriarono ora gli scrittori di trattati e di dialoghi. Molte
-cose, che in questi ci sembra luoghi comuni, erano per essi e pei loro
-contemporanei un modo nuovo di guardare certi argomenti, sui quali
-nessuno, dall'antichità in poi, s'era mai pronunciato, e a cui essi
-non erano pervenuti senza uno sforzo lungo e faticoso. Oltre a ciò,
-anche la lingua (tanto la latina, che l'italiana) maneggiata con più
-libertà e larghezza che non nei racconti storici o nelle orazioni o
-nelle lettere, acquistò nei trattati una maggiore padronanza di sè
-e attrasse in modo speciale; tanto è vero che anche oggidì taluno
-di essi, specialmente gli italiani, passano come modelli di prosa
-eccellente. Parecchi di questi lavori furono già da noi menzionati,
-o saranno, per l'indole delle cose che contengono; qui non dobbiamo
-accennare che al genere in sè medesimo. Dalle lettere e dai trattati
-del Petrarca in avanti, sin verso la fine del secolo XV, prevale
-nella maggior parte di essi la tendenza ad appropriarsi i materiali
-antichi, come nell'eloquenza; ma poi tutto il genere si delinea più
-nettamente, specialmente nei trattati scritti in lingua italiana, e con
-gli _Asolani_ del Bembo e colla _Vita sobria_ di Luigi Cornaro giunge
-ad una perfezione veramente classica. A ciò senza dubbio contribuì
-l'essersi frattanto tutti quei materiali antichi come depositati in
-grandi raccolte speciali, oggimai stampate, e l'essersi quindi potuti
-anche i trattatisti liberare una volta per sempre da quel faticoso
-ingombro.
-
-
-
-
-CAPITOLO X.
-
-La Storiografia.
-
- Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il
- Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia
- italiana.
-
-
-Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile che cadesse
-nelle mani degli umanisti. Questo fatto non può non essere deplorato
-altamente, non appena si istituisca un paragone, sia pur rapido e
-superficiale, tra le storie di questo tempo e le cronache anteriori
-e specialmente quelle dei Villani così splendide, così ricche di vita
-e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto a queste, non
-sembri affatto sbiadito, convenzionale e artificioso tutto ciò che fu
-scritto dagli umanisti e in modo particolare dai loro immediati e più
-celebri successori nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo
-Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si prova, pensando
-che sotto alle frasi liviane e cesariane di un Facio, di un Sabellico,
-di un Foglietta, d'un Senarega, d'un Platina (_storia di Mantova_),
-di un Bembo (_annali di Venezia_) e perfino di un Giovio (_storie_)
-se ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge
-affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una esposizione nitida
-e chiara degli avvenimenti! La sfiducia poi cresce, quando si scorge
-che si cercò di imitar Livio appunto in ciò, in cui era men degno di
-imitazione, vale a dire,[505] nell'aver voluto «rivestire di forme
-splendide e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per ultimo si
-resta compiutamente disillusi, quando s'incontra la strana confessione,
-che la storia debba per proprio istituto allettare, eccitare e scuotere
-il lettore mediante tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno,
-come se essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza
-di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se anche il
-disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi umanisti talvolta
-apertamente professano,[506] non abbia per avventura esercitato una
-dannosa influenza sul loro modo di trattare la storia? Certo è che
-il lettore involontariamente presta maggiore attenzione e fiducia ai
-modesti annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica
-maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di Ferrara, e più
-ancora ai migliori fra i cronisti propriamente detti che scrissero in
-italiano, quali un Marin Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero
-a quella schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe
-tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV.
-
-E veramente la storia contemporanea acquistava senza contrasto un più
-libero movimento nella lingua del paese, di quello che se costretta
-nelle spire dell'artificioso periodare latino. Se poi anche al racconto
-delle cose antiche, e alle questioni erudite convenisse meglio la
-lingua italiana, è una questione, che per quel tempo ammette più d'una
-risposta. Il latino in allora era la lingua usata dai dotti non solo
-in senso internazionale, vale a dire tra francesi, inglesi, italiani,
-ecc., ma anche più strettamente in senso interprovinciale, cioè tra
-lombardi, veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel loro modo
-di scrivere italiano toscaneggiassero e non conservassero quasi più
-traccia alcuna del loro dialetto, non giunsero però mai a guadagnarsi
-il suffragio, in questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di
-questo si poteva facilmente far senza quando si trattava di scrivere
-una storia contemporanea locale, che trovava lettori bastanti nel luogo
-stesso dov'era scritta, ma non altrettanto facilmente in una storia dei
-tempi passati, per la quale si domandava un circolo molto più esteso di
-lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare l'interesse
-locale del popolo a quello più generale dei dotti. E infatti qual
-celebrità avrebbe acquistato il Biondo da Forlì, se avesse scritto
-le dotte sue opere in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola?
-Certamente queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi al disprezzo
-de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono una grandissima
-influenza su tutti i dotti dell'occidente. E ciò è così vero, che tra i
-fiorentini stessi nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto
-perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano ad una più facile
-diffusione delle loro opere.
-
-Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia contemporanea,
-che non la cedono in nulla alle più eccellenti storie italiane. Non
-appena si abbandonò la esposizione oratoria degli avvenimenti fatta
-al modo di Livio, vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi
-appaiono come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che nelle
-loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a seguire, mostransi
-ad un tratto eccellenti nel trattar la forma biografica. Di Tristano
-Caracciolo, delle Biografie del Facio, della Topografia veneziana del
-Sabellico abbiamo già avuto occasione di parlare altrove; su altri
-torneremo più tardi.
-
-
-Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi innanzi
-tutto e naturalmente all'antichità classica; ora, ciò che indarno
-si crederebbe trovare presso questi stessi umanisti, e che pur si
-trova, sono singoli lavori di una certa importanza intorno alla storia
-generale del medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo
-riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia dove finisce
-quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a caso aprisse le Decadi di
-Biondo da Forlì, stupirebbe di trovarvi una storia universale _ab
-inclinatione Romanorum imperii_, come in Gibbon, piena di studi fatti
-sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime trecento
-pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo sino alla morte
-di Federigo II. E tutto questo facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi
-si era ancora alle note Cronache papali e imperiali e al _Fasciculus
-temporum_. Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente di
-quali scritti il Biondo si sia giovato e dove li abbia trovati tutti
-riuniti; ma nella storia della moderna storiografia converrà pure che
-gli sia resa quando che sia piena giustizia. Già anche per questo libro
-soltanto si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità fu
-quello, che rese possibile anche lo studio dei medio-evo, abituando
-per la prima volta le menti alla considerazione obbiettiva della
-storia. Certamente s'aggiungeva anche il fatto che il medio-evo era
-veramente passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era
-il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente non
-si potrebbe dire con altrettanta verità, che esso sia stato giudicato
-con giustizia e molto meno con pietosa venerazione; poichè nelle arti
-si insinua un ostinato pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli
-umanisti non riconoscono il principio di un'êra nuova, se non dal tempo
-in cui essi poterono esclusivamente prevalere.
-
-«Io comincio, dice il Boccaccio,[507] a sperare ed a credere, che
-Dio abbia avuto pietà del nome italiano, dopochè veggo che la sua
-inesaurabile bontà mette nel petto degli Italiani anime, che somigliano
-a quelle degli antichi in quanto cercano la gloria per altre vie,
-che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire sul sentiero della
-poesia, che rende immortali». Ma questo modo di vedere ristretto ed
-ingiusto non impediva agli uomini più altamente dotati di approfondire
-l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto d'Europa non
-se ne parlava nemmeno; e si formò pel medio-evo una critica storica
-appunto per questo, che la trattazione razionale di qualsiasi argomento
-doveva tornar buona agli umanisti anche per questa materia storica. Nel
-secolo XV essa penetra ormai in tutte le storie delle singole città per
-guisa tale, che le posteriori leggende favolose della storia primitiva
-di Firenze, Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del
-nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi innanzi colle
-loro narrazioni fantastiche inventate sino dal secolo XIII e prive per
-la maggior parte di qualsiasi valore.
-
-Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento di gloria, che
-era sì profondo nel secolo XV, abbiamo già toccato più sopra, parlando
-di Firenze (pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e,
-come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino[508]
-un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò il suo governo a
-spedire anch'esso un proprio oratore, così ora i veneziani sentirono
-il bisogno di una storia, che potesse reggere al paragone di quelle di
-Leonardo Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che nacquero
-nel secolo XV le _Decadi_ del Sabellico, e nel XVI la _Historia rerum
-venetarum_ di Pietro Bembo, opere che furono scritte ambedue per
-espresso incarico della Repubblica, l'ultima quale continuazione della
-prima.
-
-
-Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini del principio
-del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini affatto diversi dai latinisti
-Giovio e Bembo. Essi scrivono in italiano, non solamente perchè
-non possono più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani
-d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, presentare sotto
-una forma viva ciò che essi hanno appreso da una osservazione immediata
-e personale,[509] e perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il
-Varchi e la maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar le
-cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando essi scrivono
-per un numero ristretto d'amici, come fece Francesco Vettori, sentono
-un bisogno irresistibile di dichiarare la parte che presero negli
-avvenimenti, e di giustificare così il loro interessamento per gli
-uomini e le cose, che vengono ricordando.
-
-Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere proprio e
-speciale della loro lingua e del loro stile, essi appaiono talmente
-compenetrati dello spirito dell'antichità, che senza di essa non si
-potrebbero neanche immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma
-passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano un'impronta
-molto più spiccata, che non la maggior parte dei latinisti seguaci di
-Livio: son cittadini, che scrivono pei loro concittadini, a quel modo
-che facevano gli antichi.
-
-
-
-
-CAPITOLO XI.
-
-Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.
-
- Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. —
- Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. —
- Conversazione latina.
-
-
-A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle altre scienze
-speciali; ognuna di esse ha la sua storia particolare, nella quale gli
-archeologi italiani di questo tempo, specialmente per la sostanzialità
-delle cose antiche da essi scoperte,[510] segnano un momento affatto
-nuovo e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, gli
-ulteriori progressi di ciascuna scienza nel tempo moderno. Anche per
-ciò che riguarda la filosofia, noi dobbiamo rinviare alla sua storia
-speciale. L'influenza degli antichi filosofi sulla cultura italiana
-appare talvolta immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha
-luogo specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele,
-principalmente quelle contenute nell'Etica,[511] assai per tempo
-diffusa, e nella Politica, erano divenute un patrimonio comune di
-tutti i dotti d'Italia, e come tutta la speculazione filosofica fosse
-padroneggiata da lui.[512] Il secondo per contrario si verifica ogni
-volta che si voglia tener conto della scarsa influenza dogmatica
-degli antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici
-fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che si scambia
-comunemente per una tale influenza, non è, nel più dei casi, se non un
-effetto della cultura in generale, una conseguenza delle forme sociali
-di svolgimento dello spirito italiano. Parlando della religione,
-avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione su questo
-argomento. Ma nella massima parte dei casi non trattasi neppure della
-cultura in generale, bensì soltanto delle manifestazioni di singole
-persone o di dotte società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe
-fare una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche dottrine
-ed una semplice adozione portata dalla moda. Infatti per molti il culto
-e l'imitazione dell'antichità non era che una moda, perfino per taluni,
-che in essa avevano cognizioni molto serie e profonde.
-
-Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, che ha un tal quale
-aspetto di affettazione nel nostro secolo, lo avesse realmente anche
-a quel tempo. L'uso di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre
-più bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente femminili)
-attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo per gli eroi
-dell'antichità era maggiore che non pei santi del cristianesimo, non
-può parere strano, che le famiglie illustri preferissero di chiamare i
-loro figli Agamennone, Achille e Tideo,[513] e che il pittore imponesse
-il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva a sua figlia.[514]
-Nè si troverà neanche fuor di ragione che, invece di un nome di casato,
-dal quale in generale non si voleva chiamarsi, si adottasse un nome
-antico ben risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla
-patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti di un dato
-luogo, senza essere ancora diventati nomi di famiglia, vi si rinunciava
-assai volentieri, specialmente ogni volta che il luogo si denominasse
-da un qualche santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre
-Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, seppe
-conquistarsi da sè una posizione al di fuori mediante la sua dottrina,
-avea ben diritto, fosse anche stato un Sanseverino, di ribattezzarsi
-orgogliosamente in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice
-traduzione di un nome di lingua greca o latina (uso che fu poi adottato
-quasi esclusivamente in Germania) può ben essere perdonata ad una
-generazione, che parlava e scriveva in latino, e che tanto in prosa,
-quanto in verso usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce
-pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, introdotto più
-tardi, di mutare un nome di persona o di casato solo per metà sino a
-dargli una cadenza classica od anche un nuovo senso, come quando di
-Giovanni si fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di
-Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, Lucio Crasso, e
-così via. L'Ariosto, che di queste debolezze ride così amaramente,[515]
-ebbe ancor tanto di vita da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle
-sue eroine ad alcuni fanciulli.[516]
-
-
-Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale, nomi di
-uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non deve giudicarsi con
-troppa severità. Sino a che si stava contenti ad un latino semplice e
-facile, come forse era il caso di tutti i latinisti, che vissero tra
-il tempo del Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto
-frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò a volere un
-latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora le cose moderne non
-poterono più nella loro totalità essere espresse nello stile antico, se
-non ribattezzandole artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero
-di chiamare i consiglieri municipali col nome _patres conscripti_,
-le monache con quello di _virgines vestales_, ogni santo con quello
-di _divus_ o _deus_, mentre scrittori di gusto più raffinato, come
-Paolo Giovio, probabilmente non ricorrevano a simili travestimenti se
-non quando era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè
-il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna speciale
-importanza, in lui offende meno che in altri il sentir chiamare
-_senatores_ i cardinali, _princeps senatus_ il loro decano, _Dirae_ la
-scomunica,[517] _Lupercalia_ il carnevale, e così via. Egli è appunto
-da questo autore principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si
-debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche dedurre
-troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo generale del pensiero
-d'allora.
-
-
-Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla storia dello stile
-latino considerato in sè stesso e nelle varie fasi del suo sviluppo.
-Basterà dunque che sia notato come gli umanisti, per due secoli di
-seguito, abbiano continuato a condursi in modo, come se la lingua
-latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare l'unica degna
-di essere scritta. Il Poggio deplora[518] che Dante abbia steso il suo
-grande poema in lingua italiana, e d'altra parte è noto universalmente
-che egli avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima scritto
-in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire della poesia
-italiana dipendette dal fatto, che egli abbandonò poscia questo suo
-primo pensiero; ma anche il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria
-dalle sue poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e
-pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta in sulle prime
-altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide maggiore di questa non s'è
-vista mai nel campo della letteratura;[519] ma, ciò non ostante, la
-poesia seppe in gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire,
-anche senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un bene, che
-la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione due lingue, poichè in
-entrambe essa ha dato frutti diversi ed eccellenti, e precisamente tali
-dal mostrar chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma
-latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto anche
-della prosa: la posizione e la fama mondiale della cultura italiana era
-vincolata a questa condizione, che alcuni argomenti dovessero essere
-trattati nella lingua allora universale — _urbi et orbi_, —[520] mentre
-la prosa italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro, i
-quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere in latino.
-
-Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza contrasto come
-il modello più perfetto della prosa latina, era Cicerone. Ciò non
-era soltanto l'effetto di un'intima persuasione che egli fosse unico
-nell'arte di scegliere le parole, di disporre i periodi e di ordinare
-le varie parti di una composizione, ma discendeva anche naturalmente
-dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la magniloquenza
-dell'oratore e la nitida perspicuità del filosofo mirabilmente si
-confacevano coll'indole dello spirito italiano. Già ancora al suo tempo
-il Petrarca aveva riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come
-uomo e come politico,[521] ma egli nutriva per esso troppa venerazione,
-per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e dal suo tempo in poi,
-l'epistolografia in prima e in seguito tutti gli altri generi di
-composizione, eccettuato soltanto il narrativo, non avean preso altro
-modello, fuorchè Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non
-si permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse nei libri del
-grande maestro, non comincia che verso la fine del secolo XV, dopochè
-gli scritti grammaticali di Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta
-Italia, e dopochè si erano già vedute e raffrontate le testimonianze
-degli storici della letteratura latina.[522] Allora soltanto si
-cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le diverse
-gradazioni dello stile nella prosa degli antichi, e si finì pur sempre
-colla beata persuasione che Cicerone solo fosse il modello perfetto, o,
-se si voleva abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto
-di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi celeste».[523] Fu
-allora che si videro un Pietro Bembo, un Pierio Valeriano e molti altri
-non preoccuparsi d'altro, fuorchè di imitare un sì grande esemplare:
-fu allora che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni dei
-più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando gli autori
-più antichi;[524] fu allora che Longolio, dietro i consigli del Bembo,
-per cinque interi anni non lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia
-fe' voto di non usare nessuna parola che non fosse stata usata da quel
-sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che poi diede origine alle
-grandi dispute letterarie, che arsero tra Erasmo e Scaligero il vecchio
-e i loro seguaci.
-
-Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non erano poi tutti così
-esclusivi da riguardarlo come l'unica fonte della lingua. Ancora nel
-secolo XV il Poliziano ed Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato
-tentare una forma tutta loro propria e particolare,[525] naturalmente
-basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale», e a
-questa stessa meta aspirò pure colui, che ci narrò i loro tentativi.
-Paolo Giovio. Egli ha pel primo e con uno sforzo indicibile espresso
-in lingua latina una quantità di pensieri moderni, specialmente
-in argomenti d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le
-difficoltà, gli si deve però assai di frequente la lode di una certa
-vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà dei grandi
-pittori e scrittori di quel tempo,[526] contengono spesso tratti di una
-finitezza perfetta accanto ad altri informi e pessimamente riusciti.
-Anche Leone X, che riponeva tutta la sua gloria in questo, _ut lingua
-latina nostro pontificatu dicatur facta auctior_,[527] inchinò ad
-una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto esclusiva,
-come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto sensuale di tutta
-la sua vita; a lui bastava che tutto ciò, che dovea udire o leggere,
-avesse un colorito di schietta, vivace ed elegante latinità. Infine
-Cicerone non poteva servire di modello per la conversazione latina, e
-sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto a lui, altri
-idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata dalle rappresentazioni
-abbastanza frequenti in Roma e fuori di Roma delle commedie di
-Plauto e di Terenzio, le quali agli attori offrivano un esercizio
-utilissimo nel latino, come lingua di società. Ancora sotto Paolo
-II il dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra da
-Pistoia) è lodato[528] per essersi accinto alla lettura dei lavori
-di Plauto allora molto imperfetti e mancanti perfino dell'elenco dei
-personaggi, e per aver chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori
-di lingua che vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia
-partito il primo impulso alla rappresentazione di quelle commedie.
-Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo fautore in Pomponio
-Leto, che non disdegnò di far le parti di direttore della scena,
-quando negli atrii dei palazzi dei grandi prelati le stesse commedie
-venivano rappresentate.[529] L'essersi poi intorno al 1520 smesse tali
-rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo (p. 320), una della
-cause dello scadimento dell'eloquenza.
-
-Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura corse le
-stesse vicende che il vitruvianismo nel campo dell'arte. E in ambedue
-ì casi si manifesta quella legge generale dell'epoca del Rinascimento:
-che il moto nella cultura di regola precede il moto analogo nell'arte.
-La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro potrebbe per avventura
-calcolarsi di due decennii, non più, se si computa dal cardinale
-Adriano da Corneto (1505?) sino ai primi vitruviani assoluti.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
-La nuova poesia latina.
-
- L'epopea tratta dalla storia antica; _l'Africa_. — Poesia
- mitica. — Epopea cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di
- elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia
- didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. —
- Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia
- maccaronica.
-
-
-Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la nuova poesia latina.
-Noi dobbiamo toccare anche di questa, almeno per quanto essa può
-esserci di aiuto a dare una caratteristica completa dell'umanismo.
-
-Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto vicina fosse la
-sua definitiva vittoria, è stato già mostrato più sopra (v. pag. 237).
-Ora si può anche in anticipazione andar persuasi, che la nazione più
-colta e più civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice
-capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva, aver rinunciato
-ad una lingua quale era l'italiana. Se dunque vi rinunciò, deve esservi
-stata spinta da una causa ben più forte e potente.
-
-Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni schietta e sincera
-ammirazione, essa produsse necessariamente l'imitazione. Questa non
-manca, è vero, anche in altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia
-soltanto verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza
-e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a dire, una
-favorevole disposizione di tutta la parte più colta della nazione, ed
-un parziale risveglio dell'antico genio italico nei poeti stessi, quasi
-eco prolungato di un'antica armonia. Ciò che di meglio nasce in tal
-modo, non è più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle
-arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi o non apprezza
-l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente inarrivabile e
-inimitabile, chi finalmente non si sente disposto di usare nessuna
-indulgenza con poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a
-cercare da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità sillabiche,
-non si metta allo studio di questo genere di letteratura. Anche le
-produzioni le più perfette non sono fatte per affrontare gli attacchi
-di una critica assoluta, ma solo per procurare un'ora di sollievo al
-poeta e a molte migliaia de' suoi contemporanei.[530]
-
-Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni o leggende
-antiche. Le condizioni essenziali per una vera poesia epica non si
-riscontrano nemmeno, per consenso di tutti, negli antichi epici romani,
-anzi neppure nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero
-esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? Ciò non ostante,
-_l'Africa_ del Petrarca sembra aver trovato lettori e ammiratori in tal
-numero, da lasciarsi addietro in questo riguardo qualsiasi epopea del
-tempo moderno. Per verità lo scopo e il movente del poema non potevano
-non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV riconobbe assai
-giustamente nella seconda guerra Punica il momento più splendido della
-grandezza e potenza romana, e questo appunto fu ciò che si propose
-di cantare il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel
-tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma non conoscendosi
-ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione Africano il vecchio pareva
-sì bel tema agli uomini del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi
-della Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto mano,
-quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, per sentimento di
-rispetto a questo grande se ne ritrasse.[531] Se il poema dell'Africa
-avesse avuto bisogno di una giustificazione, questa le si aveva nel
-fatto, che in quel tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione
-era tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di Pompeo e
-di Cesare.[532] Quante fra le moderne epopee possono gloriarsi di un
-soggetto pel loro tempo così popolare, così nella sostanza storicamente
-vero e tuttavia rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio,
-del resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. Perciò
-che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo rinviare i lettori
-alle storie letterarie propriamente dette.
-
-
-Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva a trattare qualche
-mito o leggenda antica, per riempire qualche lacuna lasciatavi da
-altri. A ciò si accinse assai presto la poesia italiana e propriamente
-per la prima volta colla _Teseide_ del Boccaccio, che è riguardata come
-il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo Vegio aggiunse
-un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, e poscia si ha un buon
-numero di tentativi minori, ad imitazione specialmente di Claudiano,
-quali una _Meleagriade_, una _Esperiade_ ecc. Ma in ispecial modo
-notevoli sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono le
-più belle regioni d'Italia di una moltitudine di divinità, di ninfe, di
-genii ed altresì di pastori, appunto perchè a quest'epoca era invalso
-di accompagnar sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si
-offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca in poi, nelle
-egloghe, tanto di forma narrativa, che dialogica, la vita pastorale
-sia rappresentata quasi sempre[533] in modo affatto convenzionale,
-e come espressione di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui
-non se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede origine. E
-questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano il doppio significato che
-ebbero nell'epoca del Rinascimento le antiche divinità, le quali da un
-lato rappresentano le idee generali e rendono quindi inutili le figure
-allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento affatto libero ed
-indipendente di poesia, un tipo di bellezza neutrale, che può essere
-innestato in ogni creazione poetica e passare per mille e sempre nuove
-combinazioni. Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio
-col suo mondo immaginario di Dei e di pastori dei dintorni di Firenze
-nel _Ninfale d'Ameto_ e nel _Ninfale fiesolano_, ch'egli cantò in
-poesia italiana. Ma il capolavoro in questo genere sembra essere stato
-il _Sarca_ di Pietro Bembo,[534] nel quale si narrano gli amori del
-dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito nuziale, che
-ebbe luogo in una grotta del Monte Baldo, i vaticinii di Manto, figlia
-di Tiresia, sulla nascita di un figlio, il Mincio, sulla fondazione
-di Mantova e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e
-della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi invero, ma
-propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida cornice di versi,
-che si chiudono con un apostrofe a Virgilio, che ogni miglior poeta
-accetterebbe per sua. — Comunemente tutto ciò si riguarda come nulla
-più che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole di scherno:
-noi non intendiamo d'intavolare polemiche a questo riguardo; diremo
-soltanto: è questione di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su
-di essa un'opinione sua propria.
-
-
-Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti poemi epici in
-esametri di argomento biblico e religioso. Non è da credere che con
-questi gli autori avessero sempre in mira di promovere l'incremento
-della Chiesa o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece
-che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi ultimi va
-certamente annoverato Battista Mantovano, autore di un poema intitolato
-Parthenice), sieno stati animati da un sentimento, lodevole invero,
-di servire colle dotte loro poesie latine alla religione, ciò che
-era veramente in piena armonia col modo quasi pagano, che allora
-prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina un numero
-ragguardevole, ma tra essi emergono di gran lunga il Vida colla sua
-_Cristiade_ e il Sannazzaro co' suoi tre libri _De partu Virginis_. Il
-Sannazzaro sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel quale
-egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, col vigore plastico
-delle descrizioni, colla squisitezza perfetta del lavoro; nè certamente
-egli avea motivo di temere il paragone, quando nel canto dei pastori
-al presepio innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio.
-Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli spiriti, egli
-ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti danteschi, quale
-è, per esempio, il canto e la profezia del re Davidde nel Limbo de'
-patriarchi, o la pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel
-suo gran manto tempestato delle figure elementari di tutti gli esseri,
-in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre volte egli non si perita
-di innestare al suo soggetto l'antica mitologia, senza per questo cader
-nel barocco, perchè le divinità pagane non sono per lui che come la
-cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna parte principale
-nel suo poema. Chi desidera formarsi un concetto intero e adeguato
-di quanto abbia potuto l'arte a quel tempo, non deve trascurar di
-leggere un lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà tanto
-maggiore anche per questo, che d'ordinario la mescolanza di elementi
-pagani e cristiani stuona assai più facilmente nella poesia, che nelle
-arti figurative: queste ultime infatti ponno del continuo compensar
-l'occhio colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, e in
-generale non sono così schiave del contenuto sostanziale dei soggetti
-che trattano, come la poesia, mentre l'immaginazione in esse s'arresta
-piuttosto alla forma, nella poesia invece penetra direttamente nella
-sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario festivo»[535]
-avea tentato un altro espediente; che era appunto quello di porre
-gli Dei e i Semidei del paganesimo in pieno contrasto colla storia
-sacra, come facevano i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far
-parte della medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret
-apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio si stacca
-dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne il saluto sul limitare della
-cella benedetta; vola quindi ad informare gli Dei raccolti in solenne
-radunanza e li induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma
-anche con questo metodo egli si trova altre volte costretto[536]
-a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente
-s'arrendano a riconoscere la superiorità della Vergine.
-
-La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, l'omaggio
-tributatogli dei più grandi dell'epoca sono circostanze, che mostrano
-ad evidenza quanto egli fosse caro e necessario al suo secolo. Anche
-in servigio della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul
-cominciare della Riforma, il problema: se fosse possibile poetare
-cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso alle tradizioni
-classiche; e tanto Leone, quanto Clemente gliene attestarono altamente
-la loro riconoscenza.
-
-
-Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche la storia
-contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora a guisa di panegirico,
-e d'ordinario sempre in lode di qualche principe o di qualche famiglia
-principesca. Così ebbero origine una _Sforziade_, una _Borseide_, una
-_Borgiade_, una _Triulziade_ e simili, ma veramente nessuna raggiunse
-il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero celebri ed immortali
-nella storia, non dovettero certo la loro celebrità a questa specie
-di poemi, contro i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale
-avversione, anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto diverso
-produssero invece alcuni poemetti minori, stesi senza pretensione
-alcuna a guisa di episodi della vita di qualche uomo celebre, come
-per esempio la descrizione delle «Cacce di Leone X» presso Palo[537] e
-«il Viaggio di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide
-descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra molti altri,
-Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole che i lettori moderni
-ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati da quel fondo di adulazione
-che ci sta sotto e che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del
-lavoro e la importanza storica, talvolta non piccola, di queste poesie
-assicurano ad esse una vita più lunga di quella, cui possono aspirare
-parecchie poesie del nostro tempo ora abbastanza in voga.
-
-In generale queste composizioni sono di tanto migliori, quanto meno
-contengono di elementi patetici ed ideali. Vi sono taluni poemetti
-epici di celebri maestri, che, sotto un cumulo enorme di allusioni
-mitologiche, producono un effetto altamente ridicolo e comico,
-certamente contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, è
-«l'Epicedio» di Ercole Strozza[538] per la morte di Cesare Borgia (v.
-pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, che aveva posto tutte
-le sue speranze nei papi spagnuoli Calisto III ed Alessandro VI e poi
-aveva riguardato Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono
-le gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. Poscia
-il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento fosse stato
-l'alto consiglio dei Dei[539], ed Erato narra che nell'Olimpo Pallade
-si era dichiarata per gli spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue
-abbracciarono le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, le
-pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino ordito dalle
-Parche, ma che, ciò non ostante, le promesse degli Dei s'adempirebbero
-per opera del fanciullo nato dall'unione delle due case Borgia ed
-Este[540]; e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa
-di ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare il dono
-dell'immortalità, come non potè darlo una volta, in onta ad autorevoli
-preghiere, nè a Memnone, nè ad Achille; conclude però col dire, quasi
-a conforto del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto grande
-strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte scende a Napoli
-e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta a Nepi e appare quivi
-all'infermo Cesare sotto la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo
-ammonito a rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda
-il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a guisa di uccello».
-
-Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un piacere talvolta
-assai grande se si respinge a priori tutto ciò che, più meno a
-proposito, contiene qualche sprazzo di mitologia, poichè anche la
-poesia non poche volte ha saputo nobilitare questo elemento, al
-pari della pittura e della scultura. E pei dilettanti del genere non
-mancano neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati nella
-«Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa degno riscontro la «Festa
-degli Dei» di Giovanni Bellini.
-
-Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici esercitazioni
-o rifacimenti di relazioni in prosa, che il lettore probabilmente
-preferirà ogni qualvolta le trovi. E da ultimo si finì, come è noto,
-col mettere in versi ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti
-tedeschi dell'epoca della Riforma.[541] Ma si andrebbe molto errati,
-se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di ozi agiati ed
-a soverchia smania di poetare. Negli Italiani almeno c'è sempre troppa
-cura di ripulire e perfezionare la forma, della quale essi avevano un
-senso squisito e profondo, come lo prova la moltitudine enorme che si
-ha contemporaneamente di relazioni, di storie e di opuscoli in terzine.
-Appunto come Nicolò da Uzzano, per produrre maggiore effetto, fuse in
-questo metro non facile del verso italiano il suo manifesto per una
-nuova costituzione politica, e il Machiavelli il suo prospetto della
-storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, e un quarto
-l'assedio di Piombino per opera di Alfonso il Magnanimo,[542] non deve
-far meraviglia che altri potessero aver bisogno dell'esametro, per
-incatenar meglio l'attenzione di un pubblico al tutto diverso.
-
-Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare o ad esigere,
-scorgesi con piena evidenza dalla poesia didattica. Questa nel secolo
-XVI ebbe uno sviluppo straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri
-l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia,
-la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono da aggiungere anche
-parecchi estesi poemi italiani. Oggidì è moda di condannar tali poemi
-senza neanche darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi
-non sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente di
-esser letti.[543] Ad ogni modo però egli è certo, che epoche senza
-paragone superiori alla nostra per retto senso del bello, quali
-appunto furono la greca (dei tempi più tardi) e la romana, nonchè
-questa del Rinascimento, non credettero di poter far senza neanche di
-questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche rispondere, che
-non la mancanza dì gusto estetico, bensì una maggiore serietà nella
-trattazione delle materie scientifiche è quella che ne tien lontana
-oggidì la forma poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo
-miglior partito lasciare ad ognuno la propria opinione.
-
-Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì qua e colà
-ristampata, ed è lo _Zodiaco della vita_ di Marcello Palingenio,
-segreto seguace delle dottrine protestanti in Ferrara. Alle più
-sublimi questioni intorno a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore
-congiunge la trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da
-questo lato un'autorità non dispregevole per la storia della morale.
-Nel complesso però il suo poema si distacca da tutti gli altri
-congeneri dell'epoca del Rinascimento, come anche, in ordine al suo
-scopo seriamente istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la
-mitologia.
-
-
-Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, più che in
-qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in modo speciale poi
-l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma.
-
-Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino sugli Italiani.
-Più di un elegante madrigale latino, e non poche brevi invettive o
-maliziosi biglietti potrebbero dirsi vere trascrizioni da lui senza
-quasi mutamenti di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo
-è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di pensieri, con
-cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi sono anche altre brevi
-poesie, che, pur mantenendosi originali nel concetto, potrebbero trarre
-in inganno il più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali
-non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le dimostrasse
-indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI.
-
-Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. non se ne
-troverebbe forse una sola, che in un modo o nell'altro non rivelasse
-come che sia la sua origine moderna. Ciò accade per lo più in causa
-di una certa loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non
-s'incontra se non per la prima volta in Stazio e per una mancanza
-assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato da questa specie
-di poesia. In una ode qualunque potranno, è vero, incontrarsi singoli
-tratti, talvolta anche due o tre strofe di seguito, di tal fattura da
-crederle frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va più in la,
-e il colorito muta subito dopo. E se non muta, come per esempio nella
-bella ode a Venere di Andrea Navagero, vi si riconosce tosto una copia
-di qualche capolavoro antico.[544] Alcuni scrittori di odi prendono
-a soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con molto
-gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di Catullo di genere
-somigliante. Tale è il Navagero nell'ode all'arcangelo Gabriele, e tale
-in modo particolare il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto
-pagano va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni altro
-il suo santo onomastico,[545] al quale aveva dedicato un tempietto
-nella sua splendida villa di Posilipo, «colà dove i fiotti del mare
-si confondono colle acque che sgorgano dalla rupe, e si frangono alle
-mura del piccolo santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della
-festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui in questo
-giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo tempio, figurano
-nella sua fantasia gli antichi sacrifici. Anche fuggiasco in compagnia
-dell'espulso Federigo d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci
-della Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di appendere
-al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande sempre verdi di bosso
-e di quercia, e rammentando con desiderio gli anni trascorsi, nei quali
-tutta la gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar
-quella festa, fa voti pel suo ritorno.[546]
-
-Antiche al punto da produrre una perfetta illusione sono poi più
-specialmente alcune poesie di metro elegiaco, od anche in semplici
-esametri, ma che appartengono pel loro contenuto a questo genere,
-passando dall'elegia in giù per tutte le possibili gradazioni sino
-all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati
-colla lettura dei poeti elegiaci romani, così si sentirono anche
-incoraggiati ad imitarli preferibilmente ad ogni altro. L'elegia del
-Navagero «alla Notte» ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli
-antichi esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito che
-seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi tutto molto
-accurato nella scelta di concetti veramente poetici,[547] e poi li
-traduce, non servilmente, ma con una certa disinvoltura e maestria,
-nello stile dell'Antologia, di Ovidio, di Catullo od anche delle
-Egloghe di Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte
-soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in qualche
-preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. Un saluto alla patria,
-ritornando dalla sua missione in Ispagna, non fu che cominciato;
-ma ne sarebbe uscita una splendida composizione, se il resto avesse
-corrisposto a questo principio:
-
- Salve, cura Deûm, mundi felicior ora,
- Formosae Veneris dulces salvete recessus;
- Ut vos post tantos animi mentisque labores
- Aspicio lustroque libens, et munere vestro
- Sollicitas toto depello e pectore curas!
-
-La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano le forme di ogni
-elevato sentimentalismo, e vi si adattano bellamente tanto il più
-nobile entusiasmo patriottico (v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto
-la pomposa apoteosi dei regnanti,[548] e quanto anche la tenera e
-delicata melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue adulazioni
-a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con Stazio e Marziale, in
-una elegia «ai Compagni», scritta dal letto de' suoi dolori, ha dei
-pensieri sulla morte che si crederebbero propri di un antico qualunque,
-e tuttavia non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico.
-Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero spirito dell'elegia
-romana e seppe imitarla più perfettamente fu il Sannazzaro, il quale
-anche è il più copioso e svariato scrittore di questo genere di poesie.
-— Di altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè ci
-cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle medesime.
-
-
-Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza
-grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben fatte, scolpite sopra un
-monumento o portate di bocca in bocca a provocare un sorriso, potevano
-benissimo creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza
-è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido da Polenta
-voleva innalzare sulla tomba di Dante un monumento, affluirono da
-tutte le parti le iscrizioni,[549] inviate «da tali che o volevano
-mettersi in vista, od onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi
-il favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo Giovanni
-Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora nel Duomo di Milano,
-sotto trentasei esametri leggesi: «il signor Gabrio de Zamorer di
-Parma, dottore in ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco
-a poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne formando
-anche una letteratura speciale dell'epigramma; e questo raggiunse il
-colmo della sua gloria, quando lo si potè credere antico o copiato
-da qualche antica lapide,[550] quando parve di tanto buon gusto, che
-tutta Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del Bembo.
-Così quando il governo di Venezia, per l'elogio fattegli in tre distici
-dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo con un regalo di seicento ducati,
-a nessuno parve questa una generosità troppo spinta, perchè tutti
-stimarono l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione dei
-dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve per esprimere
-la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto potente, che sgradisse
-di vedersi onorato con tal genere di componimenti, ed anche i grandi
-cercavano con molta sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano,
-un qualche dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano
-anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali destinate
-a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia[551] e l'epigrammatica
-si tenevano strettamente por mano; la prima si basava sopra uno studio
-accuratissimo delle antiche iscrizioni lapidarie.
-
-La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo affatto speciale
-fu e rimase Roma. Non esistendo nello Stato pontificio l'ereditarietà
-del trono, ognuno doveva pensare da sè al modo di perpetuare la propria
-memoria: al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in poesia
-diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora Pio II enumera con
-compiacenza i distici, che il suo maggior poeta, il Campano, compose
-per qualche fortunata circostanza del suo governo. Sotto i Papi
-seguenti fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI
-ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. Il Sannazzaro
-componeva i suoi in una posizione relativamente sicura, ma altri
-affatto in prossimità della corte ebbero ardimenti estremamente
-pericolosi (v. pag. 153). Per otto distici minacciosi, che erano stati
-affissi alla porta della biblioteca,[552] Alessandro fece una volta
-rinforzare la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può immaginare
-come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse riuscito di averlo. Sotto
-Leone X gli epigrammi latini erano il pane quotidiano: sia che si
-volesse adulare al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi
-di nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in generale
-ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o immaginario si voleva
-scagliare un motto, o malignare, od esprimere un sentimento di pietà
-o d'ammirazione, la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma.
-Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo della
-Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea Sansovino scolpì per la
-chiesa di s. Agostino, non meno di centoventi furono gli epigrammi
-latini, che piovvero per la circostanza, non tanto per sentimento di
-pietà religiosa, quanto por piacenteria verso il mecenate, che aveva
-commesso all'artista quell'opera.[553] Egli era quel Giovanni Goritz
-di Lussemburgo, referendario papale alle suppliche, il quale ogni anno
-per la festa di S. Anna non solo faceva celebrare un servizio divino,
-ma dava anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma ne'
-suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In allora parve
-anche che valesse la pena di passare in rassegna tutta la schiera de'
-poeti, che cercavano fortuna alla corte di Leone, come fece con un
-grande poema _de poetis urbanis_[554] Francesco Arsillo, uomo che non
-avea bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di chicchessia,
-e che all'occorrenza sapeva parlar francamente anche contro i propri
-colleghi. — Dopo Paolo III l'epigramma decade e non sopravvive che in
-qualche saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire
-sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por soverchia gonfiezza.
-
-Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla quale possiam
-tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco Sansovino nel suo libro
-«sulla Topografia veneziana». Un argomento perenne lo si aveva
-nell'uso invalso di apporre un'epigrafe (_Brieve_) ad ogni ritratto di
-doge collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe che non
-oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava compendiare le
-gesta più importanti di ciascuno.[555] Oltre a ciò, le tombe dei dogi
-del secolo XIV portano laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a
-qualche fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri
-o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia a curare di più lo
-stile, e nel secolo XVI questo tocca alla sua ultima perfezione, dopo
-la quale comincia la vana antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare
-sentenzioso, in una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche
-il caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare sotto
-la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di un vivo. Molto
-più tardi torna a ricomparire nella primitiva sua semplicità qualche
-epitaffio, ma in via puramente eccezionale.
-
-Anche le opere architettoniche e monumentali eran sempre disposte in
-modo da poter far luogo ad iscrizioni, talvolta ripetute in più guise,
-e ciò è tanto più notevole in quanto si sa che gli edifici del nord a
-stento lasciano un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe,
-e nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata nei
-punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature.
-
-
-Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto di avere
-persuaso il lettore del valore intrinseco di questo genere di poesia
-risorto presso gl'Italiani del Quattrocento. Ma non si tratta neanche
-di ciò, bastando al nostro scopo di aver designato la necessità
-della stessa e la posizione che le compete nella storia della cultura
-italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura nella
-così detta poesia maccaronica,[556] il cui capolavoro è l'_Opus
-macaronicorum_ cantato da Merlin Coccai (Teofilo Folengo di Mantova).
-Del contenuto sostanziale di questo poema avremo occasione di parlare
-ancora qua e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti di
-latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il lato comico di
-essa sta essenzialmente in questo, che simili mescolanze vi figurano
-per entro come tanti _lapsus linguae_ e come espettorazioni di un
-improvvisatore latino, che si lascia trasportare dalla foga dell'estro.
-Delle imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino e il
-tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, che è nel lavoro
-del poeta italiano.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIII.
-
-Caduta degli umanisti nel secolo XVI.
-
- Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro
- sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. —
- Le accademie.
-
-
-Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio
-del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il
-culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura,
-all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo
-le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe
-d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un
-tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro
-dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo
-secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla
-loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro
-schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente:
-di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali
-l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di
-un'empia incredulità.
-
-Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse
-non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire,
-perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la
-dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità,
-era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori,
-i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici
-ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi
-ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a
-poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando
-s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse
-loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza
-distinzione alcuna i buoni e i cattivi.
-
-Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti
-fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di
-essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e
-nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono
-a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur
-di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal
-campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della
-maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma
-vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi
-può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e
-alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta
-violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti,
-oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e
-la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella
-vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per
-la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano
-scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio
-contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa
-avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle
-che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di
-là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se
-per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri
-esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro,
-si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che,
-vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di
-quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano
-e più ancora il suo famoso dialogo _Antonius_, nel quale egli scherza
-oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte
-queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe
-d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande
-poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a
-piene mani il disprezzo.[558]
-
-Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che
-troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra
-in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della
-moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la
-regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano
-realmente colpevoli.
-
-Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso
-delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della
-fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per
-cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i
-capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la
-pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale,
-senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso
-influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo
-e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva
-nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi
-intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in
-essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi
-sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato
-il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi
-ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità
-storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori
-e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto
-esclusiva, con cui si verificò.
-
-La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre
-più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo
-pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce
-sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di
-farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano
-tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad
-un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia
-di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano
-circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una
-tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi,
-«per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di
-badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora
-si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli
-attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici
-o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno
-all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua
-negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria,
-e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali,
-implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva
-essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale.
-Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile
-l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa
-condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di
-trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso
-s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri
-si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che
-se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la
-mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da
-Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la
-condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti
-com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e
-in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in
-loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione.
-L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima
-forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli
-uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli
-conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si
-viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato
-_a priori_: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili
-non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse
-altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento
-della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del
-disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo,
-che per eccesso di forze trabocca.
-
-Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato,
-assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata,
-per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un
-motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano
-un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere.
-Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette
-peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto
-al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa
-vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con
-affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo,
-e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a
-contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un
-processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto,
-ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il
-cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato
-intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole
-antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera
-vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali
-contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità,
-caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione,
-di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza
-convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come
-meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro
-maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente
-mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano
-morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla
-fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di
-tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella
-di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione
-della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di
-rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara,
-perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva
-troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della
-classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni
-sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi
-l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto
-neutrale.
-
-
-Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche
-quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di
-benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare
-paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane
-«Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste
-impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche
-ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso
-destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad
-un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira
-in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare
-in modo speciale questi uomini _per causa_ del loro genio, ma narra
-senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del
-caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere
-i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si
-restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana.
-Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi
-molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i
-loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi,
-non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si
-porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di
-rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel
-desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte
-di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un
-tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e
-colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si
-trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri
-colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino
-di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna,
-che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un
-carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato
-precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o
-per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la
-morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro
-ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè
-tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i
-suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime
-della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare
-uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore
-ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del
-dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre
-Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte
-contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a
-quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da
-Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò
-la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora
-in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza
-aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi
-avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro
-anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto
-quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava
-tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte
-maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche
-dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il
-povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza,
-visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò,
-che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in
-mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità
-e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi
-discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni
-dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche
-nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle
-privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non
-avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile,
-nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od
-anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non
-erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa;
-ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non
-ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a
-questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio
-Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate.
-
-In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe
-«come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben
-poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli
-pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè
-e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di
-una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche,
-come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma
-gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli,
-che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì
-di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo
-dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come
-un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni
-tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella
-restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola
-altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato.
-Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola
-d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello?
-
-
-Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con
-qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio
-Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una
-semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale
-Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo
-risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno
-qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente
-dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v.
-pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di
-andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: _Pomponius
-Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest.
-Valete._ Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci,
-vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni
-del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente
-la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul
-Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran
-numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava,
-attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente
-i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei
-giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca,
-od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una
-fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè
-poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno
-in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà
-contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come
-libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi
-suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli
-umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa;
-ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo
-d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando,
-nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa,
-i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le
-perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo
-scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere
-dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università,
-dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando
-in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta
-circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi
-scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai
-un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli
-altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di
-religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di
-sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli
-era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava
-di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre
-un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle
-che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più
-illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero
-quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri.
-
-
-Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di
-alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag.
-342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno
-della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale
-i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste
-circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi
-quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente
-se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto:
-oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta
-un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le
-lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso
-era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima
-d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a
-recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche
-distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e
-declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed
-anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano
-creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli
-ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera
-associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si
-mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare
-fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360),
-e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita
-intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente
-stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di
-questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa
-menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua
-gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e
-morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e
-dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che
-i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di
-Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale
-poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che
-costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella
-di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del
-principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).
-
-Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver
-subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati,
-anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente
-Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia
-italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina.
-Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia,
-coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme
-mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di
-poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni
-latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di
-drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la
-loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche
-di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche
-dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.
-
-
- FINE DEL VOLUME PRIMO.
-
-
-
-
-INDICE E SOMMARIO
-
-DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO
-
-
- PREFAZIONE DEL TRADUTTORE _Pag._ v
- DEDICA DELL'AUTORE » 1
-
- PARTE PRIMA.
- Lo Stato come opera d'arte.
-
- I. — INTRODUZIONE.
- Condizioni politiche d'Italia nel secolo XIII. — La
- Monarchia normanna sotto Federigo II. — Ezzelino
- da Romano » 5
- II. — LA TIRANNIDE NEL SECOLO XIV.
- Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di
- un principe assoluto. — Pericoli interni ed
- esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I
- Visconti sino al penultimo » 11
- III. — LA TIRANNIDE NEL SECOLO XV.
- Interventi e viaggi degl'Imperatori. — Loro
- pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno
- stabile diritto ereditario. Successioni
- illegittime. — I Condottieri quali fondatori di
- Stati. — Loro rapporti coi propri Signori. — La
- famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino
- e sua caduta. — Posteriori tentativi dei
- Condottieri » 21
- IV. — LE TIRANNIDI MINORI.
- I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e
- le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine
- di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei
- Pico e dei Petrucci » 37
- V. — LE MAGGIORI CASE PRINCIPESCHE.
- Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di
- Milano. — Francesco Sforza e la sua
- fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I
- Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro,
- duca di Urbino. — Ultimo splendore della Corte
- urbinate. — Gli Estensi di Ferrara; tragedie
- domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici
- ufficj, polizia e lavori pubblici. — Merito
- personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore
- di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi
- al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione
- accordata alle lettere » 47
- VI. — GLI AVVERSARI DELLA TIRANNIDE.
- Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli
- assassinj nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio
- antico. — I Catilinarj. — Opinione dei Fiorentini
- sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti
- coi cospiratori » 73
- VII. — LE REPUBBLICHE.
- Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e
- i suoi pericoli cagionati dalla povertà
- dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il
- Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti
- verso i Condottieri. — Ottimismo della politica
- estera. — Venezia quale patria della
- Statistica. — Lento sviluppo della
- cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato » 83
- VIII. — ANCORA DELLE REPUBBLICHE.
- Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività
- della coscienza politica. — Dante come
- politico. — Firenze qual patria della Statistica;
- i Villani. — La Statistica dei maggiori
- interessi. — Valori delle monete del secolo
- XV. — Le forme costituzionali e gli
- storici. — Vizio fondamentale dello Stato
- toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e
- il suo progetto di costituzione. — Genova,
- Siena e Lucca » 101
- IX. — POLITICA ESTERA DEGLI STATI ITALIANI.
- Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per
- la Francia. — Tentativo per un
- equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanza
- coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione
- obbiettiva della politica. — Arte diplomatica » 121
- X. — LA GUERRA COME OPERA D'ARTE.
- Le armi da fuoco. — Conoscitori e
- dilettanti. — Orrori guerreschi » 133
- XI. — IL PAPATO E I SUOI PERICOLI.
- Posizione di fronte all'estero e
- all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in
- poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti
- del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo
- politico in Romagna. — Cardinali di case
- principesche. — Innocenzo VIII e suo
- figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni
- coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi
- rapporti col padre. — Suoi ultimi
- progetti. — Minacciata secolarizzazione dello
- Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli
- assassinj. — Gli ultimi anni. — Giulio II
- restauratore del Papato. — Elezione di Leone
- X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli
- esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII
- e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e
- reazione. — Riconciliazione di Carlo V col
- Papa. — Il Papato della Contro-riforma » 139
- XII. — L'ITALIA DE' PATRIOTTI » 173
-
- PARTE SECONDA.
- Lo svolgimento dell'individualità.
-
- I. — LO STATO E L'INDIVIDUO.
- L'uomo nel Medio-Evo. — Il risvegliarsi della
- personalità. — I tiranni e i loro
- sudditi. — L'individualismo nelle
- Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo » 177
- II. — PERFEZIONAMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ.
- Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali.
- Leon Battista Alberti » 186
- III. — LA GLORIA NEL SENSO MODERNO.
- Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità
- degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle
- abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli
- uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della
- gloria universale. — La gloria dipendente dagli
- scrittori. — L'amor della gloria come passione » 193
- IV. — IL MOTTO E L'ARGUZIA NEL SENSO MODERNO.
- Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa
- presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori
- e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La
- parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La
- maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro
- Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi
- principi e cogli uomini celebri. — Sua religione » 209
-
- PARTE TERZA.
- Il Risorgimento dell'antichità.
-
- I. — OSSERVAZIONI PRELIMINARI.
- Estensione dell'idea compresa nella parola
- Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo
- precoce risveglio in Italia. — Poesia
- latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV » 231
- II. — ROMA, LA CITTÀ DELLE ROVINE.
- Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine
- esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo,
- Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di
- Roma. — Città e famiglie di derivazione
- romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il
- corpo di Giulia. Scavi e restauri. — Roma sotto
- Leone X. — Le rovine come fonti di
- sentimentalismo » 239
- III. — AUTORI ANTICHI RESUSCITATI.
- Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del
- secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La
- stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi
- orientali. — Pico di fronte all'antichità » 253
- IV. — L'UMANISMO NEL SECOLO XIV.
- Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da
- Dante, Petrarca e Boccaccio. — Il Boccaccio primo
- campione dell'antichità. — L'incoronazione
- dei poeti » 267
- V. — LE UNIVERSITÀ E LE SCUOLE.
- L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole
- secondarie. — L'istruzione superiore privata;
- Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione
- dei principi » 277
- VI. — I FAUTORI DELL'UMANISMO.
- Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti,
- e i primi Medici. — Principi: i Papi da Niccolò
- V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo
- d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo
- Malatesta » 285
- VII. — RIPRODUZIONE DELL'ANTICHITÀ. EPISTOLOGRAFIA.
- La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile
- epistolare » 303
- VIII. — L'ELOQUENZA LATINA.
- Indifferenza rispetto alla condizione
- dell'oratore. — Discorsi solenni di materia
- politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni
- funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni
- militari. — Prediche latine. — Rinnovamento
- dell'antica rettorica. — Forma e contenuto;
- citazioni. — Concioni finte. — Scadimento
- dell'eloquenza » 309
- IX. — I TRATTATISTI LATINI » 323
- X. — LA STORIOGRAFIA.
- Necessità relativa del latino. — Studi sul Medio-Evo;
- il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti
- colla storiografia italiana » 325
- XI. — IL LATINISMO PREVALENTE IN OGNI RAMO DELLA CULTURA.
- Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle
- cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone
- e i ciceroniani. — Conversazione latina » 333
- XII. — LA NUOVA POESIA LATINA.
- L'epopea tratta dalla storia antica;
- l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana; il
- Sannazzaro. — Introduzione di elementi
- mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia
- didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi
- limiti. — Odi per santi. — Elegie e
- simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica » 313
- XIII. — CADUTA DEGLI UMANISTI NEL SECOLO XVI.
- Accuse contro gli umanisti e loro giusto
- valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli
- umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie » 363
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] _Storia dell'Architettura_ di Francesco Kugler. (La prima metà del
-volume IV, contenente l'_Architettura e la Decorazione del Rinascimento
-italiano_, è dell'Autore).
-
-[2] Machiavelli, _Discorsi_, L. I, c. 12.
-
-[3] I regnanti e la loro corte chiamansi insieme _lo Stato_, e questa
-parola sembra essere stata usata in seguito a significare l'esistenza
-di un intero territorio.
-
-[4] Höfler, _Kaiser Friedrich II_, pag. 39 e segg.
-
-[5] _Cento Novelle antiche_, Nov. 1, 6, 20, 21, 22, 23, 29, 30, 45, 56,
-83, 88, 98.
-
-[6] Scardeonius, _De urbis Patav. antiq._ nel _Thesaurus_ del Grevio,
-VI, III, pag. 259.
-
-[7] Sismondi, _Hist. des Républ. italiennes_, IV, pag. 420; VIII, pag.
-1 e segg.
-
-[8] Franco Sacchetti, _Novelle_, (61, 62).
-
-[9] Petrarca, _De Republ. optime administranda, ad Franc. Carraram_
-(Opp. pag. 372 e segg.).
-
-[10] Solo cento anni più tardi anche la principessa è detta _madre_ de'
-sudditi. Cfr. l'orazione funebre di Girolamo Crivelli per Bianca Maria
-Visconti, presso Muratori, XXV, col. 429. Un traslato ironico di ciò
-si ha nell'appellativo di _mater Ecclesiae_ dato alla sorella di papa
-Sisto IV da Jacopo da Volterra (Muratori, XXIII, col. 109).
-
-[11] Esprimendo incidentalmente il desiderio che fosse impedita in
-Padova la circolazione degli animali suini, perchè disgustosa alla
-vista e pericolosa ai cavalli, che ne adombravano.
-
-[12] Petrarca, _Rerum memorandar._, l. III, pag. 460. — Si allude a
-Matteo I Visconti e a Guido della Torre allora regnante a Milano.
-
-[13] Matteo Villani, V, 81, dove parla della segreta uccisione di
-Matteo II Visconti operata da' suoi fratelli.
-
-[14] Filippo Villani, _Istorie_, XI, 101. Anche Petrarca trova i
-tiranni lindi e puliti «come altari in giorno di festa». — Il trionfo
-all'uso antico di Castracane in Lucca trovasi minutamente descritto
-nella sua vita scritta da Tegrimo, presso Muratori, XI, col. 1340.
-
-[15] _De Vulgari Eloquio_, I, c. 12... _qui non heroico more, sed
-plebeo sequuntur superbiam_ ecc.
-
-[16] Ciò non si trova invero che in alcuni scritti del secolo XV, ma
-certamente dietro fantasie anteriori: L. B. Alberti, _De re aedific._,
-V, 3. — Franc. di Giorgio, _Trattato_, presso Della Valle, _Lettere
-senesi_, III, 121.
-
-[17] Franco Sacchetti, _Nov._, 61.
-
-[18] Matteo Villani, VI, 1.
-
-[19] L'ufficio de' passaporti in Padova intorno alla metà del secolo
-XIV, come anche _quelli delle bullette_, trovansi descritti da
-Franco Sacchetti, _Nov._ 117. Negli ultimi dieci anni di Federico II,
-quando prevaleva il più rigido controllo personale, l'istituzione de'
-passaporti doveva esistere nel suo pieno sviluppo.
-
-[20] Corio, _Storia di Milano_, fol. 247 e segg.
-
-[21] Anche, per esempio, a Paolo Giovio: v. _Viri illustres, Jo.
-Galeatius_.
-
-[22] Corio, fol. 272, 285.
-
-[23] Cagnola, nell'_Archiv. Stor._, III, p. 23.
-
-[24] Così Corio, fol. 286, e Poggio, _Hist. Florent._, IV, presso
-Muratori, XX, col. 290. — Di aspirazioni all'impero parlano il Cagnola,
-l. c., e un sonetto presso il Trucchi, _Poesie italiane inedite_, II,
-p. 118:
-
- Stan le città lombarde con le chiave
- In man per darle a voi... ecc.
- Roma vi chiama: Cesar mio novello,
- Io sono ignuda et l'anima pur vive;
- Or mi coprite col vostro mantello ecc.
-
-[25] Corio, fol. 302 e segg. Cfr. Ammian. Marcellin. XXIX, 3.
-
-[26] Così Paolo Giovio: _Viri illustr., Jo. Galeatius, Philippus_.
-
-[27] De Gingins: _Dépêches des ambassadeurs milanais_, II, pag. 200 (N.
-213). Cfr. II, 3 (N. 114) e II, 212 (N. 218).
-
-[28] Paul. Jovius, _Elogia_.
-
-[29] Questa riunione di forze e d'ingegno è quella che da Machiavelli
-vien detta virtù, e ch'egli trova compatibile anche con la
-scelleratezza, come per esempio nei Discorsi, I, 10, dove parla di
-Settimo Severo.
-
-[30] Intorno a ciò veggasi Francesco Vettori, _Arch. Stor. VI, pag_.
-293 e segg. _L'investitura fatta da un uomo che dimora in Germania
-e che d'imperatore romano non ha che il nome, non ha la forza di
-trasformare un ribaldo in vero signore di una città_.
-
-[31] M. Villani, IV, 38, 39, 56, 77, 78, 92; V, 1, 2, 21, 36, 54.
-
-[32] Fu un italiano, Fazio degli Uberti (_Dittamondo_ L. VI, cap.
-5, intorno all'anno 1360) che avrebbe preteso da Carlo IV un'altra
-crociata in Terra Santa. Il passo è uno dei più belli del poema ed
-anche sotto altri punti di vista notevole. Il poeta viene allontanato
-dal Santo Sepolcro da un burbanzoso turcomanno:
-
- Coi passi lunghi e con la testa bassa
- Oltrepassai e dissi: ecco vergogna
- Del crïstian che 'l saracin qui lassa!
- Poscia al pastor (il papa) mi volsi per rampogna:
- E tu ti stai, che sei Vicar di Cristo,
- Co' frati tuoi a ingrassar la carogna?
- Similimente dissi a quel sofisto (Carlo IV),
- Che sta in Buemme a piantar vigne e fichi,
- E che non cura di sì caro acquisto:
- Che fai? perchè non segui i primi antichi
- Cesari de' Romani, e che non siegui,
- Dico, gli Otti, i Corradi e i Federichi?
- E che pur tieni questo imperio in triegui?
- E se non hai lo cuor d'esser Augusto,
- Che no 'l rifiuti? o che non ti dilegui? ecc.
-
-[33] Più distesamente in Vespasiano fiorentino, pag. 54. Cfr. 150.
-
-[34] _Diario ferrarese_, presso Muratori, XXIV, col. 213 e segg.
-
-[35] _Haveria voluto scortigare la brigata_.
-
-[36] _Annales Estenses_, presso Murat. XX, col. 41.
-
-[37] Poggii, _Hist. florent. pop._ l. VII, presso Muratori, XX, col.
-381.
-
-[38] Senarega, _De reb. Genuens._, presso Murat. XXIV, col. 575.
-
-[39] Sono numerati nel _Diario ferrarese_, presso Murat. XXVI, col 203.
-Cfr. _Pii II Comment. II_, pag. 102.
-
-[40] Marin Sanudo, _Vite de' Duchi di Venezia_, presso Murat. XXII,
-col. 1113.
-
-[41] Varchi, _Stor. fiorent._ I, p. 8.
-
-[42] Soriano, _Relaz. di Roma_ 1533, presso Tommaso Gar. _Relazione_,
-pag. 281.
-
-[43] Per ciò che segue conf. Canestrini nella _Introduzione_ al tom. XV
-dell'_Arch. Stor._
-
-[44] Cagnola, Arch. Stor. III. pag. 28: _et (Filippo Maria) da lei
-(Beatr.) ebbe molto texoro e dinari, e tutte le giente d'arme del dicto
-Facino, che obedivano a lei._
-
-[45] Infessura, presso Eccard, _Scriptor._ II, col. 1911. L'alternativa
-che Machiavelli pone al condottiero vittorioso, veggasi nei _Discorsi_.
-I, 30.
-
-[46] Se essi abbiano avvelenato anche l'Alviano nel 1516 e se sieno
-giusti i motivi addotti per ciò, veggasi uno scritto di G. Prato
-inserito nell'_Arch. Stor. III_, pag. 348. — Dal Colleoni la Repubblica
-si fece nominare sua erede, e dopo la sua morte avvenuta nel 1475
-ordinò una formale confisca di tutti i suoi beni. Cfr. Malipiero,
-_Annali veneti_ nell'_Arch. Stor. VII_, I, p. 224. Essa si mostrava
-assai soddisfatta, quando i condottieri depositavano il loro danaro in
-Venezia. _Ibid_. pag. 351.
-
-[47] Cagnola, nell'_Arch. Stor._ III, pag. 121 e segg.
-
-[48] Almeno presso Paolo Giovio nella sua _Vita magni Sfortiae (Viri
-illustres)_, una delle più interessanti fra le sue biografie.
-
-[49] Aen. Sylvius: _De dictis et factis Alphonsi_, op. fol. 475.
-
-[50] Pii II _Comment._ I. p. 46. Cfr. 69.
-
-[51] Sismondi X, pag. 258. Corio, fol. 412, dove lo Sforza è detto
-complice, perchè dalla guerresca popolarità del Piccinino temeva
-pericoli pe' suoi propri figli. — _Storia Bresciana_ presso Muratori
-XXI, col 902 — Come si tentò nel 1466 il gran condottiere veneziano
-Colleoni, ci è raccontato da Malipiero, _Annali veneti_, nell'_Arch.
-Stor._ VII, I, pag. 210.
-
-[52] Allegretti, _Diarii Sanesi_, presso Murat. XXIII, pag. 811.
-
-[53] _Orationes Philelphi_, fol. 9, nell'orazione funebre per Francesco.
-
-[54] Marin Sanudo, _Vite de' duchi di Venezia_, presso Murat. XXII,
-col. 1241.
-
-[55] Malipiero, _Annali veneti_, nell'_Arch. Stor._ VII, I, pag. 407.
-
-[56] _Chron. Eugubinum_, presso Muratori XXI, col. 972.
-
-[57] Vespasiano fiorent. pag. 148.
-
-[58] _Arch. Stor_. XXI, parte I e II.
-
-[59] Varchi, _Storia fiorent_. I. pag. 242 e segg.
-
-[60] Malipiero, _Annali veneti, Arch. Stor. VII_, I. pag. 498.
-
-[61] Lil. Greg. Gyraldus, _De vario sepeliendi ritu_. — Ancor nel 1470
-era avvenuta in questa casa una catastrofe in piccolo. Cfr. _Diario
-ferrarese_, presso Murat. XXIV. col. 225.
-
-[62] Jovian. Pontan. _De liberalitate_ e _de obedientia_, l. 4. Cfr.
-Sismondi X. pag. 78 e segg.
-
-[63] Tristano Caracciolo: _De varietate fortunae_, presso Murat. XXII.
-— Jovian. Pontan. _De prudentia_, l. IV, _de magnanimitate_, l. I, _de
-liberalitate, de immanitate_. — Camillo Porzio, _Congiura de' Baroni_,
-passim. — Comines, _Charles VIII_, chap. 17, colla caratteristica
-generale degli Aragonesi.
-
-[64] Paul. Jov. _Histor_. I. p. 14, nel discorso di un inviato
-milanese. _Diario ferrarese_, presso Murat. XXIV, col. 294.
-
-[65] Petri Candidi Decembrii _Vita Phil. Mariae Vicecomitis_, presso
-Murat. XX.
-
-[66] Furono ordinate da lui le 14 statue marmoree di Santi nel castello
-di Milano? — _Historia der Frundsberge_, fol. 27.
-
-[67] Ciò che lo angustiava era che _aliquando «non esse» necesse esset._
-
-[68] Corio, fol. 400; — Cagnola nell'_Arch. stor._ III. p. 125.
-
-[69] Malipiero, _Annali veneti, Arch. Stor._ VII, I, p. 216, 221.
-
-[70] _Chron. venetum_, presso Murat., XXIV, col. 65.
-
-[71] Malipiero, _Ann. veneti_, (_Arch. Stor._, VII, I, p. 492). Cfr.
-481, 561.
-
-[72] Il suo ultimo colloquio con lo stesso, genuino e notevole, presso
-Senarega, Murat. XXIV, col. 567.
-
-[73] _Diario ferrarese_, presso Murat., XXIV, col. 336, 367, 369. Il
-popolo credeva, che temesse pe' suoi tesori.
-
-[74] Corio, _fol._ 448. Gli effetti di questo stato di cose possono
-vedersi nelle _Novelle_ e _Introduzioni_ del Bandello, che si
-riferiscono a Milano.
-
-[75] Amoretti, _Memorie storiche sulla vita ecc. di Lionardo da Vinci_,
-pag. 35 e segg., 83 e segg.
-
-[76] Vedi i di lui sonetti presso Trucchi, _Poesie inedite_.
-
-[77] Prato, nell'_Arch. Stor._, III, p. 298. Cfr. 302.
-
-[78] Nato nel 1466, fidanzato ad Isabella sedicenne nel 1480, successe
-nella signoria nel 1484, si sposò nel 1490, morì nel 1519. Isabella
-morì nel 1539. I loro figli erano Federigo (1519-1540), innalzato a
-duca nel 1530, e il celebre Ferrante Gonzaga. Ciò che segue è tolto
-dalla corrispondenza di Isabella, con appendici, _Arch. Stor. Append._,
-tom. II, comunicate dal D'Arco.
-
-[79] Franc. Vettori, nell'_Arch. Stor., Append._, t. VI, p. 321. —
-Intorno a Federigo in particolare veggasi Vespasiano fiorent. p. 132 e
-segg.
-
-[80] Castiglione, _Cortegiano_, L. I.
-
-[81] Ciò che segue, specialmente dagli _Annales Estenses_ presso
-Muratori, XX, e dal _Diario ferrarese_, presso Muratori XXIV.
-
-[82] _Diario ferrarese_ l. c, col. 347.
-
-[83] Paul. Jovius: _Vita Alphonsi ducis_ nei _Viri illustres_.
-
-[84] Paul. Iovius, l. c.
-
-[85] Borso edificò tuttavia, tra le altre costruzioni, la Certosa
-di Ferrara, la quale può sempre dirsi una delle più belle Certose
-dell'Italia d'allora.
-
-[86] In questa occasione è da menzionare anche il viaggio di Leon
-X, quand'era cardinale. Cfr. Paul. Iovii _Vita Leonis X_, libr. I.
-L'intendimento era meno serio e il viaggio era diretto a procurargli
-una distrazione e una conoscenza generale del mondo, proprio nel senso
-moderno. Ma nessuno d'oltr'alpe viaggiava allora con tali scopi.
-
-[87] Iovin. Pontan. _De liberalitate_.
-
-[88] Giraldi, _Hecatommithi_, VI, nov. I.
-
-[89] Vasari, XII, 166. _Vita di Michelangelo_.
-
-[90] Un primo esempio se ne ha in Bernabò Visconti, pag. 18.
-
-[91] V. _Capitolo 19_, e nelle _Opere minori_, ed. Le Monnier, volume
-I pag. 425, col titolo _Elegia_ 17. Senza dubbio al poeta diciannovenne
-la causa di questa morte (v. pag. 62) era ignota.
-
-[92] Negli _Hecatommithi_ del Giraldi trattasi di Ercole I, Alfonso I,
-Ercole II nel l. I. _Nov_. 8 e nel VI, _Nov._ 1. 2. 3. 4 e 10, il tutto
-essendo ancor vivi i due ultimi. — Anche nel Bandello si hanno molte
-narrazioni riguardanti principi suoi contemporanei.
-
-[93] Fra le altre nelle _Deliciae poetar. italor._
-
-[94] Già menzionato ancora nel 1367, parlando di Niccolò il Vecchio,
-nel _Polistore_, presso Murat. XXIV. col. 848.
-
-[95] Burigozzo, nell'_Arch. Stor._ III. p. 432.
-
-[96] Discorsi, I, 17.
-
-[97] _De incert. et vanitate scientiar._ cap. 53.
-
-[98] Prato, nell'_Arch. Stor._ III. p. 211.
-
-[99] _De casibus virorum illustrium_. L. II. cap. 15.
-
-[100] _Discorsi_, III, 6. — Cfr. _Storie fiorent._ L. VIII. — La
-descrizione delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani
-sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che per lo
-meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro contemporaneo
-del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina dai Saraceni,
-operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi chiamato (presso Baluz.
-_Miscell_. I, p. 184), offre l'occasione ad un racconto abbastanza
-caratteristico di questo genere (1060); per tacere anche del colorito
-drammatico, che si diede ai racconti del Vespro siciliano. La medesima
-tendenza si scorge notoriamente negli storici greci.
-
-[101] Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.
-
-[102] Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il motivo
-sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato ancora
-all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3.
-
-[103] Corio, fol. 422. — Allegretto, _Diari sanesi_, presso Muratori
-XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.
-
-[104] Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio,
-un periodo come il seguente: «_quisque nostrum magis socios potissime
-et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos se
-facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul magis noctu edere,
-vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc._».
-
-[105] Vasari, III, 251. Nota alla _vita del Donatello_.
-
-[106] _Inferno_, XXXIV, 64.
-
-[107] Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, _Arch.
-Stor._ I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., _Vita Leonis X_, L. III, nei _Viri
-illustres_.
-
-[108] Presso Roscoe, _Vita di Lorenzo de' Medici_, vol. IV, _Appendice_
-12. — Cfr. anche la Relazione, _Lettere di Principi_ (edizione Venez.
-1577) III. fol. 162 e segg.
-
-[109] Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, _Vita di Ant.
-Giacomini_, pag. 18.
-
-[110] _Genetliacon_, ne' suoi _Carmina_. — Cfr. Sansovino, _Venezia_,
-fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, _Monum_.
-IX, p. 5, 6, pone l'occupazione delle isole al tempo dei Longobardi, e
-quella di Rialto espressamente più tardi.
-
-[111] _De situ venetae urbis_.
-
-[112] Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove
-costruzioni dei primi anni del secolo XVI.
-
-[113] Benedetto: _Charolus VIII_. presso Eccard. _Scriptores_, II, col.
-1597, 1601, 1621. — Nel _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV, col. 26,
-sono enumerate le virtù politiche dei veneziani: _bontà, innocenza,
-zelo di carità, pietà, misericordia_.
-
-[114] Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. _Erasmi
-Colloq._ ed. Tigur, 1553, pag. 215, _miles et carthusianus_.
-
-[115] _Epistolae_, lib. V, fol. 28.
-
-[116] Malipieri, _Annali veneti_, nell'_Arch. stor._ VII, I, p. 377,
-431, 481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — _Chron. venetum_, presso
-Murat. XXIV, col. 57. — _Diario ferrarese_, ibid. col. 240.
-
-[117] Malipiero, nell'_Arch. Stor_. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713 e
-I, 535.
-
-[118] Marin Sanudo, _Vite de' Duchi_, Murat. XXII, col. 1194.
-
-[119] _Chron. venetum_, Murat. XXIV, col. 105.
-
-[120] _Chron. venetum_, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero
-l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo
-dell'ammiraglio Antonio Grimani.
-
-[121] _Chron. venetum_, l. c. col. 166.
-
-[122] Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere
-in Marin Sanudo, _Vite de' Duchi_, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno
-1426), col. 1088 (dell'anno 1440), presso Corio, fol. 435-438 (del
-1483), presso Guazzo, _Historie_, fol. 151 e segg.
-
-[123] Guicciardini (_Ricordi_, n. 150) forse nota pel primo che il
-desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del
-proprio interesse.
-
-[124] Malipiero, l. c. VII, I, p. 328.
-
-[125] Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo è
-un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel _Manipulus florum_
-(presso Murat. XI, 711 e segg.) dell'anno 1288. Esso enumera le porte
-delle case, la popolazione, gli uomini atti alle armi, le logge dei
-nobili, le fontane, i forni, le taverne, le botteghe de' macellai,
-i pescatori, il consumo del grano, i cani, gli uccelli da caccia,
-i prezzi delle legne, del fieno, del vino e del sale, — ed inoltre
-i notai, i medici, i maestri di scuola, i copisti, gli armaiuoli, i
-maniscalchi, gli spedali di corte, i conventi, le fondazioni pie e le
-corporazioni ecclesiastiche. — Un altro, forse più antico, può vedersi
-nel _Liber de magnatibus Mediolani_, presso Heinr. de Hervordia, ed.
-Potthast. p. 165. — Cfr. anche la statistica di Asti dell'anno 1280,
-presso Ogerius Alpherius (Alfieri), _De gestis Astensium, Hist. patr.
-Monumenta, Scriptorum_ t. III, col. 684 e segg.
-
-[126] Specialmente Marin Sanudo nelle _Vite de Duchi di Venezia_,
-Murat. XXII, passim.
-
-[127] Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio
-è riportato da Scherer, _Allgem. Geschs. des Welthandels_, I, 326, in
-nota.
-
-[128] Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non quelle
-soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime però
-rendevano talvolta moltissimo. Cfr. Vasari XIII, 83, _Vita di Jac.
-Sansovino_.
-
-[129] Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490 si
-ha alla col. 1245.
-
-[130] Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano Paolo
-II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli umanisti.
-Platina, _Vita Pauli_, p. 323.
-
-[131] Sanudo, l. c. col. 1167.
-
-[132] Sansovino, _Venezia_, l. XIII.
-
-[133] Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast).
-
-[134] Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla
-Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di Santa
-Giustina di Padova, che credevano di possederlo, e l'autorità papale
-dovette decidere. Cfr. Guicciardini (_Ricordi_, n. 401).
-
-[135] Sansovino, _Venezia_, lib. XII.
-
-[136] Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per la
-Divina Commedia.
-
-[137] Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470, v.
-pag. 554.
-
-[138] _Purgatorio_, VI, sulla fine.
-
-[139] _De Monarchia_, L. I.
-
-[140] _Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte._ Come egli
-volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi la
-lettera a pag. 35, durante il conclave di Carpentras del 1314.
-
-[141] Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso il
-Baluz. _Miscell._ IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato.
-Anche qui la stessa attività generale: _non est dives aut pauper in ea_
-(civitate), _qui de arte certa se nutrire non valeat et suos_.
-
-[142] Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.
-
-[143] Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.
-
-[144] Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il
-Machiavelli, _Stor. fiorent._, lib. II.
-
-[145] Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una bianca
-per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.
-
-[146] In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari
-guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.
-
-[147] Matteo Villani, III, 103.
-
-[148] Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della
-peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul
-principio del _Decamerone_.
-
-[149] Giov. Villani, X, 164.
-
-[150] _Ex annalibus Ceretani_, presso Fabroni, _Magni Cosmi Vita_, ad
-not. 34.
-
-[151] _Ricordi di Lorenzo_, presso Fabroni, _Laur. Med. magnifici
-Vita_, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, _Elog. Cosmus_.
-
-[152] _Di Benedetto Dei_, presso Fabroni, _ibid. adnot._ 200.
-L'indicazione del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto
-finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può
-vedersi in Roscoe, _Vita di Lor. de' Medici_, vol. II, append. 1.
-
-[153] Per es. nell'_Arch. Stor._, IV.
-
-[154] Libri, _Hist. de sciences mathématiques_, II, 162 e segg.
-
-[155] Varchi, _Storie fiorentine_, III, p. 56 e segg. sulla fine del
-lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo essere
-derivati da sviste di copisti o tipografiche.
-
-[156] Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale
-io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni dati
-sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni si
-lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente i
-documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro, e lo scudo
-d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso, da undici a
-dodici franchi della nostra moneta.
-
-In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476) con 170,000
-ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII, II, p. 666).
-
-Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino, con 200,000
-ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani (Gasp. veronens.
-_Vita Pauli JI_, presso Murat., III, II, col. 1027). Altrove si hanno
-dati favolosi.
-
-Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione di
-suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante gli si
-attribuiscono 100,000 ducati (_Chron. venetum,_ Muratori, XXIV, col.
-125).
-
-Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia veggasi
-specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg., (Notizia del
-1498).
-
-Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città che passano
-per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile, perchè attestata
-da un Franc. Vettori: veggasi la di lui _Storia_, nell'_Arch. Stor._,
-append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34 e 42, fa menzione
-del più ricco mercante genovese del suo tempo, Ansaldo Grimaldi.
-
-Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore del
-danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis).
-
-In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani alla
-metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come di 3
-ad 8 (_Sacco di Piacenza_, nell'_Arch. Stor._, append., tom. V; nota
-dell'editore Scarabelli).
-
-In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano da
-50 a 60,000 ducati. (_Diario ferrarese_, Murat., XXIV, col. 207, 214,
-218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187).
-
-Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono se non
-a conclusioni approssimative. Di questo genere sono quei prestiti, che
-figurano fatti da una sola o da poche case, ma che in fatto procedevano
-da grandi compagnie, e tali sono altresì quelle enormi contribuzioni
-imposte ai partiti che soggiacevano, come, per esempio, quelle che
-dall'anno 1430 al 1453 furono pagate da settantasette famiglie per
-l'ammontare di 4,875,000 fiorini d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.).
-
-L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui morte
-(1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo e Lorenzo
-l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440), ben 235,137
-(Fabroni, _Laur. Medic._, adnot. 2).
-
-Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa
-testimonianza, per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le
-quarantaquattro botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio,
-rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. _Vita di
-Taddeo Gaddi_). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze,
-_Florence et ses vicissitudes_, vol. II) è pieno di dati, i quali però
-non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e il
-meschino valore del danaro.
-
-Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano da
-tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi
-affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli averi
-dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520
-una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (_Lettere
-pittoriche_, I, append. 48).
-
-[157] Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo il
-Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni giudizio sulla
-loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole (di Gino
-Capponi) nell'_Arch. Stor_., I, p. 315 e segg. — Le lodi tributate
-a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle che principalmente
-provocarono una reazione (Sismondi, _Histoire des républiques
-italiennes_, fra molti altri).
-
-[158] Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti
-lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. _Arch. Stor_., Append. tom. II, p.
-176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle dal secolo
-XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato dispotico, è noto
-universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia de' Visconti nel
-1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia superiore col rifiutare
-ricisamente una federazione di città con parità di diritti. Cfr. Corio,
-fol. 358 e segg.
-
-[159] Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò
-sul modo di attuare una costituzione come segue: _le sedici compagnie
-della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri scegliere
-i quattro migliori, e da questi la Signoria l'ottimo!_ — Ma le cose poi
-andarono diversamente, e precisamente per l'influenza stessa del Frate.
-
-[160] Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, dopo la
-cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.
-
-[161] Machiavelli, _Storie fiorent_., lib. III. «_Un savio dator delle
-leggi_» poteva salvar Firenze.
-
-[162] Varchi, _Storie fiorent_., I, p. 210.
-
-[163] _Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze_, nelle _Opere
-minori_, p. 207.
-
-[164] La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in
-Montesquieu.
-
-[165] Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il
-giudizio spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione
-e sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, _Lettere di
-Principi_, III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577).
-
-[166] _Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer_, p. 701. — In modo
-simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.
-
-[167] Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto moderna
-ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti del 1535.
-V. Della Valle, _Lettere Sanesi_, III, p. 317. — Un certo numero di
-merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi di Machiavelli,
-pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre magistrature romane
-contro il mal governo dei nobili e della burocrazia.
-
-[168] Pierio Valeriano, _De infelicit. literator_., parlando di
-Bartolommeo Della Rovere.
-
-[169] Senarega, _De reb. genuens_., presso Murat. XXIV, col. 548.
-Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. V.
-il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione
-dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, _Archivio Stor._ III,
-p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro e (più tardi)
-cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente dal quadro generale
-delle condizioni italiane.
-
-[170] Baluz. _Miscell_., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.
-
-[171] Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, _Stor. fiorent._ I, 57.
-
-[172] Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di
-Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria.
-Cfr. Malipiero, _Annali veneti, Arch. stor_. VII, 1, p. 216 e segg.
-In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente a Venezia,
-benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di qualche tiranno,
-mentre Firenze è costretta a tener soggette colla forza le vicine
-repubbliche avvezze alla libertà, come osserva Guicciardini (_Ricordi_,
-n. 29).
-
-[173] In modo affatto speciale in una _Istruzione_ dell'anno 1452 agli
-inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, _Cosmus adnot_. 107.
-
-[174] Comines, _Charles VIII, chap. 10:_ si riguardavano i francesi
-come _Santi_. — Cfr. chap. 17. — _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV,
-col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, _Cron. di Perugia, Arch. stor_. XVI,
-II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze.
-
-[175] Pii II _Commentarii_, X, p. 492.
-
-[176] Gingins, _Dépêches des ambassadeurs milanais_ etc. I, p. 26, 153,
-279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. Carlo
-si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di Orléans.
-
-[177] Niccolò Valori, _Vita di Lorenzo_.
-
-[178] Fabroni, _Laurentius magnificus, adnot_. 205 e segg. Perfino
-in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: _flectere si nequeam
-Superos, Acheronta movebo_, ma è sperabile che non intendesse alludere
-ai Turchi (Villari, _Storia di Savonarola_, II, p. 48 dei Documenti).
-
-[179] Per es. Giov. Pontano nel suo _Caronte_. Sulla fine egli aspetta
-uno Stato unitario.
-
-[180] Comines, _Charles, VIII, chap. 7_. — Come Alfonso cercasse in
-guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, ci è
-narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli è il
-vero predecessore di Cesare Borgia.
-
-[181] Pii II _Commentarii_, X, p. 492. — V. una fiorita lettera
-di Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore
-ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un
-libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso
-Baluz. _Miscell_. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse
-nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria.
-Cfr. Malipiero, _Ann. veneti. Arch. stor._ VII, I, 222. — Intorno a
-Boccalino vedi sopra a pag. 35.
-
-[182] Porzio, _Congiura de' Baroni_, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia
-avuto una mano è appena credibile.
-
-[183] _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.
-
-[184] Malipiero, l. c. p. 565, 568.
-
-[185] Trithem, _Annales Hirsaug. ad an_. 1490, tom. II, p. 535 e segg.
-
-[186] Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim
-a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che esisteva una
-corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro e Bajazet, anche se
-dovessero essere soppressi i documenti riportati da Burcardo.
-
-[187] Bapt. Mantuanus, _De calamitatibus temporum_, sulla fine del
-secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.
-
-[188] Tommaso Gar, _Relazioni della Corte di Roma_, I, p. 55.
-
-[189] Ranke, _Geschichten der romanischen und germanirchen Völker_. —
-L'opinione del Michelet (_Réforme_, p. 467), che i Turchi avrebbero
-finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade affatto. —
-Forse per la prima volta la missione riserbata alla Spagna trovasi
-indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami nel 1510 tenne alla
-presenza di Giulio II, per festeggiare la presa di Bugia operata dalla
-flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. _Anecdota litteraria_, II, p.
-149.
-
-[190] Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo
-Sforza, fol. 329.
-
-[191] Nic. Valori. _Vita di Lorenzo_. — Paul. Jovius, _Vita Leonis X_,
-L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non senza
-rettorica.
-
-[192] Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva e
-giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna anche
-tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente
-con Angelo Catto.
-
-[193] Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.
-
-[194] Presso Villari, _la Storia di G. Savonarola_, vol. II, p. XLIII
-dei _Documenti_, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere
-politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente
-presso il Baluzio, _Miscellanea_, ed. Mansi, vol. I.
-
-[195] Pii II _Commentarii_, L. IV, p. 190 ad a. 1459.
-
-[196] Paul. Jovius, _Elogia_. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino,
-_che si sarebbe vergognato_ di tollerare nella sua biblioteca un libro
-stampato. Cfr. Vespas. fiorent.
-
-[197] Porcellii _Commentaria Jac. Piccinini_ presso Murat. XX. Una
-continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.
-
-[198] Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende
-il vecchio Africano.
-
-[199] Simonetta, _Hist. Franc. Sfortiae_, presso Murat. XXI, c. 630.
-
-[200] Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, _parte I_,
-nov. 40.
-
-[201] Cfr. per es. _De obsidione Tiphernatium_ nel 2.º volume dei
-_Rer. ital. scriptores ex codd. florent._, col. 690. Avvenimento molto
-caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault
-con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III, p. 25.
-— Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è raccontato
-dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro il duello in
-generale. _Sept. Decretal._ V, tit. 17.
-
-[202] I particolari nell'_Arch. Stor. Append. T. V._, ed in una lettera
-presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello Sforza
-sono rappresentate come una delle più terribili orde di mercenari, che
-sieno mai state.
-
-[203] Una volta per sempre rimandiamo qui alla _Storia dei Papi_ di
-Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim _Sull'origine e lo sviluppo dello
-Stato della Chiesa_.
-
-[204] Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze
-veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni
-ecclesiastiche di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e
-segg.) e J. Manetti _Vita Nicolai V_ (Murat. III, II, col. 923). —
-Sugli omaggi resi a Pio II, v. _Diario ferrarese_ (Murat XXI. col.
-205), e Pii _Comment_. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562.
-Anche assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa.
-— Le grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta
-importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV,
-che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale (Jac.
-Volaterranus, _Diarium_, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza
-notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della benedizione
-e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481 non volle dar
-la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono maledizioni e
-imprecazioni (Ibid. col. 133).
-
-[205] Machiavelli, _Scritti minori_, pag. 142, nel noto Discorso
-sulla catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i
-francesi si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr.
-presso Paul. Jov., _Vita Leonis X_ (L. II) la scena che precedette la
-battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo di
-ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa, che ne
-pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che fecero i
-Francesi a Milano.
-
-[206] Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, i
-quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo
-la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti
-di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero
-imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II, col.
-1893) e dal Platina, pag. 317 ec.
-
-[207] L. B. Alberti: _De Porcaria conjuratione_, presso Murat. XXV,
-col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: _omnem pontificiam turbam
-funditus extinguere_. L'autore conclude: _video sane, quo stent loco
-res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse omnia
-conducat_.... Egli li chiama _extrinsecos impulsores_, e crede che il
-Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche le
-idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle di Cola di
-Rienzo.
-
-[208] _Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris....
-Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, pater
-ecclesiae_ etc.
-
-[209] Pii II, _Commentarii_, IV, pag. 208 e segg.
-
-[210] Platina, _Vitae Paparum_, p. 318.
-
-[211] Battista Mantovano, _De calamitatibus temporum_, L. III. L'arabo
-vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: _venalia
-nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes, thura,
-preces, coelum est venale, Deusque_.
-
-[212] Si veggano, per es., gli _Annales Placentini_, presso Murat. XX,
-col. 943.
-
-[213] Corio, _Storia di Milano_, fol. 416-420. Pietro aveva già
-aiutato a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso
-Eccard, _Scriptores_, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato
-profetizzato, che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto
-nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data
-presso Baluz. _Miscell_. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. _Stor.
-fiorent_. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo è
-che i motivi non sarebbero loro mancati.
-
-[214] Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127),
-incorporare l'Apulia _come feudo devoluto a S. Pietro_.
-
-[215] Fabroni, _Laurentius magnif. adnot._ 130. Un referendario
-scriveva di ambedue:_ hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa
-corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo_.
-
-[216] Corio, fol. 450.
-
-[217] Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, _Laurentius
-magnif. adnot._ 217, e in estratto presso Ranke, _Die römischen
-Päpste_, I, p. 45.
-
-[218] E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò
-nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo
-faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua
-partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine
-e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar colle potenze
-estere veggasi a pag. 125.
-
-[219] Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, _Scriptores_, II,
-passim.
-
-[220] Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di
-Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu
-data in moglie al principe Alfonso.
-
-[221] Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla
-deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e
-precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto
-(_Charolus VIII_, presso Eccard _script_. II, col. 1584), Carlo,
-offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo nel
-nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea _de Italiae
-imperio deque pontificis statu mutando_, ma subito dopo l'avrebbe
-abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente Alessandro. Il
-Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari da questo tempo in
-avanti presso Pilorgerie, _Campagne et bulletins de la grande armée
-d'Italie 1494-1495_ (Paris, 1866 8.º), dove si discorre della gravità
-del pericolo, in cui si trovò più volte Alessandro (p. III, 117 ecc.).
-Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) Carlo non pensava a fargli
-alcun male.
-
-[222] Corio, fol. 550. — Malipiero, _Ann. veneti, Arch. stor._ VII,
-I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia
-intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un
-nipote viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato
-pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le persone
-addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui possono
-mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare maggiore di
-una chiesa di Murano.
-
-[223] Ciò presso il Panvinio (_Contin. Platinae_, p. 359): _insidiis
-Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre_.
-Testimonianza certo autentica, contro la quale hanno poco peso le
-asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa
-a Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro
-accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal
-Tevere, il Sannazzaro scrisse:
-
- Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,
- Piscaris natum retibus, ecce, tuum.
-
-[224] Machiavelli, _Opere_, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395,
-nella _Legazione al duca Valentino_.
-
-[225] Tommaso Gar, _Relazioni della Corte di Roma_, I, p. 12 nella
-_Relaz_. di P. Capello. Letteralmente è detto: _il Papa rispetta
-Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera che
-ella_ (la signoria di Venezia) _protegga il figliuolo e dice voler fare
-tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria nostra_. La
-parola suo non può riferirsi che a Cesare. Del resto delle incertezze
-cagionate dall'uso del pronome possessivo si ha un saggio nella
-questione oggidì ancor viva rispetto alle parole usate dal Vasari nella
-_Vita di Raffaello_: «_a Bindo Altoviti fece il ritratto suo_» ecc.
-
-[226] _Strottii poetae_, p. 19, nel poema sulla _Caccia_ di Ercole
-Strozza, _cui triplicem fata invidere coronam._ Poi anche nell'_Elegia_
-per la morte di Cesare, p. 31 e segg.: _speraretque olim solii decora
-alta paterni_.
-
-[227] Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: _affore Alexandri
-sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret_,
-ecc.
-
-[228] Ibid: _sacrumque decus majora parantem deposuisse_.
-
-[229] Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una principessa
-francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma in qualche
-modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia. Non si sa s'egli
-abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio, quantunque
-(secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse calcolare sopra una
-prossima morte del padre.
-
-[230] Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente
-su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: inoltre
-non si poteva prescindere dall'assenso della Francia.
-
-[231] Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, _Cronaca di
-Perugia, Arch. stor. XVII_. II, p. 137 e 221: _egli voleva che i suoi
-soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che in tempo di
-pace guadagnavano più ancora, che in tempo di guerra_.
-
-[232] Così Pierio Valeriano, _De infelicitate literator_., parlando di
-Giovanni Regio.
-
-[233] Tommaso Gar, l. c. p. 11.
-
-[234] Paulus Jovius, _Elogia, Caesar Borgia_. — Nei _Commentarii
-urbani_ di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una
-caratteristica di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia
-molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: _Roma.... nobilis jam
-carnificina facta erat_.
-
-[235] _Diario ferrarese_, presso Murat. XXIV, col. 362.
-
-[236] Paul. Jovius, _Historiar_. II, fol. 47.
-
-[237] Panvinius, _Epitome pontificum_, p. 359. Il tentativo
-d'avvelenamento contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. —
-Secondo Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez,
-cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i
-segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, _Röm. Päpste_, I, p. 52, nota)
-anche il cardinale di Verona.
-
-[238] Prato, _Arch. stor. III_. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso
-il Baluz. _Miscell_. IV, p. 518 e segg.
-
-[239] Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. _Chron. venetum_,
-presso Murat. XXIV, col. 133.
-
-[240] Anshelm, _Berner Chronik_, III, pag. 146-156. — Trithem. _Annales
-Hirsaug_. II, 579, 584, 586.
-
-[241] Panvin., _Cont. Platina_e, p. 341.
-
-[242] Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati ancor
-vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.
-
-[243] In onta all'asserzione del Giovio (_Vita Alphonsi ducis_), resta
-sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre
-Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia
-aragonese, che n'era stata cacciata.
-
-[244] Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, _Leone X_ ed.
-Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel luglio
-del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto morto, le
-menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo Colonna ed
-Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al Campidoglio il
-popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo della tirannia papale,
-_a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione_, come narra il
-Guicciardini nel L. X.
-
-[245] _Septimo decretal_. l. I, t. 3, cap. 1-3.
-
-[246] Franc. Vettori, nell'_Arch. stor_. VI, 297.
-
-[247] Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. _Chronicon Citicense_)
-che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine de'
-Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso pure, ne
-pagò 30,000.
-
-[248] Franc. Vettori, l. c. p. 301.-_-Arch. stor. Appen. I_, p. 293 e
-segg. — Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso Gar,
-l. c. p. 42.
-
-[249] Ariosto, _Satire_, VI, vs. 106:
-
- Tutti morrete ed è fatal che muoja
- Leone appresso. . . . . . . . . . .
-
-[250] Una combinazione di questa specie può vedersi in un _Dispaccio_
-del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle _Lettere de' principi_
-I, 56.
-
-[251] Franc. Vettori, l. c. p. 333.
-
-[252] Presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi
-una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. Egli teme che
-ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, _et in te bellum a nostrae
-religionis hostibus ante audias geri, quam parari_.
-
-[253] _Lettere de' principi_, I, Roma, 17 marzo 1523: _questo Stato
-sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che noi non
-dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini dell'oceano.
-Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di questa spirituale
-monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo spacciati_. — Se Adriano
-sia stato avvelenato o no, non si può ricavar con certezza da Blas
-Ortiz, _Itinerar. Hadriani_ (Baluz, _Miscell. ed. Mansi_, I, p. 386
-e segg.); tutto il male sta in questo che l'opinione pubblica lo
-supponeva.
-
-[254] Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, 11 aprile
-1527.
-
-[255] Varchi, _Stor. fiorent._ I, 43, 46 e segg.
-
-[256] Paul. Jovius: _Vita Pomp. Columnae_.
-
-[257] Ranke: _Deutsche Geschichte_, II, 375 e segg.
-
-[258] Varchi, _Storie fiorent_. II, 43 e segg.
-
-[259] Ibid., e Ranke, _Deutsche Geschichte_ II, p. 394, nota. Si
-credeva che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.
-
-[260] V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre
-1527, negli _Anecd. litterar._ IV, pag. 335.
-
-[261] _Lettere de' principi_, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10
-dicembre 1527.
-
-[262] Tommaso Gar, _Relaz. della Corte di Roma_, I, 1527.
-
-[263] I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, ma i
-Caraffa non vi riuscirono.
-
-[264] Petrarca, _Epist. fam._ I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio
-di esser italiano. Inoltre l'_Apologia contra cujusdam anonymi Galli
-calumnias_, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg.
-
-[265] Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed
-altri nel I vol. degli _Scriptores_ dello Scardio; ai quali sono
-da aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (_Hist.
-Svevorum_), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (_Germaniae
-exegesis_, 1518).
-
-[266] Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad un
-inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa nel 1496,
-presso il Malipiero, _Ann. veneti, Arch. stor_. VII, I, p. 427.
-
-[267] Si notino le espressioni _uomo singolare, uomo unico_ per
-esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale.
-
-[268] In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda prevalente
-nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi a modo proprio.
-Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: _contro alle nuove foggie_, nelle
-_Rime pubbl. dal Poggiali_, p. 52.
-
-[269] Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre
-osservazioni, fa il seguente confronto: «_ils (les Italiens) ont plus
-communement des belles femmes, et moins des laides que nous; mais
-des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à pair. Et
-(je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune façon ils en
-ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est sans comparaison
-plus rare: d'âmes singulières et du plus hault estage, nous ne leur
-en debvons rien_». (_Essais_, L. III, chap. 5, vol. III, p. 367
-dell'edizione di Parigi del 1816).
-
-[270] Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella delle
-loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre famiglie
-regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle _Clarae
-mulieres_ di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna Malatesta,
-Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda d'Este, e
-delle più importanti donne della famiglia Sforza. Fra esse c'è più
-d'una _virago_, cui non manca nemmeno l'ultimo perfezionamento della
-individualità, una elevata cultura umanistica.
-
-[271] Franco Sacchetti nel suo _Capitolo_ (_Rime pubb. dal Poggiali)_
-pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini
-ragguardevoli dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. Per
-quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme
-è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio
-dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani veggasi più
-innanzi.
-
-[272] _Trattato del governo della famiglia._ È stata messa innanzi
-una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera
-dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, ed.
-Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.
-
-[273] _Trattato_, p. 65 e seg.
-
-[274] Jov. Pontanus, _De fortitudine_, L. II. Sessant'anni più tardi
-Cardano (_De vita propria_, cap. 32) poteva chiedere amaramente: _quid
-est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos imbelles
-timidos, et qui plerumque sunt innoxii?_
-
-[275] _De vulgari eloquio_, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana
-ideale, _cap. 17_. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma
-anche il grido dell'esule nel celebre passo del _Purg. VIII_, 1 e segg.
-e _Parad. XXV_, 1.
-
-[276] _Dantis Alligherii Epistolae_, ed. Carolus Witte, p. 65.
-
-[277] Ghiberti, _Secondo commentario_, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier,
-I, p. XXIX).
-
-[278] _Codri Urcei vita_, in principio delle sue opere. — Veramente
-ciò confina col detto: _ubi bene, ibi patria_. — Le compiacenze
-morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a tutti
-gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. Del
-resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si scoprono
-nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde altrettanto in
-Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a detta di Niebuhr, non
-era un buon cittadino, e Senofonte ancor meno: Diogene si compiaceva
-addirittura del suo cosmopolitismo e si diceva egli stesso ἄπολις, come
-si legge in Laerzio.
-
-[279] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 16.
-
-[280] Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di
-Beatrice disegnò sopra una tavoletta (_Vita nuova_, p. 61), potrebbero
-essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da dilettante.
-Leonardo Aretino dice, che egli disegnava _egregiamente_ e che amava
-grandemente la musica.
-
-[281] Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano
-fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura
-fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi la bella e
-istruttiva _Vita Jannottii Manetti_ (nato nel 1396) presso Murat. XX.
-
-[282] Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica
-di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, _Leone X_, ed.
-Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle _Opere_ del conte Perticari, Milano,
-1823, v. II.
-
-[283] Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento a ciò
-Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al tempo stesso
-maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano Socini, se si
-presta fede alla caratteristica che ne dà Enea Silvio (_Opera_, p. 622,
-Epist. 112).
-
-[284] Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, _Literaturgesch. der Araber_, I,
-_Introduz_. p. 51.
-
-[285] _Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum elegantia,
-id prope divinum ducebat._
-
-[286] Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta
-sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181
-nota).
-
-[287] Nella sua opera _De re aedificatoria_, L. VIII, cap. 1, si trova
-una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: _si modo
-mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam rupem aut
-planitiem, modo nemus vallemque exhibebit_.
-
-[288] Un autore per molti, Flavio Biondo, _Roma triumphans_, L. V, p.
-117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date dagli
-antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo scritto
-di Cicerone _De gloria_, che il Petrarca possedeva, è andato perduto,
-come è noto universalmente.
-
-[289] Paradiso, XXV, sul principio: _Se mai continga_, ecc. Cfr.
-Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 49. _Vaghissimo fu d'onore e di pompa, e
-per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto_.
-
-[290] _De vulgari eloquio_, L. I, c. I. In modo specialissimo _De
-Monarchia_, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia, non
-solamente per essere utile al mondo, ma anche _ut palmam tanti bravii
-primus in meam gloriam adipiscar._
-
-[291] _Convito_, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6.
-
-[292] _Paradiso_, VI, 112 e seg.
-
-[293] Per esempio: _Inferno_, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127.
-
-[294] _Purgatorio_, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14.
-
-[295] _Purgatorio_, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano
-confusamente grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi
-della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa nella
-_Lettera di Giov. Pizinga_ (_Opere volgar_i), vol. XVI, _perpetuandi
-nominis desiderio_.
-
-[296] Scardeonius, _de urb. Patav. antiq_. (Graev, Thesaur. VI, III,
-col. 260). È incerto se si debba leggere _cereis, muneribus_, o per
-avventura _certis muneribus_. — L'individualità alquanto spiccata del
-Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la sua
-_Storia di Enrico VII_.
-
-[297] _Epistola de origine et vita_ ecc. al principio delle sue opere:
-_Franc. Petrarca posteritati salutem_. Certi critici moderni, che
-si scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero
-difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo, come lui.
-
-[298] Opera, p. 117: _De celebritate nominis importuna_.
-
-[299] _De remediis utriusque fortunae_, passim.
-
-[300] _Epist. seniles_, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca ce
-la dà, per esempio, Biondo Flavio (_Italia illustrata_, p. 416) cento
-anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non ne saprebbe
-di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca non l'avesse così
-spesso e con tanto affetto ricordato.
-
-[301] _Epist. seniles_, XIII, 3, p. 918.
-
-[302] Filippo Villani, Vite, p. 19.
-
-[303] L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale
-del Boccaccio: _Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di fuor sepolto
-a Certaldo giaccio_ ecc. — Cfr. _Opere Volgari_ di Boccaccio, vol. XVI,
-p. 44.
-
-[304] Mich. Savonarola, _De laudibus Patavii_, presso Murat. XXIV, col
-1157.
-
-[305] La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi
-presso Gay, _Carteggio_, I, pag. 123.
-
-[306] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 39.
-
-[307] Franco Sacchetti, Nov. 121.
-
-[308] La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda nel
-Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento
-nel 1411 v. Misson, _Voyage en Italie_, vol. I.
-
-[309] _Vita di Dante_, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi sarà
-stato trasportato a Parma il corpo di Cassio?
-
-[310] _Nobilitatis fastu_, ed anzi _sub obtentu religionis_, dice
-Pio II (_Comment. X_, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva
-dispiacere a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie.
-
-[311] Cfr. Keyssler, _Neueste Reisen_, p. 1016.
-
-[312] Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona.
-
-[313] Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: _De
-laudibus Papiae_ (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale,
-ma nessuna gloria speciale ancora.
-
-[314] _De laudibus Patavii_, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg.
-
-[315] _Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria dignos
-non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis sit consocia
-et pari emantur praetio_.
-
-[316] Nei _Casus virorum illustrium_ del Boccaccio solo il nono ed
-ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente ancor
-più tardi nei _Commentari urbani_ di Raffaele da Volterra il solo
-vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo secondo
-e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e imperatori. —
-Nell'opera _De claris mulieribus_ dell'agostiniano Jacopo Bergomense
-(intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor più la leggenda, ma
-poi seguono alcune preziose biografie di donne italiane. Presso lo
-Scardeonio, (_De urb. patav. antiq._ Graev. _Thesaur_. VI, III, col.
-405 e segg.) vengono nominate soltanto donne celebri padovane: prima
-una leggenda del tempo delle invasioni barbariche: poi alcune scene
-tragiche delle lotte dei partiti nei secoli XIII e XIV; poi alcune
-ardite eroine, fondatrici di conventi, politicanti, medichesse, una
-madre di molti ed illustri figli, una letterata, una contadinella, che
-muore per salvare la sua innocenza, e per ultimo la bella e colta donna
-del secolo XIV, per la quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e
-la novellatrice. Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane
-si avrebbe potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di
-casa d'Este, nell'Ariosto, _Orl. fur._ XIII.
-
-[317] _Viri illustres_ di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere
-più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente
-non potei consultare.
-
-[318] Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca
-l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. _Carmina
-Burana_, p. 76.
-
-[319] Boccaccio, _Opere volgari_, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido,
-vinto ecc.
-
-[320] Fra gli altri presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, IV, p. 203.
-
-[321] _Angeli Politiani Epp._ L. X.
-
-[322] Paul. Jovius, _De romanis piscibus, Praefatio_ (1525), dove dice
-che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata _non
-sine aliqua spe immortalitatis_.
-
-[323] Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può avere
-la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la grandezza può
-tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo può onorevolmente essere un
-tristo, in contrapposto ad uno perfettamente buono.
-
-[324] _Storie fiorent._ l. VI.
-
-[325] Paul. Jov. _Elogia_, parlando di Mario Molza.
-
-[326] Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la satira
-non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed astratta,
-rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc., e quindi
-anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico. Il tipo
-generale di questa tendenza si ha principalmente nella favola del
-_Reineke Fuchs_, sotto tutte le forme con cui fu redatta presso i
-diversi popoli d'occidente. Per la letteratura francese di questa parte
-speciale veggasi l'eccellente nuova opera di Lenient: _La satire en
-France au moyen-âge_.
-
-[327] In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente, _Nov._
-37.
-
-[328] _Inferno_, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi con
-Dante, è Aristofane.
-
-[329] Un modesto principio nelle _Opere_, p. 421 e segg., e nel _Rerum
-memorand. libri IV_. Altro saggio si ha nelle _Epp. Seniles_, X, 2, p.
-868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo dove si ricoverò
-nel medio-evo, il convento.
-
-[330] _Nov._ 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino.
-
-[331] La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per quanto
-sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele.
-
-[332] Ibid, _Nov_. 49. E tuttavia, secondo la _Nov_. 67, si credeva
-che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso
-fiorentino.
-
-[333] Agn. Pandolfini, _Il governo della famiglia_, p. 48.
-
-[334] Franco Sacchetti, _Nov_. 156: _Nov_. 24. Le _facetiae_ del
-Poggio, quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del
-Sacchetti: burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte
-coll'oscenità più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che
-rivelano il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg.
-
-[335] Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui
-contenuto è tolto di là.
-
-[336] Secondo il Bandello, IV, _Nov_. 2, il Gonnella sapeva contraffare
-la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i dialetti
-d'Italia.
-
-[337] Paul. Jovius, _Vita Leonis X_.
-
-[338] _Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel professione
-gravibus ad insaniam impellendis_. Ciò fa venire in mente lo scherzo
-che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi.
-
-[339] Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di
-Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una lente
-per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da una notizia
-del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una processione di
-monaci mediante uno _specillum_ (cfr. il Zuricher Taschenbuch del 1858,
-p. 177), e dal _cristallo concavo_ menzionato dal Giovio, di cui Leone
-si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio Alessio (Baluz. Miscell.
-IV, 518): _oculari ex gemina_ (_gemma_?) _utebatur, quam manu gestans,
-signando aliquid videndum esset, oculis admovebat_.
-
-[340] Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare
-a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono tre scimmie
-a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte. Soltanto simili
-fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni a mano, dei quali
-taluni andarono anche distrutti. La caricatura è poi qualche cosa
-di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi grotteschi (Biblioteca
-Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto abbia in sè del comico, ed
-innalza con ciò questo carattere comico a suo talento.
-
-[341] Jovian. Pontan. _De Sermone_. Egli constata una speciale
-attitudine al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e
-nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola.
-
-[342] _Il Cortigiano_, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del
-motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente, nel fol.
-76.
-
-[343] _Galateo_ del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48.
-
-[344] _Lettere pittoriche_, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini
-del 1577. — Machiavelli, _Storie fior_. l. VII dice dei giovani signori
-di Firenze dopo la metà del secolo XV: _gli studi loro erano apparire
-col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e quello che più
-destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato_.
-
-[345] Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico
-Podacataro (1505) negli _Anecd. litt_. I, 319. — Il raccoglitore di
-scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. _Dialogus de viris litt.
-illustr_. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631).
-
-[346] Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per quanto
-i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui, non
-hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi a suo
-riguardo.
-
-[347] In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che nel
-1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche lontano
-convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000.
-
-[348] V. la sua orazione funebre negli _Anecd. litter_. IV, p. 315.
-Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini, che
-fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di Urbino. — I
-suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, _Poesie ined_. III, p. 123.
-
-[349] Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII v. nel
-Giraldi, _Hecatommithi_, VII, Nov. 5.
-
-[350] Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di
-Pasquino, presso P. Jov. _Vita Hadriani_, furono attribuiti ad Adriano
-e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle _Lettere de' principi_ I,
-la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino aveva nel giorno
-di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì.
-
-[351] Per es. il Firenzuola, _Opere_, v. I, p. 126, nel _Discorso degli
-animali_.
-
-[352] Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora da Roma
-a Napoli, _ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie pontificali
-con la contemplatione delle eccellenze imperiali_»
-
-[353] Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli
-artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in
-Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni
-speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo senso,
-che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare.
-
-[354] Per esempio, nel _Capitolo_ all'Albicante, cattivo poeta di quel
-tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi relativi.
-
-[355] _Lettere_, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527.
-
-[356] Nel primo _Capitolo_ a Cosimo.
-
-[357] Gay, _Carteggio_, II, p. 332.
-
-[358] V. L'imprudente lettera del 1536 nelle _Lettere pittor_. I,
-_Append_. 34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa
-dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo.
-
-[359]
-
- L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano,
- Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente,
- E più colpi ha, che dita in una mano.
- (Mauro, _Capitolo in lode delle bugie_).
-
-[360] Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena,
-_Lettere_, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche le
-lettere a Carlo V.
-
-[361] Perciò che segue veggasi Gay, _Carteggio_, II, p. 335, 337, 345.
-
-[362] _Lettere_, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529.
-
-[363] Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e
-forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e
-che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37),
-ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542
-improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio.
-
-[364] _Carmina Burana_ nella «Biblioteca della Società letteraria di
-Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le località
-italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo (pag.
-145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un prato
-(pag. 156), l'uso ripetuto della parola _bravium_ (p. 137, 144), e
-più ancora la forma _Madii_ per _Maji_ (p. 141) sembrano appoggiare la
-nostra ipotesi.[365] — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non giustifica
-le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo
-con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano dei re
-d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si è creduto
-di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon. Veggasi
-Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands Geschichtsquellem im
-Mittelalter, pag. 431 e segg.
-
-[365] Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta
-singolarissima di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire
-nell'opinione quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti
-di essi inserite espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe
-credere piuttosto patrimonio di tutta Europa, come d'altra parte
-sarebbe anche espressamente indicato da ciò che vi si legge a pag. 252,
-che cioè _l'ordine dei vaganti_ accoglie in sè _uomini d'ogni nazione,
-teutoni e boemi, slavi e romani_. NOTA DEL TRADUTTORE.
-
-[366] Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento in tutte
-le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi tratti Enea
-Silvio (_Opp_. p. 603 nella _Epist_. 105 all'arciduca Sigismondo).
-
-[367] Pei particolari rimandiamo a Roscoe: _Lorenzo il Magnifico_ e
-_Leon X_, nonchè a Voigt: _Enea Silvio_, e a Papencordt: _Storia della
-città di Roma nel Medio-Evo_. — Chi vuol farsi un'idea dell'estensione,
-che si dava agli studi degli uomini colti sul principio del secolo XVI,
-consulti, prima d'ogni altro libro, i _Commentarii urbani_ di Raffaele
-da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità costituiva la parte più
-sostanziale di ogni ramo dello scibile, dalla geografia e dalla storia
-locale sino alle biografie di tutti i potenti ed illustri personaggi,
-alla filosofia popolare, alla morale, alle singole scienze speciali e
-perfino all'analisi dell'intero sistema aristotelico, con cui l'opera
-si chiude. E per conoscere tutta l'importanza di quest'opera come fonte
-per la storia della cultura, bisognerebbe confrontarla con tutte le
-anteriori enciclopedie. Una trattazione circostanziata e completa di
-questo tema trovasi nell'eccellente opera di Voigt: _Die Wiederbelebung
-des classischen Alterthums_.
-
-[368] L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito
-svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «_Storia della
-città di Roma nel Medio-Evo_», alla quale rimandiamo una volta per
-sempre.
-
-[369] Presso Gugl. Malmesb. _Gesta regum Anglor._ L. II, § 169,
-170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354
-e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è
-fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma, e
-finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante, figlio di
-Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab Aquis, _Imago
-Mundi_ (_Hist. patr. Monum. Script._ T. III, col. 1603), sull'origine
-della casa Colonna con riferimento all'invenzione di tesori nascosti.
-— Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury riporta
-tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo di Tours, che
-è uno degli esempi più singolari di entusiasmo umanistico nella prima
-metà del secolo XII.
-
-[370] Dante, _Convito_, Tratt. IV, cap. 5.
-
-[371] _Epp. familiares_, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma prima
-di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14.
-
-[372] _Dittamondo_, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le
-ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione
-della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico.
-— Secondo il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò ed
-Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, _per vedere quelle magnificenze
-antiche, che al presente si possono vedere in Roma_.
-
-[373] Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori
-d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di marmi e
-di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140) cercava
-imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò in
-sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme di
-Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter, presso
-Duchesne, _Scriptores_, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno non aveva
-avuto pretese così esorbitanti.
-
-[374] _Poggii Opera_ fol. 50 e segg. _Ruinarum urbis Romae descriptio_.
-Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di Martino V. — Le
-terme di Caracalla e di Diocleziano avevano ancora il loro rivestimento
-e le loro colonne.
-
-[375] Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare
-da una lettera riportata nella _Vita Pogii_, presso Muratori, XX, col.
-177, e come raccoglitore di busti col. 183.
-
-[376] Fabroni, _Cosmus, Adnot._ 86. Da una lettera di Alberto degli
-Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto Martino
-V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio IV si
-consulti Vespasiano Fiorent. p. 21.
-
-[377] Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, _Vita Pii II_,
-presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — _Pii II Commentarii_ p. 48,
-72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove.
-
-[378] Boccaccio, _Fiammetta_, cap. 5.
-
-[379] Leandro Alberti, _Descriz. di tutta l'Italia_, fol. 285. —
-Secondo Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse
-l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta, Argo ed
-Atene.
-
-[380] Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano nel
-_Manipulus_, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul principio
-della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani, secondo il
-quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole anti-romana e ribelle,
-mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente romani (I, 9, 38, 41,
-II, 2). — Dante, _Inf_. XV, 76.
-
-[381] _Commentarii_, p. 206, nel libro IV.
-
-[382] Mich. Cannesius, _Vita Pauli II_, presso Murat. III, II, col.
-993. L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere
-scortese nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: _de quo rerum
-scriptores multa ac diversa commemorant_. — Più singolare ancora parrà
-che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere dal grande
-Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso per nozze e
-ripeterlo poscia in un elogio del giurista Teodoro Plato, come altresì
-che un Giovannantonio Plato al ritratto in rilievo del filosofo da
-lui scolpito (nel cortile del palazzo Magenta in Milano) non esitasse
-a porre un'iscrizione, nella quale si leggeva: _Platonem suum, a quo
-originem et ingenium refert_.
-
-[383] Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094;
-e l'Infessura, presso Eccard _Scriptores_, II, col. 1951. — Matarazzo,
-nell'_Arch. stor._ XVI, II, p. 180.
-
-[384] Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione di
-trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, _Vita di Giov. da Udine_.
-
-[385] Quatremère, _Storia della vita etc. di Raffaello_, ed. Longhena,
-p. 531.
-
-[386] _Lettere pittoriche_, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542.
-
-[387] Egli voleva _curis animique doloribus quacumque ratione
-aditum intercludere_; le allegre riunioni e la musica lo attraevano
-moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. _Leonis X vita
-anonyma_, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169.
-
-[388] Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I
-(_Perch'ho molto_ ecc.) e la IV (_Poichè, Annibale_ ecc.).
-
-[389] Ranke, _Die röm. Päpste_, I, 408 e segg. — _Lettere de'
-principi_, I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... _tutti questi
-cortigiani esausti da Papa Leone e falliti_.
-
-[390] _Pii II Commentarii_, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia
-di Sannazzaro _in ruinas Cumarum_, nel libro II.
-
-[391] Polifilo, _Hypnerotomachia_, senza numerazione di pagine. In
-estratto presso Temanza, p. 12.
-
-[392] Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non
-parlano che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo. Cfr.
-Sannazzaro, _De partu Virginis_, L. II.
-
-[393] Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello
-_Spicileg. romanum_ del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e
-spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo.
-
-[394] Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per
-trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità.
-Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli
-concernenti Annio da Viterbo.
-
-[395] Vespas. Fior. p. 31: _Tommaso da Serezana usava dire, che dua
-cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e murare. E
-l'una e l'altra fece nel suo pontificato._ — Intorno a' suoi traduttori
-veggasi Aen. Sylv. _De Europa_, cap. 58, p. 459, e Papencordt, _Gesch.
-der Stadt Rom_, p. 502.
-
-[396] Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, _Vita Nicolai
-V_, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto III
-abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas. Fior. p. 284
-e segg., coll'avvertenza del Mai.
-
-[397] Vespas. Fior. p. 617 e segg.
-
-[398] Vespas. Fior. p. 547 e segg.
-
-[399] Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col.
-1185 e segg.
-
-[400] Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero, _Ann.
-veneti, Arch. Stor._ VII, II, p. 663, 655.
-
-[401] Vespas. Fior. p. 124 e segg.
-
-[402] Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare
-Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma non posso
-indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il semplice estratto
-delle _sentenze_ di Menandro (forse un duecento versi) con _tutte le
-opere_ del medesimo, specialmente in una serie di codici tanto completi
-(fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali giunsero sino a noi). E non
-è neanche impossibile, che quel Menandro una volta o l'altra non torni
-a rivivere.
-
-[403] Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino
-d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il prezzo
-delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più da occuparsi
-presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi), ciò non può
-intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi abbondavano ancor
-molto in Italia. — Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 156. Cfr. _Adn._
-154.
-
-[404] Gaye, _Carteggio_, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto
-Calisto III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da un
-francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, _la Peinture_
-tab. 78.
-
-[405] Vespas. Fiorent. p. 335.
-
-[406] Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di Aless.
-Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia.
-
-[407] Vespas. Fiorent. pag. 129.
-
-[408] _Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis,_ in una
-poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, _Rerum ital. scriptor. ex
-codd. florent._ T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della
-sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr.
-Libri, _Hist. de sciences mathématiques_, II, 278 e segg. — Sugli
-stampatori di Roma v. Gaspar. Veron._ Vita Pauli II_, presso Murat.
-III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo,
-presso Murat. XXII, col. 1189.
-
-[409] Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti. V.
-Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della _Cronaca del mondo_
-di Zembino da Pistoja.
-
-[410] Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 212. — Ciò accadde rispetto al
-libello _De exilio_.
-
-[411] Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg.
-
-[412] La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio
-Valeriano, _De infelicitate literator_. parlando dei Lascaris. E Paolo
-Giovio sulla fine de' suoi _Elegia literaria_ dice dei tedeschi....
-_quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae et
-hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint._ (Intorno
-al 1540).
-
-[413] Ranke _die Päpste_, I, 486. — Si confronti la fine di questa
-parte del nostro lavoro.
-
-[414] Tommaso Gar, _Relazioni della corte di Roma_, I, p. 338, 379.
-
-[415] Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con
-centocinquanta ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, _Arch.
-stor._ VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. _Arch.
-stor._ XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio
-se vi si insegnasse il greco; cfr. _Anecd. litter._ II, p. 300.
-
-[416] Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio
-Camaldolese conosceva l'ebraico. _Ibid_. p. 320.
-
-[417] Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe
-con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti dal
-latino, dal greco e dall'ebraico (_librarios_), v. Platina, _Vita Sixti
-IV_, p. 332.
-
-[418] Pierius Valerian. _De infelicit. literat._ parlando del Mongajo.
-— Intorno al Ramusio cfr. Sansovino, _Venezia_, fol. 250.
-
-[419] Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao
-Barbaro, presso _Ang. Polit. epist. L. IX._ — Cfr. _Jo. Pici Oratio de
-hominis dignitate_.
-
-[420] Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del Poggio
-(_De Avaritia_, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono dire
-di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini o ne
-tradussero qualcuno dal greco in latino.
-
-[421] Libri, _Histoire des sciences mathém._ II, 159 e segg., 258 e
-seguenti.
-
-[422] _Purgatorio_ XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi: Maria
-s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e Fabrizio
-disinteressato: — In questa occasione è da far notare l'introduzione
-cronologica delle Sibille nell'antica storia profana, quale fu tentata
-nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo».
-
-[423] _Poeta_ anche presso Dante (_Vita nuova_, p. 47) significa
-soltanto colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in
-italiano si usano le espressioni _rimatore, dicitore per rima_.
-Coll'andar del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono
-col fondersi reciprocamente.
-
-[424] Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti
-melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato a
-vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (_extremi fures_). Nella
-finta lettera a Livio, _Opera_, p. 704 e segg.
-
-[425] Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente
-detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle _Opere volgari_,
-vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia che quella
-dell'antichità, e ignora affatto i trovatori.
-
-[426] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 50: _la quale_ (laurea) _non
-scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e
-ornamento._
-
-[427] _Paradiso_, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, _Vita di Dante_, p.
-50: _sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare_. Cfr.
-_Paradiso_, I, 25.
-
-[428] La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle _Opere volgari_, vol.
-XVI: _si praestet Deus, concedente senatu Romuleo..._
-
-[429] Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la città,
-nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono il
-poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato, ma non si sa dove, nè
-da chi.
-
-[430] Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185.
-
-[431] Vespas. Fior. p. 575, 589. — _Vita Jan. Manetti_, presso Murat.
-XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche vivo, era
-tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e uno spagnuolo
-si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel monumento
-di Guarino il magistrato di Ferrara decretò nel 1461 la somma, allora
-considerevole, di cento ducati.
-
-[432] Cfr. Libri, _Hist. des sciences mathémat._ II, p. 92 e segg.
-— Bologna, come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una
-fondazione di Lorenzo il Magnifico _ad solatium veteris amissae
-libertatis_, come dice Giovio, _Vita Leonis X_, L. I. — L'università di
-Firenze (cfr. Gaye, _Carteggio_, I, p. 251 sino a 580 passim; Matteo
-Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà
-di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza
-del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro annui, ma
-sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda volta. La
-cattedra per la spiegazione della Divina Commedia, fondata dietro
-domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito unita per lo più a
-quella di filologia e di rettorica, anche quando la tenne il Filelfo.
-
-[433] A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come
-per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400
-(Corio, _Storia di Milano_, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti
-giuristi.
-
-[434] Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290.
-
-[435] Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 52, dell'anno 1491.
-
-[436] Allegretto, _Diari Sanesi_, presso Murat. XXIII, col. 824.
-
-[437] Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata,
-pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, _Laurent. Magn.
-Adnot._ 41.
-
-[438] Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — _Vita Jan. Manetti_,
-presso Murat. XX, col. 531 e segg.
-
-[439] Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le biografie
-di Guarino e di Vittorino del Rosmini.
-
-[440] Vespas. Fiorent. p. 646.
-
-[441] All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao
-Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: _De
-liberorum educatione_.
-
-[442] Ecco le parole di Vespasiano: _a vederlo in tavola così antico
-com'era, era una gentilezza_.
-
-[443] Ibid. p. 485.
-
-[444] Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove anche
-si disputava.
-
-[445] Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg.
-
-[446] Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che come una
-cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa ebbe luogo nel
-1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al Concilio intorno
-all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone. Cfr. Enea Silvio,
-_De Europa_, cap. 52. (_Opera_, p. 450).
-
-[447] Presso Nicolò Valori, nella _Vita di Lorenzo il Magnifico_. Cfr.
-Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo furono
-gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi paragoni
-tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico. Ibid.
-308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo. Ibid. 571:
-Singoli dialoghi di Platone già tradotti da Leonardo Aretino. Ibid.
-298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo.
-
-[448] Varchi, _Storie fiorent._ L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente
-pittura del modo di vivere di Filippo.
-
-[449] Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino
-e al Guarino), come anche la _Vita del Poggio_ dello Shepherd, debbono
-contenere molte notizie su questo riguardo.
-
-[450] _Epist._ 39, _Opera,_ p. 526, a Mariano Socino.
-
-[451] Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto
-a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati
-principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini
-celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (_Eclog_. V)
-ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti.
-
-[452] Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle
-scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di
-brevità, rimandare alla conclusione della _Storia della città di Roma
-nel medio-evo_ di Papencordt.
-
-[453] Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, parlando di
-Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a tempo, e
-si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo. Sui magri
-emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer. _De infelicit.
-literator._, parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione degli umanisti
-dal cardinalato sotto i predecessori di Leone, reggasi l'orazione
-funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio. _Anecd. litterar._ IV, p.
-307.
-
-[454] Il meglio nelle _Deliciae poetarum italorum_ e nelle appendici
-alle diverse edizioni di Roscoe, _Leone X_.
-
-[455] _Pauli Jovii Elogia_, parlando di Guido Postumo.
-
-[456] Pierio Valeriane nella sua _Simîa_.
-
-[457] V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle _Deliciae poetarum
-ital_.
-
-[458] La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti d'oro
-di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano alla cieca,
-veggasi presso Giraldi, _Hecatommithi_, VI, nov. 8. E per converso
-gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi di staffile,
-qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta misura. Lil.
-Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_.
-
-[459] Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, IV, 181.
-
-[460] Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che
-Alfonso fece fare, p. 93. — _Vita Jan. Manetti_, presso Murat. XX, col.
-541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: _Dicta et facta Alphonsi_,
-insieme alle Glosse di Enea Silvio.
-
-[461] Ovid. _Amores_, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. _De principe_.
-
-[462] _Giorn. Napolet._ presso Murat. XXI, col. 1127.
-
-[463] Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — _Volle avere piena notizia di ogni
-cosa, così sacra come gentile._ — Cfr. sopra pag. 59 e segg.
-
-[464] L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio, i
-Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti,
-che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama», di regola
-erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il Decembrio,
-presso Murat. XX, col. 1014.
-
-[465] Paul. Jov. _Vita Alphonsi ducis_.
-
-[466] Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro (figlio
-di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla morte, veggasi
-a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi di Forlì il posto
-era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti va annoverato anche
-Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488 dalla propria moglie, ed
-ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio di Bologna.
-
-[467] _Anecd. literar._ II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si
-burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati parassiti,
-dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità di soldati,
-mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento
-importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli umanisti, come
-i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi contro l'invasione
-sempre crescente della filologia greca).
-
-[468] Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, _Neueste
-Reisen_, p. 924.
-
-[469] _Pii II Comment._ L. II, p. 92. La parola _historiae_ qui
-comprende l'intera antichità.
-
-[470] Fabroni, _Cosmus_, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un
-passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro segretari,
-veggasi presso Enea Silvio, _De Europa_, cap. 54 (_Opera_ pag. 454).
-
-[471] Cfr. pag. 293 e Papencordt, _Geschichte der Stadt Rom_, p. 512,
-sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio.
-
-[472] _Anecdota literar._, I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da
-Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. —
-Le pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano sulla
-loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro lettere.
-
-[473] Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale sotto
-Federico III. Cfr. _Epp._ 23 e 105,_ Opera_, p. 516 e 607.
-
-[474] Corio, _Storia di Milano_, fol. 449, la lettera d'Isabella di
-Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere del
-Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione, contenuta
-nelle _Lettere pittoriche_, III, 86 (Sebastiano del Piombo all'Aretino)
-del come Clemente VII, durante il sacco dì Roma, abbia chiamato a sè
-nel Castello i suoi dotti e ad ognuno abbia dato l'incarico separato di
-preparare una lettera per Carlo V.
-
-[475] Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223
-e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora nel
-secolo XV.
-
-[476] Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico,
-Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti,
-Enea Silvio ecc.
-
-[477] _Diario ferrarese,_ presso Murat. XXIV, col. 198, 205.
-
-[478] _Pii II Comment._ L. I, p. 10.
-
-[479] Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna di
-colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva e
-perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento trovansi citati
-in Pietro Crinito, _De honesta disciplina_, V, cap. 3. Cfr. Vespas.
-Fior. p. 319, 430.
-
-[480] _Pii II Comment._, L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani, che
-lo aspettavano a Viterbo. _Singuli per se verba facere, ne alius alio
-melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares_. — Il fatto che
-il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere la parola per tutte le
-ambascerie mandate dagli Stati italiani al nuovo papa Alessandro VI,
-è annoverato dal Guicciardini (nel principio del I libro) fra le cause
-più serie, che contribuirono alle sventure d'Italia dell'anno 1494.
-
-[481] Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160.
-
-[482] _Pii II Comment._, L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra
-principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta,
-arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. _Archivio Storico_ IV, I,
-p. 452, nota.
-
-[483] _De expeditione in Turcas_, presso Murat. XXIII, col 68.
-_Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius_. — Oltre la ingenua
-compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi, veggasi il
-Campano, _Vita Pii II_, presso Murat. III, II, passim.
-
-[484] Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla
-fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col
-Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione una volta
-il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che sarei stato punito
-della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul. Jov. _Vita
-Hadriani VI_.
-
-[485] Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, parlando del
-Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo di Como un
-discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno 1460.
-
-[486] Fabroni,_ Cosmus, Adnot._ 52.
-
-[487] Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat.
-XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del Platina.
-
-[488] _Anecd. literar._, I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per
-Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per tali
-uffici.
-
-[489] Di simili Prolusioni molte sono conservate nelle opere del
-Sabellico, di Beroaldo il vecchio, di Codro Urceo ecc.
-
-[490] La fama dell'eccellente modo di porgere del Pomponazzo è
-attestata da Paolo Giovio, _Elogia_.
-
-[491] Vespas. Fior. p. 103. Cfr. il racconto (p. 598) del come
-Giannozzo Manetti venne a lui nell'accampamento.
-
-[492] _Arch. stor._ XV, p. 113, 121, l'introduzione di Canestrini; p.
-342 e segg. due allocuzioni militari stampate; la prima, di Alamanni, è
-veramente bella e degna della circostanza (1528).
-
-[493] Su ciò Faustino Terdoceo, nella sua satira _De triumpho
-stultitiae_, lib. II.
-
-[494] Due casi sorprendenti di questo genere in Sabellico (_Opera_,
-fol. 61-82), _De origine et auctu religionis_, discorso tenuto a Verona
-dinanzi al capitolo degli Scalzi: _De sacerdotii laudibus_, altro
-discorso tenuto a Venezia. — Cfr. pag. 312 nota 2.
-
-[495] _Jac. Volaterrani Diar. roman._ presso Murat. XXIII. passim. —
-Alla col. 173 viene menzionata una notevolissima predica tenuta alla
-corte, in assenza di Sisto IV: il padre Paolo Toscanella tuonò contro
-il Papa, la di lui famiglia e i cardinali; Sisto quando lo seppe, ne
-rise.
-
-[496] Filippo Villani, _Vite_, p. 33.
-
-[497] _Georg. Trapezunt. Rhetorica_, il primo trattato completo. — Aen.
-Sylvius: _Artis rhetoricae praecepta_, nelle _Opere_, p. 992; non si
-occupa a bello studio che della testura dei periodi e del nesso delle
-parole; del resto è assai caratteristico per la perfetta cognizione
-delle pratiche in uso. Egli cita parecchi altri trattatisti.
-
-[498] La di lui _Vita_, presso Murat. XX, è piena dei trionfi della sua
-eloquenza. — Cfr. Vespas. Fior. 592 e segg.
-
-[499] _Annales Placentini_, presso Murat. XX, col. 918.
-
-[500] Così si faceva col Savonarola, cfr. Perrens, _Vie de Savonarole_,
-I, p. 163. Ma gli stenografi non sempre erano in grado di tenergli
-dietro, come accadde anche con altri focosi improvvisatori.
-
-[501] E non è neanche uno dei migliori. Il punto più notevole è il
-fervorino della conclusione: _Esto tibi ipsi archetypon et exemplar,
-teipsum imitare_ ecc.
-
-[502] Lettere e discorsi di questa specie scrisse Alberto da Ripalta:
-veggansi gli _Annales Placentini_ scritti da lui, presso Murat. XX,
-col. 914 e segg., dove quel pedante descrive la propria carriera
-letteraria in modo molto istruttivo.
-
-[503] _Pauli Jovii Dialogus de viris litteris illustribus_, presso
-Tiraboschi, tom. VII, parte IV. — Ma un decennio più tardi, sulla fine
-de' suoi _Elogia literaria_, egli scrive: _Tenemus adhuc_ (dopochè
-il primato della filologia era passato alla Germania) _sincerae et
-constantis eloquentiae munitam arcem etc._
-
-[504] Un genere speciale costituiscono naturalmente i Dialoghi
-mezzo-satirici, che il Collenuccio e specialmente il Pontano imitarono
-da Luciano. Il loro esempio produsse più tardi quelli di Erasmo e di
-Hutten. — Pei trattati propriamente detti pare che in sul principio
-abbiano servito di modello alcuni brani delle opere morali di Plutarco.
-
-[505] Benedictus: _Charoli VIII histor_., presso Eccard, _Scriptor II_,
-col. 1577.
-
-[506] Pietro Crinito deplora questo disprezzo nel suo libro _De honesta
-disciplina_, L. XVIII, cap. 9. Gli umanisti in ciò somigliano agli
-autori della più tarda antichità, i quali ugualmente si discostavano
-dal loro tempo. — Cfr. Burckhardt, _die Zeït Constantino des Grossen_,
-pag. 285 e segg.
-
-[507] Nella lettera al Pizinga (_opere volgari_, vol. XVI). — Ancora
-presso Raffaello da Volterra, L. XXI, il risveglio intellettuale
-comincia col secolo XIV. Egli è quel medesimo scrittore, i cui primi
-libri contengono tanti prospetti, eccellenti per quel tempo, della
-storia speciale di tutti i paesi.
-
-[508] Come quelli, per esempio, che ottenne Giannozzo Manetti in
-presenza di Nicolò V, di tutta la Curia e di un gran numero di
-stranieri venuti da lontani paesi. Cfr. Vespas. Fior. p. 592, e la
-_Vita Jann. Manetti_, più volte citata.
-
-[509] Ciò potrebbe affermarsi anche rispetto al passato, parlando del
-Machiavelli.
-
-[510] Infatti fin d'allora si era trovato che in Omero, anche solo,
-si ha la somma di tutte le arti e le scienze antiche, e che esso
-è una vera enciclopedia. Cfr. _Codri Urcei opera. Sermo XIII_, la
-conclusione. — Vero è però che una simile opinione s'incontra anche in
-alcuni scrittori antichi.
-
-[511] Un cardinale sotto Paolo II fece perfino insegnare l'Etica di
-Aristotele a' suoi cuochi. Cfr. Gasp. Veron. _Vita Pauli II_, presso
-Murat. III, II, col. 1034.
-
-[512] Per lo studio di Aristotele in generale è particolarmente
-istruttivo un discorso di Ermolao Barbaro.
-
-[513] Bursell. _Annales Bonon._, presso Murat. XXIII, col. 898.
-
-[514] Vasari, XI, p. 189, 257, _Vite di Sodoma e di Garofalo_. —
-S'intende da sè che alcune donne scostumate di Roma s'impadronirono
-dei più armonici fra i nomi antichi, come Giulia, Lucrezia, Cassandra,
-Porzia, Virginia, Pentesilea ecc., coi quali noi le vediamo nominate
-dall'Aretino. — Gli ebrei adottarono forse fin d'allora i nomi dei
-grandi nemici di Roma di razza semitica, Amilcare, Annibale, Asdrubale
-ecc., che ancor oggi s'incontrano così frequenti presso di loro a Roma.
-
-[515]
-
- Quasi che 'l nome i buon giudici inganni,
- E che quel meglio t'abbia a far poeta,
- Che non farà lo studio di molt'anni!
-
-così scrive beffardamente l'Ariosto, il quale del resto ebbe la fortuna
-di ricevere un nome armonioso (_Sat. VII_, vs. 64).
-
-[516] O di quelli del Bojardo, che in parte sono anche i suoi.
-
-[517] Così i soldati dell'esercito francese del 1512 vengono _omnibus
-Diris ad inferos evocati_. Del buon canonico Tizio, che prendeva la
-cosa sul serio e scagliava contro le truppe straniere un'imprecazione
-tolta a prestito da Macrobio, torneremo a far menzione più sotto.
-
-[518] _De infelicitate principum_ nelle _Opere_ di Poggio, fol. 152:
-_Cujus_ (Dantis) _extat poema praeclarum, neque, si literis constaret,
-ulla ex parte poetis superioribus_ (agli antichi) _postponendum_.
-Secondo il Boccaccio (_Vita di Dante_, p. 74), ancora a quel tempo
-molti e saggi uomini agitarono la questione, perchè Dante non abbia
-poetato in latino?
-
-[519] Chi vuol conoscere tutto il fanatismo che c'era in questo
-riguardo, vegga Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_ qua e
-là.
-
-[520] Veramente ci sono anche esercitazioni stilistiche confessate come
-tali, come per esempio nelle _Orationes_ ecc. di Beroaldo il vecchio
-due novelle del Boccaccio tradotte in latino, ed una canzone del
-Petrarca.
-
-[521] Cfr. le lettere del Petrarca dal mondo di quassù ad alcune
-illustri ombre. _Opera_, p. 704 e segg. Oltre a ciò, a pag. 372 nello
-scritto _De republ. optime administranda_ egli dice: «_sic esse doleo,
-sed sic est_».
-
-[522] Un'immagine buffa del purismo fanatico in Roma la dà Giov.
-Pontano nel suo _Antonius_.
-
-[523] _Hadriani_ (Cornetani) _card. S. Chrysogoni de sermone latino
-liber_. Principalmente la introduzione. — Egli trova in Cicerone e ne'
-suoi contemporanei la latinità, quale essa veramente è in sè stessa.
-
-[524] Paul. Jov. _Elogia_ parlando di Battista Pio.
-
-[525] Paul. Jov. _Elogia_, parlando del Navagero. Il loro ideale
-sarebbe stato: _aliquid in stylo proprium, quod peculiarem ex certa
-nota mentis effigiem referret, ex naturae genio effinxisse._ — Il
-Poliziano s'inquietava già, quando avea fretta, di scrivere le sue
-lettere in latino. Cfr. Raph. Volat. _Comment. urban_. L. XXI.
-
-[526] Paul. Jov. _Dialogus de viris literis illustribus_, presso
-Tiraboschi, ed. Ven. 1796, tom. VII, parte IV. Come è noto, il Giovio
-voleva per un certo tratto di tempo intraprendere lo stesso grande
-lavoro, che compì poi il Vasari. — In quel dialogo egli presente anche
-e deplora che l'uso dello scriver latino fosse assai prossimo a cessare
-del tutto.
-
-[527] Nel Breve del 1517 a Franc. de' Rosi, concepito dal Sadoleto,
-presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi VI, p. 172.
-
-[528] Gasp. Veronens., Vita _Pauli II_, presso Murat. III, II. col.
-1031. Oltre a ciò furono rappresentate forse le tragedie di Seneca e
-alcune traduzioni latine di produzioni drammatiche greche.
-
-[529] In Ferrara si rappresentava Plauto per lo più rifatto in veste
-italiana dal Collenuccio, da Guarino il giovane e da altri, per le cose
-che esso contiene. Ma Isabella Gonzaga si permetteva di trovarle molto
-noiose. — Intorno a Pomponio Leto cfr. il Sabellico, _Opera, Epist._ L.
-XI. fol. 56 e segg.
-
-[530] Per ciò che segue veggansi le _Deliciae poetar. italor._; — Paul.
-Jov. _Elogia_; — Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_; le
-_Appendici_ al Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi.
-
-[531] Filippo Villani, _Vite_, pag. 5.
-
-[532] _Franc. Aleardi oratio in laudem Franc. Sfortiae_, presso Murat.
-XXV, col. 384. — Nel parallello tra Scipione e Cesare il Guarino stava
-per quest'ultimo, il Poggio pel primo (_Opera_, epp. fol. 125, 134
-e segg.). — Scipione e Annibale nelle miniature dell'Attavante, v,
-Vasari, IV. 41. _Vita del Fiesole_. — I nomi di entrambi adoperati a
-designare il Piccinino e lo Sforza, v. pag. 135.
-
-[533] Le splendide eccezioni, in cui la vita campestre è trattata nella
-sua realtà effettiva, saranno anch'esse menzionate al luogo opportuno.
-
-[534] Ristampato dal Mai, _Spicilegium romanum_, vol. VIII. (Circa 500
-esametri). Pierio Valeriano continuò a cantare ulteriormente su questo
-mito: veggasi il suo _Carpio_ nelle _Deliciae poetar. italor_. — Gli
-affreschi del Brusasorci nel palazzo Murari a Verona rappresentano la
-favola intera del Sarca.
-
-[535] _De sacris diebus._
-
-[536] Per esempio, nell'Egloga ottava.
-
-[537] Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi VIII, 184: come anche una poesia di
-stile somigliante XII. 130. — E molta affinità si riscontra anche nella
-poesia di Angilberto della corte di Carlomagno. Cfr. Pertz, _Monum.
-II_.
-
-[538] _Strozii poetae_, p. 31 e segg. _Caesaris Borgiae ducis
-Epicedium_.
-
-[539]
-
- Pontificem addiderat, flammis lustralibus omneis
- Corporis ablutum labes, Diis Juppiter ipsis etc.
-
-[540] È il posteriore Ercole II di Ferrara, nato il 4 aprile 1508,
-probabilmente poco prima o poco dopo la composizione di questa poesia.
-_Nascere magne puer matri exspectate patrique_, è detto verso la fine.
-
-[541] Cfr. le collezioni degli _Scriptores_ dello Scardio, del Freher
-ecc.
-
-[542] Uzzano, v. _Arch. stor._ I, 296. — Machiavelli, _I Decennali_.
-— La storia di Savonarola sotto il titolo _Cedrus Libani_ di fra
-Benedetto. — _Assedio di Piombino_, presso Murat. XXV. — Come riscontro
-a ciò, il _Teuerdank_ ed altre opere rimate del nord a quel tempo.
-
-[543] Della _Coltivazione_ di L. Alamanni cantata in versi sciolti
-potrebbe affermarsi, che tutti i passi veramente poetici che
-s'incontrano in essa e che possono gustarsi anche oggidì, sono tolti
-direttamente o indirettamente dagli antichi.
-
-[544] In questo caso dall'introduzione di Lucrezio e da Orazio, Od. IV,
-I.
-
-[545] L'uso di invocare un santo protettore anche in un'impresa
-essenzialmente profana l'abbiamo già veduto (pag. 78) in una occasione
-molto più seria.
-
-[546]
-
- Si satis ventos tolerasse et imbres
- Ac minas fatorum hominumque fraudes,
- Da, Pater, tecto salientem avito
- Cernere fumum!
-
-[547] _Andr. Naugerii orationes duae carminaque aliquot_, Venet.
-1530, in 4.º — I pochi _Carmina_ trovansi anche per la maggior parte o
-completamente nelle _Deliciae poetar. italor._
-
-[548] Per dare un'idea di ciò che Leone X si lasciava dire, basta citar
-la preghiera di Guido Postumo Silvestri a Cristo, a Maria ed ai Santi,
-affinchè volessero conservare ancor lungamente al bene dell'umanità
-questo nume, poichè il cielo ne ha già abbastanza. Ristampata da
-Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, v. 237.
-
-[549] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 36.
-
-[550] Il Sannazzaro si burla di uno, che lo importunava con tali
-falsificazioni: _sint vera haec aliis, mï nova semper erunt_.
-
-[551] _Lettere de' principi_, I, 88, 91.
-
-[552] Malipiero, _Annali veneti, Arch. stor. VII_, I, p. 508. Sulla
-fine, riferendosi al toro, come stemma dei Borgia, è detto:
-
- Merge, Tyber, vitulos animosas ultor in undas;
- Bos cadat inferno victima magna Jovi!
-
-[553] Intorno a questo affare veggasi Roscoe, _Leone X_, ediz. Bossi,
-VII, 211, VIII, 214 e segg. La collezione stampata, ora assai rara, di
-questi _Goryciana_ dell'anno 1524 contiene soltanto le poesie latine.
-Vasari vide presso gli Agostiniani anche un libro speciale, dove si
-trovavano eziandio dei sonetti ecc. L'affiggere poesie era divenuta
-un'usanza così generale, che si dovette isolare il gruppo mediante un
-cancello, e perfino impedirne la vista. La trasformazione di Göritz
-in _Corycius senex_ è tolta da un passo di Virgilio, _Georg._ IV, 127.
-La trista fine di quest'uomo, dopo il sacco di Roma, veggasi in Pierio
-Valeriano, _De infelicitate literat._
-
-[554] Ristampato nelle appendici al Roscoe, _Leone X_, e nelle
-_Deliciae_. Cfr. Paul. Jov. _Elogia_, parlando di Arsillo. Inoltre, pel
-gran numero degli scrittori di epigrammi veggasi Lil. Greg. Gyraldus,
-l. c. Una delle penne più mordaci fu Marcantonio Casanova. — Fra i
-meno conosciuti merita di esser notato Giov. Tommaso Mosconi (v. le
-_Deliciae_).
-
-[555] Marin Sanudo, nelle _Vite dei Duchi di Venezia_ (Murat. XXII), le
-riporta regolarmente.
-
-[556] Scardeonius, _De urb. Patav. antiq._ (Graev. _Thesaur_, VI, III,
-col. 270) nomina, come vero inventore del genere, un certo Odaxio da
-Padova, intorno alla metà del secolo XV. Ma versi misti di latino e
-della lingua di qualche paese se ne hanno molti anche prima e dovunque.
-
-[557] Non si dimentichi, che essi furono pubblicati assai per tempo
-corredati degli antichi scolii e di commenti nuovi.
-
-[558] Ariosto, _Satira VII_ dell'anno 1581,
-
-[559] Di tali fanciulli se ne incontrano parecchi, ma io non posso
-fornire una prova di fatto di ciò che qui ho detto. Il fanciullo
-miracoloso Giulio Campagnola non è di quelli che furono portati in alto
-per viste ambiziose. Cfr. Scardeonius _de Urb. Patav. antiq._ presso
-Graev. _Thesaur_, VI, III, col. 276. — Il fanciullo miracoloso Cecchino
-Bracci, morto a quindici anni nel 1544, v. Trucchi, _Poesie ital.
-ined._ III, p. 229. — Come il padre del Cardano gli volesse _memoriam
-artificialem instillare_, e come lo istruisse, ancor fanciullo,
-nell'astrologia arabica, v. Cardanus, _De vita propria_, cap. 34.
-
-[560] Espressione di Filippo Villani, _Vite_, p. 5, in circostanza
-analoga.
-
-[561] Bapt. Mantuani, _De calamitatibus temporum_, L. I.
-
-[562] Lil. Greg. Gyraldus, _Progymnasma adversus literas et literatos_.
-
-[563] Lil. Greg. Gyraldus: _Hercules_. La dedica è una testimonianza
-parlante del primo insorgere minaccioso dell'Inquisizione.
-
-[564] _De infelicitate literatorum._
-
-[565] In questo riguardo veggasi Dante, _Inferno XIII_.
-
-[566] _Coelii Calcagnini Opera_, ed. Basil, 154, pag. 101, nel libro
-VII delle _Epistole_. Cfr. Pier. Valer. _De infelic. literat._
-
-[567] _M. A. Sabellici Opera. Epist._ L. XI, fol. 56, ed anche la
-relativa biografia negli _Elogia_ di P. Giovio.
-
-[568] Jac. Volaterranus, _Diar. Roman._, presso Murat. XXII, col. 161-
-171-135. — _Anecd. litter._ II, p. 168 e segg.
-
-[569] Paul. Jov. _De romanis piscibus_, cap. 17 e 34.
-
-[570] _Sadoleti Epist._ 106, dell'anno 1529.
-
-[571] _Ant. Galatei Epist._ 10 e 12, presso il Mai, _Spicilegium
-roman._ vol. VIII.
-
-[572] Questo ancor prima della metà del secolo. Cfr. Lil. Greg.
-Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, II.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL
-RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I ***
-
-***** This file should be named 64205-0.txt or 64205-0.zip *****
-This and all associated files of various formats will be found in:
- https://www.gutenberg.org/6/4/2/0/64205/
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the
-United States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you will have to check the laws of the country where
- you are located before using this eBook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm web site
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that:
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation's web site
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without
-widespread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
diff --git a/old/64205-0.zip b/old/64205-0.zip
deleted file mode 100644
index 4a6bcef..0000000
--- a/old/64205-0.zip
+++ /dev/null
Binary files differ
diff --git a/old/64205-h.zip b/old/64205-h.zip
deleted file mode 100644
index 194b8de..0000000
--- a/old/64205-h.zip
+++ /dev/null
Binary files differ
diff --git a/old/64205-h/64205-h.htm b/old/64205-h/64205-h.htm
deleted file mode 100644
index 490291a..0000000
--- a/old/64205-h/64205-h.htm
+++ /dev/null
@@ -1,15606 +0,0 @@
-<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN"
-"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd">
-
-<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it">
-<head>
- <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" />
- <title>
- La civiltà del secolo del Rinascimento vol. I, di Jacob Burckhardt
- </title>
- <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" />
- <style type="text/css">
-body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;}
-
-p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;}
-.blockquote {margin: 0em 10% 2em 10%; font-size: 95%;}
-p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;}
-p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;}
-.center {text-align: center; text-indent: 0;}
-
-div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;}
-div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;}
-div.titlepage p {text-align: inherit;}
-div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;}
-div.verso p {text-align: inherit;}
-div.dedica {page-break-before: always; text-align: center; font-size: 120%; padding-top: 3em; padding-bottom: 3em;}
-div.dedica p {text-align: inherit;}
-div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;}
-div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;}
-div.chapter h2 {page-break-before: avoid;}
-
-h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal;
-font-weight: normal; line-height: 1.5;}
-h1 {font-size: 150%;}
-h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 0em; page-break-before: avoid;}
-h3 {font-size: 130%;}
-
-span.smaller {display: block; font-size: 80%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;}
-
-hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;}
-hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;}
-hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;}
-hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;}
-.x-ebookmaker hr.silver {display: none;}
-
-a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;}
-div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;}
-.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;}
-div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;}
-div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;}
-div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;}
-
-.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;}
-
-.pad4 {margin-top: 4em;}
-.pad2 {margin-top: 2em;}
-.pad1 {margin-top: 1em;}
-
-.xx-small {font-size: 50%;}
-.x-small {font-size: 70%;}
-.small {font-size: 85%;}
-.large {font-size: 115%;}
-.x-large {font-size: 130%;}
-.main-t {font-size: 200%;}
-.smcap {font-variant: small-caps;}
-
-table {margin: auto; border-collapse: collapse;}
-.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em; font-size: 95%;}
-.indice td {vertical-align: top; padding-right: 0.5em;}
-.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;}
-
-.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em;
- margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;}
-.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;}
-.tnote p {padding: 0 1em;}
-.covernote {visibility: hidden; display: none;}
-.x-ebookmaker .covernote {visibility: visible; display: block;}
-
-.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;}
-.stanza {margin: 1em auto;}
-.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;}
-.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;}
-.poem p.i07 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 3em;}
-.dotted {letter-spacing: .2em;}
-
- </style>
- </head>
-<body>
-
-<div style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I, by Jacob Burckhardt</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
-at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
-are not located in the United States, you will have to check the laws of the
-country where you are located before using this eBook.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Title: La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Author: Jacob Burckhardt</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:1em; margin-bottom:1em; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Translator: Diego Valbusa</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Release Date: January 03, 2021 [eBook #64205]</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Language: Italian</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>Character set encoding: UTF-8</div>
-
-<div style='display:block; margin-left:2em; text-indent:-2em'>Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)</div>
-
-<div style='margin-top:2em; margin-bottom:4em'>*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I ***</div>
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-LA CIVILTÀ
-<span class="smaller">DEL SECOLO</span>
-DEL RINASCIMENTO
-<span class="smaller">IN ITALIA<br /><br />
-VOLUME I.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="small">LA CIVILTÀ</span><br />
-<span class="xx-small">DEL SECOLO</span><br />
-DEL RINASCIMENTO<br />
-<span class="xx-small">IN ITALIA</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-SAGGIO<br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="x-large">JACOPO BURCKHARDT</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<span class="small">TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA<br />
-DAL PROFESSORE</span><br />
-<span class="large">D. VALBUSA</span><br />
-con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore
-</p>
-
-<p class="pad1">
-VOLUME I
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="small">IN FIRENZE</span><br />
-<span class="large">G. C. SANSONI, EDITORE</span><br />
-1876
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span>
-</p>
-
-<h2 id="prefazione">PREFAZIONE</h2>
-</div>
-
-<p class="pad2">
-Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa
-moderna v'è un'epoca, che a buon diritto
-reclami tutta l'attenzione dello storico e del filosofo,
-ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana,
-si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione
-nell'opera del signor Burckhardt. È cosa
-omai consentita da tutti che il pensiero moderno,
-cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua grandezza
-e potenza, non è che la maturazione di un pensiero
-che nacque presso di noi negli anni del Rinascimento,
-quando l'Italia, prima di scadere dal rango delle nazioni,
-dischiuse ancora una volta le fonti della civiltà
-e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il Rinascimento
-inaugurò quella battaglia fra due opposti
-principj, fra la libertà e il despotismo, fra la ragione
-e il pregiudizio, che non è peranco finita e che forse
-non finirà così presto. Le città libere del medio-evo
-sono certamente degne di ammirazione e di lode;
-ma esse non fecero che i primi tentativi per giungere
-<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span>
-a quel fine, cui il Rinascimento ebbe la mira
-colla piena coscienza di ciò che chiedeva. Esse domandavano
-delle libertà e mossero guerra ad alcuni
-privilegi: gli uomini del Rinascimento vollero la libertà
-e si ribellarono contro ogni privilegio. La lotta,
-limitata sino a quest'epoca a singole corporazioni,
-divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti
-tradizionali si volse ai diritti originarj e universali
-dell'umanità. Non fu una semplice cultura quella che
-si ridestò, ma un mondo intero, la società tutta,
-che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti sostituì
-ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose
-il libero ed audace arbitrio dell'individuo,
-alla consuetudine che soggioga fe' subentrare la ragione
-che impera. Non a torto adunque fu detto che
-la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione
-moderna sì nel campo dell'azione, che in
-quello del pensiero, od anche, se si vuole, il primo
-atto di quel gran dramma, che si svolse successivamente
-nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione
-francese, e che partorì da ultimo la civiltà attuale.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi
-latine da un lato e delle germaniche dall'altro: le
-une vi contribuirono colla restaurazione del paganesimo
-classico, le altre col ritorno al Cristianesimo
-secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova
-vita le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica
-Grecia e di Roma, i Latini rischiararono colla
-face dell'antico sapere le fitte tenebre, nel bujo delle
-<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span>
-quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici
-e la superstizione; abbellirono la vita col fascino
-irresistibile delle forme, e al tempo stesso ruppero
-le barriere dell'antico mondo, navigando arditi oltre
-le colonne d'Ercole, trovando una nuova via alle
-Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico.
-I Germani, accettando dall'Italia i tesori
-dell'antica cultura, come già una volta il Cristianesimo,
-non solo se ne impadronirono con quella profondità
-e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire
-la loro futura superiorità nel campo della speculazione,
-ma trovarono essi stessi l'arte della stampa,
-che diede al pensiero ali per distendersi e per durare
-eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro
-spirito filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico
-del mondo astronomico, e il gregoriano del despotismo
-papale. Al tempo stesso la caduta allora verificatasi
-del vecchio e crollante Impero d'oriente
-per opera dei Turchi, che minacciavano l'Europa di
-una nuova invasione asiatica, concorse mirabilmente
-a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti gli
-Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano
-credettero di poter scongiurare il pericolo evocando
-le vecchie Crociate, più vivo si fece sentire in tutti
-il bisogno di unirsi in più stretti rapporti al di dentro
-e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita
-la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali
-o monarchie ereditarie e ponendo in luogo dei
-Concilj i congressi e l'equilibrio politico invece dell'autorità
-internazionale degli Imperatori e dei Papi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tra le stirpi latine spetta in modo particolare
-agli Italiani la gloria di aver nella scienza e nell'arte
-dischiuso nuovi ed immensi orizzonti, ridonando
-all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo,
-tutti i tesori dell'antico sapere. Con questo
-fatto essi si riconobbero ancora una volta come
-i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un
-momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo
-imperiale, non era ancora caduto nei fatali amplessi
-di Francia e di Spagna ed era il più florido
-di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non
-potè mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se
-ne potrebbero additare le tracce attraverso i secoli
-sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò l'Impero
-d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia
-se non nel secolo XV che essa ruppe definitivamente
-le dighe, che ne arrestavano il corso, e si diffuse
-coll'impeto di una forza irresistibile per tutte le fibre
-del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve
-allora discorrere da un capo all'altro della penisola,
-e gl'Italiani, che stavano sul punto di perdere la
-propria patria, non sembrarono quasi rammaricarsene,
-felici di averne trovata un'altra da tanto tempo
-perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per
-perire del tutto nel Cristianesimo, riapparve quasi
-fenice dalle ceneri del passato: i poeti e i filosofi
-dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere dei
-conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione
-dello spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo
-risuscitarono il culto della forma e della bellezza, e
-<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span>
-gli eroi dei primi tempi si ripresentarono all'ammirazione
-del mondo come i tipi più perfetti e ideali
-dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì
-la letteratura, le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò
-la sua origine popolare e si avvolse nella toga
-maestosa della lingua e dello stile latino: sorsero
-accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone;
-si apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei;
-perfin l'educazione famigliare fu classica, e un
-alito dell'antica gentilezza corse in tutte le vene del
-corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta moralità
-giunse a tal grado di corruzione da far ricordare
-i tempi dell'antica Roma imperiale.
-Questa grande risurrezione di morti è un fatto
-unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa
-l'indole molto più larga e cosmopolitica della civiltà
-moderna. Ma, per quanto essa attesti splendidamente
-della grandezza immortale della civiltà antica, non
-sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata,
-se in fondo ad essa non vi stesse un'altra
-missione provvidenziale. Il latinismo, che una volta
-avea conquistato il mondo per l'opera della Chiesa,
-dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di
-cultura sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio
-di Costanza, sollevò un grido di protesta contro la
-Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò la grande
-opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito
-di abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica
-col sostituirvi lo spirito vivificatore dell'antichità, e
-di porre al posto del vuoto formalismo delle scuole
-<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span>
-monastiche l'eterna sostanza del sapere antico. La
-libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza
-dai ceppi del dogmatismo furono le preziose conquiste
-che ne derivarono: così l'uomo fu ridonato all'umanità
-e sorse una civiltà nuova, nel cui ambito ci moviamo
-ancora oggidì e di cui non possiamo ancora
-misurare lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione
-adunque questo grande momento chiamasi quello
-dell'umanismo, poichè con esso comincia veramente
-l'umanità moderna.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'opera del signor Burckhardt mira appunto a
-darci un quadro quanto più si possa completo delle
-condizioni del nostro paese in un'epoca così feconda
-di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia
-della cultura nel vero senso di questa parola, quanto
-un <i>Saggio</i>, come all'Autore piacque modestamente
-d'intitolarla; ma, anche sotto un titolo così modesto,
-non si saprebbe dire se più si debba lodare in essa
-la copia stragrande della erudizione, o la maestria
-artistica con cui le parti bellamente son disposte tra
-loro. Egli vi si accinse colla piena coscienza della
-natura, dell'estensione e delle difficoltà proprie del
-carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle
-prime linee. «I contorni ideali del quadro di una
-data civiltà, egli scrive, presentano già di per sè
-un'importanza diversa ad ogni osservatore; e quando
-poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata,
-continua ad influire sulla nostra, quasi impossibile
-riesce di evitare che ad ogni tratto non si ridesti il
-<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span>
-sentimento e il giudizio subbiettivo tanto di chi scrive,
-che di chi legge». Ma appunto per questo egli procede
-anche estremamente cauto nelle sue conclusioni,
-nelle quali anche la critica più minuziosa cercherebbe
-invano quel fare sentenzioso e assoluto, che è il solito
-indizio di una superficialità frivola ed ignorante.
-I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena
-evidenza da un paragone continuo colle condizioni
-analoghe d'altri tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni
-e circostanze attuali, atte più a rivelar le
-tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la verità,
-scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto
-la stessa cura di evitare la vuota frase filosofica
-con quello stesso studio, che altri pongono a
-farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica
-oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito
-di tenersi nel campo della più scrupolosa obbiettività,
-senza torturare i fatti per cavarne la confessione voluta;
-dappertutto chiamati a giudici supremi il retto
-sentimento di umanità e la ragione, giudici certo
-assai competenti in questioni di fatti umani; dappertutto
-una esposizione omogenea, eppur varia, limpida,
-vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità;
-dappertutto infine quella serenità, quella calma, che
-carpiscono la fiducia, perchè soliti indizi di scrittore
-coscienzioso e profondo.
-</p>
-
-<p>
-Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente
-detta corra quella medesima differenza, che
-si riscontra tra un quadro di figura ed un paesaggio,
-dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della
-<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span>
-scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono
-e al movimento drammatico. La sentenza può accogliersi
-come giusta, se con essa s'intese soltanto di
-mettere in più viva luce la lodevole sobrietà dell'Autore,
-che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto
-giovarsi se non di quelli, che più strettamente
-facevano al suo scopo, per non recare soverchio ingombro
-turbare l'armonia dell'insieme. Egli è un
-fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt
-ci par quasi di essere trasportati nel bel mezzo di
-una selva incantata, dove a nostro agio possiamo abbracciar
-con lo sguardo l'infinito serpeggiar de' viali,
-le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti
-vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa,
-ora il braccio marmoreo di una statua, or, mezzo
-nascoste tra il verde, le magnifiche forme di un
-gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente
-avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne
-più intrinsecamente le parti, restino compiutamente
-appagati. Ma l'apparente manchevolezza nei
-particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del
-lavoro, non è difetto, e infondata affatto sarebbe
-l'accusa, se nella brevità impostasi dall'Autore altri
-volesse scorgere una lacuna effettiva, che, ove realmente
-esistesse, nessun titolo, per quanto modesto,
-avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar
-sulle fonti che si conoscono, lo studiarle e il confrontarle
-fra loro per accertar fatti, precisar date e arricchire
-di nuovo materiale utile la grande suppellettile
-storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto e
-<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span>
-a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati
-alla spicciolata e ridurli in armonia con disegno
-artistico, per renderli più accetti all'universale e per
-distribuire i frutti del sapere anche a coloro, cui
-manca l'agio o la volontà di attingere alle fonti originali.
-Evidentemente il signor Burckhardt si attenne
-di preferenza al secondo di questi due metodi, come
-quello che meglio anche rispondeva al suo scopo, di
-darci un'idea chiara e compiuta del tempo preso a
-trattare, anzichè di rettificare o correggere questo o
-quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque
-giudicata come una semplice opera di erudizione,
-benchè questa non vi faccia difetto in nessun punto
-dove è domandata, ma bensì come una di quelle che,
-mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi
-tutto a tener desto lo spirito della scienza e
-rammentano agli scopritori ed investigatori solitari,
-che l'indagine per sè sola non basta. Come tale essa
-porta realmente la vita, il movimento, il colore in
-un cumulo di materiali che, senza una parola vivificante,
-avrebbero chi sa per quanto ancora, continuato
-a rimaner lettera morta, e risponde pienamente
-alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto
-dà più di quanto in sul principio non sembri promettere,
-e perchè riempie al tempo stesso, e nel miglior
-modo che mai si potesse desiderare, una lacuna,
-che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno
-dei periodi più luminosi della nostra storia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale
-dei nostri compatriotti un libro scritto
-con tanta serietà di propositi e con sì piena coscienza
-della dignità e dell'alta missione della storia, noi ci
-lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere
-nè superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara
-a quanti amano fra noi l'incremento de' buoni studi.
-Altri giudicherà come abbiamo soddisfatto agli obblighi
-nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore. A noi
-non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e
-di porgere a quest'ultimo il tributo della nostra più
-viva riconoscenza per la squisita cortesia, colla quale,
-autorizzando la nostra traduzione, volle arricchirla
-di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno
-un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione
-e la pongono, per questo riguardo, al di sopra
-delle stesse edizioni finora comparse del testo tedesco.
-</p>
-
-<p class="indl">
-Mantova, 1º Dicembre 1875.
-</p>
-
-<p class="indr">
-<span class="smcap">Il Traduttore.</span>
-</p>
-
-<div class="dedica">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<p>
-A
-</p>
-
-<p>
-LUIGI PICCHIONI
-</p>
-
-<p>
-VENERATO MAESTRO COLLEGA ED AMICO
-</p>
-
-<p>
-L'AUTORE
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span></p>
-
-<h2 id="parte1">PARTE PRIMA
-<span class="smaller">LO STATO COME OPERA D'ARTE</span></h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span></p>
-
-<h3 id="cap1-1">CAPITOLO I.
-<span class="smaller">Introduzione.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia normanna
-sotto Federico II. — Ezzelino da Romano.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Questo scritto porta il titolo di semplice <i>Saggio</i> nel
-senso più rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio
-dell'autore, ch'egli s'è posto ad una impresa di vasta
-mole con mezzi e forze di gran lunga sproporzionate. Ma,
-quand'anche egli potesse sino ad un certo grado dichiararsi
-soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia
-lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti
-e dei maestri. Già forse di per sè i contorni ideali
-del quadro di una data civiltà presentano una importanza
-diversa ad ogni osservatore; e quando poi trattisi
-di una civiltà che, come madre immediata, continua ad
-influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare
-che ad ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio
-subbiettivo tanto di chi scrive, che di chi legge.
-Nell'ampio mare, nel quale ci avventuriamo, le vie e le
-direzioni possibili sono molte; e gli stessi studi intrapresi
-per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano
-ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione
-diversa, ma porgere occasione altresì a conclusioni
-del tutto contrarie. E per vero il soggetto ha in sè
-tanta importanza da far desiderare di vederlo studiato
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più disparati.
-In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola
-non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato
-nel suo insieme come un tutto organico, che può
-stare da sè. La più grave difficoltà in una storia della
-cultura sta appunto nel dover rompere la continuità del
-processo storico, scomponendolo in parti che spesso sembrano
-arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia
-un'immagine. — Alla maggior lacuna del libro pensavamo
-altra volta di poter supplire con un'altra opera, che
-avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo del Rinascimento;
-ma questo proposito non ha potuto effettuarsi
-che in parte.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare
-l'Italia in uno stato politico essenzialmente diverso da
-quello degli altri paesi occidentali. Mentre in Francia,
-in Ispagna, in Inghilterra il sistema feudale era ordinato
-per modo che, dopo percorso lo stadio della sua vita,
-dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria;
-mentre in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente,
-l'unità dell'Impero, in Italia invece s'era
-quasi interamente sottratto ad ogni specie di dipendenza.
-Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più favorevoli,
-non vi furono più accolti come supremi signori
-feudali, ma solamente come capi e sostegni possibili di
-potenze già costituite; e dal canto suo il Papato, ricco
-di aderenti e di appoggi, era forte abbastanza da impedire
-ogni futura unificazione del paese, ma non già da
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-poter fondarne una esso stesso.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Fra l'uno e l'altro di
-questi rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche
-e principati — talune già preesistenti,
-altre surte da poco, la cui esistenza non era fondata
-che puramente sul fatto.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> In esse lo spirito della
-moderna politica europea scorgesi per la prima volta
-abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo
-assai di frequente agli eccessi del più sfrenato
-egoismo, conculcando ogni diritto e soffocando il germe
-di ogni più sana cultura; ma dove queste tendenze furono
-arrestate od almeno comecchessia controbilanciate,
-quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella
-storia, si ha lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione,
-lo <i>Stato come opera d'arte</i>. Questa nuova vita si manifesta
-tanto nelle repubbliche che nei principati in mille
-modi diversi, e ne determina non solo la forma interna,
-ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in
-esame il tipo più completo ed esplicito negli Stati retti
-a forma principesca.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello
-illustre nel regno normanno dell'Italia meridionale
-e della Sicilia, dopo la trasformazione che esso aveva
-subìto per opera dell'imperatore Federico II.<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> Questi,
-cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in prossimità
-ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a
-giudicar delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto
-obbiettivo, anticipando così il tipo dell'uomo moderno
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-sul trono. A queste sue qualità bisogna aggiungere
-altresì la profonda conoscenza ch'egli aveva delle
-condizioni interne degli Stati saraceni e della loro amministrazione,
-nonchè la guerra a morte sostenuta coi
-Papi, che obbligò entrambi i contendenti a mettere in
-campo tutte le forze ed i mezzi, di cui poteano disporre.
-Le ordinanze di Federico (specialmente dal 1231 in avanti)
-non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione completa
-del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in
-una moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo
-grado tassabile. Egli centralizzò l'intera amministrazione
-giudiziaria e politica in un modo sino a quel tempo affatto
-sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio poteva più essere
-conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena di
-veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti
-gli abitanti in condizione servile. Le imposte, basandosi
-sopra uno sconfinato catasto e sulle consuetudini maomettane,
-venivano percette con quei modi vessatorii e
-crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è impossibile
-estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma
-non si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi
-sottoposti a sì rigido sindacato, che non possono nemmeno,
-senza speciale permesso, nè prender moglie, nè studiare
-all'estero: — l'università di Napoli infatti fu la prima
-a metter leggi restrittive agli studi; — quando lo stesso
-Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia
-libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico
-il sistema di esercitare il commercio per conto proprio
-in tutto il mare Mediterraneo, riserbandosi, con molto
-scapito de' suoi sudditi, il monopolio di parecchi oggetti. — I
-califfi fatimiti colle loro tendenze eterodosse non ancor
-ben manifeste erano stati (almeno sul principio) abbastanza
-tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-al contrario corona il suo sistema di governo con una
-persecuzione contro gli eretici, che sembrerà tanto più
-riprovevole, quando si ammetta, come par quasi certo,
-che egli in costoro abbia inteso di perseguitare i partigiani
-non tanto della libertà di coscienza, quanto del
-libero vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre
-dappresso, quali agenti di polizia all'interno e come nucleo
-dell'armata contro i nemici esterni, quei Saraceni
-trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, che con
-uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e
-alle scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi,
-lasciarono più tardi, con indolente apatìa, consumarsi la
-rovina di Manfredi e il trionfo dell'Angioino; ma questi
-alla sua volta fece suo quel sistema di governo, e se
-ne giovò a' suoi scopi ulteriori.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare
-ogni cosa, sorge un usurpatore di un genere tutto affatto
-particolare, Ezzelino da Romano, vicario e genero di lui.
-Egli non rappresenta propriamente nessun sistema di
-governo o di amministrazione, poichè tutta la sua attività
-fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento
-delle Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come
-tipo politico pei tempi posteriori, non è meno importante
-del suo imperiale protettore. Sino a questo tempo ogni
-conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi effettuata
-in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o
-a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la
-prima volta si tenta la fondazione di un trono sulla strage
-delle moltitudini e su altre infinite crudeltà, che è come
-dire, impiegando ogni sorta di mezzi, pur di riuscire allo
-scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, non lo stesso Cesare
-Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino
-non ricondusse la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun
-freno agli usurpatori venuti dopo.
-</p>
-
-<p>
-Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico,
-pose innanzi la dottrina di una costituzione di
-governo, in cui il principe s'immagina assistito da una
-Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza
-eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco
-nelle scuole, e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia
-le due più grandi figure politiche del secolo XIII. La
-loro personalità, rappresentata sotto un aspetto per metà,
-leggendario, costituisce la parte più importante delle
-«Cento novelle antiche», la cui originaria redazione
-cade certamente in questo secolo.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> In esse si parla di
-Ezzelino con quella specie di reverente paura, che sogliono
-inspirare le cose grandi, e in breve un'intera
-letteratura si forma intorno alla sua persona, dalla cronaca
-dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi
-un mito.<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>
-</p>
-
-<p>
-Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi,
-principalmente dalle lotte partigiane dei Guelfi e
-dei Ghibellini, i singoli tiranni, in generale quali capi
-dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni così diverse,
-che è impossibile non riconoscere in questo fatto una
-legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi,
-di cui si servono, essi non hanno bisogno che di continuare
-sulla via adottata già dai partiti: l'espulsione o
-la distruzione degli avversari e delle loro case.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span></p>
-
-<h3 id="cap2-1">CAPITOLO II.
-<span class="smaller">La Tirannide nel secolo XIV.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli
-interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini
-sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono
-una prova evidente del come esempi consimili non andarono
-punto perduti. Le loro immanità parlavano abbastanza
-altamente, e la storia le ha circostanziatamente
-descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e
-a non contare che sopra le proprie forze, e organizzati
-in conformità a questo scopo, presentano pur sempre una
-particolare importanza.
-</p>
-
-<p>
-Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in
-allora nessun principe fuori d'Italia aveva nemmeno
-un'idea, congiunto con una potenza quasi assoluta dentro
-i limiti dello Stato, fece sorgere qui uomini e forme politiche
-affatto speciali.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> Il segreto principale del regnare
-stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente
-le imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate
-al principio della sua signorìa. Tali erano: un'imposta
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-fondiaria basata sopra un catasto; determinati dazi
-di consumo, e gabelle pure determinate sopra l'importazione
-e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite
-dei dominii privati della casa regnante. Esse non
-oltrepassavano mai un certo limite, tranne il caso di un
-notevole aumento nella pubblica prosperità e nel commercio.
-Di prestiti, quali si vedevano effettuarsi nelle
-comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; e
-più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano,
-quando si poteva prevedere che non avrebbe prodotto
-veruna scossa, come, per esempio, la destituzione e la
-spogliazione, all'uso affatto orientale, dei supremi magistrati
-della finanza.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>
-</p>
-
-<p>
-Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti
-i bisogni della piccola corte, alla guardia personale del
-principe, ai mercenari assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè
-ai buffoni ed agli uomini d'ingegno, che
-formavano il seguito del regnante. L'illegittimità, circondata
-da continui pericoli, isola il tiranno: l'alleanza
-più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini
-superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine.
-La liberalità dei principi del nord nel secolo XIII s'era
-ristretta ai cavalieri, vale a dire alla nobiltà che serviva
-e cantava. Non così il tiranno italiano: sitibondo di gloria
-e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia l'ingegno
-come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito
-si sente sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di
-una nuova legittimità.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno
-di Verona, Can Grande della Scala, il quale negl'illustri
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-esuli accoglieva alla sua corte i rappresentanti di tutta
-Italia. Gli scrittori se ne mostrarono riconoscenti: Petrarca,
-le cui visite a questa corte trovarono un biasimo
-così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe
-del secolo XIV.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> Dal suo mecenate — il signore
-di Padova — egli pretende molte e grandi cose, ma in
-modo tale da mostrare ch'egli ne lo crede anche capace.
-«Tu non devi essere il padrone, ma il padre de' tuoi sudditi
-e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra
-del tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare
-contro i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener
-tutto a forza di benevolenza. Bene inteso, io dico
-i soli cittadini che amano l'ordine; poichè chi ogni giorno
-va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un nemico dello
-Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve
-aver sempre il suo corso».<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> Entrando poi ne' particolari,
-vi si scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza
-dello Stato: il principe deve aver cura di tutto, restaurare
-e mantenere le chiese e i pubblici edifizi, sorvegliare
-la polizia delle strade, prosciugar le paludi, regolare
-la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente
-le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar
-la sua protezione e la sua confidenza agli uomini illustri,
-perchè questi soli gli assicurano un posto glorioso presso
-la posterità.<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi
-e i meriti personali di taluni fra questi principi, tuttavia
-il secolo XIV riconosceva o almeno presentiva la breve
-durata e l'effimera sussistenza della maggior parte delle
-tirannidi. Siccome istituzioni politiche di questo genere
-per lor natura son destinate a mantenersi tanto più stabilmente,
-quanto maggiore è l'estensione del loro territorio,
-così era anche naturale che i principati più potenti
-fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli.
-Quale ecatombe di piccoli signori non fu sacrificata in
-questo tempo ai soli Visconti! — A questi pericoli esterni
-poi corrispondeva quasi sempre un cupo fermento all'interno,
-e questo stato di cose non poteva certamente non
-esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe.
-L'arbitrio male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato,
-i nemici e i cospiratori dall'altro lo trasformavano quasi
-inevitabilmente in tiranno nel peggior senso della parola.
-Avesse egli almeno potuto fidarsi de' suoi più prossimi
-congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva
-neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo
-alla successione al trono, come altresì riguardo
-alla ripartizione dei beni, e appunto nei momenti di maggior
-pericolo un risoluto cugino od uno zio si sostituivano,
-nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al posto
-del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione
-o il riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione
-a liti continue. E così accadde, che un numero
-ragguardevole di queste famiglie si trovò avere nel seno
-non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi di
-vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-aperto e alle stragi domestiche. Altri, vivendo
-all'estero in qualità di fuggiaschi, si chiudono in paziente
-aspettativa, come ad esempio quel Visconti che,
-stando a pescare sul lago di Garda,<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> al messo del suo
-rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare
-a Milano, seccamente rispose: «non prima che le
-scelleratezze del tuo padrone abbiano superato le mie».
-Talvolta sono altresì i congiunti del principe che lo sacrificano
-alla pubblica moralità troppo altamente offesa,
-per salvare così gl'interessi della dinastia.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> Altrove la
-signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo
-che il capo di essa è obbligato di sentire il parere dei
-membri che la compongono, ed anche in questo caso la
-divisione del possesso e della potenza è causa frequente
-di acerbi rancori.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo
-disprezzo negli scrittori fiorentini d'allora. Già il
-fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano
-forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto
-d'impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai
-loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco
-capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso
-Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire
-a cavallo con uno scettro d'oro in mano e, tornato a
-casa, mostravasi dalla finestra appoggiato a guanciali e
-a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi
-mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in ginocchio,
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-quasi fosse un Papa od un Imperatore.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> Ma più
-spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono
-grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente
-il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell'ambizione
-dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre
-trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite,
-venite, carnefici, venite, avoltoi?».<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> Il castello della tirannide
-non s'immagina che in sito eminente ed isolato,
-riboccante d'insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria
-e di ribalderìe.<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> Altri predicono sventure a chiunque
-s'accosti o serva il tiranno,<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> che da ultimo trovano
-degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, ad
-odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa
-e a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi
-la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo,
-scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e
-si rassodano, così nasce e cresce con loro l'elemento
-segreto, che deve trarlo a rovina».<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> E tuttavia si tace
-di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le
-città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora
-a promovere il maggiore sviluppo possibile della individualità,
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-mentre i tiranni non vogliono emergere che
-essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato
-sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come
-ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>
-</p>
-
-<p>
-Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano
-agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più
-speciale per le superstizioni astrologiche e per l'empietà
-di taluni fra quei tiranni. Quando l'ultimo dei Carrara
-non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte
-di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani
-(1405), gli uomini della sua guardia lo udirono
-spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perchè
-lo uccidesse!».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi
-del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti
-di Milano, dalla morte dell'arcivescovo Giovanni (1354)
-in poi. In Bernabò pel primo riscontrasi una quasi somiglianza
-di famiglia coi più feroci imperatori romani:<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>
-l'affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali
-del principe: chi a questo riguardo si permette il più
-piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti:
-il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più
-cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la
-loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più
-odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta
-a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani
-del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione
-«ai sudditi» intima che, come altre volte essi
-parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono
-dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto
-per un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di
-mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad
-averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle
-trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore
-anche agli storici più lontani.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> In Giangaleazzo si vede
-a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali.
-Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in
-gigantesche opere d'arginatura, per poter divergere a
-suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova,
-e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città,<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>
-e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì
-ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò
-la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi»<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>
-e il Duomo di Milano, «che in grandezza e
-magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»;
-e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre
-Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in
-allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse
-in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca
-e la grande collezione di reliquie sacre, nelle
-quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali
-idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece
-duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno
-di tutta Italia<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> o alla corona d'imperatore, quando invece
-si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi
-Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita
-ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre
-ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua
-morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze
-avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono
-essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano.
-Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i
-suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo
-Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con
-altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa
-casa, essi ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze
-e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando
-di generazione in generazione.
-</p>
-
-<p>
-Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi
-cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli
-aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci
-furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell'imperatore
-Valentiniano I.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Allorquando nel maggio
-dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-affamato gridava sul suo passaggio <i>pace! pace!</i>, egli
-scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono
-duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di
-pronunciar le parole <i>pace</i> e <i>guerra</i>, e prescrisse perfino
-agli ecclesiastici di dire nella Messa <i>dona nobis tranquillitatem</i>,
-in luogo di <i>pacem</i>. Da ultimo alcuni congiurati
-giovaronsi destramente del momento, in cui il
-gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva
-gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni
-Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; ma il
-morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali
-di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso
-per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda,
-si sposasse, dopo la sua morte, a quest'ultimo,<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> ciò che
-si verificò anche ben presto.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava
-di poter fondare sull'entusiasmo cadente della borghesia
-già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse
-tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali
-principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o
-di un folle.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p>
-
-<h3 id="cap3-1">CAPITOLO III.
-<span class="smaller">La Tirannide nel secolo XV.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe in
-disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni
-illegittime. — I condottieri quali fondatori di stati. — Loro
-rapporti coi propri signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del
-giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei condottieri.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere
-affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei
-grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala
-e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti,
-arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all'interno
-in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova
-dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso.
-Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo
-dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od
-anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore
-sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all'ingegno
-e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un
-rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori
-e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro
-e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento
-del loro territorio. Tutti poi, presi insieme,
-grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono
-procedere più circospetti e guardinghi e astenersi
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-da crudeltà troppo immani. In generale non potevano
-osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario
-per riuscire nei loro scopi; — e questo veniva lor perdonato,
-almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa,
-che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi
-legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna;
-tutt'al più vi si riscontra una specie di popolarità, che
-però non esce dalle mura della città che serve di residenza:
-i principi italiani sentono che ciò che deve loro
-maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno.
-Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con
-impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica
-utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri
-non sono che poveri contadini e quand'anche si uccidessero
-tutti, sarebbe questa pur sempre una magra
-soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura
-perissero in tale lotta! Quand'anche il duca giungesse
-a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le
-sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di
-5000 ducati» ecc.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> Ciò che in Carlo vi era di medievale,
-le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era
-cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando
-poi si seppe che co' suoi ufficiali e comandanti usava
-unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo
-servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle
-di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di
-tutto l'esercito sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora
-tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per
-ispacciato.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-superò gli stessi principi d'Italia, e che non cessava
-di manifestare la sua ammirazione per Francesco
-Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare
-natura, in fatto di civiltà e gentilezza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere
-prevalente di questi stati italiani del secolo XV.
-La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta
-sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione
-e pel compito che si propone,<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> che un giudizio su
-lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.
-</p>
-
-<p>
-La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima,
-e vi pesa sopra come una maledizione, che non
-può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali
-non valgono a mutare un tale stato di cose, perchè il
-popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano
-comperato un brano di pergamena in paese straniero o
-da uno straniero di passaggio per le loro terre.<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> Se
-gl'imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non
-avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest'era il
-ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla
-spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno
-che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi,
-ma non poterono guarentirle con altro che con semplici
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-<i>documenti</i>. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia
-non è che una delle più vergognose mascherate politiche,
-che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo
-Villani<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> in qual modo i Visconti lo menarono attorno
-pel loro territorio e da ultimo lo scortarono a' confini,
-come egli corse da un luogo all'altro a guisa di mercatante
-girovago per iscambiar con danaro al più presto
-i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo
-ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere
-sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là
-delle Alpi.<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> Almeno Sigismondo la prima volta venne
-con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni XXIII
-a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di
-riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi
-insieme il Papa e l'Imperatore sull'alto della torre
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della
-Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della
-città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al
-basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo
-comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di
-mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual
-debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma,
-per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo
-III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi
-di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che
-desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale
-i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati
-nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità
-ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di
-Napoli, al quale l'onore della visita imperiale non costò
-meno di 150,000 fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> In Ferrara, al suo secondo
-ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero
-in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e
-dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori,
-notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini,
-conti col diritto di nominar dottori (anche cinque
-per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>
-Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonchè al di lui
-cancelliere dovevasi un segno di riconoscenza per la redazione
-dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi
-parve un po' cara.<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> Che cosa pensasse il duca Borso
-nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi
-e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli,
-la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-l'ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondochè
-si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico.
-Perciò, mentre gli uni<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> festeggiavano l'imperatore
-con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti
-della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più
-che cosa voglia propriamente significare l'incoronazione:
-avvegnachè gli antichi non coronassero che gl'imperatori
-vittoriosi e di niun'altra corona, fuorchè di alloro.<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>
-</p>
-
-<p>
-Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento
-generale dei popoli stranieri, una nuova politica
-imperiale verso l'Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura
-di Lodovico il Moro coll'esclusione dell'infelice
-suo nipote dal trono — non era di tal natura da
-poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna
-teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono
-fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e
-darvi mano; anche l'impero adunque poteva ora pretendere
-la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare
-di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato
-a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel
-palazzo dei Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi
-i gigli di Francia, lo storico Senarega<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> chiese dappertutto
-che cosa propriamente significasse quell'aquila rispettata
-in tante rivoluzioni, e quali diritti l'Impero
-avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro,
-fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una <i>camera
-imperii</i>. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe
-saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni.
-Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole
-far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli
-per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero,
-ma bensì della monarchia di Spagna.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV
-derivò alla sua volta anche l'indifferenza rispetto alla
-nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines,
-parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi
-come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie
-principesche del nord, in quella di Borgogna, per
-esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati
-appannaggi, come vescovati e simili, e mentre
-in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi
-sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece
-non v'era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente
-tollerato nella stessa linea principale qualche
-rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano
-la linea bastarda della casa, perchè l'Aragona propriamente
-detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande
-Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un
-vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di
-Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto
-discendenti illegittimi della famiglia d'Este, fra i quali
-lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo
-fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo.<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>
-Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie
-una principessa, che propriamente non era che una figlia
-naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-Gl'illegittimi erano anche di frequente ammessi alla
-successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni
-quando qualche pericolo stringeva assai da vicino;
-e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore
-riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità
-dell'individuo, il suo merito personale e la
-forza del suo talento furono qui sempre più forti della
-legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi
-d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i
-figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI,
-prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma,
-che allora incominciava, la cosa destò qualche
-maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione
-dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e
-sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> Il cardinale
-Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria
-di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da
-un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno
-di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il
-duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>
-Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione,
-che nel secolo XV, per motivi di moralità e di
-politica, non avrebbero avuto alcun senso.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma la più alta e più comunemente ammirata forma
-dell'illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere,
-il quale — qualunque sia la sua origine — giunge a procacciarsi
-un principato. In sostanza anche l'occupazione
-dell'Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi
-di questa specie cominciarono a tener la Penisola
-in perpetue agitazioni.
-L'insediamento di un condottiero a signore di un
-paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni
-qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando
-di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini
-e terre,<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> le quali, senza di ciò, ed anche nel caso
-che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli
-erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri
-d'inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo
-esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è
-Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne
-Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da
-Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e
-condottieri italiani, parve anche più prossima l'occasione
-di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo
-possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande
-trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano
-dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo
-de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) fu volto principalmente
-alla distruzione di questi tiranni giunti al potere
-colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi,
-Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova
-di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero
-di città e 400,000 fiorini d'oro, senza contare gli uomini
-d'arme del primo marito che Beatrice condusse pure con
-sè.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano
-e i condottieri che si vendevano, che è tanto
-caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto,<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> di
-quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque,
-lo dipinge presso a poco così: una volta gli
-abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano
-un capitano, che li aveva liberati dall'oppressione
-straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo
-migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa,
-che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe
-stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore
-della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo
-e poi adoriamolo come nostro patrono. E così
-fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato
-romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano
-maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai
-governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori,
-erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come
-toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata
-per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro
-la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola
-(1432).<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> Dal punto di vista morale è un fatto
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-degno di molta considerazione, che i condottieri assai
-di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria
-moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi
-maggior fiducia da parte degli altri, o sentir
-cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere
-eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario,
-per tenersi puri dall'odio, e solo una bontà interna a
-tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori
-perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo
-per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più
-sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque,
-e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle
-scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità
-e il talento si svilupparono in sì alto grado da
-imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei loro
-soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di
-eserciti, nei quali la forza impellente è senz'altro il credito
-personale del duce. Una splendida prova se ne ha
-nella vita di Francesco Sforza,<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> contro il quale nessun
-pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di
-acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene
-giovare a tempo opportuno: si sa infatti che
-più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero
-spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente
-a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva in lui «il padre
-comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia
-Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa,
-più che di qualunque altra, si possono seguire passo
-passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità:
-Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva
-meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati
-in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una
-di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti
-in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la
-casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in
-un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non
-respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor
-tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi
-innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere
-del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava
-a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine
-da una tenda tutta circondata di bandiere, nella
-quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — sino a tanto
-che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo,
-di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito
-e potenza, tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo
-di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe
-procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti
-questi congiunti che tennero insieme la sua armata per
-tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo
-a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri
-colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e
-con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizii
-della larghezza delle sue viste si ebbero in questo,
-che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio
-alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche
-dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che
-in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo
-contro la licenza della soldatesca; che non trascorse
-mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate
-e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco),
-per serbarsi sempre libero di passare, data l'occasione,
-a nozze principesche. Ed in quest'ultimo riguardo
-egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti
-contraessero unioni non approvate da lui. Nel
-medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà
-e dalla vita perduta e rotta de' suoi compagni
-d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco,
-lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici:
-«non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno
-de' tuoi e se l'hai battuto, allontanalo più che puoi; non
-cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda
-volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra cosa
-egli era, se non un grande capitano, almeno un grande
-soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed
-esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità
-co' suoi modi franchi e schietti, e possedeva una
-maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche
-dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro
-servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura
-italiana; ma nelle ore d'ozio amava erudirsi
-nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti
-scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio,
-ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente
-tutte le sue mire a crearsi una grande signoria,
-e con splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai
-destramente mascherato giunse anche a farsi padrone
-della potente Milano (1447-1450).
-</p>
-
-<p>
-Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo
-tempo scriveva:<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> «nella nostra Italia, tanto vaga di
-mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste omai
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche
-i servi possano divenir re». Uno specialmente che si
-diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava
-in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino,
-figlio di Niccolò. Era una questione d'interesse
-vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe
-a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori
-erano evidentemente interessati ad impedirglielo,
-ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato
-un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti
-sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe
-e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell'occasione
-che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano
-invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo:
-«se la si fa finita con lui (dicevan essi ad una voce),
-noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre».<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>
-Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in
-Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto
-che egli potè da ultimo uscire da quel frangente a patti
-onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi
-eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva
-già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo
-una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse
-a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte
-le garanzie e ai rapporti ch'egli aveva nelle regioni più
-elevate, quest'ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo.<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti
-loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri:
-quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono
-nel medesimo giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna
-(1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava
-all'altro il suo stato.<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> Il fatto è che contro
-una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii,
-tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto
-giovane s'era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria,
-Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n'aveva avuto
-anche una figlia: — una zia le avvelenò entrambe, per
-appropriarsi l'eredità.<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione
-di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo
-da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro
-stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii
-unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne
-la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava
-di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo
-erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti
-del Papa s'attribuirono esclusivamente il privilegio di
-tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si
-manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri
-ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo
-VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino,
-stato già dapprima a servizio in Borgogna, non
-si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-padrone, in mano a' Turchi;<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> e si dovette andar più che
-contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il
-Magnifico, s'indusse ad accomodarsi con una somma di
-danaro e ad andarsene. Nell'anno 1495, quando tutto
-andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovero,
-condottiere da Brescia, volle fare esperimento
-delle sue forze:<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> egli aveva preso già dapprima la città
-di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia,
-ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi:
-ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da
-un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini,
-figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei
-Veneziani, tolse all'arcivescovo di Ravenna la città di
-Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed
-oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo
-«a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione,
-il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè
-«a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando
-di farlo morir per le forche. Pandolfo non potè usargli
-altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima
-nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo
-notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano
-di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese
-avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò
-la sua sovranità sul lago di Como.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span></p>
-
-<h3 id="cap4-1">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller">Le Tirannidi minori.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue
-dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta,
-dei Pico e dei Petrucci.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale,
-che le maggiori scelleratezze s'accumularono nelle più
-piccole di esse. Frequentissime in famiglie, i cui membri
-volevano vivere tutti secondo il loro grado, erano
-le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da
-Camerino si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434),
-unicamente perchè i suoi figli ne agognavano le ricchezze.<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>
-Se in qualche città un tiranno si distingueva
-per un governo saggio, moderato, alieno dal sangue e
-per la protezione accordata alla cultura, questi era di
-regola un discendente di qualche grande famiglia, o almeno
-ne dipendeva per ragioni politiche. Di questa specie
-fu, per esempio, Alessandro Sforza principe di Pesaro,<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>
-fratello del grande Francesco e suocero di Federigo
-da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e
-giusto ed affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-guerresca, ebbe un regno tranquillo, durante il
-quale raccolse una splendida biblioteca e passò il suo
-tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II
-dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica
-era modellata su quella degli Estensi e degli Sforza,
-potrebbe essere registrato nel numero di costoro. — Qual
-brutale ferocia invece non si riscontra nelle famiglie
-dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini,
-dei Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di
-Perugia! — Delle vicende di questi ultimi sul finire
-del secolo XV noi abbiamo ampie notizie da eccellenti
-fonti storiche — le cronache del Graziani e del Matarazzo.<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria
-non si era mai trasformata in un vero principato,
-ma consisteva soltanto in una supremazia esercitata dentro
-la cerchia della città e basata sulle grandi ricchezze
-e sull'influenza effettiva nel conferimento delle pubbliche
-dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato
-come il capo supremo di essa; ma un profondo e
-nascosto rancore regnava tra i membri de' suoi rami diversi.
-Di fronte ad essi mantenevasi un partito contrario,
-composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno al 1487
-tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di
-<i>bravi</i>: non passava giorno che non si commettesse qualche
-atto di violenza: nell'occasione che dovea portarsi
-a seppellire uno studente tedesco, stato quivi ucciso, due
-collegi si posero in armi l'un contro l'altro, e talvolta i
-bravi di diverse case venivano a battaglia tra loro sulla
-pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano
-o se ne andavano al più presto possibile. Da
-ultimo gli Oddi furono costretti ad abbandonare Perugia,
-e allora la città si convertì in una fortezza assediata sotto
-la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo
-dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese
-venivano represse con terribili vendette: nell'anno 1491,
-dopo avere scannato d'un tratto ben cento trenta congiurati
-introdottisi in città, e dopo averne appeso i corpi
-alle mura del palazzo del comune, furono alzati sulla
-pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si
-fecero celebrar messe e far processioni, per purgare e
-riconsacrare quel luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo
-VIII fu pugnalato di pieno giorno sulla pubblica
-via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato spedito
-a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico
-disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa
-dominante, Guido e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui
-colla santa e taumaturga monaca domenicana suor Colomba
-da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi
-sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la
-pace. — In mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia
-anche in questa occasione di mettere in rilievo la devozione
-e la pietà dei migliori fra i perugini. — Mentre
-Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli esigliati,
-accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra
-di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici
-furono atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini
-si trasformarono in audaci masnadieri, e non solo i cervi,
-ma i lupi altresì corsero a loro agio quel terreno fatto
-deserto e vi trovarono gradito pascolo nei cadaveri dei
-caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana».
-Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-a Carlo VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi
-a Perugia, concepì l'idea di sbarazzarsi per sempre dei
-Baglioni, e propose a Guido una festa qualunque, un
-torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme
-nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che
-«il più bello di tutti gli spettacoli sarebbe stato il
-vedere riuniti insieme tutti gli uomini d'arme di Perugia»;
-e allora il Papa rinunziò al suo progetto. Poco
-dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa,
-nella quale i Baglioni non ottennero la vittoria se non
-in virtù del loro eroismo personale. Fu in quella occasione
-che Simonetto Baglione, appena diciottenne,
-tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie
-centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite,
-si rialzò di nuovo a combattere, sino a che accorse
-in suo aiuto Astorre Baglione, il quale, alto sul suo cavallo
-e tutto armato di ferro dorato e con un gran falcone
-sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio
-Marte nelle gesta e nell'aspetto».
-</p>
-
-<p>
-Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor
-dodicenne, studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse
-le impressioni di quei giorni sono riprodotte e fatte
-eterne nelle sue prime figure in piccolo di S. Giorgio e
-di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire
-mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello
-stesso S. Michele fatta in grande posteriormente; e se
-Astorre Baglione ha per avventura avuto in qualche
-cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove,
-fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro
-di Eliodoro.
-</p>
-
-<p>
-Gli avversari parte erano periti, parte per paura si
-erano allontanati, nè in seguito ebbero più la forza di
-tentar nuovi attacchi. Dopo qualche tempo seguì una
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-parziale riconciliazione e ad alcuni fu concesso il ritorno.
-Ma Perugia non ridivenne per questo nè più tranquilla
-nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante
-proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli.
-Contro Guido, Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto,
-Astorre, Gismondo, Gentile, Marcantonio ed altri
-sorsero uniti due pronipoti, Grifone e Carlo Barciglia:
-quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe Varano
-di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi,
-Geronimo dalla Penna. Indarno Simonetto, che
-aveva sinistri presentimenti, scongiurò suo zio a permettergli
-di uccidere questo Penna: Guido glielo proibì.
-La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione
-delle nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo
-l'estate dell'anno 1500. La festa cominciò e durò alcuni
-giorni tra sinistri indizi, il cui aumentarsi ci vien descritto
-egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, che era
-presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica
-fe' balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò
-credere vera una supposta tresca di sua moglie
-con Giampaolo, e quando tutto fu ordito, ad ognuno
-dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare.
-(I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior
-parte nel luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi,
-che erano presenti, ognuno ebbe quindici uomini a' suoi
-ordini: gli altri furono posti in vedetta. Nella notte del
-15 luglio le porte furono forzate e compiuti gli assassinii
-di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo:
-gli altri poterono fuggire.
-</p>
-
-<p>
-Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello
-di Simonetto, sulla pubblica via, gli spettatori «e specialmente
-gli studenti stranieri» furono uditi paragonarlo
-con quello di qualche antico romano: tanto imponente
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi
-trovavano l'espressione di un'audacia spinta all'estremo,
-come se la morte stessa non avesse potuto domarlo. I
-vincitori si recarono attorno dagli amici della famiglia,
-cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono tutti in
-lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire
-alla campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano
-fuggiti, raccolsero genti al di fuori, e poi, con Giampaolo
-alla testa, penetrarono il giorno seguente nella
-città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati di morte
-dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso
-S. Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che
-lo abbandonò a' suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia
-ed il Penna riuscirono a fuggire a Camerino presso
-il promotore principale di quella tragedia, e così in un
-momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò
-padrone della città.
-</p>
-
-<p>
-Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone,
-la quale il giorno innanzi, insieme alla di lui moglie
-Zenobia e a due figli di Giampaolo, si era ritirata in
-un podere e avea respinto da sè più volte, non senza
-lanciargli la sua maledizione materna, il figlio che s'affrettava
-a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò
-del figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle
-due donne: nessuno voleva essere riconosciuto per l'uccisore
-di Grifone, per non tirarsi addosso gli sdegni
-della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò
-il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto
-da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza
-mista di pietà tutti guardavano poscia alle due donne,
-quando con vesti ancora intrise di sangue attraversarono
-la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale
-più tardi Raffaello dipinse la celebre sua <i>Deposizione</i>.
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-Con quel quadro ella depose il proprio dolore ai piedi
-della Regina di tutti gli addolorati.
-</p>
-
-<p>
-Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste
-tragedie nelle sue vicinanze, fu lavato con vino e
-consacrato di nuovo. Ma rimase pur sempre in piedi
-l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte le
-gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che
-ci narrò tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.
-</p>
-
-<p>
-In seguito si formò una storia affatto leggendaria
-de' tempi anteriori dei Baglioni, che non è se non un
-riflesso di queste atrocità. Secondo questa leggenda,
-tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da
-tempo immemorabile di morte violenta, una volta non
-meno di ventisette d'un tratto; le loro case sarebbero
-state già anteriormente atterrate, e coi materiali delle
-medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma il
-fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi
-non ebbe luogo che più tardi, sotto il governo di
-Paolo III.
-</p>
-
-<p>
-In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando
-in quando abbiano avuto anche de' buoni intendimenti,
-come è certo che misero un po' d'ordine nel loro partito
-e che protessero i pubblici ufficiali dagli arbitrii
-della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli,
-e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio
-solo apparentemente domato. Giampaolo fu con
-lusinghe attirato a Roma nel 1520 sotto Leone X e
-quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che tenne
-Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime,
-specialmente perchè parteggiava pel duca di
-Urbino ugualmente minacciato dal Papa, inferocì ancora
-una volta in modo atrocissimo contro la propria famiglia,
-assassinando uno zio e tre cugini, tanto che il duca stesso
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-gli fe' dire che era tempo di farla finita.<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Suo fratello,
-Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel 1530
-si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il
-figlio di questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia,
-che coll'uccisione del Legato papale e dei pubblici ufficiali
-conseguì nel 1534 una breve, ma spaventevole
-signoria.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci
-ancora qua e colà. — Audacia, empietà, talento guerresco
-e cultura assai raffinata raramente si riunirono in
-un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta (morto nel
-1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa
-casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi
-altra qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso.
-Il già menzionato Pandolfo, nipote di Sigismondo, non
-giunse a sostenersi se non perchè i Veneziani non volevano,
-ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta di
-nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per
-motivi ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella
-di Rimini (1497), e poi lo lasciarono fuggire,<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>
-un commissario veneziano lo ripose nella signoria, benchè
-macchiato di fratricidio e di ogni sorta di scelleratezze.
-In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi
-ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527
-fu, come quella di Cesare Borgia, veramente fatale a
-queste piccole tirannidi, delle quali ben poche sopravvissero,
-ed anche queste con assai scarsa fortuna. — Alla
-Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della famiglia
-Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato,
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-Lilio Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal
-sacco di Roma al tetto ospitale del canuto Giovan Francesco
-Pico (nipote del celebre Giovanni). I dialoghi che
-egli ebbe col principe intorno al monumento sepolcrale,
-che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine
-ad uno scritto,<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> che nella dedica porta la data dell'aprile
-di quello stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto!
-«Nell'ottobre dello stesso anno lo sventurato principe,
-assalito di notte tempo, perdette il trono e la vita per
-opera di un figlio di suo fratello, ed io stesso, gittato
-nella più profonda miseria, potei a stento salvare la vita
-fuggendo».
-</p>
-
-<p>
-Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio,
-come fu quella, che Pandolfo Petrucci esercitò
-dal 1490 in poi nella città di Siena, lacerata allora dalle
-frazioni, è appena degna di essere ricordata. Incapace e
-crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore di diritto
-e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con
-atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto
-in estate era di rotolar massi di pietra dal monte Amiata,
-senza pensare dove e su chi cadessero. A lui riuscì quello,
-a cui non avean potuto giungere nemmeno i più astuti,
-di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: tuttavia
-morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi
-figli però si sostennero ancor lungamente in una specie
-di mezza signoria.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span></p>
-
-<h3 id="cap5-1">CAPITOLO V.
-<span class="smaller">Le maggiori case principesche.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco
-Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il
-Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca
-di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli Estensi
-a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici
-uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà
-della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione
-dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione
-accordata alle lettere.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi
-vuol essere considerata a parte. L'ordinamento feudale,
-che qui sin dal tempo dei Normanni si mantenne come
-una <i>signoria</i> inerente al possesso fondiario dei Baroni,
-vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel
-resto d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio
-della Chiesa e poche altre regioni, non sussiste
-omai più che il semplice <i>possesso</i> come tale, e lo Stato
-non permette più che diventi ereditario nessun ufficio.
-Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che
-sin dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole
-affatto diversa da quella de' suoi veri o pretesi discendenti.
-Splendido in tutto, dignitosamente affabile e quindi
-caro al popolo, non biasimato nemmeno, anzi ammirato,
-per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-non aveva che un solo difetto, quello di una grande
-prodigalità,<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> ma con tutta la sequela delle inevitabili
-conseguenze, che sogliono derivarne. Infedeli amministratori
-delle finanze furono dapprima onnipotenti, e da
-ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, spogliati
-dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo
-di poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto:
-in occasione di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo,
-i superstiti dovettero continuare a pagar l'imposta
-anche pei morti. In mezzo a tutto ciò Alfonso
-accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza
-sino allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche
-pe' suoi stessi nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar
-poi i lavori letterari non conobbe misura; al Poggio regalò
-una volta d'un solo tratto cinquecento monete d'oro
-per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.
-</p>
-
-<p>
-Ferrante, che venne dopo di lui,<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> passava per suo
-figlio illegittimo avuto da una dama spagnuola, ma forse
-discendeva da qualche Moro bastardo di Valenza. Fosse
-il sangue o le congiure ordite contro la sua vita dai
-Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra
-i principi di quel tempo egli figura come il più terribile
-di tutti. Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti
-come una delle più forti menti politiche e alieno al
-tempo stesso da ogni sregolatezza, egli volge tutte le
-sue forze, tra le quali anche quella di un implacabile
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento
-completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di
-più geloso un principe, mentre i capi dei Baroni erano
-da un lato congiunti a lui per parentela e dall'altro alleati
-di tutti i suoi nemici esterni, egli s'abituò alle imprese
-le più arrischiate, come a faccende, per così dir,
-quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa
-lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette
-a un di presso con quei modi violenti, che erano
-stati tenuti già da Federico II. Infatti avocò a sè il
-traffico dei grani e degli olii, e al tempo stesso concentrò
-il commercio in generale nelle mani di un ricco negoziante,
-Francesco Coppola, il quale divideva con lui
-gli utili e teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori:
-prestiti forzosi, esecuzioni e confische, aperte simonìe
-e gravose contribuzioni imposte alle corporazioni
-ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi di Ferrante,
-oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar
-legge alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso
-di sè i suoi nemici o vivi in ben custodite prigioni o
-morti e imbalsamati nello stesso costume, che soleano
-portare da vivi.<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> Egli sogghignava ferocemente, quando
-parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla
-sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno.
-Le sue vittime erano quasi tutti uomini, dei quali
-egli s'era impadronito per tradimento, ordinariamente
-invitandoli al suo reale banchetto. Del tutto infernale
-poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello
-Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo
-servizio, e del cui spavento sempre crescente Ferrante
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-si valse per estorcerne doni, finchè da ultimo un'apparente
-complicità nell'ultima cospirazione dei Baroni gli
-fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, insieme
-al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato
-dal Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei
-figli del re il maggiore, Alfonso duca di
-Calabria, ebbe negli ultimi tempi una specie di correggenza:
-dissipatore brutale e feroce, superava il padre
-in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese
-anche il suo disprezzo per la religione e i suoi riti.
-Indarno si cercherebbero in questi principi almeno quei
-tratti di coraggio e di generosità che s'incontrano in
-altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano talqualmente
-dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per
-solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti
-in Italia sono tutti più o meno profondamente corrotti:
-ma gli ultimi rampolli di questa dinastia di Mori
-bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, che oggimai
-può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante
-muore tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento
-il proprio fratello Federigo, l'unico della casa
-che non fosse uno scellerato, e lo offende nel modo il
-più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure fino a questo
-momento era stato riguardato come uno de' più valenti
-capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e
-abbandona in preda ai francesi e al tradimento di tutti
-il proprio figlio, il minore Ferrante. Una dinastia, che
-avesse regnato come questa, avrebbe dovuto almeno far
-pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano
-sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma
-<i>jamais homme cruel ne fut hardi</i>, come disse in questa
-occasione assai giustamente, benchè da un solo punto
-di vista, Comines.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare
-il principato nei duchi di Milano, la signoria dei
-quali da Gian Galeazzo in poi è stata una monarchia
-assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto
-l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno
-dei personaggi più notevoli del tempo, e fortunatamente
-ne possediamo una eccellente biografia.<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> In lui si vede
-con rigore pressochè matematico ciò che la paura può
-fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e collocato
-in una posizione elevata. Tutta la sua politica
-non ha che uno scopo, la sicurezza della sua propria
-persona, con questo solo di buono, che il suo crudele
-egoismo non degenerò mai in furibonda sete di sangue.
-Nel castello di Milano, che allora era circondato da magnifici
-giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario,
-senza uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar
-la città. Le sue escursioni si restringono a quelle
-città di provincia, dove egli ha grandiosi castelli: la flottiglia
-che, tirata da rapidi destrieri, lo porta qua e là
-pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo da
-prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava
-la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una
-visita rigorosissima: là dentro poi nessuno doveva affacciarsi
-a qualsiasi finestra, per timore che si facessero
-cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso di esami
-era prescritto per coloro, che erano destinati a formar
-parte del seguito personale del principe: indi venivano
-loro affidati i più alti uffici diplomatici e privati, perchè
-non si faceva differenza tra questi e quelli. — E, in
-mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe e difficili
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della
-più alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente
-qua e là uomini muniti di pieni poteri. Ma
-la sua sicurezza stava in ciò, che nessuno nella sua corte
-si fidava degli altri, che i condottieri erano sorvegliati
-da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori erano
-tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente
-mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre
-un uomo onesto con un ribaldo. Anche nell'interno della
-sua coscienza Filippo Maria si garantisce una perfetta
-tranquillità, adottando al tempo stesso una doppia linea
-di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad
-una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i
-santi del cielo,<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi
-altresì dei romanzi francesi della cavalleria. Per
-ultimo egli, che non voleva mai sentir menzionare la
-morte e che faceva perfino trasportar fuori del castello,
-se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della felicità
-non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>
-egli stesso affrettò volontariamente la propria fine,
-col farsi chiudere una ferita e col ricusare una cavata
-di sangue, ed è morto con dignitosa fermezza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco
-Sforza (1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora,
-l'uomo più di qualunque altro fatto secondo l'indole del
-suo tempo. In nessun altro, quanto in lui, si parve la
-vittoria del genio e della forza individuale, e chi non
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-voleva credere alla superiorità de' suoi talenti, doveva
-almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. I milanesi
-andavano orgogliosi di avere ora un signore di
-tanta fama; ed infatti nella circostanza del suo ingresso
-nella città la folla del popolo acclamante gli si fece talmente
-d'attorno, che lo portò a cavallo sin dentro al
-Duomo, senza che egli potesse smontare.<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> Udiamo ora
-che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita perspicacia:
-«nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne
-al congresso dei principi in Mantova, toccava
-oggimai il suo sessantesimo anno (più precisamente il
-cinquantottesimo), ma stava a cavallo come un giovane,
-alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii,
-calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe,
-ed un complesso di doti corporali e mentali senza
-pari nel nostro secolo: — tale era l'uomo, che dalla più
-umile condizione seppe sollevarsi al possesso di un trono.
-La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli graziosi come
-angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide il
-compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette
-egli subire altresì qualche contrarietà: la moglie
-gli uccise per gelosia la ganza; i suoi antichi compagni
-d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo abbandonarono,
-disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone,
-dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da
-parte del fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati
-contro i francesi: uno de' suoi figli cospirò contro
-di lui e dovette essere imprigionato; la Marca di Ancona,
-da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta
-in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto
-incontrastata, che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità.
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-Felice colui che la incontra di rado!». Con
-questa definizione negativa della felicità il dotto Papa
-si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare
-uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a
-considerare in generale le conseguenze di una forma di
-governo affatto assoluta, non gli sarebbe certamente sfuggita
-la causa vera di quella debolezza, che stava tutta
-nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari.
-Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati
-con tante cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero
-fatti adulti, a tutte le seduzioni del più sconfinato egoismo.
-Galeazzo Maria (1466-1476), vago soltanto delle esterne
-apparenze, andava superbo della sua bella mano, degli
-stipendi elevati che pagava, del credito finanziario che
-godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro,
-degli uomini illustri che lo circondavano, dell'armata
-e delle cacce che manteneva. Egli dava inoltre facili
-udienze, perchè aveva la parola facile, massimamente
-quando si trattava di ridurre al silenzio qualche ambasciatore
-veneziano.<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano
-i capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a
-figure una stanza in una sola notte; e quel che è peggio,
-spaventevoli atrocità contro coloro che più gli stavano
-da vicino, o insensate sregolatezze. Ma tale contegno
-parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e diedero
-con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei
-quali, Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato
-nipote, avocò a sè l'intera signorìa. A questa
-usurpazione si connettono l'intervento dei Francesi e le
-sventure di tutta Italia. Ma il Moro è la più perfetta
-figura principesca di questo tempo, e, come figlio dell'epoca
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più
-profonda immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità
-affatto caratteristica nell'uso che ne fa: probabilmente
-si sarebbe maravigliato, se qualcuno avesse voluto fargli
-comprendere, che vi è una responsabilità morale anche
-per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato,
-come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità
-astenuto da qualsiasi sentenza di morte. La venerazione
-quasi favolosa che gli Italiani mostravano per la sua
-abilità politica, egli l'accettava come un omaggio dovutogli:<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>
-e ancora nel 1496 si vantava che il papa Alessandro
-era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano
-il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di
-Francia il suo corriere, che doveva andare e venire,
-secondochè a lui talentava.<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> Perfino nel supremo pericolo
-egli fu visto calcolare con maravigliosa freddezza (1499)
-tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il che gli
-torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse
-le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che
-proponeva di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè
-prima aveano avuto acerbe contese fra loro: «Monsignore,
-non abbiatelo a male, di voi non mi fido, quand'anche
-siate mio fratello»; e prepose al comando del castello
-stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un
-uomo, che aveva sempre beneficato,<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> — e che però lo
-tradì alla sua volta. — All'interno il Moro pose ogni
-cura per amministrare bene e vantaggiosamente lo Stato,
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-per modo che anche nell'ultimo tempo egli contava, tanto
-a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; ma
-è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496
-in poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano
-sui contribuenti, usando talvolta mezzi crudeli, come fece,
-per esempio, a Cremona, dove per viste puramente precauzionali
-fece impiccare un ragguardevole cittadino, che
-osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero
-eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze
-usò tener lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>
-in guisa che bisognava elevare il tono della voce per
-farsi intendere da lui. — Alla sua corte, la più splendida
-d'Europa, dopochè non esisteva più quella di Borgogna,
-l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: il padre
-prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello
-la sorella.<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> Ma il principe si mantenne almeno sempre
-attivo, e, come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre
-nella schiera di coloro, che appunto dovevano la propria
-posizione alle loro qualità personali, i dotti, i poeti, e gli
-artisti in genere. L'accademia da lui fondata<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> dovea servire
-innanzi tutto all'uso suo particolare, anzichè al comodo
-di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava
-tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini,
-quando ne cercava la compagnia e i servigi. Si sa che
-Bramante in sul principio non ebbe che uno scarsissimo
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-emolumento;<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> Leonardo però sino al 1496 fu stipendiato
-assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe potuto
-trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto
-spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto
-forse a nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha
-cosa che dimostri esservi stata pur qualche qualità superiore
-in Lodovico, essa è certamente questa prolungata
-dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed anche
-più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare
-Borgia e ad un Francesco I, non è improbabile che egli
-lo abbia fatto sol per aver trovato in ambedue qualche
-cosa di straordinario e di superiore al loro tempo.
-</p>
-
-<p>
-Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono
-malamente allevati da gente straniera, il maggiore, Massimiliano,
-non ha più alcuna rassomiglianza col padre;
-ma il minore, Francesco, non era almeno inaccessibile
-a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che in
-questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno,
-cercò almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i
-Francesi, che nel 1512 si ritiravano dinanzi alle armi
-della Lega Santa e a quelle di Massimiliano, a rilasciarle
-una dichiarazione, nella quale era detto che i Milanesi
-non ebbero veruna parte nella loro espulsione e potevano
-quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un
-nuovo conquistatore.<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> Anche sotto il rapporto politico è
-da notare che l'infelice città in simili momenti di transizione
-era solita, al pari di Napoli al momento della
-fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un formale saccheggio
-esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche
-assai ragguardevoli).
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-</p>
-
-<p>
-Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate
-da principi abilissimi sono, nella seconda metà
-del secolo XV, quella dei Gonzaga in Mantova e quella
-dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, quanto ai rapporti
-di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, ed
-era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di
-loro non si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano,
-quando qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente
-il cadavere. Il marchese Francesco Gonzaga<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> e
-sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche vi sia stato
-qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una coppia
-rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati
-in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo
-Stato si trovò esposto a gravissimi pericoli. Che
-Francesco, come principe e condottiere, avesse dovuto
-seguire una politica leale ed onesta, non era cosa, alla
-quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, nè
-i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno
-dopo la battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava
-l'onore delle armi, di sentimenti patriottici, e comunicò
-questi stessi sentimenti alla propria consorte. Ed
-infatti da quel tempo in poi ella non vede in qualsiasi
-manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la difesa
-di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo
-diretto a salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei
-noi non abbiamo bisogno di ricorrere a quanto ne dissero
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-gli artisti e gli scrittori, che largamente ricambiarono la
-bella principessa della protezione loro accordata; le sue
-stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la donna
-intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile
-al tempo stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo
-Tasso mandavano i loro lavori a questa corte,
-benchè piccola e impotente e spesso anche scarsa a danari;
-ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte di
-Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro
-di maggiore cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era
-in complesso superata, specialmente per la maggior libertà
-che vi si godeva. Isabella s'intese molto addentro
-nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta pinacoteca
-non può esser letto senza ammirazione da alcun
-vero amico dell'arte.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482),
-fosse egli un vero Montefeltro o no, uno dei più illustri
-rappresentanti del potere principesco. Come condottiere,
-egli aveva quella politica moralità, che era propria di
-questo genere di persone, e di cui essi non erano colpevoli
-che per metà: come principe del suo piccolo territorio,
-egli seguì la politica di consumare in esso il danaro
-guadagnato al di fuori e di opprimerlo il meno possibile
-di gravezze. Di lui e de' suoi due successori Guidobaldo
-e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, promossero
-l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al
-loro soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe
-cari».<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> Ma non solamente lo Stato, bensì anche la corte
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-era un organismo in ogni senso egregiamente architettato
-e condotto. Federigo intratteneva cinquecento persone:
-le cariche di corte vi erano complete quanto in
-qualsiasi delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla
-vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo
-sindacato vegliava su tutto. Qui non giuochi, non corruzioni,
-non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al
-tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli
-di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente
-onorato di far impartire una soda istruzione. Il palazzo
-ch'egli si edificò, non era de' più splendidi, ma spirava
-un'aria di pieno classicismo per la felice sua disposizione:
-in esso egli raccolse il suo maggior tesoro, la celebre
-biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente
-sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii
-e nessuno elemosinava, così egli usciva sempre disarmato
-e quasi senza seguito; e in ciò nessun principe avrebbe
-potuto certamente imitarlo, sia quando egli s'aggirava
-pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva ad
-un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta,
-facendosi leggere qualche passo di Livio o libri ascetici
-in tempo di quaresima. Dopo il pranzo egli si recava ad
-udire una lezione di antichità, e di là passava al chiostro
-delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio coll'abbadessa
-di cose spirituali. La sera assisteva volentieri
-agli esercizii ginnastici della gioventù della sua
-corte nel prato di S. Francesco, dove si ha una così
-splendida prospettiva, e s'interessava grandemente perchè
-nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a muoversi
-con arte perfetta. La sua costante preoccupazione
-era quella di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava
-gli artefici, che lavoravano per lui, nelle officine,
-dava udienze e sbrigava le istanze dei singoli possibilmente
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-il giorno stesso che gli venivano presentate. Nessuna
-maraviglia quindi che la gente, quando egli passava
-per le vie, s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse
-dietro: «Dio ti mantenga, signore!» Gli eruditi
-poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> Suo figlio
-Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue
-infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508
-affidare il suo Stato a mani sicure, vale a dire al nipote
-Francesco Maria, nipote al tempo stesso di papa Giulio
-II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da una
-stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza,
-con cui questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo
-dinanzi a Cesare Borgia, Francesco Maria dinanzi
-alle truppe di Leone X: essi sanno che il loro ritorno
-riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i sudditi
-avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche
-Lodovico il Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli
-dimenticava i molti altri motivi d'odio che stavano contro
-di lui. — La corte di Guidobaldo, come scuola della
-più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare
-Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga,
-il <i>Tirsi</i>, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio
-(1506), e più tardi (1518) collocò i dialoghi del suo
-<i>Cortegiano</i> nel circolo della coltissima duchessa (Elisabetta
-Gonzaga).
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio
-tiene in modo affatto speciale una via di mezzo tra
-l'assolutismo e la popolarità.<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a> Nell'interno del palazzo
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-accadono fatti spaventevoli: una principessa è decapitata
-insieme ad un figliastro per supposto adulterio (1425):
-principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte e sono
-minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli,
-come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni
-dal di fuori: il bastardo di un bastardo vuol
-rapire a forza la signoria al legittimo erede (Ercole I):
-più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia avvelenato
-la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar
-lui, e ciò per incarico avuto dal di lei fratello
-Ferrante di Napoli. L'atto finale di questa tragedia lo
-si ha nella congiura di due bastardi contro i loro fratelli,
-il reggente duca Alfonso e il cardinale Ippolito (1506);
-congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere a
-vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo
-in questo Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è
-il più minacciato di tutti gli altri grandi e mediocri
-d'Italia, sia perchè ha bisogno in sommo grado di agguerrirsi
-e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti gravezze
-avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale
-benessere del paese, ed infatti il marchese Niccolò
-(molato nel 1441) espresse più volte il desiderio che i
-suoi sudditi potessero dirsi più ricchi di quelli di qualunque
-altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente
-aumentata può far testimonianza di un benessere veramente
-raggiunto, egli è anche un fatto importante e
-degno di considerazione, che ancor nel 1497 in Ferrara
-(comecchè straordinariamente ampliata) non si trovavano
-più case da affittare.<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> Ferrara è la prima città moderna
-di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere
-dei principi ampie e regolari contrade: qui, col concentramento
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-degli ufficii e coll'attirarvi l'industria, si formò
-una vera capitale: ricchi esuli da tutta l'Italia, e più
-specialmente da Firenze, trovarono qui allettative bastanti
-per fermarvi la loro dimora e costruirvi palazzi.
-Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi
-raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena
-sopportabile. Bensì il principe ebbe anche qui la stessa
-cura che ebbero altri altrove, per esempio Galeazzo Maria
-Sforza a Milano, di far cioè venire grano dall'estero in
-casi di grandi carestie<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> e di ripartirlo gratuitamente, a
-quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava
-con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli
-di sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta
-e le civaie, le quali ultime venivano con molta cura coltivate
-intorno e sulle mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata
-più considerevole era pur sempre quella che proveniva
-dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva
-annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta
-Italia, ma della quale non abbiamo precise informazioni
-se non in ciò che riguarda la città di Ferrara. In occasione
-del nuovo anno 1502, per esempio, si narra espressamente,
-che moltissimi comperarono i loro ufficii <i>a prezzi
-salati</i>, e si citano singolarmente nomi di amministratori
-di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di
-notai, di podestà, di giudici e perfino di capitani, vale
-a dire degli ufficiali superiori del duca sparsi nella provincia.
-Fra questi «mangia-popoli», come allor si chiamavano,
-e che realmente erano odiati dal popolo «più
-che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza,
-che vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno
-alla medesima epoca usava ogni duca
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-di fare un giro in persona per Ferrara, che dicevasi
-<i>andar per ventura</i>, e di farsi regalare almeno dai più
-abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente
-in prodotti naturali.
-</p>
-
-<p>
-Ora l'orgoglio del duca<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> era questo che in tutta
-Italia si sapesse, che in Ferrara i soldati ricevevano
-esattamente il loro soldo e i professori dell'Università il
-loro stipendio nel giorno della scadenza, che le truppe
-non potevano in nessun caso mai aggravar la mano arbitrariamente
-sulle popolazioni della città e della campagna,
-che Ferrara era imprendibile e che nel castello
-vi era un ingente tesoro in danaro sonante. Di una separazione
-delle casse non si parlava nemmeno: il ministro
-di finanza era al tempo stesso ministro della casa
-ducale. Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di
-Ercole I (sino al 1505), e di Alfonso I (sino al 1534)
-furono assai numerose, ma per lo più di poco rilievo:<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>
-e in ciò si riconosce una casa principesca, che, in onta
-al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava
-mai in pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e
-carico di gioielli), — non vuol però mai lasciarsi andare
-a veruna spesa inconsiderata. Si direbbe anzi che
-Alfonso presentisse già anticipatamente la triste sorte,
-a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole
-ville, tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini,
-quanto quella di Montana co' suoi begli affreschi e le
-sue fontane zampillanti.
-</p>
-
-<p>
-Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente
-minacciata suscitò in questi principi una grande
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-abilità personale: in una esistenza cotanto artificiale non
-poteva moversi con buon successo che un uomo di genio,
-che dovea provare col fatto di esser degno della signoria
-che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale
-dei lati deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era
-qualche cosa di ciò che allora costituiva il tipo ideale
-di un principe, quale se l'erano formato gl'Italiani. Qual
-regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, che in quel
-tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera
-e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra
-e nei Paesi Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli
-procacciò effettivamente una conoscenza molto profonda
-del commercio e dell'industria di quei paesi.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> Ella è cosa
-veramente stolta il rimproverargli, come altri fa, i lavori
-da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio,
-quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità
-veramente magistrale nella fonderia dei cannoni e una
-liberalità superiore ad ogni pregiudizio nel saper attirare
-intorno a sè i maestri in ogni genere d'industria. — I
-principi d'Italia non si limitano, come i loro contemporanei
-del nord, a trattare esclusivamente con una
-nobiltà, la quale si crede l'unica classe degna di considerazione
-a questo mondo e trascina anche il principe
-in questo errore: in Italia il regnante può e deve conoscere
-ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta
-in una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti
-sociali ha bisogno di un valore affatto personale e
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-non di casta, come più innanzi avremo occasione di dimostrare.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante
-sono il più strano miscuglio di una tacita venerazione,
-di una devozione ben calcolata e riflessa, di una fedeltà
-e sudditanza intese affatto nel senso moderno: si sente
-che all'ammirazione personale si sostituisce già un nuovo
-sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse
-nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua
-equestre in bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò
-punto (1454) a collocare vicino ad essa la propria, pure
-in bronzo, ma seduta, ed oltre a ciò la città gli decretò,
-ancor nei primordi del suo reggimento, una «colonna
-trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in
-Venezia) avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo
-ritorno, denunciato, fu punito dal tribunale col bando e
-colla confisca dei beni, e poco mancò che un cittadino
-zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi ai
-giudici: egli dovette però colla corda al collo venire
-dinanzi al duca e implorarne il perdono. In generale
-questo principato è molto ben provveduto di spie, e il
-duca stesso esamina dì per dì la lista dei forestieri, che
-gli albergatori sono rigorosamente tenuti di presentare.
-Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto
-per viste di ospitale liberalità,<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> non volendo lasciar partire
-da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza
-avergli reso onoranza: ma è certo che Ercole I invece
-riguardava la cosa come una semplice misura di sicurezza.<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>
-Anche in Bologna, sotto Giovanni II Bentivoglio,
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando in
-città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> — Grandissima
-popolarità si procaccia il principe quando
-improvvisamente priva d'ogni potere i pubblici funzionarii
-che ne abusano, quando, come fece Borso, arresta di
-propria mano anche i suoi più intimi consiglieri, quando
-destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, un esattore,
-che per lunghi anni avea succhiato il sangue del
-popolo: egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza,
-s'accendono fuochi e si suonano le campane. Ma con uno
-di costoro Ercole lasciò andar le cose troppo oltre, vogliamo
-dire col direttore di polizia o, come allora lo si
-chiamava, col <i>capitaneo di giustizia</i>, Gregorio Zampante
-di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava
-adatto nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi
-a costui tremavano perfino i figli e i fratelli del
-duca: le ammende ch'egli infliggeva, ammontavano sempre
-a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura cominciava
-prima ancora del processo. Al tempo stesso
-però egli era tutt'altro che inaccessibile alla corruzione,
-e con menzogna sapeva procurare ai più grandi malfattori
-l'impunità e la grazia del duca. Non è a dire quanto
-caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di questo
-«nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece
-l'aveva fatto suo compare e cavaliere, e il Zampante
-poneva in serbo ogni anno non meno di 2000 ducati,
-benchè in mezzo a questo egli continuasse a non cibarsi
-d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse
-di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri
-e di sgherri. Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene;
-e poichè non lo faceva il duca, se ne incaricarono
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli aveva mortalmente
-offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua abitazione
-(1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli
-tenuti pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori
-fuori, abbiamo ucciso il Zampante!» La truppa spedita
-ad inseguirli non giunse che troppo tardi, quando essi
-erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al confine. Naturalmente
-piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire,
-le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di
-canzoni. Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è
-affatto conforme all'indole di questo principato, che il
-sovrano detti altresì a tutta la sua corte e alla popolazione
-le attestazioni di stima, ch'egli vuole accordate a
-coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì
-il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun
-ufficio e nessuna bottega nella città, come anche nessuna
-scuola nell'Università, rimase aperta nel giorno che
-lo si portò a seppellire, e ognuno dovette accompagnarne
-la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe
-andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa
-d'Este, che abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se
-ne veniva piangendo e vestito a bruno subito
-dopo la bara, e dietro di lui seguivano immediatamente,
-accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte,
-due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa,
-alcuni nobili portarono il corpo del borghese
-fuori della chiesa nella crociera del sagrato, dove fu sepolto.
-In generale la partecipazione ufficiale alle gioie
-e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il suo
-principio appunto in questi Stati italiani.<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> Il fondo di
-questa usanza può avere il suo lato bello in uno squisito
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-senso di umanità, ma la manifestazione di esso, specialmente
-nei poeti, è di regola molto ambigua. Una
-delle poesie giovanili di Ariosto,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> scritta per la morte
-di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre
-gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene
-mani in tutti i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano
-lo stile moderno: «questa morte ha percosso Ferrara
-di tal colpo, che essa ne serberà la memoria per lunghi
-anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè
-la terra non era più degna di possederla: l'angelo
-della morte non le si avvicinò colla falce insanguinata,
-come agli altri mortali, ma con aria onesta e in aspetto
-così benigno, che ella stessa non temette». Ma noi
-c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza
-di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva
-star tanto a cuore, quanto il favore delle case
-ove frequentavano (perchè di questo favore vivevano),
-che ci narrano le avventure galanti di principi ancora
-viventi<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> in guisa tale, che nei secoli posteriori avrebbe
-sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva
-un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche
-i poeti lirici cantavano le facili passioni dei loro eccelsi
-protettori talvolta anche legittimamente ammogliati: Angelo
-Poliziano, fra gli altri, quelle di Lorenzo il Magnifico,
-e con tuono ancor più accentato Gioviano Pontano
-quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-scritte da quest'ultimo<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> rivelano, senza volerlo, l'animo
-abbietto dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso
-vuol essere sempre il più fortunato, e guai a chi
-lo fosse più di lui! — S'intende poi da sè che i più
-grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano
-naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi
-dagli altri, e se la regalarono invece da sè medesimi.
-Borso si fece ritrarre nel suo palazzo di Schifanoia in
-una serie di quadri, che lo rappresentavano in diversi
-momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima
-volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento
-al trono con una processione, che non pare fosse
-in nulla inferiore a quella del <i>Corpusdomini</i>: tutte le
-botteghe erano chiuse come in giorno festivo: tutti i
-membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel
-centro in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che
-ogni potere e dignità partisse dal principe e dovesse
-riguardarsi come una prova di particolare distinzione da
-parte sua, era cosa ormai universalmente ammessa a
-questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine
-dello <i>Sprone d'oro</i>, che non aveva nulla che fare colla
-Cavalleria del Medio-Evo.<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> Ercole I, oltre allo sprone,
-dava anche una spada, un mantello ricamato in oro ed
-una dotazione, per la quale senza dubbio si esigeva una
-servitù regolare.
-La protezione accordata alle lettere e alle arti, per
-la quale questa corte acquistò rinomanza mondiale, si
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-estendeva in parte all'Università, che era una delle più
-complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un
-servizio a corte e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii.
-Il Bojardo, quale ricco gentiluomo di provincia e
-pubblico funzionario, entrava senza dubbio in quest'ultima
-categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche
-cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato,
-nè la corte di Milano, nè quella di Firenze,
-e ben presto neanche quella di Urbino, per tacere di
-quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi di una
-posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi
-buffoni del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse
-al proprio servizio. Diversamente andarono più
-tardi le cose con Torquato Tasso, del cui possesso la
-corte si mostrò veramente gelosa.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p>
-
-<h3 id="cap6-1">CAPITOLO VI.
-<span class="smaller">Gli avversari della tirannide.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle
-Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni
-dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti
-coi cospiratori.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Di fronte a questa concentrata potenza principesca
-ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile.
-Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica
-erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere
-assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di
-diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva
-bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e
-ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi,
-facendo portare in questo o in quel modo la piuma
-al berretto e i guancialini ai calzoni;<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> — ma tutti gli
-uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>
-erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a
-Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi
-rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi
-che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali
-da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide.
-Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>
-consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente:
-«le loro questioni mi rendono ogni anno sino
-a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando,
-per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno
-di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona
-chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito
-francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente
-i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi
-tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non
-risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per
-modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> — Anche
-in Romagna, dove le passioni e le vendette
-duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da
-lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale
-al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e
-colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la
-Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè
-quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore,
-non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno.
-La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur
-sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può
-toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo
-aver soffocato l'Italia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima
-pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che,
-ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè
-sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta
-loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini
-appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari
-dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando
-fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che,
-uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima.
-E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi
-i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero
-sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private
-cagionate da rancori ed offese puramente personali.
-</p>
-
-<p>
-Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni
-freno legale, incondizionati erano pure i mezzi usati dai
-suoi avversari. Sin dal suo tempo il Boccaccio lo dice
-espressamente:<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> «debbo io chiamar re o principe un
-usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No!
-perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui
-sono bene usate le armi, le congiure, le spie, le insidie,
-le astuzie: sono anzi opera santa e necessaria. Non vi
-è sacrificio più accetto che il sangue di un tiranno!»
-Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare:
-il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi <i>Discorsi</i>,<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>
-ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e
-le ha giudicate colla sua solita imparzialità secondo i
-diversi loro fini e il loro esito. Ci accontenteremo dunque
-di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii eseguiti
-nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra
-sull'influenza esercitata dagli esempi antichi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista
-il tiranno, sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle
-chiese, e in queste soltanto poi potevasi sperare di sorprendere
-un'intera famiglia principesca riunita. Così quei
-di Fabriano<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> spensero nel 1435 la famiglia dei Chiavelli
-loro tiranni durante un servizio religioso e precisamente,
-secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: <i>et incarnatus
-est</i>. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti
-(1412) fu ucciso mentre entrava nella chiesa di
-S. Gottardo, e nel 1476 il duca Galeazzo Maria Sforza
-fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico il Moro
-poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa
-Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto,
-che entrò nella chiesa di S. Ambrogio per una porta
-diversa da quella, dove era aspettato. Nè pare che si
-credesse di commettere con simili assassinj veruna speciale
-empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo
-non aveano mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi
-a pregare il santo titolare della chiesa e di ascoltarvi
-la prima messa. Tuttavia nella congiura de' Pazzi contro
-Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause,
-per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto
-questa, che il bandito Montesecco, impegnatosi dapprima
-in un convito di eseguire l'assassinio, vi si era poi rifiutato
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-nel Duomo di Firenze, e in luogo di lui vi si indussero
-poi alcuni ecclesiastici, «che erano più famigliari
-con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna
-paura».<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni
-morali e più particolarmente sulle politiche avremo occasione
-di rilevare frequentemente anche in seguito, i
-primi a dare l'esempio furono i tiranni stessi, che non
-di rado, tanto nel concetto che s'erano formati dello
-Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano
-di non voler espressamente seguire altro modello, fuorchè
-l'antico impero romano. Ed altrettanto fecero alla
-loro volta i loro avversari studiandosi, sin da quando
-con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare
-gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile
-il dimostrare che essi nell'idea principale, vale a
-dire nel risolversi al fatto, abbiano ricevuto il maggiore
-impulso da questi esempi, ma non è neanche vero per
-questo che le allusioni continue all'antichità fossero
-semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima
-ne abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza,
-il Lampugnani, l'Olgiati e il Visconti.<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> Tutti e tre avevano
-motivi affatto personali d'odio contro di lui, e tuttavia
-la risoluzione di ucciderlo parve essere derivata
-da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro
-di eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un
-drappello di giovani appartenenti alla nobiltà milanese
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-un vago desiderio di gloria e d'imprese magnanime in
-pro della patria, e s'era finalmente aperto col Lampugnani
-e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà
-a Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed
-essendo espulso, dovette abbandonare quei giovani in
-preda al loro ardente entusiasmo. Circa dieci giorni
-prima del fatto convennero essi nel monastero di S. Ambrogio
-e giurarono solennemente di compierlo: «poi,
-dice l'Olgiati, ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine
-di S. Ambrogio, levai gli occhi ad esso ed
-invocai il suo aiuto per noi e per tutto il suo popolo».
-Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere
-l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui
-chiesa essa ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri
-furono iniziati nella congiura e tennero notturni convegni
-nella casa del Lampugnani, dove si esercitavano
-nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto
-riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai
-seguaci del duca e gli altri due furono presi. Il Visconti
-mostrò pentimento, ma l'Olgiati, in onta a tutte le torture,
-sostenne che quell'uccisione era stata gradita a
-Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice gli
-ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente
-a te: la morte è amara, ma la gloria sarà
-eterna!»
-</p>
-
-<p>
-E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli
-intendimenti e i propositi di costoro, dal modo stesso con
-cui la congiura fu condotta trapela evidente un tentativo
-d'imitazione del più scellerato di tutti i cospiratori,
-di colui che non pensò mai neanche alla libertà, vogliamo
-dire di Catilina. I <i>Diarii sanesi</i> dicono espressamente,
-che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò
-appare anche indirettamente dalla confessione stessa
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-dell'Olgiati.<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> Quel terribile nome noi lo incontreremo anche
-altrove, ed è pur troppo vero, che per congiure volgari,
-e se si prescinda dallo scopo, non v'era un tipo più
-seducente di questo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente
-si sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi
-de' Medici, il tirannicidio era accolto come un'idea accetta
-universalmente. Dopo la fuga dei Medici nell'anno
-1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo
-in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne,
-opera del Donatello,<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> e fu posto dinanzi al palazzo della
-Signoria, dove ora sta il Davide di Michelangelo, con
-questa iscrizione: <i>exemplum salutis pubblicae cives</i> posuere
-1495. Ma più specialmente ora si usò di tirare in
-campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo
-tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda
-Iscarioto<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore
-dell'impero. Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura
-contro Giuliano, Giovanni e Giulio de' Medici ebbe un
-esito così infelice (1513), era stato egli pure ardente
-entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, se
-avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito
-a lui Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel
-carcere,<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> documento importantissimo per rilevare le credenze
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-religiose d'allora, fanno fede dello sforzo ch'egli
-dovette esercitare sopra sè stesso, per liberarsi da quelle
-fantasie e reminiscenze romane e morire cristianamente.
-Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. Tommaso
-d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma
-il confessore più tardi confessò a quello stesso amico,
-che S. Tommaso fa invece una distinzione e permette
-la congiura contro un tiranno, il quale si sia imposto
-al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici
-uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve
-una apologia del fatto,<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> probabilmente autentica, o per
-lo meno scritta per suo incarico, nella quale egli si vanta
-dell'uccisione del tiranno come di opera sommamente
-meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro fosse
-stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano,
-suo congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo.
-Altri usarono anche in questo caso il paragone
-con Bruto, e sembrerebbe che Michelangelo stesso non
-sia stato del tutto alieno da questa idea, almeno se si
-vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli
-Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue
-opere, ma non certamente perchè l'uccisione di Cesare
-gli pesasse troppo sul cuore, come dice il distico scrittovi
-sotto.
-</p>
-
-<p>
-Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto
-formando nei tempi moderni di fronte alla monarchia,
-indarno si cercherebbe negli Stati principeschi dell'epoca
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-del Rinascimento. Bensì ognuno protestava isolatamente
-nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo
-medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda
-sotto lo stesso, anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci
-volevano eccessi quali si videro a Camerino, a Fabriano
-ed a Rimini (pag. 44), perchè una popolazione si decidesse
-a distruggere o a cacciare una casa regnante.
-Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe
-fatto altro, fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche
-era decisamente nel suo tramonto.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span></p>
-
-<h3 id="cap7-1">CAPITOLO VII.
-<span class="smaller">Le Repubbliche.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli
-cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il
-Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti
-verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia
-quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo
-ufficiale prolungato.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo
-grado quella energia, che vale a tramutare una città
-in uno Stato. Non sarebbe occorso che un passo ulteriore,
-vale a dire che queste città si fossero strette tra
-loro in una grande confederazione, concetto, che in
-Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche,
-rispetto ai particolari, appaia rivestito ora di una forma,
-ora di un'altra. Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi
-infatti grandi e potenti federazioni di città, e il
-Sismondi crede (II, 174), che il tempo degli ultimi armamenti
-della lega lombarda contro il Barbarossa (dal
-1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si
-sarebbe resa possibile una federazione italiana universale.
-Ma le più potenti fra le città aveano già palesato
-troppa fierezza e originalità di carattere, perchè la cosa
-potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza nel
-commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed
-estremi l'una contro dell'altra, e tenevano le vicine città
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-minori in una ingiusta dipendenza; il che vuol dire, che
-da ultimo esse credevano di poter fare ciascuna da sè,
-senza aver bisogno delle altre, preparando per tal modo
-il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione.
-Questa non tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte
-intestine dei nobili fra di loro, e della borghesia colla
-nobiltà, fecero nascere il desiderio di un governo forte
-e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano pronte
-a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti
-governi di parte s'erano da lungo tempo abituati
-a veder ineseguito il bando generale di guerra da loro
-intimato.<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> La tirannide inghiottì la libertà della maggior
-parte delle città; qua e colà si cercò di sbarazzarsene,
-ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre,
-perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le
-forze che contro-operavano, si trovavano già esauste.
-</p>
-
-<p>
-Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza,
-due sono della massima importanza per la storia
-dell'umanità: Firenze, la città dei continui rimutamenti,
-che ci trasmise le manifestazioni di tutti i disegni e le
-aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che per
-tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la
-città della calma apparente e del silenzio politico. Esse
-formano fra di loro la più forte antitesi, che si possa
-immaginare, ed ambedue alla loro volta sono tali, da
-non poter essere paragonate con verun'altro Stato
-del mondo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione
-affatto eccezionale e misteriosa, nella quale da tempo
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-remotissimo si sentiva l'azione di qualche altra cosa,
-che non era l'ingegno umano. Intorno alla solenne fondazione
-della città correva una leggenda evidentemente
-mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno
-i profughi di Padova gettarono la prima pietra a Rialto,
-per farne un asilo sacro e inaccessibile in mezzo all'Italia
-corsa e lacerata dai Barbari. Scrittori venuti più
-tardi attribuirono ai primi fondatori il presentimento
-di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio
-Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili
-esametri, mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione,
-questa preghiera a Dio: «se un giorno tenteremo
-qualche cosa di grande, accordaci il tuo favore!
-Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare,
-ma se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno
-a te, o Dio, centinaia di templi ricchi di marmo
-e d'oro».<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> — La città delle isole, sul finire del secolo XV,
-riguardavasi ormai come il gioiello più prezioso del
-mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come
-tale<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a> colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate,
-co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua
-pomposa grettezza altresì, per la quale sotto tetti dorati
-si dava a pigione ogni più piccolo angolo della casa.
-Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza di S. Giacometto
-a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non
-tra grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso
-e svariato bisbiglio, dove siedono, lunghesso i portici
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-che la fiancheggiano e sotto quelli delle vie adiacenti,<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>
-banchieri ed orefici a centinaja, dove le botteghe e i
-magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando
-poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi,
-sotto il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni,
-e dinanzi al quale i vascelli si addossano gli
-uni agli altri nel canale: indi più innanzi ci mostra
-un'intera flotta carica di vini e di olio, e parallelle
-ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le officine
-dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla
-piazza di S. Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie.
-Per tal maniera egli guida il lettore di quartiere
-in quartiere sin fuori ai due lazzaretti, stabilimenti non
-solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo portati
-ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura
-attenta e sollecita pel benessere personale dei sudditi
-era il distintivo del governo di Venezia non solo in pace,
-ma anche in guerra, dove l'assistenza che si prestava
-ai feriti, anche nemici, era oggetto di ammirazione per
-tutti.<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> In generale non v'era stabilimento di pubblica
-beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma
-la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato
-con regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava
-i superstiti. La ricchezza, la sicurezza politica,
-la pratica del mondo avevano per tempo vôlto il pensiero
-de' veneziani a queste cose. Quei cittadini svelti,
-biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-sensato,<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> non differivano quasi fra loro sia nelle fogge
-del vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico:
-di ornamenti (fra i quali primeggiavano le perle) non
-si curavano, se non per fregiarne il collo delle loro
-donne o fanciulle. In allora la prosperità generale era
-veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate
-dai Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio
-generale d'Europa bastarono anche più tardi a far sopravvivere
-Venezia anche ai colpi più aspri della fortuna,
-quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio dei
-Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega
-di Cambray.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli
-e abituato alla franca loquacità dei filologi d'allora,
-nota in un altro luogo<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> con qualche maraviglia, che i
-giovani nobili, i quali andavano ad udire le sue lezioni
-del mattino, non volevano a nessun patto entrare con
-lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa
-si pensi, si dica e s'aspetti da questo o quel moto in
-Italia, tutti mi rispondono ad una voce di non saper
-nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più severa inquisizione
-di Stato, più d'una cosa potè risapersi per
-opera di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben
-caro prezzo. Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano
-dei traditori perfino tra i funzionari, che coprono le
-più alte dignità dello Stato;<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> i papi, i potentati italiani e
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-perfino alcuni condottieri in condizioni affatto mediocri e
-stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al loro soldo
-speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che il
-Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare
-al Consiglio dei Pregadi alcune importanti notizie politiche,
-e si accreditò universalmente l'opinione, che
-Lodovico il Moro in questo stesso Consiglio disponesse
-a suo talento di un certo numero di voti. Noi non siamo
-in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare
-quegli abusi le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e
-l'alto premio concesso a chi li denunciasse (fino a sessanta
-ducati di pensione vitalizia); ma certo è che una
-delle cause principali, la povertà di molti nobili, non
-poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi
-misero innanzi una proposta, che lo Stato dovesse
-sborsare annualmente 70,000 ducati a sollievo di quei
-nobili poveri, che non avessero alcun pubblico ufficio;
-la cosa era sul punto di essere portata dinanzi al gran
-Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere
-una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu
-ancora in tempo di intervenire, e mandò ambedue i
-proponenti a confine per tutta la loro vita a Nicosia e
-a Cipro.<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> Intorno a questo stesso tempo un Soranzo fu
-fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego,
-ed un Contarini posto in catene per furto violento: un
-altro della stessa famiglia si presentò nel 1499 dinanzi
-alla Signoria, lamentando di essere da molti anni senza
-impiego alcuno, di aver soli sedici ducati di rendita e
-nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato
-in debiti per sessanta ducati, di non essere in
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-grado di esercitare verun mestiere e di essere stato ultimamente
-gettato sulla pubblica via. In presenza di
-tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi imprendono
-a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente
-i poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi
-testamenti annoverata tra le opere di carità.<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie
-fondavano per avventura serie speranze, s'ingannavano
-grandemente. A prima vista si potrebbe credere che lo
-slancio stesso del commercio, che anche al più povero
-garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro,
-nonchè le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo,
-dovessero aver distrutto tutti gli elementi
-pericolosi nel campo politico. Ma Genova non ha forse
-avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia politica
-delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di
-Venezia sta piuttosto in un concorso di circostanze, che
-non si verificarono mai in nessun altro Stato. Inespugnabile
-come città, essa non si era da tempo remotissimo
-occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri se non
-dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando
-quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo
-le sue alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri
-ed al maggior prezzo possibile. Il fondo adunque
-del carattere veneziano era quello di un superbo e dispettoso
-isolamento, e conseguentemente di una più
-compatta solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche
-dal rancore di tutti gli altri Stati d'Italia. Di più, nella
-città stessa tutti gli abitanti eran tenuti uniti da fortissimi
-interessi comuni di fronte alle colonie ed ai possessi
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima
-(vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non
-poteva esercitare atti commerciali altrove, fuorchè a
-Venezia. Un vantaggio fondato su mezzi cotanto artificiali
-non poteva essere mantenuto che mediante una
-grande tranquillità e concordia interna; — questo lo
-sentiva certamente la grande maggioranza, e quindi il
-terreno quivi era assai disadatto per qualsiasi cospirazione.
-Che se pure vi erano taluni malcontenti, costoro
-furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione
-esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento
-diventava quasi impossibile. Ed anche nel
-seno della nobiltà a quelli, che per avventura fossero
-pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava affatto l'occasione
-principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò per
-la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi
-e per la parte continua che doveano prendere alle guerre
-coi Turchi, i quali incessantemente tornavano a farsi
-vedere. Vero è che i comandanti in queste li risparmiavano
-a tutto potere, e talvolta in modo ingiustificabile,
-il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta
-della Repubblica, se avesse durato a spese della
-giustizia quella stolta paura dei nobili «di farsi del
-male l'un l'altro».<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> Tuttavia questo libero moto all'aria
-aperta diede alla nobiltà veneziana, presa nel suo complesso,
-un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia e l'ambizione
-pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione,
-non mancavano mai le vittime ufficiali condannate
-dall'autorità e con mezzi legali. La lunga tortura morale,
-alla quale fu sottoposto sotto gli occhi di tutta Venezia
-il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è forse il
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto
-dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei
-Dieci, che aveva una mano in tutto e possedeva un illimitato
-diritto di vita e di morte, nonchè una sorveglianza
-sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata,
-che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò
-il Foscari come tanti altri potenti, veniva ogni
-anno rieletto dall'intera casta dominante, dal gran Consiglio,
-ed era per ciò stesso l'organo più immediato della
-stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in
-queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore
-responsabilità dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato.
-Ma dinanzi a questa e ad altre autorità indigene,
-per quanto il loro modo di agire fosse tenebroso e violento,
-il vero veneziano non cercava già di nascondersi,
-ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la
-Repubblica aveva le braccia lunghe e poteva, invece che
-su lui, vendicarsi sulla sua famiglia, ma perchè, nella maggior
-parte dei casi almeno, si procedeva secondo la norma
-di certi principii, piuttosto che per sete di sangue.<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> In
-generale nessuno Stato ha avuto più di questo una grandissima
-autorità morale sui propri sudditi, anche lontani.
-E se, per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi
-dei traditori, non è meno vero da un altro lato
-che ogni veneziano, che si trovasse all'estero, si credeva
-obbligato a farsi referendario o spia del proprio
-governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma
-s'intendeva da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava
-nei concistori segreti del Papa. Il cardinale Domenico
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-Grimani fece rapire non lungi da Roma (1500) i dispacci,
-che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico il
-Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora
-si trovava sotto il peso di una grave accusa, fece valere
-pubblicamente questo servizio del figlio dinanzi al gran
-Consiglio, che era come dire, dinanzi a tutto il mondo.<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è
-stato già accennato di sopra (pag. 30). Che se essa
-avesse cercato una più solida garanzia della loro fedeltà,
-avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran numero
-che ne contava, pel quale, come si rendeva più
-difficile il tradimento, ne diventava anche più facile la
-scoperta. Dando uno sguardo ai quadri dell'armata veneziana,
-sorge spontanea la domanda: come fosse possibile
-una azione comune con truppe messe insieme da
-elementi così disparati? In quello della guerra del 1495
-figurano non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole
-squadre:<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> il Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo
-milleducento, e Gioseffo Borgia settecentoquaranta: a
-questi tenevano dietro sei condottieri con un contingente
-di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con
-una forza di due a quattrocento, quattordici con cento
-in duecento, nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta
-ecc. Sono in parte vecchi corpi di truppe veneziane,
-in parte veterani condotti da nobili veneziani di
-città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-compone di principi italiani o capitani di città o dei loro
-congiunti. A questi sono da aggiungere 24,000 uomini
-di fanteria, sull'arrolamento e la condotta dei quali non
-abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri 3300 uomini,
-che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. In
-tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto
-di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non
-si basava tanto sull'affezione, quanto sulla prudenza
-de' suoi sudditi; nella guerra contro la Lega di Cambray
-(1509) è noto universalmente, che essa li sciolse
-da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al
-punto, che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze
-di una occupazione straniera col mite suo modo di
-governare; e siccome essi non ebbero bisogno di staccarsi
-da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi
-non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si
-verificò ciò ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono
-con molta premura sotto il di lei dominio. Questa guerra
-era, lo diciam di passaggio, l'effetto di un secolare grido
-d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento di
-Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle
-persone troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre
-nessun colpo di testa ne' suoi avversari, perchè,
-secondo la sua maniera di vedere, sarebbe stato troppo
-folle e sconsiderato.<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> In questo ottimismo, che forse è
-proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva una
-volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto
-II per la presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi
-per la spedizione di Carlo VIII, finchè si avverò
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-ciò che meno si aspettava.<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> Ed altrettanto accadde ora
-colla Lega di Cambray, la quale effettivamente era contraria
-al vero interesse de' principali suoi fondatori,
-Luigi XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio
-odio di tutta Italia contro la Repubblica conquistatrice,
-in guisa che egli chiuse gli occhi sulla venuta degli
-stranieri; e per quanto riguardava la politica del cardinale
-d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta
-Italia, Venezia avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi
-delle sinistre loro intenzioni e mettersi in guardia.
-I più fra gli altri presero parte alla Lega per quell'invidia,
-che è bensì un salutare ritegno posto alla potenza
-ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in
-sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore,
-ma non senza durevoli danni, da quella lotta.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Una potenza, le cui basi erano così complicate, la
-cui attività e i cui interessi abbracciavano un campo sì
-vasto, non si potrebbe immaginare senza una grandiosa
-sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo bilancio
-delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle
-perdite. Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto
-di essere la patria della moderna Statistica: tutt'al più
-Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in seconda linea,
-e più sotto ancora i principati italiani maggiormente sviluppati.
-Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti
-generali dei diritti e dei possessi detti <i>urbariali</i>
-del principe: esso riguarda la produzione come qualche
-cosa di stazionario, ciò che essa effettivamente è anche,
-sino a che si tratti unicamente della proprietà fondiaria.
-Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da tempo
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata
-specialmente sull'industria e sul commercio, come
-qualche cosa di estremamente mobile ed hanno agito conformemente
-a questo concetto, ma si arrestarono — perfino
-nei tempi più floridi della lega anseatica — ad un
-bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli
-eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello
-Stato non trovavano posto che tra il dare e l'avere di
-un libro mastro di commercio. Soltanto negli Stati italiani
-trovansi per la prima volta congiunti quelli che
-potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza politica
-con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione
-musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria
-agricola e commerciale, per creare una vera
-statistica.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> La monarchia assoluta di Federico II nell'Italia
-meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente
-sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere
-una lotta, in cui si trattava di essere o non essere. In
-Venezia per contrario gli scopi supremi sono il godimento
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-dei comodi della vita e dei vantaggi della potenza,
-l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, la
-riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di
-sempre nuovi sfoghi al commercio.
-</p>
-
-<p>
-Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su
-tutte queste cose.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> Da essi noi apprendiamo che la popolazione
-della città nell'anno 1422 ammontava a 190,000
-anime. Forse questo modo di calcolare non più per focolari,
-nè per uomini atti a portar le armi o per tali
-che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma
-per anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni
-altro offrire una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè
-i fiorentini intorno al medesimo tempo insistevano
-per una lega con Venezia a danno di Filippo Maria Visconti,
-la Repubblica pel momento li rimandò, nella persuasione
-evidente, e del resto confermata anche da un
-esatto bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano
-e Venezia, vale a dire tra compratori e venditori,
-fosse una vera follìa. E già perfino quando il duca aumentava
-la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè,
-dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se
-ne risentiva e il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino
-soccombere i fiorentini, perchè in tal caso, avvezzi
-come sono alla vita delle città libere, essi emigreranno
-a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana
-e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma
-ancor più notevole è il discorso del doge Mocenigo<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-tenuto dal suo letto di morte ad alcuni senatori (1423)
-come quello che contiene gli elementi più importanti di
-una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia.
-Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione
-di questo difficile documento; ma come una specialità
-mi sia lecito di riportarne qui alcuni dati. Dopo fatto il
-pagamento di quattro milioni di ducati per un prestito
-di guerra, il debito dello Stato (<i>il monte</i>) ammontava
-ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del
-commercio (come sembra) ascendeva a dieci milioni, i
-quali ne fruttavano quattro (così il testo). Su tremila
-navigli, trecento navi e quarantacinque galere stavano
-17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di
-duecento per galera). A questi erano da aggiungere
-16 mila costruttori nell'arsenale. Le case di Venezia
-avevano un valore di stima di sette milioni e fruttavano
-in affitti un mezzo milione.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> Vi erano mille nobili, che
-avevano una rendita da settanta a quattromila ducati
-annui. — In un altro luogo la rendita ordinaria dello
-Stato in quello stesso anno è calcolata un milione e
-centomila ducati: intorno alla metà del secolo, per le
-perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, essa
-era discesa ad ottocentomila ducati.<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica
-applicazione, Venezia rappresentava completamente e
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-prima d'ogni altro Stato un lato importantissimo del
-moderno organismo politico, trovavasi per converso in
-certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura,
-che allora in Italia stava in cima d'ogni altra
-cosa. Quello che manca qui è l'attività letteraria in generale
-e specialmente quell'entusiasmo per la classica
-antichità, che prevaleva dovunque.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> Bensì il Sabellico
-afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza
-non erano punto minori di quelle che si scorgevano
-pel commercio e per la politica, ed è anche vero che
-nel 1459 Giorgio da Trebisonda fece omaggio al doge di
-una traduzione latina del libro di Platone sulle Leggi, e
-ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e cencinquanta
-ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria
-il suo libro sulla Rettorica.<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> Ma se si dà un'occhiata
-alla storia della letteratura veneziana, che il Sansovino
-aggiunse al noto suo libro su Venezia,<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> non s'incontrano
-per tutto il secolo XIV che sole opere di teologia, di
-giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV l'umanismo
-non vi è, in paragone all'importanza della città,
-se non assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao
-Barbaro e ad Aldo Manuzio. Anche la biblioteca che il
-cardinal Bessarione lasciò alla Repubblica, a stento andò
-salva dalla dispersione. Per le quistioni di erudizione
-si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove
-realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri
-politici, aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-vi si scorge a questo tempo per ciò che riguarda
-le produzioni poetiche, che pur tanto abbondarono nei
-primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito artistico
-dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime
-come importazione estera, e non comincia a dar frutti
-degni della sua grande potenza se non sul finire del
-secolo XV. Ma vi hanno indizi di tardità intellettuale
-ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo Stato,
-che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava
-il conferimento di tutte le dignità più importanti,
-e che quasi sempre si metteva in opposizione colla
-Curia romana, fu schiavo di un ascetismo ufficiale di
-genere tutto affatto particolare.<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> Corpi di santi ed altre
-reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca
-pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge
-in solenne processione.<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> Pel sacro Pallio inconsutile
-nel 1455 s'era deciso di spendere sino a diecimila ducati,
-ma non si potè averlo. Questo fanatismo non era
-l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da
-una fredda deliberazione della più alta autorità dello
-Stato, che pure senza scandolo avrebbe potuto astenersene,
-come in eguali circostanze a Firenze la Signoria
-se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo nulla,
-dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca
-loro fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo
-Stato, che pure aveva assorbito la Chiesa più di qualunque
-altro, aveva qui realmente in sè una specie di
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, il doge,
-in dodici solenni processioni (che si dicevano <i>andate</i>)
-procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a> Erano
-feste fatte puramente in onore di avvenimenti politici,
-che coincidevano colle grandi feste ecclesiastiche: la più
-splendida di esse, il celebre sposalizio del mare, cadeva
-sempre nel giorno dell'Ascensione.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span></p>
-
-<h3 id="cap8-1">CAPITOLO VIII.
-<span class="smaller">Ancora delle Repubbliche.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza
-politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della
-statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori
-delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali
-e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli
-uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova,
-Siena e Lucca.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-La più elevata coscienza politica e la maggior varietà
-nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite
-nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto
-merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno.
-Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei
-principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente
-maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo
-stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente
-le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente
-pure le giudica e le descrive. Per tal modo
-Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche,
-degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme
-con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di
-ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa
-nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi
-rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza
-de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente,
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-che il primo impulso al suo grande lavoro gli
-venne dalla sua andata in quella città in occasione del
-Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il
-suo ritorno in patria.<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> Ma quanti fra i 200,000 pellegrini
-di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e
-inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro
-città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente
-soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è
-nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma
-nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare
-in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e
-seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di
-Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non
-solo una testimonianza autentica del modo con cui si
-svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che
-qualunque altro Stato d'Italia.<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di
-questo memorabile Stato, bensì soltanto di additare sommariamente
-la parte che questa storia ebbe nel risvegliare
-nei fiorentini tanto amore alla libertà e un senso
-pratico così profondo.
-</p>
-
-<p>
-Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le
-lotte cittadine del suo tempo. La condizione politica
-della città, i moventi più riposti dei partiti, il carattere
-dei capi, tutta insomma la tela delle cause e degli effetti
-prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che
-si tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-sue narrazioni. E la vittima più illustre di queste crisi,
-Dante Alighieri, qual tipo d'uomo politico, maturato fra
-le contradizioni della patria e le torture dell'esiglio!
-Egli ha scolpito il suo disprezzo pei continui mutamenti
-e sperimenti di governo in terzine di bronzo,<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> che rimarranno
-proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche
-cosa di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria
-parole tanto orgogliose e appassionate ad un tempo, che
-il cuore dei fiorentini non potè certo non esserne scosso
-potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a tutta
-Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo
-per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia
-stato che un errore, si dovrà tuttavia confessare pur
-sempre, che le fantasie giovanili della speculazione politica,
-che allora era in sul nascere, hanno in lui una
-sublime grandezza poetica. Egli va superbo di essere
-stato il primo a mettersi per questa via,<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a> guidato a mano
-senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera
-padrone di sè e indipendente. Il suo imperatore ideale
-è un giudice supremo, giusto, benevolo e dipendente solo
-da Dio, l'erede della signoria mondiale di Roma, voluta
-dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. La
-conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il
-giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso
-ha riconosciuto il suo impero prendendo spoglie umane
-sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al censo
-di Augusto e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato;
-e così via. Che se anche noi non possiamo sempre
-seguire questo suo modo di argomentare, non manca
-però mai di commoverci la sua passione. Nelle sue
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-lettere<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> egli è uno dei più antichi nella serie dei pubblicisti,
-forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per
-proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare.
-A ciò egli pose mano assai presto: subito dopo la morte
-di Beatrice egli pubblicò un opuscolo sullo stato di Firenze,
-mandandolo «ai grandi della terra», ed anche
-le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio
-sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In
-queste lettere e nel libro <i>Del volgare eloquio</i> torna,
-sotto forme diverse, il sentimento espiato con tanti dolori,
-che l'esule anche fuori della propria città può trovare
-una nuova patria intellettuale nella lingua e nella
-cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul
-qual punto avremo occasione di tornar nuovamente.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo
-debitori non tanto di profonde considerazioni politiche,
-quanto di giudizi schietti e convalidati dall'esperienza,
-degli elementi primi della statistica fiorentina e di notizie
-importanti sopra altri Stati d'allora<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. Il commercio
-e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi
-di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande
-nessuno aveva altrove idee più precise, a cominciare
-dalla curia papale di Avignone, l'enorme ammontare
-della cui cassa (25 milioni di fiorini d'oro alla morte di
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse
-dato da fonti così autorevoli<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Qui soltanto, a Firenze,
-udiamo di prestiti colossali, per esempio di quello del
-re d'Inghilterra con le case fiorentine Bardi e Peruzzi,
-le quali ci perdettero un valore di 1,365,000 fiorini
-d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia si
-riebbero<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. — Ma la cosa più importante sono le notizie
-di quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>, vale
-a dire: le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le
-spese; la popolazione della città (calcolata qui ancora
-molto imperfettamente, giusta il consumo del pane, in
-bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello Stato;
-l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in
-6000 battezzati annuali del Battistero<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; la frequenza delle
-scuole, in sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano
-a leggere, e da 1000 a 1200 a far conti; oltre
-a 600 scolari circa, che in quattro scuole venivano
-istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. Segue
-la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali
-(con più di 1000 letti complessivamente); il lanificio,
-con notizie di sommo valore, la zecca, l'approvigionamento
-della città, i pubblici ufficiali<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a> e così via. Altre
-cose si apprendono incidentalmente, per esempio come
-nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (<i>il monte</i>),
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore,
-gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>; e per
-ultimo le conseguenze economiche della peste nera (1348)
-nè furono, nè poterono essere osservate ed esposte in
-nessuna parte d'Europa, come avvenne in questa città<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>.
-Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti
-si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti
-i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri
-e mercedi abbiano incarito del doppio; come il popolo
-in sulle prime non volesse più lavorare, ma darsi buon
-tempo; come nella città non potessero più aversi nè
-servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come
-i contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori,
-lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati
-lasciati a favore dei poveri apparissero dopo la
-peste inutili affatto, perchè i poveri o erano morti o
-poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio
-di una ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione
-di un grande legato di sei danari a ciascuno di
-essi lasciato da un filantropo senza prole.<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>
-</p>
-
-<p>
-Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in
-appresso condotta dai Fiorentini al massimo grado di
-perfezione, e piace ancor più il vedere come i loro computi
-lascino per lo più trasparire il loro legame e rapporto
-colla parte più sostanziale della storia, vale a dire
-colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno
-1422<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> tocca col medesimo tratto di penna le settantadue
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-botteghe di cambio intorno al Mercato nuovo,
-l'ammontare del giro di danaro (2 milioni di fiorini d'oro),
-l'industria allora nuova dell'oro filato, le stoffe di seta,
-Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura antica,
-e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica,
-che risuscita l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente
-la generale prosperità della città allora tranquilla e la
-buona fortuna d'Italia, che s'era francata dai mercenari
-stranieri. La statistica di Venezia da noi più sopra riportata
-(pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno,
-parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto
-maggiori: Venezia da lungo tempo padroneggia il mare
-colle sue navi, quando Firenze spedisce la sua prima
-galera ad Alessandria (1422). Ma chi non trova le notizie
-fiorentine redatte con maggiore ampiezza di vedute?
-Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati
-di decennio in decennio in veri prospetti, mentre
-altrove nel miglior dei casi si ha qualche isolata indicazione.
-Da essi impariamo a conoscere approssimativamente
-gli averi e gli affari dei primi Medici, e vediamo,
-p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine,
-costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755
-fiorini d'oro, dei quali il solo Cosimo oltre 400,000<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>,
-e come Lorenzo il Magnifico si rallegrasse che quel danaro
-fosse stato così bene impiegato. Dopo il 1478 si ha
-poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto
-nel suo genere, del commercio e delle industrie della
-città<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>, e in esso parecchi dati che per metà od interamente
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-versano sulla storia dell'arte, come, per esempio,
-sulle stoffe d'oro e d'argento e sui damaschi, sull'intaglio
-e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in marmo e
-pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla
-gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo
-di tutta la vita esterna si mostra perfino nei loro
-libri di amministrazione famigliare, commerciale ed agricola,
-che di gran lunga primeggiano su quelli di tutti
-gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non
-possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di
-pubblicarne dei brani scelti<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, non ostante che molti studi
-saranno ancor necessari per desumerne risultati precisi
-e generali. In ogni caso, anche in questo si dà a conoscere
-la città, nella quale i padri morenti pregano per
-testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli una multa
-di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria
-regolare.<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>
-</p>
-
-<p>
-Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città
-forse al mondo possiede un documento simile alla splendida
-descrizione di Firenze lasciata dal Varchi.<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> Come
-in molti altri rapporti, anche nella statistica descrittiva
-qui ci viene presentato un'ultima volta un raro modello,
-prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano
-nel sepolcro.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna
-procedeva di pari passo quella continua pittura della vita
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-politica, di cui più sopra s'è fatto cenno. Firenze non
-solo perdura in mezzo a forme e mutazioni di governo
-più frequenti che in qualsiasi altro Stato libero d'Italia
-e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì in
-modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio
-più fedele dei mutevoli rapporti dei singoli individui o
-di intere classi verso un tutto estremamente variabile.
-I quadri delle grandi demagogie cittadine in Francia e
-nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da Froissart,
-i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno
-invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma
-quanto alla pienezza degli argomenti e allo svolgimento
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-razionale del corso degli avvenimenti restano infinitamente
-al di sotto alle descrizioni dei Fiorentini. Aristocrazia,
-tirannide, lotta delle classi medie col proletariato,
-democrazia piena, mezza ed apparente, primato di una
-famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a
-quelle forme miste che prepararono l'usurpazione medicea,
-tutto è scritto in modo che i più riposti moventi
-degli attori vengono messi in piena luce.<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> Per ultimo il
-Machiavelli nelle <i>Istorie fiorentine</i> (sino al 1492) considera
-la sua città come un essere vivente, e come individuali
-e volute dalle stesse leggi di natura le vicende
-che accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni,
-che abbia saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro
-assunto il ricercare se ed in quali punti egli abbia
-fatto con ciò violenza alla storia, come gl'intervenne
-nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno da
-lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle <i>Storie fiorentine</i>
-vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire,
-non ne resterebbe per questo scemato il valore sommo,
-inestimabile, che hanno nel loro complesso. E i suoi contemporanei
-e continuatori, Jacopo Pitti, Guicciardini,
-Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi!
-E che storia è quella che è scritta da tali maestri!
-Niente meno che il gran dramma degli ultimi decenni
-della repubblica fiorentina! In questa immensa eredità
-di memorie sulla caduta della città più agitata e più
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga
-se non una congerie d'interessanti curiosità, altri si
-compiaccia con gioja maligna di scorgere il naufragio
-di ogni idea nobile e grande, ed altri ancora non vi ripeschi
-che i materiali come di una gigantesca procedura
-giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere
-l'oggetto delle più serie considerazioni sino alla
-consumazione dei secoli. Il tarlo che ad ogni istante rodeva
-ogni cosa, era la signorìa di Firenze su nemici soggiogati
-una volta potenti, come i Pisani, che di necessità
-manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio,
-violento esso pure, che solo il Savonarola, ma
-non senza il soccorso di circostanze al tutto favorevoli,
-avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato lo scioglimento,
-fatto a tempo, della Toscana in una federazione
-di città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile,
-condusse poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>
-Da questo malanno e dalla malaugurata simpatia
-guelfa de' Fiorentini per un principe forestiero, come altresì
-dalla conseguente abitudine agli interventi stranieri,
-provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a
-ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida
-del santo suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo,
-dà il primo esempio in Italia della pietà verso
-i vinti nemici, mentre tutte le memorie del tempo passato
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-non gli predicano che la vendetta e la distruzione?
-Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo
-e di entusiasmo religioso e morale, guardato
-dopo alcuni secoli, sembra essersi spento assai prestamente;
-ma non è men vero per questo, che i suoi migliori
-effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile
-assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza
-dubbio, come il Guicciardini allora scriveva, coloro che
-attirarono sopra Firenze quella tempesta, ma egli stesso
-confessa che fecero cosa non creduta possibile; e se stima
-che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò non significa
-altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente
-e senza una parola di protesta darsi in mano
-a' suoi nemici. Vero è che in tal caso essa avrebbe conservato
-i suoi magnifici sobborghi e i giardini e la vita
-e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le mancherebbe
-altresì una delle più grandi e più gloriose pagine
-della sua storia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la
-primissima espressione degl'Italiani e dei moderni europei,
-ma sono tali altresì, ed in più guise, quanto ai difetti.
-Quando Dante a' suoi tempi paragonava Firenze,
-che non cessa di correggere la propria costituzione, con
-quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' suoi
-dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri
-più stabili di questa città. Il grande errore moderno
-che una costituzione possa farsi e rifarsi mediante
-il calcolo delle forze e dei partiti esistenti,<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a> a Firenze
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-si vede risorgere sempre in tempi di qualche commozione,
-e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli
-è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati,
-che con un artificioso spostamento e frastagliamento del
-potere, con sistemi elettorali lambiccatissimi, con magistrature
-di sola apparenza e simili, vogliono fondare uno
-stato di cose durevole, e accontentare o almeno illudere
-tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità
-i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito
-da quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio,
-degli ottimati, dell'aristocrazia ecc.<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> D'allora in poi
-il mondo s'è abituato a queste denominazioni e ha dato
-ad esse un senso convenzionale europeo, mentre dapprima
-tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi secondo
-i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o
-nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome
-non dà o toglie di colorito alle cose!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire
-uno Stato,<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> il Machiavelli è senza paragone il più
-grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive
-ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste
-e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè
-gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità
-e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel
-pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità
-o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una
-gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività
-politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una
-sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme
-miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non
-potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè
-alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di
-essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro
-secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un
-senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di
-dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale
-egli è un patriota nel più stretto senso della parola,
-quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno
-privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini
-stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>
-Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi,
-come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso,
-certo è che la salute della patria era sempre in cima
-de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento
-di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo
-<i>Memoriale</i> da lui indirizzato a Leone X<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a> e scritto dopo
-la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino
-(morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il
-suo libro del <i>Principe</i>. Le cose sono agli estremi e la
-corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi
-proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità;
-ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere
-come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede,
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta
-dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio,
-come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi
-aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe
-quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio.
-Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste
-politiche e simili per Firenze trovavansi nei <i>Discorsi</i>,
-nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza.
-In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge,
-secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non
-senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato
-sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo
-mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue
-e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale
-a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi
-stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita
-contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria
-(<i>accusa</i>), in luogo della quale Firenze da tempo
-remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza.
-Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni
-forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche
-ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò
-la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando
-in quando a intonare apertamente le lodi del popolo,
-che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta
-degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano
-dalle vie dell'errore.<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> Quanto alla signoria su tutta
-la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti
-alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso)
-il riassoggettamento di Pisa come una questione
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione
-del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale
-si mostra persuaso, che le repubbliche italiane
-dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e
-ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per
-goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose
-sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è
-inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre
-Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di
-proprio impulso.<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro
-le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel
-secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone
-fu la sede più importante del moderno spirito italiano,
-anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi,
-e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle
-arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea
-Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>
-alle «fortunate» città tedesche dell'Impero,
-dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca
-degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni,
-nè arbitrii.<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> — Genova non entra quasi nella cerchia
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di
-Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento,
-anzi gli abitanti della Riviera passavano in
-tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a> Le lotte dei
-partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio
-e sono accompagnate da scosse così violente, che
-quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e
-occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato
-modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile.
-Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che
-avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione
-addetti al tempo stesso al commercio.<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> E Genova ci mostra
-in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza
-il commercio esercitato in grande e la ricchezza
-possano perdurare e con quale stato interno di cose sia
-conciliabile il possesso di lontane colonie.
-</p>
-
-<p>
-Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei
-primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto
-la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato
-conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni
-di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come
-un documento parlante della condizione di tali famiglie
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-regnanti nelle repubbliche.<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> L'autore tratta del numero
-e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e
-nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici
-a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa
-tutte le armi che si trovano in possesso de' privati,
-e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito
-passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi,
-i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato
-sotto pena di una totale confisca dei loro beni,
-degli atti segreti di violenza commessi per togliere di
-mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni
-commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue
-una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente
-la riunione della maggiore assemblea dei cittadini
-(<i>Consiglio generale</i>), sostituendovi soltanto una
-Commissione composta di partigiani della casa regnante
-in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione
-di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili
-per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava
-tenere allegri (<i>i soldati si faccino amici, confidenti
-e savî</i>). Per ultimo si parla delle miserie del
-tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè
-di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini,
-e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri
-e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di
-comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza
-eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe
-bisogno anche per noi di un commento circostanziato:
-qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di
-fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai
-prima che in tutti i paesi del settentrione.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p>
-
-<h3 id="cap9-1">CAPITOLO IX.
-<span class="smaller">Politica estera degli Stati italiani.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo
-per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanze
-coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva
-della politica. — Arte diplomatica.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani
-erano all'interno opere d'arte, vale a dire creazioni
-coscienti, emanate dalla riflessione e fondate su basi rigorosamente
-calcolate e visibili, artificiali dovevano essere
-anche i rapporti che correvano tra di loro e con
-gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni
-di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa
-tanto nelle relazioni esterne, quanto nel normale
-andamento interno. Nessuno riconosce il suo vicino senza
-qualche riserva: lo stesso colpo di mano che ha servito
-a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito
-anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore
-che egli possa sedere tranquillo sul trono, o no:
-il bisogno d'ingrandirsi e in generale di muoversi suol
-essere proprio d'ogni signoria illegittima. Per tal modo
-l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che
-poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto
-riconosciuto, e la trattazione degli affari internazionali,
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-completamente oggettiva e libera da pregiudizi e da ogni
-ritegno morale, vi raggiunge talvolta una perfezione,
-che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre
-l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo.
-</p>
-
-<p>
-Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste
-corruzioni e questi tradimenti costituiscono in complesso
-la storia esterna dell'Italia d'allora. Da lungo
-tempo Venezia era specialmente l'oggetto delle accuse
-di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera Penisola
-o a poco a poco indebolirla per modo, che uno
-Stato dopo l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>
-Ma, guardando la cosa un po' più addentro, si vede, che
-quel grido di dolore non si solleva dal popolo, ma dalle
-regioni più prossime ai principi ed ai governi, i quali
-quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre
-Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia
-le simpatie universali.<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> Anche Firenze colle città soggette,
-che impazienti rodevano il freno, di fronte a Venezia
-trovavasi in una posizione assai falsa, quand'anche
-non si voglia tener conto della gelosia commerciale che
-le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che
-Venezia veniva facendo in Romagna. Alla fine la lega
-di Cambray (v. pag. 94) portò effettivamente le cose
-ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma non
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece
-concorrere a sostenerla.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche
-tutti gli altri fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti,
-come la mala coscienza suggerisce a ciascuno, ad ogni
-eccesso l'un contro l'altro. Lodovico il Moro, gli Aragonesi
-di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) tengono
-l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce
-pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola
-Italia questo perfido giuoco! Ma la natura delle cose
-portò con sè, che si cominciò a guardarsi attorno per
-qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi specialmente
-ai Francesi ed ai Turchi.
-</p>
-
-<p>
-Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente
-da parte delle popolazioni. Con una ingenuità che
-fa rabbrividire, Firenze confessa le sue vecchie predilezioni
-guelfe per la dinastia francese.<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> E quando Carlo VIII
-effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse incontro
-con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso
-e le sue genti.<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a> Nella fantasia degli italiani (si rammenti
-per tutti il Savonarola) era pur sempre viva l'immagine
-ideale di un grande e giusto redentore del loro paese
-venuto dal di fuori, con questo soltanto che non doveva
-essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei
-Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-svanire colla di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima
-che si riconoscesse generalmente che tanto Carlo VIII,
-quanto Luigi XII e Francesco I non intesero la vera
-loro missione in Italia, e si lasciarono invece guidare da
-moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi interessi! — I
-principi dal canto loro cercarono di servirsi
-anch'essi della Francia, ma in modo affatto diverso.
-Allorchè furono finite le guerre anglo-francesi e Luigi XI
-stendeva d'ogni parte le sue reti, mentre Carlo di Borgogna
-si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti italiani
-si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento
-francese doveva necessariamente prima o dopo
-avverarsi, anche senza le pretensioni straniere su Napoli
-e su Milano, con altrettanta certezza, quanto era quella
-che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva
-omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani
-l'aspettavano ancora fin dall'anno 1462.<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a> Quali angosce
-mortali abbia provato il duca Galeazzo Maria di Milano
-durante la guerra di Borgogna, nella quale egli, alleato
-apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva
-ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di
-entrambi, lo si tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>
-Il sistema di un equilibrio dei quattro Stati
-principali d'Italia, quale lo intendeva Lorenzo il Magnifico,
-non fu in ultimo che il postulato di una mente
-chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel
-quale, sollevandosi al di sopra della scellerata politica
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-degli esperimenti, nonchè dei pregiudizi guelfi de' fiorentini,
-egli si ostinava sempre a sperare il meglio.
-E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella
-guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa
-ch'egli disse: «io non posso ancora anteporre il mio
-particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse
-Iddio, che ai re di Francia non venisse mai in mente
-di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando
-ciò accada, l'Italia sarà perduta».<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> Ma per altri principi
-invece il re di Francia è alternativamente un mezzo
-o una causa di terrore, ed essi minacciano di chiamarlo
-ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non sanno trovare
-da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura di
-poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di
-qualsiasi altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di
-poter nel suo dispetto ritirarsi al di là delle Alpi, per
-tornar poscia in Italia in qualità di conquistatore alla
-testa di un'armata francese.<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>
-</p>
-
-<p>
-Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista
-straniera ancor lungo tempo prima della discesa di
-Carlo VIII.<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> E quando questi, ritirandosi, ripassò le
-Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che da quel
-momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata.
-D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra
-e troppo tardi si comprende, che la Francia e la Spagna,
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-i due principali invasori, sono divenute frattanto due
-grandi potenze moderne, che non possono omai più star
-contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno
-di lottar sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza
-e un possesso in Italia. Esse hanno cominciato a somigliare
-agli Stati italiani centralizzati, anzi ad imitarli,
-ma in proporzioni ben più colossali. I progetti di rapine
-o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo
-all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò
-alla Spagna, la quale, come spada e scudo della Controriforma,
-tenne anche il Papato in una lunga soggezione.
-Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in poi non ebbero
-altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che
-aveano chiamati i barbari.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi
-Turchi, nè ciò parve destare alcun ribrezzo, stimandosi
-questo un espediente politico, come qualunque altro.
-L'idea di una solidarietà degli stati cristiani d'occidente
-avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo
-delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata
-del tutto. Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi
-da un lato, e la profonda miseria e lo scadimento dell'Impero
-greco dall'altro, avevano in seguito risvegliato
-quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo
-religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì
-anche in questo riguardo una singolare eccezione.
-Infatti, per quanto grande vi fosse lo spavento dei Turchi
-e per quanto serio il pericolo, non vi fu tuttavia quasi
-nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno una
-qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto
-II e co' suoi successori a danno di altri Stati italiani.
-E dove ciò non seguì effettivamente, lo si sospettò
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-almeno sempre reciprocamente, nè in ciò v'era maggiore
-malignità di quando, per esempio, i Veneziani incolparono
-l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato
-appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>.
-Da un ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta,
-non poteva aspettarsi nè si aspettava di meglio, se non
-che una volta o l'altra chiamasse in Italia i Turchi<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>.
-Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto — e,
-si pretende, ad istigazione di altri governi italiani<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> — tolse
-un giorno Otranto, aizzarono in seguito
-il sultano Bajazet II contro Venezia<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Della stessa colpa
-fu accusato anche Lodovico il Moro: «il sangue dei
-caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in mano
-ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive
-l'annalista del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto,
-si sapeva anche che Giovanni Sforza, principe di Pesaro
-e cugino del Moro, aveva albergato in sua casa gli
-ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a
-Milano<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili,
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-Nicolò V e Pio II, sono morti in profondo rammarico
-pei progressi dei Turchi, anzi l'ultimo in mezzo agli
-apprestamenti di una crociata, che egli stesso voleva
-guidare: i loro successori invece truffano il così detto
-<i>obolo turco</i> raccolto in tutta la cristianità e profanano
-l'indulgenza accordata, facendone una sordida speculazione
-pecunaria per sè.<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a> Innocenzo VIII si presta a far
-da carceriere al fuggiasco principe Zizim verso un tributo
-annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II, e
-Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte
-da Lodovico il Moro per provocare un attacco dei Turchi
-contro Venezia (1498), su di che questa lo minaccia
-della convocazione di un Concilio.<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> Da ciò può ben vedersi
-che la famosa alleanza di Francesco I con Solimano
-II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito.
-Del resto non mancavano neanche talune popolazioni,
-alle quali la signoria dei Turchi non pareva omai più
-una cosa così spaventevole. E quand'anche esse non
-l'avessero fatta servire che come una minaccia contro
-governi eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur
-sempre questo un indizio, che si era già cominciato a
-famigliarizzarsi con questa idea. Già ancora nel 1480
-Battista Mantovano lascia chiaramente intendere, che
-la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano
-qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-mostrava desiderosa.<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a> Allorquando la Romagna sotto
-Leone X sentì più che mai il peso dell'oppressione, un
-inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente al legato
-pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore,
-la serenissima Repubblica di Venezia non ci
-vuole, per non entrare in contese colla Chiesa; ma se
-il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a lui»<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia
-per opera degli Spagnuoli è un conforto ben meschino,
-ma non del tutto irragionevole, il pensare, che almeno
-per questo assoggettamento l'Italia andò salva dalla barbarie,
-alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>
-Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto
-sottrarsi a un tale destino.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può
-dirsi della politica italiana d'allora, ciò non può riferirsi
-che al modo positivo, spregiudicato e pratico di trattar
-le questioni, che non erano intorbidate nè da paura, nè
-da passione, nè da male intenzioni. Qui non esiste più
-il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali,
-co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di
-fatto che ognuno possiede, la possiede, di regola, per
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-intero. Qui al seguito del principe non si ha quella nobiltà
-riottosa, che altrove tien desto nell'animo del monarca
-un astratto punto d'onore e tutte le strane conseguenze
-che ne derivano, ma principi e consiglieri
-convengono in questo, che non si deve agire che conformemente
-allo stato delle cose e secondo gli scopi, che
-si vogliono conseguire. Contro gli uomini, dei quali si
-accettano i servigi, contro gli alleati, da qualsiasi parte
-essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta, che
-possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una
-prova anche soverchia se ne ha nella posizione fatta ai
-Condottieri, dei quali riesce perfettamente indifferente
-l'origine. Per ultimo i governi, in mano di despoti illuminati,
-conoscono il proprio paese e quello dei lor vicini
-incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei
-d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano
-la capacità di giovare o di nuocere di amici e nemici
-sin nei menomi particolari, tanto nel rispetto morale che
-economico: in una parola, appajono, ad onta dei più
-grossolani errori, nati fatti per la politica.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si
-poteva tentare la persuasione e sperare anche di convincerli,
-quando si mettessero loro dinanzi buone ragioni
-di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli cadde
-prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti,
-egli seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della
-casa d'Angiò sopra Napoli, sostituito al suo, avrebbe
-reso i Francesi padroni di tutta Italia, e il duca mutò
-proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto, e si strinse
-in alleanza con esso.<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a> Difficilmente un principe settentrionale
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-avrebbe operato così, e certamente poi nessuno,
-che in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj
-del Visconti. Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni
-di fatto appare anche nella celebre visita, che Lorenzo
-il Magnifico fece, tra lo spavento generale dei
-Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale certamente
-risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo
-prigioniero.<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi
-vivo e libero, dopo strappatagli qualche concessione e
-inflittegli profonde umiliazioni, come fece Carlo il Temerario
-con Luigi XI a Péronne (1468), agli Italiani d'allora
-sarebbe sembrata una vera follia;<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a> per ciò Lorenzo
-o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria. — Del
-medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione
-politica tutta propria degli ambasciatori veneziani, della
-quale oltre le Alpi non s'ebbe un'idea se non per mezzo
-degl'Italiani, e che non deve essere giudicata dai discorsi
-recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè questi ultimi sono
-un prodotto rettorico delle scuole umanistiche, e nulla
-più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità
-singolari,<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente
-è osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale,
-quanto il Machiavelli nelle sue «Legazioni».
-Fornito di scarse istruzioni, malamente equipaggiato, trattato
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-sempre come un incaricato di secondo ordine, egli
-tuttavia non perde mai il suo spirito elevato di osservazione
-e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia
-è e rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e
-delle «Relazioni» politiche. Anche altri Stati certamente
-negoziano con somma abilità, ma l'Italia soltanto ce ne ha
-conservato in sì gran numero le prove documentate, che
-risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo dispaccio
-intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante
-di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del
-Pontano e indirizzato al gabinetto di Alessandro VI,
-porge la più alta idea di questo genere di scritti politici,
-eppure non è stato citato che incidentalmente e
-come uno dei moltissimi da lui lasciati.<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> Ma quanti di
-non minore importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti
-sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI,
-non giaceranno inediti, per tacere anche dei posteriori! — Però
-dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e privato,
-che va di pari passo con lo studio delle condizioni
-generali di questi italiani, ci occuperemo più innanzi
-in apposita trattazione.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span></p>
-
-<h3 id="cap10-1">CAPITOLO X.
-<span class="smaller">La guerra come opera d'arte.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole
-come a questo tempo anche la guerra abbia assunto il
-carattere e l'aspetto di una vera opera d'arte. Durante
-il medio-evo l'educazione guerresca in tutto l'occidente
-era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di
-difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo
-ingegnosi inventori nell'arte delle fortificazioni e degli
-assedi; ma tanto la strategia, quanto la tattica trovarono
-non pochi ostacoli al pieno loro svolgimento nella
-natura stessa e nella durata del servizio militare, nonchè
-nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte al nemico
-era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza
-del posto e di mandar a male in tal modo colla
-sua indisciplina le più importanti fazioni, come accadde
-in quelle di Crécy e di Maupertuis. Presso gl'Italiani
-invece prevalse assai per tempo il sistema delle truppe
-mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche
-la sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì
-dal canto suo non poco a demoralizzare in certo modo la
-guerra, non solamente perchè i castelli meglio agguerriti
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-tremavano all'urto delle bombarde, ma perchè l'abilità
-dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere, sorti dalla
-borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva
-infatti, e non senza rincrescimento, che il valore
-personale — che era tutto nelle piccole compagnie mercenarie
-egregiamente organizzate — veniva a scemare
-non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di distruzione
-che agivano sì da lontano, e non mancarono
-Condottieri, che, non potendo altro, si rifiutarono almeno
-di ammettere il fucile da poco inventato in Germania,<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>
-come fece Paolo Vitelli, il quale per di più faceva cavar
-gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri che
-gli capitavano tra mano<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>, mentre poi accettava e adoperava
-i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità
-si lasciarono prevalere le nuove invenzioni e si cercò
-di trarne il maggior profitto possibile, per modo che
-gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco, quanto per la costruzione
-delle fortezze divennero i maestri di tutta
-Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso
-di Napoli, si procurarono tali cognizioni in questa
-materia da far parere quasi un principiante in loro confronto
-lo stesso imperatore Massimiliano I. In Italia,
-prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte della
-guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale,
-e qui pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte
-con un intento puramente artistico, quale poteva conciliarsi
-benissimo coi frequenti mutamenti di parte o col
-modo di agire affatto spassionato e neutrale dei Condottieri.
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-Durante la guerra milanese-veneziana del 1451
-e 52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino,
-seguiva il quartier generale di quest'ultimo il letterato
-Porcellio, incaricato dal re Alfonso di Napoli di
-stendere su di essa una Relazione.<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> Questa è scritta in
-un latino non troppo puro, ma facile, colle ampollosità
-umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare
-i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni,
-prodigi e simili: e siccome da cento anni si disputava,
-se Scipione l'Africano il vecchio fosse stato più
-grande di Annibale o Annibale di Scipione,<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> così il Piccinino
-dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti
-di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale.
-Ma anche sulle truppe milanesi dovendo pur riferire
-qualche cosa di positivo, il sofista non esitò di presentarsi
-allo Sforza, il quale lo fe' condurre per tutte le file: egli
-lodò altamente ogni cosa e promise di eternare ne' suoi
-scritti quanto aveva veduto.<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> Del resto, la letteratura italiana
-d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti
-tanto per uso del dotto teorico, quanto delle persone
-colte in generale, e ciò forma un forte distacco dalle relazioni
-contemporanee redatte al nord, dove per esempio,
-quella di Diebold Schilling sulla guerra di Borgogna conserva
-ancora la nuda ed arida esattezza di una informe
-cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>
-il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra».
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-Ma lo sviluppo subbiettivo del guerriero preso individualmente
-trovò la sua più compiuta espressione in
-quelle lotte solenni di due o più parti, che già molto
-tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>
-In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi,
-che gli mancava al nord: quella che gli veniva
-dalla bocca dei poeti e degli umanisti. Nell'esito di queste
-lotte non si vede più il giudizio di Dio, ma una vittoria
-del valor personale, e — per gli spettatori — la decisione
-di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione
-data alle velleità ambiziose di un esercito o della intera
-nazione.
-</p>
-
-<p>
-S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le
-cose di guerra da un punto di vista razionale e subbiettivo
-non mancavano, in date circostanze, di far luogo
-anche ad orribili crudeltà, senza che ci entrasse nemmeno
-l'odio politico, ma solo in vista di permettere un
-saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo
-la spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta
-giorni e che lo Sforza avea dovuto concedere ai
-suoi soldati (1447), la città per buon tratto rimase vuota
-del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette usar
-la violenza.<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> Ma tali fatti sono ancor poco in paragone
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-dei mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe
-straniere, e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei
-quali forse una vena di sangue arabo e fors'anche l'abitudine
-alle atrocità della Inquisizione svegliarono il lato
-più perverso della natura umana. Chi impara a conoscerli
-nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove,
-non sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando
-il Cattolico e di Carlo V, che, pur conoscendo l'indole
-di tali mostri, non si peritarono tuttavia di lasciarli inferocire
-a loro talento. Il cumulo degli atti consumatisi
-nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti
-alla luce del giorno, potrà restare come una fonte storica
-della più alta importanza; — ma nessuno negli
-scritti di tali principi cercherà più un pensiero politico
-vivificatore.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p>
-
-<h3 id="cap11-1">CAPITOLO XI.
-<span class="smaller">Il Papato e i suoi pericoli.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò
-V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale
-Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali
-di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro
-VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare
-Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi
-progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I
-mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi anni. — Giulio
-II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi
-progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano
-VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze
-di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il
-Papato della Contro-riforma.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni
-affatto eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se
-non incidentalmente affatto e solo per istabilire il carattere
-degli Stati italiani in generale.<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a> Allo Stato pontificio
-mancava quasi affatto ciò che invece caratterizza
-in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il ben calcolato
-aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza,
-appunto perchè il potere spirituale aiutava dal
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-canto suo a coprire e a sostituire il difettoso svolgimento
-del temporale. Eppure per quali solenni prove non è
-esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del XV!
-Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone,
-tutto andò in sulle prime a soqquadro, ma la
-corte avignonese aveva danari, truppe ed un grand'uomo
-di Stato, che al tempo stesso era un gran capitano, lo
-spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza
-i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo
-di un definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma,
-e coll'andar del tempo nè il papa romano, nè quello di
-Avignone aveano forze e ricchezze bastanti per sottomettere
-nuovamente lo Stato perduto; ma, dopo restaurata
-l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto
-Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè
-sotto Eugenio IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè
-lo Stato della Chiesa era, e rimase per allora,
-una completa anomalia fra tutti gli altri Stati d'Italia:
-in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei
-Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli,
-degli Orsini, degli Anguillara ed altre: nell'Umbria,
-nelle Marche, nelle Romagne, se non v'era più quasi
-nessuna di quelle repubbliche, alle quali il Papato s'era
-mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi
-era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche,
-l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano
-dire gran cosa. Come dinastie a sè e sussistenti per
-forza propria, hanno tuttavia anche esse la loro speciale
-importanza, e da questo punto di vista noi trovammo
-più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno
-di quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante,
-non vogliamo dispensarci qui da alcune brevi considerazioni
-sullo Stato della Chiesa preso nel suo insieme.
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi esposto a
-nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della
-politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche
-la Curia e di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che
-vengono dal di fuori o dal popolo, sono sempre i minori;
-i maggiori hanno la loro origine nelle tendenze stesse
-dei Papi.
-</p>
-
-<p>
-Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là
-dalle Alpi. Se in Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia
-di pericoli gravissimi, non era certamente quello
-il momento, in cui avessero potuto o voluto prestargli
-un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi XI,
-nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose,
-nè la Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la
-Germania stessa tradita nel concilio di Basilea. Anche
-in Italia v'era bensì un certo numero di uomini colti
-ed idioti, che riguardavano come un vanto nazionale la
-presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi
-privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle
-benedizioni papali,<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> tra i quali quello stesso Vitellozzo
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-Vitelli, che invocava l'assoluzione di Alessandro VI nel
-momento stesso, in cui il figlio del Papa lo faceva strozzare.<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>
-Ciò non ostante, tutte queste simpatie non sarebbero
-bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari
-veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto
-dall'odio e dal rancore che esistevano contro di lui.
-</p>
-
-<p>
-Ora egli fu appunto in un momento di così generale
-abbandono, che anche all'interno si manifestarono i più
-serii pericoli. Già pel fatto stesso del trovarsi la Chiesa
-imbevuta delle stesse massime che informavano la politica
-degli altri principati italiani, essa doveva sentirne
-le scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi
-urti affatto particolari.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città
-di Roma, era già da tempo invalsa la consuetudine di
-non dare importanza alcuna alle sue agitazioni interne,
-poichè tanti Papi cacciati da tumulti popolari erano
-sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio
-interesse desiderare la presenza della Curia a Roma.
-Ma non è men vero per questo, che Roma di tempo in
-tempo non solo si mostrò proclive ad idee più o men
-radicali,<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a> ma nelle cospirazioni che minacciavano la sicurezza
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la
-guidavano dal di fuori. Così accadde, per esempio, nella
-congiura di Stefano Porcari contro quel Papa, che per
-l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori vantaggi,
-Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento
-della signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi
-complici, i quali bensì non vengono nominati,<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> ma devono
-cercarsi fra i governi italiani d'allora. Sotto lo stesso
-pontificato Lorenzo Valla chiudeva la sua famosa invettiva
-contro la donazione di Costantino, augurando l'immediata
-secolarizzazione dello Stato pontificio.<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>
-</p>
-
-<p>
-Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a
-lottare Pio II (1495), non nascondeva che il suo scopo
-era in generale la caduta del dominio dei preti, e il
-capo di essa, Tiburzio, ne riversava la colpa sui profeti,
-che gli avevano promesso l'adempimento di quel suo desiderio
-in quello stesso anno.<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> Parecchi grandi romani,
-il principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino
-n'erano complici e promotori. E se si ripensa al ricco
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-bottino, che ad ogni momento poteva riguardarsi come
-pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i congiurati aveano
-messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale di
-Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi
-sempre così priva di sorveglianza tali tentativi non fossero
-invece più frequenti e più fortunati. Non per nulla
-Pio II risiedeva più volentieri dovunque, anzichè a Roma,
-ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte
-spavento per una congiura, supposta o reale, di questa
-specie<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. I Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere
-a tali assalti, o domare colla forza le fazioni dei
-grandi, sotto la protezione dei quali simili rapaci tentativi
-venivano ogni dì più aumentando.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-E questo fu appunto il compito che si propose il terribile
-Sisto IV. Egli fu il primo ad aver Roma e il suo
-territorio quasi compiutamente nelle sue mani, massimamente
-dopo la persecuzione inflitta ai Colonnesi, e per
-questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come in
-quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza
-di fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di
-convocare un Concilio, che venivano dall'occidente. I mezzi
-necessarii li forniva una simonia, che tutto ad un tratto
-cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale soggiacevano
-tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei
-dignitari inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi
-specie<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Sisto stesso non avea potuto ottenere la
-dignità papale senza ricorrere ad un tal mezzo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era naturale che una corruzione così universalmente
-estesa dovesse quando che sia tirare addosso alla sedia
-papale disastrosissime conseguenze; ma queste in allora
-sembravano ancora molto lontane. Diversamente invece
-andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò perfino
-un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra
-tutti i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in
-sulle prime godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore
-di Sisto, nel tempo stesso che del suo nome riempiva
-tutta l'Italia, sia pel suo lusso smodato, sia per le voci
-che correvano sulla sua empietà e sulle sue mire politiche.<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a>
-Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano
-(1473), allo scopo che questi dovesse diventar re
-della Lombardia ed aiutar poi lui con danaro e con uomini
-a salire sul trono papale al suo ritorno in Roma:
-Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto spontaneamente.<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>
-Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una
-secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà
-del trono, fallì poi per la morte subitanea di
-Pietro. Il secondo nipote, Girolamo Riario, non abbracciò
-lo stato ecclesiastico e non toccò quindi il Pontificato;
-ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in continui
-scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi
-aveano tentato di far valere la loro supremazia feudale
-su Napoli a favore dei loro congiunti;<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> ma, dopochè ciò
-non era riuscito neanche a Calisto III, non era il caso
-di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel
-tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri
-progetti), dovette accontentarsi di fondare una Signoria
-nello Stato stesso della Chiesa. Fino ad un certo punto
-la cosa poteva giustificarsi col dire che la Romagna,
-co' suoi principi e tiranni sparsi per le città, minacciava
-già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia papale,
-che essa in breve avrebbe potuto divenir preda
-degli Sforza o dei Veneziani, se Roma non si appigliava
-a questo spediente. Ma chi, in tempi simili e in tali condizioni,
-si sarebbe fatto mallevadore di un'obbedienza
-durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani o dei
-loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più
-alcun vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi
-non erano sicuri dei propri figli o nipoti, perchè troppo
-prossima era la tentazione di cacciare il nipote di un
-predecessore per sostituirvi il proprio. Il contraccolpo di
-questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un pericolo
-gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar
-tutti i mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo
-dei più equivoci, al quale dovevano subordinarsi tutti gli
-altri della sedia papale; e se l'intento era raggiunto con
-tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava una dinastia,
-che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta
-del Papato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel
-principato usurpato (Imola e Forlì) se non a gran fatica
-e soltanto colla protezione e l'aiuto della famiglia
-Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel Conclave
-successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si
-vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova
-garanzia esterna del Papato, vale a dire due cardinali
-di case regnanti, che per denaro e dignità si lasciarono
-vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, figlio
-del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>
-Così almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano,
-per amor del bottino, al mantenimento della
-signoria papale. Anche nel Conclave seguente, nel quale
-tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione di soli
-cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con
-forti donativi, non senza riserbarsi però la speranza di
-divenir Papa egli stesso un'altra volta.<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>
-</p>
-
-<p>
-Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì
-che la casa Medici non andasse colle mani vuote. Egli
-diè in moglie sua figlia Maddalena al figlio del nuovo
-Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva non solo ogni
-specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone X),
-ma anche un sollecito innalzamento del genero.<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a> Però,
-quanto a quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile.
-Sotto Innocenzo VIII non era il caso di veder sorgere
-quell'audace nepotismo, che fondava Stati, appunto.
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-per questo che Franceschetto era uomo di scarso ingegno
-e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito
-d'altro che di godere la potenza nel modo il più grossolano,
-specialmente accumulando enormi somme di danaro<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>.
-Tuttavia la maniera, colla quale il padre e il figlio
-condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato
-di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento
-dello Stato.
-</p>
-
-<p>
-Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta
-di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero
-addirittura una banca di grazie temporali, nella quale,
-dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva
-ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e delitto:
-di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla
-Camera papale, il di più a Franceschetto. E così Roma,
-come era naturale, negli ultimi anni specialmente di
-questo pontificato, formicolava d'ogni parte di assassini
-protetti e non protetti: le fazioni, la cui repressione era
-stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in modo
-spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano,
-non si preoccupava d'altro, che di porre qua e
-là qualche agguato, per farvi cader dentro malfattori,
-che avessero mezzi di ben pagare. Per Franceschetto la
-questione principale era di sapere come avesse potuto
-piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che
-il Papa venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione
-che di questa morte, omai aspettata, corse
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-una falsa notizia (1490); addirittura egli voleva portare
-con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e quando
-quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle
-almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli
-riguardava come un capitale vivente da potersi cedere
-per avventura a patti vantaggiosissimi a Ferrante di
-Napoli.<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a> Egli è sempre malagevole il voler calcolare
-tutte le eventualità politiche di un'epoca omai remota:
-ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata
-in grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo
-genere? Di fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza
-che lasciar andare le cose tant'oltre, che non
-soltanto i viaggiatori e i pellegrini, ma un'ambasceria intera
-spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in prossimità
-di Roma assalita e spogliata così completamente,
-che taluni degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno
-aver toccato le porte della città!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni,
-salì al potere coll'idea di goderlo nel pieno significato
-della parola (1492-1503): e siccome con questa idea non
-poteva certamente conciliarsi uno stato di cose, quale lo
-abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato ristabilimento
-della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento
-di tutti gli stipendi.
-</p>
-
-<p>
-Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere
-questo Pontificato, appunto perchè non parliamo
-che delle diverse forme che assunse la civiltà italiana,
-e i Borgia non erano italiani più di quello che lo fosse
-la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, parlando
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua
-spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove
-portò le mode spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure
-spagnuoli: di spagnuoli si compose il servidorame più
-fidato della famiglia, nonchè le bande famigerate di
-Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo
-carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano
-Pinzon sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente
-anche Cesare, fra le altre sue gesta, si mostrò vero spagnuolo,
-quando atterrò, secondo tutte le regole dell'arte,
-sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione soltanto,
-di cui questa famiglia sembra la personificazione
-vivente, non potrebbe dirsi portata a Roma da essa,
-quando già, come vedemmo, vi preesisteva e in sì larga
-misura.
-</p>
-
-<p>
-Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più
-modi fu scritto. Il loro scopo immediato era l'assoggettamento
-completo dello Stato della Chiesa, e lo ottennero
-in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori — più
-o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>
-e togliendo di mezzo in Roma le due grandi
-fazioni che la padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano
-a Guelfi, i Colonnesi che avrebbero voluto
-passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece uso,
-furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente
-avrebbe dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale
-(l'avvelenamento contemporaneo del padre e
-figlio) non avesse improvvisamente mutato la faccia delle
-cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno
-di badare gran fatto: intorno a sè egli sapeva
-farsi temere e rispettare: i principi stranieri si lasciavano
-comperare e Luigi XII specialmente gli prestò ogni ajuto
-possibile; e quanto alle popolazioni, esse non avevano
-nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di
-mezzo. L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi
-di Carlo VIII, passò contro ogni aspettazione
-felicemente, e d'altronde anche allora non trattavasi del
-Papato come tale,<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a> ma di una deposizione di Alessandro
-per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole
-e sempre crescente pericolo pel Pontificato stava
-in Alessandro stesso e più ancora in suo figlio Cesare
-Borgia.
-</p>
-
-<p>
-Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione
-erano congiunte con un'indole energica, e con tendenze
-assai splendide. Tutti i godimenti che può dar la potenza,
-egli volle goderli sino dal primo giorno e in ampia
-misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo al
-suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-prime tutti seppero che egli non intendeva di rifarsi
-soltanto dei sacrificii fatti per ottenere il Papato<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>, ma
-voleva senz'altro che la simonia dell'acquisto fosse ampiamente
-sorpassata dalla simonia delle vendite. S'aggiungeva
-poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di
-vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti,
-conosceva meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili
-di far danaro. Nè egli nominò mai nessun cardinale
-senza un deposito anticipato di somme considerevoli. — Del
-resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da Genova,
-che a Roma aveva osato predicare contro la simonia,
-fu trovato morto nel suo letto con ben venti ferite.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio
-del proprio figlio, i mezzi violenti presero quel carattere
-veramente infernale, che necessariamente reagisce perfin
-sugli scopi. Ciò che si fece nelle lotte coi grandi di Roma
-e coi tiranni delle Romagne supera, in linea di crudeltà
-e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi
-di Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva,
-erano assai più raffinate. Affatto spaventevole è
-il modo, con cui Cesare giunse ad isolare il padre, togliendo
-di mezzo il fratello, il cognato ed altri congiunti
-e cortigiani, non appena il favore che essi godevano
-presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-ombra di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di
-dare il suo consenso all'uccisione del figlio suo prediletto,
-il duca di Gandia,<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> perchè tremava per sè stesso
-dinanzi a Cesare.
-</p>
-
-<p>
-Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo?
-Ancora negli ultimi mesi della sua signoria, quando egli
-appunto aveva finito di sterminare i condottieri a Sinigaglia
-ed era di fatto divenuto padrone dello Stato della
-Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi
-lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non
-le fazioni e i tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa,
-ritenendo per sè tutt'al più la Romagna, e che quindi
-non gli sarebbe mancata la riconoscenza anche di tutti
-i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio,
-abbattendo gli Orsini e i Colonna.<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a> Ma chi potrebbe ammettere
-che questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero?
-Un po' più apertamente una volta si espresse Papa
-Alessandro in una conversazione avuta coll'ambasciatore
-veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla
-protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo,
-diss'egli, che un giorno il Papato tocchi o a lui o alla
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-vostra Repubblica».<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a> Veramente Cesare aggiunse, che
-non doveva divenir Papa, se non colui che avesse avuto
-l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali veneziani
-non aveano bisogno che di star bene uniti e
-compatti. Nessuno è in grado di dire, se egli con tali
-parole intendesse alludere a sè medesimo; ma, in ogni
-caso, le espressioni del padre bastano bene a provare
-quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono
-papale. Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta
-da Lucrezia Borgia, potendosi presumere che certi
-passi delle poesie d'Ercole Strozza non sieno che l'eco
-di espressioni, alle quali ella, come duchessa di Ferrara,
-può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui innanzi
-tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi
-Papa,<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa
-che alluderebbe ad una sperata signoria su tutta l'Italia,<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>
-e sulla fine si accenna al fatto che Cesare, qual
-principe secolare, macchinava cose grandissime e per
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>
-Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse
-eletto Papa o no dopo la morte di Alessandro, pensava
-a conservare per sè ad ogni costo lo Stato della
-Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse,
-più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe,
-che come Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato
-in grado di secolarizzare lo Stato,<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> e nessuno più di
-lui avrebbe dovuto farlo, se voleva continuare a tenerlo.
-Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe il motivo
-principale della segreta simpatia, che il Machiavelli
-manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno
-sarebbe stato capace di «estrarre il ferro dalla ferita»,
-vale a dire, di annientare il Papato, causa di
-tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni d'Italia. — Gl'intriganti
-che credevano d'indovinare le mire di
-Cesare, quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità
-di regnare sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente,
-a quanto sembra, da lui medesimo.<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano
-da tali promesse, riescono vane, — non tanto per una
-speciale genialità satanica, di cui altri lo volle fornito,
-ma che in lui non v'era, come non v'era, per esempio,
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli
-si servì, erano di quelli che in generale non si conciliano
-con nessuna maniera pienamente logica di agire
-in grande. E nessuno può dire se, quando l'eccesso dei
-mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una prospettiva di
-salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato
-anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente
-pose fine alla sua signoria.
-</p>
-
-<p>
-Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione
-di tutti i piccoli signori sparsi qua e là nello Stato della
-Chiesa avesse procacciato a Cesare le simpatie universali,
-e quand'anche si volesse altresì far servire di prova ai
-suoi grandiosi disegni la scelta schiera di ufficiali e soldati
-(i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla testa
-del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le
-sue bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale
-ferocia, che contrastano apertamente con tali supposizioni
-e che rendono incerto il nostro giudizio su
-lui, come fu quello dei contemporanei. Tali sono, per
-esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda
-lo Stato da lui appena conquistato<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> e che pur pensava
-di conservare e di governare: tali sono altresì le condizioni,
-a cui furono ridotte Roma e la Curia negli ultimi
-anni di quel pontificato. Sia che padre e figlio avessero
-preparato una vera lista di proscrizione,<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> sia che le uccisioni
-sieno state comandate separatamente, certo è che
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-i Borgia agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente
-tutti coloro, che comecchessia fossero loro
-d'inciampo o dei quali essi agognassero farsi eredi. In
-questi casi essi non si preoccupavano più che tanto dei
-capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto,
-e assai più, delle loro rendite personali provenienti dagli
-ufficii coperti, che il Papa era sollecito di tener lungamente
-vacanti per goderne i proventi, e ch'egli poi rivendeva
-a nuovi aspiranti a prezzi assai elevati. L'ambasciatore
-veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva
-al Senato:<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> «ogni notte si hanno a Roma quattro o
-cinque uccisioni di vescovi, prelati ed altri dignitari,
-tanto che tutta la città trema di essere a poco a poco
-uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava notturno
-per le vie accompagnato da' suoi,<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a> e non tanto, a quel
-che pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto
-deforme, quanto e assai più per soddisfare la sua pazza
-sete di sangue anche su persone del tutto a lui sconosciute.
-Ancor nell'anno 1499 la disperazione per tali
-fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo,
-rotto ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia
-del Papa.<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a> Ma chi andava salvo dal ferro dei Borgia,
-non riusciva poi a sottrarsi al loro veleno. In quei casi,
-nei quali sembrava necessaria una certa discrezione,
-usarono essi di quella polvere candida come neve e
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-piacevole al gusto,<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a> che non uccideva istantaneamente,
-ma a poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi
-con ogni cibo e con ogni bevanda. Il principe Zizim
-n'avea già fatto il saggio prima di essere consegnato
-da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine della
-loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio,
-avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un
-ricco cardinale. Il compendiatore ufficiale della storia
-dei Papi, Onofrio Panvinio,<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a> cita i nomi di tre cardinali,
-che Alessandro fece avvelenare (Orsini, Ferrerio e Michiel),
-e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era
-incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia);
-ma in generale può dirsi che quasi nessun prelato
-alquanto ricco non morì a Roma in quel tempo, senza
-che sulla sua morte non si elevassero sospetti di questo
-genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino qualche
-pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi
-in qualche oscura città di provincia.
-</p>
-
-<p>
-Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non
-andar più così allegramente come prima: fulmini e
-tempeste, che fecero crollare pareti e stanze, lo avevano
-già visitato anteriormente e colmatolo di spavento: ed
-ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti
-credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano
-«<i>cosa diabolica</i>».<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> La voce di questi fatti sembra
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-abbia cominciato a diffondersi fra i popoli nell'occasione
-del Giubileo dell'anno 1500 che fu frequentatissimo;<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a> e
-il traffico scandaloso che allora si fece delle indulgenze,
-fece il resto e richiamò l'attenzione di tutti sulle ignominie
-di Roma.<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> Oltre ai pellegrini che tornavano alle
-loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in
-lunghi abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi
-dello Stato pontificio, i quali assai probabilmente
-non avranno taciuto. Ma chi potrebbe dire sino a qual
-punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e l'indignazione
-di mezza Europa, prima che per Alessandro ne
-sorgesse un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice
-Panvinio altrove,<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a> avvelenato anche gli altri cardinali
-e prelati, ch'erano in voce di ricchi, per divenir loro
-erede, se, in mezzo ai grandi progetti che macchinava
-pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa
-avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo
-padre, non si fosse egli pure trovato infermo sul letto
-di morte? Qual Conclave non sarebbe stato quello, dal
-quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui poteva disporre,
-fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di cardinali
-convenientemente ridotto a furia di veleno, in un
-momento in cui non c'era neanche da temere la vicinanza
-delle armi francesi? La fantasia si perde in un
-abisso, qualora soltanto si provi a tener dietro ad una
-somigliante ipotesi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-quasi subito dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II,
-due elezioni, che evidentemente accennano ad un principio
-di reazione, che manifestavasi d'ogni parte.
-</p>
-
-<p>
-Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire
-sui costumi privati di Giulio II, certo è nondimeno
-che nei punti più sostanziali egli fu l'uomo che salvò
-il Papato. Osservando attentamente l'andamento delle
-cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV,
-egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi
-avea bisogno la potenza papale per sostenersi, e,
-divenuto Papa, ordinò tosto il suo governo in piena conformità
-a tali viste, portando all'attuazione de' suoi progetti
-tutta quell'energia di carattere, che non si arresta
-dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere in virtù di
-abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con
-favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima
-cosa, lo scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche.
-Anche alla sua corte non mancarono i favoriti, e talvolta
-erano i meno degni, ma egli ebbe l'inestimabile
-fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del
-nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata
-l'erede di Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo
-dei Montefeltro, e da questa unione era nato nel 1491
-un figlio, Francesco Maria della Rovere, che al tempo
-stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino
-e nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque
-obbligo di creare uno Stato alla sua famiglia, e
-per questo noi lo veggiamo, in tutti gli acquisti, che o
-coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra venne
-facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello
-Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò
-completamente ricostituito e per di più ingrandito di
-Parma e di Piacenza, mentre al suo avvenimento l'avea
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette nemmeno
-da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche
-Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli
-sempre teneva in serbo in Castel S. Angelo, non dovevano
-essere in qualsiasi momento, per ordine suo, rimessi
-ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari degli altri
-Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i prelati
-che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi
-dispotici,<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno.
-L'essere andato in persona al campo non gli giovò
-certamente, ma fu una necessità ineluttabile, che tanto
-più facilmente doveva essergli perdonata in Italia, in
-quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere
-o essere battuti e in cui il credito personale valeva più
-di qualsiasi diritto legittimamente acquistato. Che se
-poi, ad onta del suo celebre grido «fuori i barbari!»,
-egli contribuì più di qualunque altro a far sì che gli
-Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta di fatto
-altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità
-indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo
-aspetto, favorevole e vantaggiosa. E da chi altri, meglio
-che dalla Spagna, poteva la Chiesa attendersi una sincera
-e durevole devozione,<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> nel momento stesso in cui
-tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti
-ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente
-ed originale, che non poteva soffocare in sè veruno
-sdegno e neanche nascondere nessun vero affetto, preso
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-in tutto il suo insieme era l'uomo del tempo, il <i>Pontefice
-terribile</i> invocato da tutti. Egli ebbe quindi pienamente
-ragione di appellarsi con coscienza relativamente
-tranquilla al giudizio di un Concilio e di rispondere in
-tal modo vittoriosamente al grido de' suoi avversarii, che
-da tutte le parti d'Europa ne domandavano la convocazione.
-Un regnante di questa tempra aveva bisogno anche
-d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità
-de' suoi concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e
-all'ampliamento della chiesa di S. Pietro, e le aggiunte
-che vi fece il Bramante sono forse l'espressione più sublime
-di una potenza, che è conscia di quanto può e
-deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le
-tracce dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè
-è senza importanza il fatto che perfino la poesia latina
-di quei giorni, parlando di lui, appare infiammata di un
-estro, che non seppero mai ispirarle i di lui predecessori.
-L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla fine
-dell'<i>Iter Julii secundi</i> del cardinale Adriano da Corneto,
-ha una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni
-Antonio Flaminio in una delle sue più belle Elegie ha
-cantato nel Papa il redentore d'Italia<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio
-lateranense<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> proibito la simonia nell'elezione del
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-Papa. Dopo la sua morte (1513) i cardinali, mossi da
-un sordido istinto di avarizia, volevano eludere quel divieto
-col proporre un patto generale, secondo il quale
-le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero
-ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si
-sa che il loro intendimento sarebbe stato di eleggere
-per l'appunto quegli che godeva le prebende più pingui,
-l'inetto Raffaello Riario.<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a> Ma una riscossa, che partiva
-principalmente dai membri più giovani del sacro Collegio,
-mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto
-Giovanni de' Medici, il celebre Leone X.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo
-Papa, ogni volta che ci accadrà di discorrere dei momenti
-più splendidi dell'epoca del Rinascimento: qui adunque
-e pel nostro scopo ci basterà di accennare, come sotto
-di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli
-tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi
-non contiamo la congiura dei cardinali Petrucci, Sauli,
-Riario e Corneto, perchè questa tutt'al più, riuscendo,
-avrebbe cagionato un mutamento di persone e non altro:
-e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione,
-inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola
-volta, la quale del resto non fece che produrre un'eccellente
-impressione, perchè, in parte almeno, premiava
-il vero merito.<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>
-</p>
-
-<p>
-Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle
-quali si lasciò tirare Leone nei due primi anni del suo
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-pontificato. Egli aveva infatti intavolato pratiche molto
-serie per procurare il regno di Napoli a suo fratello
-Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran
-regno nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano,
-la Toscana, Urbino, e Ferrara.<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a> È evidente a chiunque
-che lo Stato della Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte
-parti, avrebbe dovuto finire col diventare un appannaggio
-mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto bisogno di
-secolarizzarlo.
-</p>
-
-<p>
-Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni
-politiche generali d'allora. Giuliano morì a tempo;
-tuttavia, per provvedere a Lorenzo, Leone intraprese
-l'espulsione del duca Francesco Maria della Rovere da
-Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì
-il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519
-morì<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>, col dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica
-aveva per altri acquistato: così egli non ne raccolse
-nemmen quella gloria, che certamente non gli sarebbe
-mancata, se quella cessione fosse stata anteriore e spontanea.
-Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso di
-Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro
-un pajo di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui
-potesse venirne incremento alla sua reputazione. E tutto
-questo accadeva nel momento stesso, in cui i monarchi
-d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor più abituando
-ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-alle spese di questo o di quel territorio d'Italia<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Chi
-avrebbe voluto farsi garante che essi, dopochè la loro
-potenza all'interno negli ultimi decenni era immensamente
-cresciuta, non fossero per allargare quando che
-sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone
-visse abbastanza per essere testimone di un fatto, che era
-come il preludio di ciò che si verificò poi nel 1527: un
-pugno di fanti spagnuoli apparve nel 1520, — di proprio
-impulso, a quanto sembra, — ai confini dello Stato pontificio,
-unicamente allo scopo di taglieggiare il Papa<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>,
-ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo.
-Anche la pubblica opinione, di fronte alla corruzione
-della Curia e della corte romana, s'era negli ultimi anni
-svegliata più imperiosa che mai, ed uomini che vedevano
-nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico
-della Mirandola<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>, invocavano con forza pronte riforme.
-Infrattanto era comparso sulla scena Lutero.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI,
-(1521-1523), ma scarse e insufficienti e ritardate di
-troppo, di fronte alla foga invadente del grande movimento
-tedesco. Adriano non potè far altro, fuorchè manifestare
-l'orrore, di cui era compreso per tutte le piaghe
-che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-a dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio
-e la più profonda immoralità. Nè per allora
-il pericolo, che minacciava da parte del luteranismo,
-sembrava neanche il maggiore: un arguto osservatore
-veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una
-spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime
-il proprio dolore apertamente<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di
-gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia
-sciroccale, che talvolta vi rende così pericolosi gli ultimi
-mesi d'estate. Il Papa è inviso ai vicini e ai lontani:
-gli uomini più gravi crollano tristamente il capo<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>, e
-infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze s'affacciano
-eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del mondo
-intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa
-medesimo<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>:la fazione colonnese solleva arditamente il
-capo in atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna,
-la cui presenza soltanto è una minaccia permanente
-pel Papato<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>, tenta una sorpresa su Roma (1526)
-nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto
-vivo o morto nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun
-vantaggio, che quest'ultimo abbia potuto trovare
-un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla quale
-egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della
-morte, alla quale ora sfuggì.
-</p>
-
-<p>
-Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre
-permesse ai forti, ma che recano la rovina ai deboli,
-Clemente provocò la venuta delle truppe austro-spagnuole
-comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527).
-Egli è fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V
-meditava di prendere del Papa una fiera vendetta<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>, e
-che l'imperatore non poteva prevedere anticipatamente
-quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che
-aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè
-gratuito non avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se
-non si avesse saputo che si doveva marciare contro Roma.
-Forse si ritroveranno quando che sia le istruzioni date in
-questa occasione al Borbone, e può darsi anche che
-esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre;
-ma la storia non si lascerà travolgere per questo a
-men severi giudizii. Fu una fortuna pel cattolico re e
-imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali sia
-stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun
-sofisma al mondo avrebbe potuto salvarlo da una
-gravissima responsabilità. Ma l'uccisione di innumerevoli
-persone delle infime classi e la spogliazione delle
-altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, che se
-ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu
-permesso di spingere le atrocità nel sacco di Roma.
-</p>
-
-<p>
-Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa,
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-che si era nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo,
-a Napoli, dopo avergli estorto enormi somme, e se
-Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, non pare
-che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte
-degli Spagnuoli<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. Se poi Carlo abbia, almeno per un
-momento, pensato alla secolarizzazione dello Stato della
-Chiesa (alla quale l'opinione pubblica<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> omai era preparata),
-e se nel fatto egli se ne sia poi lasciato distogliere
-dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che non
-potrà mai essere messo in chiaro.
-</p>
-
-<p>
-Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono
-certo di lunga durata; e intanto dalla desolazione
-stessa della città sorge uno spirito di riforma, che promette
-una completa restaurazione della Chiesa e del
-principato. Il primo a presentirla fu il cardinal Sadoleto<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>:
-«Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo
-una dovuta soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di
-Dio, se queste terribili punizioni ci aprono la via a migliorare
-le nostre leggi e i costumi, noi forse potremo
-dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che ci
-potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura
-Dio stesso; ma noi abbiamo dinanzi a noi una via di
-miglioramento, dalla quale nessuna violenza potrà farci
-deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri e le nostre
-azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del
-sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».
-</p>
-
-<p>
-E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno
-questo, che la voce degli uomini più gravi e assennati
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-non cadde inascoltata affatto, come tante altre volte.
-Roma avea troppo sofferto per poter pensare a tornar,
-nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra
-e corrotta Roma di Leon X.
-</p>
-
-<p>
-Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di
-tante umiliazioni, una simpatia d'indole in parte politica
-e in parte religiosa. I monarchi non potevano permettere
-che un loro uguale si arrogasse l'ufficio di carceriere
-privilegiato del Papa, e nell'intento di ridonare a
-quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il
-trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero
-almeno di far ricadere sull'imperatore tutta
-l'odiosità dei fatti testè commessi dalle truppe imperiali.
-Ma contemporaneamente all'imperatore creavansi serii
-imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i grandi
-lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor
-dato di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione
-generale del clero e della cittadinanza, che minacciavano
-di presentarsi a lui in forma solenne e in abito
-di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo si rinnovassero
-le scene della insurrezione delle comunità poco
-prima domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>
-Egli non poteva adunque, nemmen volendo, prolungare
-più oltre la persecuzione contro il Papato, anzi,
-prescindendo anche dalla politica estera, trovavasi imperiosamente
-costretto a riconciliarsi con esso al più presto
-possibile, molto più che non volle mai tener conto nè
-in questa, nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione
-pubblica in Germania, che per vero gli avrebbe additato
-un'altra via da tenere. Finalmente non è neanche impossibile,
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-come opinava un veneziano,<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a> che la ricordanza del
-sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso,
-e che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda,
-che doveva essere suggellata con lo stabile assoggettamento
-dei Fiorentini sotto la tirannide de' Medici.
-Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale dell'imperatore
-fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.
-</p>
-
-<p>
-In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre
-il Papato nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo
-proteggerlo ed opprimerlo. Ma il maggior pericolo,
-la secolarizzazione, e propriamente quella che dovea
-partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai
-loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della
-Riforma. Nella stessa maniera che essa sola rese possibile
-la spedizione contro Roma (1527), fu anche causa
-che il Papato sentisse il bisogno di essere l'espressione
-vivente di una potenza mondiale nel campo delle coscienze,
-obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici
-di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta
-ad una vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia,
-che negli ultimi anni di Clemente VII e sotto
-i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori
-a poco a poco e in mezzo alla defezione di mezza
-Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova
-e rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere
-i maggiori e più pericolosi scandali interni, e massimamente
-il nepotismo avido di ingrandimenti,<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> e poscia, sostenuta
-da tutti i principi della cattolicità e portata da
-un impulso religioso del tutto nuovo, fece ogni sforzo per
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice
-di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano
-abbandonata: in un certo senso si può dunque affermare
-con tutta verità, che il Papato sotto il punto di vista
-morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi nemici. E con
-la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto l'assidua
-sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale,
-tanto da accampare in ultimo il privilegio della
-inviolabilità, e così le fu possibile, allo spegnersi de' suoi
-vassalli (le linee legittime degli Estensi e dei Della Rovere),
-costituirsi erede incontrastata dei due ducati di
-Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se
-si potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della
-Chiesa sarebbe passato da lungo tempo in mani secolaresche.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span></p>
-
-<h3 id="cap12-1">CAPITOLO XII.
-<span class="smaller">L'Italia dei patriotti.</span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo
-sguardo al contraccolpo di questo stato di cose sullo
-spirito della nazione in generale.
-</p>
-
-<p>
-Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza
-delle condizioni politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel
-secolo XIV e nel XV, dovesse naturalmente destare
-sentimenti di patriottico sdegno e di aperta opposizione
-in tutti gli uomini privilegiati di attitudini superiori.
-Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di un'Italia
-unita,<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a> alla quale devono tendere gli sforzi di tutti.
-Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un
-entusiasmo di pochi spiriti colti, di cui la nazione intera
-non mostrò nemmeno di accorgersi; ma a costoro si potrebbe
-domandare se a quel tempo la nazione tedesca
-si sarebbe condotta diversamente, quantunque, di nome
-almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile
-e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le
-prime voci patriottiche della letteratura tedesca (se si
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-eccettuino pochi versi dei menestrelli) non si odono che
-in bocca agli umanisti del tempo di Massimiliano I,<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> e
-non sembrano che un'eco delle declamazioni degl'Italiani.
-Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità,
-quale l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani.
-La Francia va debitrice della coscienza della sua
-unità nazionale principalmente alle lotte ch'ebbe a sostenere
-contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo tratto
-di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu
-in grado nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur
-le è tanto affine. Per l'Italia l'esistenza dello Stato della
-Chiesa e le condizioni, nelle quali soltanto esso poteva
-esistere, crearono un ostacolo permanente alla sua unificazione,
-ostacolo, la cui eliminazione non parve pressochè
-mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e
-colà nelle corrispondenze politiche del secolo XV si parla
-con qualche enfasi della patria comune, ciò non accade,
-pur troppo, che per provocare il dispetto di qualche altro
-Stato pure italiano.<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> I richiami veramente serii e profondamente
-tristi al sentimento nazionale non si odono di
-nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi,
-e Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese.
-</p>
-
-<p>
-Quanto al patriottismo locale o di campanile, non
-potrebbe dirsi altro, se non che esso teneva il luogo di
-questo sentimento, ma non lo sostituiva.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span></p>
-
-<h2 id="parte2">PARTE SECONDA
-<span class="smaller">LO SVOLGIMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ</span></h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span></p>
-
-<h3 id="cap1-2">CAPITOLO I.
-<span class="smaller">Lo Stato e l'individuo.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-L'uomo del Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni
-e i loro sudditi — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio
-e il cosmopolitismo.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Nell'indole delle repubbliche e dei principati, di cui
-fin qui s'è tenuto discorso, sta, se non l'unica, certo
-la più potente causa, per cui gl'Italiani, prima d'ogni
-altro popolo, si trasformarono in uomini moderni e meritarono
-di esser detti i figli primogeniti della presente
-Europa.
-</p>
-
-<p>
-Nel Medio-Evo i due lati della coscienza — quello
-che riflette in sè il mondo esterno e quello che rende
-l'immagine della vita interna dell'uomo — se ne stavano
-come avvolti in un velo comune, sotto al quale o
-languivano in lento torpore o si movevano in un mondo
-di puri sogni. Il velo era tessuto di fede, d'ignoranza
-infantile, di vane illusioni: veduti attraverso di esso, il
-mondo e la storia apparivano rivestiti di colori fantastici,
-ma l'uomo non aveva valore se non come membro
-di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una corporazione,
-di cui quasi interamente viveva la vita. L'Italia
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-è la prima a squarciar questo velo e a considerare
-lo Stato e tutte le cose terrene da un punto di vista
-<i>oggettivo</i>; ma al tempo stesso si risveglia potente nell'italiano
-il sentimento di sè e del suo valor personale
-o <i>soggettivo</i>: l'uomo si trasforma nell'<i>individuo</i>,<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> e come
-tale si afferma. Così una volta il greco si era emancipato
-di fronte ai Barbari, e così anche in altri tempi
-l'arabo si isolò dalle altre stirpi dell'Asia. Non sarà
-malagevole il dimostrare come tutto ciò non fosse che
-l'effetto delle condizioni politiche, in cui si trovava il
-paese.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Già anche in epoche di molto anteriori è facile notare
-quà e colà in Italia uno sviluppo della personalità
-indipendente, quando al tempo stesso nei paesi al di là
-delle Alpi non se ne ha ancora indizio veruno. Il celebre
-gruppo di ribaldi del secolo X che ci è dipinto da
-Luitprando, nonchè più tardi alcuni contemporanei di
-Gregorio VII e alcuni avversarii dei primi imperatori di
-Svevia, presentano tipi di questo genere. Ma col finire
-del secolo XIII l'Italia comincia addirittura a formicolare
-d'uomini indipendenti, d'individui che fanno parte
-per sè stessi; l'anatema, che prima avea pesato sull'individualità,
-è tolto per sempre, e a migliaja sorgono le
-personalità dotate d'un carattere affatto proprio. Il gran
-poema di Dante sarebbe stato impossibile in qualunque
-altro paese appunto per questo, che tutto il resto d'Europa
-sentiva ancora il peso di quell'anatema: per l'Italia
-adunque il divino poeta, portando al suo pieno sviluppo
-il sentimento dell'individualità, è diventato l'interprete
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-più fedele e nazionale del proprio tempo. Ma la caratteristica
-speciale delle singole attività nel campo della
-letteratura e dell'arte sarà più innanzi oggetto di apposita
-trattazione: qui ci basti di rilevar il fatto in sè stesso
-e come fenomeno psicologico in generale. Esso si mostra
-ora apertamente in tutta la sua pienezza: l'Italia del
-secolo XIV conobbe poco la falsa modestia e l'ipocrisia
-in generale, perchè nessun uomo fu schivo di emergere,<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>
-di essere e di apparire, quale era, diverso dagli
-altri.<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-I primi a mettere in piena mostra una siffatta individualità,
-come vedemmo, sono i tiranni e i Condottieri,<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>
-e poi a poco a poco gli uomini d'ingegno da loro protetti,
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-ma anche in ogni occasione fatti strumento di governo,
-i cancellieri, i segretari, i poeti e gli uomini di
-corte. Tutti costoro imparano necessariamente a tener
-conto di tutte le risorse, stabili o momentanee, che ciascuno
-sa trovare in sè stesso; ed anche nel godimento
-della vita esteriore ricorrono a mezzi men grossolani e
-di un'indole più spirituale, per circondare del maggior
-prestigio possibile un periodo forse assai breve di potenza
-e d'influenza.
-</p>
-
-<p>
-Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti
-dal risentire un impulso simile. Senza tener conto di
-quelli che consumarono la loro vita in congiure segrete
-e in tentativi di resistenza, menzioneremo coloro, che si
-rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse
-come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero
-bizantino o negli Stati maomettani. Certamente
-deve essere stato più volte assai difficile, per esempio,
-ai sudditi dei Visconti il mantenere la dignità della propria
-casa e della loro stessa persona, e innumerevoli
-sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù
-la fierezza di quello, che strettamente suol dirsi carattere
-morale di un uomo. Ma quanto al carattere individuale,
-ossia all'originalità e specialità delle tendenze
-di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in mezzo
-all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più
-forti e molteplici le diverse direzioni della vita privata.
-Ricchezza e cultura, in quanto possano mostrarsi in piena
-luce e gareggiare fra loro, congiunte con una libertà
-municipale ancora abbastanza larga, e con una Chiesa,
-la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo
-islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi
-elementi presi insieme favorivano senza dubbio la
-formazione di una opinione individuale, cui l'assenza
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-stessa delle lotte di partito forniva agio ed opportunità
-a svilupparsi. Non è dunque improbabile che l'uomo
-privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue
-occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie,
-si sia per la prima volta venuto formando sotto
-queste tirannidi del secolo XIV. Ma sarebbe follia il
-pretendere di trovarne testimonianze esplicite e documentate;
-i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in
-proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di
-uomini originali e bizzarri, ma sempre da un solo punto
-di vista e unicamente in relazione al racconto, che si
-accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro dell'azione
-presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale
-era promosso al pari che nei Principati, ma
-in guisa affatto diversa. Quanto più frequentemente i
-partiti si scambiavano fra loro la signoria, tanto più
-forte gli uomini che li componevano, sentivano la tentazione
-di sfruttare il potere e talvolta di abusarne.
-Egli è appunto per tal modo che nella storia fiorentina<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>
-gli uomini politici e i caporioni del popolo acquistano
-una personalità così spiccata, che altrove non si riscontra
-se non in via al tutto eccezionale in un uomo solo, in
-Jacopo d'Arteveldt.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso
-a trovarsi in una condizione simile a quella dei sudditi
-dei tiranni, con questo di più che la libertà o la signoria
-già gustate, e forse anche la speranza di riacquistar
-l'una e l'altra, davano al loro individualismo uno slancio
-più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad
-un ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo
-Pandolfini (morto nel 1446), il cui trattato «Del governo
-della famiglia»<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>è il primo programma di una
-vita privata portato al massimo suo sviluppo coll'aiuto
-della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di
-un privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>
-merita di essere riguardato, nel suo genere, come
-un vero monumento del suo tempo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di
-logorare un uomo o di portarlo al massimo grado del
-suo sviluppo, è l'esiglio. «In tutte le nostre città più
-popolate, scrive Gioviano Pontano,<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> noi vediamo una moltitudine
-di persone, le quali spontaneamente hanno abbandonato
-la loro patria; ma le virtù si ponno portare con
-sè dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano
-semplici fuggiaschi banditi dalla loro patria, ma l'avevano
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-abbandonata di proprio impulso, perchè le condizioni
-politiche ed economiche di essa erano divenute omai insopportabili.
-I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi
-rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie.
-</p>
-
-<p>
-Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più
-colti, è l'individualismo portato al suo più alto grado.
-Dante, come abbiamo già accennato (pag. 103), trova una
-nuova patria nella lingua e nella cultura di tutta Italia,
-ed anzi va ancora più in là ed esclama: «la mia patria
-è il mondo intero!»<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> — E quando gli fu offerto di tornare
-a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva:
-«non posso io contemplare la luce del sole e delle stelle
-dovunque? Non posso io meditare dovunque le più alte
-verità, senza perciò presentarmi oscuramente, anzi vituperosamente
-dinanzi al mio popolo ed alla mia città?
-Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè
-mai».<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> Con fiero orgoglio alzano più tardi la voce
-anche gli artisti, affermando la propria libertà indipendentemente
-dal luogo ove si trovano. «Colui che è ricco
-di cognizioni, dice il Ghiberti,<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> non è, anche fuori di
-patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche
-privo de' suoi beni e abbandonato dagli amici, egli è
-pur sempre cittadino in qualunque città, e può senza
-timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in
-modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-scriveva: «dovunque un dotto fissa la sua dimora,
-quivi ei trova tosto una patria».<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span></p>
-
-<h3 id="cap2-2">CAPITOLO II.
-<span class="smaller">Perfezionamento dell'individualità.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Uno sguardo molto acuto e profondamente versato
-nella storia della civiltà non durerebbe fatica a seguir
-passo passo nel secolo XV lo svolgersi successivo di
-individualità per ogni verso perfette. Vero è che nessuno
-potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno
-giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato
-esterno della loro vita in conseguenza di un solo atto
-fermo e deliberato della loro volontà, o non anche per
-un fortunato concorso di favorevoli circostanze: ma, ad
-ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi giunsero,
-almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione
-della natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente
-impossibile il fare una distinzione esatta di
-ciò che Lorenzo il Magnifico dovette alla fortuna, da
-ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio
-carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire)
-si ha il caso contrario, il caso cioè di una potente
-individualità, nella quale cospirano mirabilmente la dignità
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-dell'uomo e l'orgoglio del poeta, l'ironia e la passione,
-il sarcasmo e la benevolenza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere
-in una natura straordinariamente gagliarda e versatile,
-tale da appropriarsi ad un tempo tutti gli elementi
-della cultura di quell'età, s'aveva allora l'<i>uomo universale</i>,
-che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini
-di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo
-in più paesi, perchè il sapere era più ristretto e i
-rami dello scibile più affini tra loro: e per la stessa ragione
-sino al secolo XII s'incontrano artisti universali,
-perchè i problemi dell'architettura erano relativamente
-semplici ed uniformi, e nella scultura e nella pittura il
-concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi prevaleva
-sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece
-noi ci scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami
-danno creazioni affatto nuove e perfette nel loro genere,
-e al tempo stesso emergono singolarmente anche come
-uomini. Altri sono universali e abbracciano, oltrechè la
-cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della
-scienza con sintesi maravigliosa.
-</p>
-
-<p>
-Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato
-come poeta, dagli altri come filosofo, e da altri ancora
-come teologo,<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> versa in tutti i suoi scritti tal piena di
-prepotente individualità, che il lettore se ne sente al
-tutto soggiogato, anche prescindendo dall'importanza degli
-argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza di
-volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente
-equabile della Divina Commedia! Ma se si guarda al
-suo contenuto, non vi è forse in tutto il mondo fisico
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-e morale un solo punto di qualche importanza, che
-egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale
-la sua opinione — spesse volte condensata in poche parole — non
-sia la più autorevole di quel tempo. Anche
-nell'arte le sue teorie hanno la forza di principj, e ciò
-è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli artisti
-d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche
-la fonte delle più alte ispirazioni.<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>
-</p>
-
-<p>
-Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il
-secolo degli uomini dotati di una grande versatilità.
-Non v'è biografia di quel tempo, che, parlando di qualche
-uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle qualità
-sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario
-complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo
-di Stato fiorentino sono spesso dotti filologi: i più celebri
-umanisti sono chiamati ad istruire i figli loro
-nella Politica e nell'Etica di Aristotile:<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> anche le figlie
-ricevono una cultura superiore, e in generale egli è
-in questi circoli che bisogna cercare gli inizi di una
-educazione privata, che esce dal comune. Dal canto
-suo l'umanista viene eccitato ad allargare quanto più
-può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere
-filologico non era semplicemente, come oggidì, la
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-conoscenza oggettiva della classica antichità, ma un'arte
-che trovava applicazione continua nella vita. Egli studia
-Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un museo
-di storia naturale;<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> sulla geografia degli antichi diventa
-un cosmografo nel senso moderno; s'innamora
-degli storici antichi, e scrive secondo quei modelli la
-storia de' suoi tempi; traduce le commedie di Plauto,
-e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione; imita
-quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica
-sino al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò
-serve lo Stato qual cancelliere o diplomatico, e non
-sempre con suo proprio vantaggio.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici
-emergono alcuni veramente universali. Prima di
-farci a studiare partitamente le condizioni della vita sociale
-e della cultura d'allora, ci sia concesso di porre
-qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di
-quegli uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua
-biografia — che non abbiamo se non a frammenti — parla
-assai poco di lui come artista e niente affatto come architetto.<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>
-Or si vedrà ciò che egli è stato, anche fatta
-astrazione da queste sue glorie speciali.
-</p>
-
-<p>
-In tutte le discipline che rendono bella e lodata la
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-vita di un uomo, Leon Battista era il primo sino dalla
-sua fanciullezza. Della sua perizia in tutti gli esercizi
-ginnastici raccontansi cose incredibili, come egli, per
-esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone ritte
-in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta
-tanto alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta
-sospesa sul suo capo, come non ci fosse cavallo indomito
-che sotto di lui non tremasse e ubbidisse, e simili; — ed
-infatti egli voleva apparire irreprensibile e
-perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e
-nel parlare. Egli apprese la musica senza maestro, eppure
-le sue composizioni furono ammirate dai più competenti
-nell'arte. Stretto dal bisogno, studiò per lunghi
-anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per spossatezza:
-e quando a ventiquattro anni s'accorse di un
-indebolimento della sua memoria nel ritenere le parole,
-ma si sentì ancor vigoroso l'intelletto per penetrare nella
-sostanza delle cose, s'applicò alla fisica ed alla matematica,
-e al tempo stesso volle rendersi esperto in tutte le
-professioni possibili, interrogando artisti, eruditi, operai
-d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere.
-A tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel
-disegno e nel modellare specialmente ritratti somigliantissimi,
-di pura memoria. Particolar maraviglia destò
-il misterioso suo congegno a guisa di camera ottica,<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>
-nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna a illuminare
-scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti
-colli e seni di mare in lontananze sconfinate, con
-flotte che s'avanzano, o rischiarate dallo splendore del
-sole e avvolte d'ombre e di vapori a guisa di nuvole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p>
-In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare,
-e con gioja accoglieva anche quanto gli altri facevano,
-appunto perchè in ogni produzione dell'ingegno umano,
-che si uniformasse alle leggi del bello, egli riconosceva
-come una emanazione della divinità stessa.<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a> La sua attività
-letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano
-un'importante evoluzione della stessa col risorgere
-della forma, specialmente nell'architettura, e si
-estende quindi a composizioni in prosa latina, a novelle
-e simili, delle quali talune furono credute opere di scrittori
-antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo
-ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul
-governo della famiglia»,<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> e ad un elogio funebre del
-suo cane. I suoi motti, tanto serii che faceti, parvero
-abbastanza importanti da dover esser raccolti, e se ne
-ha un saggio in molte serie compilate in colonne, che
-possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di
-tutte le nature veramente grandi e generose, egli non
-faceva mistero a nessuno del suo sapere, come era largo
-con tutti de' suoi beni di fortuna e comunicava a chiunque,
-purchè se ne presentasse l'occasione, le sue più
-grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la
-fonte, da cui scaturì tanta pienezza di vita, di forza e
-di attività, la risposta sarebbe una sola: un senso profondo
-della natura, una facoltà pressochè unica di compenetrarsi
-e quasi di identificarsi con tutto ciò che egli
-vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta
-o di campi ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-sino al pianto: dinanzi ad un vecchio dai bianchi
-capelli, dal passo grave e dall'aspetto dignitoso egli
-s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare
-quel «prodigio della natura»: anche gli animali più
-perfetti erano per lui oggetto di studio e di ammirazione
-costante, e per ultimo più di una volta l'incanto
-di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli la
-sanità.<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che
-lo videro stretto in un rapporto così misteriosamente
-intimo colla natura, gli attribuirono anche il dono della
-profezia. Si pretende infatti ch'egli abbia predetto molti
-anni innanzi e con esattezza maravigliosa una crisi sanguinosa
-avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che
-era riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva
-altresì una facoltà al tutto speciale di leggere sul viso
-degli uomini i loro più segreti pensieri. S'intende da sè
-che una forza di volontà straordinariamente intensa era
-la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta
-e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti,
-come tutti i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli
-poteva dire: «gli uomini, purchè vogliano, riescono a
-tutto».
-</p>
-
-<p>
-E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo
-da Vinci, non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato
-col suo maestro. Così avessimo l'opera del Vasari
-anche rispetto a lui completata da una biografia, come
-l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno
-di Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span></p>
-
-<h3 id="cap3-2">CAPITOLO III.
-<span class="smaller">La gloria nel senso moderno.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto
-delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini
-celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria locale; Padova. — Letteratura
-della gloria universale. — La gloria dipendente dagli
-scrittori. — L'amor della gloria come passione.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde
-anche una nuova specie di valore estrinseco, la
-gloria nel senso moderno<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate
-fra loro e chiuse ciascuna nei loro diritti e privilegi portati
-dalle consuetudini del medio-evo. La gloria poetica
-dei trovatori e dei menestrelli, per esempio, non esisteva
-che per la classe dei cavalieri. In Italia per contrario
-si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza
-della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una
-società nuova in formazione, che deve il suo primo impulso
-all'influenza delle letterature italiana e latina,
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-come in seguito più ampiamente sarà dimostrato; nè certo
-ci voleva un terreno diverso per far vivere e fruttificare
-questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura
-degli autori latini, che appunto allora si cominciarono
-a studiare con tanto ardore, era un eccitamento continuo
-agli Italiani non solo per l'insaziabile sete di gloria,
-onde quegli antichi appajono dominati, ma per l'oggetto
-stesso che è il tema costante dei loro scritti, il
-dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è
-naturale adunque, che da quel tempo in poi in Italia
-ogni uomo di forte volontà ed operoso si trovi interamente
-sotto l'impulso di un nuovo movente morale, che
-è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche in ciò, come in ogni altra questione importante,
-il primo a manifestare il proprio sentimento fu
-Dante. L'alloro poetico è stata la prima e la più alta
-sua aspirazione<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>; ma, anche come pubblicista e letterato,
-egli non manca di notare che le sue produzioni sono
-del tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata,
-non solo è il primo, ma vuole anche essere riconosciuto
-come tale<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Tuttavia egli accenna altresì nei suoi scritti
-in prosa agli incomodi e alle molestie, che sono inseparabili
-dall'acquisto di una gran fama: egli sa come taluni,
-imparando a conoscere personalmente un uomo celebre,
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di
-ciò sia da accagionare in parte l'infantile semplicità
-dei più, in parte l'invidia, e in parte anche le imperfezioni
-stesse dell'uomo ammirato<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>. E più apertamente
-ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso
-della nullità della gloria, benchè al tempo stesso
-sia facile a vedere che il suo cuore non se n'era ancora
-completamente staccato. Nel Paradiso la sfera di Mercurio
-è la dimora assegnata a quei beati<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>, che sulla terra
-furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè
-alquanto «i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente
-caratteristico, che i miseri dannati nell'Inferno
-chieggono instantemente a Dante che voglia rinfrescare
-e tener viva sulla terra la loro memoria e la loro fama<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>;
-mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che preghiere
-espiatorie<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>; anzi in un passo celebre<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a> l'amor della
-gloria — <i>lo gran disio dell'eccellenza</i> — è biasimato,
-appunto perchè la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno,
-non è assoluta, ma sottoposta alle condizioni diverse
-dei tempi, e secondo le circostanze può venire oscurata
-da quella di chi sopraggiunge più tardi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei
-poeti filologi, che pullulano d'ogni parte, s'impadronisce
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-della gloria in doppio senso: per sè, in quanto essi divengono
-le più rinomate celebrità d'Italia; per gli altri,
-in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori della
-fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie
-di gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà
-parlato altrove.
-</p>
-
-<p>
-Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o
-Mussato, incoronato a Padova quale poeta dal Vescovo
-e dal Rettore dell'Università, godeva già d'onori tali,
-che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni anno
-il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue
-i collegi dell'università in pompa solenne con trombe
-e, pare anche, con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione,
-per fargli augurii e regali<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>. Questa onorificenza
-durò sino a che egli cadde in disgrazia del Carrara allora
-regnante (1318).
-</p>
-
-<p>
-Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova
-glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai
-santi, benchè negli ultimi anni confessi egli stesso, che
-gli riesce inutile e perfino molesta. La sua «Lettera
-alla Posterità» è un conto, che un uomo celebre, divenuto
-vecchio, si crede in dovere di rendere intorno a
-sè stesso, per appagare la pubblica curiosità<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>, e da essa
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri
-avrebbe rinunciato a quella, che godeva fra i
-contemporanei.<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a> Nei suoi «Dialoghi della felicità ed
-infelicità» egli fa prevalere con molti argomenti l'opinione
-di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene la nullità
-della fama.<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a> Ma dopo tutto ciò è anche vero, che
-egli si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto,
-pe' suoi scritti, al grande autocrate di Bisanzio<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> non meno
-che all'imperatore Carlo IV di Germania. E per verità
-la sua fama, essendo egli ancor vivo, si estendeva già
-molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette egli
-sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita
-ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa
-dove era nato, e gli annunciarono che la città avea decretato
-non doversi in essa permettere un mutamento
-qualsiasi!<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a> Per lo innanzi si conservavano e si veneravano
-le sole abitazioni di qualche gran santo, come per
-esempio, la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento
-dei domenicani di Napoli, e la porziuncula di S. Francesco
-in prossimità di Assisi: o tutt'al più anche qualche
-singolo giurisperito godeva di quella celebrità mezzo
-mitica, che era come la scala ad un simile onore; così
-il popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare
-un vecchio edifizio esistente in Bagnolo, non lungi
-da Firenze, come lo «studio» dell'Accorso (nato intorno
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-al 1150), sebbene non abbia poi fatto nulla per impedirne
-la distruzione.<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> Chi ne cercasse la ragione, probabilmente
-la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella
-grande influenza politica procacciatasi da costoro coi lor
-pareri e consulti, ricchezze e influenza, che non potevano
-mancare di colpire per un tratto di tempo abbastanza
-lungo la fantasia popolare.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle
-tombe d'illustri personaggi;<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a> anzi, quanto al Petrarca,
-è oggetto di venerazione anche il luogo dov'egli morì,
-ed Arquà, appunto per la memoria che ivi si conserva
-di lui, diviene un soggiorno di predilezione pei Padovani,
-che vi innalzano eleganti edifizi<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> in un tempo, in cui
-nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di pellegrinaggi
-devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa.
-Le città si tengono onorate di possedere le ossa
-di qualche grand'uomo o loro propizio od anche straniero,
-e fa veramente meraviglia il vedere come — lungo tempo
-prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora
-nel secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo
-in un Panteon. L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e
-il giurista Zanobi della Strada dovevano, per volere della
-repubblica, avervi ciascuno uno splendido monumento.<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p>
-Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò
-personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero
-cedere pel Panteon suddetto il corpo di fra Filippo
-Lippi pittore, ma essi se ne scusarono allegando la propria
-povertà in fatto di monumenti e di uomini celebri,
-e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli soltanto
-un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il
-quale, in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio
-con enfatica eloquenza eccitava la propria città,<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a> continuò
-a rimanere nella sua tomba presso S. Francesco in
-Ravenna, «circondato da antichissimi sepolcri d'imperatori
-e di santi, in compagnia ben più onorevole di quella
-che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione
-per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che
-un bizzarro spirito potè una volta impunemente levare
-le fiaccole che ardevano dinanzi all'altare del Crocifisso,
-e portarle alla tomba del poeta, con queste parole: «accettale;
-tu ne sei più degno di Lui».<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano
-anche la memoria dei loro concittadini o fondatori della
-più remota antichità. Napoli non avea forse mai dimenticato
-la tomba ch'essa possiede di Virgilio, perchè intorno
-al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito
-e della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo
-XVI di possedere non solo le vere ossa del troiano
-suo fondatore Antenore, ma altresì quelle di T. Livio.<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-«Sulmona, dice il Boccaccio<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> si lagna che Ovidio abbia
-tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio;
-Parma invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue
-mura». I Mantovani coniarono nel secolo XIV una medaglia
-portante il busto di Virgilio, ed eressero una statua,
-che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso spirito
-di casta<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> il tutore del principe allora regnante,
-Carlo Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè
-la fama del poeta era più forte di lui, fu costretto altresì
-a rialzarla ben tosto. Forse a quel tempo additavasi
-ancora la grotta a due miglia dalla città, dove pretendevasi
-che Virgilio usasse di recarsi a meditare,<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> presso
-a poco come a Napoli si mostrava la così detta <i>scuola</i>
-di Virgilio. Como si appropriò ambedue i Plinii<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> e li
-onorò verso la fine del secolo XV con due statue sedenti
-sotto due splendidi baldacchini sul lato anteriore della
-sua cattedrale.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche la storia propriamente detta e la topografia
-(nata appena) si propongono di non lasciar senza menzione
-veruna gloria indigena, mentre le cronache dei paesi
-settentrionali sol raramente qua e colà accennano all'esistenza
-di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori,
-di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti
-e la comparsa di qualche cometa, che non mancano
-mai di notare. Altrove sarà dimostrato in qual modo dalla
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso delle
-biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti;
-qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo
-locale del topografo, che enumera i fasti gloriosi
-della propria città.
-</p>
-
-<p>
-Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei
-loro santi e dei corpi e delle reliquie, che se ne conservavano
-nelle chiese.<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a> Anche il panegirista di Padova,
-Michele Savonarola, ne dà una lunga lista in capo al
-suo libro (intorno al 1450);<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> ma poi egli passa agli «uomini
-celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza
-dell'ingegno e l'energia del carattere (<i>virtus</i>)
-meritarono di essere annoverati (<i>adnecti</i>) in quella serie»,
-precisamente come nell'antichità l'uomo celebre
-si tocca dappresso coll'eroe.<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a> Questa seconda enumerazione
-è eminentemente caratteristica per quel tempo.
-Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una
-schiera di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano,
-che vinse Attila sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente
-e a Rimini lo uccise con uno scacchiere; l'imperatore
-Enrico IV, che edificò il duomo; e un re Marco,
-il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi
-cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e
-chiese; il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una
-schiera di filosofi con Paolo Veneto e il celebre Pietro
-d'Abano alla testa; il giurista Paolo Padovano; poi Livio,
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si nota qualche
-difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se
-ne consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo
-scientifico e colla maggior durata della fama basata sulle
-opere dell'ingegno; mentre la gloria guerresca cessa assai
-spesso col cessar di chi l'ha conquistata, o, se dura
-più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni
-caso però è sempre onorifico per la città, che almeno
-celebri guerrieri d'altri paesi abbiano desiderato essi
-stessi di essere sepolti in Padova, quali, ad esempio,
-Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli di Piacenza
-e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442),
-la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla
-chiesa del Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare
-trionfante». Dopo ciò, l'autore passa in rassegna
-una moltitudine di giuristi, medici e nobili, che non solo,
-come tanti altri, «furono onorati del nome di cavalieri,
-ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i
-nomi anche di celebri meccanici, pittori, e compositori
-di musica, e chiude la serie col citare un maestro di
-scherma, Michele Rosso, di cui in più luoghi vedevasi il
-ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte sua.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre
-le quali concorrono insieme il mito, la leggenda,
-la rinomanza letteraria e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi
-lavorano a costruire un Panteon universale della
-fama mondiale, e allestiscono collezioni biografiche di uomini
-e di donne celebri, attenendosi per lo più al sistema
-seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio
-Massimo, da Plutarco (<i>mulierum virtutes</i>), da Geronimo
-(<i>de viris illustribus</i>), e da altri. Ovvero inventano
-trionfi immaginari ed assemblee olimpiche pure immaginarie,
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-come fecero specialmente il Petrarca nel suo
-<i>Trionfo della fama</i> e il Boccaccio nella sua <i>Amorosa
-visione</i>, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre
-quarti appartengono all'antichità e gli altri al medioevo<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>.
-A poco a poco questa parte nuova e moderna vi
-prende un posto sempre maggiore: gli storici s'indugiano
-volentieri nelle loro opere a tratteggiare il carattere
-de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri
-contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano
-Fiorentino, Bartolommeo Facio<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>, e, per ultimo,
-quelle altresì di Paolo Giovio.
-</p>
-
-<p>
-Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad
-esercitare una certa influenza sui suoi scrittori (per esempio
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-sul Tritemio), non ebbe che storie di santi e isolate
-vite di principi e di ecclesiastici, che evidentemente si
-basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, vale
-a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale.
-La gloria poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune
-classi determinate, ed anche il nome degli artisti
-non ci viene all'orecchio, se non in quanto essi emergono
-fra gli operai o i membri di qualche corporazione.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo
-e pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro
-della fama e dell'immortalità, che dispensa o ricusa a
-suo talento<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>. Ancora al suo tempo il Boccaccio si lagna
-di una bella da lui corteggiata, la quale non per altro
-gli si mostrò ritrosa che per continuare ad essere cantata
-da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia
-di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella
-del biasimo<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia
-una vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente
-fuggiva dinanzi a Carlo VIII<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>. Angelo Poliziano
-dà serii avvertimenti (1491) al re Giovanni di Portogallo
-riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste d'Africa<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>,
-consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità
-e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi,
-onde possano esservi ripuliti (<i>operiosus excolenda</i>);
-chè, in caso diverso, gli accadrebbe come a tutti coloro
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-le cui gesta, prive dello splendore che ricevono dalla
-penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa
-congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il
-re (o il suo cancelliere proclive alle idee umanistiche)
-acconsentì alla domanda e promise che gli annali delle
-cose africane, già redatti in portoghese, sarebbero stati
-inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere poi quivi
-rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata
-poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in
-sostanza così prive di fondamento, come potrebbe sembrare
-a prima vista: la forma, nella quale si espongono
-le cose (anche le più importanti) al giudizio dei contemporanei
-e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli
-umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma
-e l'eleganza del linguaggio, hanno esercitato un fascino
-abbastanza grande sul mondo dei lettori occidentali, e per
-la stessa ragione anche i poeti italiani sino al secolo passato
-hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli di
-qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino
-Americo Vespucci divenne il nome della quarta
-parte del mondo solo in virtù della relazione ch'egli
-scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, con tutta la sua
-superficialità ed elegante negligenza, si aspettava l'immortalità<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>
-da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per
-assicurarsi una fama, noi ci facciamo a studiarne più
-dappresso i moventi, non senza spavento ci accorgeremo,
-che questi non hanno altra radice, fuorchè una smisurata
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-colossale ambizione, un desiderio smodato di gloria, indipendente
-affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio
-se ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue <i>Storie
-fiorentine</i>, dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo
-Aretino e il Poggio) di essersi serbati troppo timidamente
-silenziosi intorno ai varii partiti, che tennero
-agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive egli, e mostrarono
-di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il
-desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro
-antichi o di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo
-avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opra
-lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla.
-Nè considerarono come le azioni che hanno in sè
-grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati,
-comunque le si trattino, qualunque fine abbiano, pare
-portino sempre agli uomini più onore, che biasimo»<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>.
-Anche in altri storici gravi e assennati vedesi dei fatti
-più strani e terribili assegnato il movente ad uno sfrenato
-desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui
-dunque non si ha soltanto una deplorevole esagerazione
-della comune vanità, ma qualche cosa di veramente spaventoso
-e diabolico, che non lascia più campo alla riflessione
-e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, senza
-preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo
-è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli
-concepisce e ci presenta il carattere di Stefano Porcari
-(v. pag. 143)<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>, ed altrettanto presso a poco ci dicono i
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-documenti intorno agli uccisori di Galeazzo Maria Sforza
-(pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del duca Alessandro
-de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel
-libro V) attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato
-Lorenzino (pag. 80). Intorno al quale ancor più
-esplicitamente si esprime Paolo Giovio<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, narrando che
-Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo
-del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche,
-meditava un qualche gran fatto, la cui «novità» facesse
-dimenticare quell'onta, e si risolvette infine di uccidere
-il suo congiunto e sovrano. — Sono tratti eminentemente
-caratteristici di quest'epoca di forze e passioni
-vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado
-dell'ultima disperazione, nè più nè meno come fu quella
-di Filippo di Macedonia al tempo del famoso incendio
-del tempio di Efeso.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span></p>
-
-<h3 id="cap4-2">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller">Il motto e l'arguzia nel senso moderno.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I
-motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La
-parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e
-Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi
-rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Freno non solamente a questo furore moderno di gloria,
-ma in generale all'individualismo soverchiamente
-sviluppato, fu lo scherno e il dileggio manifestantisi,
-quanto più si poteva, sotto la forma vittoriosa dell'arguzia
-del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto
-fra gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi
-e i grandi che erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco,
-che pure era vivissimo, rivestiva sempre una forma
-simbolica, e simbolica era pure l'onta suprema che s'infliggeva
-ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni teologiche
-il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza
-dell'antica rettorica e dell'epistolografia, a diventare
-un'arma, e la poesia provenzale sviluppò poscia una specie
-particolare di canti satirici e beffardi, dei quali, secondo
-le occasioni, vi ha un riverbero anche nei menestrelli
-settentrionali, come appare dalle loro poesie politiche<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della
-vita, gli occorreva una vittima da colpire, e questa non
-poteva essere che l'individuo nel suo pieno sviluppo e
-colla coscienza del suo valor personale. Allora esso non
-si limita più alle semplici parole e agli scritti, ma si
-traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che sotto
-il nome di <i>burle</i> e di <i>beffe</i> offrono il tema a parecchie
-raccolte di novelle.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere
-state scritte ancora sulla fine del secolo XIII, non si
-incontra nè il motto, che nasce dal contrasto, nè la burla<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>;
-il loro scopo non è altro che di riferir savii detti e storie
-e favole piene di morale in un dettato semplice e
-schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è
-quella, che più d'ogni altra cosa attesta l'antichità di
-quella raccolta. Imperocchè subito dopo, col secolo XIV,
-troviamo Dante, che nell'espressione dello scherno si
-lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del mondo, e
-che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran
-maestro del genere comico solo pel quadro veramente
-sublime, in cui l'astuzia dei demoni resta vinta da quella
-de' barattieri<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. Col Petrarca<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a> cominciano le raccolte di
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-motti arguti alla maniera di Plutarco (<i>apoftegmi</i> ecc.).
-Le beffe poi, che durante quel secolo si vennero sempre
-più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità registrate
-nelle celebri <i>Novelle</i> di Franco Sacchetti. Per
-lo più non sono vere storie, ma risposte spiritose, che
-vengono date secondo le circostanze, e confessioni di una
-ingenuità che fa spavento, fatte da uomini semplici, da
-buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate: il lato
-comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità,
-vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità
-allora in uso: e questo contrasto non potrebbe
-invero dirsi maggiore. Tutti i mezzi che l'arte può suggerire
-son buoni, non esclusa l'imitazione di speciali
-dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si
-ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la
-bestemmia, l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono
-assolutamente quanto di più brutale e maligno fu mai
-registrato<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>. Qualche burla è veramente comica, ma in
-qualche altra non ci si vede che l'intenzione di sfoggiare
-in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità
-sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa
-sia stata reciprocamente scagliata, e quante altre le
-vittime abbiano cercato di guadagnarsi gli ascoltatori con
-una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo: ma
-gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a
-Firenze deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>.
-Omai il burlone di professione è diventato un personaggio
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-inevitabile, e ce ne devono essere stati di classici
-e di gran lunga superiori ai semplici buffoni di corte;
-ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico
-sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori.
-Per ciò alcuni fiorentini pensarono di prodursi, in
-qualità di ospiti, alle diverse corti dei tiranni di Lombardia
-e di Romagna<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a> e vi trovarono il loro conto, mentre
-in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti, non
-facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti
-costoro è l'<i>uomo piacevole</i>, il più abbietto è il buffone
-e il volgare scroccone, che assiste a tutti i matrimoni
-e a tutti i banchetti col solito ritornello: «se non sono
-stato invitato, non è colpa mia». Qua e colà essi ajutano
-a dissanguare e a spolpare qualche giovane dissipatore<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>,
-ma nel complesso vengono trattati col dispregio
-in cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori
-più altamente locati si credono uguali ai principi e riguardano
-le proprie arguzie come qualche cosa di veramente
-superiore e sovrano. Dolcibene, che l'imperatore Carlo IV
-aveva qualificato come «il re dei buffoni in Italia»,
-gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè
-voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada,
-il Papa coi suggelli e io con le parole»<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. Questo è più
-che uno scherzo: è un preludio di Pietro Aretino.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-I due più celebri motteggiatori della metà del secolo
-XV erano un Piovano delle vicinanze di Firenze,
-Arlotto, per le arguzie più raffinate (<i>facezie</i>), e il Gonnella,
-buffone della corte di Ferrara, per le buffonerie.
-Sarebbe pericoloso il voler istituire un confronto tra le
-loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di Till
-Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa
-ed hanno un carattere più generale e riescono intelligibili
-ad una sfera più larga di persone, mentre Arlotto e il
-Gonnella sono personaggi storici affatto locali. Ma, se
-il paragone una volta si accetti e si voglia estenderlo
-alle «facezie» in generale di tutti i popoli non italiani,
-nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi
-loro <i>fabliaux</i>,<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> quanto presso i tedeschi, la burla, prima
-d'ogni altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre
-l'arguzia di Arlotto e gli scherzi del Gonnella non hanno
-altro scopo che la vittoria e il trionfo sugli avversari.
-(Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere affatto
-proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per
-lo più scipita, della celia contro classi o corporazioni
-particolari). Il buffone di casa d'Este più d'una volta
-con amari motteggi o con ingegnose vendette prese delle
-rivincite splendidissime.<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero
-lungamente alla libertà di Firenze. Sotto il duca
-Cosimo fiorì il Barlacchia, e al principio del secolo XVII
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio Marignolli. È
-nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei
-motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di
-una società colta ed elegante e cultore appassionato di
-ogni liberale disciplina, questo Papa si compiace tuttavia
-di circondar la sua mensa di buffoni e scrocconi, tra
-cui due monaci e uno storpio,<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> ai quali egli nei giorni
-festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza,
-imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto
-l'apparenza di arrosti delicatissimi. In generale Leone non
-intende la burla se non a modo suo, e in quanto gli torni;
-ed è anche una specialità tutta sua quella di divertirsi
-a fare la parodia delle due arti, che amava sopra tutte
-le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli
-stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più
-goffe e strane caricature.<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a> Infatti nè l'uno, nè l'altro
-non credettero di venir meno al proprio decoro nel
-prendersi giuoco di un vecchio segretario sino a fargli
-credere di essere un gran compositore di musica. Leone
-poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante
-e così smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò
-sul serio alla corona di poeta in Campidoglio. Nel giorno
-anniversario dei santi Cosma e Damiano, protettori di
-casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e incoronato
-di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con
-qualche improvvisazione, e poi, fra le risa universali,
-montare in groppa ad un elefante riccamente bardato in
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-oro, che Emmanuele il Grande di Portogallo aveva mandato
-in dono: il Papa intanto stava sull'alto di una loggia
-osservando attentamente col cannocchiale<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a> ogni cosa.
-Ma la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei
-timpani, e per le acclamazioni del popolo, nè fu possibile
-condurla al di là del ponte S. Angelo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si
-fa incontro sotto la forma di una mascherata solenne,
-aveva in allora preso oggimai un posto assai importante
-nella poesia.<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> Bensì ella dovette cercarsi vittime ben diverse
-da quelle, che avea potuto colpire, ad esempio,
-Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci.
-Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci
-in un'epoca determinata produsse la parodia, la fece fiorire
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-anche qui. Già ancora sul finire del secolo XVI trovansi
-nel sonetto messe in caricatura le querele petrarchesche,
-esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette in
-derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in
-quattordici versi col farla servire a scipitaggini senza
-senso. Inoltre la Divina Commedia era un potente incentivo
-alla parodia, e infatti Lorenzo il Magnifico, imitando
-lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere
-splendidamente comico (il <i>Simposio</i> e i <i>Beoni</i>). Luigi
-Pulci nel suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori,
-ed oltre a ciò tanto il suo, come il poema
-del Bojardo, per questo stesso che sfiorano appena l'argomento,
-sono in più luoghi una parodia almeno per metà
-volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi
-viene il grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì
-nel 1520), il quale vi si getta con un ardimento tutto
-suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco egli scrive l'<i>Orlandino</i>,
-dove la Cavalleria non figura che come una ridicola
-cornice barocca intorno ad un mondo di figure e
-d'immagini, che si risentono della vita moderna: sotto
-il nome di Merlin Coccai, egli descrive le gesta e le spedizioni
-del suo bizzarro cavaliere errante, con contorni
-non meno risentitamente maligni, in esametri mezzo-latini,
-e nella forma comicamente travestita dell'epopea
-classica del suo tempo (<i>Opus Macaronicorum</i>). D'allora
-in poi la parodia continuò a figurare nel Parnaso italiano,
-e talvolta sotto forme veramente splendide e piene
-di vita.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo
-della sua carriera, anche il motto viene studiato dal punto
-di vista teorico, e si stabilisce più precisamente l'uso
-che si può farne nelle società più elevate. Il primo ad
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-occuparsene fu Gioviano Pontano,<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> il quale nel suo scritto
-<i>De Sermone</i>, specialmente nel libro quarto, coll'analisi
-di molti singoli motti o <i>facetiae</i> cerca di riuscire ad un
-principio generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini
-di fina creanza lo insegna Baldassare Castiglione
-nel suo <i>Cortegiano</i>.<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> Naturalmente si suppone che non
-si tratti principalmente d'altro che di destare l'ilarità
-di terze persone col racconto di comici e graziosi motti
-o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende
-gli infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta
-i potenti od i loro favoriti, ed anche nel raccontare
-l'uomo di condizione deve serbare una giusta misura
-e non lasciarsi andare a troppo goffe contraffazioni. Poi
-segue, quasi schema pei futuri narratori e motteggiatori,
-una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole, disposti
-metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente
-felici. Assai più severi e circospetti suonano,
-forse due decennj più tardi, i precetti di Giovanni Della
-Casa nel suo celebre Galateo;<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> dove, fra le altre cose,
-tenuto conto delle conseguenze che possono derivarne, si
-vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di
-superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro
-ch'egli è il precursore di una reazione, che doveva necessariamente
-sopravvenire.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-</p>
-
-<p>
-Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza,
-che il mondo d'allora in poi non ne vide altro esempio,
-non eccettuata neanche la Francia del tempo di Voltaire.
-Non già che la tendenza a mordere e a satireggiare
-sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei;
-ma dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le
-vittime adatte, quella schiera innumerevole d'uomini
-singolari, quelle celebrità d'ogni specie, politici, ecclesiastici,
-scopritori, inventori, letterati, poeti ed artisti,
-che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la propria
-originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito
-di grandi esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la
-cultura, aveva educato altresì, accanto ad essi, una spaventosa
-genìa di uomini di spirito sfaccendati, di criticastri
-e maldicenti nati, di calunniatori, l'invidia dei
-quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano
-le rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo,
-il Poggio ed il Valla, mentre invece gli artisti di
-quello stesso tempo vivono insieme in emulazione quasi
-del tutto pacifica, del che per vero deve tenere il debito
-conto la storia dell'arte.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre,
-come dicemmo, in questo riguardo e per un certo tempo
-tutte le altre città. «Occhi acuti e male lingue» è la
-caratteristica, che si usa dare de' Fiorentini<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Un lieve
-sarcasmo su tutto e su tutti sembra essere stata l'intonazione
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-prevalente di ciascun giorno. Machiavelli, nell'importantissimo
-prologo della sua <i>Mandragora</i>, ascrive,
-a ragione o a torto, la visibile depravazione morale alla
-maldicenza universale, ma avverte al tempo stesso i suoi
-avversari che anche a lui stava bene la lingua in bocca.
-Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio di
-tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le
-<i>facetiae</i> del Poggio, dalla data, appajono tolte dal <i>bugiale</i>
-degli scrivani apostolici, e se si considera qual numero
-di aspiranti, di nemici e rivali dei favoriti, di oziosi intenti
-a trastullare gli scostumati prelati dovea quivi trovarsi,
-non sorprenderà certamente che Roma sia divenuta
-la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della
-satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore
-generale contro il dominio dei preti e la miseria
-universalmente nota del popolo minuto, si comprenderà
-quanto facile fosse il trovar quivi materia per mettere
-in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>. Chi
-poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col
-disprezzo, tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto
-se erano false, o col far pompa di un lusso, che pel suo
-stesso splendore abbagliava<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>. Ma le anime più sensibili
-e delicate erano condannate quasi alla disperazione, se
-la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue reti<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>. A
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca di
-tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si
-tirava addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande
-oratore frate Egidio da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti
-innalzò al cardinalato e che nell'eccidio del 1527
-sposò risolutamente la causa del popolo<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>, il Giovio dà
-ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore
-ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata,
-e simili. In generale il Giovio in queste occasioni
-scrive da vero curiale<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>, vale a dire, narra dapprima le
-sue storielle, soggiunge tosto che non vi crede, ma con
-qualche leggera scoloritura lascia da ultimo trasparire,
-che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma
-la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa
-Adriano VI, del quale parve anzi che non si sia voluto
-considerare altro che il lato ridicolo. Egli si guastò sin
-da principio con quella mala lingua che fu Francesco
-Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere — non
-già la statua di Pasquino, come si disse<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>, — ma quelli
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-che la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo
-«contro Papa Adriano», dettato non tanto dall'odio,
-quanto da un profondo disprezzo pei barbari
-olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali,
-che l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>
-il seguito del Papa con quel colorito di piccante
-menzogna, con cui il moderno appendicista di qualche
-grande giornale sa far apparir bianco il nero e dar importanza
-alle più frivole inezie. La biografia che Paolo
-Giovio ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e
-che realmente doveva essere un elogio, è invece un cumulo
-di sarcasmi e di contumelie. In essa infatti si legge,
-in modo abbastanza comico, specialmente per l'Italia
-d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente
-presso il capitolo della cattedrale di Saragozza
-per avere una mandibola di S. Lamberto; come un'altra
-volta i devoti spagnuoli lo sopraccaricassero di ornamenti
-«per farne un Papa talquamente pulito ed elegante»;
-come egli abbia impreso la tempestosa e insensata
-sua spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato
-per far atterrare od ardere la statua di Pasquino;
-come solesse interrompere improvvisamente qualunque
-affare più importante quando gli si annunziava l'ora del
-pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia
-morto per aver ecceduto nell'uso della birra, e come
-la casa del suo medico da buontemponi notturni sia stata
-subito ornata di ghirlande, tra le quali leggevasi l'iscrizione
-<i>Liberatori patriae</i> S. P. Q. R. Vero è anche che
-il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche,
-perdette la sua e in compenso non ricevette
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-che una semplice prebenda, perchè «non era poeta»,
-vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano dovesse
-essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il
-sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della
-vita venne anche visibilmente mancando la maldicenza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente
-a Roma, il più grande maldicente del tempo
-moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo a quest'uomo
-ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa
-risma.
-</p>
-
-<p>
-Quella parte della sua vita che più particolarmente
-è conosciuta, sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che
-egli passò a Venezia, unico asilo divenuto possibile per
-lui. Di là egli tenne tutte le celebrità d'Italia in una
-specie di stato d'assedio; e quivi anche affluivano i doni
-dei principi stranieri, che si servivano della sua penna
-o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano
-ambedue una pensione, perchè ognuno di essi sperava che
-l'Aretino avrebbe offeso le suscettibilità dell'altro: egli
-adulò entrambi, ma naturalmente si tenne più stretto
-a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo la
-spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura
-in una ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza
-nudrita costantemente dall'Aretino di diventar
-cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare improbabile che
-egli godesse di una protezione speciale in qualità di agente
-segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il
-suo silenzio potevano esercitare una certa influenza sui
-principi minori d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto
-al Papato, egli si dava l'aria di disprezzarlo profondamente,
-sotto il pretesto di conoscerlo da vicino; ma il
-vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-e non voleva accordargli più alcun favore<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>. Di Venezia,
-che gli dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente.
-Tutti gli altri suoi rapporti coi grandi non possono qualificarsi
-che come un accattonaggio volgare e impertinente.
-</p>
-
-<p>
-Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso
-della pubblicità per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti
-polemici, che cento anni prima s'erano scambiati tra
-loro il Poggio ed i suoi avversari, non sono certo più
-castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla forma:
-ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa,
-non mirano neanche ad avere una pubblicità troppo
-estesa e restano sempre chiusi in una sfera ristretta:
-l'Aretino invece si giova appositamente della stampa
-per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle sue
-impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto
-un certo punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare
-tra i precursori del giornalismo moderno. Infatti
-era suo uso di far stampare insieme periodicamente
-le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima erano
-corsi manoscritti in moltissimi circoli<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII,
-l'Aretino ha il vantaggio di non fare ostentazione di
-principj nè di razionalismo, nè di filantropia, nè di qualunque
-altra virtù, e nemmeno di qualsiasi scienza:
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: <i>Veritas
-odium parit</i>. Per questa ragione egli non si trovò
-mai in posizioni false, come, per esempio, toccò più
-volte a Voltaire, il quale e dovette sconfessare il suo
-poema sulla <i>Pulcella</i>, e dovette tener nascosti per tutta
-la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino dava ad ogni
-cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava
-un gran vanto de' suoi <i>Ragionamenti</i>, che ebbero
-una sì scandalosa celebrità. Il suo talento letterario, la
-sua prosa netta e piccante, la sua fina osservazione degli
-uomini e delle cose lo renderebbero degno in ogni caso
-di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata del
-tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente
-detta, nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio
-veramente drammatico di qualsiasi commedia.
-Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità la più
-grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione
-al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno
-di stare a fianco allo stesso Rabelais<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti
-egli si lancia talvolta sulla sua preda, talvolta le gira
-d'attorno. L'invito ch'egli fa a Clemente VII, perchè,
-invece di querelarsi, perdoni<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>, mentre il grido doloroso
-di Roma straziata è tanto forte da dover essere udito
-anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non
-è che un amaro dileggio, il sorriso infernale di satana
-o la smorfia brutale di una scimmia. Talvolta, quando
-perde affatto la speranza di un qualche dono, il suo furore
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio,
-nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo
-tempo l'aveva stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per
-contrario sembra che il terribile Pier Luigi Farnese,
-duca di Parma, non si sia mai curato di lui. Siccome a
-questo principe tornava affatto indifferente che si dicesse
-bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo
-in guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò,
-qualificando il suo contegno come quello di uno sgherro,
-di un mugnajo e di un fornajo<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>. Comicamente buffo è
-l'Aretino ogni qualvolta assume il tuono del querulo accattonaggio,
-come, per esempio, nel capitolo a Francesco I;
-mentre invece parranno sempre ributtanti, ad
-onta di tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le
-sue poesie, dove le minacce si alternano sempre colle
-più vili adulazioni. Una lettera come quella da lui diretta
-nel novembre del 1545 a Michelangelo<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a> non ha
-forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della
-più grande ammirazione (pel <i>Giudizio universale</i>), egli
-esce contro di lui in invettive e minacce per la sua irreligione
-e scostumatezza, e lo accusa perfino di ladroneccio
-(a danno degli eredi di Giulio II), aggiungendo
-da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente
-mostrare che se voi siete di-vino (<i>divino</i>), anch'io non
-sono d'acqua». Infatti anche l'Aretino teneva molto — non
-si sa se per boriosa vanità o pel gusto di parodiare
-ogni cosa celebre — ad esser detto il <i>divino</i>, e
-realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto,
-che in Arezzo si additava la casa dov'egli era nato,
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-come una rarità degna d'essere veduta<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>. D'altra parte
-è vero altresì, che vi furono circostanze, nelle quali egli
-per mesi interi non osava varcare la soglia di casa sua
-in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche fiorentino
-da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane
-degli Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone,
-che a guisa di avvertimenti<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a> doveano farlo stare
-in sull'avviso, sebbene non abbiano avuto quelle terribili
-conseguenze, che il Berni gli aveva predette in un famoso
-sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia.
-</p>
-
-<p>
-Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo,
-ed anche ciò va notato. Con gli stranieri procede gonfio
-ed ampolloso<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>, con gli italiani e specialmente col duca
-Cosimo di Firenze muta affatto registro. In quest'ultimo
-egli loda specialmente la bellezza della persona, che in
-fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari d'Augusto,
-in grado eminente; loda il suo contegno, affatto
-morale, non senza però dare un tocco incidentalmente
-alle speculazioni pecuniarie della madre di Cosimo, Maria
-Salviati, e chiude al solito con un piagnucoloso fervorino,
-nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza dei
-viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>,
-ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-parsimonia (negli ultimi anni ammontava a centosessanta
-ducati annui), ciò non accadde certamente che per uno
-speciale riguardo alla sua qualità di agente segreto di
-Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino avrebbe
-potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al
-tempo stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare
-dal duca stesso l'immediato suo richiamo. E se anche
-il Medici da ultimo s'accorse di essere stato già indovinato
-da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo essere
-contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente
-gli scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui.
-Di buon genere altresì è l'adulazione da lui usata col
-tanto celebre marchese di Marignano, che «qual castellano
-di Musso» avea cercato di crearsi una signoria.
-Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive:
-«tutte le qualità che un principe deve avere, si trovano
-in voi, e questo lo potrebbe facilmente vedere ognuno,
-se l'uso della violenza, che è necessaria in tutte le cose
-sul loro principiare, non vi facesse apparire ancora un
-po' aspro»<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità
-il fatto, che l'Aretino non disse male degli uomini
-soltanto, ma di Dio stesso. Qual genere di fede religiosa
-possa egli avere avuto, torna perfettamente inutile il
-ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da
-sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici,
-ch'egli compose con viste tutt'altro che religiose<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>. Ma
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-del resto non si saprebbe davvero trovare una ragione,
-per cui egli avesse dovuto prendersela colla Divinità.
-Egli non fu mai un pensatore nel senso più rigoroso
-della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina
-filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza
-di estorcere da Dio, o con le adulazioni o con le
-minacce, un soccorso qualsiasi in danaro; egli per ultimo
-non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da un eventuale
-rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato
-le sue forze inutilmente e senza un immediato e pratico
-tornaconto?
-</p>
-
-<p>
-Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani
-è appunto questo, che un carattere come quello dell'Aretino
-ed un modo di agire pari al suo sarebbero oggidì
-in mille guise impossibili. Ma dal punto di vista storico
-quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span></p>
-
-<h2 id="parte3">PARTE TERZA
-<span class="smaller">IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ</span></h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span></p>
-
-<h3 id="cap1-3">CAPITOLO I.
-<span class="smaller">Osservazioni preliminari.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità
-nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina
-del secolo XII. — Spirito del secolo XIV.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Giunti a questo punto del nostro quadro storico della
-civiltà, ci tocca ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichità,
-dal cui «Rinascimento» l'epoca intera, con denominazione
-invero parziale e ristretta, s'intitola. Le condizioni
-sociali fin qui descritte avrebbero, non v'ha dubbio,
-bastato da sè, anche senza l'Antichità, a scuotere la nazione
-e a portarla ad un certo grado di maturità, come
-è certo altresì, che la maggior parte delle novità veramente
-sostanziali che allora prevalsero nella vita pubblica,
-si sarebbero svolte anche senza questo, pur gravissimo,
-avvenimento; ma tuttavia non può negarsi, che
-e le une e le altre dall'influenza del mondo antico ricevettero
-un colorito speciale, che si manifestò nella
-forma, se non nella sostanza, delle cose, e la padroneggiò
-interamente. Il Rinascimento non sarebbe stato quella
-suprema necessità mondiale che fu, se così facilmente si
-potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo
-stabilire fin d'ora, come un punto essenziale, si è questo,
-che non la risorta Antichità da sè sola, ma essa e il
-nuovo spirito italiano, compenetrati insieme, ebbero la
-forza di trascinare con sè tutto il mondo occidentale.
-Bensì questo spirito non sembra aver conservato sempre,
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-di fronte ad essa, lo stesso grado di autonomia; ma se,
-per esempio, nella letteratura neo-latina esso par minimo,
-grandissimo invece lo si riscontra nelle arti figurative
-e in parecchie altre sfere d'attività, e così questo
-nesso fra due civiltà di uno stesso popolo tanto remote
-fra loro, appunto perchè indipendente, appare anche
-naturale e fecondo. Le altre nazioni eran libere di respingere
-il grande impulso che veniva loro dall'Italia,
-o di appropriarselo in parte, od anche del tutto; ma
-dove quest'ultima condizione ebbe a verificarsi, dovrebbe
-cessare ogni lamento per la prematura decadenza delle
-forme della civiltà medievale. Se queste forme avessero
-avuto in sè la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero
-ancora. E se quegli spiriti queruli, che le
-rimpiangono, potessero farle rivivere un'ora sola, se ne
-spaventerebbero essi medesimi e anelerebbero tosto all'aere
-più puro e spirabile della vita moderna. Che poi
-in tali processi di trasformazione qualche singolo e delicato
-fiore resti soffocato, senza poter vivere nemmeno
-nella tradizione o nella poesia, è cosa che s'intende da
-sè; ma si dovrebbe per questo desiderare che la trasformazione
-in sè stessa non fosse accaduta? Ed essa
-consiste precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa,
-la quale fino a questo tempo (ma per poco ancora) tenne
-unito tutto l'occidente, sorge un nuovo elemento morale,
-che, diffondendosi dall'Italia, invade il resto d'Europa
-e diventa come l'ambiente ordinario di tutti gli uomini
-forniti di un certo grado di cultura. Il fatto per sè è
-impopolare, perchè conduce necessariamente ad una separazione
-completa tra le classi colte e non colte di tutta
-Europa; ma come rammaricarsene, quando noi stessi
-siamo costretti a confessare, che questa separazione, universalmente
-riconosciuta, sussiste ancora oggidì e non
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-può esser tolta? D'altra parte, in Italia essa è assai meno
-pronunciata che altrove: tanto è vero, che il poeta più
-ligio ai precetti dell'arte, il Tasso, è uno dei più popolari
-e corre per le mani di tutti.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'Antichità greco-latina, che sino dal secolo XIV
-sì vivamente si compenetrò nella vita italiana come fonte
-della cultura, come scopo supremo dell'esistenza, e in
-parte anche come reazione pensata e voluta contro le
-tendenze precedenti, avea già da lungo esercitato qua
-e colà la sua influenza su tutto il medio-evo, anche
-fuori d'Italia. La cultura infatti, che al suo tempo promosse
-e favorì Carlomagno, era essenzialmente un Rinascimento
-di fronte alla barbarie dei secoli VII e VIII,
-e non poteva neanche essere altra cosa. Più tardi nell'architettura
-romana dei paesi settentrionali noi veggiamo
-adottarsi, oltre la tendenza generale, forme affatto
-speciali di carattere prettamente antico, e nei
-conventi farsi tesoro di molti materiali tolti di pianta
-da scrittori latini, e imitarsene anche lo stile, dietro
-l'esempio dato pel primo da Eginardo.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-In Italia invece essa torna in vita in modo affatto
-diverso. Cessata la barbarie, s'annunzia tosto presso
-il popolo italiano, per metà ancora antico, la cognizione
-de' suoi tempi anteriori; esso li magnifica e desidera
-riprodurli. Fuori d'Italia trattasi di trar partito in
-via di erudizione e di riflessione da singoli elementi
-dell'Antichità: in Italia invece si ha un vero entusiasmo
-per tutto ciò che è antico, e non da parte dei dotti
-soltanto, ma del popolo intero, perchè vi si scorge la
-rimembranza dell'antica grandezza, e perchè si ha un
-allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-latino e nella copia di memorie e monumenti, che ancora
-esistono. Da questo impulso e dal contraccolpo, che
-partiva dallo spirito popolare già essenzialmente mutato,
-dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla
-Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonchè dagli altri
-elementi di civiltà portativi dai popoli settentrionali,
-dalla religione e dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una
-creazione affatto nuova, lo spirito moderno italiano, destinato
-a dare l'impulso a tutto il mondo occidentale.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento
-antico, non appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente
-dalle costruzioni toscane del secolo XII e dalle
-sculture del XIII. Ma anche nella poesia non mancano
-i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta
-latino del secolo XII, anzi colui, che diede in allora
-l'intonazione a tutto un genere di poesia latina, fu un
-italiano. Egli è appunto quel qualunque scrittore, al quale
-appartengono i brani migliori dei così detti <i>Carmina
-Burana</i>. Un grande attaccamento al mondo e a' suoi
-piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le
-divinità pagane, prorompe con vena facile e abbondante
-da queste strofe rimate. Chi le legge d'un tratto, difficilmente
-potrà crederle opera d'altri, fuorchè d'un italiano
-e probabilmente d'un lombardo; ma vi sono anche
-ragioni speciali per accettare una tale ipotesi<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. Che se
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-anche sino ad un certo punto queste poesie latine dei
-<i>Clerici vagantes</i> del secolo XII, con tutto il corredo
-delle frivolezze di cui riboccano, potrebbero dirsi piuttosto
-un patrimonio generale di tutta Europa, non si
-potrà però mai credere che tanto la canzone <i>De Phyllide
-et Flora</i>, quanto l'altra che comincia <i>Aestuans interius</i>,
-sieno opera di un settentrionale, o del molle e delicato
-sibarita che cantò: <i>Dum Dianae vitrea sero lampas
-oritur</i>. Qui c'è una riproduzione dell'antico modo di
-sentire e di poetare, che salta agli occhi tanto più facilmente
-accanto alla forma rimata, propria del medioevo.
-In più di un lavoro di questo e dei secoli vicini
-s'incontrano esametri e pentametri di una imitazione
-molto accurata e allusioni mitologiche e reminiscenze
-antiche d'ogni specie, e tuttavia l'impressione che se
-ne risente, è ben lungi dall'essere altrettanto viva e
-profonda. Le cronache in versi e le altre opere di Guglielmo
-Pugliese mostrano anch'esse uno studio diligente
-di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano,
-ma la forma antica non vi figura che come tolta a prestito,
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-allo stesso modo che semplicemente copiati appajono
-i materiali antichi nei grandi raccoglitori del
-genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed allegoristi
-della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento
-non è già una saltuaria imitazione o una compilazione
-fatta a frammenti, bensì una rinascita vera, e
-come tale non lo si trova realmente che nelle poesie
-sopra citate dell'ignoto <i>scolaro vagante</i> del secolo XII.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani
-per l'Antichità non comincia a manifestarsi che col
-secolo XIV. A ciò si richiedeva uno sviluppo della vita
-cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo
-tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva
-uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione
-di una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno
-di istruirsi e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la
-cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del
-medio-evo, non poteva passare improvvisamente per
-mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo
-fisico e morale; essa avea bisogno di una guida, e come
-tale si offerse la classica Antichità colla sua ricchezza
-di verità obbiettive, evidenti in tutti i regni dello spirito.
-Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione
-le forme e la materia, e se ne costituì per un certo tratto
-di tempo l'essenziale di ogni cultura<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>. Anche le condizioni
-generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero
-dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato
-all'Italia, o non aveva avuto la forza di mantenervisi:
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-il Papato aveva emigrato ad Avignone: la maggior parte
-delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza e sulla
-illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla
-coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo
-e durevole, e così il sogno di un dominio d'Italia e di
-Roma sul mondo potè imporsi alle menti di tutti e tentare
-perfino una effettuazione pratica con Cola di Rienzo.
-Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel suo
-primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire
-ad altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma
-tuttavia pel sentimento nazionale la ricordanza dell'antica
-Roma era pur sempre un punto d'appoggio di gran
-valore. Tornati in possesso dell'antica loro cultura, gl'Italiani
-s'accorsero ben presto di essere la nazione più
-avanzata del mondo.
-</p>
-
-<p>
-Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la
-sua pienezza, ma soltanto nei tratti suoi più salienti e
-visibili, e principalmente ne' suoi primordj, è ora l'assunto
-di questa parte del nostro lavoro<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span></p>
-
-<h3 id="cap2-3">CAPITOLO II.
-<span class="smaller">Roma, la città delle rovine.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del
-Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di
-Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e
-pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. — Scavi e restauri. — Roma
-sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Innanzi tutto Roma, la città delle rovine<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>, gode anche
-presentemente una specie di venerazione che è ben
-diversa da quella del tempo in cui furono scritti i <i>Mirabilia
-Romae</i> e la storia di Guglielmo di Malmesbury.
-Se ora mancano i pellegrini che vadano a cercarvi tesori
-e miracoli<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>, vi sono sempre gli storici e i patriotti,
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo
-senso vogliono essere intese anche le parole di Dante<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>:
-«le pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di
-reverenzia, e 'l suolo dov'ella siede, è degno, oltre
-quello che per gli uomini è predicato e provato». La
-colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna
-devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e
-Giovanni Villani non esita a dire, che il maggior frutto
-ch'egli ritrasse dal giubileo dell'anno 1300, fu la sua
-risoluzione di scrivere la storia di Firenze, surta in lui
-dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102).
-Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli
-avanzi di Roma pagana o quelli di Roma cristiana: e ci
-narra che di frequente salì con Giovanni Colonna sulle
-vôlte colossali delle terme di Diocleziano<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>, e quivi nell'aria
-libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva
-d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio
-fisso sulle rovine, ragionavano insieme non già d'affari,
-o di cose domestiche o d'interessi politici, ma di
-storia, evocando l'uno l'antichità pagana, l'altro la cristiana,
-o s'intrattenevano di filosofia o dei primi inventori
-delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino
-a Gibbon e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse
-argomento alle più gravi meditazioni!
-</p>
-
-<p>
-La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel
-«Dittamondo» di Fazio degli Uberti, che è la descrizione,
-fatta a guisa di visione (intorno al 1360), di un finto
-viaggio, nel quale il poeta è accompagnato dall'antico
-geografo Solino, come Dante da Virgilio. A quel modo
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte
-Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche
-a Roma per risuscitarvi la tradizione leggendaria
-di Araceli e di S. Maria in Trastevere; ma la magnificenza
-profana di Roma antica esercita su essi un fascino
-prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento — è
-Roma stessa — narra loro la gloriosa
-sua storia e descrive minutamente gli antichi trionfi<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>:
-poi li conduce attorno per la città, addita ad essi i sette
-colli ed un gran numero di rovine, dalle quali (egli le
-fa dire) comprender potrai, quanto fui bella!
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e
-scismatici non era più, rispetto alle memorie dell'antichità,
-ciò che era stata alcune generazioni prima. Una
-orribile devastazione, che ai più importanti edifici ancora
-esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere speciale,
-fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento
-di centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato
-dal senatore Brancaleone intorno al 1258, essendo
-certo che la nobiltà cercava di trincerarsi nelle
-rovine maggiori e meglio conservate<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Ciò non ostante,
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì,
-e in particolare molti avanzi devono a quel tempo
-aver avuto ancora il loro rivestimento marmoreo, le loro
-colonne all'ingresso degli edifici ed altri ornamenti,
-mentre ora di questi non sopravanza che il nudo scheletro
-in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di cose
-fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica
-città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>
-per la prima volta noi veggiamo congiunto intimamente
-lo studio delle rovine con quello degli antichi scrittori
-e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in mezzo all'erba<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>
-cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della
-fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da
-quelle della Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro
-più esteso e corredato di disegni! Egli infatti trovò molte
-più cose conservate che non ottant'anni più tardi Raffaello:
-egli ha veduto la tomba di Cecilia Metella, nonchè
-il frontale a colonne di uno dei templi situati sul pendìo
-del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi
-mezzo distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era
-sembrato ancor buono ad essere fuso in calce: anche
-un imponente colonnato attiguo alla Minerva soggiacque
-a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-1443 afferma che queste fusioni continuavano e
-soggiunge indignato, che erano: «una vera ignominia,
-poichè le nuove costruzioni sono meschine e il bello
-di Roma sta tutto nelle rovine»<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. I romani d'allora,
-nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono
-dipinti dai forestieri come veri mandriani, ed infatti il
-bestiame pascolava sin dentro a' Banchi: riunioni sociali
-non si tenevano, se non in occasione delle visite alle
-chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali circostanze
-soltanto erano visibili anche le belle donne.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447)
-Biondo da Forlì scrisse la sua <i>Roma instaurata</i>, servendosi
-omai di Frontino e degli antichi Libri regionali,
-come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. Il suo scopo
-non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma
-piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente
-alla dedica al Papa, il libro si consola dell'universale
-desolazione enumerando le molte reliquie sacre, che Roma
-ancor possedeva.
-</p>
-
-<p>
-Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi
-quel nuovo spirito monumentale, che è una delle caratteristiche
-dell'epoca del Rinascimento. Vero è che la
-smania ora sorta in tutti di abbellir la città di Roma,
-creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine, ma
-dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo
-di gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo
-per ogni cosa antica, e se nelle sue opere ci
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-parla poco delle antichità di Roma in particolare, s'interessa
-invece moltissimo per quelle di tutto il resto d'Italia,
-e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed
-estesa degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>.
-Vero è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico
-e di cosmografo, lo veggiamo compreso di uguale
-ammirazione tanto dinanzi alle antichità di Roma pagana,
-quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche
-di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale;
-ma chi crederà alla sincerità delle sue parole, quando
-egli, per esempio, afferma che Nola ha maggior gloria
-dalla memoria di S. Paolino, che non dal combattimento
-eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare
-della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma
-ognuno sa che le sue tendenze e i suoi studi lo portavano
-di necessità a prediligere l'investigazione della
-natura e dell'antichità e a interrogare la vita delle nazioni
-nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi
-suoi anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato
-dalla podagra, egli si fa lietamente portare in lettiga
-via per monti e valli a Tusculo, ad Alba, a Tivoli, ad
-Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive minutamente
-tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli
-acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio
-abitato dalle antiche popolazioni finitime a Roma. In
-una escursione a Tivoli, fatta col grande Federigo da
-Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi animatissimi
-sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi
-e più particolarmente sull'impresa dei Greci contro
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-Troja; perfino nel suo viaggio al congresso di Mantova
-(1459) egli cerca, benchè indarno, il labirinto di Chiusi,
-menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la così detta
-villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche
-dagli Abbreviatori della Curia un latino classico nella
-redazione degli atti, non farà meraviglia, quando, oltre
-a tutto questo, si sappia che una volta nella guerra
-contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè compatriotti
-di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei
-quali ricorre quivi frequentissimo anche nei registri battesimali.
-A lui solo, come a vero conoscitore e sincero
-fautore, poteva il Biondo dedicare la sua Roma triumphans,
-che è il primo grande tentativo di una esposizione
-generale delle antichità romane.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio
-delle antichità romane s'era fatto più vivo che mai.
-Già il Boccaccio<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>, parlando delle rovine di Baja, le chiama
-«antiche macerie, ma pur sempre nuove per gli
-uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate
-come una delle più interessanti rarità dei dintorni
-di Napoli. Poco dopo sorsero collezioni di antichità di
-ogni specie. Ciriaco d'Ancona percorse non solo l'Italia,
-ma anche molti altri paesi dell'antico Orbis terrarum,
-e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni:
-interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per
-risuscitare i morti<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. Le storie delle singole città da tempo
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-antichissimo avevano accennato a rapporti veri o supposti
-con Roma, credendole o direttamente fondate o almeno
-colonizzate da essa<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>; e da lungo tempo altresì
-compiacenti compilatori di genealogie avean derivato
-alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste
-adulazioni tornavano così gradite, che non vi si rinunciò
-nemmeno nella luce della critica esordiente del secolo XV.
-Senza reticenza alcuna Pio II a Viterbo disse agli oratori
-romani, che lo pregavano di un sollecito ritorno<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>:
-«Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la
-famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata
-da Roma a Siena, come lo prova l'uso dei
-nomi Enea e Silvio perpetuatosi in essa». Probabilmente
-non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser creduto
-un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un
-Barbo da Venezia — trovò lusingata la sua vanità nel
-veder derivata la sua famiglia, ad onta di un'opinione
-contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe degli
-Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti
-a Parma e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi
-trasferiti a Venezia<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Dopo ciò, non farà meraviglia
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-che i Massimi pretendessero discendere da Fabio
-Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece strano
-che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia
-cercato di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri
-Ostrogoti (I. Nov. 23).
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano
-del titolo di romani», accolsero con compiacenza
-i sentimenti di omaggio, che tributava loro il resto
-d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed Alessandro VI vedremo
-effettuarsi splendide feste carnevalesche, nelle
-quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette
-del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani.
-L'antichità pervade tutti i sentimenti e somministra
-le forme, sotto le quali si manifestano. In mezzo a
-tali tendenze generali accadde, che il 18 aprile dell'anno
-1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo, maravigliosamente
-bello e ben conservato, di una giovane romana
-del tempo antico<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>. Alcuni muratori lombardi, i quali
-stavano lavorando per dissotterrare un antico monumento
-in un podere del convento di S. Maria nuova, presso la
-via Appia, fuori della cerchia del sepolcro di Cecilia
-Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva
-portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-il fatto; ma non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia,
-e si disse che i muratori erano immediatamente scomparsi
-coi tesori e colle pietre preziose poste nel sarcofago
-ad ornamento del cadavere; che questo era tutto
-rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale
-freschezza e flessibilità, da sembrar quello di una giovane
-quindicenne appena morta; e più tardi si aggiunse, che
-conservava ancora i colori vitali e gli occhi e la bocca
-semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori in
-Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita,
-e molti altresì per ritrarla, «imperocchè essa era
-bella oltre quanto si possa dire e scrivere, e se lo si
-dicesse o scrivesse, quelli che non la videro, no 'l crederebbero».
-Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo VIII,
-si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto
-fuori di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile
-de' Conservatori non rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente
-sul viso del cadavere era stata tirata una
-maschera colorata in cera o qualche cosa di simile, che
-stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha
-di singolare in tutto questo non è il fatto in sè stesso,
-ma il pregiudizio universalmente radicato che le forme
-corporee degli antichi, che qui finalmente si credeva
-di vedere nella loro realtà, fossero più belle di quelle
-dei moderni.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma
-cresceva mediante gli scavi: già sotto Alessandro VI si
-impararono a conoscere le così dette <i>grottesche</i>, vale a
-dire le decorazioni delle pareti e delle vôlte degli antichi,
-e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere:
-sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte,
-della Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-ed altre parecchie<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; anche i palazzi dei grandi e dei
-cardinali cominciarono a riempirsi di statue e di frammenti
-antichi. Per Leone X Raffaello intraprese quella
-restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla
-la celebre sua lettera (o del Castiglione)<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>. In essa, dopo
-avere amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente
-sotto Giulio II, ancora duravano, egli supplica
-il Papa che voglia farsi protettore dei pochi avanzi
-rimasti a testificare la grandezza e la potenza di quei
-genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono
-ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e
-sublimi. Poi, con senso quasi di divinazione, traccia le
-linee fondamentali di una storia comparata delle arti, e
-per ultimo accenna all'opportunità di quei «restauri»,
-che poi furono nella mente di tutti, e a questo scopo
-esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare
-il piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo
-tempo in avanti, l'archeologia, tutta intesa ad illustrare
-la città eterna e la sua topografia, sia cresciuta in scienza
-speciale, e come l'Accademia vitruviana si sia sentita
-almeno da tanto di metter fuori un programma colossale<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>,
-non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel
-quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo
-il gusto per l'antichità si connette con tutte le
-altre tendenze di quel tempo e cospira a dare un'impronta
-affatto caratteristica alla vita romana d'allora. Il
-Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-si diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la
-cerchia di Roma, non ostante che Leone non sia riuscito
-con ciò nè a mettere in fuga le cure e i dolori, nè a
-prolungar l'esistenza<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>, che gli fu tronca da una morte
-immatura. La splendida immagine della Roma di Leone,
-quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile,
-per quanto anche se ne conoscano i vizi e
-le piaghe, quali, ad esempio, il servilismo di chi agognava
-a salire, la miseria segreta dei prelati che, in
-onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>, la
-protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando
-i sommi, e finalmente l'amministrazione affatto
-rovinosa delle finanze pubbliche<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Lo stesso Ariosto, che
-conosceva sì bene queste magagne e ne parlava con
-amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta
-di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno
-di Roma, dove non gli sarebbe mancata la compagnia
-di coltissimi letterati, che l'avrebbero accompagnato
-a vedere le rovine del tempo antico, e dove
-avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e
-mezzi di erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti
-nella Biblioteca del Vaticano. Questi, egli soggiunge,
-sarebbero i veri allettamenti che mi attirerebbero a
-Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-della corte di Ferrara, non già la protezione medicea,
-alla quale da gran tempo ho rinunciato.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti
-di solenne patriottismo, le rovine ebbero anche la forza
-di sviluppare, in Roma e fuori, manifestazioni di entusiasmo
-affatto elegiaco e sentimentale. I primi sintomi
-trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel Boccaccio
-(v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente
-il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia
-quello di Castore e Polluce, dove una volta soleva radunarsi
-il Senato, e quivi si esalta alla memoria dei grandi
-oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo affatto sentimentale
-si esprime più tardi Pio II, specialmente nella
-descrizione di Tivoli<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>, e poco dopo si ha la prima prospettiva
-di rovine accompagnata da una descrizione del
-Polifilo<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>, dove figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati,
-circondati all'intorno da vecchi platani, allori
-e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed erba selvatica.
-Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce l'uso,
-non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in
-mezzo alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>.
-Per ultimo scorgesi la manifestazione pratica di questo
-medesimo sentimento nella consuetudine invalsa di far
-entrare le rovine artificiali, come requisito indispensabile,
-in qualsiasi grandioso giardino.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span></p>
-
-<h3 id="cap3-3">CAPITOLO III.
-<span class="smaller">Autori antichi risuscitati.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche,
-copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi
-orientali. — Pico di fronte all'antichità.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura
-e dell'arte in generale, erano i monumenti
-della parola rimasti dell'antichità greca e romana. Ciò
-è tanto vero, che in allora furono addirittura riguardati
-come la fonte d'ogni sapere nel senso il più assoluto.
-Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte
-sono state più volte e variamente esposte: noi non possiamo
-aggiungere qui che alcuni particolari men conosciuti<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Per quanto grande sembri essere stata da lungo
-tempo, e più specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza
-degli antichi scrittori in Italia, si potrebbe tuttavia
-dire che una tale influenza dipendeva piuttosto da
-una più larga diffusione delle opere già conosciute, che
-non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state
-fatte. I più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-gli epistolografi latini, insieme ad un certo numero di
-traduzioni latine di singole opere di Aristotele, di Plutarco
-e di pochi altri greci, costituivano in sostanza
-l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi la
-generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti
-che quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente
-un Omero greco, senza poterlo leggere. La prima traduzione
-latina dell'Iliade e dell'Odissea è dovuta al Boccaccio,
-che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un
-greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia
-la grande serie delle nuove scoperte, la fondazione
-sistematica delle biblioteche creata colla moltiplicazione
-delle copie e il lavoro zelante delle traduzioni
-dal greco.<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che
-talvolta si videro per esso ridotti alle più dure strettezze,
-noi non ci troveremmo in possesso se non di una minima
-parte degli scrittori greci, che giunsero sino al
-nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando
-era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar
-codici, e fin d'allora egli si confessava vinto dalle due
-grandi passioni, che prevalsero nell'epoca del Rinascimento,
-i libri e le fabbriche.<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a> Divenuto Papa, mantenne
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-la parola, stipendiando copisti per scrivere e mandando
-esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto
-per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento
-ducati, il Guarino per quella di Strabone mille fiorini
-d'oro e doveva averne altri cinquecento, se il Papa non
-fosse morto precocemente. Morendo, egli lasciò ricca di
-cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di novemila
-volumi<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a> quella biblioteca, che propriamente era
-destinata in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne
-l'elemento principale della celebre Biblioteca del
-Vaticano: essa doveva essere collocata nello stesso palazzo
-papale come il suo più bell'ornamento, a quel modo
-che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria.
-Quando il Papa, in occasione della peste, si ritirò con
-tutta la sua corte a Fabriano, vi condusse anche i suoi
-traduttori e compilatori, per essere sicuro che non gli
-morissero.
-</p>
-
-<p>
-Il fiorentino Nicolò Niccoli,<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a> uno degli eruditi che
-si raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo
-a tutto il suo avere a furia di acquistar libri; ma quando
-egli non ebbe più nulla, i Medici gli tennero aperte le
-loro casse per qualunque somma egli richiedesse per
-tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano
-Marcellino e del libro <i>de Oratore</i> di Cicerone, nonchè
-molte altre scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare
-altresì il bellissimo Plinio, che aveva già appartenuto ad
-un convento di Lubecca. Con una liberalità veramente
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-generosa egli dava a prestito i suoi libri, o forniva ogni
-possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi
-con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava
-ottocento volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo
-la sua morte, e per l'interposizione di Cosimo, passò al
-convento di S. Marco, sotto condizione però che fosse
-accessibile al pubblico.
-</p>
-
-<p>
-Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il
-Poggio, l'ultimo,<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a> in parte anche quale incaricato del
-Niccoli, fece, come è noto, importanti scoperte nelle
-abbazie della Germania meridionale, ch'ebbe occasione
-di visitare quando si recò al Concilio di Costanza. Egli
-trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano
-completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo,
-che dicesi egli abbia copiato per intero e assai
-nitidamente in soli trentadue giorni. Trovò inoltre importanti
-frammenti, che ajutarono a completare Silio
-Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano,
-Columella, Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti
-altri; e per ultimo, insieme a Leonardo Aretino, fece
-conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, nonchè
-le Verrine di Cicerone.
-</p>
-
-<p>
-Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia,
-raccolse, con sentimento di lodevole patriottismo<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a> e non
-senza enormi sacrifici, seicento codici, contenenti opere
-pagane e cristiane, e stava appunto cercando un luogo
-sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice sua patria,
-se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà,
-sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura.
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-La Signoria di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a
-costruire un locale apposito, ed anche oggidì la Biblioteca
-di S. Marco conserva una parte di quei tesori.<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a>
-</p>
-
-<p>
-La formazione della celebre biblioteca medicea ha
-una storia affatto speciale, della quale noi non possiamo
-occuparci qui: il raccoglitore principale per Lorenzo il
-Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno che questa
-raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta
-rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici
-(Leone X).
-</p>
-
-<p>
-La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu<a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a> in
-modo precipuo fondata dal grande Federigo di Montefeltro
-(v. pag. 60), che aveva già cominciato a raccogliere
-fin da fanciullo, e più tardi teneva costantemente
-a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che nel
-corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno
-di trenta mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente
-e completata specialmente coll'ajuto di Vespasiano,
-e ciò che questi ne riferisce è degno di particolare
-attenzione, perchè ci dà l'idea più completa di una
-biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano
-gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di
-S. Marco di Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino
-di quella di Oxford, e si trovava, con senso di vero orgoglio,
-che la biblioteca urbinate, per ricchezza di testi
-completi di ogni singolo autore, le superava tutte di
-gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora
-i libri del medio-evo e specialmente le opere di teologia,
-quali, ad esempio, quelle di S. Tommaso d'Aquino, di
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-Alberto Magno, di S. Bonaventura ecc.; ma la biblioteca
-comprendeva molti rami dello scibile, e, per citarne uno,
-vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di
-raccogliere in fatto di medicina. Fra i <i>moderni</i> primeggiavano
-i grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio,
-ad esempio, con tutte le loro opere; poi seguivano
-venticinque scelti umanisti, sempre con tutte le loro
-opere latine ed italiane, come altresì colle loro traduzioni.
-Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri
-della Chiesa, ma non mancavano neanche i classici
-antichi, a proposito dei quali nel catalogo incontransi i
-nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro con tutte le loro
-opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo
-deve essere assai presto scomparso da Urbino,<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> essendo
-fuor d'ogni dubbio che, in caso contrario, i filologi non
-avrebbero tardato a pubblicarlo.
-</p>
-
-<p>
-Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo,
-con cui si moltiplicarono in allora i manoscritti e si
-vennero formando le biblioteche. L'acquisto diretto di
-un manoscritto un po' antico, che contenesse un testo
-raro, o il solo completo, od anche unico, esistente, restava
-naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava
-nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano
-il greco, tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano
-coll'appellativo speciale di «scrittori»: il loro numero
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-fu e rimase sempre scarso, ed erano retribuiti assai
-largamente.<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> Gli altri, detti semplicemente copisti, erano
-in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro lavoro,
-in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di
-qualche guadagno straordinario. Per una singolarità, i
-copisti di Roma al tempo di Nicolò V erano per la massima
-parte tedeschi e francesi,<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a> individui probabilmente
-venuti a chiedere qualche grazia alla Curia e che, obbligati
-a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal
-modo il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo
-de' Medici volle in tutta fretta fondare una biblioteca
-per la sua prediletta abbazia al di sotto di Fiesole,
-chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di abbandonare
-l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè
-non avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì
-di servirsi dell'opera dei copisti; dietro di che Cosimo
-s'accordò con lui di un pagamento a giornate, e Vespasiano
-stipendiò quarantacinque scrivani, che in ventidue
-mesi gli fornirono duecento volumi completi.<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a> La lista
-delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V,
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-che la stese di propria mano.<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> (Naturalmente prevalevano
-su tutto il resto i libri ecclesiastici e il corredo
-necessario pel servizio del coro).
-</p>
-
-<p>
-La forma della scrittura era quella nitida ed elegante
-introdottasi in Italia sin dal secolo precedente e
-che piace tanto ancora oggidì, vista nei libri di quel
-tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo Mannetti,
-Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi
-eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le
-scritture veramente belle. Gli altri ornamenti, anche se
-non vi andava unita nessuna miniatura, portavano l'impronta
-del massimo buon gusto, come lo provano specialmente
-i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi
-fregi lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui
-si scriveva, se per grandi signori, era sempre la pergamena,
-e le legature nella Vaticana e ad Urbino uniformemente
-in velluto cremisino con fermagli d'argento.
-Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione
-che si aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza
-dei fregi esterni, non riescirà difficile a comprendere
-come ai libri stampati, che improvvisamente cominciavano
-ad apparir d'ogni parte, non si facesse in sulle
-prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare
-quello che i biografi narrano di Federigo da Urbino,
-che cioè «si sarebbe vergognato» di possedere
-nella sua biblioteca un libro stampato!<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano
-il mestiere, ma i molti che dovevano copiare un
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-libro per averlo, — giubilarono della invenzione tedesca.<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a>
-Essa fu messa tosto a profitto in Italia per la moltiplicazione
-e diffusione dei classici latini e poscia anche dei
-greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto
-aspettarsi dall'universale entusiasmo, che esisteva per
-questi scrittori. Qualche tempo dopo cominciò a designarsi
-più nettamente la posizione reciproca degli autori
-e degli stampatori,<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a> e sotto Alessandro VI sorse la censura
-preventiva, perchè non era più tanto facilmente
-possibile di distruggere un libro, come Cosimo aveva
-poco prima potuto pattuire col Filelfo.<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>
-</p>
-
-<p>
-Come da questo tempo in avanti, in connessione con
-lo studio progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi
-venuta a poco a poco formando una critica dei testi, non
-è del nostro assunto il dimostrarlo, come non è nostro
-compito neanche di dare una storia dell'erudizione in
-generale in un libro, che non mira tanto a mettere in
-luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia,
-quanto a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse
-nella vita e nella letteratura del secolo, di cui si parla.
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-Tuttavia ci sia permessa ancora una osservazione sugli
-studi considerati in sè stessi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-L'erudizione greca si concentra essenzialmente in
-Firenze e nel secolo XV, nonchè nei primordj del XVI.
-Ciò che il Petrarca e il Boccaccio aveano fatto al loro
-tempo<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a> per promoverla non accenna che ad un entusiasmo
-da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti
-venuti da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo
-studio del greco,<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a> e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali
-(Erasmo, gli Stefani e Buddeo) se ne sieno
-frattanto impadroniti. Quella colonia avea cominciato con
-Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè
-con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca
-della presa di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo,
-Teodoro Gaza, Demetrio Calcondila (che allevò
-anche i propri figli Teofilo e Basilio a valenti grecisti),
-Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia dei Lascaris,
-con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento
-della Grecia per opera dei Turchi fu completo,
-non vi fu più nessun dotto superstite, ad eccezione dei
-figli dei fuggiaschi e forse qualche condiotto o cipriotto.
-Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide presso
-a poco anche il primo scadimento degli studi greci,
-si spiega bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-generali<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a> e colla sazietà relativa, che avea cominciato
-a manifestarsi rispetto al contenuto sostanziale
-della letteratura classica, ma certamente non vi rimase
-estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti
-venuti dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra
-gl'Italiani gli anni, in cui lo studio del greco massimamente
-fiorì, furono quelli più prossimi al 1500, che potrebbe
-dirsi in questo riguardo l'anno normale; e fu
-appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente
-uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano
-ancora dimenticato, quali ad esempio i papi Paolo III
-e Paolo IV.<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a> Ma un tale fervore non si spiega se non col
-presupporre rapporti con uomini veramente venuti dalla
-Grecia e greci di nascita.
-</p>
-
-<p>
-Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre,
-e Bologna, Ferrara, Venezia, Perugia, Pavia ed altre
-città di quando in quando, maestri stipendiati di greco.<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>
-Moltissimo poi deve questo studio al coraggio di Aldo
-Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il primo
-stampò in greco i più importanti e voluminosi autori.
-Egli arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu
-in generale tale tipografo, cui ben pochi anche più tardi
-possono essere paragonati.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-gli studi orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole,
-e noi dobbiamo qui farne menzione almeno con
-una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto il sapere
-israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che
-ebbe a sostenere Giannozzo Mannetti,<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a> grande erudito e
-politico fiorentino (morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare
-suo figlio Agnolo allo studio non del latino e
-del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più tardi ebbe
-l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente
-tutta la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo
-consigliava ad abbandonar la volgata.<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a> Ma anche parecchi
-umanisti accolsero, molto tempo prima di Reuclino,
-nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della Mirandola
-possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un
-dotto rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo
-furono i medici, che non si accontentavano più delle
-traduzioni latine alquanto invecchiate dei grandi maestri
-arabi: l'occasione forse fu data dai consoli veneziani
-stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici italiani.
-Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune
-traduzioni dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo
-da Belluno,<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a> innamorato di Avicenna, dimorò lungamente
-a Damasco per apprendervi l'arabo e fece poi
-alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra
-d'arabo all'università di Padova.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima
-di passare a dir degli effetti dell'umanismo in generale.
-Egli è l'unico che a voce alta e con vero coraggio difese
-i diritti della scienza e della verità in tutti i tempi,
-di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità greco-romana.<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>
-Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo
-Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici
-del medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo
-eternamente, non nelle scuole dei compilatori di sillabe,
-ma nella cerchia elevata dei dotti, che non discutono
-più sulla madre di Andromaca o sui figli di
-Niobe, ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni
-cosa umana e divina: chi si avvicinerà un poco, vedrà
-che anche i Barbari avevano lo spirito (<i>Mercurium</i>)
-non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile
-vigoroso e non del tutto disadorno e con una esposizione
-nitida e serrata egli combatte il pedantesco purismo e
-l'esagerata venerazione per una forma non naturale, ma
-imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto esclusivismo
-e col sacrificio della verità sostanziale delle cose.
-In lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso
-la filosofia in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse
-soffocato ogni libero slancio del pensiero.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span></p>
-
-<h3 id="cap4-3">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller">L'umanesimo nel secolo XIV.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca, e Boccaccio. — Il
-Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione
-dei poeti.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la
-venerata antichità ed il presente, e che volevano trasfondere
-in questo la vita e la cultura di quella?
-</p>
-
-<p>
-Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale
-assume oggi un aspetto, domani un altro, ma che in
-mezzo a ciò ha la coscienza di essere un elemento nuovo
-nella vita civile, e come tale è considerata anche dai
-contemporanei. Come loro precursori possono, prima di
-ogni altro, riguardarsi quei <i>Clerici vagantes</i> del secolo
-XII, della poesia dei quali s'è già parlato altrove
-(v. pag. 234): identica l'instabilità dell'esistenza, identico
-il modo di guardare, talvolta anche troppo liberamente,
-la vita, identica la tendenza a dare, almeno in
-sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora,
-di fronte all'intera cultura del medio-evo pur sempre
-chiesastica, e coltivata di preferenza dal clero, sorge
-una nuova cultura, la quale precipuamente s'attiene a
-ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca anteriore.
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-I rappresentanti più attivi di essa acquistano una
-grande importanza<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>, perchè sanno ciò che seppero gli
-antichi, perchè cercano di scrivere come scrissero gli
-antichi, perchè cominciano a pensare e a sentire come
-pensarono e sentirono gli antichi. La tradizione, alla
-quale essi si volgono, in mille punti si viene trasformando
-in una vera riproduzione.
-</p>
-
-<p>
-Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i
-primordî di una cultura senza paragone più autonoma,
-e schiettamente italiana, quali si manifestarono intorno
-al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi completamente
-soffocati dalla scuola degli umanisti<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>. Nel secolo XIV,
-a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze;
-perfin gli asinai cantavano per le vie i versi di Dante;
-i migliori manoscritti erano quelli posseduti e copiati
-da artefici fiorentini; e in allora fu anche possibile la
-formazione di una enciclopedia popolare, quale il «Tesoro»
-di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto
-certamente ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere
-che era in tutti, e questa alla sua volta s'era venuta
-formando e dalla lunga esperienza nelle cose di
-Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai
-viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento
-in cui vi si aveva la vita oziosa e indolente. Per queste
-doti il popolo fiorentino era salito in tal rinomanza
-presso tutte le nazioni, che papa Bonifacio VIII non
-esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe
-sino dal 1400 in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel
-moto naturale e spontaneo, abituò a chiedere alla sola
-antichità la soluzione di qualunque problema, ridusse la
-letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni, e contribuì
-perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre
-tutta questa erudizione non si basava che in una servile
-soggezione all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio
-o prerogativa speciale all'universalità del diritto
-romano, cercando e ottenendo in tal modo il favore di
-tutti i tiranni.
-</p>
-
-<p>
-Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando
-sarà il caso di discuterne il vero valore e di bilanciare
-il pro' ed il contro della questione. Qui per ora ci preme
-soltanto di stabilire come cosa di fatto, che fu anzi la
-stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella che preparò
-necessariamente la vittoria completa dell'umanismo,
-e che appunto i più grandi nel campo della letteratura
-italiana propriamente detta sono stati i primi ad aprire
-tutte le porte all'invasione dell'antichità nel secolo XV.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari
-al suo avesse, dopo di lui, potuto condurre sempre più
-innanzi la letteratura italiana, essa, in onta a tutti gli
-elementi antichi che vi si introdussero, non avrebbe mai
-mancato di serbare un'impronta affatto nazionale e sua
-propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno più
-prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre
-il primo, che condusse l'antichità al limitare della
-nuova cultura moderna. Però è vero che nella Divina
-Commedia egli non tratta in modo uguale il mondo antico
-e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre parallelli
-fra loro, e come il medio-evo antecedente avea
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-messo insieme i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e
-dalle figure dell'antico e del nuovo Testamento, così
-egli appaja di regola un esempio cristiano con uno pagano
-del medesimo fatto<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>. Ora non si deve dimenticare
-che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano
-noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana
-era relativamente assai poco conosciuta, possedeva quindi
-una maggiore attrattiva e doveva destare una più grande
-curiosità nell'universale, quando non ci fosse stato nessun
-Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto
-equilibrio.
-</p>
-
-<p>
-Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che
-come un grande poeta: presso i suoi contemporanei invece
-la sua fama si basava assai più sulla sua erudizione,
-in quanto egli era quasi una personificazione dell'antichità,
-imitava tutti i generi della poesia latina e scriveva
-lettere, le quali, come trattati speciali su singoli
-punti dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali
-un valore, che ognuno può facilmente comprendere.
-</p>
-
-<p>
-Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto
-al Boccaccio. Egli era celebre in tutta Europa da ben
-duecento anni, prima che al di la delle Alpi si sapesse
-qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue
-opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in
-lingua latina. Una di esse, <i>De Genealogia Deorum</i>, contiene
-nei libri decimoquarto e decimoquinto una notevole
-appendice, nella quale egli discute la posizione del giovane
-umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che egli
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non
-deve per avventura trarre altri in errore; guardando
-un po' più addentro alla sostanza di quel lavoro, si scorge
-tosto, che il suo pensiero abbraccia l'intero campo d'attività
-del poeta-filologo.<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> E sono i nemici di questa che
-egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non
-vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi
-teologi, che riguardano come semplici follie le allusioni
-al monte Elicona, alla fonte Castalia e al sacro bosco di
-Febo; gli avidi giuristi, che considerano come inutile la
-poesia, perchè, non dà alcun guadagno materiale: finalmente
-i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi
-abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano
-e immorale della società.<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> Dopo ciò segue la difesa esplicita,
-anzi l'elogio della poesia, e in modo speciale del
-senso recondito ed allegorico, che le si deve dare dovunque,
-e di quella oscurità, che le è necessaria per
-tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti.
-Da ultimo giustifica lo slancio che presero gli
-studi dell'antichità al tempo suo, con evidente allusione
-alla dotta sua opera.<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> In altri tempi, egli dice, questi
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-studi potevano essere pericolosi, perchè le condizioni sociali
-erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva
-avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per
-la grazia di Gesù Cristo — la vera religione si è
-raffermata nelle sue basi, ogni traccia di paganesimo è
-scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del campo:
-oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (<i>fere</i>)
-senza pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più
-tardi addussero in propria difesa gli uomini del Rinascimento.
-</p>
-
-<p>
-S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo
-ed era sorta una nuova classe d'uomini a rappresentarlo.
-Egli è inutile il questionare se questo fatto avrebbe dovuto
-arrestarsi a mezzo il corso della sua carriera ascendente,
-per cedere la prevalenza all'elemento prettamente
-nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una
-sola, che cioè l'antichità costituiva una delle più splendide
-glorie della nazione italiana.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Essenzialmente propria a questa prima generazione
-di poeti-filologi è una ceremonia simbolica, che non cessò
-neanche nei secoli XV e XVI, sebbene vi abbia perduto
-tutto il lato sentimentale, vogliamo dire l'uso di incoronare
-i poeti con una corona d'alloro. Le origini di
-questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo,
-nè si sa che per essa abbia mai esistito un rito
-speciale: era una dimostrazione pubblica, una testimonianza
-onorifica resa al merito letterario,<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a> e, appunto per
-questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile.
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una
-specie di consacrazione religiosa: egli voleva porsi in
-capo da sè la corona nel battistero di S. Giovanni, dove
-egli stesso e centinaja di migliaia di fiorentini erano stati
-battezzati.<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a> Egli avrebbe potuto, dice il suo biografo, in
-virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque,
-ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo.
-Da questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre,
-che sino a questo tempo un tal uso non vi fu mai
-in Firenze, e passava comunemente come cosa ricevuta
-in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine reminiscenze
-infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline,
-fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori
-di cetra, poeti ed altri artisti, che, da Domiziano
-in poi, si celebravano ogni cinque anni, e che sembrano
-essere sopravissute qualche tempo anche dopo la caduta
-dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non
-osasse incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante,
-era naturale che si domandasse quale avrebbe dovuto
-essere l'autorità, cui un tale ufficio spettasse? Albertino
-Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova dal vescovo
-e dal rettore dell'università; per l'incoronazione
-del Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università
-di Parigi, che appunto allora aveva a rettore un
-fiorentino, e l'autorità municipale di Roma; e dal canto
-suo anche l'esaminatore, che egli stesso si era scelto,
-il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la ceremonia
-di propria mano a Napoli, se il poeta, come è
-noto, non avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-di mano del senatore di Roma. Dopo un tale esempio,
-il Campidoglio rimase per qualche tempo la meta
-di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per esempio,
-un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a> Ma
-tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva
-moltissimo di appagare la vanità degli uomini ambiziosi
-e di imporre alle moltitudini spensierate con l'apparato
-di ceremonie grandiose e solenni. Partendo dalla
-supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata
-una volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani
-e che quindi allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa
-il dotto Zanobi della Strada,<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a> a gran dispetto del Boccaccio,
-che a nessun patto volea riconoscere come legittima
-questa <i>laurea pisana</i> (l. c.). E per verità si poteva
-anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e
-mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del
-vero merito dei poeti italiani. Ma, ciò non ostante,
-l'esempio incoraggiò, ed altri imperatori in viaggio coronarono
-or qua, or là qualche poeta, dietro di che alla
-lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi
-non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non
-si badò più nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma,
-al tempo di Sisto IV, l'accademia di Pomponio Leto distribuiva
-di propria autorità corone d'alloro.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> I Fiorentini
-ebbero il tatto di coronare i loro umanisti solo dopo
-morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo
-Giannozzo Mannetti recitarono l'elogio funebre in
-presenza di tutto il popolo e dei signori del Concilio. In
-tali circostanze era d'uso che l'oratore parlasse stando
-ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il cadavere
-tutto vestito in seta.<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a> Oltre a ciò, Carlo Aretino fu
-onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno
-dei più belli dell'epoca del Rinascimento.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span></p>
-
-<h3 id="cap5-3">CAPITOLO V.
-<span class="smaller">Le Università e le Scuole.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione
-superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione
-dei principi.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale
-oggimai dobbiamo discorrere, presupponeva innanzi tutto
-che l'umanismo s'impadronisse delle Università. E ciò
-veramente accadde, ma non in quelle proporzioni e con
-quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere.
-Le Università d'Italia<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> per la maggior parte hanno
-un vero splendore soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV,
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-allorquando la crescente ricchezza domandava anche
-una cura maggiore della vita intellettuale della nazione.
-In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre:
-una di gius canonico, una di gius civile e una
-di medicina: col tempo se ne aggiunsero altre tre, quella
-di rettorica, quella di filosofia e una terza di astronomia,
-che di regola, ma non sempre, era una cosa identica
-coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano estremamente:
-talvolta consistevano perfino in un capitale
-dato per una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura
-cominciarono le gare e le gelosie, per modo che l'una
-Università cercava di rubare all'altra i più celebri maestri,
-e per effetto di tali circostanze vuolsi che Bologna
-talvolta abbia speso per l'Università non meno della
-metà delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici
-si conferivano ordinariamente solo per un tempo determinato,<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>
-e perfino per singoli semestri, in guisa che
-i docenti menavano vita nomade, al pari dei comici; taluni
-però s'accordavano per tutta la durata della loro
-vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in
-nessun'altra Università ciò che aveano insegnato in una.
-Oltre a ciò v'erano anche dei docenti liberi, senza stipendio.
-Delle cattedre or ora menzionate naturalmente quella
-di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma non
-dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno
-possedeva intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare
-anche a quelle di giurisprudenza, di medicina, di filosofia
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-o di astronomia. I rapporti intrinseci delle scienze
-erano ancora molto mobili, al pari delle condizioni estrinseche
-e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò non deve
-tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori
-stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello
-Stato che li pagava, per la trattazione delle sue cause
-e de' suoi processi. In Padova nel secolo XV un professore
-di diritto fu pagato mille ducati annui<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> e ad un
-celebre medico se ne volevano dare duemila e il diritto
-di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a
-Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>
-Quando il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore
-a Pisa, accettò dal governo di Venezia una cattedra a
-Padova e voleva partire per quella città, la Signoria di
-Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo libero che
-dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a> Egli è appunto
-in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste
-professioni speciali, che si arriva a comprendere come
-illustri filologi abbiano aspirato a cattedre di diritto e
-di medicina, mentre d'altra parte è anche vero che chi
-voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni, non
-poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte
-dose di tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti
-in altri rami avremo occasione di parlare fra non molto.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè
-in singoli casi provvedute di abbastanza lauti stipendi
-ed emolumenti accessori,<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a> appartengono nel complesso
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-alla classe di quelle che erano mobili e transitorie, in
-guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera sua ed
-essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università.
-Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi
-sempre di udir qualche cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato,
-come d'altronde è facile a comprendere con una
-scienza ancora in istadio di formazione e quindi anche legata
-in gran parte al merito personale di chi la insegnava.
-Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli
-autori antichi e li interpetrava, appartenesse effettivamente
-all'Università, potendo benissimo aver bastato un
-semplice invito privato, quando i mutamenti erano sì facili,
-e sì grande il numero dei locali disponibili (nei conventi
-ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a>
-nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo
-splendore, e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse
-anche di Martino V si affollavano nelle aule per assistere
-alle gare di Carlo Aretino e del Filelfo, esisteva
-non solamente una seconda Università quasi completa
-presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una
-considerevole riunione presso i Camaldolesi degli Angeli,
-e singoli gruppi di ragguardevoli privati, che si tassavano
-spontaneamente per farsi leggere questo o quel
-corso di filologia o di filosofia. Lo studio della filologia
-e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto alcuno
-coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi
-esclusivamente parte sopra una speciale protezione personale
-dei singoli Papi e prelati, parte sugli uffici accordati
-nella Cancelleria papale. Appena sotto Leone X
-fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione della
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più
-grandi celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche;
-ma quel nuovo splendore fu di assai breve durata. — Delle
-cattedre di greco in Italia abbiamo già
-brevemente toccato (v. pag. 262).
-</p>
-
-<p>
-Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con
-cui allora veniva impartita la scienza, si dovrà, quanto
-più è possibile, distogliere l'occhio da tutte le nostre attuali
-istituzioni accademiche. Le conversazioni e le dispute
-personali, l'uso costante del latino, e presso molti
-anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli
-insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora
-un aspetto, che noi non possiamo figurarci, se non
-astraendo in tutto dal presente.
-</p>
-
-<p>
-Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole,
-e non già soltanto come preparazione agli
-studi superiori, ma propriamente perchè la cognizione
-della lingua latina si reputava quivi necessaria al pari
-del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva
-immediatamente la logica. È cosa notevole che
-queste scuole non dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità
-municipale; parecchie erano sorte anche per la
-sola iniziativa privata.
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione
-di valenti umanisti non solo si sollevò ad un alto grado
-di perfezione, ma divenne effettivamente una fonte di
-educazione superiore.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma all'educazione dei figli di due case principesche
-dell'Italia settentrionale andarono connesse altre istituzioni,
-che veramente potevano dirsi uniche nel loro
-genere.
-</p>
-
-<p>
-Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-(1407-1444) venne chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>
-uno di quegli uomini che consacrarono l'intera loro
-esistenza ad uno scopo, pel quale si sentivano di dentro
-una vocazione affatto speciale. Egli educò innanzi tutto
-i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da lui
-condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta;
-ma quando la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui
-affluivano da tutte le parti i figli delle più potenti e ricche
-famiglie, il Gonzaga non solo permise che Vittorino
-consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare anzi
-che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata
-come la casa di educazione di tutto il mondo
-elegante. Qui, per la prima volta, all'istruzione scientifica
-si videro associati anche i più lodati fra gli esercizi ginnastici,
-come elemento indispensabile per una educazione
-completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non tardarono
-ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino
-pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua
-missione, ed erano i poveri dotati di singolari attitudini,
-che egli nutriva ed allevava in sua casa <i>per l'amore
-di Dio</i>, abituando così i privilegiati della fortuna a rispettare
-in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga
-gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse
-sempre del suo l'eccedente della spesa, che spesse
-volte importava altrettanto. Egli sapeva che Vittorino
-non faceva per sè il più piccolo risparmio, e senza dubbio
-capiva che l'educazione accordata ai giovani privi
-di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo
-veramente maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-della casa era strettamente religioso, quanto in
-qualsiasi convento.
-</p>
-
-<p>
-Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello
-che seguì Guarino da Verona,<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a> il quale nel 1429 fu
-chiamato a Ferrara da Niccolò d'Este per l'educazione
-del proprio figlio Lionello, e poscia, dal 1436 in avanti,
-quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase
-in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le
-lingue classiche presso quell'Università. Anch'egli, fin da
-quando istruiva Lionello, aveva accolto in sua casa un
-drappello scelto di giovani poveri di diversi paesi, che
-manteneva in parte ed anche del tutto a sue spese: le
-ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che
-egli consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già
-date. Anche qui la religione e la morale erano rigorosamente
-osservate; nè certamente dipendette dal Guarino,
-o da Vittorino che la maggior parte degli umanisti del
-loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo
-doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come
-il Guarino, con una attività quale era la sua, abbia tuttavia
-trovato il tempo necessario per condurre a termine
-tante traduzioni dal greco e tanti lavori originali,
-come fece.
-</p>
-
-<p>
-Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte
-delle altre d'Italia l'educazione delle famiglie principesche
-venne, almeno in parte e per alcuni anni, in mano
-agli umanisti, i quali con ciò fecero un passo più addentro
-nella vita delle corti. Lo scriver trattati sull'educazione
-degli uomini destinati a regnare era stato fin
-qui il compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare
-degli umanisti, ed Enea Silvio, per esempio, stese per
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-due giovani principi della casa d'Absburgo speciali trattati
-sulla loro educazione ulteriore,<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> nei quali naturalmente
-egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso,
-nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse
-già lo scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo
-vediamo adoperarsi in ogni maniera perchè quegli scritti
-avessero grande diffusione anche altrove. Ma dei rapporti
-degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più
-largamente.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span></p>
-
-<h3 id="cap6-3">CAPITOLO VI.
-<span class="smaller">I fautori dell'umanismo.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi:
-i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo
-d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente
-a Firenze, quei cittadini, che dello studio dell'antichità
-fecero lo scopo principale della loro vita, e in parte divennero
-essi stessi grandi eruditi, in parte grandi dilettanti,
-che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254 e segg).
-Pel periodo di transizione, che comincia al principio del
-secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè
-pei primi tradussero praticamente nella vita l'umanismo,
-come un elemento affatto indispensabile. I principi
-e i Papi non se ne interessarono seriamente se non
-molto più tardi.
-Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è già
-parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da
-Vespasiano (pag. 625) come un uomo, il quale, anche in
-tutto ciò che al di fuori lo circondava, non tollerava
-nulla, che non avesse una certa impronta di antichità.
-Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento, affabile
-nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica,
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e
-maravigliosa; amantissimo della pulitezza in ogni cosa,
-egli la portava allo scrupolo nel servizio della tavola,
-sulla quale non figuravano che vasi e calici antichi e
-lini candidissimi.<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a> Il modo con cui seppe guadagnarsi
-l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è
-troppo singolare per non dover esser qui raccontato<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a>
-colle parole stesse del suo biografo:
-</p>
-
-<p>
-«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea,
-sendo giovane di bellissimo aspetto e dato molto ai
-piaceri del mondo, alle lettere non pensava, perchè il
-padre era mercadante, e, come fanno quelli che non
-n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il
-figliuolo vi desse opera... Sendo in Firenze Nicolao
-Niccoli, ch'era un altro Socrate e un altro Catone di
-continenza e di virtù, passando uno dì messer Piero,
-senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal
-palazzo del Podestà<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> lo chiamò, vedendo uno giovane
-di sì bello aspetto. Sendo Nicolao uomo di grandissima
-riputazione, subito venne a lui. Venuto, come Nicolao
-lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo.
-Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo,
-quale era il suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani:
-attendo a darmi buon tempo. Nicolao gli disse:
-sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono aspetto,
-egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le
-lettere latine, che ti sarebbero uno grande ornamento;
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-e se tu non le impari, tu non sarai stimato nulla:
-passato il fiore della tua gioventù, ti troverai senza
-virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao,
-subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli
-disse che volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse
-uno precettore, che si lascierebbe consigliare a lui.
-Nicolao gli disse che del precettore e de' libri lasciasse
-pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa. A
-messer Piero parve che gli fosse venuta una grande
-ventura. Dettegli Nicolao uno dottissimo uomo, che
-si chiamava il Pontano, peritissimo in greco ed in latino,
-e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva
-onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario
-di cento fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero
-infinite lascivie e voluttà, alle quali egli era volto, e
-dettesi in tutto alle lettere, che il dì e la notte non
-attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo
-che sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed
-avendo uno dottissimo precettore, cominciò a avere
-buonissima notizia delle lettere latine, delle quali egli
-acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande riputazione,.....
-Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e
-molte orazioni di Livio in soluta orazione, per spasso,
-andando a uno suo luogo che aveva, e che si chiamava
-il Trebbio».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità
-Giannozzo Manetti.<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> Mostrando ancor da fanciullo
-una maturità precoce, egli avea fatto il suo alunnato nel
-commercio e teneva i registri di un banchiere; ma dopo
-qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe, come
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale
-soltanto l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora,
-primo fra tutti i nobili fiorentini, si seppellì fra i libri
-e divenne, come già s'è notato, uno dei più grandi eruditi
-dell'epoca sua. Ma quando lo Stato lo adoperò al
-suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità
-di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi
-uffici in modo da far palese a tutti l'alto concetto che
-egli aveva della propria missione, ispiratogli senza dubbio
-dalla vastità de' suoi studi e da un sentimento di
-pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli
-curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate
-dallo Stato, rinunciando ad ogni retribuzione per sè;
-quale preposto alla provincia, la provvide di vettovaglie,
-respinse qualsiasi dono, compose le liti e fece quanto era
-in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle
-passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a
-quale dei due partiti, in che era allora divisa la loro
-città, egli di preferenza inclinasse: e, quasi a prova
-ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte e il diritto
-di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia, che
-poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia,
-nel palazzo del Comune. Alla sua partenza la città
-gli regalò una bandiera con suvvi il proprio stemma ed
-uno splendido elmo d'argento.
-</p>
-
-<p>
-Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze
-di questo tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che
-ne dice Vespasiano (che li conosceva tutti), perchè l'ambiente
-nel quale egli scrive e le circostanze per le quali
-egli si trova a contatto con quei personaggi, sono spesso
-assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra.
-Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità,
-alla quale qui siamo condannati, noi non faremmo
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-che sciupare questo, che è il pregio principale del suo
-libro. Non è un grande scrittore, ma conosce addentro
-tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza
-morale.
-</p>
-
-<p>
-Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici
-del secolo XV, Cosimo il vecchio principalmente (morto
-nel 1464) e Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), esercitarono
-su Firenze in particolare e sui loro contemporanei
-in generale un prestigio così potente ed irresistibile,
-si troverà che esse non derivavano soltanto dalla
-loro superiorità politica, ma altresì, e molto più forse,
-dall'essersi essi posti alla testa di tutta la cultura, che
-allora sorgeva. Chi al posto di Cosimo, come mercadante
-e capo-parte in Firenze, ha eziandio con sè tutta la schiera
-degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi per
-casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per
-cultura il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un
-privato: nel fatto egli è un vero principe. Cosimo ha poi
-la gloria speciale di aver riconosciuto nella filosofia platonica<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>
-il più bel frutto della filosofia antica, di aver
-infuso questa sua persuasione in quanti lo circondavano
-e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa dell'umanismo,
-un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità.
-Il fatto ci è narrato<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> assai esattamente: tutto
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-ebbe origine dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo
-e dallo zelo personale di Cosimo negli ultimi suoi
-anni, in guisa che, per ciò che riguardava il platonismo,
-il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi il
-figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino
-si riguardava già come il capo di una scuola; alla
-quale passò, abbandonando i Peripatetici, anche il figlio
-di Piero e nipote di Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra
-i più illustri fra' suoi condiscepoli vengono menzionati
-Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo
-Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi
-delle sue opere, che Lorenzo s'era addentrato in
-tutte le dottrine più recondite del platonismo e s'era dichiarato
-convinto non potersi quasi, senza esso, essere
-nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo
-di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva
-tutto in questa atmosfera elevata di una filosofia idealistica
-ed emergeva di gran lunga sopra tutte le altre
-riunioni di questa specie. Questo solo era l'ambiente, nel
-quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico della
-Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode
-si è che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità,
-qui ebbe un sacro asilo anche la poesia italiana, e di
-ciò il merito principale era tutto di Lorenzo. Come uomo
-di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p. 111, 124):
-uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato,
-di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale
-alla fortuna nei destini, che ebbe a subire Firenze; ma
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-sarà sempre somma ingiustizia il voler accusare Lorenzo
-di non aver nel campo della cultura accordata la sua
-protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire
-dalla propria patria Leonardo da Vinci e il matematico
-fra Luca Pacciolo, di non avere in nessun modo incoraggiato
-il Toscanelli, il Vespucci ed altri. Uomo universale
-invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che
-giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno,
-fu certo uno dei più magnanimi e liberali e forse l'unico,
-che lo fece non per iscopi di vanità od ambizione, ma
-per obbedire ad un bisogno innato dell'animo suo.
-</p>
-
-<p>
-Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare
-altamente il pregio della cultura in generale e
-quello dell'antica in modo particolare. Ma una devozione
-al tutto entusiastica, una persuasione che questo
-bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun
-popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei
-Fiorentini del secolo XV e in parte anche del XVI. Le
-prove, benchè indirette, abbondano e sono tali da non
-lasciar dubbio alcuno in proposito: non si avrebbe si di
-frequente ammesso le figlie di famiglia a partecipare
-agli studi, se questi non fossero stati assolutamente considerati
-come il più prezioso ornamento della vita: non
-si sarebbe convertito l'esiglio in un soggiorno di pace
-e tranquillità, come fece Palla Strozzi; nè uomini, che
-del resto si permettevano ogni eccesso, avrebbero conservato
-tanta calma e forza di volontà da illustrare criticamente
-la storia naturale di Plinio, come fece Filippo
-Strozzi.<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a> Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo
-loro tanto più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-nostro non è che di investigare e far conoscere
-lo spirito di un'epoca per ciò che esso è veramente e
-quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni.
-Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in
-Italia, dove e singoli privati e intere associazioni misero
-in opera tutti i mezzi possibili per promuovere l'umanismo
-e per soccorrere i dotti che lo rappresentavano.
-Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si raccoglie
-una serie abbondantissima di notizie sulle persone
-che vi presero parte.<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a> Le tendenze ufficiali dei meglio
-istrutti davano quasi sempre l'indirizzo, in un senso o
-nell'altro, all'entusiasmo di tutti.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti
-principesche. Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo,
-condannati dal paro a non contare che sopra sè
-stessi e sul proprio ingegno, s'è già toccato altrove
-(v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa confessione,
-preferiva le corti alle città libere anche per un'altra
-ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che
-vi trovava. Al tempo, in cui sembrava che Alfonso il
-Magnanimo d'Aragona potesse farsi padrone di tutta
-Italia, Enea Silvio scriveva<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> ad un Sanese suo compatriota:
-«se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare
-la pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse
-per opera di un qualsiasi governo repubblicano,
-poichè un animo regale è sempre più proclive a premiare
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-il vero merito».<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a> Anche in questo riguardo i moderni
-s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato
-debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di
-adulatori prezzolati, appunto come in altri tempi, invece,
-dalle lodi esagerate degli umanisti si era tratto argomento
-per portare di questi stessi principi un troppo favorevole
-giudizio. Fatta la somma del pro' e del contro,
-resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor
-loro nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi
-alla testa della cultura del proprio tempo e del proprio
-paese, per quanto pure essa fosse imperfetta e ristretta.
-In alcuni Papi poi par quasi favolosa la tranquillità,
-con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel
-lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a>
-Nicolò V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa,
-perchè migliaia di dotti le stavano a fianco, pronti a
-difenderla e ad aiutarla. Pio II non si mostra invero
-troppo largo verso la scienza, e i poeti che rallegrano
-la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma,
-in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della
-repubblica letteraria e si compiace di questa gloria al
-tutto profana. Soltanto sotto Paolo II cominciarono i
-sospetti e le diffidenze contro la cultura umanistica dei
-secretari apostolici, e i suoi tre successori, Sisto, Innocenzo
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica
-e si lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla
-persino di una <i>Borgiade</i>, scritta probabilmente in esametri),<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>
-ma ebbero in generale ben altre preoccupazioni
-e cercarono appoggi più solidi, che non fossero le servili
-adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio II trovò i
-poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano
-tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.);
-ma non pare ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione.
-A lui successe Leone X: «dopo Romolo, Numa»,
-dissero i poeti d'allora, che, dopo un Pontificato tutto
-dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro alle
-Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben
-risonanti era una delle caratteristiche di Leone, e sta
-di fatto che la sua protezione a questo riguardo portò
-le cose ad un punto, che i poeti latini che lo circondavano,
-non rifinirono di esaltare con elegie, odi, epigrammi
-e sermoni innumerevoli<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a> la felicità di un'epoca,
-il cui carattere principale era quello di una spensierata
-allegria, sì ben dipinta dal Giovio nella vita di questo
-Papa. Forse nella storia occidentale non v'è un principe
-che sia stato tanto glorificato, con sì poche pagine nella
-sua vita veramente degne di lode. I poeti erano ammessi
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno,
-quando avean cessato di circondarlo i citaristi;<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a>
-ma uno dei migliori di quella schiera<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a> ci lascia intendere,
-che essi gli erano sempre al fianco tanto nei giardini,
-quanto nello stanze più segrete del suo palazzo, e
-chi avea la disgrazia di non poter giungere sino a lui,
-tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una
-supplica in forma di elegia, nella quale di solito si faceva
-intervenire tutto l'Olimpo.<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a> Imperocchè Leone, generoso
-sino alla prodigalità e desideroso di veder sempre
-visi allegri, donava con tale larghezza, che nei gretti
-tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>
-Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della
-Sapienza, s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare
-al di sotto del vero l'influenza esercitata da Leone
-sull'umanismo, bisogna tener l'occhio libero dalle molte
-ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve lasciarsi
-trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata
-(v. pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose:
-il giudizio deve fondarsi sulle grandi eventualità morali,
-che possono essere la conseguenza di un «primo impulso
-dato» e che veramente sfuggono nell'insieme di
-una rappresentazione generale, ma si palesano poi in singoli
-casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-dal 1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto
-d'Europa, ha pur sempre in un modo o nell'altro
-la sua origine nella iniziativa, che partì da Leone. Egli
-è quel Papa che, concedendo il privilegio allo stampatore
-delle opere di Tacito recentemente scoperte,<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> potè
-dire che «i grandi autori sono una guida della vita,
-un conforto nelle sventure», e che il favorire i dotti
-e il fare incetta di buoni libri gli è parsa sempre opera
-lodevolissima, per cui anche allora ringraziava il cielo
-di poter contribuire al bene dell'umanità incoraggiando
-la pubblicazione di quel libro.
-</p>
-
-<p>
-Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli
-artisti, fece fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i
-letterati e portò così la fama del grande mecenate fino
-alle più remote estremità della Penisola.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò
-maggiore entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo
-d'Aragona, re di Napoli (v. pag. 47). Sembra
-che questo entusiasmo in lui fosse veramente sincero, e
-che il mondo antico esistente nei monumenti e negli
-scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia,
-una gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto
-della sua vita. Con singolare leggerezza egli cedette
-l'inquieto suo regno d'Aragona al fratello, per dedicarsi
-interamente a quello, che recentemente aveva acquistato.
-Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora contemporaneamente,<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>
-Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane,
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita,
-facendoli suoi storiografi: quest'ultimo doveva
-ogni giorno spiegar qualche passo di Livio dinanzi al re
-e alla sua corte, anche duranti le spedizioni guerresche.
-Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila
-fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua <i>Historia
-Alphonsi</i>, una pensione annua di più che cinquecento ducati,
-ed oltre a ciò gli regalò mille cinquecento fiorini d'oro
-al termine dell'opera con queste parole: «non intendo
-con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non può
-esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie
-migliori città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi
-soddisfatto». Quando egli assunse Giannozzo
-Manotti a suo segretario, facendogli lautissime condizioni,
-gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio
-ultimo pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando
-questi andò alla sua corte per incarico della Signoria di
-Firenze a congratularsi del matrimonio del principe Ferrante,
-e l'impressione che n'avea ricevuto era stata sì
-grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato
-sul trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno
-muovere una mano «a cacciarsi gl'insetti». Il suo
-ritiro prediletto sembra essere stata la biblioteca del castello
-di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano
-di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti
-discutere, per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente
-religioso e, insieme a Livio e a Seneca, non
-mancava di farsi leggere anche la Bibbia, che sapeva
-quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual sorta di
-venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio
-in Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere,
-potè ottenere dai Veneziani un avambraccio del medesimo
-e lo accolse con pompa solenne a Napoli, chi sa
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel
-suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi
-gli fu mostrata da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed
-egli mandò un saluto a quella terra e ne ringraziò il
-genio tutelare: senza alcun dubbio egli si compiaceva dì
-veder confermata col fatto la profezia del grande poeta
-sulla sua fama avvenire.<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a> Una volta gli piacque di mostrarsi
-egli stesso in pubblico vestito all'antica, e fu
-appunto nel suo celebre ingresso in Napoli dopo la conquista
-(1443): non lungi dal mercato fu aperta nelle
-mura una breccia della larghezza di quaranta braccia;
-per questa egli passò condotto in un cocchio dorato,
-alla guisa di un trionfatore romano.<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a> Anche la ricordanza
-di questo fatto è stata eternata con uno splendido
-arco trionfale di marmo nel Castello nuovo. — I suoi
-successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco,
-nulla affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità,
-come di tutte le altre sue buone qualità in generale.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di
-Urbino,<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a> che si tenne d'attorno minor numero di cortigiani,
-non dissipò mai nulla, e, come in tutte le cose,
-così anche nel far rivivere l'antichità procedette con
-un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il vanto
-di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni
-dal greco e un numero rilevante delle più importanti
-interpretazioni, illustrazioni e simili. Egli spese molto,
-ma con saggezza, nelle persone che adoperava. Poeti di
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-corte non ce ne furono mai ad Urbino; il principe stesso
-era il personaggio il più dotto. Veramente l'antichità non
-fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire perfetto
-come uomo, come capitano e come principe, egli si
-studiò di possedere molta parte del sapere d'allora in
-generale, e, che è più, per iscopi pratici, mirando più
-alla sostanza che alla forma. Come teologo, per esempio,
-egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo Scoto e conosceva
-anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente
-e d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia
-sembra che abbia lasciato interamente Platone alle
-predilezioni di Cosimo suo contemporaneo; ma di Aristotile
-conosceva non soltanto l'Etica e la Politica, ma
-anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue letture
-pare che predilegesse in modo speciale gli antichi
-storici, che possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava
-egli sempre a leggere e a farsi leggere».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a>
-e proteggono gli studi, come abbiamo già avuto occasione
-di accennare (v. pag. 37, 53). Il duca Francesco, a
-quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli riguardava la
-cultura umanistica come un ornamento indispensabile, e
-ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio
-inestimabile, che il principe potesse trattare cogli
-uomini più colti da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente
-latinista egli stesso, mostrò più tardi un vivo
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-interessamento per ogni genere di cultura, senza limitarsi
-alla sola antichità (v. pag. 56).
-</p>
-
-<p>
-Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil
-genere di gloria, e si fa loro un gran torto se si
-crede che non abbiano mantenuto i loro letterati di corte
-per altro fine, che per esserne celebrati e adulati. Di
-un principe quale fu Borso di Ferrara (v. pag. 46),
-non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità,
-che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche
-questi abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e
-simili; egli era troppo persuaso della sua potenza, per
-scendere a tanto; ma la compagnia dei dotti, il culto
-dell'antichità e una elegante epistolografia latina erano
-cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza.
-Quante volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure
-aveva tanta cultura, (v. pag. 63), che la sua gracilità
-in gioventù lo abbia costretto a cercare distrazioni e
-salute unicamente nel lavoro manuale!<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a> Ma chi potrebbe
-dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non
-li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i
-letterati? In un'anima come la sua la simulazione era
-abituale, nè giunsero mai a leggervi nettamente per entro
-nemmeno i suoi contemporanei.
-</p>
-
-<p>
-Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono
-il bisogno di avere uno o più umanisti alla loro corte:
-e in tal caso il maestro di casa o il segretario diventano
-per un tempo più o meno lungo il personaggio più importante
-fra tutti quelli che circondano il principe.<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a>
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con
-troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano
-e non sono inezie, e si dimentica che nell'ordine
-morale i fatti più salienti sono appunto quelli, che non
-obbediscono a nessuna regola, o consuetudine.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata
-la corte di Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero
-Sigismondo Malatesta. Egli aveva intorno a sè un
-certo numero di filologi, taluni dei quali erano riccamente
-provvisti anche col possesso di qualche podere,
-altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo
-lo stipendio di ufficiali e servendo anche in tale qualità.<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>
-Essi tenevano frequenti ed acri dispute nel castello di
-Sigismondo (<i>arx sismundea</i>), presente lo stesso «re»,
-come essi lo chiamavano; naturalmente le loro poesie
-latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori
-con la bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre
-ricostruzione della chiesa di S. Francesco in Rimini,
-per convertirla in monumento sepolcrale: <i>Divae
-Isottae sacrum</i>. E quando i filosofi muojono, son
-collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle
-pareti esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-tempo della morte di ciascuno e segna l'anno del regno
-di Sigismondo, figlio di Pandolfo.<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a> Dire oggidì che un
-mostro simile amava la scultura e la compagnia dei dotti,
-parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile; pure
-l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare
-in effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo
-conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia,
-e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva».<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span></p>
-
-<h3 id="cap7-3">CAPITOLO VII.
-<span class="smaller">Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le
-Repubbliche, quanto i Principi e i Papi non credevano
-poter far senza degli umanisti: la redazione delle corrispondenze
-epistolari, e la preparazione dei discorsi da
-tenere in pubblico o nelle solenni circostanze.
-</p>
-
-<p>
-Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere
-un buon latinista, ma anzi si crede che solo un umanista
-possegga le attitudini e la cultura necessarie per
-essere un buon segretario. Ammessa una tale supposizione,
-s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri
-scienziati del secolo XV abbiano per la massima
-parte consacrato in tal modo una parte considerevole
-della loro vita al servizio dello Stato. Nella scelta non
-si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè all'origine
-del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono
-la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a> tre
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-erano originari della soggetta città di Arezzo, vale a
-dire Leonardo (Bruni), Carlo (Marzuppini) e Benedetto
-Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova, ugualmente
-nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una consuetudine
-invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori
-uffici della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo
-Manetti furono anche ad intervalli cancellieri segreti
-dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli pur divenirlo.
-Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da
-ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio.
-Da Nicolò V e Pio II in avanti<a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a> il palazzo papale attira
-le menti più poderose nella sua cancelleria, e ciò
-accade perfino sotto gli ultimi Papi del secolo XV, tutt'altro
-che devoti al culto della letteratura. Nella Storia
-dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un
-atto di vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che
-non seppe trattare come meritavano i suoi cancellieri,
-quella splendida riunione di «poeti ed oratori, che impartiva
-alla Curia altrettanto lustro, quanto ne riceveva».
-Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle
-prese fra loro, quando sorge una questione di preminenza,
-o quando, per esempio, gli avvocati concistoriali
-vogliono stare in pari rango con loro, o, peggio ancora,
-si arrogano di sorpassarli!<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a> Tutto ad un tratto le citazioni
-piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di
-Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-anticipatamente gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano
-di Porsenna, che da Muzio Scevola fu scambiato
-pel re stesso, un terzo nomina Mecenate, depositario
-dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania
-gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri,
-e simili.<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> «Gli scrittori apostolici hanno nelle
-loro mani i più importanti affari del mondo; imperocchè
-chi, all'infuori di essi, determina i punti della fede
-cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce la pace, compone
-le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non
-essi, redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera
-Cristianità? Sono essi che destano la maraviglia
-nei re, nei principi e nei popoli con tutto ciò che
-viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e
-le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè
-dal Papa, ai servigi del quale sono sempre pronti
-ed attivi in qualsiasi ora del giorno e della notte».
-Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della gloria e
-della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di
-Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante;
-anzi la maggior parte di esse usano uno stile assai grossolano
-in un latino, che non ha alcuna purezza. Nei documenti
-milanesi riportati dal Corio, accanto a forme di
-questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente
-attico un paio di lettere, che debbono essere state
-scritte da membri della stessa famiglia regnante e in momenti
-di supremo pericolo.<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a> Ciò mostra che l'eleganza
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-della dizione si reputava necessaria in ogni momento
-della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una
-abitudine.
-</p>
-
-<p>
-È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero
-studiate a que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone,
-di Plinio e d'altri. Ancora nel secolo XV comparve
-una serie di manuali e formularj di epistolari
-latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali
-e lessicografici), la cui moltitudine desta anche
-oggidì la maraviglia nelle biblioteche. Ma quanto più
-gli inetti non esitavano a servirsi di tali aiuti, tanto
-più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno di
-tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano,
-e un po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono
-riguardate come capilavori inarrivabili non solo di
-stile latino, ma di epistolografia in genere.
-</p>
-
-<p>
-Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno
-stile epistolare classico italiano, nel quale di nuovo il
-Bembo porta il vanto su tutti. È un modo di scrivere
-affatto moderno e che si scosta in tutto dalla forma latina,
-ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza
-si mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste
-lettere sono scritte bensì in parte in via confidenziale,
-ma per lo più con la vista di una possibile pubblicazione,
-e sempre poi colla supposizione che potessero
-essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530
-in poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-lettere diverse messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze
-speciali di singoli autori, e lo stesso Bembo acquistò
-fama di eccellente epistolografo non solo nella lingua
-latina, ma anche nell'italiana.<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span></p>
-
-<h3 id="cap8-3">CAPITOLO VIII.
-<span class="smaller">L'eloquenza latina.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di
-materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi
-accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento
-dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni
-finte. — Scadimento dell'eloquenza.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è
-la posizione dell'oratore<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> in un'epoca e presso un popolo,
-in cui l'ascoltare è un piacere assai ricercato e
-in cui inoltre le memorie del senato romano e de' suoi
-oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza appare
-ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel
-medio-evo aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai
-un elemento necessario, ed un ornamento di ogni uomo
-posto in condizione alquanto elevata. Moltissimi momenti
-solenni della vita, che ora sono riempiti dalla musica,
-in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o
-italiane. Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio
-sulla maggiore opportunità dell'uno o dell'altro di
-tali trattenimenti.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-</p>
-
-<p>
-La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente;
-ciò che innanzi tutto si ricercava in lui era
-un ingegno e una cultura umanistica superiori ad ogni
-critica. Alla corte di Borso in Ferrara il medico del
-duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del
-ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico
-III, che al papa Pio II.<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a> Egli era d'uso altresì che
-laici, anche ammogliati, potessero salire il pergamo nelle
-chiese e parlare di là in ogni occasione solenne o funebre,
-e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai Padri non
-italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana
-quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio
-chiamò a tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva
-ancora ricevuto verun ordine sacro; ma in fine vi si
-adattarono e stettero ad udirlo con la più viva attenzione.<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più
-importanti e più frequenti delle pubbliche concioni.
-Non per nulla, innanzi tutto, si dicono oratori gli
-inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni segrete
-vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno,
-un discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva
-solenne.<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a> Ordinariamente uno del personale della
-ambasceria, spesso assai numerosa, prendeva la parola
-per tutti; ma una volta accadde a Pio II, dal quale,
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito,
-che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a>
-Poi parlavano volentieri anche i principi, per lo
-più dotti e ugualmente padroni delle eleganze latine e
-italiane. I figli della famiglia Sforza furono assai per
-tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, ancor
-giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi
-al Gran Consiglio di Venezia,<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a> e sua sorella Ippolita salutò
-nel 1459 al Congresso di Mantova il papa Pio II
-con un forbito discorso.<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a> Lo stesso Pio II s'è preparata
-da sè l'alta posizione cui giunse col fascino irresistibile
-della sua eloquenza, nè senza essa forse vi sarebbe
-mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e
-alla sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo)
-rapiva, quanto l'impeto della sua parola».<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>
-Questa fu certo la causa principale, per cui moltissimi
-lo reputarono degno del Papato, ancora prima che fosse
-eletto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento
-si recitasse dinanzi ai principi una orazione, che
-di frequente durava una qualche ora. Naturalmente ciò
-non accadeva se non quando il principe era noto per
-particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>
-e quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio,
-un letterato di corte, un professore di università,
-un funzionario pubblico, un medico od un ecclesiastico.
-</p>
-
-<p>
-Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi
-altra occasione politica, e, secondo la fama dell'oratore,
-era più o meno grande il concorso dei cultori dell'arte.
-Nelle nomine annuali dei pubblici ufficiali e nell'ingresso
-de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista non dovea mancare
-di arringarli con un discorso o talvolta anche con
-odi saffiche e con esametri;<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a> e alla sua volta nessun
-funzionario pubblico poteva assumere il suo ufficio senza
-tenere un indispensabile discorso di circostanza, per esempio,
-sulla giustizia, e simili: e fortunato colui, che meglio
-riusciva. In Firenze si costrinsero perfino i Condottieri,
-chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli
-arringare, nel momento di conferir loro il supremo
-comando, dal più dotto dei segretari dello Stato in presenza
-di tutto il popolo.<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> Sembra che nella Loggia dei
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-Lanzi, l'aula solenne dove il governo soleva presentarsi
-al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli oratori
-(<i>rostro, ringhiera</i>).
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-I giorni anniversari della morte di qualche principe
-venivano in modo speciale solennizzati con discorsi commemorativi.
-Anche l'orazione funebre propriamente detta
-era quasi sempre di spettanza particolare dell'umanista,
-il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre
-vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi,
-ma anche di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio
-ragguardevole.<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a> Altrettanto accadeva dei discorsi
-in occasione di sponsali e di nozze, salvo che questi
-non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma
-bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli
-sponsali di Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto
-nel castello di Milano. (Ma potrebbe anche essere stato
-pronunciato nella cappella del Palazzo). Anche illustri
-famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come
-di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni
-a Ferrara si usava, senz'altro, di pregare il Guarino<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a>
-a voler mandare qualcuno de' suoi scolari. La Chiesa,
-come tale, non interveniva nè nelle nozze, nè nei funerali
-se non colle proprie ceremonie.
-</p>
-
-<p>
-Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento
-di nuovi professori, o tenuti dai professori
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-stessi nell'apertura dei corsi delle loro lezioni,<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a> abbondavano
-per lo più di molte frondi rettoriche. L'ordinaria
-lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa assai di frequente
-ad una orazione propriamente detta.<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a>
-</p>
-
-<p>
-Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano
-questa o quella forma secondo la qualità dell'uditorio,
-dinanzi al quale dovevano essere pronunciate; ma anch'esse
-talvolta s'infioravano di ornamenti raccolti nel
-campo della filosofia e dell'antiquaria.
-</p>
-
-<p>
-Un genere affatto speciale di eloquenza era quello
-delle allocuzioni militari, che si tenevano sempre in lingua
-italiana prima o dopo la battaglia. In queste avea
-fama di eccellente Federigo da Urbino,<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a> la cui parola
-infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per
-la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli
-scrittori di cose militari del secolo XV, per esempio dal
-Porcellio (v. pag. 135), può sembrar finta in parte, ma
-in parte si basa effettivamente su parole, che furono
-pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le allocuzioni
-alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno
-1506 principalmente per impulso del Machiavelli,<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a>
-in occasione delle riviste e, più tardi, nella ricorrenza di
-una speciale festività annua. Esse non miravano che a
-tener vivo il patriottismo in generale, ed erano pronunciate
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie
-stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza
-e con una spada in mano.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Finalmente la predica propriamente detta talvolta
-non si differenzia nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione,
-in quanto che molti ecclesiastici s'erano messi
-anch'essi allo studio dell'antichità e volevano esservi
-tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un oratore
-affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato
-come santo, si credette in dovere di non dispregiare i
-precetti rettorici del celebre Guarino, quantunque non
-si fosse proposto di predicare che in lingua italiana. Le
-esigenze, specialmente verso i predicatori della quaresima,
-non erano senza dubbio in allora minori, che in
-qualsiasi altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche
-un uditorio, che era in grado di star ad udire questioni
-di filosofia trattate dal pergamo, e che anzi, a titolo di
-cultura, le pretendeva.<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> Ma qui noi parliamo specialmente
-dei più illustri predicatori latini di circostanza.
-Più di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro
-rubata dai dotti laici, ai quali di regola lasciavansi tutte
-le orazioni panegiriche e funebri, i discorsi gratulatori
-o per nozze o per ingresso di vescovi o per celebrazione
-di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle
-feste commemorative di qualche ordine religioso.<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a> Ma
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-alla corte papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori
-ordinariamente nel secolo XV non erano che
-monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV Jacopo da Volterra
-nomina e critica severamente, dal punto di vista
-dell'arte, questi oratori.<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> Fedra Inghirami, celebre per
-tal genere di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno
-ricevuto gli ordini sacri e godeva un canonicato
-in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove contavasi
-già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In
-generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in
-questo come in altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi
-degli umanisti profani; ma di ciò avremo occasione
-di parlare più innanzi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di
-questi discorsi presi nel loro insieme? Una naturale facilità
-a ben parlare non pare che sia mai mancata agli
-italiani neanche nel medio-evo, e da tempo antichissimo
-fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si diceva
-la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio
-dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce
-Filippo Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno
-Casini fiorentino,<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a> che morì ancor giovane della pestilenza
-del 1348. Con intendimenti affatto pratici, vale a
-dire, per addestrare i fiorentini a parlare facilmente e
-con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli
-dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione,
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-alla declamazione, al gesto e al modo di contenersi
-in generale. Ma anche senza di questa, non
-mancano altre testimonianze, le quali parlano di una
-educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti
-nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto
-il poter con elegante improvvisazione latina suggerire
-in qualsiasi circostanza una deliberazione od un provvedimento
-pubblico. Lo studio sempre crescente delle
-orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano
-e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi
-manuali,<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a> gli aiuti che si traevano dal progredire continuo
-della filologia in generale, e la grande abbondanza
-di materiali antichi, con cui si poteva e doveva infiorare
-i propri pensieri, furono circostanze che contribuirono
-non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo
-gl'individui. Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera
-eloquenza, specialmente quelli, che non divagano dall'argomento,
-e tali sono, generalmente parlando, tutti i discorsi
-di Pio II, che sono pervenuti sino a noi. Dopo
-ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>
-lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori,
-dei quali v'è scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da
-lui tenute dinanzi a Nicolò V e ai Dogi e al Consiglio
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la cui memoria
-sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti
-oratori profittavano dell'occasione per stemperare il discorso
-in adulazioni verso illustri uditori e per affastellarvi
-alla rinfusa un ammasso enorme di erudizione.
-Come fosse possibile affaticar in tal modo l'attenzione
-altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si
-spiega se non dal grande interessamento, che allora si
-nutriva per l'antichità, e dalla imperfezione e relativa
-rarità dei libri, prima della diffusione della stampa. Tali
-discorsi avevano però sempre quella specie di merito,
-che noi abbiamo cercato di rivendicare ad alcune lettere
-del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo
-oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono
-un labirinto inestricabile di citazioni classiche e bibliche,
-innestate in una tessera generale di luoghi comuni: in
-mezzo a ciò la personalità dei grandi, che egli vuol celebrare,
-è giudicata sopra uno schema qualunque (per
-esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica
-enorme a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che
-vi stanno per entro. Il discorso di un professore e letterato
-di Piacenza, fatto pel ricevimento del duca Galeazzo
-Maria nell'anno 1467, comincia col parlare di
-C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio
-di citazioni antiche e di allusioni ad un opera
-allegorica sua propria, e conclude con ammaestramenti
-buoni, ma in quel caso indiscreti, al principe stesso.<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a>
-Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era già di
-troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette
-accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-comincia un'orazione nuziale colle parole: <i>Quel peripatetico
-Aristotile</i> ecc. Altri esclamano sino dal bel principio:
-<i>Pubblio Cornelio Scipione</i> ecc., proprio come se
-essi e i loro uditori fossero impazienti di avere una citazione.
-Col finire del secolo XV il gusto si purifica
-tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini:
-d'allora in poi si procede con molto maggiore parsimonia
-nelle citazioni, anche perchè in quel frattempo s'era di
-molto accresciuto il numero delle opere da consultare,
-nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto trovar
-pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo
-era stato possibile di destare l'ammirazione dei principi
-e lo stupore dei popoli.
-</p>
-
-<p>
-Siccome i discorsi per la maggior parte venivano
-preparati al tavolo, così i manoscritti servirono immediatamente
-ad una ulteriore diffusione e pubblicazione dei
-medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori bisognava
-tener dietro facendo uso della stenografia.<a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a> — Inoltre
-non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate
-alla recitazione; per esempio, il panegirico di
-Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro è un lavoro,
-che non fu se non inviato per iscritto.<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a> E a quel modo
-che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per
-tutte le parti del mondo, come semplici esercitazioni e
-formulari, od anche come scritti d'occasione, così vi
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-erano anche discorsi per circostanze affatto inventate,<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>
-quasi altrettanti modelli per allocuzioni a grandi dignitari,
-principi, vescovi e simili.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521)
-e il sacco di Roma (1527) segnano il termine della decadenza.
-Sfuggito a stento all'eccidio della città eterna,
-il Giovio accenna,<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a> da un punto di vista troppo ristretto,
-ma tuttavia con molta verità, alle cause di quello scadimento
-con queste parole:
-</p>
-
-<p>
-«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di
-Terenzio, una volta scuola utilissima di eleganze latine
-per gli illustri romani, sono sbalzate di seggio
-dalle commedie italiane. Il forbito oratore non trova
-più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli
-avvocati concistoriali, ad esempio, non lavorano che
-i proemi dei loro discorsi, e nel resto declamano scompostamente
-ed a sbalzi, secondo l'impressione del momento.
-Anche i discorsi di circostanza e le prediche
-sono in gran decadenza. Se si ha da fare un'orazione
-funebre per un cardinale o per qualsiasi altro grande
-personaggio, gli esecutori testamentarii non si rivolgono
-al migliore oratore della città, che dovrebbero
-retribuire con un centinaio di monete d'oro, ma prendono
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-a pigione per poco o per nulla il primo vanitoso
-pedante che capita loro tra le mani, il quale non
-aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di
-tutti, sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto,
-si dice, non ne sa nulla, quand'anche salisse in cattedra
-una scimmia vestita a lutto e vi intonasse un
-rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più
-forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in
-occasione delle grandi ceremonie e feste papali, non
-danno più alcun vero lucro; monaci di tutti gli ordini
-ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano
-nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni
-or sono una predica di questo genere, recitata alla
-presenza del Papa, poteva servire di scala ad un vescovato».
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span></p>
-
-<h3 id="cap9-3">CAPITOLO IX.
-<span class="smaller">I trattatisti latini.</span></h3>
-</div>
-
-<p>
-All'epistolografia e all'eloquenza degli umanisti aggiungeremo
-qui anche le altre loro produzioni, che al
-tempo stesso sono più o meno riproduzioni dell'antichità.
-</p>
-
-<p>
-A queste appartiene innanzi tutto il trattato sotto
-forma propria o di dialogo,<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a> la quale ultima è stata direttamente
-imitata da Cicerone. Per essere abbastanza
-giusti con questo genere di componimento e per non
-respingerlo anticipatamente come una vera sorgente di
-noja, si devono considerare due cose. Il secolo, che usciva
-dal medio-evo, avea bisogno in molte questioni d'indole
-morale e filosofica di un organo intermediario tra esso
-e l'antichità, e quest'ufficio se l'appropriarono ora gli
-scrittori di trattati e di dialoghi. Molte cose, che in
-questi ci sembra luoghi comuni, erano per essi e pei
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-loro contemporanei un modo nuovo di guardare certi
-argomenti, sui quali nessuno, dall'antichità in poi, s'era
-mai pronunciato, e a cui essi non erano pervenuti senza
-uno sforzo lungo e faticoso. Oltre a ciò, anche la lingua
-(tanto la latina, che l'italiana) maneggiata con più libertà
-e larghezza che non nei racconti storici o nelle orazioni
-o nelle lettere, acquistò nei trattati una maggiore padronanza
-di sè e attrasse in modo speciale; tanto è vero
-che anche oggidì taluno di essi, specialmente gli italiani,
-passano come modelli di prosa eccellente. Parecchi di
-questi lavori furono già da noi menzionati, o saranno,
-per l'indole delle cose che contengono; qui non dobbiamo
-accennare che al genere in sè medesimo. Dalle lettere
-e dai trattati del Petrarca in avanti, sin verso la fine
-del secolo XV, prevale nella maggior parte di essi la
-tendenza ad appropriarsi i materiali antichi, come nell'eloquenza;
-ma poi tutto il genere si delinea più nettamente,
-specialmente nei trattati scritti in lingua italiana, e con
-gli <i>Asolani</i> del Bembo e colla <i>Vita sobria</i> di Luigi
-Cornaro giunge ad una perfezione veramente classica.
-A ciò senza dubbio contribuì l'essersi frattanto tutti quei
-materiali antichi come depositati in grandi raccolte speciali,
-oggimai stampate, e l'essersi quindi potuti anche
-i trattatisti liberare una volta per sempre da quel faticoso
-ingombro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></p>
-
-<h3 id="cap10-3">CAPITOLO X.
-<span class="smaller">La Storiografia.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il Biondo. — Primordi
-della critica. — Rapporti colla storiografia italiana.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile
-che cadesse nelle mani degli umanisti. Questo fatto non
-può non essere deplorato altamente, non appena si istituisca
-un paragone, sia pur rapido e superficiale, tra le
-storie di questo tempo e le cronache anteriori e specialmente
-quelle dei Villani così splendide, così ricche di
-vita e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto
-a queste, non sembri affatto sbiadito, convenzionale
-e artificioso tutto ciò che fu scritto dagli umanisti e in
-modo particolare dai loro immediati e più celebri successori
-nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo
-Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si
-prova, pensando che sotto alle frasi liviane e cesariane
-di un Facio, di un Sabellico, di un Foglietta, d'un Senarega,
-d'un Platina (<i>storia di Mantova</i>), di un Bembo
-(<i>annali di Venezia</i>) e perfino di un Giovio (<i>storie</i>) se
-ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge
-affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una
-esposizione nitida e chiara degli avvenimenti! La sfiducia
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-poi cresce, quando si scorge che si cercò di imitar Livio
-appunto in ciò, in cui era men degno di imitazione, vale
-a dire,<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a> nell'aver voluto «rivestire di forme splendide
-e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per
-ultimo si resta compiutamente disillusi, quando s'incontra
-la strana confessione, che la storia debba per proprio
-istituto allettare, eccitare e scuotere il lettore mediante
-tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno, come se
-essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza
-di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se
-anche il disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi
-umanisti talvolta apertamente professano,<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> non abbia per
-avventura esercitato una dannosa influenza sul loro modo
-di trattare la storia? Certo è che il lettore involontariamente
-presta maggiore attenzione e fiducia ai modesti
-annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica
-maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di
-Ferrara, e più ancora ai migliori fra i cronisti propriamente
-detti che scrissero in italiano, quali un Marin
-Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero a quella
-schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe
-tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV.
-</p>
-
-<p>
-E veramente la storia contemporanea acquistava senza
-contrasto un più libero movimento nella lingua del paese,
-di quello che se costretta nelle spire dell'artificioso periodare
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-latino. Se poi anche al racconto delle cose antiche,
-e alle questioni erudite convenisse meglio la lingua
-italiana, è una questione, che per quel tempo ammette
-più d'una risposta. Il latino in allora era la lingua
-usata dai dotti non solo in senso internazionale, vale
-a dire tra francesi, inglesi, italiani, ecc., ma anche più
-strettamente in senso interprovinciale, cioè tra lombardi,
-veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel
-loro modo di scrivere italiano toscaneggiassero e non
-conservassero quasi più traccia alcuna del loro dialetto,
-non giunsero però mai a guadagnarsi il suffragio, in
-questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di questo
-si poteva facilmente far senza quando si trattava di
-scrivere una storia contemporanea locale, che trovava
-lettori bastanti nel luogo stesso dov'era scritta, ma non
-altrettanto facilmente in una storia dei tempi passati,
-per la quale si domandava un circolo molto più esteso
-di lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare
-l'interesse locale del popolo a quello più generale
-dei dotti. E infatti qual celebrità avrebbe acquistato
-il Biondo da Forlì, se avesse scritto le dotte sue opere
-in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola? Certamente
-queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi
-al disprezzo de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono
-una grandissima influenza su tutti i dotti dell'occidente.
-E ciò è così vero, che tra i fiorentini stessi
-nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto
-perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano
-ad una più facile diffusione delle loro opere.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia
-contemporanea, che non la cedono in nulla alle più eccellenti
-storie italiane. Non appena si abbandonò la esposizione
-oratoria degli avvenimenti fatta al modo di Livio,
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi appaiono
-come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che
-nelle loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a
-seguire, mostransi ad un tratto eccellenti nel trattar la
-forma biografica. Di Tristano Caracciolo, delle Biografie
-del Facio, della Topografia veneziana del Sabellico abbiamo
-già avuto occasione di parlare altrove; su altri
-torneremo più tardi.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi
-innanzi tutto e naturalmente all'antichità classica;
-ora, ciò che indarno si crederebbe trovare presso questi
-stessi umanisti, e che pur si trova, sono singoli lavori
-di una certa importanza intorno alla storia generale del
-medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo
-riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia
-dove finisce quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a
-caso aprisse le Decadi di Biondo da Forlì, stupirebbe di
-trovarvi una storia universale <i>ab inclinatione Romanorum
-imperii</i>, come in Gibbon, piena di studi fatti
-sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime
-trecento pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo
-sino alla morte di Federigo II. E tutto questo
-facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi si era ancora alle
-note Cronache papali e imperiali e al <i>Fasciculus temporum</i>.
-Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente
-di quali scritti il Biondo si sia giovato e dove
-li abbia trovati tutti riuniti; ma nella storia della moderna
-storiografia converrà pure che gli sia resa quando
-che sia piena giustizia. Già anche per questo libro soltanto
-si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità
-fu quello, che rese possibile anche lo studio dei
-medio-evo, abituando per la prima volta le menti alla
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-considerazione obbiettiva della storia. Certamente s'aggiungeva
-anche il fatto che il medio-evo era veramente
-passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era
-il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente
-non si potrebbe dire con altrettanta verità, che
-esso sia stato giudicato con giustizia e molto meno con
-pietosa venerazione; poichè nelle arti si insinua un ostinato
-pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli umanisti
-non riconoscono il principio di un'êra nuova, se
-non dal tempo in cui essi poterono esclusivamente prevalere.
-</p>
-
-<p>
-«Io comincio, dice il Boccaccio,<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a> a sperare ed a
-credere, che Dio abbia avuto pietà del nome italiano,
-dopochè veggo che la sua inesaurabile bontà mette
-nel petto degli Italiani anime, che somigliano a quelle
-degli antichi in quanto cercano la gloria per altre
-vie, che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire
-sul sentiero della poesia, che rende immortali». Ma
-questo modo di vedere ristretto ed ingiusto non impediva
-agli uomini più altamente dotati di approfondire
-l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto
-d'Europa non se ne parlava nemmeno; e si formò pel
-medio-evo una critica storica appunto per questo, che
-la trattazione razionale di qualsiasi argomento doveva
-tornar buona agli umanisti anche per questa materia
-storica. Nel secolo XV essa penetra ormai in tutte le
-storie delle singole città per guisa tale, che le posteriori
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-leggende favolose della storia primitiva di Firenze,
-Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del
-nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi
-innanzi colle loro narrazioni fantastiche inventate
-sino dal secolo XIII e prive per la maggior parte di
-qualsiasi valore.
-</p>
-
-<p>
-Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento
-di gloria, che era sì profondo nel secolo XV,
-abbiamo già toccato più sopra, parlando di Firenze
-(pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e,
-come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>
-un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò
-il suo governo a spedire anch'esso un proprio oratore,
-così ora i veneziani sentirono il bisogno di una storia,
-che potesse reggere al paragone di quelle di Leonardo
-Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che
-nacquero nel secolo XV le <i>Decadi</i> del Sabellico, e nel
-XVI la <i>Historia rerum venetarum</i> di Pietro Bembo,
-opere che furono scritte ambedue per espresso incarico
-della Repubblica, l'ultima quale continuazione della
-prima.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini
-del principio del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini
-affatto diversi dai latinisti Giovio e Bembo. Essi
-scrivono in italiano, non solamente perchè non possono
-più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani
-d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli,
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-presentare sotto una forma viva ciò che essi hanno appreso
-da una osservazione immediata e personale,<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a> e
-perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il Varchi e la
-maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar
-le cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando
-essi scrivono per un numero ristretto d'amici, come fece
-Francesco Vettori, sentono un bisogno irresistibile di
-dichiarare la parte che presero negli avvenimenti, e di
-giustificare così il loro interessamento per gli uomini e
-le cose, che vengono ricordando.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere
-proprio e speciale della loro lingua e del loro
-stile, essi appaiono talmente compenetrati dello spirito
-dell'antichità, che senza di essa non si potrebbero neanche
-immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma
-passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano
-un'impronta molto più spiccata, che non la maggior
-parte dei latinisti seguaci di Livio: son cittadini, che
-scrivono pei loro concittadini, a quel modo che facevano
-gli antichi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span></p>
-
-<h3 id="cap11-3">CAPITOLO XI.
-<span class="smaller">Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto
-del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle
-altre scienze speciali; ognuna di esse ha la sua storia
-particolare, nella quale gli archeologi italiani di questo
-tempo, specialmente per la sostanzialità delle cose antiche
-da essi scoperte,<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a> segnano un momento affatto nuovo
-e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente,
-gli ulteriori progressi di ciascuna scienza nel
-tempo moderno. Anche per ciò che riguarda la filosofia,
-noi dobbiamo rinviare alla sua storia speciale. L'influenza
-degli antichi filosofi sulla cultura italiana appare talvolta
-immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha luogo
-specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele,
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-principalmente quelle contenute nell'Etica,<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a> assai
-per tempo diffusa, e nella Politica, erano divenute un
-patrimonio comune di tutti i dotti d'Italia, e come tutta
-la speculazione filosofica fosse padroneggiata da lui.<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a> Il
-secondo per contrario si verifica ogni volta che si voglia
-tener conto della scarsa influenza dogmatica degli
-antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici
-fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che
-si scambia comunemente per una tale influenza, non è,
-nel più dei casi, se non un effetto della cultura in generale,
-una conseguenza delle forme sociali di svolgimento
-dello spirito italiano. Parlando della religione,
-avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione
-su questo argomento. Ma nella massima parte dei
-casi non trattasi neppure della cultura in generale, bensì
-soltanto delle manifestazioni di singole persone o di dotte
-società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe fare
-una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche
-dottrine ed una semplice adozione portata dalla moda.
-Infatti per molti il culto e l'imitazione dell'antichità non
-era che una moda, perfino per taluni, che in essa avevano
-cognizioni molto serie e profonde.
-</p>
-
-<p>
-Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò,
-che ha un tal quale aspetto di affettazione nel nostro
-secolo, lo avesse realmente anche a quel tempo. L'uso
-di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre più
-bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-femminili) attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo
-per gli eroi dell'antichità era maggiore che non
-pei santi del cristianesimo, non può parere strano, che
-le famiglie illustri preferissero di chiamare i loro figli
-Agamennone, Achille e Tideo,<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a> e che il pittore imponesse
-il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva
-a sua figlia.<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> Nè si troverà neanche fuor di ragione che,
-invece di un nome di casato, dal quale in generale non
-si voleva chiamarsi, si adottasse un nome antico ben
-risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla
-patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti
-di un dato luogo, senza essere ancora diventati nomi di
-famiglia, vi si rinunciava assai volentieri, specialmente
-ogni volta che il luogo si denominasse da un qualche
-santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre
-Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia,
-seppe conquistarsi da sè una posizione al di fuori
-mediante la sua dottrina, avea ben diritto, fosse anche
-stato un Sanseverino, di ribattezzarsi orgogliosamente
-in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice traduzione
-di un nome di lingua greca o latina (uso che
-fu poi adottato quasi esclusivamente in Germania) può
-ben essere perdonata ad una generazione, che parlava e
-scriveva in latino, e che tanto in prosa, quanto in verso
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce
-pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso,
-introdotto più tardi, di mutare un nome di persona o di
-casato solo per metà sino a dargli una cadenza classica
-od anche un nuovo senso, come quando di Giovanni si
-fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di
-Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso,
-Lucio Crasso, e così via. L'Ariosto, che di queste debolezze
-ride così amaramente,<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a> ebbe ancor tanto di vita
-da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle sue eroine
-ad alcuni fanciulli.<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a>
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale,
-nomi di uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non
-deve giudicarsi con troppa severità. Sino a che si stava
-contenti ad un latino semplice e facile, come forse era
-il caso di tutti i latinisti, che vissero tra il tempo del
-Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto
-frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò
-a volere un latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora
-le cose moderne non poterono più nella loro totalità
-essere espresse nello stile antico, se non ribattezzandole
-artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero
-di chiamare i consiglieri municipali col nome <i>patres
-conscripti</i>, le monache con quello di <i>virgines vestales</i>,
-ogni santo con quello di <i>divus</i> o <i>deus</i>, mentre scrittori
-di gusto più raffinato, come Paolo Giovio, probabilmente
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-non ricorrevano a simili travestimenti se non quando
-era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè
-il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna
-speciale importanza, in lui offende meno che in altri il
-sentir chiamare <i>senatores</i> i cardinali, <i>princeps senatus</i>
-il loro decano, <i>Dirae</i> la scomunica,<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> <i>Lupercalia</i> il carnevale,
-e così via. Egli è appunto da questo autore
-principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si
-debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche
-dedurre troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo
-generale del pensiero d'allora.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla
-storia dello stile latino considerato in sè stesso e nelle
-varie fasi del suo sviluppo. Basterà dunque che sia notato
-come gli umanisti, per due secoli di seguito, abbiano
-continuato a condursi in modo, come se la lingua
-latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare
-l'unica degna di essere scritta. Il Poggio deplora<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a> che
-Dante abbia steso il suo grande poema in lingua italiana,
-e d'altra parte è noto universalmente che egli
-avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-scritto in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire
-della poesia italiana dipendette dal fatto, che egli
-abbandonò poscia questo suo primo pensiero; ma anche
-il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria dalle sue
-poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e
-pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta
-in sulle prime altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide
-maggiore di questa non s'è vista mai nel campo della
-letteratura;<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> ma, ciò non ostante, la poesia seppe in
-gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire, anche
-senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un
-bene, che la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione
-due lingue, poichè in entrambe essa ha dato frutti
-diversi ed eccellenti, e precisamente tali dal mostrar
-chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma
-latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto
-anche della prosa: la posizione e la fama mondiale della
-cultura italiana era vincolata a questa condizione, che
-alcuni argomenti dovessero essere trattati nella lingua
-allora universale — <i>urbi et orbi</i>, —<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a> mentre la prosa
-italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro,
-i quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere
-in latino.
-</p>
-
-<p>
-Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza
-contrasto come il modello più perfetto della prosa latina,
-era Cicerone. Ciò non era soltanto l'effetto di un'intima
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-persuasione che egli fosse unico nell'arte di scegliere le
-parole, di disporre i periodi e di ordinare le varie parti
-di una composizione, ma discendeva anche naturalmente
-dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la
-magniloquenza dell'oratore e la nitida perspicuità del
-filosofo mirabilmente si confacevano coll'indole dello spirito
-italiano. Già ancora al suo tempo il Petrarca aveva
-riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come
-uomo e come politico,<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a> ma egli nutriva per esso troppa
-venerazione, per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e
-dal suo tempo in poi, l'epistolografia in prima e in seguito
-tutti gli altri generi di composizione, eccettuato soltanto
-il narrativo, non avean preso altro modello, fuorchè
-Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non si
-permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse
-nei libri del grande maestro, non comincia che verso la
-fine del secolo XV, dopochè gli scritti grammaticali di
-Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta Italia, e dopochè
-si erano già vedute e raffrontate le testimonianze
-degli storici della letteratura latina.<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a> Allora soltanto si
-cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le
-diverse gradazioni dello stile nella prosa degli antichi,
-e si finì pur sempre colla beata persuasione che Cicerone
-solo fosse il modello perfetto, o, se si voleva
-abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto
-di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-celeste».<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a> Fu allora che si videro un Pietro Bembo, un
-Pierio Valeriano e molti altri non preoccuparsi d'altro,
-fuorchè di imitare un sì grande esemplare: fu allora
-che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni
-dei più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando
-gli autori più antichi;<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> fu allora che Longolio,
-dietro i consigli del Bembo, per cinque interi anni non
-lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia fe' voto di
-non usare nessuna parola che non fosse stata usata da
-quel sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che
-poi diede origine alle grandi dispute letterarie, che arsero
-tra Erasmo e Scaligero il vecchio e i loro seguaci.
-</p>
-
-<p>
-Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non
-erano poi tutti così esclusivi da riguardarlo come l'unica
-fonte della lingua. Ancora nel secolo XV il Poliziano ed
-Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato tentare
-una forma tutta loro propria e particolare,<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a> naturalmente
-basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale»,
-e a questa stessa meta aspirò pure colui, che
-ci narrò i loro tentativi. Paolo Giovio. Egli ha pel primo
-e con uno sforzo indicibile espresso in lingua latina una
-quantità di pensieri moderni, specialmente in argomenti
-d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le difficoltà,
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-gli si deve però assai di frequente la lode di una
-certa vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà
-dei grandi pittori e scrittori di quel tempo,<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a> contengono
-spesso tratti di una finitezza perfetta accanto ad altri
-informi e pessimamente riusciti. Anche Leone X, che
-riponeva tutta la sua gloria in questo, <i>ut lingua latina
-nostro pontificatu dicatur facta auctior</i>,<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a> inchinò ad
-una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto
-esclusiva, come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto
-sensuale di tutta la sua vita; a lui bastava che tutto
-ciò, che dovea udire o leggere, avesse un colorito di
-schietta, vivace ed elegante latinità. Infine Cicerone non
-poteva servire di modello per la conversazione latina,
-e sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto
-a lui, altri idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata
-dalle rappresentazioni abbastanza frequenti in Roma e
-fuori di Roma delle commedie di Plauto e di Terenzio, le
-quali agli attori offrivano un esercizio utilissimo nel latino,
-come lingua di società. Ancora sotto Paolo II il
-dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra
-da Pistoia) è lodato<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> per essersi accinto alla
-lettura dei lavori di Plauto allora molto imperfetti e
-mancanti perfino dell'elenco dei personaggi, e per aver
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori di lingua che
-vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia partito
-il primo impulso alla rappresentazione di quelle
-commedie. Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo
-fautore in Pomponio Leto, che non disdegnò di far le
-parti di direttore della scena, quando negli atrii dei palazzi
-dei grandi prelati le stesse commedie venivano
-rappresentate.<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a> L'essersi poi intorno al 1520 smesse
-tali rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo
-(p. 320), una della cause dello scadimento dell'eloquenza.
-</p>
-
-<p>
-Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura
-corse le stesse vicende che il vitruvianismo
-nel campo dell'arte. E in ambedue ì casi si manifesta
-quella legge generale dell'epoca del Rinascimento: che
-il moto nella cultura di regola precede il moto analogo
-nell'arte. La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro
-potrebbe per avventura calcolarsi di due decennii,
-non più, se si computa dal cardinale Adriano da Corneto
-(1505?) sino ai primi vitruviani assoluti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span></p>
-
-<h3 id="cap12-3">CAPITOLO XII.
-<span class="smaller">La nuova poesia latina.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-L'epopea tratta dalla storia antica; <i>l'Africa</i>. — Poesia mitica. — Epopea
-cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia
-storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica
-e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La
-poesia maccaronica.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la
-nuova poesia latina. Noi dobbiamo toccare anche di questa,
-almeno per quanto essa può esserci di aiuto a dare
-una caratteristica completa dell'umanismo.
-</p>
-
-<p>
-Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto
-vicina fosse la sua definitiva vittoria, è stato già mostrato
-più sopra (v. pag. 237). Ora si può anche in anticipazione
-andar persuasi, che la nazione più colta e più
-civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice
-capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva,
-aver rinunciato ad una lingua quale era l'italiana. Se
-dunque vi rinunciò, deve esservi stata spinta da una
-causa ben più forte e potente.
-</p>
-
-<p>
-Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni
-schietta e sincera ammirazione, essa produsse necessariamente
-l'imitazione. Questa non manca, è vero, anche in
-altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia soltanto
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza
-e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a
-dire, una favorevole disposizione di tutta la parte più colta
-della nazione, ed un parziale risveglio dell'antico genio italico
-nei poeti stessi, quasi eco prolungato di un'antica
-armonia. Ciò che di meglio nasce in tal modo, non è
-più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle
-arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi
-o non apprezza l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente
-inarrivabile e inimitabile, chi finalmente
-non si sente disposto di usare nessuna indulgenza con
-poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a cercare
-da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità
-sillabiche, non si metta allo studio di questo genere di
-letteratura. Anche le produzioni le più perfette non sono
-fatte per affrontare gli attacchi di una critica assoluta,
-ma solo per procurare un'ora di sollievo al poeta e a
-molte migliaia de' suoi contemporanei.<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a>
-</p>
-
-<p>
-Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni
-o leggende antiche. Le condizioni essenziali per
-una vera poesia epica non si riscontrano nemmeno, per
-consenso di tutti, negli antichi epici romani, anzi neppure
-nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero
-esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento?
-Ciò non ostante, <i>l'Africa</i> del Petrarca sembra aver trovato
-lettori e ammiratori in tal numero, da lasciarsi addietro
-in questo riguardo qualsiasi epopea del tempo moderno.
-Per verità lo scopo e il movente del poema non
-potevano non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-riconobbe assai giustamente nella seconda guerra Punica
-il momento più splendido della grandezza e potenza romana,
-e questo appunto fu ciò che si propose di cantare
-il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel
-tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma
-non conoscendosi ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione
-Africano il vecchio pareva sì bel tema agli uomini
-del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi della
-Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto
-mano, quando, udendo che se ne occupava il Petrarca,
-per sentimento di rispetto a questo grande se ne ritrasse.<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>
-Se il poema dell'Africa avesse avuto bisogno di una
-giustificazione, questa le si aveva nel fatto, che in quel
-tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione era
-tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di
-Pompeo e di Cesare.<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a> Quante fra le moderne epopee
-possono gloriarsi di un soggetto pel loro tempo così popolare,
-così nella sostanza storicamente vero e tuttavia
-rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, del
-resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile.
-Perciò che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo
-rinviare i lettori alle storie letterarie propriamente dette.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva
-a trattare qualche mito o leggenda antica, per riempire
-qualche lacuna lasciatavi da altri. A ciò si accinse assai
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-presto la poesia italiana e propriamente per la prima
-volta colla <i>Teseide</i> del Boccaccio, che è riguardata come
-il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo
-Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio,
-e poscia si ha un buon numero di tentativi minori,
-ad imitazione specialmente di Claudiano, quali una <i>Meleagriade</i>,
-una <i>Esperiade</i> ecc. Ma in ispecial modo notevoli
-sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono
-le più belle regioni d'Italia di una moltitudine
-di divinità, di ninfe, di genii ed altresì di pastori, appunto
-perchè a quest'epoca era invalso di accompagnar
-sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si
-offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca
-in poi, nelle egloghe, tanto di forma narrativa,
-che dialogica, la vita pastorale sia rappresentata quasi
-sempre<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a> in modo affatto convenzionale, e come espressione
-di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui non
-se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede
-origine. E questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano
-il doppio significato che ebbero nell'epoca del Rinascimento
-le antiche divinità, le quali da un lato rappresentano
-le idee generali e rendono quindi inutili le
-figure allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento
-affatto libero ed indipendente di poesia, un tipo di bellezza
-neutrale, che può essere innestato in ogni creazione
-poetica e passare per mille e sempre nuove combinazioni.
-Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio
-col suo mondo immaginario di Dei e di pastori
-dei dintorni di Firenze nel <i>Ninfale d'Ameto</i> e nel
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-<i>Ninfale fiesolano</i>, ch'egli cantò in poesia italiana. Ma il
-capolavoro in questo genere sembra essere stato il <i>Sarca</i>
-di Pietro Bembo,<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> nel quale si narrano gli amori del
-dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito
-nuziale, che ebbe luogo in una grotta del Monte
-Baldo, i vaticinii di Manto, figlia di Tiresia, sulla nascita
-di un figlio, il Mincio, sulla fondazione di Mantova
-e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e
-della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi
-invero, ma propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida
-cornice di versi, che si chiudono con un apostrofe
-a Virgilio, che ogni miglior poeta accetterebbe per sua. — Comunemente
-tutto ciò si riguarda come nulla più
-che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole
-di scherno: noi non intendiamo d'intavolare polemiche
-a questo riguardo; diremo soltanto: è questione
-di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su di
-essa un'opinione sua propria.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti
-poemi epici in esametri di argomento biblico e religioso.
-Non è da credere che con questi gli autori avessero
-sempre in mira di promovere l'incremento della Chiesa
-o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece
-che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi
-ultimi va certamente annoverato Battista Mantovano,
-autore di un poema intitolato Parthenice), sieno stati animati
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-da un sentimento, lodevole invero, di servire colle
-dotte loro poesie latine alla religione, ciò che era veramente
-in piena armonia col modo quasi pagano, che allora
-prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina
-un numero ragguardevole, ma tra essi emergono
-di gran lunga il Vida colla sua <i>Cristiade</i> e il Sannazzaro
-co' suoi tre libri <i>De partu Virginis</i>. Il Sannazzaro
-sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel
-quale egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane,
-col vigore plastico delle descrizioni, colla squisitezza perfetta
-del lavoro; nè certamente egli avea motivo di temere
-il paragone, quando nel canto dei pastori al presepio
-innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio.
-Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli
-spiriti, egli ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti
-danteschi, quale è, per esempio, il canto e la
-profezia del re Davidde nel Limbo de' patriarchi, o la
-pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel suo
-gran manto tempestato delle figure elementari di tutti
-gli esseri, in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre
-volte egli non si perita di innestare al suo soggetto
-l'antica mitologia, senza per questo cader nel barocco,
-perchè le divinità pagane non sono per lui che come la
-cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna
-parte principale nel suo poema. Chi desidera formarsi
-un concetto intero e adeguato di quanto abbia potuto
-l'arte a quel tempo, non deve trascurar di leggere un
-lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà
-tanto maggiore anche per questo, che d'ordinario la
-mescolanza di elementi pagani e cristiani stuona assai
-più facilmente nella poesia, che nelle arti figurative:
-queste ultime infatti ponno del continuo compensar l'occhio
-colla vista di qualche determinata e materiale bellezza,
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-e in generale non sono così schiave del contenuto
-sostanziale dei soggetti che trattano, come la poesia,
-mentre l'immaginazione in esse s'arresta piuttosto alla
-forma, nella poesia invece penetra direttamente nella
-sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario
-festivo»<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a> avea tentato un altro espediente; che era appunto
-quello di porre gli Dei e i Semidei del paganesimo
-in pieno contrasto colla storia sacra, come facevano
-i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far parte della
-medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret
-apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio
-si stacca dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne
-il saluto sul limitare della cella benedetta; vola quindi
-ad informare gli Dei raccolti in solenne radunanza e li
-induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma anche
-con questo metodo egli si trova altre volte costretto<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a>
-a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente
-s'arrendano a riconoscere la superiorità della
-Vergine.
-</p>
-
-<p>
-La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori,
-l'omaggio tributatogli dei più grandi dell'epoca
-sono circostanze, che mostrano ad evidenza quanto egli
-fosse caro e necessario al suo secolo. Anche in servigio
-della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul cominciare
-della Riforma, il problema: se fosse possibile
-poetare cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso
-alle tradizioni classiche; e tanto Leone, quanto Clemente
-gliene attestarono altamente la loro riconoscenza.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche
-la storia contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-a guisa di panegirico, e d'ordinario sempre in lode di
-qualche principe o di qualche famiglia principesca. Così
-ebbero origine una <i>Sforziade</i>, una <i>Borseide</i>, una <i>Borgiade</i>,
-una <i>Triulziade</i> e simili, ma veramente nessuna
-raggiunse il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero
-celebri ed immortali nella storia, non dovettero
-certo la loro celebrità a questa specie di poemi, contro
-i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale avversione,
-anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto
-diverso produssero invece alcuni poemetti minori, stesi
-senza pretensione alcuna a guisa di episodi della vita di
-qualche uomo celebre, come per esempio la descrizione
-delle «Cacce di Leone X» presso Palo<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> e «il Viaggio
-di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide
-descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra
-molti altri, Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole
-che i lettori moderni ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati
-da quel fondo di adulazione che ci sta sotto e
-che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del lavoro
-e la importanza storica, talvolta non piccola, di
-queste poesie assicurano ad esse una vita più lunga di
-quella, cui possono aspirare parecchie poesie del nostro
-tempo ora abbastanza in voga.
-</p>
-
-<p>
-In generale queste composizioni sono di tanto migliori,
-quanto meno contengono di elementi patetici ed ideali.
-Vi sono taluni poemetti epici di celebri maestri, che,
-sotto un cumulo enorme di allusioni mitologiche, producono
-un effetto altamente ridicolo e comico, certamente
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio,
-è «l'Epicedio» di Ercole Strozza<a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a> per la morte di Cesare
-Borgia (v. pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma,
-che aveva posto tutte le sue speranze nei papi spagnuoli
-Calisto III ed Alessandro VI e poi aveva riguardato
-Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono le
-gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503.
-Poscia il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento
-fosse stato l'alto consiglio dei Dei<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a>, ed Erato
-narra che nell'Olimpo Pallade si era dichiarata per gli
-spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue abbracciarono
-le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso,
-le pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino
-ordito dalle Parche, ma che, ciò non ostante, le
-promesse degli Dei s'adempirebbero per opera del fanciullo
-nato dall'unione delle due case Borgia ed Este<a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a>;
-e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa di
-ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare
-il dono dell'immortalità, come non potè darlo una
-volta, in onta ad autorevoli preghiere, nè a Memnone,
-nè ad Achille; conclude però col dire, quasi a conforto
-del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto
-grande strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte
-scende a Napoli e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta
-a Nepi e appare quivi all'infermo Cesare sotto
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo ammonito a
-rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda
-il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a
-guisa di uccello».
-</p>
-
-<p>
-Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un
-piacere talvolta assai grande se si respinge a priori tutto
-ciò che, più meno a proposito, contiene qualche sprazzo
-di mitologia, poichè anche la poesia non poche volte ha
-saputo nobilitare questo elemento, al pari della pittura
-e della scultura. E pei dilettanti del genere non mancano
-neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati
-nella «Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa
-degno riscontro la «Festa degli Dei» di Giovanni Bellini.
-</p>
-
-<p>
-Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici
-esercitazioni o rifacimenti di relazioni in prosa, che
-il lettore probabilmente preferirà ogni qualvolta le trovi.
-E da ultimo si finì, come è noto, col mettere in versi
-ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti tedeschi
-dell'epoca della Riforma.<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a> Ma si andrebbe molto errati,
-se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di
-ozi agiati ed a soverchia smania di poetare. Negli Italiani
-almeno c'è sempre troppa cura di ripulire e perfezionare
-la forma, della quale essi avevano un senso squisito
-e profondo, come lo prova la moltitudine enorme
-che si ha contemporaneamente di relazioni, di storie e
-di opuscoli in terzine. Appunto come Nicolò da Uzzano,
-per produrre maggiore effetto, fuse in questo metro non
-facile del verso italiano il suo manifesto per una nuova costituzione
-politica, e il Machiavelli il suo prospetto della
-storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola,
-e un quarto l'assedio di Piombino per opera di Alfonso
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-il Magnanimo,<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a> non deve far meraviglia che altri potessero
-aver bisogno dell'esametro, per incatenar meglio
-l'attenzione di un pubblico al tutto diverso.
-</p>
-
-<p>
-Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare
-o ad esigere, scorgesi con piena evidenza dalla
-poesia didattica. Questa nel secolo XVI ebbe uno sviluppo
-straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri
-l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia,
-la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono
-da aggiungere anche parecchi estesi poemi italiani. Oggidì
-è moda di condannar tali poemi senza neanche
-darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi non
-sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente
-di esser letti.<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a> Ad ogni modo però egli è certo,
-che epoche senza paragone superiori alla nostra per
-retto senso del bello, quali appunto furono la greca (dei
-tempi più tardi) e la romana, nonchè questa del Rinascimento,
-non credettero di poter far senza neanche di
-questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche
-rispondere, che non la mancanza dì gusto estetico, bensì
-una maggiore serietà nella trattazione delle materie
-scientifiche è quella che ne tien lontana oggidì la forma
-poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo miglior
-partito lasciare ad ognuno la propria opinione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì
-qua e colà ristampata, ed è lo <i>Zodiaco della vita</i> di
-Marcello Palingenio, segreto seguace delle dottrine protestanti
-in Ferrara. Alle più sublimi questioni intorno
-a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore congiunge la
-trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da
-questo lato un'autorità non dispregevole per la storia
-della morale. Nel complesso però il suo poema si distacca
-da tutti gli altri congeneri dell'epoca del Rinascimento,
-come anche, in ordine al suo scopo seriamente
-istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la
-mitologia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono,
-più che in qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in
-modo speciale poi l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma.
-</p>
-
-<p>
-Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino
-sugli Italiani. Più di un elegante madrigale latino, e
-non poche brevi invettive o maliziosi biglietti potrebbero
-dirsi vere trascrizioni da lui senza quasi mutamenti
-di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo
-è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di
-pensieri, con cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi
-sono anche altre brevi poesie, che, pur mantenendosi
-originali nel concetto, potrebbero trarre in inganno il
-più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali
-non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le
-dimostrasse indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI.
-</p>
-
-<p>
-Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc.
-non se ne troverebbe forse una sola, che in un modo
-o nell'altro non rivelasse come che sia la sua origine
-moderna. Ciò accade per lo più in causa di una certa
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non s'incontra
-se non per la prima volta in Stazio e per una
-mancanza assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato
-da questa specie di poesia. In una ode qualunque
-potranno, è vero, incontrarsi singoli tratti, talvolta anche
-due o tre strofe di seguito, di tal fattura da crederle
-frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va
-più in la, e il colorito muta subito dopo. E se non muta,
-come per esempio nella bella ode a Venere di Andrea
-Navagero, vi si riconosce tosto una copia di qualche
-capolavoro antico.<a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a> Alcuni scrittori di odi prendono a
-soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con
-molto gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di
-Catullo di genere somigliante. Tale è il Navagero nell'ode
-all'arcangelo Gabriele, e tale in modo particolare
-il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto pagano
-va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni
-altro il suo santo onomastico,<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a> al quale aveva dedicato un
-tempietto nella sua splendida villa di Posilipo, «colà
-dove i fiotti del mare si confondono colle acque che
-sgorgano dalla rupe, e si frangono alle mura del piccolo
-santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della
-festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui
-in questo giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo
-tempio, figurano nella sua fantasia gli antichi sacrifici.
-Anche fuggiasco in compagnia dell'espulso Federigo
-d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci della
-Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-appendere al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande
-sempre verdi di bosso e di quercia, e rammentando
-con desiderio gli anni trascorsi, nei quali tutta la
-gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar
-quella festa, fa voti pel suo ritorno.<a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a>
-</p>
-
-<p>
-Antiche al punto da produrre una perfetta illusione
-sono poi più specialmente alcune poesie di metro elegiaco,
-od anche in semplici esametri, ma che appartengono
-pel loro contenuto a questo genere, passando dall'elegia
-in giù per tutte le possibili gradazioni sino
-all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati
-colla lettura dei poeti elegiaci romani, così
-si sentirono anche incoraggiati ad imitarli preferibilmente
-ad ogni altro. L'elegia del Navagero «alla Notte»
-ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli antichi
-esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito
-che seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi
-tutto molto accurato nella scelta di concetti veramente
-poetici,<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> e poi li traduce, non servilmente, ma
-con una certa disinvoltura e maestria, nello stile dell'Antologia,
-di Ovidio, di Catullo od anche delle Egloghe di
-Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte
-soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in
-qualche preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche.
-Un saluto alla patria, ritornando dalla sua missione in
-Ispagna, non fu che cominciato; ma ne sarebbe uscita
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-una splendida composizione, se il resto avesse corrisposto
-a questo principio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Salve, cura Deûm, mundi felicior ora,</p>
-<p class="i01">Formosae Veneris dulces salvete recessus;</p>
-<p class="i01">Ut vos post tantos animi mentisque labores</p>
-<p class="i01">Aspicio lustroque libens, et munere vestro</p>
-<p class="i01">Sollicitas toto depello e pectore curas!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano
-le forme di ogni elevato sentimentalismo, e vi si adattano
-bellamente tanto il più nobile entusiasmo patriottico
-(v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto la pomposa
-apoteosi dei regnanti,<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a> e quanto anche la tenera e delicata
-melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue
-adulazioni a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con
-Stazio e Marziale, in una elegia «ai Compagni», scritta
-dal letto de' suoi dolori, ha dei pensieri sulla morte che
-si crederebbero propri di un antico qualunque, e tuttavia
-non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico.
-Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero
-spirito dell'elegia romana e seppe imitarla più perfettamente
-fu il Sannazzaro, il quale anche è il più copioso
-e svariato scrittore di questo genere di poesie. — Di
-altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè
-ci cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle
-medesime.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza
-grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-fatte, scolpite sopra un monumento o portate di bocca
-in bocca a provocare un sorriso, potevano benissimo
-creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza
-è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido
-da Polenta voleva innalzare sulla tomba di Dante un
-monumento, affluirono da tutte le parti le iscrizioni,<a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a>
-inviate «da tali che o volevano mettersi in vista, od
-onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi il
-favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo
-Giovanni Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora
-nel Duomo di Milano, sotto trentasei esametri leggesi:
-«il signor Gabrio de Zamorer di Parma, dottore in
-ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco a
-poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne
-formando anche una letteratura speciale dell'epigramma;
-e questo raggiunse il colmo della sua gloria, quando lo
-si potè credere antico o copiato da qualche antica lapide,<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a>
-quando parve di tanto buon gusto, che tutta
-Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del
-Bembo. Così quando il governo di Venezia, per l'elogio
-fattegli in tre distici dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo
-con un regalo di seicento ducati, a nessuno parve questa
-una generosità troppo spinta, perchè tutti stimarono
-l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione
-dei dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve
-per esprimere la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto
-potente, che sgradisse di vedersi onorato con tal genere
-di componimenti, ed anche i grandi cercavano con molta
-sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, un qualche
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano
-anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali
-destinate a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia<a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a>
-e l'epigrammatica si tenevano strettamente por mano;
-la prima si basava sopra uno studio accuratissimo delle
-antiche iscrizioni lapidarie.
-</p>
-
-<p>
-La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo
-affatto speciale fu e rimase Roma. Non esistendo nello
-Stato pontificio l'ereditarietà del trono, ognuno doveva
-pensare da sè al modo di perpetuare la propria memoria:
-al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in
-poesia diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora
-Pio II enumera con compiacenza i distici, che il suo
-maggior poeta, il Campano, compose per qualche fortunata
-circostanza del suo governo. Sotto i Papi seguenti
-fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI
-ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa.
-Il Sannazzaro componeva i suoi in una posizione relativamente
-sicura, ma altri affatto in prossimità della corte
-ebbero ardimenti estremamente pericolosi (v. pag. 153).
-Per otto distici minacciosi, che erano stati affissi alla
-porta della biblioteca,<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a> Alessandro fece una volta rinforzare
-la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può
-immaginare come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse
-riuscito di averlo. Sotto Leone X gli epigrammi latini
-erano il pane quotidiano: sia che si volesse adulare
-al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi di
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in
-generale ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o
-immaginario si voleva scagliare un motto, o malignare,
-od esprimere un sentimento di pietà o d'ammirazione,
-la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma.
-Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo
-della Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea
-Sansovino scolpì per la chiesa di s. Agostino, non meno
-di centoventi furono gli epigrammi latini, che piovvero
-per la circostanza, non tanto per sentimento di pietà religiosa,
-quanto por piacenteria verso il mecenate, che
-aveva commesso all'artista quell'opera.<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a> Egli era quel
-Giovanni Goritz di Lussemburgo, referendario papale
-alle suppliche, il quale ogni anno per la festa di S. Anna
-non solo faceva celebrare un servizio divino, ma dava
-anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma
-ne' suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In
-allora parve anche che valesse la pena di passare in rassegna
-tutta la schiera de' poeti, che cercavano fortuna alla
-corte di Leone, come fece con un grande poema <i>de
-poetis urbanis</i><a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> Francesco Arsillo, uomo che non avea
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di
-chicchessia, e che all'occorrenza sapeva parlar francamente
-anche contro i propri colleghi. — Dopo Paolo III
-l'epigramma decade e non sopravvive che in qualche
-saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire
-sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por
-soverchia gonfiezza.
-</p>
-
-<p>
-Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla
-quale possiam tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco
-Sansovino nel suo libro «sulla Topografia veneziana».
-Un argomento perenne lo si aveva nell'uso invalso di
-apporre un'epigrafe (<i>Brieve</i>) ad ogni ritratto di doge
-collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe
-che non oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava
-compendiare le gesta più importanti di ciascuno.<a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a>
-Oltre a ciò, le tombe dei dogi del secolo XIV portano
-laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a qualche
-fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri
-o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia
-a curare di più lo stile, e nel secolo XVI questo tocca
-alla sua ultima perfezione, dopo la quale comincia la vana
-antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare sentenzioso, in
-una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche il
-caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare
-sotto la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di
-un vivo. Molto più tardi torna a ricomparire nella primitiva
-sua semplicità qualche epitaffio, ma in via puramente
-eccezionale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-</p>
-
-<p>
-Anche le opere architettoniche e monumentali eran
-sempre disposte in modo da poter far luogo ad iscrizioni,
-talvolta ripetute in più guise, e ciò è tanto più notevole
-in quanto si sa che gli edifici del nord a stento lasciano
-un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, e
-nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata
-nei punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto
-di avere persuaso il lettore del valore intrinseco
-di questo genere di poesia risorto presso gl'Italiani del
-Quattrocento. Ma non si tratta neanche di ciò, bastando
-al nostro scopo di aver designato la necessità della stessa
-e la posizione che le compete nella storia della cultura
-italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura
-nella così detta poesia maccaronica,<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a> il cui capolavoro
-è l'<i>Opus macaronicorum</i> cantato da Merlin Coccai
-(Teofilo Folengo di Mantova). Del contenuto sostanziale
-di questo poema avremo occasione di parlare ancora qua
-e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti
-di latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il
-lato comico di essa sta essenzialmente in questo, che
-simili mescolanze vi figurano per entro come tanti <i>lapsus
-linguae</i> e come espettorazioni di un improvvisatore latino,
-che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. Delle
-imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino
-e il tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità,
-che è nel lavoro del poeta italiano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p><span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span></p>
-
-<h3 id="cap13-3">CAPITOLO XIII.
-<span class="smaller">Caduta degli umanisti nel secolo XVI.</span></h3>
-</div>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il
-contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi
-sino dal principio del secolo XIV ebbero diffuso in Italia
-e nell'Europa occidentale il culto dell'antichità, dando
-un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, all'educazione
-e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo
-le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta
-questa classe d'uomini cadere in profondo discredito, ed
-essere disprezzata in un tempo, in cui non si credeva
-ancora di poter far senza delle loro dottrine e del loro
-sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo secolo
-infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare
-alla loro maniera, ma nessuno personalmente voleva
-esser creduto della loro schiera. L'opinione pubblica li
-accusava di due colpe principalmente: di una sconfinata
-superbia e di turpi dissolutezze; alle quali l'incipiente
-Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella
-di un'empia incredulità.
-</p>
-
-<p>
-Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè
-tali accuse non si fecero sentir prima? E se anche
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-si fecero talqualmente sentire, perchè in generale rimasero
-prive di effetto? Evidentemente perchè la dipendenza
-dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità,
-era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i
-possessori, i rappresentanti e i propagatori. Ma quando
-colla stampa i classici ebbero una maggiore diffusione,<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a>
-e cominciarono a moltiplicarsi ricchi e copiosi manuali
-e repertorii ad uso di tutti, il popolo a poco a poco si
-venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando
-s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza
-di essi, volse loro decisamente le spalle. E quell'improvviso
-rivolgimento colpì senza distinzione alcuna i buoni
-e i cattivi.
-</p>
-
-<p>
-Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi.
-Fra quanti fondarono una società qualunque, nessuno si
-mostrò più alieno di essi da quel senso di concordia, che
-occorre a tenerla unita, e nessuno vi si ribellò mai più
-apertamente. Quando poi cominciarono a volersi sopraffare
-l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur di
-riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano
-essi dal campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva
-e della maldicenza: non si accontentano di
-combattere il loro avversario, ma vogliono schiacciarlo
-completamente. Un po' di colpa di tali eccessi può ascriversi,
-se si vuole, a quelli stessi che li circondano e alla
-posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con
-quanta violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti,
-oscillasse incerta tra due correnti contrarie,
-l'amor della gloria e la tendenza al dileggio. Oltre a
-ciò, anche la posizione loro nella vita di ogni dì era per
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-lo più tale, da metterli in grave pensiero per la loro
-stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano
-scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le
-sole opere del Poggio contengono tal cumulo di bassezze,
-da provocare senz'altro una decisa avversione per tutti; — e
-queste opere del Poggio sono appunto quelle che
-ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua
-che al di là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa
-facilità rallegrarsi, se per avventura qua e là s'incontra
-qualche onesta figura, che sembri esente da qualsiasi
-macchia; poichè, guardando un po' più addentro, si corre
-pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che,
-vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo
-splendore di quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce
-poesie latine del Pontano e più ancora il suo famoso
-dialogo <i>Antonius</i>, nel quale egli scherza oscenamente
-sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte
-queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare
-una classe d'uomini simili. Per maggior loro sventura
-poi anche il più grande poeta dell'epoca non degnò ricordarli,
-se non per gettar su loro a piene mani il disprezzo.<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a>
-</p>
-
-<p>
-Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non
-erano in generale che troppo vere. E se anche qua e
-colà se ne incontra taluno, che mostra in modo positivo
-e innegabile di non essere sordo ai dettami della moralità
-e della religione, questa eccezione non inferma
-punto la regola, sussistendo di fatto che molti, e fra
-essi i più celebri, erano realmente colpevoli.
-</p>
-
-<p>
-Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro
-colpa: l'eccesso delle lodi lor tributate, quando sedevano
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-al colmo del carro della fortuna; l'incertezza e la precarietà
-della loro vita materiale, per cui dallo splendore
-piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i capricci
-dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine
-la pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe
-la loro morale, senza comunicare ad essi la propria, e
-dal punto di vista religioso influì sinistramente, inoculando
-nelle loro menti idee di scetticismo e di sensualismo,
-poichè non poteva inocularvi la credenza positiva
-nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da
-questo, che essi intesero l'antichità in modo affatto dogmatico;
-vale a dire, videro in essa il prototipo di qualsiasi
-modo di pensare e di agire. Ma che vi sia stato
-un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato
-il mondo antico e quanto proveniva da esso, non
-è un fatto da doversi ascrivere in colpa a nessuno in
-particolare. Esso fu una necessità storica d'ordine superiore,
-e tutta la cultura dei tempi posteriori e futuri
-è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto
-esclusiva, con cui si verificò.
-</p>
-
-<p>
-La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che
-solo le tempre più forti potevano correrla senza risentirne
-alcun danno. Il primo pericolo veniva talvolta dai
-genitori, che di un figlio di precoce sviluppo volevano
-fare un fanciullo miracoloso,<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a> colla mira di farlo entrar
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-poscia in quella classe d'uomini, che allora erano tutto.
-Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre
-ad un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono
-che a furia di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria
-e la stima, di cui erano circondati gli umanisti, potevano
-diventare pei giovani stessi una tentazione molto pericolosa:
-essi correvano il rischio di immaginarsi, «per
-la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno
-di badar più alle cose ordinarie e comuni della
-vita».<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a> E allora si precipitavano ciecamente colà, dove
-la gloria sembrava chiamarli attraverso la vicenda dei
-più violenti contrasti: ora docenti pubblici o privati, ora
-segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno all'entusiastica
-ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati;
-qua negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e
-nella miseria, e sempre e dovunque esposti a pericoli,
-a inimicizie mortali, implacabili. Un sapere serio e profondo
-con tutta facilità poteva essere soppiantato da una
-tintura di dottrina frivola e superficiale. Il peggio poi
-si era che all'umanista era quasi affatto impossibile
-l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la
-sua stessa condizione lo obbligava continuamente a mutar
-dimora o gl'impediva di trovarsi bene un po' a lungo
-in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso s'annojava degli
-altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri si annojavano
-di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281).
-Che se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza
-volerlo, andar la mente ai sofisti greci del tempo imperiale,
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-quali furono descritti da Filostrato, non v'ha
-dubbio però che il paragone non regge, poichè la condizione
-di questi ultimi era senza contrasto migliore,
-provveduti com'erano di maggiori agi e ricchezze o più
-disposti a farne senza, e in generale men tormentati
-dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in loro dei
-dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione.
-L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito
-di prima forza e, per di più, un uomo capace di
-sostenere le cariche e gli uffici più disparati. S'aggiunga
-a questo la vita sregolata ch'egli conduce e l'indifferenza
-per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si viene abituando,
-dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato
-<i>a priori</i>: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui
-caratteri simili non possono esistere e che in essi è mantenuto
-dal bisogno, non fosse altro, di conservarsi al di
-sopra del livello comune, e dal sentimento della gloria,
-che si alterna continuamente con quello dell'odio e del
-disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo,
-che per eccesso di forze trabocca.
-</p>
-
-<p>
-Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come
-è stato già notato, assai per tempo, appunto perchè per
-ogni individualità un po' spiccata, per ogni specie di celebrità
-s'avea sempre pronto, qual correttivo, un motto
-arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano
-un abbondantissimo tema, al quale non s'avea
-che la pena di attingere. Ancora nel secolo XV Battista
-Mantovano, facendo la rassegna dei sette peccati capitali,<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a>
-schiera gli umanisti con molti altri sotto al primo,
-la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa vanità
-di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-e con affettata gravità, simili a stuolo di gru
-che scendono al pascolo, e tanto pieni di sè medesimi,
-che s'arrestano perfino talvolta a contemplare estatici
-la propria ombra. Ma quello che fece loro un processo
-in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, ne
-fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo,
-il cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente
-fu ritoccato intorno al 1540.<a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a> In esso sono riportati in
-copia strabocchevole antichi e moderni esempi della depravazione
-morale e della misera vita dei letterati, e in
-mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali contro essi.
-Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità,
-caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di
-dissipazione, di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero
-di parlar senza convinzioni, di consigliare senza
-coscienza, stigmatizzandoli come meschini compilatori di
-sillabe, come vilmente ingrati verso i loro maestri, come
-abbiettamente servili verso i principi, che solitamente
-mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano
-morire di fame. Finalmente il libro si chiude
-con una allusione alla fortunata età, in cui sulla terra
-non v'era ancora scienza veruna. Di tutte queste accuse
-una divenne ben presto la più pericolosa, quella di eresia,
-e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione
-della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a>
-di rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II
-di Ferrara, perchè omai cominciavano a prevalere quegli
-uomini, ai quali pareva troppo male impiegato il tempo,
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-che altri dedicava alla studio della classica antichità. Ed
-egli, per giustificarsi, dovette fare ogni sforzo per dimostrare
-che, in tempi simili, questo studio era anzi
-l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti
-d'indole affatto neutrale.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle
-accuse, anche quelle testimonianze, nelle quali invece
-prevale un sentimento di benevolenza verso l'umanità,
-nessuna fonte certo potrà sembrare paragonabile con lo
-scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane «Della
-infelicità dei letterati».<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a> Esso fu composto sotto la triste
-impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che
-cagionò anche ai letterati, all'autore sembra come l'ultima
-vendetta dell'avverso destino, che da lungo tempo
-li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad un sentimento
-affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira in
-campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare
-in modo speciale questi uomini <i>per causa</i> del loro
-genio, ma narra senz'altro ciò che è accaduto e che
-bene spesso fu opera soltanto del caso. Egli non ha in
-mira di scrivere una tragedia o di far discendere i fatti
-da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo
-si restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita
-quotidiana. Così dal suo libro noi impariamo a conoscere
-taluni, che in tempi molto agitati perdono dapprima le
-loro rendite, e poscia anche i loro uffici; altri che, aspirando
-nello stesso tempo a più impieghi, non ne ottengono
-alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si
-porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato,
-muore di rammarico; altrove un venale prebendato, che
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-si consuma lentamente nel desiderio della perduta libertà.
-In un punto egli rimpiange la morte di qualcuno
-rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un
-tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col
-suo letto e colle sue vesti: in un altro ci parla della
-vita infelice di chi si trascina innanzi sotto il peso dell'invidia
-e delle minaccie de' propri colleghi: qua è uno
-sventurato, che soccombe al pugnale assassino di un
-servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna,
-che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire
-nel fondo di un carcere, perchè non può pagare il proprio
-riscatto. Taluno è portato precocemente alla tomba
-da un segreto dolore per un torto ricevuto o per una
-umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore
-per la morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al
-quale tengon dietro ben presto la madre e uno zio,
-quasi che egli dovesse trascinar con sè tutta la sua famiglia.
-E non mancano neanche, e in numero rilevante,
-i suicidi, per lo più fiorentini,<a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a> nonchè quelli che furono
-vittime della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta
-miseria, trovare uno che sia felice? E come potrà esserlo?
-Forse col chiudere il cuore ad ogni senso di pietà
-portanti mali? Uno degl'interlocutori del dialogo s'incarica
-di rispondere a queste domande: egli è l'illustre
-Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che
-le risposte contengano quanto di più sensato e profondo
-si pensava in proposito a quell'età. L'uomo felice egli
-lo trova in frate Urbano Valeriano da Belluno, che per
-lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò la
-Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in
-questo, ora in quel paese, senza mai essere salito in
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-groppa a un cavallo, senza aver posseduto in sua vita
-un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi avanzamento
-ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro
-anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui
-soltanto quell'unica cagionatagli da una caduta.
-E che cosa lo differenziava tanto dagli umanisti? Essi
-godettero una libertà d'azione mille volte maggiore, essi
-ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche
-dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano
-fatto: il povero monaco invece, allevato nel chiostro sin
-dalla sua fanciullezza, visse sempre a beneplacito altrui
-e s'abituò a non volere se non ciò, che gli altri volevano;
-ma questa abitudine fu appunto quella che in
-mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella
-equabilità e quella serenità di spirito, colla quale influiva
-assai più sui suoi discepoli, che non colle sue lezioni.
-Questi infatti si venivano ogni dì più persuadendo, che
-non dipende se non da noi il far sì, che anche nell'avversa
-fortuna possiam trovare qualche conforto, «In
-mezzo alle privazioni e ai disagi egli era felice e voleva
-esserlo, perchè non avea contratto male abitudini,
-perchè non era capriccioso, nè volubile, nè incontentabile,
-ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od
-anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo
-al Contarini, non erano estranei i più serii e profondi
-sentimenti di pietà religiosa; ma, anche guardando in
-lui semplicemente il filosofo, egli non ci parrà meno
-degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a
-questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta
-quel Fabio Calvi,<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a> che fece un commento ad Ippocrate.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-</p>
-
-<p>
-In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi
-di sole erbe «come una volta i Pitagorici», ed
-abitando sotto una tettoia, che ben poco si differenziava
-dalla botte di Diogene. Della pensione che gli pagava
-papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario
-per sè e dava il resto agli altri. Non potè, come
-frà Urbano, rallegrarsi di una salute costantemente florida
-e vigorosa, e non avrà potuto neanche, come questi,
-sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di
-Roma gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a
-forza gli Spagnuoli, che intendevano di farsene pagar
-caro il riscatto, e poco dopo morì di fame abbandonato
-da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo
-dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel
-vecchio come un padre e un maestro, e s'era giovato
-de' suoi consigli in ogni tempo. Forse questi consigli riferivansi
-in modo speciale a quella restaurazione archeologica
-dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola altrove
-(v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto
-più elevato. Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto
-Fabio al concetto della Scuola d'Atene e di altre importantissime
-composizioni di Raffaello?
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del
-nostro lavoro con qualche interessante biografia, per esempio
-con quella di Pomponio Leto, se possedessimo intorno
-a lui qualche cosa di più che una semplice lettera di
-un suo discepolo, il Sabellico,<a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a> nella quale Pomponio a
-bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne
-almeno qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva
-illegittimamente dalla famiglia napoletana dei
-Sanseverino, principi di Salerno (v. pag. 335), ma non
-volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di andare a
-vivere con essi, rispose col celebre biglietto: <i>Pomponius
-Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis
-non potest. Valete.</i> Meschinissimo nell'aspetto,
-con occhietti piccoli e vivaci, vestito sempre in fogge
-strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni del secolo
-XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente
-la sua modesta casetta sul colle Esquilino o
-la sua villetta sul Quirinale: quivi in mezzo alle sue
-anitre predilette e ad un gran numero d'altri volatili,
-dei quali pure grandemente si dilettava, attendeva alla
-coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente
-i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella,
-e nei giorni festivi cercava un po' di spasso
-nella caccia o nella pesca, od anche nello starsene lunghe
-ore sdraiato all'ombra presso una fonte e sulle rive
-del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè poco.
-Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava
-nemmeno in chi gli stava dappresso: ma per converso
-parlava con molta libertà contro la gerarchia allor prevalente,
-e in generale passava anche come libero pensatore
-in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi
-suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò
-contro gli umanisti, egli era stato dal governo di Venezia
-consegnato al Papa; ma non per questo si lasciò
-mai piegare ad ignobili confessioni: dopo d'allora Papi
-e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, nei
-torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la
-casa, i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-eccedettero le perdite da lui fatte. Come insegnante, era
-coscienzioso sino allo scrupolo: ancor prima dello spuntare
-del giorno lo vedevano scendere dall'Esquilino colla
-sua lanterna in mano e recarsi all'Università, dove la
-sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome
-parlando in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra
-declamava con lenta circospezione, ma non senza
-proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi scritti sono
-dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai
-un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche
-dinanzi agli altri venerabili avanzi dell'antichità egli si
-sentiva compreso di religioso rispetto sino al punto di
-rimanere estatico e come fuori di sè o di prorompere
-improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli era
-sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando
-si trattava di essere utile agli altri, così era anche molto
-amato ed aveva sempre un gran numero di amici, e
-quando morì, lo stesso Alessandro VI volle che i suoi
-cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più
-illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli
-assistettero quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori
-esteri.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione
-di alcune commedie antiche, specialmente
-di quelle di Plauto (v. pag. 342). Oltre a ciò, egli era
-solito di festeggiare ogni anno il giorno della fondazione
-della città con una solenne adunanza, nella quale i suoi
-amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste
-circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne
-anche più tardi quella, che poi fu detta l'accademia romana.
-Essa non era realmente se non una libera associazione,
-non legata a nessun fermo statuto: oltre alle
-<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span>
-due occasioni menzionate, si riuniva<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> ogni qualvolta un
-protettore ve la invitava o quando accadeva di dover
-celebrare le lodi di qualche suo membro venuto a morire
-(per es. il Platina). L'uso era questo, che al mattino
-un prelato a ciò destinato celebrava, prima d'ogni
-altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna
-a recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro
-a declamarvi qualche distico. Il solito banchetto d'obbligo,
-accompagnato da dispute e declamazioni, chiudeva poi
-qualunque festività lieta o triste, ed anche in questo gli
-accademici, il Platina specialmente, s'erano creati una
-grande riputazione di buongustai.<a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a> Altre volte singoli
-ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane.
-Come libera associazione e senza un programma ben definito,
-questa accademia si mantenne nella sua forma
-primitiva sino al sacco di Roma e potè contare fra' suoi
-soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360),
-e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire
-la vita intellettuale della nazione, non è cosa
-che si possa così facilmente stabilire, come d'ordinario
-non si può di nessuna associazione di questa specie; tuttavia
-sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa menzione,
-come di una delle più care e preziose ricordanze di sua
-gioventù.<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a> — Un numero considerevole di altre accademie
-sorse e morì in diverse città, secondochè ciò era reso
-possibile dalla fama e dall'importanza degli umanisti,
-che vi risiedevano, e dal favore che i ricchi e i grandi
-vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di Napoli,
-<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span>
-che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e
-della quale poi una parte emigrò a Lecce,<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a> un'altra fu
-quella di Pordenone, che costituiva la corte del gran
-condottiere Alviano, e così via. Di quella di Lodovico
-il Moro e della sua speciale importanza nella corte del
-principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56).
-</p>
-
-<p>
-Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni
-sembrano aver subito una completa e radicale trasformazione.
-Gli umanisti sbalzati, anche per altre ragioni,
-di seggio e divenuti sospetti alla incipiente Contro-riforma,
-perdono la direzione delle accademie, e la poesia italiana
-anche in queste comincia ad occupare il posto della latina.
-Ben presto ogni città di una tal quale importanza
-ha la sua accademia, coi nomi più strani e bizzarri,<a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a> e
-con fondi propri messi insieme mediante contributi dei
-soci e legati. Oltre alla recitazione di poesie, si adotta
-in esse, alla maniera delle precedenti associazioni latine,
-l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione
-di drammi, parte col concorso degli stessi accademici,
-parte sotto la loro sorveglianza coll'opera di giovani
-dilettanti e ben presto anche di attori pagati. Le sorti
-del teatro italiano, e più tardi anche dell'Opera, rimasero
-per lungo tempo nelle mani di queste associazioni.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE DEL VOLUME PRIMO.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE E SOMMARIO</a>
-<span class="smaller">DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO</span></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="3"><span class="smcap">Prefazione del Traduttore</span></td> <td class="pag"><a href="#prefazione"><i>Pag.</i> v</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="3"><span class="smcap">Dedica dell'Autore</span></td> <td class="pag"><a href="#Page_1">1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">PARTE PRIMA.<br /> Lo Stato come opera d'arte.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Introduzione.</span><br /> Condizioni politiche d'Italia nel secolo XIII. — La Monarchia normanna sotto Federigo II. — Ezzelino da Romano</td> <td class="pag"><a href="#cap1-1">5</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Tirannide Nel Secolo XIV.</span><br /> Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo</td> <td class="pag"><a href="#cap2-1">11</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Tirannide Nel Secolo XV.</span><br /> Interventi e viaggi degl'Imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I Condottieri quali fondatori di Stati. — Loro rapporti coi propri Signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei Condottieri</td> <td class="pag"><a href="#cap3-1">21</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Tirannidi Minori.</span><br /> I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci</td> <td class="pag"><a href="#cap4-1">37</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> V.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le maggiori case principesche.</span><br /> Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della Corte urbinate. — Gli Estensi di Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici ufficj, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere</td> <td class="pag"><a href="#cap5-1">47</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Gli avversari della tirannide.</span><br /> Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassinj nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinarj. — Opinione dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori</td> <td class="pag"><a href="#cap6-1">73</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Repubbliche.</span><br /> Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato</td> <td class="pag"><a href="#cap7-1">83</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Ancora delle Repubbliche.</span><br /> Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della Statistica; i Villani. — La Statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca</td> <td class="pag"><a href="#cap8-1">101</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>IX.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Politica estera degli Stati Italiani.</span><br /> Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanza coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica</td> <td class="pag"><a href="#cap9-1">121</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>X.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La guerra come opera d'arte.</span><br /> Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi</td> <td class="pag"><a href="#cap10-1">133</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> XI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il Papato e i suoi pericoli.</span><br /> Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinj. — Gli ultimi anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il Papato della Contro-riforma</td> <td class="pag"><a href="#cap11-1">139</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>XII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'Italia de' patriotti</span></td> <td class="pag"><a href="#cap12-1">173</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">PARTE SECONDA.<br /> Lo svolgimento dell'individualità.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Lo Stato e l'individuo.</span><br /> L'uomo nel Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni e i loro sudditi. — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo</td> <td class="pag"><a href="#cap1-2">177</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Perfezionamento dell'individualità.</span><br /> Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti</td> <td class="pag"><a href="#cap2-2">186</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Gloria nel senso moderno.</span><br /> Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria universale. — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria come passione</td> <td class="pag"><a href="#cap3-2">193</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il motto e l'arguzia nel senso moderno.</span><br /> Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione</td> <td class="pag"><a href="#cap4-2">209</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4" class="center">PARTE TERZA.<br /> Il Risorgimento dell'antichità.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Osservazioni preliminari.</span><br /> Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV</td> <td class="pag"><a href="#cap1-3">231</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Roma, la città delle rovine.</span><br /> Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo</td> <td class="pag"><a href="#cap2-3">239</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Autori antichi resuscitati.</span><br /> Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte all'antichità</td> <td class="pag"><a href="#cap3-3">253</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'umanismo nel secolo XIV.</span><br /> Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione dei poeti</td> <td class="pag"><a href="#cap4-3">267</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>V.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Università e le Scuole.</span><br /> L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione dei principi</td> <td class="pag"><a href="#cap5-3">277</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">I fautori dell'umanismo.</span><br /> Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: i Papi da Niccolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta</td> <td class="pag"><a href="#cap6-3">285</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.</span><br /> La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare</td> <td class="pag"><a href="#cap7-3">303</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>VIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'eloquenza latina.</span><br /> Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza</td> <td class="pag"><a href="#cap8-3">309</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> IX.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">I trattatisti latini</span></td> <td class="pag"><a href="#cap9-3">323</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>X.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Storiografia.</span><br /> Necessità relativa del latino. — Studi sul Medio-Evo; il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia italiana</td> <td class="pag"><a href="#cap10-3">325</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>XI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.</span><br /> Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina</td> <td class="pag"><a href="#cap11-3">333</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>XII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La nuova poesia latina.</span><br /> L'epopea tratta dalla storia antica; l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana; il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica</td> <td class="pag"><a href="#cap12-3">313</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>XIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Caduta degli umanisti nel secolo XVI.</span><br /> Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie</td> <td class="pag"><a href="#cap13-3">363</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Storia dell'Architettura</i> di Francesco Kugler. (La prima
-metà del volume IV, contenente l'<i>Architettura e la Decorazione
-del Rinascimento italiano</i>, è dell'Autore).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, <i>Discorsi</i>, L. I, c. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I regnanti e la loro corte chiamansi insieme <i>lo Stato</i>, e
-questa parola sembra essere stata usata in seguito a significare
-l'esistenza di un intero territorio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Höfler, <i>Kaiser Friedrich II</i>, pag. 39 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cento Novelle antiche</i>, Nov. 1, 6, 20, 21, 22, 23, 29, 30, 45,
-56, 83, 88, 98.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scardeonius, <i>De urbis Patav. antiq.</i> nel <i>Thesaurus</i> del
-Grevio, VI, III, pag. 259.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sismondi, <i>Hist. des Républ. italiennes</i>, IV, pag. 420; VIII,
-pag. 1 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franco Sacchetti, <i>Novelle</i>, (61, 62).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Petrarca, <i>De Republ. optime administranda, ad Franc.
-Carraram</i> (Opp. pag. 372 e segg.).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Solo cento anni più tardi anche la principessa è detta <i>madre</i>
-de' sudditi. Cfr. l'orazione funebre di Girolamo Crivelli per Bianca
-Maria Visconti, presso Muratori, XXV, col. 429. Un traslato ironico
-di ciò si ha nell'appellativo di <i>mater Ecclesiae</i> dato alla sorella
-di papa Sisto IV da Jacopo da Volterra (Muratori, XXIII,
-col. 109).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Esprimendo incidentalmente il desiderio che fosse impedita
-in Padova la circolazione degli animali suini, perchè disgustosa
-alla vista e pericolosa ai cavalli, che ne adombravano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Petrarca, <i>Rerum memorandar.</i>, l. III, pag. 460. — Si allude
-a Matteo I Visconti e a Guido della Torre allora regnante a Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, V, 81, dove parla della segreta uccisione di
-Matteo II Visconti operata da' suoi fratelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Filippo Villani, <i>Istorie</i>, XI, 101. Anche Petrarca trova i tiranni
-lindi e puliti «come altari in giorno di festa». — Il trionfo
-all'uso antico di Castracane in Lucca trovasi minutamente descritto
-nella sua vita scritta da Tegrimo, presso Muratori, XI,
-col. 1340.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Vulgari Eloquio</i>, I, c. 12... <i>qui non heroico more, sed
-plebeo sequuntur superbiam</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò non si trova invero che in alcuni scritti del secolo XV,
-ma certamente dietro fantasie anteriori: L. B. Alberti, <i>De re aedific.</i>,
-V, 3. — Franc. di Giorgio, <i>Trattato</i>, presso Della Valle,
-<i>Lettere senesi</i>, III, 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franco Sacchetti, <i>Nov.</i>, 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, VI, 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'ufficio de' passaporti in Padova intorno alla metà del secolo
-XIV, come anche <i>quelli delle bullette</i>, trovansi descritti da
-Franco Sacchetti, <i>Nov.</i> 117. Negli ultimi dieci anni di Federico II,
-quando prevaleva il più rigido controllo personale, l'istituzione
-de' passaporti doveva esistere nel suo pieno sviluppo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 247 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche, per esempio, a Paolo Giovio: v. <i>Viri illustres, Jo.
-Galeatius</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 272, 285.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cagnola, nell'<i>Archiv. Stor.</i>, III, p. 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così Corio, fol. 286, e Poggio, <i>Hist. Florent.</i>, IV, presso
-Muratori, XX, col. 290. — Di aspirazioni all'impero parlano il
-Cagnola, l. c., e un sonetto presso il Trucchi, <i>Poesie italiane inedite</i>,
-II, p. 118:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Stan le città lombarde con le chiave</p>
-<p class="i01">In man per darle a voi... ecc.</p>
-<p class="i01">Roma vi chiama: Cesar mio novello,</p>
-<p class="i01">Io sono ignuda et l'anima pur vive;</p>
-<p class="i01">Or mi coprite col vostro mantello ecc.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 302 e segg. Cfr. Ammian. Marcellin. XXIX, 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così Paolo Giovio: <i>Viri illustr., Jo. Galeatius, Philippus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>De Gingins: <i>Dépêches des ambassadeurs milanais</i>, II,
-pag. 200 (N. 213). Cfr. II, 3 (N. 114) e II, 212 (N. 218).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius, <i>Elogia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa riunione di forze e d'ingegno è quella che da Machiavelli
-vien detta virtù, e ch'egli trova compatibile anche con
-la scelleratezza, come per esempio nei Discorsi, I, 10, dove parla
-di Settimo Severo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno a ciò veggasi Francesco Vettori, <i>Arch. Stor. VI,
-pag</i>. 293 e segg. <i>L'investitura fatta da un uomo che dimora in
-Germania e che d'imperatore romano non ha che il nome, non
-ha la forza di trasformare un ribaldo in vero signore di una
-città</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span>M. Villani, IV, 38, 39, 56, 77, 78, 92; V, 1, 2, 21, 36, 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fu un italiano, Fazio degli Uberti (<i>Dittamondo</i> L. VI,
-cap. 5, intorno all'anno 1360) che avrebbe preteso da Carlo IV
-un'altra crociata in Terra Santa. Il passo è uno dei più belli del
-poema ed anche sotto altri punti di vista notevole. Il poeta viene
-allontanato dal Santo Sepolcro da un burbanzoso turcomanno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Coi passi lunghi e con la testa bassa</p>
-<p class="i02"> Oltrepassai e dissi: ecco vergogna</p>
-<p class="i02"> Del crïstian che 'l saracin qui lassa!</p>
-<p class="i01">Poscia al pastor (il papa) mi volsi per rampogna:</p>
-<p class="i02"> E tu ti stai, che sei Vicar di Cristo,</p>
-<p class="i02"> Co' frati tuoi a ingrassar la carogna?</p>
-<p class="i01">Similimente dissi a quel sofisto (Carlo IV),</p>
-<p class="i02"> Che sta in Buemme a piantar vigne e fichi,</p>
-<p class="i02"> E che non cura di sì caro acquisto:</p>
-<p class="i01">Che fai? perchè non segui i primi antichi</p>
-<p class="i02"> Cesari de' Romani, e che non siegui,</p>
-<p class="i02"> Dico, gli Otti, i Corradi e i Federichi?</p>
-<p class="i01">E che pur tieni questo imperio in triegui?</p>
-<p class="i02"> E se non hai lo cuor d'esser Augusto,</p>
-<p class="i02"> Che no 'l rifiuti? o che non ti dilegui? ecc.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Più distesamente in Vespasiano fiorentino, pag. 54. Cfr. 150.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diario ferrarese</i>, presso Muratori, XXIV, col. 213 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Haveria voluto scortigare la brigata</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annales Estenses</i>, presso Murat. XX, col. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Poggii, <i>Hist. florent. pop.</i> l. VII, presso Muratori, XX, col. 381.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Senarega, <i>De reb. Genuens.</i>, presso Murat. XXIV, col. 575.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sono numerati nel <i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXVI,
-col 203. Cfr. <i>Pii II Comment. II</i>, pag. 102.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi di Venezia</i>, presso Murat.
-XXII, col. 1113.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, p. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Soriano, <i>Relaz. di Roma</i> 1533, presso Tommaso Gar. <i>Relazione</i>,
-pag. 281.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciò che segue conf. Canestrini nella <i>Introduzione</i> al
-tom. XV dell'<i>Arch. Stor.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cagnola, Arch. Stor. III. pag. 28: <i>et (Filippo Maria) da lei
-(Beatr.) ebbe molto texoro e dinari, e tutte le giente d'arme del
-dicto Facino, che obedivano a lei.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Infessura, presso Eccard, <i>Scriptor.</i> II, col. 1911. L'alternativa
-che Machiavelli pone al condottiero vittorioso, veggasi nei <i>Discorsi</i>.
-I, 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se essi abbiano avvelenato anche l'Alviano nel 1516 e se
-sieno giusti i motivi addotti per ciò, veggasi uno scritto di G. Prato
-inserito nell'<i>Arch. Stor. III</i>, pag. 348. — Dal Colleoni la Repubblica
-si fece nominare sua erede, e dopo la sua morte avvenuta
-nel 1475 ordinò una formale confisca di tutti i suoi beni.
-Cfr. Malipiero, <i>Annali veneti</i> nell'<i>Arch. Stor. VII</i>, I, p. 224.
-Essa si mostrava assai soddisfatta, quando i condottieri depositavano
-il loro danaro in Venezia. <i>Ibid</i>. pag. 351.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cagnola, nell'<i>Arch. Stor.</i> III, pag. 121 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Almeno presso Paolo Giovio nella sua <i>Vita magni Sfortiae
-(Viri illustres)</i>, una delle più interessanti fra le sue biografie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aen. Sylvius: <i>De dictis et factis Alphonsi</i>, op. fol. 475.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pii II <i>Comment.</i> I. p. 46. Cfr. 69.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sismondi X, pag. 258. Corio, fol. 412, dove lo Sforza è detto
-complice, perchè dalla guerresca popolarità del Piccinino temeva
-pericoli pe' suoi propri figli. — <i>Storia Bresciana</i> presso Muratori
-XXI, col 902 — Come si tentò nel 1466 il gran condottiere
-veneziano Colleoni, ci è raccontato da Malipiero, <i>Annali veneti</i>,
-nell'<i>Arch. Stor.</i> VII, I, pag. 210.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Allegretti, <i>Diarii Sanesi</i>, presso Murat. XXIII, pag. 811.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Orationes Philelphi</i>, fol. 9, nell'orazione funebre per Francesco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marin Sanudo, <i>Vite de' duchi di Venezia</i>, presso Murat. XXII,
-col. 1241.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, <i>Annali veneti</i>, nell'<i>Arch. Stor.</i> VII, I, pag. 407.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. Eugubinum</i>, presso Muratori XXI, col. 972.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespasiano fiorent. pag. 148.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arch. Stor</i>. XXI, parte I e II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Storia fiorent</i>. I. pag. 242 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. Stor. VII</i>, I. pag. 498.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De vario sepeliendi ritu</i>. — Ancor
-nel 1470 era avvenuta in questa casa una catastrofe in piccolo.
-Cfr. <i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV. col. 225.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Jovian. Pontan. <i>De liberalitate</i> e <i>de obedientia</i>, l. 4. Cfr.
-Sismondi X. pag. 78 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tristano Caracciolo: <i>De varietate fortunae</i>, presso Murat.
-XXII. — Jovian. Pontan. <i>De prudentia</i>, l. IV, <i>de magnanimitate</i>,
-l. I, <i>de liberalitate, de immanitate</i>. — Camillo Porzio, <i>Congiura
-de' Baroni</i>, passim. — Comines, <i>Charles VIII</i>, chap. 17, colla caratteristica
-generale degli Aragonesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Histor</i>. I. p. 14, nel discorso di un inviato milanese.
-<i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV, col. 294.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Petri Candidi Decembrii <i>Vita Phil. Mariae Vicecomitis</i>,
-presso Murat. XX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Furono ordinate da lui le 14 statue marmoree di Santi nel
-castello di Milano? — <i>Historia der Frundsberge</i>, fol. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò che lo angustiava era che <i>aliquando «non esse» necesse
-esset.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 400; — Cagnola nell'<i>Arch. stor.</i> III. p. 125.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. Stor.</i> VII, I, p. 216, 221.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. venetum</i>, presso Murat., XXIV, col. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, <i>Ann. veneti</i>, (<i>Arch. Stor.</i>, VII, I, p. 492). Cfr.
-481, 561.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il suo ultimo colloquio con lo stesso, genuino e notevole,
-presso Senarega, Murat. XXIV, col. 567.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diario ferrarese</i>, presso Murat., XXIV, col. 336, 367, 369.
-Il popolo credeva, che temesse pe' suoi tesori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, <i>fol.</i> 448. Gli effetti di questo stato di cose possono
-vedersi nelle <i>Novelle</i> e <i>Introduzioni</i> del Bandello, che si riferiscono
-a Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Amoretti, <i>Memorie storiche sulla vita ecc. di Lionardo da
-Vinci</i>, pag. 35 e segg., 83 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi i di lui sonetti presso Trucchi, <i>Poesie inedite</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato, nell'<i>Arch. Stor.</i>, III, p. 298. Cfr. 302.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nato nel 1466, fidanzato ad Isabella sedicenne nel 1480, successe
-nella signoria nel 1484, si sposò nel 1490, morì nel 1519.
-Isabella morì nel 1539. I loro figli erano Federigo (1519-1540),
-innalzato a duca nel 1530, e il celebre Ferrante Gonzaga. Ciò che
-segue è tolto dalla corrispondenza di Isabella, con appendici, <i>Arch.
-Stor. Append.</i>, tom. II, comunicate dal D'Arco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franc. Vettori, nell'<i>Arch. Stor., Append.</i>, t. VI, p. 321. — Intorno a Federigo in particolare veggasi Vespasiano fiorent.
-p. 132 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Castiglione, <i>Cortegiano</i>, L. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò che segue, specialmente dagli <i>Annales Estenses</i> presso
-Muratori, XX, e dal <i>Diario ferrarese</i>, presso Muratori XXIV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diario ferrarese</i> l. c, col. 347.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius: <i>Vita Alphonsi ducis</i> nei <i>Viri illustres</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Iovius, l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Borso edificò tuttavia, tra le altre costruzioni, la Certosa di
-Ferrara, la quale può sempre dirsi una delle più belle Certose
-dell'Italia d'allora.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questa occasione è da menzionare anche il viaggio di
-Leon X, quand'era cardinale. Cfr. Paul. Iovii <i>Vita Leonis X</i>,
-libr. I. L'intendimento era meno serio e il viaggio era diretto a
-procurargli una distrazione e una conoscenza generale del mondo,
-proprio nel senso moderno. Ma nessuno d'oltr'alpe viaggiava
-allora con tali scopi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Iovin. Pontan. <i>De liberalitate</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VI, nov. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vasari, XII, 166. <i>Vita di Michelangelo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un primo esempio se ne ha in Bernabò Visconti, pag. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. <i>Capitolo 19</i>, e nelle <i>Opere minori</i>, ed. Le Monnier, volume
-I pag. 425, col titolo <i>Elegia</i> 17. Senza dubbio al poeta diciannovenne
-la causa di questa morte (v. pag. 62) era ignota.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Negli <i>Hecatommithi</i> del Giraldi trattasi di Ercole I, Alfonso I,
-Ercole II nel l. I. <i>Nov</i>. 8 e nel VI, <i>Nov.</i> 1. 2. 3. 4 e 10, il tutto
-essendo ancor vivi i due ultimi. — Anche nel Bandello si hanno
-molte narrazioni riguardanti principi suoi contemporanei.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra le altre nelle <i>Deliciae poetar. italor.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Già menzionato ancora nel 1367, parlando di Niccolò il Vecchio,
-nel <i>Polistore</i>, presso Murat. XXIV. col. 848.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Burigozzo, nell'<i>Arch. Stor.</i> III. p. 432.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Discorsi, I, 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De incert. et vanitate scientiar.</i> cap. 53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato, nell'<i>Arch. Stor.</i> III. p. 211.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De casibus virorum illustrium</i>. L. II. cap. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorsi</i>, III, 6. — Cfr. <i>Storie fiorent.</i> L. VIII. — La descrizione
-delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani
-sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che
-per lo meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro
-contemporaneo del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina
-dai Saraceni, operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi
-chiamato (presso Baluz. <i>Miscell</i>. I, p. 184), offre l'occasione ad un
-racconto abbastanza caratteristico di questo genere (1060); per
-tacere anche del colorito drammatico, che si diede ai racconti del
-Vespro siciliano. La medesima tendenza si scorge notoriamente
-negli storici greci.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il
-motivo sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato
-ancora all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 422. — Allegretto, <i>Diari sanesi</i>, presso Muratori
-XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio,
-un periodo come il seguente: «<i>quisque nostrum magis socios potissime
-et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos
-se facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul
-magis noctu edere, vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc.</i>».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vasari, III, 251. Nota alla <i>vita del Donatello</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inferno</i>, XXXIV, 64.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, <i>Arch.
-Stor.</i> I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., <i>Vita Leonis X</i>, L. III, nei <i>Viri
-illustres</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Roscoe, <i>Vita di Lorenzo de' Medici</i>, vol. IV, <i>Appendice</i>
-12. — Cfr. anche la Relazione, <i>Lettere di Principi</i> (edizione
-Venez. 1577) III. fol. 162 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, <i>Vita di Ant. Giacomini</i>,
-pag. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Genetliacon</i>, ne' suoi <i>Carmina</i>. — Cfr. Sansovino, <i>Venezia</i>,
-fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, <i>Monum</i>.
-IX, p. 5, 6, pone l'occupazione delle isole al tempo dei Longobardi,
-e quella di Rialto espressamente più tardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De situ venetae urbis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove
-costruzioni dei primi anni del secolo XVI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Benedetto: <i>Charolus VIII</i>. presso Eccard. <i>Scriptores</i>, II,
-col. 1597, 1601, 1621. — Nel <i>Chron. venetum</i>, presso Murat. XXIV,
-col. 26, sono enumerate le virtù politiche dei veneziani: <i>bontà,
-innocenza, zelo di carità, pietà, misericordia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. <i>Erasmi
-Colloq.</i> ed. Tigur, 1553, pag. 215, <i>miles et carthusianus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolae</i>, lib. V, fol. 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipieri, <i>Annali veneti</i>, nell'<i>Arch. stor.</i> VII, I, p. 377, 431,
-481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — <i>Chron. venetum</i>, presso Murat.
-XXIV, col. 57. — <i>Diario ferrarese</i>, ibid. col. 240.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, nell'<i>Arch. Stor</i>. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713
-e I, 535.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi</i>, Murat. XXII, col. 1194.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. venetum</i>, Murat. XXIV, col. 105.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. venetum</i>, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero
-l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo
-dell'ammiraglio Antonio Grimani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. venetum</i>, l. c. col. 166.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere
-in Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi</i>, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno
-1426), col. 1088 (dell'anno 1440), presso Corio, fol. 435-438
-(del 1483), presso Guazzo, <i>Historie</i>, fol. 151 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 150) forse nota pel primo che il
-desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del
-proprio interesse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, l. c. VII, I, p. 328.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo
-è un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel <i>Manipulus
-florum</i> (presso Murat. XI, 711 e segg.) dell'anno 1288.
-Esso enumera le porte delle case, la popolazione, gli uomini atti
-alle armi, le logge dei nobili, le fontane, i forni, le taverne, le
-botteghe de' macellai, i pescatori, il consumo del grano, i cani,
-gli uccelli da caccia, i prezzi delle legne, del fieno, del vino e del
-sale, — ed inoltre i notai, i medici, i maestri di scuola, i copisti,
-gli armaiuoli, i maniscalchi, gli spedali di corte, i conventi, le
-fondazioni pie e le corporazioni ecclesiastiche. — Un altro, forse
-più antico, può vedersi nel <i>Liber de magnatibus Mediolani</i>, presso
-Heinr. de Hervordia, ed. Potthast. p. 165. — Cfr. anche la statistica
-di Asti dell'anno 1280, presso Ogerius Alpherius (Alfieri),
-<i>De gestis Astensium, Hist. patr. Monumenta, Scriptorum</i> t. III,
-col. 684 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Specialmente Marin Sanudo nelle <i>Vite de Duchi di Venezia</i>,
-Murat. XXII, passim.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio
-è riportato da Scherer, <i>Allgem. Geschs. des Welthandels</i>,
-I, 326, in nota.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non
-quelle soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime
-però rendevano talvolta moltissimo. Cfr. Vasari XIII, 83, <i>Vita di
-Jac. Sansovino</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490
-si ha alla col. 1245.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano
-Paolo II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli
-umanisti. Platina, <i>Vita Pauli</i>, p. 323.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sanudo, l. c. col. 1167.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sansovino, <i>Venezia</i>, l. XIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla
-Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di
-Santa Giustina di Padova, che credevano di possederlo, e l'autorità
-papale dovette decidere. Cfr. Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 401).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sansovino, <i>Venezia</i>, lib. XII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per
-la Divina Commedia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470,
-v. pag. 554.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgatorio</i>, VI, sulla fine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Monarchia</i>, L. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte.</i> Come egli
-volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi
-la lettera a pag. 35, durante il conclave di Carpentras del 1314.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso
-il Baluz. <i>Miscell.</i> IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato.
-Anche qui la stessa attività generale: <i>non est dives aut
-pauper in ea</i> (civitate), <i>qui de arte certa se nutrire non valeat
-et suos</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il
-Machiavelli, <i>Stor. fiorent.</i>, lib. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una
-bianca per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari
-guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, III, 103.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della
-peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul
-principio del <i>Decamerone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giov. Villani, X, 164.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ex annalibus Ceretani</i>, presso Fabroni, <i>Magni Cosmi Vita</i>,
-ad not. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ricordi di Lorenzo</i>, presso Fabroni, <i>Laur. Med. magnifici
-Vita</i>, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, <i>Elog. Cosmus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Di Benedetto Dei</i>, presso Fabroni, <i>ibid. adnot.</i> 200. L'indicazione
-del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto
-finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può
-vedersi in Roscoe, <i>Vita di Lor. de' Medici</i>, vol. II, append. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per es. nell'<i>Arch. Stor.</i>, IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libri, <i>Hist. de sciences mathématiques</i>, II, 162 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Storie fiorentine</i>, III, p. 56 e segg. sulla fine del
-lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo
-essere derivati da sviste di copisti o tipografiche.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale
-io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni
-dati sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni
-si lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente
-i documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro,
-e lo scudo d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso,
-da undici a dodici franchi della nostra moneta.
-</p>
-
-<p>
-In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476)
-con 170,000 ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII,
-II, p. 666).
-</p>
-
-<p>
-Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino,
-con 200,000 ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani
-(Gasp. veronens. <i>Vita Pauli JI</i>, presso Murat., III, II, col. 1027).
-Altrove si hanno dati favolosi.
-</p>
-
-<p>
-Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione
-di suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante
-gli si attribuiscono 100,000 ducati (<i>Chron. venetum,</i> Muratori,
-XXIV, col. 125).
-</p>
-
-<p>
-Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia
-veggasi specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg.,
-(Notizia del 1498).
-</p>
-
-<p>
-Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città
-che passano per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile,
-perchè attestata da un Franc. Vettori: veggasi la di lui <i>Storia</i>,
-nell'<i>Arch. Stor.</i>, append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34
-e 42, fa menzione del più ricco mercante genovese del suo tempo,
-Ansaldo Grimaldi.
-</p>
-
-<p>
-Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore
-del danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis).
-</p>
-
-<p>
-In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani
-alla metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come
-di 3 ad 8 (<i>Sacco di Piacenza</i>, nell'<i>Arch. Stor.</i>, append., tom. V;
-nota dell'editore Scarabelli).
-</p>
-
-<p>
-In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano
-da 50 a 60,000 ducati. (<i>Diario ferrarese</i>, Murat., XXIV,
-col. 207, 214, 218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187).
-</p>
-
-<p>
-Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono
-se non a conclusioni approssimative. Di questo genere sono
-quei prestiti, che figurano fatti da una sola o da poche case, ma
-che in fatto procedevano da grandi compagnie, e tali sono altresì
-quelle enormi contribuzioni imposte ai partiti che soggiacevano,
-come, per esempio, quelle che dall'anno 1430 al 1453 furono pagate
-da settantasette famiglie per l'ammontare di 4,875,000 fiorini
-d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.).
-</p>
-
-<p>
-L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui
-morte (1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo
-e Lorenzo l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440),
-ben 235,137 (Fabroni, <i>Laur. Medic.</i>, adnot. 2).
-</p>
-
-<p>
-Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa testimonianza,
-per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le quarantaquattro
-botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio,
-rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. <i>Vita di
-Taddeo Gaddi</i>). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze,
-<i>Florence et ses vicissitudes</i>, vol. II) è pieno di dati, i quali però
-non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e
-il meschino valore del danaro.
-</p>
-
-<p>
-Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano
-da tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi
-affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli
-averi dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520
-una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (<i>Lettere pittoriche</i>,
-I, append. 48).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo
-il Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni
-giudizio sulla loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole
-(di Gino Capponi) nell'<i>Arch. Stor</i>., I, p. 315 e segg. — Le
-lodi tributate a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle
-che principalmente provocarono una reazione (Sismondi, <i>Histoire
-des républiques italiennes</i>, fra molti altri).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti
-lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. <i>Arch. Stor</i>., Append. tom. II,
-p. 176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle
-dal secolo XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato
-dispotico, è noto universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia
-de' Visconti nel 1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia
-superiore col rifiutare ricisamente una federazione di città con
-parità di diritti. Cfr. Corio, fol. 358 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò
-sul modo di attuare una costituzione come segue: <i>le sedici
-compagnie della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri
-scegliere i quattro migliori, e da questi la Signoria
-l'ottimo!</i> — Ma le cose poi andarono diversamente, e precisamente
-per l'influenza stessa del Frate.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527,
-dopo la cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, <i>Storie fiorent</i>., lib. III. «<i>Un savio dator delle
-leggi</i>» poteva salvar Firenze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Storie fiorent</i>., I, p. 210.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze</i>, nelle <i>Opere
-minori</i>, p. 207.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in
-Montesquieu.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il giudizio
-spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione e
-sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, <i>Lettere di Principi</i>,
-III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer</i>, p. 701. — In
-modo simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto
-moderna ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti
-del 1535. V. Della Valle, <i>Lettere Sanesi</i>, III, p. 317. — Un certo
-numero di merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi
-di Machiavelli, pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre
-magistrature romane contro il mal governo dei nobili e della burocrazia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pierio Valeriano, <i>De infelicit. literator</i>., parlando di Bartolommeo
-Della Rovere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Senarega, <i>De reb. genuens</i>., presso Murat. XXIV, col. 548.
-Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc.
-V. il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione
-dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, <i>Archivio
-Stor.</i> III, p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro
-e (più tardi) cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente
-dal quadro generale delle condizioni italiane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Baluz. <i>Miscell</i>., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di
-Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria.
-Cfr. Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. stor</i>. VII, 1, p. 216
-e segg. In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente
-a Venezia, benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di
-qualche tiranno, mentre Firenze è costretta a tener soggette colla
-forza le vicine repubbliche avvezze alla libertà, come osserva
-Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 29).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In modo affatto speciale in una <i>Istruzione</i> dell'anno 1452
-agli inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, <i>Cosmus adnot</i>. 107.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Comines, <i>Charles VIII, chap. 10:</i> si riguardavano i francesi
-come <i>Santi</i>. — Cfr. chap. 17. — <i>Chron. venetum</i>, presso
-Murat. XXIV, col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, <i>Cron. di Perugia,
-Arch. stor</i>. XVI, II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pii II <i>Commentarii</i>, X, p. 492.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gingins, <i>Dépêches des ambassadeurs milanais</i> etc. I, p. 26,
-153, 279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306.
-Carlo si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di
-Orléans.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Niccolò Valori, <i>Vita di Lorenzo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Laurentius magnificus, adnot</i>. 205 e segg. Perfino
-in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: <i>flectere si nequeam
-Superos, Acheronta movebo</i>, ma è sperabile che non intendesse
-alludere ai Turchi (Villari, <i>Storia di Savonarola</i>, II,
-p. 48 dei Documenti).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per es. Giov. Pontano nel suo <i>Caronte</i>. Sulla fine egli aspetta
-uno Stato unitario.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Comines, <i>Charles, VIII, chap. 7</i>. — Come Alfonso cercasse
-in guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento,
-ci è narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli
-è il vero predecessore di Cesare Borgia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pii II <i>Commentarii</i>, X, p. 492. — V. una fiorita lettera di
-Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore
-ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un
-libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso
-Baluz. <i>Miscell</i>. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse
-nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria.
-Cfr. Malipiero, <i>Ann. veneti. Arch. stor.</i> VII, I, 222. — Intorno a
-Boccalino vedi sopra a pag. 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Porzio, <i>Congiura de' Baroni</i>, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia
-avuto una mano è appena credibile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chron. venetum</i>, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, l. c. p. 565, 568.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Trithem, <i>Annales Hirsaug. ad an</i>. 1490, tom. II, p. 535
-e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim
-a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che
-esisteva una corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro
-e Bajazet, anche se dovessero essere soppressi i documenti riportati
-da Burcardo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bapt. Mantuanus, <i>De calamitatibus temporum</i>, sulla fine
-del secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della Corte di Roma</i>, I, p. 55.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ranke, <i>Geschichten der romanischen und germanirchen
-Völker</i>. — L'opinione del Michelet (<i>Réforme</i>, p. 467), che i Turchi
-avrebbero finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade
-affatto. — Forse per la prima volta la missione riserbata alla
-Spagna trovasi indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami
-nel 1510 tenne alla presenza di Giulio II, per festeggiare la presa
-di Bugia operata dalla flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. <i>Anecdota
-litteraria</i>, II, p. 149.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo
-Sforza, fol. 329.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nic. Valori. <i>Vita di Lorenzo</i>. — Paul. Jovius, <i>Vita Leonis X</i>,
-L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non
-senza rettorica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva
-e giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna
-anche tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente
-con Angelo Catto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Villari, <i>la Storia di G. Savonarola</i>, vol. II, p. XLIII
-dei <i>Documenti</i>, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere
-politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente
-presso il Baluzio, <i>Miscellanea</i>, ed. Mansi, vol. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pii II <i>Commentarii</i>, L. IV, p. 190 ad a. 1459.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius, <i>Elogia</i>. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino,
-<i>che si sarebbe vergognato</i> di tollerare nella sua biblioteca un libro
-stampato. Cfr. Vespas. fiorent.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Porcellii <i>Commentaria Jac. Piccinini</i> presso Murat. XX.
-Una continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende
-il vecchio Africano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Simonetta, <i>Hist. Franc. Sfortiae</i>, presso Murat. XXI, c. 630.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, <i>parte I</i>,
-nov. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. per es. <i>De obsidione Tiphernatium</i> nel 2.º volume dei
-<i>Rer. ital. scriptores ex codd. florent.</i>, col. 690. Avvenimento molto
-caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault
-con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III,
-p. 25. — Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è
-raccontato dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro
-il duello in generale. <i>Sept. Decretal.</i> V, tit. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I particolari nell'<i>Arch. Stor. Append. T. V.</i>, ed in una lettera
-presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello
-Sforza sono rappresentate come una delle più terribili orde di
-mercenari, che sieno mai state.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una volta per sempre rimandiamo qui alla <i>Storia dei Papi</i>
-di Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim <i>Sull'origine e lo sviluppo
-dello Stato della Chiesa</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze
-veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni ecclesiastiche
-di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e segg.)
-e J. Manetti <i>Vita Nicolai V</i> (Murat. III, II, col. 923). — Sugli
-omaggi resi a Pio II, v. <i>Diario ferrarese</i> (Murat XXI. col. 205),
-e Pii <i>Comment</i>. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562. Anche
-assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa. — Le
-grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta
-importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV,
-che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale
-(Jac. Volaterranus, <i>Diarium</i>, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza
-notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della
-benedizione e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481
-non volle dar la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono
-maledizioni e imprecazioni (Ibid. col. 133).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, <i>Scritti minori</i>, pag. 142, nel noto Discorso sulla
-catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i francesi
-si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr. presso
-Paul. Jov., <i>Vita Leonis X</i> (L. II) la scena che precedette
-la battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo
-di ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa,
-che ne pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che
-fecero i Francesi a Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli,
-i quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo
-la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti
-di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero
-imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II,
-col. 1893) e dal Platina, pag. 317 ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. B. Alberti: <i>De Porcaria conjuratione</i>, presso Murat. XXV,
-col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: <i>omnem pontificiam turbam
-funditus extinguere</i>. L'autore conclude: <i>video sane, quo stent
-loco res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse
-omnia conducat</i>.... Egli li chiama <i>extrinsecos impulsores</i>, e crede
-che il Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche
-le idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle
-di Cola di Rienzo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris....
-Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium,
-pater ecclesiae</i> etc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pii II, <i>Commentarii</i>, IV, pag. 208 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Platina, <i>Vitae Paparum</i>, p. 318.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Battista Mantovano, <i>De calamitatibus temporum</i>, L. III.
-L'arabo vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio:
-<i>venalia nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes,
-thura, preces, coelum est venale, Deusque</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si veggano, per es., gli <i>Annales Placentini</i>, presso Murat. XX,
-col. 943.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 416-420. Pietro aveva già aiutato
-a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso Eccard,
-<i>Scriptores</i>, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato profetizzato,
-che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto
-nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data
-presso Baluz. <i>Miscell</i>. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. <i>Stor.
-fiorent</i>. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo
-è che i motivi non sarebbero loro mancati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127),
-incorporare l'Apulia <i>come feudo devoluto a S. Pietro</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Laurentius magnif. adnot.</i> 130. Un referendario
-scriveva di ambedue:<i> hanno in ogni elezione a mettere a sacco
-questa corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 450.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, <i>Laurentius
-magnif. adnot.</i> 217, e in estratto presso Ranke, <i>Die römischen
-Päpste</i>, I, p. 45.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente
-gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo
-faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua
-partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine
-e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar
-colle potenze estere veggasi a pag. 125.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, <i>Scriptores</i>, II,
-passim.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense
-di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia
-Borgia fu data in moglie al principe Alfonso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla
-deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia,
-e precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto
-(<i>Charolus VIII</i>, presso Eccard <i>script</i>. II, col. 1584), Carlo,
-offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo
-nel nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea
-<i>de Italiae imperio deque pontificis statu mutando</i>, ma subito
-dopo l'avrebbe abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente
-Alessandro. Il Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari
-da questo tempo in avanti presso Pilorgerie, <i>Campagne
-et bulletins de la grande armée d'Italie 1494-1495</i> (Paris, 1866 8.º),
-dove si discorre della gravità del pericolo, in cui si trovò più volte
-Alessandro (p. III, 117 ecc.). Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.)
-Carlo non pensava a fargli alcun male.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, fol. 550. — Malipiero, <i>Ann. veneti, Arch. stor.</i> VII, I,
-p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia
-intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un nipote
-viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato
-pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le
-persone addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui
-possono mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare
-maggiore di una chiesa di Murano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò presso il Panvinio (<i>Contin. Platinae</i>, p. 359): <i>insidiis Caesaris
-fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre</i>. Testimonianza
-certo autentica, contro la quale hanno poco peso le
-asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa a
-Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro
-accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal
-Tevere, il Sannazzaro scrisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,</p>
-<p class="i02"> Piscaris natum retibus, ecce, tuum.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, <i>Opere</i>, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395,
-nella <i>Legazione al duca Valentino</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della Corte di Roma</i>, I, p. 12
-nella <i>Relaz</i>. di P. Capello. Letteralmente è detto: <i>il Papa rispetta
-Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera
-che ella</i> (la signoria di Venezia) <i>protegga il figliuolo e dice
-voler fare tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria
-nostra</i>. La parola suo non può riferirsi che a Cesare.
-Del resto delle incertezze cagionate dall'uso del pronome possessivo
-si ha un saggio nella questione oggidì ancor viva rispetto
-alle parole usate dal Vasari nella <i>Vita di Raffaello</i>: «<i>a Bindo
-Altoviti fece il ritratto suo</i>» ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Strottii poetae</i>, p. 19, nel poema sulla <i>Caccia</i> di Ercole Strozza,
-<i>cui triplicem fata invidere coronam.</i> Poi anche nell'<i>Elegia</i> per
-la morte di Cesare, p. 31 e segg.: <i>speraretque olim solii decora
-alta paterni</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: <i>affore Alexandri
-sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret</i>,
-ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibid: <i>sacrumque decus majora parantem deposuisse</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una
-principessa francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma
-in qualche modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia.
-Non si sa s'egli abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio,
-quantunque (secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse
-calcolare sopra una prossima morte del padre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente
-su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi:
-inoltre non si poteva prescindere dall'assenso della Francia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, <i>Cronaca
-di Perugia, Arch. stor. XVII</i>. II, p. 137 e 221: <i>egli voleva che
-i suoi soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che
-in tempo di pace guadagnavano più ancora, che in tempo di
-guerra</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così Pierio Valeriano, <i>De infelicitate literator</i>., parlando
-di Giovanni Regio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tommaso Gar, l. c. p. 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paulus Jovius, <i>Elogia, Caesar Borgia</i>. — Nei <i>Commentarii
-urbani</i> di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una caratteristica
-di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia
-molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: <i>Roma.... nobilis
-jam carnificina facta erat</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV, col. 362.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius, <i>Historiar</i>. II, fol. 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Panvinius, <i>Epitome pontificum</i>, p. 359. Il tentativo d'avvelenamento
-contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — Secondo
-Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez,
-cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i
-segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, <i>Röm. Päpste</i>, I, p. 52, nota)
-anche il cardinale di Verona.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato, <i>Arch. stor. III</i>. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso
-il Baluz. <i>Miscell</i>. IV, p. 518 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. <i>Chron. venetum</i>,
-presso Murat. XXIV, col. 133.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anshelm, <i>Berner Chronik</i>, III, pag. 146-156. — Trithem.
-<i>Annales Hirsaug</i>. II, 579, 584, 586.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Panvin., <i>Cont. Platina</i>e, p. 341.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati
-ancor vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In onta all'asserzione del Giovio (<i>Vita Alphonsi ducis</i>), resta
-sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre
-Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia
-aragonese, che n'era stata cacciata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, <i>Leone X</i> ed.
-Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel
-luglio del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto
-morto, le menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo
-Colonna ed Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al
-Campidoglio il popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo
-della tirannia papale, <i>a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione</i>,
-come narra il Guicciardini nel L. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Septimo decretal</i>. l. I, t. 3, cap. 1-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franc. Vettori, nell'<i>Arch. stor</i>. VI, 297.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. <i>Chronicon Citicense</i>)
-che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine
-de' Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso
-pure, ne pagò 30,000.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franc. Vettori, l. c. p. 301.-<i>-Arch. stor. Appen. I</i>, p. 293
-e segg. — Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso
-Gar, l. c. p. 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ariosto, <i>Satire</i>, VI, vs. 106:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tutti morrete ed è fatal che muoja</p>
-<p class="i01">Leone appresso<span class="dotted">. . . . . . . . </span></p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una combinazione di questa specie può vedersi in un <i>Dispaccio</i>
-del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle <i>Lettere
-de' principi</i> I, 56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franc. Vettori, l. c. p. 333.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi
-una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer.
-Egli teme che ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, <i>et in
-te bellum a nostrae religionis hostibus ante audias geri, quam
-parari</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere de' principi</i>, I, Roma, 17 marzo 1523: <i>questo Stato
-sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che
-noi non dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini
-dell'oceano. Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di
-questa spirituale monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo
-spacciati</i>. — Se Adriano sia stato avvelenato o no, non si può ricavar
-con certezza da Blas Ortiz, <i>Itinerar. Hadriani</i> (Baluz, <i>Miscell.
-ed. Mansi</i>, I, p. 386 e segg.); tutto il male sta in questo che
-l'opinione pubblica lo supponeva.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526,
-11 aprile 1527.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, 43, 46 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius: <i>Vita Pomp. Columnae</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ranke: <i>Deutsche Geschichte</i>, II, 375 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Storie fiorent</i>. II, 43 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibid., e Ranke, <i>Deutsche Geschichte</i> II, p. 394, nota. Si credeva
-che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre
-1527, negli <i>Anecd. litterar.</i> IV, pag. 335.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere de' principi</i>, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10
-dicembre 1527.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tommaso Gar, <i>Relaz. della Corte di Roma</i>, I, 1527.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile,
-ma i Caraffa non vi riuscirono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Petrarca, <i>Epist. fam.</i> I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio
-di esser italiano. Inoltre l'<i>Apologia contra cujusdam anonymi
-Galli calumnias</i>, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed
-altri nel I vol. degli <i>Scriptores</i> dello Scardio; ai quali sono da
-aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (<i>Hist.
-Svevorum</i>), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (<i>Germaniae
-exegesis</i>, 1518).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad
-un inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa
-nel 1496, presso il Malipiero, <i>Ann. veneti, Arch. stor</i>. VII, I, p. 427.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si notino le espressioni <i>uomo singolare, uomo unico</i> per
-esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda
-prevalente nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi
-a modo proprio. Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: <i>contro alle
-nuove foggie</i>, nelle <i>Rime pubbl. dal Poggiali</i>, p. 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre osservazioni,
-fa il seguente confronto: «<i>ils (les Italiens) ont plus
-communement des belles femmes, et moins des laides que nous;
-mais des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à
-pair. Et (je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune
-façon ils en ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est
-sans comparaison plus rare: d'âmes singulières et du plus hault
-estage, nous ne leur en debvons rien</i>». (<i>Essais</i>, L. III, chap. 5,
-vol. III, p. 367 dell'edizione di Parigi del 1816).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella
-delle loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre
-famiglie regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle
-<i>Clarae mulieres</i> di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna
-Malatesta, Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda
-d'Este, e delle più importanti donne della famiglia Sforza.
-Fra esse c'è più d'una <i>virago</i>, cui non manca nemmeno l'ultimo
-perfezionamento della individualità, una elevata cultura umanistica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franco Sacchetti nel suo <i>Capitolo</i> (<i>Rime pubb. dal Poggiali)</i>
-pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini ragguardevoli
-dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria.
-Per quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme
-è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio
-dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani
-veggasi più innanzi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Trattato del governo della famiglia.</i> È stata messa innanzi
-una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera
-dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5,
-ed. Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Trattato</i>, p. 65 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Jov. Pontanus, <i>De fortitudine</i>, L. II. Sessant'anni più tardi
-Cardano (<i>De vita propria</i>, cap. 32) poteva chiedere amaramente:
-<i>quid est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos
-imbelles timidos, et qui plerumque sunt innoxii?</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De vulgari eloquio</i>, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana
-ideale, <i>cap. 17</i>. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma
-anche il grido dell'esule nel celebre passo del <i>Purg. VIII</i>, 1
-e segg. e <i>Parad. XXV</i>, 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dantis Alligherii Epistolae</i>, ed. Carolus Witte, p. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ghiberti, <i>Secondo commentario</i>, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier,
-I, p. XXIX).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Codri Urcei vita</i>, in principio delle sue opere. — Veramente
-ciò confina col detto: <i>ubi bene, ibi patria</i>. — Le compiacenze
-morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a
-tutti gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio.
-Del resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si
-scoprono nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde
-altrettanto in Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a
-detta di Niebuhr, non era un buon cittadino, e Senofonte ancor
-meno: Diogene si compiaceva addirittura del suo cosmopolitismo
-e si diceva egli stesso ἄπολις, come si legge in Laerzio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di
-Beatrice disegnò sopra una tavoletta (<i>Vita nuova</i>, p. 61), potrebbero
-essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da
-dilettante. Leonardo Aretino dice, che egli disegnava <i>egregiamente</i>
-e che amava grandemente la musica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano
-fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura
-fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi
-la bella e istruttiva <i>Vita Jannottii Manetti</i> (nato nel 1396) presso
-Murat. XX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica
-di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, <i>Leone X</i>,
-ed. Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle <i>Opere</i> del conte Perticari,
-Milano, 1823, v. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento
-a ciò Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al
-tempo stesso maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano
-Socini, se si presta fede alla caratteristica che ne dà Enea
-Silvio (<i>Opera</i>, p. 622, Epist. 112).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, <i>Literaturgesch. der Araber</i>,
-I, <i>Introduz</i>. p. 51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum
-elegantia, id prope divinum ducebat.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta
-sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181
-nota).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella sua opera <i>De re aedificatoria</i>, L. VIII, cap. 1, si trova
-una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: <i>si modo
-mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam
-rupem aut planitiem, modo nemus vallemque exhibebit</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un autore per molti, Flavio Biondo, <i>Roma triumphans</i>, L. V,
-p. 117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date
-dagli antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo
-scritto di Cicerone <i>De gloria</i>, che il Petrarca possedeva, è
-andato perduto, come è noto universalmente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paradiso, XXV, sul principio: <i>Se mai continga</i>, ecc. Cfr.
-Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 49. <i>Vaghissimo fu d'onore e di
-pompa, e per avventura più che alla sua inclita virtù non si
-sarebbe richiesto</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De vulgari eloquio</i>, L. I, c. I. In modo specialissimo <i>De
-Monarchia</i>, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia,
-non solamente per essere utile al mondo, ma anche <i>ut palmam
-tanti bravii primus in meam gloriam adipiscar.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Convito</i>, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Paradiso</i>, VI, 112 e seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio: <i>Inferno</i>, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgatorio</i>, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgatorio</i>, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano confusamente
-grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi
-della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa
-nella <i>Lettera di Giov. Pizinga</i> (<i>Opere volgar</i>i), vol. XVI, <i>perpetuandi
-nominis desiderio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scardeonius, <i>de urb. Patav. antiq</i>. (Graev, Thesaur. VI, III,
-col. 260). È incerto se si debba leggere <i>cereis, muneribus</i>, o per
-avventura <i>certis muneribus</i>. — L'individualità alquanto spiccata
-del Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la
-sua <i>Storia di Enrico VII</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistola de origine et vita</i> ecc. al principio delle sue opere:
-<i>Franc. Petrarca posteritati salutem</i>. Certi critici moderni, che si
-scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero
-difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo,
-come lui.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Opera, p. 117: <i>De celebritate nominis importuna</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De remediis utriusque fortunae</i>, passim.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist. seniles</i>, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca
-ce la dà, per esempio, Biondo Flavio (<i>Italia illustrata</i>, p. 416)
-cento anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non
-ne saprebbe di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca
-non l'avesse così spesso e con tanto affetto ricordato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist. seniles</i>, XIII, 3, p. 918.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Filippo Villani, Vite, p. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale
-del Boccaccio: <i>Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di
-fuor sepolto a Certaldo giaccio</i> ecc. — Cfr. <i>Opere Volgari</i> di
-Boccaccio, vol. XVI, p. 44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mich. Savonarola, <i>De laudibus Patavii</i>, presso Murat. XXIV,
-col 1157.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi
-presso Gay, <i>Carteggio</i>, I, pag. 123.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 39.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franco Sacchetti, Nov. 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda
-nel Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento
-nel 1411 v. Misson, <i>Voyage en Italie</i>, vol. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vita di Dante</i>, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi
-sarà stato trasportato a Parma il corpo di Cassio?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nobilitatis fastu</i>, ed anzi <i>sub obtentu religionis</i>, dice Pio II
-(<i>Comment. X</i>, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva dispiacere
-a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Keyssler, <i>Neueste Reisen</i>, p. 1016.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: <i>De
-laudibus Papiae</i> (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale,
-ma nessuna gloria speciale ancora.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De laudibus Patavii</i>, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria
-dignos non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis
-sit consocia et pari emantur praetio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nei <i>Casus virorum illustrium</i> del Boccaccio solo il nono
-ed ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente
-ancor più tardi nei <i>Commentari urbani</i> di Raffaele da Volterra
-il solo vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo
-secondo e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e
-imperatori. — Nell'opera <i>De claris mulieribus</i> dell'agostiniano
-Jacopo Bergomense (intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor
-più la leggenda, ma poi seguono alcune preziose biografie di donne
-italiane. Presso lo Scardeonio, (<i>De urb. patav. antiq.</i> Graev.
-<i>Thesaur</i>. VI, III, col. 405 e segg.) vengono nominate soltanto donne
-celebri padovane: prima una leggenda del tempo delle invasioni
-barbariche: poi alcune scene tragiche delle lotte dei partiti nei
-secoli XIII e XIV; poi alcune ardite eroine, fondatrici di conventi,
-politicanti, medichesse, una madre di molti ed illustri figli,
-una letterata, una contadinella, che muore per salvare la sua innocenza,
-e per ultimo la bella e colta donna del secolo XIV, per la
-quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e la novellatrice.
-Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane si avrebbe
-potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di casa
-d'Este, nell'Ariosto, <i>Orl. fur.</i> XIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Viri illustres</i> di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere
-più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente
-non potei consultare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca
-l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. <i>Carmina
-Burana</i>, p. 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Opere volgari</i>, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido,
-vinto ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra gli altri presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, IV, p. 203.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Angeli Politiani Epp.</i> L. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius, <i>De romanis piscibus, Praefatio</i> (1525), dove
-dice che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata
-<i>non sine aliqua spe immortalitatis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può
-avere la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la
-grandezza può tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo
-può onorevolmente essere un tristo, in contrapposto ad uno perfettamente
-buono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Storie fiorent.</i> l. VI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando di Mario Molza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la
-satira non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed
-astratta, rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc.,
-e quindi anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico.
-Il tipo generale di questa tendenza si ha principalmente
-nella favola del <i>Reineke Fuchs</i>, sotto tutte le forme con cui fu
-redatta presso i diversi popoli d'occidente. Per la letteratura
-francese di questa parte speciale veggasi l'eccellente nuova opera
-di Lenient: <i>La satire en France au moyen-âge</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente,
-<i>Nov.</i> 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inferno</i>, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi
-con Dante, è Aristofane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un modesto principio nelle <i>Opere</i>, p. 421 e segg., e nel
-<i>Rerum memorand. libri IV</i>. Altro saggio si ha nelle <i>Epp. Seniles</i>,
-X, 2, p. 868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo
-dove si ricoverò nel medio-evo, il convento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nov.</i> 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per
-quanto sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibid, <i>Nov</i>. 49. E tuttavia, secondo la <i>Nov</i>. 67, si credeva
-che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso
-fiorentino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Agn. Pandolfini, <i>Il governo della famiglia</i>, p. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Franco Sacchetti, <i>Nov</i>. 156: <i>Nov</i>. 24. Le <i>facetiae</i> del Poggio,
-quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del Sacchetti:
-burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte coll'oscenità
-più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che rivelano
-il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui
-contenuto è tolto di là.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo il Bandello, IV, <i>Nov</i>. 2, il Gonnella sapeva contraffare
-la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i
-dialetti d'Italia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jovius, <i>Vita Leonis X</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel
-professione gravibus ad insaniam impellendis</i>. Ciò fa venire in
-mente lo scherzo che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di
-Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una
-lente per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da
-una notizia del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una
-processione di monaci mediante uno <i>specillum</i> (cfr. il Zuricher
-Taschenbuch del 1858, p. 177), e dal <i>cristallo concavo</i> menzionato
-dal Giovio, di cui Leone si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio
-Alessio (Baluz. Miscell. IV, 518): <i>oculari ex gemina</i> (<i>gemma</i>?)
-<i>utebatur, quam manu gestans, signando aliquid videndum esset,
-oculis admovebat</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare
-a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono
-tre scimmie a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte.
-Soltanto simili fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni
-a mano, dei quali taluni andarono anche distrutti. La caricatura
-è poi qualche cosa di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi
-grotteschi (Biblioteca Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto
-abbia in sè del comico, ed innalza con ciò questo carattere comico
-a suo talento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Jovian. Pontan. <i>De Sermone</i>. Egli constata una speciale attitudine
-al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e
-nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Cortigiano</i>, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del
-motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente,
-nel fol. 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Galateo</i> del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere pittoriche</i>, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini
-del 1577. — Machiavelli, <i>Storie fior</i>. l. VII dice dei giovani signori
-di Firenze dopo la metà del secolo XV: <i>gli studi loro erano
-apparire col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e
-quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e
-da più stimato</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico
-Podacataro (1505) negli <i>Anecd. litt</i>. I, 319. — Il raccoglitore di
-scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. <i>Dialogus de viris
-litt. illustr</i>. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per
-quanto i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui,
-non hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi
-a suo riguardo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che
-nel 1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche
-lontano convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. la sua orazione funebre negli <i>Anecd. litter</i>. IV, p. 315.
-Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini,
-che fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di
-Urbino. — I suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, <i>Poesie
-ined</i>. III, p. 123.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII
-v. nel Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VII, Nov. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di
-Pasquino, presso P. Jov. <i>Vita Hadriani</i>, furono attribuiti ad
-Adriano e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle <i>Lettere
-de' principi</i> I, la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino
-aveva nel giorno di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per es. il Firenzuola, <i>Opere</i>, v. I, p. 126, nel <i>Discorso degli
-animali</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora
-da Roma a Napoli, <i>ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie
-pontificali con la contemplatione delle eccellenze imperiali</i>»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli
-artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in
-Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni
-speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo
-senso, che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio, nel <i>Capitolo</i> all'Albicante, cattivo poeta di
-quel tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi
-relativi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere</i>, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel primo <i>Capitolo</i> a Cosimo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gay, <i>Carteggio</i>, II, p. 332.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. L'imprudente lettera del 1536 nelle <i>Lettere pittor</i>. I, <i>Append</i>.
-34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa
-dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano,</p>
-<p class="i02"> Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente,</p>
-<p class="i02"> E più colpi ha, che dita in una mano.</p>
-<p class="i07"> (Mauro, <i>Capitolo in lode delle bugie</i>).</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena,
-<i>Lettere</i>, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche
-le lettere a Carlo V.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciò che segue veggasi Gay, <i>Carteggio</i>, II, p. 335, 337, 345.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere</i>, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e
-forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e
-che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37),
-ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542
-improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Carmina Burana</i> nella «Biblioteca della Società letteraria
-di Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le
-località italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo
-(pag. 145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un
-prato (pag. 156), l'uso ripetuto della parola <i>bravium</i> (p. 137, 144),
-e più ancora la forma <i>Madii</i> per <i>Maji</i> (p. 141) sembrano appoggiare
-la nostra ipotesi.<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non
-giustifica le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo
-con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano
-dei re d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si
-è creduto di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon.
-Veggasi Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands
-Geschichtsquellem im Mittelalter, pag. 431 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta singolarissima
-di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire nell'opinione
-quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti di essi inserite
-espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe credere piuttosto patrimonio
-di tutta Europa, come d'altra parte sarebbe anche espressamente
-indicato da ciò che vi si legge a pag. 252, che cioè <i>l'ordine dei vaganti</i>
-accoglie in sè <i>uomini d'ogni nazione, teutoni e boemi, slavi e romani</i>. <span class="smcap">Nota del Traduttore</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento
-in tutte le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi
-tratti Enea Silvio (<i>Opp</i>. p. 603 nella <i>Epist</i>. 105 all'arciduca Sigismondo).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pei particolari rimandiamo a Roscoe: <i>Lorenzo il Magnifico</i>
-e <i>Leon X</i>, nonchè a Voigt: <i>Enea Silvio</i>, e a Papencordt: <i>Storia
-della città di Roma nel Medio-Evo</i>. — Chi vuol farsi un'idea
-dell'estensione, che si dava agli studi degli uomini colti sul principio
-del secolo XVI, consulti, prima d'ogni altro libro, i <i>Commentarii
-urbani</i> di Raffaele da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità
-costituiva la parte più sostanziale di ogni ramo dello scibile,
-dalla geografia e dalla storia locale sino alle biografie di tutti i
-potenti ed illustri personaggi, alla filosofia popolare, alla morale,
-alle singole scienze speciali e perfino all'analisi dell'intero sistema
-aristotelico, con cui l'opera si chiude. E per conoscere tutta l'importanza
-di quest'opera come fonte per la storia della cultura, bisognerebbe
-confrontarla con tutte le anteriori enciclopedie. Una
-trattazione circostanziata e completa di questo tema trovasi nell'eccellente
-opera di Voigt: <i>Die Wiederbelebung des classischen
-Alterthums</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito
-svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «<i>Storia
-della città di Roma nel Medio-Evo</i>», alla quale rimandiamo una
-volta per sempre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Gugl. Malmesb. <i>Gesta regum Anglor.</i> L. II, § 169,
-170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354
-e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è
-fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma,
-e finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante,
-figlio di Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab
-Aquis, <i>Imago Mundi</i> (<i>Hist. patr. Monum. Script.</i> T. III, col. 1603),
-sull'origine della casa Colonna con riferimento all'invenzione di
-tesori nascosti. — Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury
-riporta tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo
-di Tours, che è uno degli esempi più singolari di entusiasmo
-umanistico nella prima metà del secolo XII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dante, <i>Convito</i>, Tratt. IV, cap. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epp. familiares</i>, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma
-prima di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dittamondo</i>, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le
-ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione
-della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico. — Secondo
-il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò
-ed Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, <i>per vedere quelle magnificenze
-antiche, che al presente si possono vedere in Roma</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori
-d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di
-marmi e di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140)
-cercava imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò
-in sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme
-di Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter,
-presso Duchesne, <i>Scriptores</i>, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno
-non aveva avuto pretese così esorbitanti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Poggii Opera</i> fol. 50 e segg. <i>Ruinarum urbis Romae descriptio</i>.
-Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di
-Martino V. — Le terme di Caracalla e di Diocleziano avevano
-ancora il loro rivestimento e le loro colonne.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare
-da una lettera riportata nella <i>Vita Pogii</i>, presso Muratori, XX,
-col. 177, e come raccoglitore di busti col. 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Cosmus, Adnot.</i> 86. Da una lettera di Alberto degli
-Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto
-Martino V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio
-IV si consulti Vespasiano Fiorent. p. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, <i>Vita Pii II</i>,
-presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — <i>Pii II Commentarii</i>
-p. 48, 72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Fiammetta</i>, cap. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leandro Alberti, <i>Descriz. di tutta l'Italia</i>, fol. 285. — Secondo
-Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse
-l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta,
-Argo ed Atene.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano
-nel <i>Manipulus</i>, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul
-principio della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani,
-secondo il quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole
-anti-romana e ribelle, mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente
-romani (I, 9, 38, 41, II, 2). — Dante, <i>Inf</i>. XV, 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Commentarii</i>, p. 206, nel libro IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mich. Cannesius, <i>Vita Pauli II</i>, presso Murat. III, II, col. 993.
-L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere scortese
-nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: <i>de quo rerum
-scriptores multa ac diversa commemorant</i>. — Più singolare ancora
-parrà che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere
-dal grande Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso
-per nozze e ripeterlo poscia in un elogio del giurista
-Teodoro Plato, come altresì che un Giovannantonio Plato al ritratto
-in rilievo del filosofo da lui scolpito (nel cortile del palazzo
-Magenta in Milano) non esitasse a porre un'iscrizione, nella quale
-si leggeva: <i>Platonem suum, a quo originem et ingenium refert</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094;
-e l'Infessura, presso Eccard <i>Scriptores</i>, II, col. 1951. — Matarazzo,
-nell'<i>Arch. stor.</i> XVI, II, p. 180.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione
-di trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, <i>Vita di Giov. da Udine</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quatremère, <i>Storia della vita etc. di Raffaello</i>, ed. Longhena,
-p. 531.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere pittoriche</i>, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli voleva <i>curis animique doloribus quacumque ratione
-aditum intercludere</i>; le allegre riunioni e la musica lo attraevano
-moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. <i>Leonis X
-vita anonyma</i>, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I
-(<i>Perch'ho molto</i> ecc.) e la IV (<i>Poichè, Annibale</i> ecc.).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ranke, <i>Die röm. Päpste</i>, I, 408 e segg. — <i>Lettere de' principi</i>,
-I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... <i>tutti questi cortigiani
-esausti da Papa Leone e falliti</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pii II Commentarii</i>, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia
-di Sannazzaro <i>in ruinas Cumarum</i>, nel libro II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Polifilo, <i>Hypnerotomachia</i>, senza numerazione di pagine.
-In estratto presso Temanza, p. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non parlano
-che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo.
-Cfr. Sannazzaro, <i>De partu Virginis</i>, L. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello
-<i>Spicileg. romanum</i> del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e
-spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per
-trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità.
-Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli
-concernenti Annio da Viterbo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 31: <i>Tommaso da Serezana usava dire, che
-dua cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e
-murare. E l'una e l'altra fece nel suo pontificato.</i> — Intorno
-a' suoi traduttori veggasi Aen. Sylv. <i>De Europa</i>, cap. 58, p. 459,
-e Papencordt, <i>Gesch. der Stadt Rom</i>, p. 502.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, <i>Vita Nicolai
-V</i>, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto
-III abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas.
-Fior. p. 284 e segg., coll'avvertenza del Mai.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 617 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 547 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII,
-col. 1185 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note400">
-<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero,
-<i>Ann. veneti, Arch. Stor.</i> VII, II, p. 663, 655.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note401">
-<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 124 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note402">
-<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare
-Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma
-non posso indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il
-semplice estratto delle <i>sentenze</i> di Menandro (forse un duecento
-versi) con <i>tutte le opere</i> del medesimo, specialmente in una serie
-di codici tanto completi (fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali
-giunsero sino a noi). E non è neanche impossibile, che quel Menandro
-una volta o l'altra non torni a rivivere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note403">
-<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino
-d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il
-prezzo delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più
-da occuparsi presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi),
-ciò non può intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi
-abbondavano ancor molto in Italia. — Fabroni, <i>Laurent. Magn.
-Adnot.</i> 156. Cfr. <i>Adn.</i> 154.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note404">
-<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gaye, <i>Carteggio</i>, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto Calisto
-III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da
-un francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, <i>la Peinture</i>
-tab. 78.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note405">
-<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fiorent. p. 335.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note406">
-<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di
-Aless. Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note407">
-<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fiorent. pag. 129.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note408">
-<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis,</i> in una
-poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, <i>Rerum ital. scriptor. ex
-codd. florent.</i> T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della
-sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr.
-Libri, <i>Hist. de sciences mathématiques</i>, II, 278 e segg. — Sugli
-stampatori di Roma v. Gaspar. Veron.<i> Vita Pauli II</i>, presso Murat.
-III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo,
-presso Murat. XXII, col. 1189.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note409">
-<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti.
-V. Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della <i>Cronaca del
-mondo</i> di Zembino da Pistoja.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note410">
-<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Laurent. Magn. Adnot.</i> 212. — Ciò accadde rispetto
-al libello <i>De exilio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note411">
-<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note412">
-<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio
-Valeriano, <i>De infelicitate literator</i>. parlando dei Lascaris. E Paolo
-Giovio sulla fine de' suoi <i>Elegia literaria</i> dice dei tedeschi....
-<i>quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae
-et hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint.</i>
-(Intorno al 1540).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note413">
-<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ranke <i>die Päpste</i>, I, 486. — Si confronti la fine di questa
-parte del nostro lavoro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note414">
-<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della corte di Roma</i>, I, p. 338, 379.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note415">
-<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con centocinquanta
-ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, <i>Arch.
-stor.</i> VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. <i>Arch.
-stor.</i> XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio
-se vi si insegnasse il greco; cfr. <i>Anecd. litter.</i> II, p. 300.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note416">
-<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio
-Camaldolese conosceva l'ebraico. <i>Ibid</i>. p. 320.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note417">
-<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe
-con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti
-dal latino, dal greco e dall'ebraico (<i>librarios</i>), v. Platina, <i>Vita
-Sixti IV</i>, p. 332.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note418">
-<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pierius Valerian. <i>De infelicit. literat.</i> parlando del Mongajo. — Intorno
-al Ramusio cfr. Sansovino, <i>Venezia</i>, fol. 250.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note419">
-<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao
-Barbaro, presso <i>Ang. Polit. epist. L. IX.</i> — Cfr. <i>Jo. Pici
-Oratio de hominis dignitate</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note420">
-<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del
-Poggio (<i>De Avaritia</i>, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono
-dire di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini
-o ne tradussero qualcuno dal greco in latino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note421">
-<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libri, <i>Histoire des sciences mathém.</i> II, 159 e segg., 258
-e seguenti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note422">
-<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgatorio</i> XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi:
-Maria s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e
-Fabrizio disinteressato: — In questa occasione è da far notare
-l'introduzione cronologica delle Sibille nell'antica storia profana,
-quale fu tentata nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note423">
-<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Poeta</i> anche presso Dante (<i>Vita nuova</i>, p. 47) significa soltanto
-colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in italiano
-si usano le espressioni <i>rimatore, dicitore per rima</i>. Coll'andar
-del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono col fondersi
-reciprocamente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note424">
-<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti
-melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato
-a vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (<i>extremi fures</i>).
-Nella finta lettera a Livio, <i>Opera</i>, p. 704 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note425">
-<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente
-detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle <i>Opere
-volgari</i>, vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia
-che quella dell'antichità, e ignora affatto i trovatori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note426">
-<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 50: <i>la quale</i> (laurea) <i>non
-scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e
-ornamento.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note427">
-<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Paradiso</i>, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>,
-p. 50: <i>sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare</i>.
-Cfr. <i>Paradiso</i>, I, 25.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note428">
-<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle <i>Opere volgari</i>,
-vol. XVI: <i>si praestet Deus, concedente senatu Romuleo...</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note429">
-<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la
-città, nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono
-il poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato,
-ma non si sa dove, nè da chi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note430">
-<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note431">
-<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 575, 589. — <i>Vita Jan. Manetti</i>, presso Murat.
-XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche
-vivo, era tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e
-uno spagnuolo si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel
-monumento di Guarino il magistrato di Ferrara decretò
-nel 1461 la somma, allora considerevole, di cento ducati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note432">
-<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Libri, <i>Hist. des sciences mathémat.</i> II, p. 92 e segg. — Bologna,
-come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una
-fondazione di Lorenzo il Magnifico <i>ad solatium veteris amissae
-libertatis</i>, come dice Giovio, <i>Vita Leonis X</i>, L. I. — L'università
-di Firenze (cfr. Gaye, <i>Carteggio</i>, I, p. 251 sino a 580 passim;
-Matteo Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà
-di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza
-del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro
-annui, ma sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda
-volta. La cattedra per la spiegazione della Divina Commedia,
-fondata dietro domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito
-unita per lo più a quella di filologia e di rettorica, anche
-quando la tenne il Filelfo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note433">
-<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come
-per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400
-(Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti
-giuristi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note434">
-<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note435">
-<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Laurent. Magn. Adnot.</i> 52, dell'anno 1491.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note436">
-<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Allegretto, <i>Diari Sanesi</i>, presso Murat. XXIII, col. 824.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note437">
-<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata,
-pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, <i>Laurent.
-Magn. Adnot.</i> 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note438">
-<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — <i>Vita Jan. Manetti</i>,
-presso Murat. XX, col. 531 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note439">
-<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le
-biografie di Guarino e di Vittorino del Rosmini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note440">
-<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fiorent. p. 646.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note441">
-<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao
-Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: <i>De liberorum
-educatione</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note442">
-<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco le parole di Vespasiano: <i>a vederlo in tavola così antico
-com'era, era una gentilezza</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note443">
-<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ibid. p. 485.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note444">
-<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove
-anche si disputava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note445">
-<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note446">
-<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che
-come una cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa
-ebbe luogo nel 1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al
-Concilio intorno all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone.
-Cfr. Enea Silvio, <i>De Europa</i>, cap. 52. (<i>Opera</i>, p. 450).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note447">
-<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Presso Nicolò Valori, nella <i>Vita di Lorenzo il Magnifico</i>.
-Cfr. Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo
-furono gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi
-paragoni tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico.
-Ibid. 308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo.
-Ibid. 571: Singoli dialoghi di Platone già tradotti da
-Leonardo Aretino. Ibid. 298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note448">
-<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Varchi, <i>Storie fiorent.</i> L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente
-pittura del modo di vivere di Filippo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note449">
-<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino
-e al Guarino), come anche la <i>Vita del Poggio</i> dello Shepherd,
-debbono contenere molte notizie su questo riguardo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note450">
-<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist.</i> 39, <i>Opera,</i> p. 526, a Mariano Socino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note451">
-<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto
-a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati
-principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini
-celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (<i>Eclog</i>. V)
-ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note452">
-<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle
-scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di
-brevità, rimandare alla conclusione della <i>Storia della città di
-Roma nel medio-evo</i> di Papencordt.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note453">
-<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, parlando
-di Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a
-tempo, e si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo.
-Sui magri emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer.
-<i>De infelicit. literator.</i>, parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione
-degli umanisti dal cardinalato sotto i predecessori di Leone,
-reggasi l'orazione funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio.
-<i>Anecd. litterar.</i> IV, p. 307.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note454">
-<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il meglio nelle <i>Deliciae poetarum italorum</i> e nelle appendici
-alle diverse edizioni di Roscoe, <i>Leone X</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note455">
-<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pauli Jovii Elogia</i>, parlando di Guido Postumo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note456">
-<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pierio Valeriane nella sua <i>Simîa</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note457">
-<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle <i>Deliciae poetarum
-ital</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note458">
-<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti
-d'oro di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano
-alla cieca, veggasi presso Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VI, nov. 8. E per
-converso gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi
-di staffile, qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta
-misura. Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note459">
-<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, IV, 181.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note460">
-<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che
-Alfonso fece fare, p. 93. — <i>Vita Jan. Manetti</i>, presso Murat. XX,
-col. 541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: <i>Dicta et facta
-Alphonsi</i>, insieme alle Glosse di Enea Silvio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note461">
-<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ovid. <i>Amores</i>, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. <i>De principe</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note462">
-<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Giorn. Napolet.</i> presso Murat. XXI, col. 1127.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note463">
-<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — <i>Volle avere piena notizia di
-ogni cosa, così sacra come gentile.</i> — Cfr. sopra pag. 59 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note464">
-<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio,
-i Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti,
-che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama»,
-di regola erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il
-Decembrio, presso Murat. XX, col. 1014.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note465">
-<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Vita Alphonsi ducis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note466">
-<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro
-(figlio di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla
-morte, veggasi a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi
-di Forlì il posto era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti
-va annoverato anche Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488
-dalla propria moglie, ed ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio
-di Bologna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note467">
-<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anecd. literar.</i> II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si
-burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati
-parassiti, dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità
-di soldati, mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento
-importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli
-umanisti, come i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi
-contro l'invasione sempre crescente della filologia greca).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note468">
-<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, <i>Neueste
-Reisen</i>, p. 924.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note469">
-<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pii II Comment.</i> L. II, p. 92. La parola <i>historiae</i> qui comprende
-l'intera antichità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note470">
-<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni, <i>Cosmus</i>, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un
-passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro
-segretari, veggasi presso Enea Silvio, <i>De Europa</i>, cap. 54 (<i>Opera</i>
-pag. 454).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note471">
-<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. pag. 293 e Papencordt, <i>Geschichte der Stadt Rom</i>,
-p. 512, sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note472">
-<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anecdota literar.</i>, I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da
-Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. — Le
-pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano
-sulla loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro
-lettere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note473">
-<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale
-sotto Federico III. Cfr. <i>Epp.</i> 23 e 105,<i> Opera</i>, p. 516 e 607.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note474">
-<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 449, la lettera d'Isabella di
-Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere
-del Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione,
-contenuta nelle <i>Lettere pittoriche</i>, III, 86 (Sebastiano del
-Piombo all'Aretino) del come Clemente VII, durante il sacco dì
-Roma, abbia chiamato a sè nel Castello i suoi dotti e ad ognuno
-abbia dato l'incarico separato di preparare una lettera per Carlo V.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note475">
-<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223
-e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora
-nel secolo XV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note476">
-<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico,
-Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti,
-Enea Silvio ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note477">
-<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Diario ferrarese,</i> presso Murat. XXIV, col. 198, 205.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note478">
-<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pii II Comment.</i> L. I, p. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note479">
-<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna
-di colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva
-e perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento
-trovansi citati in Pietro Crinito, <i>De honesta disciplina</i>, V, cap. 3.
-Cfr. Vespas. Fior. p. 319, 430.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note480">
-<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pii II Comment.</i>, L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani,
-che lo aspettavano a Viterbo. <i>Singuli per se verba facere, ne
-alius alio melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares</i>. — Il
-fatto che il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere
-la parola per tutte le ambascerie mandate dagli Stati italiani
-al nuovo papa Alessandro VI, è annoverato dal Guicciardini
-(nel principio del I libro) fra le cause più serie, che contribuirono
-alle sventure d'Italia dell'anno 1494.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note481">
-<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note482">
-<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pii II Comment.</i>, L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra
-principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta,
-arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. <i>Archivio
-Storico</i> IV, I, p. 452, nota.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note483">
-<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De expeditione in Turcas</i>, presso Murat. XXIII, col 68.
-<i>Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius</i>. — Oltre la
-ingenua compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi,
-veggasi il Campano, <i>Vita Pii II</i>, presso Murat. III, II, passim.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note484">
-<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla
-fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col
-Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione
-una volta il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che
-sarei stato punito della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul.
-Jov. <i>Vita Hadriani VI</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note485">
-<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, parlando
-del Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo
-di Como un discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno
-1460.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note486">
-<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fabroni,<i> Cosmus, Adnot.</i> 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note487">
-<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat.
-XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del
-Platina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note488">
-<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anecd. literar.</i>, I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per
-Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per
-tali uffici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note489">
-<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di simili Prolusioni molte sono conservate nelle opere del
-Sabellico, di Beroaldo il vecchio, di Codro Urceo ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note490">
-<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La fama dell'eccellente modo di porgere del Pomponazzo è
-attestata da Paolo Giovio, <i>Elogia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note491">
-<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vespas. Fior. p. 103. Cfr. il racconto (p. 598) del come Giannozzo
-Manetti venne a lui nell'accampamento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note492">
-<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arch. stor.</i> XV, p. 113, 121, l'introduzione di Canestrini;
-p. 342 e segg. due allocuzioni militari stampate; la prima, di Alamanni,
-è veramente bella e degna della circostanza (1528).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note493">
-<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su ciò Faustino Terdoceo, nella sua satira <i>De triumpho
-stultitiae</i>, lib. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note494">
-<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Due casi sorprendenti di questo genere in Sabellico (<i>Opera</i>,
-fol. 61-82), <i>De origine et auctu religionis</i>, discorso tenuto a Verona
-dinanzi al capitolo degli Scalzi: <i>De sacerdotii laudibus</i>, altro
-discorso tenuto a Venezia. — Cfr. pag. 312 nota 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note495">
-<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Jac. Volaterrani Diar. roman.</i> presso Murat. XXIII. passim. — Alla
-col. 173 viene menzionata una notevolissima predica tenuta
-alla corte, in assenza di Sisto IV: il padre Paolo Toscanella
-tuonò contro il Papa, la di lui famiglia e i cardinali; Sisto quando
-lo seppe, ne rise.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note496">
-<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Filippo Villani, <i>Vite</i>, p. 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note497">
-<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Georg. Trapezunt. Rhetorica</i>, il primo trattato completo. — Aen.
-Sylvius: <i>Artis rhetoricae praecepta</i>, nelle <i>Opere</i>, p. 992;
-non si occupa a bello studio che della testura dei periodi e del
-nesso delle parole; del resto è assai caratteristico per la perfetta
-cognizione delle pratiche in uso. Egli cita parecchi altri trattatisti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note498">
-<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La di lui <i>Vita</i>, presso Murat. XX, è piena dei trionfi della
-sua eloquenza. — Cfr. Vespas. Fior. 592 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note499">
-<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annales Placentini</i>, presso Murat. XX, col. 918.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note500">
-<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così si faceva col Savonarola, cfr. Perrens, <i>Vie de Savonarole</i>,
-I, p. 163. Ma gli stenografi non sempre erano in grado
-di tenergli dietro, come accadde anche con altri focosi improvvisatori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note501">
-<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E non è neanche uno dei migliori. Il punto più notevole è
-il fervorino della conclusione: <i>Esto tibi ipsi archetypon et exemplar,
-teipsum imitare</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note502">
-<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettere e discorsi di questa specie scrisse Alberto da Ripalta:
-veggansi gli <i>Annales Placentini</i> scritti da lui, presso Murat. XX,
-col. 914 e segg., dove quel pedante descrive la propria carriera
-letteraria in modo molto istruttivo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note503">
-<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pauli Jovii Dialogus de viris litteris illustribus</i>, presso
-Tiraboschi, tom. VII, parte IV. — Ma un decennio più tardi, sulla
-fine de' suoi <i>Elogia literaria</i>, egli scrive: <i>Tenemus adhuc</i> (dopochè
-il primato della filologia era passato alla Germania) <i>sincerae et
-constantis eloquentiae munitam arcem etc.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note504">
-<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un genere speciale costituiscono naturalmente i Dialoghi
-mezzo-satirici, che il Collenuccio e specialmente il Pontano imitarono
-da Luciano. Il loro esempio produsse più tardi quelli di
-Erasmo e di Hutten. — Pei trattati propriamente detti pare che
-in sul principio abbiano servito di modello alcuni brani delle opere
-morali di Plutarco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note505">
-<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Benedictus: <i>Charoli VIII histor</i>., presso Eccard, <i>Scriptor II</i>,
-col. 1577.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note506">
-<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pietro Crinito deplora questo disprezzo nel suo libro <i>De honesta
-disciplina</i>, L. XVIII, cap. 9. Gli umanisti in ciò somigliano
-agli autori della più tarda antichità, i quali ugualmente si discostavano
-dal loro tempo. — Cfr. Burckhardt, <i>die Zeït Constantino
-des Grossen</i>, pag. 285 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note507">
-<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella lettera al Pizinga (<i>opere volgari</i>, vol. XVI). — Ancora
-presso Raffaello da Volterra, L. XXI, il risveglio intellettuale
-comincia col secolo XIV. Egli è quel medesimo scrittore, i cui
-primi libri contengono tanti prospetti, eccellenti per quel tempo,
-della storia speciale di tutti i paesi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note508">
-<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Come quelli, per esempio, che ottenne Giannozzo Manetti
-in presenza di Nicolò V, di tutta la Curia e di un gran numero
-di stranieri venuti da lontani paesi. Cfr. Vespas. Fior. p. 592, e
-la <i>Vita Jann. Manetti</i>, più volte citata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note509">
-<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ciò potrebbe affermarsi anche rispetto al passato, parlando
-del Machiavelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note510">
-<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Infatti fin d'allora si era trovato che in Omero, anche solo,
-si ha la somma di tutte le arti e le scienze antiche, e che esso
-è una vera enciclopedia. Cfr. <i>Codri Urcei opera. Sermo XIII</i>, la
-conclusione. — Vero è però che una simile opinione s'incontra
-anche in alcuni scrittori antichi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note511">
-<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un cardinale sotto Paolo II fece perfino insegnare l'Etica
-di Aristotele a' suoi cuochi. Cfr. Gasp. Veron. <i>Vita Pauli II</i>,
-presso Murat. III, II, col. 1034.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note512">
-<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per lo studio di Aristotele in generale è particolarmente
-istruttivo un discorso di Ermolao Barbaro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note513">
-<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bursell. <i>Annales Bonon.</i>, presso Murat. XXIII, col. 898.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note514">
-<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vasari, XI, p. 189, 257, <i>Vite di Sodoma e di Garofalo</i>. — S'intende
-da sè che alcune donne scostumate di Roma s'impadronirono
-dei più armonici fra i nomi antichi, come Giulia, Lucrezia,
-Cassandra, Porzia, Virginia, Pentesilea ecc., coi quali noi le vediamo
-nominate dall'Aretino. — Gli ebrei adottarono forse fin d'allora
-i nomi dei grandi nemici di Roma di razza semitica, Amilcare,
-Annibale, Asdrubale ecc., che ancor oggi s'incontrano così frequenti
-presso di loro a Roma.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note515">
-<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quasi che 'l nome i buon giudici inganni,</p>
-<p class="i01">E che quel meglio t'abbia a far poeta,</p>
-<p class="i01">Che non farà lo studio di molt'anni!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-così scrive beffardamente l'Ariosto, il quale del resto ebbe la fortuna
-di ricevere un nome armonioso (<i>Sat. VII</i>, vs. 64).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note516">
-<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>.&nbsp;&nbsp;</span>O di quelli del Bojardo, che in parte sono anche i suoi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note517">
-<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così i soldati dell'esercito francese del 1512 vengono <i>omnibus
-Diris ad inferos evocati</i>. Del buon canonico Tizio, che prendeva
-la cosa sul serio e scagliava contro le truppe straniere un'imprecazione
-tolta a prestito da Macrobio, torneremo a far menzione
-più sotto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note518">
-<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De infelicitate principum</i> nelle <i>Opere</i> di Poggio, fol. 152:
-<i>Cujus</i> (Dantis) <i>extat poema praeclarum, neque, si literis constaret,
-ulla ex parte poetis superioribus</i> (agli antichi) <i>postponendum</i>.
-Secondo il Boccaccio (<i>Vita di Dante</i>, p. 74), ancora a quel tempo
-molti e saggi uomini agitarono la questione, perchè Dante non
-abbia poetato in latino?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note519">
-<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Chi vuol conoscere tutto il fanatismo che c'era in questo
-riguardo, vegga Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>
-qua e là.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note520">
-<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veramente ci sono anche esercitazioni stilistiche confessate
-come tali, come per esempio nelle <i>Orationes</i> ecc. di Beroaldo il
-vecchio due novelle del Boccaccio tradotte in latino, ed una
-canzone del Petrarca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note521">
-<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. le lettere del Petrarca dal mondo di quassù ad alcune
-illustri ombre. <i>Opera</i>, p. 704 e segg. Oltre a ciò, a pag. 372 nello
-scritto <i>De republ. optime administranda</i> egli dice: «<i>sic esse doleo,
-sed sic est</i>».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note522">
-<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un'immagine buffa del purismo fanatico in Roma la dà
-Giov. Pontano nel suo <i>Antonius</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note523">
-<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hadriani</i> (Cornetani) <i>card. S. Chrysogoni de sermone latino
-liber</i>. Principalmente la introduzione. — Egli trova in Cicerone
-e ne' suoi contemporanei la latinità, quale essa veramente è in sè
-stessa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note524">
-<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Elogia</i> parlando di Battista Pio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note525">
-<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando del Navagero. Il loro ideale
-sarebbe stato: <i>aliquid in stylo proprium, quod peculiarem ex
-certa nota mentis effigiem referret, ex naturae genio effinxisse.</i> — Il
-Poliziano s'inquietava già, quando avea fretta, di scrivere
-le sue lettere in latino. Cfr. Raph. Volat. <i>Comment. urban</i>. L. XXI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note526">
-<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>Dialogus de viris literis illustribus</i>, presso Tiraboschi,
-ed. Ven. 1796, tom. VII, parte IV. Come è noto, il Giovio
-voleva per un certo tratto di tempo intraprendere lo stesso grande
-lavoro, che compì poi il Vasari. — In quel dialogo egli presente
-anche e deplora che l'uso dello scriver latino fosse assai prossimo
-a cessare del tutto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note527">
-<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel Breve del 1517 a Franc. de' Rosi, concepito dal Sadoleto,
-presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi VI, p. 172.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note528">
-<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gasp. Veronens., Vita <i>Pauli II</i>, presso Murat. III, II.
-col. 1031. Oltre a ciò furono rappresentate forse le tragedie di Seneca
-e alcune traduzioni latine di produzioni drammatiche greche.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note529">
-<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In Ferrara si rappresentava Plauto per lo più rifatto in veste
-italiana dal Collenuccio, da Guarino il giovane e da altri, per
-le cose che esso contiene. Ma Isabella Gonzaga si permetteva di
-trovarle molto noiose. — Intorno a Pomponio Leto cfr. il Sabellico,
-<i>Opera, Epist.</i> L. XI. fol. 56 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note530">
-<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per ciò che segue veggansi le <i>Deliciae poetar. italor.</i>; — Paul.
-Jov. <i>Elogia</i>; — Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>;
-le <i>Appendici</i> al Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note531">
-<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Filippo Villani, <i>Vite</i>, pag. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note532">
-<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Franc. Aleardi oratio in laudem Franc. Sfortiae</i>, presso
-Murat. XXV, col. 384. — Nel parallello tra Scipione e Cesare il
-Guarino stava per quest'ultimo, il Poggio pel primo (<i>Opera</i>, epp.
-fol. 125, 134 e segg.). — Scipione e Annibale nelle miniature dell'Attavante,
-v, Vasari, IV. 41. <i>Vita del Fiesole</i>. — I nomi di entrambi
-adoperati a designare il Piccinino e lo Sforza, v. pag. 135.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note533">
-<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le splendide eccezioni, in cui la vita campestre è trattata
-nella sua realtà effettiva, saranno anch'esse menzionate al luogo
-opportuno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note534">
-<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ristampato dal Mai, <i>Spicilegium romanum</i>, vol. VIII. (Circa
-500 esametri). Pierio Valeriano continuò a cantare ulteriormente
-su questo mito: veggasi il suo <i>Carpio</i> nelle <i>Deliciae poetar. italor</i>. — Gli
-affreschi del Brusasorci nel palazzo Murari a Verona
-rappresentano la favola intera del Sarca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note535">
-<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De sacris diebus.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note536">
-<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio, nell'Egloga ottava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note537">
-<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi VIII, 184: come anche una poesia
-di stile somigliante XII. 130. — E molta affinità si riscontra
-anche nella poesia di Angilberto della corte di Carlomagno. Cfr.
-Pertz, <i>Monum. II</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note538">
-<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Strozii poetae</i>, p. 31 e segg. <i>Caesaris Borgiae ducis Epicedium</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note539">
-<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Pontificem addiderat, flammis lustralibus omneis</p>
-<p class="i01">Corporis ablutum labes, Diis Juppiter ipsis etc.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note540">
-<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È il posteriore Ercole II di Ferrara, nato il 4 aprile 1508,
-probabilmente poco prima o poco dopo la composizione di questa
-poesia. <i>Nascere magne puer matri exspectate patrique</i>, è detto
-verso la fine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note541">
-<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. le collezioni degli <i>Scriptores</i> dello Scardio, del Freher ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note542">
-<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Uzzano, v. <i>Arch. stor.</i> I, 296. — Machiavelli, <i>I Decennali</i>. — La
-storia di Savonarola sotto il titolo <i>Cedrus Libani</i> di fra
-Benedetto. — <i>Assedio di Piombino</i>, presso Murat. XXV. — Come
-riscontro a ciò, il <i>Teuerdank</i> ed altre opere rimate del nord a
-quel tempo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note543">
-<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Della <i>Coltivazione</i> di L. Alamanni cantata in versi sciolti
-potrebbe affermarsi, che tutti i passi veramente poetici che s'incontrano
-in essa e che possono gustarsi anche oggidì, sono tolti
-direttamente o indirettamente dagli antichi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note544">
-<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo caso dall'introduzione di Lucrezio e da Orazio,
-Od. IV, I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note545">
-<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'uso di invocare un santo protettore anche in un'impresa
-essenzialmente profana l'abbiamo già veduto (pag. 78) in una occasione
-molto più seria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note546">
-<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Si satis ventos tolerasse et imbres</p>
-<p class="i01">Ac minas fatorum hominumque fraudes,</p>
-<p class="i01">Da, Pater, tecto salientem avito</p>
-<p class="i02"> Cernere fumum!</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note547">
-<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Andr. Naugerii orationes duae carminaque aliquot</i>, Venet.
-1530, in 4.º — I pochi <i>Carmina</i> trovansi anche per la maggior
-parte o completamente nelle <i>Deliciae poetar. italor.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note548">
-<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per dare un'idea di ciò che Leone X si lasciava dire, basta
-citar la preghiera di Guido Postumo Silvestri a Cristo, a Maria
-ed ai Santi, affinchè volessero conservare ancor lungamente al
-bene dell'umanità questo nume, poichè il cielo ne ha già abbastanza.
-Ristampata da Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, v. 237.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note549">
-<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 36.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note550">
-<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Sannazzaro si burla di uno, che lo importunava con tali
-falsificazioni: <i>sint vera haec aliis, mï nova semper erunt</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note551">
-<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere de' principi</i>, I, 88, 91.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note552">
-<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. stor. VII</i>, I, p. 508. Sulla
-fine, riferendosi al toro, come stemma dei Borgia, è detto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Merge, Tyber, vitulos animosas ultor in undas;</p>
-<p class="i01">Bos cadat inferno victima magna Jovi!</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note553">
-<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno a questo affare veggasi Roscoe, <i>Leone X</i>, ediz.
-Bossi, VII, 211, VIII, 214 e segg. La collezione stampata, ora assai
-rara, di questi <i>Goryciana</i> dell'anno 1524 contiene soltanto le
-poesie latine. Vasari vide presso gli Agostiniani anche un libro
-speciale, dove si trovavano eziandio dei sonetti ecc. L'affiggere
-poesie era divenuta un'usanza così generale, che si dovette isolare
-il gruppo mediante un cancello, e perfino impedirne la vista. La
-trasformazione di Göritz in <i>Corycius senex</i> è tolta da un passo
-di Virgilio, <i>Georg.</i> IV, 127. La trista fine di quest'uomo, dopo il
-sacco di Roma, veggasi in Pierio Valeriano, <i>De infelicitate literat.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note554">
-<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ristampato nelle appendici al Roscoe, <i>Leone X</i>, e nelle
-<i>Deliciae</i>. Cfr. Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando di Arsillo. Inoltre, pel
-gran numero degli scrittori di epigrammi veggasi Lil. Greg. Gyraldus,
-l. c. Una delle penne più mordaci fu Marcantonio Casanova. — Fra
-i meno conosciuti merita di esser notato Giov. Tommaso
-Mosconi (v. le <i>Deliciae</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note555">
-<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Marin Sanudo, nelle <i>Vite dei Duchi di Venezia</i> (Murat. XXII),
-le riporta regolarmente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note556">
-<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scardeonius, <i>De urb. Patav. antiq.</i> (Graev. <i>Thesaur</i>, VI, III,
-col. 270) nomina, come vero inventore del genere, un certo Odaxio
-da Padova, intorno alla metà del secolo XV. Ma versi misti di
-latino e della lingua di qualche paese se ne hanno molti anche
-prima e dovunque.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note557">
-<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non si dimentichi, che essi furono pubblicati assai per tempo
-corredati degli antichi scolii e di commenti nuovi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note558">
-<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ariosto, <i>Satira VII</i> dell'anno 1581,</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note559">
-<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di tali fanciulli se ne incontrano parecchi, ma io non posso
-fornire una prova di fatto di ciò che qui ho detto. Il fanciullo miracoloso
-Giulio Campagnola non è di quelli che furono portati in
-alto per viste ambiziose. Cfr. Scardeonius <i>de Urb. Patav. antiq.</i>
-presso Graev. <i>Thesaur</i>, VI, III, col. 276. — Il fanciullo miracoloso
-Cecchino Bracci, morto a quindici anni nel 1544, v. Trucchi,
-<i>Poesie ital. ined.</i> III, p. 229. — Come il padre del Cardano
-gli volesse <i>memoriam artificialem instillare</i>, e come lo istruisse,
-ancor fanciullo, nell'astrologia arabica, v. Cardanus, <i>De vita propria</i>,
-cap. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note560">
-<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Espressione di Filippo Villani, <i>Vite</i>, p. 5, in circostanza
-analoga.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note561">
-<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Bapt. Mantuani, <i>De calamitatibus temporum</i>, L. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note562">
-<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>Progymnasma adversus literas et literatos</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note563">
-<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lil. Greg. Gyraldus: <i>Hercules</i>. La dedica è una testimonianza
-parlante del primo insorgere minaccioso dell'Inquisizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note564">
-<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De infelicitate literatorum.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note565">
-<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In questo riguardo veggasi Dante, <i>Inferno XIII</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note566">
-<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Coelii Calcagnini Opera</i>, ed. Basil, 154, pag. 101, nel libro
-VII delle <i>Epistole</i>. Cfr. Pier. Valer. <i>De infelic. literat.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note567">
-<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>M. A. Sabellici Opera. Epist.</i> L. XI, fol. 56, ed anche la
-relativa biografia negli <i>Elogia</i> di P. Giovio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note568">
-<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Jac. Volaterranus, <i>Diar. Roman.</i>, presso Murat. XXII, col. 161-
-171-135. — <i>Anecd. litter.</i> II, p. 168 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note569">
-<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Paul. Jov. <i>De romanis piscibus</i>, cap. 17 e 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note570">
-<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sadoleti Epist.</i> 106, dell'anno 1529.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note571">
-<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ant. Galatei Epist.</i> 10 e 12, presso il Mai, <i>Spicilegium roman.</i>
-vol. VIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note572">
-<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo ancor prima della metà del secolo. Cfr. Lil. Greg.
-Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, II.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I ***</div>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>This file should be named 64205-h.htm or 64205-h.zip</div>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>This and all associated files of various formats will be found in https://www.gutenberg.org/6/4/2/0/64205/</div>
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Updated editions will replace the previous one&#8212;the old editions will
-be renamed.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
-States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg&#8482; electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG&#8482;
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for an eBook, except by following
-the terms of the trademark license, including paying royalties for use
-of the Project Gutenberg trademark. If you do not charge anything for
-copies of this eBook, complying with the trademark license is very
-easy. You may use this eBook for nearly any purpose such as creation
-of derivative works, reports, performances and research. Project
-Gutenberg eBooks may be modified and printed and given away--you may
-do practically ANYTHING in the United States with eBooks not protected
-by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the trademark
-license, especially commercial redistribution.
-</div>
-
-<div style='margin:0.83em 0; font-size:1.1em; text-align:center'>START: FULL LICENSE<br />
-<span style='font-size:smaller'>THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE<br />
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK</span>
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-To protect the Project Gutenberg&#8482; mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase &#8220;Project
-Gutenberg&#8221;), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg&#8482; License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg&#8482; electronic works
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg&#8482;
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg&#8482; electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg&#8482; electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
-or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.B. &#8220;Project Gutenberg&#8221; is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg&#8482; electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg&#8482; electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg&#8482;
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (&#8220;the
-Foundation&#8221; or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg&#8482; electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg&#8482; mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg&#8482;
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg&#8482; name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg&#8482; License when
-you share it without charge with others.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg&#8482; work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country other than the United States.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg&#8482; License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg&#8482; work (any work
-on which the phrase &#8220;Project Gutenberg&#8221; appears, or with which the
-phrase &#8220;Project Gutenberg&#8221; is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-</div>
-
-<blockquote>
- <div style='display:block; margin:1em 0'>
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
- other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
- whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
- of the Project Gutenberg License included with this eBook or online
- at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. If you
- are not located in the United States, you will have to check the laws
- of the country where you are located before using this eBook.
- </div>
-</blockquote>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg&#8482; electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase &#8220;Project
-Gutenberg&#8221; associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg&#8482;
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg&#8482; electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg&#8482; License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg&#8482;
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg&#8482;.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg&#8482; License.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg&#8482; work in a format
-other than &#8220;Plain Vanilla ASCII&#8221; or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg&#8482; web site
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original &#8220;Plain
-Vanilla ASCII&#8221; or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg&#8482; License as specified in paragraph 1.E.1.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg&#8482; works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg&#8482; electronic works
-provided that:
-</div>
-
-<div style='margin-left:0.7em;'>
- <div style='text-indent:-0.7em'>
- &bull; You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg&#8482; works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg&#8482; trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, &#8220;Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation.&#8221;
- </div>
-
- <div style='text-indent:-0.7em'>
- &bull; You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg&#8482;
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg&#8482;
- works.
- </div>
-
- <div style='text-indent:-0.7em'>
- &bull; You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
- </div>
-
- <div style='text-indent:-0.7em'>
- &bull; You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg&#8482; works.
- </div>
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg&#8482; electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from the Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the manager of
-the Project Gutenberg&#8482; trademark. Contact the Foundation as set
-forth in Section 3 below.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg&#8482; collection. Despite these efforts, Project Gutenberg&#8482;
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain &#8220;Defects,&#8221; such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the &#8220;Right
-of Replacement or Refund&#8221; described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg&#8482; trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg&#8482; electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you &#8216;AS-IS&#8217;, WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg&#8482; electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg&#8482;
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg&#8482; work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg&#8482; work, and (c) any
-Defect you cause.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg&#8482;
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg&#8482;&#8217;s
-goals and ensuring that the Project Gutenberg&#8482; collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg&#8482; and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org.
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation&#8217;s EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state&#8217;s laws.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation&#8217;s business office is located at 809 North 1500 West,
-Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up
-to date contact information can be found at the Foundation&#8217;s web site
-and official page at www.gutenberg.org/contact
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; depends upon and cannot survive without widespread
-public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine-readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state
-visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-</div>
-
-<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'>
-Section 5. General Information About Project Gutenberg&#8482; electronic works
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg&#8482; concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg&#8482; eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Project Gutenberg&#8482; eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>.
-</div>
-
-<div style='display:block; margin:1em 0'>
-This Web site includes information about Project Gutenberg&#8482;,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-</div>
-
-</body>
-</html>
diff --git a/old/64205-h/images/cover.jpg b/old/64205-h/images/cover.jpg
deleted file mode 100644
index 6d801e4..0000000
--- a/old/64205-h/images/cover.jpg
+++ /dev/null
Binary files differ