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If you are not located in the United States, you -will have to check the laws of the country where you are located before -using this eBook. - -Title: La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I - -Author: Jacob Burckhardt - -Translator: Diego Valbusa - -Release Date: January 03, 2021 [eBook #64205] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -Produced by: Barbara Magni, Carlo Traverso and the Online Distributed - Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was - produced from images generously made available by The Internet - Archive) - -*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL -RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I *** - - LA CIVILTÀ - DEL SECOLO - DEL RINASCIMENTO - IN ITALIA - - - SAGGIO - DI - JACOPO BURCKHARDT - - TRADOTTO SULLA SECONDA EDIZIONE TEDESCA - DAL PROFESSORE - D. VALBUSA - con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore - - VOLUME I - - - - IN FIRENZE - G. C. SANSONI, EDITORE - 1876 - - - - - In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno. - - - - -PREFAZIONE - - -Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa moderna v'è -un'epoca, che a buon diritto reclami tutta l'attenzione dello storico e -del filosofo, ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana, -si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione -nell'opera del signor Burckhardt. È cosa omai consentita da tutti -che il pensiero moderno, cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua -grandezza e potenza, non è che la maturazione di un pensiero che -nacque presso di noi negli anni del Rinascimento, quando l'Italia, -prima di scadere dal rango delle nazioni, dischiuse ancora una volta -le fonti della civiltà e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il -Rinascimento inaugurò quella battaglia fra due opposti principj, fra -la libertà e il despotismo, fra la ragione e il pregiudizio, che non -è peranco finita e che forse non finirà così presto. Le città libere -del medio-evo sono certamente degne di ammirazione e di lode; ma esse -non fecero che i primi tentativi per giungere a quel fine, cui il -Rinascimento ebbe la mira colla piena coscienza di ciò che chiedeva. -Esse domandavano delle libertà e mossero guerra ad alcuni privilegi: -gli uomini del Rinascimento vollero la libertà e si ribellarono contro -ogni privilegio. La lotta, limitata sino a quest'epoca a singole -corporazioni, divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti -tradizionali si volse ai diritti originarj e universali dell'umanità. -Non fu una semplice cultura quella che si ridestò, ma un mondo intero, -la società tutta, che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti -sostituì ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose -il libero ed audace arbitrio dell'individuo, alla consuetudine che -soggioga fe' subentrare la ragione che impera. Non a torto adunque fu -detto che la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione -moderna sì nel campo dell'azione, che in quello del pensiero, od -anche, se si vuole, il primo atto di quel gran dramma, che si svolse -successivamente nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione francese, e -che partorì da ultimo la civiltà attuale. - - -Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi latine da un -lato e delle germaniche dall'altro: le une vi contribuirono colla -restaurazione del paganesimo classico, le altre col ritorno al -Cristianesimo secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova vita -le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica Grecia e di Roma, -i Latini rischiararono colla face dell'antico sapere le fitte tenebre, -nel bujo delle quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici -e la superstizione; abbellirono la vita col fascino irresistibile -delle forme, e al tempo stesso ruppero le barriere dell'antico mondo, -navigando arditi oltre le colonne d'Ercole, trovando una nuova via -alle Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico. I -Germani, accettando dall'Italia i tesori dell'antica cultura, come già -una volta il Cristianesimo, non solo se ne impadronirono con quella -profondità e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire la loro -futura superiorità nel campo della speculazione, ma trovarono essi -stessi l'arte della stampa, che diede al pensiero ali per distendersi -e per durare eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro spirito -filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico del mondo astronomico, -e il gregoriano del despotismo papale. Al tempo stesso la caduta allora -verificatasi del vecchio e crollante Impero d'oriente per opera dei -Turchi, che minacciavano l'Europa di una nuova invasione asiatica, -concorse mirabilmente a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti -gli Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano credettero di -poter scongiurare il pericolo evocando le vecchie Crociate, più vivo -si fece sentire in tutti il bisogno di unirsi in più stretti rapporti -al di dentro e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita -la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali o monarchie -ereditarie e ponendo in luogo dei Concilj i congressi e l'equilibrio -politico invece dell'autorità internazionale degli Imperatori e dei -Papi. - -Tra le stirpi latine spetta in modo particolare agli Italiani la gloria -di aver nella scienza e nell'arte dischiuso nuovi ed immensi orizzonti, -ridonando all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo, tutti i -tesori dell'antico sapere. Con questo fatto essi si riconobbero ancora -una volta come i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un -momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo imperiale, non -era ancora caduto nei fatali amplessi di Francia e di Spagna ed era -il più florido di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non potè -mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se ne potrebbero additare -le tracce attraverso i secoli sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò -l'Impero d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia se non nel -secolo XV che essa ruppe definitivamente le dighe, che ne arrestavano -il corso, e si diffuse coll'impeto di una forza irresistibile per -tutte le fibre del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve -allora discorrere da un capo all'altro della penisola, e gl'Italiani, -che stavano sul punto di perdere la propria patria, non sembrarono -quasi rammaricarsene, felici di averne trovata un'altra da tanto tempo -perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per perire del tutto -nel Cristianesimo, riapparve quasi fenice dalle ceneri del passato: -i poeti e i filosofi dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere -dei conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione dello -spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo risuscitarono il culto della -forma e della bellezza, e gli eroi dei primi tempi si ripresentarono -all'ammirazione del mondo come i tipi più perfetti e ideali -dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì la letteratura, -le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò la sua origine popolare -e si avvolse nella toga maestosa della lingua e dello stile latino: -sorsero accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone; si -apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei; perfin l'educazione -famigliare fu classica, e un alito dell'antica gentilezza corse in -tutte le vene del corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta -moralità giunse a tal grado di corruzione da far ricordare i tempi -dell'antica Roma imperiale. Questa grande risurrezione di morti è un -fatto unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa l'indole -molto più larga e cosmopolitica della civiltà moderna. Ma, per quanto -essa attesti splendidamente della grandezza immortale della civiltà -antica, non sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata, -se in fondo ad essa non vi stesse un'altra missione provvidenziale. -Il latinismo, che una volta avea conquistato il mondo per l'opera -della Chiesa, dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di cultura -sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio di Costanza, sollevò un -grido di protesta contro la Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò -la grande opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito di -abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica col sostituirvi -lo spirito vivificatore dell'antichità, e di porre al posto del vuoto -formalismo delle scuole monastiche l'eterna sostanza del sapere antico. -La libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza dai ceppi -del dogmatismo furono le preziose conquiste che ne derivarono: così -l'uomo fu ridonato all'umanità e sorse una civiltà nuova, nel cui -ambito ci moviamo ancora oggidì e di cui non possiamo ancora misurare -lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione adunque questo grande -momento chiamasi quello dell'umanismo, poichè con esso comincia -veramente l'umanità moderna. - - -L'opera del signor Burckhardt mira appunto a darci un quadro quanto -più si possa completo delle condizioni del nostro paese in un'epoca -così feconda di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia -della cultura nel vero senso di questa parola, quanto un _Saggio_, -come all'Autore piacque modestamente d'intitolarla; ma, anche sotto -un titolo così modesto, non si saprebbe dire se più si debba lodare -in essa la copia stragrande della erudizione, o la maestria artistica -con cui le parti bellamente son disposte tra loro. Egli vi si accinse -colla piena coscienza della natura, dell'estensione e delle difficoltà -proprie del carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle prime -linee. «I contorni ideali del quadro di una data civiltà, egli scrive, -presentano già di per sè un'importanza diversa ad ogni osservatore; e -quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua -ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad -ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo -tanto di chi scrive, che di chi legge». Ma appunto per questo egli -procede anche estremamente cauto nelle sue conclusioni, nelle quali -anche la critica più minuziosa cercherebbe invano quel fare sentenzioso -e assoluto, che è il solito indizio di una superficialità frivola ed -ignorante. I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena -evidenza da un paragone continuo colle condizioni analoghe d'altri -tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni e circostanze attuali, atte -più a rivelar le tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la -verità, scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto la stessa -cura di evitare la vuota frase filosofica con quello stesso studio, -che altri pongono a farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica -oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito di tenersi nel campo -della più scrupolosa obbiettività, senza torturare i fatti per cavarne -la confessione voluta; dappertutto chiamati a giudici supremi il retto -sentimento di umanità e la ragione, giudici certo assai competenti in -questioni di fatti umani; dappertutto una esposizione omogenea, eppur -varia, limpida, vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità; -dappertutto infine quella serenità, quella calma, che carpiscono la -fiducia, perchè soliti indizi di scrittore coscienzioso e profondo. - -Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente detta corra -quella medesima differenza, che si riscontra tra un quadro di figura -ed un paesaggio, dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della -scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono e al movimento -drammatico. La sentenza può accogliersi come giusta, se con essa -s'intese soltanto di mettere in più viva luce la lodevole sobrietà -dell'Autore, che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto giovarsi -se non di quelli, che più strettamente facevano al suo scopo, per -non recare soverchio ingombro turbare l'armonia dell'insieme. Egli è -un fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt ci par quasi -di essere trasportati nel bel mezzo di una selva incantata, dove a -nostro agio possiamo abbracciar con lo sguardo l'infinito serpeggiar -de' viali, le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti -vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa, ora il braccio -marmoreo di una statua, or, mezzo nascoste tra il verde, le magnifiche -forme di un gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente -avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne più intrinsecamente -le parti, restino compiutamente appagati. Ma l'apparente manchevolezza -nei particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del lavoro, non -è difetto, e infondata affatto sarebbe l'accusa, se nella brevità -impostasi dall'Autore altri volesse scorgere una lacuna effettiva, -che, ove realmente esistesse, nessun titolo, per quanto modesto, -avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar sulle fonti che -si conoscono, lo studiarle e il confrontarle fra loro per accertar -fatti, precisar date e arricchire di nuovo materiale utile la grande -suppellettile storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto -e a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati alla -spicciolata e ridurli in armonia con disegno artistico, per renderli -più accetti all'universale e per distribuire i frutti del sapere -anche a coloro, cui manca l'agio o la volontà di attingere alle -fonti originali. Evidentemente il signor Burckhardt si attenne di -preferenza al secondo di questi due metodi, come quello che meglio -anche rispondeva al suo scopo, di darci un'idea chiara e compiuta -del tempo preso a trattare, anzichè di rettificare o correggere -questo o quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque giudicata -come una semplice opera di erudizione, benchè questa non vi faccia -difetto in nessun punto dove è domandata, ma bensì come una di quelle -che, mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi tutto a -tener desto lo spirito della scienza e rammentano agli scopritori ed -investigatori solitari, che l'indagine per sè sola non basta. Come -tale essa porta realmente la vita, il movimento, il colore in un -cumulo di materiali che, senza una parola vivificante, avrebbero chi -sa per quanto ancora, continuato a rimaner lettera morta, e risponde -pienamente alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto dà -più di quanto in sul principio non sembri promettere, e perchè riempie -al tempo stesso, e nel miglior modo che mai si potesse desiderare, una -lacuna, che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno dei periodi -più luminosi della nostra storia. - - -Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale dei nostri -compatriotti un libro scritto con tanta serietà di propositi e con -sì piena coscienza della dignità e dell'alta missione della storia, -noi ci lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere nè -superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara a quanti amano -fra noi l'incremento de' buoni studi. Altri giudicherà come abbiamo -soddisfatto agli obblighi nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore. -A noi non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e di porgere -a quest'ultimo il tributo della nostra più viva riconoscenza per la -squisita cortesia, colla quale, autorizzando la nostra traduzione, -volle arricchirla di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno -un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione e la pongono, -per questo riguardo, al di sopra delle stesse edizioni finora comparse -del testo tedesco. - - Mantova, 1º Dicembre 1875. - - IL TRADUTTORE. - - - - -A - -LUIGI PICCHIONI - -VENERATO MAESTRO COLLEGA ED AMICO - -L'AUTORE - - - - -PARTE PRIMA - -LO STATO COME OPERA D'ARTE - - - - -CAPITOLO I. - -Introduzione. - - Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia - normanna sotto Federico II. — Ezzelino da Romano. - - -Questo scritto porta il titolo di semplice _Saggio_ nel senso più -rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio dell'autore, ch'egli -s'è posto ad una impresa di vasta mole con mezzi e forze di gran lunga -sproporzionate. Ma, quand'anche egli potesse sino ad un certo grado -dichiararsi soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia -lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti e dei -maestri. Già forse di per sè i contorni ideali del quadro di una -data civiltà presentano una importanza diversa ad ogni osservatore; e -quando poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, continua -ad influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare che ad -ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio subbiettivo -tanto di chi scrive, che di chi legge. Nell'ampio mare, nel quale ci -avventuriamo, le vie e le direzioni possibili sono molte; e gli stessi -studi intrapresi per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano -ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione diversa, -ma porgere occasione altresì a conclusioni del tutto contrarie. E -per vero il soggetto ha in sè tanta importanza da far desiderare di -vederlo studiato sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più -disparati. In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola -non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato nel -suo insieme come un tutto organico, che può stare da sè. La più grave -difficoltà in una storia della cultura sta appunto nel dover rompere -la continuità del processo storico, scomponendolo in parti che spesso -sembrano arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia un'immagine. -— Alla maggior lacuna del libro pensavamo altra volta di poter supplire -con un'altra opera, che avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo -del Rinascimento; ma questo proposito non ha potuto effettuarsi che in -parte.[1] - - -La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare l'Italia in -uno stato politico essenzialmente diverso da quello degli altri paesi -occidentali. Mentre in Francia, in Ispagna, in Inghilterra il sistema -feudale era ordinato per modo che, dopo percorso lo stadio della sua -vita, dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; mentre -in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, l'unità -dell'Impero, in Italia invece s'era quasi interamente sottratto ad ogni -specie di dipendenza. Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più -favorevoli, non vi furono più accolti come supremi signori feudali, ma -solamente come capi e sostegni possibili di potenze già costituite; -e dal canto suo il Papato, ricco di aderenti e di appoggi, era forte -abbastanza da impedire ogni futura unificazione del paese, ma non già -da poter fondarne una esso stesso.[2] Fra l'uno e l'altro di questi -rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche -e principati — talune già preesistenti, altre surte da poco, la cui -esistenza non era fondata che puramente sul fatto.[3] In esse lo -spirito della moderna politica europea scorgesi per la prima volta -abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo assai -di frequente agli eccessi del più sfrenato egoismo, conculcando ogni -diritto e soffocando il germe di ogni più sana cultura; ma dove queste -tendenze furono arrestate od almeno comecchessia controbilanciate, -quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella storia, si ha -lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, lo _Stato come opera -d'arte_. Questa nuova vita si manifesta tanto nelle repubbliche che -nei principati in mille modi diversi, e ne determina non solo la forma -interna, ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in esame il -tipo più completo ed esplicito negli Stati retti a forma principesca. - - -Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello illustre -nel regno normanno dell'Italia meridionale e della Sicilia, dopo la -trasformazione che esso aveva subìto per opera dell'imperatore Federico -II.[4] Questi, cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in -prossimità ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a giudicar -delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto obbiettivo, -anticipando così il tipo dell'uomo moderno sul trono. A queste sue -qualità bisogna aggiungere altresì la profonda conoscenza ch'egli -aveva delle condizioni interne degli Stati saraceni e della loro -amministrazione, nonchè la guerra a morte sostenuta coi Papi, che -obbligò entrambi i contendenti a mettere in campo tutte le forze ed i -mezzi, di cui poteano disporre. Le ordinanze di Federico (specialmente -dal 1231 in avanti) non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione -completa del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in una -moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo grado tassabile. -Egli centralizzò l'intera amministrazione giudiziaria e politica in un -modo sino a quel tempo affatto sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio -poteva più essere conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena -di veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti gli abitanti -in condizione servile. Le imposte, basandosi sopra uno sconfinato -catasto e sulle consuetudini maomettane, venivano percette con quei -modi vessatorii e crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è -impossibile estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma non -si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi sottoposti a sì -rigido sindacato, che non possono nemmeno, senza speciale permesso, -nè prender moglie, nè studiare all'estero: — l'università di Napoli -infatti fu la prima a metter leggi restrittive agli studi; — quando -lo stesso Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia -libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico il sistema -di esercitare il commercio per conto proprio in tutto il mare -Mediterraneo, riserbandosi, con molto scapito de' suoi sudditi, il -monopolio di parecchi oggetti. — I califfi fatimiti colle loro tendenze -eterodosse non ancor ben manifeste erano stati (almeno sul principio) -abbastanza tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico al -contrario corona il suo sistema di governo con una persecuzione contro -gli eretici, che sembrerà tanto più riprovevole, quando si ammetta, -come par quasi certo, che egli in costoro abbia inteso di perseguitare -i partigiani non tanto della libertà di coscienza, quanto del libero -vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre dappresso, quali agenti -di polizia all'interno e come nucleo dell'armata contro i nemici -esterni, quei Saraceni trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, -che con uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e alle -scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi, lasciarono più -tardi, con indolente apatìa, consumarsi la rovina di Manfredi e il -trionfo dell'Angioino; ma questi alla sua volta fece suo quel sistema -di governo, e se ne giovò a' suoi scopi ulteriori. - - -Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare ogni cosa, sorge -un usurpatore di un genere tutto affatto particolare, Ezzelino da -Romano, vicario e genero di lui. Egli non rappresenta propriamente -nessun sistema di governo o di amministrazione, poichè tutta la sua -attività fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento delle -Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come tipo politico pei -tempi posteriori, non è meno importante del suo imperiale protettore. -Sino a questo tempo ogni conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi -effettuata in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o -a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la prima volta si -tenta la fondazione di un trono sulla strage delle moltitudini e su -altre infinite crudeltà, che è come dire, impiegando ogni sorta di -mezzi, pur di riuscire allo scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, -non lo stesso Cesare Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei -delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino non ricondusse -la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun freno agli usurpatori venuti -dopo. - -Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico, pose innanzi la -dottrina di una costituzione di governo, in cui il principe s'immagina -assistito da una Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza -eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco nelle scuole, -e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia le due più grandi figure -politiche del secolo XIII. La loro personalità, rappresentata sotto -un aspetto per metà, leggendario, costituisce la parte più importante -delle «Cento novelle antiche», la cui originaria redazione cade -certamente in questo secolo.[5] In esse si parla di Ezzelino con quella -specie di reverente paura, che sogliono inspirare le cose grandi, -e in breve un'intera letteratura si forma intorno alla sua persona, -dalla cronaca dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi un -mito.[6] - -Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, principalmente -dalle lotte partigiane dei Guelfi e dei Ghibellini, i singoli tiranni, -in generale quali capi dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni -così diverse, che è impossibile non riconoscere in questo fatto una -legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, di cui si -servono, essi non hanno bisogno che di continuare sulla via adottata -già dai partiti: l'espulsione o la distruzione degli avversari e delle -loro case. - - - - -CAPITOLO II. - -La Tirannide nel secolo XIV. - - Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un - principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio - dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo. - - -Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono una prova evidente -del come esempi consimili non andarono punto perduti. Le loro immanità -parlavano abbastanza altamente, e la storia le ha circostanziatamente -descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e a non contare -che sopra le proprie forze, e organizzati in conformità a questo scopo, -presentano pur sempre una particolare importanza. - -Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in allora nessun -principe fuori d'Italia aveva nemmeno un'idea, congiunto con una -potenza quasi assoluta dentro i limiti dello Stato, fece sorgere qui -uomini e forme politiche affatto speciali.[7] Il segreto principale del -regnare stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente le -imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate al principio -della sua signorìa. Tali erano: un'imposta fondiaria basata sopra un -catasto; determinati dazi di consumo, e gabelle pure determinate sopra -l'importazione e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite -dei dominii privati della casa regnante. Esse non oltrepassavano -mai un certo limite, tranne il caso di un notevole aumento nella -pubblica prosperità e nel commercio. Di prestiti, quali si vedevano -effettuarsi nelle comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; -e più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, quando -si poteva prevedere che non avrebbe prodotto veruna scossa, come, per -esempio, la destituzione e la spogliazione, all'uso affatto orientale, -dei supremi magistrati della finanza.[8] - -Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti i bisogni della -piccola corte, alla guardia personale del principe, ai mercenari -assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè ai buffoni ed -agli uomini d'ingegno, che formavano il seguito del regnante. -L'illegittimità, circondata da continui pericoli, isola il tiranno: -l'alleanza più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini -superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. La liberalità dei -principi del nord nel secolo XIII s'era ristretta ai cavalieri, vale a -dire alla nobiltà che serviva e cantava. Non così il tiranno italiano: -sitibondo di gloria e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia -l'ingegno come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito si sente -sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di una nuova legittimità. - - -Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno di Verona, Can -Grande della Scala, il quale negl'illustri esuli accoglieva alla sua -corte i rappresentanti di tutta Italia. Gli scrittori se ne mostrarono -riconoscenti: Petrarca, le cui visite a questa corte trovarono un -biasimo così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe -del secolo XIV.[9] Dal suo mecenate — il signore di Padova — egli -pretende molte e grandi cose, ma in modo tale da mostrare ch'egli ne -lo crede anche capace. «Tu non devi essere il padrone, ma il padre -de' tuoi sudditi e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra del -tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare contro -i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener tutto a forza di -benevolenza. Bene inteso, io dico i soli cittadini che amano l'ordine; -poichè chi ogni giorno va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un -nemico dello Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve -aver sempre il suo corso».[10] Entrando poi ne' particolari, vi si -scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza dello Stato: il -principe deve aver cura di tutto, restaurare e mantenere le chiese e -i pubblici edifizi, sorvegliare la polizia delle strade, prosciugar le -paludi, regolare la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente -le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar la sua -protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, perchè questi soli -gli assicurano un posto glorioso presso la posterità.[11] - -Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi e i meriti -personali di taluni fra questi principi, tuttavia il secolo XIV -riconosceva o almeno presentiva la breve durata e l'effimera -sussistenza della maggior parte delle tirannidi. Siccome istituzioni -politiche di questo genere per lor natura son destinate a mantenersi -tanto più stabilmente, quanto maggiore è l'estensione del loro -territorio, così era anche naturale che i principati più potenti -fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. Quale ecatombe di -piccoli signori non fu sacrificata in questo tempo ai soli Visconti! -— A questi pericoli esterni poi corrispondeva quasi sempre un cupo -fermento all'interno, e questo stato di cose non poteva certamente non -esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. L'arbitrio -male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, i nemici e i cospiratori -dall'altro lo trasformavano quasi inevitabilmente in tiranno nel -peggior senso della parola. Avesse egli almeno potuto fidarsi de' -suoi più prossimi congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva -neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo alla -successione al trono, come altresì riguardo alla ripartizione dei beni, -e appunto nei momenti di maggior pericolo un risoluto cugino od uno -zio si sostituivano, nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al -posto del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione o il -riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione a liti continue. -E così accadde, che un numero ragguardevole di queste famiglie si trovò -avere nel seno non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi -di vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento aperto -e alle stragi domestiche. Altri, vivendo all'estero in qualità di -fuggiaschi, si chiudono in paziente aspettativa, come ad esempio -quel Visconti che, stando a pescare sul lago di Garda,[12] al messo -del suo rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare a -Milano, seccamente rispose: «non prima che le scelleratezze del tuo -padrone abbiano superato le mie». Talvolta sono altresì i congiunti del -principe che lo sacrificano alla pubblica moralità troppo altamente -offesa, per salvare così gl'interessi della dinastia.[13] Altrove la -signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo che il capo -di essa è obbligato di sentire il parere dei membri che la compongono, -ed anche in questo caso la divisione del possesso e della potenza è -causa frequente di acerbi rancori. - - -Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo -negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso, -col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla -propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è -fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di -fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso -Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno -scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra -appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo -che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in -ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso -ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante -intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della -cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire -le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, -venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide -non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie -e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri -predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che -da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, -ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e -a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della -sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi -nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro -l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace -di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e -i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore -sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono -emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato -sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova -gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19] - -Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi -dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni -astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando -l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le -porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani -(1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio -della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!». - - -Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del -secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla -morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel -primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci -imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia -dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più -piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo -tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto -la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono -percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie -ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò, -un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla -morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che, -come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così -ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per -un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il -nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385), -per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali -trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si -vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. -Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere -d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e -il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due -città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un -prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il -più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che -in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; -e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e -da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza -principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua -celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle -quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe -stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte -corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a -meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore, -quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati -presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un -milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi -straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di -violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere -conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire -che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel -1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e -con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi -ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che -vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione. - -Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma -non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a -sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi, -come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel -maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo -affamato gridava sul suo passaggio _pace! pace!_, egli scatenò su di -esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò -proibì, pena la forca, di pronunciar le parole _pace_ e _guerra_, e -prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa _dona nobis -tranquillitatem_, in luogo di _pacem_. Da ultimo alcuni congiurati -giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere -del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e -assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; -ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali -di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose -che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a -quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto. - - -Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare -sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo -Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali -principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle. - - - - -CAPITOLO III. - -La Tirannide nel secolo XV. - - Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe - in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. - Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di - stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia - Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — - Posteriori tentativi dei condottieri. - - -Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso. -Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo -precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in -basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono -riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla -nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del -tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri -per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che -costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio -elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi -un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno -lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi -misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti -poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, -debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà -troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male, -che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo -veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della -pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi -legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi -si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura -della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò -che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno. -Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco -tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un -vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e -quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra -soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in -tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza -contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno -di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue -fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da -lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e -comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva -al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una -disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito -sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici -del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi -XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che -non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza, -rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di -civiltà e gentilezza. - - -Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di -questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì -colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la -sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui -dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile. - -La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa -sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e -le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose, -perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano -comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero -di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati -utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: -quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla -spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in -Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle -con altro che con semplici _documenti_. La comparsa e la dimora -di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate -politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31] -in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da -ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro -a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto -i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in -Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne -tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la -prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni -XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire; -e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e -l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto -di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno -della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso -ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero -avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era -ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a -stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo -III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di -ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati -con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si -sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa -ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli, -al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000 -fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469), -Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a -conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, -dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, -conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di -legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito, -in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di -riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che -ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso -nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta -la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice. -Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano -divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in -quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore -con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della -Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia -propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi -non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona, -fuorchè di alloro.[37] - -Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei -popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il -fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro -coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal -natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria -degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un -paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero -adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più -da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato -a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei -Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia, -lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente -significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali -diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, -fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una _camera imperii_. E -infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una -risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone -ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole -far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal -modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della -monarchia di Spagna. - - -Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla -sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che -agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La -si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle -famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio, -ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi, -come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria -non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi, -in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto -e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche -rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda -della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello -di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non -era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova -(1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi -della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due -figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente -illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie -una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di -Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano -anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli -legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da -vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore -riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità -dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento -furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse -in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui -si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo -XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che -allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il -Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla -ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale -Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul -fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o -in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe, -mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora -cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo -XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun -senso. - - -Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità -nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia -la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza -anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI -dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di -questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni. -L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere -anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al -suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini -e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse -la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al -sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili. -Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è -Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e -Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire -sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima -l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere -lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di -questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di -Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) -fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al -potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino -Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di -Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro, -senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse -pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile -quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i -condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo -XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri -in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta -gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un -capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni -giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e -trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro -forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore -della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi -adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di -Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri -avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai -governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati -come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta -subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si -vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col -Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno -di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano -obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per -questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri, -o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere -eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi -puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto -salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque -se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più -sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al -limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma -al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono -in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei -loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti, -nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del -duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47] -contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da -impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e -di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una -volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo -salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva -in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia -Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di -qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti -per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la -grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva -meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in -Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili -vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei -Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e -in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che -sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di -là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, -condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava -a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta -circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — -sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, -di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza, -tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò -quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia. -Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata -per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a -Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani -i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò -dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero -in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio -alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche -rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli -prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca; -che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città -conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro -la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi -sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in -quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i -suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo -tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta -e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio -Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non -accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai -battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di -duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra -cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e -poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di -esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti, -e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche -dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio, -i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana; -ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre -dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare. -Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio -chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con -splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato -giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450). - -Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo -scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla -ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non -è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente -che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in -allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò. -Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere, -se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati -maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche -Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se -la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui. -Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente -nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece -che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con -lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le -nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato -in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli -potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma -nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino. -Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo -una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli -a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti -ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere -nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati -pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: -quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo -giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di -essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è -che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, -tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era -sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa -di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò -entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53] - - -Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati -creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente -tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e -Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la -rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli, -stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo -di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il -privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica -si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri -ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò -che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in -Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto -padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti, -quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse -ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno -1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un -Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue -forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo -molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito -ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti -cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, -figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse -all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che -temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero -a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il -suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo -gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non -potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima -nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole -esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale, -fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di -Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como. - - - - -CAPITOLO IV. - -Le Tirannidi minori. - - I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di - sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei - Malatesta, dei Pico e dei Petrucci. - - -Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori -scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime -in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado, -erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino -si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè -i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un -tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal -sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola -un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per -ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza -principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di -Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed -affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un -regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e -passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II -dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata -su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato -nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra -nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei -Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle -vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie -notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del -Matarazzo.[58] - - -I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era -mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una -supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle -grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle -pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato -come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava -tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un -partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno -al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di -_bravi_: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di -violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente -tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro -l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra -loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne -movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne -andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti -ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza -assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo -dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano -represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato -d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo -averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati -sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero -celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel -luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno -giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato -spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico -disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido -e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca -domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi -sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In -mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione -di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i -perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli -esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra -di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono -atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in -audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a -loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei -cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana». -Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo -VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea -di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa -qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme -nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di -tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli -uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto. -Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale -i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo -personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena -diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie -centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di -nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione, -il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con -un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte -nelle gesta e nell'aspetto». - -Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne, -studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei -giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo -di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire -mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele -fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura -avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove, -fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro. - -Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati, -nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo -qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu -concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più -tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante -proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido, -Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo, -Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e -Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe -Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo -dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti, -scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo -proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle -nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500. -La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui -aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, -che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe' -balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere -vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu -ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare. -(I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel -luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti, -ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in -vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti -gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli -altri poterono fuggire. - -Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla -pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri» -furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto -imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano -l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte -stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli -amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono -tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla -campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero -genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il -giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati -di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S. -Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a' -suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a -fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia, -e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò -padrone della città. - -Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il -giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di -Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più -volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio -che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del -figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno -voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi -addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò -il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto -da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti -guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di -sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale -più tardi Raffaello dipinse la celebre sua _Deposizione_. Con quel -quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli -addolorati. - -Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle -sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur -sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte -le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò -tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo. - -In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori -dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo -questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da -tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette -d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate, -e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma -il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe -luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III. - -In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano -avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po' -d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli -arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli, -e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo -apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel -1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che -tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime, -specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente -minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo -contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto -che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59] -Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel -1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di -questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del -Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma -spaventevole signoria. - - -Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e -colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata -raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta -(morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa -casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra -qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato -Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i -Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta -di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi -ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini -(1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo -ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta -di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi -ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come -quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi, -delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa -fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della -famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio -Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al -tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre -Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento -sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad -uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello -stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello -stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette -il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io -stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la -vita fuggendo». - -Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu -quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città -di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere -ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore -di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con -atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era -di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su -chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere -nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: -tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi -figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza -signoria. - - - - -CAPITOLO V. - -Le maggiori case principesche. - - Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — - Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico - il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, - duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli - Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico - dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito - personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia - Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — - Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere. - - -Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere -considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei -Normanni si mantenne come una _signoria_ inerente al possesso fondiario -dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto -d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e -poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice _possesso_ -come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun -ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin -dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa -da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto, -dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno, -anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli -non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62] -ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono -derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima -onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, -spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di -poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione -di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero -continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò -Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino -allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi -nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non -conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento -monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte. - -Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo -avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro -bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la -sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra -i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti. -Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più -forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza, -egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un -implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento -completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un -principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui -per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni, -egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per -così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa -lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di -presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico -II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo -stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco -negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e -teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi, -esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte -alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi -di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge -alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici -o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso -costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente, -quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla -sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue -vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito -per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del -tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello -Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del -cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni, -finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione -dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, -insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal -Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del -re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una -specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre -in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il -suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero -in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità -che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano -talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per -solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia -sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di -questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, -che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore -tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio -fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e -lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure -fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti -capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in -preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore -Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto -almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano -sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma _jamais homme cruel ne -fut hardi_, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da -un solo punto di vista, Comines. - -Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei -duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata -una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto -l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi -più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente -biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò -che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e -collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che -uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo -di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda -sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da -magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza -uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue -escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha -grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo -porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo -da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava -la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima: -là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per -timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso -di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte -del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più -alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra -questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe -e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più -alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là -uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che -nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano -sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori -erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente -mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con -un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si -garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una -doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad -una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del -cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì -dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva -mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori -del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della -felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli -stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una -ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa -fermezza. - - -Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza -(1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di -qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun -altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza -individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi -talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. -I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama; -ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla -del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò -a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68] -Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita -perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al -congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo -anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come -un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii, -calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un -complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo: -— tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al -possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli -graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide -il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli -subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia -la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo -abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone, -dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del -fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi: -uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato; -la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta -in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata, -che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che -la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità -il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare -uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in -generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non -gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che -stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari. -Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante -cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte -le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476), -vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella -mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario -che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli -uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che -manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola -facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche -ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i -capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza -in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro -coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma -tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e -diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali, -Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote, -avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono -l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro -è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio -dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda -immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica -nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno -avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale -anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato, -come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da -qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli -Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come -un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa -Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo -condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo -corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71] -Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa -freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il -che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse -le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva -di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto -acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi -non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando -del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un -uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua -volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e -vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli -contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; -ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in -poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti, -usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona, -dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole -cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero -eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener -lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che -bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. — -Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più -quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: -il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello -la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e, -come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di -coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità -personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da -lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare, -anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava -tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne -cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio -non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al -1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe -potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto -spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a -nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi -stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente -questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed -anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia -e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per -aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al -loro tempo. - -Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati -da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna -rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno -inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che -in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò -almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel -1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle -di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era -detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e -potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo -conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che -l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari -di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un -formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche -assai ragguardevoli). - -Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da -principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella -dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, -quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, -ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non -si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando -qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese -Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche -vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una -coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati -in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si -trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e -condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non -era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, -nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la -battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi, -di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla -propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede -in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la -difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a -salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno -di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che -largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro -accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la -donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo -stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano -i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso -anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte -di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore -cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata, -specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese -molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta -pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico -dell'arte. - - -Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero -Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere -principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità, -che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano -colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli -seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori -e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due -successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, -promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro -soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non -solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso -egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento -persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi -delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto -aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui -non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva -essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli -di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato -di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò, -non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo -per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior -tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente -sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno -elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito; -e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando -egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva -ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi -leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima. -Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di -là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio -coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli -esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S. -Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava -grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a -muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella -di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che -lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze -dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate. -Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie, -s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga, -signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80] -Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue -infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato -a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo -stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da -una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui -questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare -Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che -il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i -sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il -Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri -motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come -scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare -Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il _Tirsi_, -dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più -tardi (1518) collocò i dialoghi del suo _Cortegiano_ nel circolo della -coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga). - - -La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in -modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la -popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli: -una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto -adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte -e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, -come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori: -il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo -erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia -avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e -ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto -finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi -contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale -Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere -a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo -Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di -tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in -sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti -gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere -del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse -più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi -di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente -aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto, -egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor -nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si -trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna -di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi -ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii -e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi -esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono -qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi -palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi -raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile. -Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri -altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè -venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo -gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava -con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di -sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie, -le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle -mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre -quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva -annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della -quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda -la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio, -si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii -_a prezzi salati_, e si citano singolarmente nomi di amministratori -di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di -podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali -superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli», -come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo -«più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che -vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla -medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara, -che dicevasi _andar per ventura_, e di farsi regalare almeno dai più -abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in -prodotti naturali. - -Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse, -che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i -professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza, -che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano -arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che -Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in -danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno: -il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale. -Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al -1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo -più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca, -che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in -pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli), -— non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata. -Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste -sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville, -tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di -Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti. - -Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata -suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una -esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo -che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della -signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati -deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò -che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano -formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, -che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera -e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi -Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente -una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei -paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri -fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio, -quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente -magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad -ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni -genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro -contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la -quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo -e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante -può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in -una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha -bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi -avremo occasione di dimostrare. - - -I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più -strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben -calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel -senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce -già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse -nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in -bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare -vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a -ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una -«colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia) -avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu -punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò -che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi -ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al -duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto -ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista -dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di -presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto -per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire -da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso -onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una -semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni -II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando -in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] — -Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente -priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando, -come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi -consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, -un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo: -egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi -e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar -le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come -allora lo si chiamava, col _capitaneo di giustizia_, Gregorio Zampante -di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto -nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano -perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva, -ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura -cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era -tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva -procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca. -Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di -questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto -suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non -meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non -cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse -di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri. -Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il -duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli -aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua -abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti -pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo -ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che -troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al -confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire, -le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni. -Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme -all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta -la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole -accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì -il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e -nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università, -rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette -accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe -andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che -abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo -e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano -immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte, -due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa, -alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella -crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione -ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il -suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa -usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità, -ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola -molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per -la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre -gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti -i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa -morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria -per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè -la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non -le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali, -ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non -temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza -di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star -tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè -di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di -principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori -avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva -un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici -cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche -legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle -di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano -Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo -scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto -dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il -più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da -sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano -naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni. - - -Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e -se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo -palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano -in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima -volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono -con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del -_Corpusdomini_: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo: -tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro -in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e -dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di -particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente -ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine -dello _Sprone d'oro_, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria -del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada, -un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza -dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle -lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza -mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più -complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte -e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco -gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio -in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche -cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la -corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di -Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi -di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni -del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio -servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso, -del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa. - - - - -CAPITOLO VI. - -Gli avversari della tirannide. - - Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli - assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — - I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il - popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori. - - -Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione -dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari -alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto -tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva -di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì -continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad -assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o -in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma -tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96] -erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era -omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza -strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti, -nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie -di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe -italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene, -rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a -12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno -1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, -i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino -esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente -i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco -alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle -dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente -devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette -duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni -significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio, -pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir -simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, -benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non -ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti, -dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed -ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver -soffocato l'Italia. - - -Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata -avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio, -anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere, -col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta -loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati -ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici, -stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i -sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta -da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i -loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio -generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed -offese puramente personali. - -Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni freno legale, -incondizionati erano pure i mezzi usati dai suoi avversari. Sin dal -suo tempo il Boccaccio lo dice espressamente:[99] «debbo io chiamar -re o principe un usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No! -perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui sono bene usate -le armi, le congiure, le spie, le insidie, le astuzie: sono anzi opera -santa e necessaria. Non vi è sacrificio più accetto che il sangue di -un tiranno!» Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare: -il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi _Discorsi_,[100] -ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando -dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e le ha giudicate colla -sua solita imparzialità secondo i diversi loro fini e il loro esito. Ci -accontenteremo dunque di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii -eseguiti nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra -sull'influenza esercitata dagli esempi antichi. - - -Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista il tiranno, -sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle chiese, e in queste -soltanto poi potevasi sperare di sorprendere un'intera famiglia -principesca riunita. Così quei di Fabriano[101] spensero nel 1435 la -famiglia dei Chiavelli loro tiranni durante un servizio religioso e -precisamente, secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: _et -incarnatus est_. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti (1412) fu -ucciso mentre entrava nella chiesa di S. Gottardo, e nel 1476 il duca -Galeazzo Maria Sforza fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico -il Moro poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa -Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, che entrò nella chiesa -di S. Ambrogio per una porta diversa da quella, dove era aspettato. -Nè pare che si credesse di commettere con simili assassinj veruna -speciale empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo non aveano -mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi a pregare il santo titolare -della chiesa e di ascoltarvi la prima messa. Tuttavia nella congiura -de' Pazzi contro Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause, -per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto questa, che il -bandito Montesecco, impegnatosi dapprima in un convito di eseguire -l'assassinio, vi si era poi rifiutato nel Duomo di Firenze, e in -luogo di lui vi si indussero poi alcuni ecclesiastici, «che erano più -famigliari con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna paura».[102] - - -Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni morali e -più particolarmente sulle politiche avremo occasione di rilevare -frequentemente anche in seguito, i primi a dare l'esempio furono i -tiranni stessi, che non di rado, tanto nel concetto che s'erano formati -dello Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano di non voler -espressamente seguire altro modello, fuorchè l'antico impero romano. Ed -altrettanto fecero alla loro volta i loro avversari studiandosi, sin -da quando con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare -gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile il dimostrare -che essi nell'idea principale, vale a dire nel risolversi al fatto, -abbiano ricevuto il maggiore impulso da questi esempi, ma non è -neanche vero per questo che le allusioni continue all'antichità fossero -semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima ne -abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, il Lampugnani, l'Olgiati e -il Visconti.[103] Tutti e tre avevano motivi affatto personali d'odio -contro di lui, e tuttavia la risoluzione di ucciderlo parve essere -derivata da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro di -eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un drappello di giovani -appartenenti alla nobiltà milanese un vago desiderio di gloria e -d'imprese magnanime in pro della patria, e s'era finalmente aperto -col Lampugnani e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà a -Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed essendo espulso, -dovette abbandonare quei giovani in preda al loro ardente entusiasmo. -Circa dieci giorni prima del fatto convennero essi nel monastero di S. -Ambrogio e giurarono solennemente di compierlo: «poi, dice l'Olgiati, -ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine di S. Ambrogio, -levai gli occhi ad esso ed invocai il suo aiuto per noi e per tutto il -suo popolo». Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere -l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui chiesa essa -ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri furono iniziati nella -congiura e tennero notturni convegni nella casa del Lampugnani, dove -si esercitavano nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto -riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai seguaci del -duca e gli altri due furono presi. Il Visconti mostrò pentimento, ma -l'Olgiati, in onta a tutte le torture, sostenne che quell'uccisione -era stata gradita a Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice -gli ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente a te: la -morte è amara, ma la gloria sarà eterna!» - -E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli intendimenti e i -propositi di costoro, dal modo stesso con cui la congiura fu condotta -trapela evidente un tentativo d'imitazione del più scellerato di -tutti i cospiratori, di colui che non pensò mai neanche alla libertà, -vogliamo dire di Catilina. I _Diarii sanesi_ dicono espressamente, -che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò appare anche -indirettamente dalla confessione stessa dell'Olgiati.[104] Quel -terribile nome noi lo incontreremo anche altrove, ed è pur troppo vero, -che per congiure volgari, e se si prescinda dallo scopo, non v'era un -tipo più seducente di questo. - - -Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente si -sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi de' Medici, il tirannicidio -era accolto come un'idea accetta universalmente. Dopo la fuga dei -Medici nell'anno 1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo -in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, opera del -Donatello,[105] e fu posto dinanzi al palazzo della Signoria, dove -ora sta il Davide di Michelangelo, con questa iscrizione: _exemplum -salutis pubblicae cives_ posuere 1495. Ma più specialmente ora si usò -di tirare in campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo -tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda Iscarioto[106] -nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore dell'impero. -Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura contro Giuliano, Giovanni e -Giulio de' Medici ebbe un esito così infelice (1513), era stato egli -pure ardente entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, -se avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito a lui -Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel carcere,[107] -documento importantissimo per rilevare le credenze religiose d'allora, -fanno fede dello sforzo ch'egli dovette esercitare sopra sè stesso, -per liberarsi da quelle fantasie e reminiscenze romane e morire -cristianamente. Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. -Tommaso d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma il confessore -più tardi confessò a quello stesso amico, che S. Tommaso fa invece -una distinzione e permette la congiura contro un tiranno, il quale si -sia imposto al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici -uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve una apologia del -fatto,[108] probabilmente autentica, o per lo meno scritta per suo -incarico, nella quale egli si vanta dell'uccisione del tiranno come -di opera sommamente meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro -fosse stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, suo -congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. Altri -usarono anche in questo caso il paragone con Bruto, e sembrerebbe che -Michelangelo stesso non sia stato del tutto alieno da questa idea, -almeno se si vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli -Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue opere, ma -non certamente perchè l'uccisione di Cesare gli pesasse troppo sul -cuore, come dice il distico scrittovi sotto. - -Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto formando nei -tempi moderni di fronte alla monarchia, indarno si cercherebbe negli -Stati principeschi dell'epoca del Rinascimento. Bensì ognuno protestava -isolatamente nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo -medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda sotto lo stesso, -anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci volevano eccessi quali -si videro a Camerino, a Fabriano ed a Rimini (pag. 44), perchè una -popolazione si decidesse a distruggere o a cacciare una casa regnante. -Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe fatto altro, -fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche era decisamente nel -suo tramonto. - - - - -CAPITOLO VII. - -Le Repubbliche. - - Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi - pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause - della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi - politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della - politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — - Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato. - - -Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo grado quella -energia, che vale a tramutare una città in uno Stato. Non sarebbe -occorso che un passo ulteriore, vale a dire che queste città si -fossero strette tra loro in una grande confederazione, concetto, che -in Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, rispetto -ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, ora di un'altra. -Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi infatti grandi e potenti -federazioni di città, e il Sismondi crede (II, 174), che il tempo -degli ultimi armamenti della lega lombarda contro il Barbarossa (dal -1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si sarebbe resa -possibile una federazione italiana universale. Ma le più potenti fra le -città aveano già palesato troppa fierezza e originalità di carattere, -perchè la cosa potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza -nel commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed estremi l'una -contro dell'altra, e tenevano le vicine città minori in una ingiusta -dipendenza; il che vuol dire, che da ultimo esse credevano di poter -fare ciascuna da sè, senza aver bisogno delle altre, preparando per tal -modo il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. Questa non -tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte intestine dei nobili fra -di loro, e della borghesia colla nobiltà, fecero nascere il desiderio -di un governo forte e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano -pronte a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti -governi di parte s'erano da lungo tempo abituati a veder ineseguito il -bando generale di guerra da loro intimato.[109] La tirannide inghiottì -la libertà della maggior parte delle città; qua e colà si cercò di -sbarazzarsene, ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre, -perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le forze che -contro-operavano, si trovavano già esauste. - -Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, due sono -della massima importanza per la storia dell'umanità: Firenze, la città -dei continui rimutamenti, che ci trasmise le manifestazioni di tutti -i disegni e le aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che -per tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la città della -calma apparente e del silenzio politico. Esse formano fra di loro la -più forte antitesi, che si possa immaginare, ed ambedue alla loro volta -sono tali, da non poter essere paragonate con verun'altro Stato del -mondo. - - -Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione affatto eccezionale -e misteriosa, nella quale da tempo remotissimo si sentiva l'azione -di qualche altra cosa, che non era l'ingegno umano. Intorno alla -solenne fondazione della città correva una leggenda evidentemente -mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno i profughi di -Padova gettarono la prima pietra a Rialto, per farne un asilo sacro -e inaccessibile in mezzo all'Italia corsa e lacerata dai Barbari. -Scrittori venuti più tardi attribuirono ai primi fondatori il -presentimento di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio -Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili esametri, -mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, questa preghiera -a Dio: «se un giorno tenteremo qualche cosa di grande, accordaci il -tuo favore! Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, ma -se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno a te, o Dio, -centinaia di templi ricchi di marmo e d'oro».[110] — La città delle -isole, sul finire del secolo XV, riguardavasi ormai come il gioiello -più prezioso del mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come -tale[111] colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate, -co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua pomposa grettezza -altresì, per la quale sotto tetti dorati si dava a pigione ogni più -piccolo angolo della casa. Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza -di S. Giacometto a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non tra -grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso e svariato bisbiglio, -dove siedono, lunghesso i portici che la fiancheggiano e sotto quelli -delle vie adiacenti,[112] banchieri ed orefici a centinaja, dove le -botteghe e i magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando -poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, sotto -il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, e dinanzi al -quale i vascelli si addossano gli uni agli altri nel canale: indi -più innanzi ci mostra un'intera flotta carica di vini e di olio, -e parallelle ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le -officine dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla piazza di S. -Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. Per tal maniera egli -guida il lettore di quartiere in quartiere sin fuori ai due lazzaretti, -stabilimenti non solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo -portati ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura attenta -e sollecita pel benessere personale dei sudditi era il distintivo -del governo di Venezia non solo in pace, ma anche in guerra, dove -l'assistenza che si prestava ai feriti, anche nemici, era oggetto di -ammirazione per tutti.[113] In generale non v'era stabilimento di -pubblica beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma -la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato con -regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava i superstiti. -La ricchezza, la sicurezza politica, la pratica del mondo avevano per -tempo vôlto il pensiero de' veneziani a queste cose. Quei cittadini -svelti, biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso -sensato,[114] non differivano quasi fra loro sia nelle fogge del -vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: di ornamenti (fra -i quali primeggiavano le perle) non si curavano, se non per fregiarne -il collo delle loro donne o fanciulle. In allora la prosperità generale -era veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate dai -Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio generale d'Europa -bastarono anche più tardi a far sopravvivere Venezia anche ai colpi più -aspri della fortuna, quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio -dei Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega di Cambray. - - -Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli e abituato alla -franca loquacità dei filologi d'allora, nota in un altro luogo[115] con -qualche maraviglia, che i giovani nobili, i quali andavano ad udire -le sue lezioni del mattino, non volevano a nessun patto entrare con -lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa si pensi, si -dica e s'aspetti da questo o quel moto in Italia, tutti mi rispondono -ad una voce di non saper nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più -severa inquisizione di Stato, più d'una cosa potè risapersi per opera -di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben caro prezzo. -Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano dei traditori perfino -tra i funzionari, che coprono le più alte dignità dello Stato;[116] i -papi, i potentati italiani e perfino alcuni condottieri in condizioni -affatto mediocri e stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al -loro soldo speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che -il Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare al Consiglio -dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, e si accreditò -universalmente l'opinione, che Lodovico il Moro in questo stesso -Consiglio disponesse a suo talento di un certo numero di voti. Noi non -siamo in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare quegli abusi -le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e l'alto premio concesso a -chi li denunciasse (fino a sessanta ducati di pensione vitalizia); ma -certo è che una delle cause principali, la povertà di molti nobili, -non poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi misero -innanzi una proposta, che lo Stato dovesse sborsare annualmente 70,000 -ducati a sollievo di quei nobili poveri, che non avessero alcun -pubblico ufficio; la cosa era sul punto di essere portata dinanzi -al gran Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere -una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu ancora in tempo -di intervenire, e mandò ambedue i proponenti a confine per tutta la -loro vita a Nicosia e a Cipro.[117] Intorno a questo stesso tempo un -Soranzo fu fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, ed -un Contarini posto in catene per furto violento: un altro della stessa -famiglia si presentò nel 1499 dinanzi alla Signoria, lamentando di -essere da molti anni senza impiego alcuno, di aver soli sedici ducati -di rendita e nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato -in debiti per sessanta ducati, di non essere in grado di esercitare -verun mestiere e di essere stato ultimamente gettato sulla pubblica -via. In presenza di tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi -imprendono a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente i -poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi testamenti annoverata -tra le opere di carità.[118] - - -Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie fondavano per -avventura serie speranze, s'ingannavano grandemente. A prima vista si -potrebbe credere che lo slancio stesso del commercio, che anche al più -povero garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, nonchè -le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, dovessero -aver distrutto tutti gli elementi pericolosi nel campo politico. Ma -Genova non ha forse avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia -politica delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di Venezia -sta piuttosto in un concorso di circostanze, che non si verificarono -mai in nessun altro Stato. Inespugnabile come città, essa non si era -da tempo remotissimo occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri -se non dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando -quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo le sue -alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri ed al maggior prezzo -possibile. Il fondo adunque del carattere veneziano era quello di un -superbo e dispettoso isolamento, e conseguentemente di una più compatta -solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche dal rancore di tutti -gli altri Stati d'Italia. Di più, nella città stessa tutti gli abitanti -eran tenuti uniti da fortissimi interessi comuni di fronte alle colonie -ed ai possessi di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima -(vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non poteva esercitare -atti commerciali altrove, fuorchè a Venezia. Un vantaggio fondato su -mezzi cotanto artificiali non poteva essere mantenuto che mediante una -grande tranquillità e concordia interna; — questo lo sentiva certamente -la grande maggioranza, e quindi il terreno quivi era assai disadatto -per qualsiasi cospirazione. Che se pure vi erano taluni malcontenti, -costoro furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione -esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento -diventava quasi impossibile. Ed anche nel seno della nobiltà a quelli, -che per avventura fossero pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava -affatto l'occasione principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò -per la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi e -per la parte continua che doveano prendere alle guerre coi Turchi, i -quali incessantemente tornavano a farsi vedere. Vero è che i comandanti -in queste li risparmiavano a tutto potere, e talvolta in modo -ingiustificabile, il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta -della Repubblica, se avesse durato a spese della giustizia quella -stolta paura dei nobili «di farsi del male l'un l'altro».[119] Tuttavia -questo libero moto all'aria aperta diede alla nobiltà veneziana, -presa nel suo complesso, un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia -e l'ambizione pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, non -mancavano mai le vittime ufficiali condannate dall'autorità e con mezzi -legali. La lunga tortura morale, alla quale fu sottoposto sotto gli -occhi di tutta Venezia il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è -forse il più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto -dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei Dieci, che aveva una -mano in tutto e possedeva un illimitato diritto di vita e di morte, -nonchè una sorveglianza sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata, -che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò il Foscari -come tanti altri potenti, veniva ogni anno rieletto dall'intera casta -dominante, dal gran Consiglio, ed era per ciò stesso l'organo più -immediato della stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in -queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore responsabilità -dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. Ma dinanzi a questa -e ad altre autorità indigene, per quanto il loro modo di agire fosse -tenebroso e violento, il vero veneziano non cercava già di nascondersi, -ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la Repubblica -aveva le braccia lunghe e poteva, invece che su lui, vendicarsi sulla -sua famiglia, ma perchè, nella maggior parte dei casi almeno, si -procedeva secondo la norma di certi principii, piuttosto che per sete -di sangue.[120] In generale nessuno Stato ha avuto più di questo una -grandissima autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. E se, -per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi dei traditori, -non è meno vero da un altro lato che ogni veneziano, che si trovasse -all'estero, si credeva obbligato a farsi referendario o spia del -proprio governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma s'intendeva -da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava nei concistori segreti -del Papa. Il cardinale Domenico Grimani fece rapire non lungi da Roma -(1500) i dispacci, che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico -il Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora si trovava -sotto il peso di una grave accusa, fece valere pubblicamente questo -servizio del figlio dinanzi al gran Consiglio, che era come dire, -dinanzi a tutto il mondo.[121] - - -Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è stato già accennato -di sopra (pag. 30). Che se essa avesse cercato una più solida garanzia -della loro fedeltà, avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran -numero che ne contava, pel quale, come si rendeva più difficile il -tradimento, ne diventava anche più facile la scoperta. Dando uno -sguardo ai quadri dell'armata veneziana, sorge spontanea la domanda: -come fosse possibile una azione comune con truppe messe insieme da -elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 figurano -non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole squadre:[122] il -Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo milleducento, e Gioseffo Borgia -settecentoquaranta: a questi tenevano dietro sei condottieri con un -contingente di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con -una forza di due a quattrocento, quattordici con cento in duecento, -nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta ecc. Sono in parte -vecchi corpi di truppe veneziane, in parte veterani condotti da nobili -veneziani di città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si -compone di principi italiani o capitani di città o dei loro congiunti. -A questi sono da aggiungere 24,000 uomini di fanteria, sull'arrolamento -e la condotta dei quali non abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri -3300 uomini, che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. -In tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto -di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non si basava tanto -sull'affezione, quanto sulla prudenza de' suoi sudditi; nella guerra -contro la Lega di Cambray (1509) è noto universalmente, che essa li -sciolse da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al punto, -che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze di una occupazione -straniera col mite suo modo di governare; e siccome essi non ebbero -bisogno di staccarsi da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi -non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si verificò ciò -ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono con molta premura sotto il -di lei dominio. Questa guerra era, lo diciam di passaggio, l'effetto -di un secolare grido d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento -di Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle persone -troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre nessun colpo di -testa ne' suoi avversari, perchè, secondo la sua maniera di vedere, -sarebbe stato troppo folle e sconsiderato.[123] In questo ottimismo, -che forse è proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva -una volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto II per la -presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi per la spedizione -di Carlo VIII, finchè si avverò ciò che meno si aspettava.[124] Ed -altrettanto accadde ora colla Lega di Cambray, la quale effettivamente -era contraria al vero interesse de' principali suoi fondatori, Luigi -XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio odio di tutta Italia -contro la Repubblica conquistatrice, in guisa che egli chiuse gli occhi -sulla venuta degli stranieri; e per quanto riguardava la politica del -cardinale d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta Italia, Venezia -avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi delle sinistre loro -intenzioni e mettersi in guardia. I più fra gli altri presero parte -alla Lega per quell'invidia, che è bensì un salutare ritegno posto -alla potenza ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in -sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, ma non senza -durevoli danni, da quella lotta. - - -Una potenza, le cui basi erano così complicate, la cui attività e i cui -interessi abbracciavano un campo sì vasto, non si potrebbe immaginare -senza una grandiosa sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo -bilancio delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle perdite. -Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto di essere la patria della -moderna Statistica: tutt'al più Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in -seconda linea, e più sotto ancora i principati italiani maggiormente -sviluppati. Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti -generali dei diritti e dei possessi detti _urbariali_ del principe: -esso riguarda la produzione come qualche cosa di stazionario, ciò che -essa effettivamente è anche, sino a che si tratti unicamente della -proprietà fondiaria. Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da -tempo antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata -specialmente sull'industria e sul commercio, come qualche cosa di -estremamente mobile ed hanno agito conformemente a questo concetto, ma -si arrestarono — perfino nei tempi più floridi della lega anseatica -— ad un bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli -eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello Stato non -trovavano posto che tra il dare e l'avere di un libro mastro di -commercio. Soltanto negli Stati italiani trovansi per la prima volta -congiunti quelli che potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza -politica con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione -musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria agricola e -commerciale, per creare una vera statistica.[125] La monarchia assoluta -di Federico II nell'Italia meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente -sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere una lotta, in -cui si trattava di essere o non essere. In Venezia per contrario gli -scopi supremi sono il godimento dei comodi della vita e dei vantaggi -della potenza, l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, -la riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di sempre nuovi -sfoghi al commercio. - -Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su tutte queste -cose.[126] Da essi noi apprendiamo che la popolazione della città -nell'anno 1422 ammontava a 190,000 anime. Forse questo modo di -calcolare non più per focolari, nè per uomini atti a portar le armi o -per tali che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma per -anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni altro offrire -una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè i fiorentini intorno -al medesimo tempo insistevano per una lega con Venezia a danno di -Filippo Maria Visconti, la Repubblica pel momento li rimandò, nella -persuasione evidente, e del resto confermata anche da un esatto -bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano e Venezia, vale a -dire tra compratori e venditori, fosse una vera follìa. E già perfino -quando il duca aumentava la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè, -dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se ne risentiva e -il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino soccombere i fiorentini, -perchè in tal caso, avvezzi come sono alla vita delle città libere, -essi emigreranno a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana -e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma ancor più notevole -è il discorso del doge Mocenigo[127] tenuto dal suo letto di morte -ad alcuni senatori (1423) come quello che contiene gli elementi più -importanti di una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia. -Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione di questo -difficile documento; ma come una specialità mi sia lecito di riportarne -qui alcuni dati. Dopo fatto il pagamento di quattro milioni di ducati -per un prestito di guerra, il debito dello Stato (_il monte_) ammontava -ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del commercio -(come sembra) ascendeva a dieci milioni, i quali ne fruttavano quattro -(così il testo). Su tremila navigli, trecento navi e quarantacinque -galere stavano 17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di -duecento per galera). A questi erano da aggiungere 16 mila costruttori -nell'arsenale. Le case di Venezia avevano un valore di stima di sette -milioni e fruttavano in affitti un mezzo milione.[128] Vi erano mille -nobili, che avevano una rendita da settanta a quattromila ducati annui. -— In un altro luogo la rendita ordinaria dello Stato in quello stesso -anno è calcolata un milione e centomila ducati: intorno alla metà del -secolo, per le perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, -essa era discesa ad ottocentomila ducati.[129] - - -Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica applicazione, -Venezia rappresentava completamente e prima d'ogni altro Stato un lato -importantissimo del moderno organismo politico, trovavasi per converso -in certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, che -allora in Italia stava in cima d'ogni altra cosa. Quello che manca qui -è l'attività letteraria in generale e specialmente quell'entusiasmo -per la classica antichità, che prevaleva dovunque.[130] Bensì il -Sabellico afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza -non erano punto minori di quelle che si scorgevano pel commercio e -per la politica, ed è anche vero che nel 1459 Giorgio da Trebisonda -fece omaggio al doge di una traduzione latina del libro di Platone -sulle Leggi, e ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e -cencinquanta ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria il suo -libro sulla Rettorica.[131] Ma se si dà un'occhiata alla storia della -letteratura veneziana, che il Sansovino aggiunse al noto suo libro -su Venezia,[132] non s'incontrano per tutto il secolo XIV che sole -opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV -l'umanismo non vi è, in paragone all'importanza della città, se non -assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao Barbaro e ad Aldo -Manuzio. Anche la biblioteca che il cardinal Bessarione lasciò alla -Repubblica, a stento andò salva dalla dispersione. Per le quistioni -di erudizione si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove -realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri politici, -aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità vi si scorge a -questo tempo per ciò che riguarda le produzioni poetiche, che pur -tanto abbondarono nei primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito -artistico dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime come -importazione estera, e non comincia a dar frutti degni della sua -grande potenza se non sul finire del secolo XV. Ma vi hanno indizi di -tardità intellettuale ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo -Stato, che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava il -conferimento di tutte le dignità più importanti, e che quasi sempre si -metteva in opposizione colla Curia romana, fu schiavo di un ascetismo -ufficiale di genere tutto affatto particolare.[133] Corpi di santi -ed altre reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca -pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge in solenne -processione.[134] Pel sacro Pallio inconsutile nel 1455 s'era deciso -di spendere sino a diecimila ducati, ma non si potè averlo. Questo -fanatismo non era l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da -una fredda deliberazione della più alta autorità dello Stato, che pure -senza scandolo avrebbe potuto astenersene, come in eguali circostanze -a Firenze la Signoria se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo -nulla, dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca loro -fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo Stato, che pure aveva -assorbito la Chiesa più di qualunque altro, aveva qui realmente in -sè una specie di elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, -il doge, in dodici solenni processioni (che si dicevano _andate_) -procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.[135] Erano feste -fatte puramente in onore di avvenimenti politici, che coincidevano -colle grandi feste ecclesiastiche: la più splendida di esse, il celebre -sposalizio del mare, cadeva sempre nel giorno dell'Ascensione. - - - - -CAPITOLO VIII. - -Ancora delle Repubbliche. - - Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della - coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual - patria della statistica; i Villani. — La statistica dei - maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le - forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello - Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo - progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca. - - -La più elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo -delle forme di Stato trovavansi riunite nella storia di Firenze, la -quale in questo rispetto merita la lode di primo fra gli Stati del -mondo moderno. Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei -principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente maravigliosa -del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo stesso creatrice in fatto -d'arte, muta e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche -e sociali, e incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal -modo Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, degli -esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Venezia la -patria della statistica, e, sola e prima di ogni altro Stato al mondo, -la patria della storia intesa nel senso moderno. Nè senza una potente -influenza vi rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza -de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, che il -primo impulso al suo grande lavoro gli venne dalla sua andata in quella -città in occasione del Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito -dopo il suo ritorno in patria.[136] Ma quanti fra i 200,000 pellegrini -di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e inclinazioni, e -tuttavia non scrissero la storia della loro città! E per vero non -tutti potevano fiduciosamente soggiungere come lui: «la nostra città -di Firenze è nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel -suo calare, e però mi parve convenevole di recare in un volume tutti -i fatti e cominciamenti della città e seguire per innanzi stesamente -infino che fia piacere di Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi -storici non solo una testimonianza autentica del modo con cui si svolse -la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che qualunque altro Stato -d'Italia.[137] - - -Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di questo memorabile -Stato, bensì soltanto di additare sommariamente la parte che questa -storia ebbe nel risvegliare nei fiorentini tanto amore alla libertà e -un senso pratico così profondo. - -Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le lotte cittadine del -suo tempo. La condizione politica della città, i moventi più riposti -dei partiti, il carattere dei capi, tutta insomma la tela delle cause -e degli effetti prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che si -tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle sue narrazioni. -E la vittima più illustre di queste crisi, Dante Alighieri, qual -tipo d'uomo politico, maturato fra le contradizioni della patria -e le torture dell'esiglio! Egli ha scolpito il suo disprezzo pei -continui mutamenti e sperimenti di governo in terzine di bronzo,[138] -che rimarranno proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche cosa -di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria parole tanto -orgogliose e appassionate ad un tempo, che il cuore dei fiorentini -non potè certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si -allargano a tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo -entusiasmo per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che -un errore, si dovrà tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie -giovanili della speculazione politica, che allora era in sul nascere, -hanno in lui una sublime grandezza poetica. Egli va superbo di -essere stato il primo a mettersi per questa via,[139] guidato a mano -senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera padrone di sè e -indipendente. Il suo imperatore ideale è un giudice supremo, giusto, -benevolo e dipendente solo da Dio, l'erede della signoria mondiale -di Roma, voluta dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. -La conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio -di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il -suo impero prendendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi -nella sua nascita al censo di Augusto e nella sua morte al giudizio di -Ponzio Pilato; e così via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire -questo suo modo di argomentare, non manca però mai di commoverci la sua -passione. Nelle sue lettere[140] egli è uno dei più antichi nella serie -dei pubblicisti, forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per -proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. A ciò egli -pose mano assai presto: subito dopo la morte di Beatrice egli pubblicò -un opuscolo sullo stato di Firenze, mandandolo «ai grandi della terra», -ed anche le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio -sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In queste -lettere e nel libro _Del volgare eloquio_ torna, sotto forme diverse, -il sentimento espiato con tanti dolori, che l'esule anche fuori della -propria città può trovare una nuova patria intellettuale nella lingua -e nella cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul qual punto -avremo occasione di tornar nuovamente. - - -Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo debitori non tanto -di profonde considerazioni politiche, quanto di giudizi schietti e -convalidati dall'esperienza, degli elementi primi della statistica -fiorentina e di notizie importanti sopra altri Stati d'allora[141]. -Il commercio e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi -di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande nessuno -aveva altrove idee più precise, a cominciare dalla curia papale di -Avignone, l'enorme ammontare della cui cassa (25 milioni di fiorini -d'oro alla morte di Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse -dato da fonti così autorevoli[142]. Qui soltanto, a Firenze, udiamo di -prestiti colossali, per esempio di quello del re d'Inghilterra con le -case fiorentine Bardi e Peruzzi, le quali ci perdettero un valore di -1,365,000 fiorini d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia -si riebbero[143]. — Ma la cosa più importante sono le notizie di -quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato[144], vale a dire: -le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le spese; la popolazione -della città (calcolata qui ancora molto imperfettamente, giusta il -consumo del pane, in bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello -Stato; l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in 6000 -battezzati annuali del Battistero[145]; la frequenza delle scuole, in -sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano a leggere, e da -1000 a 1200 a far conti; oltre a 600 scolari circa, che in quattro -scuole venivano istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. -Segue la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali (con -più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, con notizie di -sommo valore, la zecca, l'approvigionamento della città, i pubblici -ufficiali[146] e così via. Altre cose si apprendono incidentalmente, -per esempio come nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (_il -monte_), i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore, -gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse[147]; e per ultimo le -conseguenze economiche della peste nera (1348) nè furono, nè poterono -essere osservate ed esposte in nessuna parte d'Europa, come avvenne -in questa città[148]. Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto -come tutti si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti -i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri e mercedi -abbiano incarito del doppio; come il popolo in sulle prime non volesse -più lavorare, ma darsi buon tempo; come nella città non potessero più -aversi nè servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come i -contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, lasciando -incolti gli altri e come gli enormi legati lasciati a favore dei poveri -apparissero dopo la peste inutili affatto, perchè i poveri o erano -morti o poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio di una -ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione di un grande -legato di sei danari a ciascuno di essi lasciato da un filantropo senza -prole.[149] - -Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in appresso condotta -dai Fiorentini al massimo grado di perfezione, e piace ancor più -il vedere come i loro computi lascino per lo più trasparire il loro -legame e rapporto colla parte più sostanziale della storia, vale a -dire colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno -1422[150] tocca col medesimo tratto di penna le settantadue botteghe -di cambio intorno al Mercato nuovo, l'ammontare del giro di danaro (2 -milioni di fiorini d'oro), l'industria allora nuova dell'oro filato, le -stoffe di seta, Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura -antica, e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, che risuscita -l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente la generale prosperità -della città allora tranquilla e la buona fortuna d'Italia, che s'era -francata dai mercenari stranieri. La statistica di Venezia da noi più -sopra riportata (pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno, -parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto maggiori: -Venezia da lungo tempo padroneggia il mare colle sue navi, quando -Firenze spedisce la sua prima galera ad Alessandria (1422). Ma chi -non trova le notizie fiorentine redatte con maggiore ampiezza di -vedute? Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati -di decennio in decennio in veri prospetti, mentre altrove nel miglior -dei casi si ha qualche isolata indicazione. Da essi impariamo a -conoscere approssimativamente gli averi e gli affari dei primi Medici, -e vediamo, p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine, -costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 fiorini d'oro, dei -quali il solo Cosimo oltre 400,000[151], e come Lorenzo il Magnifico -si rallegrasse che quel danaro fosse stato così bene impiegato. Dopo -il 1478 si ha poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto -nel suo genere, del commercio e delle industrie della città[152], e in -esso parecchi dati che per metà od interamente versano sulla storia -dell'arte, come, per esempio, sulle stoffe d'oro e d'argento e sui -damaschi, sull'intaglio e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in -marmo e pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla -gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo di tutta -la vita esterna si mostra perfino nei loro libri di amministrazione -famigliare, commerciale ed agricola, che di gran lunga primeggiano su -quelli di tutti gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non -possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di pubblicarne -dei brani scelti[153], non ostante che molti studi saranno ancor -necessari per desumerne risultati precisi e generali. In ogni caso, -anche in questo si dà a conoscere la città, nella quale i padri -morenti pregano per testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli -una multa di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria -regolare.[154] - -Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città forse al mondo -possiede un documento simile alla splendida descrizione di Firenze -lasciata dal Varchi.[155] Come in molti altri rapporti, anche nella -statistica descrittiva qui ci viene presentato un'ultima volta un raro -modello, prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano -nel sepolcro.[156] - -Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna procedeva di -pari passo quella continua pittura della vita politica, di cui più -sopra s'è fatto cenno. Firenze non solo perdura in mezzo a forme -e mutazioni di governo più frequenti che in qualsiasi altro Stato -libero d'Italia e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì -in modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio più fedele -dei mutevoli rapporti dei singoli individui o di intere classi verso -un tutto estremamente variabile. I quadri delle grandi demagogie -cittadine in Francia e nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da -Froissart, i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno -invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma quanto alla -pienezza degli argomenti e allo svolgimento razionale del corso -degli avvenimenti restano infinitamente al di sotto alle descrizioni -dei Fiorentini. Aristocrazia, tirannide, lotta delle classi medie -col proletariato, democrazia piena, mezza ed apparente, primato di -una famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a quelle -forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, tutto è scritto in -modo che i più riposti moventi degli attori vengono messi in piena -luce.[157] Per ultimo il Machiavelli nelle _Istorie fiorentine_ -(sino al 1492) considera la sua città come un essere vivente, e come -individuali e volute dalle stesse leggi di natura le vicende che -accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, che abbia -saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro assunto il ricercare se -ed in quali punti egli abbia fatto con ciò violenza alla storia, come -gl'intervenne nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno -da lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle _Storie fiorentine_ -vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, non ne resterebbe -per questo scemato il valore sommo, inestimabile, che hanno nel -loro complesso. E i suoi contemporanei e continuatori, Jacopo Pitti, -Guicciardini, Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi! -E che storia è quella che è scritta da tali maestri! Niente meno che -il gran dramma degli ultimi decenni della repubblica fiorentina! In -questa immensa eredità di memorie sulla caduta della città più agitata -e più originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga se non -una congerie d'interessanti curiosità, altri si compiaccia con gioja -maligna di scorgere il naufragio di ogni idea nobile e grande, ed altri -ancora non vi ripeschi che i materiali come di una gigantesca procedura -giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere l'oggetto delle -più serie considerazioni sino alla consumazione dei secoli. Il tarlo -che ad ogni istante rodeva ogni cosa, era la signorìa di Firenze su -nemici soggiogati una volta potenti, come i Pisani, che di necessità -manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, violento esso -pure, che solo il Savonarola, ma non senza il soccorso di circostanze -al tutto favorevoli, avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato -lo scioglimento, fatto a tempo, della Toscana in una federazione di -città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, condusse -poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.[158] Da questo malanno -e dalla malaugurata simpatia guelfa de' Fiorentini per un principe -forestiero, come altresì dalla conseguente abitudine agli interventi -stranieri, provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a -ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida del santo -suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, dà il primo esempio -in Italia della pietà verso i vinti nemici, mentre tutte le memorie -del tempo passato non gli predicano che la vendetta e la distruzione? -Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo e -di entusiasmo religioso e morale, guardato dopo alcuni secoli, sembra -essersi spento assai prestamente; ma non è men vero per questo, che i -suoi migliori effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile -assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza dubbio, come il -Guicciardini allora scriveva, coloro che attirarono sopra Firenze -quella tempesta, ma egli stesso confessa che fecero cosa non creduta -possibile; e se stima che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò -non significa altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente -e senza una parola di protesta darsi in mano a' suoi nemici. Vero è -che in tal caso essa avrebbe conservato i suoi magnifici sobborghi e -i giardini e la vita e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le -mancherebbe altresì una delle più grandi e più gloriose pagine della -sua storia. - - -I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la primissima -espressione degl'Italiani e dei moderni europei, ma sono tali -altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. Quando Dante a' suoi -tempi paragonava Firenze, che non cessa di correggere la propria -costituzione, con quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' -suoi dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri più -stabili di questa città. Il grande errore moderno che una costituzione -possa farsi e rifarsi mediante il calcolo delle forze e dei partiti -esistenti,[159] a Firenze si vede risorgere sempre in tempi di -qualche commozione, e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli -è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, che con -un artificioso spostamento e frastagliamento del potere, con sistemi -elettorali lambiccatissimi, con magistrature di sola apparenza e -simili, vogliono fondare uno stato di cose durevole, e accontentare o -almeno illudere tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità -i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito da -quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, degli ottimati, -dell'aristocrazia ecc.[160] D'allora in poi il mondo s'è abituato a -queste denominazioni e ha dato ad esse un senso convenzionale europeo, -mentre dapprima tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi -secondo i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o -nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome non dà o -toglie di colorito alle cose! - - -Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire uno -Stato,[161] il Machiavelli è senza paragone il più grande. Egli usa -delle forze esistenti come di forze vive ed attive, le alternative che -ci pone dinanzi sono giuste e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè -sè stesso, nè gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità -e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel pubblico, ma -soltanto per qualche autorità, o per principi ed amici. Il suo pericolo -non istà mai in una falsa genialità o in una falsa deduzione di idee, -ma bensì in una gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua -obbiettività politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una sincerità -spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme miserie e pericoli, nei -quali senza di ciò gli uomini non potevano così di leggieri credere -più nè al diritto, nè alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione -contro di essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro secolo -spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un senso e nell'altro. -Il Machiavelli almeno era capace di dimenticare sè stesso per la cosa -pubblica. In generale egli è un patriota nel più stretto senso della -parola, quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno -privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini stessi -lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.[162] Ma per quanto -egli ne' suoi costumi e nei discorsi, come allora la maggior parte, -fosse corrivo e licenzioso, certo è che la salute della patria era -sempre in cima de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per -l'ordinamento di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo _Memoriale_ -da lui indirizzato a Leone X[163] e scritto dopo la morte di Lorenzo -de' Medici il giovane, duca di Urbino (morto nel 1519), al quale egli -aveva dedicato il suo libro del _Principe_. Le cose sono agli estremi -e la corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi proposti -non hanno sempre un carattere di troppa moralità; ma in ogni caso -riesce interessantissimo il vedere come egli speri di sostituire ai -Medici, qual loro erede, la repubblica, e precisamente una repubblica -sorta tutta dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, -come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi aderenti, e ai -diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe quasi di guardar dentro -al meccanismo di un orologio. Molti altri principii, osservazioni, -confronti, viste politiche e simili per Firenze trovavansi nei -_Discorsi_, nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa -bellezza. In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, secondo la -quale progrediscono e si sviluppano, ma non senza urti violenti, le -repubbliche, e vuole che lo Stato sia mobile e capace di cangiamenti, -perchè con questo mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di -sangue e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale a dire, -per evitare le violenze private e gl'interventi stranieri («peste della -libertà»), desidera di veder stabilita contro i cittadini più odiati -una procedura giudiziaria (_accusa_), in luogo della quale Firenze da -tempo remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. -Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni forzate e tardive, -che nei tempi agitati delle repubbliche ricorrono così frequentemente. -In mezzo a tutto ciò la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono -di quando in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, che ha -maggior tatto di qualunque principe nella scelta degli uomini e che -è più docile ai consigli, che lo salvano dalle vie dell'errore.[164] -Quanto alla signoria su tutta la Toscana, egli non dubita nemmeno -che essa spetti alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale -discorso) il riassoggettamento di Pisa come una questione di vita -o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione del 1502, si abbia -lasciato sussistere Arezzo, e in generale si mostra persuaso, che le -repubbliche italiane dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori -e ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per goder la pace -all'interno; ma Firenze ha fatto le cose sempre a rovescio, e così da -tempo antichissimo si è inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, -mentre Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di proprio -impulso.[165] - - -Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro le poche altre -repubbliche, che ancora esistevano nel secolo XV, con quest'unica di -Firenze, che senza paragone fu la sede più importante del moderno -spirito italiano, anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici -profondi, e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle arti -non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea Silvio dalla sua -città natale guarda con occhio appassionato[166] alle «fortunate» -città tedesche dell'Impero, dove l'esistenza non è amareggiata da -nessuna confisca degli averi e delle eredità, dove non esistono nè -fazioni, nè arbitrii.[167] — Genova non entra quasi nella cerchia -delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di Andrea Doria non -ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, anzi gli abitanti della -Riviera passavano in tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.[168] -Le lotte dei partiti hanno in questa repubblica un carattere così -selvaggio e sono accompagnate da scosse così violente, che quasi non -si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e occupazioni straniere, i -genovesi abbiano pure trovato modo di acquetarsi in uno stato di cose -almen tollerabile. Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, -che avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione addetti al -tempo stesso al commercio.[169] E Genova ci mostra in modo maraviglioso -sino a qual grado d'incertezza il commercio esercitato in grande e -la ricchezza possano perdurare e con quale stato interno di cose sia -conciliabile il possesso di lontane colonie. - -Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei primi decenni di -esso, nei quali la città viveva sotto la pseudo-tirannide della -famiglia Guinigi, ci è stato conservato un giudizio dello storico -lucchese Giovanni di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come -un documento parlante della condizione di tali famiglie regnanti nelle -repubbliche.[170] L'autore tratta del numero e della ripartizione -delle truppe mercenarie nella città e nel territorio, non che del -conferimento di tutti gli uffici a scelti aderenti della famiglia -che padroneggia; designa tutte le armi che si trovano in possesso de' -privati, e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito passa -a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, i quali sono -obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato sotto pena di una totale -confisca dei loro beni, degli atti segreti di violenza commessi per -togliere di mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni -commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue una descrizione -delle pratiche fatte per impedire possibilmente la riunione della -maggiore assemblea dei cittadini (_Consiglio generale_), sostituendovi -soltanto una Commissione composta di partigiani della casa regnante in -numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione di tutte le -spese a favore dei mercenari, indispensabili per non vivere in continue -paure e pericoli, e che bisognava tenere allegri (_i soldati si faccino -amici, confidenti e savî_). Per ultimo si parla delle miserie del -tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè di tutte le altre -industrie, e della coltivazione dei vini, e si propone come rimedio un -dazio elevato sui vini forastieri e l'obbligo assoluto, da imporsi al -contado, di comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza -eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe bisogno anche per -noi di un commento circostanziato: qui lo citiamo soltanto come una -delle molte prove di fatto, che in Italia la riflessione politica si -svolge assai prima che in tutti i paesi del settentrione. - - - - -CAPITOLO IX. - -Politica estera degli Stati italiani. - - Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. - — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. - — Alleanze coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione - obbiettiva della politica. — Arte diplomatica. - - -A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani erano all'interno -opere d'arte, vale a dire creazioni coscienti, emanate dalla -riflessione e fondate su basi rigorosamente calcolate e visibili, -artificiali dovevano essere anche i rapporti che correvano tra di loro -e con gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni -di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa tanto nelle -relazioni esterne, quanto nel normale andamento interno. Nessuno -riconosce il suo vicino senza qualche riserva: lo stesso colpo di mano -che ha servito a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito -anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore che egli -possa sedere tranquillo sul trono, o no: il bisogno d'ingrandirsi e in -generale di muoversi suol essere proprio d'ogni signoria illegittima. -Per tal modo l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che -poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto riconosciuto, -e la trattazione degli affari internazionali, completamente oggettiva -e libera da pregiudizi e da ogni ritegno morale, vi raggiunge talvolta -una perfezione, che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre -l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo. - -Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste corruzioni -e questi tradimenti costituiscono in complesso la storia esterna -dell'Italia d'allora. Da lungo tempo Venezia era specialmente l'oggetto -delle accuse di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera -Penisola o a poco a poco indebolirla per modo, che uno Stato dopo -l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.[171] Ma, guardando la -cosa un po' più addentro, si vede, che quel grido di dolore non si -solleva dal popolo, ma dalle regioni più prossime ai principi ed ai -governi, i quali quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre -Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia le simpatie -universali.[172] Anche Firenze colle città soggette, che impazienti -rodevano il freno, di fronte a Venezia trovavasi in una posizione assai -falsa, quand'anche non si voglia tener conto della gelosia commerciale -che le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che Venezia veniva -facendo in Romagna. Alla fine la lega di Cambray (v. pag. 94) portò -effettivamente le cose ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma -non senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece concorrere a -sostenerla. - - -Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche tutti gli altri -fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, come la mala coscienza -suggerisce a ciascuno, ad ogni eccesso l'un contro l'altro. Lodovico -il Moro, gli Aragonesi di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) -tengono l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce -pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola Italia questo -perfido giuoco! Ma la natura delle cose portò con sè, che si cominciò -a guardarsi attorno per qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi -specialmente ai Francesi ed ai Turchi. - -Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente da parte delle -popolazioni. Con una ingenuità che fa rabbrividire, Firenze confessa -le sue vecchie predilezioni guelfe per la dinastia francese.[173] E -quando Carlo VIII effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse -incontro con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso e le -sue genti.[174] Nella fantasia degli italiani (si rammenti per tutti il -Savonarola) era pur sempre viva l'immagine ideale di un grande e giusto -redentore del loro paese venuto dal di fuori, con questo soltanto -che non doveva essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei -Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto svanire colla -di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima che si riconoscesse -generalmente che tanto Carlo VIII, quanto Luigi XII e Francesco I -non intesero la vera loro missione in Italia, e si lasciarono invece -guidare da moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi -interessi! — I principi dal canto loro cercarono di servirsi anch'essi -della Francia, ma in modo affatto diverso. Allorchè furono finite le -guerre anglo-francesi e Luigi XI stendeva d'ogni parte le sue reti, -mentre Carlo di Borgogna si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti -italiani si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento -francese doveva necessariamente prima o dopo avverarsi, anche senza le -pretensioni straniere su Napoli e su Milano, con altrettanta certezza, -quanto era quella che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva -omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani l'aspettavano ancora -fin dall'anno 1462.[175] Quali angosce mortali abbia provato il duca -Galeazzo Maria di Milano durante la guerra di Borgogna, nella quale -egli, alleato apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva -ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di entrambi, lo si -tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.[176] Il sistema di un -equilibrio dei quattro Stati principali d'Italia, quale lo intendeva -Lorenzo il Magnifico, non fu in ultimo che il postulato di una mente -chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel quale, sollevandosi -al di sopra della scellerata politica degli esperimenti, nonchè dei -pregiudizi guelfi de' fiorentini, egli si ostinava sempre a sperare -il meglio. E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella -guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa ch'egli disse: «io -non posso ancora anteporre il mio particolare vantaggio al pericolo -di tutta Italia; volesse Iddio, che ai re di Francia non venisse mai -in mente di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando ciò -accada, l'Italia sarà perduta».[177] Ma per altri principi invece il -re di Francia è alternativamente un mezzo o una causa di terrore, ed -essi minacciano di chiamarlo ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non -sanno trovare da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura -di poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di qualsiasi -altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di poter nel suo dispetto -ritirarsi al di là delle Alpi, per tornar poscia in Italia in qualità -di conquistatore alla testa di un'armata francese.[178] - -Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista straniera ancor -lungo tempo prima della discesa di Carlo VIII.[179] E quando questi, -ritirandosi, ripassò le Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che -da quel momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata. -D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra e troppo tardi si -comprende, che la Francia e la Spagna, i due principali invasori, sono -divenute frattanto due grandi potenze moderne, che non possono omai più -star contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno di lottar -sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza e un possesso in Italia. -Esse hanno cominciato a somigliare agli Stati italiani centralizzati, -anzi ad imitarli, ma in proporzioni ben più colossali. I progetti -di rapine o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo -all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò alla Spagna, -la quale, come spada e scudo della Controriforma, tenne anche il Papato -in una lunga soggezione. Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in -poi non ebbero altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che aveano -chiamati i barbari. - - -Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi Turchi, nè ciò -parve destare alcun ribrezzo, stimandosi questo un espediente politico, -come qualunque altro. L'idea di una solidarietà degli stati cristiani -d'occidente avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo -delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata del tutto. -Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi da un lato, e la profonda miseria -e lo scadimento dell'Impero greco dall'altro, avevano in seguito -risvegliato quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo -religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì anche -in questo riguardo una singolare eccezione. Infatti, per quanto grande -vi fosse lo spavento dei Turchi e per quanto serio il pericolo, non -vi fu tuttavia quasi nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno -una qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto II e -co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. E dove ciò non -seguì effettivamente, lo si sospettò almeno sempre reciprocamente, nè -in ciò v'era maggiore malignità di quando, per esempio, i Veneziani -incolparono l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato -appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia[180]. Da un -ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, non poteva aspettarsi nè si -aspettava di meglio, se non che una volta o l'altra chiamasse in Italia -i Turchi[181]. Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto — -e, si pretende, ad istigazione di altri governi italiani[182] — tolse -un giorno Otranto, aizzarono in seguito il sultano Bajazet II contro -Venezia[183]. Della stessa colpa fu accusato anche Lodovico il Moro: -«il sangue dei caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in -mano ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive l'annalista -del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, si sapeva anche che -Giovanni Sforza, principe di Pesaro e cugino del Moro, aveva albergato -in sua casa gli ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a -Milano[184]. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, Nicolò V -e Pio II, sono morti in profondo rammarico pei progressi dei Turchi, -anzi l'ultimo in mezzo agli apprestamenti di una crociata, che egli -stesso voleva guidare: i loro successori invece truffano il così detto -_obolo turco_ raccolto in tutta la cristianità e profanano l'indulgenza -accordata, facendone una sordida speculazione pecunaria per sè.[185] -Innocenzo VIII si presta a far da carceriere al fuggiasco principe -Zizim verso un tributo annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II, -e Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte da Lodovico -il Moro per provocare un attacco dei Turchi contro Venezia (1498), -su di che questa lo minaccia della convocazione di un Concilio.[186] -Da ciò può ben vedersi che la famosa alleanza di Francesco I con -Solimano II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. Del resto -non mancavano neanche talune popolazioni, alle quali la signoria dei -Turchi non pareva omai più una cosa così spaventevole. E quand'anche -esse non l'avessero fatta servire che come una minaccia contro governi -eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur sempre questo un -indizio, che si era già cominciato a famigliarizzarsi con questa idea. -Già ancora nel 1480 Battista Mantovano lascia chiaramente intendere, -che la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano -qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne mostrava desiderosa.[187] -Allorquando la Romagna sotto Leone X sentì più che mai il peso -dell'oppressione, un inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente -al legato pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore, -la serenissima Repubblica di Venezia non ci vuole, per non entrare in -contese colla Chiesa; ma se il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a -lui»[188]. - -Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia per opera degli -Spagnuoli è un conforto ben meschino, ma non del tutto irragionevole, -il pensare, che almeno per questo assoggettamento l'Italia andò salva -dalla barbarie, alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.[189] -Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto sottrarsi a un -tale destino. - - -Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può dirsi della politica -italiana d'allora, ciò non può riferirsi che al modo positivo, -spregiudicato e pratico di trattar le questioni, che non erano -intorbidate nè da paura, nè da passione, nè da male intenzioni. Qui -non esiste più il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali, -co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di fatto che -ognuno possiede, la possiede, di regola, per intero. Qui al seguito -del principe non si ha quella nobiltà riottosa, che altrove tien desto -nell'animo del monarca un astratto punto d'onore e tutte le strane -conseguenze che ne derivano, ma principi e consiglieri convengono -in questo, che non si deve agire che conformemente allo stato delle -cose e secondo gli scopi, che si vogliono conseguire. Contro gli -uomini, dei quali si accettano i servigi, contro gli alleati, da -qualsiasi parte essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta, -che possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una prova anche -soverchia se ne ha nella posizione fatta ai Condottieri, dei quali -riesce perfettamente indifferente l'origine. Per ultimo i governi, in -mano di despoti illuminati, conoscono il proprio paese e quello dei -lor vicini incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei -d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano la capacità di giovare -o di nuocere di amici e nemici sin nei menomi particolari, tanto nel -rispetto morale che economico: in una parola, appajono, ad onta dei più -grossolani errori, nati fatti per la politica. - - -Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si poteva tentare la -persuasione e sperare anche di convincerli, quando si mettessero loro -dinanzi buone ragioni di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli -cadde prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, egli -seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della casa d'Angiò sopra -Napoli, sostituito al suo, avrebbe reso i Francesi padroni di tutta -Italia, e il duca mutò proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto, -e si strinse in alleanza con esso.[190] Difficilmente un principe -settentrionale avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, che -in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj del Visconti. -Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni di fatto appare anche -nella celebre visita, che Lorenzo il Magnifico fece, tra lo spavento -generale dei Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale -certamente risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo -prigioniero.[191] - -Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi vivo e -libero, dopo strappatagli qualche concessione e inflittegli profonde -umiliazioni, come fece Carlo il Temerario con Luigi XI a Péronne -(1468), agli Italiani d'allora sarebbe sembrata una vera follia;[192] -per ciò Lorenzo o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria. -— Del medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione politica tutta -propria degli ambasciatori veneziani, della quale oltre le Alpi non -s'ebbe un'idea se non per mezzo degl'Italiani, e che non deve essere -giudicata dai discorsi recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè -questi ultimi sono un prodotto rettorico delle scuole umanistiche, -e nulla più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità -singolari,[193] a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente è -osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, quanto -il Machiavelli nelle sue «Legazioni». Fornito di scarse istruzioni, -malamente equipaggiato, trattato sempre come un incaricato di -secondo ordine, egli tuttavia non perde mai il suo spirito elevato -di osservazione e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia è e -rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e delle «Relazioni» -politiche. Anche altri Stati certamente negoziano con somma abilità, -ma l'Italia soltanto ce ne ha conservato in sì gran numero le prove -documentate, che risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo -dispaccio intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante -di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del Pontano e indirizzato -al gabinetto di Alessandro VI, porge la più alta idea di questo genere -di scritti politici, eppure non è stato citato che incidentalmente e -come uno dei moltissimi da lui lasciati.[194] Ma quanti di non minore -importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti sul finire del secolo -XV e sul cominciare del XVI, non giaceranno inediti, per tacere anche -dei posteriori! — Però dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e -privato, che va di pari passo con lo studio delle condizioni generali -di questi italiani, ci occuperemo più innanzi in apposita trattazione. - - - - -CAPITOLO X. - -La guerra come opera d'arte. - - Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori - guerreschi. - - -Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole come a questo tempo -anche la guerra abbia assunto il carattere e l'aspetto di una vera -opera d'arte. Durante il medio-evo l'educazione guerresca in tutto -l'occidente era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di -difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo ingegnosi -inventori nell'arte delle fortificazioni e degli assedi; ma tanto la -strategia, quanto la tattica trovarono non pochi ostacoli al pieno -loro svolgimento nella natura stessa e nella durata del servizio -militare, nonchè nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte -al nemico era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza del -posto e di mandar a male in tal modo colla sua indisciplina le più -importanti fazioni, come accadde in quelle di Crécy e di Maupertuis. -Presso gl'Italiani invece prevalse assai per tempo il sistema delle -truppe mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche la -sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì dal canto suo non -poco a demoralizzare in certo modo la guerra, non solamente perchè -i castelli meglio agguerriti tremavano all'urto delle bombarde, ma -perchè l'abilità dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere, -sorti dalla borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva -infatti, e non senza rincrescimento, che il valore personale — che era -tutto nelle piccole compagnie mercenarie egregiamente organizzate — -veniva a scemare non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di -distruzione che agivano sì da lontano, e non mancarono Condottieri, -che, non potendo altro, si rifiutarono almeno di ammettere il fucile da -poco inventato in Germania,[195] come fece Paolo Vitelli, il quale per -di più faceva cavar gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri -che gli capitavano tra mano[196], mentre poi accettava e adoperava -i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità si lasciarono -prevalere le nuove invenzioni e si cercò di trarne il maggior profitto -possibile, per modo che gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco, -quanto per la costruzione delle fortezze divennero i maestri di tutta -Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso di Napoli, -si procurarono tali cognizioni in questa materia da far parere quasi -un principiante in loro confronto lo stesso imperatore Massimiliano -I. In Italia, prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte -della guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, e qui -pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte con un intento -puramente artistico, quale poteva conciliarsi benissimo coi frequenti -mutamenti di parte o col modo di agire affatto spassionato e neutrale -dei Condottieri. Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 e -52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, seguiva il -quartier generale di quest'ultimo il letterato Porcellio, incaricato -dal re Alfonso di Napoli di stendere su di essa una Relazione.[197] -Questa è scritta in un latino non troppo puro, ma facile, colle -ampollosità umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare -i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, prodigi e -simili: e siccome da cento anni si disputava, se Scipione l'Africano il -vecchio fosse stato più grande di Annibale o Annibale di Scipione,[198] -così il Piccinino dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti -di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. Ma anche sulle -truppe milanesi dovendo pur riferire qualche cosa di positivo, il -sofista non esitò di presentarsi allo Sforza, il quale lo fe' condurre -per tutte le file: egli lodò altamente ogni cosa e promise di eternare -ne' suoi scritti quanto aveva veduto.[199] Del resto, la letteratura -italiana d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti tanto -per uso del dotto teorico, quanto delle persone colte in generale, e -ciò forma un forte distacco dalle relazioni contemporanee redatte al -nord, dove per esempio, quella di Diebold Schilling sulla guerra di -Borgogna conserva ancora la nuda ed arida esattezza di una informe -cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,[200] -il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». Ma lo sviluppo -subbiettivo del guerriero preso individualmente trovò la sua più -compiuta espressione in quelle lotte solenni di due o più parti, che -già molto tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.[201] -In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, che gli -mancava al nord: quella che gli veniva dalla bocca dei poeti e degli -umanisti. Nell'esito di queste lotte non si vede più il giudizio di -Dio, ma una vittoria del valor personale, e — per gli spettatori — la -decisione di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione data -alle velleità ambiziose di un esercito o della intera nazione. - -S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le cose di guerra -da un punto di vista razionale e subbiettivo non mancavano, in date -circostanze, di far luogo anche ad orribili crudeltà, senza che ci -entrasse nemmeno l'odio politico, ma solo in vista di permettere -un saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo la -spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta giorni e che lo -Sforza avea dovuto concedere ai suoi soldati (1447), la città per buon -tratto rimase vuota del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette -usar la violenza.[202] Ma tali fatti sono ancor poco in paragone dei -mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe straniere, -e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei quali forse una vena di -sangue arabo e fors'anche l'abitudine alle atrocità della Inquisizione -svegliarono il lato più perverso della natura umana. Chi impara a -conoscerli nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, non -sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando il Cattolico e di Carlo -V, che, pur conoscendo l'indole di tali mostri, non si peritarono -tuttavia di lasciarli inferocire a loro talento. Il cumulo degli atti -consumatisi nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti alla -luce del giorno, potrà restare come una fonte storica della più alta -importanza; — ma nessuno negli scritti di tali principi cercherà più un -pensiero politico vivificatore. - - - - -CAPITOLO XI. - -Il Papato e i suoi pericoli. - - Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma - da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del - cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — - Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. - — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e - simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi - ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato - pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi - anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone - X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni - crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — - Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V - col Papa. — Il Papato della Contro-riforma. - - -Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni affatto -eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se non incidentalmente -affatto e solo per istabilire il carattere degli Stati italiani in -generale.[203] Allo Stato pontificio mancava quasi affatto ciò che -invece caratterizza in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il -ben calcolato aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza, -appunto perchè il potere spirituale aiutava dal canto suo a coprire e -a sostituire il difettoso svolgimento del temporale. Eppure per quali -solenni prove non è esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del -XV! Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, tutto -andò in sulle prime a soqquadro, ma la corte avignonese aveva danari, -truppe ed un grand'uomo di Stato, che al tempo stesso era un gran -capitano, lo spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza -i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo di un -definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, e coll'andar -del tempo nè il papa romano, nè quello di Avignone aveano forze e -ricchezze bastanti per sottomettere nuovamente lo Stato perduto; ma, -dopo restaurata l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto -Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè sotto Eugenio -IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè lo Stato della Chiesa -era, e rimase per allora, una completa anomalia fra tutti gli altri -Stati d'Italia: in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei -Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, degli Orsini, -degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, nelle Marche, nelle Romagne, -se non v'era più quasi nessuna di quelle repubbliche, alle quali il -Papato s'era mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi -era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche, -l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano dire gran cosa. -Come dinastie a sè e sussistenti per forza propria, hanno tuttavia -anche esse la loro speciale importanza, e da questo punto di vista noi -trovammo più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno di -quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, non vogliamo -dispensarci qui da alcune brevi considerazioni sullo Stato della Chiesa -preso nel suo insieme. Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi -esposto a nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della -politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche la Curia e -di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che vengono dal di fuori o dal -popolo, sono sempre i minori; i maggiori hanno la loro origine nelle -tendenze stesse dei Papi. - -Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là dalle Alpi. Se in -Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia di pericoli gravissimi, -non era certamente quello il momento, in cui avessero potuto o -voluto prestargli un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi -XI, nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, nè la -Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la Germania stessa -tradita nel concilio di Basilea. Anche in Italia v'era bensì un certo -numero di uomini colti ed idioti, che riguardavano come un vanto -nazionale la presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi -privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle benedizioni -papali,[204] tra i quali quello stesso Vitellozzo Vitelli, che invocava -l'assoluzione di Alessandro VI nel momento stesso, in cui il figlio del -Papa lo faceva strozzare.[205] Ciò non ostante, tutte queste simpatie -non sarebbero bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari -veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto dall'odio e dal -rancore che esistevano contro di lui. - -Ora egli fu appunto in un momento di così generale abbandono, che anche -all'interno si manifestarono i più serii pericoli. Già pel fatto stesso -del trovarsi la Chiesa imbevuta delle stesse massime che informavano -la politica degli altri principati italiani, essa doveva sentirne le -scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi urti affatto -particolari. - - -Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era -già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna -alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti -popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio -interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero -per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad -idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la -sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal -di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari -contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori -vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della -signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali -bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi -italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva -la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando -l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208] - -Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II -(1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta -del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la -colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel -suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il -principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici -e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento -poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i -congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale -di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così -priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e -più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque, -anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte -spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I -Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare -colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili -rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando. - - -E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV. -Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente -nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai -Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come -in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di -fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio, -che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia, -che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale -soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari -inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211]. -Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere -ad un tal mezzo. - -Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse -quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime -conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane. -Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò -perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti -i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime -godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo -stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso -smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue -mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano -(1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed -aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al -suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto -spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una -secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del -trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote, -Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò -quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in -continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi -un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di -far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro -congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III, -non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel -tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti), -dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso -della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi -col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le -città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia -papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o -dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi, -in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore -di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani -o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun -vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri -dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di -cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il -contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un -pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i -mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci, -al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se -l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava -una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del -Papato. - -Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato -(Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e -l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel -Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si -vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del -Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e -dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, -figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così -almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del -bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave -seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione -di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti -donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli -stesso un'altra volta.[216] - -Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa -Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia -Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva -non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone -X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a -quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo -VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che -fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso -ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di -godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando -enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre -e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato -di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello -Stato. - -Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e -di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di -grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto -elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e -delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera -papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale, -negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava -d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui -repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in -modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano, -non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato, -per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare. -Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse -potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa -venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa -morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura -egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e -quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle -almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava -come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti -vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole -il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai -remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in -grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di -fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare -le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini, -ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in -prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni -degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte -della città! - - -Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere -coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503): -e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato -di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato -ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di -tutti gli stipendi. - -Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo -Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che -assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di -quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, -parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua -spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode -spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli -si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande -famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo -carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon -sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre -sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte -le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione -soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente, -non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi -preesisteva e in sì larga misura. - -Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il -loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della -Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori -— più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220] -e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la -padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi -che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece -uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe -dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento -contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato -la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle -coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare -gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i -principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente -gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non -avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo. -L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII, -passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora -non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di -Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e -sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e -più ancora in suo figlio Cesare Borgia. - -Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte -con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i -godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo -giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo -al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti -seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii -fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la -simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle -vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di -vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva -meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli -nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme -considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da -Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato -morto nel suo letto con ben venti ferite. - - -Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio, -i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che -necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle -lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea -di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di -Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai -più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse -ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed -altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano -presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra -di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso -all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè -tremava per sè stesso dinanzi a Cesare. - -Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi -mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare -i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello -Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi -lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i -tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al -più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza -anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio, -abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che -questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente -una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta -coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla -protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che -un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225] -Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui -che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali -veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno -è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè -medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a -provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale. -Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia -Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole -Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come -duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui -innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226] -ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una -sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al -fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e -per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228] -Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la -morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo -Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse, -più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come -Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare -lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva -continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe -il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli -manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato -capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare -il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni -d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare, -quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare -sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui -medesimo.[230] - -Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse, -riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui -altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per -esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si -servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna -maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire -se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una -prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato -anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla -sua signoria. - -Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli -signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato -a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì -far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di -ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla -testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue -bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che -contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto -il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali -sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo -Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare -e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte -Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e -figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che -le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia -agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro, -che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero -farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto -dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai -più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti, -che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i -proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai -elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva -al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni -di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema -di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava -notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che -pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e -assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone -del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per -tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto -ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma -chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi -al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una -certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve -e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a -poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e -con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima -di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine -della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio, -avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il -compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237] -cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini, -Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era -incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in -generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì -a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero -sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino -qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in -qualche oscura città di provincia. - -Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così -allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare -pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo -di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti -credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «_cosa -diabolica_».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a -diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500 -che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora -si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di -tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano -alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi -abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato -pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi -potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e -l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse -un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241] -avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di -ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che -macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa -avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si -fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non -sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui -poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di -cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento -in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi? -La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener -dietro ad una somigliante ipotesi. - - -Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e quasi subito -dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, due elezioni, che -evidentemente accennano ad un principio di reazione, che manifestavasi -d'ogni parte. - -Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire sui costumi -privati di Giulio II, certo è nondimeno che nei punti più sostanziali -egli fu l'uomo che salvò il Papato. Osservando attentamente l'andamento -delle cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV, -egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi avea -bisogno la potenza papale per sostenersi, e, divenuto Papa, ordinò -tosto il suo governo in piena conformità a tali viste, portando -all'attuazione de' suoi progetti tutta quell'energia di carattere, -che non si arresta dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere -in virtù di abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con -favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima cosa, lo -scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. Anche alla sua corte -non mancarono i favoriti, e talvolta erano i meno degni, ma egli ebbe -l'inestimabile fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del -nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata l'erede di -Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo dei Montefeltro, e da questa -unione era nato nel 1491 un figlio, Francesco Maria della Rovere, che -al tempo stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino e -nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque obbligo di creare -uno Stato alla sua famiglia, e per questo noi lo veggiamo, in tutti gli -acquisti, che o coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra -venne facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello -Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò completamente -ricostituito e per di più ingrandito di Parma e di Piacenza, mentre al -suo avvenimento l'avea trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette -nemmeno da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche -Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli sempre teneva in -serbo in Castel S. Angelo, non dovevano essere in qualsiasi momento, -per ordine suo, rimessi ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari -degli altri Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i -prelati che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi dispotici,[242] -ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. L'essere andato -in persona al campo non gli giovò certamente, ma fu una necessità -ineluttabile, che tanto più facilmente doveva essergli perdonata in -Italia, in quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere o -essere battuti e in cui il credito personale valeva più di qualsiasi -diritto legittimamente acquistato. Che se poi, ad onta del suo celebre -grido «fuori i barbari!», egli contribuì più di qualunque altro -a far sì che gli Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta -di fatto altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità -indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo aspetto, favorevole -e vantaggiosa. E da chi altri, meglio che dalla Spagna, poteva la -Chiesa attendersi una sincera e durevole devozione,[243] nel momento -stesso in cui tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti -ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente ed originale, -che non poteva soffocare in sè veruno sdegno e neanche nascondere -nessun vero affetto, preso in tutto il suo insieme era l'uomo del -tempo, il _Pontefice terribile_ invocato da tutti. Egli ebbe quindi -pienamente ragione di appellarsi con coscienza relativamente tranquilla -al giudizio di un Concilio e di rispondere in tal modo vittoriosamente -al grido de' suoi avversarii, che da tutte le parti d'Europa ne -domandavano la convocazione. Un regnante di questa tempra aveva bisogno -anche d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità de' suoi -concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e all'ampliamento della -chiesa di S. Pietro, e le aggiunte che vi fece il Bramante sono forse -l'espressione più sublime di una potenza, che è conscia di quanto -può e deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le tracce -dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè è senza importanza -il fatto che perfino la poesia latina di quei giorni, parlando di -lui, appare infiammata di un estro, che non seppero mai ispirarle i di -lui predecessori. L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla -fine dell'_Iter Julii secundi_ del cardinale Adriano da Corneto, ha -una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni Antonio Flaminio -in una delle sue più belle Elegie ha cantato nel Papa il redentore -d'Italia[244]. - -Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio lateranense[245] -proibito la simonia nell'elezione del Papa. Dopo la sua morte (1513) -i cardinali, mossi da un sordido istinto di avarizia, volevano -eludere quel divieto col proporre un patto generale, secondo il quale -le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero -ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si sa che il loro -intendimento sarebbe stato di eleggere per l'appunto quegli che -godeva le prebende più pingui, l'inetto Raffaello Riario.[246] Ma una -riscossa, che partiva principalmente dai membri più giovani del sacro -Collegio, mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto Giovanni -de' Medici, il celebre Leone X. - - -Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo Papa, ogni volta -che ci accadrà di discorrere dei momenti più splendidi dell'epoca del -Rinascimento: qui adunque e pel nostro scopo ci basterà di accennare, -come sotto di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli -tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi non contiamo la -congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, Riario e Corneto, perchè questa -tutt'al più, riuscendo, avrebbe cagionato un mutamento di persone e -non altro: e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione, -inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola volta, -la quale del resto non fece che produrre un'eccellente impressione, -perchè, in parte almeno, premiava il vero merito.[247] - -Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle quali si lasciò -tirare Leone nei due primi anni del suo pontificato. Egli aveva infatti -intavolato pratiche molto serie per procurare il regno di Napoli a -suo fratello Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran regno -nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, la Toscana, -Urbino, e Ferrara.[248] È evidente a chiunque che lo Stato della -Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte parti, avrebbe dovuto finire -col diventare un appannaggio mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto -bisogno di secolarizzarlo. - -Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni politiche -generali d'allora. Giuliano morì a tempo; tuttavia, per provvedere a -Lorenzo, Leone intraprese l'espulsione del duca Francesco Maria della -Rovere da Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì -il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 morì[249], col -dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica aveva per altri -acquistato: così egli non ne raccolse nemmen quella gloria, che -certamente non gli sarebbe mancata, se quella cessione fosse stata -anteriore e spontanea. Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso -di Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro un pajo -di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui potesse venirne -incremento alla sua reputazione. E tutto questo accadeva nel momento -stesso, in cui i monarchi d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor -più abituando ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto alle -spese di questo o di quel territorio d'Italia[250]. Chi avrebbe voluto -farsi garante che essi, dopochè la loro potenza all'interno negli -ultimi decenni era immensamente cresciuta, non fossero per allargare -quando che sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone visse -abbastanza per essere testimone di un fatto, che era come il preludio -di ciò che si verificò poi nel 1527: un pugno di fanti spagnuoli -apparve nel 1520, — di proprio impulso, a quanto sembra, — ai confini -dello Stato pontificio, unicamente allo scopo di taglieggiare il -Papa[251], ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. Anche -la pubblica opinione, di fronte alla corruzione della Curia e della -corte romana, s'era negli ultimi anni svegliata più imperiosa che mai, -ed uomini che vedevano nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico -della Mirandola[252], invocavano con forza pronte riforme. Infrattanto -era comparso sulla scena Lutero. - - -Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, (1521-1523), -ma scarse e insufficienti e ritardate di troppo, di fronte alla -foga invadente del grande movimento tedesco. Adriano non potè far -altro, fuorchè manifestare l'orrore, di cui era compreso per tutte -le piaghe che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale a -dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio e la -più profonda immoralità. Nè per allora il pericolo, che minacciava -da parte del luteranismo, sembrava neanche il maggiore: un arguto -osservatore veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una -spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime il proprio dolore -apertamente[253]. - - -Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori -somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta -vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso -ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente -il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze -s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del -mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa -medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in -atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza -soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa -su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere -senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto -nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo -abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla -quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte, -alla quale ora sfuggì. - -Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma -che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe -austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è -fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del -Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere -anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che -aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non -avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si -doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le -istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che -esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non -si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna -pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali -sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma -al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità. -Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la -spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, -che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di -spingere le atrocità nel sacco di Roma. - -Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era -nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli -estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, -non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli -Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato -alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione -pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi -lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che -non potrà mai essere messo in chiaro. - -Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di -lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge -uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione -della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal -Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta -soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili -punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi, -noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che -ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma -noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna -violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri -e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del -sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo». - -E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la -voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto, -come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare -a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e -corrotta Roma di Leon X. - -Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni, -una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I -monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse -l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di -ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il -trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno -di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè -commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore -creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i -grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato -di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del -clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in -forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo -si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima -domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non -poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione -contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera, -trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più -presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa, -nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania, -che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente -non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la -ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e -che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva -essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto -la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale -dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro. - -In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato -nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed -opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente -quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai -loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma. -Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione -contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno -di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo -delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici -di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una -vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi -anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo -IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione -di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e -rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori -e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido -di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della -cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece -ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice -di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in -un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato -sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi -nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto -l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto -da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu -possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli -Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due -ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si -potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato -da lungo tempo in mani secolaresche. - - - - -CAPITOLO XII. - -L'Italia dei patriotti. - - -Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo sguardo al -contraccolpo di questo stato di cose sullo spirito della nazione in -generale. - -Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza delle condizioni -politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel secolo XIV e nel XV, -dovesse naturalmente destare sentimenti di patriottico sdegno e di -aperta opposizione in tutti gli uomini privilegiati di attitudini -superiori. Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di -un'Italia unita,[264] alla quale devono tendere gli sforzi di tutti. -Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un entusiasmo di -pochi spiriti colti, di cui la nazione intera non mostrò nemmeno -di accorgersi; ma a costoro si potrebbe domandare se a quel tempo -la nazione tedesca si sarebbe condotta diversamente, quantunque, -di nome almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile -e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le prime voci -patriottiche della letteratura tedesca (se si eccettuino pochi versi -dei menestrelli) non si odono che in bocca agli umanisti del tempo -di Massimiliano I,[265] e non sembrano che un'eco delle declamazioni -degl'Italiani. Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, quale -l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. La Francia va -debitrice della coscienza della sua unità nazionale principalmente -alle lotte ch'ebbe a sostenere contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo -tratto di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu in grado -nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur le è tanto affine. Per -l'Italia l'esistenza dello Stato della Chiesa e le condizioni, nelle -quali soltanto esso poteva esistere, crearono un ostacolo permanente -alla sua unificazione, ostacolo, la cui eliminazione non parve -pressochè mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e colà nelle -corrispondenze politiche del secolo XV si parla con qualche enfasi -della patria comune, ciò non accade, pur troppo, che per provocare -il dispetto di qualche altro Stato pure italiano.[266] I richiami -veramente serii e profondamente tristi al sentimento nazionale non -si odono di nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, e -Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese. - -Quanto al patriottismo locale o di campanile, non potrebbe dirsi -altro, se non che esso teneva il luogo di questo sentimento, ma non lo -sostituiva. - - - - -PARTE SECONDA - -LO SVOLGIMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ - - - - -CAPITOLO I. - -Lo Stato e l'individuo. - - L'uomo del Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I - tiranni e i loro sudditi — L'individualismo nelle Repubbliche. - — L'esiglio e il cosmopolitismo. - - -Nell'indole delle repubbliche e dei principati, di cui fin qui s'è -tenuto discorso, sta, se non l'unica, certo la più potente causa, per -cui gl'Italiani, prima d'ogni altro popolo, si trasformarono in uomini -moderni e meritarono di esser detti i figli primogeniti della presente -Europa. - -Nel Medio-Evo i due lati della coscienza — quello che riflette in sè -il mondo esterno e quello che rende l'immagine della vita interna -dell'uomo — se ne stavano come avvolti in un velo comune, sotto al -quale o languivano in lento torpore o si movevano in un mondo di puri -sogni. Il velo era tessuto di fede, d'ignoranza infantile, di vane -illusioni: veduti attraverso di esso, il mondo e la storia apparivano -rivestiti di colori fantastici, ma l'uomo non aveva valore se non -come membro di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una -corporazione, di cui quasi interamente viveva la vita. L'Italia è -la prima a squarciar questo velo e a considerare lo Stato e tutte le -cose terrene da un punto di vista _oggettivo_; ma al tempo stesso si -risveglia potente nell'italiano il sentimento di sè e del suo valor -personale o _soggettivo_: l'uomo si trasforma nell'_individuo_,[267] -e come tale si afferma. Così una volta il greco si era emancipato di -fronte ai Barbari, e così anche in altri tempi l'arabo si isolò dalle -altre stirpi dell'Asia. Non sarà malagevole il dimostrare come tutto -ciò non fosse che l'effetto delle condizioni politiche, in cui si -trovava il paese. - - -Già anche in epoche di molto anteriori è facile notare quà e colà -in Italia uno sviluppo della personalità indipendente, quando al -tempo stesso nei paesi al di là delle Alpi non se ne ha ancora -indizio veruno. Il celebre gruppo di ribaldi del secolo X che ci -è dipinto da Luitprando, nonchè più tardi alcuni contemporanei di -Gregorio VII e alcuni avversarii dei primi imperatori di Svevia, -presentano tipi di questo genere. Ma col finire del secolo XIII -l'Italia comincia addirittura a formicolare d'uomini indipendenti, -d'individui che fanno parte per sè stessi; l'anatema, che prima -avea pesato sull'individualità, è tolto per sempre, e a migliaja -sorgono le personalità dotate d'un carattere affatto proprio. Il -gran poema di Dante sarebbe stato impossibile in qualunque altro -paese appunto per questo, che tutto il resto d'Europa sentiva ancora -il peso di quell'anatema: per l'Italia adunque il divino poeta, -portando al suo pieno sviluppo il sentimento dell'individualità, è -diventato l'interprete più fedele e nazionale del proprio tempo. -Ma la caratteristica speciale delle singole attività nel campo -della letteratura e dell'arte sarà più innanzi oggetto di apposita -trattazione: qui ci basti di rilevar il fatto in sè stesso e come -fenomeno psicologico in generale. Esso si mostra ora apertamente in -tutta la sua pienezza: l'Italia del secolo XIV conobbe poco la falsa -modestia e l'ipocrisia in generale, perchè nessun uomo fu schivo -di emergere,[268] di essere e di apparire, quale era, diverso dagli -altri.[269] - - -I primi a mettere in piena mostra una siffatta individualità, come -vedemmo, sono i tiranni e i Condottieri,[270] e poi a poco a poco gli -uomini d'ingegno da loro protetti, ma anche in ogni occasione fatti -strumento di governo, i cancellieri, i segretari, i poeti e gli uomini -di corte. Tutti costoro imparano necessariamente a tener conto di -tutte le risorse, stabili o momentanee, che ciascuno sa trovare in -sè stesso; ed anche nel godimento della vita esteriore ricorrono a -mezzi men grossolani e di un'indole più spirituale, per circondare del -maggior prestigio possibile un periodo forse assai breve di potenza e -d'influenza. - -Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti dal risentire un -impulso simile. Senza tener conto di quelli che consumarono la loro -vita in congiure segrete e in tentativi di resistenza, menzioneremo -coloro, che si rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse -come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero bizantino -o negli Stati maomettani. Certamente deve essere stato più volte -assai difficile, per esempio, ai sudditi dei Visconti il mantenere la -dignità della propria casa e della loro stessa persona, e innumerevoli -sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù la fierezza di -quello, che strettamente suol dirsi carattere morale di un uomo. Ma -quanto al carattere individuale, ossia all'originalità e specialità -delle tendenze di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in -mezzo all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più forti -e molteplici le diverse direzioni della vita privata. Ricchezza e -cultura, in quanto possano mostrarsi in piena luce e gareggiare fra -loro, congiunte con una libertà municipale ancora abbastanza larga, e -con una Chiesa, la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo -islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi elementi -presi insieme favorivano senza dubbio la formazione di una opinione -individuale, cui l'assenza stessa delle lotte di partito forniva -agio ed opportunità a svilupparsi. Non è dunque improbabile che -l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue -occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie, -si sia per la prima volta venuto formando sotto queste tirannidi del -secolo XIV. Ma sarebbe follia il pretendere di trovarne testimonianze -esplicite e documentate; i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in -proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di uomini originali e -bizzarri, ma sempre da un solo punto di vista e unicamente in relazione -al racconto, che si accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro -dell'azione presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche. - - -Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale era -promosso al pari che nei Principati, ma in guisa affatto diversa. -Quanto più frequentemente i partiti si scambiavano fra loro la -signoria, tanto più forte gli uomini che li componevano, sentivano -la tentazione di sfruttare il potere e talvolta di abusarne. Egli -è appunto per tal modo che nella storia fiorentina[271] gli uomini -politici e i caporioni del popolo acquistano una personalità così -spiccata, che altrove non si riscontra se non in via al tutto -eccezionale in un uomo solo, in Jacopo d'Arteveldt. - -Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso a trovarsi in -una condizione simile a quella dei sudditi dei tiranni, con questo -di più che la libertà o la signoria già gustate, e forse anche la -speranza di riacquistar l'una e l'altra, davano al loro individualismo -uno slancio più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad un -ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo Pandolfini (morto -nel 1446), il cui trattato «Del governo della famiglia»[272]è il -primo programma di una vita privata portato al massimo suo sviluppo -coll'aiuto della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di un -privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,[273] merita -di essere riguardato, nel suo genere, come un vero monumento del suo -tempo. - - -Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di logorare un uomo -o di portarlo al massimo grado del suo sviluppo, è l'esiglio. «In -tutte le nostre città più popolate, scrive Gioviano Pontano,[274] noi -vediamo una moltitudine di persone, le quali spontaneamente hanno -abbandonato la loro patria; ma le virtù si ponno portare con sè -dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano semplici fuggiaschi -banditi dalla loro patria, ma l'avevano abbandonata di proprio impulso, -perchè le condizioni politiche ed economiche di essa erano divenute -omai insopportabili. I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi -rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie. - -Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più colti, è -l'individualismo portato al suo più alto grado. Dante, come abbiamo -già accennato (pag. 103), trova una nuova patria nella lingua e nella -cultura di tutta Italia, ed anzi va ancora più in là ed esclama: -«la mia patria è il mondo intero!»[275] — E quando gli fu offerto di -tornare a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva: «non -posso io contemplare la luce del sole e delle stelle dovunque? Non -posso io meditare dovunque le più alte verità, senza perciò presentarmi -oscuramente, anzi vituperosamente dinanzi al mio popolo ed alla mia -città? Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè mai».[276] Con -fiero orgoglio alzano più tardi la voce anche gli artisti, affermando -la propria libertà indipendentemente dal luogo ove si trovano. «Colui -che è ricco di cognizioni, dice il Ghiberti,[277] non è, anche fuori di -patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche privo de' suoi beni -e abbandonato dagli amici, egli è pur sempre cittadino in qualunque -città, e può senza timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in -modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco scriveva: «dovunque -un dotto fissa la sua dimora, quivi ei trova tosto una patria».[278] - - - - -CAPITOLO II. - -Perfezionamento dell'individualità. - - Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista - Alberti. - - -Uno sguardo molto acuto e profondamente versato nella storia della -civiltà non durerebbe fatica a seguir passo passo nel secolo XV lo -svolgersi successivo di individualità per ogni verso perfette. Vero -è che nessuno potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno -giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato esterno della -loro vita in conseguenza di un solo atto fermo e deliberato della -loro volontà, o non anche per un fortunato concorso di favorevoli -circostanze: ma, ad ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi -giunsero, almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione della -natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente impossibile -il fare una distinzione esatta di ciò che Lorenzo il Magnifico dovette -alla fortuna, da ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio -carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) si ha il -caso contrario, il caso cioè di una potente individualità, nella quale -cospirano mirabilmente la dignità dell'uomo e l'orgoglio del poeta, -l'ironia e la passione, il sarcasmo e la benevolenza. - - -Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere in una natura -straordinariamente gagliarda e versatile, tale da appropriarsi ad un -tempo tutti gli elementi della cultura di quell'età, s'aveva allora -l'_uomo universale_, che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini -di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo in più -paesi, perchè il sapere era più ristretto e i rami dello scibile -più affini tra loro: e per la stessa ragione sino al secolo XII -s'incontrano artisti universali, perchè i problemi dell'architettura -erano relativamente semplici ed uniformi, e nella scultura e nella -pittura il concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi -prevaleva sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece noi ci -scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami danno creazioni -affatto nuove e perfette nel loro genere, e al tempo stesso emergono -singolarmente anche come uomini. Altri sono universali e abbracciano, -oltrechè la cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della -scienza con sintesi maravigliosa. - -Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato come poeta, -dagli altri come filosofo, e da altri ancora come teologo,[279] -versa in tutti i suoi scritti tal piena di prepotente individualità, -che il lettore se ne sente al tutto soggiogato, anche prescindendo -dall'importanza degli argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza -di volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente equabile -della Divina Commedia! Ma se si guarda al suo contenuto, non vi è forse -in tutto il mondo fisico e morale un solo punto di qualche importanza, -che egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale la sua -opinione — spesse volte condensata in poche parole — non sia la più -autorevole di quel tempo. Anche nell'arte le sue teorie hanno la forza -di principj, e ciò è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli -artisti d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche la fonte -delle più alte ispirazioni.[280] - -Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il secolo degli uomini -dotati di una grande versatilità. Non v'è biografia di quel tempo, che, -parlando di qualche uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle -qualità sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario -complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo di Stato fiorentino sono -spesso dotti filologi: i più celebri umanisti sono chiamati ad istruire -i figli loro nella Politica e nell'Etica di Aristotile:[281] anche le -figlie ricevono una cultura superiore, e in generale egli è in questi -circoli che bisogna cercare gli inizi di una educazione privata, che -esce dal comune. Dal canto suo l'umanista viene eccitato ad allargare -quanto più può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere -filologico non era semplicemente, come oggidì, la conoscenza oggettiva -della classica antichità, ma un'arte che trovava applicazione continua -nella vita. Egli studia Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un -museo di storia naturale;[282] sulla geografia degli antichi diventa -un cosmografo nel senso moderno; s'innamora degli storici antichi, -e scrive secondo quei modelli la storia de' suoi tempi; traduce le -commedie di Plauto, e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione; -imita quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica sino -al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò serve lo Stato qual -cancelliere o diplomatico, e non sempre con suo proprio vantaggio. - - -Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici emergono -alcuni veramente universali. Prima di farci a studiare partitamente le -condizioni della vita sociale e della cultura d'allora, ci sia concesso -di porre qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di quegli -uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua biografia — che non -abbiamo se non a frammenti — parla assai poco di lui come artista e -niente affatto come architetto.[283] Or si vedrà ciò che egli è stato, -anche fatta astrazione da queste sue glorie speciali. - -In tutte le discipline che rendono bella e lodata la vita di un uomo, -Leon Battista era il primo sino dalla sua fanciullezza. Della sua -perizia in tutti gli esercizi ginnastici raccontansi cose incredibili, -come egli, per esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone -ritte in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta tanto -alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta sospesa sul suo capo, -come non ci fosse cavallo indomito che sotto di lui non tremasse e -ubbidisse, e simili; — ed infatti egli voleva apparire irreprensibile -e perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e nel parlare. -Egli apprese la musica senza maestro, eppure le sue composizioni -furono ammirate dai più competenti nell'arte. Stretto dal bisogno, -studiò per lunghi anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per -spossatezza: e quando a ventiquattro anni s'accorse di un indebolimento -della sua memoria nel ritenere le parole, ma si sentì ancor vigoroso -l'intelletto per penetrare nella sostanza delle cose, s'applicò alla -fisica ed alla matematica, e al tempo stesso volle rendersi esperto -in tutte le professioni possibili, interrogando artisti, eruditi, -operai d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere. A -tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel disegno e nel -modellare specialmente ritratti somigliantissimi, di pura memoria. -Particolar maraviglia destò il misterioso suo congegno a guisa di -camera ottica,[284] nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna -a illuminare scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti colli -e seni di mare in lontananze sconfinate, con flotte che s'avanzano, o -rischiarate dallo splendore del sole e avvolte d'ombre e di vapori a -guisa di nuvole. - -In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare, e con gioja -accoglieva anche quanto gli altri facevano, appunto perchè in ogni -produzione dell'ingegno umano, che si uniformasse alle leggi del bello, -egli riconosceva come una emanazione della divinità stessa.[285] La -sua attività letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano -un'importante evoluzione della stessa col risorgere della forma, -specialmente nell'architettura, e si estende quindi a composizioni in -prosa latina, a novelle e simili, delle quali talune furono credute -opere di scrittori antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo -ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul governo della -famiglia»,[286] e ad un elogio funebre del suo cane. I suoi motti, -tanto serii che faceti, parvero abbastanza importanti da dover esser -raccolti, e se ne ha un saggio in molte serie compilate in colonne, -che possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di tutte le -nature veramente grandi e generose, egli non faceva mistero a nessuno -del suo sapere, come era largo con tutti de' suoi beni di fortuna e -comunicava a chiunque, purchè se ne presentasse l'occasione, le sue -più grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la fonte, da cui -scaturì tanta pienezza di vita, di forza e di attività, la risposta -sarebbe una sola: un senso profondo della natura, una facoltà pressochè -unica di compenetrarsi e quasi di identificarsi con tutto ciò che -egli vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta o di campi -ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso sino al pianto: dinanzi -ad un vecchio dai bianchi capelli, dal passo grave e dall'aspetto -dignitoso egli s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare -quel «prodigio della natura»: anche gli animali più perfetti erano per -lui oggetto di studio e di ammirazione costante, e per ultimo più di -una volta l'incanto di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli -la sanità.[287] Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che lo -videro stretto in un rapporto così misteriosamente intimo colla natura, -gli attribuirono anche il dono della profezia. Si pretende infatti -ch'egli abbia predetto molti anni innanzi e con esattezza maravigliosa -una crisi sanguinosa avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che era -riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva altresì una facoltà -al tutto speciale di leggere sul viso degli uomini i loro più segreti -pensieri. S'intende da sè che una forza di volontà straordinariamente -intensa era la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta -e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti, come tutti -i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli poteva dire: «gli uomini, -purchè vogliano, riescono a tutto». - -E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo da Vinci, -non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato col suo maestro. Così -avessimo l'opera del Vasari anche rispetto a lui completata da una -biografia, come l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno di -Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano. - - - - -CAPITOLO III. - -La gloria nel senso moderno. - - Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; - il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — - Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della - gloria locale; Padova. — Letteratura della gloria universale. - — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria - come passione. - - -Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde anche una -nuova specie di valore estrinseco, la gloria nel senso moderno[288]. - -Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate fra loro e chiuse -ciascuna nei loro diritti e privilegi portati dalle consuetudini -del medio-evo. La gloria poetica dei trovatori e dei menestrelli, -per esempio, non esisteva che per la classe dei cavalieri. In Italia -per contrario si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza -della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una società nuova -in formazione, che deve il suo primo impulso all'influenza delle -letterature italiana e latina, come in seguito più ampiamente sarà -dimostrato; nè certo ci voleva un terreno diverso per far vivere e -fruttificare questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura -degli autori latini, che appunto allora si cominciarono a studiare con -tanto ardore, era un eccitamento continuo agli Italiani non solo per -l'insaziabile sete di gloria, onde quegli antichi appajono dominati, -ma per l'oggetto stesso che è il tema costante dei loro scritti, -il dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è naturale -adunque, che da quel tempo in poi in Italia ogni uomo di forte volontà -ed operoso si trovi interamente sotto l'impulso di un nuovo movente -morale, che è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente. - - -Anche in ciò, come in ogni altra questione importante, il primo a -manifestare il proprio sentimento fu Dante. L'alloro poetico è stata la -prima e la più alta sua aspirazione[289]; ma, anche come pubblicista -e letterato, egli non manca di notare che le sue produzioni sono del -tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata, non solo è il -primo, ma vuole anche essere riconosciuto come tale[290]. Tuttavia -egli accenna altresì nei suoi scritti in prosa agli incomodi e alle -molestie, che sono inseparabili dall'acquisto di una gran fama: egli -sa come taluni, imparando a conoscere personalmente un uomo celebre, -ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di ciò sia da accagionare -in parte l'infantile semplicità dei più, in parte l'invidia, e in parte -anche le imperfezioni stesse dell'uomo ammirato[291]. E più apertamente -ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso della nullità -della gloria, benchè al tempo stesso sia facile a vedere che il suo -cuore non se n'era ancora completamente staccato. Nel Paradiso la -sfera di Mercurio è la dimora assegnata a quei beati[292], che sulla -terra furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè alquanto -«i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente caratteristico, -che i miseri dannati nell'Inferno chieggono instantemente a Dante -che voglia rinfrescare e tener viva sulla terra la loro memoria e la -loro fama[293]; mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che -preghiere espiatorie[294]; anzi in un passo celebre[295] l'amor della -gloria — _lo gran disio dell'eccellenza_ — è biasimato, appunto perchè -la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno, non è assoluta, ma -sottoposta alle condizioni diverse dei tempi, e secondo le circostanze -può venire oscurata da quella di chi sopraggiunge più tardi. - - -Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei poeti filologi, che -pullulano d'ogni parte, s'impadronisce della gloria in doppio senso: -per sè, in quanto essi divengono le più rinomate celebrità d'Italia; -per gli altri, in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori -della fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie di -gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà parlato altrove. - -Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o Mussato, incoronato a -Padova quale poeta dal Vescovo e dal Rettore dell'Università, godeva -già d'onori tali, che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni -anno il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue i -collegi dell'università in pompa solenne con trombe e, pare anche, -con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione, per fargli augurii -e regali[296]. Questa onorificenza durò sino a che egli cadde in -disgrazia del Carrara allora regnante (1318). - -Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova glorificazione -destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai santi, benchè negli -ultimi anni confessi egli stesso, che gli riesce inutile e perfino -molesta. La sua «Lettera alla Posterità» è un conto, che un uomo -celebre, divenuto vecchio, si crede in dovere di rendere intorno -a sè stesso, per appagare la pubblica curiosità[297], e da essa -rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri avrebbe -rinunciato a quella, che godeva fra i contemporanei.[298] Nei suoi -«Dialoghi della felicità ed infelicità» egli fa prevalere con molti -argomenti l'opinione di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene -la nullità della fama.[299] Ma dopo tutto ciò è anche vero, che egli -si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto, pe' suoi scritti, al -grande autocrate di Bisanzio[300] non meno che all'imperatore Carlo -IV di Germania. E per verità la sua fama, essendo egli ancor vivo, -si estendeva già molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette -egli sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita ad Arezzo, -sua patria, gli amici lo condussero nella casa dove era nato, e gli -annunciarono che la città avea decretato non doversi in essa permettere -un mutamento qualsiasi![301] Per lo innanzi si conservavano e si -veneravano le sole abitazioni di qualche gran santo, come per esempio, -la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento dei domenicani di Napoli, -e la porziuncula di S. Francesco in prossimità di Assisi: o tutt'al -più anche qualche singolo giurisperito godeva di quella celebrità -mezzo mitica, che era come la scala ad un simile onore; così il -popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare un vecchio -edifizio esistente in Bagnolo, non lungi da Firenze, come lo «studio» -dell'Accorso (nato intorno al 1150), sebbene non abbia poi fatto -nulla per impedirne la distruzione.[302] Chi ne cercasse la ragione, -probabilmente la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella grande -influenza politica procacciatasi da costoro coi lor pareri e consulti, -ricchezze e influenza, che non potevano mancare di colpire per un -tratto di tempo abbastanza lungo la fantasia popolare. - - -Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle tombe -d'illustri personaggi;[303] anzi, quanto al Petrarca, è oggetto -di venerazione anche il luogo dov'egli morì, ed Arquà, appunto -per la memoria che ivi si conserva di lui, diviene un soggiorno di -predilezione pei Padovani, che vi innalzano eleganti edifizi[304] in -un tempo, in cui nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di -pellegrinaggi devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. Le città -si tengono onorate di possedere le ossa di qualche grand'uomo o loro -propizio od anche straniero, e fa veramente meraviglia il vedere come — -lungo tempo prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora nel -secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo in un Panteon. -L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e il giurista Zanobi della Strada -dovevano, per volere della repubblica, avervi ciascuno uno splendido -monumento.[305] - -Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò -personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero cedere pel -Panteon suddetto il corpo di fra Filippo Lippi pittore, ma essi se -ne scusarono allegando la propria povertà in fatto di monumenti e -di uomini celebri, e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli -soltanto un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il quale, -in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio con enfatica -eloquenza eccitava la propria città,[306] continuò a rimanere nella -sua tomba presso S. Francesco in Ravenna, «circondato da antichissimi -sepolcri d'imperatori e di santi, in compagnia ben più onorevole di -quella che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione -per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che un bizzarro spirito -potè una volta impunemente levare le fiaccole che ardevano dinanzi -all'altare del Crocifisso, e portarle alla tomba del poeta, con queste -parole: «accettale; tu ne sei più degno di Lui».[307] - - -Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano anche la memoria -dei loro concittadini o fondatori della più remota antichità. Napoli -non avea forse mai dimenticato la tomba ch'essa possiede di Virgilio, -perchè intorno al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito e -della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo XVI di possedere -non solo le vere ossa del troiano suo fondatore Antenore, ma altresì -quelle di T. Livio.[308] «Sulmona, dice il Boccaccio[309] si lagna che -Ovidio abbia tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; Parma -invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue mura». I Mantovani -coniarono nel secolo XIV una medaglia portante il busto di Virgilio, ed -eressero una statua, che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso -spirito di casta[310] il tutore del principe allora regnante, Carlo -Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè la fama del poeta era -più forte di lui, fu costretto altresì a rialzarla ben tosto. Forse a -quel tempo additavasi ancora la grotta a due miglia dalla città, dove -pretendevasi che Virgilio usasse di recarsi a meditare,[311] presso a -poco come a Napoli si mostrava la così detta _scuola_ di Virgilio. Como -si appropriò ambedue i Plinii[312] e li onorò verso la fine del secolo -XV con due statue sedenti sotto due splendidi baldacchini sul lato -anteriore della sua cattedrale. - - -Anche la storia propriamente detta e la topografia (nata appena) si -propongono di non lasciar senza menzione veruna gloria indigena, mentre -le cronache dei paesi settentrionali sol raramente qua e colà accennano -all'esistenza di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori, -di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti e la comparsa di -qualche cometa, che non mancano mai di notare. Altrove sarà dimostrato -in qual modo dalla moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso -delle biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti; -qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo locale del -topografo, che enumera i fasti gloriosi della propria città. - -Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei loro santi e dei -corpi e delle reliquie, che se ne conservavano nelle chiese.[313] Anche -il panegirista di Padova, Michele Savonarola, ne dà una lunga lista -in capo al suo libro (intorno al 1450);[314] ma poi egli passa agli -«uomini celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza -dell'ingegno e l'energia del carattere (_virtus_) meritarono di -essere annoverati (_adnecti_) in quella serie», precisamente come -nell'antichità l'uomo celebre si tocca dappresso coll'eroe.[315] -Questa seconda enumerazione è eminentemente caratteristica per quel -tempo. Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una schiera -di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, che vinse Attila -sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente e a Rimini lo uccise con -uno scacchiere; l'imperatore Enrico IV, che edificò il duomo; e un -re Marco, il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi -cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e chiese; -il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una schiera di filosofi -con Paolo Veneto e il celebre Pietro d'Abano alla testa; il giurista -Paolo Padovano; poi Livio, e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si -nota qualche difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se ne -consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo scientifico e colla -maggior durata della fama basata sulle opere dell'ingegno; mentre la -gloria guerresca cessa assai spesso col cessar di chi l'ha conquistata, -o, se dura più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni -caso però è sempre onorifico per la città, che almeno celebri guerrieri -d'altri paesi abbiano desiderato essi stessi di essere sepolti in -Padova, quali, ad esempio, Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli -di Piacenza e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442), -la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla chiesa del -Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare trionfante». Dopo -ciò, l'autore passa in rassegna una moltitudine di giuristi, medici -e nobili, che non solo, come tanti altri, «furono onorati del nome di -cavalieri, ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i nomi -anche di celebri meccanici, pittori, e compositori di musica, e chiude -la serie col citare un maestro di scherma, Michele Rosso, di cui in più -luoghi vedevasi il ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte -sua. - - -Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre le quali -concorrono insieme il mito, la leggenda, la rinomanza letteraria -e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi lavorano a costruire un -Panteon universale della fama mondiale, e allestiscono collezioni -biografiche di uomini e di donne celebri, attenendosi per lo più al -sistema seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio -Massimo, da Plutarco (_mulierum virtutes_), da Geronimo (_de viris -illustribus_), e da altri. Ovvero inventano trionfi immaginari ed -assemblee olimpiche pure immaginarie, come fecero specialmente il -Petrarca nel suo _Trionfo della fama_ e il Boccaccio nella sua _Amorosa -visione_, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre quarti -appartengono all'antichità e gli altri al medioevo[316]. A poco a -poco questa parte nuova e moderna vi prende un posto sempre maggiore: -gli storici s'indugiano volentieri nelle loro opere a tratteggiare il -carattere de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri -contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano Fiorentino, -Bartolommeo Facio[317], e, per ultimo, quelle altresì di Paolo Giovio. - -Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad esercitare una -certa influenza sui suoi scrittori (per esempio sul Tritemio), non -ebbe che storie di santi e isolate vite di principi e di ecclesiastici, -che evidentemente si basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, -vale a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. La gloria -poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune classi determinate, ed -anche il nome degli artisti non ci viene all'orecchio, se non in quanto -essi emergono fra gli operai o i membri di qualche corporazione. - - -Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo e -pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro della fama e -dell'immortalità, che dispensa o ricusa a suo talento[318]. Ancora -al suo tempo il Boccaccio si lagna di una bella da lui corteggiata, -la quale non per altro gli si mostrò ritrosa che per continuare ad -essere cantata da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia -di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella del -biasimo[319]. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia una -vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente fuggiva dinanzi -a Carlo VIII[320]. Angelo Poliziano dà serii avvertimenti (1491) al re -Giovanni di Portogallo riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste -d'Africa[321], consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità -e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, onde -possano esservi ripuliti (_operiosus excolenda_); chè, in caso diverso, -gli accadrebbe come a tutti coloro le cui gesta, prive dello splendore -che ricevono dalla penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa -congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il re (o il suo -cancelliere proclive alle idee umanistiche) acconsentì alla domanda e -promise che gli annali delle cose africane, già redatti in portoghese, -sarebbero stati inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere -poi quivi rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata -poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in sostanza così -prive di fondamento, come potrebbe sembrare a prima vista: la forma, -nella quale si espongono le cose (anche le più importanti) al giudizio -dei contemporanei e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli -umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma e l'eleganza -del linguaggio, hanno esercitato un fascino abbastanza grande sul mondo -dei lettori occidentali, e per la stessa ragione anche i poeti italiani -sino al secolo passato hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli -di qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino Americo -Vespucci divenne il nome della quarta parte del mondo solo in virtù -della relazione ch'egli scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, -con tutta la sua superficialità ed elegante negligenza, si aspettava -l'immortalità[322] da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto. - - -Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per assicurarsi -una fama, noi ci facciamo a studiarne più dappresso i moventi, non -senza spavento ci accorgeremo, che questi non hanno altra radice, -fuorchè una smisurata colossale ambizione, un desiderio smodato di -gloria, indipendente affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio se -ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue _Storie fiorentine_, -dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo Aretino e il Poggio) -di essersi serbati troppo timidamente silenziosi intorno ai varii -partiti, che tennero agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive -egli, e mostrarono di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il -desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro antichi o -di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo avuta occasione di -acquistarsi fama con qualche opra lodevole, con cose vituperose si sono -ingegnati acquistarla. Nè considerarono come le azioni che hanno in sè -grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, comunque le -si trattino, qualunque fine abbiano, pare portino sempre agli uomini -più onore, che biasimo»[323]. Anche in altri storici gravi e assennati -vedesi dei fatti più strani e terribili assegnato il movente ad uno -sfrenato desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui dunque -non si ha soltanto una deplorevole esagerazione della comune vanità, -ma qualche cosa di veramente spaventoso e diabolico, che non lascia -più campo alla riflessione e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, -senza preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo -è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli concepisce -e ci presenta il carattere di Stefano Porcari (v. pag. 143)[324], ed -altrettanto presso a poco ci dicono i documenti intorno agli uccisori -di Galeazzo Maria Sforza (pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del -duca Alessandro de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel libro V) -attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato Lorenzino (pag. 80). -Intorno al quale ancor più esplicitamente si esprime Paolo Giovio[325], -narrando che Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo -del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, meditava un -qualche gran fatto, la cui «novità» facesse dimenticare quell'onta, -e si risolvette infine di uccidere il suo congiunto e sovrano. — Sono -tratti eminentemente caratteristici di quest'epoca di forze e passioni -vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado dell'ultima -disperazione, nè più nè meno come fu quella di Filippo di Macedonia al -tempo del famoso incendio del tempio di Efeso. - - - - -CAPITOLO IV. - -Il motto e l'arguzia nel senso moderno. - - Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i - Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I - passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria - dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — - Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi - e cogli uomini celebri. — Sua religione. - - -Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, ma in generale -all'individualismo soverchiamente sviluppato, fu lo scherno e -il dileggio manifestantisi, quanto più si poteva, sotto la forma -vittoriosa dell'arguzia del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto fra -gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi e i grandi che -erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, che pure era vivissimo, -rivestiva sempre una forma simbolica, e simbolica era pure l'onta -suprema che s'infliggeva ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni -teologiche il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza dell'antica -rettorica e dell'epistolografia, a diventare un'arma, e la poesia -provenzale sviluppò poscia una specie particolare di canti satirici -e beffardi, dei quali, secondo le occasioni, vi ha un riverbero -anche nei menestrelli settentrionali, come appare dalle loro poesie -politiche[326]. - -Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della vita, gli -occorreva una vittima da colpire, e questa non poteva essere che -l'individuo nel suo pieno sviluppo e colla coscienza del suo valor -personale. Allora esso non si limita più alle semplici parole e agli -scritti, ma si traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che -sotto il nome di _burle_ e di _beffe_ offrono il tema a parecchie -raccolte di novelle. - - -Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere state scritte ancora -sulla fine del secolo XIII, non si incontra nè il motto, che nasce dal -contrasto, nè la burla[327]; il loro scopo non è altro che di riferir -savii detti e storie e favole piene di morale in un dettato semplice -e schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è quella, che più -d'ogni altra cosa attesta l'antichità di quella raccolta. Imperocchè -subito dopo, col secolo XIV, troviamo Dante, che nell'espressione -dello scherno si lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del -mondo, e che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran -maestro del genere comico solo pel quadro veramente sublime, in cui -l'astuzia dei demoni resta vinta da quella de' barattieri[328]. Col -Petrarca[329] cominciano le raccolte di motti arguti alla maniera di -Plutarco (_apoftegmi_ ecc.). Le beffe poi, che durante quel secolo si -vennero sempre più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità -registrate nelle celebri _Novelle_ di Franco Sacchetti. Per lo più non -sono vere storie, ma risposte spiritose, che vengono date secondo le -circostanze, e confessioni di una ingenuità che fa spavento, fatte da -uomini semplici, da buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate: -il lato comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità, -vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità allora in -uso: e questo contrasto non potrebbe invero dirsi maggiore. Tutti i -mezzi che l'arte può suggerire son buoni, non esclusa l'imitazione di -speciali dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si -ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la bestemmia, -l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono assolutamente quanto -di più brutale e maligno fu mai registrato[330]. Qualche burla è -veramente comica, ma in qualche altra non ci si vede che l'intenzione -di sfoggiare in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità -sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa sia stata reciprocamente -scagliata, e quante altre le vittime abbiano cercato di guadagnarsi -gli ascoltatori con una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo: -ma gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a Firenze -deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo[331]. Omai il burlone -di professione è diventato un personaggio inevitabile, e ce ne devono -essere stati di classici e di gran lunga superiori ai semplici buffoni -di corte; ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico -sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. Per ciò alcuni -fiorentini pensarono di prodursi, in qualità di ospiti, alle diverse -corti dei tiranni di Lombardia e di Romagna[332] e vi trovarono il -loro conto, mentre in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti, -non facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti costoro -è l'_uomo piacevole_, il più abbietto è il buffone e il volgare -scroccone, che assiste a tutti i matrimoni e a tutti i banchetti col -solito ritornello: «se non sono stato invitato, non è colpa mia». -Qua e colà essi ajutano a dissanguare e a spolpare qualche giovane -dissipatore[333], ma nel complesso vengono trattati col dispregio in -cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori più altamente -locati si credono uguali ai principi e riguardano le proprie arguzie -come qualche cosa di veramente superiore e sovrano. Dolcibene, che -l'imperatore Carlo IV aveva qualificato come «il re dei buffoni in -Italia», gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè -voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, il Papa coi -suggelli e io con le parole»[334]. Questo è più che uno scherzo: è un -preludio di Pietro Aretino. - -I due più celebri motteggiatori della metà del secolo XV erano -un Piovano delle vicinanze di Firenze, Arlotto, per le arguzie -più raffinate (_facezie_), e il Gonnella, buffone della corte di -Ferrara, per le buffonerie. Sarebbe pericoloso il voler istituire un -confronto tra le loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di -Till Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa ed -hanno un carattere più generale e riescono intelligibili ad una sfera -più larga di persone, mentre Arlotto e il Gonnella sono personaggi -storici affatto locali. Ma, se il paragone una volta si accetti e si -voglia estenderlo alle «facezie» in generale di tutti i popoli non -italiani, nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi -loro _fabliaux_,[335] quanto presso i tedeschi, la burla, prima d'ogni -altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre l'arguzia di Arlotto -e gli scherzi del Gonnella non hanno altro scopo che la vittoria e il -trionfo sugli avversari. (Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere -affatto proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per lo -più scipita, della celia contro classi o corporazioni particolari). -Il buffone di casa d'Este più d'una volta con amari motteggi o con -ingegnose vendette prese delle rivincite splendidissime.[336] - - -Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero lungamente -alla libertà di Firenze. Sotto il duca Cosimo fiorì il Barlacchia, e -al principio del secolo XVII ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio -Marignolli. È nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei -motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di una società -colta ed elegante e cultore appassionato di ogni liberale disciplina, -questo Papa si compiace tuttavia di circondar la sua mensa di buffoni -e scrocconi, tra cui due monaci e uno storpio,[337] ai quali egli nei -giorni festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza, -imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto l'apparenza di -arrosti delicatissimi. In generale Leone non intende la burla se non -a modo suo, e in quanto gli torni; ed è anche una specialità tutta -sua quella di divertirsi a fare la parodia delle due arti, che amava -sopra tutte le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli -stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più goffe e strane -caricature.[338] Infatti nè l'uno, nè l'altro non credettero di venir -meno al proprio decoro nel prendersi giuoco di un vecchio segretario -sino a fargli credere di essere un gran compositore di musica. Leone -poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante e così -smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò sul serio alla corona -di poeta in Campidoglio. Nel giorno anniversario dei santi Cosma e -Damiano, protettori di casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e -incoronato di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con qualche -improvvisazione, e poi, fra le risa universali, montare in groppa -ad un elefante riccamente bardato in oro, che Emmanuele il Grande di -Portogallo aveva mandato in dono: il Papa intanto stava sull'alto di -una loggia osservando attentamente col cannocchiale[339] ogni cosa. Ma -la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei timpani, e per le -acclamazioni del popolo, nè fu possibile condurla al di là del ponte S. -Angelo. - - -La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si fa incontro sotto -la forma di una mascherata solenne, aveva in allora preso oggimai -un posto assai importante nella poesia.[340] Bensì ella dovette -cercarsi vittime ben diverse da quelle, che avea potuto colpire, ad -esempio, Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci. -Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci in un'epoca -determinata produsse la parodia, la fece fiorire anche qui. Già ancora -sul finire del secolo XVI trovansi nel sonetto messe in caricatura -le querele petrarchesche, esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette -in derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in quattordici -versi col farla servire a scipitaggini senza senso. Inoltre la Divina -Commedia era un potente incentivo alla parodia, e infatti Lorenzo il -Magnifico, imitando lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere -splendidamente comico (il _Simposio_ e i _Beoni_). Luigi Pulci nel -suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, ed oltre a -ciò tanto il suo, come il poema del Bojardo, per questo stesso che -sfiorano appena l'argomento, sono in più luoghi una parodia almeno per -metà volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi viene il -grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì nel 1520), il quale vi -si getta con un ardimento tutto suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco -egli scrive l'_Orlandino_, dove la Cavalleria non figura che come una -ridicola cornice barocca intorno ad un mondo di figure e d'immagini, -che si risentono della vita moderna: sotto il nome di Merlin Coccai, -egli descrive le gesta e le spedizioni del suo bizzarro cavaliere -errante, con contorni non meno risentitamente maligni, in esametri -mezzo-latini, e nella forma comicamente travestita dell'epopea classica -del suo tempo (_Opus Macaronicorum_). D'allora in poi la parodia -continuò a figurare nel Parnaso italiano, e talvolta sotto forme -veramente splendide e piene di vita. - - -Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo della sua carriera, -anche il motto viene studiato dal punto di vista teorico, e si -stabilisce più precisamente l'uso che si può farne nelle società più -elevate. Il primo ad occuparsene fu Gioviano Pontano,[341] il quale nel -suo scritto _De Sermone_, specialmente nel libro quarto, coll'analisi -di molti singoli motti o _facetiae_ cerca di riuscire ad un principio -generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini di fina creanza lo -insegna Baldassare Castiglione nel suo _Cortegiano_.[342] Naturalmente -si suppone che non si tratti principalmente d'altro che di destare -l'ilarità di terze persone col racconto di comici e graziosi motti -o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende gli -infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta i potenti -od i loro favoriti, ed anche nel raccontare l'uomo di condizione -deve serbare una giusta misura e non lasciarsi andare a troppo -goffe contraffazioni. Poi segue, quasi schema pei futuri narratori e -motteggiatori, una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole, -disposti metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente -felici. Assai più severi e circospetti suonano, forse due decennj più -tardi, i precetti di Giovanni Della Casa nel suo celebre Galateo;[343] -dove, fra le altre cose, tenuto conto delle conseguenze che possono -derivarne, si vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di -superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro ch'egli è il -precursore di una reazione, che doveva necessariamente sopravvenire. - -Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, che il mondo -d'allora in poi non ne vide altro esempio, non eccettuata neanche la -Francia del tempo di Voltaire. Non già che la tendenza a mordere e a -satireggiare sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; ma -dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le vittime adatte, -quella schiera innumerevole d'uomini singolari, quelle celebrità d'ogni -specie, politici, ecclesiastici, scopritori, inventori, letterati, -poeti ed artisti, che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la -propria originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito di grandi -esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la cultura, aveva educato -altresì, accanto ad essi, una spaventosa genìa di uomini di spirito -sfaccendati, di criticastri e maldicenti nati, di calunniatori, -l'invidia dei quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano le -rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, il Poggio -ed il Valla, mentre invece gli artisti di quello stesso tempo vivono -insieme in emulazione quasi del tutto pacifica, del che per vero deve -tenere il debito conto la storia dell'arte. - - -Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, come dicemmo, -in questo riguardo e per un certo tempo tutte le altre città. -«Occhi acuti e male lingue» è la caratteristica, che si usa dare -de' Fiorentini[344]. Un lieve sarcasmo su tutto e su tutti sembra -essere stata l'intonazione prevalente di ciascun giorno. Machiavelli, -nell'importantissimo prologo della sua _Mandragora_, ascrive, a ragione -o a torto, la visibile depravazione morale alla maldicenza universale, -ma avverte al tempo stesso i suoi avversari che anche a lui stava bene -la lingua in bocca. Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio -di tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le _facetiae_ -del Poggio, dalla data, appajono tolte dal _bugiale_ degli scrivani -apostolici, e se si considera qual numero di aspiranti, di nemici e -rivali dei favoriti, di oziosi intenti a trastullare gli scostumati -prelati dovea quivi trovarsi, non sorprenderà certamente che Roma sia -divenuta la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della -satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore generale -contro il dominio dei preti e la miseria universalmente nota del popolo -minuto, si comprenderà quanto facile fosse il trovar quivi materia -per mettere in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità[345]. -Chi poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col disprezzo, -tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto se erano false, o col -far pompa di un lusso, che pel suo stesso splendore abbagliava[346]. -Ma le anime più sensibili e delicate erano condannate quasi alla -disperazione, se la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue -reti[347]. A poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca -di tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si tirava -addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande oratore frate Egidio -da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti innalzò al cardinalato e che -nell'eccidio del 1527 sposò risolutamente la causa del popolo[348], -il Giovio dà ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore -ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, e simili. -In generale il Giovio in queste occasioni scrive da vero curiale[349], -vale a dire, narra dapprima le sue storielle, soggiunge tosto che -non vi crede, ma con qualche leggera scoloritura lascia da ultimo -trasparire, che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma -la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa Adriano VI, -del quale parve anzi che non si sia voluto considerare altro che il -lato ridicolo. Egli si guastò sin da principio con quella mala lingua -che fu Francesco Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere — -non già la statua di Pasquino, come si disse[350], — ma quelli che -la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo «contro Papa -Adriano», dettato non tanto dall'odio, quanto da un profondo disprezzo -pei barbari olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, che -l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì[351] il seguito -del Papa con quel colorito di piccante menzogna, con cui il moderno -appendicista di qualche grande giornale sa far apparir bianco il nero -e dar importanza alle più frivole inezie. La biografia che Paolo Giovio -ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e che realmente doveva -essere un elogio, è invece un cumulo di sarcasmi e di contumelie. In -essa infatti si legge, in modo abbastanza comico, specialmente per -l'Italia d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente -presso il capitolo della cattedrale di Saragozza per avere una -mandibola di S. Lamberto; come un'altra volta i devoti spagnuoli lo -sopraccaricassero di ornamenti «per farne un Papa talquamente pulito -ed elegante»; come egli abbia impreso la tempestosa e insensata sua -spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato per far atterrare od -ardere la statua di Pasquino; come solesse interrompere improvvisamente -qualunque affare più importante quando gli si annunziava l'ora del -pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia morto per -aver ecceduto nell'uso della birra, e come la casa del suo medico da -buontemponi notturni sia stata subito ornata di ghirlande, tra le quali -leggevasi l'iscrizione _Liberatori patriae_ S. P. Q. R. Vero è anche -che il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche, -perdette la sua e in compenso non ricevette che una semplice prebenda, -perchè «non era poeta», vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano -dovesse essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il -sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della vita venne anche -visibilmente mancando la maldicenza. - - -Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente a Roma, il -più grande maldicente del tempo moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo -a quest'uomo ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa -risma. - -Quella parte della sua vita che più particolarmente è conosciuta, -sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che egli passò a Venezia, -unico asilo divenuto possibile per lui. Di là egli tenne tutte le -celebrità d'Italia in una specie di stato d'assedio; e quivi anche -affluivano i doni dei principi stranieri, che si servivano della sua -penna o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano ambedue una -pensione, perchè ognuno di essi sperava che l'Aretino avrebbe offeso -le suscettibilità dell'altro: egli adulò entrambi, ma naturalmente si -tenne più stretto a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo -la spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura in una -ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza nudrita costantemente -dall'Aretino di diventar cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare -improbabile che egli godesse di una protezione speciale in qualità -di agente segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il suo -silenzio potevano esercitare una certa influenza sui principi minori -d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto al Papato, egli si dava -l'aria di disprezzarlo profondamente, sotto il pretesto di conoscerlo -da vicino; ma il vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva -e non voleva accordargli più alcun favore[352]. Di Venezia, che gli -dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. Tutti gli altri suoi -rapporti coi grandi non possono qualificarsi che come un accattonaggio -volgare e impertinente. - -Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso della pubblicità -per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti polemici, che cento anni -prima s'erano scambiati tra loro il Poggio ed i suoi avversari, non -sono certo più castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla -forma: ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, non -mirano neanche ad avere una pubblicità troppo estesa e restano sempre -chiusi in una sfera ristretta: l'Aretino invece si giova appositamente -della stampa per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle -sue impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto un certo -punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare tra i precursori -del giornalismo moderno. Infatti era suo uso di far stampare insieme -periodicamente le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima -erano corsi manoscritti in moltissimi circoli[353]. - -Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, l'Aretino ha il -vantaggio di non fare ostentazione di principj nè di razionalismo, nè -di filantropia, nè di qualunque altra virtù, e nemmeno di qualsiasi -scienza: tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: _Veritas -odium parit_. Per questa ragione egli non si trovò mai in posizioni -false, come, per esempio, toccò più volte a Voltaire, il quale e -dovette sconfessare il suo poema sulla _Pulcella_, e dovette tener -nascosti per tutta la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino -dava ad ogni cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava -un gran vanto de' suoi _Ragionamenti_, che ebbero una sì scandalosa -celebrità. Il suo talento letterario, la sua prosa netta e piccante, -la sua fina osservazione degli uomini e delle cose lo renderebbero -degno in ogni caso di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata -del tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente detta, -nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio veramente drammatico di -qualsiasi commedia. Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità -la più grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione -al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno di stare a fianco -allo stesso Rabelais[354]. - -In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti egli si lancia -talvolta sulla sua preda, talvolta le gira d'attorno. L'invito ch'egli -fa a Clemente VII, perchè, invece di querelarsi, perdoni[355], mentre -il grido doloroso di Roma straziata è tanto forte da dover essere -udito anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non è che un -amaro dileggio, il sorriso infernale di satana o la smorfia brutale di -una scimmia. Talvolta, quando perde affatto la speranza di un qualche -dono, il suo furore prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio, -nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo tempo l'aveva -stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per contrario sembra che il -terribile Pier Luigi Farnese, duca di Parma, non si sia mai curato -di lui. Siccome a questo principe tornava affatto indifferente che si -dicesse bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo in -guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, qualificando -il suo contegno come quello di uno sgherro, di un mugnajo e di un -fornajo[356]. Comicamente buffo è l'Aretino ogni qualvolta assume -il tuono del querulo accattonaggio, come, per esempio, nel capitolo -a Francesco I; mentre invece parranno sempre ributtanti, ad onta di -tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le sue poesie, dove le -minacce si alternano sempre colle più vili adulazioni. Una lettera -come quella da lui diretta nel novembre del 1545 a Michelangelo[357] -non ha forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della più -grande ammirazione (pel _Giudizio universale_), egli esce contro di -lui in invettive e minacce per la sua irreligione e scostumatezza, e -lo accusa perfino di ladroneccio (a danno degli eredi di Giulio II), -aggiungendo da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente mostrare -che se voi siete di-vino (_divino_), anch'io non sono d'acqua». Infatti -anche l'Aretino teneva molto — non si sa se per boriosa vanità o pel -gusto di parodiare ogni cosa celebre — ad esser detto il _divino_, -e realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, che in -Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, come una rarità degna -d'essere veduta[358]. D'altra parte è vero altresì, che vi furono -circostanze, nelle quali egli per mesi interi non osava varcare la -soglia di casa sua in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche -fiorentino da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane degli -Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, che a guisa -di avvertimenti[359] doveano farlo stare in sull'avviso, sebbene non -abbiano avuto quelle terribili conseguenze, che il Berni gli aveva -predette in un famoso sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia. - -Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, ed anche ciò -va notato. Con gli stranieri procede gonfio ed ampolloso[360], con -gli italiani e specialmente col duca Cosimo di Firenze muta affatto -registro. In quest'ultimo egli loda specialmente la bellezza della -persona, che in fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari -d'Augusto, in grado eminente; loda il suo contegno, affatto morale, non -senza però dare un tocco incidentalmente alle speculazioni pecuniarie -della madre di Cosimo, Maria Salviati, e chiude al solito con un -piagnucoloso fervorino, nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza -dei viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione[361], -ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua parsimonia -(negli ultimi anni ammontava a centosessanta ducati annui), ciò non -accadde certamente che per uno speciale riguardo alla sua qualità di -agente segreto di Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino -avrebbe potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al tempo -stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare dal duca stesso -l'immediato suo richiamo. E se anche il Medici da ultimo s'accorse di -essere stato già indovinato da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo -essere contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente gli -scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. Di buon genere altresì -è l'adulazione da lui usata col tanto celebre marchese di Marignano, -che «qual castellano di Musso» avea cercato di crearsi una signoria. -Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: «tutte -le qualità che un principe deve avere, si trovano in voi, e questo -lo potrebbe facilmente vedere ognuno, se l'uso della violenza, che -è necessaria in tutte le cose sul loro principiare, non vi facesse -apparire ancora un po' aspro»[362]. - -Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità il fatto, che -l'Aretino non disse male degli uomini soltanto, ma di Dio stesso. Qual -genere di fede religiosa possa egli avere avuto, torna perfettamente -inutile il ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da -sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, ch'egli -compose con viste tutt'altro che religiose[363]. Ma del resto non -si saprebbe davvero trovare una ragione, per cui egli avesse dovuto -prendersela colla Divinità. Egli non fu mai un pensatore nel senso più -rigoroso della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina -filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza di estorcere -da Dio, o con le adulazioni o con le minacce, un soccorso qualsiasi in -danaro; egli per ultimo non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da -un eventuale rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato le sue -forze inutilmente e senza un immediato e pratico tornaconto? - -Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani è appunto -questo, che un carattere come quello dell'Aretino ed un modo di agire -pari al suo sarebbero oggidì in mille guise impossibili. Ma dal punto -di vista storico quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza. - - - - -PARTE TERZA - -IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ - - - - -CAPITOLO I. - -Osservazioni preliminari. - - Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — - L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — - Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV. - - -Giunti a questo punto del nostro quadro storico della civiltà, ci tocca -ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichità, dal cui «Rinascimento» -l'epoca intera, con denominazione invero parziale e ristretta, -s'intitola. Le condizioni sociali fin qui descritte avrebbero, non -v'ha dubbio, bastato da sè, anche senza l'Antichità, a scuotere la -nazione e a portarla ad un certo grado di maturità, come è certo -altresì, che la maggior parte delle novità veramente sostanziali che -allora prevalsero nella vita pubblica, si sarebbero svolte anche senza -questo, pur gravissimo, avvenimento; ma tuttavia non può negarsi, -che e le une e le altre dall'influenza del mondo antico ricevettero -un colorito speciale, che si manifestò nella forma, se non nella -sostanza, delle cose, e la padroneggiò interamente. Il Rinascimento -non sarebbe stato quella suprema necessità mondiale che fu, se così -facilmente si potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo -stabilire fin d'ora, come un punto essenziale, si è questo, che non -la risorta Antichità da sè sola, ma essa e il nuovo spirito italiano, -compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare con sè tutto il -mondo occidentale. Bensì questo spirito non sembra aver conservato -sempre, di fronte ad essa, lo stesso grado di autonomia; ma se, per -esempio, nella letteratura neo-latina esso par minimo, grandissimo -invece lo si riscontra nelle arti figurative e in parecchie altre -sfere d'attività, e così questo nesso fra due civiltà di uno stesso -popolo tanto remote fra loro, appunto perchè indipendente, appare -anche naturale e fecondo. Le altre nazioni eran libere di respingere -il grande impulso che veniva loro dall'Italia, o di appropriarselo -in parte, od anche del tutto; ma dove quest'ultima condizione ebbe a -verificarsi, dovrebbe cessare ogni lamento per la prematura decadenza -delle forme della civiltà medievale. Se queste forme avessero avuto in -sè la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero ancora. E se -quegli spiriti queruli, che le rimpiangono, potessero farle rivivere -un'ora sola, se ne spaventerebbero essi medesimi e anelerebbero tosto -all'aere più puro e spirabile della vita moderna. Che poi in tali -processi di trasformazione qualche singolo e delicato fiore resti -soffocato, senza poter vivere nemmeno nella tradizione o nella poesia, -è cosa che s'intende da sè; ma si dovrebbe per questo desiderare che -la trasformazione in sè stessa non fosse accaduta? Ed essa consiste -precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa, la quale fino a -questo tempo (ma per poco ancora) tenne unito tutto l'occidente, sorge -un nuovo elemento morale, che, diffondendosi dall'Italia, invade il -resto d'Europa e diventa come l'ambiente ordinario di tutti gli uomini -forniti di un certo grado di cultura. Il fatto per sè è impopolare, -perchè conduce necessariamente ad una separazione completa tra le -classi colte e non colte di tutta Europa; ma come rammaricarsene, -quando noi stessi siamo costretti a confessare, che questa separazione, -universalmente riconosciuta, sussiste ancora oggidì e non può esser -tolta? D'altra parte, in Italia essa è assai meno pronunciata che -altrove: tanto è vero, che il poeta più ligio ai precetti dell'arte, il -Tasso, è uno dei più popolari e corre per le mani di tutti. - - -L'Antichità greco-latina, che sino dal secolo XIV sì vivamente si -compenetrò nella vita italiana come fonte della cultura, come scopo -supremo dell'esistenza, e in parte anche come reazione pensata e -voluta contro le tendenze precedenti, avea già da lungo esercitato -qua e colà la sua influenza su tutto il medio-evo, anche fuori -d'Italia. La cultura infatti, che al suo tempo promosse e favorì -Carlomagno, era essenzialmente un Rinascimento di fronte alla barbarie -dei secoli VII e VIII, e non poteva neanche essere altra cosa. Più -tardi nell'architettura romana dei paesi settentrionali noi veggiamo -adottarsi, oltre la tendenza generale, forme affatto speciali di -carattere prettamente antico, e nei conventi farsi tesoro di molti -materiali tolti di pianta da scrittori latini, e imitarsene anche lo -stile, dietro l'esempio dato pel primo da Eginardo. - - -In Italia invece essa torna in vita in modo affatto diverso. Cessata la -barbarie, s'annunzia tosto presso il popolo italiano, per metà ancora -antico, la cognizione de' suoi tempi anteriori; esso li magnifica e -desidera riprodurli. Fuori d'Italia trattasi di trar partito in via -di erudizione e di riflessione da singoli elementi dell'Antichità: in -Italia invece si ha un vero entusiasmo per tutto ciò che è antico, -e non da parte dei dotti soltanto, ma del popolo intero, perchè vi -si scorge la rimembranza dell'antica grandezza, e perchè si ha un -allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del latino e nella -copia di memorie e monumenti, che ancora esistono. Da questo impulso e -dal contraccolpo, che partiva dallo spirito popolare già essenzialmente -mutato, dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla -Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonchè dagli altri elementi -di civiltà portativi dai popoli settentrionali, dalla religione e -dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una creazione affatto nuova, lo -spirito moderno italiano, destinato a dare l'impulso a tutto il mondo -occidentale. - - -In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento antico, non -appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente dalle costruzioni -toscane del secolo XII e dalle sculture del XIII. Ma anche nella -poesia non mancano i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta -latino del secolo XII, anzi colui, che diede in allora l'intonazione -a tutto un genere di poesia latina, fu un italiano. Egli è appunto -quel qualunque scrittore, al quale appartengono i brani migliori dei -così detti _Carmina Burana_. Un grande attaccamento al mondo e a' -suoi piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le divinità -pagane, prorompe con vena facile e abbondante da queste strofe rimate. -Chi le legge d'un tratto, difficilmente potrà crederle opera d'altri, -fuorchè d'un italiano e probabilmente d'un lombardo; ma vi sono anche -ragioni speciali per accettare una tale ipotesi[364]. Che se anche -sino ad un certo punto queste poesie latine dei _Clerici vagantes_ del -secolo XII, con tutto il corredo delle frivolezze di cui riboccano, -potrebbero dirsi piuttosto un patrimonio generale di tutta Europa, non -si potrà però mai credere che tanto la canzone _De Phyllide et Flora_, -quanto l'altra che comincia _Aestuans interius_, sieno opera di un -settentrionale, o del molle e delicato sibarita che cantò: _Dum Dianae -vitrea sero lampas oritur_. Qui c'è una riproduzione dell'antico modo -di sentire e di poetare, che salta agli occhi tanto più facilmente -accanto alla forma rimata, propria del medioevo. In più di un lavoro -di questo e dei secoli vicini s'incontrano esametri e pentametri di -una imitazione molto accurata e allusioni mitologiche e reminiscenze -antiche d'ogni specie, e tuttavia l'impressione che se ne risente, è -ben lungi dall'essere altrettanto viva e profonda. Le cronache in versi -e le altre opere di Guglielmo Pugliese mostrano anch'esse uno studio -diligente di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano, -ma la forma antica non vi figura che come tolta a prestito, allo stesso -modo che semplicemente copiati appajono i materiali antichi nei grandi -raccoglitori del genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed -allegoristi della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento non -è già una saltuaria imitazione o una compilazione fatta a frammenti, -bensì una rinascita vera, e come tale non lo si trova realmente che -nelle poesie sopra citate dell'ignoto _scolaro vagante_ del secolo XII. - - -Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani per -l'Antichità non comincia a manifestarsi che col secolo XIV. A ciò si -richiedeva uno sviluppo della vita cittadina, quale in Italia soltanto -e soltanto a questo tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed -effettiva uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione di -una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno di istruirsi -e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la cultura, se voleva svincolarsi -dal mondo fantastico del medio-evo, non poteva passare improvvisamente -per mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo fisico e -morale; essa avea bisogno di una guida, e come tale si offerse la -classica Antichità colla sua ricchezza di verità obbiettive, evidenti -in tutti i regni dello spirito. Da essa si tolsero con riconoscenza -e ammirazione le forme e la materia, e se ne costituì per un certo -tratto di tempo l'essenziale di ogni cultura[366]. Anche le condizioni -generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero dopo la -caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato all'Italia, o non aveva -avuto la forza di mantenervisi: il Papato aveva emigrato ad Avignone: -la maggior parte delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza -e sulla illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla -coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo e durevole, -e così il sogno di un dominio d'Italia e di Roma sul mondo potè imporsi -alle menti di tutti e tentare perfino una effettuazione pratica con -Cola di Rienzo. Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel -suo primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire ad -altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma tuttavia pel sentimento -nazionale la ricordanza dell'antica Roma era pur sempre un punto -d'appoggio di gran valore. Tornati in possesso dell'antica loro -cultura, gl'Italiani s'accorsero ben presto di essere la nazione più -avanzata del mondo. - -Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la sua pienezza, ma -soltanto nei tratti suoi più salienti e visibili, e principalmente ne' -suoi primordj, è ora l'assunto di questa parte del nostro lavoro[367]. - - - - -CAPITOLO II. - -Roma, la città delle rovine. - - Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti - al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — - L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione - romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di - Giulia. — Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine - come fonti di sentimentalismo. - - -Innanzi tutto Roma, la città delle rovine[368], gode anche -presentemente una specie di venerazione che è ben diversa da quella -del tempo in cui furono scritti i _Mirabilia Romae_ e la storia -di Guglielmo di Malmesbury. Se ora mancano i pellegrini che vadano -a cercarvi tesori e miracoli[369], vi sono sempre gli storici e i -patriotti, che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo -senso vogliono essere intese anche le parole di Dante[370]: «le -pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di reverenzia, e 'l suolo -dov'ella siede, è degno, oltre quello che per gli uomini è predicato -e provato». La colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna -devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e Giovanni Villani -non esita a dire, che il maggior frutto ch'egli ritrasse dal giubileo -dell'anno 1300, fu la sua risoluzione di scrivere la storia di Firenze, -surta in lui dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102). -Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli avanzi di Roma -pagana o quelli di Roma cristiana: e ci narra che di frequente salì con -Giovanni Colonna sulle vôlte colossali delle terme di Diocleziano[371], -e quivi nell'aria libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva -d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio fisso sulle -rovine, ragionavano insieme non già d'affari, o di cose domestiche o -d'interessi politici, ma di storia, evocando l'uno l'antichità pagana, -l'altro la cristiana, o s'intrattenevano di filosofia o dei primi -inventori delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino a Gibbon -e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse argomento alle più gravi -meditazioni! - -La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel «Dittamondo» -di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, fatta a guisa di -visione (intorno al 1360), di un finto viaggio, nel quale il poeta è -accompagnato dall'antico geografo Solino, come Dante da Virgilio. A -quel modo che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte -Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche a Roma per -risuscitarvi la tradizione leggendaria di Araceli e di S. Maria in -Trastevere; ma la magnificenza profana di Roma antica esercita su essi -un fascino prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento -— è Roma stessa — narra loro la gloriosa sua storia e descrive -minutamente gli antichi trionfi[372]: poi li conduce attorno per la -città, addita ad essi i sette colli ed un gran numero di rovine, dalle -quali (egli le fa dire) comprender potrai, quanto fui bella! - - -Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e scismatici non era -più, rispetto alle memorie dell'antichità, ciò che era stata alcune -generazioni prima. Una orribile devastazione, che ai più importanti -edifici ancora esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere -speciale, fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento di -centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato dal senatore -Brancaleone intorno al 1258, essendo certo che la nobiltà cercava di -trincerarsi nelle rovine maggiori e meglio conservate[373]. Ciò non -ostante, restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì, -e in particolare molti avanzi devono a quel tempo aver avuto ancora -il loro rivestimento marmoreo, le loro colonne all'ingresso degli -edifici ed altri ornamenti, mentre ora di questi non sopravanza che -il nudo scheletro in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di -cose fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica -città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio[374] per la prima volta -noi veggiamo congiunto intimamente lo studio delle rovine con quello -degli antichi scrittori e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in -mezzo all'erba[375] cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della -fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da quelle della -Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro più esteso e corredato -di disegni! Egli infatti trovò molte più cose conservate che non -ottant'anni più tardi Raffaello: egli ha veduto la tomba di Cecilia -Metella, nonchè il frontale a colonne di uno dei templi situati sul -pendìo del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi mezzo -distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era sembrato ancor buono ad -essere fuso in calce: anche un imponente colonnato attiguo alla Minerva -soggiacque a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno -1443 afferma che queste fusioni continuavano e soggiunge indignato, che -erano: «una vera ignominia, poichè le nuove costruzioni sono meschine -e il bello di Roma sta tutto nelle rovine»[376]. I romani d'allora, -nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono dipinti dai -forestieri come veri mandriani, ed infatti il bestiame pascolava sin -dentro a' Banchi: riunioni sociali non si tenevano, se non in occasione -delle visite alle chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali -circostanze soltanto erano visibili anche le belle donne. - - -Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) Biondo da Forlì -scrisse la sua _Roma instaurata_, servendosi omai di Frontino e degli -antichi Libri regionali, come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. -Il suo scopo non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma -piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente alla dedica -al Papa, il libro si consola dell'universale desolazione enumerando le -molte reliquie sacre, che Roma ancor possedeva. - -Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi quel nuovo -spirito monumentale, che è una delle caratteristiche dell'epoca del -Rinascimento. Vero è che la smania ora sorta in tutti di abbellir -la città di Roma, creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine, -ma dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo di -gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo per ogni cosa -antica, e se nelle sue opere ci parla poco delle antichità di Roma in -particolare, s'interessa invece moltissimo per quelle di tutto il resto -d'Italia, e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed estesa -degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli[377]. Vero -è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico e di cosmografo, lo -veggiamo compreso di uguale ammirazione tanto dinanzi alle antichità -di Roma pagana, quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche -di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale; ma chi crederà -alla sincerità delle sue parole, quando egli, per esempio, afferma -che Nola ha maggior gloria dalla memoria di S. Paolino, che non dal -combattimento eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare -della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma ognuno sa che -le sue tendenze e i suoi studi lo portavano di necessità a prediligere -l'investigazione della natura e dell'antichità e a interrogare la vita -delle nazioni nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi suoi -anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato dalla podagra, egli si -fa lietamente portare in lettiga via per monti e valli a Tusculo, -ad Alba, a Tivoli, ad Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive -minutamente tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli -acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio abitato dalle -antiche popolazioni finitime a Roma. In una escursione a Tivoli, fatta -col grande Federigo da Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi -animatissimi sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi e -più particolarmente sull'impresa dei Greci contro Troja; perfino nel -suo viaggio al congresso di Mantova (1459) egli cerca, benchè indarno, -il labirinto di Chiusi, menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la -così detta villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche dagli -Abbreviatori della Curia un latino classico nella redazione degli atti, -non farà meraviglia, quando, oltre a tutto questo, si sappia che una -volta nella guerra contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè -compatriotti di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei quali ricorre -quivi frequentissimo anche nei registri battesimali. A lui solo, come -a vero conoscitore e sincero fautore, poteva il Biondo dedicare la sua -Roma triumphans, che è il primo grande tentativo di una esposizione -generale delle antichità romane. - - -Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio delle antichità -romane s'era fatto più vivo che mai. Già il Boccaccio[378], parlando -delle rovine di Baja, le chiama «antiche macerie, ma pur sempre nuove -per gli uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate come -una delle più interessanti rarità dei dintorni di Napoli. Poco dopo -sorsero collezioni di antichità di ogni specie. Ciriaco d'Ancona -percorse non solo l'Italia, ma anche molti altri paesi dell'antico -Orbis terrarum, e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni: -interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per risuscitare -i morti[379]. Le storie delle singole città da tempo antichissimo -avevano accennato a rapporti veri o supposti con Roma, credendole o -direttamente fondate o almeno colonizzate da essa[380]; e da lungo -tempo altresì compiacenti compilatori di genealogie avean derivato -alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste adulazioni -tornavano così gradite, che non vi si rinunciò nemmeno nella luce -della critica esordiente del secolo XV. Senza reticenza alcuna Pio II -a Viterbo disse agli oratori romani, che lo pregavano di un sollecito -ritorno[381]: «Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la -famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata da Roma -a Siena, come lo prova l'uso dei nomi Enea e Silvio perpetuatosi in -essa». Probabilmente non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser -creduto un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un Barbo da Venezia -— trovò lusingata la sua vanità nel veder derivata la sua famiglia, ad -onta di un'opinione contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe -degli Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti a Parma -e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi trasferiti a -Venezia[382]. Dopo ciò, non farà meraviglia che i Massimi pretendessero -discendere da Fabio Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece -strano che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia cercato -di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri Ostrogoti (I. -Nov. 23). - - -Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano del titolo -di romani», accolsero con compiacenza i sentimenti di omaggio, -che tributava loro il resto d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed -Alessandro VI vedremo effettuarsi splendide feste carnevalesche, -nelle quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette -del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani. L'antichità -pervade tutti i sentimenti e somministra le forme, sotto le quali -si manifestano. In mezzo a tali tendenze generali accadde, che il -18 aprile dell'anno 1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo, -maravigliosamente bello e ben conservato, di una giovane romana del -tempo antico[383]. Alcuni muratori lombardi, i quali stavano lavorando -per dissotterrare un antico monumento in un podere del convento di S. -Maria nuova, presso la via Appia, fuori della cerchia del sepolcro -di Cecilia Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva -portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è il fatto; ma -non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia, e si disse che i muratori -erano immediatamente scomparsi coi tesori e colle pietre preziose -poste nel sarcofago ad ornamento del cadavere; che questo era tutto -rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale freschezza -e flessibilità, da sembrar quello di una giovane quindicenne appena -morta; e più tardi si aggiunse, che conservava ancora i colori vitali e -gli occhi e la bocca semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori -in Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita, e molti -altresì per ritrarla, «imperocchè essa era bella oltre quanto si possa -dire e scrivere, e se lo si dicesse o scrivesse, quelli che non la -videro, no 'l crederebbero». Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo -VIII, si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto fuori -di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile de' Conservatori non -rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente sul viso del cadavere era -stata tirata una maschera colorata in cera o qualche cosa di simile, -che stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha di singolare -in tutto questo non è il fatto in sè stesso, ma il pregiudizio -universalmente radicato che le forme corporee degli antichi, che qui -finalmente si credeva di vedere nella loro realtà, fossero più belle di -quelle dei moderni. - - -Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma cresceva mediante -gli scavi: già sotto Alessandro VI si impararono a conoscere le così -dette _grottesche_, vale a dire le decorazioni delle pareti e delle -vôlte degli antichi, e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere: -sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte, della -Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra ed altre parecchie[384]; -anche i palazzi dei grandi e dei cardinali cominciarono a riempirsi -di statue e di frammenti antichi. Per Leone X Raffaello intraprese -quella restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla -la celebre sua lettera (o del Castiglione)[385]. In essa, dopo avere -amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente sotto Giulio -II, ancora duravano, egli supplica il Papa che voglia farsi protettore -dei pochi avanzi rimasti a testificare la grandezza e la potenza -di quei genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono -ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e sublimi. Poi, -con senso quasi di divinazione, traccia le linee fondamentali di una -storia comparata delle arti, e per ultimo accenna all'opportunità -di quei «restauri», che poi furono nella mente di tutti, e a questo -scopo esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare il -piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo tempo in avanti, -l'archeologia, tutta intesa ad illustrare la città eterna e la sua -topografia, sia cresciuta in scienza speciale, e come l'Accademia -vitruviana si sia sentita almeno da tanto di metter fuori un programma -colossale[386], non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel -quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo il gusto -per l'antichità si connette con tutte le altre tendenze di quel tempo -e cospira a dare un'impronta affatto caratteristica alla vita romana -d'allora. Il Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni si -diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la cerchia di Roma, -non ostante che Leone non sia riuscito con ciò nè a mettere in fuga le -cure e i dolori, nè a prolungar l'esistenza[387], che gli fu tronca -da una morte immatura. La splendida immagine della Roma di Leone, -quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile, per -quanto anche se ne conoscano i vizi e le piaghe, quali, ad esempio, il -servilismo di chi agognava a salire, la miseria segreta dei prelati -che, in onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente[388], -la protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando i -sommi, e finalmente l'amministrazione affatto rovinosa delle finanze -pubbliche[389]. Lo stesso Ariosto, che conosceva sì bene queste magagne -e ne parlava con amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta -di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno di Roma, -dove non gli sarebbe mancata la compagnia di coltissimi letterati, -che l'avrebbero accompagnato a vedere le rovine del tempo antico, -e dove avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e mezzi di -erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti nella Biblioteca del -Vaticano. Questi, egli soggiunge, sarebbero i veri allettamenti che mi -attirerebbero a Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato -della corte di Ferrara, non già la protezione medicea, alla quale da -gran tempo ho rinunciato. - - -Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti di solenne -patriottismo, le rovine ebbero anche la forza di sviluppare, in Roma e -fuori, manifestazioni di entusiasmo affatto elegiaco e sentimentale. -I primi sintomi trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel -Boccaccio (v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente -il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia quello di Castore e -Polluce, dove una volta soleva radunarsi il Senato, e quivi si esalta -alla memoria dei grandi oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo -affatto sentimentale si esprime più tardi Pio II, specialmente nella -descrizione di Tivoli[390], e poco dopo si ha la prima prospettiva -di rovine accompagnata da una descrizione del Polifilo[391], dove -figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati, circondati all'intorno -da vecchi platani, allori e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed -erba selvatica. Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce -l'uso, non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in mezzo -alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo[392]. Per ultimo -scorgesi la manifestazione pratica di questo medesimo sentimento -nella consuetudine invalsa di far entrare le rovine artificiali, come -requisito indispensabile, in qualsiasi grandioso giardino. - - - - -CAPITOLO III. - -Autori antichi risuscitati. - - Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo - XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno - sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte - all'antichità. - - -Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura -e dell'arte in generale, erano i monumenti della parola rimasti -dell'antichità greca e romana. Ciò è tanto vero, che in allora furono -addirittura riguardati come la fonte d'ogni sapere nel senso il più -assoluto. Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte sono -state più volte e variamente esposte: noi non possiamo aggiungere qui -che alcuni particolari men conosciuti[393]. - -Per quanto grande sembri essere stata da lungo tempo, e più -specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza degli antichi scrittori -in Italia, si potrebbe tuttavia dire che una tale influenza dipendeva -piuttosto da una più larga diffusione delle opere già conosciute, -che non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state fatte. I -più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e gli epistolografi -latini, insieme ad un certo numero di traduzioni latine di singole -opere di Aristotele, di Plutarco e di pochi altri greci, costituivano -in sostanza l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi -la generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti che -quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente un Omero greco, senza -poterlo leggere. La prima traduzione latina dell'Iliade e dell'Odissea -è dovuta al Boccaccio, che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un -greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia la grande -serie delle nuove scoperte, la fondazione sistematica delle biblioteche -creata colla moltiplicazione delle copie e il lavoro zelante delle -traduzioni dal greco.[394] - - -Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che talvolta si -videro per esso ridotti alle più dure strettezze, noi non ci troveremmo -in possesso se non di una minima parte degli scrittori greci, che -giunsero sino al nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando -era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar codici, e -fin d'allora egli si confessava vinto dalle due grandi passioni, che -prevalsero nell'epoca del Rinascimento, i libri e le fabbriche.[395] -Divenuto Papa, mantenne la parola, stipendiando copisti per scrivere -e mandando esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto -per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento ducati, il Guarino -per quella di Strabone mille fiorini d'oro e doveva averne altri -cinquecento, se il Papa non fosse morto precocemente. Morendo, egli -lasciò ricca di cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di -novemila volumi[396] quella biblioteca, che propriamente era destinata -in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne l'elemento -principale della celebre Biblioteca del Vaticano: essa doveva essere -collocata nello stesso palazzo papale come il suo più bell'ornamento, a -quel modo che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria. Quando -il Papa, in occasione della peste, si ritirò con tutta la sua corte a -Fabriano, vi condusse anche i suoi traduttori e compilatori, per essere -sicuro che non gli morissero. - -Il fiorentino Nicolò Niccoli,[397] uno degli eruditi che si -raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo a tutto il suo -avere a furia di acquistar libri; ma quando egli non ebbe più nulla, -i Medici gli tennero aperte le loro casse per qualunque somma egli -richiedesse per tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano -Marcellino e del libro _de Oratore_ di Cicerone, nonchè molte altre -scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare altresì il bellissimo -Plinio, che aveva già appartenuto ad un convento di Lubecca. Con una -liberalità veramente generosa egli dava a prestito i suoi libri, o -forniva ogni possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi -con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava ottocento -volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo la sua morte, e per -l'interposizione di Cosimo, passò al convento di S. Marco, sotto -condizione però che fosse accessibile al pubblico. - -Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il Poggio, -l'ultimo,[398] in parte anche quale incaricato del Niccoli, fece, come -è noto, importanti scoperte nelle abbazie della Germania meridionale, -ch'ebbe occasione di visitare quando si recò al Concilio di Costanza. -Egli trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano -completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo, che dicesi egli -abbia copiato per intero e assai nitidamente in soli trentadue giorni. -Trovò inoltre importanti frammenti, che ajutarono a completare Silio -Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano, Columella, -Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti altri; e per ultimo, insieme a -Leonardo Aretino, fece conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, -nonchè le Verrine di Cicerone. - -Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia, raccolse, con -sentimento di lodevole patriottismo[399] e non senza enormi sacrifici, -seicento codici, contenenti opere pagane e cristiane, e stava appunto -cercando un luogo sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice -sua patria, se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà, -sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura. La Signoria -di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a costruire un locale -apposito, ed anche oggidì la Biblioteca di S. Marco conserva una parte -di quei tesori.[400] - -La formazione della celebre biblioteca medicea ha una storia affatto -speciale, della quale noi non possiamo occuparci qui: il raccoglitore -principale per Lorenzo il Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno -che questa raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta -rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici (Leone X). - -La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu[401] in modo precipuo -fondata dal grande Federigo di Montefeltro (v. pag. 60), che aveva -già cominciato a raccogliere fin da fanciullo, e più tardi teneva -costantemente a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che -nel corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno di trenta -mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente e completata -specialmente coll'ajuto di Vespasiano, e ciò che questi ne riferisce -è degno di particolare attenzione, perchè ci dà l'idea più completa -di una biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano -gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di S. Marco di -Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino di quella di Oxford, e -si trovava, con senso di vero orgoglio, che la biblioteca urbinate, -per ricchezza di testi completi di ogni singolo autore, le superava -tutte di gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora i libri -del medio-evo e specialmente le opere di teologia, quali, ad esempio, -quelle di S. Tommaso d'Aquino, di Alberto Magno, di S. Bonaventura -ecc.; ma la biblioteca comprendeva molti rami dello scibile, e, per -citarne uno, vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di -raccogliere in fatto di medicina. Fra i _moderni_ primeggiavano i -grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio, ad esempio, con -tutte le loro opere; poi seguivano venticinque scelti umanisti, sempre -con tutte le loro opere latine ed italiane, come altresì colle loro -traduzioni. Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri della -Chiesa, ma non mancavano neanche i classici antichi, a proposito dei -quali nel catalogo incontransi i nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro -con tutte le loro opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo -deve essere assai presto scomparso da Urbino,[402] essendo fuor d'ogni -dubbio che, in caso contrario, i filologi non avrebbero tardato a -pubblicarlo. - -Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo, con cui si -moltiplicarono in allora i manoscritti e si vennero formando le -biblioteche. L'acquisto diretto di un manoscritto un po' antico, -che contenesse un testo raro, o il solo completo, od anche unico, -esistente, restava naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava -nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano il greco, -tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano coll'appellativo -speciale di «scrittori»: il loro numero fu e rimase sempre scarso, ed -erano retribuiti assai largamente.[403] Gli altri, detti semplicemente -copisti, erano in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro -lavoro, in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di qualche -guadagno straordinario. Per una singolarità, i copisti di Roma al -tempo di Nicolò V erano per la massima parte tedeschi e francesi,[404] -individui probabilmente venuti a chiedere qualche grazia alla Curia -e che, obbligati a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal modo -il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo de' Medici volle in -tutta fretta fondare una biblioteca per la sua prediletta abbazia al -di sotto di Fiesole, chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di -abbandonare l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè non -avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì di servirsi dell'opera -dei copisti; dietro di che Cosimo s'accordò con lui di un pagamento -a giornate, e Vespasiano stipendiò quarantacinque scrivani, che in -ventidue mesi gli fornirono duecento volumi completi.[405] La lista -delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V, che la stese -di propria mano.[406] (Naturalmente prevalevano su tutto il resto i -libri ecclesiastici e il corredo necessario pel servizio del coro). - -La forma della scrittura era quella nitida ed elegante introdottasi -in Italia sin dal secolo precedente e che piace tanto ancora oggidì, -vista nei libri di quel tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo -Mannetti, Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi -eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le scritture veramente -belle. Gli altri ornamenti, anche se non vi andava unita nessuna -miniatura, portavano l'impronta del massimo buon gusto, come lo provano -specialmente i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi fregi -lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui si scriveva, -se per grandi signori, era sempre la pergamena, e le legature nella -Vaticana e ad Urbino uniformemente in velluto cremisino con fermagli -d'argento. Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione che si -aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza dei fregi esterni, -non riescirà difficile a comprendere come ai libri stampati, che -improvvisamente cominciavano ad apparir d'ogni parte, non si facesse in -sulle prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare quello -che i biografi narrano di Federigo da Urbino, che cioè «si sarebbe -vergognato» di possedere nella sua biblioteca un libro stampato![407] - - -Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano il mestiere, ma -i molti che dovevano copiare un libro per averlo, — giubilarono della -invenzione tedesca.[408] Essa fu messa tosto a profitto in Italia per -la moltiplicazione e diffusione dei classici latini e poscia anche -dei greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto aspettarsi -dall'universale entusiasmo, che esisteva per questi scrittori. Qualche -tempo dopo cominciò a designarsi più nettamente la posizione reciproca -degli autori e degli stampatori,[409] e sotto Alessandro VI sorse la -censura preventiva, perchè non era più tanto facilmente possibile di -distruggere un libro, come Cosimo aveva poco prima potuto pattuire col -Filelfo.[410] - -Come da questo tempo in avanti, in connessione con lo studio -progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi venuta a poco a -poco formando una critica dei testi, non è del nostro assunto il -dimostrarlo, come non è nostro compito neanche di dare una storia -dell'erudizione in generale in un libro, che non mira tanto a mettere -in luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia, quanto -a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse nella vita e nella -letteratura del secolo, di cui si parla. Tuttavia ci sia permessa -ancora una osservazione sugli studi considerati in sè stessi. - - -L'erudizione greca si concentra essenzialmente in Firenze e nel secolo -XV, nonchè nei primordj del XVI. Ciò che il Petrarca e il Boccaccio -aveano fatto al loro tempo[411] per promoverla non accenna che ad un -entusiasmo da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti venuti -da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo studio del greco,[412] -e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali (Erasmo, gli Stefani -e Buddeo) se ne sieno frattanto impadroniti. Quella colonia avea -cominciato con Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè -con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca della presa -di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo, Teodoro Gaza, -Demetrio Calcondila (che allevò anche i propri figli Teofilo e Basilio -a valenti grecisti), Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia -dei Lascaris, con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento -della Grecia per opera dei Turchi fu completo, non vi fu più nessun -dotto superstite, ad eccezione dei figli dei fuggiaschi e forse qualche -condiotto o cipriotto. Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide -presso a poco anche il primo scadimento degli studi greci, si spiega -bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze generali[413] e colla -sazietà relativa, che avea cominciato a manifestarsi rispetto al -contenuto sostanziale della letteratura classica, ma certamente non vi -rimase estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti venuti -dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra gl'Italiani gli -anni, in cui lo studio del greco massimamente fiorì, furono quelli più -prossimi al 1500, che potrebbe dirsi in questo riguardo l'anno normale; -e fu appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente -uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano ancora dimenticato, -quali ad esempio i papi Paolo III e Paolo IV.[414] Ma un tale fervore -non si spiega se non col presupporre rapporti con uomini veramente -venuti dalla Grecia e greci di nascita. - -Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre, e Bologna, Ferrara, -Venezia, Perugia, Pavia ed altre città di quando in quando, maestri -stipendiati di greco.[415] Moltissimo poi deve questo studio al -coraggio di Aldo Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il -primo stampò in greco i più importanti e voluminosi autori. Egli -arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu in generale tale -tipografo, cui ben pochi anche più tardi possono essere paragonati. - - -Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche gli studi -orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole, e noi dobbiamo qui -farne menzione almeno con una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto -il sapere israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che ebbe a -sostenere Giannozzo Mannetti,[416] grande erudito e politico fiorentino -(morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare suo figlio Agnolo allo -studio non del latino e del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più -tardi ebbe l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente tutta -la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo consigliava ad -abbandonar la volgata.[417] Ma anche parecchi umanisti accolsero, molto -tempo prima di Reuclino, nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della -Mirandola possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un dotto -rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo furono i medici, che -non si accontentavano più delle traduzioni latine alquanto invecchiate -dei grandi maestri arabi: l'occasione forse fu data dai consoli -veneziani stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici -italiani. Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune traduzioni -dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo da Belluno,[418] innamorato -di Avicenna, dimorò lungamente a Damasco per apprendervi l'arabo e -fece poi alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di -Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra d'arabo -all'università di Padova. - - -Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima di passare a dir degli -effetti dell'umanismo in generale. Egli è l'unico che a voce alta e -con vero coraggio difese i diritti della scienza e della verità in -tutti i tempi, di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità -greco-romana.[419] Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo -Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici del -medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo eternamente, non nelle -scuole dei compilatori di sillabe, ma nella cerchia elevata dei dotti, -che non discutono più sulla madre di Andromaca o sui figli di Niobe, -ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni cosa umana e divina: chi -si avvicinerà un poco, vedrà che anche i Barbari avevano lo spirito -(_Mercurium_) non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile vigoroso -e non del tutto disadorno e con una esposizione nitida e serrata egli -combatte il pedantesco purismo e l'esagerata venerazione per una forma -non naturale, ma imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto -esclusivismo e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. In -lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso la filosofia -in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse soffocato ogni libero -slancio del pensiero. - - - - -CAPITOLO IV. - -L'umanesimo nel secolo XIV. - - Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca, - e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — - L'incoronazione dei poeti. - - -Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la venerata -antichità ed il presente, e che volevano trasfondere in questo la vita -e la cultura di quella? - -Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale assume oggi un -aspetto, domani un altro, ma che in mezzo a ciò ha la coscienza di -essere un elemento nuovo nella vita civile, e come tale è considerata -anche dai contemporanei. Come loro precursori possono, prima di ogni -altro, riguardarsi quei _Clerici vagantes_ del secolo XII, della -poesia dei quali s'è già parlato altrove (v. pag. 234): identica -l'instabilità dell'esistenza, identico il modo di guardare, talvolta -anche troppo liberamente, la vita, identica la tendenza a dare, almeno -in sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, di fronte -all'intera cultura del medio-evo pur sempre chiesastica, e coltivata di -preferenza dal clero, sorge una nuova cultura, la quale precipuamente -s'attiene a ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca -anteriore. I rappresentanti più attivi di essa acquistano una grande -importanza[420], perchè sanno ciò che seppero gli antichi, perchè -cercano di scrivere come scrissero gli antichi, perchè cominciano -a pensare e a sentire come pensarono e sentirono gli antichi. La -tradizione, alla quale essi si volgono, in mille punti si viene -trasformando in una vera riproduzione. - -Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i primordî di una -cultura senza paragone più autonoma, e schiettamente italiana, quali -si manifestarono intorno al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi -completamente soffocati dalla scuola degli umanisti[421]. Nel secolo -XIV, a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; perfin gli -asinai cantavano per le vie i versi di Dante; i migliori manoscritti -erano quelli posseduti e copiati da artefici fiorentini; e in allora -fu anche possibile la formazione di una enciclopedia popolare, quale -il «Tesoro» di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto certamente -ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere che era in tutti, e -questa alla sua volta s'era venuta formando e dalla lunga esperienza -nelle cose di Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai -viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento in cui vi si -aveva la vita oziosa e indolente. Per queste doti il popolo fiorentino -era salito in tal rinomanza presso tutte le nazioni, che papa -Bonifacio VIII non esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora -l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe sino dal 1400 -in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel moto naturale e spontaneo, -abituò a chiedere alla sola antichità la soluzione di qualunque -problema, ridusse la letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni, -e contribuì perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre -tutta questa erudizione non si basava che in una servile soggezione -all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio o prerogativa -speciale all'universalità del diritto romano, cercando e ottenendo in -tal modo il favore di tutti i tiranni. - -Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando sarà il caso di -discuterne il vero valore e di bilanciare il pro' ed il contro della -questione. Qui per ora ci preme soltanto di stabilire come cosa di -fatto, che fu anzi la stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella -che preparò necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, e che -appunto i più grandi nel campo della letteratura italiana propriamente -detta sono stati i primi ad aprire tutte le porte all'invasione -dell'antichità nel secolo XV. - - -Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari al suo avesse, -dopo di lui, potuto condurre sempre più innanzi la letteratura -italiana, essa, in onta a tutti gli elementi antichi che vi si -introdussero, non avrebbe mai mancato di serbare un'impronta affatto -nazionale e sua propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno -più prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre il primo, -che condusse l'antichità al limitare della nuova cultura moderna. -Però è vero che nella Divina Commedia egli non tratta in modo uguale -il mondo antico e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre -parallelli fra loro, e come il medio-evo antecedente avea messo insieme -i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e dalle figure dell'antico -e del nuovo Testamento, così egli appaja di regola un esempio -cristiano con uno pagano del medesimo fatto[422]. Ora non si deve -dimenticare che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano -noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana era relativamente -assai poco conosciuta, possedeva quindi una maggiore attrattiva e -doveva destare una più grande curiosità nell'universale, quando non ci -fosse stato nessun Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto -equilibrio. - -Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che come un grande -poeta: presso i suoi contemporanei invece la sua fama si basava assai -più sulla sua erudizione, in quanto egli era quasi una personificazione -dell'antichità, imitava tutti i generi della poesia latina e -scriveva lettere, le quali, come trattati speciali su singoli punti -dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali un valore, che -ognuno può facilmente comprendere. - -Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto al Boccaccio. Egli era -celebre in tutta Europa da ben duecento anni, prima che al di la delle -Alpi si sapesse qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue -opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in lingua latina. -Una di esse, _De Genealogia Deorum_, contiene nei libri decimoquarto -e decimoquinto una notevole appendice, nella quale egli discute la -posizione del giovane umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che -egli limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non deve per -avventura trarre altri in errore; guardando un po' più addentro alla -sostanza di quel lavoro, si scorge tosto, che il suo pensiero abbraccia -l'intero campo d'attività del poeta-filologo.[423] E sono i nemici di -questa che egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non -vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi teologi, -che riguardano come semplici follie le allusioni al monte Elicona, -alla fonte Castalia e al sacro bosco di Febo; gli avidi giuristi, -che considerano come inutile la poesia, perchè, non dà alcun guadagno -materiale: finalmente i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi -abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano e immorale -della società.[424] Dopo ciò segue la difesa esplicita, anzi l'elogio -della poesia, e in modo speciale del senso recondito ed allegorico, che -le si deve dare dovunque, e di quella oscurità, che le è necessaria -per tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. Da -ultimo giustifica lo slancio che presero gli studi dell'antichità al -tempo suo, con evidente allusione alla dotta sua opera.[425] In altri -tempi, egli dice, questi studi potevano essere pericolosi, perchè le -condizioni sociali erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva -avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per la grazia di -Gesù Cristo — la vera religione si è raffermata nelle sue basi, ogni -traccia di paganesimo è scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del -campo: oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (_fere_) senza -pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più tardi addussero in -propria difesa gli uomini del Rinascimento. - -S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo ed era sorta una -nuova classe d'uomini a rappresentarlo. Egli è inutile il questionare -se questo fatto avrebbe dovuto arrestarsi a mezzo il corso della sua -carriera ascendente, per cedere la prevalenza all'elemento prettamente -nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una sola, che -cioè l'antichità costituiva una delle più splendide glorie della -nazione italiana. - - -Essenzialmente propria a questa prima generazione di poeti-filologi è -una ceremonia simbolica, che non cessò neanche nei secoli XV e XVI, -sebbene vi abbia perduto tutto il lato sentimentale, vogliamo dire -l'uso di incoronare i poeti con una corona d'alloro. Le origini di -questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, nè si sa che -per essa abbia mai esistito un rito speciale: era una dimostrazione -pubblica, una testimonianza onorifica resa al merito letterario,[426] -e, appunto per questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile. -Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una specie di -consacrazione religiosa: egli voleva porsi in capo da sè la corona nel -battistero di S. Giovanni, dove egli stesso e centinaja di migliaia di -fiorentini erano stati battezzati.[427] Egli avrebbe potuto, dice il -suo biografo, in virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque, -ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. Da -questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, che sino a questo -tempo un tal uso non vi fu mai in Firenze, e passava comunemente -come cosa ricevuta in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine -reminiscenze infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline, -fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori di cetra, poeti -ed altri artisti, che, da Domiziano in poi, si celebravano ogni cinque -anni, e che sembrano essere sopravissute qualche tempo anche dopo la -caduta dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non osasse -incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, era naturale che si -domandasse quale avrebbe dovuto essere l'autorità, cui un tale ufficio -spettasse? Albertino Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova -dal vescovo e dal rettore dell'università; per l'incoronazione del -Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università di Parigi, che -appunto allora aveva a rettore un fiorentino, e l'autorità municipale -di Roma; e dal canto suo anche l'esaminatore, che egli stesso si -era scelto, il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la -ceremonia di propria mano a Napoli, se il poeta, come è noto, non -avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio di mano del senatore -di Roma. Dopo un tale esempio, il Campidoglio rimase per qualche -tempo la meta di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per -esempio, un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.[428] Ma -tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva moltissimo di -appagare la vanità degli uomini ambiziosi e di imporre alle moltitudini -spensierate con l'apparato di ceremonie grandiose e solenni. Partendo -dalla supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata una -volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani e che quindi -allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa il dotto Zanobi della -Strada,[429] a gran dispetto del Boccaccio, che a nessun patto volea -riconoscere come legittima questa _laurea pisana_ (l. c.). E per -verità si poteva anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e -mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del vero merito dei -poeti italiani. Ma, ciò non ostante, l'esempio incoraggiò, ed altri -imperatori in viaggio coronarono or qua, or là qualche poeta, dietro -di che alla lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi -non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non si badò più -nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, al tempo di Sisto IV, -l'accademia di Pomponio Leto distribuiva di propria autorità corone -d'alloro.[430] I Fiorentini ebbero il tatto di coronare i loro umanisti -solo dopo morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo -Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo Giannozzo -Mannetti recitarono l'elogio funebre in presenza di tutto il popolo e -dei signori del Concilio. In tali circostanze era d'uso che l'oratore -parlasse stando ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il -cadavere tutto vestito in seta.[431] Oltre a ciò, Carlo Aretino fu -onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno dei più belli -dell'epoca del Rinascimento. - - - - -CAPITOLO V. - -Le Università e le Scuole. - - L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. - — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in - Ferrara. — Educazione dei principi. - - -L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale oggimai dobbiamo -discorrere, presupponeva innanzi tutto che l'umanismo s'impadronisse -delle Università. E ciò veramente accadde, ma non in quelle proporzioni -e con quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. Le -Università d'Italia[432] per la maggior parte hanno un vero splendore -soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, allorquando la crescente -ricchezza domandava anche una cura maggiore della vita intellettuale -della nazione. In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre: -una di gius canonico, una di gius civile e una di medicina: col tempo -se ne aggiunsero altre tre, quella di rettorica, quella di filosofia -e una terza di astronomia, che di regola, ma non sempre, era una -cosa identica coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano -estremamente: talvolta consistevano perfino in un capitale dato per -una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura cominciarono le gare e -le gelosie, per modo che l'una Università cercava di rubare all'altra -i più celebri maestri, e per effetto di tali circostanze vuolsi che -Bologna talvolta abbia speso per l'Università non meno della metà -delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici si conferivano -ordinariamente solo per un tempo determinato,[433] e perfino per -singoli semestri, in guisa che i docenti menavano vita nomade, al -pari dei comici; taluni però s'accordavano per tutta la durata della -loro vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in nessun'altra -Università ciò che aveano insegnato in una. Oltre a ciò v'erano anche -dei docenti liberi, senza stipendio. Delle cattedre or ora menzionate -naturalmente quella di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma -non dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno possedeva -intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare anche a quelle di -giurisprudenza, di medicina, di filosofia o di astronomia. I rapporti -intrinseci delle scienze erano ancora molto mobili, al pari delle -condizioni estrinseche e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò -non deve tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori -stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello Stato che -li pagava, per la trattazione delle sue cause e de' suoi processi. -In Padova nel secolo XV un professore di diritto fu pagato mille -ducati annui[434] e ad un celebre medico se ne volevano dare duemila -e il diritto di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a -Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.[435] Quando -il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore a Pisa, accettò dal -governo di Venezia una cattedra a Padova e voleva partire per quella -città, la Signoria di Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo -libero che dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.[436] Egli è -appunto in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste professioni -speciali, che si arriva a comprendere come illustri filologi abbiano -aspirato a cattedre di diritto e di medicina, mentre d'altra parte è -anche vero che chi voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni, -non poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte dose di -tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti in altri rami avremo -occasione di parlare fra non molto. - -Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè in singoli casi -provvedute di abbastanza lauti stipendi ed emolumenti accessori,[437] -appartengono nel complesso alla classe di quelle che erano mobili -e transitorie, in guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera -sua ed essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università. -Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi sempre di udir qualche -cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, come d'altronde è facile a -comprendere con una scienza ancora in istadio di formazione e quindi -anche legata in gran parte al merito personale di chi la insegnava. -Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli autori antichi -e li interpetrava, appartenesse effettivamente all'Università, potendo -benissimo aver bastato un semplice invito privato, quando i mutamenti -erano sì facili, e sì grande il numero dei locali disponibili (nei -conventi ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,[438] -nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo splendore, -e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse anche di Martino V si -affollavano nelle aule per assistere alle gare di Carlo Aretino e del -Filelfo, esisteva non solamente una seconda Università quasi completa -presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una considerevole -riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, e singoli gruppi di -ragguardevoli privati, che si tassavano spontaneamente per farsi -leggere questo o quel corso di filologia o di filosofia. Lo studio -della filologia e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto -alcuno coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi esclusivamente -parte sopra una speciale protezione personale dei singoli Papi e -prelati, parte sugli uffici accordati nella Cancelleria papale. -Appena sotto Leone X fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione -della Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più grandi -celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; ma quel nuovo -splendore fu di assai breve durata. — Delle cattedre di greco in Italia -abbiamo già brevemente toccato (v. pag. 262). - -Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con cui allora veniva -impartita la scienza, si dovrà, quanto più è possibile, distogliere -l'occhio da tutte le nostre attuali istituzioni accademiche. Le -conversazioni e le dispute personali, l'uso costante del latino, e -presso molti anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli -insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora un aspetto, -che noi non possiamo figurarci, se non astraendo in tutto dal presente. - -Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, e non -già soltanto come preparazione agli studi superiori, ma propriamente -perchè la cognizione della lingua latina si reputava quivi necessaria -al pari del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva -immediatamente la logica. È cosa notevole che queste scuole non -dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità municipale; parecchie erano -sorte anche per la sola iniziativa privata. - -Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione di valenti -umanisti non solo si sollevò ad un alto grado di perfezione, ma divenne -effettivamente una fonte di educazione superiore. - - -Ma all'educazione dei figli di due case principesche dell'Italia -settentrionale andarono connesse altre istituzioni, che veramente -potevano dirsi uniche nel loro genere. - -Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova (1407-1444) venne -chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,[439] uno di quegli uomini -che consacrarono l'intera loro esistenza ad uno scopo, pel quale -si sentivano di dentro una vocazione affatto speciale. Egli educò -innanzi tutto i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da -lui condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; ma quando -la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui affluivano da tutte le -parti i figli delle più potenti e ricche famiglie, il Gonzaga non solo -permise che Vittorino consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare -anzi che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata -come la casa di educazione di tutto il mondo elegante. Qui, per la -prima volta, all'istruzione scientifica si videro associati anche i -più lodati fra gli esercizi ginnastici, come elemento indispensabile -per una educazione completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non -tardarono ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino -pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua missione, ed erano -i poveri dotati di singolari attitudini, che egli nutriva ed allevava -in sua casa _per l'amore di Dio_, abituando così i privilegiati della -fortuna a rispettare in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga -gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse sempre del -suo l'eccedente della spesa, che spesse volte importava altrettanto. -Egli sapeva che Vittorino non faceva per sè il più piccolo risparmio, -e senza dubbio capiva che l'educazione accordata ai giovani privi -di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo veramente -maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema della casa era -strettamente religioso, quanto in qualsiasi convento. - -Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello che seguì Guarino -da Verona,[440] il quale nel 1429 fu chiamato a Ferrara da Niccolò -d'Este per l'educazione del proprio figlio Lionello, e poscia, dal -1436 in avanti, quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase -in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le lingue classiche -presso quell'Università. Anch'egli, fin da quando istruiva Lionello, -aveva accolto in sua casa un drappello scelto di giovani poveri -di diversi paesi, che manteneva in parte ed anche del tutto a sue -spese: le ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che egli -consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già date. Anche qui -la religione e la morale erano rigorosamente osservate; nè certamente -dipendette dal Guarino, o da Vittorino che la maggior parte degli -umanisti del loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo -doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come il Guarino, -con una attività quale era la sua, abbia tuttavia trovato il tempo -necessario per condurre a termine tante traduzioni dal greco e tanti -lavori originali, come fece. - -Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte delle altre -d'Italia l'educazione delle famiglie principesche venne, almeno in -parte e per alcuni anni, in mano agli umanisti, i quali con ciò fecero -un passo più addentro nella vita delle corti. Lo scriver trattati -sull'educazione degli uomini destinati a regnare era stato fin qui il -compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare degli umanisti, ed -Enea Silvio, per esempio, stese per due giovani principi della casa -d'Absburgo speciali trattati sulla loro educazione ulteriore,[441] nei -quali naturalmente egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso, -nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse già lo -scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo vediamo adoperarsi in ogni -maniera perchè quegli scritti avessero grande diffusione anche altrove. -Ma dei rapporti degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più -largamente. - - - - -CAPITOLO VI. - -I fautori dell'umanismo. - - Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi - Medici. — Principi: i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso - di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — - Sigismondo Malatesta. - - -Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente a Firenze, quei -cittadini, che dello studio dell'antichità fecero lo scopo principale -della loro vita, e in parte divennero essi stessi grandi eruditi, in -parte grandi dilettanti, che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254 -e segg). Pel periodo di transizione, che comincia al principio del -secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè pei primi -tradussero praticamente nella vita l'umanismo, come un elemento affatto -indispensabile. I principi e i Papi non se ne interessarono seriamente -se non molto più tardi. Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è -già parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da Vespasiano -(pag. 625) come un uomo, il quale, anche in tutto ciò che al di fuori -lo circondava, non tollerava nulla, che non avesse una certa impronta -di antichità. Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento, -affabile nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica, -lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e maravigliosa; -amantissimo della pulitezza in ogni cosa, egli la portava allo scrupolo -nel servizio della tavola, sulla quale non figuravano che vasi e calici -antichi e lini candidissimi.[442] Il modo con cui seppe guadagnarsi -l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è troppo -singolare per non dover esser qui raccontato[443] colle parole stesse -del suo biografo: - -«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, sendo giovane di -bellissimo aspetto e dato molto ai piaceri del mondo, alle lettere non -pensava, perchè il padre era mercadante, e, come fanno quelli che non -n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il figliuolo vi desse -opera... Sendo in Firenze Nicolao Niccoli, ch'era un altro Socrate -e un altro Catone di continenza e di virtù, passando uno dì messer -Piero, senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal palazzo -del Podestà[444] lo chiamò, vedendo uno giovane di sì bello aspetto. -Sendo Nicolao uomo di grandissima riputazione, subito venne a lui. -Venuto, come Nicolao lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo. -Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, quale era il -suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: attendo a darmi buon -tempo. Nicolao gli disse: sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono -aspetto, egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le lettere -latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; e se tu non le impari, -tu non sarai stimato nulla: passato il fiore della tua gioventù, ti -troverai senza virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao, -subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli disse che -volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse uno precettore, che si -lascierebbe consigliare a lui. Nicolao gli disse che del precettore e -de' libri lasciasse pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa. -A messer Piero parve che gli fosse venuta una grande ventura. Dettegli -Nicolao uno dottissimo uomo, che si chiamava il Pontano, peritissimo in -greco ed in latino, e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva -onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario di cento -fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero infinite lascivie e voluttà, -alle quali egli era volto, e dettesi in tutto alle lettere, che il dì e -la notte non attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo che -sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed avendo uno dottissimo -precettore, cominciò a avere buonissima notizia delle lettere -latine, delle quali egli acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande -riputazione,..... Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e molte orazioni -di Livio in soluta orazione, per spasso, andando a uno suo luogo che -aveva, e che si chiamava il Trebbio». - - -In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità Giannozzo -Manetti.[445] Mostrando ancor da fanciullo una maturità precoce, egli -avea fatto il suo alunnato nel commercio e teneva i registri di un -banchiere; ma dopo qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe, -come vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale soltanto -l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, primo fra tutti i -nobili fiorentini, si seppellì fra i libri e divenne, come già s'è -notato, uno dei più grandi eruditi dell'epoca sua. Ma quando lo Stato -lo adoperò al suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità -di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi uffici in -modo da far palese a tutti l'alto concetto che egli aveva della propria -missione, ispiratogli senza dubbio dalla vastità de' suoi studi e da un -sentimento di pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli -curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate dallo Stato, -rinunciando ad ogni retribuzione per sè; quale preposto alla provincia, -la provvide di vettovaglie, respinse qualsiasi dono, compose le liti e -fece quanto era in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle -passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a quale dei due -partiti, in che era allora divisa la loro città, egli di preferenza -inclinasse: e, quasi a prova ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte -e il diritto di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia, -che poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, nel -palazzo del Comune. Alla sua partenza la città gli regalò una bandiera -con suvvi il proprio stemma ed uno splendido elmo d'argento. - -Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze di questo -tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che ne dice Vespasiano (che -li conosceva tutti), perchè l'ambiente nel quale egli scrive e le -circostanze per le quali egli si trova a contatto con quei personaggi, -sono spesso assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra. -Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, alla quale -qui siamo condannati, noi non faremmo che sciupare questo, che è il -pregio principale del suo libro. Non è un grande scrittore, ma conosce -addentro tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza -morale. - -Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici del secolo XV, -Cosimo il vecchio principalmente (morto nel 1464) e Lorenzo il -Magnifico (morto nel 1492), esercitarono su Firenze in particolare -e sui loro contemporanei in generale un prestigio così potente ed -irresistibile, si troverà che esse non derivavano soltanto dalla loro -superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, dall'essersi essi -posti alla testa di tutta la cultura, che allora sorgeva. Chi al posto -di Cosimo, come mercadante e capo-parte in Firenze, ha eziandio con -sè tutta la schiera degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi -per casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per cultura -il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un privato: nel fatto -egli è un vero principe. Cosimo ha poi la gloria speciale di aver -riconosciuto nella filosofia platonica[446] il più bel frutto della -filosofia antica, di aver infuso questa sua persuasione in quanti -lo circondavano e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa -dell'umanismo, un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità. -Il fatto ci è narrato[447] assai esattamente: tutto ebbe origine -dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo e dallo zelo personale -di Cosimo negli ultimi suoi anni, in guisa che, per ciò che riguardava -il platonismo, il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi -il figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino -si riguardava già come il capo di una scuola; alla quale passò, -abbandonando i Peripatetici, anche il figlio di Piero e nipote di -Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra i più illustri fra' suoi condiscepoli -vengono menzionati Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo -Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi delle sue -opere, che Lorenzo s'era addentrato in tutte le dottrine più recondite -del platonismo e s'era dichiarato convinto non potersi quasi, senza -esso, essere nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo -di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva tutto in questa -atmosfera elevata di una filosofia idealistica ed emergeva di gran -lunga sopra tutte le altre riunioni di questa specie. Questo solo era -l'ambiente, nel quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico -della Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode si è -che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, qui ebbe un sacro -asilo anche la poesia italiana, e di ciò il merito principale era tutto -di Lorenzo. Come uomo di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p. -111, 124): uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato, -di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale alla fortuna nei -destini, che ebbe a subire Firenze; ma sarà sempre somma ingiustizia il -voler accusare Lorenzo di non aver nel campo della cultura accordata -la sua protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire dalla -propria patria Leonardo da Vinci e il matematico fra Luca Pacciolo, -di non avere in nessun modo incoraggiato il Toscanelli, il Vespucci ed -altri. Uomo universale invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che -giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, fu certo uno dei -più magnanimi e liberali e forse l'unico, che lo fece non per iscopi -di vanità od ambizione, ma per obbedire ad un bisogno innato dell'animo -suo. - -Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare altamente -il pregio della cultura in generale e quello dell'antica in modo -particolare. Ma una devozione al tutto entusiastica, una persuasione -che questo bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun -popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei Fiorentini del -secolo XV e in parte anche del XVI. Le prove, benchè indirette, -abbondano e sono tali da non lasciar dubbio alcuno in proposito: -non si avrebbe si di frequente ammesso le figlie di famiglia a -partecipare agli studi, se questi non fossero stati assolutamente -considerati come il più prezioso ornamento della vita: non si sarebbe -convertito l'esiglio in un soggiorno di pace e tranquillità, come -fece Palla Strozzi; nè uomini, che del resto si permettevano ogni -eccesso, avrebbero conservato tanta calma e forza di volontà da -illustrare criticamente la storia naturale di Plinio, come fece Filippo -Strozzi.[448] Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo loro tanto -più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto nostro non è che -di investigare e far conoscere lo spirito di un'epoca per ciò che esso -è veramente e quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni. -Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in Italia, dove e -singoli privati e intere associazioni misero in opera tutti i mezzi -possibili per promuovere l'umanismo e per soccorrere i dotti che lo -rappresentavano. Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si -raccoglie una serie abbondantissima di notizie sulle persone che vi -presero parte.[449] Le tendenze ufficiali dei meglio istrutti davano -quasi sempre l'indirizzo, in un senso o nell'altro, all'entusiasmo di -tutti. - - -Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti principesche. -Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, condannati dal -paro a non contare che sopra sè stessi e sul proprio ingegno, s'è -già toccato altrove (v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa -confessione, preferiva le corti alle città libere anche per un'altra -ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che vi trovava. Al -tempo, in cui sembrava che Alfonso il Magnanimo d'Aragona potesse farsi -padrone di tutta Italia, Enea Silvio scriveva[450] ad un Sanese suo -compatriota: «se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare la -pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse per opera di un -qualsiasi governo repubblicano, poichè un animo regale è sempre più -proclive a premiare il vero merito».[451] Anche in questo riguardo -i moderni s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato -debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di adulatori -prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, dalle lodi esagerate -degli umanisti si era tratto argomento per portare di questi stessi -principi un troppo favorevole giudizio. Fatta la somma del pro' e -del contro, resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor loro -nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi alla testa della -cultura del proprio tempo e del proprio paese, per quanto pure essa -fosse imperfetta e ristretta. In alcuni Papi poi par quasi favolosa la -tranquillità, con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel -lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.[452] Nicolò -V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, perchè migliaia di -dotti le stavano a fianco, pronti a difenderla e ad aiutarla. Pio II -non si mostra invero troppo largo verso la scienza, e i poeti che -rallegrano la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma, -in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della repubblica -letteraria e si compiace di questa gloria al tutto profana. Soltanto -sotto Paolo II cominciarono i sospetti e le diffidenze contro la -cultura umanistica dei secretari apostolici, e i suoi tre successori, -Sisto, Innocenzo ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica e si -lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla persino di una -_Borgiade_, scritta probabilmente in esametri),[453] ma ebbero in -generale ben altre preoccupazioni e cercarono appoggi più solidi, che -non fossero le servili adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio -II trovò i poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano -tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); ma non pare -ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. A lui successe -Leone X: «dopo Romolo, Numa», dissero i poeti d'allora, che, dopo un -Pontificato tutto dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro -alle Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben risonanti -era una delle caratteristiche di Leone, e sta di fatto che la sua -protezione a questo riguardo portò le cose ad un punto, che i poeti -latini che lo circondavano, non rifinirono di esaltare con elegie, -odi, epigrammi e sermoni innumerevoli[454] la felicità di un'epoca, il -cui carattere principale era quello di una spensierata allegria, sì -ben dipinta dal Giovio nella vita di questo Papa. Forse nella storia -occidentale non v'è un principe che sia stato tanto glorificato, con -sì poche pagine nella sua vita veramente degne di lode. I poeti erano -ammessi alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno, -quando avean cessato di circondarlo i citaristi;[455] ma uno dei -migliori di quella schiera[456] ci lascia intendere, che essi gli erano -sempre al fianco tanto nei giardini, quanto nello stanze più segrete -del suo palazzo, e chi avea la disgrazia di non poter giungere sino -a lui, tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una supplica -in forma di elegia, nella quale di solito si faceva intervenire tutto -l'Olimpo.[457] Imperocchè Leone, generoso sino alla prodigalità e -desideroso di veder sempre visi allegri, donava con tale larghezza, che -nei gretti tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.[458] -Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della Sapienza, -s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare al di sotto del vero -l'influenza esercitata da Leone sull'umanismo, bisogna tener l'occhio -libero dalle molte ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve -lasciarsi trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata (v. -pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: il giudizio -deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, che possono essere -la conseguenza di un «primo impulso dato» e che veramente sfuggono -nell'insieme di una rappresentazione generale, ma si palesano poi in -singoli casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse dal -1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto d'Europa, ha -pur sempre in un modo o nell'altro la sua origine nella iniziativa, -che partì da Leone. Egli è quel Papa che, concedendo il privilegio -allo stampatore delle opere di Tacito recentemente scoperte,[459] -potè dire che «i grandi autori sono una guida della vita, un conforto -nelle sventure», e che il favorire i dotti e il fare incetta di -buoni libri gli è parsa sempre opera lodevolissima, per cui anche -allora ringraziava il cielo di poter contribuire al bene dell'umanità -incoraggiando la pubblicazione di quel libro. - -Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli artisti, fece -fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i letterati e portò così la -fama del grande mecenate fino alle più remote estremità della Penisola. - - -Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò maggiore -entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo d'Aragona, re -di Napoli (v. pag. 47). Sembra che questo entusiasmo in lui fosse -veramente sincero, e che il mondo antico esistente nei monumenti e -negli scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, una -gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto della sua vita. -Con singolare leggerezza egli cedette l'inquieto suo regno d'Aragona -al fratello, per dedicarsi interamente a quello, che recentemente -aveva acquistato. Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora -contemporaneamente,[460] Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane, -Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, facendoli suoi -storiografi: quest'ultimo doveva ogni giorno spiegar qualche passo -di Livio dinanzi al re e alla sua corte, anche duranti le spedizioni -guerresche. Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila -fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua _Historia Alphonsi_, -una pensione annua di più che cinquecento ducati, ed oltre a ciò gli -regalò mille cinquecento fiorini d'oro al termine dell'opera con queste -parole: «non intendo con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non -può esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie migliori -città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi soddisfatto». Quando -egli assunse Giannozzo Manotti a suo segretario, facendogli lautissime -condizioni, gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio ultimo -pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando questi andò alla sua -corte per incarico della Signoria di Firenze a congratularsi del -matrimonio del principe Ferrante, e l'impressione che n'avea ricevuto -era stata sì grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato sul -trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno muovere una mano «a -cacciarsi gl'insetti». Il suo ritiro prediletto sembra essere stata la -biblioteca del castello di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano -di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti discutere, -per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente religioso -e, insieme a Livio e a Seneca, non mancava di farsi leggere anche -la Bibbia, che sapeva quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual -sorta di venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio in -Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, potè ottenere dai -Veneziani un avambraccio del medesimo e lo accolse con pompa solenne a -Napoli, chi sa qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel -suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi gli fu mostrata -da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed egli mandò un saluto a quella -terra e ne ringraziò il genio tutelare: senza alcun dubbio egli si -compiaceva dì veder confermata col fatto la profezia del grande poeta -sulla sua fama avvenire.[461] Una volta gli piacque di mostrarsi egli -stesso in pubblico vestito all'antica, e fu appunto nel suo celebre -ingresso in Napoli dopo la conquista (1443): non lungi dal mercato -fu aperta nelle mura una breccia della larghezza di quaranta braccia; -per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, alla guisa di un -trionfatore romano.[462] Anche la ricordanza di questo fatto è stata -eternata con uno splendido arco trionfale di marmo nel Castello nuovo. -— I suoi successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, nulla -affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, come di tutte le -altre sue buone qualità in generale. - - -Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di Urbino,[463] che -si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, non dissipò mai nulla, -e, come in tutte le cose, così anche nel far rivivere l'antichità -procedette con un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il -vanto di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni dal -greco e un numero rilevante delle più importanti interpretazioni, -illustrazioni e simili. Egli spese molto, ma con saggezza, nelle -persone che adoperava. Poeti di corte non ce ne furono mai ad -Urbino; il principe stesso era il personaggio il più dotto. Veramente -l'antichità non fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire -perfetto come uomo, come capitano e come principe, egli si studiò -di possedere molta parte del sapere d'allora in generale, e, che è -più, per iscopi pratici, mirando più alla sostanza che alla forma. -Come teologo, per esempio, egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo -Scoto e conosceva anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente e -d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia sembra -che abbia lasciato interamente Platone alle predilezioni di Cosimo suo -contemporaneo; ma di Aristotile conosceva non soltanto l'Etica e la -Politica, ma anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue -letture pare che predilegesse in modo speciale gli antichi storici, che -possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava egli sempre a leggere -e a farsi leggere». - - -Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti[464] e proteggono -gli studi, come abbiamo già avuto occasione di accennare (v. pag. 37, -53). Il duca Francesco, a quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli -riguardava la cultura umanistica come un ornamento indispensabile, -e ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio -inestimabile, che il principe potesse trattare cogli uomini più colti -da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente latinista egli stesso, -mostrò più tardi un vivo interessamento per ogni genere di cultura, -senza limitarsi alla sola antichità (v. pag. 56). - -Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil genere -di gloria, e si fa loro un gran torto se si crede che non abbiano -mantenuto i loro letterati di corte per altro fine, che per esserne -celebrati e adulati. Di un principe quale fu Borso di Ferrara (v. -pag. 46), non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità, -che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche questi -abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e simili; egli era troppo -persuaso della sua potenza, per scendere a tanto; ma la compagnia dei -dotti, il culto dell'antichità e una elegante epistolografia latina -erano cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. Quante -volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure aveva tanta cultura, -(v. pag. 63), che la sua gracilità in gioventù lo abbia costretto a -cercare distrazioni e salute unicamente nel lavoro manuale![465] Ma -chi potrebbe dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non -li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i letterati? -In un'anima come la sua la simulazione era abituale, nè giunsero mai a -leggervi nettamente per entro nemmeno i suoi contemporanei. - -Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono il bisogno -di avere uno o più umanisti alla loro corte: e in tal caso il maestro -di casa o il segretario diventano per un tempo più o meno lungo -il personaggio più importante fra tutti quelli che circondano il -principe.[466] Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con -troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano e non sono -inezie, e si dimentica che nell'ordine morale i fatti più salienti sono -appunto quelli, che non obbediscono a nessuna regola, o consuetudine. - - -Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata la corte di -Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero Sigismondo Malatesta. -Egli aveva intorno a sè un certo numero di filologi, taluni dei quali -erano riccamente provvisti anche col possesso di qualche podere, -altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo lo stipendio -di ufficiali e servendo anche in tale qualità.[467] Essi tenevano -frequenti ed acri dispute nel castello di Sigismondo (_arx sismundea_), -presente lo stesso «re», come essi lo chiamavano; naturalmente le loro -poesie latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori con la -bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre ricostruzione -della chiesa di S. Francesco in Rimini, per convertirla in monumento -sepolcrale: _Divae Isottae sacrum_. E quando i filosofi muojono, son -collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle pareti -esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il tempo della -morte di ciascuno e segna l'anno del regno di Sigismondo, figlio di -Pandolfo.[468] Dire oggidì che un mostro simile amava la scultura e la -compagnia dei dotti, parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile; -pure l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare in -effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo conosceva le storie -ed era molto innanzi nella filosofia, e sembrava nato a tutto ciò che -intraprendeva».[469] - - - - -CAPITOLO VII. - -Riproduzione dell'antichità. Epistolografia. - - La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare. - - -Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le Repubbliche, quanto -i Principi e i Papi non credevano poter far senza degli umanisti: -la redazione delle corrispondenze epistolari, e la preparazione dei -discorsi da tenere in pubblico o nelle solenni circostanze. - -Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere un buon -latinista, ma anzi si crede che solo un umanista possegga le attitudini -e la cultura necessarie per essere un buon segretario. Ammessa una tale -supposizione, s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri -scienziati del secolo XV abbiano per la massima parte consacrato in -tal modo una parte considerevole della loro vita al servizio dello -Stato. Nella scelta non si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè -all'origine del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono -la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,[470] tre erano originari -della soggetta città di Arezzo, vale a dire Leonardo (Bruni), Carlo -(Marzuppini) e Benedetto Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova, -ugualmente nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una -consuetudine invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori uffici -della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo Manetti furono anche ad -intervalli cancellieri segreti dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli -pur divenirlo. Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da -ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio. Da Nicolò V e -Pio II in avanti[471] il palazzo papale attira le menti più poderose -nella sua cancelleria, e ciò accade perfino sotto gli ultimi Papi del -secolo XV, tutt'altro che devoti al culto della letteratura. Nella -Storia dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un atto di -vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che non seppe trattare -come meritavano i suoi cancellieri, quella splendida riunione di -«poeti ed oratori, che impartiva alla Curia altrettanto lustro, quanto -ne riceveva». Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle prese -fra loro, quando sorge una questione di preminenza, o quando, per -esempio, gli avvocati concistoriali vogliono stare in pari rango con -loro, o, peggio ancora, si arrogano di sorpassarli![472] Tutto ad un -tratto le citazioni piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di -Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere anticipatamente -gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano di Porsenna, che da -Muzio Scevola fu scambiato pel re stesso, un terzo nomina Mecenate, -depositario dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania -gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri, e -simili.[473] «Gli scrittori apostolici hanno nelle loro mani i più -importanti affari del mondo; imperocchè chi, all'infuori di essi, -determina i punti della fede cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce -la pace, compone le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non essi, -redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera Cristianità? -Sono essi che destano la maraviglia nei re, nei principi e nei popoli -con tutto ciò che viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e -le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè dal Papa, -ai servigi del quale sono sempre pronti ed attivi in qualsiasi ora del -giorno e della notte». Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della -gloria e della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di -Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto. - - -Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante; anzi la maggior -parte di esse usano uno stile assai grossolano in un latino, che non -ha alcuna purezza. Nei documenti milanesi riportati dal Corio, accanto -a forme di questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente -attico un paio di lettere, che debbono essere state scritte da membri -della stessa famiglia regnante e in momenti di supremo pericolo.[474] -Ciò mostra che l'eleganza della dizione si reputava necessaria in -ogni momento della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una -abitudine. - -È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero studiate a -que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone, di Plinio e d'altri. -Ancora nel secolo XV comparve una serie di manuali e formularj di -epistolari latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali -e lessicografici), la cui moltitudine desta anche oggidì la maraviglia -nelle biblioteche. Ma quanto più gli inetti non esitavano a servirsi di -tali aiuti, tanto più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno -di tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano, e un -po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono riguardate come capilavori -inarrivabili non solo di stile latino, ma di epistolografia in genere. - -Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno stile epistolare -classico italiano, nel quale di nuovo il Bembo porta il vanto su tutti. -È un modo di scrivere affatto moderno e che si scosta in tutto dalla -forma latina, ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza si -mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste lettere -sono scritte bensì in parte in via confidenziale, ma per lo più con la -vista di una possibile pubblicazione, e sempre poi colla supposizione -che potessero essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530 in -poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di lettere diverse -messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze speciali di singoli -autori, e lo stesso Bembo acquistò fama di eccellente epistolografo non -solo nella lingua latina, ma anche nell'italiana.[475] - - - - -CAPITOLO VIII. - -L'eloquenza latina. - - Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi - solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — - Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. - — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — - Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento - dell'eloquenza. - - -Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è la posizione -dell'oratore[476] in un'epoca e presso un popolo, in cui l'ascoltare -è un piacere assai ricercato e in cui inoltre le memorie del senato -romano e de' suoi oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza -appare ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel medio-evo -aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai un elemento necessario, -ed un ornamento di ogni uomo posto in condizione alquanto elevata. -Moltissimi momenti solenni della vita, che ora sono riempiti dalla -musica, in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o italiane. -Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio sulla maggiore -opportunità dell'uno o dell'altro di tali trattenimenti. - -La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; ciò -che innanzi tutto si ricercava in lui era un ingegno e una cultura -umanistica superiori ad ogni critica. Alla corte di Borso in Ferrara -il medico del duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del -ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico III, che al -papa Pio II.[477] Egli era d'uso altresì che laici, anche ammogliati, -potessero salire il pergamo nelle chiese e parlare di là in ogni -occasione solenne o funebre, e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai -Padri non italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana -quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio chiamò a -tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva ancora ricevuto verun -ordine sacro; ma in fine vi si adattarono e stettero ad udirlo con la -più viva attenzione.[478] - - -Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più importanti e più -frequenti delle pubbliche concioni. Non per nulla, innanzi tutto, si -dicono oratori gli inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni -segrete vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, un -discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva solenne.[479] -Ordinariamente uno del personale della ambasceria, spesso assai -numerosa, prendeva la parola per tutti; ma una volta accadde a Pio II, -dal quale, come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito, -che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.[480] Poi -parlavano volentieri anche i principi, per lo più dotti e ugualmente -padroni delle eleganze latine e italiane. I figli della famiglia -Sforza furono assai per tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, -ancor giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi al Gran -Consiglio di Venezia,[481] e sua sorella Ippolita salutò nel 1459 al -Congresso di Mantova il papa Pio II con un forbito discorso.[482] Lo -stesso Pio II s'è preparata da sè l'alta posizione cui giunse col -fascino irresistibile della sua eloquenza, nè senza essa forse vi -sarebbe mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e alla -sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) rapiva, -quanto l'impeto della sua parola».[483] Questa fu certo la causa -principale, per cui moltissimi lo reputarono degno del Papato, ancora -prima che fosse eletto. - -Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento si recitasse -dinanzi ai principi una orazione, che di frequente durava una qualche -ora. Naturalmente ciò non accadeva se non quando il principe era noto -per particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,[484] e -quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, un letterato di -corte, un professore di università, un funzionario pubblico, un medico -od un ecclesiastico. - -Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi altra occasione -politica, e, secondo la fama dell'oratore, era più o meno grande il -concorso dei cultori dell'arte. Nelle nomine annuali dei pubblici -ufficiali e nell'ingresso de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista -non dovea mancare di arringarli con un discorso o talvolta anche con -odi saffiche e con esametri;[485] e alla sua volta nessun funzionario -pubblico poteva assumere il suo ufficio senza tenere un indispensabile -discorso di circostanza, per esempio, sulla giustizia, e simili: e -fortunato colui, che meglio riusciva. In Firenze si costrinsero perfino -i Condottieri, chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli -arringare, nel momento di conferir loro il supremo comando, dal più -dotto dei segretari dello Stato in presenza di tutto il popolo.[486] -Sembra che nella Loggia dei Lanzi, l'aula solenne dove il governo -soleva presentarsi al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli -oratori (_rostro, ringhiera_). - - -I giorni anniversari della morte di qualche principe venivano in modo -speciale solennizzati con discorsi commemorativi. Anche l'orazione -funebre propriamente detta era quasi sempre di spettanza particolare -dell'umanista, il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre -vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, ma anche -di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio ragguardevole.[487] -Altrettanto accadeva dei discorsi in occasione di sponsali e di nozze, -salvo che questi non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma -bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli sponsali di -Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto nel castello di Milano. (Ma -potrebbe anche essere stato pronunciato nella cappella del Palazzo). -Anche illustri famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come -di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni a Ferrara si -usava, senz'altro, di pregare il Guarino[488] a voler mandare qualcuno -de' suoi scolari. La Chiesa, come tale, non interveniva nè nelle nozze, -nè nei funerali se non colle proprie ceremonie. - -Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento -di nuovi professori, o tenuti dai professori stessi nell'apertura dei -corsi delle loro lezioni,[489] abbondavano per lo più di molte frondi -rettoriche. L'ordinaria lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa -assai di frequente ad una orazione propriamente detta.[490] - -Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano questa o quella -forma secondo la qualità dell'uditorio, dinanzi al quale dovevano -essere pronunciate; ma anch'esse talvolta s'infioravano di ornamenti -raccolti nel campo della filosofia e dell'antiquaria. - -Un genere affatto speciale di eloquenza era quello delle allocuzioni -militari, che si tenevano sempre in lingua italiana prima o dopo la -battaglia. In queste avea fama di eccellente Federigo da Urbino,[491] -la cui parola infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per -la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli scrittori -di cose militari del secolo XV, per esempio dal Porcellio (v. pag. -135), può sembrar finta in parte, ma in parte si basa effettivamente su -parole, che furono pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le -allocuzioni alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno 1506 -principalmente per impulso del Machiavelli,[492] in occasione delle -riviste e, più tardi, nella ricorrenza di una speciale festività annua. -Esse non miravano che a tener vivo il patriottismo in generale, ed -erano pronunciate nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie -stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza e con una -spada in mano. - - -Finalmente la predica propriamente detta talvolta non si differenzia -nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione, in quanto che molti -ecclesiastici s'erano messi anch'essi allo studio dell'antichità -e volevano esservi tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un -oratore affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato come -santo, si credette in dovere di non dispregiare i precetti rettorici -del celebre Guarino, quantunque non si fosse proposto di predicare che -in lingua italiana. Le esigenze, specialmente verso i predicatori della -quaresima, non erano senza dubbio in allora minori, che in qualsiasi -altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche un uditorio, che era in -grado di star ad udire questioni di filosofia trattate dal pergamo, e -che anzi, a titolo di cultura, le pretendeva.[493] Ma qui noi parliamo -specialmente dei più illustri predicatori latini di circostanza. Più -di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro rubata dai dotti -laici, ai quali di regola lasciavansi tutte le orazioni panegiriche e -funebri, i discorsi gratulatori o per nozze o per ingresso di vescovi o -per celebrazione di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle -feste commemorative di qualche ordine religioso.[494] Ma alla corte -papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori ordinariamente -nel secolo XV non erano che monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV -Jacopo da Volterra nomina e critica severamente, dal punto di vista -dell'arte, questi oratori.[495] Fedra Inghirami, celebre per tal genere -di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno ricevuto gli ordini -sacri e godeva un canonicato in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove -contavasi già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In -generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in questo come in -altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi degli umanisti profani; -ma di ciò avremo occasione di parlare più innanzi. - - -Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di questi discorsi -presi nel loro insieme? Una naturale facilità a ben parlare non pare -che sia mai mancata agli italiani neanche nel medio-evo, e da tempo -antichissimo fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si -diceva la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio -dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce Filippo -Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno Casini fiorentino,[496] -che morì ancor giovane della pestilenza del 1348. Con intendimenti -affatto pratici, vale a dire, per addestrare i fiorentini a parlare -facilmente e con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli -dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione, alla -declamazione, al gesto e al modo di contenersi in generale. Ma anche -senza di questa, non mancano altre testimonianze, le quali parlano -di una educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti -nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto il poter con -elegante improvvisazione latina suggerire in qualsiasi circostanza una -deliberazione od un provvedimento pubblico. Lo studio sempre crescente -delle orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano -e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi manuali,[497] -gli aiuti che si traevano dal progredire continuo della filologia -in generale, e la grande abbondanza di materiali antichi, con cui si -poteva e doveva infiorare i propri pensieri, furono circostanze che -contribuirono non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza. - - -Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo gl'individui. -Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera eloquenza, specialmente -quelli, che non divagano dall'argomento, e tali sono, generalmente -parlando, tutti i discorsi di Pio II, che sono pervenuti sino a noi. -Dopo ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,[498] -lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori, dei quali v'è -scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da lui tenute dinanzi a Nicolò V -e ai Dogi e al Consiglio di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la -cui memoria sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti oratori -profittavano dell'occasione per stemperare il discorso in adulazioni -verso illustri uditori e per affastellarvi alla rinfusa un ammasso -enorme di erudizione. Come fosse possibile affaticar in tal modo -l'attenzione altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si -spiega se non dal grande interessamento, che allora si nutriva per -l'antichità, e dalla imperfezione e relativa rarità dei libri, prima -della diffusione della stampa. Tali discorsi avevano però sempre -quella specie di merito, che noi abbiamo cercato di rivendicare ad -alcune lettere del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo -oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono un labirinto -inestricabile di citazioni classiche e bibliche, innestate in una -tessera generale di luoghi comuni: in mezzo a ciò la personalità dei -grandi, che egli vuol celebrare, è giudicata sopra uno schema qualunque -(per esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica enorme -a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che vi stanno per -entro. Il discorso di un professore e letterato di Piacenza, fatto -pel ricevimento del duca Galeazzo Maria nell'anno 1467, comincia col -parlare di C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio -di citazioni antiche e di allusioni ad un opera allegorica sua propria, -e conclude con ammaestramenti buoni, ma in quel caso indiscreti, al -principe stesso.[499] Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era -già di troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette -accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo comincia -un'orazione nuziale colle parole: _Quel peripatetico Aristotile_ ecc. -Altri esclamano sino dal bel principio: _Pubblio Cornelio Scipione_ -ecc., proprio come se essi e i loro uditori fossero impazienti di -avere una citazione. Col finire del secolo XV il gusto si purifica -tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini: d'allora in -poi si procede con molto maggiore parsimonia nelle citazioni, anche -perchè in quel frattempo s'era di molto accresciuto il numero delle -opere da consultare, nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto -trovar pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo era -stato possibile di destare l'ammirazione dei principi e lo stupore dei -popoli. - -Siccome i discorsi per la maggior parte venivano preparati al tavolo, -così i manoscritti servirono immediatamente ad una ulteriore diffusione -e pubblicazione dei medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori -bisognava tener dietro facendo uso della stenografia.[500] — Inoltre -non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate alla recitazione; -per esempio, il panegirico di Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro -è un lavoro, che non fu se non inviato per iscritto.[501] E a quel -modo che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per tutte le -parti del mondo, come semplici esercitazioni e formulari, od anche -come scritti d'occasione, così vi erano anche discorsi per circostanze -affatto inventate,[502] quasi altrettanti modelli per allocuzioni a -grandi dignitari, principi, vescovi e simili. - - -Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521) e il sacco di -Roma (1527) segnano il termine della decadenza. Sfuggito a stento -all'eccidio della città eterna, il Giovio accenna,[503] da un punto -di vista troppo ristretto, ma tuttavia con molta verità, alle cause di -quello scadimento con queste parole: - -«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di Terenzio, una volta -scuola utilissima di eleganze latine per gli illustri romani, sono -sbalzate di seggio dalle commedie italiane. Il forbito oratore non -trova più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli avvocati -concistoriali, ad esempio, non lavorano che i proemi dei loro discorsi, -e nel resto declamano scompostamente ed a sbalzi, secondo l'impressione -del momento. Anche i discorsi di circostanza e le prediche sono in gran -decadenza. Se si ha da fare un'orazione funebre per un cardinale o per -qualsiasi altro grande personaggio, gli esecutori testamentarii non si -rivolgono al migliore oratore della città, che dovrebbero retribuire -con un centinaio di monete d'oro, ma prendono a pigione per poco o -per nulla il primo vanitoso pedante che capita loro tra le mani, il -quale non aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di tutti, -sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto, si dice, non ne sa -nulla, quand'anche salisse in cattedra una scimmia vestita a lutto e -vi intonasse un rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più -forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in occasione delle -grandi ceremonie e feste papali, non danno più alcun vero lucro; monaci -di tutti gli ordini ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano -nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni or sono una predica -di questo genere, recitata alla presenza del Papa, poteva servire di -scala ad un vescovato». - - - - -CAPITOLO IX. - -I trattatisti latini. - - -All'epistolografia e all'eloquenza degli umanisti aggiungeremo qui -anche le altre loro produzioni, che al tempo stesso sono più o meno -riproduzioni dell'antichità. - -A queste appartiene innanzi tutto il trattato sotto forma propria o di -dialogo,[504] la quale ultima è stata direttamente imitata da Cicerone. -Per essere abbastanza giusti con questo genere di componimento e per -non respingerlo anticipatamente come una vera sorgente di noja, si -devono considerare due cose. Il secolo, che usciva dal medio-evo, -avea bisogno in molte questioni d'indole morale e filosofica di -un organo intermediario tra esso e l'antichità, e quest'ufficio se -l'appropriarono ora gli scrittori di trattati e di dialoghi. Molte -cose, che in questi ci sembra luoghi comuni, erano per essi e pei loro -contemporanei un modo nuovo di guardare certi argomenti, sui quali -nessuno, dall'antichità in poi, s'era mai pronunciato, e a cui essi -non erano pervenuti senza uno sforzo lungo e faticoso. Oltre a ciò, -anche la lingua (tanto la latina, che l'italiana) maneggiata con più -libertà e larghezza che non nei racconti storici o nelle orazioni o -nelle lettere, acquistò nei trattati una maggiore padronanza di sè -e attrasse in modo speciale; tanto è vero che anche oggidì taluno -di essi, specialmente gli italiani, passano come modelli di prosa -eccellente. Parecchi di questi lavori furono già da noi menzionati, -o saranno, per l'indole delle cose che contengono; qui non dobbiamo -accennare che al genere in sè medesimo. Dalle lettere e dai trattati -del Petrarca in avanti, sin verso la fine del secolo XV, prevale -nella maggior parte di essi la tendenza ad appropriarsi i materiali -antichi, come nell'eloquenza; ma poi tutto il genere si delinea più -nettamente, specialmente nei trattati scritti in lingua italiana, e con -gli _Asolani_ del Bembo e colla _Vita sobria_ di Luigi Cornaro giunge -ad una perfezione veramente classica. A ciò senza dubbio contribuì -l'essersi frattanto tutti quei materiali antichi come depositati in -grandi raccolte speciali, oggimai stampate, e l'essersi quindi potuti -anche i trattatisti liberare una volta per sempre da quel faticoso -ingombro. - - - - -CAPITOLO X. - -La Storiografia. - - Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il - Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia - italiana. - - -Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile che cadesse -nelle mani degli umanisti. Questo fatto non può non essere deplorato -altamente, non appena si istituisca un paragone, sia pur rapido e -superficiale, tra le storie di questo tempo e le cronache anteriori -e specialmente quelle dei Villani così splendide, così ricche di vita -e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto a queste, non -sembri affatto sbiadito, convenzionale e artificioso tutto ciò che fu -scritto dagli umanisti e in modo particolare dai loro immediati e più -celebri successori nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo -Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si prova, pensando -che sotto alle frasi liviane e cesariane di un Facio, di un Sabellico, -di un Foglietta, d'un Senarega, d'un Platina (_storia di Mantova_), -di un Bembo (_annali di Venezia_) e perfino di un Giovio (_storie_) -se ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge -affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una esposizione nitida -e chiara degli avvenimenti! La sfiducia poi cresce, quando si scorge -che si cercò di imitar Livio appunto in ciò, in cui era men degno di -imitazione, vale a dire,[505] nell'aver voluto «rivestire di forme -splendide e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per ultimo si -resta compiutamente disillusi, quando s'incontra la strana confessione, -che la storia debba per proprio istituto allettare, eccitare e scuotere -il lettore mediante tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno, -come se essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza -di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se anche il -disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi umanisti talvolta -apertamente professano,[506] non abbia per avventura esercitato una -dannosa influenza sul loro modo di trattare la storia? Certo è che -il lettore involontariamente presta maggiore attenzione e fiducia ai -modesti annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica -maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di Ferrara, e più -ancora ai migliori fra i cronisti propriamente detti che scrissero in -italiano, quali un Marin Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero -a quella schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe -tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV. - -E veramente la storia contemporanea acquistava senza contrasto un più -libero movimento nella lingua del paese, di quello che se costretta -nelle spire dell'artificioso periodare latino. Se poi anche al racconto -delle cose antiche, e alle questioni erudite convenisse meglio la -lingua italiana, è una questione, che per quel tempo ammette più d'una -risposta. Il latino in allora era la lingua usata dai dotti non solo -in senso internazionale, vale a dire tra francesi, inglesi, italiani, -ecc., ma anche più strettamente in senso interprovinciale, cioè tra -lombardi, veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel loro modo -di scrivere italiano toscaneggiassero e non conservassero quasi più -traccia alcuna del loro dialetto, non giunsero però mai a guadagnarsi -il suffragio, in questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di -questo si poteva facilmente far senza quando si trattava di scrivere -una storia contemporanea locale, che trovava lettori bastanti nel luogo -stesso dov'era scritta, ma non altrettanto facilmente in una storia dei -tempi passati, per la quale si domandava un circolo molto più esteso di -lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare l'interesse -locale del popolo a quello più generale dei dotti. E infatti qual -celebrità avrebbe acquistato il Biondo da Forlì, se avesse scritto -le dotte sue opere in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola? -Certamente queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi al disprezzo -de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono una grandissima -influenza su tutti i dotti dell'occidente. E ciò è così vero, che tra i -fiorentini stessi nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto -perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano ad una più facile -diffusione delle loro opere. - -Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia contemporanea, -che non la cedono in nulla alle più eccellenti storie italiane. Non -appena si abbandonò la esposizione oratoria degli avvenimenti fatta -al modo di Livio, vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi -appaiono come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che nelle -loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a seguire, mostransi -ad un tratto eccellenti nel trattar la forma biografica. Di Tristano -Caracciolo, delle Biografie del Facio, della Topografia veneziana del -Sabellico abbiamo già avuto occasione di parlare altrove; su altri -torneremo più tardi. - - -Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi innanzi -tutto e naturalmente all'antichità classica; ora, ciò che indarno -si crederebbe trovare presso questi stessi umanisti, e che pur si -trova, sono singoli lavori di una certa importanza intorno alla storia -generale del medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo -riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia dove finisce -quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a caso aprisse le Decadi di -Biondo da Forlì, stupirebbe di trovarvi una storia universale _ab -inclinatione Romanorum imperii_, come in Gibbon, piena di studi fatti -sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime trecento -pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo sino alla morte -di Federigo II. E tutto questo facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi -si era ancora alle note Cronache papali e imperiali e al _Fasciculus -temporum_. Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente di -quali scritti il Biondo si sia giovato e dove li abbia trovati tutti -riuniti; ma nella storia della moderna storiografia converrà pure che -gli sia resa quando che sia piena giustizia. Già anche per questo libro -soltanto si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità fu -quello, che rese possibile anche lo studio dei medio-evo, abituando -per la prima volta le menti alla considerazione obbiettiva della -storia. Certamente s'aggiungeva anche il fatto che il medio-evo era -veramente passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era -il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente non -si potrebbe dire con altrettanta verità, che esso sia stato giudicato -con giustizia e molto meno con pietosa venerazione; poichè nelle arti -si insinua un ostinato pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli -umanisti non riconoscono il principio di un'êra nuova, se non dal tempo -in cui essi poterono esclusivamente prevalere. - -«Io comincio, dice il Boccaccio,[507] a sperare ed a credere, che -Dio abbia avuto pietà del nome italiano, dopochè veggo che la sua -inesaurabile bontà mette nel petto degli Italiani anime, che somigliano -a quelle degli antichi in quanto cercano la gloria per altre vie, -che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire sul sentiero della -poesia, che rende immortali». Ma questo modo di vedere ristretto ed -ingiusto non impediva agli uomini più altamente dotati di approfondire -l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto d'Europa non -se ne parlava nemmeno; e si formò pel medio-evo una critica storica -appunto per questo, che la trattazione razionale di qualsiasi argomento -doveva tornar buona agli umanisti anche per questa materia storica. Nel -secolo XV essa penetra ormai in tutte le storie delle singole città per -guisa tale, che le posteriori leggende favolose della storia primitiva -di Firenze, Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del -nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi innanzi colle -loro narrazioni fantastiche inventate sino dal secolo XIII e prive per -la maggior parte di qualsiasi valore. - -Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento di gloria, che -era sì profondo nel secolo XV, abbiamo già toccato più sopra, parlando -di Firenze (pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e, -come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino[508] -un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò il suo governo a -spedire anch'esso un proprio oratore, così ora i veneziani sentirono -il bisogno di una storia, che potesse reggere al paragone di quelle di -Leonardo Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che nacquero -nel secolo XV le _Decadi_ del Sabellico, e nel XVI la _Historia rerum -venetarum_ di Pietro Bembo, opere che furono scritte ambedue per -espresso incarico della Repubblica, l'ultima quale continuazione della -prima. - - -Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini del principio -del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini affatto diversi dai latinisti -Giovio e Bembo. Essi scrivono in italiano, non solamente perchè -non possono più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani -d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, presentare sotto -una forma viva ciò che essi hanno appreso da una osservazione immediata -e personale,[509] e perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il -Varchi e la maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar le -cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando essi scrivono -per un numero ristretto d'amici, come fece Francesco Vettori, sentono -un bisogno irresistibile di dichiarare la parte che presero negli -avvenimenti, e di giustificare così il loro interessamento per gli -uomini e le cose, che vengono ricordando. - -Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere proprio e -speciale della loro lingua e del loro stile, essi appaiono talmente -compenetrati dello spirito dell'antichità, che senza di essa non si -potrebbero neanche immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma -passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano un'impronta -molto più spiccata, che non la maggior parte dei latinisti seguaci di -Livio: son cittadini, che scrivono pei loro concittadini, a quel modo -che facevano gli antichi. - - - - -CAPITOLO XI. - -Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura. - - Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — - Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — - Conversazione latina. - - -A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle altre scienze -speciali; ognuna di esse ha la sua storia particolare, nella quale gli -archeologi italiani di questo tempo, specialmente per la sostanzialità -delle cose antiche da essi scoperte,[510] segnano un momento affatto -nuovo e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, gli -ulteriori progressi di ciascuna scienza nel tempo moderno. Anche per -ciò che riguarda la filosofia, noi dobbiamo rinviare alla sua storia -speciale. L'influenza degli antichi filosofi sulla cultura italiana -appare talvolta immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha -luogo specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele, -principalmente quelle contenute nell'Etica,[511] assai per tempo -diffusa, e nella Politica, erano divenute un patrimonio comune di -tutti i dotti d'Italia, e come tutta la speculazione filosofica fosse -padroneggiata da lui.[512] Il secondo per contrario si verifica ogni -volta che si voglia tener conto della scarsa influenza dogmatica -degli antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici -fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che si scambia -comunemente per una tale influenza, non è, nel più dei casi, se non un -effetto della cultura in generale, una conseguenza delle forme sociali -di svolgimento dello spirito italiano. Parlando della religione, -avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione su questo -argomento. Ma nella massima parte dei casi non trattasi neppure della -cultura in generale, bensì soltanto delle manifestazioni di singole -persone o di dotte società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe -fare una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche dottrine -ed una semplice adozione portata dalla moda. Infatti per molti il culto -e l'imitazione dell'antichità non era che una moda, perfino per taluni, -che in essa avevano cognizioni molto serie e profonde. - -Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, che ha un tal quale -aspetto di affettazione nel nostro secolo, lo avesse realmente anche -a quel tempo. L'uso di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre -più bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente femminili) -attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo per gli eroi -dell'antichità era maggiore che non pei santi del cristianesimo, non -può parere strano, che le famiglie illustri preferissero di chiamare i -loro figli Agamennone, Achille e Tideo,[513] e che il pittore imponesse -il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva a sua figlia.[514] -Nè si troverà neanche fuor di ragione che, invece di un nome di casato, -dal quale in generale non si voleva chiamarsi, si adottasse un nome -antico ben risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla -patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti di un dato -luogo, senza essere ancora diventati nomi di famiglia, vi si rinunciava -assai volentieri, specialmente ogni volta che il luogo si denominasse -da un qualche santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre -Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, seppe -conquistarsi da sè una posizione al di fuori mediante la sua dottrina, -avea ben diritto, fosse anche stato un Sanseverino, di ribattezzarsi -orgogliosamente in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice -traduzione di un nome di lingua greca o latina (uso che fu poi adottato -quasi esclusivamente in Germania) può ben essere perdonata ad una -generazione, che parlava e scriveva in latino, e che tanto in prosa, -quanto in verso usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce -pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, introdotto più -tardi, di mutare un nome di persona o di casato solo per metà sino a -dargli una cadenza classica od anche un nuovo senso, come quando di -Giovanni si fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di -Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, Lucio Crasso, e -così via. L'Ariosto, che di queste debolezze ride così amaramente,[515] -ebbe ancor tanto di vita da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle -sue eroine ad alcuni fanciulli.[516] - - -Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale, nomi di -uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non deve giudicarsi con -troppa severità. Sino a che si stava contenti ad un latino semplice e -facile, come forse era il caso di tutti i latinisti, che vissero tra -il tempo del Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto -frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò a volere un -latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora le cose moderne non -poterono più nella loro totalità essere espresse nello stile antico, se -non ribattezzandole artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero -di chiamare i consiglieri municipali col nome _patres conscripti_, -le monache con quello di _virgines vestales_, ogni santo con quello -di _divus_ o _deus_, mentre scrittori di gusto più raffinato, come -Paolo Giovio, probabilmente non ricorrevano a simili travestimenti se -non quando era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè -il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna speciale -importanza, in lui offende meno che in altri il sentir chiamare -_senatores_ i cardinali, _princeps senatus_ il loro decano, _Dirae_ la -scomunica,[517] _Lupercalia_ il carnevale, e così via. Egli è appunto -da questo autore principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si -debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche dedurre -troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo generale del pensiero -d'allora. - - -Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla storia dello stile -latino considerato in sè stesso e nelle varie fasi del suo sviluppo. -Basterà dunque che sia notato come gli umanisti, per due secoli di -seguito, abbiano continuato a condursi in modo, come se la lingua -latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare l'unica degna -di essere scritta. Il Poggio deplora[518] che Dante abbia steso il suo -grande poema in lingua italiana, e d'altra parte è noto universalmente -che egli avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima scritto -in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire della poesia -italiana dipendette dal fatto, che egli abbandonò poscia questo suo -primo pensiero; ma anche il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria -dalle sue poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e -pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta in sulle prime -altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide maggiore di questa non s'è -vista mai nel campo della letteratura;[519] ma, ciò non ostante, la -poesia seppe in gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire, -anche senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un bene, che -la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione due lingue, poichè in -entrambe essa ha dato frutti diversi ed eccellenti, e precisamente tali -dal mostrar chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma -latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto anche -della prosa: la posizione e la fama mondiale della cultura italiana era -vincolata a questa condizione, che alcuni argomenti dovessero essere -trattati nella lingua allora universale — _urbi et orbi_, —[520] mentre -la prosa italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro, i -quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere in latino. - -Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza contrasto come -il modello più perfetto della prosa latina, era Cicerone. Ciò non -era soltanto l'effetto di un'intima persuasione che egli fosse unico -nell'arte di scegliere le parole, di disporre i periodi e di ordinare -le varie parti di una composizione, ma discendeva anche naturalmente -dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la magniloquenza -dell'oratore e la nitida perspicuità del filosofo mirabilmente si -confacevano coll'indole dello spirito italiano. Già ancora al suo tempo -il Petrarca aveva riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come -uomo e come politico,[521] ma egli nutriva per esso troppa venerazione, -per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e dal suo tempo in poi, -l'epistolografia in prima e in seguito tutti gli altri generi di -composizione, eccettuato soltanto il narrativo, non avean preso altro -modello, fuorchè Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non -si permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse nei libri del -grande maestro, non comincia che verso la fine del secolo XV, dopochè -gli scritti grammaticali di Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta -Italia, e dopochè si erano già vedute e raffrontate le testimonianze -degli storici della letteratura latina.[522] Allora soltanto si -cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le diverse -gradazioni dello stile nella prosa degli antichi, e si finì pur sempre -colla beata persuasione che Cicerone solo fosse il modello perfetto, o, -se si voleva abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto -di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi celeste».[523] Fu -allora che si videro un Pietro Bembo, un Pierio Valeriano e molti altri -non preoccuparsi d'altro, fuorchè di imitare un sì grande esemplare: -fu allora che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni dei -più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando gli autori -più antichi;[524] fu allora che Longolio, dietro i consigli del Bembo, -per cinque interi anni non lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia -fe' voto di non usare nessuna parola che non fosse stata usata da quel -sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che poi diede origine alle -grandi dispute letterarie, che arsero tra Erasmo e Scaligero il vecchio -e i loro seguaci. - -Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non erano poi tutti così -esclusivi da riguardarlo come l'unica fonte della lingua. Ancora nel -secolo XV il Poliziano ed Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato -tentare una forma tutta loro propria e particolare,[525] naturalmente -basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale», e a -questa stessa meta aspirò pure colui, che ci narrò i loro tentativi. -Paolo Giovio. Egli ha pel primo e con uno sforzo indicibile espresso -in lingua latina una quantità di pensieri moderni, specialmente -in argomenti d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le -difficoltà, gli si deve però assai di frequente la lode di una certa -vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà dei grandi -pittori e scrittori di quel tempo,[526] contengono spesso tratti di una -finitezza perfetta accanto ad altri informi e pessimamente riusciti. -Anche Leone X, che riponeva tutta la sua gloria in questo, _ut lingua -latina nostro pontificatu dicatur facta auctior_,[527] inchinò ad -una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto esclusiva, -come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto sensuale di tutta -la sua vita; a lui bastava che tutto ciò, che dovea udire o leggere, -avesse un colorito di schietta, vivace ed elegante latinità. Infine -Cicerone non poteva servire di modello per la conversazione latina, e -sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto a lui, altri -idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata dalle rappresentazioni -abbastanza frequenti in Roma e fuori di Roma delle commedie di -Plauto e di Terenzio, le quali agli attori offrivano un esercizio -utilissimo nel latino, come lingua di società. Ancora sotto Paolo -II il dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra da -Pistoia) è lodato[528] per essersi accinto alla lettura dei lavori -di Plauto allora molto imperfetti e mancanti perfino dell'elenco dei -personaggi, e per aver chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori -di lingua che vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia -partito il primo impulso alla rappresentazione di quelle commedie. -Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo fautore in Pomponio -Leto, che non disdegnò di far le parti di direttore della scena, -quando negli atrii dei palazzi dei grandi prelati le stesse commedie -venivano rappresentate.[529] L'essersi poi intorno al 1520 smesse tali -rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo (p. 320), una della -cause dello scadimento dell'eloquenza. - -Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura corse le -stesse vicende che il vitruvianismo nel campo dell'arte. E in ambedue -ì casi si manifesta quella legge generale dell'epoca del Rinascimento: -che il moto nella cultura di regola precede il moto analogo nell'arte. -La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro potrebbe per avventura -calcolarsi di due decennii, non più, se si computa dal cardinale -Adriano da Corneto (1505?) sino ai primi vitruviani assoluti. - - - - -CAPITOLO XII. - -La nuova poesia latina. - - L'epopea tratta dalla storia antica; _l'Africa_. — Poesia - mitica. — Epopea cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di - elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia - didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — - Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia - maccaronica. - - -Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la nuova poesia latina. -Noi dobbiamo toccare anche di questa, almeno per quanto essa può -esserci di aiuto a dare una caratteristica completa dell'umanismo. - -Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto vicina fosse la -sua definitiva vittoria, è stato già mostrato più sopra (v. pag. 237). -Ora si può anche in anticipazione andar persuasi, che la nazione più -colta e più civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice -capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva, aver rinunciato -ad una lingua quale era l'italiana. Se dunque vi rinunciò, deve esservi -stata spinta da una causa ben più forte e potente. - -Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni schietta e sincera -ammirazione, essa produsse necessariamente l'imitazione. Questa non -manca, è vero, anche in altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia -soltanto verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza -e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a dire, una -favorevole disposizione di tutta la parte più colta della nazione, ed -un parziale risveglio dell'antico genio italico nei poeti stessi, quasi -eco prolungato di un'antica armonia. Ciò che di meglio nasce in tal -modo, non è più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle -arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi o non apprezza -l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente inarrivabile e -inimitabile, chi finalmente non si sente disposto di usare nessuna -indulgenza con poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a -cercare da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità sillabiche, -non si metta allo studio di questo genere di letteratura. Anche le -produzioni le più perfette non sono fatte per affrontare gli attacchi -di una critica assoluta, ma solo per procurare un'ora di sollievo al -poeta e a molte migliaia de' suoi contemporanei.[530] - -Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni o leggende -antiche. Le condizioni essenziali per una vera poesia epica non si -riscontrano nemmeno, per consenso di tutti, negli antichi epici romani, -anzi neppure nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero -esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? Ciò non ostante, -_l'Africa_ del Petrarca sembra aver trovato lettori e ammiratori in tal -numero, da lasciarsi addietro in questo riguardo qualsiasi epopea del -tempo moderno. Per verità lo scopo e il movente del poema non potevano -non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV riconobbe assai -giustamente nella seconda guerra Punica il momento più splendido della -grandezza e potenza romana, e questo appunto fu ciò che si propose -di cantare il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel -tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma non conoscendosi -ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione Africano il vecchio pareva -sì bel tema agli uomini del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi -della Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto mano, -quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, per sentimento di -rispetto a questo grande se ne ritrasse.[531] Se il poema dell'Africa -avesse avuto bisogno di una giustificazione, questa le si aveva nel -fatto, che in quel tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione -era tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di Pompeo e -di Cesare.[532] Quante fra le moderne epopee possono gloriarsi di un -soggetto pel loro tempo così popolare, così nella sostanza storicamente -vero e tuttavia rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, -del resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. Perciò -che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo rinviare i lettori -alle storie letterarie propriamente dette. - - -Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva a trattare qualche -mito o leggenda antica, per riempire qualche lacuna lasciatavi da -altri. A ciò si accinse assai presto la poesia italiana e propriamente -per la prima volta colla _Teseide_ del Boccaccio, che è riguardata come -il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo Vegio aggiunse -un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, e poscia si ha un buon -numero di tentativi minori, ad imitazione specialmente di Claudiano, -quali una _Meleagriade_, una _Esperiade_ ecc. Ma in ispecial modo -notevoli sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono le -più belle regioni d'Italia di una moltitudine di divinità, di ninfe, di -genii ed altresì di pastori, appunto perchè a quest'epoca era invalso -di accompagnar sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si -offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca in poi, nelle -egloghe, tanto di forma narrativa, che dialogica, la vita pastorale -sia rappresentata quasi sempre[533] in modo affatto convenzionale, -e come espressione di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui -non se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede origine. E -questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano il doppio significato che -ebbero nell'epoca del Rinascimento le antiche divinità, le quali da un -lato rappresentano le idee generali e rendono quindi inutili le figure -allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento affatto libero ed -indipendente di poesia, un tipo di bellezza neutrale, che può essere -innestato in ogni creazione poetica e passare per mille e sempre nuove -combinazioni. Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio -col suo mondo immaginario di Dei e di pastori dei dintorni di Firenze -nel _Ninfale d'Ameto_ e nel _Ninfale fiesolano_, ch'egli cantò in -poesia italiana. Ma il capolavoro in questo genere sembra essere stato -il _Sarca_ di Pietro Bembo,[534] nel quale si narrano gli amori del -dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito nuziale, che -ebbe luogo in una grotta del Monte Baldo, i vaticinii di Manto, figlia -di Tiresia, sulla nascita di un figlio, il Mincio, sulla fondazione -di Mantova e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e -della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi invero, ma -propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida cornice di versi, -che si chiudono con un apostrofe a Virgilio, che ogni miglior poeta -accetterebbe per sua. — Comunemente tutto ciò si riguarda come nulla -più che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole di scherno: -noi non intendiamo d'intavolare polemiche a questo riguardo; diremo -soltanto: è questione di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su -di essa un'opinione sua propria. - - -Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti poemi epici in -esametri di argomento biblico e religioso. Non è da credere che con -questi gli autori avessero sempre in mira di promovere l'incremento -della Chiesa o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece -che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi ultimi va -certamente annoverato Battista Mantovano, autore di un poema intitolato -Parthenice), sieno stati animati da un sentimento, lodevole invero, -di servire colle dotte loro poesie latine alla religione, ciò che -era veramente in piena armonia col modo quasi pagano, che allora -prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina un numero -ragguardevole, ma tra essi emergono di gran lunga il Vida colla sua -_Cristiade_ e il Sannazzaro co' suoi tre libri _De partu Virginis_. Il -Sannazzaro sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel quale -egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, col vigore plastico -delle descrizioni, colla squisitezza perfetta del lavoro; nè certamente -egli avea motivo di temere il paragone, quando nel canto dei pastori -al presepio innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio. -Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli spiriti, egli -ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti danteschi, quale -è, per esempio, il canto e la profezia del re Davidde nel Limbo de' -patriarchi, o la pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel -suo gran manto tempestato delle figure elementari di tutti gli esseri, -in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre volte egli non si perita -di innestare al suo soggetto l'antica mitologia, senza per questo cader -nel barocco, perchè le divinità pagane non sono per lui che come la -cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna parte principale -nel suo poema. Chi desidera formarsi un concetto intero e adeguato -di quanto abbia potuto l'arte a quel tempo, non deve trascurar di -leggere un lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà tanto -maggiore anche per questo, che d'ordinario la mescolanza di elementi -pagani e cristiani stuona assai più facilmente nella poesia, che nelle -arti figurative: queste ultime infatti ponno del continuo compensar -l'occhio colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, e in -generale non sono così schiave del contenuto sostanziale dei soggetti -che trattano, come la poesia, mentre l'immaginazione in esse s'arresta -piuttosto alla forma, nella poesia invece penetra direttamente nella -sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario festivo»[535] -avea tentato un altro espediente; che era appunto quello di porre -gli Dei e i Semidei del paganesimo in pieno contrasto colla storia -sacra, come facevano i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far -parte della medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret -apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio si stacca -dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne il saluto sul limitare della -cella benedetta; vola quindi ad informare gli Dei raccolti in solenne -radunanza e li induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma -anche con questo metodo egli si trova altre volte costretto[536] -a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente -s'arrendano a riconoscere la superiorità della Vergine. - -La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, l'omaggio -tributatogli dei più grandi dell'epoca sono circostanze, che mostrano -ad evidenza quanto egli fosse caro e necessario al suo secolo. Anche -in servigio della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul -cominciare della Riforma, il problema: se fosse possibile poetare -cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso alle tradizioni -classiche; e tanto Leone, quanto Clemente gliene attestarono altamente -la loro riconoscenza. - - -Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche la storia -contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora a guisa di panegirico, -e d'ordinario sempre in lode di qualche principe o di qualche famiglia -principesca. Così ebbero origine una _Sforziade_, una _Borseide_, una -_Borgiade_, una _Triulziade_ e simili, ma veramente nessuna raggiunse -il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero celebri ed immortali -nella storia, non dovettero certo la loro celebrità a questa specie -di poemi, contro i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale -avversione, anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto diverso -produssero invece alcuni poemetti minori, stesi senza pretensione -alcuna a guisa di episodi della vita di qualche uomo celebre, come -per esempio la descrizione delle «Cacce di Leone X» presso Palo[537] e -«il Viaggio di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide -descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra molti altri, -Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole che i lettori moderni -ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati da quel fondo di adulazione -che ci sta sotto e che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del -lavoro e la importanza storica, talvolta non piccola, di queste poesie -assicurano ad esse una vita più lunga di quella, cui possono aspirare -parecchie poesie del nostro tempo ora abbastanza in voga. - -In generale queste composizioni sono di tanto migliori, quanto meno -contengono di elementi patetici ed ideali. Vi sono taluni poemetti -epici di celebri maestri, che, sotto un cumulo enorme di allusioni -mitologiche, producono un effetto altamente ridicolo e comico, -certamente contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, è -«l'Epicedio» di Ercole Strozza[538] per la morte di Cesare Borgia (v. -pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, che aveva posto tutte -le sue speranze nei papi spagnuoli Calisto III ed Alessandro VI e poi -aveva riguardato Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono -le gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. Poscia -il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento fosse stato -l'alto consiglio dei Dei[539], ed Erato narra che nell'Olimpo Pallade -si era dichiarata per gli spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue -abbracciarono le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, le -pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino ordito dalle -Parche, ma che, ciò non ostante, le promesse degli Dei s'adempirebbero -per opera del fanciullo nato dall'unione delle due case Borgia ed -Este[540]; e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa -di ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare il dono -dell'immortalità, come non potè darlo una volta, in onta ad autorevoli -preghiere, nè a Memnone, nè ad Achille; conclude però col dire, quasi -a conforto del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto grande -strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte scende a Napoli -e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta a Nepi e appare quivi -all'infermo Cesare sotto la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo -ammonito a rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda -il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a guisa di uccello». - -Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un piacere talvolta -assai grande se si respinge a priori tutto ciò che, più meno a -proposito, contiene qualche sprazzo di mitologia, poichè anche la -poesia non poche volte ha saputo nobilitare questo elemento, al -pari della pittura e della scultura. E pei dilettanti del genere non -mancano neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati nella -«Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa degno riscontro la «Festa -degli Dei» di Giovanni Bellini. - -Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici esercitazioni -o rifacimenti di relazioni in prosa, che il lettore probabilmente -preferirà ogni qualvolta le trovi. E da ultimo si finì, come è noto, -col mettere in versi ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti -tedeschi dell'epoca della Riforma.[541] Ma si andrebbe molto errati, -se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di ozi agiati ed -a soverchia smania di poetare. Negli Italiani almeno c'è sempre troppa -cura di ripulire e perfezionare la forma, della quale essi avevano un -senso squisito e profondo, come lo prova la moltitudine enorme che si -ha contemporaneamente di relazioni, di storie e di opuscoli in terzine. -Appunto come Nicolò da Uzzano, per produrre maggiore effetto, fuse in -questo metro non facile del verso italiano il suo manifesto per una -nuova costituzione politica, e il Machiavelli il suo prospetto della -storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, e un quarto -l'assedio di Piombino per opera di Alfonso il Magnanimo,[542] non deve -far meraviglia che altri potessero aver bisogno dell'esametro, per -incatenar meglio l'attenzione di un pubblico al tutto diverso. - -Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare o ad esigere, -scorgesi con piena evidenza dalla poesia didattica. Questa nel secolo -XVI ebbe uno sviluppo straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri -l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia, -la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono da aggiungere anche -parecchi estesi poemi italiani. Oggidì è moda di condannar tali poemi -senza neanche darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi -non sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente di -esser letti.[543] Ad ogni modo però egli è certo, che epoche senza -paragone superiori alla nostra per retto senso del bello, quali -appunto furono la greca (dei tempi più tardi) e la romana, nonchè -questa del Rinascimento, non credettero di poter far senza neanche di -questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche rispondere, che -non la mancanza dì gusto estetico, bensì una maggiore serietà nella -trattazione delle materie scientifiche è quella che ne tien lontana -oggidì la forma poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo -miglior partito lasciare ad ognuno la propria opinione. - -Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì qua e colà -ristampata, ed è lo _Zodiaco della vita_ di Marcello Palingenio, -segreto seguace delle dottrine protestanti in Ferrara. Alle più -sublimi questioni intorno a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore -congiunge la trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da -questo lato un'autorità non dispregevole per la storia della morale. -Nel complesso però il suo poema si distacca da tutti gli altri -congeneri dell'epoca del Rinascimento, come anche, in ordine al suo -scopo seriamente istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la -mitologia. - - -Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, più che in -qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in modo speciale poi -l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma. - -Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino sugli Italiani. -Più di un elegante madrigale latino, e non poche brevi invettive o -maliziosi biglietti potrebbero dirsi vere trascrizioni da lui senza -quasi mutamenti di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo -è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di pensieri, con -cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi sono anche altre brevi -poesie, che, pur mantenendosi originali nel concetto, potrebbero trarre -in inganno il più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali -non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le dimostrasse -indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI. - -Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. non se ne -troverebbe forse una sola, che in un modo o nell'altro non rivelasse -come che sia la sua origine moderna. Ciò accade per lo più in causa -di una certa loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non -s'incontra se non per la prima volta in Stazio e per una mancanza -assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato da questa specie -di poesia. In una ode qualunque potranno, è vero, incontrarsi singoli -tratti, talvolta anche due o tre strofe di seguito, di tal fattura da -crederle frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va più in la, -e il colorito muta subito dopo. E se non muta, come per esempio nella -bella ode a Venere di Andrea Navagero, vi si riconosce tosto una copia -di qualche capolavoro antico.[544] Alcuni scrittori di odi prendono -a soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con molto -gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di Catullo di genere -somigliante. Tale è il Navagero nell'ode all'arcangelo Gabriele, e tale -in modo particolare il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto -pagano va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni altro -il suo santo onomastico,[545] al quale aveva dedicato un tempietto -nella sua splendida villa di Posilipo, «colà dove i fiotti del mare -si confondono colle acque che sgorgano dalla rupe, e si frangono alle -mura del piccolo santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della -festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui in questo -giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo tempio, figurano -nella sua fantasia gli antichi sacrifici. Anche fuggiasco in compagnia -dell'espulso Federigo d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci -della Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di appendere -al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande sempre verdi di bosso -e di quercia, e rammentando con desiderio gli anni trascorsi, nei quali -tutta la gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar -quella festa, fa voti pel suo ritorno.[546] - -Antiche al punto da produrre una perfetta illusione sono poi più -specialmente alcune poesie di metro elegiaco, od anche in semplici -esametri, ma che appartengono pel loro contenuto a questo genere, -passando dall'elegia in giù per tutte le possibili gradazioni sino -all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati -colla lettura dei poeti elegiaci romani, così si sentirono anche -incoraggiati ad imitarli preferibilmente ad ogni altro. L'elegia del -Navagero «alla Notte» ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli -antichi esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito che -seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi tutto molto -accurato nella scelta di concetti veramente poetici,[547] e poi li -traduce, non servilmente, ma con una certa disinvoltura e maestria, -nello stile dell'Antologia, di Ovidio, di Catullo od anche delle -Egloghe di Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte -soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in qualche -preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. Un saluto alla patria, -ritornando dalla sua missione in Ispagna, non fu che cominciato; -ma ne sarebbe uscita una splendida composizione, se il resto avesse -corrisposto a questo principio: - - Salve, cura Deûm, mundi felicior ora, - Formosae Veneris dulces salvete recessus; - Ut vos post tantos animi mentisque labores - Aspicio lustroque libens, et munere vestro - Sollicitas toto depello e pectore curas! - -La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano le forme di ogni -elevato sentimentalismo, e vi si adattano bellamente tanto il più -nobile entusiasmo patriottico (v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto -la pomposa apoteosi dei regnanti,[548] e quanto anche la tenera e -delicata melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue adulazioni -a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con Stazio e Marziale, in -una elegia «ai Compagni», scritta dal letto de' suoi dolori, ha dei -pensieri sulla morte che si crederebbero propri di un antico qualunque, -e tuttavia non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico. -Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero spirito dell'elegia -romana e seppe imitarla più perfettamente fu il Sannazzaro, il quale -anche è il più copioso e svariato scrittore di questo genere di poesie. -— Di altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè ci -cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle medesime. - - -Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza -grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben fatte, scolpite sopra un -monumento o portate di bocca in bocca a provocare un sorriso, potevano -benissimo creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza -è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido da Polenta -voleva innalzare sulla tomba di Dante un monumento, affluirono da -tutte le parti le iscrizioni,[549] inviate «da tali che o volevano -mettersi in vista, od onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi -il favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo Giovanni -Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora nel Duomo di Milano, -sotto trentasei esametri leggesi: «il signor Gabrio de Zamorer di -Parma, dottore in ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco -a poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne formando -anche una letteratura speciale dell'epigramma; e questo raggiunse il -colmo della sua gloria, quando lo si potè credere antico o copiato -da qualche antica lapide,[550] quando parve di tanto buon gusto, che -tutta Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del Bembo. -Così quando il governo di Venezia, per l'elogio fattegli in tre distici -dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo con un regalo di seicento ducati, -a nessuno parve questa una generosità troppo spinta, perchè tutti -stimarono l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione dei -dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve per esprimere -la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto potente, che sgradisse -di vedersi onorato con tal genere di componimenti, ed anche i grandi -cercavano con molta sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, -un qualche dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano -anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali destinate -a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia[551] e l'epigrammatica -si tenevano strettamente por mano; la prima si basava sopra uno studio -accuratissimo delle antiche iscrizioni lapidarie. - -La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo affatto speciale -fu e rimase Roma. Non esistendo nello Stato pontificio l'ereditarietà -del trono, ognuno doveva pensare da sè al modo di perpetuare la propria -memoria: al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in poesia -diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora Pio II enumera con -compiacenza i distici, che il suo maggior poeta, il Campano, compose -per qualche fortunata circostanza del suo governo. Sotto i Papi -seguenti fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI -ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. Il Sannazzaro -componeva i suoi in una posizione relativamente sicura, ma altri -affatto in prossimità della corte ebbero ardimenti estremamente -pericolosi (v. pag. 153). Per otto distici minacciosi, che erano stati -affissi alla porta della biblioteca,[552] Alessandro fece una volta -rinforzare la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può immaginare -come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse riuscito di averlo. Sotto -Leone X gli epigrammi latini erano il pane quotidiano: sia che si -volesse adulare al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi -di nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in generale -ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o immaginario si voleva -scagliare un motto, o malignare, od esprimere un sentimento di pietà -o d'ammirazione, la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma. -Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo della -Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea Sansovino scolpì per la -chiesa di s. Agostino, non meno di centoventi furono gli epigrammi -latini, che piovvero per la circostanza, non tanto per sentimento di -pietà religiosa, quanto por piacenteria verso il mecenate, che aveva -commesso all'artista quell'opera.[553] Egli era quel Giovanni Goritz -di Lussemburgo, referendario papale alle suppliche, il quale ogni anno -per la festa di S. Anna non solo faceva celebrare un servizio divino, -ma dava anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma ne' -suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In allora parve -anche che valesse la pena di passare in rassegna tutta la schiera de' -poeti, che cercavano fortuna alla corte di Leone, come fece con un -grande poema _de poetis urbanis_[554] Francesco Arsillo, uomo che non -avea bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di chicchessia, -e che all'occorrenza sapeva parlar francamente anche contro i propri -colleghi. — Dopo Paolo III l'epigramma decade e non sopravvive che in -qualche saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire -sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por soverchia gonfiezza. - -Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla quale possiam -tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco Sansovino nel suo libro -«sulla Topografia veneziana». Un argomento perenne lo si aveva -nell'uso invalso di apporre un'epigrafe (_Brieve_) ad ogni ritratto di -doge collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe che non -oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava compendiare le -gesta più importanti di ciascuno.[555] Oltre a ciò, le tombe dei dogi -del secolo XIV portano laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a -qualche fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri -o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia a curare di più lo -stile, e nel secolo XVI questo tocca alla sua ultima perfezione, dopo -la quale comincia la vana antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare -sentenzioso, in una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche -il caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare sotto -la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di un vivo. Molto -più tardi torna a ricomparire nella primitiva sua semplicità qualche -epitaffio, ma in via puramente eccezionale. - -Anche le opere architettoniche e monumentali eran sempre disposte in -modo da poter far luogo ad iscrizioni, talvolta ripetute in più guise, -e ciò è tanto più notevole in quanto si sa che gli edifici del nord a -stento lasciano un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, -e nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata nei -punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature. - - -Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto di avere -persuaso il lettore del valore intrinseco di questo genere di poesia -risorto presso gl'Italiani del Quattrocento. Ma non si tratta neanche -di ciò, bastando al nostro scopo di aver designato la necessità -della stessa e la posizione che le compete nella storia della cultura -italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura nella -così detta poesia maccaronica,[556] il cui capolavoro è l'_Opus -macaronicorum_ cantato da Merlin Coccai (Teofilo Folengo di Mantova). -Del contenuto sostanziale di questo poema avremo occasione di parlare -ancora qua e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti di -latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il lato comico di -essa sta essenzialmente in questo, che simili mescolanze vi figurano -per entro come tanti _lapsus linguae_ e come espettorazioni di un -improvvisatore latino, che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. -Delle imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino e il -tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, che è nel lavoro -del poeta italiano. - - - - -CAPITOLO XIII. - -Caduta degli umanisti nel secolo XVI. - - Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro - sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — - Le accademie. - - -Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi sino dal principio -del secolo XIV ebbero diffuso in Italia e nell'Europa occidentale il -culto dell'antichità, dando un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, -all'educazione e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo -le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta questa classe -d'uomini cadere in profondo discredito, ed essere disprezzata in un -tempo, in cui non si credeva ancora di poter far senza delle loro -dottrine e del loro sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo -secolo infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare alla -loro maniera, ma nessuno personalmente voleva esser creduto della loro -schiera. L'opinione pubblica li accusava di due colpe principalmente: -di una sconfinata superbia e di turpi dissolutezze; alle quali -l'incipiente Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella di -un'empia incredulità. - -Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè tali accuse -non si fecero sentir prima? E se anche si fecero talqualmente sentire, -perchè in generale rimasero prive di effetto? Evidentemente perchè la -dipendenza dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità, -era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i possessori, -i rappresentanti e i propagatori. Ma quando colla stampa i classici -ebbero una maggiore diffusione,[557] e cominciarono a moltiplicarsi -ricchi e copiosi manuali e repertorii ad uso di tutti, il popolo a -poco a poco si venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando -s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza di essi, volse -loro decisamente le spalle. E quell'improvviso rivolgimento colpì senza -distinzione alcuna i buoni e i cattivi. - -Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. Fra quanti -fondarono una società qualunque, nessuno si mostrò più alieno di -essi da quel senso di concordia, che occorre a tenerla unita, e -nessuno vi si ribellò mai più apertamente. Quando poi cominciarono -a volersi sopraffare l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur -di riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano essi dal -campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva e della -maldicenza: non si accontentano di combattere il loro avversario, ma -vogliono schiacciarlo completamente. Un po' di colpa di tali eccessi -può ascriversi, se si vuole, a quelli stessi che li circondano e -alla posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con quanta -violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti, -oscillasse incerta tra due correnti contrarie, l'amor della gloria e -la tendenza al dileggio. Oltre a ciò, anche la posizione loro nella -vita di ogni dì era per lo più tale, da metterli in grave pensiero per -la loro stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano -scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le sole opere del Poggio -contengono tal cumulo di bassezze, da provocare senz'altro una decisa -avversione per tutti; — e queste opere del Poggio sono appunto quelle -che ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua che al di -là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa facilità rallegrarsi, se -per avventura qua e là s'incontra qualche onesta figura, che sembri -esente da qualsiasi macchia; poichè, guardando un po' più addentro, -si corre pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che, -vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo splendore di -quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce poesie latine del Pontano -e più ancora il suo famoso dialogo _Antonius_, nel quale egli scherza -oscenamente sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte -queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare una classe -d'uomini simili. Per maggior loro sventura poi anche il più grande -poeta dell'epoca non degnò ricordarli, se non per gettar su loro a -piene mani il disprezzo.[558] - -Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non erano in generale che -troppo vere. E se anche qua e colà se ne incontra taluno, che mostra -in modo positivo e innegabile di non essere sordo ai dettami della -moralità e della religione, questa eccezione non inferma punto la -regola, sussistendo di fatto che molti, e fra essi i più celebri, erano -realmente colpevoli. - -Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro colpa: l'eccesso -delle lodi lor tributate, quando sedevano al colmo del carro della -fortuna; l'incertezza e la precarietà della loro vita materiale, per -cui dallo splendore piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i -capricci dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine la -pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe la loro morale, -senza comunicare ad essi la propria, e dal punto di vista religioso -influì sinistramente, inoculando nelle loro menti idee di scetticismo -e di sensualismo, poichè non poteva inocularvi la credenza positiva -nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da questo, che essi -intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; vale a dire, videro in -essa il prototipo di qualsiasi modo di pensare e di agire. Ma che vi -sia stato un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato -il mondo antico e quanto proveniva da esso, non è un fatto da doversi -ascrivere in colpa a nessuno in particolare. Esso fu una necessità -storica d'ordine superiore, e tutta la cultura dei tempi posteriori -e futuri è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto -esclusiva, con cui si verificò. - -La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che solo le tempre -più forti potevano correrla senza risentirne alcun danno. Il primo -pericolo veniva talvolta dai genitori, che di un figlio di precoce -sviluppo volevano fare un fanciullo miracoloso,[559] colla mira di -farlo entrar poscia in quella classe d'uomini, che allora erano -tutto. Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre ad -un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono che a furia -di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria e la stima, di cui erano -circondati gli umanisti, potevano diventare pei giovani stessi una -tentazione molto pericolosa: essi correvano il rischio di immaginarsi, -«per la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno di -badar più alle cose ordinarie e comuni della vita».[560] E allora -si precipitavano ciecamente colà, dove la gloria sembrava chiamarli -attraverso la vicenda dei più violenti contrasti: ora docenti pubblici -o privati, ora segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno -all'entusiastica ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; qua -negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e nella miseria, -e sempre e dovunque esposti a pericoli, a inimicizie mortali, -implacabili. Un sapere serio e profondo con tutta facilità poteva -essere soppiantato da una tintura di dottrina frivola e superficiale. -Il peggio poi si era che all'umanista era quasi affatto impossibile -l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la sua stessa -condizione lo obbligava continuamente a mutar dimora o gl'impediva di -trovarsi bene un po' a lungo in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso -s'annojava degli altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri -si annojavano di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). Che -se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza volerlo, andar la -mente ai sofisti greci del tempo imperiale, quali furono descritti da -Filostrato, non v'ha dubbio però che il paragone non regge, poichè la -condizione di questi ultimi era senza contrasto migliore, provveduti -com'erano di maggiori agi e ricchezze o più disposti a farne senza, e -in generale men tormentati dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in -loro dei dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione. -L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito di prima -forza e, per di più, un uomo capace di sostenere le cariche e gli -uffici più disparati. S'aggiunga a questo la vita sregolata ch'egli -conduce e l'indifferenza per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si -viene abituando, dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato -_a priori_: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui caratteri simili -non possono esistere e che in essi è mantenuto dal bisogno, non fosse -altro, di conservarsi al di sopra del livello comune, e dal sentimento -della gloria, che si alterna continuamente con quello dell'odio e del -disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo, -che per eccesso di forze trabocca. - -Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come è stato già notato, -assai per tempo, appunto perchè per ogni individualità un po' spiccata, -per ogni specie di celebrità s'avea sempre pronto, qual correttivo, un -motto arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano -un abbondantissimo tema, al quale non s'avea che la pena di attingere. -Ancora nel secolo XV Battista Mantovano, facendo la rassegna dei sette -peccati capitali,[561] schiera gli umanisti con molti altri sotto -al primo, la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa -vanità di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa e con -affettata gravità, simili a stuolo di gru che scendono al pascolo, -e tanto pieni di sè medesimi, che s'arrestano perfino talvolta a -contemplare estatici la propria ombra. Ma quello che fece loro un -processo in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, -ne fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, il -cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente fu ritoccato -intorno al 1540.[562] In esso sono riportati in copia strabocchevole -antichi e moderni esempi della depravazione morale e della misera -vita dei letterati, e in mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali -contro essi. Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità, -caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di dissipazione, -di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero di parlar senza -convinzioni, di consigliare senza coscienza, stigmatizzandoli come -meschini compilatori di sillabe, come vilmente ingrati verso i loro -maestri, come abbiettamente servili verso i principi, che solitamente -mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano -morire di fame. Finalmente il libro si chiude con una allusione alla -fortunata età, in cui sulla terra non v'era ancora scienza veruna. Di -tutte queste accuse una divenne ben presto la più pericolosa, quella -di eresia, e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione -della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,[563] di -rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II di Ferrara, -perchè omai cominciavano a prevalere quegli uomini, ai quali pareva -troppo male impiegato il tempo, che altri dedicava alla studio della -classica antichità. Ed egli, per giustificarsi, dovette fare ogni -sforzo per dimostrare che, in tempi simili, questo studio era anzi -l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti d'indole affatto -neutrale. - - -Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle accuse, anche -quelle testimonianze, nelle quali invece prevale un sentimento di -benevolenza verso l'umanità, nessuna fonte certo potrà sembrare -paragonabile con lo scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane -«Della infelicità dei letterati».[564] Esso fu composto sotto la triste -impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che cagionò anche -ai letterati, all'autore sembra come l'ultima vendetta dell'avverso -destino, che da lungo tempo li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad -un sentimento affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira -in campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare -in modo speciale questi uomini _per causa_ del loro genio, ma narra -senz'altro ciò che è accaduto e che bene spesso fu opera soltanto del -caso. Egli non ha in mira di scrivere una tragedia o di far discendere -i fatti da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo si -restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita quotidiana. -Così dal suo libro noi impariamo a conoscere taluni, che in tempi -molto agitati perdono dapprima le loro rendite, e poscia anche i -loro uffici; altri che, aspirando nello stesso tempo a più impieghi, -non ne ottengono alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si -porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, muore di -rammarico; altrove un venale prebendato, che si consuma lentamente nel -desiderio della perduta libertà. In un punto egli rimpiange la morte -di qualcuno rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un -tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col suo letto e -colle sue vesti: in un altro ci parla della vita infelice di chi si -trascina innanzi sotto il peso dell'invidia e delle minaccie de' propri -colleghi: qua è uno sventurato, che soccombe al pugnale assassino -di un servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna, -che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire nel fondo di un -carcere, perchè non può pagare il proprio riscatto. Taluno è portato -precocemente alla tomba da un segreto dolore per un torto ricevuto o -per una umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore per la -morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al quale tengon dietro -ben presto la madre e uno zio, quasi che egli dovesse trascinar con sè -tutta la sua famiglia. E non mancano neanche, e in numero rilevante, i -suicidi, per lo più fiorentini,[565] nonchè quelli che furono vittime -della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta miseria, trovare -uno che sia felice? E come potrà esserlo? Forse col chiudere il cuore -ad ogni senso di pietà portanti mali? Uno degl'interlocutori del -dialogo s'incarica di rispondere a queste domande: egli è l'illustre -Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che le risposte -contengano quanto di più sensato e profondo si pensava in proposito a -quell'età. L'uomo felice egli lo trova in frate Urbano Valeriano da -Belluno, che per lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò -la Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in questo, ora -in quel paese, senza mai essere salito in groppa a un cavallo, senza -aver posseduto in sua vita un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi -avanzamento ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro -anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui soltanto -quell'unica cagionatagli da una caduta. E che cosa lo differenziava -tanto dagli umanisti? Essi godettero una libertà d'azione mille volte -maggiore, essi ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche -dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano fatto: il -povero monaco invece, allevato nel chiostro sin dalla sua fanciullezza, -visse sempre a beneplacito altrui e s'abituò a non volere se non ciò, -che gli altri volevano; ma questa abitudine fu appunto quella che in -mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella equabilità -e quella serenità di spirito, colla quale influiva assai più sui suoi -discepoli, che non colle sue lezioni. Questi infatti si venivano ogni -dì più persuadendo, che non dipende se non da noi il far sì, che anche -nell'avversa fortuna possiam trovare qualche conforto, «In mezzo alle -privazioni e ai disagi egli era felice e voleva esserlo, perchè non -avea contratto male abitudini, perchè non era capriccioso, nè volubile, -nè incontentabile, ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od -anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo al Contarini, non -erano estranei i più serii e profondi sentimenti di pietà religiosa; -ma, anche guardando in lui semplicemente il filosofo, egli non -ci parrà meno degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a -questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta quel Fabio -Calvi,[566] che fece un commento ad Ippocrate. - -In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi di sole erbe -«come una volta i Pitagorici», ed abitando sotto una tettoia, che ben -poco si differenziava dalla botte di Diogene. Della pensione che gli -pagava papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario per sè -e dava il resto agli altri. Non potè, come frà Urbano, rallegrarsi di -una salute costantemente florida e vigorosa, e non avrà potuto neanche, -come questi, sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di Roma -gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a forza gli Spagnuoli, -che intendevano di farsene pagar caro il riscatto, e poco dopo morì -di fame abbandonato da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo -dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel vecchio come -un padre e un maestro, e s'era giovato de' suoi consigli in ogni -tempo. Forse questi consigli riferivansi in modo speciale a quella -restaurazione archeologica dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola -altrove (v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto più elevato. -Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto Fabio al concetto della Scuola -d'Atene e di altre importantissime composizioni di Raffaello? - - -Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del nostro lavoro con -qualche interessante biografia, per esempio con quella di Pomponio -Leto, se possedessimo intorno a lui qualche cosa di più che una -semplice lettera di un suo discepolo, il Sabellico,[567] nella quale -Pomponio a bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo -risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne almeno -qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva illegittimamente -dalla famiglia napoletana dei Sanseverino, principi di Salerno (v. -pag. 335), ma non volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di -andare a vivere con essi, rispose col celebre biglietto: _Pomponius -Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis non potest. -Valete._ Meschinissimo nell'aspetto, con occhietti piccoli e vivaci, -vestito sempre in fogge strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni -del secolo XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente -la sua modesta casetta sul colle Esquilino o la sua villetta sul -Quirinale: quivi in mezzo alle sue anitre predilette e ad un gran -numero d'altri volatili, dei quali pure grandemente si dilettava, -attendeva alla coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente -i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, e nei -giorni festivi cercava un po' di spasso nella caccia o nella pesca, -od anche nello starsene lunghe ore sdraiato all'ombra presso una -fonte e sulle rive del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè -poco. Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava nemmeno -in chi gli stava dappresso: ma per converso parlava con molta libertà -contro la gerarchia allor prevalente, e in generale passava anche come -libero pensatore in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi -suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò contro gli -umanisti, egli era stato dal governo di Venezia consegnato al Papa; -ma non per questo si lasciò mai piegare ad ignobili confessioni: dopo -d'allora Papi e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, -nei torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la casa, -i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che eccedettero le -perdite da lui fatte. Come insegnante, era coscienzioso sino allo -scrupolo: ancor prima dello spuntare del giorno lo vedevano scendere -dall'Esquilino colla sua lanterna in mano e recarsi all'Università, -dove la sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome parlando -in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra declamava con lenta -circospezione, ma non senza proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi -scritti sono dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai -un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche dinanzi agli -altri venerabili avanzi dell'antichità egli si sentiva compreso di -religioso rispetto sino al punto di rimanere estatico e come fuori di -sè o di prorompere improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli -era sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando si trattava -di essere utile agli altri, così era anche molto amato ed aveva sempre -un gran numero di amici, e quando morì, lo stesso Alessandro VI volle -che i suoi cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più -illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli assistettero -quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori esteri. - - -Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione di -alcune commedie antiche, specialmente di quelle di Plauto (v. pag. -342). Oltre a ciò, egli era solito di festeggiare ogni anno il giorno -della fondazione della città con una solenne adunanza, nella quale -i suoi amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste -circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne anche più tardi -quella, che poi fu detta l'accademia romana. Essa non era realmente -se non una libera associazione, non legata a nessun fermo statuto: -oltre alle due occasioni menzionate, si riuniva[568] ogni qualvolta -un protettore ve la invitava o quando accadeva di dover celebrare le -lodi di qualche suo membro venuto a morire (per es. il Platina). L'uso -era questo, che al mattino un prelato a ciò destinato celebrava, prima -d'ogni altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna a -recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro a declamarvi qualche -distico. Il solito banchetto d'obbligo, accompagnato da dispute e -declamazioni, chiudeva poi qualunque festività lieta o triste, ed -anche in questo gli accademici, il Platina specialmente, s'erano -creati una grande riputazione di buongustai.[569] Altre volte singoli -ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. Come libera -associazione e senza un programma ben definito, questa accademia si -mantenne nella sua forma primitiva sino al sacco di Roma e potè contare -fra' suoi soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360), -e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire la vita -intellettuale della nazione, non è cosa che si possa così facilmente -stabilire, come d'ordinario non si può di nessuna associazione di -questa specie; tuttavia sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa -menzione, come di una delle più care e preziose ricordanze di sua -gioventù.[570] — Un numero considerevole di altre accademie sorse e -morì in diverse città, secondochè ciò era reso possibile dalla fama e -dall'importanza degli umanisti, che vi risiedevano, e dal favore che -i ricchi e i grandi vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di -Napoli, che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e della quale -poi una parte emigrò a Lecce,[571] un'altra fu quella di Pordenone, che -costituiva la corte del gran condottiere Alviano, e così via. Di quella -di Lodovico il Moro e della sua speciale importanza nella corte del -principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56). - -Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni sembrano aver -subito una completa e radicale trasformazione. Gli umanisti sbalzati, -anche per altre ragioni, di seggio e divenuti sospetti alla incipiente -Contro-riforma, perdono la direzione delle accademie, e la poesia -italiana anche in queste comincia ad occupare il posto della latina. -Ben presto ogni città di una tal quale importanza ha la sua accademia, -coi nomi più strani e bizzarri,[572] e con fondi propri messi insieme -mediante contributi dei soci e legati. Oltre alla recitazione di -poesie, si adotta in esse, alla maniera delle precedenti associazioni -latine, l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione di -drammi, parte col concorso degli stessi accademici, parte sotto la -loro sorveglianza coll'opera di giovani dilettanti e ben presto anche -di attori pagati. Le sorti del teatro italiano, e più tardi anche -dell'Opera, rimasero per lungo tempo nelle mani di queste associazioni. - - - FINE DEL VOLUME PRIMO. - - - - -INDICE E SOMMARIO - -DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO - - - PREFAZIONE DEL TRADUTTORE _Pag._ v - DEDICA DELL'AUTORE » 1 - - PARTE PRIMA. - Lo Stato come opera d'arte. - - I. — INTRODUZIONE. - Condizioni politiche d'Italia nel secolo XIII. — La - Monarchia normanna sotto Federigo II. — Ezzelino - da Romano » 5 - II. — LA TIRANNIDE NEL SECOLO XIV. - Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di - un principe assoluto. — Pericoli interni ed - esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I - Visconti sino al penultimo » 11 - III. — LA TIRANNIDE NEL SECOLO XV. - Interventi e viaggi degl'Imperatori. — Loro - pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno - stabile diritto ereditario. Successioni - illegittime. — I Condottieri quali fondatori di - Stati. — Loro rapporti coi propri Signori. — La - famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino - e sua caduta. — Posteriori tentativi dei - Condottieri » 21 - IV. — LE TIRANNIDI MINORI. - I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e - le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine - di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei - Pico e dei Petrucci » 37 - V. — LE MAGGIORI CASE PRINCIPESCHE. - Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di - Milano. — Francesco Sforza e la sua - fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I - Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, - duca di Urbino. — Ultimo splendore della Corte - urbinate. — Gli Estensi di Ferrara; tragedie - domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici - ufficj, polizia e lavori pubblici. — Merito - personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore - di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi - al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione - accordata alle lettere » 47 - VI. — GLI AVVERSARI DELLA TIRANNIDE. - Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli - assassinj nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio - antico. — I Catilinarj. — Opinione dei Fiorentini - sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti - coi cospiratori » 73 - VII. — LE REPUBBLICHE. - Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e - i suoi pericoli cagionati dalla povertà - dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il - Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti - verso i Condottieri. — Ottimismo della politica - estera. — Venezia quale patria della - Statistica. — Lento sviluppo della - cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato » 83 - VIII. — ANCORA DELLE REPUBBLICHE. - Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività - della coscienza politica. — Dante come - politico. — Firenze qual patria della Statistica; - i Villani. — La Statistica dei maggiori - interessi. — Valori delle monete del secolo - XV. — Le forme costituzionali e gli - storici. — Vizio fondamentale dello Stato - toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e - il suo progetto di costituzione. — Genova, - Siena e Lucca » 101 - IX. — POLITICA ESTERA DEGLI STATI ITALIANI. - Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per - la Francia. — Tentativo per un - equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanza - coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione - obbiettiva della politica. — Arte diplomatica » 121 - X. — LA GUERRA COME OPERA D'ARTE. - Le armi da fuoco. — Conoscitori e - dilettanti. — Orrori guerreschi » 133 - XI. — IL PAPATO E I SUOI PERICOLI. - Posizione di fronte all'estero e - all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in - poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti - del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo - politico in Romagna. — Cardinali di case - principesche. — Innocenzo VIII e suo - figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni - coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi - rapporti col padre. — Suoi ultimi - progetti. — Minacciata secolarizzazione dello - Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli - assassinj. — Gli ultimi anni. — Giulio II - restauratore del Papato. — Elezione di Leone - X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli - esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII - e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e - reazione. — Riconciliazione di Carlo V col - Papa. — Il Papato della Contro-riforma » 139 - XII. — L'ITALIA DE' PATRIOTTI » 173 - - PARTE SECONDA. - Lo svolgimento dell'individualità. - - I. — LO STATO E L'INDIVIDUO. - L'uomo nel Medio-Evo. — Il risvegliarsi della - personalità. — I tiranni e i loro - sudditi. — L'individualismo nelle - Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo » 177 - II. — PERFEZIONAMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ. - Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. - Leon Battista Alberti » 186 - III. — LA GLORIA NEL SENSO MODERNO. - Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità - degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle - abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli - uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della - gloria universale. — La gloria dipendente dagli - scrittori. — L'amor della gloria come passione » 193 - IV. — IL MOTTO E L'ARGUZIA NEL SENSO MODERNO. - Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa - presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori - e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La - parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La - maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro - Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi - principi e cogli uomini celebri. — Sua religione » 209 - - PARTE TERZA. - Il Risorgimento dell'antichità. - - I. — OSSERVAZIONI PRELIMINARI. - Estensione dell'idea compresa nella parola - Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo - precoce risveglio in Italia. — Poesia - latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV » 231 - II. — ROMA, LA CITTÀ DELLE ROVINE. - Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine - esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, - Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di - Roma. — Città e famiglie di derivazione - romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il - corpo di Giulia. Scavi e restauri. — Roma sotto - Leone X. — Le rovine come fonti di - sentimentalismo » 239 - III. — AUTORI ANTICHI RESUSCITATI. - Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del - secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La - stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi - orientali. — Pico di fronte all'antichità » 253 - IV. — L'UMANISMO NEL SECOLO XIV. - Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da - Dante, Petrarca e Boccaccio. — Il Boccaccio primo - campione dell'antichità. — L'incoronazione - dei poeti » 267 - V. — LE UNIVERSITÀ E LE SCUOLE. - L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole - secondarie. — L'istruzione superiore privata; - Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione - dei principi » 277 - VI. — I FAUTORI DELL'UMANISMO. - Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, - e i primi Medici. — Principi: i Papi da Niccolò - V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo - d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo - Malatesta » 285 - VII. — RIPRODUZIONE DELL'ANTICHITÀ. EPISTOLOGRAFIA. - La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile - epistolare » 303 - VIII. — L'ELOQUENZA LATINA. - Indifferenza rispetto alla condizione - dell'oratore. — Discorsi solenni di materia - politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni - funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni - militari. — Prediche latine. — Rinnovamento - dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; - citazioni. — Concioni finte. — Scadimento - dell'eloquenza » 309 - IX. — I TRATTATISTI LATINI » 323 - X. — LA STORIOGRAFIA. - Necessità relativa del latino. — Studi sul Medio-Evo; - il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti - colla storiografia italiana » 325 - XI. — IL LATINISMO PREVALENTE IN OGNI RAMO DELLA CULTURA. - Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle - cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone - e i ciceroniani. — Conversazione latina » 333 - XII. — LA NUOVA POESIA LATINA. - L'epopea tratta dalla storia antica; - l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana; il - Sannazzaro. — Introduzione di elementi - mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia - didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi - limiti. — Odi per santi. — Elegie e - simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica » 313 - XIII. — CADUTA DEGLI UMANISTI NEL SECOLO XVI. - Accuse contro gli umanisti e loro giusto - valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli - umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie » 363 - - - - -NOTE: - - -[1] _Storia dell'Architettura_ di Francesco Kugler. (La prima metà del -volume IV, contenente l'_Architettura e la Decorazione del Rinascimento -italiano_, è dell'Autore). - -[2] Machiavelli, _Discorsi_, L. I, c. 12. - -[3] I regnanti e la loro corte chiamansi insieme _lo Stato_, e questa -parola sembra essere stata usata in seguito a significare l'esistenza -di un intero territorio. - -[4] Höfler, _Kaiser Friedrich II_, pag. 39 e segg. - -[5] _Cento Novelle antiche_, Nov. 1, 6, 20, 21, 22, 23, 29, 30, 45, 56, -83, 88, 98. - -[6] Scardeonius, _De urbis Patav. antiq._ nel _Thesaurus_ del Grevio, -VI, III, pag. 259. - -[7] Sismondi, _Hist. des Républ. italiennes_, IV, pag. 420; VIII, pag. -1 e segg. - -[8] Franco Sacchetti, _Novelle_, (61, 62). - -[9] Petrarca, _De Republ. optime administranda, ad Franc. Carraram_ -(Opp. pag. 372 e segg.). - -[10] Solo cento anni più tardi anche la principessa è detta _madre_ de' -sudditi. Cfr. l'orazione funebre di Girolamo Crivelli per Bianca Maria -Visconti, presso Muratori, XXV, col. 429. Un traslato ironico di ciò -si ha nell'appellativo di _mater Ecclesiae_ dato alla sorella di papa -Sisto IV da Jacopo da Volterra (Muratori, XXIII, col. 109). - -[11] Esprimendo incidentalmente il desiderio che fosse impedita in -Padova la circolazione degli animali suini, perchè disgustosa alla -vista e pericolosa ai cavalli, che ne adombravano. - -[12] Petrarca, _Rerum memorandar._, l. III, pag. 460. — Si allude a -Matteo I Visconti e a Guido della Torre allora regnante a Milano. - -[13] Matteo Villani, V, 81, dove parla della segreta uccisione di -Matteo II Visconti operata da' suoi fratelli. - -[14] Filippo Villani, _Istorie_, XI, 101. Anche Petrarca trova i -tiranni lindi e puliti «come altari in giorno di festa». — Il trionfo -all'uso antico di Castracane in Lucca trovasi minutamente descritto -nella sua vita scritta da Tegrimo, presso Muratori, XI, col. 1340. - -[15] _De Vulgari Eloquio_, I, c. 12... _qui non heroico more, sed -plebeo sequuntur superbiam_ ecc. - -[16] Ciò non si trova invero che in alcuni scritti del secolo XV, ma -certamente dietro fantasie anteriori: L. B. Alberti, _De re aedific._, -V, 3. — Franc. di Giorgio, _Trattato_, presso Della Valle, _Lettere -senesi_, III, 121. - -[17] Franco Sacchetti, _Nov._, 61. - -[18] Matteo Villani, VI, 1. - -[19] L'ufficio de' passaporti in Padova intorno alla metà del secolo -XIV, come anche _quelli delle bullette_, trovansi descritti da -Franco Sacchetti, _Nov._ 117. Negli ultimi dieci anni di Federico II, -quando prevaleva il più rigido controllo personale, l'istituzione de' -passaporti doveva esistere nel suo pieno sviluppo. - -[20] Corio, _Storia di Milano_, fol. 247 e segg. - -[21] Anche, per esempio, a Paolo Giovio: v. _Viri illustres, Jo. -Galeatius_. - -[22] Corio, fol. 272, 285. - -[23] Cagnola, nell'_Archiv. Stor._, III, p. 23. - -[24] Così Corio, fol. 286, e Poggio, _Hist. Florent._, IV, presso -Muratori, XX, col. 290. — Di aspirazioni all'impero parlano il Cagnola, -l. c., e un sonetto presso il Trucchi, _Poesie italiane inedite_, II, -p. 118: - - Stan le città lombarde con le chiave - In man per darle a voi... ecc. - Roma vi chiama: Cesar mio novello, - Io sono ignuda et l'anima pur vive; - Or mi coprite col vostro mantello ecc. - -[25] Corio, fol. 302 e segg. Cfr. Ammian. Marcellin. XXIX, 3. - -[26] Così Paolo Giovio: _Viri illustr., Jo. Galeatius, Philippus_. - -[27] De Gingins: _Dépêches des ambassadeurs milanais_, II, pag. 200 (N. -213). Cfr. II, 3 (N. 114) e II, 212 (N. 218). - -[28] Paul. Jovius, _Elogia_. - -[29] Questa riunione di forze e d'ingegno è quella che da Machiavelli -vien detta virtù, e ch'egli trova compatibile anche con la -scelleratezza, come per esempio nei Discorsi, I, 10, dove parla di -Settimo Severo. - -[30] Intorno a ciò veggasi Francesco Vettori, _Arch. Stor. VI, pag_. -293 e segg. _L'investitura fatta da un uomo che dimora in Germania -e che d'imperatore romano non ha che il nome, non ha la forza di -trasformare un ribaldo in vero signore di una città_. - -[31] M. Villani, IV, 38, 39, 56, 77, 78, 92; V, 1, 2, 21, 36, 54. - -[32] Fu un italiano, Fazio degli Uberti (_Dittamondo_ L. VI, cap. -5, intorno all'anno 1360) che avrebbe preteso da Carlo IV un'altra -crociata in Terra Santa. Il passo è uno dei più belli del poema ed -anche sotto altri punti di vista notevole. Il poeta viene allontanato -dal Santo Sepolcro da un burbanzoso turcomanno: - - Coi passi lunghi e con la testa bassa - Oltrepassai e dissi: ecco vergogna - Del crïstian che 'l saracin qui lassa! - Poscia al pastor (il papa) mi volsi per rampogna: - E tu ti stai, che sei Vicar di Cristo, - Co' frati tuoi a ingrassar la carogna? - Similimente dissi a quel sofisto (Carlo IV), - Che sta in Buemme a piantar vigne e fichi, - E che non cura di sì caro acquisto: - Che fai? perchè non segui i primi antichi - Cesari de' Romani, e che non siegui, - Dico, gli Otti, i Corradi e i Federichi? - E che pur tieni questo imperio in triegui? - E se non hai lo cuor d'esser Augusto, - Che no 'l rifiuti? o che non ti dilegui? ecc. - -[33] Più distesamente in Vespasiano fiorentino, pag. 54. Cfr. 150. - -[34] _Diario ferrarese_, presso Muratori, XXIV, col. 213 e segg. - -[35] _Haveria voluto scortigare la brigata_. - -[36] _Annales Estenses_, presso Murat. XX, col. 41. - -[37] Poggii, _Hist. florent. pop._ l. VII, presso Muratori, XX, col. -381. - -[38] Senarega, _De reb. Genuens._, presso Murat. XXIV, col. 575. - -[39] Sono numerati nel _Diario ferrarese_, presso Murat. XXVI, col 203. -Cfr. _Pii II Comment. II_, pag. 102. - -[40] Marin Sanudo, _Vite de' Duchi di Venezia_, presso Murat. XXII, -col. 1113. - -[41] Varchi, _Stor. fiorent._ I, p. 8. - -[42] Soriano, _Relaz. di Roma_ 1533, presso Tommaso Gar. _Relazione_, -pag. 281. - -[43] Per ciò che segue conf. Canestrini nella _Introduzione_ al tom. XV -dell'_Arch. Stor._ - -[44] Cagnola, Arch. Stor. III. pag. 28: _et (Filippo Maria) da lei -(Beatr.) ebbe molto texoro e dinari, e tutte le giente d'arme del dicto -Facino, che obedivano a lei._ - -[45] Infessura, presso Eccard, _Scriptor._ II, col. 1911. L'alternativa -che Machiavelli pone al condottiero vittorioso, veggasi nei _Discorsi_. -I, 30. - -[46] Se essi abbiano avvelenato anche l'Alviano nel 1516 e se sieno -giusti i motivi addotti per ciò, veggasi uno scritto di G. Prato -inserito nell'_Arch. Stor. III_, pag. 348. — Dal Colleoni la Repubblica -si fece nominare sua erede, e dopo la sua morte avvenuta nel 1475 -ordinò una formale confisca di tutti i suoi beni. Cfr. Malipiero, -_Annali veneti_ nell'_Arch. Stor. VII_, I, p. 224. Essa si mostrava -assai soddisfatta, quando i condottieri depositavano il loro danaro in -Venezia. _Ibid_. pag. 351. - -[47] Cagnola, nell'_Arch. Stor._ III, pag. 121 e segg. - -[48] Almeno presso Paolo Giovio nella sua _Vita magni Sfortiae (Viri -illustres)_, una delle più interessanti fra le sue biografie. - -[49] Aen. Sylvius: _De dictis et factis Alphonsi_, op. fol. 475. - -[50] Pii II _Comment._ I. p. 46. Cfr. 69. - -[51] Sismondi X, pag. 258. Corio, fol. 412, dove lo Sforza è detto -complice, perchè dalla guerresca popolarità del Piccinino temeva -pericoli pe' suoi propri figli. — _Storia Bresciana_ presso Muratori -XXI, col 902 — Come si tentò nel 1466 il gran condottiere veneziano -Colleoni, ci è raccontato da Malipiero, _Annali veneti_, nell'_Arch. -Stor._ VII, I, pag. 210. - -[52] Allegretti, _Diarii Sanesi_, presso Murat. XXIII, pag. 811. - -[53] _Orationes Philelphi_, fol. 9, nell'orazione funebre per Francesco. - -[54] Marin Sanudo, _Vite de' duchi di Venezia_, presso Murat. XXII, -col. 1241. - -[55] Malipiero, _Annali veneti_, nell'_Arch. Stor._ VII, I, pag. 407. - -[56] _Chron. Eugubinum_, presso Muratori XXI, col. 972. - -[57] Vespasiano fiorent. pag. 148. - -[58] _Arch. Stor_. XXI, parte I e II. - -[59] Varchi, _Storia fiorent_. I. pag. 242 e segg. - -[60] Malipiero, _Annali veneti, Arch. Stor. VII_, I. pag. 498. - -[61] Lil. Greg. Gyraldus, _De vario sepeliendi ritu_. — Ancor nel 1470 -era avvenuta in questa casa una catastrofe in piccolo. Cfr. _Diario -ferrarese_, presso Murat. XXIV. col. 225. - -[62] Jovian. Pontan. _De liberalitate_ e _de obedientia_, l. 4. Cfr. -Sismondi X. pag. 78 e segg. - -[63] Tristano Caracciolo: _De varietate fortunae_, presso Murat. XXII. -— Jovian. Pontan. _De prudentia_, l. IV, _de magnanimitate_, l. I, _de -liberalitate, de immanitate_. — Camillo Porzio, _Congiura de' Baroni_, -passim. — Comines, _Charles VIII_, chap. 17, colla caratteristica -generale degli Aragonesi. - -[64] Paul. Jov. _Histor_. I. p. 14, nel discorso di un inviato -milanese. _Diario ferrarese_, presso Murat. XXIV, col. 294. - -[65] Petri Candidi Decembrii _Vita Phil. Mariae Vicecomitis_, presso -Murat. XX. - -[66] Furono ordinate da lui le 14 statue marmoree di Santi nel castello -di Milano? — _Historia der Frundsberge_, fol. 27. - -[67] Ciò che lo angustiava era che _aliquando «non esse» necesse esset._ - -[68] Corio, fol. 400; — Cagnola nell'_Arch. stor._ III. p. 125. - -[69] Malipiero, _Annali veneti, Arch. Stor._ VII, I, p. 216, 221. - -[70] _Chron. venetum_, presso Murat., XXIV, col. 65. - -[71] Malipiero, _Ann. veneti_, (_Arch. Stor._, VII, I, p. 492). Cfr. -481, 561. - -[72] Il suo ultimo colloquio con lo stesso, genuino e notevole, presso -Senarega, Murat. XXIV, col. 567. - -[73] _Diario ferrarese_, presso Murat., XXIV, col. 336, 367, 369. Il -popolo credeva, che temesse pe' suoi tesori. - -[74] Corio, _fol._ 448. Gli effetti di questo stato di cose possono -vedersi nelle _Novelle_ e _Introduzioni_ del Bandello, che si -riferiscono a Milano. - -[75] Amoretti, _Memorie storiche sulla vita ecc. di Lionardo da Vinci_, -pag. 35 e segg., 83 e segg. - -[76] Vedi i di lui sonetti presso Trucchi, _Poesie inedite_. - -[77] Prato, nell'_Arch. Stor._, III, p. 298. Cfr. 302. - -[78] Nato nel 1466, fidanzato ad Isabella sedicenne nel 1480, successe -nella signoria nel 1484, si sposò nel 1490, morì nel 1519. Isabella -morì nel 1539. I loro figli erano Federigo (1519-1540), innalzato a -duca nel 1530, e il celebre Ferrante Gonzaga. Ciò che segue è tolto -dalla corrispondenza di Isabella, con appendici, _Arch. Stor. Append._, -tom. II, comunicate dal D'Arco. - -[79] Franc. Vettori, nell'_Arch. Stor., Append._, t. VI, p. 321. — -Intorno a Federigo in particolare veggasi Vespasiano fiorent. p. 132 e -segg. - -[80] Castiglione, _Cortegiano_, L. I. - -[81] Ciò che segue, specialmente dagli _Annales Estenses_ presso -Muratori, XX, e dal _Diario ferrarese_, presso Muratori XXIV. - -[82] _Diario ferrarese_ l. c, col. 347. - -[83] Paul. Jovius: _Vita Alphonsi ducis_ nei _Viri illustres_. - -[84] Paul. Iovius, l. c. - -[85] Borso edificò tuttavia, tra le altre costruzioni, la Certosa -di Ferrara, la quale può sempre dirsi una delle più belle Certose -dell'Italia d'allora. - -[86] In questa occasione è da menzionare anche il viaggio di Leon -X, quand'era cardinale. Cfr. Paul. Iovii _Vita Leonis X_, libr. I. -L'intendimento era meno serio e il viaggio era diretto a procurargli -una distrazione e una conoscenza generale del mondo, proprio nel senso -moderno. Ma nessuno d'oltr'alpe viaggiava allora con tali scopi. - -[87] Iovin. Pontan. _De liberalitate_. - -[88] Giraldi, _Hecatommithi_, VI, nov. I. - -[89] Vasari, XII, 166. _Vita di Michelangelo_. - -[90] Un primo esempio se ne ha in Bernabò Visconti, pag. 18. - -[91] V. _Capitolo 19_, e nelle _Opere minori_, ed. Le Monnier, volume -I pag. 425, col titolo _Elegia_ 17. Senza dubbio al poeta diciannovenne -la causa di questa morte (v. pag. 62) era ignota. - -[92] Negli _Hecatommithi_ del Giraldi trattasi di Ercole I, Alfonso I, -Ercole II nel l. I. _Nov_. 8 e nel VI, _Nov._ 1. 2. 3. 4 e 10, il tutto -essendo ancor vivi i due ultimi. — Anche nel Bandello si hanno molte -narrazioni riguardanti principi suoi contemporanei. - -[93] Fra le altre nelle _Deliciae poetar. italor._ - -[94] Già menzionato ancora nel 1367, parlando di Niccolò il Vecchio, -nel _Polistore_, presso Murat. XXIV. col. 848. - -[95] Burigozzo, nell'_Arch. Stor._ III. p. 432. - -[96] Discorsi, I, 17. - -[97] _De incert. et vanitate scientiar._ cap. 53. - -[98] Prato, nell'_Arch. Stor._ III. p. 211. - -[99] _De casibus virorum illustrium_. L. II. cap. 15. - -[100] _Discorsi_, III, 6. — Cfr. _Storie fiorent._ L. VIII. — La -descrizione delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani -sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che per lo -meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro contemporaneo -del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina dai Saraceni, -operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi chiamato (presso Baluz. -_Miscell_. I, p. 184), offre l'occasione ad un racconto abbastanza -caratteristico di questo genere (1060); per tacere anche del colorito -drammatico, che si diede ai racconti del Vespro siciliano. La medesima -tendenza si scorge notoriamente negli storici greci. - -[101] Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440. - -[102] Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il motivo -sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato ancora -all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3. - -[103] Corio, fol. 422. — Allegretto, _Diari sanesi_, presso Muratori -XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54. - -[104] Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio, -un periodo come il seguente: «_quisque nostrum magis socios potissime -et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos se -facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul magis noctu edere, -vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc._». - -[105] Vasari, III, 251. Nota alla _vita del Donatello_. - -[106] _Inferno_, XXXIV, 64. - -[107] Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, _Arch. -Stor._ I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., _Vita Leonis X_, L. III, nei _Viri -illustres_. - -[108] Presso Roscoe, _Vita di Lorenzo de' Medici_, vol. IV, _Appendice_ -12. — Cfr. anche la Relazione, _Lettere di Principi_ (edizione Venez. -1577) III. fol. 162 e segg. - -[109] Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, _Vita di Ant. -Giacomini_, pag. 18. - -[110] _Genetliacon_, ne' suoi _Carmina_. — Cfr. Sansovino, _Venezia_, -fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, _Monum_. -IX, p. 5, 6, pone l'occupazione delle isole al tempo dei Longobardi, e -quella di Rialto espressamente più tardi. - -[111] _De situ venetae urbis_. - -[112] Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove -costruzioni dei primi anni del secolo XVI. - -[113] Benedetto: _Charolus VIII_. presso Eccard. _Scriptores_, II, col. -1597, 1601, 1621. — Nel _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV, col. 26, -sono enumerate le virtù politiche dei veneziani: _bontà, innocenza, -zelo di carità, pietà, misericordia_. - -[114] Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. _Erasmi -Colloq._ ed. Tigur, 1553, pag. 215, _miles et carthusianus_. - -[115] _Epistolae_, lib. V, fol. 28. - -[116] Malipieri, _Annali veneti_, nell'_Arch. stor._ VII, I, p. 377, -431, 481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — _Chron. venetum_, presso -Murat. XXIV, col. 57. — _Diario ferrarese_, ibid. col. 240. - -[117] Malipiero, nell'_Arch. Stor_. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713 e -I, 535. - -[118] Marin Sanudo, _Vite de' Duchi_, Murat. XXII, col. 1194. - -[119] _Chron. venetum_, Murat. XXIV, col. 105. - -[120] _Chron. venetum_, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero -l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo -dell'ammiraglio Antonio Grimani. - -[121] _Chron. venetum_, l. c. col. 166. - -[122] Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere -in Marin Sanudo, _Vite de' Duchi_, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno -1426), col. 1088 (dell'anno 1440), presso Corio, fol. 435-438 (del -1483), presso Guazzo, _Historie_, fol. 151 e segg. - -[123] Guicciardini (_Ricordi_, n. 150) forse nota pel primo che il -desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del -proprio interesse. - -[124] Malipiero, l. c. VII, I, p. 328. - -[125] Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo è -un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel _Manipulus florum_ -(presso Murat. XI, 711 e segg.) dell'anno 1288. Esso enumera le porte -delle case, la popolazione, gli uomini atti alle armi, le logge dei -nobili, le fontane, i forni, le taverne, le botteghe de' macellai, -i pescatori, il consumo del grano, i cani, gli uccelli da caccia, -i prezzi delle legne, del fieno, del vino e del sale, — ed inoltre -i notai, i medici, i maestri di scuola, i copisti, gli armaiuoli, i -maniscalchi, gli spedali di corte, i conventi, le fondazioni pie e le -corporazioni ecclesiastiche. — Un altro, forse più antico, può vedersi -nel _Liber de magnatibus Mediolani_, presso Heinr. de Hervordia, ed. -Potthast. p. 165. — Cfr. anche la statistica di Asti dell'anno 1280, -presso Ogerius Alpherius (Alfieri), _De gestis Astensium, Hist. patr. -Monumenta, Scriptorum_ t. III, col. 684 e segg. - -[126] Specialmente Marin Sanudo nelle _Vite de Duchi di Venezia_, -Murat. XXII, passim. - -[127] Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio -è riportato da Scherer, _Allgem. Geschs. des Welthandels_, I, 326, in -nota. - -[128] Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non quelle -soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime però -rendevano talvolta moltissimo. Cfr. Vasari XIII, 83, _Vita di Jac. -Sansovino_. - -[129] Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490 si -ha alla col. 1245. - -[130] Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano Paolo -II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli umanisti. -Platina, _Vita Pauli_, p. 323. - -[131] Sanudo, l. c. col. 1167. - -[132] Sansovino, _Venezia_, l. XIII. - -[133] Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast). - -[134] Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla -Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di Santa -Giustina di Padova, che credevano di possederlo, e l'autorità papale -dovette decidere. Cfr. Guicciardini (_Ricordi_, n. 401). - -[135] Sansovino, _Venezia_, lib. XII. - -[136] Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per la -Divina Commedia. - -[137] Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470, v. -pag. 554. - -[138] _Purgatorio_, VI, sulla fine. - -[139] _De Monarchia_, L. I. - -[140] _Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte._ Come egli -volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi la -lettera a pag. 35, durante il conclave di Carpentras del 1314. - -[141] Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso il -Baluz. _Miscell._ IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato. -Anche qui la stessa attività generale: _non est dives aut pauper in ea_ -(civitate), _qui de arte certa se nutrire non valeat et suos_. - -[142] Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93. - -[143] Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54. - -[144] Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il -Machiavelli, _Stor. fiorent._, lib. II. - -[145] Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una bianca -per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico. - -[146] In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari -guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35. - -[147] Matteo Villani, III, 103. - -[148] Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della -peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul -principio del _Decamerone_. - -[149] Giov. Villani, X, 164. - -[150] _Ex annalibus Ceretani_, presso Fabroni, _Magni Cosmi Vita_, ad -not. 34. - -[151] _Ricordi di Lorenzo_, presso Fabroni, _Laur. Med. magnifici -Vita_, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, _Elog. Cosmus_. - -[152] _Di Benedetto Dei_, presso Fabroni, _ibid. adnot._ 200. -L'indicazione del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto -finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può -vedersi in Roscoe, _Vita di Lor. de' Medici_, vol. II, append. 1. - -[153] Per es. nell'_Arch. Stor._, IV. - -[154] Libri, _Hist. de sciences mathématiques_, II, 162 e segg. - -[155] Varchi, _Storie fiorentine_, III, p. 56 e segg. sulla fine del -lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo essere -derivati da sviste di copisti o tipografiche. - -[156] Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale -io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni dati -sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni si -lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente i -documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro, e lo scudo -d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso, da undici a -dodici franchi della nostra moneta. - -In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476) con 170,000 -ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII, II, p. 666). - -Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino, con 200,000 -ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani (Gasp. veronens. -_Vita Pauli JI_, presso Murat., III, II, col. 1027). Altrove si hanno -dati favolosi. - -Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione di -suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante gli si -attribuiscono 100,000 ducati (_Chron. venetum,_ Muratori, XXIV, col. -125). - -Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia veggasi -specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg., (Notizia del -1498). - -Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città che passano -per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile, perchè attestata -da un Franc. Vettori: veggasi la di lui _Storia_, nell'_Arch. Stor._, -append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34 e 42, fa menzione -del più ricco mercante genovese del suo tempo, Ansaldo Grimaldi. - -Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore del -danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis). - -In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani alla -metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come di 3 -ad 8 (_Sacco di Piacenza_, nell'_Arch. Stor._, append., tom. V; nota -dell'editore Scarabelli). - -In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano da -50 a 60,000 ducati. (_Diario ferrarese_, Murat., XXIV, col. 207, 214, -218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187). - -Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono se non -a conclusioni approssimative. Di questo genere sono quei prestiti, che -figurano fatti da una sola o da poche case, ma che in fatto procedevano -da grandi compagnie, e tali sono altresì quelle enormi contribuzioni -imposte ai partiti che soggiacevano, come, per esempio, quelle che -dall'anno 1430 al 1453 furono pagate da settantasette famiglie per -l'ammontare di 4,875,000 fiorini d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.). - -L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui morte -(1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo e Lorenzo -l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440), ben 235,137 -(Fabroni, _Laur. Medic._, adnot. 2). - -Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa -testimonianza, per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le -quarantaquattro botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio, -rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. _Vita di -Taddeo Gaddi_). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze, -_Florence et ses vicissitudes_, vol. II) è pieno di dati, i quali però -non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e il -meschino valore del danaro. - -Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano da -tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi -affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli averi -dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520 -una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (_Lettere -pittoriche_, I, append. 48). - -[157] Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo il -Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni giudizio sulla -loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole (di Gino -Capponi) nell'_Arch. Stor_., I, p. 315 e segg. — Le lodi tributate -a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle che principalmente -provocarono una reazione (Sismondi, _Histoire des républiques -italiennes_, fra molti altri). - -[158] Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti -lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. _Arch. Stor_., Append. tom. II, p. -176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle dal secolo -XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato dispotico, è noto -universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia de' Visconti nel -1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia superiore col rifiutare -ricisamente una federazione di città con parità di diritti. Cfr. Corio, -fol. 358 e segg. - -[159] Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò -sul modo di attuare una costituzione come segue: _le sedici compagnie -della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri scegliere -i quattro migliori, e da questi la Signoria l'ottimo!_ — Ma le cose poi -andarono diversamente, e precisamente per l'influenza stessa del Frate. - -[160] Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, dopo la -cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc. - -[161] Machiavelli, _Storie fiorent_., lib. III. «_Un savio dator delle -leggi_» poteva salvar Firenze. - -[162] Varchi, _Storie fiorent_., I, p. 210. - -[163] _Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze_, nelle _Opere -minori_, p. 207. - -[164] La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in -Montesquieu. - -[165] Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il -giudizio spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione -e sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, _Lettere di -Principi_, III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577). - -[166] _Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer_, p. 701. — In modo -simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c. - -[167] Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto moderna -ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti del 1535. -V. Della Valle, _Lettere Sanesi_, III, p. 317. — Un certo numero di -merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi di Machiavelli, -pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre magistrature romane -contro il mal governo dei nobili e della burocrazia. - -[168] Pierio Valeriano, _De infelicit. literator_., parlando di -Bartolommeo Della Rovere. - -[169] Senarega, _De reb. genuens_., presso Murat. XXIV, col. 548. -Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. V. -il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione -dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, _Archivio Stor._ III, -p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro e (più tardi) -cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente dal quadro generale -delle condizioni italiane. - -[170] Baluz. _Miscell_., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg. - -[171] Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, _Stor. fiorent._ I, 57. - -[172] Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di -Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria. -Cfr. Malipiero, _Annali veneti, Arch. stor_. VII, 1, p. 216 e segg. -In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente a Venezia, -benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di qualche tiranno, -mentre Firenze è costretta a tener soggette colla forza le vicine -repubbliche avvezze alla libertà, come osserva Guicciardini (_Ricordi_, -n. 29). - -[173] In modo affatto speciale in una _Istruzione_ dell'anno 1452 agli -inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, _Cosmus adnot_. 107. - -[174] Comines, _Charles VIII, chap. 10:_ si riguardavano i francesi -come _Santi_. — Cfr. chap. 17. — _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV, -col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, _Cron. di Perugia, Arch. stor_. XVI, -II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze. - -[175] Pii II _Commentarii_, X, p. 492. - -[176] Gingins, _Dépêches des ambassadeurs milanais_ etc. I, p. 26, 153, -279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. Carlo -si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di Orléans. - -[177] Niccolò Valori, _Vita di Lorenzo_. - -[178] Fabroni, _Laurentius magnificus, adnot_. 205 e segg. Perfino -in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: _flectere si nequeam -Superos, Acheronta movebo_, ma è sperabile che non intendesse alludere -ai Turchi (Villari, _Storia di Savonarola_, II, p. 48 dei Documenti). - -[179] Per es. Giov. Pontano nel suo _Caronte_. Sulla fine egli aspetta -uno Stato unitario. - -[180] Comines, _Charles, VIII, chap. 7_. — Come Alfonso cercasse in -guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, ci è -narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli è il -vero predecessore di Cesare Borgia. - -[181] Pii II _Commentarii_, X, p. 492. — V. una fiorita lettera -di Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore -ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un -libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso -Baluz. _Miscell_. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse -nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria. -Cfr. Malipiero, _Ann. veneti. Arch. stor._ VII, I, 222. — Intorno a -Boccalino vedi sopra a pag. 35. - -[182] Porzio, _Congiura de' Baroni_, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia -avuto una mano è appena credibile. - -[183] _Chron. venetum_, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76. - -[184] Malipiero, l. c. p. 565, 568. - -[185] Trithem, _Annales Hirsaug. ad an_. 1490, tom. II, p. 535 e segg. - -[186] Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim -a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che esisteva una -corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro e Bajazet, anche se -dovessero essere soppressi i documenti riportati da Burcardo. - -[187] Bapt. Mantuanus, _De calamitatibus temporum_, sulla fine del -secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca. - -[188] Tommaso Gar, _Relazioni della Corte di Roma_, I, p. 55. - -[189] Ranke, _Geschichten der romanischen und germanirchen Völker_. — -L'opinione del Michelet (_Réforme_, p. 467), che i Turchi avrebbero -finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade affatto. — -Forse per la prima volta la missione riserbata alla Spagna trovasi -indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami nel 1510 tenne alla -presenza di Giulio II, per festeggiare la presa di Bugia operata dalla -flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. _Anecdota litteraria_, II, p. -149. - -[190] Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo -Sforza, fol. 329. - -[191] Nic. Valori. _Vita di Lorenzo_. — Paul. Jovius, _Vita Leonis X_, -L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non senza -rettorica. - -[192] Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva e -giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna anche -tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente -con Angelo Catto. - -[193] Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec. - -[194] Presso Villari, _la Storia di G. Savonarola_, vol. II, p. XLIII -dei _Documenti_, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere -politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente -presso il Baluzio, _Miscellanea_, ed. Mansi, vol. I. - -[195] Pii II _Commentarii_, L. IV, p. 190 ad a. 1459. - -[196] Paul. Jovius, _Elogia_. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino, -_che si sarebbe vergognato_ di tollerare nella sua biblioteca un libro -stampato. Cfr. Vespas. fiorent. - -[197] Porcellii _Commentaria Jac. Piccinini_ presso Murat. XX. Una -continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV. - -[198] Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende -il vecchio Africano. - -[199] Simonetta, _Hist. Franc. Sfortiae_, presso Murat. XXI, c. 630. - -[200] Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, _parte I_, -nov. 40. - -[201] Cfr. per es. _De obsidione Tiphernatium_ nel 2.º volume dei -_Rer. ital. scriptores ex codd. florent._, col. 690. Avvenimento molto -caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault -con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III, p. 25. -— Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è raccontato -dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro il duello in -generale. _Sept. Decretal._ V, tit. 17. - -[202] I particolari nell'_Arch. Stor. Append. T. V._, ed in una lettera -presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello Sforza -sono rappresentate come una delle più terribili orde di mercenari, che -sieno mai state. - -[203] Una volta per sempre rimandiamo qui alla _Storia dei Papi_ di -Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim _Sull'origine e lo sviluppo dello -Stato della Chiesa_. - -[204] Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze -veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni -ecclesiastiche di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e -segg.) e J. Manetti _Vita Nicolai V_ (Murat. III, II, col. 923). — -Sugli omaggi resi a Pio II, v. _Diario ferrarese_ (Murat XXI. col. -205), e Pii _Comment_. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562. -Anche assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa. -— Le grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta -importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV, -che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale (Jac. -Volaterranus, _Diarium_, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza -notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della benedizione -e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481 non volle dar -la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono maledizioni e -imprecazioni (Ibid. col. 133). - -[205] Machiavelli, _Scritti minori_, pag. 142, nel noto Discorso -sulla catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i -francesi si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr. -presso Paul. Jov., _Vita Leonis X_ (L. II) la scena che precedette la -battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo di -ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa, che ne -pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che fecero i -Francesi a Milano. - -[206] Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, i -quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo -la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti -di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero -imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II, col. -1893) e dal Platina, pag. 317 ec. - -[207] L. B. Alberti: _De Porcaria conjuratione_, presso Murat. XXV, -col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: _omnem pontificiam turbam -funditus extinguere_. L'autore conclude: _video sane, quo stent loco -res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse omnia -conducat_.... Egli li chiama _extrinsecos impulsores_, e crede che il -Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche le -idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle di Cola di -Rienzo. - -[208] _Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris.... -Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, pater -ecclesiae_ etc. - -[209] Pii II, _Commentarii_, IV, pag. 208 e segg. - -[210] Platina, _Vitae Paparum_, p. 318. - -[211] Battista Mantovano, _De calamitatibus temporum_, L. III. L'arabo -vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: _venalia -nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes, thura, -preces, coelum est venale, Deusque_. - -[212] Si veggano, per es., gli _Annales Placentini_, presso Murat. XX, -col. 943. - -[213] Corio, _Storia di Milano_, fol. 416-420. Pietro aveva già -aiutato a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso -Eccard, _Scriptores_, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato -profetizzato, che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto -nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data -presso Baluz. _Miscell_. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. _Stor. -fiorent_. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo è -che i motivi non sarebbero loro mancati. - -[214] Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127), -incorporare l'Apulia _come feudo devoluto a S. Pietro_. - -[215] Fabroni, _Laurentius magnif. adnot._ 130. Un referendario -scriveva di ambedue:_ hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa -corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo_. - -[216] Corio, fol. 450. - -[217] Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, _Laurentius -magnif. adnot._ 217, e in estratto presso Ranke, _Die römischen -Päpste_, I, p. 45. - -[218] E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò -nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo -faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua -partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine -e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar colle potenze -estere veggasi a pag. 125. - -[219] Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, _Scriptores_, II, -passim. - -[220] Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di -Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu -data in moglie al principe Alfonso. - -[221] Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla -deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e -precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto -(_Charolus VIII_, presso Eccard _script_. II, col. 1584), Carlo, -offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo nel -nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea _de Italiae -imperio deque pontificis statu mutando_, ma subito dopo l'avrebbe -abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente Alessandro. Il -Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari da questo tempo in -avanti presso Pilorgerie, _Campagne et bulletins de la grande armée -d'Italie 1494-1495_ (Paris, 1866 8.º), dove si discorre della gravità -del pericolo, in cui si trovò più volte Alessandro (p. III, 117 ecc.). -Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) Carlo non pensava a fargli -alcun male. - -[222] Corio, fol. 550. — Malipiero, _Ann. veneti, Arch. stor._ VII, -I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia -intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un -nipote viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato -pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le persone -addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui possono -mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare maggiore di -una chiesa di Murano. - -[223] Ciò presso il Panvinio (_Contin. Platinae_, p. 359): _insidiis -Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre_. -Testimonianza certo autentica, contro la quale hanno poco peso le -asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa -a Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro -accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal -Tevere, il Sannazzaro scrisse: - - Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus, - Piscaris natum retibus, ecce, tuum. - -[224] Machiavelli, _Opere_, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395, -nella _Legazione al duca Valentino_. - -[225] Tommaso Gar, _Relazioni della Corte di Roma_, I, p. 12 nella -_Relaz_. di P. Capello. Letteralmente è detto: _il Papa rispetta -Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera che -ella_ (la signoria di Venezia) _protegga il figliuolo e dice voler fare -tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria nostra_. La -parola suo non può riferirsi che a Cesare. Del resto delle incertezze -cagionate dall'uso del pronome possessivo si ha un saggio nella -questione oggidì ancor viva rispetto alle parole usate dal Vasari nella -_Vita di Raffaello_: «_a Bindo Altoviti fece il ritratto suo_» ecc. - -[226] _Strottii poetae_, p. 19, nel poema sulla _Caccia_ di Ercole -Strozza, _cui triplicem fata invidere coronam._ Poi anche nell'_Elegia_ -per la morte di Cesare, p. 31 e segg.: _speraretque olim solii decora -alta paterni_. - -[227] Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: _affore Alexandri -sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret_, -ecc. - -[228] Ibid: _sacrumque decus majora parantem deposuisse_. - -[229] Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una principessa -francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma in qualche -modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia. Non si sa s'egli -abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio, quantunque -(secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse calcolare sopra una -prossima morte del padre. - -[230] Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente -su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: inoltre -non si poteva prescindere dall'assenso della Francia. - -[231] Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, _Cronaca di -Perugia, Arch. stor. XVII_. II, p. 137 e 221: _egli voleva che i suoi -soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che in tempo di -pace guadagnavano più ancora, che in tempo di guerra_. - -[232] Così Pierio Valeriano, _De infelicitate literator_., parlando di -Giovanni Regio. - -[233] Tommaso Gar, l. c. p. 11. - -[234] Paulus Jovius, _Elogia, Caesar Borgia_. — Nei _Commentarii -urbani_ di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una -caratteristica di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia -molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: _Roma.... nobilis jam -carnificina facta erat_. - -[235] _Diario ferrarese_, presso Murat. XXIV, col. 362. - -[236] Paul. Jovius, _Historiar_. II, fol. 47. - -[237] Panvinius, _Epitome pontificum_, p. 359. Il tentativo -d'avvelenamento contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — -Secondo Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez, -cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i -segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, _Röm. Päpste_, I, p. 52, nota) -anche il cardinale di Verona. - -[238] Prato, _Arch. stor. III_. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso -il Baluz. _Miscell_. IV, p. 518 e segg. - -[239] Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. _Chron. venetum_, -presso Murat. XXIV, col. 133. - -[240] Anshelm, _Berner Chronik_, III, pag. 146-156. — Trithem. _Annales -Hirsaug_. II, 579, 584, 586. - -[241] Panvin., _Cont. Platina_e, p. 341. - -[242] Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati ancor -vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino. - -[243] In onta all'asserzione del Giovio (_Vita Alphonsi ducis_), resta -sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre -Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia -aragonese, che n'era stata cacciata. - -[244] Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, _Leone X_ ed. -Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel luglio -del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto morto, le -menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo Colonna ed -Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al Campidoglio il -popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo della tirannia papale, -_a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione_, come narra il -Guicciardini nel L. X. - -[245] _Septimo decretal_. l. I, t. 3, cap. 1-3. - -[246] Franc. Vettori, nell'_Arch. stor_. VI, 297. - -[247] Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. _Chronicon Citicense_) -che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine de' -Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso pure, ne -pagò 30,000. - -[248] Franc. Vettori, l. c. p. 301.-_-Arch. stor. Appen. I_, p. 293 e -segg. — Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso Gar, -l. c. p. 42. - -[249] Ariosto, _Satire_, VI, vs. 106: - - Tutti morrete ed è fatal che muoja - Leone appresso. . . . . . . . . . . - -[250] Una combinazione di questa specie può vedersi in un _Dispaccio_ -del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle _Lettere de' principi_ -I, 56. - -[251] Franc. Vettori, l. c. p. 333. - -[252] Presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi -una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. Egli teme che -ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, _et in te bellum a nostrae -religionis hostibus ante audias geri, quam parari_. - -[253] _Lettere de' principi_, I, Roma, 17 marzo 1523: _questo Stato -sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che noi non -dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini dell'oceano. -Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di questa spirituale -monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo spacciati_. — Se Adriano -sia stato avvelenato o no, non si può ricavar con certezza da Blas -Ortiz, _Itinerar. Hadriani_ (Baluz, _Miscell. ed. Mansi_, I, p. 386 -e segg.); tutto il male sta in questo che l'opinione pubblica lo -supponeva. - -[254] Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, 11 aprile -1527. - -[255] Varchi, _Stor. fiorent._ I, 43, 46 e segg. - -[256] Paul. Jovius: _Vita Pomp. Columnae_. - -[257] Ranke: _Deutsche Geschichte_, II, 375 e segg. - -[258] Varchi, _Storie fiorent_. II, 43 e segg. - -[259] Ibid., e Ranke, _Deutsche Geschichte_ II, p. 394, nota. Si -credeva che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma. - -[260] V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre -1527, negli _Anecd. litterar._ IV, pag. 335. - -[261] _Lettere de' principi_, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10 -dicembre 1527. - -[262] Tommaso Gar, _Relaz. della Corte di Roma_, I, 1527. - -[263] I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, ma i -Caraffa non vi riuscirono. - -[264] Petrarca, _Epist. fam._ I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio -di esser italiano. Inoltre l'_Apologia contra cujusdam anonymi Galli -calumnias_, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg. - -[265] Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed -altri nel I vol. degli _Scriptores_ dello Scardio; ai quali sono -da aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (_Hist. -Svevorum_), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (_Germaniae -exegesis_, 1518). - -[266] Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad un -inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa nel 1496, -presso il Malipiero, _Ann. veneti, Arch. stor_. VII, I, p. 427. - -[267] Si notino le espressioni _uomo singolare, uomo unico_ per -esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale. - -[268] In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda prevalente -nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi a modo proprio. -Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: _contro alle nuove foggie_, nelle -_Rime pubbl. dal Poggiali_, p. 52. - -[269] Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre -osservazioni, fa il seguente confronto: «_ils (les Italiens) ont plus -communement des belles femmes, et moins des laides que nous; mais -des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à pair. Et -(je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune façon ils en -ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est sans comparaison -plus rare: d'âmes singulières et du plus hault estage, nous ne leur -en debvons rien_». (_Essais_, L. III, chap. 5, vol. III, p. 367 -dell'edizione di Parigi del 1816). - -[270] Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella delle -loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre famiglie -regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle _Clarae -mulieres_ di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna Malatesta, -Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda d'Este, e -delle più importanti donne della famiglia Sforza. Fra esse c'è più -d'una _virago_, cui non manca nemmeno l'ultimo perfezionamento della -individualità, una elevata cultura umanistica. - -[271] Franco Sacchetti nel suo _Capitolo_ (_Rime pubb. dal Poggiali)_ -pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini -ragguardevoli dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. Per -quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme -è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio -dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani veggasi più -innanzi. - -[272] _Trattato del governo della famiglia._ È stata messa innanzi -una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera -dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, ed. -Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379. - -[273] _Trattato_, p. 65 e seg. - -[274] Jov. Pontanus, _De fortitudine_, L. II. Sessant'anni più tardi -Cardano (_De vita propria_, cap. 32) poteva chiedere amaramente: _quid -est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos imbelles -timidos, et qui plerumque sunt innoxii?_ - -[275] _De vulgari eloquio_, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana -ideale, _cap. 17_. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma -anche il grido dell'esule nel celebre passo del _Purg. VIII_, 1 e segg. -e _Parad. XXV_, 1. - -[276] _Dantis Alligherii Epistolae_, ed. Carolus Witte, p. 65. - -[277] Ghiberti, _Secondo commentario_, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier, -I, p. XXIX). - -[278] _Codri Urcei vita_, in principio delle sue opere. — Veramente -ciò confina col detto: _ubi bene, ibi patria_. — Le compiacenze -morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a tutti -gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. Del -resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si scoprono -nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde altrettanto in -Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a detta di Niebuhr, non -era un buon cittadino, e Senofonte ancor meno: Diogene si compiaceva -addirittura del suo cosmopolitismo e si diceva egli stesso ἄπολις, come -si legge in Laerzio. - -[279] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 16. - -[280] Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di -Beatrice disegnò sopra una tavoletta (_Vita nuova_, p. 61), potrebbero -essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da dilettante. -Leonardo Aretino dice, che egli disegnava _egregiamente_ e che amava -grandemente la musica. - -[281] Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano -fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura -fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi la bella e -istruttiva _Vita Jannottii Manetti_ (nato nel 1396) presso Murat. XX. - -[282] Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica -di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, _Leone X_, ed. -Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle _Opere_ del conte Perticari, Milano, -1823, v. II. - -[283] Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento a ciò -Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al tempo stesso -maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano Socini, se si -presta fede alla caratteristica che ne dà Enea Silvio (_Opera_, p. 622, -Epist. 112). - -[284] Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, _Literaturgesch. der Araber_, I, -_Introduz_. p. 51. - -[285] _Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum elegantia, -id prope divinum ducebat._ - -[286] Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta -sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181 -nota). - -[287] Nella sua opera _De re aedificatoria_, L. VIII, cap. 1, si trova -una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: _si modo -mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam rupem aut -planitiem, modo nemus vallemque exhibebit_. - -[288] Un autore per molti, Flavio Biondo, _Roma triumphans_, L. V, p. -117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date dagli -antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo scritto -di Cicerone _De gloria_, che il Petrarca possedeva, è andato perduto, -come è noto universalmente. - -[289] Paradiso, XXV, sul principio: _Se mai continga_, ecc. Cfr. -Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 49. _Vaghissimo fu d'onore e di pompa, e -per avventura più che alla sua inclita virtù non si sarebbe richiesto_. - -[290] _De vulgari eloquio_, L. I, c. I. In modo specialissimo _De -Monarchia_, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia, non -solamente per essere utile al mondo, ma anche _ut palmam tanti bravii -primus in meam gloriam adipiscar._ - -[291] _Convito_, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6. - -[292] _Paradiso_, VI, 112 e seg. - -[293] Per esempio: _Inferno_, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127. - -[294] _Purgatorio_, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14. - -[295] _Purgatorio_, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano -confusamente grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi -della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa nella -_Lettera di Giov. Pizinga_ (_Opere volgar_i), vol. XVI, _perpetuandi -nominis desiderio_. - -[296] Scardeonius, _de urb. Patav. antiq_. (Graev, Thesaur. VI, III, -col. 260). È incerto se si debba leggere _cereis, muneribus_, o per -avventura _certis muneribus_. — L'individualità alquanto spiccata del -Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la sua -_Storia di Enrico VII_. - -[297] _Epistola de origine et vita_ ecc. al principio delle sue opere: -_Franc. Petrarca posteritati salutem_. Certi critici moderni, che -si scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero -difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo, come lui. - -[298] Opera, p. 117: _De celebritate nominis importuna_. - -[299] _De remediis utriusque fortunae_, passim. - -[300] _Epist. seniles_, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca ce -la dà, per esempio, Biondo Flavio (_Italia illustrata_, p. 416) cento -anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non ne saprebbe -di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca non l'avesse così -spesso e con tanto affetto ricordato. - -[301] _Epist. seniles_, XIII, 3, p. 918. - -[302] Filippo Villani, Vite, p. 19. - -[303] L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale -del Boccaccio: _Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di fuor sepolto -a Certaldo giaccio_ ecc. — Cfr. _Opere Volgari_ di Boccaccio, vol. XVI, -p. 44. - -[304] Mich. Savonarola, _De laudibus Patavii_, presso Murat. XXIV, col -1157. - -[305] La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi -presso Gay, _Carteggio_, I, pag. 123. - -[306] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 39. - -[307] Franco Sacchetti, Nov. 121. - -[308] La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda nel -Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento -nel 1411 v. Misson, _Voyage en Italie_, vol. I. - -[309] _Vita di Dante_, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi sarà -stato trasportato a Parma il corpo di Cassio? - -[310] _Nobilitatis fastu_, ed anzi _sub obtentu religionis_, dice -Pio II (_Comment. X_, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva -dispiacere a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie. - -[311] Cfr. Keyssler, _Neueste Reisen_, p. 1016. - -[312] Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona. - -[313] Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: _De -laudibus Papiae_ (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale, -ma nessuna gloria speciale ancora. - -[314] _De laudibus Patavii_, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg. - -[315] _Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria dignos -non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis sit consocia -et pari emantur praetio_. - -[316] Nei _Casus virorum illustrium_ del Boccaccio solo il nono ed -ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente ancor -più tardi nei _Commentari urbani_ di Raffaele da Volterra il solo -vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo secondo -e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e imperatori. — -Nell'opera _De claris mulieribus_ dell'agostiniano Jacopo Bergomense -(intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor più la leggenda, ma -poi seguono alcune preziose biografie di donne italiane. Presso lo -Scardeonio, (_De urb. patav. antiq._ Graev. _Thesaur_. VI, III, col. -405 e segg.) vengono nominate soltanto donne celebri padovane: prima -una leggenda del tempo delle invasioni barbariche: poi alcune scene -tragiche delle lotte dei partiti nei secoli XIII e XIV; poi alcune -ardite eroine, fondatrici di conventi, politicanti, medichesse, una -madre di molti ed illustri figli, una letterata, una contadinella, che -muore per salvare la sua innocenza, e per ultimo la bella e colta donna -del secolo XIV, per la quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e -la novellatrice. Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane -si avrebbe potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di -casa d'Este, nell'Ariosto, _Orl. fur._ XIII. - -[317] _Viri illustres_ di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere -più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente -non potei consultare. - -[318] Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca -l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. _Carmina -Burana_, p. 76. - -[319] Boccaccio, _Opere volgari_, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido, -vinto ecc. - -[320] Fra gli altri presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, IV, p. 203. - -[321] _Angeli Politiani Epp._ L. X. - -[322] Paul. Jovius, _De romanis piscibus, Praefatio_ (1525), dove dice -che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata _non -sine aliqua spe immortalitatis_. - -[323] Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può avere -la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la grandezza può -tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo può onorevolmente essere un -tristo, in contrapposto ad uno perfettamente buono. - -[324] _Storie fiorent._ l. VI. - -[325] Paul. Jov. _Elogia_, parlando di Mario Molza. - -[326] Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la satira -non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed astratta, -rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc., e quindi -anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico. Il tipo -generale di questa tendenza si ha principalmente nella favola del -_Reineke Fuchs_, sotto tutte le forme con cui fu redatta presso i -diversi popoli d'occidente. Per la letteratura francese di questa parte -speciale veggasi l'eccellente nuova opera di Lenient: _La satire en -France au moyen-âge_. - -[327] In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente, _Nov._ -37. - -[328] _Inferno_, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi con -Dante, è Aristofane. - -[329] Un modesto principio nelle _Opere_, p. 421 e segg., e nel _Rerum -memorand. libri IV_. Altro saggio si ha nelle _Epp. Seniles_, X, 2, p. -868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo dove si ricoverò -nel medio-evo, il convento. - -[330] _Nov._ 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino. - -[331] La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per quanto -sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele. - -[332] Ibid, _Nov_. 49. E tuttavia, secondo la _Nov_. 67, si credeva -che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso -fiorentino. - -[333] Agn. Pandolfini, _Il governo della famiglia_, p. 48. - -[334] Franco Sacchetti, _Nov_. 156: _Nov_. 24. Le _facetiae_ del -Poggio, quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del -Sacchetti: burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte -coll'oscenità più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che -rivelano il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg. - -[335] Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui -contenuto è tolto di là. - -[336] Secondo il Bandello, IV, _Nov_. 2, il Gonnella sapeva contraffare -la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i dialetti -d'Italia. - -[337] Paul. Jovius, _Vita Leonis X_. - -[338] _Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel professione -gravibus ad insaniam impellendis_. Ciò fa venire in mente lo scherzo -che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi. - -[339] Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di -Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una lente -per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da una notizia -del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una processione di -monaci mediante uno _specillum_ (cfr. il Zuricher Taschenbuch del 1858, -p. 177), e dal _cristallo concavo_ menzionato dal Giovio, di cui Leone -si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio Alessio (Baluz. Miscell. -IV, 518): _oculari ex gemina_ (_gemma_?) _utebatur, quam manu gestans, -signando aliquid videndum esset, oculis admovebat_. - -[340] Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare -a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono tre scimmie -a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte. Soltanto simili -fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni a mano, dei quali -taluni andarono anche distrutti. La caricatura è poi qualche cosa -di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi grotteschi (Biblioteca -Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto abbia in sè del comico, ed -innalza con ciò questo carattere comico a suo talento. - -[341] Jovian. Pontan. _De Sermone_. Egli constata una speciale -attitudine al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e -nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola. - -[342] _Il Cortigiano_, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del -motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente, nel fol. -76. - -[343] _Galateo_ del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48. - -[344] _Lettere pittoriche_, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini -del 1577. — Machiavelli, _Storie fior_. l. VII dice dei giovani signori -di Firenze dopo la metà del secolo XV: _gli studi loro erano apparire -col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e quello che più -destramente mordeva gli altri, era più savio e da più stimato_. - -[345] Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico -Podacataro (1505) negli _Anecd. litt_. I, 319. — Il raccoglitore di -scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. _Dialogus de viris litt. -illustr_. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631). - -[346] Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per quanto -i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui, non -hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi a suo -riguardo. - -[347] In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che nel -1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche lontano -convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000. - -[348] V. la sua orazione funebre negli _Anecd. litter_. IV, p. 315. -Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini, che -fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di Urbino. — I -suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, _Poesie ined_. III, p. 123. - -[349] Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII v. nel -Giraldi, _Hecatommithi_, VII, Nov. 5. - -[350] Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di -Pasquino, presso P. Jov. _Vita Hadriani_, furono attribuiti ad Adriano -e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle _Lettere de' principi_ I, -la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino aveva nel giorno -di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì. - -[351] Per es. il Firenzuola, _Opere_, v. I, p. 126, nel _Discorso degli -animali_. - -[352] Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora da Roma -a Napoli, _ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie pontificali -con la contemplatione delle eccellenze imperiali_» - -[353] Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli -artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in -Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni -speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo senso, -che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare. - -[354] Per esempio, nel _Capitolo_ all'Albicante, cattivo poeta di quel -tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi relativi. - -[355] _Lettere_, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527. - -[356] Nel primo _Capitolo_ a Cosimo. - -[357] Gay, _Carteggio_, II, p. 332. - -[358] V. L'imprudente lettera del 1536 nelle _Lettere pittor_. I, -_Append_. 34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa -dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo. - -[359] - - L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano, - Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente, - E più colpi ha, che dita in una mano. - (Mauro, _Capitolo in lode delle bugie_). - -[360] Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena, -_Lettere_, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche le -lettere a Carlo V. - -[361] Perciò che segue veggasi Gay, _Carteggio_, II, p. 335, 337, 345. - -[362] _Lettere_, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529. - -[363] Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e -forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e -che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37), -ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542 -improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio. - -[364] _Carmina Burana_ nella «Biblioteca della Società letteraria di -Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le località -italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo (pag. -145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un prato -(pag. 156), l'uso ripetuto della parola _bravium_ (p. 137, 144), e -più ancora la forma _Madii_ per _Maji_ (p. 141) sembrano appoggiare la -nostra ipotesi.[365] — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non giustifica -le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo -con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano dei re -d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si è creduto -di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon. Veggasi -Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands Geschichtsquellem im -Mittelalter, pag. 431 e segg. - -[365] Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta -singolarissima di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire -nell'opinione quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti -di essi inserite espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe -credere piuttosto patrimonio di tutta Europa, come d'altra parte -sarebbe anche espressamente indicato da ciò che vi si legge a pag. 252, -che cioè _l'ordine dei vaganti_ accoglie in sè _uomini d'ogni nazione, -teutoni e boemi, slavi e romani_. NOTA DEL TRADUTTORE. - -[366] Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento in tutte -le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi tratti Enea -Silvio (_Opp_. p. 603 nella _Epist_. 105 all'arciduca Sigismondo). - -[367] Pei particolari rimandiamo a Roscoe: _Lorenzo il Magnifico_ e -_Leon X_, nonchè a Voigt: _Enea Silvio_, e a Papencordt: _Storia della -città di Roma nel Medio-Evo_. — Chi vuol farsi un'idea dell'estensione, -che si dava agli studi degli uomini colti sul principio del secolo XVI, -consulti, prima d'ogni altro libro, i _Commentarii urbani_ di Raffaele -da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità costituiva la parte più -sostanziale di ogni ramo dello scibile, dalla geografia e dalla storia -locale sino alle biografie di tutti i potenti ed illustri personaggi, -alla filosofia popolare, alla morale, alle singole scienze speciali e -perfino all'analisi dell'intero sistema aristotelico, con cui l'opera -si chiude. E per conoscere tutta l'importanza di quest'opera come fonte -per la storia della cultura, bisognerebbe confrontarla con tutte le -anteriori enciclopedie. Una trattazione circostanziata e completa di -questo tema trovasi nell'eccellente opera di Voigt: _Die Wiederbelebung -des classischen Alterthums_. - -[368] L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito -svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «_Storia della -città di Roma nel Medio-Evo_», alla quale rimandiamo una volta per -sempre. - -[369] Presso Gugl. Malmesb. _Gesta regum Anglor._ L. II, § 169, -170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354 -e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è -fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma, e -finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante, figlio di -Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab Aquis, _Imago -Mundi_ (_Hist. patr. Monum. Script._ T. III, col. 1603), sull'origine -della casa Colonna con riferimento all'invenzione di tesori nascosti. -— Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury riporta -tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo di Tours, che -è uno degli esempi più singolari di entusiasmo umanistico nella prima -metà del secolo XII. - -[370] Dante, _Convito_, Tratt. IV, cap. 5. - -[371] _Epp. familiares_, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma prima -di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14. - -[372] _Dittamondo_, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le -ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione -della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico. -— Secondo il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò ed -Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, _per vedere quelle magnificenze -antiche, che al presente si possono vedere in Roma_. - -[373] Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori -d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di marmi e -di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140) cercava -imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò in -sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme di -Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter, presso -Duchesne, _Scriptores_, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno non aveva -avuto pretese così esorbitanti. - -[374] _Poggii Opera_ fol. 50 e segg. _Ruinarum urbis Romae descriptio_. -Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di Martino V. — Le -terme di Caracalla e di Diocleziano avevano ancora il loro rivestimento -e le loro colonne. - -[375] Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare -da una lettera riportata nella _Vita Pogii_, presso Muratori, XX, col. -177, e come raccoglitore di busti col. 183. - -[376] Fabroni, _Cosmus, Adnot._ 86. Da una lettera di Alberto degli -Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto Martino -V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio IV si -consulti Vespasiano Fiorent. p. 21. - -[377] Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, _Vita Pii II_, -presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — _Pii II Commentarii_ p. 48, -72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove. - -[378] Boccaccio, _Fiammetta_, cap. 5. - -[379] Leandro Alberti, _Descriz. di tutta l'Italia_, fol. 285. — -Secondo Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse -l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta, Argo ed -Atene. - -[380] Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano nel -_Manipulus_, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul principio -della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani, secondo il -quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole anti-romana e ribelle, -mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente romani (I, 9, 38, 41, -II, 2). — Dante, _Inf_. XV, 76. - -[381] _Commentarii_, p. 206, nel libro IV. - -[382] Mich. Cannesius, _Vita Pauli II_, presso Murat. III, II, col. -993. L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere -scortese nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: _de quo rerum -scriptores multa ac diversa commemorant_. — Più singolare ancora parrà -che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere dal grande -Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso per nozze e -ripeterlo poscia in un elogio del giurista Teodoro Plato, come altresì -che un Giovannantonio Plato al ritratto in rilievo del filosofo da -lui scolpito (nel cortile del palazzo Magenta in Milano) non esitasse -a porre un'iscrizione, nella quale si leggeva: _Platonem suum, a quo -originem et ingenium refert_. - -[383] Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094; -e l'Infessura, presso Eccard _Scriptores_, II, col. 1951. — Matarazzo, -nell'_Arch. stor._ XVI, II, p. 180. - -[384] Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione di -trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, _Vita di Giov. da Udine_. - -[385] Quatremère, _Storia della vita etc. di Raffaello_, ed. Longhena, -p. 531. - -[386] _Lettere pittoriche_, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542. - -[387] Egli voleva _curis animique doloribus quacumque ratione -aditum intercludere_; le allegre riunioni e la musica lo attraevano -moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. _Leonis X vita -anonyma_, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169. - -[388] Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I -(_Perch'ho molto_ ecc.) e la IV (_Poichè, Annibale_ ecc.). - -[389] Ranke, _Die röm. Päpste_, I, 408 e segg. — _Lettere de' -principi_, I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... _tutti questi -cortigiani esausti da Papa Leone e falliti_. - -[390] _Pii II Commentarii_, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia -di Sannazzaro _in ruinas Cumarum_, nel libro II. - -[391] Polifilo, _Hypnerotomachia_, senza numerazione di pagine. In -estratto presso Temanza, p. 12. - -[392] Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non -parlano che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo. Cfr. -Sannazzaro, _De partu Virginis_, L. II. - -[393] Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello -_Spicileg. romanum_ del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e -spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo. - -[394] Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per -trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità. -Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli -concernenti Annio da Viterbo. - -[395] Vespas. Fior. p. 31: _Tommaso da Serezana usava dire, che dua -cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e murare. E -l'una e l'altra fece nel suo pontificato._ — Intorno a' suoi traduttori -veggasi Aen. Sylv. _De Europa_, cap. 58, p. 459, e Papencordt, _Gesch. -der Stadt Rom_, p. 502. - -[396] Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, _Vita Nicolai -V_, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto III -abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas. Fior. p. 284 -e segg., coll'avvertenza del Mai. - -[397] Vespas. Fior. p. 617 e segg. - -[398] Vespas. Fior. p. 547 e segg. - -[399] Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. -1185 e segg. - -[400] Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero, _Ann. -veneti, Arch. Stor._ VII, II, p. 663, 655. - -[401] Vespas. Fior. p. 124 e segg. - -[402] Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare -Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma non posso -indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il semplice estratto -delle _sentenze_ di Menandro (forse un duecento versi) con _tutte le -opere_ del medesimo, specialmente in una serie di codici tanto completi -(fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali giunsero sino a noi). E non -è neanche impossibile, che quel Menandro una volta o l'altra non torni -a rivivere. - -[403] Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino -d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il prezzo -delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più da occuparsi -presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi), ciò non può -intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi abbondavano ancor -molto in Italia. — Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 156. Cfr. _Adn._ -154. - -[404] Gaye, _Carteggio_, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto -Calisto III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da un -francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, _la Peinture_ -tab. 78. - -[405] Vespas. Fiorent. p. 335. - -[406] Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di Aless. -Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia. - -[407] Vespas. Fiorent. pag. 129. - -[408] _Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis,_ in una -poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, _Rerum ital. scriptor. ex -codd. florent._ T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della -sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr. -Libri, _Hist. de sciences mathématiques_, II, 278 e segg. — Sugli -stampatori di Roma v. Gaspar. Veron._ Vita Pauli II_, presso Murat. -III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo, -presso Murat. XXII, col. 1189. - -[409] Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti. V. -Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della _Cronaca del mondo_ -di Zembino da Pistoja. - -[410] Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 212. — Ciò accadde rispetto al -libello _De exilio_. - -[411] Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg. - -[412] La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio -Valeriano, _De infelicitate literator_. parlando dei Lascaris. E Paolo -Giovio sulla fine de' suoi _Elegia literaria_ dice dei tedeschi.... -_quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae et -hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint._ (Intorno -al 1540). - -[413] Ranke _die Päpste_, I, 486. — Si confronti la fine di questa -parte del nostro lavoro. - -[414] Tommaso Gar, _Relazioni della corte di Roma_, I, p. 338, 379. - -[415] Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con -centocinquanta ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, _Arch. -stor._ VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. _Arch. -stor._ XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio -se vi si insegnasse il greco; cfr. _Anecd. litter._ II, p. 300. - -[416] Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio -Camaldolese conosceva l'ebraico. _Ibid_. p. 320. - -[417] Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe -con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti dal -latino, dal greco e dall'ebraico (_librarios_), v. Platina, _Vita Sixti -IV_, p. 332. - -[418] Pierius Valerian. _De infelicit. literat._ parlando del Mongajo. -— Intorno al Ramusio cfr. Sansovino, _Venezia_, fol. 250. - -[419] Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao -Barbaro, presso _Ang. Polit. epist. L. IX._ — Cfr. _Jo. Pici Oratio de -hominis dignitate_. - -[420] Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del Poggio -(_De Avaritia_, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono dire -di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini o ne -tradussero qualcuno dal greco in latino. - -[421] Libri, _Histoire des sciences mathém._ II, 159 e segg., 258 e -seguenti. - -[422] _Purgatorio_ XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi: Maria -s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e Fabrizio -disinteressato: — In questa occasione è da far notare l'introduzione -cronologica delle Sibille nell'antica storia profana, quale fu tentata -nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo». - -[423] _Poeta_ anche presso Dante (_Vita nuova_, p. 47) significa -soltanto colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in -italiano si usano le espressioni _rimatore, dicitore per rima_. -Coll'andar del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono -col fondersi reciprocamente. - -[424] Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti -melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato a -vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (_extremi fures_). Nella -finta lettera a Livio, _Opera_, p. 704 e segg. - -[425] Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente -detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle _Opere volgari_, -vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia che quella -dell'antichità, e ignora affatto i trovatori. - -[426] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 50: _la quale_ (laurea) _non -scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e -ornamento._ - -[427] _Paradiso_, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, _Vita di Dante_, p. -50: _sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare_. Cfr. -_Paradiso_, I, 25. - -[428] La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle _Opere volgari_, vol. -XVI: _si praestet Deus, concedente senatu Romuleo..._ - -[429] Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la città, -nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono il -poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato, ma non si sa dove, nè -da chi. - -[430] Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185. - -[431] Vespas. Fior. p. 575, 589. — _Vita Jan. Manetti_, presso Murat. -XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche vivo, era -tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e uno spagnuolo -si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel monumento -di Guarino il magistrato di Ferrara decretò nel 1461 la somma, allora -considerevole, di cento ducati. - -[432] Cfr. Libri, _Hist. des sciences mathémat._ II, p. 92 e segg. -— Bologna, come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una -fondazione di Lorenzo il Magnifico _ad solatium veteris amissae -libertatis_, come dice Giovio, _Vita Leonis X_, L. I. — L'università di -Firenze (cfr. Gaye, _Carteggio_, I, p. 251 sino a 580 passim; Matteo -Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà -di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza -del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro annui, ma -sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda volta. La -cattedra per la spiegazione della Divina Commedia, fondata dietro -domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito unita per lo più a -quella di filologia e di rettorica, anche quando la tenne il Filelfo. - -[433] A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come -per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400 -(Corio, _Storia di Milano_, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti -giuristi. - -[434] Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290. - -[435] Fabroni, _Laurent. Magn. Adnot._ 52, dell'anno 1491. - -[436] Allegretto, _Diari Sanesi_, presso Murat. XXIII, col. 824. - -[437] Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata, -pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, _Laurent. Magn. -Adnot._ 41. - -[438] Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — _Vita Jan. Manetti_, -presso Murat. XX, col. 531 e segg. - -[439] Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le biografie -di Guarino e di Vittorino del Rosmini. - -[440] Vespas. Fiorent. p. 646. - -[441] All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao -Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: _De -liberorum educatione_. - -[442] Ecco le parole di Vespasiano: _a vederlo in tavola così antico -com'era, era una gentilezza_. - -[443] Ibid. p. 485. - -[444] Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove anche -si disputava. - -[445] Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg. - -[446] Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che come una -cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa ebbe luogo nel -1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al Concilio intorno -all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone. Cfr. Enea Silvio, -_De Europa_, cap. 52. (_Opera_, p. 450). - -[447] Presso Nicolò Valori, nella _Vita di Lorenzo il Magnifico_. Cfr. -Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo furono -gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi paragoni -tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico. Ibid. -308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo. Ibid. 571: -Singoli dialoghi di Platone già tradotti da Leonardo Aretino. Ibid. -298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo. - -[448] Varchi, _Storie fiorent._ L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente -pittura del modo di vivere di Filippo. - -[449] Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino -e al Guarino), come anche la _Vita del Poggio_ dello Shepherd, debbono -contenere molte notizie su questo riguardo. - -[450] _Epist._ 39, _Opera,_ p. 526, a Mariano Socino. - -[451] Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto -a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati -principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini -celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (_Eclog_. V) -ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti. - -[452] Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle -scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di -brevità, rimandare alla conclusione della _Storia della città di Roma -nel medio-evo_ di Papencordt. - -[453] Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, parlando di -Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a tempo, e -si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo. Sui magri -emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer. _De infelicit. -literator._, parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione degli umanisti -dal cardinalato sotto i predecessori di Leone, reggasi l'orazione -funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio. _Anecd. litterar._ IV, p. -307. - -[454] Il meglio nelle _Deliciae poetarum italorum_ e nelle appendici -alle diverse edizioni di Roscoe, _Leone X_. - -[455] _Pauli Jovii Elogia_, parlando di Guido Postumo. - -[456] Pierio Valeriane nella sua _Simîa_. - -[457] V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle _Deliciae poetarum -ital_. - -[458] La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti d'oro -di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano alla cieca, -veggasi presso Giraldi, _Hecatommithi_, VI, nov. 8. E per converso -gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi di staffile, -qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta misura. Lil. -Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_. - -[459] Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, IV, 181. - -[460] Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che -Alfonso fece fare, p. 93. — _Vita Jan. Manetti_, presso Murat. XX, col. -541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: _Dicta et facta Alphonsi_, -insieme alle Glosse di Enea Silvio. - -[461] Ovid. _Amores_, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. _De principe_. - -[462] _Giorn. Napolet._ presso Murat. XXI, col. 1127. - -[463] Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — _Volle avere piena notizia di ogni -cosa, così sacra come gentile._ — Cfr. sopra pag. 59 e segg. - -[464] L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio, i -Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti, -che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama», di regola -erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il Decembrio, -presso Murat. XX, col. 1014. - -[465] Paul. Jov. _Vita Alphonsi ducis_. - -[466] Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro (figlio -di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla morte, veggasi -a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi di Forlì il posto -era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti va annoverato anche -Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488 dalla propria moglie, ed -ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio di Bologna. - -[467] _Anecd. literar._ II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si -burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati parassiti, -dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità di soldati, -mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento -importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli umanisti, come -i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi contro l'invasione -sempre crescente della filologia greca). - -[468] Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, _Neueste -Reisen_, p. 924. - -[469] _Pii II Comment._ L. II, p. 92. La parola _historiae_ qui -comprende l'intera antichità. - -[470] Fabroni, _Cosmus_, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un -passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro segretari, -veggasi presso Enea Silvio, _De Europa_, cap. 54 (_Opera_ pag. 454). - -[471] Cfr. pag. 293 e Papencordt, _Geschichte der Stadt Rom_, p. 512, -sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio. - -[472] _Anecdota literar._, I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da -Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. — -Le pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano sulla -loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro lettere. - -[473] Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale sotto -Federico III. Cfr. _Epp._ 23 e 105,_ Opera_, p. 516 e 607. - -[474] Corio, _Storia di Milano_, fol. 449, la lettera d'Isabella di -Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere del -Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione, contenuta -nelle _Lettere pittoriche_, III, 86 (Sebastiano del Piombo all'Aretino) -del come Clemente VII, durante il sacco dì Roma, abbia chiamato a sè -nel Castello i suoi dotti e ad ognuno abbia dato l'incarico separato di -preparare una lettera per Carlo V. - -[475] Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223 -e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora nel -secolo XV. - -[476] Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico, -Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti, -Enea Silvio ecc. - -[477] _Diario ferrarese,_ presso Murat. XXIV, col. 198, 205. - -[478] _Pii II Comment._ L. I, p. 10. - -[479] Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna di -colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva e -perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento trovansi citati -in Pietro Crinito, _De honesta disciplina_, V, cap. 3. Cfr. Vespas. -Fior. p. 319, 430. - -[480] _Pii II Comment._, L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani, che -lo aspettavano a Viterbo. _Singuli per se verba facere, ne alius alio -melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares_. — Il fatto che -il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere la parola per tutte le -ambascerie mandate dagli Stati italiani al nuovo papa Alessandro VI, -è annoverato dal Guicciardini (nel principio del I libro) fra le cause -più serie, che contribuirono alle sventure d'Italia dell'anno 1494. - -[481] Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160. - -[482] _Pii II Comment._, L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra -principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta, -arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. _Archivio Storico_ IV, I, -p. 452, nota. - -[483] _De expeditione in Turcas_, presso Murat. XXIII, col 68. -_Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius_. — Oltre la ingenua -compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi, veggasi il -Campano, _Vita Pii II_, presso Murat. III, II, passim. - -[484] Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla -fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col -Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione una volta -il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che sarei stato punito -della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul. Jov. _Vita -Hadriani VI_. - -[485] Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, parlando del -Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo di Como un -discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno 1460. - -[486] Fabroni,_ Cosmus, Adnot._ 52. - -[487] Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat. -XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del Platina. - -[488] _Anecd. literar._, I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per -Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per tali -uffici. - -[489] Di simili Prolusioni molte sono conservate nelle opere del -Sabellico, di Beroaldo il vecchio, di Codro Urceo ecc. - -[490] La fama dell'eccellente modo di porgere del Pomponazzo è -attestata da Paolo Giovio, _Elogia_. - -[491] Vespas. Fior. p. 103. Cfr. il racconto (p. 598) del come -Giannozzo Manetti venne a lui nell'accampamento. - -[492] _Arch. stor._ XV, p. 113, 121, l'introduzione di Canestrini; p. -342 e segg. due allocuzioni militari stampate; la prima, di Alamanni, è -veramente bella e degna della circostanza (1528). - -[493] Su ciò Faustino Terdoceo, nella sua satira _De triumpho -stultitiae_, lib. II. - -[494] Due casi sorprendenti di questo genere in Sabellico (_Opera_, -fol. 61-82), _De origine et auctu religionis_, discorso tenuto a Verona -dinanzi al capitolo degli Scalzi: _De sacerdotii laudibus_, altro -discorso tenuto a Venezia. — Cfr. pag. 312 nota 2. - -[495] _Jac. Volaterrani Diar. roman._ presso Murat. XXIII. passim. — -Alla col. 173 viene menzionata una notevolissima predica tenuta alla -corte, in assenza di Sisto IV: il padre Paolo Toscanella tuonò contro -il Papa, la di lui famiglia e i cardinali; Sisto quando lo seppe, ne -rise. - -[496] Filippo Villani, _Vite_, p. 33. - -[497] _Georg. Trapezunt. Rhetorica_, il primo trattato completo. — Aen. -Sylvius: _Artis rhetoricae praecepta_, nelle _Opere_, p. 992; non si -occupa a bello studio che della testura dei periodi e del nesso delle -parole; del resto è assai caratteristico per la perfetta cognizione -delle pratiche in uso. Egli cita parecchi altri trattatisti. - -[498] La di lui _Vita_, presso Murat. XX, è piena dei trionfi della sua -eloquenza. — Cfr. Vespas. Fior. 592 e segg. - -[499] _Annales Placentini_, presso Murat. XX, col. 918. - -[500] Così si faceva col Savonarola, cfr. Perrens, _Vie de Savonarole_, -I, p. 163. Ma gli stenografi non sempre erano in grado di tenergli -dietro, come accadde anche con altri focosi improvvisatori. - -[501] E non è neanche uno dei migliori. Il punto più notevole è il -fervorino della conclusione: _Esto tibi ipsi archetypon et exemplar, -teipsum imitare_ ecc. - -[502] Lettere e discorsi di questa specie scrisse Alberto da Ripalta: -veggansi gli _Annales Placentini_ scritti da lui, presso Murat. XX, -col. 914 e segg., dove quel pedante descrive la propria carriera -letteraria in modo molto istruttivo. - -[503] _Pauli Jovii Dialogus de viris litteris illustribus_, presso -Tiraboschi, tom. VII, parte IV. — Ma un decennio più tardi, sulla fine -de' suoi _Elogia literaria_, egli scrive: _Tenemus adhuc_ (dopochè -il primato della filologia era passato alla Germania) _sincerae et -constantis eloquentiae munitam arcem etc._ - -[504] Un genere speciale costituiscono naturalmente i Dialoghi -mezzo-satirici, che il Collenuccio e specialmente il Pontano imitarono -da Luciano. Il loro esempio produsse più tardi quelli di Erasmo e di -Hutten. — Pei trattati propriamente detti pare che in sul principio -abbiano servito di modello alcuni brani delle opere morali di Plutarco. - -[505] Benedictus: _Charoli VIII histor_., presso Eccard, _Scriptor II_, -col. 1577. - -[506] Pietro Crinito deplora questo disprezzo nel suo libro _De honesta -disciplina_, L. XVIII, cap. 9. Gli umanisti in ciò somigliano agli -autori della più tarda antichità, i quali ugualmente si discostavano -dal loro tempo. — Cfr. Burckhardt, _die Zeït Constantino des Grossen_, -pag. 285 e segg. - -[507] Nella lettera al Pizinga (_opere volgari_, vol. XVI). — Ancora -presso Raffaello da Volterra, L. XXI, il risveglio intellettuale -comincia col secolo XIV. Egli è quel medesimo scrittore, i cui primi -libri contengono tanti prospetti, eccellenti per quel tempo, della -storia speciale di tutti i paesi. - -[508] Come quelli, per esempio, che ottenne Giannozzo Manetti in -presenza di Nicolò V, di tutta la Curia e di un gran numero di -stranieri venuti da lontani paesi. Cfr. Vespas. Fior. p. 592, e la -_Vita Jann. Manetti_, più volte citata. - -[509] Ciò potrebbe affermarsi anche rispetto al passato, parlando del -Machiavelli. - -[510] Infatti fin d'allora si era trovato che in Omero, anche solo, -si ha la somma di tutte le arti e le scienze antiche, e che esso -è una vera enciclopedia. Cfr. _Codri Urcei opera. Sermo XIII_, la -conclusione. — Vero è però che una simile opinione s'incontra anche in -alcuni scrittori antichi. - -[511] Un cardinale sotto Paolo II fece perfino insegnare l'Etica di -Aristotele a' suoi cuochi. Cfr. Gasp. Veron. _Vita Pauli II_, presso -Murat. III, II, col. 1034. - -[512] Per lo studio di Aristotele in generale è particolarmente -istruttivo un discorso di Ermolao Barbaro. - -[513] Bursell. _Annales Bonon._, presso Murat. XXIII, col. 898. - -[514] Vasari, XI, p. 189, 257, _Vite di Sodoma e di Garofalo_. — -S'intende da sè che alcune donne scostumate di Roma s'impadronirono -dei più armonici fra i nomi antichi, come Giulia, Lucrezia, Cassandra, -Porzia, Virginia, Pentesilea ecc., coi quali noi le vediamo nominate -dall'Aretino. — Gli ebrei adottarono forse fin d'allora i nomi dei -grandi nemici di Roma di razza semitica, Amilcare, Annibale, Asdrubale -ecc., che ancor oggi s'incontrano così frequenti presso di loro a Roma. - -[515] - - Quasi che 'l nome i buon giudici inganni, - E che quel meglio t'abbia a far poeta, - Che non farà lo studio di molt'anni! - -così scrive beffardamente l'Ariosto, il quale del resto ebbe la fortuna -di ricevere un nome armonioso (_Sat. VII_, vs. 64). - -[516] O di quelli del Bojardo, che in parte sono anche i suoi. - -[517] Così i soldati dell'esercito francese del 1512 vengono _omnibus -Diris ad inferos evocati_. Del buon canonico Tizio, che prendeva la -cosa sul serio e scagliava contro le truppe straniere un'imprecazione -tolta a prestito da Macrobio, torneremo a far menzione più sotto. - -[518] _De infelicitate principum_ nelle _Opere_ di Poggio, fol. 152: -_Cujus_ (Dantis) _extat poema praeclarum, neque, si literis constaret, -ulla ex parte poetis superioribus_ (agli antichi) _postponendum_. -Secondo il Boccaccio (_Vita di Dante_, p. 74), ancora a quel tempo -molti e saggi uomini agitarono la questione, perchè Dante non abbia -poetato in latino? - -[519] Chi vuol conoscere tutto il fanatismo che c'era in questo -riguardo, vegga Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_ qua e -là. - -[520] Veramente ci sono anche esercitazioni stilistiche confessate come -tali, come per esempio nelle _Orationes_ ecc. di Beroaldo il vecchio -due novelle del Boccaccio tradotte in latino, ed una canzone del -Petrarca. - -[521] Cfr. le lettere del Petrarca dal mondo di quassù ad alcune -illustri ombre. _Opera_, p. 704 e segg. Oltre a ciò, a pag. 372 nello -scritto _De republ. optime administranda_ egli dice: «_sic esse doleo, -sed sic est_». - -[522] Un'immagine buffa del purismo fanatico in Roma la dà Giov. -Pontano nel suo _Antonius_. - -[523] _Hadriani_ (Cornetani) _card. S. Chrysogoni de sermone latino -liber_. Principalmente la introduzione. — Egli trova in Cicerone e ne' -suoi contemporanei la latinità, quale essa veramente è in sè stessa. - -[524] Paul. Jov. _Elogia_ parlando di Battista Pio. - -[525] Paul. Jov. _Elogia_, parlando del Navagero. Il loro ideale -sarebbe stato: _aliquid in stylo proprium, quod peculiarem ex certa -nota mentis effigiem referret, ex naturae genio effinxisse._ — Il -Poliziano s'inquietava già, quando avea fretta, di scrivere le sue -lettere in latino. Cfr. Raph. Volat. _Comment. urban_. L. XXI. - -[526] Paul. Jov. _Dialogus de viris literis illustribus_, presso -Tiraboschi, ed. Ven. 1796, tom. VII, parte IV. Come è noto, il Giovio -voleva per un certo tratto di tempo intraprendere lo stesso grande -lavoro, che compì poi il Vasari. — In quel dialogo egli presente anche -e deplora che l'uso dello scriver latino fosse assai prossimo a cessare -del tutto. - -[527] Nel Breve del 1517 a Franc. de' Rosi, concepito dal Sadoleto, -presso Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi VI, p. 172. - -[528] Gasp. Veronens., Vita _Pauli II_, presso Murat. III, II. col. -1031. Oltre a ciò furono rappresentate forse le tragedie di Seneca e -alcune traduzioni latine di produzioni drammatiche greche. - -[529] In Ferrara si rappresentava Plauto per lo più rifatto in veste -italiana dal Collenuccio, da Guarino il giovane e da altri, per le cose -che esso contiene. Ma Isabella Gonzaga si permetteva di trovarle molto -noiose. — Intorno a Pomponio Leto cfr. il Sabellico, _Opera, Epist._ L. -XI. fol. 56 e segg. - -[530] Per ciò che segue veggansi le _Deliciae poetar. italor._; — Paul. -Jov. _Elogia_; — Lil. Greg. Gyraldus, _De poetis nostri temporis_; le -_Appendici_ al Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi. - -[531] Filippo Villani, _Vite_, pag. 5. - -[532] _Franc. Aleardi oratio in laudem Franc. Sfortiae_, presso Murat. -XXV, col. 384. — Nel parallello tra Scipione e Cesare il Guarino stava -per quest'ultimo, il Poggio pel primo (_Opera_, epp. fol. 125, 134 -e segg.). — Scipione e Annibale nelle miniature dell'Attavante, v, -Vasari, IV. 41. _Vita del Fiesole_. — I nomi di entrambi adoperati a -designare il Piccinino e lo Sforza, v. pag. 135. - -[533] Le splendide eccezioni, in cui la vita campestre è trattata nella -sua realtà effettiva, saranno anch'esse menzionate al luogo opportuno. - -[534] Ristampato dal Mai, _Spicilegium romanum_, vol. VIII. (Circa 500 -esametri). Pierio Valeriano continuò a cantare ulteriormente su questo -mito: veggasi il suo _Carpio_ nelle _Deliciae poetar. italor_. — Gli -affreschi del Brusasorci nel palazzo Murari a Verona rappresentano la -favola intera del Sarca. - -[535] _De sacris diebus._ - -[536] Per esempio, nell'Egloga ottava. - -[537] Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi VIII, 184: come anche una poesia di -stile somigliante XII. 130. — E molta affinità si riscontra anche nella -poesia di Angilberto della corte di Carlomagno. Cfr. Pertz, _Monum. -II_. - -[538] _Strozii poetae_, p. 31 e segg. _Caesaris Borgiae ducis -Epicedium_. - -[539] - - Pontificem addiderat, flammis lustralibus omneis - Corporis ablutum labes, Diis Juppiter ipsis etc. - -[540] È il posteriore Ercole II di Ferrara, nato il 4 aprile 1508, -probabilmente poco prima o poco dopo la composizione di questa poesia. -_Nascere magne puer matri exspectate patrique_, è detto verso la fine. - -[541] Cfr. le collezioni degli _Scriptores_ dello Scardio, del Freher -ecc. - -[542] Uzzano, v. _Arch. stor._ I, 296. — Machiavelli, _I Decennali_. -— La storia di Savonarola sotto il titolo _Cedrus Libani_ di fra -Benedetto. — _Assedio di Piombino_, presso Murat. XXV. — Come riscontro -a ciò, il _Teuerdank_ ed altre opere rimate del nord a quel tempo. - -[543] Della _Coltivazione_ di L. Alamanni cantata in versi sciolti -potrebbe affermarsi, che tutti i passi veramente poetici che -s'incontrano in essa e che possono gustarsi anche oggidì, sono tolti -direttamente o indirettamente dagli antichi. - -[544] In questo caso dall'introduzione di Lucrezio e da Orazio, Od. IV, -I. - -[545] L'uso di invocare un santo protettore anche in un'impresa -essenzialmente profana l'abbiamo già veduto (pag. 78) in una occasione -molto più seria. - -[546] - - Si satis ventos tolerasse et imbres - Ac minas fatorum hominumque fraudes, - Da, Pater, tecto salientem avito - Cernere fumum! - -[547] _Andr. Naugerii orationes duae carminaque aliquot_, Venet. -1530, in 4.º — I pochi _Carmina_ trovansi anche per la maggior parte o -completamente nelle _Deliciae poetar. italor._ - -[548] Per dare un'idea di ciò che Leone X si lasciava dire, basta citar -la preghiera di Guido Postumo Silvestri a Cristo, a Maria ed ai Santi, -affinchè volessero conservare ancor lungamente al bene dell'umanità -questo nume, poichè il cielo ne ha già abbastanza. Ristampata da -Roscoe, _Leone X_, ed. Bossi, v. 237. - -[549] Boccaccio, _Vita di Dante_, p. 36. - -[550] Il Sannazzaro si burla di uno, che lo importunava con tali -falsificazioni: _sint vera haec aliis, mï nova semper erunt_. - -[551] _Lettere de' principi_, I, 88, 91. - -[552] Malipiero, _Annali veneti, Arch. stor. VII_, I, p. 508. Sulla -fine, riferendosi al toro, come stemma dei Borgia, è detto: - - Merge, Tyber, vitulos animosas ultor in undas; - Bos cadat inferno victima magna Jovi! - -[553] Intorno a questo affare veggasi Roscoe, _Leone X_, ediz. Bossi, -VII, 211, VIII, 214 e segg. La collezione stampata, ora assai rara, di -questi _Goryciana_ dell'anno 1524 contiene soltanto le poesie latine. -Vasari vide presso gli Agostiniani anche un libro speciale, dove si -trovavano eziandio dei sonetti ecc. L'affiggere poesie era divenuta -un'usanza così generale, che si dovette isolare il gruppo mediante un -cancello, e perfino impedirne la vista. La trasformazione di Göritz -in _Corycius senex_ è tolta da un passo di Virgilio, _Georg._ IV, 127. -La trista fine di quest'uomo, dopo il sacco di Roma, veggasi in Pierio -Valeriano, _De infelicitate literat._ - -[554] Ristampato nelle appendici al Roscoe, _Leone X_, e nelle -_Deliciae_. Cfr. Paul. Jov. _Elogia_, parlando di Arsillo. Inoltre, pel -gran numero degli scrittori di epigrammi veggasi Lil. Greg. Gyraldus, -l. c. Una delle penne più mordaci fu Marcantonio Casanova. — Fra i -meno conosciuti merita di esser notato Giov. Tommaso Mosconi (v. le -_Deliciae_). - -[555] Marin Sanudo, nelle _Vite dei Duchi di Venezia_ (Murat. XXII), le -riporta regolarmente. - -[556] Scardeonius, _De urb. Patav. antiq._ (Graev. _Thesaur_, VI, III, -col. 270) nomina, come vero inventore del genere, un certo Odaxio da -Padova, intorno alla metà del secolo XV. Ma versi misti di latino e -della lingua di qualche paese se ne hanno molti anche prima e dovunque. - -[557] Non si dimentichi, che essi furono pubblicati assai per tempo -corredati degli antichi scolii e di commenti nuovi. - -[558] Ariosto, _Satira VII_ dell'anno 1581, - -[559] Di tali fanciulli se ne incontrano parecchi, ma io non posso -fornire una prova di fatto di ciò che qui ho detto. Il fanciullo -miracoloso Giulio Campagnola non è di quelli che furono portati in alto -per viste ambiziose. Cfr. Scardeonius _de Urb. Patav. antiq._ presso -Graev. _Thesaur_, VI, III, col. 276. — Il fanciullo miracoloso Cecchino -Bracci, morto a quindici anni nel 1544, v. Trucchi, _Poesie ital. -ined._ III, p. 229. — Come il padre del Cardano gli volesse _memoriam -artificialem instillare_, e come lo istruisse, ancor fanciullo, -nell'astrologia arabica, v. Cardanus, _De vita propria_, cap. 34. - -[560] Espressione di Filippo Villani, _Vite_, p. 5, in circostanza -analoga. - -[561] Bapt. Mantuani, _De calamitatibus temporum_, L. I. - -[562] Lil. Greg. Gyraldus, _Progymnasma adversus literas et literatos_. - -[563] Lil. Greg. Gyraldus: _Hercules_. La dedica è una testimonianza -parlante del primo insorgere minaccioso dell'Inquisizione. - -[564] _De infelicitate literatorum._ - -[565] In questo riguardo veggasi Dante, _Inferno XIII_. - -[566] _Coelii Calcagnini Opera_, ed. Basil, 154, pag. 101, nel libro -VII delle _Epistole_. Cfr. Pier. Valer. _De infelic. literat._ - -[567] _M. A. Sabellici Opera. Epist._ L. XI, fol. 56, ed anche la -relativa biografia negli _Elogia_ di P. Giovio. - -[568] Jac. Volaterranus, _Diar. Roman._, presso Murat. XXII, col. 161- -171-135. — _Anecd. litter._ II, p. 168 e segg. - -[569] Paul. Jov. _De romanis piscibus_, cap. 17 e 34. - -[570] _Sadoleti Epist._ 106, dell'anno 1529. - -[571] _Ant. Galatei Epist._ 10 e 12, presso il Mai, _Spicilegium -roman._ vol. VIII. - -[572] Questo ancor prima della metà del secolo. Cfr. Lil. Greg. -Gyraldus, _De poetis nostri temporis_, II. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - -*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL -RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I *** - -***** This file should be named 64205-0.txt or 64205-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - https://www.gutenberg.org/6/4/2/0/64205/ - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the -United States without permission and without paying copyright -royalties. 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I, di Jacob Burckhardt - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 0em 10% 2em 10%; font-size: 95%;} -p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} -p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} -div.verso p {text-align: inherit;} -div.dedica {page-break-before: always; text-align: center; font-size: 120%; padding-top: 3em; padding-bottom: 3em;} -div.dedica p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 0em; page-break-before: avoid;} -h3 {font-size: 130%;} - -span.smaller {display: block; font-size: 80%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} -hr.tbs {width: 20%; margin: 1.5em 40%; visibility: hidden;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -.x-ebookmaker hr.silver {display: none;} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} -.pad1 {margin-top: 1em;} - -.xx-small {font-size: 50%;} -.x-small {font-size: 70%;} -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.smcap {font-variant: small-caps;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em; font-size: 95%;} -.indice td {vertical-align: top; padding-right: 0.5em;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -.x-ebookmaker .covernote {visibility: visible; display: block;} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i07 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 3em;} -.dotted {letter-spacing: .2em;} - - </style> - </head> -<body> - -<div style='text-align:center; font-size:1.2em; font-weight:bold'>The Project Gutenberg eBook of La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume I, by Jacob Burckhardt</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and -most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online -at <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. 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VALBUSA</span><br /> -con aggiunte e correzioni inedite fornite dall'Autore -</p> - -<p class="pad1"> -VOLUME I -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="small">IN FIRENZE</span><br /> -<span class="large">G. C. SANSONI, EDITORE</span><br /> -1876 -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -In Firenze — Tip. e Lit. Carnesecchi, Piazza d'Arno. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> -</p> - -<h2 id="prefazione">PREFAZIONE</h2> -</div> - -<p class="pad2"> -Se nella storia del movimento intellettuale dell'Europa -moderna v'è un'epoca, che a buon diritto -reclami tutta l'attenzione dello storico e del filosofo, -ella è certamente quella, di cui, sotto forma italiana, -si presenta ora al pubblico una splendida e dotta illustrazione -nell'opera del signor Burckhardt. È cosa -omai consentita da tutti che il pensiero moderno, -cui l'Europa va debitrice dell'attuale sua grandezza -e potenza, non è che la maturazione di un pensiero -che nacque presso di noi negli anni del Rinascimento, -quando l'Italia, prima di scadere dal rango delle nazioni, -dischiuse ancora una volta le fonti della civiltà -e del sapere a tutto il mondo occidentale. Il Rinascimento -inaugurò quella battaglia fra due opposti -principj, fra la libertà e il despotismo, fra la ragione -e il pregiudizio, che non è peranco finita e che forse -non finirà così presto. Le città libere del medio-evo -sono certamente degne di ammirazione e di lode; -ma esse non fecero che i primi tentativi per giungere -<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> -a quel fine, cui il Rinascimento ebbe la mira -colla piena coscienza di ciò che chiedeva. Esse domandavano -delle libertà e mossero guerra ad alcuni -privilegi: gli uomini del Rinascimento vollero la libertà -e si ribellarono contro ogni privilegio. La lotta, -limitata sino a quest'epoca a singole corporazioni, -divenne tutto ad un tratto generale, e dai diritti -tradizionali si volse ai diritti originarj e universali -dell'umanità. Non fu una semplice cultura quella che -si ridestò, ma un mondo intero, la società tutta, -che, anelando a rigenerarsi, agli ordini esistenti sostituì -ordini nuovi, alla divisione per ischiatte contrappose -il libero ed audace arbitrio dell'individuo, -alla consuetudine che soggioga fe' subentrare la ragione -che impera. Non a torto adunque fu detto che -la storia del Rinascimento è il proemio di ogni rivoluzione -moderna sì nel campo dell'azione, che in -quello del pensiero, od anche, se si vuole, il primo -atto di quel gran dramma, che si svolse successivamente -nella Riforma tedesca, e nella Rivoluzione -francese, e che partorì da ultimo la civiltà attuale. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Questa uscì dal concorso maraviglioso delle stirpi -latine da un lato e delle germaniche dall'altro: le -une vi contribuirono colla restaurazione del paganesimo -classico, le altre col ritorno al Cristianesimo -secondo i principj evangelici. Ridestando a nuova -vita le scadute divinità, i sapienti e i poeti dell'antica -Grecia e di Roma, i Latini rischiararono colla -face dell'antico sapere le fitte tenebre, nel bujo delle -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -quali aveano prevalso la scolastica, i delirj fantastici -e la superstizione; abbellirono la vita col fascino -irresistibile delle forme, e al tempo stesso ruppero -le barriere dell'antico mondo, navigando arditi oltre -le colonne d'Ercole, trovando una nuova via alle -Indie e scoprendo un mondo intero al di là dell'Atlantico. -I Germani, accettando dall'Italia i tesori -dell'antica cultura, come già una volta il Cristianesimo, -non solo se ne impadronirono con quella profondità -e pienezza, che lasciavano fin d'allora presentire -la loro futura superiorità nel campo della speculazione, -ma trovarono essi stessi l'arte della stampa, -che diede al pensiero ali per distendersi e per durare -eternamente, e rovesciarono o riformarono col loro -spirito filosofico due sistemi già vecchi, il tolomaico -del mondo astronomico, e il gregoriano del despotismo -papale. Al tempo stesso la caduta allora verificatasi -del vecchio e crollante Impero d'oriente -per opera dei Turchi, che minacciavano l'Europa di -una nuova invasione asiatica, concorse mirabilmente -a dare un indirizzo nuovo alla politica di tutti gli -Stati. Di fronte all'impotenza dei Papi, che invano -credettero di poter scongiurare il pericolo evocando -le vecchie Crociate, più vivo si fece sentire in tutti -il bisogno di unirsi in più stretti rapporti al di dentro -e al di fuori, e al principio teocratico fu sostituita -la politica degli Stati autonomi, creando unità nazionali -o monarchie ereditarie e ponendo in luogo dei -Concilj i congressi e l'equilibrio politico invece dell'autorità -internazionale degli Imperatori e dei Papi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> -</p> - -<p> -Tra le stirpi latine spetta in modo particolare -agli Italiani la gloria di aver nella scienza e nell'arte -dischiuso nuovi ed immensi orizzonti, ridonando -all'Europa, dopo la lunga barbarie del medio-evo, -tutti i tesori dell'antico sapere. Con questo -fatto essi si riconobbero ancora una volta come -i legittimi eredi della gloria e del nome latino in un -momento, in cui il loro paese, francatosi dal giogo -imperiale, non era ancora caduto nei fatali amplessi -di Francia e di Spagna ed era il più florido -di tutta Europa. Che se anche l'antica cultura non -potè mai dirsi del tutto morta presso di loro, e se -ne potrebbero additare le tracce attraverso i secoli -sino al tempo in cui Carlomagno rinnovò l'Impero -d'occidente ed anche più addietro, non fu tuttavia -se non nel secolo XV che essa ruppe definitivamente -le dighe, che ne arrestavano il corso, e si diffuse -coll'impeto di una forza irresistibile per tutte le fibre -del corpo sociale. Un fremito di vita nuova parve -allora discorrere da un capo all'altro della penisola, -e gl'Italiani, che stavano sul punto di perdere la -propria patria, non sembrarono quasi rammaricarsene, -felici di averne trovata un'altra da tanto tempo -perduta. Il genio dell'antichità, troppo grande per -perire del tutto nel Cristianesimo, riapparve quasi -fenice dalle ceneri del passato: i poeti e i filosofi -dell'antica Grecia e di Roma, scossa la polvere dei -conventi, uscirono di nuovo ad insegnare l'emancipazione -dello spirito umano, gli Dei del vecchio Olimpo -risuscitarono il culto della forma e della bellezza, e -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -gli eroi dei primi tempi si ripresentarono all'ammirazione -del mondo come i tipi più perfetti e ideali -dell'umanità. Un paganesimo neo-latino rifece e colorì -la letteratura, le arti e perfino i costumi. Quella rinnegò -la sua origine popolare e si avvolse nella toga -maestosa della lingua e dello stile latino: sorsero -accademie ad imitazione di quelle di Platone e di Cicerone; -si apersero biblioteche come al tempo de' Tolomei; -perfin l'educazione famigliare fu classica, e un -alito dell'antica gentilezza corse in tutte le vene del -corpo sociale, mentre al tempo stesso la scaduta moralità -giunse a tal grado di corruzione da far ricordare -i tempi dell'antica Roma imperiale. -Questa grande risurrezione di morti è un fatto -unico nella storia, nè si ripeterà forse mai più, attesa -l'indole molto più larga e cosmopolitica della civiltà -moderna. Ma, per quanto essa attesti splendidamente -della grandezza immortale della civiltà antica, non -sarebbe pur sempre in ultimo che una frivola mascherata, -se in fondo ad essa non vi stesse un'altra -missione provvidenziale. Il latinismo, che una volta -avea conquistato il mondo per l'opera della Chiesa, -dovea padroneggiarlo di nuovo come principio di -cultura sociale. Quando l'Europa, dopo il Concilio -di Costanza, sollevò un grido di protesta contro la -Chiesa già corrotta e invecchiata, cominciò la grande -opera nazionale degl'Italiani, vale a dire il compito -di abbattere lo sterile sistema della cultura scolastica -col sostituirvi lo spirito vivificatore dell'antichità, e -di porre al posto del vuoto formalismo delle scuole -<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> -monastiche l'eterna sostanza del sapere antico. La -libertà dello spirito e l'emancipazione della scienza -dai ceppi del dogmatismo furono le preziose conquiste -che ne derivarono: così l'uomo fu ridonato all'umanità -e sorse una civiltà nuova, nel cui ambito ci moviamo -ancora oggidì e di cui non possiamo ancora -misurare lo svolgimento progressivo e la meta. A ragione -adunque questo grande momento chiamasi quello -dell'umanismo, poichè con esso comincia veramente -l'umanità moderna. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -L'opera del signor Burckhardt mira appunto a -darci un quadro quanto più si possa completo delle -condizioni del nostro paese in un'epoca così feconda -di notevoli rivolgimenti. Essa non è tanto una storia -della cultura nel vero senso di questa parola, quanto -un <i>Saggio</i>, come all'Autore piacque modestamente -d'intitolarla; ma, anche sotto un titolo così modesto, -non si saprebbe dire se più si debba lodare in essa -la copia stragrande della erudizione, o la maestria -artistica con cui le parti bellamente son disposte tra -loro. Egli vi si accinse colla piena coscienza della -natura, dell'estensione e delle difficoltà proprie del -carico assunto, e candidamente lo confessa sin dalle -prime linee. «I contorni ideali del quadro di una -data civiltà, egli scrive, presentano già di per sè -un'importanza diversa ad ogni osservatore; e quando -poi trattisi di una civiltà che, come madre immediata, -continua ad influire sulla nostra, quasi impossibile -riesce di evitare che ad ogni tratto non si ridesti il -<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> -sentimento e il giudizio subbiettivo tanto di chi scrive, -che di chi legge». Ma appunto per questo egli procede -anche estremamente cauto nelle sue conclusioni, -nelle quali anche la critica più minuziosa cercherebbe -invano quel fare sentenzioso e assoluto, che è il solito -indizio di una superficialità frivola ed ignorante. -I caratteri distintivi della nazione sono messi in piena -evidenza da un paragone continuo colle condizioni -analoghe d'altri tempi e d'altri paesi, ma senza allusioni -e circostanze attuali, atte più a rivelar le -tendenze dell'autore che a mettere in rilievo la verità, -scopo supremo, anzi unico della scienza. Dappertutto -la stessa cura di evitare la vuota frase filosofica -con quello stesso studio, che altri pongono a -farne sfoggio in sostituzione alla frase rettorica -oggimai fuor d'uso; dappertutto il fermo proposito -di tenersi nel campo della più scrupolosa obbiettività, -senza torturare i fatti per cavarne la confessione voluta; -dappertutto chiamati a giudici supremi il retto -sentimento di umanità e la ragione, giudici certo -assai competenti in questioni di fatti umani; dappertutto -una esposizione omogenea, eppur varia, limpida, -vivace, senza affettazioni o contorsioni o mordacità; -dappertutto infine quella serenità, quella calma, che -carpiscono la fiducia, perchè soliti indizi di scrittore -coscienzioso e profondo. -</p> - -<p> -Fu scritto che tra quest'opera ed una storia propriamente -detta corra quella medesima differenza, che -si riscontra tra un quadro di figura ed un paesaggio, -dove ciò che si guadagna rispetto allo splendor della -<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span> -scena, si perde poi rispetto agli eroi che vi agiscono -e al movimento drammatico. La sentenza può accogliersi -come giusta, se con essa s'intese soltanto di -mettere in più viva luce la lodevole sobrietà dell'Autore, -che in tanta ricchezza di materiali non ha voluto -giovarsi se non di quelli, che più strettamente -facevano al suo scopo, per non recare soverchio ingombro -turbare l'armonia dell'insieme. Egli è un -fatto che nel leggere il libro del signor Burckhardt -ci par quasi di essere trasportati nel bel mezzo di -una selva incantata, dove a nostro agio possiamo abbracciar -con lo sguardo l'infinito serpeggiar de' viali, -le vedute, i prospetti, e dove qua e là fra i boschetti -vediamo, ad un suo cenno, spuntare ora la testa, -ora il braccio marmoreo di una statua, or, mezzo -nascoste tra il verde, le magnifiche forme di un -gruppo, senza che per questo ne sia dato di maggiormente -avvicinarci, o che i nostri sforzi per afferrarne -più intrinsecamente le parti, restino compiutamente -appagati. Ma l'apparente manchevolezza nei -particolari, voluta dall'indole stessa sintetica del -lavoro, non è difetto, e infondata affatto sarebbe -l'accusa, se nella brevità impostasi dall'Autore altri -volesse scorgere una lacuna effettiva, che, ove realmente -esistesse, nessun titolo, per quanto modesto, -avrebbe potuto giustificare. Altra cosa è il lavorar -sulle fonti che si conoscono, lo studiarle e il confrontarle -fra loro per accertar fatti, precisar date e arricchire -di nuovo materiale utile la grande suppellettile -storica; altro il mirare ad abbracciar in un tutto e -<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span> -a mettere in più vera e piena luce i risultati acquistati -alla spicciolata e ridurli in armonia con disegno -artistico, per renderli più accetti all'universale e per -distribuire i frutti del sapere anche a coloro, cui -manca l'agio o la volontà di attingere alle fonti originali. -Evidentemente il signor Burckhardt si attenne -di preferenza al secondo di questi due metodi, come -quello che meglio anche rispondeva al suo scopo, di -darci un'idea chiara e compiuta del tempo preso a -trattare, anzichè di rettificare o correggere questo o -quel fatto particolare. L'opera sua non va dunque -giudicata come una semplice opera di erudizione, -benchè questa non vi faccia difetto in nessun punto -dove è domandata, ma bensì come una di quelle che, -mantenendosi in una sfera più elevata, mirano innanzi -tutto a tener desto lo spirito della scienza e -rammentano agli scopritori ed investigatori solitari, -che l'indagine per sè sola non basta. Come tale essa -porta realmente la vita, il movimento, il colore in -un cumulo di materiali che, senza una parola vivificante, -avrebbero chi sa per quanto ancora, continuato -a rimaner lettera morta, e risponde pienamente -alle esigenze della critica più severa, perchè nel fatto -dà più di quanto in sul principio non sembri promettere, -e perchè riempie al tempo stesso, e nel miglior -modo che mai si potesse desiderare, una lacuna, -che era pur sempre rimasta aperta rispetto ad uno -dei periodi più luminosi della nostra storia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Assumendo l'incarico di rendere accessibile all'universale -dei nostri compatriotti un libro scritto -con tanta serietà di propositi e con sì piena coscienza -della dignità e dell'alta missione della storia, noi ci -lusinghiamo di aver fatta opera, che non debba parere -nè superflua ai bisogni del nostro paese, nè discara -a quanti amano fra noi l'incremento de' buoni studi. -Altri giudicherà come abbiamo soddisfatto agli obblighi -nostri di fronte al Pubblico ed all'Autore. A noi -non resta che d'invocare l'indulgenza di entrambi e -di porgere a quest'ultimo il tributo della nostra più -viva riconoscenza per la squisita cortesia, colla quale, -autorizzando la nostra traduzione, volle arricchirla -di numerose aggiunte e correzioni inedite, che danno -un pregio tutto affatto speciale alla presente edizione -e la pongono, per questo riguardo, al di sopra -delle stesse edizioni finora comparse del testo tedesco. -</p> - -<p class="indl"> -Mantova, 1º Dicembre 1875. -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">Il Traduttore.</span> -</p> - -<div class="dedica"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<p> -A -</p> - -<p> -LUIGI PICCHIONI -</p> - -<p> -VENERATO MAESTRO COLLEGA ED AMICO -</p> - -<p> -L'AUTORE -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span></p> - -<h2 id="parte1">PARTE PRIMA -<span class="smaller">LO STATO COME OPERA D'ARTE</span></h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span></p> - -<h3 id="cap1-1">CAPITOLO I. -<span class="smaller">Introduzione.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Condizioni politiche d'Italia nel sec. XIII. — La Monarchia normanna -sotto Federico II. — Ezzelino da Romano. -</p> -</div> - -<p> -Questo scritto porta il titolo di semplice <i>Saggio</i> nel -senso più rigoroso della parola, perchè nessuno sa meglio -dell'autore, ch'egli s'è posto ad una impresa di vasta -mole con mezzi e forze di gran lunga sproporzionate. Ma, -quand'anche egli potesse sino ad un certo grado dichiararsi -soddisfatto del proprio lavoro, non oserebbe tuttavia -lusingarsi di aver con ciò meritato la lode degl'intelligenti -e dei maestri. Già forse di per sè i contorni ideali -del quadro di una data civiltà presentano una importanza -diversa ad ogni osservatore; e quando poi trattisi -di una civiltà che, come madre immediata, continua ad -influire sulla nostra, quasi impossibile riesce di evitare -che ad ogni tratto non si ridesti il sentimento e il giudizio -subbiettivo tanto di chi scrive, che di chi legge. -Nell'ampio mare, nel quale ci avventuriamo, le vie e le -direzioni possibili sono molte; e gli stessi studi intrapresi -per questo lavoro assai facilmente potrebbero in mano -ad altri non solo ricevere uno sviluppo ed una trattazione -diversa, ma porgere occasione altresì a conclusioni -del tutto contrarie. E per vero il soggetto ha in sè -tanta importanza da far desiderare di vederlo studiato -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -sotto tutti gli aspetti e da punti di vista i più disparati. -In mezzo a ciò noi saremo contenti, se la nostra parola -non cadrà affatto inascoltata e se questo libro sarà giudicato -nel suo insieme come un tutto organico, che può -stare da sè. La più grave difficoltà in una storia della -cultura sta appunto nel dover rompere la continuità del -processo storico, scomponendolo in parti che spesso sembrano -arbitrarie, per pur giungere a darne comecchessia -un'immagine. — Alla maggior lacuna del libro pensavamo -altra volta di poter supplire con un'altra opera, che -avrebbe dovuto intitolarsi: l'Arte nel secolo del Rinascimento; -ma questo proposito non ha potuto effettuarsi -che in parte.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -La lotta fra i Papi e gli Hohenstauffen finì col lasciare -l'Italia in uno stato politico essenzialmente diverso da -quello degli altri paesi occidentali. Mentre in Francia, -in Ispagna, in Inghilterra il sistema feudale era ordinato -per modo che, dopo percorso lo stadio della sua vita, -dovette cadere nelle braccia della monarchia unitaria; -mentre in Germania contribuì a mantenere, almeno esteriormente, -l'unità dell'Impero, in Italia invece s'era -quasi interamente sottratto ad ogni specie di dipendenza. -Gl'imperatori del secolo XIV, anche nei casi più favorevoli, -non vi furono più accolti come supremi signori -feudali, ma solamente come capi e sostegni possibili di -potenze già costituite; e dal canto suo il Papato, ricco -di aderenti e di appoggi, era forte abbastanza da impedire -ogni futura unificazione del paese, ma non già da -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -poter fondarne una esso stesso.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Fra l'uno e l'altro di -questi rivali eravi una moltitudine di aggregazioni politiche — repubbliche -e principati — talune già preesistenti, -altre surte da poco, la cui esistenza non era fondata -che puramente sul fatto.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> In esse lo spirito della -moderna politica europea scorgesi per la prima volta -abbandonarsi liberamente a' suoi propri istinti, trascorrendo -assai di frequente agli eccessi del più sfrenato -egoismo, conculcando ogni diritto e soffocando il germe -di ogni più sana cultura; ma dove queste tendenze furono -arrestate od almeno comecchessia controbilanciate, -quivi si ha subito qualche cosa di nuovo e di vivo nella -storia, si ha lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, -lo <i>Stato come opera d'arte</i>. Questa nuova vita si manifesta -tanto nelle repubbliche che nei principati in mille -modi diversi, e ne determina non solo la forma interna, -ma altresì la politica estera. — Noi ne prenderemo in -esame il tipo più completo ed esplicito negli Stati retti -a forma principesca. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Gli Stati retti a forma principesca trovarono un modello -illustre nel regno normanno dell'Italia meridionale -e della Sicilia, dopo la trasformazione che esso aveva -subìto per opera dell'imperatore Federico II.<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> Questi, -cresciuto in mezzo ai pericoli e alle insidie e in prossimità -ai Saraceni, si era abituato assai per tempo a -giudicar delle cose e a trattarle da un punto di vista affatto -obbiettivo, anticipando così il tipo dell'uomo moderno -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -sul trono. A queste sue qualità bisogna aggiungere -altresì la profonda conoscenza ch'egli aveva delle -condizioni interne degli Stati saraceni e della loro amministrazione, -nonchè la guerra a morte sostenuta coi -Papi, che obbligò entrambi i contendenti a mettere in -campo tutte le forze ed i mezzi, di cui poteano disporre. -Le ordinanze di Federico (specialmente dal 1231 in avanti) -non mirano ad altro, fuorchè alla distruzione completa -del sistema feudale e alla trasformazione del popolo in -una moltitudine indifferente, inerme e solo in estremo -grado tassabile. Egli centralizzò l'intera amministrazione -giudiziaria e politica in un modo sino a quel tempo affatto -sconosciuto in Occidente. Nessun ufficio poteva più essere -conferito in virtù dell'elezione popolare, sotto pena di -veder devastato il paese, dove ciò si osasse, e ridotti -gli abitanti in condizione servile. Le imposte, basandosi -sopra uno sconfinato catasto e sulle consuetudini maomettane, -venivano percette con quei modi vessatorii e -crudeli, senza dei quali, del resto, in Oriente è impossibile -estorcere un quattrino ai contribuenti. Qui insomma -non si ha più un popolo, ma una moltitudine di sudditi -sottoposti a sì rigido sindacato, che non possono nemmeno, -senza speciale permesso, nè prender moglie, nè studiare -all'estero: — l'università di Napoli infatti fu la prima -a metter leggi restrittive agli studi; — quando lo stesso -Oriente, in simili materie almeno, lasciava la più ampia -libertà. E dai despoti musulmani copiò altresì Federico -il sistema di esercitare il commercio per conto proprio -in tutto il mare Mediterraneo, riserbandosi, con molto -scapito de' suoi sudditi, il monopolio di parecchi oggetti. — I -califfi fatimiti colle loro tendenze eterodosse non ancor -ben manifeste erano stati (almeno sul principio) abbastanza -tolleranti colla religione dei loro sudditi: Federico -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -al contrario corona il suo sistema di governo con una -persecuzione contro gli eretici, che sembrerà tanto più -riprovevole, quando si ammetta, come par quasi certo, -che egli in costoro abbia inteso di perseguitare i partigiani -non tanto della libertà di coscienza, quanto del -libero vivere civile. Finalmente egli si tiene sempre -dappresso, quali agenti di polizia all'interno e come nucleo -dell'armata contro i nemici esterni, quei Saraceni -trapiantati dalla Sicilia a Lucera e a Nocera, che con -uguale indifferenza sono sordi ai lamenti dei sudditi e -alle scomuniche papali. — I sudditi, disavvezzi alle armi, -lasciarono più tardi, con indolente apatìa, consumarsi la -rovina di Manfredi e il trionfo dell'Angioino; ma questi -alla sua volta fece suo quel sistema di governo, e se -ne giovò a' suoi scopi ulteriori. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Accanto all'imperatore, che mirava a centralizzare -ogni cosa, sorge un usurpatore di un genere tutto affatto -particolare, Ezzelino da Romano, vicario e genero di lui. -Egli non rappresenta propriamente nessun sistema di -governo o di amministrazione, poichè tutta la sua attività -fu sprecata in guerre continue per l'assoggettamento -delle Provincie orientali dell'Italia superiore; ma, come -tipo politico pei tempi posteriori, non è meno importante -del suo imperiale protettore. Sino a questo tempo ogni -conquista ed usurpazione del Medio-Evo erasi effettuata -in vista di veri o pretesi diritti di eredità ed altro, o -a danno degl'infedeli e degli scomunicati. Ora per la -prima volta si tenta la fondazione di un trono sulla strage -delle moltitudini e su altre infinite crudeltà, che è come -dire, impiegando ogni sorta di mezzi, pur di riuscire allo -scopo. Nessuno dei tiranni posteriori, non lo stesso Cesare -Borgia, ha uguagliato Ezzelino nella immanità dei -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -delitti; ma l'esempio era dato, e la caduta di Ezzelino -non ricondusse la giustizia fra i popoli, nè fu di alcun -freno agli usurpatori venuti dopo. -</p> - -<p> -Indarno S. Tommaso d'Aquino, nato suddito di Federico, -pose innanzi la dottrina di una costituzione di -governo, in cui il principe s'immagina assistito da una -Camera alta da lui nominata e da una Rappresentanza -eletta dal popolo. Simili teorie si perdevano senza eco -nelle scuole, e Federico ed Ezzelino rimasero per l'Italia -le due più grandi figure politiche del secolo XIII. La -loro personalità, rappresentata sotto un aspetto per metà, -leggendario, costituisce la parte più importante delle -«Cento novelle antiche», la cui originaria redazione -cade certamente in questo secolo.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> In esse si parla di -Ezzelino con quella specie di reverente paura, che sogliono -inspirare le cose grandi, e in breve un'intera -letteratura si forma intorno alla sua persona, dalla cronaca -dei testimoni oculari alla tragedia, che ne fa quasi -un mito.<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> -</p> - -<p> -Subito dopo la caduta di entrambi pullulano numerosi, -principalmente dalle lotte partigiane dei Guelfi e -dei Ghibellini, i singoli tiranni, in generale quali capi -dei Ghibellini, ma in occasioni e condizioni così diverse, -che è impossibile non riconoscere in questo fatto una -legge di suprema ed universale necessità. Quanto ai mezzi, -di cui si servono, essi non hanno bisogno che di continuare -sulla via adottata già dai partiti: l'espulsione o -la distruzione degli avversari e delle loro case. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span></p> - -<h3 id="cap2-1">CAPITOLO II. -<span class="smaller">La Tirannide nel secolo XIV.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli -interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini -sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo. -</p> -</div> - -<p> -Le maggiori e minori tirannidi del secolo XIV sono -una prova evidente del come esempi consimili non andarono -punto perduti. Le loro immanità parlavano abbastanza -altamente, e la storia le ha circostanziatamente -descritte; ma, come Stati destinati a sostenersi da sè e -a non contare che sopra le proprie forze, e organizzati -in conformità a questo scopo, presentano pur sempre una -particolare importanza. -</p> - -<p> -Il calcolo freddo ed esatto di tutti i mezzi, di cui in -allora nessun principe fuori d'Italia aveva nemmeno -un'idea, congiunto con una potenza quasi assoluta dentro -i limiti dello Stato, fece sorgere qui uomini e forme politiche -affatto speciali.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> Il segreto principale del regnare -stava, pei tiranni più accorti, nel lasciare possibilmente -le imposte quali ognuno di essi le aveva trovate o fissate -al principio della sua signorìa. Tali erano: un'imposta -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -fondiaria basata sopra un catasto; determinati dazi -di consumo, e gabelle pure determinate sopra l'importazione -e l'esportazione: vi si aggiungevano poi le rendite -dei dominii privati della casa regnante. Esse non -oltrepassavano mai un certo limite, tranne il caso di un -notevole aumento nella pubblica prosperità e nel commercio. -Di prestiti, quali si vedevano effettuarsi nelle -comunità repubblicane, qui non si parlava neppure; e -più volentieri si ricorreva a qualche ardito colpo di mano, -quando si poteva prevedere che non avrebbe prodotto -veruna scossa, come, per esempio, la destituzione e la -spogliazione, all'uso affatto orientale, dei supremi magistrati -della finanza.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> -</p> - -<p> -Con queste rendite si cercava di provvedere a tutti -i bisogni della piccola corte, alla guardia personale del -principe, ai mercenari assoldati, alle pubbliche costruzioni, — nonchè -ai buffoni ed agli uomini d'ingegno, che -formavano il seguito del regnante. L'illegittimità, circondata -da continui pericoli, isola il tiranno: l'alleanza -più onorevole ch'egli possa stringere, è quella degli uomini -superiori, senza riguardo alcuno alla loro origine. -La liberalità dei principi del nord nel secolo XIII s'era -ristretta ai cavalieri, vale a dire alla nobiltà che serviva -e cantava. Non così il tiranno italiano: sitibondo di gloria -e vago di trionfi e di monumenti, egli pregia l'ingegno -come tale, e se ne giova. Col poeta e coll'erudito -si sente sopra un terreno nuovo, e quasi in possesso di -una nuova legittimità. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Universalmente noto sotto questo rapporto è il tiranno -di Verona, Can Grande della Scala, il quale negl'illustri -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -esuli accoglieva alla sua corte i rappresentanti di tutta -Italia. Gli scrittori se ne mostrarono riconoscenti: Petrarca, -le cui visite a questa corte trovarono un biasimo -così severo, ci dà il tipo ideale più completo di un principe -del secolo XIV.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> Dal suo mecenate — il signore -di Padova — egli pretende molte e grandi cose, ma in -modo tale da mostrare ch'egli ne lo crede anche capace. -«Tu non devi essere il padrone, ma il padre de' tuoi sudditi -e devi amarli come tuoi figli, anzi come membra -del tuo stesso corpo. Armi, guardie e soldati puoi tu adoperare -contro i nemici; — co' tuoi concittadini devi ottener -tutto a forza di benevolenza. Bene inteso, io dico -i soli cittadini che amano l'ordine; poichè chi ogni giorno -va in cerca di mutamenti, è un ribelle, un nemico dello -Stato, e contro simile genìa una severa giustizia deve -aver sempre il suo corso».<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> Entrando poi ne' particolari, -vi si scorge la finzione affatto moderna dell'onnipotenza -dello Stato: il principe deve aver cura di tutto, restaurare -e mantenere le chiese e i pubblici edifizi, sorvegliare -la polizia delle strade, prosciugar le paludi, regolare -la vendita del vino e dei grani, ripartire equamente -le imposte, soccorrere i poveri e gl'infermi e accordar -la sua protezione e la sua confidenza agli uomini illustri, -perchè questi soli gli assicurano un posto glorioso presso -la posterità.<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -</p> - -<p> -Ma, per quanti possano essere stati i lati luminosi -e i meriti personali di taluni fra questi principi, tuttavia -il secolo XIV riconosceva o almeno presentiva la breve -durata e l'effimera sussistenza della maggior parte delle -tirannidi. Siccome istituzioni politiche di questo genere -per lor natura son destinate a mantenersi tanto più stabilmente, -quanto maggiore è l'estensione del loro territorio, -così era anche naturale che i principati più potenti -fossero sempre proclivi ad ingoiare i più deboli. -Quale ecatombe di piccoli signori non fu sacrificata in -questo tempo ai soli Visconti! — A questi pericoli esterni -poi corrispondeva quasi sempre un cupo fermento all'interno, -e questo stato di cose non poteva certamente non -esercitare una sinistra influenza sull'animo del principe. -L'arbitrio male inteso e lo sfrenato egoismo da un lato, -i nemici e i cospiratori dall'altro lo trasformavano quasi -inevitabilmente in tiranno nel peggior senso della parola. -Avesse egli almeno potuto fidarsi de' suoi più prossimi -congiunti! Ma dove tutto era illegittimo, non poteva -neanche parlarsi di un diritto stabile di eredità, sia riguardo -alla successione al trono, come altresì riguardo -alla ripartizione dei beni, e appunto nei momenti di maggior -pericolo un risoluto cugino od uno zio si sostituivano, -nell'interesse stesso dell'intera famiglia, al posto -del legittimo erede minorenne od inetto. Anche l'esclusione -o il riconoscimento dei figli illegittimi davano occasione -a liti continue. E così accadde, che un numero -ragguardevole di queste famiglie si trovò avere nel seno -non pochi di tali congiunti malcontenti e sitibondi di -vendetta; il che non di rado condusse poscia al tradimento -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -aperto e alle stragi domestiche. Altri, vivendo -all'estero in qualità di fuggiaschi, si chiudono in paziente -aspettativa, come ad esempio quel Visconti che, -stando a pescare sul lago di Garda,<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> al messo del suo -rivale, che lo avea richiesto quando pensasse di ritornare -a Milano, seccamente rispose: «non prima che le -scelleratezze del tuo padrone abbiano superato le mie». -Talvolta sono altresì i congiunti del principe che lo sacrificano -alla pubblica moralità troppo altamente offesa, -per salvare così gl'interessi della dinastia.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> Altrove la -signoria è ancora proprietà dell'intera famiglia per modo -che il capo di essa è obbligato di sentire il parere dei -membri che la compongono, ed anche in questo caso la -divisione del possesso e della potenza è causa frequente -di acerbi rancori. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo -disprezzo negli scrittori fiorentini d'allora. Già il -fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano -forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto -d'impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai -loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco -capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso -Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire -a cavallo con uno scettro d'oro in mano e, tornato a -casa, mostravasi dalla finestra appoggiato a guanciali e -a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi -mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in ginocchio, -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -quasi fosse un Papa od un Imperatore.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> Ma più -spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono -grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente -il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell'ambizione -dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre -trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, -venite, carnefici, venite, avoltoi?».<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> Il castello della tirannide -non s'immagina che in sito eminente ed isolato, -riboccante d'insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria -e di ribalderìe.<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> Altri predicono sventure a chiunque -s'accosti o serva il tiranno,<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> che da ultimo trovano -degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, ad -odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa -e a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi -la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo, -scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e -si rassodano, così nasce e cresce con loro l'elemento -segreto, che deve trarlo a rovina».<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> E tuttavia si tace -di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le -città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora -a promovere il maggiore sviluppo possibile della individualità, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -mentre i tiranni non vogliono emergere che -essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato -sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come -ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> -</p> - -<p> -Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano -agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più -speciale per le superstizioni astrologiche e per l'empietà -di taluni fra quei tiranni. Quando l'ultimo dei Carrara -non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte -di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani -(1405), gli uomini della sua guardia lo udirono -spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perchè -lo uccidesse!». -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi -del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti -di Milano, dalla morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) -in poi. In Bernabò pel primo riscontrasi una quasi somiglianza -di famiglia coi più feroci imperatori romani:<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> -l'affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali -del principe: chi a questo riguardo si permette il più -piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: -il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più -cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la -loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più -odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta -a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani -del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione -«ai sudditi» intima che, come altre volte essi -parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono -dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto -per un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di -mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad -averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle -trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore -anche agli storici più lontani.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> In Giangaleazzo si vede -a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. -Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in -gigantesche opere d'arginatura, per poter divergere a -suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, -e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città,<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> -e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì -ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò -la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi»<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> -e il Duomo di Milano, «che in grandezza e -magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; -e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre -Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in -allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse -in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca -e la grande collezione di reliquie sacre, nelle -quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali -idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece -duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno -di tutta Italia<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> o alla corona d'imperatore, quando invece -si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi -Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita -ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre -ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua -morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze -avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono -essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano. -Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i -suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo -Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con -altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa -casa, essi ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze -e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando -di generazione in generazione. -</p> - -<p> -Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi -cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli -aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci -furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell'imperatore -Valentiniano I.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Allorquando nel maggio -dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -affamato gridava sul suo passaggio <i>pace! pace!</i>, egli -scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono -duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di -pronunciar le parole <i>pace</i> e <i>guerra</i>, e prescrisse perfino -agli ecclesiastici di dire nella Messa <i>dona nobis tranquillitatem</i>, -in luogo di <i>pacem</i>. Da ultimo alcuni congiurati -giovaronsi destramente del momento, in cui il -gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva -gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni -Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; ma il -morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali -di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso -per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda, -si sposasse, dopo la sua morte, a quest'ultimo,<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> ciò che -si verificò anche ben presto. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava -di poter fondare sull'entusiasmo cadente della borghesia -già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse -tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali -principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o -di un folle. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span></p> - -<h3 id="cap3-1">CAPITOLO III. -<span class="smaller">La Tirannide nel secolo XV.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe in -disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni -illegittime. — I condottieri quali fondatori di stati. — Loro -rapporti coi propri signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del -giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei condottieri. -</p> -</div> - -<p> -Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere -affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei -grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala -e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti, -arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all'interno -in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova -dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. -Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo -dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od -anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore -sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all'ingegno -e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un -rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori -e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro -e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento -del loro territorio. Tutti poi, presi insieme, -grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono -procedere più circospetti e guardinghi e astenersi -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -da crudeltà troppo immani. In generale non potevano -osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario -per riuscire nei loro scopi; — e questo veniva lor perdonato, -almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa, -che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi -legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; -tutt'al più vi si riscontra una specie di popolarità, che -però non esce dalle mura della città che serve di residenza: -i principi italiani sentono che ciò che deve loro -maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno. -Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con -impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica -utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri -non sono che poveri contadini e quand'anche si uccidessero -tutti, sarebbe questa pur sempre una magra -soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura -perissero in tale lotta! Quand'anche il duca giungesse -a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le -sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di -5000 ducati» ecc.<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> Ciò che in Carlo vi era di medievale, -le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era -cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando -poi si seppe che co' suoi ufficiali e comandanti usava -unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo -servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle -di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di -tutto l'esercito sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora -tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per -ispacciato.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -superò gli stessi principi d'Italia, e che non cessava -di manifestare la sua ammirazione per Francesco -Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare -natura, in fatto di civiltà e gentilezza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere -prevalente di questi stati italiani del secolo XV. -La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta -sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione -e pel compito che si propone,<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> che un giudizio su -lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile. -</p> - -<p> -La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, -e vi pesa sopra come una maledizione, che non -può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali -non valgono a mutare un tale stato di cose, perchè il -popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano -comperato un brano di pergamena in paese straniero o -da uno straniero di passaggio per le loro terre.<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> Se -gl'imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non -avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest'era il -ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla -spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno -che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi, -ma non poterono guarentirle con altro che con semplici -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -<i>documenti</i>. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia -non è che una delle più vergognose mascherate politiche, -che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo -Villani<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> in qual modo i Visconti lo menarono attorno -pel loro territorio e da ultimo lo scortarono a' confini, -come egli corse da un luogo all'altro a guisa di mercatante -girovago per iscambiar con danaro al più presto -i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo -ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere -sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là -delle Alpi.<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> Almeno Sigismondo la prima volta venne -con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni XXIII -a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di -riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi -insieme il Papa e l'Imperatore sull'alto della torre -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della -Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della -città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al -basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo -comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di -mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual -debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma, -per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo -III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi -di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che -desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale -i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati -nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità -ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di -Napoli, al quale l'onore della visita imperiale non costò -meno di 150,000 fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> In Ferrara, al suo secondo -ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero -in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e -dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori, -notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, -conti col diritto di nominar dottori (anche cinque -per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> -Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonchè al di lui -cancelliere dovevasi un segno di riconoscenza per la redazione -dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi -parve un po' cara.<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> Che cosa pensasse il duca Borso -nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi -e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli, -la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -l'ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondochè -si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico. -Perciò, mentre gli uni<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> festeggiavano l'imperatore -con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti -della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più -che cosa voglia propriamente significare l'incoronazione: -avvegnachè gli antichi non coronassero che gl'imperatori -vittoriosi e di niun'altra corona, fuorchè di alloro.<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> -</p> - -<p> -Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento -generale dei popoli stranieri, una nuova politica -imperiale verso l'Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura -di Lodovico il Moro coll'esclusione dell'infelice -suo nipote dal trono — non era di tal natura da -poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna -teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono -fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e -darvi mano; anche l'impero adunque poteva ora pretendere -la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare -di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato -a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel -palazzo dei Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi -i gigli di Francia, lo storico Senarega<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> chiese dappertutto -che cosa propriamente significasse quell'aquila rispettata -in tante rivoluzioni, e quali diritti l'Impero -avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, -fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una <i>camera -imperii</i>. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe -saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni. -Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole -far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli -per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, -ma bensì della monarchia di Spagna. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV -derivò alla sua volta anche l'indifferenza rispetto alla -nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines, -parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi -come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie -principesche del nord, in quella di Borgogna, per -esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati -appannaggi, come vescovati e simili, e mentre -in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi -sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece -non v'era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente -tollerato nella stessa linea principale qualche -rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano -la linea bastarda della casa, perchè l'Aragona propriamente -detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande -Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un -vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di -Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto -discendenti illegittimi della famiglia d'Este, fra i quali -lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo -fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo.<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> -Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie -una principessa, che propriamente non era che una figlia -naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -Gl'illegittimi erano anche di frequente ammessi alla -successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni -quando qualche pericolo stringeva assai da vicino; -e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore -riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità -dell'individuo, il suo merito personale e la -forza del suo talento furono qui sempre più forti della -legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi -d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i -figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI, -prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, -che allora incominciava, la cosa destò qualche -maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione -dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e -sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> Il cardinale -Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria -di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da -un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno -di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il -duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> -Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, -che nel secolo XV, per motivi di moralità e di -politica, non avrebbero avuto alcun senso. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma la più alta e più comunemente ammirata forma -dell'illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere, -il quale — qualunque sia la sua origine — giunge a procacciarsi -un principato. In sostanza anche l'occupazione -dell'Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi -di questa specie cominciarono a tener la Penisola -in perpetue agitazioni. -L'insediamento di un condottiero a signore di un -paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni -qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando -di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini -e terre,<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> le quali, senza di ciò, ed anche nel caso -che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli -erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri -d'inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo -esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è -Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne -Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da -Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e -condottieri italiani, parve anche più prossima l'occasione -di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo -possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande -trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano -dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo -de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) fu volto principalmente -alla distruzione di questi tiranni giunti al potere -colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, -Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova -di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero -di città e 400,000 fiorini d'oro, senza contare gli uomini -d'arme del primo marito che Beatrice condusse pure con -sè.<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano -e i condottieri che si vendevano, che è tanto -caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto,<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> di -quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque, -lo dipinge presso a poco così: una volta gli -abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano -un capitano, che li aveva liberati dall'oppressione -straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo -migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa, -che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe -stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore -della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo -e poi adoriamolo come nostro patrono. E così -fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato -romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano -maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai -governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, -erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come -toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata -per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro -la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola -(1432).<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> Dal punto di vista morale è un fatto -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -degno di molta considerazione, che i condottieri assai -di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria -moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi -maggior fiducia da parte degli altri, o sentir -cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere -eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, -per tenersi puri dall'odio, e solo una bontà interna a -tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori -perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo -per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più -sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, -e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle -scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità -e il talento si svilupparono in sì alto grado da -imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei loro -soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di -eserciti, nei quali la forza impellente è senz'altro il credito -personale del duce. Una splendida prova se ne ha -nella vita di Francesco Sforza,<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> contro il quale nessun -pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di -acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene -giovare a tempo opportuno: si sa infatti che -più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero -spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente -a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva in lui «il padre -comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia -Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, -più che di qualunque altra, si possono seguire passo -passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità: -Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva -meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati -in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una -di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti -in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la -casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in -un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non -respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor -tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi -innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere -del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava -a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine -da una tenda tutta circondata di bandiere, nella -quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — sino a tanto -che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, -di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito -e potenza, tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo -di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe -procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti -questi congiunti che tennero insieme la sua armata per -tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo -a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri -colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e -con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizii -della larghezza delle sue viste si ebbero in questo, -che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio -alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche -dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che -in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo -contro la licenza della soldatesca; che non trascorse -mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate -e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), -per serbarsi sempre libero di passare, data l'occasione, -a nozze principesche. Ed in quest'ultimo riguardo -egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti -contraessero unioni non approvate da lui. Nel -medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà -e dalla vita perduta e rotta de' suoi compagni -d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco, -lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: -«non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno -de' tuoi e se l'hai battuto, allontanalo più che puoi; non -cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda -volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra cosa -egli era, se non un grande capitano, almeno un grande -soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed -esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità -co' suoi modi franchi e schietti, e possedeva una -maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche -dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro -servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura -italiana; ma nelle ore d'ozio amava erudirsi -nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti -scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio, -ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente -tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, -e con splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai -destramente mascherato giunse anche a farsi padrone -della potente Milano (1447-1450). -</p> - -<p> -Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo -tempo scriveva:<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> «nella nostra Italia, tanto vaga di -mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste omai -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche -i servi possano divenir re». Uno specialmente che si -diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava -in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, -figlio di Niccolò. Era una questione d'interesse -vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe -a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori -erano evidentemente interessati ad impedirglielo, -ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato -un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti -sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe -e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell'occasione -che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano -invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: -«se la si fa finita con lui (dicevan essi ad una voce), -noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre».<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> -Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in -Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto -che egli potè da ultimo uscire da quel frangente a patti -onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi -eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva -già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo -una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse -a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte -le garanzie e ai rapporti ch'egli aveva nelle regioni più -elevate, quest'ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo.<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti -loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: -quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono -nel medesimo giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna -(1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava -all'altro il suo stato.<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> Il fatto è che contro -una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, -tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto -giovane s'era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, -Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n'aveva avuto -anche una figlia: — una zia le avvelenò entrambe, per -appropriarsi l'eredità.<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione -di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo -da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro -stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii -unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne -la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava -di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo -erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti -del Papa s'attribuirono esclusivamente il privilegio di -tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si -manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri -ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo -VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino, -stato già dapprima a servizio in Borgogna, non -si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -padrone, in mano a' Turchi;<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> e si dovette andar più che -contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il -Magnifico, s'indusse ad accomodarsi con una somma di -danaro e ad andarsene. Nell'anno 1495, quando tutto -andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovero, -condottiere da Brescia, volle fare esperimento -delle sue forze:<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> egli aveva preso già dapprima la città -di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia, -ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi: -ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da -un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, -figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei -Veneziani, tolse all'arcivescovo di Ravenna la città di -Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed -oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo -«a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, -il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè -«a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando -di farlo morir per le forche. Pandolfo non potè usargli -altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima -nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo -notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano -di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese -avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò -la sua sovranità sul lago di Como. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span></p> - -<h3 id="cap4-1">CAPITOLO IV. -<span class="smaller">Le Tirannidi minori.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue -dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, -dei Pico e dei Petrucci. -</p> -</div> - -<p> -Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, -che le maggiori scelleratezze s'accumularono nelle più -piccole di esse. Frequentissime in famiglie, i cui membri -volevano vivere tutti secondo il loro grado, erano -le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da -Camerino si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), -unicamente perchè i suoi figli ne agognavano le ricchezze.<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> -Se in qualche città un tiranno si distingueva -per un governo saggio, moderato, alieno dal sangue e -per la protezione accordata alla cultura, questi era di -regola un discendente di qualche grande famiglia, o almeno -ne dipendeva per ragioni politiche. Di questa specie -fu, per esempio, Alessandro Sforza principe di Pesaro,<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> -fratello del grande Francesco e suocero di Federigo -da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e -giusto ed affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -guerresca, ebbe un regno tranquillo, durante il -quale raccolse una splendida biblioteca e passò il suo -tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II -dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica -era modellata su quella degli Estensi e degli Sforza, -potrebbe essere registrato nel numero di costoro. — Qual -brutale ferocia invece non si riscontra nelle famiglie -dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, -dei Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di -Perugia! — Delle vicende di questi ultimi sul finire -del secolo XV noi abbiamo ampie notizie da eccellenti -fonti storiche — le cronache del Graziani e del Matarazzo.<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria -non si era mai trasformata in un vero principato, -ma consisteva soltanto in una supremazia esercitata dentro -la cerchia della città e basata sulle grandi ricchezze -e sull'influenza effettiva nel conferimento delle pubbliche -dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato -come il capo supremo di essa; ma un profondo e -nascosto rancore regnava tra i membri de' suoi rami diversi. -Di fronte ad essi mantenevasi un partito contrario, -composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno al 1487 -tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di -<i>bravi</i>: non passava giorno che non si commettesse qualche -atto di violenza: nell'occasione che dovea portarsi -a seppellire uno studente tedesco, stato quivi ucciso, due -collegi si posero in armi l'un contro l'altro, e talvolta i -bravi di diverse case venivano a battaglia tra loro sulla -pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano -o se ne andavano al più presto possibile. Da -ultimo gli Oddi furono costretti ad abbandonare Perugia, -e allora la città si convertì in una fortezza assediata sotto -la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo -dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese -venivano represse con terribili vendette: nell'anno 1491, -dopo avere scannato d'un tratto ben cento trenta congiurati -introdottisi in città, e dopo averne appeso i corpi -alle mura del palazzo del comune, furono alzati sulla -pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si -fecero celebrar messe e far processioni, per purgare e -riconsacrare quel luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo -VIII fu pugnalato di pieno giorno sulla pubblica -via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato spedito -a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico -disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa -dominante, Guido e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui -colla santa e taumaturga monaca domenicana suor Colomba -da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi -sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la -pace. — In mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia -anche in questa occasione di mettere in rilievo la devozione -e la pietà dei migliori fra i perugini. — Mentre -Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli esigliati, -accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra -di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici -furono atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini -si trasformarono in audaci masnadieri, e non solo i cervi, -ma i lupi altresì corsero a loro agio quel terreno fatto -deserto e vi trovarono gradito pascolo nei cadaveri dei -caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana». -Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -a Carlo VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi -a Perugia, concepì l'idea di sbarazzarsi per sempre dei -Baglioni, e propose a Guido una festa qualunque, un -torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme -nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che -«il più bello di tutti gli spettacoli sarebbe stato il -vedere riuniti insieme tutti gli uomini d'arme di Perugia»; -e allora il Papa rinunziò al suo progetto. Poco -dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, -nella quale i Baglioni non ottennero la vittoria se non -in virtù del loro eroismo personale. Fu in quella occasione -che Simonetto Baglione, appena diciottenne, -tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie -centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, -si rialzò di nuovo a combattere, sino a che accorse -in suo aiuto Astorre Baglione, il quale, alto sul suo cavallo -e tutto armato di ferro dorato e con un gran falcone -sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio -Marte nelle gesta e nell'aspetto». -</p> - -<p> -Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor -dodicenne, studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse -le impressioni di quei giorni sono riprodotte e fatte -eterne nelle sue prime figure in piccolo di S. Giorgio e -di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire -mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello -stesso S. Michele fatta in grande posteriormente; e se -Astorre Baglione ha per avventura avuto in qualche -cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove, -fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro -di Eliodoro. -</p> - -<p> -Gli avversari parte erano periti, parte per paura si -erano allontanati, nè in seguito ebbero più la forza di -tentar nuovi attacchi. Dopo qualche tempo seguì una -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -parziale riconciliazione e ad alcuni fu concesso il ritorno. -Ma Perugia non ridivenne per questo nè più tranquilla -nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante -proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. -Contro Guido, Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, -Astorre, Gismondo, Gentile, Marcantonio ed altri -sorsero uniti due pronipoti, Grifone e Carlo Barciglia: -quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe Varano -di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, -Geronimo dalla Penna. Indarno Simonetto, che -aveva sinistri presentimenti, scongiurò suo zio a permettergli -di uccidere questo Penna: Guido glielo proibì. -La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione -delle nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo -l'estate dell'anno 1500. La festa cominciò e durò alcuni -giorni tra sinistri indizi, il cui aumentarsi ci vien descritto -egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, che era -presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica -fe' balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò -credere vera una supposta tresca di sua moglie -con Giampaolo, e quando tutto fu ordito, ad ognuno -dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare. -(I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior -parte nel luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, -che erano presenti, ognuno ebbe quindici uomini a' suoi -ordini: gli altri furono posti in vedetta. Nella notte del -15 luglio le porte furono forzate e compiuti gli assassinii -di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: -gli altri poterono fuggire. -</p> - -<p> -Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello -di Simonetto, sulla pubblica via, gli spettatori «e specialmente -gli studenti stranieri» furono uditi paragonarlo -con quello di qualche antico romano: tanto imponente -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi -trovavano l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, -come se la morte stessa non avesse potuto domarlo. I -vincitori si recarono attorno dagli amici della famiglia, -cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono tutti in -lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire -alla campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano -fuggiti, raccolsero genti al di fuori, e poi, con Giampaolo -alla testa, penetrarono il giorno seguente nella -città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati di morte -dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso -S. Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che -lo abbandonò a' suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia -ed il Penna riuscirono a fuggire a Camerino presso -il promotore principale di quella tragedia, e così in un -momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò -padrone della città. -</p> - -<p> -Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, -la quale il giorno innanzi, insieme alla di lui moglie -Zenobia e a due figli di Giampaolo, si era ritirata in -un podere e avea respinto da sè più volte, non senza -lanciargli la sua maledizione materna, il figlio che s'affrettava -a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò -del figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle -due donne: nessuno voleva essere riconosciuto per l'uccisore -di Grifone, per non tirarsi addosso gli sdegni -della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò -il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto -da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza -mista di pietà tutti guardavano poscia alle due donne, -quando con vesti ancora intrise di sangue attraversarono -la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale -più tardi Raffaello dipinse la celebre sua <i>Deposizione</i>. -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -Con quel quadro ella depose il proprio dolore ai piedi -della Regina di tutti gli addolorati. -</p> - -<p> -Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste -tragedie nelle sue vicinanze, fu lavato con vino e -consacrato di nuovo. Ma rimase pur sempre in piedi -l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte le -gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che -ci narrò tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo. -</p> - -<p> -In seguito si formò una storia affatto leggendaria -de' tempi anteriori dei Baglioni, che non è se non un -riflesso di queste atrocità. Secondo questa leggenda, -tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da -tempo immemorabile di morte violenta, una volta non -meno di ventisette d'un tratto; le loro case sarebbero -state già anteriormente atterrate, e coi materiali delle -medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma il -fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi -non ebbe luogo che più tardi, sotto il governo di -Paolo III. -</p> - -<p> -In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando -in quando abbiano avuto anche de' buoni intendimenti, -come è certo che misero un po' d'ordine nel loro partito -e che protessero i pubblici ufficiali dagli arbitrii -della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli, -e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio -solo apparentemente domato. Giampaolo fu con -lusinghe attirato a Roma nel 1520 sotto Leone X e -quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che tenne -Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime, -specialmente perchè parteggiava pel duca di -Urbino ugualmente minacciato dal Papa, inferocì ancora -una volta in modo atrocissimo contro la propria famiglia, -assassinando uno zio e tre cugini, tanto che il duca stesso -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -gli fe' dire che era tempo di farla finita.<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> Suo fratello, -Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel 1530 -si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il -figlio di questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, -che coll'uccisione del Legato papale e dei pubblici ufficiali -conseguì nel 1534 una breve, ma spaventevole -signoria. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci -ancora qua e colà. — Audacia, empietà, talento guerresco -e cultura assai raffinata raramente si riunirono in -un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta (morto nel -1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa -casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi -altra qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. -Il già menzionato Pandolfo, nipote di Sigismondo, non -giunse a sostenersi se non perchè i Veneziani non volevano, -ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta di -nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per -motivi ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella -di Rimini (1497), e poi lo lasciarono fuggire,<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> -un commissario veneziano lo ripose nella signoria, benchè -macchiato di fratricidio e di ogni sorta di scelleratezze. -In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi -ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 -fu, come quella di Cesare Borgia, veramente fatale a -queste piccole tirannidi, delle quali ben poche sopravvissero, -ed anche queste con assai scarsa fortuna. — Alla -Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della famiglia -Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -Lilio Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal -sacco di Roma al tetto ospitale del canuto Giovan Francesco -Pico (nipote del celebre Giovanni). I dialoghi che -egli ebbe col principe intorno al monumento sepolcrale, -che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine -ad uno scritto,<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> che nella dedica porta la data dell'aprile -di quello stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! -«Nell'ottobre dello stesso anno lo sventurato principe, -assalito di notte tempo, perdette il trono e la vita per -opera di un figlio di suo fratello, ed io stesso, gittato -nella più profonda miseria, potei a stento salvare la vita -fuggendo». -</p> - -<p> -Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, -come fu quella, che Pandolfo Petrucci esercitò -dal 1490 in poi nella città di Siena, lacerata allora dalle -frazioni, è appena degna di essere ricordata. Incapace e -crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore di diritto -e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con -atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto -in estate era di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, -senza pensare dove e su chi cadessero. A lui riuscì quello, -a cui non avean potuto giungere nemmeno i più astuti, -di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: tuttavia -morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi -figli però si sostennero ancor lungamente in una specie -di mezza signoria. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span></p> - -<h3 id="cap5-1">CAPITOLO V. -<span class="smaller">Le maggiori case principesche.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco -Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il -Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca -di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli Estensi -a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici -uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà -della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione -dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione -accordata alle lettere. -</p> -</div> - -<p> -Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi -vuol essere considerata a parte. L'ordinamento feudale, -che qui sin dal tempo dei Normanni si mantenne come -una <i>signoria</i> inerente al possesso fondiario dei Baroni, -vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel -resto d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio -della Chiesa e poche altre regioni, non sussiste -omai più che il semplice <i>possesso</i> come tale, e lo Stato -non permette più che diventi ereditario nessun ufficio. -Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che -sin dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole -affatto diversa da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. -Splendido in tutto, dignitosamente affabile e quindi -caro al popolo, non biasimato nemmeno, anzi ammirato, -per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -non aveva che un solo difetto, quello di una grande -prodigalità,<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> ma con tutta la sequela delle inevitabili -conseguenze, che sogliono derivarne. Infedeli amministratori -delle finanze furono dapprima onnipotenti, e da -ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, spogliati -dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo -di poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: -in occasione di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, -i superstiti dovettero continuare a pagar l'imposta -anche pei morti. In mezzo a tutto ciò Alfonso -accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza -sino allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche -pe' suoi stessi nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar -poi i lavori letterari non conobbe misura; al Poggio regalò -una volta d'un solo tratto cinquecento monete d'oro -per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte. -</p> - -<p> -Ferrante, che venne dopo di lui,<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> passava per suo -figlio illegittimo avuto da una dama spagnuola, ma forse -discendeva da qualche Moro bastardo di Valenza. Fosse -il sangue o le congiure ordite contro la sua vita dai -Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra -i principi di quel tempo egli figura come il più terribile -di tutti. Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti -come una delle più forti menti politiche e alieno al -tempo stesso da ogni sregolatezza, egli volge tutte le -sue forze, tra le quali anche quella di un implacabile -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento -completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di -più geloso un principe, mentre i capi dei Baroni erano -da un lato congiunti a lui per parentela e dall'altro alleati -di tutti i suoi nemici esterni, egli s'abituò alle imprese -le più arrischiate, come a faccende, per così dir, -quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa -lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette -a un di presso con quei modi violenti, che erano -stati tenuti già da Federico II. Infatti avocò a sè il -traffico dei grani e degli olii, e al tempo stesso concentrò -il commercio in generale nelle mani di un ricco negoziante, -Francesco Coppola, il quale divideva con lui -gli utili e teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: -prestiti forzosi, esecuzioni e confische, aperte simonìe -e gravose contribuzioni imposte alle corporazioni -ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi di Ferrante, -oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar -legge alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso -di sè i suoi nemici o vivi in ben custodite prigioni o -morti e imbalsamati nello stesso costume, che soleano -portare da vivi.<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> Egli sogghignava ferocemente, quando -parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla -sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. -Le sue vittime erano quasi tutti uomini, dei quali -egli s'era impadronito per tradimento, ordinariamente -invitandoli al suo reale banchetto. Del tutto infernale -poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello -Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo -servizio, e del cui spavento sempre crescente Ferrante -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -si valse per estorcerne doni, finchè da ultimo un'apparente -complicità nell'ultima cospirazione dei Baroni gli -fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, insieme -al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato -dal Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei -figli del re il maggiore, Alfonso duca di -Calabria, ebbe negli ultimi tempi una specie di correggenza: -dissipatore brutale e feroce, superava il padre -in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese -anche il suo disprezzo per la religione e i suoi riti. -Indarno si cercherebbero in questi principi almeno quei -tratti di coraggio e di generosità che s'incontrano in -altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano talqualmente -dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per -solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti -in Italia sono tutti più o meno profondamente corrotti: -ma gli ultimi rampolli di questa dinastia di Mori -bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, che oggimai -può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante -muore tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento -il proprio fratello Federigo, l'unico della casa -che non fosse uno scellerato, e lo offende nel modo il -più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure fino a questo -momento era stato riguardato come uno de' più valenti -capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e -abbandona in preda ai francesi e al tradimento di tutti -il proprio figlio, il minore Ferrante. Una dinastia, che -avesse regnato come questa, avrebbe dovuto almeno far -pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano -sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma -<i>jamais homme cruel ne fut hardi</i>, come disse in questa -occasione assai giustamente, benchè da un solo punto -di vista, Comines. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p> -Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare -il principato nei duchi di Milano, la signoria dei -quali da Gian Galeazzo in poi è stata una monarchia -assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto -l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno -dei personaggi più notevoli del tempo, e fortunatamente -ne possediamo una eccellente biografia.<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> In lui si vede -con rigore pressochè matematico ciò che la paura può -fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e collocato -in una posizione elevata. Tutta la sua politica -non ha che uno scopo, la sicurezza della sua propria -persona, con questo solo di buono, che il suo crudele -egoismo non degenerò mai in furibonda sete di sangue. -Nel castello di Milano, che allora era circondato da magnifici -giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, -senza uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar -la città. Le sue escursioni si restringono a quelle -città di provincia, dove egli ha grandiosi castelli: la flottiglia -che, tirata da rapidi destrieri, lo porta qua e là -pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo da -prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava -la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una -visita rigorosissima: là dentro poi nessuno doveva affacciarsi -a qualsiasi finestra, per timore che si facessero -cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso di esami -era prescritto per coloro, che erano destinati a formar -parte del seguito personale del principe: indi venivano -loro affidati i più alti uffici diplomatici e privati, perchè -non si faceva differenza tra questi e quelli. — E, in -mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe e difficili -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della -più alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente -qua e là uomini muniti di pieni poteri. Ma -la sua sicurezza stava in ciò, che nessuno nella sua corte -si fidava degli altri, che i condottieri erano sorvegliati -da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori erano -tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente -mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre -un uomo onesto con un ribaldo. Anche nell'interno della -sua coscienza Filippo Maria si garantisce una perfetta -tranquillità, adottando al tempo stesso una doppia linea -di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad -una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i -santi del cielo,<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi -altresì dei romanzi francesi della cavalleria. Per -ultimo egli, che non voleva mai sentir menzionare la -morte e che faceva perfino trasportar fuori del castello, -se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della felicità -non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> -egli stesso affrettò volontariamente la propria fine, -col farsi chiudere una ferita e col ricusare una cavata -di sangue, ed è morto con dignitosa fermezza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco -Sforza (1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, -l'uomo più di qualunque altro fatto secondo l'indole del -suo tempo. In nessun altro, quanto in lui, si parve la -vittoria del genio e della forza individuale, e chi non -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -voleva credere alla superiorità de' suoi talenti, doveva -almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. I milanesi -andavano orgogliosi di avere ora un signore di -tanta fama; ed infatti nella circostanza del suo ingresso -nella città la folla del popolo acclamante gli si fece talmente -d'attorno, che lo portò a cavallo sin dentro al -Duomo, senza che egli potesse smontare.<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> Udiamo ora -che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita perspicacia: -«nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne -al congresso dei principi in Mantova, toccava -oggimai il suo sessantesimo anno (più precisamente il -cinquantottesimo), ma stava a cavallo come un giovane, -alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii, -calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, -ed un complesso di doti corporali e mentali senza -pari nel nostro secolo: — tale era l'uomo, che dalla più -umile condizione seppe sollevarsi al possesso di un trono. -La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli graziosi come -angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide il -compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette -egli subire altresì qualche contrarietà: la moglie -gli uccise per gelosia la ganza; i suoi antichi compagni -d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo abbandonarono, -disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone, -dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da -parte del fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati -contro i francesi: uno de' suoi figli cospirò contro -di lui e dovette essere imprigionato; la Marca di Ancona, -da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta -in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto -incontrastata, che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -Felice colui che la incontra di rado!». Con -questa definizione negativa della felicità il dotto Papa -si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare -uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a -considerare in generale le conseguenze di una forma di -governo affatto assoluta, non gli sarebbe certamente sfuggita -la causa vera di quella debolezza, che stava tutta -nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari. -Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati -con tante cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero -fatti adulti, a tutte le seduzioni del più sconfinato egoismo. -Galeazzo Maria (1466-1476), vago soltanto delle esterne -apparenze, andava superbo della sua bella mano, degli -stipendi elevati che pagava, del credito finanziario che -godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, -degli uomini illustri che lo circondavano, dell'armata -e delle cacce che manteneva. Egli dava inoltre facili -udienze, perchè aveva la parola facile, massimamente -quando si trattava di ridurre al silenzio qualche ambasciatore -veneziano.<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano -i capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a -figure una stanza in una sola notte; e quel che è peggio, -spaventevoli atrocità contro coloro che più gli stavano -da vicino, o insensate sregolatezze. Ma tale contegno -parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e diedero -con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei -quali, Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato -nipote, avocò a sè l'intera signorìa. A questa -usurpazione si connettono l'intervento dei Francesi e le -sventure di tutta Italia. Ma il Moro è la più perfetta -figura principesca di questo tempo, e, come figlio dell'epoca -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più -profonda immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità -affatto caratteristica nell'uso che ne fa: probabilmente -si sarebbe maravigliato, se qualcuno avesse voluto fargli -comprendere, che vi è una responsabilità morale anche -per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato, -come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità -astenuto da qualsiasi sentenza di morte. La venerazione -quasi favolosa che gli Italiani mostravano per la sua -abilità politica, egli l'accettava come un omaggio dovutogli:<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> -e ancora nel 1496 si vantava che il papa Alessandro -era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano -il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di -Francia il suo corriere, che doveva andare e venire, -secondochè a lui talentava.<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> Perfino nel supremo pericolo -egli fu visto calcolare con maravigliosa freddezza (1499) -tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il che gli -torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse -le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che -proponeva di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè -prima aveano avuto acerbe contese fra loro: «Monsignore, -non abbiatelo a male, di voi non mi fido, quand'anche -siate mio fratello»; e prepose al comando del castello -stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un -uomo, che aveva sempre beneficato,<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> — e che però lo -tradì alla sua volta. — All'interno il Moro pose ogni -cura per amministrare bene e vantaggiosamente lo Stato, -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -per modo che anche nell'ultimo tempo egli contava, tanto -a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; ma -è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 -in poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano -sui contribuenti, usando talvolta mezzi crudeli, come fece, -per esempio, a Cremona, dove per viste puramente precauzionali -fece impiccare un ragguardevole cittadino, che -osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero -eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze -usò tener lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> -in guisa che bisognava elevare il tono della voce per -farsi intendere da lui. — Alla sua corte, la più splendida -d'Europa, dopochè non esisteva più quella di Borgogna, -l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: il padre -prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello -la sorella.<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> Ma il principe si mantenne almeno sempre -attivo, e, come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre -nella schiera di coloro, che appunto dovevano la propria -posizione alle loro qualità personali, i dotti, i poeti, e gli -artisti in genere. L'accademia da lui fondata<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> dovea servire -innanzi tutto all'uso suo particolare, anzichè al comodo -di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava -tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, -quando ne cercava la compagnia e i servigi. Si sa che -Bramante in sul principio non ebbe che uno scarsissimo -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -emolumento;<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> Leonardo però sino al 1496 fu stipendiato -assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe potuto -trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto -spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto -forse a nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha -cosa che dimostri esservi stata pur qualche qualità superiore -in Lodovico, essa è certamente questa prolungata -dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed anche -più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare -Borgia e ad un Francesco I, non è improbabile che egli -lo abbia fatto sol per aver trovato in ambedue qualche -cosa di straordinario e di superiore al loro tempo. -</p> - -<p> -Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono -malamente allevati da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, -non ha più alcuna rassomiglianza col padre; -ma il minore, Francesco, non era almeno inaccessibile -a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che in -questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, -cercò almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i -Francesi, che nel 1512 si ritiravano dinanzi alle armi -della Lega Santa e a quelle di Massimiliano, a rilasciarle -una dichiarazione, nella quale era detto che i Milanesi -non ebbero veruna parte nella loro espulsione e potevano -quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un -nuovo conquistatore.<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> Anche sotto il rapporto politico è -da notare che l'infelice città in simili momenti di transizione -era solita, al pari di Napoli al momento della -fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un formale saccheggio -esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche -assai ragguardevoli). -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate -da principi abilissimi sono, nella seconda metà -del secolo XV, quella dei Gonzaga in Mantova e quella -dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, quanto ai rapporti -di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, ed -era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di -loro non si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, -quando qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente -il cadavere. Il marchese Francesco Gonzaga<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> e -sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche vi sia stato -qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una coppia -rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati -in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo -Stato si trovò esposto a gravissimi pericoli. Che -Francesco, come principe e condottiere, avesse dovuto -seguire una politica leale ed onesta, non era cosa, alla -quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, nè -i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno -dopo la battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava -l'onore delle armi, di sentimenti patriottici, e comunicò -questi stessi sentimenti alla propria consorte. Ed -infatti da quel tempo in poi ella non vede in qualsiasi -manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la difesa -di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo -diretto a salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei -noi non abbiamo bisogno di ricorrere a quanto ne dissero -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -gli artisti e gli scrittori, che largamente ricambiarono la -bella principessa della protezione loro accordata; le sue -stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la donna -intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile -al tempo stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo -Tasso mandavano i loro lavori a questa corte, -benchè piccola e impotente e spesso anche scarsa a danari; -ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte di -Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro -di maggiore cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era -in complesso superata, specialmente per la maggior libertà -che vi si godeva. Isabella s'intese molto addentro -nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta pinacoteca -non può esser letto senza ammirazione da alcun -vero amico dell'arte. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), -fosse egli un vero Montefeltro o no, uno dei più illustri -rappresentanti del potere principesco. Come condottiere, -egli aveva quella politica moralità, che era propria di -questo genere di persone, e di cui essi non erano colpevoli -che per metà: come principe del suo piccolo territorio, -egli seguì la politica di consumare in esso il danaro -guadagnato al di fuori e di opprimerlo il meno possibile -di gravezze. Di lui e de' suoi due successori Guidobaldo -e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, promossero -l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al -loro soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe -cari».<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> Ma non solamente lo Stato, bensì anche la corte -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -era un organismo in ogni senso egregiamente architettato -e condotto. Federigo intratteneva cinquecento persone: -le cariche di corte vi erano complete quanto in -qualsiasi delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla -vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo -sindacato vegliava su tutto. Qui non giuochi, non corruzioni, -non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al -tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli -di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente -onorato di far impartire una soda istruzione. Il palazzo -ch'egli si edificò, non era de' più splendidi, ma spirava -un'aria di pieno classicismo per la felice sua disposizione: -in esso egli raccolse il suo maggior tesoro, la celebre -biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente -sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii -e nessuno elemosinava, così egli usciva sempre disarmato -e quasi senza seguito; e in ciò nessun principe avrebbe -potuto certamente imitarlo, sia quando egli s'aggirava -pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva ad -un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, -facendosi leggere qualche passo di Livio o libri ascetici -in tempo di quaresima. Dopo il pranzo egli si recava ad -udire una lezione di antichità, e di là passava al chiostro -delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio coll'abbadessa -di cose spirituali. La sera assisteva volentieri -agli esercizii ginnastici della gioventù della sua -corte nel prato di S. Francesco, dove si ha una così -splendida prospettiva, e s'interessava grandemente perchè -nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a muoversi -con arte perfetta. La sua costante preoccupazione -era quella di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava -gli artefici, che lavoravano per lui, nelle officine, -dava udienze e sbrigava le istanze dei singoli possibilmente -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -il giorno stesso che gli venivano presentate. Nessuna -maraviglia quindi che la gente, quando egli passava -per le vie, s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse -dietro: «Dio ti mantenga, signore!» Gli eruditi -poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> Suo figlio -Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue -infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 -affidare il suo Stato a mani sicure, vale a dire al nipote -Francesco Maria, nipote al tempo stesso di papa Giulio -II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da una -stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, -con cui questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo -dinanzi a Cesare Borgia, Francesco Maria dinanzi -alle truppe di Leone X: essi sanno che il loro ritorno -riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i sudditi -avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche -Lodovico il Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli -dimenticava i molti altri motivi d'odio che stavano contro -di lui. — La corte di Guidobaldo, come scuola della -più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare -Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, -il <i>Tirsi</i>, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio -(1506), e più tardi (1518) collocò i dialoghi del suo -<i>Cortegiano</i> nel circolo della coltissima duchessa (Elisabetta -Gonzaga). -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio -tiene in modo affatto speciale una via di mezzo tra -l'assolutismo e la popolarità.<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a> Nell'interno del palazzo -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -accadono fatti spaventevoli: una principessa è decapitata -insieme ad un figliastro per supposto adulterio (1425): -principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte e sono -minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, -come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni -dal di fuori: il bastardo di un bastardo vuol -rapire a forza la signoria al legittimo erede (Ercole I): -più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia avvelenato -la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar -lui, e ciò per incarico avuto dal di lei fratello -Ferrante di Napoli. L'atto finale di questa tragedia lo -si ha nella congiura di due bastardi contro i loro fratelli, -il reggente duca Alfonso e il cardinale Ippolito (1506); -congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere a -vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo -in questo Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è -il più minacciato di tutti gli altri grandi e mediocri -d'Italia, sia perchè ha bisogno in sommo grado di agguerrirsi -e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti gravezze -avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale -benessere del paese, ed infatti il marchese Niccolò -(molato nel 1441) espresse più volte il desiderio che i -suoi sudditi potessero dirsi più ricchi di quelli di qualunque -altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente -aumentata può far testimonianza di un benessere veramente -raggiunto, egli è anche un fatto importante e -degno di considerazione, che ancor nel 1497 in Ferrara -(comecchè straordinariamente ampliata) non si trovavano -più case da affittare.<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> Ferrara è la prima città moderna -di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere -dei principi ampie e regolari contrade: qui, col concentramento -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -degli ufficii e coll'attirarvi l'industria, si formò -una vera capitale: ricchi esuli da tutta l'Italia, e più -specialmente da Firenze, trovarono qui allettative bastanti -per fermarvi la loro dimora e costruirvi palazzi. -Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi -raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena -sopportabile. Bensì il principe ebbe anche qui la stessa -cura che ebbero altri altrove, per esempio Galeazzo Maria -Sforza a Milano, di far cioè venire grano dall'estero in -casi di grandi carestie<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> e di ripartirlo gratuitamente, a -quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava -con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli -di sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta -e le civaie, le quali ultime venivano con molta cura coltivate -intorno e sulle mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata -più considerevole era pur sempre quella che proveniva -dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva -annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta -Italia, ma della quale non abbiamo precise informazioni -se non in ciò che riguarda la città di Ferrara. In occasione -del nuovo anno 1502, per esempio, si narra espressamente, -che moltissimi comperarono i loro ufficii <i>a prezzi -salati</i>, e si citano singolarmente nomi di amministratori -di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di -notai, di podestà, di giudici e perfino di capitani, vale -a dire degli ufficiali superiori del duca sparsi nella provincia. -Fra questi «mangia-popoli», come allor si chiamavano, -e che realmente erano odiati dal popolo «più -che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, -che vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno -alla medesima epoca usava ogni duca -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -di fare un giro in persona per Ferrara, che dicevasi -<i>andar per ventura</i>, e di farsi regalare almeno dai più -abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente -in prodotti naturali. -</p> - -<p> -Ora l'orgoglio del duca<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> era questo che in tutta -Italia si sapesse, che in Ferrara i soldati ricevevano -esattamente il loro soldo e i professori dell'Università il -loro stipendio nel giorno della scadenza, che le truppe -non potevano in nessun caso mai aggravar la mano arbitrariamente -sulle popolazioni della città e della campagna, -che Ferrara era imprendibile e che nel castello -vi era un ingente tesoro in danaro sonante. Di una separazione -delle casse non si parlava nemmeno: il ministro -di finanza era al tempo stesso ministro della casa -ducale. Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di -Ercole I (sino al 1505), e di Alfonso I (sino al 1534) -furono assai numerose, ma per lo più di poco rilievo:<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> -e in ciò si riconosce una casa principesca, che, in onta -al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava -mai in pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e -carico di gioielli), — non vuol però mai lasciarsi andare -a veruna spesa inconsiderata. Si direbbe anzi che -Alfonso presentisse già anticipatamente la triste sorte, -a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole -ville, tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, -quanto quella di Montana co' suoi begli affreschi e le -sue fontane zampillanti. -</p> - -<p> -Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente -minacciata suscitò in questi principi una grande -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -abilità personale: in una esistenza cotanto artificiale non -poteva moversi con buon successo che un uomo di genio, -che dovea provare col fatto di esser degno della signoria -che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale -dei lati deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era -qualche cosa di ciò che allora costituiva il tipo ideale -di un principe, quale se l'erano formato gl'Italiani. Qual -regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, che in quel -tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera -e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra -e nei Paesi Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli -procacciò effettivamente una conoscenza molto profonda -del commercio e dell'industria di quei paesi.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> Ella è cosa -veramente stolta il rimproverargli, come altri fa, i lavori -da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio, -quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità -veramente magistrale nella fonderia dei cannoni e una -liberalità superiore ad ogni pregiudizio nel saper attirare -intorno a sè i maestri in ogni genere d'industria. — I -principi d'Italia non si limitano, come i loro contemporanei -del nord, a trattare esclusivamente con una -nobiltà, la quale si crede l'unica classe degna di considerazione -a questo mondo e trascina anche il principe -in questo errore: in Italia il regnante può e deve conoscere -ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta -in una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti -sociali ha bisogno di un valore affatto personale e -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -non di casta, come più innanzi avremo occasione di dimostrare. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante -sono il più strano miscuglio di una tacita venerazione, -di una devozione ben calcolata e riflessa, di una fedeltà -e sudditanza intese affatto nel senso moderno: si sente -che all'ammirazione personale si sostituisce già un nuovo -sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse -nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua -equestre in bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò -punto (1454) a collocare vicino ad essa la propria, pure -in bronzo, ma seduta, ed oltre a ciò la città gli decretò, -ancor nei primordi del suo reggimento, una «colonna -trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in -Venezia) avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo -ritorno, denunciato, fu punito dal tribunale col bando e -colla confisca dei beni, e poco mancò che un cittadino -zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi ai -giudici: egli dovette però colla corda al collo venire -dinanzi al duca e implorarne il perdono. In generale -questo principato è molto ben provveduto di spie, e il -duca stesso esamina dì per dì la lista dei forestieri, che -gli albergatori sono rigorosamente tenuti di presentare. -Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto -per viste di ospitale liberalità,<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> non volendo lasciar partire -da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza -avergli reso onoranza: ma è certo che Ercole I invece -riguardava la cosa come una semplice misura di sicurezza.<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> -Anche in Bologna, sotto Giovanni II Bentivoglio, -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando in -città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> — Grandissima -popolarità si procaccia il principe quando -improvvisamente priva d'ogni potere i pubblici funzionarii -che ne abusano, quando, come fece Borso, arresta di -propria mano anche i suoi più intimi consiglieri, quando -destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, un esattore, -che per lunghi anni avea succhiato il sangue del -popolo: egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, -s'accendono fuochi e si suonano le campane. Ma con uno -di costoro Ercole lasciò andar le cose troppo oltre, vogliamo -dire col direttore di polizia o, come allora lo si -chiamava, col <i>capitaneo di giustizia</i>, Gregorio Zampante -di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava -adatto nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi -a costui tremavano perfino i figli e i fratelli del -duca: le ammende ch'egli infliggeva, ammontavano sempre -a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura cominciava -prima ancora del processo. Al tempo stesso -però egli era tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, -e con menzogna sapeva procurare ai più grandi malfattori -l'impunità e la grazia del duca. Non è a dire quanto -caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di questo -«nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece -l'aveva fatto suo compare e cavaliere, e il Zampante -poneva in serbo ogni anno non meno di 2000 ducati, -benchè in mezzo a questo egli continuasse a non cibarsi -d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse -di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri -e di sgherri. Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; -e poichè non lo faceva il duca, se ne incaricarono -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli aveva mortalmente -offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua abitazione -(1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli -tenuti pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori -fuori, abbiamo ucciso il Zampante!» La truppa spedita -ad inseguirli non giunse che troppo tardi, quando essi -erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al confine. Naturalmente -piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire, -le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di -canzoni. Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è -affatto conforme all'indole di questo principato, che il -sovrano detti altresì a tutta la sua corte e alla popolazione -le attestazioni di stima, ch'egli vuole accordate a -coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì -il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun -ufficio e nessuna bottega nella città, come anche nessuna -scuola nell'Università, rimase aperta nel giorno che -lo si portò a seppellire, e ognuno dovette accompagnarne -la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe -andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa -d'Este, che abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se -ne veniva piangendo e vestito a bruno subito -dopo la bara, e dietro di lui seguivano immediatamente, -accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte, -due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa, -alcuni nobili portarono il corpo del borghese -fuori della chiesa nella crociera del sagrato, dove fu sepolto. -In generale la partecipazione ufficiale alle gioie -e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il suo -principio appunto in questi Stati italiani.<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a> Il fondo di -questa usanza può avere il suo lato bello in uno squisito -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -senso di umanità, ma la manifestazione di esso, specialmente -nei poeti, è di regola molto ambigua. Una -delle poesie giovanili di Ariosto,<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> scritta per la morte -di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre -gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene -mani in tutti i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano -lo stile moderno: «questa morte ha percosso Ferrara -di tal colpo, che essa ne serberà la memoria per lunghi -anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè -la terra non era più degna di possederla: l'angelo -della morte non le si avvicinò colla falce insanguinata, -come agli altri mortali, ma con aria onesta e in aspetto -così benigno, che ella stessa non temette». Ma noi -c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza -di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva -star tanto a cuore, quanto il favore delle case -ove frequentavano (perchè di questo favore vivevano), -che ci narrano le avventure galanti di principi ancora -viventi<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> in guisa tale, che nei secoli posteriori avrebbe -sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva -un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche -i poeti lirici cantavano le facili passioni dei loro eccelsi -protettori talvolta anche legittimamente ammogliati: Angelo -Poliziano, fra gli altri, quelle di Lorenzo il Magnifico, -e con tuono ancor più accentato Gioviano Pontano -quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -scritte da quest'ultimo<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> rivelano, senza volerlo, l'animo -abbietto dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso -vuol essere sempre il più fortunato, e guai a chi -lo fosse più di lui! — S'intende poi da sè che i più -grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano -naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi -dagli altri, e se la regalarono invece da sè medesimi. -Borso si fece ritrarre nel suo palazzo di Schifanoia in -una serie di quadri, che lo rappresentavano in diversi -momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima -volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento -al trono con una processione, che non pare fosse -in nulla inferiore a quella del <i>Corpusdomini</i>: tutte le -botteghe erano chiuse come in giorno festivo: tutti i -membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel -centro in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che -ogni potere e dignità partisse dal principe e dovesse -riguardarsi come una prova di particolare distinzione da -parte sua, era cosa ormai universalmente ammessa a -questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine -dello <i>Sprone d'oro</i>, che non aveva nulla che fare colla -Cavalleria del Medio-Evo.<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> Ercole I, oltre allo sprone, -dava anche una spada, un mantello ricamato in oro ed -una dotazione, per la quale senza dubbio si esigeva una -servitù regolare. -La protezione accordata alle lettere e alle arti, per -la quale questa corte acquistò rinomanza mondiale, si -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -estendeva in parte all'Università, che era una delle più -complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un -servizio a corte e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. -Il Bojardo, quale ricco gentiluomo di provincia e -pubblico funzionario, entrava senza dubbio in quest'ultima -categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche -cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, -nè la corte di Milano, nè quella di Firenze, -e ben presto neanche quella di Urbino, per tacere di -quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi di una -posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi -buffoni del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse -al proprio servizio. Diversamente andarono più -tardi le cose con Torquato Tasso, del cui possesso la -corte si mostrò veramente gelosa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p> - -<h3 id="cap6-1">CAPITOLO VI. -<span class="smaller">Gli avversari della tirannide.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle -Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni -dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti -coi cospiratori. -</p> -</div> - -<p> -Di fronte a questa concentrata potenza principesca -ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile. -Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica -erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere -assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di -diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva -bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e -ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi, -facendo portare in questo o in quel modo la piuma -al berretto e i guancialini ai calzoni;<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a> — ma tutti gli -uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a> -erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a -Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi -rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi -che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali -da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. -Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a> -consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente: -«le loro questioni mi rendono ogni anno sino -a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, -per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno -di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona -chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito -francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente -i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi -tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non -risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per -modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> — Anche -in Romagna, dove le passioni e le vendette -duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da -lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale -al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e -colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la -Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè -quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, -non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. -La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur -sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può -toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo -aver soffocato l'Italia. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima -pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che, -ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè -sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta -loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini -appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari -dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando -fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che, -uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima. -E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi -i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero -sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private -cagionate da rancori ed offese puramente personali. -</p> - -<p> -Come la tirannide era incondizionata e sciolta da ogni -freno legale, incondizionati erano pure i mezzi usati dai -suoi avversari. Sin dal suo tempo il Boccaccio lo dice -espressamente:<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a> «debbo io chiamar re o principe un -usurpatore e serbargli fede come a mio signore? No! -perchè egli è nemico della cosa pubblica. Contro di lui -sono bene usate le armi, le congiure, le spie, le insidie, -le astuzie: sono anzi opera santa e necessaria. Non vi -è sacrificio più accetto che il sangue di un tiranno!» -Noi non possiamo addurre qui nessun fatto particolare: -il Machiavelli, in un notissimo capitolo de' suoi <i>Discorsi</i>,<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> -ha già trattato delle congiure antiche e moderne, cominciando -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -dall'epoca remota dei tiranni della Grecia, e -le ha giudicate colla sua solita imparzialità secondo i -diversi loro fini e il loro esito. Ci accontenteremo dunque -di due sole osservazioni, l'una sugli assassinii eseguiti -nelle chiese durante il servizio religioso, e l'altra -sull'influenza esercitata dagli esempi antichi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Egli era quasi impossibile il cogliere alla sprovvista -il tiranno, sempre guardato a vista, altrove, fuorchè nelle -chiese, e in queste soltanto poi potevasi sperare di sorprendere -un'intera famiglia principesca riunita. Così quei -di Fabriano<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> spensero nel 1435 la famiglia dei Chiavelli -loro tiranni durante un servizio religioso e precisamente, -secondo gli accordi presi, alle parole del Credo: <i>et incarnatus -est</i>. A Milano il duca Giovanni Maria Visconti -(1412) fu ucciso mentre entrava nella chiesa di -S. Gottardo, e nel 1476 il duca Galeazzo Maria Sforza -fu pugnalato nella chiesa di S. Stefano; Lodovico il Moro -poi sfuggì una volta al pugnale dei partigiani della duchessa -Bona rimasta vedova (1484) soltanto pel fatto, -che entrò nella chiesa di S. Ambrogio per una porta -diversa da quella, dove era aspettato. Nè pare che si -credesse di commettere con simili assassinj veruna speciale -empietà, poichè si sa che gli uccisori di Galeazzo -non aveano mancato, prima del fatto, d'inginocchiarsi -a pregare il santo titolare della chiesa e di ascoltarvi -la prima messa. Tuttavia nella congiura de' Pazzi contro -Lorenzo e Giuliano de' Medici (1478) una delle cause, -per cui l'impresa non riuscì che in parte, fu appunto -questa, che il bandito Montesecco, impegnatosi dapprima -in un convito di eseguire l'assassinio, vi si era poi rifiutato -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -nel Duomo di Firenze, e in luogo di lui vi si indussero -poi alcuni ecclesiastici, «che erano più famigliari -con quel sacro luogo e non ebbero quindi alcuna -paura».<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Quanto all'antichità, la cui influenza sulle questioni -morali e più particolarmente sulle politiche avremo occasione -di rilevare frequentemente anche in seguito, i -primi a dare l'esempio furono i tiranni stessi, che non -di rado, tanto nel concetto che s'erano formati dello -Stato, quanto nel loro modo di procedere, mostravano -di non voler espressamente seguire altro modello, fuorchè -l'antico impero romano. Ed altrettanto fecero alla -loro volta i loro avversari studiandosi, sin da quando -con fredda riflessione preparavansi all'impresa, d'imitare -gli antichi nemici della tirannide. Non sarebbe facile -il dimostrare che essi nell'idea principale, vale a -dire nel risolversi al fatto, abbiano ricevuto il maggiore -impulso da questi esempi, ma non è neanche vero per -questo che le allusioni continue all'antichità fossero -semplici frasi o mera faccenda di stile. Una prova notevolissima -ne abbiamo negli uccisori di Galeazzo Sforza, -il Lampugnani, l'Olgiati e il Visconti.<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> Tutti e tre avevano -motivi affatto personali d'odio contro di lui, e tuttavia -la risoluzione di ucciderlo parve essere derivata -da una causa d'ordine più elevato. Un umanista e maestro -di eloquenza, Cola de' Montani, aveva infuso in un -drappello di giovani appartenenti alla nobiltà milanese -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -un vago desiderio di gloria e d'imprese magnanime in -pro della patria, e s'era finalmente aperto col Lampugnani -e l'Olgiati intorno all'idea di restituire la libertà -a Milano. Non andò molto ch'egli cadde in sospetto, ed -essendo espulso, dovette abbandonare quei giovani in -preda al loro ardente entusiasmo. Circa dieci giorni -prima del fatto convennero essi nel monastero di S. Ambrogio -e giurarono solennemente di compierlo: «poi, -dice l'Olgiati, ridottomi in un angolo remoto dinanzi all'immagine -di S. Ambrogio, levai gli occhi ad esso ed -invocai il suo aiuto per noi e per tutto il suo popolo». -Il celeste patrono della città doveva dunque proteggere -l'impresa, appunto come più tardi S. Stefano, nella cui -chiesa essa ebbe il suo compimento. Dopo ciò, molti altri -furono iniziati nella congiura e tennero notturni convegni -nella casa del Lampugnani, dove si esercitavano -nel ferire, adoperando le guaine dei pugnali. Il fatto -riuscì, ma il Lampugnani fu immediatamente ucciso dai -seguaci del duca e gli altri due furono presi. Il Visconti -mostrò pentimento, ma l'Olgiati, in onta a tutte le torture, -sostenne che quell'uccisione era stata gradita a -Dio e diceva a sè stesso, anche quando il carnefice gli -ruppe il petto: «coraggio, Girolamo! si penserà lungamente -a te: la morte è amara, ma la gloria sarà -eterna!» -</p> - -<p> -E tuttavia, per quanto elevati possano apparire gli -intendimenti e i propositi di costoro, dal modo stesso con -cui la congiura fu condotta trapela evidente un tentativo -d'imitazione del più scellerato di tutti i cospiratori, -di colui che non pensò mai neanche alla libertà, vogliamo -dire di Catilina. I <i>Diarii sanesi</i> dicono espressamente, -che i congiurati avevano studiato Sallustio, e ciò -appare anche indirettamente dalla confessione stessa -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -dell'Olgiati.<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> Quel terribile nome noi lo incontreremo anche -altrove, ed è pur troppo vero, che per congiure volgari, -e se si prescinda dallo scopo, non v'era un tipo più -seducente di questo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Presso i fiorentini, tutte le volte che essi effettivamente -si sbarazzarono o almeno tentarono sbarazzarsi -de' Medici, il tirannicidio era accolto come un'idea accetta -universalmente. Dopo la fuga dei Medici nell'anno -1494 fu tratto fuori dal loro palazzo il gruppo -in bronzo rappresentante Giuditta e il morto Oloferne, -opera del Donatello,<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a> e fu posto dinanzi al palazzo della -Signoria, dove ora sta il Davide di Michelangelo, con -questa iscrizione: <i>exemplum salutis pubblicae cives</i> posuere -1495. Ma più specialmente ora si usò di tirare in -campo l'esempio di Bruto il minore, che Dante al suo -tempo avea continuato a relegare con Cassio e Giuda -Iscarioto<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> nel più profondo abisso dell'inferno, qual traditore -dell'impero. Pietro Paolo Boscoli, la cui congiura -contro Giuliano, Giovanni e Giulio de' Medici ebbe un -esito così infelice (1513), era stato egli pure ardente -entusiasta di Bruto e si sarebbe proposto di imitarlo, se -avesse trovato un Cassio; e come tale si era poi unito -a lui Agostino Capponi. I suoi ultimi discorsi tenuti nel -carcere,<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a> documento importantissimo per rilevare le credenze -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -religiose d'allora, fanno fede dello sforzo ch'egli -dovette esercitare sopra sè stesso, per liberarsi da quelle -fantasie e reminiscenze romane e morire cristianamente. -Un amico e il confessore dovettero assicurarlo che S. Tommaso -d'Aquino condanna le cospirazioni in generale, ma -il confessore più tardi confessò a quello stesso amico, -che S. Tommaso fa invece una distinzione e permette -la congiura contro un tiranno, il quale si sia imposto -al popolo suo malgrado. Allorquando Lorenzino de' Medici -uccise nel 1537 il duca Alessandro e fuggì, comparve -una apologia del fatto,<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a> probabilmente autentica, o per -lo meno scritta per suo incarico, nella quale egli si vanta -dell'uccisione del tiranno come di opera sommamente -meritoria, paragonandosi, nel caso che Alessandro fosse -stato un Medici legittimo e quindi, benchè da lontano, -suo congiunto, con Timoleone, il fratricida per patriottismo. -Altri usarono anche in questo caso il paragone -con Bruto, e sembrerebbe che Michelangelo stesso non -sia stato del tutto alieno da questa idea, almeno se si -vuol giudicare dal suo busto di Bruto esistente negli -Uffizi. Egli lo lasciò incompiuto, come quasi tutte le sue -opere, ma non certamente perchè l'uccisione di Cesare -gli pesasse troppo sul cuore, come dice il distico scrittovi -sotto. -</p> - -<p> -Un radicalismo che muova dal popolo, quale si è venuto -formando nei tempi moderni di fronte alla monarchia, -indarno si cercherebbe negli Stati principeschi dell'epoca -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -del Rinascimento. Bensì ognuno protestava isolatamente -nel suo interno contro il principato, ma cercava al tempo -medesimo di farsi una posizione tollerabile o comoda -sotto lo stesso, anzichè di assalirlo con forze riunite. Ci -volevano eccessi quali si videro a Camerino, a Fabriano -ed a Rimini (pag. 44), perchè una popolazione si decidesse -a distruggere o a cacciare una casa regnante. -Inoltre si sapeva anche troppo bene, che non si avrebbe -fatto altro, fuorchè mutar padrone. La stella delle repubbliche -era decisamente nel suo tramonto. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span></p> - -<h3 id="cap7-1">CAPITOLO VII. -<span class="smaller">Le Repubbliche.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli -cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il -Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti -verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia -quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo -ufficiale prolungato. -</p> -</div> - -<p> -Altra volta le città italiane aveano spiegato in sommo -grado quella energia, che vale a tramutare una città -in uno Stato. Non sarebbe occorso che un passo ulteriore, -vale a dire che queste città si fossero strette tra -loro in una grande confederazione, concetto, che in -Italia si vede ripullular di frequente, per quanto anche, -rispetto ai particolari, appaia rivestito ora di una forma, -ora di un'altra. Nelle lotte dei secoli XII e XIII formaronsi -infatti grandi e potenti federazioni di città, e il -Sismondi crede (II, 174), che il tempo degli ultimi armamenti -della lega lombarda contro il Barbarossa (dal -1168 in poi) sarebbe stato il vero momento, in cui si -sarebbe resa possibile una federazione italiana universale. -Ma le più potenti fra le città aveano già palesato -troppa fierezza e originalità di carattere, perchè la cosa -potesse effettuarsi: facendosi reciproca concorrenza nel -commercio, esse si permettevano mezzi violenti ed -estremi l'una contro dell'altra, e tenevano le vicine città -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -minori in una ingiusta dipendenza; il che vuol dire, che -da ultimo esse credevano di poter fare ciascuna da sè, -senza aver bisogno delle altre, preparando per tal modo -il terreno a qualunque altra violenza od usurpazione. -Questa non tardò a sopraggiungere, allorquando le lotte -intestine dei nobili fra di loro, e della borghesia colla -nobiltà, fecero nascere il desiderio di un governo forte -e sicuro, e le truppe assoldate già si mostravano pronte -a sostener per danaro qualsiasi causa, dopochè i precedenti -governi di parte s'erano da lungo tempo abituati -a veder ineseguito il bando generale di guerra da loro -intimato.<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> La tirannide inghiottì la libertà della maggior -parte delle città; qua e colà si cercò di sbarazzarsene, -ma solo a mezzo, e per breve tempo; essa tornò sempre, -perchè le condizioni interne le erano favorevoli, e le -forze che contro-operavano, si trovavano già esauste. -</p> - -<p> -Fra le città che seppero conservare la loro indipendenza, -due sono della massima importanza per la storia -dell'umanità: Firenze, la città dei continui rimutamenti, -che ci trasmise le manifestazioni di tutti i disegni e le -aspirazioni della cittadinanza e degl'individui, che per -tre secoli presero parte a quei mutamenti: Venezia, la -città della calma apparente e del silenzio politico. Esse -formano fra di loro la più forte antitesi, che si possa -immaginare, ed ambedue alla loro volta sono tali, da -non poter essere paragonate con verun'altro Stato -del mondo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Venezia si riconobbe essa stessa come una creazione -affatto eccezionale e misteriosa, nella quale da tempo -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -remotissimo si sentiva l'azione di qualche altra cosa, -che non era l'ingegno umano. Intorno alla solenne fondazione -della città correva una leggenda evidentemente -mitica: nel dì 25 di marzo dell'anno 413 a mezzogiorno -i profughi di Padova gettarono la prima pietra a Rialto, -per farne un asilo sacro e inaccessibile in mezzo all'Italia -corsa e lacerata dai Barbari. Scrittori venuti più -tardi attribuirono ai primi fondatori il presentimento -di tutta la grandezza futura della città: Marco Antonio -Sabellico, che cantò l'avvenimento in splendidi e facili -esametri, mette in bocca al sacerdote che fa la consacrazione, -questa preghiera a Dio: «se un giorno tenteremo -qualche cosa di grande, accordaci il tuo favore! -Ora noi ci inginocchiamo dinanzi ad un povero altare, -ma se i nostri voti non andranno inesauditi, qui sorgeranno -a te, o Dio, centinaia di templi ricchi di marmo -e d'oro».<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> — La città delle isole, sul finire del secolo XV, -riguardavasi ormai come il gioiello più prezioso del -mondo d'allora. Lo stesso Sabellico la descrive come -tale<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a> colle sue cupole antichissime, colle sue torri acuminate, -co' suoi palagi intonacati di marmo, e colla sua -pomposa grettezza altresì, per la quale sotto tetti dorati -si dava a pigione ogni più piccolo angolo della casa. -Egli ci trasporta sull'affollatissima piazza di S. Giacometto -a Rialto, dove un mondo di affari si tratta non -tra grida e schiamazzi, ma appena tra un sommesso -e svariato bisbiglio, dove siedono, lunghesso i portici -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -che la fiancheggiano e sotto quelli delle vie adiacenti,<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> -banchieri ed orefici a centinaja, dove le botteghe e i -magazzini sono in numero strabocchevole: oltrepassando -poi il ponte, egli ci conduce al gran fondaco dei tedeschi, -sotto il cui porticato stanno le loro merci e le abitazioni, -e dinanzi al quale i vascelli si addossano gli -uni agli altri nel canale: indi più innanzi ci mostra -un'intera flotta carica di vini e di olio, e parallelle -ad essa sulla riva, dove formicolano i portatori, le officine -dei mercanti; e per ultimo da Rialto sino alla -piazza di S. Marco i gabinetti de' profumieri e le trattorie. -Per tal maniera egli guida il lettore di quartiere -in quartiere sin fuori ai due lazzaretti, stabilimenti non -solo utili, ma necessari, e in nessun altro luogo portati -ad un sì alto grado di sviluppo, come qui. Una cura -attenta e sollecita pel benessere personale dei sudditi -era il distintivo del governo di Venezia non solo in pace, -ma anche in guerra, dove l'assistenza che si prestava -ai feriti, anche nemici, era oggetto di ammirazione per -tutti.<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> In generale non v'era stabilimento di pubblica -beneficenza, che non esistesse a Venezia e sotto la forma -la più perfetta: anche il fondo delle pensioni vi era ordinato -con regolarità sistematica, perfino in ciò che riguardava -i superstiti. La ricchezza, la sicurezza politica, -la pratica del mondo avevano per tempo vôlto il pensiero -de' veneziani a queste cose. Quei cittadini svelti, -biondi, dal passo leggero e circospetto e dal discorso -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -sensato,<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> non differivano quasi fra loro sia nelle fogge -del vestire, sia nel contegno che tenevano in pubblico: -di ornamenti (fra i quali primeggiavano le perle) non -si curavano, se non per fregiarne il collo delle loro -donne o fanciulle. In allora la prosperità generale era -veramente grande, in onta ad alcune gravi perdite cagionate -dai Turchi; ma l'energia di tutti e il pregiudizio -generale d'Europa bastarono anche più tardi a far sopravvivere -Venezia anche ai colpi più aspri della fortuna, -quali la scoperta del Capo, la rovina del dominio dei -Mammelucchi in Egitto e la guerra mossale dalla Lega -di Cambray. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il Sabellico, che era oriundo dei dintorni di Tivoli -e abituato alla franca loquacità dei filologi d'allora, -nota in un altro luogo<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> con qualche maraviglia, che i -giovani nobili, i quali andavano ad udire le sue lezioni -del mattino, non volevano a nessun patto entrare con -lui in discorsi politici: «Se io chieggo loro che cosa -si pensi, si dica e s'aspetti da questo o quel moto in -Italia, tutti mi rispondono ad una voce di non saper -nulla». Ciò non ostante, e in onta alla più severa inquisizione -di Stato, più d'una cosa potè risapersi per -opera di alcuni nobili corrotti, ma bisognò pagarla a ben -caro prezzo. Nell'ultimo quarto del secolo XV s'incontrano -dei traditori perfino tra i funzionari, che coprono le -più alte dignità dello Stato;<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a> i papi, i potentati italiani e -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -perfino alcuni condottieri in condizioni affatto mediocri e -stipendiati dalla Repubblica, vi mantenevano al loro soldo -speciali spioni; anzi le cose erano andate tanto oltre, che il -Consiglio dei Dieci trovò opportuno di non comunicare -al Consiglio dei Pregadi alcune importanti notizie politiche, -e si accreditò universalmente l'opinione, che -Lodovico il Moro in questo stesso Consiglio disponesse -a suo talento di un certo numero di voti. Noi non siamo -in grado di dir quanto abbiano contribuito a frenare -quegli abusi le notturne esecuzioni di taluni colpevoli e -l'alto premio concesso a chi li denunciasse (fino a sessanta -ducati di pensione vitalizia); ma certo è che una -delle cause principali, la povertà di molti nobili, non -poteva esser tolta d'un tratto. Nell'anno 1492 due patrizi -misero innanzi una proposta, che lo Stato dovesse -sborsare annualmente 70,000 ducati a sollievo di quei -nobili poveri, che non avessero alcun pubblico ufficio; -la cosa era sul punto di essere portata dinanzi al gran -Consiglio, dove non sarebbe stato difficile farle ottenere -una maggioranza, — quando il Consiglio dei Dieci fu -ancora in tempo di intervenire, e mandò ambedue i -proponenti a confine per tutta la loro vita a Nicosia e -a Cipro.<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a> Intorno a questo stesso tempo un Soranzo fu -fuori di Stato appeso alle forche come ladro sacrilego, -ed un Contarini posto in catene per furto violento: un -altro della stessa famiglia si presentò nel 1499 dinanzi -alla Signoria, lamentando di essere da molti anni senza -impiego alcuno, di aver soli sedici ducati di rendita e -nove figli da mantenere, di trovarsi per di più impegnato -in debiti per sessanta ducati, di non essere in -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -grado di esercitare verun mestiere e di essere stato ultimamente -gettato sulla pubblica via. In presenza di -tali fatti si comprende come alcuni nobili ricchi imprendono -a edificar case, per collocarvi ad abitare gratuitamente -i poveri; ed infatti tale opera figura in parecchi -testamenti annoverata tra le opere di carità.<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma se i nemici di Venezia su mali di questa specie -fondavano per avventura serie speranze, s'ingannavano -grandemente. A prima vista si potrebbe credere che lo -slancio stesso del commercio, che anche al più povero -garantiva un ricco e sicuro guadagno sul proprio lavoro, -nonchè le colonie sparse nella parte orientale del Mediterraneo, -dovessero aver distrutto tutti gli elementi -pericolosi nel campo politico. Ma Genova non ha forse -avuto, ad onta di simili vantaggi, una storia politica -delle più tempestose? Il fondamento della stabilità di -Venezia sta piuttosto in un concorso di circostanze, che -non si verificarono mai in nessun altro Stato. Inespugnabile -come città, essa non si era da tempo remotissimo -occupata de' suoi rapporti con gli Stati esteri se non -dietro a' calcoli della più fredda riflessione, ignorando -quasi i parteggiamenti del resto d'Italia, e non concludendo -le sue alleanze se non per iscopi al tutto passeggeri -ed al maggior prezzo possibile. Il fondo adunque -del carattere veneziano era quello di un superbo e dispettoso -isolamento, e conseguentemente di una più -compatta solidarietà all'interno, e a ciò fu spinto anche -dal rancore di tutti gli altri Stati d'Italia. Di più, nella -città stessa tutti gli abitanti eran tenuti uniti da fortissimi -interessi comuni di fronte alle colonie ed ai possessi -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -di terra-ferma, mentre la popolazione di quest'ultima -(vale a dire delle città soggette sino a Bergamo) non -poteva esercitare atti commerciali altrove, fuorchè a -Venezia. Un vantaggio fondato su mezzi cotanto artificiali -non poteva essere mantenuto che mediante una -grande tranquillità e concordia interna; — questo lo -sentiva certamente la grande maggioranza, e quindi il -terreno quivi era assai disadatto per qualsiasi cospirazione. -Che se pure vi erano taluni malcontenti, costoro -furono tenuti talmente divisi tra loro per la separazione -esistente tra la borghesia e la nobiltà, che ogni ravvicinamento -diventava quasi impossibile. Ed anche nel -seno della nobiltà a quelli, che per avventura fossero -pericolosi, vale a dire ai ricchi, mancava affatto l'occasione -principale di qualsiasi congiura, l'ozio, e ciò per -la moltiplicità stessa dei loro affari commerciali, pei viaggi -e per la parte continua che doveano prendere alle guerre -coi Turchi, i quali incessantemente tornavano a farsi -vedere. Vero è che i comandanti in queste li risparmiavano -a tutto potere, e talvolta in modo ingiustificabile, -il che fece predire ad un Catone veneziano la caduta -della Repubblica, se avesse durato a spese della -giustizia quella stolta paura dei nobili «di farsi del -male l'un l'altro».<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> Tuttavia questo libero moto all'aria -aperta diede alla nobiltà veneziana, presa nel suo complesso, -un sano indirizzo. E se talvolta l'invidia e l'ambizione -pretesero ad ogni costo una qualche soddisfazione, -non mancavano mai le vittime ufficiali condannate -dall'autorità e con mezzi legali. La lunga tortura morale, -alla quale fu sottoposto sotto gli occhi di tutta Venezia -il doge Francesco Foscari (morto nel 1457), è forse il -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -più terribile esempio di una tale vendetta, possibile soltanto -dove prevalgono le aristocrazie. Il Consiglio dei -Dieci, che aveva una mano in tutto e possedeva un illimitato -diritto di vita e di morte, nonchè una sorveglianza -sulle cose pubbliche e sul comando dell'armata, -che comprendeva nel suo seno gl'Inquisitori e che rovesciò -il Foscari come tanti altri potenti, veniva ogni -anno rieletto dall'intera casta dominante, dal gran Consiglio, -ed era per ciò stesso l'organo più immediato della -stessa. Non pare che grandi intrighi avessero luogo in -queste elezioni, perchè la breve durata e la posteriore -responsabilità dell'ufficio non lo rendevano molto desiderato. -Ma dinanzi a questa e ad altre autorità indigene, -per quanto il loro modo di agire fosse tenebroso e violento, -il vero veneziano non cercava già di nascondersi, -ma bensì di mettersi in vista, non solamente perchè la -Repubblica aveva le braccia lunghe e poteva, invece che -su lui, vendicarsi sulla sua famiglia, ma perchè, nella maggior -parte dei casi almeno, si procedeva secondo la norma -di certi principii, piuttosto che per sete di sangue.<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a> In -generale nessuno Stato ha avuto più di questo una grandissima -autorità morale sui propri sudditi, anche lontani. -E se, per esempio, fra i Pregadi stessi poteva dirsi esservi -dei traditori, non è meno vero da un altro lato -che ogni veneziano, che si trovasse all'estero, si credeva -obbligato a farsi referendario o spia del proprio -governo. Dei cardinali veneziani domiciliati a Roma -s'intendeva da sè, che riferivano tutto ciò che si trattava -nei concistori segreti del Papa. Il cardinale Domenico -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -Grimani fece rapire non lungi da Roma (1500) i dispacci, -che Ascanio Sforza inviava a suo fratello Lodovico il -Moro, e li spedì tosto a Venezia: suo padre, che allora -si trovava sotto il peso di una grave accusa, fece valere -pubblicamente questo servizio del figlio dinanzi al gran -Consiglio, che era come dire, dinanzi a tutto il mondo.<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Come Venezia si conducesse co' suoi condottieri, è -stato già accennato di sopra (pag. 30). Che se essa -avesse cercato una più solida garanzia della loro fedeltà, -avrebbe potuto per avventura trovarla nel gran numero -che ne contava, pel quale, come si rendeva più -difficile il tradimento, ne diventava anche più facile la -scoperta. Dando uno sguardo ai quadri dell'armata veneziana, -sorge spontanea la domanda: come fosse possibile -una azione comune con truppe messe insieme da -elementi così disparati? In quello della guerra del 1495 -figurano non meno di 15 mila cavalli, ma in tante piccole -squadre:<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a> il Gonzaga di Mantova n'aveva egli solo -milleducento, e Gioseffo Borgia settecentoquaranta: a -questi tenevano dietro sei condottieri con un contingente -di sei a settecento, dieci con quattrocento, dodici con -una forza di due a quattrocento, quattordici con cento -in duecento, nove con ottanta, sei con cinquanta in sessanta -ecc. Sono in parte vecchi corpi di truppe veneziane, -in parte veterani condotti da nobili veneziani di -città o di campagna, ma il maggior numero dei duci si -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -compone di principi italiani o capitani di città o dei loro -congiunti. A questi sono da aggiungere 24,000 uomini -di fanteria, sull'arrolamento e la condotta dei quali non -abbiamo veruno schiarimento, oltre ad altri 3300 uomini, -che probabilmente vi rappresentano le armi speciali. In -tempo di pace le città di terra-ferma o erano prive affatto -di guarnigione o ne aveano ben poca: Venezia non -si basava tanto sull'affezione, quanto sulla prudenza -de' suoi sudditi; nella guerra contro la Lega di Cambray -(1509) è noto universalmente, che essa li sciolse -da ogni obbligo di fedeltà e lasciò giungere le cose al -punto, che essi avessero agio di paragonare le piacevolezze -di una occupazione straniera col mite suo modo di -governare; e siccome essi non ebbero bisogno di staccarsi -da S. Marco ricorrendo al tradimento, e quindi -non aveano in seguito da temere verun gastigo, così si -verificò ciò ch'essa prevedeva, che cioè tutti tornarono -con molta premura sotto il di lei dominio. Questa guerra -era, lo diciam di passaggio, l'effetto di un secolare grido -d'allarme surto contro la smania d'ingrandimento di -Venezia. Talvolta quest'ultima commise l'errore delle -persone troppo prudenti, quella cioè di non voler supporre -nessun colpo di testa ne' suoi avversari, perchè, -secondo la sua maniera di vedere, sarebbe stato troppo -folle e sconsiderato.<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> In questo ottimismo, che forse è -proprio in modo speciale delle aristocrazie, si aveva una -volta ignorato completamente gli armamenti di Maometto -II per la presa di Costantinopoli, e perfino i preparativi -per la spedizione di Carlo VIII, finchè si avverò -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -ciò che meno si aspettava.<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a> Ed altrettanto accadde ora -colla Lega di Cambray, la quale effettivamente era contraria -al vero interesse de' principali suoi fondatori, -Luigi XII e Giulio II. Ma nel Papa c'era il vecchio -odio di tutta Italia contro la Repubblica conquistatrice, -in guisa che egli chiuse gli occhi sulla venuta degli -stranieri; e per quanto riguardava la politica del cardinale -d'Amboise e del suo re nei rapporti con tutta -Italia, Venezia avrebbe dovuto già da lungo tempo accorgersi -delle sinistre loro intenzioni e mettersi in guardia. -I più fra gli altri presero parte alla Lega per quell'invidia, -che è bensì un salutare ritegno posto alla potenza -ed alla ricchezza, ma non cessa per questo di essere in -sè una ben deplorabile debolezza. Venezia uscì con onore, -ma non senza durevoli danni, da quella lotta. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Una potenza, le cui basi erano così complicate, la -cui attività e i cui interessi abbracciavano un campo sì -vasto, non si potrebbe immaginare senza una grandiosa -sorveglianza su tutto l'insieme, senza un continuo bilancio -delle forze e dei pesi, degli incrementi e delle -perdite. Venezia potrebbe benissimo aspirare al vanto -di essere la patria della moderna Statistica: tutt'al più -Firenze potrebbe dirsi sua emula, ma in seconda linea, -e più sotto ancora i principati italiani maggiormente sviluppati. -Lo Stato feudale del medioevo non ha che prospetti -generali dei diritti e dei possessi detti <i>urbariali</i> -del principe: esso riguarda la produzione come qualche -cosa di stazionario, ciò che essa effettivamente è anche, -sino a che si tratti unicamente della proprietà fondiaria. -Di fronte a ciò le Repubbliche, probabilmente da tempo -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -antichissimo, hanno riconosciuto la loro produzione, fondata -specialmente sull'industria e sul commercio, come -qualche cosa di estremamente mobile ed hanno agito conformemente -a questo concetto, ma si arrestarono — perfino -nei tempi più floridi della lega anseatica — ad un -bilancio esclusivamente commerciale. Così le flotte, gli -eserciti, e tutta la potenza ed influenza politica dello -Stato non trovavano posto che tra il dare e l'avere di -un libro mastro di commercio. Soltanto negli Stati italiani -trovansi per la prima volta congiunti quelli che -potrebbero dirsi effetti di una piena coscienza politica -con le esperienze desunte dallo studio dell'amministrazione -musulmana e da una pratica lunga ed attiva dell'industria -agricola e commerciale, per creare una vera -statistica.<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a> La monarchia assoluta di Federico II nell'Italia -meridionale (v. pag. 7) era surta unicamente -sulla concentrazione del potere allo scopo di sostenere -una lotta, in cui si trattava di essere o non essere. In -Venezia per contrario gli scopi supremi sono il godimento -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -dei comodi della vita e dei vantaggi della potenza, -l'aumento di ciò che si è ereditato dagli antenati, la -riunione delle più lucrose industrie e l'aprimento di -sempre nuovi sfoghi al commercio. -</p> - -<p> -Gli scrittori si esprimono con molta schiettezza su -tutte queste cose.<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a> Da essi noi apprendiamo che la popolazione -della città nell'anno 1422 ammontava a 190,000 -anime. Forse questo modo di calcolare non più per focolari, -nè per uomini atti a portar le armi o per tali -che potessero reggersi sulle proprie gambe, e simili, ma -per anime, è molto antico in Italia, e può meglio d'ogni -altro offrire una base giusta e sicura di calcolo. Allorchè -i fiorentini intorno al medesimo tempo insistevano -per una lega con Venezia a danno di Filippo Maria Visconti, -la Repubblica pel momento li rimandò, nella persuasione -evidente, e del resto confermata anche da un -esatto bilancio del commercio, che ogni guerra tra Milano -e Venezia, vale a dire tra compratori e venditori, -fosse una vera follìa. E già perfino quando il duca aumentava -la sua armata, Venezia se ne accorava, perchè, -dovendo egli con ciò aumentare le imposte, il ducato se -ne risentiva e il consumo diminuiva. «Piuttosto si lascino -soccombere i fiorentini, perchè in tal caso, avvezzi -come sono alla vita delle città libere, essi emigreranno -a Venezia e porteranno con sè le tessiture della lana -e della seta, come fecero gli oppressi lucchesi». Ma -ancor più notevole è il discorso del doge Mocenigo<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -tenuto dal suo letto di morte ad alcuni senatori (1423) -come quello che contiene gli elementi più importanti di -una statistica dell'intera forza e dell'avere di Venezia. -Io ignoro, se e dove esista una compiuta illustrazione -di questo difficile documento; ma come una specialità -mi sia lecito di riportarne qui alcuni dati. Dopo fatto il -pagamento di quattro milioni di ducati per un prestito -di guerra, il debito dello Stato (<i>il monte</i>) ammontava -ancora a sei milioni di ducati. Il giro complessivo del -commercio (come sembra) ascendeva a dieci milioni, i -quali ne fruttavano quattro (così il testo). Su tremila -navigli, trecento navi e quarantacinque galere stavano -17 mila e rispettivamente 8 ed 11 mila marinai (più di -duecento per galera). A questi erano da aggiungere -16 mila costruttori nell'arsenale. Le case di Venezia -avevano un valore di stima di sette milioni e fruttavano -in affitti un mezzo milione.<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a> Vi erano mille nobili, che -avevano una rendita da settanta a quattromila ducati -annui. — In un altro luogo la rendita ordinaria dello -Stato in quello stesso anno è calcolata un milione e -centomila ducati: intorno alla metà del secolo, per le -perdite sofferte dal commercio in causa della guerra, essa -era discesa ad ottocentomila ducati.<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Se, per questo spirito di calcolo e per la sua pratica -applicazione, Venezia rappresentava completamente e -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -prima d'ogni altro Stato un lato importantissimo del -moderno organismo politico, trovavasi per converso in -certo modo alquanto al di sotto rispetto a quella cultura, -che allora in Italia stava in cima d'ogni altra -cosa. Quello che manca qui è l'attività letteraria in generale -e specialmente quell'entusiasmo per la classica -antichità, che prevaleva dovunque.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> Bensì il Sabellico -afferma che le attitudini alla filosofia ed all'eloquenza -non erano punto minori di quelle che si scorgevano -pel commercio e per la politica, ed è anche vero che -nel 1459 Giorgio da Trebisonda fece omaggio al doge di -una traduzione latina del libro di Platone sulle Leggi, e -ne fu ricompensato con una cattedra di filologia e cencinquanta -ducati annui, e più tardi dedicò alla Signoria -il suo libro sulla Rettorica.<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a> Ma se si dà un'occhiata -alla storia della letteratura veneziana, che il Sansovino -aggiunse al noto suo libro su Venezia,<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a> non s'incontrano -per tutto il secolo XIV che sole opere di teologia, di -giurisprudenza e di medicina, ed anche nel XV l'umanismo -non vi è, in paragone all'importanza della città, -se non assai scarsamente rappresentato sino ad Ermolao -Barbaro e ad Aldo Manuzio. Anche la biblioteca che il -cardinal Bessarione lasciò alla Repubblica, a stento andò -salva dalla dispersione. Per le quistioni di erudizione -si aveva e doveva bastare l'università di Padova, dove -realmente i medici e i giuristi, quali estensori di pareri -politici, aveano stipendi lautissimi. Nè maggiore operosità -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -vi si scorge a questo tempo per ciò che riguarda -le produzioni poetiche, che pur tanto abbondarono nei -primordi del secolo XVI; e perfino lo spirito artistico -dell'epoca del Rinascimento vi appare in sulle prime -come importazione estera, e non comincia a dar frutti -degni della sua grande potenza se non sul finire del -secolo XV. Ma vi hanno indizi di tardità intellettuale -ancor più caratteristici e strani. Quel medesimo Stato, -che teneva in tanta soggezione il suo clero, che si riserbava -il conferimento di tutte le dignità più importanti, -e che quasi sempre si metteva in opposizione colla -Curia romana, fu schiavo di un ascetismo ufficiale di -genere tutto affatto particolare.<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> Corpi di santi ed altre -reliquie importate dalla Grecia dopo la conquista turca -pagavansi a prezzi elevatissimi e accoglievansi dal doge -in solenne processione.<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a> Pel sacro Pallio inconsutile -nel 1455 s'era deciso di spendere sino a diecimila ducati, -ma non si potè averlo. Questo fanatismo non era -l'opera di un popolare entusiasmo, ma proveniva da -una fredda deliberazione della più alta autorità dello -Stato, che pure senza scandolo avrebbe potuto astenersene, -come in eguali circostanze a Firenze la Signoria -se ne sarebbe certamente astenuta. Non diremo nulla, -dopo ciò, della devozione delle moltitudini e della cieca -loro fede nelle indulgenze di un Alessandro VI. Ma lo -Stato, che pure aveva assorbito la Chiesa più di qualunque -altro, aveva qui realmente in sè una specie di -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -elemento ecclesiastico, e il suo simbolo vivente, il doge, -in dodici solenni processioni (che si dicevano <i>andate</i>) -procedeva con carattere e pompa semi-sacerdotali.<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a> Erano -feste fatte puramente in onore di avvenimenti politici, -che coincidevano colle grandi feste ecclesiastiche: la più -splendida di esse, il celebre sposalizio del mare, cadeva -sempre nel giorno dell'Ascensione. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span></p> - -<h3 id="cap8-1">CAPITOLO VIII. -<span class="smaller">Ancora delle Repubbliche.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza -politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della -statistica; i Villani. — La statistica dei maggiori interessi. — Valori -delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali -e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli -uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, -Siena e Lucca. -</p> -</div> - -<p> -La più elevata coscienza politica e la maggior varietà -nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi riunite -nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto -merita la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. -Qui è un popolo intero che s'occupa di ciò, che nei -principati è nell'arbitrio di una sola famiglia. La mente -maravigliosa del fiorentino, ragionatrice acuta e al tempo -stesso creatrice in fatto d'arte, muta e rimuta incessantemente -le sue condizioni politiche e sociali, e incessantemente -pure le giudica e le descrive. Per tal modo -Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche, -degli esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme -con Venezia la patria della statistica, e, sola e prima di -ogni altro Stato al mondo, la patria della storia intesa -nel senso moderno. Nè senza una potente influenza vi -rimasero la vicinanza dell'antica Roma e la conoscenza -de' suoi storici: infatti Giovanni Villani confessa apertamente, -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -che il primo impulso al suo grande lavoro gli -venne dalla sua andata in quella città in occasione del -Giubileo del 1300, e che vi pose mano subito dopo il -suo ritorno in patria.<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> Ma quanti fra i 200,000 pellegrini -di quell'anno avranno avuto uguali attitudini e -inclinazioni, e tuttavia non scrissero la storia della loro -città! E per vero non tutti potevano fiduciosamente -soggiungere come lui: «la nostra città di Firenze è -nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma -nel suo calare, e però mi parve convenevole di recare -in un volume tutti i fatti e cominciamenti della città e -seguire per innanzi stesamente infino che fia piacere di -Dio». E con ciò Firenze ottenne da' suoi storici non -solo una testimonianza autentica del modo con cui si -svolse la sua vitalità, ma altresì una fama maggiore che -qualunque altro Stato d'Italia.<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma non è del nostro assunto il far qui la storia di -questo memorabile Stato, bensì soltanto di additare sommariamente -la parte che questa storia ebbe nel risvegliare -nei fiorentini tanto amore alla libertà e un senso -pratico così profondo. -</p> - -<p> -Intorno all'anno 1300 Dino Compagni descrisse le -lotte cittadine del suo tempo. La condizione politica -della città, i moventi più riposti dei partiti, il carattere -dei capi, tutta insomma la tela delle cause e degli effetti -prossimi e remoti vi è rappresentata in modo, che -si tocca con mano la superiorità de' suoi giudizi e delle -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -sue narrazioni. E la vittima più illustre di queste crisi, -Dante Alighieri, qual tipo d'uomo politico, maturato fra -le contradizioni della patria e le torture dell'esiglio! -Egli ha scolpito il suo disprezzo pei continui mutamenti -e sperimenti di governo in terzine di bronzo,<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a> che rimarranno -proverbiali dovunque sarà per ripetersi qualche -cosa di somigliante: egli ha indirizzato alla sua patria -parole tanto orgogliose e appassionate ad un tempo, che -il cuore dei fiorentini non potè certo non esserne scosso -potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a tutta -Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo -per l'Impero, come egli lo intendeva, non sia -stato che un errore, si dovrà tuttavia confessare pur -sempre, che le fantasie giovanili della speculazione politica, -che allora era in sul nascere, hanno in lui una -sublime grandezza poetica. Egli va superbo di essere -stato il primo a mettersi per questa via,<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a> guidato a mano -senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera -padrone di sè e indipendente. Il suo imperatore ideale -è un giudice supremo, giusto, benevolo e dipendente solo -da Dio, l'erede della signoria mondiale di Roma, voluta -dal diritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. La -conquista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il -giudizio di Dio tra Roma e gli altri popoli, e Dio stesso -ha riconosciuto il suo impero prendendo spoglie umane -sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al censo -di Augusto e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato; -e così via. Che se anche noi non possiamo sempre -seguire questo suo modo di argomentare, non manca -però mai di commoverci la sua passione. Nelle sue -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -lettere<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a> egli è uno dei più antichi nella serie dei pubblicisti, -forse il primo fra i laici, che abbia divulgato per -proprio conto scritti politici sotto la forma epistolare. -A ciò egli pose mano assai presto: subito dopo la morte -di Beatrice egli pubblicò un opuscolo sullo stato di Firenze, -mandandolo «ai grandi della terra», ed anche -le posteriori sue lettere patenti del tempo del suo esilio -sono tutte dirette a imperatori, principi e cardinali. In -queste lettere e nel libro <i>Del volgare eloquio</i> torna, -sotto forme diverse, il sentimento espiato con tanti dolori, -che l'esule anche fuori della propria città può trovare -una nuova patria intellettuale nella lingua e nella -cultura, che da nessuno gli ponno essere tolte; sul -qual punto avremo occasione di tornar nuovamente. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ai Villani, così a Giovanni che a Matteo, andiamo -debitori non tanto di profonde considerazioni politiche, -quanto di giudizi schietti e convalidati dall'esperienza, -degli elementi primi della statistica fiorentina e di notizie -importanti sopra altri Stati d'allora<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. Il commercio -e l'industria aveano anche qui dato occasione a studi -di economia politica. Sulle condizioni pecuniarie in grande -nessuno aveva altrove idee più precise, a cominciare -dalla curia papale di Avignone, l'enorme ammontare -della cui cassa (25 milioni di fiorini d'oro alla morte di -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -Giovanni XXII) non parrebbe credibile, se non fosse -dato da fonti così autorevoli<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Qui soltanto, a Firenze, -udiamo di prestiti colossali, per esempio di quello del -re d'Inghilterra con le case fiorentine Bardi e Peruzzi, -le quali ci perdettero un valore di 1,365,000 fiorini -d'oro, (1338), danaro proprio e di soci, e tuttavia si -riebbero<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. — Ma la cosa più importante sono le notizie -di quello stesso tempo che si riferiscono allo Stato<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>, vale -a dire: le rendite (oltre a 300,000 fiorini d'oro) e le -spese; la popolazione della città (calcolata qui ancora -molto imperfettamente, giusta il consumo del pane, in -bocche, fatte ascendere a 90,000), e quella dello Stato; -l'eccedenza dei nati maschi (da 300 a 500) su 5800 in -6000 battezzati annuali del Battistero<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; la frequenza delle -scuole, in sei delle quali da 8000 a 10,000 fanciulli imparavano -a leggere, e da 1000 a 1200 a far conti; oltre -a 600 scolari circa, che in quattro scuole venivano -istruiti nella grammatica (latina) e nella logica. Segue -la statistica dei conventi e delle chiese, degli spedali -(con più di 1000 letti complessivamente); il lanificio, -con notizie di sommo valore, la zecca, l'approvigionamento -della città, i pubblici ufficiali<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a> e così via. Altre -cose si apprendono incidentalmente, per esempio come -nell'erezione delle nuove rendite dello Stato (<i>il monte</i>), -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -i Francescani abbiano predicato dal pulpito in favore, -gli Agostiniani e i Domenicani contro di esse<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>; e per -ultimo le conseguenze economiche della peste nera (1348) -nè furono, nè poterono essere osservate ed esposte in -nessuna parte d'Europa, come avvenne in questa città<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. -Un fiorentino soltanto poteva lasciare scritto come tutti -si aspettassero che, per la scarsezza degli abitanti, tutti -i prezzi delle cose ribassassero, e come invece e viveri -e mercedi abbiano incarito del doppio; come il popolo -in sulle prime non volesse più lavorare, ma darsi buon -tempo; come nella città non potessero più aversi nè -servi, nè fantesche se non a prezzi elevatissimi; come -i contadini non volessero più coltivare che i terreni migliori, -lasciando incolti gli altri e come gli enormi legati -lasciati a favore dei poveri apparissero dopo la -peste inutili affatto, perchè i poveri o erano morti o -poveri più non erano. Per ultimo si ha perfino il saggio -di una ampia statistica dei mendicanti della città nell'occasione -di un grande legato di sei danari a ciascuno di -essi lasciato da un filantropo senza prole.<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a> -</p> - -<p> -Quest'arte di valutare statisticamente le cose fu in -appresso condotta dai Fiorentini al massimo grado di -perfezione, e piace ancor più il vedere come i loro computi -lascino per lo più trasparire il loro legame e rapporto -colla parte più sostanziale della storia, vale a dire -colla cultura generale e coll'arte. Una indicazione dell'anno -1422<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a> tocca col medesimo tratto di penna le settantadue -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -botteghe di cambio intorno al Mercato nuovo, -l'ammontare del giro di danaro (2 milioni di fiorini d'oro), -l'industria allora nuova dell'oro filato, le stoffe di seta, -Filippo Brunellesco che disseppellisce l'architettura antica, -e Leonardo Aretino, segretario della Repubblica, -che risuscita l'antica letteratura ed eloquenza: finalmente -la generale prosperità della città allora tranquilla e la -buona fortuna d'Italia, che s'era francata dai mercenari -stranieri. La statistica di Venezia da noi più sopra riportata -(pag. 96), che si riferisce quasi al medesimo anno, -parla, invero, di possessi, guadagni e provincie molto -maggiori: Venezia da lungo tempo padroneggia il mare -colle sue navi, quando Firenze spedisce la sua prima -galera ad Alessandria (1422). Ma chi non trova le notizie -fiorentine redatte con maggiore ampiezza di vedute? -Questi e somiglianti documenti trovansi per Firenze ordinati -di decennio in decennio in veri prospetti, mentre -altrove nel miglior dei casi si ha qualche isolata indicazione. -Da essi impariamo a conoscere approssimativamente -gli averi e gli affari dei primi Medici, e vediamo, -p. es., come essi dal 1434 al 1471 sborsarono in elemosine, -costruzioni pubbliche ed imposte non meno di 663,755 -fiorini d'oro, dei quali il solo Cosimo oltre 400,000<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>, -e come Lorenzo il Magnifico si rallegrasse che quel danaro -fosse stato così bene impiegato. Dopo il 1478 si ha -poi di nuovo un prospetto assai importante, e perfetto -nel suo genere, del commercio e delle industrie della -città<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>, e in esso parecchi dati che per metà od interamente -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -versano sulla storia dell'arte, come, per esempio, -sulle stoffe d'oro e d'argento e sui damaschi, sull'intaglio -e l'intarsio, sulla scultura dei rabeschi in marmo e -pietra calcare, sui ritratti in cera, sull'oreficeria e sulla -gioielleria. E il genio innato de' Fiorentini per il computo -di tutta la vita esterna si mostra perfino nei loro -libri di amministrazione famigliare, commerciale ed agricola, -che di gran lunga primeggiano su quelli di tutti -gli altri europei del secolo XV. Al qual proposito non -possiamo astenerci dal dire che felicissima fu l'idea di -pubblicarne dei brani scelti<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, non ostante che molti studi -saranno ancor necessari per desumerne risultati precisi -e generali. In ogni caso, anche in questo si dà a conoscere -la città, nella quale i padri morenti pregano per -testamento la Signorìa d'imporre ai loro figli una multa -di 1000 fiorini d'oro, se non eserciteranno veruna industria -regolare.<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a> -</p> - -<p> -Per la prima metà del secolo XVI poi nessuna città -forse al mondo possiede un documento simile alla splendida -descrizione di Firenze lasciata dal Varchi.<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> Come -in molti altri rapporti, anche nella statistica descrittiva -qui ci viene presentato un'ultima volta un raro modello, -prima che la libertà e la grandezza di questa città discendano -nel sepolcro.<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p> -Ma accanto a questo computo dell'esistenza esterna -procedeva di pari passo quella continua pittura della vita -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -politica, di cui più sopra s'è fatto cenno. Firenze non -solo perdura in mezzo a forme e mutazioni di governo -più frequenti che in qualsiasi altro Stato libero d'Italia -e dell'intero occidente, ma ne rende conto altresì in -modo incomparabilmente più esatto. Essa è lo specchio -più fedele dei mutevoli rapporti dei singoli individui o -di intere classi verso un tutto estremamente variabile. -I quadri delle grandi demagogie cittadine in Francia e -nelle Fiandre, quali ci vengono delineati da Froissart, -i racconti delle cronache tedesche del secolo XIV hanno -invero un'importanza universalmente riconosciuta, ma -quanto alla pienezza degli argomenti e allo svolgimento -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -razionale del corso degli avvenimenti restano infinitamente -al di sotto alle descrizioni dei Fiorentini. Aristocrazia, -tirannide, lotta delle classi medie col proletariato, -democrazia piena, mezza ed apparente, primato di una -famiglia, teocrazia (con Savonarola), e così via, sino a -quelle forme miste che prepararono l'usurpazione medicea, -tutto è scritto in modo che i più riposti moventi -degli attori vengono messi in piena luce.<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a> Per ultimo il -Machiavelli nelle <i>Istorie fiorentine</i> (sino al 1492) considera -la sua città come un essere vivente, e come individuali -e volute dalle stesse leggi di natura le vicende -che accompagnarono il suo svolgimento; primo fra i moderni, -che abbia saputo sollevarsi a tanto. Non è del nostro -assunto il ricercare se ed in quali punti egli abbia -fatto con ciò violenza alla storia, come gl'intervenne -nella vita di Castruccio Castracane, tipo di tiranno da -lui arbitrariamente ideato; ma se anche nelle <i>Storie fiorentine</i> -vi fosse ad ogni linea qualche cosa da eccepire, -non ne resterebbe per questo scemato il valore sommo, -inestimabile, che hanno nel loro complesso. E i suoi contemporanei -e continuatori, Jacopo Pitti, Guicciardini, -Segni, Varchi, Vettori, quale corona di nomi gloriosi! -E che storia è quella che è scritta da tali maestri! -Niente meno che il gran dramma degli ultimi decenni -della repubblica fiorentina! In questa immensa eredità -di memorie sulla caduta della città più agitata e più -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -originale del mondo d'allora sia pure che altri non vegga -se non una congerie d'interessanti curiosità, altri si -compiaccia con gioja maligna di scorgere il naufragio -di ogni idea nobile e grande, ed altri ancora non vi ripeschi -che i materiali come di una gigantesca procedura -giudiziaria; ad ogni modo essa non cesserà di rimanere -l'oggetto delle più serie considerazioni sino alla -consumazione dei secoli. Il tarlo che ad ogni istante rodeva -ogni cosa, era la signorìa di Firenze su nemici soggiogati -una volta potenti, come i Pisani, che di necessità -manteneva uno stato di violenza perenne. L'unico rimedio, -violento esso pure, che solo il Savonarola, ma -non senza il soccorso di circostanze al tutto favorevoli, -avrebbe potuto far accettare, sarebbe stato lo scioglimento, -fatto a tempo, della Toscana in una federazione -di città libere, pensiero che, come ritardato sogno febbrile, -condusse poi al patibolo (1548) un patriotta lucchese.<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> -Da questo malanno e dalla malaugurata simpatia -guelfa de' Fiorentini per un principe forestiero, come altresì -dalla conseguente abitudine agli interventi stranieri, -provennero tutti gli altri infortuni. Ma chi, in onta a -ciò, non vorrà ammirare questo popolo, che sotto la guida -del santo suo monaco, sostenuto in un continuo entusiasmo, -dà il primo esempio in Italia della pietà verso -i vinti nemici, mentre tutte le memorie del tempo passato -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -non gli predicano che la vendetta e la distruzione? -Bensì l'ardore che qui fonde insieme i sentimenti di patriottismo -e di entusiasmo religioso e morale, guardato -dopo alcuni secoli, sembra essersi spento assai prestamente; -ma non è men vero per questo, che i suoi migliori -effetti si videro nuovamente rifulgere nel memorabile -assedio degli anni 1529-30. Furono «pazzi» senza -dubbio, come il Guicciardini allora scriveva, coloro che -attirarono sopra Firenze quella tempesta, ma egli stesso -confessa che fecero cosa non creduta possibile; e se stima -che i savi avrebbero evitata quella sciagura, ciò non significa -altro se non che Firenze avrebbe dovuto ingloriosamente -e senza una parola di protesta darsi in mano -a' suoi nemici. Vero è che in tal caso essa avrebbe conservato -i suoi magnifici sobborghi e i giardini e la vita -e il benessere d'innumerevoli cittadini; ma le mancherebbe -altresì una delle più grandi e più gloriose pagine -della sua storia. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -I Fiorentini sono in parecchi pregi il modello e la -primissima espressione degl'Italiani e dei moderni europei, -ma sono tali altresì, ed in più guise, quanto ai difetti. -Quando Dante a' suoi tempi paragonava Firenze, -che non cessa di correggere la propria costituzione, con -quell'inferma che sempre muta lato per sottrarsi a' suoi -dolori, egli esprimeva con questo paragone uno dei caratteri -più stabili di questa città. Il grande errore moderno -che una costituzione possa farsi e rifarsi mediante -il calcolo delle forze e dei partiti esistenti,<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a> a Firenze -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -si vede risorgere sempre in tempi di qualche commozione, -e il Machiavelli stesso non ne andò immune. Egli -è allora che si vedono farsi innanzi certi artefici di Stati, -che con un artificioso spostamento e frastagliamento del -potere, con sistemi elettorali lambiccatissimi, con magistrature -di sola apparenza e simili, vogliono fondare uno -stato di cose durevole, e accontentare o almeno illudere -tutte le parti. Essi copiano in ciò con molta ingenuità -i tempi antichi e finiscono perfino col prendere a prestito -da quelli i nomi stessi delle fazioni, come per esempio, -degli ottimati, dell'aristocrazia ecc.<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> D'allora in poi -il mondo s'è abituato a queste denominazioni e ha dato -ad esse un senso convenzionale europeo, mentre dapprima -tutti i nomi dei partiti erano particolari e diversi secondo -i diversi paesi, e o designavano direttamente la cosa, o -nascevano dal capriccio del caso. Ma quanto il solo nome -non dà o toglie di colorito alle cose! -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma fra tutti coloro che s'immaginavano di poter costruire -uno Stato,<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> il Machiavelli è senza paragone il più -grande. Egli usa delle forze esistenti come di forze vive -ed attive, le alternative che ci pone dinanzi sono giuste -e grandiose, e non cerca mai d'illudere nè sè stesso, nè -gli altri. In lui non vi è nemmen l'ombra della vanità -e della millanteria, anzi egli non scrive nemmeno pel -pubblico, ma soltanto per qualche autorità, o per principi -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -ed amici. Il suo pericolo non istà mai in una falsa genialità -o in una falsa deduzione di idee, ma bensì in una -gagliarda fantasia, ch'egli domina a stento. La sua obbiettività -politica, non v'ha dubbio, è talvolta di una -sincerità spaventosa, ma essa è sorta in tempi di estreme -miserie e pericoli, nei quali senza di ciò gli uomini non -potevano così di leggieri credere più nè al diritto, nè -alla giustizia. Nè una virtuosa indignazione contro di -essa può aspettarsi da noi, che siamo stati nel nostro -secolo spettatori di quanto hanno fatto le Potenze in un -senso e nell'altro. Il Machiavelli almeno era capace di -dimenticare sè stesso per la cosa pubblica. In generale -egli è un patriota nel più stretto senso della parola, -quantunque i suoi scritti (poche parole eccettuate) sieno -privi affatto di vero entusiasmo, e quantunque i fiorentini -stessi lo abbiano da ultimo considerato come un ribaldo.<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> -Ma per quanto egli ne' suoi costumi e nei discorsi, -come allora la maggior parte, fosse corrivo e licenzioso, -certo è che la salute della patria era sempre in cima -de' suoi pensieri. Il suo più completo programma per l'ordinamento -di un nuovo Stato a Firenze trovasi nel suo -<i>Memoriale</i> da lui indirizzato a Leone X<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a> e scritto dopo -la morte di Lorenzo de' Medici il giovane, duca di Urbino -(morto nel 1519), al quale egli aveva dedicato il -suo libro del <i>Principe</i>. Le cose sono agli estremi e la -corruzione prevale universalmente, quindi anche i rimedi -proposti non hanno sempre un carattere di troppa moralità; -ma in ogni caso riesce interessantissimo il vedere -come egli speri di sostituire ai Medici, qual loro erede, -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -la repubblica, e precisamente una repubblica sorta tutta -dalla borghesia. Non è possibile immaginare un edificio, -come questo, più ricco di concessioni al Papa, a' suoi -aderenti, e ai diversi interessi de' Fiorentini: si crederebbe -quasi di guardar dentro al meccanismo di un orologio. -Molti altri principii, osservazioni, confronti, viste -politiche e simili per Firenze trovavansi nei <i>Discorsi</i>, -nei quali tralucono qua e là lampi di maravigliosa bellezza. -In un punto, ad esempio, egli ci dà la legge, -secondo la quale progrediscono e si sviluppano, ma non -senza urti violenti, le repubbliche, e vuole che lo Stato -sia mobile e capace di cangiamenti, perchè con questo -mezzo soltanto si evitano i precipitati giudizi di sangue -e le condanne di esiglio. Per un identico motivo, vale -a dire, per evitare le violenze private e gl'interventi -stranieri («peste della libertà»), desidera di veder stabilita -contro i cittadini più odiati una procedura giudiziaria -(<i>accusa</i>), in luogo della quale Firenze da tempo -remotissimo non aveva avuto che il tribunale della maldicenza. -Da vero maestro egli caratterizza le risoluzioni -forzate e tardive, che nei tempi agitati delle repubbliche -ricorrono così frequentemente. In mezzo a tutto ciò -la fantasia e la miseria de' tempi lo seducono di quando -in quando a intonare apertamente le lodi del popolo, -che ha maggior tatto di qualunque principe nella scelta -degli uomini e che è più docile ai consigli, che lo salvano -dalle vie dell'errore.<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a> Quanto alla signoria su tutta -la Toscana, egli non dubita nemmeno che essa spetti -alla sua città, e riguarda quindi (in uno speciale discorso) -il riassoggettamento di Pisa come una questione -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -di vita o di morte: egli deplora che, dopo la ribellione -del 1502, si abbia lasciato sussistere Arezzo, e in generale -si mostra persuaso, che le repubbliche italiane -dovrebbero potersi muovere liberamente al di fuori e -ingrandirsi, per non essere esse stesse assalite e per -goder la pace all'interno; ma Firenze ha fatto le cose -sempre a rovescio, e così da tempo antichissimo si è -inimicata mortalmente con Pisa, Siena e Lucca, mentre -Pistoia «trattata fraternamente» si è sottomessa di -proprio impulso.<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Sarebbe ingiusto il voler anche solo porre a riscontro -le poche altre repubbliche, che ancora esistevano nel -secolo XV, con quest'unica di Firenze, che senza paragone -fu la sede più importante del moderno spirito italiano, -anzi europeo. Siena soffriva di vizi organici profondi, -e la sua relativa prosperità nell'industria e nelle -arti non deve a questo riguardo trarci in errore. Enea -Silvio dalla sua città natale guarda con occhio appassionato<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a> -alle «fortunate» città tedesche dell'Impero, -dove l'esistenza non è amareggiata da nessuna confisca -degli averi e delle eredità, dove non esistono nè fazioni, -nè arbitrii.<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> — Genova non entra quasi nella cerchia -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -delle nostre considerazioni, poichè prima dei tempi di -Andrea Doria non ebbe pressochè parte veruna al Rinascimento, -anzi gli abitanti della Riviera passavano in -tutta Italia per nemici di qualsiasi cultura.<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a> Le lotte dei -partiti hanno in questa repubblica un carattere così selvaggio -e sono accompagnate da scosse così violente, che -quasi non si sa capire come, dopo tante rivoluzioni e -occupazioni straniere, i genovesi abbiano pure trovato -modo di acquetarsi in uno stato di cose almen tollerabile. -Ma forse ciò dipendette dall'essere tutti quelli, che -avevano parte alla cosa pubblica, quasi senza eccezione -addetti al tempo stesso al commercio.<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> E Genova ci mostra -in modo maraviglioso sino a qual grado d'incertezza -il commercio esercitato in grande e la ricchezza -possano perdurare e con quale stato interno di cose sia -conciliabile il possesso di lontane colonie. -</p> - -<p> -Lucca non ha molta importanza nel secolo XV. Dei -primi decenni di esso, nei quali la città viveva sotto -la pseudo-tirannide della famiglia Guinigi, ci è stato -conservato un giudizio dello storico lucchese Giovanni -di Ser Cambio, che può riguardarsi in generale come -un documento parlante della condizione di tali famiglie -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -regnanti nelle repubbliche.<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> L'autore tratta del numero -e della ripartizione delle truppe mercenarie nella città e -nel territorio, non che del conferimento di tutti gli uffici -a scelti aderenti della famiglia che padroneggia; designa -tutte le armi che si trovano in possesso de' privati, -e parla del disarmo delle persone sospette; in seguito -passa a dire della sorveglianza esercitata sopra i banditi, -i quali sono obbligati a rimanere nel luogo loro assegnato -sotto pena di una totale confisca dei loro beni, -degli atti segreti di violenza commessi per togliere di -mezzo ribelli creduti pericolosi, dei modi con cui alcuni -commercianti emigrati furono costretti a tornare. Segue -una descrizione delle pratiche fatte per impedire possibilmente -la riunione della maggiore assemblea dei cittadini -(<i>Consiglio generale</i>), sostituendovi soltanto una -Commissione composta di partigiani della casa regnante -in numero di dodici o diciotto, e toccasi della restrizione -di tutte le spese a favore dei mercenari, indispensabili -per non vivere in continue paure e pericoli, e che bisognava -tenere allegri (<i>i soldati si faccino amici, confidenti -e savî</i>). Per ultimo si parla delle miserie del -tempo, dello scadimento dell'arte della seta, nonchè -di tutte le altre industrie, e della coltivazione dei vini, -e si propone come rimedio un dazio elevato sui vini forastieri -e l'obbligo assoluto, da imporsi al contado, di -comperare ogni cosa in città, i soli mezzi di sussistenza -eccettuati. — Questo notevolissimo documento avrebbe -bisogno anche per noi di un commento circostanziato: -qui lo citiamo soltanto come una delle molte prove di -fatto, che in Italia la riflessione politica si svolge assai -prima che in tutti i paesi del settentrione. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span></p> - -<h3 id="cap9-1">CAPITOLO IX. -<span class="smaller">Politica estera degli Stati italiani.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo -per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanze -coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva -della politica. — Arte diplomatica. -</p> -</div> - -<p> -A quel modo che la maggior parte degli Stati italiani -erano all'interno opere d'arte, vale a dire creazioni -coscienti, emanate dalla riflessione e fondate su basi rigorosamente -calcolate e visibili, artificiali dovevano essere -anche i rapporti che correvano tra di loro e con -gli Stati esteri. L'essere quasi tutti fondati sopra usurpazioni -di data recente è cosa per essi sommamente pericolosa -tanto nelle relazioni esterne, quanto nel normale -andamento interno. Nessuno riconosce il suo vicino senza -qualche riserva: lo stesso colpo di mano che ha servito -a fondare e rafforzare l'una signoria, può aver servito -anche per l'altra. Ma non sempre dipende dall'usurpatore -che egli possa sedere tranquillo sul trono, o no: -il bisogno d'ingrandirsi e in generale di muoversi suol -essere proprio d'ogni signoria illegittima. Per tal modo -l'Italia diventa la patria di una «politica estera», che -poi a poco a poco anche in altri paesi prevale al diritto -riconosciuto, e la trattazione degli affari internazionali, -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -completamente oggettiva e libera da pregiudizi e da ogni -ritegno morale, vi raggiunge talvolta una perfezione, -che le dà apparenza di decoro e di grandezza, mentre -l'insieme ha l'impronta di un abisso senza fondo. -</p> - -<p> -Questi intrighi, queste leghe, questi armamenti, queste -corruzioni e questi tradimenti costituiscono in complesso -la storia esterna dell'Italia d'allora. Da lungo -tempo Venezia era specialmente l'oggetto delle accuse -di tutti, come se essa volesse conquistar l'intera Penisola -o a poco a poco indebolirla per modo, che uno -Stato dopo l'altro cadesse spossato nelle sue braccia.<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a> -Ma, guardando la cosa un po' più addentro, si vede, che -quel grido di dolore non si solleva dal popolo, ma dalle -regioni più prossime ai principi ed ai governi, i quali -quasi tutti sono gravemente odiati dai sudditi, mentre -Venezia col suo reggimento abbastanza mite si concilia -le simpatie universali.<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> Anche Firenze colle città soggette, -che impazienti rodevano il freno, di fronte a Venezia -trovavasi in una posizione assai falsa, quand'anche -non si voglia tener conto della gelosia commerciale che -le inimicava entrambe, nonchè degli avanzamenti, che -Venezia veniva facendo in Romagna. Alla fine la lega -di Cambray (v. pag. 94) portò effettivamente le cose -ad un punto, che Venezia ne uscì con gloria, ma non -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -senza danno, mentre tutta Italia avrebbe dovuto invece -concorrere a sostenerla. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma sentimenti non certo più miti nutrivano anche -tutti gli altri fra loro, ond'è che noi li veggiamo pronti, -come la mala coscienza suggerisce a ciascuno, ad ogni -eccesso l'un contro l'altro. Lodovico il Moro, gli Aragonesi -di Napoli, Sisto IV (per tacere dei minori) tengono -l'Italia in uno stato di perenne agitazione, che le riesce -pericolosissimo. E si fosse almeno limitato alla sola -Italia questo perfido giuoco! Ma la natura delle cose -portò con sè, che si cominciò a guardarsi attorno per -qualche ajuto ed intervento, volgendo gli occhi specialmente -ai Francesi ed ai Turchi. -</p> - -<p> -Le simpatie per la Francia si manifestano primieramente -da parte delle popolazioni. Con una ingenuità che -fa rabbrividire, Firenze confessa le sue vecchie predilezioni -guelfe per la dinastia francese.<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> E quando Carlo VIII -effettivamente passò le Alpi, tutta Italia gli corse incontro -con tal giubilo, che restarono maravigliati egli stesso -e le sue genti.<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a> Nella fantasia degli italiani (si rammenti -per tutti il Savonarola) era pur sempre viva l'immagine -ideale di un grande e giusto redentore del loro paese -venuto dal di fuori, con questo soltanto che non doveva -essere più l'imperatore invocato da Dante, ma uno dei -Capetingi di Francia. Vero è che l'illusione doveva tosto -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -svanire colla di lui ritirata; ma pure quanto ci volle prima -che si riconoscesse generalmente che tanto Carlo VIII, -quanto Luigi XII e Francesco I non intesero la vera -loro missione in Italia, e si lasciarono invece guidare da -moventi al tutto meschini e contrari ai loro stessi interessi! — I -principi dal canto loro cercarono di servirsi -anch'essi della Francia, ma in modo affatto diverso. -Allorchè furono finite le guerre anglo-francesi e Luigi XI -stendeva d'ogni parte le sue reti, mentre Carlo di Borgogna -si cullava in progetti da romanzo, i gabinetti italiani -si fecero ad essi premurosamente incontro e l'intervento -francese doveva necessariamente prima o dopo -avverarsi, anche senza le pretensioni straniere su Napoli -e su Milano, con altrettanta certezza, quanto era quella -che, per esempio, a Genova ed in Piemonte esso aveva -omai avuto luogo da tempo non breve. I veneziani -l'aspettavano ancora fin dall'anno 1462.<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a> Quali angosce -mortali abbia provato il duca Galeazzo Maria di Milano -durante la guerra di Borgogna, nella quale egli, alleato -apparentemente tanto di Luigi XI che di Carlo, doveva -ad ogni momento aspettarsi una sorpresa da parte di -entrambi, lo si tocca con mano dalle sue stesse corrispondenze.<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a> -Il sistema di un equilibrio dei quattro Stati -principali d'Italia, quale lo intendeva Lorenzo il Magnifico, -non fu in ultimo che il postulato di una mente -chiara, lucida, perseverante nel suo ottimismo, pel -quale, sollevandosi al di sopra della scellerata politica -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -degli esperimenti, nonchè dei pregiudizi guelfi de' fiorentini, -egli si ostinava sempre a sperare il meglio. -E quando Luigi XI gli offerse un aiuto d'uomini nella -guerra contro Ferrante di Napoli e Sisto IV, si sa -ch'egli disse: «io non posso ancora anteporre il mio -particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse -Iddio, che ai re di Francia non venisse mai in mente -di sperimentare le loro forze in questo paese! Quando -ciò accada, l'Italia sarà perduta».<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a> Ma per altri principi -invece il re di Francia è alternativamente un mezzo -o una causa di terrore, ed essi minacciano di chiamarlo -ogni volta che in qualsiasi imbarazzo non sanno trovare -da sè un espediente. I Papi poi credevano addirittura di -poter fare a fidanza con questa stessa Francia più di -qualsiasi altro, ed Innocenzo VIII s'immaginava già di -poter nel suo dispetto ritirarsi al di là delle Alpi, per -tornar poscia in Italia in qualità di conquistatore alla -testa di un'armata francese.<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a> -</p> - -<p> -Tutti gli uomini serii adunque previdero la conquista -straniera ancor lungo tempo prima della discesa di -Carlo VIII.<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> E quando questi, ritirandosi, ripassò le -Alpi, apparve chiaro agli occhi di tutti, che da quel -momento in avanti l'êra degl'interventi era omai cominciata. -D'allora in poi una sventura tien dietro all'altra -e troppo tardi si comprende, che la Francia e la Spagna, -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -i due principali invasori, sono divenute frattanto due -grandi potenze moderne, che non possono omai più star -contente a semplici omaggi di forma, ma hanno bisogno -di lottar sino all'ultimo per assicurarsi un'influenza -e un possesso in Italia. Esse hanno cominciato a somigliare -agli Stati italiani centralizzati, anzi ad imitarli, -ma in proporzioni ben più colossali. I progetti di rapine -o di scambi di paesi si moltiplicano per un certo tempo -all'infinito. Ma, come è noto, la prevalenza finale toccò -alla Spagna, la quale, come spada e scudo della Controriforma, -tenne anche il Papato in una lunga soggezione. -Le tristi meditazioni dei filosofi d'allora in poi non ebbero -altro tema, che la mala fine di tutti coloro, che -aveano chiamati i barbari. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma nel secolo XV si entrò anche in lega aperta coi -Turchi, nè ciò parve destare alcun ribrezzo, stimandosi -questo un espediente politico, come qualunque altro. -L'idea di una solidarietà degli stati cristiani d'occidente -avea già sofferto qualche scossa ancora durante il periodo -delle crociate, e Federico II parve poi averla abbandonata -del tutto. Ma il nuovo avanzarsi dei Turchi -da un lato, e la profonda miseria e lo scadimento dell'Impero -greco dall'altro, avevano in seguito risvegliato -quei vecchi sentimenti (se non anche l'antico entusiasmo -religioso) in tutta l'Europa occidentale. L'Italia sola costituì -anche in questo riguardo una singolare eccezione. -Infatti, per quanto grande vi fosse lo spavento dei Turchi -e per quanto serio il pericolo, non vi fu tuttavia quasi -nessuno Stato di qualche importanza, che, almeno una -qualche volta, non abbia slealmente cospirato con Maometto -II e co' suoi successori a danno di altri Stati italiani. -E dove ciò non seguì effettivamente, lo si sospettò -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -almeno sempre reciprocamente, nè in ciò v'era maggiore -malignità di quando, per esempio, i Veneziani incolparono -l'erede del trono di Napoli, Alfonso, di aver mandato -appositi incaricati ad avvelenare le cisterne di Venezia<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>. -Da un ribaldo, quale era Sigismondo Malatesta, -non poteva aspettarsi nè si aspettava di meglio, se non -che una volta o l'altra chiamasse in Italia i Turchi<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. -Ma anche gli Aragonesi di Napoli, ai quali Maometto — e, -si pretende, ad istigazione di altri governi italiani<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a> — tolse -un giorno Otranto, aizzarono in seguito -il sultano Bajazet II contro Venezia<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Della stessa colpa -fu accusato anche Lodovico il Moro: «il sangue dei -caduti e il grido de' vecchi prigionieri venuti in mano -ai Turchi invocano da Dio su lui la vendetta», scrive -l'annalista del suo Stato. In Venezia, dove si sapeva tutto, -si sapeva anche che Giovanni Sforza, principe di Pesaro -e cugino del Moro, aveva albergato in sua casa gli -ambasciatori turchi, che passavano per di là diretti a -Milano<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. Dei Papi del secolo XV i due più rispettabili, -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -Nicolò V e Pio II, sono morti in profondo rammarico -pei progressi dei Turchi, anzi l'ultimo in mezzo agli -apprestamenti di una crociata, che egli stesso voleva -guidare: i loro successori invece truffano il così detto -<i>obolo turco</i> raccolto in tutta la cristianità e profanano -l'indulgenza accordata, facendone una sordida speculazione -pecunaria per sè.<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a> Innocenzo VIII si presta a far -da carceriere al fuggiasco principe Zizim verso un tributo -annuo pagatogli dal di lui fratello Bajazet II, e -Alessandro VI aiuta a Costantinopoli le pratiche fatte -da Lodovico il Moro per provocare un attacco dei Turchi -contro Venezia (1498), su di che questa lo minaccia -della convocazione di un Concilio.<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> Da ciò può ben vedersi -che la famosa alleanza di Francesco I con Solimano -II non aveva in sè nulla di nuovo, nè di inaudito. -Del resto non mancavano neanche talune popolazioni, -alle quali la signoria dei Turchi non pareva omai più -una cosa così spaventevole. E quand'anche esse non -l'avessero fatta servire che come una minaccia contro -governi eccessivamente tirannici all'interno, sarebbe pur -sempre questo un indizio, che si era già cominciato a -famigliarizzarsi con questa idea. Già ancora nel 1480 -Battista Mantovano lascia chiaramente intendere, che -la maggior parte degli abitanti della costa adriatica prevedevano -qualche cosa di simile, ed Ancona anzi se ne -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -mostrava desiderosa.<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a> Allorquando la Romagna sotto -Leone X sentì più che mai il peso dell'oppressione, un -inviato di Ravenna non esitò a dire apertamente al legato -pontificio, il cardinale Giulio de' Medici: «Monsignore, -la serenissima Repubblica di Venezia non ci -vuole, per non entrare in contese colla Chiesa; ma se -il Turco verrà a Ragusa, noi ci daremo a lui»<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>. -</p> - -<p> -Di fronte all'assoggettamento omai cominciato d'Italia -per opera degli Spagnuoli è un conforto ben meschino, -ma non del tutto irragionevole, il pensare, che almeno -per questo assoggettamento l'Italia andò salva dalla barbarie, -alla quale l'avrebbe ricondotta la signoria turca.<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> -Da sè sola, divisa com'era, difficilmente avrebbe potuto -sottrarsi a un tale destino. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Se, dopo tutto questo, qualche cosa di buono può -dirsi della politica italiana d'allora, ciò non può riferirsi -che al modo positivo, spregiudicato e pratico di trattar -le questioni, che non erano intorbidate nè da paura, nè -da passione, nè da male intenzioni. Qui non esiste più -il sistema feudale nel senso inteso dai settentrionali, -co' suoi diritti dedotti paradossalmente; ma la potenza di -fatto che ognuno possiede, la possiede, di regola, per -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -intero. Qui al seguito del principe non si ha quella nobiltà -riottosa, che altrove tien desto nell'animo del monarca -un astratto punto d'onore e tutte le strane conseguenze -che ne derivano, ma principi e consiglieri -convengono in questo, che non si deve agire che conformemente -allo stato delle cose e secondo gli scopi, che -si vogliono conseguire. Contro gli uomini, dei quali si -accettano i servigi, contro gli alleati, da qualsiasi parte -essi vengano, non esiste nessun pregiudizio di casta, che -possa per avventura tenerne lontano qualcuno, e una -prova anche soverchia se ne ha nella posizione fatta ai -Condottieri, dei quali riesce perfettamente indifferente -l'origine. Per ultimo i governi, in mano di despoti illuminati, -conoscono il proprio paese e quello dei lor vicini -incomparabilmente più addentro, che i loro contemporanei -d'oltr'alpe non conoscessero i loro, e calcolano -la capacità di giovare o di nuocere di amici e nemici -sin nei menomi particolari, tanto nel rispetto morale che -economico: in una parola, appajono, ad onta dei più -grossolani errori, nati fatti per la politica. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Con uomini di questa tempra si poteva trattare, si -poteva tentare la persuasione e sperare anche di convincerli, -quando si mettessero loro dinanzi buone ragioni -di fatto. Quando Alfonso il Magnanimo di Napoli cadde -prigioniero (1434) nelle mani di Filippo Maria Visconti, -egli seppe persuadere quest'ultimo che il dominio della -casa d'Angiò sopra Napoli, sostituito al suo, avrebbe -reso i Francesi padroni di tutta Italia, e il duca mutò -proposito, rilasciò Alfonso senza riscatto, e si strinse -in alleanza con esso.<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a> Difficilmente un principe settentrionale -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -avrebbe operato così, e certamente poi nessuno, -che in fatto di moralità avesse avuto gli strani principj -del Visconti. Una ferma fiducia nella potenza delle ragioni -di fatto appare anche nella celebre visita, che Lorenzo -il Magnifico fece, tra lo spavento generale dei -Fiorentini, allo sleale Ferrante di Napoli, il quale certamente -risentì la tentazione non troppo benevola di ritenerlo -prigioniero.<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a> -</p> - -<p> -Ma l'imprigionare un gran principe e il lasciarlo poi -vivo e libero, dopo strappatagli qualche concessione e -inflittegli profonde umiliazioni, come fece Carlo il Temerario -con Luigi XI a Péronne (1468), agli Italiani d'allora -sarebbe sembrata una vera follia;<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a> per ciò Lorenzo -o non si aspettava più, o si aspettava colmo di gloria. — Del -medesimo tempo è altresì un'arte di persuasione -politica tutta propria degli ambasciatori veneziani, della -quale oltre le Alpi non s'ebbe un'idea se non per mezzo -degl'Italiani, e che non deve essere giudicata dai discorsi -recitati nei ricevimenti ufficiali, perchè questi ultimi sono -un prodotto rettorico delle scuole umanistiche, e nulla -più. E non mancano nemmeno tratti violenti e ingenuità -singolari,<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> a dispetto del ceremoniale, che rigorosamente -è osservato. Ma anche in questo niuno appare tanto originale, -quanto il Machiavelli nelle sue «Legazioni». -Fornito di scarse istruzioni, malamente equipaggiato, trattato -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -sempre come un incaricato di secondo ordine, egli -tuttavia non perde mai il suo spirito elevato di osservazione -e di profonda indagine. — Da indi in poi l'Italia -è e rimane di preferenza il paese delle «Istruzioni» e -delle «Relazioni» politiche. Anche altri Stati certamente -negoziano con somma abilità, ma l'Italia soltanto ce ne ha -conservato in sì gran numero le prove documentate, che -risalgono ad un tempo così lontano. Già il lungo dispaccio -intorno agli ultimi momenti della vita del torbido Ferrante -di Napoli (17 gennaio 1494), scritto di mano del -Pontano e indirizzato al gabinetto di Alessandro VI, -porge la più alta idea di questo genere di scritti politici, -eppure non è stato citato che incidentalmente e -come uno dei moltissimi da lui lasciati.<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> Ma quanti di -non minore importanza e vivacità, inviati ad altri gabinetti -sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, -non giaceranno inediti, per tacere anche dei posteriori! — Però -dello studio dell'uomo nel rapporto sociale e privato, -che va di pari passo con lo studio delle condizioni -generali di questi italiani, ci occuperemo più innanzi -in apposita trattazione. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span></p> - -<h3 id="cap10-1">CAPITOLO X. -<span class="smaller">La guerra come opera d'arte.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi. -</p> -</div> - -<p> -Giunti a questo punto, diremo ora in poche parole -come a questo tempo anche la guerra abbia assunto il -carattere e l'aspetto di una vera opera d'arte. Durante -il medio-evo l'educazione guerresca in tutto l'occidente -era perfetta dentro la cerchia del sistema prevalente di -difesa e d'attacco; inoltre vi furono anche in ogni tempo -ingegnosi inventori nell'arte delle fortificazioni e degli -assedi; ma tanto la strategia, quanto la tattica trovarono -non pochi ostacoli al pieno loro svolgimento nella -natura stessa e nella durata del servizio militare, nonchè -nelle ambizioni della nobiltà, la quale di fronte al nemico -era capace di ostinarsi a questionare sulla preminenza -del posto e di mandar a male in tal modo colla -sua indisciplina le più importanti fazioni, come accadde -in quelle di Crécy e di Maupertuis. Presso gl'Italiani -invece prevalse assai per tempo il sistema delle truppe -mercenarie affatto diversamente organizzate, ed anche -la sollecita introduzione delle armi da fuoco contribuì -dal canto suo non poco a demoralizzare in certo modo la -guerra, non solamente perchè i castelli meglio agguerriti -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -tremavano all'urto delle bombarde, ma perchè l'abilità -dell'ingegnere, del fonditore e dell'artigliere, sorti dalla -borghesia, acquistava ogni dì più la prevalenza. Si vedeva -infatti, e non senza rincrescimento, che il valore -personale — che era tutto nelle piccole compagnie mercenarie -egregiamente organizzate — veniva a scemare -non poco di pregio dinanzi a quei potenti mezzi di distruzione -che agivano sì da lontano, e non mancarono -Condottieri, che, non potendo altro, si rifiutarono almeno -di ammettere il fucile da poco inventato in Germania,<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a> -come fece Paolo Vitelli, il quale per di più faceva cavar -gli occhi e tagliare le mani agli schioppettieri che -gli capitavano tra mano<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>, mentre poi accettava e adoperava -i cannoni come armi legittime. Ma nella generalità -si lasciarono prevalere le nuove invenzioni e si cercò -di trarne il maggior profitto possibile, per modo che -gl'Italiani tanto pei mezzi d'attacco, quanto per la costruzione -delle fortezze divennero i maestri di tutta -Europa. Principi quali un Federigo da Urbino e un Alfonso -di Napoli, si procurarono tali cognizioni in questa -materia da far parere quasi un principiante in loro confronto -lo stesso imperatore Massimiliano I. In Italia, -prima che altrove, si hanno una scienza ed un'arte della -guerra trattate in modo affatto sistematico e razionale, -e qui pure s'incontrano i primi esempi di guerre condotte -con un intento puramente artistico, quale poteva conciliarsi -benissimo coi frequenti mutamenti di parte o col -modo di agire affatto spassionato e neutrale dei Condottieri. -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -Durante la guerra milanese-veneziana del 1451 -e 52, combattuta tra Francesco Sforza e Jacopo Piccinino, -seguiva il quartier generale di quest'ultimo il letterato -Porcellio, incaricato dal re Alfonso di Napoli di -stendere su di essa una Relazione.<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a> Questa è scritta in -un latino non troppo puro, ma facile, colle ampollosità -umanistiche allora in uso, e nel complesso tende ad imitare -i commentari di Giulio Cesare, con fioriture di concioni, -prodigi e simili: e siccome da cento anni si disputava, -se Scipione l'Africano il vecchio fosse stato più -grande di Annibale o Annibale di Scipione,<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> così il Piccinino -dovette rassegnarsi a fare in tutta l'opera le parti -di Scipione, come lo Sforza faceva quelle di Annibale. -Ma anche sulle truppe milanesi dovendo pur riferire -qualche cosa di positivo, il sofista non esitò di presentarsi -allo Sforza, il quale lo fe' condurre per tutte le file: egli -lodò altamente ogni cosa e promise di eternare ne' suoi -scritti quanto aveva veduto.<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a> Del resto, la letteratura italiana -d'allora è ricca di descrizioni guerresche e di aneddoti -tanto per uso del dotto teorico, quanto delle persone -colte in generale, e ciò forma un forte distacco dalle relazioni -contemporanee redatte al nord, dove per esempio, -quella di Diebold Schilling sulla guerra di Borgogna conserva -ancora la nuda ed arida esattezza di una informe -cronaca. Fu allora che il gran dilettante di cose guerresche,<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> -il Machiavelli, scrisse la sua «Arte della guerra». -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -Ma lo sviluppo subbiettivo del guerriero preso individualmente -trovò la sua più compiuta espressione in -quelle lotte solenni di due o più parti, che già molto -tempo prima della sfida di Barletta (1503) erano in uso.<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> -In queste il vincitore era sicuro di un genere di apoteosi, -che gli mancava al nord: quella che gli veniva -dalla bocca dei poeti e degli umanisti. Nell'esito di queste -lotte non si vede più il giudizio di Dio, ma una vittoria -del valor personale, e — per gli spettatori — la decisione -di una gara assai tesa, insieme ad una soddisfazione -data alle velleità ambiziose di un esercito o della intera -nazione. -</p> - -<p> -S'intende da sè che tutti questi modi di trattar le -cose di guerra da un punto di vista razionale e subbiettivo -non mancavano, in date circostanze, di far luogo -anche ad orribili crudeltà, senza che ci entrasse nemmeno -l'odio politico, ma solo in vista di permettere un -saccheggio, che per avventura fosse stato promesso. Dopo -la spogliazione di Piacenza, che non durò meno di quaranta -giorni e che lo Sforza avea dovuto concedere ai -suoi soldati (1447), la città per buon tratto rimase vuota -del tutto, e per ripopolarla nuovamente si dovette usar -la violenza.<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> Ma tali fatti sono ancor poco in paragone -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -dei mali, che l'Italia ebbe a soffrire più tardi dalle truppe -straniere, e specialmente poi da quegli Spagnuoli, nei -quali forse una vena di sangue arabo e fors'anche l'abitudine -alle atrocità della Inquisizione svegliarono il lato -più perverso della natura umana. Chi impara a conoscerli -nelle nefandità commesse a Prato, a Roma ed altrove, -non sa poi qual concetto formarsi di Ferdinando -il Cattolico e di Carlo V, che, pur conoscendo l'indole -di tali mostri, non si peritarono tuttavia di lasciarli inferocire -a loro talento. Il cumulo degli atti consumatisi -nei loro gabinetti, e che mano mano vengono prodotti -alla luce del giorno, potrà restare come una fonte storica -della più alta importanza; — ma nessuno negli -scritti di tali principi cercherà più un pensiero politico -vivificatore. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span></p> - -<h3 id="cap11-1">CAPITOLO XI. -<span class="smaller">Il Papato e i suoi pericoli.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò -V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale -Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali -di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro -VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare -Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi -progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I -mezzi violenti. — Gli assassinii. — Gli ultimi anni. — Giulio -II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi -progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano -VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze -di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il -Papato della Contro-riforma. -</p> -</div> - -<p> -Del Papato e dello Stato pontificio, come creazioni -affatto eccezionali, noi non ci siamo occupati fin qui se -non incidentalmente affatto e solo per istabilire il carattere -degli Stati italiani in generale.<a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a> Allo Stato pontificio -mancava quasi affatto ciò che invece caratterizza -in modo speciale gli altri Stati, vale a dire il ben calcolato -aumento e la concentrazione dei mezzi della potenza, -appunto perchè il potere spirituale aiutava dal -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -canto suo a coprire e a sostituire il difettoso svolgimento -del temporale. Eppure per quali solenni prove non è -esso passato nel secolo XIV e nei primi anni del XV! -Quando il Papato fu trasportato nella cattività di Avignone, -tutto andò in sulle prime a soqquadro, ma la -corte avignonese aveva danari, truppe ed un grand'uomo -di Stato, che al tempo stesso era un gran capitano, lo -spagnuolo Albornoz, che sottomise e tornò all'obbedienza -i ribelli. E di gran lunga ancora più grave fu il pericolo -di un definitivo sfacelo, allorchè sopraggiunse lo scisma, -e coll'andar del tempo nè il papa romano, nè quello di -Avignone aveano forze e ricchezze bastanti per sottomettere -nuovamente lo Stato perduto; ma, dopo restaurata -l'unità della Chiesa, la cosa riuscì nuovamente sotto -Martino V, e riuscì una seconda volta ancora, dopochè -sotto Eugenio IV il pericolo s'era ancor rinnovato. Senonchè -lo Stato della Chiesa era, e rimase per allora, -una completa anomalia fra tutti gli altri Stati d'Italia: -in Roma e nel suo territorio resistettero al potere dei -Pontefici le grandi famiglie dei Colonna, dei Savelli, -degli Orsini, degli Anguillara ed altre: nell'Umbria, -nelle Marche, nelle Romagne, se non v'era più quasi -nessuna di quelle repubbliche, alle quali il Papato s'era -mostrato sì poco riconoscente pel loro attaccamento, vi -era invece una moltitudine di grandi e piccole case principesche, -l'ubbidienza e la fedeltà delle quali non volevano -dire gran cosa. Come dinastie a sè e sussistenti per -forza propria, hanno tuttavia anche esse la loro speciale -importanza, e da questo punto di vista noi trovammo -più sopra (v. pag. 37, 59) conveniente di toccare almeno -di quelle che primeggiavano sulle altre. Ciò non ostante, -non vogliamo dispensarci qui da alcune brevi considerazioni -sullo Stato della Chiesa preso nel suo insieme. -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -Esso sin dalla metà del secolo XV trovasi esposto a -nuove crisi e a nuovi pericoli, perchè lo spirito della -politica italiana cerca da diverse parti d'invadere anche -la Curia e di tirarla nelle sue vie. Ma i pericoli che -vengono dal di fuori o dal popolo, sono sempre i minori; -i maggiori hanno la loro origine nelle tendenze stesse -dei Papi. -</p> - -<p> -Innanzi tutto lasciamo da parte i paesi esteri di là -dalle Alpi. Se in Italia il Papato trovavasi sotto la minaccia -di pericoli gravissimi, non era certamente quello -il momento, in cui avessero potuto o voluto prestargli -un aiuto nè la Francia sotto la tirannia di Luigi XI, -nè l'Inghilterra ai primordi della guerra delle due Rose, -nè la Spagna in preda ai più grandi rivolgimenti, nè la -Germania stessa tradita nel concilio di Basilea. Anche -in Italia v'era bensì un certo numero di uomini colti -ed idioti, che riguardavano come un vanto nazionale la -presenza del Papa nel paese, ma i più per soli interessi -privati, e moltissimi per una gran fede nel valore delle -benedizioni papali,<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a> tra i quali quello stesso Vitellozzo -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -Vitelli, che invocava l'assoluzione di Alessandro VI nel -momento stesso, in cui il figlio del Papa lo faceva strozzare.<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a> -Ciò non ostante, tutte queste simpatie non sarebbero -bastate a salvare il Papato di fronte ad avversari -veramente risoluti, e che avessero saputo trar profitto -dall'odio e dal rancore che esistevano contro di lui. -</p> - -<p> -Ora egli fu appunto in un momento di così generale -abbandono, che anche all'interno si manifestarono i più -serii pericoli. Già pel fatto stesso del trovarsi la Chiesa -imbevuta delle stesse massime che informavano la politica -degli altri principati italiani, essa doveva sentirne -le scosse più fiere: il suo proprio carattere v'arrecò poi -urti affatto particolari. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città -di Roma, era già da tempo invalsa la consuetudine di -non dare importanza alcuna alle sue agitazioni interne, -poichè tanti Papi cacciati da tumulti popolari erano -sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio -interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. -Ma non è men vero per questo, che Roma di tempo in -tempo non solo si mostrò proclive ad idee più o men -radicali,<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a> ma nelle cospirazioni che minacciavano la sicurezza -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la -guidavano dal di fuori. Così accadde, per esempio, nella -congiura di Stefano Porcari contro quel Papa, che per -l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori vantaggi, -Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento -della signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi -complici, i quali bensì non vengono nominati,<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> ma devono -cercarsi fra i governi italiani d'allora. Sotto lo stesso -pontificato Lorenzo Valla chiudeva la sua famosa invettiva -contro la donazione di Costantino, augurando l'immediata -secolarizzazione dello Stato pontificio.<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a> -</p> - -<p> -Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a -lottare Pio II (1495), non nascondeva che il suo scopo -era in generale la caduta del dominio dei preti, e il -capo di essa, Tiburzio, ne riversava la colpa sui profeti, -che gli avevano promesso l'adempimento di quel suo desiderio -in quello stesso anno.<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> Parecchi grandi romani, -il principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino -n'erano complici e promotori. E se si ripensa al ricco -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -bottino, che ad ogni momento poteva riguardarsi come -pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i congiurati aveano -messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale di -Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi -sempre così priva di sorveglianza tali tentativi non fossero -invece più frequenti e più fortunati. Non per nulla -Pio II risiedeva più volentieri dovunque, anzichè a Roma, -ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte -spavento per una congiura, supposta o reale, di questa -specie<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. I Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere -a tali assalti, o domare colla forza le fazioni dei -grandi, sotto la protezione dei quali simili rapaci tentativi -venivano ogni dì più aumentando. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -E questo fu appunto il compito che si propose il terribile -Sisto IV. Egli fu il primo ad aver Roma e il suo -territorio quasi compiutamente nelle sue mani, massimamente -dopo la persecuzione inflitta ai Colonnesi, e per -questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come in -quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza -di fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di -convocare un Concilio, che venivano dall'occidente. I mezzi -necessarii li forniva una simonia, che tutto ad un tratto -cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale soggiacevano -tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei -dignitari inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi -specie<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Sisto stesso non avea potuto ottenere la -dignità papale senza ricorrere ad un tal mezzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Era naturale che una corruzione così universalmente -estesa dovesse quando che sia tirare addosso alla sedia -papale disastrosissime conseguenze; ma queste in allora -sembravano ancora molto lontane. Diversamente invece -andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò perfino -un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra -tutti i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in -sulle prime godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore -di Sisto, nel tempo stesso che del suo nome riempiva -tutta l'Italia, sia pel suo lusso smodato, sia per le voci -che correvano sulla sua empietà e sulle sue mire politiche.<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> -Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano -(1473), allo scopo che questi dovesse diventar re -della Lombardia ed aiutar poi lui con danaro e con uomini -a salire sul trono papale al suo ritorno in Roma: -Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto spontaneamente.<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a> -Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una -secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà -del trono, fallì poi per la morte subitanea di -Pietro. Il secondo nipote, Girolamo Riario, non abbracciò -lo stato ecclesiastico e non toccò quindi il Pontificato; -ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in continui -scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi -aveano tentato di far valere la loro supremazia feudale -su Napoli a favore dei loro congiunti;<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> ma, dopochè ciò -non era riuscito neanche a Calisto III, non era il caso -di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel -tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri -progetti), dovette accontentarsi di fondare una Signoria -nello Stato stesso della Chiesa. Fino ad un certo punto -la cosa poteva giustificarsi col dire che la Romagna, -co' suoi principi e tiranni sparsi per le città, minacciava -già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia papale, -che essa in breve avrebbe potuto divenir preda -degli Sforza o dei Veneziani, se Roma non si appigliava -a questo spediente. Ma chi, in tempi simili e in tali condizioni, -si sarebbe fatto mallevadore di un'obbedienza -durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani o dei -loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più -alcun vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi -non erano sicuri dei propri figli o nipoti, perchè troppo -prossima era la tentazione di cacciare il nipote di un -predecessore per sostituirvi il proprio. Il contraccolpo di -questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un pericolo -gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar -tutti i mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo -dei più equivoci, al quale dovevano subordinarsi tutti gli -altri della sedia papale; e se l'intento era raggiunto con -tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava una dinastia, -che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta -del Papato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel -principato usurpato (Imola e Forlì) se non a gran fatica -e soltanto colla protezione e l'aiuto della famiglia -Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel Conclave -successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si -vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova -garanzia esterna del Papato, vale a dire due cardinali -di case regnanti, che per denaro e dignità si lasciarono -vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, figlio -del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a> -Così almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, -per amor del bottino, al mantenimento della -signoria papale. Anche nel Conclave seguente, nel quale -tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione di soli -cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con -forti donativi, non senza riserbarsi però la speranza di -divenir Papa egli stesso un'altra volta.<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> -</p> - -<p> -Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì -che la casa Medici non andasse colle mani vuote. Egli -diè in moglie sua figlia Maddalena al figlio del nuovo -Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva non solo ogni -specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone X), -ma anche un sollecito innalzamento del genero.<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a> Però, -quanto a quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. -Sotto Innocenzo VIII non era il caso di veder sorgere -quell'audace nepotismo, che fondava Stati, appunto. -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -per questo che Franceschetto era uomo di scarso ingegno -e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito -d'altro che di godere la potenza nel modo il più grossolano, -specialmente accumulando enormi somme di danaro<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>. -Tuttavia la maniera, colla quale il padre e il figlio -condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato -di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento -dello Stato. -</p> - -<p> -Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta -di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero -addirittura una banca di grazie temporali, nella quale, -dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva -ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e delitto: -di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla -Camera papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, -come era naturale, negli ultimi anni specialmente di -questo pontificato, formicolava d'ogni parte di assassini -protetti e non protetti: le fazioni, la cui repressione era -stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in modo -spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano, -non si preoccupava d'altro, che di porre qua e -là qualche agguato, per farvi cader dentro malfattori, -che avessero mezzi di ben pagare. Per Franceschetto la -questione principale era di sapere come avesse potuto -piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che -il Papa venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione -che di questa morte, omai aspettata, corse -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -una falsa notizia (1490); addirittura egli voleva portare -con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e quando -quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle -almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli -riguardava come un capitale vivente da potersi cedere -per avventura a patti vantaggiosissimi a Ferrante di -Napoli.<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a> Egli è sempre malagevole il voler calcolare -tutte le eventualità politiche di un'epoca omai remota: -ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata -in grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo -genere? Di fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza -che lasciar andare le cose tant'oltre, che non -soltanto i viaggiatori e i pellegrini, ma un'ambasceria intera -spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in prossimità -di Roma assalita e spogliata così completamente, -che taluni degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno -aver toccato le porte della città! -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, -salì al potere coll'idea di goderlo nel pieno significato -della parola (1492-1503): e siccome con questa idea non -poteva certamente conciliarsi uno stato di cose, quale lo -abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato ristabilimento -della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento -di tutti gli stipendi. -</p> - -<p> -Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere -questo Pontificato, appunto perchè non parliamo -che delle diverse forme che assunse la civiltà italiana, -e i Borgia non erano italiani più di quello che lo fosse -la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, parlando -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua -spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove -portò le mode spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure -spagnuoli: di spagnuoli si compose il servidorame più -fidato della famiglia, nonchè le bande famigerate di -Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo -carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano -Pinzon sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente -anche Cesare, fra le altre sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, -quando atterrò, secondo tutte le regole dell'arte, -sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione soltanto, -di cui questa famiglia sembra la personificazione -vivente, non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, -quando già, come vedemmo, vi preesisteva e in sì larga -misura. -</p> - -<p> -Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più -modi fu scritto. Il loro scopo immediato era l'assoggettamento -completo dello Stato della Chiesa, e lo ottennero -in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori — più -o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a> -e togliendo di mezzo in Roma le due grandi -fazioni che la padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano -a Guelfi, i Colonnesi che avrebbero voluto -passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece uso, -furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente -avrebbe dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale -(l'avvelenamento contemporaneo del padre e -figlio) non avesse improvvisamente mutato la faccia delle -cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno -di badare gran fatto: intorno a sè egli sapeva -farsi temere e rispettare: i principi stranieri si lasciavano -comperare e Luigi XII specialmente gli prestò ogni ajuto -possibile; e quanto alle popolazioni, esse non avevano -nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di -mezzo. L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi -di Carlo VIII, passò contro ogni aspettazione -felicemente, e d'altronde anche allora non trattavasi del -Papato come tale,<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a> ma di una deposizione di Alessandro -per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole -e sempre crescente pericolo pel Pontificato stava -in Alessandro stesso e più ancora in suo figlio Cesare -Borgia. -</p> - -<p> -Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione -erano congiunte con un'indole energica, e con tendenze -assai splendide. Tutti i godimenti che può dar la potenza, -egli volle goderli sino dal primo giorno e in ampia -misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo al -suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -prime tutti seppero che egli non intendeva di rifarsi -soltanto dei sacrificii fatti per ottenere il Papato<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>, ma -voleva senz'altro che la simonia dell'acquisto fosse ampiamente -sorpassata dalla simonia delle vendite. S'aggiungeva -poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di -vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, -conosceva meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili -di far danaro. Nè egli nominò mai nessun cardinale -senza un deposito anticipato di somme considerevoli. — Del -resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da Genova, -che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, -fu trovato morto nel suo letto con ben venti ferite. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio -del proprio figlio, i mezzi violenti presero quel carattere -veramente infernale, che necessariamente reagisce perfin -sugli scopi. Ciò che si fece nelle lotte coi grandi di Roma -e coi tiranni delle Romagne supera, in linea di crudeltà -e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi -di Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, -erano assai più raffinate. Affatto spaventevole è -il modo, con cui Cesare giunse ad isolare il padre, togliendo -di mezzo il fratello, il cognato ed altri congiunti -e cortigiani, non appena il favore che essi godevano -presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -ombra di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di -dare il suo consenso all'uccisione del figlio suo prediletto, -il duca di Gandia,<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> perchè tremava per sè stesso -dinanzi a Cesare. -</p> - -<p> -Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? -Ancora negli ultimi mesi della sua signoria, quando egli -appunto aveva finito di sterminare i condottieri a Sinigaglia -ed era di fatto divenuto padrone dello Stato della -Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi -lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non -le fazioni e i tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, -ritenendo per sè tutt'al più la Romagna, e che quindi -non gli sarebbe mancata la riconoscenza anche di tutti -i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio, -abbattendo gli Orsini e i Colonna.<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a> Ma chi potrebbe ammettere -che questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? -Un po' più apertamente una volta si espresse Papa -Alessandro in una conversazione avuta coll'ambasciatore -veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla -protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, -diss'egli, che un giorno il Papato tocchi o a lui o alla -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -vostra Repubblica».<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a> Veramente Cesare aggiunse, che -non doveva divenir Papa, se non colui che avesse avuto -l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali veneziani -non aveano bisogno che di star bene uniti e -compatti. Nessuno è in grado di dire, se egli con tali -parole intendesse alludere a sè medesimo; ma, in ogni -caso, le espressioni del padre bastano bene a provare -quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono -papale. Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta -da Lucrezia Borgia, potendosi presumere che certi -passi delle poesie d'Ercole Strozza non sieno che l'eco -di espressioni, alle quali ella, come duchessa di Ferrara, -può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui innanzi -tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi -Papa,<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa -che alluderebbe ad una sperata signoria su tutta l'Italia,<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a> -e sulla fine si accenna al fatto che Cesare, qual -principe secolare, macchinava cose grandissime e per -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a> -Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse -eletto Papa o no dopo la morte di Alessandro, pensava -a conservare per sè ad ogni costo lo Stato della -Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse, -più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, -che come Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato -in grado di secolarizzare lo Stato,<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a> e nessuno più di -lui avrebbe dovuto farlo, se voleva continuare a tenerlo. -Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe il motivo -principale della segreta simpatia, che il Machiavelli -manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno -sarebbe stato capace di «estrarre il ferro dalla ferita», -vale a dire, di annientare il Papato, causa di -tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni d'Italia. — Gl'intriganti -che credevano d'indovinare le mire di -Cesare, quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità -di regnare sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, -a quanto sembra, da lui medesimo.<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> -</p> - -<p> -Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano -da tali promesse, riescono vane, — non tanto per una -speciale genialità satanica, di cui altri lo volle fornito, -ma che in lui non v'era, come non v'era, per esempio, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli -si servì, erano di quelli che in generale non si conciliano -con nessuna maniera pienamente logica di agire -in grande. E nessuno può dire se, quando l'eccesso dei -mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una prospettiva di -salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato -anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente -pose fine alla sua signoria. -</p> - -<p> -Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione -di tutti i piccoli signori sparsi qua e là nello Stato della -Chiesa avesse procacciato a Cesare le simpatie universali, -e quand'anche si volesse altresì far servire di prova ai -suoi grandiosi disegni la scelta schiera di ufficiali e soldati -(i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla testa -del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le -sue bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale -ferocia, che contrastano apertamente con tali supposizioni -e che rendono incerto il nostro giudizio su -lui, come fu quello dei contemporanei. Tali sono, per -esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda -lo Stato da lui appena conquistato<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a> e che pur pensava -di conservare e di governare: tali sono altresì le condizioni, -a cui furono ridotte Roma e la Curia negli ultimi -anni di quel pontificato. Sia che padre e figlio avessero -preparato una vera lista di proscrizione,<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a> sia che le uccisioni -sieno state comandate separatamente, certo è che -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -i Borgia agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente -tutti coloro, che comecchessia fossero loro -d'inciampo o dei quali essi agognassero farsi eredi. In -questi casi essi non si preoccupavano più che tanto dei -capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, -e assai più, delle loro rendite personali provenienti dagli -ufficii coperti, che il Papa era sollecito di tener lungamente -vacanti per goderne i proventi, e ch'egli poi rivendeva -a nuovi aspiranti a prezzi assai elevati. L'ambasciatore -veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva -al Senato:<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a> «ogni notte si hanno a Roma quattro o -cinque uccisioni di vescovi, prelati ed altri dignitari, -tanto che tutta la città trema di essere a poco a poco -uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava notturno -per le vie accompagnato da' suoi,<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a> e non tanto, a quel -che pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto -deforme, quanto e assai più per soddisfare la sua pazza -sete di sangue anche su persone del tutto a lui sconosciute. -Ancor nell'anno 1499 la disperazione per tali -fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, -rotto ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia -del Papa.<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a> Ma chi andava salvo dal ferro dei Borgia, -non riusciva poi a sottrarsi al loro veleno. In quei casi, -nei quali sembrava necessaria una certa discrezione, -usarono essi di quella polvere candida come neve e -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -piacevole al gusto,<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a> che non uccideva istantaneamente, -ma a poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi -con ogni cibo e con ogni bevanda. Il principe Zizim -n'avea già fatto il saggio prima di essere consegnato -da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine della -loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio, -avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un -ricco cardinale. Il compendiatore ufficiale della storia -dei Papi, Onofrio Panvinio,<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a> cita i nomi di tre cardinali, -che Alessandro fece avvelenare (Orsini, Ferrerio e Michiel), -e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era -incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); -ma in generale può dirsi che quasi nessun prelato -alquanto ricco non morì a Roma in quel tempo, senza -che sulla sua morte non si elevassero sospetti di questo -genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino qualche -pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi -in qualche oscura città di provincia. -</p> - -<p> -Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non -andar più così allegramente come prima: fulmini e -tempeste, che fecero crollare pareti e stanze, lo avevano -già visitato anteriormente e colmatolo di spavento: ed -ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti -credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano -«<i>cosa diabolica</i>».<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a> La voce di questi fatti sembra -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -abbia cominciato a diffondersi fra i popoli nell'occasione -del Giubileo dell'anno 1500 che fu frequentatissimo;<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a> e -il traffico scandaloso che allora si fece delle indulgenze, -fece il resto e richiamò l'attenzione di tutti sulle ignominie -di Roma.<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> Oltre ai pellegrini che tornavano alle -loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in -lunghi abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi -dello Stato pontificio, i quali assai probabilmente -non avranno taciuto. Ma chi potrebbe dire sino a qual -punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e l'indignazione -di mezza Europa, prima che per Alessandro ne -sorgesse un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice -Panvinio altrove,<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a> avvelenato anche gli altri cardinali -e prelati, ch'erano in voce di ricchi, per divenir loro -erede, se, in mezzo ai grandi progetti che macchinava -pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa -avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo -padre, non si fosse egli pure trovato infermo sul letto -di morte? Qual Conclave non sarebbe stato quello, dal -quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui poteva disporre, -fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di cardinali -convenientemente ridotto a furia di veleno, in un -momento in cui non c'era neanche da temere la vicinanza -delle armi francesi? La fantasia si perde in un -abisso, qualora soltanto si provi a tener dietro ad una -somigliante ipotesi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Invece si ebbe il Conclave, dal quale uscì Pio III, e -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -quasi subito dopo, quello, in cui riuscì eletto Giulio II, -due elezioni, che evidentemente accennano ad un principio -di reazione, che manifestavasi d'ogni parte. -</p> - -<p> -Per quanto anche una critica severa trovasse a ridire -sui costumi privati di Giulio II, certo è nondimeno -che nei punti più sostanziali egli fu l'uomo che salvò -il Papato. Osservando attentamente l'andamento delle -cose sotto i pontificati seguiti a quello di suo zio Sisto IV, -egli aveva potuto accorgersi di quali basi e di quali appoggi -avea bisogno la potenza papale per sostenersi, e, -divenuto Papa, ordinò tosto il suo governo in piena conformità -a tali viste, portando all'attuazione de' suoi progetti -tutta quell'energia di carattere, che non si arresta -dinanzi a verun ostacolo. Portato al potere in virtù di -abili maneggi, ma senza simonia alcuna, e accolto con -favore dall'opinione universale, egli fe' cessare, per prima -cosa, lo scandaloso traffico delle dignità ecclesiastiche. -Anche alla sua corte non mancarono i favoriti, e talvolta -erano i meno degni, ma egli ebbe l'inestimabile -fortuna di andare immune dalla pericolosa piaga del -nepotismo. Suo fratello Giovanni della Rovere avea sposata -l'erede di Urbino sorella di Guidobaldo, l'ultimo -dei Montefeltro, e da questa unione era nato nel 1491 -un figlio, Francesco Maria della Rovere, che al tempo -stesso diventava possessore legittimo del ducato di Urbino -e nipote del Papa. Ciò dispensava Giulio da qualunque -obbligo di creare uno Stato alla sua famiglia, e -per questo noi lo veggiamo, in tutti gli acquisti, che o -coll'arti della diplomazia o con quelle della guerra venne -facendo, non d'altro sollecito che dell'ingrandimento dello -Stato della Chiesa, che nel fatto alla sua morte lasciò -completamente ricostituito e per di più ingrandito di -Parma e di Piacenza, mentre al suo avvenimento l'avea -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -trovato in piena dissoluzione. Nè dipendette nemmeno -da lui che la Chiesa non abbia potuto avocare a se anche -Ferrara. Si sa altresì che i 700,000 ducati, ch'egli -sempre teneva in serbo in Castel S. Angelo, non dovevano -essere in qualsiasi momento, per ordine suo, rimessi -ad altri, fuorchè al suo successore. Al pari degli altri -Papi, ereditò anch'egli dai cardinali, anzi da tutti i prelati -che morivano a Roma, e talvolta anche con mezzi -dispotici,<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a> ma non per questo avvelenò, nè uccise nessuno. -L'essere andato in persona al campo non gli giovò -certamente, ma fu una necessità ineluttabile, che tanto -più facilmente doveva essergli perdonata in Italia, in -quanto che quello era il tempo, in cui bisognava battere -o essere battuti e in cui il credito personale valeva più -di qualsiasi diritto legittimamente acquistato. Che se -poi, ad onta del suo celebre grido «fuori i barbari!», -egli contribuì più di qualunque altro a far sì che gli -Spagnuoli mettessero salde radici in Italia, sta di fatto -altresì che ciò al Papato poteva sembrare una eventualità -indifferente affatto, anzi perfino, sotto un certo -aspetto, favorevole e vantaggiosa. E da chi altri, meglio -che dalla Spagna, poteva la Chiesa attendersi una sincera -e durevole devozione,<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a> nel momento stesso in cui -tutti i principi italiani non nutrivano che sentimenti -ostili verso di lei? — Ma, comunque sia, l'uomo potente -ed originale, che non poteva soffocare in sè veruno -sdegno e neanche nascondere nessun vero affetto, preso -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -in tutto il suo insieme era l'uomo del tempo, il <i>Pontefice -terribile</i> invocato da tutti. Egli ebbe quindi pienamente -ragione di appellarsi con coscienza relativamente -tranquilla al giudizio di un Concilio e di rispondere in -tal modo vittoriosamente al grido de' suoi avversarii, che -da tutte le parti d'Europa ne domandavano la convocazione. -Un regnante di questa tempra aveva bisogno anche -d'incarnare in qualche grandioso monumento la vastità -de' suoi concepimenti: egli pensò alla ricostruzione e -all'ampliamento della chiesa di S. Pietro, e le aggiunte -che vi fece il Bramante sono forse l'espressione più sublime -di una potenza, che è conscia di quanto può e -deve a sè stessa. Ma anche nelle altre arti restano le -tracce dell'alta protezione loro accordata da Giulio, nè -è senza importanza il fatto che perfino la poesia latina -di quei giorni, parlando di lui, appare infiammata di un -estro, che non seppero mai ispirarle i di lui predecessori. -L'ingresso a Bologna, che si trova descritto sulla fine -dell'<i>Iter Julii secundi</i> del cardinale Adriano da Corneto, -ha una grandiosità tutta affatto speciale, e Giovanni -Antonio Flaminio in una delle sue più belle Elegie ha -cantato nel Papa il redentore d'Italia<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>. -</p> - -<p> -Giulio aveva in una fulminea costituzione del Concilio -lateranense<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> proibito la simonia nell'elezione del -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -Papa. Dopo la sua morte (1513) i cardinali, mossi da -un sordido istinto di avarizia, volevano eludere quel divieto -col proporre un patto generale, secondo il quale -le prebende e gli ufficii di colui che sarebbe eletto, dovessero -ripartirsi in proporzioni uguali fra loro, e si -sa che il loro intendimento sarebbe stato di eleggere -per l'appunto quegli che godeva le prebende più pingui, -l'inetto Raffaello Riario.<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a> Ma una riscossa, che partiva -principalmente dai membri più giovani del sacro Collegio, -mandò all'aria quel misero strattagemma e fu scelto -Giovanni de' Medici, il celebre Leone X. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Noi avremo frequenti occasioni d'incontrarci in questo -Papa, ogni volta che ci accadrà di discorrere dei momenti -più splendidi dell'epoca del Rinascimento: qui adunque -e pel nostro scopo ci basterà di accennare, come sotto -di lui il Papato abbia corso nuovamente gravissimi pericoli -tanto al di dentro, quanto al di fuori. Fra questi -non contiamo la congiura dei cardinali Petrucci, Sauli, -Riario e Corneto, perchè questa tutt'al più, riuscendo, -avrebbe cagionato un mutamento di persone e non altro: -e d'altronde a Leone fu facile sventarla colla creazione, -inaudita per vero, di trent'un nuovi cardinali in una sola -volta, la quale del resto non fece che produrre un'eccellente -impressione, perchè, in parte almeno, premiava -il vero merito.<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a> -</p> - -<p> -Sommamente pericolose invece furono certe vie, alle -quali si lasciò tirare Leone nei due primi anni del suo -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -pontificato. Egli aveva infatti intavolato pratiche molto -serie per procurare il regno di Napoli a suo fratello -Giuliano e per creare a suo nipote Lorenzo un gran -regno nell'Italia settentrionale, che abbracciasse Milano, -la Toscana, Urbino, e Ferrara.<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a> È evidente a chiunque -che lo Stato della Chiesa, rinserrato per tal modo da tutte -parti, avrebbe dovuto finire col diventare un appannaggio -mediceo, senza che nemmeno s'avesse avuto bisogno di -secolarizzarlo. -</p> - -<p> -Il progetto trovò uno scoglio insuperabile nelle condizioni -politiche generali d'allora. Giuliano morì a tempo; -tuttavia, per provvedere a Lorenzo, Leone intraprese -l'espulsione del duca Francesco Maria della Rovere da -Urbino, e con ciò si tirò addosso l'odio universale, impoverì -il tesoro, e finì poi, quando anche Lorenzo nel 1519 -morì<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>, col dover dare alla Chiesa ciò che con tanta fatica -aveva per altri acquistato: così egli non ne raccolse -nemmen quella gloria, che certamente non gli sarebbe -mancata, se quella cessione fosse stata anteriore e spontanea. -Anche ciò che tentò più tardi contro Alfonso di -Ferrara, e che potè realmente condurre ad effetto contro -un pajo di tiranni e Condottieri, non fu tal cosa, da cui -potesse venirne incremento alla sua reputazione. E tutto -questo accadeva nel momento stesso, in cui i monarchi -d'Occidente d'anno in anno si andavano ognor più abituando -ad un colossale giuoco di politica, ch'era fatto -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -alle spese di questo o di quel territorio d'Italia<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Chi -avrebbe voluto farsi garante che essi, dopochè la loro -potenza all'interno negli ultimi decenni era immensamente -cresciuta, non fossero per allargare quando che -sia le loro viste anche allo Stato della Chiesa? Leone -visse abbastanza per essere testimone di un fatto, che era -come il preludio di ciò che si verificò poi nel 1527: un -pugno di fanti spagnuoli apparve nel 1520, — di proprio -impulso, a quanto sembra, — ai confini dello Stato pontificio, -unicamente allo scopo di taglieggiare il Papa<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>, -ma si lasciò respingere dalle truppe di quest'ultimo. -Anche la pubblica opinione, di fronte alla corruzione -della Curia e della corte romana, s'era negli ultimi anni -svegliata più imperiosa che mai, ed uomini che vedevano -nel futuro, come, per esempio, il giovane Pico -della Mirandola<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>, invocavano con forza pronte riforme. -Infrattanto era comparso sulla scena Lutero. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Le riforme vennero sotto il pontificato di Adriano VI, -(1521-1523), ma scarse e insufficienti e ritardate di -troppo, di fronte alla foga invadente del grande movimento -tedesco. Adriano non potè far altro, fuorchè manifestare -l'orrore, di cui era compreso per tutte le piaghe -che avean deturpato la Chiesa sino a quel tempo, vale -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -a dire la simonia, il nepotismo, la prodigalità, il malandrinaggio -e la più profonda immoralità. Nè per allora -il pericolo, che minacciava da parte del luteranismo, -sembrava neanche il maggiore: un arguto osservatore -veneziano, Girolamo Negro, presente vicinissima una -spaventevole catastrofe per Roma stessa, e ne esprime -il proprio dolore apertamente<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di -gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia -sciroccale, che talvolta vi rende così pericolosi gli ultimi -mesi d'estate. Il Papa è inviso ai vicini e ai lontani: -gli uomini più gravi crollano tristamente il capo<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>, e -infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze s'affacciano -eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del mondo -intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa -medesimo<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>:la fazione colonnese solleva arditamente il -capo in atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, -la cui presenza soltanto è una minaccia permanente -pel Papato<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>, tenta una sorpresa su Roma (1526) -nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto -vivo o morto nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun -vantaggio, che quest'ultimo abbia potuto trovare -un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla quale -egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della -morte, alla quale ora sfuggì. -</p> - -<p> -Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre -permesse ai forti, ma che recano la rovina ai deboli, -Clemente provocò la venuta delle truppe austro-spagnuole -comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). -Egli è fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V -meditava di prendere del Papa una fiera vendetta<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>, e -che l'imperatore non poteva prevedere anticipatamente -quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che -aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè -gratuito non avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se -non si avesse saputo che si doveva marciare contro Roma. -Forse si ritroveranno quando che sia le istruzioni date in -questa occasione al Borbone, e può darsi anche che -esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; -ma la storia non si lascerà travolgere per questo a -men severi giudizii. Fu una fortuna pel cattolico re e -imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali sia -stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun -sofisma al mondo avrebbe potuto salvarlo da una -gravissima responsabilità. Ma l'uccisione di innumerevoli -persone delle infime classi e la spogliazione delle -altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, che se -ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu -permesso di spingere le atrocità nel sacco di Roma. -</p> - -<p> -Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -che si era nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, -a Napoli, dopo avergli estorto enormi somme, e se -Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, non pare -che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte -degli Spagnuoli<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. Se poi Carlo abbia, almeno per un -momento, pensato alla secolarizzazione dello Stato della -Chiesa (alla quale l'opinione pubblica<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a> omai era preparata), -e se nel fatto egli se ne sia poi lasciato distogliere -dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che non -potrà mai essere messo in chiaro. -</p> - -<p> -Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono -certo di lunga durata; e intanto dalla desolazione -stessa della città sorge uno spirito di riforma, che promette -una completa restaurazione della Chiesa e del -principato. Il primo a presentirla fu il cardinal Sadoleto<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>: -«Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo -una dovuta soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di -Dio, se queste terribili punizioni ci aprono la via a migliorare -le nostre leggi e i costumi, noi forse potremo -dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che ci -potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura -Dio stesso; ma noi abbiamo dinanzi a noi una via di -miglioramento, dalla quale nessuna violenza potrà farci -deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri e le nostre -azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del -sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo». -</p> - -<p> -E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno -questo, che la voce degli uomini più gravi e assennati -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -non cadde inascoltata affatto, come tante altre volte. -Roma avea troppo sofferto per poter pensare a tornar, -nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra -e corrotta Roma di Leon X. -</p> - -<p> -Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di -tante umiliazioni, una simpatia d'indole in parte politica -e in parte religiosa. I monarchi non potevano permettere -che un loro uguale si arrogasse l'ufficio di carceriere -privilegiato del Papa, e nell'intento di ridonare a -quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il -trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero -almeno di far ricadere sull'imperatore tutta -l'odiosità dei fatti testè commessi dalle truppe imperiali. -Ma contemporaneamente all'imperatore creavansi serii -imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i grandi -lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor -dato di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione -generale del clero e della cittadinanza, che minacciavano -di presentarsi a lui in forma solenne e in abito -di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo si rinnovassero -le scene della insurrezione delle comunità poco -prima domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a> -Egli non poteva adunque, nemmen volendo, prolungare -più oltre la persecuzione contro il Papato, anzi, -prescindendo anche dalla politica estera, trovavasi imperiosamente -costretto a riconciliarsi con esso al più presto -possibile, molto più che non volle mai tener conto nè -in questa, nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione -pubblica in Germania, che per vero gli avrebbe additato -un'altra via da tenere. Finalmente non è neanche impossibile, -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -come opinava un veneziano,<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a> che la ricordanza del -sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, -e che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, -che doveva essere suggellata con lo stabile assoggettamento -dei Fiorentini sotto la tirannide de' Medici. -Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale dell'imperatore -fu data in moglie al nuovo duca Alessandro. -</p> - -<p> -In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre -il Papato nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo -proteggerlo ed opprimerlo. Ma il maggior pericolo, -la secolarizzazione, e propriamente quella che dovea -partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai -loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della -Riforma. Nella stessa maniera che essa sola rese possibile -la spedizione contro Roma (1527), fu anche causa -che il Papato sentisse il bisogno di essere l'espressione -vivente di una potenza mondiale nel campo delle coscienze, -obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici -di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta -ad una vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, -che negli ultimi anni di Clemente VII e sotto -i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori -a poco a poco e in mezzo alla defezione di mezza -Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova -e rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere -i maggiori e più pericolosi scandali interni, e massimamente -il nepotismo avido di ingrandimenti,<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a> e poscia, sostenuta -da tutti i principi della cattolicità e portata da -un impulso religioso del tutto nuovo, fece ogni sforzo per -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice -di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano -abbandonata: in un certo senso si può dunque affermare -con tutta verità, che il Papato sotto il punto di vista -morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi nemici. E con -la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto l'assidua -sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, -tanto da accampare in ultimo il privilegio della -inviolabilità, e così le fu possibile, allo spegnersi de' suoi -vassalli (le linee legittime degli Estensi e dei Della Rovere), -costituirsi erede incontrastata dei due ducati di -Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se -si potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della -Chiesa sarebbe passato da lungo tempo in mani secolaresche. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span></p> - -<h3 id="cap12-1">CAPITOLO XII. -<span class="smaller">L'Italia dei patriotti.</span></h3> -</div> - -<p> -Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo -sguardo al contraccolpo di questo stato di cose sullo -spirito della nazione in generale. -</p> - -<p> -Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza -delle condizioni politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel -secolo XIV e nel XV, dovesse naturalmente destare -sentimenti di patriottico sdegno e di aperta opposizione -in tutti gli uomini privilegiati di attitudini superiori. -Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di un'Italia -unita,<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a> alla quale devono tendere gli sforzi di tutti. -Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un -entusiasmo di pochi spiriti colti, di cui la nazione intera -non mostrò nemmeno di accorgersi; ma a costoro si potrebbe -domandare se a quel tempo la nazione tedesca -si sarebbe condotta diversamente, quantunque, di nome -almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile -e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le -prime voci patriottiche della letteratura tedesca (se si -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -eccettuino pochi versi dei menestrelli) non si odono che -in bocca agli umanisti del tempo di Massimiliano I,<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> e -non sembrano che un'eco delle declamazioni degl'Italiani. -Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, -quale l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. -La Francia va debitrice della coscienza della sua -unità nazionale principalmente alle lotte ch'ebbe a sostenere -contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo tratto -di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu -in grado nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur -le è tanto affine. Per l'Italia l'esistenza dello Stato della -Chiesa e le condizioni, nelle quali soltanto esso poteva -esistere, crearono un ostacolo permanente alla sua unificazione, -ostacolo, la cui eliminazione non parve pressochè -mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e -colà nelle corrispondenze politiche del secolo XV si parla -con qualche enfasi della patria comune, ciò non accade, -pur troppo, che per provocare il dispetto di qualche altro -Stato pure italiano.<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> I richiami veramente serii e profondamente -tristi al sentimento nazionale non si odono di -nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, -e Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese. -</p> - -<p> -Quanto al patriottismo locale o di campanile, non -potrebbe dirsi altro, se non che esso teneva il luogo di -questo sentimento, ma non lo sostituiva. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span></p> - -<h2 id="parte2">PARTE SECONDA -<span class="smaller">LO SVOLGIMENTO DELL'INDIVIDUALITÀ</span></h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span></p> - -<h3 id="cap1-2">CAPITOLO I. -<span class="smaller">Lo Stato e l'individuo.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -L'uomo del Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni -e i loro sudditi — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio -e il cosmopolitismo. -</p> -</div> - -<p> -Nell'indole delle repubbliche e dei principati, di cui -fin qui s'è tenuto discorso, sta, se non l'unica, certo -la più potente causa, per cui gl'Italiani, prima d'ogni -altro popolo, si trasformarono in uomini moderni e meritarono -di esser detti i figli primogeniti della presente -Europa. -</p> - -<p> -Nel Medio-Evo i due lati della coscienza — quello -che riflette in sè il mondo esterno e quello che rende -l'immagine della vita interna dell'uomo — se ne stavano -come avvolti in un velo comune, sotto al quale o -languivano in lento torpore o si movevano in un mondo -di puri sogni. Il velo era tessuto di fede, d'ignoranza -infantile, di vane illusioni: veduti attraverso di esso, il -mondo e la storia apparivano rivestiti di colori fantastici, -ma l'uomo non aveva valore se non come membro -di una famiglia, di un popolo, di un partito, di una corporazione, -di cui quasi interamente viveva la vita. L'Italia -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -è la prima a squarciar questo velo e a considerare -lo Stato e tutte le cose terrene da un punto di vista -<i>oggettivo</i>; ma al tempo stesso si risveglia potente nell'italiano -il sentimento di sè e del suo valor personale -o <i>soggettivo</i>: l'uomo si trasforma nell'<i>individuo</i>,<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a> e come -tale si afferma. Così una volta il greco si era emancipato -di fronte ai Barbari, e così anche in altri tempi -l'arabo si isolò dalle altre stirpi dell'Asia. Non sarà -malagevole il dimostrare come tutto ciò non fosse che -l'effetto delle condizioni politiche, in cui si trovava il -paese. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Già anche in epoche di molto anteriori è facile notare -quà e colà in Italia uno sviluppo della personalità -indipendente, quando al tempo stesso nei paesi al di là -delle Alpi non se ne ha ancora indizio veruno. Il celebre -gruppo di ribaldi del secolo X che ci è dipinto da -Luitprando, nonchè più tardi alcuni contemporanei di -Gregorio VII e alcuni avversarii dei primi imperatori di -Svevia, presentano tipi di questo genere. Ma col finire -del secolo XIII l'Italia comincia addirittura a formicolare -d'uomini indipendenti, d'individui che fanno parte -per sè stessi; l'anatema, che prima avea pesato sull'individualità, -è tolto per sempre, e a migliaja sorgono le -personalità dotate d'un carattere affatto proprio. Il gran -poema di Dante sarebbe stato impossibile in qualunque -altro paese appunto per questo, che tutto il resto d'Europa -sentiva ancora il peso di quell'anatema: per l'Italia -adunque il divino poeta, portando al suo pieno sviluppo -il sentimento dell'individualità, è diventato l'interprete -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -più fedele e nazionale del proprio tempo. Ma la caratteristica -speciale delle singole attività nel campo della -letteratura e dell'arte sarà più innanzi oggetto di apposita -trattazione: qui ci basti di rilevar il fatto in sè stesso -e come fenomeno psicologico in generale. Esso si mostra -ora apertamente in tutta la sua pienezza: l'Italia del -secolo XIV conobbe poco la falsa modestia e l'ipocrisia -in generale, perchè nessun uomo fu schivo di emergere,<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a> -di essere e di apparire, quale era, diverso dagli -altri.<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -I primi a mettere in piena mostra una siffatta individualità, -come vedemmo, sono i tiranni e i Condottieri,<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a> -e poi a poco a poco gli uomini d'ingegno da loro protetti, -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -ma anche in ogni occasione fatti strumento di governo, -i cancellieri, i segretari, i poeti e gli uomini di -corte. Tutti costoro imparano necessariamente a tener -conto di tutte le risorse, stabili o momentanee, che ciascuno -sa trovare in sè stesso; ed anche nel godimento -della vita esteriore ricorrono a mezzi men grossolani e -di un'indole più spirituale, per circondare del maggior -prestigio possibile un periodo forse assai breve di potenza -e d'influenza. -</p> - -<p> -Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti -dal risentire un impulso simile. Senza tener conto di -quelli che consumarono la loro vita in congiure segrete -e in tentativi di resistenza, menzioneremo coloro, che si -rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse -come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero -bizantino o negli Stati maomettani. Certamente -deve essere stato più volte assai difficile, per esempio, -ai sudditi dei Visconti il mantenere la dignità della propria -casa e della loro stessa persona, e innumerevoli -sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù -la fierezza di quello, che strettamente suol dirsi carattere -morale di un uomo. Ma quanto al carattere individuale, -ossia all'originalità e specialità delle tendenze -di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in mezzo -all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più -forti e molteplici le diverse direzioni della vita privata. -Ricchezza e cultura, in quanto possano mostrarsi in piena -luce e gareggiare fra loro, congiunte con una libertà -municipale ancora abbastanza larga, e con una Chiesa, -la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo -islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi -elementi presi insieme favorivano senza dubbio la -formazione di una opinione individuale, cui l'assenza -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -stessa delle lotte di partito forniva agio ed opportunità -a svilupparsi. Non è dunque improbabile che l'uomo -privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue -occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie, -si sia per la prima volta venuto formando sotto -queste tirannidi del secolo XIV. Ma sarebbe follia il -pretendere di trovarne testimonianze esplicite e documentate; -i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in -proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di -uomini originali e bizzarri, ma sempre da un solo punto -di vista e unicamente in relazione al racconto, che si -accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro dell'azione -presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale -era promosso al pari che nei Principati, ma -in guisa affatto diversa. Quanto più frequentemente i -partiti si scambiavano fra loro la signoria, tanto più -forte gli uomini che li componevano, sentivano la tentazione -di sfruttare il potere e talvolta di abusarne. -Egli è appunto per tal modo che nella storia fiorentina<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a> -gli uomini politici e i caporioni del popolo acquistano -una personalità così spiccata, che altrove non si riscontra -se non in via al tutto eccezionale in un uomo solo, in -Jacopo d'Arteveldt. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -</p> - -<p> -Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso -a trovarsi in una condizione simile a quella dei sudditi -dei tiranni, con questo di più che la libertà o la signoria -già gustate, e forse anche la speranza di riacquistar -l'una e l'altra, davano al loro individualismo uno slancio -più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad -un ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo -Pandolfini (morto nel 1446), il cui trattato «Del governo -della famiglia»<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>è il primo programma di una -vita privata portato al massimo suo sviluppo coll'aiuto -della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di -un privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a> -merita di essere riguardato, nel suo genere, come -un vero monumento del suo tempo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di -logorare un uomo o di portarlo al massimo grado del -suo sviluppo, è l'esiglio. «In tutte le nostre città più -popolate, scrive Gioviano Pontano,<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a> noi vediamo una moltitudine -di persone, le quali spontaneamente hanno abbandonato -la loro patria; ma le virtù si ponno portare con -sè dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano -semplici fuggiaschi banditi dalla loro patria, ma l'avevano -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -abbandonata di proprio impulso, perchè le condizioni -politiche ed economiche di essa erano divenute omai insopportabili. -I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi -rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie. -</p> - -<p> -Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più -colti, è l'individualismo portato al suo più alto grado. -Dante, come abbiamo già accennato (pag. 103), trova una -nuova patria nella lingua e nella cultura di tutta Italia, -ed anzi va ancora più in là ed esclama: «la mia patria -è il mondo intero!»<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a> — E quando gli fu offerto di tornare -a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva: -«non posso io contemplare la luce del sole e delle stelle -dovunque? Non posso io meditare dovunque le più alte -verità, senza perciò presentarmi oscuramente, anzi vituperosamente -dinanzi al mio popolo ed alla mia città? -Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè -mai».<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> Con fiero orgoglio alzano più tardi la voce -anche gli artisti, affermando la propria libertà indipendentemente -dal luogo ove si trovano. «Colui che è ricco -di cognizioni, dice il Ghiberti,<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a> non è, anche fuori di -patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche -privo de' suoi beni e abbandonato dagli amici, egli è -pur sempre cittadino in qualunque città, e può senza -timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in -modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -scriveva: «dovunque un dotto fissa la sua dimora, -quivi ei trova tosto una patria».<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span></p> - -<h3 id="cap2-2">CAPITOLO II. -<span class="smaller">Perfezionamento dell'individualità.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti. -</p> -</div> - -<p> -Uno sguardo molto acuto e profondamente versato -nella storia della civiltà non durerebbe fatica a seguir -passo passo nel secolo XV lo svolgersi successivo di -individualità per ogni verso perfette. Vero è che nessuno -potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno -giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato -esterno della loro vita in conseguenza di un solo atto -fermo e deliberato della loro volontà, o non anche per -un fortunato concorso di favorevoli circostanze: ma, ad -ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi giunsero, -almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione -della natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente -impossibile il fare una distinzione esatta di -ciò che Lorenzo il Magnifico dovette alla fortuna, da -ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio -carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) -si ha il caso contrario, il caso cioè di una potente -individualità, nella quale cospirano mirabilmente la dignità -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -dell'uomo e l'orgoglio del poeta, l'ironia e la passione, -il sarcasmo e la benevolenza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ora, quando questo prepotente impulso veniva a cadere -in una natura straordinariamente gagliarda e versatile, -tale da appropriarsi ad un tempo tutti gli elementi -della cultura di quell'età, s'aveva allora l'<i>uomo universale</i>, -che appartiene esclusivamente all'Italia. Uomini -di sapere enciclopedico ve ne furono per tutto il Medio-Evo -in più paesi, perchè il sapere era più ristretto e i -rami dello scibile più affini tra loro: e per la stessa ragione -sino al secolo XII s'incontrano artisti universali, -perchè i problemi dell'architettura erano relativamente -semplici ed uniformi, e nella scultura e nella pittura il -concetto o la sostanza della cosa da rappresentarsi prevaleva -sulla forma. Nell'Italia del Rinascimento invece -noi ci scontriamo in singoli artisti, i quali in tutti i rami -danno creazioni affatto nuove e perfette nel loro genere, -e al tempo stesso emergono singolarmente anche come -uomini. Altri sono universali e abbracciano, oltrechè la -cerchia dell'arte, anche il campo incommensurabile della -scienza con sintesi maravigliosa. -</p> - -<p> -Dante, il quale ancor vivo dagli uni era qualificato -come poeta, dagli altri come filosofo, e da altri ancora -come teologo,<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a> versa in tutti i suoi scritti tal piena di -prepotente individualità, che il lettore se ne sente al -tutto soggiogato, anche prescindendo dall'importanza degli -argomenti ch'egli prende a svolgere. Qual forza di -volontà non presuppone l'esecuzione così perfettamente -equabile della Divina Commedia! Ma se si guarda al -suo contenuto, non vi è forse in tutto il mondo fisico -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -e morale un solo punto di qualche importanza, che -egli non abbia studiato ed investigato e intorno al quale -la sua opinione — spesse volte condensata in poche parole — non -sia la più autorevole di quel tempo. Anche -nell'arte le sue teorie hanno la forza di principj, e ciò -è ben più dei pochi versi, ch'egli ci lasciò sugli artisti -d'allora; ma non andò molto, che egli divenne anche -la fonte delle più alte ispirazioni.<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a> -</p> - -<p> -Il secolo XV è innanzi tutto e per eccellenza il -secolo degli uomini dotati di una grande versatilità. -Non v'è biografia di quel tempo, che, parlando di qualche -uomo illustre, non metta in risalto, oltre alle qualità -sue principali, altre qualità secondarie stimate necessario -complemento di quelle. Il mercatante e l'uomo -di Stato fiorentino sono spesso dotti filologi: i più celebri -umanisti sono chiamati ad istruire i figli loro -nella Politica e nell'Etica di Aristotile:<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a> anche le figlie -ricevono una cultura superiore, e in generale egli è -in questi circoli che bisogna cercare gli inizi di una -educazione privata, che esce dal comune. Dal canto -suo l'umanista viene eccitato ad allargare quanto più -può la sfera delle sue cognizioni, in quanto il suo sapere -filologico non era semplicemente, come oggidì, la -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -conoscenza oggettiva della classica antichità, ma un'arte -che trovava applicazione continua nella vita. Egli studia -Plinio, a modo di esempio, e raccoglie un museo -di storia naturale;<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> sulla geografia degli antichi diventa -un cosmografo nel senso moderno; s'innamora -degli storici antichi, e scrive secondo quei modelli la -storia de' suoi tempi; traduce le commedie di Plauto, -e ne dirige al tempo stesso la rappresentazione; imita -quanto meglio può tutti i generi della letteratura antica -sino al dialogo di Luciano, e in mezzo a tutto ciò -serve lo Stato qual cancelliere o diplomatico, e non -sempre con suo proprio vantaggio. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma sopra questi uomini dotati di attitudini così molteplici -emergono alcuni veramente universali. Prima di -farci a studiare partitamente le condizioni della vita sociale -e della cultura d'allora, ci sia concesso di porre -qui, sul limitare del secolo XV, l'immagine di uno di -quegli uomini strapotenti: Leon Battista Alberti. La sua -biografia — che non abbiamo se non a frammenti — parla -assai poco di lui come artista e niente affatto come architetto.<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> -Or si vedrà ciò che egli è stato, anche fatta -astrazione da queste sue glorie speciali. -</p> - -<p> -In tutte le discipline che rendono bella e lodata la -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -vita di un uomo, Leon Battista era il primo sino dalla -sua fanciullezza. Della sua perizia in tutti gli esercizi -ginnastici raccontansi cose incredibili, come egli, per -esempio, saltando a piè pari scavalcasse le persone ritte -in piedi, come una volta nel Duomo gettasse una moneta -tanto alta, che la si sentì risonare toccando la vôlta -sospesa sul suo capo, come non ci fosse cavallo indomito -che sotto di lui non tremasse e ubbidisse, e simili; — ed -infatti egli voleva apparire irreprensibile e -perfetto in tre cose: nel camminare, nel cavalcare e -nel parlare. Egli apprese la musica senza maestro, eppure -le sue composizioni furono ammirate dai più competenti -nell'arte. Stretto dal bisogno, studiò per lunghi -anni ambo le leggi, sino a caderne ammalato per spossatezza: -e quando a ventiquattro anni s'accorse di un -indebolimento della sua memoria nel ritenere le parole, -ma si sentì ancor vigoroso l'intelletto per penetrare nella -sostanza delle cose, s'applicò alla fisica ed alla matematica, -e al tempo stesso volle rendersi esperto in tutte le -professioni possibili, interrogando artisti, eruditi, operai -d'ogni specie sui segreti e sulla pratica di ogni mestiere. -A tutto ciò aggiungeva egli una particolare perizia nel -disegno e nel modellare specialmente ritratti somigliantissimi, -di pura memoria. Particolar maraviglia destò -il misterioso suo congegno a guisa di camera ottica,<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> -nel quale faceva apparire ora le stelle e la luna a illuminare -scoscese montagne, ora vasti paesaggi con ridenti -colli e seni di mare in lontananze sconfinate, con -flotte che s'avanzano, o rischiarate dallo splendore del -sole e avvolte d'ombre e di vapori a guisa di nuvole. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -</p> - -<p> -In mezzo a tutto ciò era egli di una modestia singolare, -e con gioja accoglieva anche quanto gli altri facevano, -appunto perchè in ogni produzione dell'ingegno umano, -che si uniformasse alle leggi del bello, egli riconosceva -come una emanazione della divinità stessa.<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a> La sua attività -letteraria comincia co' suoi scritti d'arte, che segnano -un'importante evoluzione della stessa col risorgere -della forma, specialmente nell'architettura, e si -estende quindi a composizioni in prosa latina, a novelle -e simili, delle quali talune furono credute opere di scrittori -antichi, a brindisi, elegie ed egloghe, e per ultimo -ad un trattato in quattro libri in lingua italiana «Sul -governo della famiglia»,<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a> e ad un elogio funebre del -suo cane. I suoi motti, tanto serii che faceti, parvero -abbastanza importanti da dover esser raccolti, e se ne -ha un saggio in molte serie compilate in colonne, che -possono vedersi nella biografia surriferita. Al pari di -tutte le nature veramente grandi e generose, egli non -faceva mistero a nessuno del suo sapere, come era largo -con tutti de' suoi beni di fortuna e comunicava a chiunque, -purchè se ne presentasse l'occasione, le sue più -grandi invenzioni. — Che se si domandasse qual fu la -fonte, da cui scaturì tanta pienezza di vita, di forza e -di attività, la risposta sarebbe una sola: un senso profondo -della natura, una facoltà pressochè unica di compenetrarsi -e quasi di identificarsi con tutto ciò che egli -vedeva e sentiva. All'aspetto di una grandiosa foresta -o di campi ondeggianti di spighe egli si sentiva commosso -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -sino al pianto: dinanzi ad un vecchio dai bianchi -capelli, dal passo grave e dall'aspetto dignitoso egli -s'arrestava estatico, e non potea saziarsi di ammirare -quel «prodigio della natura»: anche gli animali più -perfetti erano per lui oggetto di studio e di ammirazione -costante, e per ultimo più di una volta l'incanto -di un bel paesaggio bastò, se infermo, a ridonargli la -sanità.<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a> Nessuna maraviglia adunque, se tutti coloro che -lo videro stretto in un rapporto così misteriosamente -intimo colla natura, gli attribuirono anche il dono della -profezia. Si pretende infatti ch'egli abbia predetto molti -anni innanzi e con esattezza maravigliosa una crisi sanguinosa -avvenuta in casa d'Este, nonchè la sorte che -era riserbata a Firenze ed ai Papi, e gli si attribuiva -altresì una facoltà al tutto speciale di leggere sul viso -degli uomini i loro più segreti pensieri. S'intende da sè -che una forza di volontà straordinariamente intensa era -la facoltà, che prevaleva in una personalità così perfetta -e ne manteneva le forze in costante equilibrio. Infatti, -come tutti i grandi uomini del Rinascimento, anch'egli -poteva dire: «gli uomini, purchè vogliano, riescono a -tutto». -</p> - -<p> -E con tutto ciò l'Alberti, messo a riscontro con Leonardo -da Vinci, non potrebbe dirsi che uno scolaro paragonato -col suo maestro. Così avessimo l'opera del Vasari -anche rispetto a lui completata da una biografia, come -l'abbiamo per l'Alberti! Ma l'immensità dell'ingegno -di Leonardo non si potrà mai che presentir da lontano. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span></p> - -<h3 id="cap3-2">CAPITOLO III. -<span class="smaller">La gloria nel senso moderno.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto -delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini -celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria locale; Padova. — Letteratura -della gloria universale. — La gloria dipendente dagli -scrittori. — L'amor della gloria come passione. -</p> -</div> - -<p> -Allo sviluppo sin qui descritto dell'individuo corrisponde -anche una nuova specie di valore estrinseco, la -gloria nel senso moderno<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>. -</p> - -<p> -Fuori d'Italia le singole classi vivevano appartate -fra loro e chiuse ciascuna nei loro diritti e privilegi portati -dalle consuetudini del medio-evo. La gloria poetica -dei trovatori e dei menestrelli, per esempio, non esisteva -che per la classe dei cavalieri. In Italia per contrario -si ha già l'uguaglianza delle classi come conseguenza -della tirannide o della democrazia, e vi si scorge una -società nuova in formazione, che deve il suo primo impulso -all'influenza delle letterature italiana e latina, -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -come in seguito più ampiamente sarà dimostrato; nè certo -ci voleva un terreno diverso per far vivere e fruttificare -questo nuovo elemento. S'aggiunga a ciò che la lettura -degli autori latini, che appunto allora si cominciarono -a studiare con tanto ardore, era un eccitamento continuo -agli Italiani non solo per l'insaziabile sete di gloria, -onde quegli antichi appajono dominati, ma per l'oggetto -stesso che è il tema costante dei loro scritti, il -dominio universale di Roma su tutto il mondo. Egli è -naturale adunque, che da quel tempo in poi in Italia -ogni uomo di forte volontà ed operoso si trovi interamente -sotto l'impulso di un nuovo movente morale, che -è ancora ignoto a tutti gli altri popoli d'occidente. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche in ciò, come in ogni altra questione importante, -il primo a manifestare il proprio sentimento fu -Dante. L'alloro poetico è stata la prima e la più alta -sua aspirazione<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>; ma, anche come pubblicista e letterato, -egli non manca di notare che le sue produzioni sono -del tutto nuove, e che nella via ch'egli s'è tracciata, -non solo è il primo, ma vuole anche essere riconosciuto -come tale<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Tuttavia egli accenna altresì nei suoi scritti -in prosa agli incomodi e alle molestie, che sono inseparabili -dall'acquisto di una gran fama: egli sa come taluni, -imparando a conoscere personalmente un uomo celebre, -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -ne restano mal soddisfatti, e dimostra come di -ciò sia da accagionare in parte l'infantile semplicità -dei più, in parte l'invidia, e in parte anche le imperfezioni -stesse dell'uomo ammirato<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>. E più apertamente -ancora il suo poema ci attesta quanto egli fosse persuaso -della nullità della gloria, benchè al tempo stesso -sia facile a vedere che il suo cuore non se n'era ancora -completamente staccato. Nel Paradiso la sfera di Mercurio -è la dimora assegnata a quei beati<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>, che sulla terra -furono vaghi di gloria, e con ciò hanno offuscato in sè -alquanto «i raggi del vero amore». Egli è altresì altamente -caratteristico, che i miseri dannati nell'Inferno -chieggono instantemente a Dante che voglia rinfrescare -e tener viva sulla terra la loro memoria e la loro fama<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>; -mentre gli spiriti del Purgatorio non domandano che preghiere -espiatorie<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>; anzi in un passo celebre<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a> l'amor della -gloria — <i>lo gran disio dell'eccellenza</i> — è biasimato, -appunto perchè la gloria che nasce dalle opere dell'ingegno, -non è assoluta, ma sottoposta alle condizioni diverse -dei tempi, e secondo le circostanze può venire oscurata -da quella di chi sopraggiunge più tardi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Dopo quel primo esempio, la schiera numerosa dei -poeti filologi, che pullulano d'ogni parte, s'impadronisce -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -della gloria in doppio senso: per sè, in quanto essi divengono -le più rinomate celebrità d'Italia; per gli altri, -in quanto, come poeti e storici, si fanno dispensatori della -fama altrui. Emblema esterno e materiale di questa specie -di gloria è l'incoronazione de' poeti, della quale sarà -parlato altrove. -</p> - -<p> -Un contemporaneo di Dante, Albertino Musatto o -Mussato, incoronato a Padova quale poeta dal Vescovo -e dal Rettore dell'Università, godeva già d'onori tali, -che confinavano, si può dire, con l'apoteosi: ogni anno -il giorno di Natale venivano dottori e scolari di ambedue -i collegi dell'università in pompa solenne con trombe -e, pare anche, con fiaccole accese dinanzi alla sua abitazione, -per fargli augurii e regali<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>. Questa onorificenza -durò sino a che egli cadde in disgrazia del Carrara allora -regnante (1318). -</p> - -<p> -Anche il Petrarca assaporò a pieni tratti questa nuova -glorificazione destinata dapprima soltanto agli eroi ed ai -santi, benchè negli ultimi anni confessi egli stesso, che -gli riesce inutile e perfino molesta. La sua «Lettera -alla Posterità» è un conto, che un uomo celebre, divenuto -vecchio, si crede in dovere di rendere intorno a -sè stesso, per appagare la pubblica curiosità<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>, e da essa -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -rilevasi, ch'egli ambiva assai la gloria postuma e volentieri -avrebbe rinunciato a quella, che godeva fra i -contemporanei.<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a> Nei suoi «Dialoghi della felicità ed -infelicità» egli fa prevalere con molti argomenti l'opinione -di quello fra' suoi interlocutori, che sostiene la nullità -della fama.<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a> Ma dopo tutto ciò è anche vero, che -egli si rallegra pur sempre che il suo nome sia noto, -pe' suoi scritti, al grande autocrate di Bisanzio<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> non meno -che all'imperatore Carlo IV di Germania. E per verità -la sua fama, essendo egli ancor vivo, si estendeva già -molto oltre i confini d'Italia. E quanto non dovette egli -sentirsi commosso, quando in occasione di una sua gita -ad Arezzo, sua patria, gli amici lo condussero nella casa -dove era nato, e gli annunciarono che la città avea decretato -non doversi in essa permettere un mutamento -qualsiasi!<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a> Per lo innanzi si conservavano e si veneravano -le sole abitazioni di qualche gran santo, come per -esempio, la cella di S. Tommaso d'Aquino nel convento -dei domenicani di Napoli, e la porziuncula di S. Francesco -in prossimità di Assisi: o tutt'al più anche qualche -singolo giurisperito godeva di quella celebrità mezzo -mitica, che era come la scala ad un simile onore; così -il popolo ancora sul finire del secolo XIV usava di designare -un vecchio edifizio esistente in Bagnolo, non lungi -da Firenze, come lo «studio» dell'Accorso (nato intorno -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -al 1150), sebbene non abbia poi fatto nulla per impedirne -la distruzione.<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> Chi ne cercasse la ragione, probabilmente -la troverebbe nelle enormi ricchezze e nella -grande influenza politica procacciatasi da costoro coi lor -pareri e consulti, ricchezze e influenza, che non potevano -mancare di colpire per un tratto di tempo abbastanza -lungo la fantasia popolare. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Al culto delle abitazioni si collega anche quello delle -tombe d'illustri personaggi;<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a> anzi, quanto al Petrarca, -è oggetto di venerazione anche il luogo dov'egli morì, -ed Arquà, appunto per la memoria che ivi si conserva -di lui, diviene un soggiorno di predilezione pei Padovani, -che vi innalzano eleganti edifizi<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> in un tempo, in cui -nei paesi settentrionali non si parla d'altro che di pellegrinaggi -devoti a qualche immagine o reliquia miracolosa. -Le città si tengono onorate di possedere le ossa -di qualche grand'uomo o loro propizio od anche straniero, -e fa veramente meraviglia il vedere come — lungo tempo -prima che sorgesse Santa Croce — i Fiorentini, ancora -nel secolo XIV, si studiassero di convertire il loro Duomo -in un Panteon. L'Accorso, Dante, Petrarca, Boccaccio e -il giurista Zanobi della Strada dovevano, per volere della -repubblica, avervi ciascuno uno splendido monumento.<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p> -Verso la fine del secolo XV Lorenzo il Magnifico si adoperò -personalmente presso gli Spoletini, affinchè volessero -cedere pel Panteon suddetto il corpo di fra Filippo -Lippi pittore, ma essi se ne scusarono allegando la propria -povertà in fatto di monumenti e di uomini celebri, -e i Fiorentini dovettero accontentarsi di porgli soltanto -un cenotafio. Altrettanto accadde rispetto a Dante, il -quale, in onta a tutte le pratiche, alle quali il Boccaccio -con enfatica eloquenza eccitava la propria città,<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a> continuò -a rimanere nella sua tomba presso S. Francesco in -Ravenna, «circondato da antichissimi sepolcri d'imperatori -e di santi, in compagnia ben più onorevole di quella -che tu, patria mia, potessi mai offrirgli». E la venerazione -per lui in quel tempo era andata tanto oltre, che -un bizzarro spirito potè una volta impunemente levare -le fiaccole che ardevano dinanzi all'altare del Crocifisso, -e portarle alla tomba del poeta, con queste parole: «accettale; -tu ne sei più degno di Lui».<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma questo è il tempo in cui le città italiane onorano -anche la memoria dei loro concittadini o fondatori della -più remota antichità. Napoli non avea forse mai dimenticato -la tomba ch'essa possiede di Virgilio, perchè intorno -al nome di lui s'era diffusa omai l'aureola del mito -e della leggenda. Padova era persuasa ancora nel secolo -XVI di possedere non solo le vere ossa del troiano -suo fondatore Antenore, ma altresì quelle di T. Livio.<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a> -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -«Sulmona, dice il Boccaccio<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> si lagna che Ovidio abbia -tomba inonorata e lontana nel luogo del suo esiglio; -Parma invece si rallegra, che Cassio riposi fra le sue -mura». I Mantovani coniarono nel secolo XIV una medaglia -portante il busto di Virgilio, ed eressero una statua, -che doveva rappresentarne l'effigie; per malinteso spirito -di casta<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> il tutore del principe allora regnante, -Carlo Malatesta, la fece atterrare nel 1392; ma poichè -la fama del poeta era più forte di lui, fu costretto altresì -a rialzarla ben tosto. Forse a quel tempo additavasi -ancora la grotta a due miglia dalla città, dove pretendevasi -che Virgilio usasse di recarsi a meditare,<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a> presso -a poco come a Napoli si mostrava la così detta <i>scuola</i> -di Virgilio. Como si appropriò ambedue i Plinii<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a> e li -onorò verso la fine del secolo XV con due statue sedenti -sotto due splendidi baldacchini sul lato anteriore della -sua cattedrale. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche la storia propriamente detta e la topografia -(nata appena) si propongono di non lasciar senza menzione -veruna gloria indigena, mentre le cronache dei paesi -settentrionali sol raramente qua e colà accennano all'esistenza -di qualche grand'uomo in mezzo ai Papi ed imperatori, -di cui sono piene, o fra le descrizioni di terremoti -e la comparsa di qualche cometa, che non mancano -mai di notare. Altrove sarà dimostrato in qual modo dalla -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -moderna idea della gloria abbia avuto origine l'uso delle -biografie, delle quali talune riuscirono veramente eccellenti; -qui ci basterà di mettere in evidenza il patriottismo -locale del topografo, che enumera i fasti gloriosi -della propria città. -</p> - -<p> -Nel medio-evo le città erano andate orgogliose dei -loro santi e dei corpi e delle reliquie, che se ne conservavano -nelle chiese.<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a> Anche il panegirista di Padova, -Michele Savonarola, ne dà una lunga lista in capo al -suo libro (intorno al 1450);<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a> ma poi egli passa agli «uomini -celebri, che non furono santi, e tuttavia per l'eccellenza -dell'ingegno e l'energia del carattere (<i>virtus</i>) -meritarono di essere annoverati (<i>adnecti</i>) in quella serie», -precisamente come nell'antichità l'uomo celebre -si tocca dappresso coll'eroe.<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a> Questa seconda enumerazione -è eminentemente caratteristica per quel tempo. -Primi vengono Antenore, fratello di Priamo, che con una -schiera di fuggiaschi troiani fondò Padova; il re Dardano, -che vinse Attila sui colli Euganei, lo inseguì ulteriormente -e a Rimini lo uccise con uno scacchiere; l'imperatore -Enrico IV, che edificò il duomo; e un re Marco, -il cui capo si conserva a Monselice; — poi seguono pochi -cardinali e prelati, quali fondatori di prebende, collegi e -chiese; il celebre teologo fra Alberto, agostiniano; una -schiera di filosofi con Paolo Veneto e il celebre Pietro -d'Abano alla testa; il giurista Paolo Padovano; poi Livio, -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -e i poeti Petrarca, Mussato e Lovato. Se si nota qualche -difetto in fatto di celebrità guerresche, l'autore se -ne consola coll'abbondanza che si riscontra nel campo -scientifico e colla maggior durata della fama basata sulle -opere dell'ingegno; mentre la gloria guerresca cessa assai -spesso col cessar di chi l'ha conquistata, o, se dura -più oltre, non lo deve che alla penna dei dotti. In ogni -caso però è sempre onorifico per la città, che almeno -celebri guerrieri d'altri paesi abbiano desiderato essi -stessi di essere sepolti in Padova, quali, ad esempio, -Pietro de' Rossi di Parma, Filippo Arcelli di Piacenza -e specialmente poi Gattamelata di Narni (morto nel 1442), -la cui statua equestre in bronzo, erettagli accanto alla -chiesa del Santo, lo rappresenta nell'attitudine di «Cesare -trionfante». Dopo ciò, l'autore passa in rassegna -una moltitudine di giuristi, medici e nobili, che non solo, -come tanti altri, «furono onorati del nome di cavalieri, -ma seppero altresì meritarlo»; e per ultimo egli dà i -nomi anche di celebri meccanici, pittori, e compositori -di musica, e chiude la serie col citare un maestro di -scherma, Michele Rosso, di cui in più luoghi vedevasi il -ritratto, come dell'uomo il più rinomato nell'arte sua. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Accanto a queste locali gallerie della fama, a comporre -le quali concorrono insieme il mito, la leggenda, -la rinomanza letteraria e l'ammirazione popolare, i poeti-filologi -lavorano a costruire un Panteon universale della -fama mondiale, e allestiscono collezioni biografiche di uomini -e di donne celebri, attenendosi per lo più al sistema -seguito da Cornelio Nepote, dal pseudo Svetonio, da Valerio -Massimo, da Plutarco (<i>mulierum virtutes</i>), da Geronimo -(<i>de viris illustribus</i>), e da altri. Ovvero inventano -trionfi immaginari ed assemblee olimpiche pure immaginarie, -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -come fecero specialmente il Petrarca nel suo -<i>Trionfo della fama</i> e il Boccaccio nella sua <i>Amorosa -visione</i>, con centinaia di nomi, dei quali per lo meno tre -quarti appartengono all'antichità e gli altri al medioevo<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>. -A poco a poco questa parte nuova e moderna vi -prende un posto sempre maggiore: gli storici s'indugiano -volentieri nelle loro opere a tratteggiare il carattere -de' personaggi e ne escono collezioni biografiche di celebri -contemporanei, come quelle di Filippo Villani, Vespasiano -Fiorentino, Bartolommeo Facio<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>, e, per ultimo, -quelle altresì di Paolo Giovio. -</p> - -<p> -Il nord intanto, e sino a che l'Italia non cominciò ad -esercitare una certa influenza sui suoi scrittori (per esempio -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -sul Tritemio), non ebbe che storie di santi e isolate -vite di principi e di ecclesiastici, che evidentemente si -basano ancora sulla leggenda, anzichè sulla fama, vale -a dire sulla celebrità guadagnata col merito personale. -La gloria poetica è ancor chiusa esclusivamente in alcune -classi determinate, ed anche il nome degli artisti -non ci viene all'orecchio, se non in quanto essi emergono -fra gli operai o i membri di qualche corporazione. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma il poeta-filologo in Italia, come notammo, ha l'intimo -e pieno convincimento di essere egli solo l'arbitro -della fama e dell'immortalità, che dispensa o ricusa a -suo talento<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>. Ancora al suo tempo il Boccaccio si lagna -di una bella da lui corteggiata, la quale non per altro -gli si mostrò ritrosa che per continuare ad essere cantata -da lui e quindi acquistar rinomanza, e la minaccia -di voler in seguito tener una via del tutto opposta, quella -del biasimo<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>. Sannazzaro in due magnifici sonetti minaccia -una vituperosa oscurità ad Alfonso di Napoli, che vilmente -fuggiva dinanzi a Carlo VIII<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>. Angelo Poliziano -dà serii avvertimenti (1491) al re Giovanni di Portogallo -riguardo alle recenti scoperte fatte sulle coste d'Africa<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>, -consigliandolo a pensare alla fama ed all'immortalità -e a mandargli a tal uopo a Firenze tutti i materiali relativi, -onde possano esservi ripuliti (<i>operiosus excolenda</i>); -chè, in caso diverso, gli accadrebbe come a tutti coloro -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -le cui gesta, prive dello splendore che ricevono dalla -penna dei dotti, «giacciono dimenticate nell'immensa -congerie dei fasti della umana fragilità». E nel fatto il -re (o il suo cancelliere proclive alle idee umanistiche) -acconsentì alla domanda e promise che gli annali delle -cose africane, già redatti in portoghese, sarebbero stati -inviati tradotti in italiano a Firenze, per essere poi quivi -rifatti in latino: ma non si sa se la promessa sia stata -poscia mandata ad effetto. Simili pretensioni non sono in -sostanza così prive di fondamento, come potrebbe sembrare -a prima vista: la forma, nella quale si espongono -le cose (anche le più importanti) al giudizio dei contemporanei -e dei posteri, è tutt'altro che indifferente. Gli -umanisti italiani, appunto per l'eccellenza della forma -e l'eleganza del linguaggio, hanno esercitato un fascino -abbastanza grande sul mondo dei lettori occidentali, e per -la stessa ragione anche i poeti italiani sino al secolo passato -hanno avuto una diffusione maggiore, che quelli di -qualunque altra nazione. Il nome di battesimo del fiorentino -Americo Vespucci divenne il nome della quarta -parte del mondo solo in virtù della relazione ch'egli -scrisse sul suo viaggio, e se Paolo Giovio, con tutta la sua -superficialità ed elegante negligenza, si aspettava l'immortalità<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> -da' suoi scritti, non s'ingannava poi del tutto. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma se, accanto a tutti questi sforzi fatti in palese per -assicurarsi una fama, noi ci facciamo a studiarne più -dappresso i moventi, non senza spavento ci accorgeremo, -che questi non hanno altra radice, fuorchè una smisurata -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -colossale ambizione, un desiderio smodato di gloria, indipendente -affatto dallo scopo e dai mezzi. Un esempio -se ne ha nella prefazione del Macchiavelli alle sue <i>Storie -fiorentine</i>, dov'egli riprende i suoi predecessori (Leonardo -Aretino e il Poggio) di essersi serbati troppo timidamente -silenziosi intorno ai varii partiti, che tennero -agitata la città. «Essi s'ingannarono, scrive egli, e mostrarono -di conoscere poco l'ambizione degli uomini e il -desiderio, che egli hanno di perpetuare il nome dei loro -antichi o di loro. Nè si ricordarono che molti, non avendo -avuta occasione di acquistarsi fama con qualche opra -lodevole, con cose vituperose si sono ingegnati acquistarla. -Nè considerarono come le azioni che hanno in sè -grandezza, come hanno quelle dei governi e degli Stati, -comunque le si trattino, qualunque fine abbiano, pare -portino sempre agli uomini più onore, che biasimo»<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>. -Anche in altri storici gravi e assennati vedesi dei fatti -più strani e terribili assegnato il movente ad uno sfrenato -desiderio di grandezza e di gloria senz'altro. Qui -dunque non si ha soltanto una deplorevole esagerazione -della comune vanità, ma qualche cosa di veramente spaventoso -e diabolico, che non lascia più campo alla riflessione -e fa dar di piglio ai mezzi più violenti, senza -preoccuparsi della riuscita, buona o cattiva che sia. Questo -è il modo, per dar qualche esempio, con cui Macchiavelli -concepisce e ci presenta il carattere di Stefano Porcari -(v. pag. 143)<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>, ed altrettanto presso a poco ci dicono i -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -documenti intorno agli uccisori di Galeazzo Maria Sforza -(pag. 77), e per ultimo anche l'assassinio del duca Alessandro -de' Medici (1537) viene dal Varchi stesso (nel -libro V) attribuito alla sete di gloria, ond'era tormentato -Lorenzino (pag. 80). Intorno al quale ancor più -esplicitamente si esprime Paolo Giovio<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, narrando che -Lorenzino, messo alla gogna in Roma da un opuscolo -del Molza per la mutilazione di alcune statue antiche, -meditava un qualche gran fatto, la cui «novità» facesse -dimenticare quell'onta, e si risolvette infine di uccidere -il suo congiunto e sovrano. — Sono tratti eminentemente -caratteristici di quest'epoca di forze e passioni -vivamente eccitate, ma anche oggimai giunta al grado -dell'ultima disperazione, nè più nè meno come fu quella -di Filippo di Macedonia al tempo del famoso incendio -del tempio di Efeso. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span></p> - -<h3 id="cap4-2">CAPITOLO IV. -<span class="smaller">Il motto e l'arguzia nel senso moderno.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I -motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La -parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e -Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi -rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione. -</p> -</div> - -<p> -Freno non solamente a questo furore moderno di gloria, -ma in generale all'individualismo soverchiamente -sviluppato, fu lo scherno e il dileggio manifestantisi, -quanto più si poteva, sotto la forma vittoriosa dell'arguzia -del motto. Del medio-evo sappiamo che tanto -fra gli eserciti che si osteggiavano, come fra i principi -e i grandi che erano in lotta fra loro, il dileggio reciproco, -che pure era vivissimo, rivestiva sempre una forma -simbolica, e simbolica era pure l'onta suprema che s'infliggeva -ai vinti. Ma, accanto a ciò, nelle questioni teologiche -il motto cominciava qua e là, sotto l'influenza -dell'antica rettorica e dell'epistolografia, a diventare -un'arma, e la poesia provenzale sviluppò poscia una specie -particolare di canti satirici e beffardi, dei quali, secondo -le occasioni, vi ha un riverbero anche nei menestrelli -settentrionali, come appare dalle loro poesie politiche<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -</p> - -<p> -Ma perchè il motto diventasse un elemento speciale della -vita, gli occorreva una vittima da colpire, e questa non -poteva essere che l'individuo nel suo pieno sviluppo e -colla coscienza del suo valor personale. Allora esso non -si limita più alle semplici parole e agli scritti, ma si -traduce in atti, rappresenta farse e giuoca tiri, che sotto -il nome di <i>burle</i> e di <i>beffe</i> offrono il tema a parecchie -raccolte di novelle. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nelle «Cento novelle antiche», che debbono essere -state scritte ancora sulla fine del secolo XIII, non si -incontra nè il motto, che nasce dal contrasto, nè la burla<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>; -il loro scopo non è altro che di riferir savii detti e storie -e favole piene di morale in un dettato semplice e -schietto. Ma appunto questa assenza del motteggio è -quella, che più d'ogni altra cosa attesta l'antichità di -quella raccolta. Imperocchè subito dopo, col secolo XIV, -troviamo Dante, che nell'espressione dello scherno si -lascia addietro per gran tratto tutti i poeti del mondo, e -che, ad esempio, meriterebbe d'esser detto il più gran -maestro del genere comico solo pel quadro veramente -sublime, in cui l'astuzia dei demoni resta vinta da quella -de' barattieri<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. Col Petrarca<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a> cominciano le raccolte di -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -motti arguti alla maniera di Plutarco (<i>apoftegmi</i> ecc.). -Le beffe poi, che durante quel secolo si vennero sempre -più moltiplicando in Firenze, trovansi in ispecialità registrate -nelle celebri <i>Novelle</i> di Franco Sacchetti. Per -lo più non sono vere storie, ma risposte spiritose, che -vengono date secondo le circostanze, e confessioni di una -ingenuità che fa spavento, fatte da uomini semplici, da -buffoni di corte, da furbi, da donne scostumate: il lato -comico sta nel contrasto assai risentito tra quella ingenuità, -vera e finta, con le condizioni reali e colla moralità -allora in uso: e questo contrasto non potrebbe -invero dirsi maggiore. Tutti i mezzi che l'arte può suggerire -son buoni, non esclusa l'imitazione di speciali -dialetti dell'Alta Italia. Spesso in luogo della facezia si -ha la nuda e sfacciata insolenza, l'intrigo grossolano, la -bestemmia, l'oscenità: taluni scherzi di Condottieri sono -assolutamente quanto di più brutale e maligno fu mai -registrato<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>. Qualche burla è veramente comica, ma in -qualche altra non ci si vede che l'intenzione di sfoggiare -in arguzie, per mettere in evidenza la propria superiorità -sugli altri e nulla più. Quante volte la beffa -sia stata reciprocamente scagliata, e quante altre le -vittime abbiano cercato di guadagnarsi gli ascoltatori con -una rivincita a tempo opportuno, noi non sappiamo: ma -gli scherzi erano spesso maligni e crudeli, e la vita a -Firenze deve essere stata assai fastidiosa a quel tempo<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. -Omai il burlone di professione è diventato un personaggio -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -inevitabile, e ce ne devono essere stati di classici -e di gran lunga superiori ai semplici buffoni di corte; -ma fuori di Firenze mancavano loro i rivali, il pubblico -sempre nuovo e la pronta intelligenza degli ascoltatori. -Per ciò alcuni fiorentini pensarono di prodursi, in -qualità di ospiti, alle diverse corti dei tiranni di Lombardia -e di Romagna<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a> e vi trovarono il loro conto, mentre -in patria, dove l'arguzia era in bocca di tutti, non -facevano che magri guadagni. Il miglior tipo fra tutti -costoro è l'<i>uomo piacevole</i>, il più abbietto è il buffone -e il volgare scroccone, che assiste a tutti i matrimoni -e a tutti i banchetti col solito ritornello: «se non sono -stato invitato, non è colpa mia». Qua e colà essi ajutano -a dissanguare e a spolpare qualche giovane dissipatore<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>, -ma nel complesso vengono trattati col dispregio -in cui si hanno i parassiti, mentre altri motteggiatori -più altamente locati si credono uguali ai principi e riguardano -le proprie arguzie come qualche cosa di veramente -superiore e sovrano. Dolcibene, che l'imperatore Carlo IV -aveva qualificato come «il re dei buffoni in Italia», -gli disse in Ferrara: «Voi vincerete il mondo, perocchè -voi state bene e col Papa e con meco; voi con la spada, -il Papa coi suggelli e io con le parole»<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. Questo è più -che uno scherzo: è un preludio di Pietro Aretino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<p> -I due più celebri motteggiatori della metà del secolo -XV erano un Piovano delle vicinanze di Firenze, -Arlotto, per le arguzie più raffinate (<i>facezie</i>), e il Gonnella, -buffone della corte di Ferrara, per le buffonerie. -Sarebbe pericoloso il voler istituire un confronto tra le -loro storie e quelle del parroco di Kalemberg e di Till -Eulenspiegel: queste ultime ebbero origine affatto diversa -ed hanno un carattere più generale e riescono intelligibili -ad una sfera più larga di persone, mentre Arlotto e il -Gonnella sono personaggi storici affatto locali. Ma, se -il paragone una volta si accetti e si voglia estenderlo -alle «facezie» in generale di tutti i popoli non italiani, -nel complesso si troverà, che tanto presso i francesi coi -loro <i>fabliaux</i>,<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a> quanto presso i tedeschi, la burla, prima -d'ogni altra cosa, ha in mira un vantaggio reale, mentre -l'arguzia di Arlotto e gli scherzi del Gonnella non hanno -altro scopo che la vittoria e il trionfo sugli avversari. -(Oltre a ciò Till Eulenspiegel ha un carattere affatto -proprio e speciale, vale a dire la personificazione, per -lo più scipita, della celia contro classi o corporazioni -particolari). Il buffone di casa d'Este più d'una volta -con amari motteggi o con ingegnose vendette prese delle -rivincite splendidissime.<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Le specie dell'uomo piacevole e del buffone sopravvissero -lungamente alla libertà di Firenze. Sotto il duca -Cosimo fiorì il Barlacchia, e al principio del secolo XVII -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -ebbero fama Francesco Ruspoli e Curzio Marignolli. È -nota la predilezione affatto fiorentina di Leon X pei -motteggiatori e i burloni. Cresciuto tra le raffinatezze di -una società colta ed elegante e cultore appassionato di -ogni liberale disciplina, questo Papa si compiace tuttavia -di circondar la sua mensa di buffoni e scrocconi, tra -cui due monaci e uno storpio,<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> ai quali egli nei giorni -festivi fa sentire con superbo dispregio la sua padronanza, -imbandendo loro scimmie e corvi a mangiare sotto -l'apparenza di arrosti delicatissimi. In generale Leone non -intende la burla se non a modo suo, e in quanto gli torni; -ed è anche una specialità tutta sua quella di divertirsi -a fare la parodia delle due arti, che amava sopra tutte -le altre — la poesia e la musica, — provocandone egli -stesso col suo segretario, il cardinal Bibbiena, le più -goffe e strane caricature.<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a> Infatti nè l'uno, nè l'altro -non credettero di venir meno al proprio decoro nel -prendersi giuoco di un vecchio segretario sino a fargli -credere di essere un gran compositore di musica. Leone -poi prodigò all'improvvisatore Baraballo, di Gaeta, tante -e così smaccate adulazioni, che questi finalmente aspirò -sul serio alla corona di poeta in Campidoglio. Nel giorno -anniversario dei santi Cosma e Damiano, protettori di -casa Medici, egli dovette, vestito di porpora e incoronato -di alloro, rallegrar da prima la mensa del Papa con -qualche improvvisazione, e poi, fra le risa universali, -montare in groppa ad un elefante riccamente bardato in -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -oro, che Emmanuele il Grande di Portogallo aveva mandato -in dono: il Papa intanto stava sull'alto di una loggia -osservando attentamente col cannocchiale<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a> ogni cosa. -Ma la bestia adombrò per lo strepito delle trombe e dei -timpani, e per le acclamazioni del popolo, nè fu possibile -condurla al di là del ponte S. Angelo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -La parodia del grandioso e del sublime, che qui ci si -fa incontro sotto la forma di una mascherata solenne, -aveva in allora preso oggimai un posto assai importante -nella poesia.<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> Bensì ella dovette cercarsi vittime ben diverse -da quelle, che avea potuto colpire, ad esempio, -Aristofane, quando mise sulla scena i grandi tragici greci. -Ma quella stessa perfezione di cultura, che presso i Greci -in un'epoca determinata produsse la parodia, la fece fiorire -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -anche qui. Già ancora sul finire del secolo XVI trovansi -nel sonetto messe in caricatura le querele petrarchesche, -esagerandone l'imitazione; anzi vi si mette in -derisione la stessa solennità della forma rinchiusa in -quattordici versi col farla servire a scipitaggini senza -senso. Inoltre la Divina Commedia era un potente incentivo -alla parodia, e infatti Lorenzo il Magnifico, imitando -lo stile dell'Inferno, seppe cavarne un genere -splendidamente comico (il <i>Simposio</i> e i <i>Beoni</i>). Luigi -Pulci nel suo «Morgante» imita evidentemente gl'improvvisatori, -ed oltre a ciò tanto il suo, come il poema -del Bojardo, per questo stesso che sfiorano appena l'argomento, -sono in più luoghi una parodia almeno per metà -volontaria della poesia cavalleresca del medio-evo. Poi -viene il grande parodiatore Teofilo Folengo (che fiorì -nel 1520), il quale vi si getta con un ardimento tutto -suo. Sotto il nome di Limerno Pitocco egli scrive l'<i>Orlandino</i>, -dove la Cavalleria non figura che come una ridicola -cornice barocca intorno ad un mondo di figure e -d'immagini, che si risentono della vita moderna: sotto -il nome di Merlin Coccai, egli descrive le gesta e le spedizioni -del suo bizzarro cavaliere errante, con contorni -non meno risentitamente maligni, in esametri mezzo-latini, -e nella forma comicamente travestita dell'epopea -classica del suo tempo (<i>Opus Macaronicorum</i>). D'allora -in poi la parodia continuò a figurare nel Parnaso italiano, -e talvolta sotto forme veramente splendide e piene -di vita. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nell'epoca in cui il Rinascimento si trova a mezzo -della sua carriera, anche il motto viene studiato dal punto -di vista teorico, e si stabilisce più precisamente l'uso -che si può farne nelle società più elevate. Il primo ad -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -occuparsene fu Gioviano Pontano,<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a> il quale nel suo scritto -<i>De Sermone</i>, specialmente nel libro quarto, coll'analisi -di molti singoli motti o <i>facetiae</i> cerca di riuscire ad un -principio generale. Come l'arguzia sia da usare tra uomini -di fina creanza lo insegna Baldassare Castiglione -nel suo <i>Cortegiano</i>.<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a> Naturalmente si suppone che non -si tratti principalmente d'altro che di destare l'ilarità -di terze persone col racconto di comici e graziosi motti -o storielle: il frizzo diretto è da schivare, perchè offende -gli infelici, fa troppo onore ai ribaldi, ed eccita alla vendetta -i potenti od i loro favoriti, ed anche nel raccontare -l'uomo di condizione deve serbare una giusta misura -e non lasciarsi andare a troppo goffe contraffazioni. Poi -segue, quasi schema pei futuri narratori e motteggiatori, -una ricca collezione di scherzi e giuochi di parole, disposti -metodicamente in varie classi, taluni dei quali veramente -felici. Assai più severi e circospetti suonano, -forse due decennj più tardi, i precetti di Giovanni Della -Casa nel suo celebre Galateo;<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a> dove, fra le altre cose, -tenuto conto delle conseguenze che possono derivarne, si -vuole bandita dai motti e dalle burle qualunque idea di -superiorità o di trionfo sugli avversari. Si vede chiaro -ch'egli è il precursore di una reazione, che doveva necessariamente -sopravvenire. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -</p> - -<p> -Infatti l'Italia era divenuta tale scuola di maldicenza, -che il mondo d'allora in poi non ne vide altro esempio, -non eccettuata neanche la Francia del tempo di Voltaire. -Non già che la tendenza a mordere e a satireggiare -sia mancata a quest'ultimo od a' suoi contemporanei; -ma dove sarebbersi potute trovare nel secolo scorso le -vittime adatte, quella schiera innumerevole d'uomini -singolari, quelle celebrità d'ogni specie, politici, ecclesiastici, -scopritori, inventori, letterati, poeti ed artisti, -che senz'altro lasciavano apparire a chiunque la propria -originalità? Nei secoli XV o XVI questo esercito -di grandi esisteva; ma l'altezza a cui era arrivata la -cultura, aveva educato altresì, accanto ad essi, una spaventosa -genìa di uomini di spirito sfaccendati, di criticastri -e maldicenti nati, di calunniatori, l'invidia dei -quali domandava la sua ecatombe. E a ciò s'aggiungano -le rivalità dei grandi fra loro, come le lotte tra il Filelfo, -il Poggio ed il Valla, mentre invece gli artisti di -quello stesso tempo vivono insieme in emulazione quasi -del tutto pacifica, del che per vero deve tenere il debito -conto la storia dell'arte. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il maggior mercato della gloria, Firenze, precorre, -come dicemmo, in questo riguardo e per un certo tempo -tutte le altre città. «Occhi acuti e male lingue» è la -caratteristica, che si usa dare de' Fiorentini<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Un lieve -sarcasmo su tutto e su tutti sembra essere stata l'intonazione -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -prevalente di ciascun giorno. Machiavelli, nell'importantissimo -prologo della sua <i>Mandragora</i>, ascrive, -a ragione o a torto, la visibile depravazione morale alla -maldicenza universale, ma avverte al tempo stesso i suoi -avversari che anche a lui stava bene la lingua in bocca. -Poi viene la corte papale, da lungo tempo rifugio di -tutte le lingue più mordaci e spiritose dell'epoca. Le -<i>facetiae</i> del Poggio, dalla data, appajono tolte dal <i>bugiale</i> -degli scrivani apostolici, e se si considera qual numero -di aspiranti, di nemici e rivali dei favoriti, di oziosi intenti -a trastullare gli scostumati prelati dovea quivi trovarsi, -non sorprenderà certamente che Roma sia divenuta -la vera patria tanto della plebea pasquinata, quanto della -satira un po' più decente. Se poi vi si aggiunga il rancore -generale contro il dominio dei preti e la miseria -universalmente nota del popolo minuto, si comprenderà -quanto facile fosse il trovar quivi materia per mettere -in canzone i potenti e attribuir loro ogni nefandità<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>. Chi -poteva, si schermiva, meglio che in qualsiasi modo, col -disprezzo, tanto se le accuse si basavano sul vero, quanto -se erano false, o col far pompa di un lusso, che pel suo -stesso splendore abbagliava<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>. Ma le anime più sensibili -e delicate erano condannate quasi alla disperazione, se -la maldicenza riusciva ad avvolgerle nelle sue reti<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>. A -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -poco a poco le dicerie si facevano strada nella bocca di -tutti, ed appunto la più schietta virtù era quella che si -tirava addosso le insinuazioni le più maligne. Del grande -oratore frate Egidio da Viterbo, che Leone pe' suoi meriti -innalzò al cardinalato e che nell'eccidio del 1527 -sposò risolutamente la causa del popolo<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>, il Giovio dà -ad intendere che si conservasse a bello studio il pallore -ascetico del viso coll'aspirare il fumo della paglia bagnata, -e simili. In generale il Giovio in queste occasioni -scrive da vero curiale<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>, vale a dire, narra dapprima le -sue storielle, soggiunge tosto che non vi crede, ma con -qualche leggera scoloritura lascia da ultimo trasparire, -che pure qualche cosa di vero debbono contenere. — Ma -la vera vittima dello scherno dei romani fu il buon papa -Adriano VI, del quale parve anzi che non si sia voluto -considerare altro che il lato ridicolo. Egli si guastò sin -da principio con quella mala lingua che fu Francesco -Berni, quando minacciò di far gettare nel Tevere — non -già la statua di Pasquino, come si disse<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>, — ma quelli -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -che la facevano parlare. La vendetta fu il famoso capitolo -«contro Papa Adriano», dettato non tanto dall'odio, -quanto da un profondo disprezzo pei barbari -olandesi: le minaccie più fiere toccavano ai cardinali, -che l'avevano eletto. Il Berni ed altri dipingono altresì<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a> -il seguito del Papa con quel colorito di piccante -menzogna, con cui il moderno appendicista di qualche -grande giornale sa far apparir bianco il nero e dar importanza -alle più frivole inezie. La biografia che Paolo -Giovio ne stese per incarico del cardinale di Tortosa, e -che realmente doveva essere un elogio, è invece un cumulo -di sarcasmi e di contumelie. In essa infatti si legge, -in modo abbastanza comico, specialmente per l'Italia -d'allora, come Adriano una volta avesse insistito vivamente -presso il capitolo della cattedrale di Saragozza -per avere una mandibola di S. Lamberto; come un'altra -volta i devoti spagnuoli lo sopraccaricassero di ornamenti -«per farne un Papa talquamente pulito ed elegante»; -come egli abbia impreso la tempestosa e insensata -sua spedizione da Ostia a Roma; come si sia consultato -per far atterrare od ardere la statua di Pasquino; -come solesse interrompere improvvisamente qualunque -affare più importante quando gli si annunziava l'ora del -pranzo; e, per ultimo, come, dopo un regno infelice, sia -morto per aver ecceduto nell'uso della birra, e come -la casa del suo medico da buontemponi notturni sia stata -subito ornata di ghirlande, tra le quali leggevasi l'iscrizione -<i>Liberatori patriae</i> S. P. Q. R. Vero è anche che -il Giovio, nell'avocazione generale delle rendite ecclesiastiche, -perdette la sua e in compenso non ricevette -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -che una semplice prebenda, perchè «non era poeta», -vale a dire pagano. Ma era scritto che Adriano dovesse -essere l'ultima grande vittima di questa specie. Dopo il -sacco di Roma (1527), colla maggior corruzione della -vita venne anche visibilmente mancando la maldicenza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma quando essa era ancora in voga, era sorto, specialmente -a Roma, il più grande maldicente del tempo -moderno, Pietro Aretino. Uno sguardo a quest'uomo -ci risparmierà di occuparci di altri minori della stessa -risma. -</p> - -<p> -Quella parte della sua vita che più particolarmente -è conosciuta, sono i tre ultimi decenni (1527-1556) che -egli passò a Venezia, unico asilo divenuto possibile per -lui. Di là egli tenne tutte le celebrità d'Italia in una -specie di stato d'assedio; e quivi anche affluivano i doni -dei principi stranieri, che si servivano della sua penna -o la temevano. Carlo V e Francesco I gli pagavano -ambedue una pensione, perchè ognuno di essi sperava che -l'Aretino avrebbe offeso le suscettibilità dell'altro: egli -adulò entrambi, ma naturalmente si tenne più stretto -a Carlo, perchè questi restò padrone d'Italia. Dopo la -spedizione di Tunisi (1535) l'adulazione si mutò addirittura -in una ridicola apoteosi, che si spiega colla speranza -nudrita costantemente dall'Aretino di diventar -cardinale coll'ajuto di Carlo. Non pare improbabile che -egli godesse di una protezione speciale in qualità di agente -segreto di Spagna, appunto perchè e le sue ciarle e il -suo silenzio potevano esercitare una certa influenza sui -principi minori d'Italia e sulla pubblica opinione. Quanto -al Papato, egli si dava l'aria di disprezzarlo profondamente, -sotto il pretesto di conoscerlo da vicino; ma il -vero motivo era questo, che la Curia romana non poteva -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -e non voleva accordargli più alcun favore<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>. Di Venezia, -che gli dava ospitalità, non parlò mai, da uomo prudente. -Tutti gli altri suoi rapporti coi grandi non possono qualificarsi -che come un accattonaggio volgare e impertinente. -</p> - -<p> -Nell'Aretino si ha il primo grande esempio dell'abuso -della pubblicità per iscopi vili e spregevoli. Gli scritti -polemici, che cento anni prima s'erano scambiati tra -loro il Poggio ed i suoi avversari, non sono certo più -castigati nè quanto all'intenzione, nè quanto alla forma: -ma non essendo destinati a diffondersi per la stampa, -non mirano neanche ad avere una pubblicità troppo -estesa e restano sempre chiusi in una sfera ristretta: -l'Aretino invece si giova appositamente della stampa -per fare il maggior chiasso possibile e per dare alle sue -impertinenti contumelie la più ampia pubblicità: sotto -un certo punto di vista lo si potrebbe quindi anche annoverare -tra i precursori del giornalismo moderno. Infatti -era suo uso di far stampare insieme periodicamente -le sue lettere ed altri articoli, dopochè già prima erano -corsi manoscritti in moltissimi circoli<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>. -</p> - -<p> -Paragonato colle penne mordaci del secolo XVIII, -l'Aretino ha il vantaggio di non fare ostentazione di -principj nè di razionalismo, nè di filantropia, nè di qualunque -altra virtù, e nemmeno di qualsiasi scienza: -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -tutto il suo corredo sta nel motto conosciutissimo: <i>Veritas -odium parit</i>. Per questa ragione egli non si trovò -mai in posizioni false, come, per esempio, toccò più -volte a Voltaire, il quale e dovette sconfessare il suo -poema sulla <i>Pulcella</i>, e dovette tener nascosti per tutta -la sua vita parecchi altri scritti: l'Aretino dava ad ogni -cosa il suo nome, ed anche negli ultimi anni egli menava -un gran vanto de' suoi <i>Ragionamenti</i>, che ebbero -una sì scandalosa celebrità. Il suo talento letterario, la -sua prosa netta e piccante, la sua fina osservazione degli -uomini e delle cose lo renderebbero degno in ogni caso -di qualche attenzione, quand'anche gli sia mancata del -tutto l'attitudine a concepire un'opera d'arte propriamente -detta, nè sia giunto a dare neanche mai un intreccio -veramente drammatico di qualsiasi commedia. -Inoltre egli possedette, accanto ad una malvagità la più -grossolana e raffinata ad un tempo, una splendida disposizione -al grottesco, che in più d'un caso lo farebbe degno -di stare a fianco allo stesso Rabelais<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>. -</p> - -<p> -In simili circostanze e con tali mezzi e intendimenti -egli si lancia talvolta sulla sua preda, talvolta le gira -d'attorno. L'invito ch'egli fa a Clemente VII, perchè, -invece di querelarsi, perdoni<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>, mentre il grido doloroso -di Roma straziata è tanto forte da dover essere udito -anche in Castel S. Angelo, dove il Papa è rinchiuso, non -è che un amaro dileggio, il sorriso infernale di satana -o la smorfia brutale di una scimmia. Talvolta, quando -perde affatto la speranza di un qualche dono, il suo furore -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -prorompe in un urlo selvaggio, come, per esempio, -nel Capitolo al principe di Salerno, che per un certo -tempo l'aveva stipendiato, e poscia voleva disfarsene. Per -contrario sembra che il terribile Pier Luigi Farnese, -duca di Parma, non si sia mai curato di lui. Siccome a -questo principe tornava affatto indifferente che si dicesse -bene o male de' fatti suoi, non era così facile il morderlo -in guisa ch'egli se ne risentisse: l'Aretino vi si provò, -qualificando il suo contegno come quello di uno sgherro, -di un mugnajo e di un fornajo<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>. Comicamente buffo è -l'Aretino ogni qualvolta assume il tuono del querulo accattonaggio, -come, per esempio, nel capitolo a Francesco I; -mentre invece parranno sempre ributtanti, ad -onta di tutta la loro vena comica, le sue lettere, e le -sue poesie, dove le minacce si alternano sempre colle -più vili adulazioni. Una lettera come quella da lui diretta -nel novembre del 1545 a Michelangelo<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a> non ha -forse l'eguale al mondo. In mezzo alle proteste della -più grande ammirazione (pel <i>Giudizio universale</i>), egli -esce contro di lui in invettive e minacce per la sua irreligione -e scostumatezza, e lo accusa perfino di ladroneccio -(a danno degli eredi di Giulio II), aggiungendo -da ultimo in un poscritto: «vi ho voluto solamente -mostrare che se voi siete di-vino (<i>divino</i>), anch'io non -sono d'acqua». Infatti anche l'Aretino teneva molto — non -si sa se per boriosa vanità o pel gusto di parodiare -ogni cosa celebre — ad esser detto il <i>divino</i>, e -realmente la personale sua celebrità crebbe a tal punto, -che in Arezzo si additava la casa dov'egli era nato, -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -come una rarità degna d'essere veduta<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>. D'altra parte -è vero altresì, che vi furono circostanze, nelle quali egli -per mesi interi non osava varcare la soglia di casa sua -in Venezia, per non cadere nelle mani di qualche fiorentino -da lui offeso e specialmente in quelle del più giovane -degli Strozzi; nè gli mancarono colpi di pugnale e di bastone, -che a guisa di avvertimenti<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a> doveano farlo stare -in sull'avviso, sebbene non abbiano avuto quelle terribili -conseguenze, che il Berni gli aveva predette in un famoso -sonetto, essendo egli morto invece di apoplessia. -</p> - -<p> -Nell'adulare egli non si contiene sempre ad un modo, -ed anche ciò va notato. Con gli stranieri procede gonfio -ed ampolloso<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>, con gli italiani e specialmente col duca -Cosimo di Firenze muta affatto registro. In quest'ultimo -egli loda specialmente la bellezza della persona, che in -fatto il principe, ancor giovane, possedeva, al pari d'Augusto, -in grado eminente; loda il suo contegno, affatto -morale, non senza però dare un tocco incidentalmente -alle speculazioni pecuniarie della madre di Cosimo, Maria -Salviati, e chiude al solito con un piagnucoloso fervorino, -nel quale chiede soccorsi, attesa la carezza dei -viveri, e simili. Ma se Cosimo gli accordò una pensione<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>, -ed anche abbastanza lauta in relazione alla consueta sua -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -parsimonia (negli ultimi anni ammontava a centosessanta -ducati annui), ciò non accadde certamente che per uno -speciale riguardo alla sua qualità di agente segreto di -Spagna. Infatti per questa sua qualità l'Aretino avrebbe -potuto, all'occorrenza, ridersi altamente del duca e al -tempo stesso minacciare l'inviato fiorentino di provocare -dal duca stesso l'immediato suo richiamo. E se anche -il Medici da ultimo s'accorse di essere stato già indovinato -da Carlo V, egli non poteva ad ogni modo essere -contento che alla corte imperiale circolassero eventualmente -gli scherni e i dileggi dell'Aretino contro di lui. -Di buon genere altresì è l'adulazione da lui usata col -tanto celebre marchese di Marignano, che «qual castellano -di Musso» avea cercato di crearsi una signoria. -Per ringraziarlo di cento scudi inviatigli, l'Aretino scrive: -«tutte le qualità che un principe deve avere, si trovano -in voi, e questo lo potrebbe facilmente vedere ognuno, -se l'uso della violenza, che è necessaria in tutte le cose -sul loro principiare, non vi facesse apparire ancora un -po' aspro»<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>. -</p> - -<p> -Spesse volte fu messo in rilievo come una singolarità -il fatto, che l'Aretino non disse male degli uomini -soltanto, ma di Dio stesso. Qual genere di fede religiosa -possa egli avere avuto, torna perfettamente inutile il -ricercarlo di fronte alle sue azioni, che parlano già da -sè, nè potrebbe dedursi nemmeno da' suoi scritti ascetici, -ch'egli compose con viste tutt'altro che religiose<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>. Ma -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -del resto non si saprebbe davvero trovare una ragione, -per cui egli avesse dovuto prendersela colla Divinità. -Egli non fu mai un pensatore nel senso più rigoroso -della parola, nè insegnò o professò veruna speciale dottrina -filosofica: egli non poteva neanche nutrir la speranza -di estorcere da Dio, o con le adulazioni o con le -minacce, un soccorso qualsiasi in danaro; egli per ultimo -non poteva nemmeno riguardarsi come offeso da un eventuale -rifiuto. Come mai un uomo simile avrebbe sprecato -le sue forze inutilmente e senza un immediato e pratico -tornaconto? -</p> - -<p> -Il migliore indizio dello spirito odierno degli Italiani -è appunto questo, che un carattere come quello dell'Aretino -ed un modo di agire pari al suo sarebbero oggidì -in mille guise impossibili. Ma dal punto di vista storico -quest'uomo conserverà sempre un'alta importanza. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span></p> - -<h2 id="parte3">PARTE TERZA -<span class="smaller">IL RISORGIMENTO DELL'ANTICHITÀ</span></h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span></p> - -<h3 id="cap1-3">CAPITOLO I. -<span class="smaller">Osservazioni preliminari.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità -nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina -del secolo XII. — Spirito del secolo XIV. -</p> -</div> - -<p> -Giunti a questo punto del nostro quadro storico della -civiltà, ci tocca ora di mostrare qual parte vi ebbe l'Antichità, -dal cui «Rinascimento» l'epoca intera, con denominazione -invero parziale e ristretta, s'intitola. Le condizioni -sociali fin qui descritte avrebbero, non v'ha dubbio, -bastato da sè, anche senza l'Antichità, a scuotere la nazione -e a portarla ad un certo grado di maturità, come -è certo altresì, che la maggior parte delle novità veramente -sostanziali che allora prevalsero nella vita pubblica, -si sarebbero svolte anche senza questo, pur gravissimo, -avvenimento; ma tuttavia non può negarsi, che -e le une e le altre dall'influenza del mondo antico ricevettero -un colorito speciale, che si manifestò nella -forma, se non nella sostanza, delle cose, e la padroneggiò -interamente. Il Rinascimento non sarebbe stato quella -suprema necessità mondiale che fu, se così facilmente si -potesse prescindere da esso. Ma ciò che noi dobbiamo -stabilire fin d'ora, come un punto essenziale, si è questo, -che non la risorta Antichità da sè sola, ma essa e il -nuovo spirito italiano, compenetrati insieme, ebbero la -forza di trascinare con sè tutto il mondo occidentale. -Bensì questo spirito non sembra aver conservato sempre, -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -di fronte ad essa, lo stesso grado di autonomia; ma se, -per esempio, nella letteratura neo-latina esso par minimo, -grandissimo invece lo si riscontra nelle arti figurative -e in parecchie altre sfere d'attività, e così questo -nesso fra due civiltà di uno stesso popolo tanto remote -fra loro, appunto perchè indipendente, appare anche -naturale e fecondo. Le altre nazioni eran libere di respingere -il grande impulso che veniva loro dall'Italia, -o di appropriarselo in parte, od anche del tutto; ma -dove quest'ultima condizione ebbe a verificarsi, dovrebbe -cessare ogni lamento per la prematura decadenza delle -forme della civiltà medievale. Se queste forme avessero -avuto in sè la forza di reagire e di mantenersi, sussisterebbero -ancora. E se quegli spiriti queruli, che le -rimpiangono, potessero farle rivivere un'ora sola, se ne -spaventerebbero essi medesimi e anelerebbero tosto all'aere -più puro e spirabile della vita moderna. Che poi -in tali processi di trasformazione qualche singolo e delicato -fiore resti soffocato, senza poter vivere nemmeno -nella tradizione o nella poesia, è cosa che s'intende da -sè; ma si dovrebbe per questo desiderare che la trasformazione -in sè stessa non fosse accaduta? Ed essa -consiste precisamente in questo, che, accanto alla Chiesa, -la quale fino a questo tempo (ma per poco ancora) tenne -unito tutto l'occidente, sorge un nuovo elemento morale, -che, diffondendosi dall'Italia, invade il resto d'Europa -e diventa come l'ambiente ordinario di tutti gli uomini -forniti di un certo grado di cultura. Il fatto per sè è -impopolare, perchè conduce necessariamente ad una separazione -completa tra le classi colte e non colte di tutta -Europa; ma come rammaricarsene, quando noi stessi -siamo costretti a confessare, che questa separazione, universalmente -riconosciuta, sussiste ancora oggidì e non -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -può esser tolta? D'altra parte, in Italia essa è assai meno -pronunciata che altrove: tanto è vero, che il poeta più -ligio ai precetti dell'arte, il Tasso, è uno dei più popolari -e corre per le mani di tutti. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -L'Antichità greco-latina, che sino dal secolo XIV -sì vivamente si compenetrò nella vita italiana come fonte -della cultura, come scopo supremo dell'esistenza, e in -parte anche come reazione pensata e voluta contro le -tendenze precedenti, avea già da lungo esercitato qua -e colà la sua influenza su tutto il medio-evo, anche -fuori d'Italia. La cultura infatti, che al suo tempo promosse -e favorì Carlomagno, era essenzialmente un Rinascimento -di fronte alla barbarie dei secoli VII e VIII, -e non poteva neanche essere altra cosa. Più tardi nell'architettura -romana dei paesi settentrionali noi veggiamo -adottarsi, oltre la tendenza generale, forme affatto -speciali di carattere prettamente antico, e nei -conventi farsi tesoro di molti materiali tolti di pianta -da scrittori latini, e imitarsene anche lo stile, dietro -l'esempio dato pel primo da Eginardo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -In Italia invece essa torna in vita in modo affatto -diverso. Cessata la barbarie, s'annunzia tosto presso -il popolo italiano, per metà ancora antico, la cognizione -de' suoi tempi anteriori; esso li magnifica e desidera -riprodurli. Fuori d'Italia trattasi di trar partito in -via di erudizione e di riflessione da singoli elementi -dell'Antichità: in Italia invece si ha un vero entusiasmo -per tutto ciò che è antico, e non da parte dei dotti -soltanto, ma del popolo intero, perchè vi si scorge la -rimembranza dell'antica grandezza, e perchè si ha un -allettamento a darvi opera nella facile intelligenza del -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -latino e nella copia di memorie e monumenti, che ancora -esistono. Da questo impulso e dal contraccolpo, che -partiva dallo spirito popolare già essenzialmente mutato, -dalle istituzioni politiche germanico-longobarde, dalla -Cavalleria diffusa già in tutta Europa, nonchè dagli altri -elementi di civiltà portativi dai popoli settentrionali, -dalla religione e dalla Chiesa, sorge e si sviluppa una -creazione affatto nuova, lo spirito moderno italiano, destinato -a dare l'impulso a tutto il mondo occidentale. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -In qual modo nelle arti figurative risorga l'elemento -antico, non appena cessa la barbarie, mostrasi chiaramente -dalle costruzioni toscane del secolo XII e dalle -sculture del XIII. Ma anche nella poesia non mancano -i confronti, quando si ammetta che il maggior poeta -latino del secolo XII, anzi colui, che diede in allora -l'intonazione a tutto un genere di poesia latina, fu un -italiano. Egli è appunto quel qualunque scrittore, al quale -appartengono i brani migliori dei così detti <i>Carmina -Burana</i>. Un grande attaccamento al mondo e a' suoi -piaceri, come genii tutelari dei quali sono invocate le -divinità pagane, prorompe con vena facile e abbondante -da queste strofe rimate. Chi le legge d'un tratto, difficilmente -potrà crederle opera d'altri, fuorchè d'un italiano -e probabilmente d'un lombardo; ma vi sono anche -ragioni speciali per accettare una tale ipotesi<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. Che se -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -anche sino ad un certo punto queste poesie latine dei -<i>Clerici vagantes</i> del secolo XII, con tutto il corredo -delle frivolezze di cui riboccano, potrebbero dirsi piuttosto -un patrimonio generale di tutta Europa, non si -potrà però mai credere che tanto la canzone <i>De Phyllide -et Flora</i>, quanto l'altra che comincia <i>Aestuans interius</i>, -sieno opera di un settentrionale, o del molle e delicato -sibarita che cantò: <i>Dum Dianae vitrea sero lampas -oritur</i>. Qui c'è una riproduzione dell'antico modo di -sentire e di poetare, che salta agli occhi tanto più facilmente -accanto alla forma rimata, propria del medioevo. -In più di un lavoro di questo e dei secoli vicini -s'incontrano esametri e pentametri di una imitazione -molto accurata e allusioni mitologiche e reminiscenze -antiche d'ogni specie, e tuttavia l'impressione che se -ne risente, è ben lungi dall'essere altrettanto viva e -profonda. Le cronache in versi e le altre opere di Guglielmo -Pugliese mostrano anch'esse uno studio diligente -di Virgilio, di Ovidio, di Lucano, di Stazio e di Claudiano, -ma la forma antica non vi figura che come tolta a prestito, -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -allo stesso modo che semplicemente copiati appajono -i materiali antichi nei grandi raccoglitori del -genere di Vincenzo di Beauvais o nei mitologi ed allegoristi -della tempra di Alano dalle Isole. Ma il Rinascimento -non è già una saltuaria imitazione o una compilazione -fatta a frammenti, bensì una rinascita vera, e -come tale non lo si trova realmente che nelle poesie -sopra citate dell'ignoto <i>scolaro vagante</i> del secolo XII. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Tuttavia il vero ed universale entusiasmo degli Italiani -per l'Antichità non comincia a manifestarsi che col -secolo XIV. A ciò si richiedeva uno sviluppo della vita -cittadina, quale in Italia soltanto e soltanto a questo -tempo fu possibile, vale a dire, convivenza ed effettiva -uguaglianza della nobiltà e della borghesia, e formazione -di una grande società (v. pag. 193), che sentisse il bisogno -di istruirsi e n'avesse il tempo e i mezzi. Ma la -cultura, se voleva svincolarsi dal mondo fantastico del -medio-evo, non poteva passare improvvisamente per -mezzo del solo empirismo alla cognizione del mondo -fisico e morale; essa avea bisogno di una guida, e come -tale si offerse la classica Antichità colla sua ricchezza -di verità obbiettive, evidenti in tutti i regni dello spirito. -Da essa si tolsero con riconoscenza e ammirazione -le forme e la materia, e se ne costituì per un certo tratto -di tempo l'essenziale di ogni cultura<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>. Anche le condizioni -generali d'Italia favorirono un tale indirizzo: l'impero -dopo la caduta degli Hohenstaufen o aveva rinunciato -all'Italia, o non aveva avuto la forza di mantenervisi: -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -il Papato aveva emigrato ad Avignone: la maggior parte -delle potenze esistenti si reggevano sulla violenza e sulla -illegittimità; ma lo spirito della nazione, ridestatosi alla -coscienza di sè, era vôlto alla ricerca di un ideale nuovo -e durevole, e così il sogno di un dominio d'Italia e di -Roma sul mondo potè imporsi alle menti di tutti e tentare -perfino una effettuazione pratica con Cola di Rienzo. -Vero è che il modo con cui egli, specialmente nel suo -primo tribunato, intese la sua missione, non doveva riuscire -ad altro, fuorchè che ad una strana commedia; ma -tuttavia pel sentimento nazionale la ricordanza dell'antica -Roma era pur sempre un punto d'appoggio di gran -valore. Tornati in possesso dell'antica loro cultura, gl'Italiani -s'accorsero ben presto di essere la nazione più -avanzata del mondo. -</p> - -<p> -Il delineare questo moto degli spiriti non in tutta la -sua pienezza, ma soltanto nei tratti suoi più salienti e -visibili, e principalmente ne' suoi primordj, è ora l'assunto -di questa parte del nostro lavoro<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span></p> - -<h3 id="cap2-3">CAPITOLO II. -<span class="smaller">Roma, la città delle rovine.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del -Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di -Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e -pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. — Scavi e restauri. — Roma -sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo. -</p> -</div> - -<p> -Innanzi tutto Roma, la città delle rovine<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>, gode anche -presentemente una specie di venerazione che è ben -diversa da quella del tempo in cui furono scritti i <i>Mirabilia -Romae</i> e la storia di Guglielmo di Malmesbury. -Se ora mancano i pellegrini che vadano a cercarvi tesori -e miracoli<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>, vi sono sempre gli storici e i patriotti, -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -che vanno ad attingervi le più alte ispirazioni. In questo -senso vogliono essere intese anche le parole di Dante<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>: -«le pietre che nelle mura sue stanno, sono degne di -reverenzia, e 'l suolo dov'ella siede, è degno, oltre -quello che per gli uomini è predicato e provato». La -colossale frequenza a' giubilei non lascia quasi veruna -devota ricordanza nella letteratura che ne discorre; e -Giovanni Villani non esita a dire, che il maggior frutto -ch'egli ritrasse dal giubileo dell'anno 1300, fu la sua -risoluzione di scrivere la storia di Firenze, surta in lui -dalla contemplazione delle rovine di Roma (v. pag. 102). -Anche il Petrarca non sa ben dire se egli ammiri più gli -avanzi di Roma pagana o quelli di Roma cristiana: e ci -narra che di frequente salì con Giovanni Colonna sulle -vôlte colossali delle terme di Diocleziano<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>, e quivi nell'aria -libera e dinanzi all'ampia prospettiva che si apriva -d'intorno, immersi entrambi in profondi pensieri e l'occhio -fisso sulle rovine, ragionavano insieme non già d'affari, -o di cose domestiche o d'interessi politici, ma di -storia, evocando l'uno l'antichità pagana, l'altro la cristiana, -o s'intrattenevano di filosofia o dei primi inventori -delle arti. Quante volte da quel tempo in poi sino -a Gibbon e a Niebuhr quel mondo di macerie offerse -argomento alle più gravi meditazioni! -</p> - -<p> -La stessa oscillazione di sentimenti incontrasi nel -«Dittamondo» di Fazio degli Uberti, che è la descrizione, -fatta a guisa di visione (intorno al 1360), di un finto -viaggio, nel quale il poeta è accompagnato dall'antico -geografo Solino, come Dante da Virgilio. A quel modo -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -che essi visitano Bari per onorarvi S. Nicolò e il monte -Gargano in omaggio all'arcangelo Michele, vengono anche -a Roma per risuscitarvi la tradizione leggendaria -di Araceli e di S. Maria in Trastevere; ma la magnificenza -profana di Roma antica esercita su essi un fascino -prevalente: una venerabile matrona in lacero abbigliamento — è -Roma stessa — narra loro la gloriosa -sua storia e descrive minutamente gli antichi trionfi<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>: -poi li conduce attorno per la città, addita ad essi i sette -colli ed un gran numero di rovine, dalle quali (egli le -fa dire) comprender potrai, quanto fui bella! -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma pur troppo questa Roma dei Papi avignonesi e -scismatici non era più, rispetto alle memorie dell'antichità, -ciò che era stata alcune generazioni prima. Una -orribile devastazione, che ai più importanti edifici ancora -esistenti deve aver tolto affatto il loro carattere speciale, -fu quella che ebbe luogo nell'occasione dell'atterramento -di centoquaranta solide abitazioni di grandi romani ordinato -dal senatore Brancaleone intorno al 1258, essendo -certo che la nobiltà cercava di trincerarsi nelle -rovine maggiori e meglio conservate<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Ciò non ostante, -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -restò pur sempre infinitamente più che non rimanga oggidì, -e in particolare molti avanzi devono a quel tempo -aver avuto ancora il loro rivestimento marmoreo, le loro -colonne all'ingresso degli edifici ed altri ornamenti, -mentre ora di questi non sopravanza che il nudo scheletro -in pietre cotte. Ora appunto a un tale stato di cose -fanno capo i primi tentativi di una seria topografia dell'antica -città. Nella «Descrizione di Roma» del Poggio<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a> -per la prima volta noi veggiamo congiunto intimamente -lo studio delle rovine con quello degli antichi scrittori -e delle iscrizioni (ch'egli andò a cercare in mezzo all'erba<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> -cresciutavi sopra), dato il bando ai voli della -fantasia e diligentemente sceverate queste memorie da -quelle della Roma cristiana. Così fosse il di lui lavoro -più esteso e corredato di disegni! Egli infatti trovò molte -più cose conservate che non ottant'anni più tardi Raffaello: -egli ha veduto la tomba di Cecilia Metella, nonchè -il frontale a colonne di uno dei templi situati sul pendìo -del Campidoglio, dapprima nella loro integrità e poi -mezzo distrutti, perchè sfortunatamente il marmo era -sembrato ancor buono ad essere fuso in calce: anche -un imponente colonnato attiguo alla Minerva soggiacque -a poco per volta alla stessa sorte. Un cronista dell'anno -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -1443 afferma che queste fusioni continuavano e -soggiunge indignato, che erano: «una vera ignominia, -poichè le nuove costruzioni sono meschine e il bello -di Roma sta tutto nelle rovine»<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. I romani d'allora, -nei loro mantelli da campagnuoli e nei loro stivali, sono -dipinti dai forestieri come veri mandriani, ed infatti il -bestiame pascolava sin dentro a' Banchi: riunioni sociali -non si tenevano, se non in occasione delle visite alle -chiese per lucrarvi speciali indulgenze: in tali circostanze -soltanto erano visibili anche le belle donne. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Negli ultimi anni di Eugenio IV (morto nel 1447) -Biondo da Forlì scrisse la sua <i>Roma instaurata</i>, servendosi -omai di Frontino e degli antichi Libri regionali, -come altresì (a quanto sembra) di Anastasio. Il suo scopo -non è più la descrizione di ciò che sussiste ancora, ma -piuttosto la ricordanza delle cose perite. Coerentemente -alla dedica al Papa, il libro si consola dell'universale -desolazione enumerando le molte reliquie sacre, che Roma -ancor possedeva. -</p> - -<p> -Con Niccolò V (1447-1455) sale sul trono dei Papi -quel nuovo spirito monumentale, che è una delle caratteristiche -dell'epoca del Rinascimento. Vero è che la -smania ora sorta in tutti di abbellir la città di Roma, -creò da un lato un nuovo pericolo per le rovine, ma -dall'altro accrebbe anche il rispetto per esse, come titolo -di gloria della città stessa. Pio II ha un vero entusiasmo -per ogni cosa antica, e se nelle sue opere ci -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -parla poco delle antichità di Roma in particolare, s'interessa -invece moltissimo per quelle di tutto il resto d'Italia, -e, primo fra tutti, ci dà una descrizione esatta ed -estesa degli avanzi trovati nei dintorni della grande metropoli<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>. -Vero è che, nella sua doppia qualità di ecclesiastico -e di cosmografo, lo veggiamo compreso di uguale -ammirazione tanto dinanzi alle antichità di Roma pagana, -quanto dinanzi a quelle di Roma cristiana, o anche -di fronte a qualsiasi grandioso fenomeno naturale; -ma chi crederà alla sincerità delle sue parole, quando -egli, per esempio, afferma che Nola ha maggior gloria -dalla memoria di S. Paolino, che non dal combattimento -eroico di Marcello? Non già che si pretenda dubitare -della sua fede nel valore delle reliquie cristiane; ma -ognuno sa che le sue tendenze e i suoi studi lo portavano -di necessità a prediligere l'investigazione della -natura e dell'antichità e a interrogare la vita delle nazioni -nei monumenti, che ne rimangono. Ancor negli ultimi -suoi anni, e già divenuto Papa, benchè travagliato -dalla podagra, egli si fa lietamente portare in lettiga -via per monti e valli a Tusculo, ad Alba, a Tivoli, ad -Ostia, a Falerio, ad Ocricolo, e descrive minutamente -tutto ciò che ha veduto, segue le antiche strade e gli -acquedotti romani, e cerca di determinare il territorio -abitato dalle antiche popolazioni finitime a Roma. In -una escursione a Tivoli, fatta col grande Federigo da -Urbino, il tempo fugge ad entrambi in dialoghi animatissimi -sull'antichità e sull'arte della guerra degli antichi -e più particolarmente sull'impresa dei Greci contro -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -Troja; perfino nel suo viaggio al congresso di Mantova -(1459) egli cerca, benchè indarno, il labirinto di Chiusi, -menzionato da Plinio, e visita sul Mincio la così detta -villa di Virgilio. Che un Papa simile esigesse anche -dagli Abbreviatori della Curia un latino classico nella -redazione degli atti, non farà meraviglia, quando, oltre -a tutto questo, si sappia che una volta nella guerra -contro il re di Napoli amnistiò gli Arpinati perchè compatriotti -di M. T. Cicerone e di C. Mario, il nome dei -quali ricorre quivi frequentissimo anche nei registri battesimali. -A lui solo, come a vero conoscitore e sincero -fautore, poteva il Biondo dedicare la sua Roma triumphans, -che è il primo grande tentativo di una esposizione -generale delle antichità romane. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma anche nel resto d'Italia a questo tempo lo studio -delle antichità romane s'era fatto più vivo che mai. -Già il Boccaccio<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>, parlando delle rovine di Baja, le chiama -«antiche macerie, ma pur sempre nuove per gli -uomini moderni»: d'allora in poi esse furono riguardate -come una delle più interessanti rarità dei dintorni -di Napoli. Poco dopo sorsero collezioni di antichità di -ogni specie. Ciriaco d'Ancona percorse non solo l'Italia, -ma anche molti altri paesi dell'antico Orbis terrarum, -e ne riportò in grande copia iscrizioni e disegni: -interrogato perchè tanto s'adoperasse, rispondeva: per -risuscitare i morti<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. Le storie delle singole città da tempo -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -antichissimo avevano accennato a rapporti veri o supposti -con Roma, credendole o direttamente fondate o almeno -colonizzate da essa<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>; e da lungo tempo altresì -compiacenti compilatori di genealogie avean derivato -alcune famiglie dalle più celebri dell'antica Roma. Queste -adulazioni tornavano così gradite, che non vi si rinunciò -nemmeno nella luce della critica esordiente del secolo XV. -Senza reticenza alcuna Pio II a Viterbo disse agli oratori -romani, che lo pregavano di un sollecito ritorno<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>: -«Roma è già mia patria al pari di Siena, perchè la -famiglia dei Piccolomini è da tempo immemorabile trasmigrata -da Roma a Siena, come lo prova l'uso dei -nomi Enea e Silvio perpetuatosi in essa». Probabilmente -non gli sarebbe rincresciuto affatto di esser creduto -un discendente dei Giulii. Anche Paolo II — un -Barbo da Venezia — trovò lusingata la sua vanità nel -veder derivata la sua famiglia, ad onta di un'opinione -contraria che la vorrebbe tedesca, dalla stirpe degli -Enobarbi romani, che con una colonia sarebbero venuti -a Parma e di là poi, in forza di lotte di partito, sarebbersi -trasferiti a Venezia<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Dopo ciò, non farà meraviglia -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -che i Massimi pretendessero discendere da Fabio -Massimo, i Cornaro dai Cornelj, e parrà invece strano -che nel seguente secolo XVI il novelliere Bandello abbia -cercato di far derivare la propria famiglia da alcuni illustri -Ostrogoti (I. Nov. 23). -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Torniamo a Roma. Gli abitanti, «che allora si gloriavano -del titolo di romani», accolsero con compiacenza -i sentimenti di omaggio, che tributava loro il resto -d'Italia. Sotto Paolo II, Sisto IV ed Alessandro VI vedremo -effettuarsi splendide feste carnevalesche, nelle -quali si va a gara per rappresentare le immagini predilette -del tempo, i trionfi degli antichi imperatori romani. -L'antichità pervade tutti i sentimenti e somministra -le forme, sotto le quali si manifestano. In mezzo a -tali tendenze generali accadde, che il 18 aprile dell'anno -1485 si sparse la voce essersi trovato il corpo, maravigliosamente -bello e ben conservato, di una giovane romana -del tempo antico<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>. Alcuni muratori lombardi, i quali -stavano lavorando per dissotterrare un antico monumento -in un podere del convento di S. Maria nuova, presso la -via Appia, fuori della cerchia del sepolcro di Cecilia -Metella, trovarono un sarcofago di marmo, che si diceva -portar l'iscrizione: Giulia, figlia di Claudio. Questo è -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -il fatto; ma non si tardò a lavorarvi sopra di fantasia, -e si disse che i muratori erano immediatamente scomparsi -coi tesori e colle pietre preziose poste nel sarcofago -ad ornamento del cadavere; che questo era tutto -rivestito di una essenza atta a conservarlo, ed avea tale -freschezza e flessibilità, da sembrar quello di una giovane -quindicenne appena morta; e più tardi si aggiunse, che -conservava ancora i colori vitali e gli occhi e la bocca -semiaperti. Fu portata al palazzo dei Conservatori in -Campidoglio, dove accorse, per vederla, una folla infinita, -e molti altresì per ritrarla, «imperocchè essa era -bella oltre quanto si possa dire e scrivere, e se lo si -dicesse o scrivesse, quelli che non la videro, no 'l crederebbero». -Ma tosto dopo, per ordine di Innocenzo VIII, -si dovette di notte tempo seppellirla in luogo segreto -fuori di porta Pinciana, e nel vestibolo del cortile -de' Conservatori non rimase che il vuoto sarcofago. Probabilmente -sul viso del cadavere era stata tirata una -maschera colorata in cera o qualche cosa di simile, che -stesse in armonia con gli aurei capelli. Ciò che v'ha -di singolare in tutto questo non è il fatto in sè stesso, -ma il pregiudizio universalmente radicato che le forme -corporee degli antichi, che qui finalmente si credeva -di vedere nella loro realtà, fossero più belle di quelle -dei moderni. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Frattanto la cognizione di fatto dell'antica Roma -cresceva mediante gli scavi: già sotto Alessandro VI si -impararono a conoscere le così dette <i>grottesche</i>, vale a -dire le decorazioni delle pareti e delle vôlte degli antichi, -e si trovò a Porto d'Anzio l'Apollo del Belvedere: -sotto Giulio II seguirono le gloriose scoperte del Laocoonte, -della Venere vaticana, del Torso, della Cleopatra -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -ed altre parecchie<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; anche i palazzi dei grandi e dei -cardinali cominciarono a riempirsi di statue e di frammenti -antichi. Per Leone X Raffaello intraprese quella -restaurazione ideale di tutta l'antica città, di cui parla -la celebre sua lettera (o del Castiglione)<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>. In essa, dopo -avere amaramente lamentato le devastazioni, che, specialmente -sotto Giulio II, ancora duravano, egli supplica -il Papa che voglia farsi protettore dei pochi avanzi -rimasti a testificare la grandezza e la potenza di quei -genii divini dell'antichità, alla cui memoria si accendono -ancora coloro, che sono capaci di sentimenti elevati e -sublimi. Poi, con senso quasi di divinazione, traccia le -linee fondamentali di una storia comparata delle arti, e -per ultimo accenna all'opportunità di quei «restauri», -che poi furono nella mente di tutti, e a questo scopo -esprime il desiderio che di ogni avanzo si cerchi di dare -il piano, il contorno e lo spaccato. Come, da questo -tempo in avanti, l'archeologia, tutta intesa ad illustrare -la città eterna e la sua topografia, sia cresciuta in scienza -speciale, e come l'Accademia vitruviana si sia sentita -almeno da tanto di metter fuori un programma colossale<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>, -non può essere dimostrato nel presente lavoro, nel -quale dobbiamo arrestarci a Leone X, sotto il cui governo -il gusto per l'antichità si connette con tutte le -altre tendenze di quel tempo e cospira a dare un'impronta -affatto caratteristica alla vita romana d'allora. Il -Vaticano echeggiava di canti e di suoni: questi suoni -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -si diffusero, quasi comando a godere la vita, oltre la -cerchia di Roma, non ostante che Leone non sia riuscito -con ciò nè a mettere in fuga le cure e i dolori, nè a -prolungar l'esistenza<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>, che gli fu tronca da una morte -immatura. La splendida immagine della Roma di Leone, -quale ci viene descritta da Paolo Giovio, resterà indimenticabile, -per quanto anche se ne conoscano i vizi e -le piaghe, quali, ad esempio, il servilismo di chi agognava -a salire, la miseria segreta dei prelati che, in -onta ai loro debiti, dovevano vivere sfarzosamente<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>, la -protezione male accordata a letterati mediocri, trascurando -i sommi, e finalmente l'amministrazione affatto -rovinosa delle finanze pubbliche<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Lo stesso Ariosto, che -conosceva sì bene queste magagne e ne parlava con -amarezza, non può a meno tuttavia nella Satira sesta -di confessare quanto gradito gli sarebbe stato il soggiorno -di Roma, dove non gli sarebbe mancata la compagnia -di coltissimi letterati, che l'avrebbero accompagnato -a vedere le rovine del tempo antico, e dove -avrebbe trovato consigli autorevoli pel suo poema e -mezzi di erudirsi, compulsando i preziosi tesori raccolti -nella Biblioteca del Vaticano. Questi, egli soggiunge, -sarebbero i veri allettamenti che mi attirerebbero a -Roma, se dovessi risolvermi di andarvi quale inviato -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -della corte di Ferrara, non già la protezione medicea, -alla quale da gran tempo ho rinunciato. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma, oltre all'interesse archeologico e a sentimenti -di solenne patriottismo, le rovine ebbero anche la forza -di sviluppare, in Roma e fuori, manifestazioni di entusiasmo -affatto elegiaco e sentimentale. I primi sintomi -trovansi, ancora al loro tempo, nel Petrarca e nel Boccaccio -(v. pag. 240 e 245); il Poggio (l. c.) visita di frequente -il tempio di Venere e di Roma, persuaso che sia -quello di Castore e Polluce, dove una volta soleva radunarsi -il Senato, e quivi si esalta alla memoria dei grandi -oratori Crasso, Ortensio e Cicerone. In modo affatto sentimentale -si esprime più tardi Pio II, specialmente nella -descrizione di Tivoli<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>, e poco dopo si ha la prima prospettiva -di rovine accompagnata da una descrizione del -Polifilo<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>, dove figurano avanzi di grandiose vôlte e colonnati, -circondati all'intorno da vecchi platani, allori -e cipressi, tra' quali crescono sterpi ed erba selvatica. -Nei racconti delle tradizioni religiose s'introduce l'uso, -non si sa come, di trasportare la nascita di Cristo in -mezzo alle rovine di uno splendido e grandioso palazzo<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>. -Per ultimo scorgesi la manifestazione pratica di questo -medesimo sentimento nella consuetudine invalsa di far -entrare le rovine artificiali, come requisito indispensabile, -in qualsiasi grandioso giardino. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span></p> - -<h3 id="cap3-3">CAPITOLO III. -<span class="smaller">Autori antichi risuscitati.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, -copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi -orientali. — Pico di fronte all'antichità. -</p> -</div> - -<p> -Ma infinitamente più importanti che gli avanzi dell'architettura -e dell'arte in generale, erano i monumenti -della parola rimasti dell'antichità greca e romana. Ciò -è tanto vero, che in allora furono addirittura riguardati -come la fonte d'ogni sapere nel senso il più assoluto. -Le condizioni librarie di quel tempo di grandi scoperte -sono state più volte e variamente esposte: noi non possiamo -aggiungere qui che alcuni particolari men conosciuti<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>. -</p> - -<p> -Per quanto grande sembri essere stata da lungo -tempo, e più specialmente poi nel secolo XIV, l'influenza -degli antichi scrittori in Italia, si potrebbe tuttavia -dire che una tale influenza dipendeva piuttosto da -una più larga diffusione delle opere già conosciute, che -non da nuove scoperte, che in quel secolo fossero state -fatte. I più comuni fra i poeti, gli storici, gli oratori e -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -gli epistolografi latini, insieme ad un certo numero di -traduzioni latine di singole opere di Aristotele, di Plutarco -e di pochi altri greci, costituivano in sostanza -l'intero patrimonio, di cui andava ricca e deliziavasi la -generazione del Boccaccio e del Petrarca. È noto a tutti -che quest'ultimo possedeva e custodiva religiosamente -un Omero greco, senza poterlo leggere. La prima traduzione -latina dell'Iliade e dell'Odissea è dovuta al Boccaccio, -che la mise insieme alla meglio coll'aiuto di un -greco oriundo di Calabria. — Soltanto col secolo XV comincia -la grande serie delle nuove scoperte, la fondazione -sistematica delle biblioteche creata colla moltiplicazione -delle copie e il lavoro zelante delle traduzioni -dal greco.<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Senza l'entusiasmo di alcuni raccoglitori d'allora, che -talvolta si videro per esso ridotti alle più dure strettezze, -noi non ci troveremmo in possesso se non di una minima -parte degli scrittori greci, che giunsero sino al -nostro tempo. Papa Nicolò V s'aggravò, fin da quando -era monaco, di molti debiti per comperare o far copiar -codici, e fin d'allora egli si confessava vinto dalle due -grandi passioni, che prevalsero nell'epoca del Rinascimento, -i libri e le fabbriche.<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a> Divenuto Papa, mantenne -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -la parola, stipendiando copisti per scrivere e mandando -esploratori a cercare opere antiche per ogni dove. Perotto -per la traduzione latina di Polibio ebbe cinquecento -ducati, il Guarino per quella di Strabone mille fiorini -d'oro e doveva averne altri cinquecento, se il Papa non -fosse morto precocemente. Morendo, egli lasciò ricca di -cinquemila, o, secondo un altro modo di calcolare, di novemila -volumi<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a> quella biblioteca, che propriamente era -destinata in origine all'uso dei soli curiali, ma che divenne -l'elemento principale della celebre Biblioteca del -Vaticano: essa doveva essere collocata nello stesso palazzo -papale come il suo più bell'ornamento, a quel modo -che aveva ordinato Tolommeo Filadelfo in Alessandria. -Quando il Papa, in occasione della peste, si ritirò con -tutta la sua corte a Fabriano, vi condusse anche i suoi -traduttori e compilatori, per essere sicuro che non gli -morissero. -</p> - -<p> -Il fiorentino Nicolò Niccoli,<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a> uno degli eruditi che -si raccoglievano intorno a Cosimo il vecchio, diè fondo -a tutto il suo avere a furia di acquistar libri; ma quando -egli non ebbe più nulla, i Medici gli tennero aperte le -loro casse per qualunque somma egli richiedesse per -tali scopi. A lui si deve il completamento di Ammiano -Marcellino e del libro <i>de Oratore</i> di Cicerone, nonchè -molte altre scoperte, ed egli indusse Cosimo a comperare -altresì il bellissimo Plinio, che aveva già appartenuto ad -un convento di Lubecca. Con una liberalità veramente -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -generosa egli dava a prestito i suoi libri, o forniva ogni -possibile comodo in casa sua ai lettori, intrattenendosi -con loro su quanto leggevano. La sua raccolta, che contava -ottocento volumi stimati seimila fiorini d'oro, dopo -la sua morte, e per l'interposizione di Cosimo, passò al -convento di S. Marco, sotto condizione però che fosse -accessibile al pubblico. -</p> - -<p> -Dei due grandi scopritori di libri, il Guarino ed il -Poggio, l'ultimo,<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a> in parte anche quale incaricato del -Niccoli, fece, come è noto, importanti scoperte nelle -abbazie della Germania meridionale, ch'ebbe occasione -di visitare quando si recò al Concilio di Costanza. Egli -trovò quivi sei orazioni di Cicerone e il primo Quintiliano -completo, quello di S. Gallo, ora esistente a Zurigo, -che dicesi egli abbia copiato per intero e assai -nitidamente in soli trentadue giorni. Trovò inoltre importanti -frammenti, che ajutarono a completare Silio -Italico, Manilio, Lucrezio, Valerio Flacco, Ascanio Pediano, -Columella, Celso, Aullo Gellio, Stazio e molti -altri; e per ultimo, insieme a Leonardo Aretino, fece -conoscere le ultime dodici commedie di Plauto, nonchè -le Verrine di Cicerone. -</p> - -<p> -Il celebre cardinale Bessarione, venuto dalla Grecia, -raccolse, con sentimento di lodevole patriottismo<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a> e non -senza enormi sacrifici, seicento codici, contenenti opere -pagane e cristiane, e stava appunto cercando un luogo -sicuro dove poterli depositare, affinchè l'infelice sua patria, -se mai un giorno avesse riacquistato la sua libertà, -sapesse dove ritrovare ancora la sua perduta letteratura. -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -La Signoria di Venezia (v. pag. 98) si dichiarò pronta a -costruire un locale apposito, ed anche oggidì la Biblioteca -di S. Marco conserva una parte di quei tesori.<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a> -</p> - -<p> -La formazione della celebre biblioteca medicea ha -una storia affatto speciale, della quale noi non possiamo -occuparci qui: il raccoglitore principale per Lorenzo il -Magnifico, fu Giovanni Lascaris. Tutti sanno che questa -raccolta, dopo il saccheggio del 1494, fu a poco per volta -rifatta dalla liberalità del cardinale Giovanni de' Medici -(Leone X). -</p> - -<p> -La biblioteca di Urbino (ora in Vaticano) fu<a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a> in -modo precipuo fondata dal grande Federigo di Montefeltro -(v. pag. 60), che aveva già cominciato a raccogliere -fin da fanciullo, e più tardi teneva costantemente -a' suoi stipendj da trenta a quaranta scrivani, e che nel -corso della sua vita si calcola non vi abbia speso meno -di trenta mila ducati. Essa fu poi continuata sistematicamente -e completata specialmente coll'ajuto di Vespasiano, -e ciò che questi ne riferisce è degno di particolare -attenzione, perchè ci dà l'idea più completa di una -biblioteca d'allora. Ad Urbino, per esempio, si possedevano -gl'inventari della biblioteca Vaticana, di quella di -S. Marco di Firenze, della Viscontea di Pavia e perfino -di quella di Oxford, e si trovava, con senso di vero orgoglio, -che la biblioteca urbinate, per ricchezza di testi -completi di ogni singolo autore, le superava tutte di -gran lunga. Nell'insieme vi prevalevano forse ancora -i libri del medio-evo e specialmente le opere di teologia, -quali, ad esempio, quelle di S. Tommaso d'Aquino, di -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -Alberto Magno, di S. Bonaventura ecc.; ma la biblioteca -comprendeva molti rami dello scibile, e, per citarne uno, -vi si trovavano tutte le opere che mai fu possibile di -raccogliere in fatto di medicina. Fra i <i>moderni</i> primeggiavano -i grandi scrittori del secolo XIV, Dante e Boccaccio, -ad esempio, con tutte le loro opere; poi seguivano -venticinque scelti umanisti, sempre con tutte le loro -opere latine ed italiane, come altresì colle loro traduzioni. -Fra i codici greci prevalevano grandemente i Padri -della Chiesa, ma non mancavano neanche i classici -antichi, a proposito dei quali nel catalogo incontransi i -nomi di Sofocle, Pindaro e Menandro con tutte le loro -opere; — evidentemente però il codice di quest'ultimo -deve essere assai presto scomparso da Urbino,<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a> essendo -fuor d'ogni dubbio che, in caso contrario, i filologi non -avrebbero tardato a pubblicarlo. -</p> - -<p> -Ma noi abbiamo anche altre informazioni sul modo, -con cui si moltiplicarono in allora i manoscritti e si -vennero formando le biblioteche. L'acquisto diretto di -un manoscritto un po' antico, che contenesse un testo -raro, o il solo completo, od anche unico, esistente, restava -naturalmente un privilegio di pochi, e non entrava -nei calcoli ordinari. Fra i copisti, quelli che intendevano -il greco, tenevano il posto d'onore e si contraddistinguevano -coll'appellativo speciale di «scrittori»: il loro numero -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -fu e rimase sempre scarso, ed erano retribuiti assai -largamente.<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a> Gli altri, detti semplicemente copisti, erano -in parte scrivani, che vivevano unicamente del loro lavoro, -in parte poveri eruditi, che avevano bisogno di -qualche guadagno straordinario. Per una singolarità, i -copisti di Roma al tempo di Nicolò V erano per la massima -parte tedeschi e francesi,<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a> individui probabilmente -venuti a chiedere qualche grazia alla Curia e che, obbligati -a trattenersi, cercavano di guadagnarsi in tal -modo il proprio sostentamento. Ora allorquando Cosimo -de' Medici volle in tutta fretta fondare una biblioteca -per la sua prediletta abbazia al di sotto di Fiesole, -chiamò a sè Vespasiano, e questi lo consigliò di abbandonare -l'idea di comperar libri posti in commercio, perchè -non avrebbe trovato ciò che desiderava, ma bensì -di servirsi dell'opera dei copisti; dietro di che Cosimo -s'accordò con lui di un pagamento a giornate, e Vespasiano -stipendiò quarantacinque scrivani, che in ventidue -mesi gli fornirono duecento volumi completi.<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a> La lista -delle opere da scegliere fu spedita a Cosimo da Nicolò V, -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -che la stese di propria mano.<a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a> (Naturalmente prevalevano -su tutto il resto i libri ecclesiastici e il corredo -necessario pel servizio del coro). -</p> - -<p> -La forma della scrittura era quella nitida ed elegante -introdottasi in Italia sin dal secolo precedente e -che piace tanto ancora oggidì, vista nei libri di quel -tempo. Papa Nicolò V, il Poggio, Giannozzo Mannetti, -Niccolò Niccoli ed altri celebri eruditi erano essi medesimi -eccellenti calligrafi, e non tolleravano se non le -scritture veramente belle. Gli altri ornamenti, anche se -non vi andava unita nessuna miniatura, portavano l'impronta -del massimo buon gusto, come lo provano specialmente -i codici della Laurenziana coi loro leggerissimi -fregi lineari sul principio e alla fine. Il materiale su cui -si scriveva, se per grandi signori, era sempre la pergamena, -e le legature nella Vaticana e ad Urbino uniformemente -in velluto cremisino con fermagli d'argento. -Con tanta cura di mettere in evidenza la venerazione -che si aveva pel contenuto dei libri mediante l'eleganza -dei fregi esterni, non riescirà difficile a comprendere -come ai libri stampati, che improvvisamente cominciavano -ad apparir d'ogni parte, non si facesse in sulle -prime troppo buon viso. Al qual proposito basta accennare -quello che i biografi narrano di Federigo da Urbino, -che cioè «si sarebbe vergognato» di possedere -nella sua biblioteca un libro stampato!<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma gli stanchi copiatori, — non quelli che esercitavano -il mestiere, ma i molti che dovevano copiare un -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -libro per averlo, — giubilarono della invenzione tedesca.<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a> -Essa fu messa tosto a profitto in Italia per la moltiplicazione -e diffusione dei classici latini e poscia anche dei -greci, ma non con quella rapidità che avrebbe potuto -aspettarsi dall'universale entusiasmo, che esisteva per -questi scrittori. Qualche tempo dopo cominciò a designarsi -più nettamente la posizione reciproca degli autori -e degli stampatori,<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a> e sotto Alessandro VI sorse la censura -preventiva, perchè non era più tanto facilmente -possibile di distruggere un libro, come Cosimo aveva -poco prima potuto pattuire col Filelfo.<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a> -</p> - -<p> -Come da questo tempo in avanti, in connessione con -lo studio progrediente delle lingue e dell'antichità, siasi -venuta a poco a poco formando una critica dei testi, non -è del nostro assunto il dimostrarlo, come non è nostro -compito neanche di dare una storia dell'erudizione in -generale in un libro, che non mira tanto a mettere in -luce ciò che effettivamente si sapeva allora in Italia, -quanto a mostrare ciò che dell'antichità si riprodusse -nella vita e nella letteratura del secolo, di cui si parla. -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -Tuttavia ci sia permessa ancora una osservazione sugli -studi considerati in sè stessi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -L'erudizione greca si concentra essenzialmente in -Firenze e nel secolo XV, nonchè nei primordj del XVI. -Ciò che il Petrarca e il Boccaccio aveano fatto al loro -tempo<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a> per promoverla non accenna che ad un entusiasmo -da dilettanti; d'altra parte, colla colonia dei dotti -venuti da Costantinopoli morì intorno al 1520 anche lo -studio del greco,<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a> e fu una vera fortuna che alcuni settentrionali -(Erasmo, gli Stefani e Buddeo) se ne sieno -frattanto impadroniti. Quella colonia avea cominciato con -Emanuele Crisolora e il suo congiunto Giovanni, nonchè -con Giorgio da Trebisonda: poi vennero, intorno all'epoca -della presa di Costantinopoli e più tardi, Giovanni Argiropulo, -Teodoro Gaza, Demetrio Calcondila (che allevò -anche i propri figli Teofilo e Basilio a valenti grecisti), -Andronico Callisto, Marco Musuros e la famiglia dei Lascaris, -con molti altri. Tuttavia, dopochè l'assoggettamento -della Grecia per opera dei Turchi fu completo, -non vi fu più nessun dotto superstite, ad eccezione dei -figli dei fuggiaschi e forse qualche condiotto o cipriotto. -Ora il fatto che colla morte di Leone X coincide presso -a poco anche il primo scadimento degli studi greci, -si spiega bensì col mutamento sopravvenuto nelle tendenze -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -generali<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a> e colla sazietà relativa, che avea cominciato -a manifestarsi rispetto al contenuto sostanziale -della letteratura classica, ma certamente non vi rimase -estranea neanche la scomparsa di oramai tutti i dotti -venuti dalla Grecia, già morti. Così resta che anche fra -gl'Italiani gli anni, in cui lo studio del greco massimamente -fiorì, furono quelli più prossimi al 1500, che potrebbe -dirsi in questo riguardo l'anno normale; e fu -appunto allora che appresero anche a parlarlo correttamente -uomini, che un mezzo secolo più tardi non l'avevano -ancora dimenticato, quali ad esempio i papi Paolo III -e Paolo IV.<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a> Ma un tale fervore non si spiega se non col -presupporre rapporti con uomini veramente venuti dalla -Grecia e greci di nascita. -</p> - -<p> -Oltre Firenze, Roma e Padova ebbero quasi sempre, -e Bologna, Ferrara, Venezia, Perugia, Pavia ed altre -città di quando in quando, maestri stipendiati di greco.<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a> -Moltissimo poi deve questo studio al coraggio di Aldo -Manuzio, il celebre editore veneziano, che per il primo -stampò in greco i più importanti e voluminosi autori. -Egli arrischiò in quell'impresa tutto il suo avere, e fu -in generale tale tipografo, cui ben pochi anche più tardi -possono essere paragonati. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma questa è l'epoca in cui, accanto ai classici, anche -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -gli studi orientali ebbero uno sviluppo abbastanza notevole, -e noi dobbiamo qui farne menzione almeno con -una parola. Lo studio dell'ebraico e di tutto il sapere -israelitico si connette ad una polemica dogmatica, che -ebbe a sostenere Giannozzo Mannetti,<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a> grande erudito e -politico fiorentino (morto nel 1459). Egli cominciò dall'educare -suo figlio Agnolo allo studio non del latino e -del greco soltanto, ma anche dell'ebraico. Più tardi ebbe -l'incarico da papa Nicolò V di tradurre nuovamente -tutta la Bibbia, perchè l'indirizzo filologico del tempo -consigliava ad abbandonar la volgata.<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a> Ma anche parecchi -umanisti accolsero, molto tempo prima di Reuclino, -nei loro studi anche l'ebraico, e Pico della Mirandola -possedeva tutto il sapere talmudico e filosofico di un -dotto rabbino. I primi a pensare allo studio dell'arabo -furono i medici, che non si accontentavano più delle -traduzioni latine alquanto invecchiate dei grandi maestri -arabi: l'occasione forse fu data dai consoli veneziani -stabiliti in oriente, che tenevano presso di sè medici italiani. -Geronimo Ramusio, medico veneziano, fece alcune -traduzioni dall'arabo e morì a Damasco. Andrea Mongajo -da Belluno,<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a> innamorato di Avicenna, dimorò lungamente -a Damasco per apprendervi l'arabo e fece poi -alcune correzioni al suo autore prediletto. Il governo di -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -Venezia istituì poscia appositamente per lui una cattedra -d'arabo all'università di Padova. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma noi dobbiamo ancora una parola a Pico, prima -di passare a dir degli effetti dell'umanismo in generale. -Egli è l'unico che a voce alta e con vero coraggio difese -i diritti della scienza e della verità in tutti i tempi, -di fronte all'esclusiva preponderanza dell'antichità greco-romana.<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a> -Egli ricolloca nel posto loro dovuto non solo -Averroè e gl'investigatori ebraici, ma anche gli Scolastici -del medio-evo, dai quali si fa dire: «noi vivremo -eternamente, non nelle scuole dei compilatori di sillabe, -ma nella cerchia elevata dei dotti, che non discutono -più sulla madre di Andromaca o sui figli di -Niobe, ma sulle ragioni arcane e profonde di ogni -cosa umana e divina: chi si avvicinerà un poco, vedrà -che anche i Barbari avevano lo spirito (<i>Mercurium</i>) -non sulla lingua, ma nel petto». Con uno stile -vigoroso e non del tutto disadorno e con una esposizione -nitida e serrata egli combatte il pedantesco purismo e -l'esagerata venerazione per una forma non naturale, ma -imitata, specialmente se è congiunta con un ingiusto esclusivismo -e col sacrificio della verità sostanziale delle cose. -In lui può vedersi quale elevato indirizzo avrebbe preso -la filosofia in Italia, se la Contro-riforma non vi avesse -soffocato ogni libero slancio del pensiero. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span></p> - -<h3 id="cap4-3">CAPITOLO IV. -<span class="smaller">L'umanesimo nel secolo XIV.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca, e Boccaccio. — Il -Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione -dei poeti. -</p> -</div> - -<p> -Ora chi furono coloro, che si fecero mediatori tra la -venerata antichità ed il presente, e che volevano trasfondere -in questo la vita e la cultura di quella? -</p> - -<p> -Ella è una schiera di cento figure diverse, la quale -assume oggi un aspetto, domani un altro, ma che in -mezzo a ciò ha la coscienza di essere un elemento nuovo -nella vita civile, e come tale è considerata anche dai -contemporanei. Come loro precursori possono, prima di -ogni altro, riguardarsi quei <i>Clerici vagantes</i> del secolo -XII, della poesia dei quali s'è già parlato altrove -(v. pag. 234): identica l'instabilità dell'esistenza, identico -il modo di guardare, talvolta anche troppo liberamente, -la vita, identica la tendenza a dare, almeno in -sul principio, un'intonazione antica alla poesia. Ma ora, -di fronte all'intera cultura del medio-evo pur sempre -chiesastica, e coltivata di preferenza dal clero, sorge -una nuova cultura, la quale precipuamente s'attiene a -ciò che sta al di là del medio-evo, in un'epoca anteriore. -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -I rappresentanti più attivi di essa acquistano una -grande importanza<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>, perchè sanno ciò che seppero gli -antichi, perchè cercano di scrivere come scrissero gli -antichi, perchè cominciano a pensare e a sentire come -pensarono e sentirono gli antichi. La tradizione, alla -quale essi si volgono, in mille punti si viene trasformando -in una vera riproduzione. -</p> - -<p> -Taluni fra i moderni lamentarono più volte che i -primordî di una cultura senza paragone più autonoma, -e schiettamente italiana, quali si manifestarono intorno -al 1300 in Firenze, sieno stati più tardi completamente -soffocati dalla scuola degli umanisti<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>. Nel secolo XIV, -a detta di costoro, tutti sapevano leggere in Firenze; -perfin gli asinai cantavano per le vie i versi di Dante; -i migliori manoscritti erano quelli posseduti e copiati -da artefici fiorentini; e in allora fu anche possibile la -formazione di una enciclopedia popolare, quale il «Tesoro» -di Brunetto Latini. Tutto ciò non era dovuto -certamente ad altro, fuorchè alla forte tempra di carattere -che era in tutti, e questa alla sua volta s'era venuta -formando e dalla lunga esperienza nelle cose di -Stato, e dal movimento commerciale vivissimo, e dai -viaggi assai frequenti, e in generale dall'abborrimento -in cui vi si aveva la vita oziosa e indolente. Per queste -doti il popolo fiorentino era salito in tal rinomanza -presso tutte le nazioni, che papa Bonifacio VIII non -esitò a chiamarlo il quinto elemento del mondo. Ora -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -l'umanismo, colla diffusione sempre maggiore che ebbe -sino dal 1400 in Italia, arrestò d'un tratto tutto quel -moto naturale e spontaneo, abituò a chiedere alla sola -antichità la soluzione di qualunque problema, ridusse la -letteratura ad un semplice sfoggio di citazioni, e contribuì -perfino alla rovina definitiva della libertà, mentre -tutta questa erudizione non si basava che in una servile -soggezione all'autorità altrui e sacrificava ogni privilegio -o prerogativa speciale all'universalità del diritto -romano, cercando e ottenendo in tal modo il favore di -tutti i tiranni. -</p> - -<p> -Tutte queste accuse ci occuperanno altrove, quando -sarà il caso di discuterne il vero valore e di bilanciare -il pro' ed il contro della questione. Qui per ora ci preme -soltanto di stabilire come cosa di fatto, che fu anzi la -stessa cultura del vigoroso secolo XIV quella che preparò -necessariamente la vittoria completa dell'umanismo, -e che appunto i più grandi nel campo della letteratura -italiana propriamente detta sono stati i primi ad aprire -tutte le porte all'invasione dell'antichità nel secolo XV. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Prima d'ogni altro Dante. Se una serie di genii pari -al suo avesse, dopo di lui, potuto condurre sempre più -innanzi la letteratura italiana, essa, in onta a tutti gli -elementi antichi che vi si introdussero, non avrebbe mai -mancato di serbare un'impronta affatto nazionale e sua -propria. Ma nè l'Italia, nè l'intero Occidente hanno più -prodotto un secondo Dante, e così egli rimase pur sempre -il primo, che condusse l'antichità al limitare della -nuova cultura moderna. Però è vero che nella Divina -Commedia egli non tratta in modo uguale il mondo antico -e il mondo cristiano; ma pure li fa sempre correre parallelli -fra loro, e come il medio-evo antecedente avea -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -messo insieme i tipi e i contro-tipi tolti dalle storie e -dalle figure dell'antico e del nuovo Testamento, così -egli appaja di regola un esempio cristiano con uno pagano -del medesimo fatto<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>. Ora non si deve dimenticare -che il mondo fantastico cristiano e la sua storia erano -noti universalmente, mentre invece l'antichità pagana -era relativamente assai poco conosciuta, possedeva quindi -una maggiore attrattiva e doveva destare una più grande -curiosità nell'universale, quando non ci fosse stato nessun -Dante, che avesse potuto mantenere le cose in giusto -equilibrio. -</p> - -<p> -Il Petrarca nell'opinione dei più non vive oggidì che -come un grande poeta: presso i suoi contemporanei invece -la sua fama si basava assai più sulla sua erudizione, -in quanto egli era quasi una personificazione dell'antichità, -imitava tutti i generi della poesia latina e scriveva -lettere, le quali, come trattati speciali su singoli -punti dell'antichità, ebbero in quel tempo senza manuali -un valore, che ognuno può facilmente comprendere. -</p> - -<p> -Nè la cosa andava gran fatto diversamente quanto -al Boccaccio. Egli era celebre in tutta Europa da ben -duecento anni, prima che al di la delle Alpi si sapesse -qualche cosa del suo Decamerone, soltanto per le sue -opere mitografiche, geografiche e biografiche scritte in -lingua latina. Una di esse, <i>De Genealogia Deorum</i>, contiene -nei libri decimoquarto e decimoquinto una notevole -appendice, nella quale egli discute la posizione del giovane -umanismo di fronte al suo secolo. Il fatto che egli -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -limita sempre il suo discorso alla sola «poesia», non -deve per avventura trarre altri in errore; guardando -un po' più addentro alla sostanza di quel lavoro, si scorge -tosto, che il suo pensiero abbraccia l'intero campo d'attività -del poeta-filologo.<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a> E sono i nemici di questa che -egli combatte più vivamente: i frivoli ignoranti che non -vivono che per la gozzoviglia e la crapula: gli schifiltosi -teologi, che riguardano come semplici follie le allusioni -al monte Elicona, alla fonte Castalia e al sacro bosco di -Febo; gli avidi giuristi, che considerano come inutile la -poesia, perchè, non dà alcun guadagno materiale: finalmente -i monaci mendicanti (indicati con una perifrasi -abbastanza chiara), che si lagnano dell'indirizzo pagano -e immorale della società.<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a> Dopo ciò segue la difesa esplicita, -anzi l'elogio della poesia, e in modo speciale del -senso recondito ed allegorico, che le si deve dare dovunque, -e di quella oscurità, che le è necessaria per -tener lontane da essa tutte le menti ottuse degli ignoranti. -Da ultimo giustifica lo slancio che presero gli -studi dell'antichità al tempo suo, con evidente allusione -alla dotta sua opera.<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a> In altri tempi, egli dice, questi -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -studi potevano essere pericolosi, perchè le condizioni sociali -erano diverse dalle presenti, e la Chiesa primitiva -avea bisogno di difendersi contro i pagani: oggidì — per -la grazia di Gesù Cristo — la vera religione si è -raffermata nelle sue basi, ogni traccia di paganesimo è -scomparsa, e la Chiesa vittoriosa è padrona del campo: -oggidì si può accostarsi all'antichità pressochè (<i>fere</i>) -senza pericolo alcuno. È lo stesso argomento, che più -tardi addussero in propria difesa gli uomini del Rinascimento. -</p> - -<p> -S'era dunque manifestato un fatto nuovo nel mondo -ed era sorta una nuova classe d'uomini a rappresentarlo. -Egli è inutile il questionare se questo fatto avrebbe dovuto -arrestarsi a mezzo il corso della sua carriera ascendente, -per cedere la prevalenza all'elemento prettamente -nazionale: l'opinione di tutti in questo riguardo era una -sola, che cioè l'antichità costituiva una delle più splendide -glorie della nazione italiana. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Essenzialmente propria a questa prima generazione -di poeti-filologi è una ceremonia simbolica, che non cessò -neanche nei secoli XV e XVI, sebbene vi abbia perduto -tutto il lato sentimentale, vogliamo dire l'uso di incoronare -i poeti con una corona d'alloro. Le origini di -questa ceremonia si perdono nelle tenebre del medioevo, -nè si sa che per essa abbia mai esistito un rito -speciale: era una dimostrazione pubblica, una testimonianza -onorifica resa al merito letterario,<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a> e, appunto per -questo, anche qualche cosa di essenzialmente variabile. -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -Dante, per esempio, sembra che la riguardasse come una -specie di consacrazione religiosa: egli voleva porsi in -capo da sè la corona nel battistero di S. Giovanni, dove -egli stesso e centinaja di migliaia di fiorentini erano stati -battezzati.<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a> Egli avrebbe potuto, dice il suo biografo, in -virtù della sua rinomanza ottenere l'alloro dovunque, -ma non lo voleva che in patria, e perciò morì senza riceverlo. -Da questo stesso biografo noi apprendiamo inoltre, -che sino a questo tempo un tal uso non vi fu mai -in Firenze, e passava comunemente come cosa ricevuta -in eredità dai Greci e dai Romani. Le più vicine reminiscenze -infatti si rannodavano al fatto delle gare capitoline, -fondate sul modello di quelle di Grecia, tra suonatori -di cetra, poeti ed altri artisti, che, da Domiziano -in poi, si celebravano ogni cinque anni, e che sembrano -essere sopravissute qualche tempo anche dopo la caduta -dell'impero d'occidente. Ora, posto il caso che uno non -osasse incoronarsi da sè, come avrebbe voluto far Dante, -era naturale che si domandasse quale avrebbe dovuto -essere l'autorità, cui un tale ufficio spettasse? Albertino -Mussato (v. pag. 196) fu incoronato a Padova dal vescovo -e dal rettore dell'università; per l'incoronazione -del Petrarca erano in contesa fra loro (1341) l'università -di Parigi, che appunto allora aveva a rettore un -fiorentino, e l'autorità municipale di Roma; e dal canto -suo anche l'esaminatore, che egli stesso si era scelto, -il re Roberto d'Angiò, volentieri avrebbe compito la ceremonia -di propria mano a Napoli, se il poeta, come è -noto, non avesse preferito l'incoronazione in Campidoglio -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -di mano del senatore di Roma. Dopo un tale esempio, -il Campidoglio rimase per qualche tempo la meta -di tutte le ambizioni, e tra gli altri vi aspirò, per esempio, -un Jacopo Pizinga, illustre magistrato siciliano.<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a> Ma -tosto dopo comparve in Italia Carlo IV, che si compiaceva -moltissimo di appagare la vanità degli uomini ambiziosi -e di imporre alle moltitudini spensierate con l'apparato -di ceremonie grandiose e solenni. Partendo dalla -supposizione, che l'incoronazione dei poeti fosse stata -una volta un privilegio esclusivo degl'imperatori romani -e che quindi allora spettasse a lui, egli incoronò a Pisa -il dotto Zanobi della Strada,<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a> a gran dispetto del Boccaccio, -che a nessun patto volea riconoscere come legittima -questa <i>laurea pisana</i> (l. c.). E per verità si poteva -anche chiedere, come quello straniero mezzo slavo e -mezzo tedesco fosse in diritto di sedere a giudice del -vero merito dei poeti italiani. Ma, ciò non ostante, -l'esempio incoraggiò, ed altri imperatori in viaggio coronarono -or qua, or là qualche poeta, dietro di che alla -lor volta nel secolo XV anche i Papi ed altri principi -non vollero restarsi addietro, sino a che da ultimo non -si badò più nè al luogo, nè ad altre circostanze. A Roma, -al tempo di Sisto IV, l'accademia di Pomponio Leto distribuiva -di propria autorità corone d'alloro.<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a> I Fiorentini -ebbero il tatto di coronare i loro umanisti solo dopo -morti; e così furono coronati Carlo Aretino e Leonardo -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -Aretino, al primo dei quali Matteo Palmieri, e al secondo -Giannozzo Mannetti recitarono l'elogio funebre in -presenza di tutto il popolo e dei signori del Concilio. In -tali circostanze era d'uso che l'oratore parlasse stando -ad uno dei lati della bara, sulla quale giaceva il cadavere -tutto vestito in seta.<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a> Oltre a ciò, Carlo Aretino fu -onorato di un monumento (in Santa Croce), che è uno -dei più belli dell'epoca del Rinascimento. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span></p> - -<h3 id="cap5-3">CAPITOLO V. -<span class="smaller">Le Università e le Scuole.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione -superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione -dei principi. -</p> -</div> - -<p> -L'influenza dell'antichità sulla cultura, della quale -oggimai dobbiamo discorrere, presupponeva innanzi tutto -che l'umanismo s'impadronisse delle Università. E ciò -veramente accadde, ma non in quelle proporzioni e con -quegli effetti, che altri a prima vista potrebbe credere. -Le Università d'Italia<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a> per la maggior parte hanno -un vero splendore soltanto nel corso dei secoli XIII e XIV, -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -allorquando la crescente ricchezza domandava anche -una cura maggiore della vita intellettuale della nazione. -In origine esse non avevano per lo più che tre cattedre: -una di gius canonico, una di gius civile e una -di medicina: col tempo se ne aggiunsero altre tre, quella -di rettorica, quella di filosofia e una terza di astronomia, -che di regola, ma non sempre, era una cosa identica -coll'astrologia. Gli stipendi dei professori variavano estremamente: -talvolta consistevano perfino in un capitale -dato per una volta tanto. Coll'allargarsi della cultura -cominciarono le gare e le gelosie, per modo che l'una -Università cercava di rubare all'altra i più celebri maestri, -e per effetto di tali circostanze vuolsi che Bologna -talvolta abbia speso per l'Università non meno della -metà delle rendite dello Stato (20,000 ducati). Gli uffici -si conferivano ordinariamente solo per un tempo determinato,<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a> -e perfino per singoli semestri, in guisa che -i docenti menavano vita nomade, al pari dei comici; taluni -però s'accordavano per tutta la durata della loro -vita. Talvolta dovean promettere di non insegnare in -nessun'altra Università ciò che aveano insegnato in una. -Oltre a ciò v'erano anche dei docenti liberi, senza stipendio. -Delle cattedre or ora menzionate naturalmente quella -di rettorica era la più ambita dagli umanisti; ma non -dipendeva che dalla quantità delle cognizioni che uno -possedeva intorno all'antichità, ch'egli potesse aspirare -anche a quelle di giurisprudenza, di medicina, di filosofia -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -o di astronomia. I rapporti intrinseci delle scienze -erano ancora molto mobili, al pari delle condizioni estrinseche -e materiali degli insegnanti. Oltre a ciò non deve -tacersi, che alcuni giuristi e medici godevano i maggiori -stipendi, i primi specialmente come grandi consultori dello -Stato che li pagava, per la trattazione delle sue cause -e de' suoi processi. In Padova nel secolo XV un professore -di diritto fu pagato mille ducati annui<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a> e ad un -celebre medico se ne volevano dare duemila e il diritto -di libera pratica, dopochè egli sino a quel momento a -Pisa era stato stipendiato con settecento fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a> -Quando il giureconsulto Bartolommeo Socini, professore -a Pisa, accettò dal governo di Venezia una cattedra a -Padova e voleva partire per quella città, la Signoria di -Firenze lo fece arrestare e non volle lasciarlo libero che -dietro una cauzione di 18,000 fiorini d'oro.<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a> Egli è appunto -in virtù dell'alto conto in cui si tenevano queste -professioni speciali, che si arriva a comprendere come -illustri filologi abbiano aspirato a cattedre di diritto e -di medicina, mentre d'altra parte è anche vero che chi -voleva in qualsiasi materia tener pubbliche lezioni, non -poteva dispensarsi dal mescolarvi per entro una forte -dose di tintura umanistica. Dell'attività degli umanisti -in altri rami avremo occasione di parlare fra non molto. -</p> - -<p> -Tuttavia le cattedre dei filologi, come tali, benchè -in singoli casi provvedute di abbastanza lauti stipendi -ed emolumenti accessori,<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a> appartengono nel complesso -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -alla classe di quelle che erano mobili e transitorie, in -guisa che lo stesso uomo poteva prestar l'opera sua ed -essere remunerato al tempo stesso in più d'una Università. -Evidentemente si amavano i mutamenti, sperandosi -sempre di udir qualche cosa di nuovo da ogni nuovo arrivato, -come d'altronde è facile a comprendere con una -scienza ancora in istadio di formazione e quindi anche legata -in gran parte al merito personale di chi la insegnava. -Non è neppur sempre detto che colui che leggeva sugli -autori antichi e li interpetrava, appartenesse effettivamente -all'Università, potendo benissimo aver bastato un -semplice invito privato, quando i mutamenti erano sì facili, -e sì grande il numero dei locali disponibili (nei conventi -ecc.). In quegli stessi primi decenni del secolo XV,<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a> -nei quali l'Università di Firenze toccò il colmo del suo -splendore, e in cui i cortigiani di Eugenio IV e forse -anche di Martino V si affollavano nelle aule per assistere -alle gare di Carlo Aretino e del Filelfo, esisteva -non solamente una seconda Università quasi completa -presso gli Agostiniani di Santo Spirito, ma anche una -considerevole riunione presso i Camaldolesi degli Angeli, -e singoli gruppi di ragguardevoli privati, che si tassavano -spontaneamente per farsi leggere questo o quel -corso di filologia o di filosofia. Lo studio della filologia -e dell'antiquaria in Roma non aveva quasi rapporto alcuno -coll'Università (la Sapienza), e si basava quasi -esclusivamente parte sopra una speciale protezione personale -dei singoli Papi e prelati, parte sugli uffici accordati -nella Cancelleria papale. Appena sotto Leone X -fu posto mano ad una grandiosa riorganizzazione della -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -Sapienza, con ottant'otto insegnanti, tra i quali le più -grandi celebrità d'Italia anche per le scienze archeologiche; -ma quel nuovo splendore fu di assai breve durata. — Delle -cattedre di greco in Italia abbiamo già -brevemente toccato (v. pag. 262). -</p> - -<p> -Insomma, per farsi un'idea generale dei modi con -cui allora veniva impartita la scienza, si dovrà, quanto -più è possibile, distogliere l'occhio da tutte le nostre attuali -istituzioni accademiche. Le conversazioni e le dispute -personali, l'uso costante del latino, e presso molti -anche del greco, finalmente lo scambio frequente degli -insegnanti e la rarità dei libri davano agli studi d'allora -un aspetto, che noi non possiamo figurarci, se non -astraendo in tutto dal presente. -</p> - -<p> -Scuole di latino vi erano in ogni città alquanto considerevole, -e non già soltanto come preparazione agli -studi superiori, ma propriamente perchè la cognizione -della lingua latina si reputava quivi necessaria al pari -del leggere, dello scrivere e del far conti; dopo ciò seguiva -immediatamente la logica. È cosa notevole che -queste scuole non dipendevano dalla Chiesa, ma dall'autorità -municipale; parecchie erano sorte anche per la -sola iniziativa privata. -</p> - -<p> -Tutto questo organismo scolastico sotto la direzione -di valenti umanisti non solo si sollevò ad un alto grado -di perfezione, ma divenne effettivamente una fonte di -educazione superiore. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma all'educazione dei figli di due case principesche -dell'Italia settentrionale andarono connesse altre istituzioni, -che veramente potevano dirsi uniche nel loro -genere. -</p> - -<p> -Alla corte di Giovan Francesco Gonzaga in Mantova -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -(1407-1444) venne chiamato l'illustre Vittorino da Feltre,<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a> -uno di quegli uomini che consacrarono l'intera loro -esistenza ad uno scopo, pel quale si sentivano di dentro -una vocazione affatto speciale. Egli educò innanzi tutto -i figli e le figlie del duca, ed una di queste fu da lui -condotta tant'oltre, da farne una donna veramente dotta; -ma quando la sua fama si sparse per tutta Italia e a lui -affluivano da tutte le parti i figli delle più potenti e ricche -famiglie, il Gonzaga non solo permise che Vittorino -consacrasse le sue cure anche a questi, ma pare anzi -che si tenesse altamente onorato, che Mantova fosse riguardata -come la casa di educazione di tutto il mondo -elegante. Qui, per la prima volta, all'istruzione scientifica -si videro associati anche i più lodati fra gli esercizi ginnastici, -come elemento indispensabile per una educazione -completa. Ma a questi figli dell'aristocrazia non tardarono -ad aggiungersi altri, nell'educazione dei quali Vittorino -pare che riconoscesse lo scopo più alto della sua -missione, ed erano i poveri dotati di singolari attitudini, -che egli nutriva ed allevava in sua casa <i>per l'amore -di Dio</i>, abituando così i privilegiati della fortuna a rispettare -in questi il privilegio dell'ingegno. Il Gonzaga -gli pagava annualmente trecento fiorini d'oro, ma coperse -sempre del suo l'eccedente della spesa, che spesse -volte importava altrettanto. Egli sapeva che Vittorino -non faceva per sè il più piccolo risparmio, e senza dubbio -capiva che l'educazione accordata ai giovani privi -di mezzi era la tacita condizione, alla quale quell'uomo -veramente maraviglioso si acconciava a servirlo. Il sistema -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -della casa era strettamente religioso, quanto in -qualsiasi convento. -</p> - -<p> -Un indirizzo più accentuatamente scientifico è quello -che seguì Guarino da Verona,<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a> il quale nel 1429 fu -chiamato a Ferrara da Niccolò d'Este per l'educazione -del proprio figlio Lionello, e poscia, dal 1436 in avanti, -quando ormai il suo allievo era fatto uomo, vi rimase -in qualità di professore di eloquenza e di ambedue le -lingue classiche presso quell'Università. Anch'egli, fin da -quando istruiva Lionello, aveva accolto in sua casa un -drappello scelto di giovani poveri di diversi paesi, che -manteneva in parte ed anche del tutto a sue spese: le -ore della sera sino a notte avanzata erano quelle, che -egli consacrava a questi ultimi, ripetendo le lezioni già -date. Anche qui la religione e la morale erano rigorosamente -osservate; nè certamente dipendette dal Guarino, -o da Vittorino che la maggior parte degli umanisti del -loro secolo non meritassero poi molta lode sotto questo -doppio punto di vista. Egli è quasi incomprensibile, come -il Guarino, con una attività quale era la sua, abbia tuttavia -trovato il tempo necessario per condurre a termine -tante traduzioni dal greco e tanti lavori originali, -come fece. -</p> - -<p> -Oltre a quelle due corti, anche nella maggior parte -delle altre d'Italia l'educazione delle famiglie principesche -venne, almeno in parte e per alcuni anni, in mano -agli umanisti, i quali con ciò fecero un passo più addentro -nella vita delle corti. Lo scriver trattati sull'educazione -degli uomini destinati a regnare era stato fin -qui il compito esclusivo dei teologi: ora fu tutto affare -degli umanisti, ed Enea Silvio, per esempio, stese per -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -due giovani principi della casa d'Absburgo speciali trattati -sulla loro educazione ulteriore,<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a> nei quali naturalmente -egli raccomanda il culto dell'umanismo nel senso, -nel quale lo intendevano gl'Italiani. Pare ch'egli prevedesse -già lo scarso frutto de' suoi precetti, poichè lo -vediamo adoperarsi in ogni maniera perchè quegli scritti -avessero grande diffusione anche altrove. Ma dei rapporti -degli umanisti coi principi parleremo ora un po' più -largamente. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span></p> - -<h3 id="cap6-3">CAPITOLO VI. -<span class="smaller">I fautori dell'umanismo.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: -i Papi da Nicolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo -d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta. -</p> -</div> - -<p> -Innanzi tutto degni di menzione sono, specialmente -a Firenze, quei cittadini, che dello studio dell'antichità -fecero lo scopo principale della loro vita, e in parte divennero -essi stessi grandi eruditi, in parte grandi dilettanti, -che aiutarono gli eruditi (cfr. a pag. 254 e segg). -Pel periodo di transizione, che comincia al principio del -secolo XV, essi hanno un'importanza grandissima, perchè -pei primi tradussero praticamente nella vita l'umanismo, -come un elemento affatto indispensabile. I principi -e i Papi non se ne interessarono seriamente se non -molto più tardi. -Di Nicolò Niccoli e di Giannozzo Manetti s'è già -parlato più volte e da molti. Nicolò ci vien dipinto da -Vespasiano (pag. 625) come un uomo, il quale, anche in -tutto ciò che al di fuori lo circondava, non tollerava -nulla, che non avesse una certa impronta di antichità. -Di bell'aspetto, avvolto in un lungo paludamento, affabile -nei discorsi, circondato dai capolavori dell'arte antica, -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -lasciava di sè in tutti un'impressione singolare e -maravigliosa; amantissimo della pulitezza in ogni cosa, -egli la portava allo scrupolo nel servizio della tavola, -sulla quale non figuravano che vasi e calici antichi e -lini candidissimi.<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a> Il modo con cui seppe guadagnarsi -l'animo di un giovane fiorentino rotto ad ogni vizio, è -troppo singolare per non dover esser qui raccontato<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a> -colle parole stesse del suo biografo: -</p> - -<p> -«Messer Piero de' Pazzi, figliuolo di messer Andrea, -sendo giovane di bellissimo aspetto e dato molto ai -piaceri del mondo, alle lettere non pensava, perchè il -padre era mercadante, e, come fanno quelli che non -n'hanno notizia, non le stimava, nè pensava che il -figliuolo vi desse opera... Sendo in Firenze Nicolao -Niccoli, ch'era un altro Socrate e un altro Catone di -continenza e di virtù, passando uno dì messer Piero, -senza che mai gli avesse favellato, nel passare dal -palazzo del Podestà<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a> lo chiamò, vedendo uno giovane -di sì bello aspetto. Sendo Nicolao uomo di grandissima -riputazione, subito venne a lui. Venuto, come Nicolao -lo vide, lo domandò di chi egli fosse figliuolo. -Risposegli, di messer Andrea de' Pazzi, Domandollo, -quale era il suo esercizio. Rispuose, come fanno i giovani: -attendo a darmi buon tempo. Nicolao gli disse: -sendo tu figliuolo di chi tu sei e di buono aspetto, -egli è una vergogna che tu non ti dia a imparare le -lettere latine, che ti sarebbero uno grande ornamento; -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -e se tu non le impari, tu non sarai stimato nulla: -passato il fiore della tua gioventù, ti troverai senza -virtù ignuna. Messer Piero, udito questo da Nicolao, -subito gustò e conobbe ch'egli diceva il vero, e sì gli -disse che volentieri vi darebbe opera, quando egli avesse -uno precettore, che si lascierebbe consigliare a lui. -Nicolao gli disse che del precettore e de' libri lasciasse -pensare a lui, che lo provvederebbe d'ogni cosa. A -messer Piero parve che gli fosse venuta una grande -ventura. Dettegli Nicolao uno dottissimo uomo, che -si chiamava il Pontano, peritissimo in greco ed in latino, -e ricolselo messer Piero in casa, dove lo teneva -onoratissimamente servito con uno famiglio e con salario -di cento fiorini l'anno. Lasciò andare messer Piero -infinite lascivie e voluttà, alle quali egli era volto, e -dettesi in tutto alle lettere, che il dì e la notte non -attendeva ad altro, in modo che non passò molto tempo -che sendo messer Piero di prestantissimo ingegno, ed -avendo uno dottissimo precettore, cominciò a avere -buonissima notizia delle lettere latine, delle quali egli -acquistò grandissimo onore e n'ebbe grande riputazione,..... -Imparò l'Eneide di Virgilio a mente, e -molte orazioni di Livio in soluta orazione, per spasso, -andando a uno suo luogo che aveva, e che si chiamava -il Trebbio». -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -In senso diverso e più elevato rappresenta l'antichità -Giannozzo Manetti.<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a> Mostrando ancor da fanciullo -una maturità precoce, egli avea fatto il suo alunnato nel -commercio e teneva i registri di un banchiere; ma dopo -qualche tempo questo genere di vita gl'increbbe, come -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -vano ed effimero, ed aspirò alla scienza, per la quale -soltanto l'uomo può assicurarsi l'immortalità. E allora, -primo fra tutti i nobili fiorentini, si seppellì fra i libri -e divenne, come già s'è notato, uno dei più grandi eruditi -dell'epoca sua. Ma quando lo Stato lo adoperò al -suo servizio, mandandolo a Pescia e a Pistoia in qualità -di pubblico esattore e poi di Podestà, egli tenne questi -uffici in modo da far palese a tutti l'alto concetto che -egli aveva della propria missione, ispiratogli senza dubbio -dalla vastità de' suoi studi e da un sentimento di -pietà religiosa, che in lui era schietto e profondo. Egli -curò la riscossione delle imposte le più odiose decretate -dallo Stato, rinunciando ad ogni retribuzione per sè; -quale preposto alla provincia, la provvide di vettovaglie, -respinse qualsiasi dono, compose le liti e fece quanto era -in poter suo per domare colla dolcezza la ferocia delle -passioni. I Pistoiesi non furono mai in grado di dire a -quale dei due partiti, in che era allora divisa la loro -città, egli di preferenza inclinasse: e, quasi a prova -ch'egli aveva ugualmente a cuore la sorte e il diritto -di tutti, scrisse nelle ore d'ozio la storia di Pistoia, che -poi legata in porpora fu custodita, come preziosa reliquia, -nel palazzo del Comune. Alla sua partenza la città -gli regalò una bandiera con suvvi il proprio stemma ed -uno splendido elmo d'argento. -</p> - -<p> -Per quanto riguarda gli altri dotti cittadini di Firenze -di questo tempo, noi dobbiamo riportarci a ciò che -ne dice Vespasiano (che li conosceva tutti), perchè l'ambiente -nel quale egli scrive e le circostanze per le quali -egli si trova a contatto con quei personaggi, sono spesso -assai più importanti che le cose stesse, ch'egli ci narra. -Parlandone di seconda mano e colla compendiosa brevità, -alla quale qui siamo condannati, noi non faremmo -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -che sciupare questo, che è il pregio principale del suo -libro. Non è un grande scrittore, ma conosce addentro -tutto il moto del tempo e ne sente a fondo l'importanza -morale. -</p> - -<p> -Se poi si vuol conoscere le cause per cui i Medici -del secolo XV, Cosimo il vecchio principalmente (morto -nel 1464) e Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), esercitarono -su Firenze in particolare e sui loro contemporanei -in generale un prestigio così potente ed irresistibile, -si troverà che esse non derivavano soltanto dalla -loro superiorità politica, ma altresì, e molto più forse, -dall'essersi essi posti alla testa di tutta la cultura, che -allora sorgeva. Chi al posto di Cosimo, come mercadante -e capo-parte in Firenze, ha eziandio con sè tutta la schiera -degli uomini che pensano, studiano e scrivono; chi per -casato è riguardato come il primo tra i Fiorentini, e per -cultura il più grande fra gli Italiani, non può dirsi un -privato: nel fatto egli è un vero principe. Cosimo ha poi -la gloria speciale di aver riconosciuto nella filosofia platonica<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a> -il più bel frutto della filosofia antica, di aver -infuso questa sua persuasione in quanti lo circondavano -e così di aver promosso, dentro la cerchia stessa dell'umanismo, -un secondo e più sublime risorgimento dell'antichità. -Il fatto ci è narrato<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a> assai esattamente: tutto -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -ebbe origine dalla chiamata del dotto Giovanni Argiropulo -e dallo zelo personale di Cosimo negli ultimi suoi -anni, in guisa che, per ciò che riguardava il platonismo, -il grande Marsilio Ficino aveva ragione di dichiararsi il -figlio spirituale di Cosimo. Sotto Piero de' Medici il Ficino -si riguardava già come il capo di una scuola; alla -quale passò, abbandonando i Peripatetici, anche il figlio -di Piero e nipote di Cosimo, Lorenzo il Magnifico: tra -i più illustri fra' suoi condiscepoli vengono menzionati -Bartolommeo Valori, Donato Acciajuoli e Pier Filippo -Pandolfini. L'ispirato maestro lasciò scritto in più luoghi -delle sue opere, che Lorenzo s'era addentrato in -tutte le dottrine più recondite del platonismo e s'era dichiarato -convinto non potersi quasi, senza esso, essere -nè buon cittadino, nè buon cristiano. Il celebre gruppo -di dotti, che si raccoglieva intorno a Lorenzo, viveva -tutto in questa atmosfera elevata di una filosofia idealistica -ed emergeva di gran lunga sopra tutte le altre -riunioni di questa specie. Questo solo era l'ambiente, nel -quale potea trovarsi a suo agio un uomo come Pico della -Mirandola. Ma ciò che ne accresce di gran lunga la lode -si è che, accanto ad un culto così vivo per l'antichità, -qui ebbe un sacro asilo anche la poesia italiana, e di -ciò il merito principale era tutto di Lorenzo. Come uomo -di Stato lo giudichi ognuno a sua posta (v. p. 111, 124): -uno straniero non si arrogherà mai, se non vi è chiamato, -di giudicare qual parte spetti agli uomini, quale -alla fortuna nei destini, che ebbe a subire Firenze; ma -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -sarà sempre somma ingiustizia il voler accusare Lorenzo -di non aver nel campo della cultura accordata la sua -protezione che ad uomini mediocri, di aver fatto fuggire -dalla propria patria Leonardo da Vinci e il matematico -fra Luca Pacciolo, di non avere in nessun modo incoraggiato -il Toscanelli, il Vespucci ed altri. Uomo universale -invero egli non fu; ma fra tutti i grandi, che -giammai cercarono di promuovere e favorire l'ingegno, -fu certo uno dei più magnanimi e liberali e forse l'unico, -che lo fece non per iscopi di vanità od ambizione, ma -per obbedire ad un bisogno innato dell'animo suo. -</p> - -<p> -Vero è che anche nel nostro secolo si suol proclamare -altamente il pregio della cultura in generale e -quello dell'antica in modo particolare. Ma una devozione -al tutto entusiastica, una persuasione che questo -bisogno sia il primo di tutti, non si troverà presso nessun -popolo portato a quel grado, a cui la portarono quei -Fiorentini del secolo XV e in parte anche del XVI. Le -prove, benchè indirette, abbondano e sono tali da non -lasciar dubbio alcuno in proposito: non si avrebbe si di -frequente ammesso le figlie di famiglia a partecipare -agli studi, se questi non fossero stati assolutamente considerati -come il più prezioso ornamento della vita: non -si sarebbe convertito l'esiglio in un soggiorno di pace -e tranquillità, come fece Palla Strozzi; nè uomini, che -del resto si permettevano ogni eccesso, avrebbero conservato -tanta calma e forza di volontà da illustrare criticamente -la storia naturale di Plinio, come fece Filippo -Strozzi.<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a> Alieni dalla lode e dal biasimo, noi rendiamo -loro tanto più volentieri questa giustizia, in quanto l'assunto -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -nostro non è che di investigare e far conoscere -lo spirito di un'epoca per ciò che esso è veramente e -quale si mostrò nelle sue più splendide manifestazioni. -Oltre Firenze, furonvi anche parecchie altre città in -Italia, dove e singoli privati e intere associazioni misero -in opera tutti i mezzi possibili per promuovere l'umanismo -e per soccorrere i dotti che lo rappresentavano. -Dalle corrispondenze epistolari di quel tempo si raccoglie -una serie abbondantissima di notizie sulle persone -che vi presero parte.<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a> Le tendenze ufficiali dei meglio -istrutti davano quasi sempre l'indirizzo, in un senso o -nell'altro, all'entusiasmo di tutti. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma è tempo omai di considerar l'umanismo alle corti -principesche. Degli intimi rapporti fra il tiranno e il filologo, -condannati dal paro a non contare che sopra sè -stessi e sul proprio ingegno, s'è già toccato altrove -(v. p. 12,188); ma quest'ultimo, per sua stessa confessione, -preferiva le corti alle città libere anche per un'altra -ragione, vale a dire per le maggiori ricompense, che -vi trovava. Al tempo, in cui sembrava che Alfonso il -Magnanimo d'Aragona potesse farsi padrone di tutta -Italia, Enea Silvio scriveva<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a> ad un Sanese suo compatriota: -«se sotto la sua signoria l'Italia potesse ricuperare -la pace, io ne sarei più lieto che non se ciò accadesse -per opera di un qualsiasi governo repubblicano, -poichè un animo regale è sempre più proclive a premiare -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -il vero merito».<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a> Anche in questo riguardo i moderni -s'affrettarono un po' troppo a mettere in rilievo il lato -debole di tali rapporti, cioè la smania di circondarsi di -adulatori prezzolati, appunto come in altri tempi, invece, -dalle lodi esagerate degli umanisti si era tratto argomento -per portare di questi stessi principi un troppo favorevole -giudizio. Fatta la somma del pro' e del contro, -resta pur sempre una testimonianza decisiva in favor -loro nel fatto, che essi credettero di dover collocarsi -alla testa della cultura del proprio tempo e del proprio -paese, per quanto pure essa fosse imperfetta e ristretta. -In alcuni Papi poi par quasi favolosa la tranquillità, -con la quale videro svolgersi sotto i loro occhi quel -lento lavoro di trasformazione che si veniva compiendo.<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a> -Nicolò V non ci scorgeva nessun pericolo per la Chiesa, -perchè migliaia di dotti le stavano a fianco, pronti a -difenderla e ad aiutarla. Pio II non si mostra invero -troppo largo verso la scienza, e i poeti che rallegrano -la sua corte, sono in numero abbastanza ristretto; ma, -in compenso, egli stesso personalmente sta a capo della -repubblica letteraria e si compiace di questa gloria al -tutto profana. Soltanto sotto Paolo II cominciarono i -sospetti e le diffidenze contro la cultura umanistica dei -secretari apostolici, e i suoi tre successori, Sisto, Innocenzo -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -ed Alessandro accettarono bensì qualche dedica -e si lasciarono esaltare dai poeti senza misura (si parla -persino di una <i>Borgiade</i>, scritta probabilmente in esametri),<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a> -ma ebbero in generale ben altre preoccupazioni -e cercarono appoggi più solidi, che non fossero le servili -adulazioni dei poeti-filologi. Anche Giulio II trovò i -poeti che cantarono le sue gesta, e veramente queste erano -tali da fornirne sufficiente argomento (v. p. 161 e seg.); -ma non pare ch'egli vi abbia mai posto troppo seria attenzione. -A lui successe Leone X: «dopo Romolo, Numa», -dissero i poeti d'allora, che, dopo un Pontificato tutto -dedito alle armi, videro sorgerne uno tutto sacro alle -Muse. Il gusto per la bella prosa latina e pei versi ben -risonanti era una delle caratteristiche di Leone, e sta -di fatto che la sua protezione a questo riguardo portò -le cose ad un punto, che i poeti latini che lo circondavano, -non rifinirono di esaltare con elegie, odi, epigrammi -e sermoni innumerevoli<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a> la felicità di un'epoca, -il cui carattere principale era quello di una spensierata -allegria, sì ben dipinta dal Giovio nella vita di questo -Papa. Forse nella storia occidentale non v'è un principe -che sia stato tanto glorificato, con sì poche pagine nella -sua vita veramente degne di lode. I poeti erano ammessi -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -alla sua presenza principalmente sull'ora del mezzogiorno, -quando avean cessato di circondarlo i citaristi;<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a> -ma uno dei migliori di quella schiera<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a> ci lascia intendere, -che essi gli erano sempre al fianco tanto nei giardini, -quanto nello stanze più segrete del suo palazzo, e -chi avea la disgrazia di non poter giungere sino a lui, -tentava di farsi vivo nella sua memoria mediante una -supplica in forma di elegia, nella quale di solito si faceva -intervenire tutto l'Olimpo.<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a> Imperocchè Leone, generoso -sino alla prodigalità e desideroso di veder sempre -visi allegri, donava con tale larghezza, che nei gretti -tempi che susseguirono parve incredibile e favolosa.<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a> -Della riorganizzazione da lui introdotta nel collegio della -Sapienza, s'è già parlato (v. pag. 280). Per non valutare -al di sotto del vero l'influenza esercitata da Leone -sull'umanismo, bisogna tener l'occhio libero dalle molte -ciurmerie, che vi andavano frammiste, nè si deve lasciarsi -trarre in errore dall'ironia spesso troppo pronunciata -(v. pag. 214), colla quale egli discorre di queste cose: -il giudizio deve fondarsi sulle grandi eventualità morali, -che possono essere la conseguenza di un «primo impulso -dato» e che veramente sfuggono nell'insieme di -una rappresentazione generale, ma si palesano poi in singoli -casi presi isolatamente. Tutta l'influenza, che, forse -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -dal 1520 in poi, gli umanisti italiani esercitarono sul resto -d'Europa, ha pur sempre in un modo o nell'altro -la sua origine nella iniziativa, che partì da Leone. Egli -è quel Papa che, concedendo il privilegio allo stampatore -delle opere di Tacito recentemente scoperte,<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a> potè -dire che «i grandi autori sono una guida della vita, -un conforto nelle sventure», e che il favorire i dotti -e il fare incetta di buoni libri gli è parsa sempre opera -lodevolissima, per cui anche allora ringraziava il cielo -di poter contribuire al bene dell'umanità incoraggiando -la pubblicazione di quel libro. -</p> - -<p> -Il sacco di Roma dell'anno 1527, come disperse gli -artisti, fece fuggire altresì in tutte le parti d'Italia i -letterati e portò così la fama del grande mecenate fino -alle più remote estremità della Penisola. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Fra i principi laici del secolo XV quello che mostrò -maggiore entusiasmo per l'antichità, fu Alfonso il Magnanimo -d'Aragona, re di Napoli (v. pag. 47). Sembra -che questo entusiasmo in lui fosse veramente sincero, e -che il mondo antico esistente nei monumenti e negli -scritti abbia prodotto in lui, sino dal suo arrivo in Italia, -una gagliarda impressione, che influì poi su tutto il resto -della sua vita. Con singolare leggerezza egli cedette -l'inquieto suo regno d'Aragona al fratello, per dedicarsi -interamente a quello, che recentemente aveva acquistato. -Tenne a' suoi stipendi ora successivamente, ora contemporaneamente,<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a> -Giorgio da Trebisonda, Crisolora il giovane, -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio e Antonio Panormita, -facendoli suoi storiografi: quest'ultimo doveva -ogni giorno spiegar qualche passo di Livio dinanzi al re -e alla sua corte, anche duranti le spedizioni guerresche. -Tutti costoro gli costavano annualmente oltre a ventimila -fiorini d'oro; al Facio assegnò, per la sua <i>Historia -Alphonsi</i>, una pensione annua di più che cinquecento ducati, -ed oltre a ciò gli regalò mille cinquecento fiorini d'oro -al termine dell'opera con queste parole: «non intendo -con ciò di pagarvi, perchè il vostro lavoro non può -esser pagato, nemmeno s'io vi regalasse una delle mie -migliori città; ma col tempo saprò trovar modo di rendervi -soddisfatto». Quando egli assunse Giannozzo -Manotti a suo segretario, facendogli lautissime condizioni, -gli disse: «occorrendo, dividerò con voi il mio -ultimo pane». Egli aveva conosciuto Giannozzo, quando -questi andò alla sua corte per incarico della Signoria di -Firenze a congratularsi del matrimonio del principe Ferrante, -e l'impressione che n'avea ricevuto era stata sì -grande, che, udendolo parlare, era rimasto inchiodato -sul trono «come una statua di bronzo», senza nemmeno -muovere una mano «a cacciarsi gl'insetti». Il suo -ritiro prediletto sembra essere stata la biblioteca del castello -di Napoli, dove egli sedeva lunghe ore nel vano -di una finestra, prospettando il mare e ascoltando i dotti -discutere, per esempio, sulla Trinità. Infatti egli era profondamente -religioso e, insieme a Livio e a Seneca, non -mancava di farsi leggere anche la Bibbia, che sapeva -quasi tutta a memoria. Chi potrebbe dire qual sorta di -venerazione egli tributasse alle supposte ossa di Livio -in Padova (v. p. 199)? Quand'egli, dopo molte preghiere, -potè ottenere dai Veneziani un avambraccio del medesimo -e lo accolse con pompa solenne a Napoli, chi sa -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -qual contrasto di sentimenti pagani e cristiani era nel -suo petto! In una spedizione guerresca negli Abruzzi -gli fu mostrata da lontano Sulmona, patria d'Ovidio, ed -egli mandò un saluto a quella terra e ne ringraziò il -genio tutelare: senza alcun dubbio egli si compiaceva dì -veder confermata col fatto la profezia del grande poeta -sulla sua fama avvenire.<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a> Una volta gli piacque di mostrarsi -egli stesso in pubblico vestito all'antica, e fu -appunto nel suo celebre ingresso in Napoli dopo la conquista -(1443): non lungi dal mercato fu aperta nelle -mura una breccia della larghezza di quaranta braccia; -per questa egli passò condotto in un cocchio dorato, -alla guisa di un trionfatore romano.<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a> Anche la ricordanza -di questo fatto è stata eternata con uno splendido -arco trionfale di marmo nel Castello nuovo. — I suoi -successori sul trono di Napoli hanno ereditato ben poco, -nulla affatto, di questo suo entusiasmo per l'antichità, -come di tutte le altre sue buone qualità in generale. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Senza paragone più dotto di Alfonso era Federigo di -Urbino,<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a> che si tenne d'attorno minor numero di cortigiani, -non dissipò mai nulla, e, come in tutte le cose, -così anche nel far rivivere l'antichità procedette con -un disegno prestabilito. Egli divide con Nicolò V il vanto -di aver fatto eseguire la maggior parte delle traduzioni -dal greco e un numero rilevante delle più importanti -interpretazioni, illustrazioni e simili. Egli spese molto, -ma con saggezza, nelle persone che adoperava. Poeti di -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -corte non ce ne furono mai ad Urbino; il principe stesso -era il personaggio il più dotto. Veramente l'antichità non -fu che una parte della sua cultura: volendo riuscire perfetto -come uomo, come capitano e come principe, egli si -studiò di possedere molta parte del sapere d'allora in -generale, e, che è più, per iscopi pratici, mirando più -alla sostanza che alla forma. Come teologo, per esempio, -egli paragonava Tommaso d'Aquino con lo Scoto e conosceva -anche gli antichi Padri della Chiesa d'oriente -e d'occidente, i primi nelle traduzioni latine. Nella filosofia -sembra che abbia lasciato interamente Platone alle -predilezioni di Cosimo suo contemporaneo; ma di Aristotile -conosceva non soltanto l'Etica e la Politica, ma -anche la Fisica e molti altri scritti. Nelle altre sue letture -pare che predilegesse in modo speciale gli antichi -storici, che possedeva tutti: e questi, non i poeti, «tornava -egli sempre a leggere e a farsi leggere». -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche gli Sforza sono tutti più o meno uomini dotti<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a> -e proteggono gli studi, come abbiamo già avuto occasione -di accennare (v. pag. 37, 53). Il duca Francesco, a -quanto sembra, nell'educazione de' suoi figli riguardava la -cultura umanistica come un ornamento indispensabile, e -ciò anche per motivi politici, considerando come un vantaggio -inestimabile, che il principe potesse trattare cogli -uomini più colti da pari a pari. Lodovico il Moro, eccellente -latinista egli stesso, mostrò più tardi un vivo -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -interessamento per ogni genere di cultura, senza limitarsi -alla sola antichità (v. pag. 56). -</p> - -<p> -Anche i principi minori cercarono procacciarsi un simil -genere di gloria, e si fa loro un gran torto se si -crede che non abbiano mantenuto i loro letterati di corte -per altro fine, che per esserne celebrati e adulati. Di -un principe quale fu Borso di Ferrara (v. pag. 46), -non si può certo supporre, in onta anche alla sua vanità, -che aspettasse l'immortalità dai poeti, per quanto anche -questi abbiano voluto adularlo con una «Borseide», e -simili; egli era troppo persuaso della sua potenza, per -scendere a tanto; ma la compagnia dei dotti, il culto -dell'antichità e una elegante epistolografia latina erano -cose, di cui un principe d'allora non poteva far senza. -Quante volte non ha deplorato il duca Alfonso, che pure -aveva tanta cultura, (v. pag. 63), che la sua gracilità -in gioventù lo abbia costretto a cercare distrazioni e -salute unicamente nel lavoro manuale!<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a> Ma chi potrebbe -dire quanto quei lamenti fossero sinceri, o se egli non -li facesse, che al solo scopo di tenersi lontani tutti i -letterati? In un'anima come la sua la simulazione era -abituale, nè giunsero mai a leggervi nettamente per entro -nemmeno i suoi contemporanei. -</p> - -<p> -Perfino i più piccoli fra i tiranni della Romagna sentono -il bisogno di avere uno o più umanisti alla loro corte: -e in tal caso il maestro di casa o il segretario diventano -per un tempo più o meno lungo il personaggio più importante -fra tutti quelli che circondano il principe.<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a> -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -Comunemente si passa oltre con troppo disprezzo e con -troppa precipitazione su queste particolarità, che sembrano -e non sono inezie, e si dimentica che nell'ordine -morale i fatti più salienti sono appunto quelli, che non -obbediscono a nessuna regola, o consuetudine. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Qualche cosa di singolarmente strano deve essere stata -la corte di Rimini sotto l'audace masnadiere e condottiero -Sigismondo Malatesta. Egli aveva intorno a sè un -certo numero di filologi, taluni dei quali erano riccamente -provvisti anche col possesso di qualche podere, -altri avevano almeno tanto da poter vivere ricevendo -lo stipendio di ufficiali e servendo anche in tale qualità.<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a> -Essi tenevano frequenti ed acri dispute nel castello di -Sigismondo (<i>arx sismundea</i>), presente lo stesso «re», -come essi lo chiamavano; naturalmente le loro poesie -latine riboccano delle sue lodi e cantano i suoi amori -con la bella Isotta, in onore della quale fu fatta la celebre -ricostruzione della chiesa di S. Francesco in Rimini, -per convertirla in monumento sepolcrale: <i>Divae -Isottae sacrum</i>. E quando i filosofi muojono, son -collocati nei sarcofaghi, di cui sono piene le nicchie delle -pareti esterne della stessa chiesa: un'iscrizione indica il -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -tempo della morte di ciascuno e segna l'anno del regno -di Sigismondo, figlio di Pandolfo.<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a> Dire oggidì che un -mostro simile amava la scultura e la compagnia dei dotti, -parrebbe quasi un voler far credere l'incredibile; pure -l'uomo stesso che lo scomunicò, lo combattè e lo fe' bruciare -in effigie, Papa Pio II, scrisse di lui: «Sigismondo -conosceva le storie ed era molto innanzi nella filosofia, -e sembrava nato a tutto ciò che intraprendeva».<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span></p> - -<h3 id="cap7-3">CAPITOLO VII. -<span class="smaller">Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare. -</p> -</div> - -<p> -Ma due erano gli scopi principali, per cui tanto le -Repubbliche, quanto i Principi e i Papi non credevano -poter far senza degli umanisti: la redazione delle corrispondenze -epistolari, e la preparazione dei discorsi da -tenere in pubblico o nelle solenni circostanze. -</p> - -<p> -Il segretario non solo deve, quanto allo stile, essere -un buon latinista, ma anzi si crede che solo un umanista -possegga le attitudini e la cultura necessarie per -essere un buon segretario. Ammessa una tale supposizione, -s'intende subito come sia avvenuto che i più illustri -scienziati del secolo XV abbiano per la massima -parte consacrato in tal modo una parte considerevole -della loro vita al servizio dello Stato. Nella scelta non -si aveva riguardo alcuno nè alla patria, nè all'origine -del candidato; dei quattro grandi segretari, che servirono -la Repubblica di Firenze dal 1429 al 1465,<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a> tre -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -erano originari della soggetta città di Arezzo, vale a -dire Leonardo (Bruni), Carlo (Marzuppini) e Benedetto -Accolti: il Poggio scendeva da Terranuova, ugualmente -nel territorio fiorentino. Ma già da lungo era una consuetudine -invalsa quella di conferire ad estranei i maggiori -uffici della città. Leonardo, il Poggio e Giannozzo -Manetti furono anche ad intervalli cancellieri segreti -dei Papi, e Carlo Aretino doveva egli pur divenirlo. -Biondo di Forlì e, in onta a tutte le ripugnanze, da -ultimo anche Lorenzo Valla tennero lo stesso ufficio. -Da Nicolò V e Pio II in avanti<a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a> il palazzo papale attira -le menti più poderose nella sua cancelleria, e ciò -accade perfino sotto gli ultimi Papi del secolo XV, tutt'altro -che devoti al culto della letteratura. Nella Storia -dei Papi del Platina la vita di Paolo II non è che un -atto di vendetta dell'umanista contro l'unico Papa, che -non seppe trattare come meritavano i suoi cancellieri, -quella splendida riunione di «poeti ed oratori, che impartiva -alla Curia altrettanto lustro, quanto ne riceveva». -Bisogna vederli, questi orgogliosi signori, alle -prese fra loro, quando sorge una questione di preminenza, -o quando, per esempio, gli avvocati concistoriali -vogliono stare in pari rango con loro, o, peggio ancora, -si arrogano di sorpassarli!<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a> Tutto ad un tratto le citazioni -piovono d'ogni parte, e l'uno evoca la memoria di -Giovanni evangelista, che ebbe il privilegio di vedere -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -anticipatamente gli arcani del cielo, l'altro cita lo scrivano -di Porsenna, che da Muzio Scevola fu scambiato -pel re stesso, un terzo nomina Mecenate, depositario -dei segreti d'Augusto, un quarto dimostra come in Germania -gli arcivescovi stessi si gloriano del titolo di cancellieri, -e simili.<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a> «Gli scrittori apostolici hanno nelle -loro mani i più importanti affari del mondo; imperocchè -chi, all'infuori di essi, determina i punti della fede -cattolica, combatte l'eresia, ristabilisce la pace, compone -le differenze tra i grandi monarchi? Chi, se non -essi, redige e custodisce i prospetti statistici dell'intera -Cristianità? Sono essi che destano la maraviglia -nei re, nei principi e nei popoli con tutto ciò che -viene emanato dai Papi; essi stendono gli ordini e -le istruzioni pei legati; nè hanno altra dipendenza fuorchè -dal Papa, ai servigi del quale sono sempre pronti -ed attivi in qualsiasi ora del giorno e della notte». -Con tutto ciò, i primi a toccare il colmo della gloria e -della potenza, furono i due celebri segretari e stilisti di -Leone X: Pietro Bembo e Jacopo Sadoleto. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Non tutte le cancellerie hanno una dicitura elegante; -anzi la maggior parte di esse usano uno stile assai grossolano -in un latino, che non ha alcuna purezza. Nei documenti -milanesi riportati dal Corio, accanto a forme di -questo genere, emergono tanto più pel loro gusto veramente -attico un paio di lettere, che debbono essere state -scritte da membri della stessa famiglia regnante e in momenti -di supremo pericolo.<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a> Ciò mostra che l'eleganza -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -della dizione si reputava necessaria in ogni momento -della vita, ed era diventata in quei personaggi omai una -abitudine. -</p> - -<p> -È facile immaginare con quanta sollecitudine venissero -studiate a que' tempi le raccolte epistolari di Cicerone, -di Plinio e d'altri. Ancora nel secolo XV comparve -una serie di manuali e formularj di epistolari -latini (come ramo accessorio dei grandi lavori grammaticali -e lessicografici), la cui moltitudine desta anche -oggidì la maraviglia nelle biblioteche. Ma quanto più -gli inetti non esitavano a servirsi di tali aiuti, tanto -più gli uomini veramente capaci sentirono il bisogno di -tenersene lontani e di fare da sè, e le lettere del Poliziano, -e un po' più tardi quelle di Pietro Bembo, furono -riguardate come capilavori inarrivabili non solo di -stile latino, ma di epistolografia in genere. -</p> - -<p> -Accanto a ciò si produce anche nel secolo XVI uno -stile epistolare classico italiano, nel quale di nuovo il -Bembo porta il vanto su tutti. È un modo di scrivere -affatto moderno e che si scosta in tutto dalla forma latina, -ma tuttavia intrinsicamente e quanto alla sostanza -si mostra affatto impregnato delle idee dell'antichità. Queste -lettere sono scritte bensì in parte in via confidenziale, -ma per lo più con la vista di una possibile pubblicazione, -e sempre poi colla supposizione che potessero -essere mostrate in causa della loro eleganza. Dal 1530 -in poi cominciano anche le collezioni stampate, parte di -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -lettere diverse messe là alla rinfusa, parte di corrispondenze -speciali di singoli autori, e lo stesso Bembo acquistò -fama di eccellente epistolografo non solo nella lingua -latina, ma anche nell'italiana.<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a> -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span></p> - -<h3 id="cap8-3">CAPITOLO VIII. -<span class="smaller">L'eloquenza latina.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di -materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi -accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento -dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni -finte. — Scadimento dell'eloquenza. -</p> -</div> - -<p> -Più splendida ancora, che quella dell'epistolografo, è -la posizione dell'oratore<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a> in un'epoca e presso un popolo, -in cui l'ascoltare è un piacere assai ricercato e -in cui inoltre le memorie del senato romano e de' suoi -oratori signoreggiano tutte le menti. L'eloquenza appare -ora completamente emancipata dalla Chiesa, dove nel -medio-evo aveva trovato il suo rifugio: essa è oggimai -un elemento necessario, ed un ornamento di ogni uomo -posto in condizione alquanto elevata. Moltissimi momenti -solenni della vita, che ora sono riempiti dalla musica, -in allora erano consacrati a lunghe concioni latine o -italiane. Noi lasciamo al lettore intera libertà di giudizio -sulla maggiore opportunità dell'uno o dell'altro di -tali trattenimenti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -</p> - -<p> -La condizione dell'oratore era perfettamente indifferente; -ciò che innanzi tutto si ricercava in lui era -un ingegno e una cultura umanistica superiori ad ogni -critica. Alla corte di Borso in Ferrara il medico del -duca, Girolamo da Castello, dovette far gli onori del -ricevimento con un discorso tanto all'imperatore Federico -III, che al papa Pio II.<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a> Egli era d'uso altresì che -laici, anche ammogliati, potessero salire il pergamo nelle -chiese e parlare di là in ogni occasione solenne o funebre, -e perfino nelle feste di alcuni santi. Ai Padri non -italiani del Concilio di Basilea parve cosa un po' strana -quando l'arcivescovo di Milano nel giorno di S. Ambrogio -chiamò a tesserne le lodi Enea Silvio, che non aveva -ancora ricevuto verun ordine sacro; ma in fine vi si -adattarono e stettero ad udirlo con la più viva attenzione.<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Diamo ora uno sguardo generale alle occasioni più -importanti e più frequenti delle pubbliche concioni. -Non per nulla, innanzi tutto, si dicono oratori gli -inviati da Stato a Stato: accanto alle negoziazioni segrete -vi era sempre anche un inevitabile apparato esterno, -un discorso pubblico, recitato con pompa più che si poteva -solenne.<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a> Ordinariamente uno del personale della -ambasceria, spesso assai numerosa, prendeva la parola -per tutti; ma una volta accadde a Pio II, dal quale, -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -come profondo conoscitore, ognuno ambiva di essere sentito, -che dovette ascoltare, l'un dopo l'altro, tutti gl'inviati.<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a> -Poi parlavano volentieri anche i principi, per lo -più dotti e ugualmente padroni delle eleganze latine e -italiane. I figli della famiglia Sforza furono assai per -tempo abituati a tali esercizi: Galeazzo Maria, ancor -giovanissimo, recitò nel 1455 una lunga arringa dinanzi -al Gran Consiglio di Venezia,<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a> e sua sorella Ippolita salutò -nel 1459 al Congresso di Mantova il papa Pio II -con un forbito discorso.<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a> Lo stesso Pio II s'è preparata -da sè l'alta posizione cui giunse col fascino irresistibile -della sua eloquenza, nè senza essa forse vi sarebbe -mai giunto, in onta a tutta la sua abilità diplomatica e -alla sua vasta dottrina. «Nulla infatti (dice un contemporaneo) -rapiva, quanto l'impeto della sua parola».<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a> -Questa fu certo la causa principale, per cui moltissimi -lo reputarono degno del Papato, ancora prima che fosse -eletto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -</p> - -<p> -Oltre a ciò, l'uso era che in ogni solenne ricevimento -si recitasse dinanzi ai principi una orazione, che -di frequente durava una qualche ora. Naturalmente ciò -non accadeva se non quando il principe era noto per -particolare amore all'eloquenza, vero o finto che fosse,<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a> -e quando si aveva alle mani un abile oratore, ad esempio, -un letterato di corte, un professore di università, -un funzionario pubblico, un medico od un ecclesiastico. -</p> - -<p> -Del resto si afferrava avidamente anche qualsiasi -altra occasione politica, e, secondo la fama dell'oratore, -era più o meno grande il concorso dei cultori dell'arte. -Nelle nomine annuali dei pubblici ufficiali e nell'ingresso -de' nuovi vescovi un qualsiasi umanista non dovea mancare -di arringarli con un discorso o talvolta anche con -odi saffiche e con esametri;<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a> e alla sua volta nessun -funzionario pubblico poteva assumere il suo ufficio senza -tenere un indispensabile discorso di circostanza, per esempio, -sulla giustizia, e simili: e fortunato colui, che meglio -riusciva. In Firenze si costrinsero perfino i Condottieri, -chiunque fossero, a seguir l'uso comune, facendoli -arringare, nel momento di conferir loro il supremo -comando, dal più dotto dei segretari dello Stato in presenza -di tutto il popolo.<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a> Sembra che nella Loggia dei -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -Lanzi, l'aula solenne dove il governo soleva presentarsi -al pubblico, esistesse una tribuna apposita per gli oratori -(<i>rostro, ringhiera</i>). -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -I giorni anniversari della morte di qualche principe -venivano in modo speciale solennizzati con discorsi commemorativi. -Anche l'orazione funebre propriamente detta -era quasi sempre di spettanza particolare dell'umanista, -il quale la recitava in chiesa, ma senza indossare altre -vesti che le proprie, e non soltanto sulla bara dei principi, -ma anche di pubblici funzionari o di qualsiasi personaggio -ragguardevole.<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a> Altrettanto accadeva dei discorsi -in occasione di sponsali e di nozze, salvo che questi -non si tenevano (a quanto sembra) nella chiesa, ma -bensì nel palazzo del Comune; quello del Filelfo per gli -sponsali di Anna Sforza con Alfonso d'Este fu tenuto -nel castello di Milano. (Ma potrebbe anche essere stato -pronunciato nella cappella del Palazzo). Anche illustri -famiglie private si compiacevano di tali discorsi, come -di un lusso, che ne appagava la vanità. In tali occasioni -a Ferrara si usava, senz'altro, di pregare il Guarino<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a> -a voler mandare qualcuno de' suoi scolari. La Chiesa, -come tale, non interveniva nè nelle nozze, nè nei funerali -se non colle proprie ceremonie. -</p> - -<p> -Dei discorsi accademici, quelli fatti in occasione dell'insediamento -di nuovi professori, o tenuti dai professori -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -stessi nell'apertura dei corsi delle loro lezioni,<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a> abbondavano -per lo più di molte frondi rettoriche. L'ordinaria -lezione dalla cattedra s'accostava anch'essa assai di frequente -ad una orazione propriamente detta.<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a> -</p> - -<p> -Quanto alle arringhe degli avvocati, esse assumevano -questa o quella forma secondo la qualità dell'uditorio, -dinanzi al quale dovevano essere pronunciate; ma anch'esse -talvolta s'infioravano di ornamenti raccolti nel -campo della filosofia e dell'antiquaria. -</p> - -<p> -Un genere affatto speciale di eloquenza era quello -delle allocuzioni militari, che si tenevano sempre in lingua -italiana prima o dopo la battaglia. In queste avea -fama di eccellente Federigo da Urbino,<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a> la cui parola -infondeva un vero entusiasmo nelle schiere pronte per -la battaglia. Taluna di queste allocuzioni riportate dagli -scrittori di cose militari del secolo XV, per esempio dal -Porcellio (v. pag. 135), può sembrar finta in parte, ma -in parte si basa effettivamente su parole, che furono -pronunciate. Qualche cosa di diverso erano invece le allocuzioni -alla milizia fiorentina, organizzata sino dall'anno -1506 principalmente per impulso del Machiavelli,<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a> -in occasione delle riviste e, più tardi, nella ricorrenza di -una speciale festività annua. Esse non miravano che a -tener vivo il patriottismo in generale, ed erano pronunciate -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -nella chiesa di ogni quartiere, dinanzi alle milizie -stesse quivi raccolte, da un cittadino armato di corazza -e con una spada in mano. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Finalmente la predica propriamente detta talvolta -non si differenzia nel secolo XV quasi in nulla dall'orazione, -in quanto che molti ecclesiastici s'erano messi -anch'essi allo studio dell'antichità e volevano esservi -tenuti per qualche cosa. Vediamo infatti che un oratore -affatto popolare, quale fu Bernardino da Siena, venerato -come santo, si credette in dovere di non dispregiare i -precetti rettorici del celebre Guarino, quantunque non -si fosse proposto di predicare che in lingua italiana. Le -esigenze, specialmente verso i predicatori della quaresima, -non erano senza dubbio in allora minori, che in -qualsiasi altro tempo; e qua e colà s'incontrava anche -un uditorio, che era in grado di star ad udire questioni -di filosofia trattate dal pergamo, e che anzi, a titolo di -cultura, le pretendeva.<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a> Ma qui noi parliamo specialmente -dei più illustri predicatori latini di circostanza. -Più di una volta, come s'è detto, l'occasione veniva loro -rubata dai dotti laici, ai quali di regola lasciavansi tutte -le orazioni panegiriche e funebri, i discorsi gratulatori -o per nozze o per ingresso di vescovi o per celebrazione -di prime Messe, come anche le orazioni solenni nelle -feste commemorative di qualche ordine religioso.<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a> Ma -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -alla corte papale, qualunque fosse la circostanza, i predicatori -ordinariamente nel secolo XV non erano che -monaci. Sotto il pontificato di Sisto IV Jacopo da Volterra -nomina e critica severamente, dal punto di vista -dell'arte, questi oratori.<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a> Fedra Inghirami, celebre per -tal genere di orazioni al tempo di Giulio II, aveva almeno -ricevuto gli ordini sacri e godeva un canonicato -in S. Giovanni Laterano; ed anche altrove contavasi -già tra i prelati buon numero di latinisti eleganti. In -generale col secolo XVI cominciano a scemare, tanto in -questo come in altri riguardi, i privilegi dapprima eccessivi -degli umanisti profani; ma di ciò avremo occasione -di parlare più innanzi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ora quale era propriamente l'indole e la sostanza di -questi discorsi presi nel loro insieme? Una naturale facilità -a ben parlare non pare che sia mai mancata agli -italiani neanche nel medio-evo, e da tempo antichissimo -fra le sette arti liberali ce n'era anche una, che si diceva -la rettorica; ma, se si restringe il discorso al risveglio -dell'arte antica, questo merito, a quanto ne riferisce -Filippo Villani, deve ascriversi tutto ad un Bruno -Casini fiorentino,<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a> che morì ancor giovane della pestilenza -del 1348. Con intendimenti affatto pratici, vale a -dire, per addestrare i fiorentini a parlare facilmente e -con garbo nei Consigli e nelle pubbliche assemblee, egli -dava precetti, sulla scorta degli antichi, intorno all'invenzione, -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -alla declamazione, al gesto e al modo di contenersi -in generale. Ma anche senza di questa, non -mancano altre testimonianze, le quali parlano di una -educazione rettorica vôlta tutta alla pratica; nulla infatti -nella vita d'allora sembrava tanto in pregio, quanto -il poter con elegante improvvisazione latina suggerire -in qualsiasi circostanza una deliberazione od un provvedimento -pubblico. Lo studio sempre crescente delle -orazioni di Cicerone e de' suoi scritti teorici, di Quintiliano -e dei panegiristi imperiali, la comparsa di appositi -manuali,<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a> gli aiuti che si traevano dal progredire continuo -della filologia in generale, e la grande abbondanza -di materiali antichi, con cui si poteva e doveva infiorare -i propri pensieri, furono circostanze che contribuirono -non poco a dare un carattere affatto nuovo all'eloquenza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Questo carattere, tuttavia, è assai differente secondo -gl'individui. Alcuni discorsi hanno l'impronta della vera -eloquenza, specialmente quelli, che non divagano dall'argomento, -e tali sono, generalmente parlando, tutti i discorsi -di Pio II, che sono pervenuti sino a noi. Dopo -ciò, i prodigiosi effetti che ottenne Giannozzo Manetti,<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a> -lasciano presupporre anche in lui uno di quegli oratori, -dei quali v'è scarsezza in ogni tempo. Le arringhe da -lui tenute dinanzi a Nicolò V e ai Dogi e al Consiglio -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -di Venezia erano altrettanti avvenimenti, la cui memoria -sopravvisse per lungo tempo. Per converso, molti -oratori profittavano dell'occasione per stemperare il discorso -in adulazioni verso illustri uditori e per affastellarvi -alla rinfusa un ammasso enorme di erudizione. -Come fosse possibile affaticar in tal modo l'attenzione -altrui per due o tre ore di seguito, è cosa che non si -spiega se non dal grande interessamento, che allora si -nutriva per l'antichità, e dalla imperfezione e relativa -rarità dei libri, prima della diffusione della stampa. Tali -discorsi avevano però sempre quella specie di merito, -che noi abbiamo cercato di rivendicare ad alcune lettere -del Petrarca (v. pag. 270). Ma taluni andavano troppo -oltre. La maggior parte delle orazioni del Filelfo sono -un labirinto inestricabile di citazioni classiche e bibliche, -innestate in una tessera generale di luoghi comuni: in -mezzo a ciò la personalità dei grandi, che egli vuol celebrare, -è giudicata sopra uno schema qualunque (per -esempio, le virtù di un cardinale), e si dura una fatica -enorme a cavarne i pochi dati preziosi per la storia, che -vi stanno per entro. Il discorso di un professore e letterato -di Piacenza, fatto pel ricevimento del duca Galeazzo -Maria nell'anno 1467, comincia col parlare di -C. Giulio Cesare, passa quindi a fare uno strano miscuglio -di citazioni antiche e di allusioni ad un opera -allegorica sua propria, e conclude con ammaestramenti -buoni, ma in quel caso indiscreti, al principe stesso.<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a> -Per buona ventura di quest'ultimo, la sera era già di -troppo inoltrata per poterlo recitare, e l'oratore dovette -accontentarsi di presentarlo manoscritto. Anche il Filelfo -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -comincia un'orazione nuziale colle parole: <i>Quel peripatetico -Aristotile</i> ecc. Altri esclamano sino dal bel principio: -<i>Pubblio Cornelio Scipione</i> ecc., proprio come se -essi e i loro uditori fossero impazienti di avere una citazione. -Col finire del secolo XV il gusto si purifica -tutto ad un tratto, specialmente per opera de' Fiorentini: -d'allora in poi si procede con molto maggiore parsimonia -nelle citazioni, anche perchè in quel frattempo s'era di -molto accresciuto il numero delle opere da consultare, -nelle quali del resto chiunque avrebbe potuto trovar -pronti tutti quegli artifici, coi quali sino a questo tempo -era stato possibile di destare l'ammirazione dei principi -e lo stupore dei popoli. -</p> - -<p> -Siccome i discorsi per la maggior parte venivano -preparati al tavolo, così i manoscritti servirono immediatamente -ad una ulteriore diffusione e pubblicazione dei -medesimi. Per converso, ai grandi improvvisatori bisognava -tener dietro facendo uso della stenografia.<a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a> — Inoltre -non tutte le orazioni che possediamo, erano destinate -alla recitazione; per esempio, il panegirico di -Beroaldo il vecchio per Lodovico il Moro è un lavoro, -che non fu se non inviato per iscritto.<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a> E a quel modo -che si scrivevano lettere con indirizzi immaginari per -tutte le parti del mondo, come semplici esercitazioni e -formulari, od anche come scritti d'occasione, così vi -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -erano anche discorsi per circostanze affatto inventate,<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a> -quasi altrettanti modelli per allocuzioni a grandi dignitari, -principi, vescovi e simili. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche per l'eloquenza la morte di Leone X (1521) -e il sacco di Roma (1527) segnano il termine della decadenza. -Sfuggito a stento all'eccidio della città eterna, -il Giovio accenna,<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a> da un punto di vista troppo ristretto, -ma tuttavia con molta verità, alle cause di quello scadimento -con queste parole: -</p> - -<p> -«Le rappresentazioni delle commedie di Plauto e di -Terenzio, una volta scuola utilissima di eleganze latine -per gli illustri romani, sono sbalzate di seggio -dalle commedie italiane. Il forbito oratore non trova -più nè ricompense, nè onori, come prima. Per ciò gli -avvocati concistoriali, ad esempio, non lavorano che -i proemi dei loro discorsi, e nel resto declamano scompostamente -ed a sbalzi, secondo l'impressione del momento. -Anche i discorsi di circostanza e le prediche -sono in gran decadenza. Se si ha da fare un'orazione -funebre per un cardinale o per qualsiasi altro grande -personaggio, gli esecutori testamentarii non si rivolgono -al migliore oratore della città, che dovrebbero -retribuire con un centinaio di monete d'oro, ma prendono -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -a pigione per poco o per nulla il primo vanitoso -pedante che capita loro tra le mani, il quale non -aspira ad altro, fuorchè a correre per le bocche di -tutti, sia pure per essere soltanto biasimato. Il morto, -si dice, non ne sa nulla, quand'anche salisse in cattedra -una scimmia vestita a lutto e vi intonasse un -rauco piagnisteo, che finisse in un ululato sempre più -forte. Anche le prediche solenni, che si tengono in -occasione delle grandi ceremonie e feste papali, non -danno più alcun vero lucro; monaci di tutti gli ordini -ne hanno avocato a sè il monopolio e predicano -nella maniera la più grossolana. Ancora pochi anni -or sono una predica di questo genere, recitata alla -presenza del Papa, poteva servire di scala ad un vescovato». -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span></p> - -<h3 id="cap9-3">CAPITOLO IX. -<span class="smaller">I trattatisti latini.</span></h3> -</div> - -<p> -All'epistolografia e all'eloquenza degli umanisti aggiungeremo -qui anche le altre loro produzioni, che al -tempo stesso sono più o meno riproduzioni dell'antichità. -</p> - -<p> -A queste appartiene innanzi tutto il trattato sotto -forma propria o di dialogo,<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a> la quale ultima è stata direttamente -imitata da Cicerone. Per essere abbastanza -giusti con questo genere di componimento e per non -respingerlo anticipatamente come una vera sorgente di -noja, si devono considerare due cose. Il secolo, che usciva -dal medio-evo, avea bisogno in molte questioni d'indole -morale e filosofica di un organo intermediario tra esso -e l'antichità, e quest'ufficio se l'appropriarono ora gli -scrittori di trattati e di dialoghi. Molte cose, che in -questi ci sembra luoghi comuni, erano per essi e pei -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -loro contemporanei un modo nuovo di guardare certi -argomenti, sui quali nessuno, dall'antichità in poi, s'era -mai pronunciato, e a cui essi non erano pervenuti senza -uno sforzo lungo e faticoso. Oltre a ciò, anche la lingua -(tanto la latina, che l'italiana) maneggiata con più libertà -e larghezza che non nei racconti storici o nelle orazioni -o nelle lettere, acquistò nei trattati una maggiore padronanza -di sè e attrasse in modo speciale; tanto è vero -che anche oggidì taluno di essi, specialmente gli italiani, -passano come modelli di prosa eccellente. Parecchi di -questi lavori furono già da noi menzionati, o saranno, -per l'indole delle cose che contengono; qui non dobbiamo -accennare che al genere in sè medesimo. Dalle lettere -e dai trattati del Petrarca in avanti, sin verso la fine -del secolo XV, prevale nella maggior parte di essi la -tendenza ad appropriarsi i materiali antichi, come nell'eloquenza; -ma poi tutto il genere si delinea più nettamente, -specialmente nei trattati scritti in lingua italiana, e con -gli <i>Asolani</i> del Bembo e colla <i>Vita sobria</i> di Luigi -Cornaro giunge ad una perfezione veramente classica. -A ciò senza dubbio contribuì l'essersi frattanto tutti quei -materiali antichi come depositati in grandi raccolte speciali, -oggimai stampate, e l'essersi quindi potuti anche -i trattatisti liberare una volta per sempre da quel faticoso -ingombro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span></p> - -<h3 id="cap10-3">CAPITOLO X. -<span class="smaller">La Storiografia.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Necessità relativa del latino. — Studi sul medio-evo; il Biondo. — Primordi -della critica. — Rapporti colla storiografia italiana. -</p> -</div> - -<p> -Anche la Storiografia alla sua volta era inevitabile -che cadesse nelle mani degli umanisti. Questo fatto non -può non essere deplorato altamente, non appena si istituisca -un paragone, sia pur rapido e superficiale, tra le -storie di questo tempo e le cronache anteriori e specialmente -quelle dei Villani così splendide, così ricche di -vita e di colorito. Chi potrebbe negare infatti che, accanto -a queste, non sembri affatto sbiadito, convenzionale -e artificioso tutto ciò che fu scritto dagli umanisti e in -modo particolare dai loro immediati e più celebri successori -nella storiografia di Firenze, il Poggio e Leonardo -Aretino? E qual senso di doloroso rincrescimento non si -prova, pensando che sotto alle frasi liviane e cesariane -di un Facio, di un Sabellico, di un Foglietta, d'un Senarega, -d'un Platina (<i>storia di Mantova</i>), di un Bembo -(<i>annali di Venezia</i>) e perfino di un Giovio (<i>storie</i>) se -ne va perduto ogni colorito locale e individuale e si distrugge -affatto quell'interesse, che nasce soltanto da una -esposizione nitida e chiara degli avvenimenti! La sfiducia -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -poi cresce, quando si scorge che si cercò di imitar Livio -appunto in ciò, in cui era men degno di imitazione, vale -a dire,<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a> nell'aver voluto «rivestire di forme splendide -e seducenti una nuda ed arida tradizione»; e per -ultimo si resta compiutamente disillusi, quando s'incontra -la strana confessione, che la storia debba per proprio -istituto allettare, eccitare e scuotere il lettore mediante -tutti i lenocinj dello stile, — nè più, nè meno, come se -essa dovesse fungere gli uffici della poesia. In presenza -di tali fatti non si ha forse il diritto di domandare se -anche il disprezzo di ogni cosa moderna, che questi stessi -umanisti talvolta apertamente professano,<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a> non abbia per -avventura esercitato una dannosa influenza sul loro modo -di trattare la storia? Certo è che il lettore involontariamente -presta maggiore attenzione e fiducia ai modesti -annalisti latini e italiani, che si tennero fedeli all'antica -maniera, quali sono, ad esempio, quelli di Bologna e di -Ferrara, e più ancora ai migliori fra i cronisti propriamente -detti che scrissero in italiano, quali un Marin -Sanudo, un Corio, un Infessura, che prelusero a quella -schiera gloriosa di grandi storici italiani, dai quali ebbe -tanto lustro il paese nei primi anni del secolo XV. -</p> - -<p> -E veramente la storia contemporanea acquistava senza -contrasto un più libero movimento nella lingua del paese, -di quello che se costretta nelle spire dell'artificioso periodare -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -latino. Se poi anche al racconto delle cose antiche, -e alle questioni erudite convenisse meglio la lingua -italiana, è una questione, che per quel tempo ammette -più d'una risposta. Il latino in allora era la lingua -usata dai dotti non solo in senso internazionale, vale -a dire tra francesi, inglesi, italiani, ecc., ma anche più -strettamente in senso interprovinciale, cioè tra lombardi, -veneziani, napoletani ed altri, i quali, benché nel -loro modo di scrivere italiano toscaneggiassero e non -conservassero quasi più traccia alcuna del loro dialetto, -non giunsero però mai a guadagnarsi il suffragio, in -questo riguardo assai geloso, dei fiorentini. Ora, di questo -si poteva facilmente far senza quando si trattava di -scrivere una storia contemporanea locale, che trovava -lettori bastanti nel luogo stesso dov'era scritta, ma non -altrettanto facilmente in una storia dei tempi passati, -per la quale si domandava un circolo molto più esteso -di lettori. In questo caso bisognava assolutamente sacrificare -l'interesse locale del popolo a quello più generale -dei dotti. E infatti qual celebrità avrebbe acquistato -il Biondo da Forlì, se avesse scritto le dotte sue opere -in una lingua mezzo toscana e mezzo romagnola? Certamente -queste sarebbero cadute in dimenticanza dinanzi -al disprezzo de' fiorentini, mentre, scritte in latino, esercitarono -una grandissima influenza su tutti i dotti dell'occidente. -E ciò è così vero, che tra i fiorentini stessi -nel secolo XV parecchi scrissero in latino, non tanto -perchè imbevuti di umanismo, quanto perchè aspiravano -ad una più facile diffusione delle loro opere. -</p> - -<p> -Finalmente s'incontrano anche lavori latini di storia -contemporanea, che non la cedono in nulla alle più eccellenti -storie italiane. Non appena si abbandonò la esposizione -oratoria degli avvenimenti fatta al modo di Livio, -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -vero letto di Procuste per tanti scrittori, questi appaiono -come trasformati. Quel Platina stesso, quel Giovio, che -nelle loro grandi opere storiche si dura tanta fatica a -seguire, mostransi ad un tratto eccellenti nel trattar la -forma biografica. Di Tristano Caracciolo, delle Biografie -del Facio, della Topografia veneziana del Sabellico abbiamo -già avuto occasione di parlare altrove; su altri -torneremo più tardi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Le narrazioni latine riguardanti i tempi passati riferivansi -innanzi tutto e naturalmente all'antichità classica; -ora, ciò che indarno si crederebbe trovare presso questi -stessi umanisti, e che pur si trova, sono singoli lavori -di una certa importanza intorno alla storia generale del -medio-evo. La prima opera di qualche rilievo in questo -riguardo è la cronaca di Matteo Palmieri, che comincia -dove finisce quella di Prospero d'Aquitania. Chi poi a -caso aprisse le Decadi di Biondo da Forlì, stupirebbe di -trovarvi una storia universale <i>ab inclinatione Romanorum -imperii</i>, come in Gibbon, piena di studi fatti -sulle fonti degli autori di ogni secolo, e che nelle prime -trecento pagine in folio abbraccia la prima metà del medio-evo -sino alla morte di Federigo II. E tutto questo -facevasi in Italia, mentre oltre l'Alpi si era ancora alle -note Cronache papali e imperiali e al <i>Fasciculus temporum</i>. -Qui non è del nostro assunto di mostrare criticamente -di quali scritti il Biondo si sia giovato e dove -li abbia trovati tutti riuniti; ma nella storia della moderna -storiografia converrà pure che gli sia resa quando -che sia piena giustizia. Già anche per questo libro soltanto -si potrebbe dire a ragione, che lo studio dell'antichità -fu quello, che rese possibile anche lo studio dei -medio-evo, abituando per la prima volta le menti alla -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -considerazione obbiettiva della storia. Certamente s'aggiungeva -anche il fatto che il medio-evo era veramente -passato per l'Italia d'allora, e che tanto più facile era -il riconoscerlo, in quanto si era omai fuori di esso. Veramente -non si potrebbe dire con altrettanta verità, che -esso sia stato giudicato con giustizia e molto meno con -pietosa venerazione; poichè nelle arti si insinua un ostinato -pregiudizio contro ciò che viene da esso e gli umanisti -non riconoscono il principio di un'êra nuova, se -non dal tempo in cui essi poterono esclusivamente prevalere. -</p> - -<p> -«Io comincio, dice il Boccaccio,<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a> a sperare ed a -credere, che Dio abbia avuto pietà del nome italiano, -dopochè veggo che la sua inesaurabile bontà mette -nel petto degli Italiani anime, che somigliano a quelle -degli antichi in quanto cercano la gloria per altre -vie, che non sieno le rapine e le violenze, vale a dire -sul sentiero della poesia, che rende immortali». Ma -questo modo di vedere ristretto ed ingiusto non impediva -agli uomini più altamente dotati di approfondire -l'investigazione critica in un tempo, in cui nel resto -d'Europa non se ne parlava nemmeno; e si formò pel -medio-evo una critica storica appunto per questo, che -la trattazione razionale di qualsiasi argomento doveva -tornar buona agli umanisti anche per questa materia -storica. Nel secolo XV essa penetra ormai in tutte le -storie delle singole città per guisa tale, che le posteriori -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -leggende favolose della storia primitiva di Firenze, -Venezia, Milano ecc. svaniscono, mentre le Cronache del -nord ancora per lungo tempo sono costrette a trascinarsi -innanzi colle loro narrazioni fantastiche inventate -sino dal secolo XIII e prive per la maggior parte di -qualsiasi valore. -</p> - -<p> -Dell'intima attinenza della storia locale col sentimento -di gloria, che era sì profondo nel secolo XV, -abbiamo già toccato più sopra, parlando di Firenze -(pag. 102 e segg.). Venezia non volle restare addietro, e, -come già subito dopo un grande trionfo di un oratore fiorentino<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a> -un ambasciatore veneziano in tutta fretta eccitò -il suo governo a spedire anch'esso un proprio oratore, -così ora i veneziani sentirono il bisogno di una storia, -che potesse reggere al paragone di quelle di Leonardo -Aretino e del Poggio. E fu appunto da tal bisogno che -nacquero nel secolo XV le <i>Decadi</i> del Sabellico, e nel -XVI la <i>Historia rerum venetarum</i> di Pietro Bembo, -opere che furono scritte ambedue per espresso incarico -della Repubblica, l'ultima quale continuazione della -prima. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Del resto s'intende da sè che i grandi storici fiorentini -del principio del secolo XVI (v. pag. 111) sono uomini -affatto diversi dai latinisti Giovio e Bembo. Essi -scrivono in italiano, non solamente perchè non possono -più gareggiare colla raffinata eleganza dei ciceroniani -d'allora, ma anche perchè vogliono, come Machiavelli, -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -presentare sotto una forma viva ciò che essi hanno appreso -da una osservazione immediata e personale,<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a> e -perchè hanno a cuore, come il Guicciardini, il Varchi e la -maggior parte degli altri, che il loro modo di guardar -le cose s'allarghi quanto più sia possibile. Perfino quando -essi scrivono per un numero ristretto d'amici, come fece -Francesco Vettori, sentono un bisogno irresistibile di -dichiarare la parte che presero negli avvenimenti, e di -giustificare così il loro interessamento per gli uomini e -le cose, che vengono ricordando. -</p> - -<p> -Tuttavia in mezzo a tutto questo, e in onta al carattere -proprio e speciale della loro lingua e del loro -stile, essi appaiono talmente compenetrati dello spirito -dell'antichità, che senza di essa non si potrebbero neanche -immaginare come vissuti. Non sono umanisti, ma -passarono attraverso l'umanismo, e dell'antichità serbano -un'impronta molto più spiccata, che non la maggior -parte dei latinisti seguaci di Livio: son cittadini, che -scrivono pei loro concittadini, a quel modo che facevano -gli antichi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span></p> - -<h3 id="cap11-3">CAPITOLO XI. -<span class="smaller">Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto -del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina. -</p> -</div> - -<p> -A noi non è permesso qui di seguir l'umanismo nelle -altre scienze speciali; ognuna di esse ha la sua storia -particolare, nella quale gli archeologi italiani di questo -tempo, specialmente per la sostanzialità delle cose antiche -da essi scoperte,<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a> segnano un momento affatto nuovo -e molto importante, da cui datano, più o meno spiccatamente, -gli ulteriori progressi di ciascuna scienza nel -tempo moderno. Anche per ciò che riguarda la filosofia, -noi dobbiamo rinviare alla sua storia speciale. L'influenza -degli antichi filosofi sulla cultura italiana appare talvolta -immensa, talvolta assai limitata. Il primo caso ha luogo -specialmente quando si consideri come le idee di Aristotele, -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -principalmente quelle contenute nell'Etica,<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a> assai -per tempo diffusa, e nella Politica, erano divenute un -patrimonio comune di tutti i dotti d'Italia, e come tutta -la speculazione filosofica fosse padroneggiata da lui.<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a> Il -secondo per contrario si verifica ogni volta che si voglia -tener conto della scarsa influenza dogmatica degli -antichi filosofi, e perfino degli stessi entusiasti platonici -fiorentini, sullo spirito della nazione in generale. Ciò che -si scambia comunemente per una tale influenza, non è, -nel più dei casi, se non un effetto della cultura in generale, -una conseguenza delle forme sociali di svolgimento -dello spirito italiano. Parlando della religione, -avremo occasione di soggiungere qualche altra osservazione -su questo argomento. Ma nella massima parte dei -casi non trattasi neppure della cultura in generale, bensì -soltanto delle manifestazioni di singole persone o di dotte -società, ed anche qui ad ogni momento si dovrebbe fare -una distinzione tra una vera assimilazione delle antiche -dottrine ed una semplice adozione portata dalla moda. -Infatti per molti il culto e l'imitazione dell'antichità non -era che una moda, perfino per taluni, che in essa avevano -cognizioni molto serie e profonde. -</p> - -<p> -Del resto non sarebbe logico il dire che tutto ciò, -che ha un tal quale aspetto di affettazione nel nostro -secolo, lo avesse realmente anche a quel tempo. L'uso -di nomi greci e romani, per esempio, è pur sempre più -bello e pregevole, che non quello dei nomi (specialmente -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -femminili) attinti ai romanzi. Dal momento che l'entusiasmo -per gli eroi dell'antichità era maggiore che non -pei santi del cristianesimo, non può parere strano, che -le famiglie illustri preferissero di chiamare i loro figli -Agamennone, Achille e Tideo,<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a> e che il pittore imponesse -il nome di Apelle a suo figlio e quello di Minerva -a sua figlia.<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a> Nè si troverà neanche fuor di ragione che, -invece di un nome di casato, dal quale in generale non -si voleva chiamarsi, si adottasse un nome antico ben -risonante ed armonioso. Quanto poi ai nomi desunti dalla -patria di taluno, e che disegnavano tutti gli abitanti -di un dato luogo, senza essere ancora diventati nomi di -famiglia, vi si rinunciava assai volentieri, specialmente -ogni volta che il luogo si denominasse da un qualche -santo; così Filippo da S. Gemignano si chiamava sempre -Callimaco. Chi poi, respinto ed offeso dalla propria famiglia, -seppe conquistarsi da sè una posizione al di fuori -mediante la sua dottrina, avea ben diritto, fosse anche -stato un Sanseverino, di ribattezzarsi orgogliosamente -in Giunio Pomponio Leto. Anche la pura e semplice traduzione -di un nome di lingua greca o latina (uso che -fu poi adottato quasi esclusivamente in Germania) può -ben essere perdonata ad una generazione, che parlava e -scriveva in latino, e che tanto in prosa, quanto in verso -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -usava nomi non solo declinabili, ma di facile e dolce -pronunciazione. Biasimevole invece e ridicolo fu l'uso, -introdotto più tardi, di mutare un nome di persona o di -casato solo per metà sino a dargli una cadenza classica -od anche un nuovo senso, come quando di Giovanni si -fece Gioviano o Giano; di Pietro, Pierio o Petreio; di -Antonio, Aonio; di Sannazzaro, Sincero; di Luca Grasso, -Lucio Crasso, e così via. L'Ariosto, che di queste debolezze -ride così amaramente,<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a> ebbe ancor tanto di vita -da vedere imposti i nomi de' suoi eroi e delle sue eroine -ad alcuni fanciulli.<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a> -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Anche l'uso di antiquare molti fatti della vita sociale, -nomi di uffici, di istituzioni, di ceremonie e simili non -deve giudicarsi con troppa severità. Sino a che si stava -contenti ad un latino semplice e facile, come forse era -il caso di tutti i latinisti, che vissero tra il tempo del -Petrarca e quello di Enea Silvio, la cosa non fu tanto -frequente, ma divenne poi inevitabile quando si cominciò -a volere un latino assolutamente puro, ciceroniano. Allora -le cose moderne non poterono più nella loro totalità -essere espresse nello stile antico, se non ribattezzandole -artificialmente. E allora i pedanti si compiacquero -di chiamare i consiglieri municipali col nome <i>patres -conscripti</i>, le monache con quello di <i>virgines vestales</i>, -ogni santo con quello di <i>divus</i> o <i>deus</i>, mentre scrittori -di gusto più raffinato, come Paolo Giovio, probabilmente -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -non ricorrevano a simili travestimenti se non quando -era impossibile il fare diversamente. Ma appunto perchè -il Giovio lo fa naturalmente e senza mettervi nessuna -speciale importanza, in lui offende meno che in altri il -sentir chiamare <i>senatores</i> i cardinali, <i>princeps senatus</i> -il loro decano, <i>Dirae</i> la scomunica,<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a> <i>Lupercalia</i> il carnevale, -e così via. Egli è appunto da questo autore -principalmente che può rilevarsi con quanta cautela si -debba procedere nel voler da queste semplici forme stilistiche -dedurre troppo precipitose conclusioni sull'indirizzo -generale del pensiero d'allora. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Non è del nostro assunto qui il tener dietro alla -storia dello stile latino considerato in sè stesso e nelle -varie fasi del suo sviluppo. Basterà dunque che sia notato -come gli umanisti, per due secoli di seguito, abbiano -continuato a condursi in modo, come se la lingua -latina in generale fosse e dovesse perpetuamente restare -l'unica degna di essere scritta. Il Poggio deplora<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a> che -Dante abbia steso il suo grande poema in lingua italiana, -e d'altra parte è noto universalmente che egli -avea cominciato a stenderlo in latino, avendo dapprima -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -scritto in esametri i primi canti dell'Inferno. Tutto l'avvenire -della poesia italiana dipendette dal fatto, che egli -abbandonò poscia questo suo primo pensiero; ma anche -il Petrarca s'aspettava assai maggior gloria dalle sue -poesie latine, che da' suoi sonetti e dalle sue canzoni, e -pare che la tentazione di poetare in latino fosse venuta -in sulle prime altresì all'Ariosto. Insomma una tirannide -maggiore di questa non s'è vista mai nel campo della -letteratura;<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a> ma, ciò non ostante, la poesia seppe in -gran parte sottrarvisi, ed oggidì noi possiam dire, anche -senza peccare di soverchio ottimismo, essere stato un -bene, che la poesia italiana abbia avuto a sua disposizione -due lingue, poichè in entrambe essa ha dato frutti -diversi ed eccellenti, e precisamente tali dal mostrar -chiaramente, perchè in un luogo si sia preferita la forma -latina, in un altro la italiana. Forse può dirsi altrettanto -anche della prosa: la posizione e la fama mondiale della -cultura italiana era vincolata a questa condizione, che -alcuni argomenti dovessero essere trattati nella lingua -allora universale — <i>urbi et orbi</i>, —<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a> mentre la prosa -italiana ebbe i suoi migliori cultori appunto in coloro, -i quali ebbero a lottare con sè medesimi per non scrivere -in latino. -</p> - -<p> -Lo scrittore, che sino dal secolo XIV passava senza -contrasto come il modello più perfetto della prosa latina, -era Cicerone. Ciò non era soltanto l'effetto di un'intima -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -persuasione che egli fosse unico nell'arte di scegliere le -parole, di disporre i periodi e di ordinare le varie parti -di una composizione, ma discendeva anche naturalmente -dal fatto che in lui l'amabilità dell'epistolografo, la -magniloquenza dell'oratore e la nitida perspicuità del -filosofo mirabilmente si confacevano coll'indole dello spirito -italiano. Già ancora al suo tempo il Petrarca aveva -riconosciuto appieno il lato debole di Cicerone come -uomo e come politico,<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a> ma egli nutriva per esso troppa -venerazione, per mostrarsi lieto di una tale scoperta; e -dal suo tempo in poi, l'epistolografia in prima e in seguito -tutti gli altri generi di composizione, eccettuato soltanto -il narrativo, non avean preso altro modello, fuorchè -Cicerone. Tuttavia il vero ciceronianismo, che non si -permetteva nè una frase, nè una parola che non fosse -nei libri del grande maestro, non comincia che verso la -fine del secolo XV, dopochè gli scritti grammaticali di -Lorenzo Valla aveano fatto il giro di tutta Italia, e dopochè -si erano già vedute e raffrontate le testimonianze -degli storici della letteratura latina.<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a> Allora soltanto si -cominciò ad esaminare colla più scrupolosa esattezza le -diverse gradazioni dello stile nella prosa degli antichi, -e si finì pur sempre colla beata persuasione che Cicerone -solo fosse il modello perfetto, o, se si voleva -abbracciare in uno tutti i generi, «che l'epoca soltanto -di Cicerone meritasse il nome di immortale e quasi -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -celeste».<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a> Fu allora che si videro un Pietro Bembo, un -Pierio Valeriano e molti altri non preoccuparsi d'altro, -fuorchè di imitare un sì grande esemplare: fu allora -che s'inginocchiarono dinanzi a Cicerone anche taluni -dei più restii, che si erano formati uno stile arcaico studiando -gli autori più antichi;<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a> fu allora che Longolio, -dietro i consigli del Bembo, per cinque interi anni non -lesse altro scrittore che Cicerone, e poscia fe' voto di -non usare nessuna parola che non fosse stata usata da -quel sommo; e questo entusiasmo fu appunto quello che -poi diede origine alle grandi dispute letterarie, che arsero -tra Erasmo e Scaligero il vecchio e i loro seguaci. -</p> - -<p> -Imperocchè anche gli ammiratori di Cicerone non -erano poi tutti così esclusivi da riguardarlo come l'unica -fonte della lingua. Ancora nel secolo XV il Poliziano ed -Ermolao Barbaro osarono di animo deliberato tentare -una forma tutta loro propria e particolare,<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a> naturalmente -basandosi sopra una cognizione del latino «affatto eccezionale», -e a questa stessa meta aspirò pure colui, che -ci narrò i loro tentativi. Paolo Giovio. Egli ha pel primo -e con uno sforzo indicibile espresso in lingua latina una -quantità di pensieri moderni, specialmente in argomenti -d'indole estetica, e, se non sempre vinse tutte le difficoltà, -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -gli si deve però assai di frequente la lode di una -certa vigoria ed eleganza. I ritratti latini, che egli ci dà -dei grandi pittori e scrittori di quel tempo,<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a> contengono -spesso tratti di una finitezza perfetta accanto ad altri -informi e pessimamente riusciti. Anche Leone X, che -riponeva tutta la sua gloria in questo, <i>ut lingua latina -nostro pontificatu dicatur facta auctior</i>,<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a> inchinò ad -una forma di latinità abbastanza larga e niente affatto -esclusiva, come era da aspettarsi dall'indirizzo piuttosto -sensuale di tutta la sua vita; a lui bastava che tutto -ciò, che dovea udire o leggere, avesse un colorito di -schietta, vivace ed elegante latinità. Infine Cicerone non -poteva servire di modello per la conversazione latina, -e sotto questo riguardo bisognava pur scegliere, accanto -a lui, altri idoli da adorare. Questa lacuna fu colmata -dalle rappresentazioni abbastanza frequenti in Roma e -fuori di Roma delle commedie di Plauto e di Terenzio, le -quali agli attori offrivano un esercizio utilissimo nel latino, -come lingua di società. Ancora sotto Paolo II il -dotto cardinale di Teano (probabilmente Nicolò Fortiguerra -da Pistoia) è lodato<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a> per essersi accinto alla -lettura dei lavori di Plauto allora molto imperfetti e -mancanti perfino dell'elenco dei personaggi, e per aver -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -chiamato l'attenzione dei dotti sui tesori di lingua che -vi stanno racchiusi; e può ben darsi che da lui sia partito -il primo impulso alla rappresentazione di quelle -commedie. Più tardi la cosa stessa trovò un caldissimo -fautore in Pomponio Leto, che non disdegnò di far le -parti di direttore della scena, quando negli atrii dei palazzi -dei grandi prelati le stesse commedie venivano -rappresentate.<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a> L'essersi poi intorno al 1520 smesse -tali rappresentazioni parve al Giovio, come vedemmo -(p. 320), una della cause dello scadimento dell'eloquenza. -</p> - -<p> -Concludendo diremo, che il ciceronianismo nella letteratura -corse le stesse vicende che il vitruvianismo -nel campo dell'arte. E in ambedue ì casi si manifesta -quella legge generale dell'epoca del Rinascimento: che -il moto nella cultura di regola precede il moto analogo -nell'arte. La distanza del tempo tra l'un fatto e l'altro -potrebbe per avventura calcolarsi di due decennii, -non più, se si computa dal cardinale Adriano da Corneto -(1505?) sino ai primi vitruviani assoluti. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span></p> - -<h3 id="cap12-3">CAPITOLO XII. -<span class="smaller">La nuova poesia latina.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -L'epopea tratta dalla storia antica; <i>l'Africa</i>. — Poesia mitica. — Epopea -cristiana: il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia -storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica -e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La -poesia maccaronica. -</p> -</div> - -<p> -Finalmente il maggior vanto degli umanisti è la -nuova poesia latina. Noi dobbiamo toccare anche di questa, -almeno per quanto essa può esserci di aiuto a dare -una caratteristica completa dell'umanismo. -</p> - -<p> -Quanto favorevole le fosse l'opinione pubblica e quanto -vicina fosse la sua definitiva vittoria, è stato già mostrato -più sopra (v. pag. 237). Ora si può anche in anticipazione -andar persuasi, che la nazione più colta e più -civile del mondo d'allora non può certamente, per semplice -capriccio e quasi senza coscienza di ciò che faceva, -aver rinunciato ad una lingua quale era l'italiana. Se -dunque vi rinunciò, deve esservi stata spinta da una -causa ben più forte e potente. -</p> - -<p> -Questa fu l'ammirazione per l'antichità. Come ogni -schietta e sincera ammirazione, essa produsse necessariamente -l'imitazione. Questa non manca, è vero, anche in -altri tempi e presso altri popoli; ma in Italia soltanto -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -verificaronsi le due condizioni indispensabili per l'esistenza -e per l'ulteriore sviluppo della nuova poesia latina; vale a -dire, una favorevole disposizione di tutta la parte più colta -della nazione, ed un parziale risveglio dell'antico genio italico -nei poeti stessi, quasi eco prolungato di un'antica -armonia. Ciò che di meglio nasce in tal modo, non è -più imitazione, ma creazione vera e originale. Chi nelle -arti non sa tollerare qualsiasi imitazione di forme, chi -o non apprezza l'antichità in sè stessa o la ritiene assolutamente -inarrivabile e inimitabile, chi finalmente -non si sente disposto di usare nessuna indulgenza con -poeti, che più d'una volta si trovarono costretti o a cercare -da sè, o a indovinare una moltitudine di quantità -sillabiche, non si metta allo studio di questo genere di -letteratura. Anche le produzioni le più perfette non sono -fatte per affrontare gli attacchi di una critica assoluta, -ma solo per procurare un'ora di sollievo al poeta e a -molte migliaia de' suoi contemporanei.<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a> -</p> - -<p> -Pochissima fortuna ebbe l'epopea desunta da tradizioni -o leggende antiche. Le condizioni essenziali per -una vera poesia epica non si riscontrano nemmeno, per -consenso di tutti, negli antichi epici romani, anzi neppure -nei greci, se si prescinda da Omero: come avrebbero -esse potuto trovarsi nei latinisti del Rinascimento? -Ciò non ostante, <i>l'Africa</i> del Petrarca sembra aver trovato -lettori e ammiratori in tal numero, da lasciarsi addietro -in questo riguardo qualsiasi epopea del tempo moderno. -Per verità lo scopo e il movente del poema non -potevano non destare il più vivo interesse. Il secolo XIV -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -riconobbe assai giustamente nella seconda guerra Punica -il momento più splendido della grandezza e potenza romana, -e questo appunto fu ciò che si propose di cantare -il Petrarca. Se Silio Italico fosse stato scoperto a quel -tempo, forse egli avrebbe scelto un altro soggetto; ma -non conoscendosi ancora quell'antico, l'apoteosi di Scipione -Africano il vecchio pareva sì bel tema agli uomini -del secolo XIV, che già un altro poeta, Zanobi della -Strada, s'era proposto di trattarlo e vi avea già posto -mano, quando, udendo che se ne occupava il Petrarca, -per sentimento di rispetto a questo grande se ne ritrasse.<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a> -Se il poema dell'Africa avesse avuto bisogno di una -giustificazione, questa le si aveva nel fatto, che in quel -tempo ed anche più tardi l'entusiasmo per Scipione era -tale, che lo si collocava al di sopra di Alessandro, di -Pompeo e di Cesare.<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a> Quante fra le moderne epopee -possono gloriarsi di un soggetto pel loro tempo così popolare, -così nella sostanza storicamente vero e tuttavia -rivestito di tanto prestigio mitico? Non v'ha dubbio, del -resto, che oggidì il poema per sè stesso riesce illeggibile. -Perciò che riguarda altri soggetti storici, noi dobbiamo -rinviare i lettori alle storie letterarie propriamente dette. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Più largo campo si offriva a chi, poetando, prendeva -a trattare qualche mito o leggenda antica, per riempire -qualche lacuna lasciatavi da altri. A ciò si accinse assai -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -presto la poesia italiana e propriamente per la prima -volta colla <i>Teseide</i> del Boccaccio, che è riguardata come -il suo migliore lavoro poetico. Sotto Martino V Maffeo -Vegio aggiunse un tredicesimo libro all'Eneide di Virgilio, -e poscia si ha un buon numero di tentativi minori, -ad imitazione specialmente di Claudiano, quali una <i>Meleagriade</i>, -una <i>Esperiade</i> ecc. Ma in ispecial modo notevoli -sono i miti nuovamente inventati, coi quali si popolarono -le più belle regioni d'Italia di una moltitudine -di divinità, di ninfe, di genii ed altresì di pastori, appunto -perchè a quest'epoca era invalso di accompagnar -sempre l'elemento epico col bucolico. Più tardi ci si -offrirà occasione di notar nuovamente come, dal Petrarca -in poi, nelle egloghe, tanto di forma narrativa, -che dialogica, la vita pastorale sia rappresentata quasi -sempre<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a> in modo affatto convenzionale, e come espressione -di sentimenti e fantasie di qualsiasi specie; qui non -se ne tocca che in relazione ai nuovi miti, cui diede -origine. E questi, meglio d'ogni altra cosa, ci rivelano -il doppio significato che ebbero nell'epoca del Rinascimento -le antiche divinità, le quali da un lato rappresentano -le idee generali e rendono quindi inutili le -figure allegoriche, dall'altro costituiscono un elemento -affatto libero ed indipendente di poesia, un tipo di bellezza -neutrale, che può essere innestato in ogni creazione -poetica e passare per mille e sempre nuove combinazioni. -Il primo a darne arditamente l'esempio fu il Boccaccio -col suo mondo immaginario di Dei e di pastori -dei dintorni di Firenze nel <i>Ninfale d'Ameto</i> e nel -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -<i>Ninfale fiesolano</i>, ch'egli cantò in poesia italiana. Ma il -capolavoro in questo genere sembra essere stato il <i>Sarca</i> -di Pietro Bembo,<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a> nel quale si narrano gli amori del -dio di quel fiume colla ninfa Garda, lo splendido convito -nuziale, che ebbe luogo in una grotta del Monte -Baldo, i vaticinii di Manto, figlia di Tiresia, sulla nascita -di un figlio, il Mincio, sulla fondazione di Mantova -e sulla fama avvenire di Virgilio, figlio del Mincio e -della ninfa di Andes, Maia. A questi concetti, barocchi -invero, ma propri dell'epoca, il Bembo diede una splendida -cornice di versi, che si chiudono con un apostrofe -a Virgilio, che ogni miglior poeta accetterebbe per sua. — Comunemente -tutto ciò si riguarda come nulla più -che vuota declamazione e ci si passa sopra con parole -di scherno: noi non intendiamo d'intavolare polemiche -a questo riguardo; diremo soltanto: è questione -di gusto, e come tale è lecito ad ognuno avere su di -essa un'opinione sua propria. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Accanto ai menzionati, non mancano neanche vasti -poemi epici in esametri di argomento biblico e religioso. -Non è da credere che con questi gli autori avessero -sempre in mira di promovere l'incremento della Chiesa -o di procacciarsi il favore dei Papi; ma sembra invece -che tutti, grandi e piccoli, buoni e cattivi (tra questi -ultimi va certamente annoverato Battista Mantovano, -autore di un poema intitolato Parthenice), sieno stati animati -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -da un sentimento, lodevole invero, di servire colle -dotte loro poesie latine alla religione, ciò che era veramente -in piena armonia col modo quasi pagano, che allora -prevaleva, di considerare il cattolicismo. Giraldo ne nomina -un numero ragguardevole, ma tra essi emergono -di gran lunga il Vida colla sua <i>Cristiade</i> e il Sannazzaro -co' suoi tre libri <i>De partu Virginis</i>. Il Sannazzaro -sorprende coll'onda equabile e maestosa del verso, nel -quale egli intreccia un mondo di cose cristiane e pagane, -col vigore plastico delle descrizioni, colla squisitezza perfetta -del lavoro; nè certamente egli avea motivo di temere -il paragone, quando nel canto dei pastori al presepio -innestò alcuni versi della quarta egloga di Virgilio. -Innalzandosi nelle regioni dell'ideale e nel mondo degli -spiriti, egli ha qualche tratto che arieggia i sublimi ardimenti -danteschi, quale è, per esempio, il canto e la -profezia del re Davidde nel Limbo de' patriarchi, o la -pittura dell'Eterno, che siede sul trono avvolto nel suo -gran manto tempestato delle figure elementari di tutti -gli esseri, in atto di parlare agli spiriti celesti. Altre -volte egli non si perita di innestare al suo soggetto -l'antica mitologia, senza per questo cader nel barocco, -perchè le divinità pagane non sono per lui che come la -cornice del quadro, nè egli assegna mai ad esse veruna -parte principale nel suo poema. Chi desidera formarsi -un concetto intero e adeguato di quanto abbia potuto -l'arte a quel tempo, non deve trascurar di leggere un -lavoro come questo. Il merito poi del Sannazzaro parrà -tanto maggiore anche per questo, che d'ordinario la -mescolanza di elementi pagani e cristiani stuona assai -più facilmente nella poesia, che nelle arti figurative: -queste ultime infatti ponno del continuo compensar l'occhio -colla vista di qualche determinata e materiale bellezza, -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -e in generale non sono così schiave del contenuto -sostanziale dei soggetti che trattano, come la poesia, -mentre l'immaginazione in esse s'arresta piuttosto alla -forma, nella poesia invece penetra direttamente nella -sostanza. Il buon Battista Mantovano nel suo «Calendario -festivo»<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a> avea tentato un altro espediente; che era appunto -quello di porre gli Dei e i Semidei del paganesimo -in pieno contrasto colla storia sacra, come facevano -i Padri della Chiesa, anzichè introdurli a far parte della -medesima. Così mentre l'angelo Gabriele scende a Nazaret -apportatore della grande novella alla Vergine, Mercurio -si stacca dal Carmelo e lo insegue sino a spiarne -il saluto sul limitare della cella benedetta; vola quindi -ad informare gli Dei raccolti in solenne radunanza e li -induce col suo racconto ai propositi più feroci. Ma anche -con questo metodo egli si trova altre volte costretto<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a> -a far sì che Tetide, Cerere, Eolo ed altre divinità spontaneamente -s'arrendano a riconoscere la superiorità della -Vergine. -</p> - -<p> -La fama del Sannazzaro, la moltitudine de' suoi imitatori, -l'omaggio tributatogli dei più grandi dell'epoca -sono circostanze, che mostrano ad evidenza quanto egli -fosse caro e necessario al suo secolo. Anche in servigio -della Chiesa egli sciolse vittoriosamente, proprio sul cominciare -della Riforma, il problema: se fosse possibile -poetare cristianamente e conservarsi ligi nel tempo stesso -alle tradizioni classiche; e tanto Leone, quanto Clemente -gliene attestarono altamente la loro riconoscenza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Per ultimo fu cantata in esametri o in distici anche -la storia contemporanea, ora sotto forma narrativa, ora -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -a guisa di panegirico, e d'ordinario sempre in lode di -qualche principe o di qualche famiglia principesca. Così -ebbero origine una <i>Sforziade</i>, una <i>Borseide</i>, una <i>Borgiade</i>, -una <i>Triulziade</i> e simili, ma veramente nessuna -raggiunse il suo scopo, poichè se alcuni dei lodati rimasero -celebri ed immortali nella storia, non dovettero -certo la loro celebrità a questa specie di poemi, contro -i quali ci fu sempre un'invincibile ed universale avversione, -anche se scritti da buoni poeti. Un effetto molto -diverso produssero invece alcuni poemetti minori, stesi -senza pretensione alcuna a guisa di episodi della vita di -qualche uomo celebre, come per esempio la descrizione -delle «Cacce di Leone X» presso Palo<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a> e «il Viaggio -di Giulio» di Adriano da Corneto (v. pag. 162). Splendide -descrizioni di cacce di questa specie ci lasciò pure, tra -molti altri, Ercole Strozza, ed è veramente deplorevole -che i lettori moderni ricusino di gettarvi gli occhi, disgustati -da quel fondo di adulazione che ci sta sotto e -che traspare ad ogni tratto. Eppure la maestria del lavoro -e la importanza storica, talvolta non piccola, di -queste poesie assicurano ad esse una vita più lunga di -quella, cui possono aspirare parecchie poesie del nostro -tempo ora abbastanza in voga. -</p> - -<p> -In generale queste composizioni sono di tanto migliori, -quanto meno contengono di elementi patetici ed ideali. -Vi sono taluni poemetti epici di celebri maestri, che, -sotto un cumulo enorme di allusioni mitologiche, producono -un effetto altamente ridicolo e comico, certamente -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -contro la intenzione dei loro autori. Tale, per esempio, -è «l'Epicedio» di Ercole Strozza<a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a> per la morte di Cesare -Borgia (v. pag. 154). In esso si ode il lamento di Roma, -che aveva posto tutte le sue speranze nei papi spagnuoli -Calisto III ed Alessandro VI e poi aveva riguardato -Cesare come il promesso suo liberatore, e si leggono le -gesta di quest'ultimo sino alla catastrofe dell'anno 1503. -Poscia il poeta chiede alla sua Musa, quale in quel momento -fosse stato l'alto consiglio dei Dei<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a>, ed Erato -narra che nell'Olimpo Pallade si era dichiarata per gli -spagnuoli, Venere per gli italiani; ambedue abbracciarono -le ginocchia di Giove, ed egli, baciatele in viso, -le pacificò e protestò che non potea nulla contro il destino -ordito dalle Parche, ma che, ciò non ostante, le -promesse degli Dei s'adempirebbero per opera del fanciullo -nato dall'unione delle due case Borgia ed Este<a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a>; -e, dopo aver narrato la storia antichissima e favolosa di -ambedue le famiglie, confessa di non poter dare a Cesare -il dono dell'immortalità, come non potè darlo una -volta, in onta ad autorevoli preghiere, nè a Memnone, -nè ad Achille; conclude però col dire, quasi a conforto -del poeta, che Cesare prima di morire avrebbe fatto -grande strage, guerreggiando, de' suoi nemici. Allora Marte -scende a Napoli e prepara la guerra, ma Pallade s'affretta -a Nepi e appare quivi all'infermo Cesare sotto -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -la forma di Alessandro VI, e, dopo averlo ammonito a -rassegnarsi e a star contento alla gloria che già circonda -il suo nome, la Dea travestita da Papa scompare «a -guisa di uccello». -</p> - -<p> -Ciò non ostante, si rinuncia senza necessità ad un -piacere talvolta assai grande se si respinge a priori tutto -ciò che, più meno a proposito, contiene qualche sprazzo -di mitologia, poichè anche la poesia non poche volte ha -saputo nobilitare questo elemento, al pari della pittura -e della scultura. E pei dilettanti del genere non mancano -neanche i primi saggi della parodia (v. pag. 216) tentati -nella «Maccaroneide», alla quale poi nell'arte fa -degno riscontro la «Festa degli Dei» di Giovanni Bellini. -</p> - -<p> -Talune poesie narrative in esametri sono anche semplici -esercitazioni o rifacimenti di relazioni in prosa, che -il lettore probabilmente preferirà ogni qualvolta le trovi. -E da ultimo si finì, come è noto, col mettere in versi -ogni cosa, e ciò anche da parte degli umanisti tedeschi -dell'epoca della Riforma.<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a> Ma si andrebbe molto errati, -se tutto questo si attribuisce soltanto ad abbondanza di -ozi agiati ed a soverchia smania di poetare. Negli Italiani -almeno c'è sempre troppa cura di ripulire e perfezionare -la forma, della quale essi avevano un senso squisito -e profondo, come lo prova la moltitudine enorme -che si ha contemporaneamente di relazioni, di storie e -di opuscoli in terzine. Appunto come Nicolò da Uzzano, -per produrre maggiore effetto, fuse in questo metro non -facile del verso italiano il suo manifesto per una nuova costituzione -politica, e il Machiavelli il suo prospetto della -storia contemporanea, e un terzo la vita del Savonarola, -e un quarto l'assedio di Piombino per opera di Alfonso -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -il Magnanimo,<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a> non deve far meraviglia che altri potessero -aver bisogno dell'esametro, per incatenar meglio -l'attenzione di un pubblico al tutto diverso. -</p> - -<p> -Ciò che sotto questa forma si era disposti a tollerare -o ad esigere, scorgesi con piena evidenza dalla -poesia didattica. Questa nel secolo XVI ebbe uno sviluppo -straordinario e maraviglioso, e cantò in esametri -l'alchimia, il giuoco degli scacchi, l'arte della seta, l'astronomia, -la lue venerea e mille altre cose, alle quali sono -da aggiungere anche parecchi estesi poemi italiani. Oggidì -è moda di condannar tali poemi senza neanche -darsi la briga di leggerli, e per verità noi stessi non -sapremmo dire sino a qual punto essi meritino effettivamente -di esser letti.<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a> Ad ogni modo però egli è certo, -che epoche senza paragone superiori alla nostra per -retto senso del bello, quali appunto furono la greca (dei -tempi più tardi) e la romana, nonchè questa del Rinascimento, -non credettero di poter far senza neanche di -questa forma speciale di poesia. Ma si potrebbe anche -rispondere, che non la mancanza dì gusto estetico, bensì -una maggiore serietà nella trattazione delle materie -scientifiche è quella che ne tien lontana oggidì la forma -poetica; su di che non volendo ridire, noi crediamo miglior -partito lasciare ad ognuno la propria opinione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<p> -Una di queste opere didattiche si vede ancora oggidì -qua e colà ristampata, ed è lo <i>Zodiaco della vita</i> di -Marcello Palingenio, segreto seguace delle dottrine protestanti -in Ferrara. Alle più sublimi questioni intorno -a Dio, alla virtù, all'immortalità, l'autore congiunge la -trattazione di molti punti della vita pratica, ed è da -questo lato un'autorità non dispregevole per la storia -della morale. Nel complesso però il suo poema si distacca -da tutti gli altri congeneri dell'epoca del Rinascimento, -come anche, in ordine al suo scopo seriamente -istruttivo, l'allegoria ne esclude quasi affatto la -mitologia. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma il genere, nel quale i poeti filologi s'accostarono, -più che in qualsiasi altro, all'antichità, è la lirica, e in -modo speciale poi l'elegia, e, dopo questa, altresì l'epigramma. -</p> - -<p> -Nel genere leggero Catullo esercitò un vero fascino -sugli Italiani. Più di un elegante madrigale latino, e -non poche brevi invettive o maliziosi biglietti potrebbero -dirsi vere trascrizioni da lui senza quasi mutamenti -di sorta, e la morte di qualche cagnolino o pappagallo -è pianta colle stesse parole e con lo stesso ordine di -pensieri, con cui egli pianse il passero di Lesbia. Ma vi -sono anche altre brevi poesie, che, pur mantenendosi -originali nel concetto, potrebbero trarre in inganno il -più esperto conoscitore, quanto alla forma, e delle quali -non si saprebbe precisar l'epoca, se il contenuto non le -dimostrasse indubbiamente lavori dei secoli XV e XVI. -</p> - -<p> -Per contrario nelle odi di metro saffico od alcaico ecc. -non se ne troverebbe forse una sola, che in un modo -o nell'altro non rivelasse come che sia la sua origine -moderna. Ciò accade per lo più in causa di una certa -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -loquacità rettorica, che negli esemplari antichi non s'incontra -se non per la prima volta in Stazio e per una -mancanza assoluta di nerbo lirico, quale sarebbe domandato -da questa specie di poesia. In una ode qualunque -potranno, è vero, incontrarsi singoli tratti, talvolta anche -due o tre strofe di seguito, di tal fattura da crederle -frammenti di qualche antico, ma l'illusione non va -più in la, e il colorito muta subito dopo. E se non muta, -come per esempio nella bella ode a Venere di Andrea -Navagero, vi si riconosce tosto una copia di qualche -capolavoro antico.<a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a> Alcuni scrittori di odi prendono a -soggetto il culto che si presta ai santi e modellano con -molto gusto le loro invocazioni su quelle di Orazio e di -Catullo di genere somigliante. Tale è il Navagero nell'ode -all'arcangelo Gabriele, e tale in modo particolare -il Sannazzaro, che nell'adottare i riti del culto pagano -va più innanzi di ogni altro. Egli celebra sopra ogni -altro il suo santo onomastico,<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a> al quale aveva dedicato un -tempietto nella sua splendida villa di Posilipo, «colà -dove i fiotti del mare si confondono colle acque che -sgorgano dalla rupe, e si frangono alle mura del piccolo -santuario». Per lui non v'è gioja maggiore della -festa annua di S. Nazzaro, e le frondi e i fiori, di cui -in questo giorno, più che di consueto, s'adorna il piccolo -tempio, figurano nella sua fantasia gli antichi sacrifici. -Anche fuggiasco in compagnia dell'espulso Federigo -d'Aragona, sulle rive dell'Atlantico e alle foci della -Loira, egli non dimentica nel suo giorno onomastico di -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -appendere al suo santo, con l'angoscia nel cuore, ghirlande -sempre verdi di bosso e di quercia, e rammentando -con desiderio gli anni trascorsi, nei quali tutta la -gioventù di Posilipo accorreva sulle sue navicelle a rallegrar -quella festa, fa voti pel suo ritorno.<a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a> -</p> - -<p> -Antiche al punto da produrre una perfetta illusione -sono poi più specialmente alcune poesie di metro elegiaco, -od anche in semplici esametri, ma che appartengono -pel loro contenuto a questo genere, passando dall'elegia -in giù per tutte le possibili gradazioni sino -all'epigramma. Siccome gli umanisti si erano molto famigliarizzati -colla lettura dei poeti elegiaci romani, così -si sentirono anche incoraggiati ad imitarli preferibilmente -ad ogni altro. L'elegia del Navagero «alla Notte» -ribocca d'ogni parte di reminiscenze di quegli antichi -esemplari, ma al tempo stesso ha nell'insieme un colorito -che seduce ed affascina. In generale egli si mostra innanzi -tutto molto accurato nella scelta di concetti veramente -poetici,<a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a> e poi li traduce, non servilmente, ma -con una certa disinvoltura e maestria, nello stile dell'Antologia, -di Ovidio, di Catullo od anche delle Egloghe di -Virgilio: della mitologia fa un uso moderato, spesse volte -soltanto per ritrarre l'immagine della vita campestre in -qualche preghiera a Cerere o ad altre divinità rustiche. -Un saluto alla patria, ritornando dalla sua missione in -Ispagna, non fu che cominciato; ma ne sarebbe uscita -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -una splendida composizione, se il resto avesse corrisposto -a questo principio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Salve, cura Deûm, mundi felicior ora,</p> -<p class="i01">Formosae Veneris dulces salvete recessus;</p> -<p class="i01">Ut vos post tantos animi mentisque labores</p> -<p class="i01">Aspicio lustroque libens, et munere vestro</p> -<p class="i01">Sollicitas toto depello e pectore curas!</p> -</div></div> - -<p> -La forma elegiaca o quella dell'esametro diventano -le forme di ogni elevato sentimentalismo, e vi si adattano -bellamente tanto il più nobile entusiasmo patriottico -(v. pag. 162 elegia a Giulio II), quanto la pomposa -apoteosi dei regnanti,<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a> e quanto anche la tenera e delicata -melanconia di Tibullo. Mario Molsa, che nelle sue -adulazioni a Clemente VII ed ai Farnesi gareggia con -Stazio e Marziale, in una elegia «ai Compagni», scritta -dal letto de' suoi dolori, ha dei pensieri sulla morte che -si crederebbero propri di un antico qualunque, e tuttavia -non sono tolti a prestito da nessuno esemplare classico. -Del resto, chi meglio d'ogni altro intese il vero -spirito dell'elegia romana e seppe imitarla più perfettamente -fu il Sannazzaro, il quale anche è il più copioso -e svariato scrittore di questo genere di poesie. — Di -altre elegie avremo occasione di parlare altrove, secondochè -ci cadrà in acconcio pel contenuto sostanziale delle -medesime. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Per ultimo l'epigramma latino in quei tempi ha un'importanza -grandissima, avvegnachè un pajo di linee ben -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -fatte, scolpite sopra un monumento o portate di bocca -in bocca a provocare un sorriso, potevano benissimo -creare la riputazione di un letterato. Questa tendenza -è vecchia in Italia. Quando si sparse la voce che Guido -da Polenta voleva innalzare sulla tomba di Dante un -monumento, affluirono da tutte le parti le iscrizioni,<a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a> -inviate «da tali che o volevano mettersi in vista, od -onorare la memoria del morto poeta o procacciarsi il -favore del da Polenta». Sul mausoleo dell'arcivescovo -Giovanni Visconti (morto nel 1354), che esiste ancora -nel Duomo di Milano, sotto trentasei esametri leggesi: -«il signor Gabrio de Zamorer di Parma, dottore in -ambo le leggi, ha composto questi versi». A poco a -poco, prendendo a modelli Marziale e Catullo, si venne -formando anche una letteratura speciale dell'epigramma; -e questo raggiunse il colmo della sua gloria, quando lo -si potè credere antico o copiato da qualche antica lapide,<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a> -quando parve di tanto buon gusto, che tutta -Italia lo sapesse a memoria, come accadde di alcuni del -Bembo. Così quando il governo di Venezia, per l'elogio -fattegli in tre distici dal Sannazzaro, premiò quest'ultimo -con un regalo di seicento ducati, a nessuno parve questa -una generosità troppo spinta, perchè tutti stimarono -l'epigramma per quello che realmente era nell'opinione -dei dotti di quel tempo, vale a dire, la formola più breve -per esprimere la gloria. Nè in allora vi fu nessuno tanto -potente, che sgradisse di vedersi onorato con tal genere -di componimenti, ed anche i grandi cercavano con molta -sollecitudine, per ogni iscrizione che ponevano, un qualche -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -dotto consiglio, perchè gli epitaffi ridicoli correvano -anche il pericolo di essere registrati in raccolte speciali -destinate a provocare l'ilarità del pubblico. L'epigrafia<a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a> -e l'epigrammatica si tenevano strettamente por mano; -la prima si basava sopra uno studio accuratissimo delle -antiche iscrizioni lapidarie. -</p> - -<p> -La città degli epigrammi e delle iscrizioni in modo -affatto speciale fu e rimase Roma. Non esistendo nello -Stato pontificio l'ereditarietà del trono, ognuno doveva -pensare da sè al modo di perpetuare la propria memoria: -al tempo stesso poi il motto beffardo espresso in -poesia diventava un'arma potente contro i rivali. Ancora -Pio II enumera con compiacenza i distici, che il suo -maggior poeta, il Campano, compose per qualche fortunata -circostanza del suo governo. Sotto i Papi seguenti -fiorì poi l'epigramma satirico, e di fronte ad Alessandro VI -ed a' suoi degenerò nella maldicenza la più scandalosa. -Il Sannazzaro componeva i suoi in una posizione relativamente -sicura, ma altri affatto in prossimità della corte -ebbero ardimenti estremamente pericolosi (v. pag. 153). -Per otto distici minacciosi, che erano stati affissi alla -porta della biblioteca,<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a> Alessandro fece una volta rinforzare -la guardia di ben ottocento uomini; ognuno può -immaginare come avrebbe trattato il poeta, se gli fosse -riuscito di averlo. Sotto Leone X gli epigrammi latini -erano il pane quotidiano: sia che si volesse adulare -al Papa o sparlarne, sia che si mirasse a vendicarsi di -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -nemici noti ed ignoti o a colpir qualche vittima, e in -generale ogni qualvolta sopra un argomento di fatto o -immaginario si voleva scagliare un motto, o malignare, -od esprimere un sentimento di pietà o d'ammirazione, -la forma prescelta era sempre quella dell'epigramma. -Così nell'occasione, in cui fu esposto il celebre gruppo -della Vergine con S. Anna e il bambino, che Andrea -Sansovino scolpì per la chiesa di s. Agostino, non meno -di centoventi furono gli epigrammi latini, che piovvero -per la circostanza, non tanto per sentimento di pietà religiosa, -quanto por piacenteria verso il mecenate, che -aveva commesso all'artista quell'opera.<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a> Egli era quel -Giovanni Goritz di Lussemburgo, referendario papale -alle suppliche, il quale ogni anno per la festa di S. Anna -non solo faceva celebrare un servizio divino, ma dava -anche un grande banchetto a tutti i letterati di Roma -ne' suoi giardini situati sul pendio del colle Capitolino. In -allora parve anche che valesse la pena di passare in rassegna -tutta la schiera de' poeti, che cercavano fortuna alla -corte di Leone, come fece con un grande poema <i>de -poetis urbanis</i><a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a> Francesco Arsillo, uomo che non avea -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -bisogno di nessuna protezione da parte del Papa o di -chicchessia, e che all'occorrenza sapeva parlar francamente -anche contro i propri colleghi. — Dopo Paolo III -l'epigramma decade e non sopravvive che in qualche -saggio isolato, mentre invece l'epigrafia continua a fiorire -sino al secolo XVII, in cui anch'essa muore por -soverchia gonfiezza. -</p> - -<p> -Anche in Venezia questa ha una storia sua propria, alla -quale possiam tenere dietro mercè gli ajuti di Francesco -Sansovino nel suo libro «sulla Topografia veneziana». -Un argomento perenne lo si aveva nell'uso invalso di -apporre un'epigrafe (<i>Brieve</i>) ad ogni ritratto di doge -collocato nella gran sala del palazzo ducale, epigrafe -che non oltrepassa mai quattro esametri, nei quali bisognava -compendiare le gesta più importanti di ciascuno.<a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a> -Oltre a ciò, le tombe dei dogi del secolo XIV portano -laconiche iscrizioni in prosa, che accennano a qualche -fatto più clamoroso, e accanto ad esse pochi sonori esametri -o alcuni versi leonini. Nel secolo XV si comincia -a curare di più lo stile, e nel secolo XVI questo tocca -alla sua ultima perfezione, dopo la quale comincia la vana -antitesi, la prosopopea, l'enfasi, il fare sentenzioso, in -una parola il falso ed il gonfio. Non è raro neanche il -caso, in cui si rasenti la satira e si cerchi di adombrare -sotto la lode diretta di un morto il biasimo indiretto di -un vivo. Molto più tardi torna a ricomparire nella primitiva -sua semplicità qualche epitaffio, ma in via puramente -eccezionale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -</p> - -<p> -Anche le opere architettoniche e monumentali eran -sempre disposte in modo da poter far luogo ad iscrizioni, -talvolta ripetute in più guise, e ciò è tanto più notevole -in quanto si sa che gli edifici del nord a stento lasciano -un posto conveniente per collocarvi qualche epigrafe, e -nei monumenti sepolcrali, per esempio, quest'ultima è relegata -nei punti più esposti ad essere guasti, nelle orlature. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ora, col sin qui detto noi non crediamo niente affatto -di avere persuaso il lettore del valore intrinseco -di questo genere di poesia risorto presso gl'Italiani del -Quattrocento. Ma non si tratta neanche di ciò, bastando -al nostro scopo di aver designato la necessità della stessa -e la posizione che le compete nella storia della cultura -italiana. Del resto già sin d'allora se n'ebbe una caricatura -nella così detta poesia maccaronica,<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a> il cui capolavoro -è l'<i>Opus macaronicorum</i> cantato da Merlin Coccai -(Teofilo Folengo di Mantova). Del contenuto sostanziale -di questo poema avremo occasione di parlare ancora qua -e colà; quanto alla forma — esametri ed altri versi misti -di latino e di vocaboli italiani con desinenze latine, — il -lato comico di essa sta essenzialmente in questo, che -simili mescolanze vi figurano per entro come tanti <i>lapsus -linguae</i> e come espettorazioni di un improvvisatore latino, -che si lascia trasportare dalla foga dell'estro. Delle -imitazioni fatte in Germania, mescolando insieme il latino -e il tedesco, nessuna ha neanche l'ombra della spontaneità, -che è nel lavoro del poeta italiano. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span></p> - -<h3 id="cap13-3">CAPITOLO XIII. -<span class="smaller">Caduta degli umanisti nel secolo XVI.</span></h3> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il -contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie. -</p> -</div> - -<p> -Dopochè molte gloriose generazioni di poeti-filologi -sino dal principio del secolo XIV ebbero diffuso in Italia -e nell'Europa occidentale il culto dell'antichità, dando -un indirizzo del tutto nuovo alla cultura, all'educazione -e talvolta anche alla politica, e riproducendo, secondo -le loro forze, l'antica letteratura, noi vediamo tutta -questa classe d'uomini cadere in profondo discredito, ed -essere disprezzata in un tempo, in cui non si credeva -ancora di poter far senza delle loro dottrine e del loro -sapere, vale a dire, nel secolo XVI. In questo secolo -infatti si continuava a parlare, a scrivere e a poetare -alla loro maniera, ma nessuno personalmente voleva -esser creduto della loro schiera. L'opinione pubblica li -accusava di due colpe principalmente: di una sconfinata -superbia e di turpi dissolutezze; alle quali l'incipiente -Contro-riforma ne aggiunse ben presto una terza, quella -di un'empia incredulità. -</p> - -<p> -Ora, innanzi tutto si domanda: vere o non vere, perchè -tali accuse non si fecero sentir prima? E se anche -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -si fecero talqualmente sentire, perchè in generale rimasero -prive di effetto? Evidentemente perchè la dipendenza -dai letterati, rispetto alla cognizione dell'antichità, -era ancor troppo grande, e perchè essi soli n'erano i -possessori, i rappresentanti e i propagatori. Ma quando -colla stampa i classici ebbero una maggiore diffusione,<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a> -e cominciarono a moltiplicarsi ricchi e copiosi manuali -e repertorii ad uso di tutti, il popolo a poco a poco si -venne notevolmente scostando dagli umanisti; e quando -s'avvide che, anche soltanto in parte, poteva far senza -di essi, volse loro decisamente le spalle. E quell'improvviso -rivolgimento colpì senza distinzione alcuna i buoni -e i cattivi. -</p> - -<p> -Causa prima di tali accuse furono gli umanisti stessi. -Fra quanti fondarono una società qualunque, nessuno si -mostrò più alieno di essi da quel senso di concordia, che -occorre a tenerla unita, e nessuno vi si ribellò mai più -apertamente. Quando poi cominciarono a volersi sopraffare -l'un l'altro, ogni mezzo parve loro lecito, pur di -riuscire allo scopo. Con una rapidità portentosa passano -essi dal campo della discussione scientifica a quello dell'invettiva -e della maldicenza: non si accontentano di -combattere il loro avversario, ma vogliono schiacciarlo -completamente. Un po' di colpa di tali eccessi può ascriversi, -se si vuole, a quelli stessi che li circondano e alla -posizione, nella quale si trovano: vedemmo infatti con -quanta violenza l'epoca, di cui essi sono i principali rappresentanti, -oscillasse incerta tra due correnti contrarie, -l'amor della gloria e la tendenza al dileggio. Oltre a -ciò, anche la posizione loro nella vita di ogni dì era per -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -lo più tale, da metterli in grave pensiero per la loro -stessa sussistenza. E con tali disposizioni d'animo dovevano -scrivere, perorare e parlare l'uno dell'altro. Le -sole opere del Poggio contengono tal cumulo di bassezze, -da provocare senz'altro una decisa avversione per tutti; — e -queste opere del Poggio sono appunto quelle che -ebbero un maggior numero di edizioni, tanto al di qua -che al di là delle Alpi. Nè si deve nemmeno con troppa -facilità rallegrarsi, se per avventura qua e là s'incontra -qualche onesta figura, che sembri esente da qualsiasi -macchia; poichè, guardando un po' più addentro, si corre -pericolo di trovarsi di fronte ad altre testimonianze, che, -vere o false, sono più che sufficienti a intorbidare lo -splendore di quell'immagine. Il resto lo fecero le sconce -poesie latine del Pontano e più ancora il suo famoso -dialogo <i>Antonius</i>, nel quale egli scherza oscenamente -sulla sua stessa famiglia. Il secolo XVI conosceva tutte -queste brutture ed era stanco, senz'altro, di tollerare -una classe d'uomini simili. Per maggior loro sventura -poi anche il più grande poeta dell'epoca non degnò ricordarli, -se non per gettar su loro a piene mani il disprezzo.<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a> -</p> - -<p> -Ma le accuse, che si lanciarono contro essi, non -erano in generale che troppo vere. E se anche qua e -colà se ne incontra taluno, che mostra in modo positivo -e innegabile di non essere sordo ai dettami della moralità -e della religione, questa eccezione non inferma -punto la regola, sussistendo di fatto che molti, e fra -essi i più celebri, erano realmente colpevoli. -</p> - -<p> -Tre cose spiegano e forse mitigano in parte la loro -colpa: l'eccesso delle lodi lor tributate, quando sedevano -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -al colmo del carro della fortuna; l'incertezza e la precarietà -della loro vita materiale, per cui dallo splendore -piombavano ad un tratto nella miseria, secondo i capricci -dei loro mecenati o la malignità dei loro avversari; infine -la pervertitrice influenza dell'antichità. Questa corruppe -la loro morale, senza comunicare ad essi la propria, e -dal punto di vista religioso influì sinistramente, inoculando -nelle loro menti idee di scetticismo e di sensualismo, -poichè non poteva inocularvi la credenza positiva -nell'antica mitologia. Ora il danno derivò appunto da -questo, che essi intesero l'antichità in modo affatto dogmatico; -vale a dire, videro in essa il prototipo di qualsiasi -modo di pensare e di agire. Ma che vi sia stato -un secolo, che in modo affatto esclusivo abbia divinizzato -il mondo antico e quanto proveniva da esso, non -è un fatto da doversi ascrivere in colpa a nessuno in -particolare. Esso fu una necessità storica d'ordine superiore, -e tutta la cultura dei tempi posteriori e futuri -è la conseguenza immediata di esso e della maniera affatto -esclusiva, con cui si verificò. -</p> - -<p> -La carriera degli umanisti d'ordinario era tale, che -solo le tempre più forti potevano correrla senza risentirne -alcun danno. Il primo pericolo veniva talvolta dai -genitori, che di un figlio di precoce sviluppo volevano -fare un fanciullo miracoloso,<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a> colla mira di farlo entrar -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -poscia in quella classe d'uomini, che allora erano tutto. -Ma i fanciulli miracolosi non vanno generalmente oltre -ad un dato punto, o, se vogliono progredire, no 'l possono -che a furia di sforzi faticosissimi. Inoltre la gloria -e la stima, di cui erano circondati gli umanisti, potevano -diventare pei giovani stessi una tentazione molto pericolosa: -essi correvano il rischio di immaginarsi, «per -la superbia che è connaturale all'uomo, di non aver bisogno -di badar più alle cose ordinarie e comuni della -vita».<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a> E allora si precipitavano ciecamente colà, dove -la gloria sembrava chiamarli attraverso la vicenda dei -più violenti contrasti: ora docenti pubblici o privati, ora -segretari o consiglieri di principi; ora fatti segno all'entusiastica -ammirazione di tutti, ora derisi e vituperati; -qua negli agi e nell'abbondanza, là nelle privazioni e -nella miseria, e sempre e dovunque esposti a pericoli, -a inimicizie mortali, implacabili. Un sapere serio e profondo -con tutta facilità poteva essere soppiantato da una -tintura di dottrina frivola e superficiale. Il peggio poi -si era che all'umanista era quasi affatto impossibile -l'avere una patria qualunque stabile e certa, mentre la -sua stessa condizione lo obbligava continuamente a mutar -dimora o gl'impediva di trovarsi bene un po' a lungo -in qualsiasi luogo. Infatti o egli stesso s'annojava degli -altri, perchè circondato di inimicizie, o gli altri si annojavano -di lui, perchè desiderosi di novità (v. p. 281). -Che se anche un tale stato di cose ci fa, quasi senza -volerlo, andar la mente ai sofisti greci del tempo imperiale, -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -quali furono descritti da Filostrato, non v'ha -dubbio però che il paragone non regge, poichè la condizione -di questi ultimi era senza contrasto migliore, -provveduti com'erano di maggiori agi e ricchezze o più -disposti a farne senza, e in generale men tormentati -dalle esigenze di un pubblico, che vedeva in loro dei -dilettanti dell'arte oratoria, non dei dotti di professione. -L'umanista del Rinascimento invece deve essere un erudito -di prima forza e, per di più, un uomo capace di -sostenere le cariche e gli uffici più disparati. S'aggiunga -a questo la vita sregolata ch'egli conduce e l'indifferenza -per qualsiasi sentimento di moralità, a cui si viene abituando, -dopochè si vede dall'opinione pubblica già condannato -<i>a priori</i>: arroge da ultimo l'orgoglio, senza cui -caratteri simili non possono esistere e che in essi è mantenuto -dal bisogno, non fosse altro, di conservarsi al di -sopra del livello comune, e dal sentimento della gloria, -che si alterna continuamente con quello dell'odio e del -disprezzo. Essi sono la personificazione vivente di un soggettivismo, -che per eccesso di forze trabocca. -</p> - -<p> -Le accuse e le allusioni satiriche cominciano, come -è stato già notato, assai per tempo, appunto perchè per -ogni individualità un po' spiccata, per ogni specie di celebrità -s'avea sempre pronto, qual correttivo, un motto -arguto, un sarcasmo. Oltre a ciò gli umanisti stessi fornivano -un abbondantissimo tema, al quale non s'avea -che la pena di attingere. Ancora nel secolo XV Battista -Mantovano, facendo la rassegna dei sette peccati capitali,<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a> -schiera gli umanisti con molti altri sotto al primo, -la superbia. Egli li descrive quali, nella loro boriosa vanità -di pretesi alunni di Apollo, incedono con aria dispettosa -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -e con affettata gravità, simili a stuolo di gru -che scendono al pascolo, e tanto pieni di sè medesimi, -che s'arrestano perfino talvolta a contemplare estatici -la propria ombra. Ma quello che fece loro un processo -in tutte le forme, fu il secolo XVI. Oltre all'Ariosto, ne -fa testimonianza principalmente il loro storico, Giraldo, -il cui lavoro, già composto sotto Leone X, probabilmente -fu ritoccato intorno al 1540.<a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a> In esso sono riportati in -copia strabocchevole antichi e moderni esempi della depravazione -morale e della misera vita dei letterati, e in -mezzo a ciò suonano accuse gravi e generali contro essi. -Si parla principalmente della loro irascibilità, vanità, -caparbietà e presunzione; s'incolpano di sregolatezze, di -dissipazione, di eresia e di empietà; e si fa loro rimprovero -di parlar senza convinzioni, di consigliare senza -coscienza, stigmatizzandoli come meschini compilatori di -sillabe, come vilmente ingrati verso i loro maestri, come -abbiettamente servili verso i principi, che solitamente -mordono dapprima in mille guise i letterati e poi li lasciano -morire di fame. Finalmente il libro si chiude -con una allusione alla fortunata età, in cui sulla terra -non v'era ancora scienza veruna. Di tutte queste accuse -una divenne ben presto la più pericolosa, quella di eresia, -e Giraldo stesso fu costretto più tardi, in occasione -della ristampa di un suo scritto giovanile affatto innocuo,<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a> -di rifugiarsi sotto il manto protettore del duca Ercole II -di Ferrara, perchè omai cominciavano a prevalere quegli -uomini, ai quali pareva troppo male impiegato il tempo, -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -che altri dedicava alla studio della classica antichità. Ed -egli, per giustificarsi, dovette fare ogni sforzo per dimostrare -che, in tempi simili, questo studio era anzi -l'unico veramente innocente, perchè vôlto ad argomenti -d'indole affatto neutrale. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma, se è dovere dello storico il cercare, accanto alle -accuse, anche quelle testimonianze, nelle quali invece -prevale un sentimento di benevolenza verso l'umanità, -nessuna fonte certo potrà sembrare paragonabile con lo -scritto spesse volte citato di Pierio Valeriane «Della -infelicità dei letterati».<a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a> Esso fu composto sotto la triste -impressione del sacco di Roma, che, colle sventure che -cagionò anche ai letterati, all'autore sembra come l'ultima -vendetta dell'avverso destino, che da lungo tempo -li perseguitava. Pierio obbedisce quì ad un sentimento -affatto naturale e giusto ad un tempo; egli non tira in -campo nessuna potenza spirituale, che abbia preso a perseguitare -in modo speciale questi uomini <i>per causa</i> del loro -genio, ma narra senz'altro ciò che è accaduto e che -bene spesso fu opera soltanto del caso. Egli non ha in -mira di scrivere una tragedia o di far discendere i fatti -da un conflitto di cause superiori, e appunto per questo -si restringe ad esporre le vicende ordinarie della vita -quotidiana. Così dal suo libro noi impariamo a conoscere -taluni, che in tempi molto agitati perdono dapprima le -loro rendite, e poscia anche i loro uffici; altri che, aspirando -nello stesso tempo a più impieghi, non ne ottengono -alcuno; qua un avaro sordido ed egoista, che si -porta cucito addosso il suo tesoro, e che poi, derubato, -muore di rammarico; altrove un venale prebendato, che -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -si consuma lentamente nel desiderio della perduta libertà. -In un punto egli rimpiange la morte di qualcuno -rapito dalla febbre o dalla pestilenza, e deplora ad un -tempo la perdita de' suoi scritti, che andarono arsi col -suo letto e colle sue vesti: in un altro ci parla della -vita infelice di chi si trascina innanzi sotto il peso dell'invidia -e delle minaccie de' propri colleghi: qua è uno -sventurato, che soccombe al pugnale assassino di un -servo rapace; là è un fuggiasco in cerca di migliore fortuna, -che, sorpreso dai masnadieri, è gettato a languire -nel fondo di un carcere, perchè non può pagare il proprio -riscatto. Taluno è portato precocemente alla tomba -da un segreto dolore per un torto ricevuto o per una -umiliazione subita: ad un veneziano si spezza il cuore -per la morte di un figliuoletto; fanciullo miracoloso, al -quale tengon dietro ben presto la madre e uno zio, -quasi che egli dovesse trascinar con sè tutta la sua famiglia. -E non mancano neanche, e in numero rilevante, -i suicidi, per lo più fiorentini,<a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a> nonchè quelli che furono -vittime della vendetta di qualche tiranno. Dove, in tanta -miseria, trovare uno che sia felice? E come potrà esserlo? -Forse col chiudere il cuore ad ogni senso di pietà -portanti mali? Uno degl'interlocutori del dialogo s'incarica -di rispondere a queste domande: egli è l'illustre -Gaspero Contarini, e il nome basta per farci sperare che -le risposte contengano quanto di più sensato e profondo -si pensava in proposito a quell'età. L'uomo felice egli -lo trova in frate Urbano Valeriano da Belluno, che per -lunghi anni insegnò il greco a Venezia, poi visitò la -Grecia e l'Oriente, ed anche vecchio peregrinò ora in -questo, ora in quel paese, senza mai essere salito in -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -groppa a un cavallo, senza aver posseduto in sua vita -un quattrino, rifiutando sempre qualsiasi avanzamento -ed onore, e morendo nella grave età di ottantaquattro -anni senza aver mai avuto un'ora di malattia, se si eccettui -soltanto quell'unica cagionatagli da una caduta. -E che cosa lo differenziava tanto dagli umanisti? Essi -godettero una libertà d'azione mille volte maggiore, essi -ebbero una volontà loro propria, che avrebbero anche -dovuto usufruttare assai più utilmente, che non abbiano -fatto: il povero monaco invece, allevato nel chiostro sin -dalla sua fanciullezza, visse sempre a beneplacito altrui -e s'abituò a non volere se non ciò, che gli altri volevano; -ma questa abitudine fu appunto quella che in -mezzo ai più grandi fastidi della vita gli mantenne quella -equabilità e quella serenità di spirito, colla quale influiva -assai più sui suoi discepoli, che non colle sue lezioni. -Questi infatti si venivano ogni dì più persuadendo, che -non dipende se non da noi il far sì, che anche nell'avversa -fortuna possiam trovare qualche conforto, «In -mezzo alle privazioni e ai disagi egli era felice e voleva -esserlo, perchè non avea contratto male abitudini, -perchè non era capriccioso, nè volubile, nè incontentabile, -ma sempre si mostrava soddisfatto di poco, od -anche di nulla». — A questa abnegazione, se crediamo -al Contarini, non erano estranei i più serii e profondi -sentimenti di pietà religiosa; ma, anche guardando in -lui semplicemente il filosofo, egli non ci parrà meno -degno di ammirazione. — Un carattere molto affine a -questo, sebbene in condizioni affatto diverse, ci presenta -quel Fabio Calvi,<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a> che fece un commento ad Ippocrate. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -</p> - -<p> -In età già molto inoltrata egli viveva a Roma, cibandosi -di sole erbe «come una volta i Pitagorici», ed -abitando sotto una tettoia, che ben poco si differenziava -dalla botte di Diogene. Della pensione che gli pagava -papa Leone, egli non pretendeva che lo stretto necessario -per sè e dava il resto agli altri. Non potè, come -frà Urbano, rallegrarsi di una salute costantemente florida -e vigorosa, e non avrà potuto neanche, come questi, -sorridere sul suo letto di morte, poichè nel sacco di -Roma gli toccò, vecchio quasi nonagenario, di seguire a -forza gli Spagnuoli, che intendevano di farsene pagar -caro il riscatto, e poco dopo morì di fame abbandonato -da tutti in un ospedale. Ma il suo nome andò salvo -dall'obblio, perchè Raffaello aveva amato e onorato quel -vecchio come un padre e un maestro, e s'era giovato -de' suoi consigli in ogni tempo. Forse questi consigli riferivansi -in modo speciale a quella restaurazione archeologica -dell'antica Roma, di cui già tenemmo parola altrove -(v. pag. 249); ma fors'anche a cose d'ordine molto -più elevato. Chi potrebbe dire qual parte abbia avuto -Fabio al concetto della Scuola d'Atene e di altre importantissime -composizioni di Raffaello? -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Assai di buon grado porremmo fine a questa parte del -nostro lavoro con qualche interessante biografia, per esempio -con quella di Pomponio Leto, se possedessimo intorno -a lui qualche cosa di più che una semplice lettera di -un suo discepolo, il Sabellico,<a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a> nella quale Pomponio a -bello studio è dipinto con colori di antichità un po' troppo -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -risentiti: tuttavia suppliremo a questa lacuna col riferirne -almeno qualche tratto dei più salienti. Egli discendeva -illegittimamente dalla famiglia napoletana dei -Sanseverino, principi di Salerno (v. pag. 335), ma non -volle mai riconoscerli, e all'invito fattogli di andare a -vivere con essi, rispose col celebre biglietto: <i>Pomponius -Laetus cognatis et propinquis suis salutem. Quod petitis -non potest. Valete.</i> Meschinissimo nell'aspetto, -con occhietti piccoli e vivaci, vestito sempre in fogge -strane e bizzarre, insegnando negli ultimi anni del secolo -XV all'Università di Roma, egli abitava alternativamente -la sua modesta casetta sul colle Esquilino o -la sua villetta sul Quirinale: quivi in mezzo alle sue -anitre predilette e ad un gran numero d'altri volatili, -dei quali pure grandemente si dilettava, attendeva alla -coltivazione di un suo poderetto, seguendo rigorosamente -i precetti che trovava in Catone, in Varrone ed in Columella, -e nei giorni festivi cercava un po' di spasso -nella caccia o nella pesca, od anche nello starsene lunghe -ore sdraiato all'ombra presso una fonte e sulle rive -del Tevere. Ricchezze ed agi non curò punto, nè poco. -Alieno da ogni invidia e maldicenza, non le tollerava -nemmeno in chi gli stava dappresso: ma per converso -parlava con molta libertà contro la gerarchia allor prevalente, -e in generale passava anche come libero pensatore -in fatto di religione, eccettuati però gli ultimi -suoi anni. Involto nella persecuzione che Paolo II iniziò -contro gli umanisti, egli era stato dal governo di Venezia -consegnato al Papa; ma non per questo si lasciò -mai piegare ad ignobili confessioni: dopo d'allora Papi -e prelati lo ebbero caro e lo sussidiarono; e quando, nei -torbidi scoppiati sotto Sisto IV, gli fu saccheggiata la -casa, i danni gli furono rifusi in sì larga misura, che -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -eccedettero le perdite da lui fatte. Come insegnante, era -coscienzioso sino allo scrupolo: ancor prima dello spuntare -del giorno lo vedevano scendere dall'Esquilino colla -sua lanterna in mano e recarsi all'Università, dove la -sua scuola riboccava sempre di ascoltatori; e siccome -parlando in privato balbettava alquanto, così dalla cattedra -declamava con lenta circospezione, ma non senza -proprietà ed eleganza. Anche i pochi suoi scritti sono -dettati con molta cura. Gli antichi testi non ebbero mai -un interprete più accurato e più sobrio di lui: anche -dinanzi agli altri venerabili avanzi dell'antichità egli si -sentiva compreso di religioso rispetto sino al punto di -rimanere estatico e come fuori di sè o di prorompere -improvvisamente in un pianto dirotto. Siccome egli era -sempre pronto a lasciar da parte i propri studi, quando -si trattava di essere utile agli altri, così era anche molto -amato ed aveva sempre un gran numero di amici, e -quando morì, lo stesso Alessandro VI volle che i suoi -cortigiani ne seguissero la bara, che fu portata dai più -illustri tra' suoi uditori: alle sue esequie in Aracoeli -assistettero quaranta vescovi e tutti gli ambasciatori -esteri. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Pomponio aveva introdotto a Roma e diretto la rappresentazione -di alcune commedie antiche, specialmente -di quelle di Plauto (v. pag. 342). Oltre a ciò, egli era -solito di festeggiare ogni anno il giorno della fondazione -della città con una solenne adunanza, nella quale i suoi -amici e discepoli recitavano discorsi e poesie. Da queste -circostanze principalmente ebbe origine e si mantenne -anche più tardi quella, che poi fu detta l'accademia romana. -Essa non era realmente se non una libera associazione, -non legata a nessun fermo statuto: oltre alle -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -due occasioni menzionate, si riuniva<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a> ogni qualvolta un -protettore ve la invitava o quando accadeva di dover -celebrare le lodi di qualche suo membro venuto a morire -(per es. il Platina). L'uso era questo, che al mattino -un prelato a ciò destinato celebrava, prima d'ogni -altra cosa, la Messa: poscia Pomponio ascendeva la tribuna -a recitarvi il suo discorso, e dopo di lui un altro -a declamarvi qualche distico. Il solito banchetto d'obbligo, -accompagnato da dispute e declamazioni, chiudeva poi -qualunque festività lieta o triste, ed anche in questo gli -accademici, il Platina specialmente, s'erano creati una -grande riputazione di buongustai.<a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a> Altre volte singoli -ospiti rappresentavano farse sul gusto delle Atellane. -Come libera associazione e senza un programma ben definito, -questa accademia si mantenne nella sua forma -primitiva sino al sacco di Roma e potè contare fra' suoi -soci un Angelo Coloccio, un Giovanni Göritz (v. pag. 360), -e molti altri. Quanto ella abbia contribuito a far progredire -la vita intellettuale della nazione, non è cosa -che si possa così facilmente stabilire, come d'ordinario -non si può di nessuna associazione di questa specie; tuttavia -sta di fatto, che anche il Sadoleto ne fa menzione, -come di una delle più care e preziose ricordanze di sua -gioventù.<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a> — Un numero considerevole di altre accademie -sorse e morì in diverse città, secondochè ciò era reso -possibile dalla fama e dall'importanza degli umanisti, -che vi risiedevano, e dal favore che i ricchi e i grandi -vi impartivano. Una di queste fu l'accademia di Napoli, -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -che si venne formando intorno a Gioviano Fontano, e -della quale poi una parte emigrò a Lecce,<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a> un'altra fu -quella di Pordenone, che costituiva la corte del gran -condottiere Alviano, e così via. Di quella di Lodovico -il Moro e della sua speciale importanza nella corte del -principe s'è già parlato altrove (v. pag. 56). -</p> - -<p> -Intorno alla metà del secolo XVI queste associazioni -sembrano aver subito una completa e radicale trasformazione. -Gli umanisti sbalzati, anche per altre ragioni, -di seggio e divenuti sospetti alla incipiente Contro-riforma, -perdono la direzione delle accademie, e la poesia italiana -anche in queste comincia ad occupare il posto della latina. -Ben presto ogni città di una tal quale importanza -ha la sua accademia, coi nomi più strani e bizzarri,<a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a> e -con fondi propri messi insieme mediante contributi dei -soci e legati. Oltre alla recitazione di poesie, si adotta -in esse, alla maniera delle precedenti associazioni latine, -l'uso del periodico banchetto e della rappresentazione -di drammi, parte col concorso degli stessi accademici, -parte sotto la loro sorveglianza coll'opera di giovani -dilettanti e ben presto anche di attori pagati. Le sorti -del teatro italiano, e più tardi anche dell'Opera, rimasero -per lungo tempo nelle mani di queste associazioni. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE DEL VOLUME PRIMO. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE E SOMMARIO</a> -<span class="smaller">DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME PRIMO</span></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="3"><span class="smcap">Prefazione del Traduttore</span></td> <td class="pag"><a href="#prefazione"><i>Pag.</i> v</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><span class="smcap">Dedica dell'Autore</span></td> <td class="pag"><a href="#Page_1">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">PARTE PRIMA.<br /> Lo Stato come opera d'arte.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Introduzione.</span><br /> Condizioni politiche d'Italia nel secolo XIII. — La Monarchia normanna sotto Federigo II. — Ezzelino da Romano</td> <td class="pag"><a href="#cap1-1">5</a></td> - </tr> - <tr> - <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Tirannide Nel Secolo XIV.</span><br /> Finanze e loro rapporti colla civiltà. — L'ideale di un principe assoluto. — Pericoli interni ed esterni. — Giudizio dei Fiorentini sui tiranni. — I Visconti sino al penultimo</td> <td class="pag"><a href="#cap2-1">11</a></td> - </tr> - <tr> - <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Tirannide Nel Secolo XV.</span><br /> Interventi e viaggi degl'Imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I Condottieri quali fondatori di Stati. — Loro rapporti coi propri Signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei Condottieri</td> <td class="pag"><a href="#cap3-1">21</a></td> - </tr> - <tr> - <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Tirannidi Minori.</span><br /> I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci</td> <td class="pag"><a href="#cap4-1">37</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> V.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le maggiori case principesche.</span><br /> Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della Corte urbinate. — Gli Estensi di Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici ufficj, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere</td> <td class="pag"><a href="#cap5-1">47</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Gli avversari della tirannide.</span><br /> Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassinj nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinarj. — Opinione dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori</td> <td class="pag"><a href="#cap6-1">73</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Repubbliche.</span><br /> Venezia nel secolo XV. — Gli abitanti. — Lo Stato e i suoi pericoli cagionati dalla povertà dell'aristocrazia. — Cause della sua stabilità. — Il Consiglio dei Dieci e i processi politici. — Rapporti verso i Condottieri. — Ottimismo della politica estera. — Venezia quale patria della Statistica. — Lento sviluppo della cultura. — Ascetismo ufficiale prolungato</td> <td class="pag"><a href="#cap7-1">83</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Ancora delle Repubbliche.</span><br /> Firenze dal secolo XIV in avanti. — Obbiettività della coscienza politica. — Dante come politico. — Firenze qual patria della Statistica; i Villani. — La Statistica dei maggiori interessi. — Valori delle monete del secolo XV. — Le forme costituzionali e gli storici. — Vizio fondamentale dello Stato toscano. — Gli uomini politici. — Machiavelli e il suo progetto di costituzione. — Genova, Siena e Lucca</td> <td class="pag"><a href="#cap8-1">101</a></td> - </tr> - <tr> - <td>IX.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Politica estera degli Stati Italiani.</span><br /> Invidia contro Venezia. — L'estero: simpatie per la Francia. — Tentativo per un equilibrio. — Intervento e conquista. — Alleanza coi Turchi. — Reazione spagnuola. — Trattazione obbiettiva della politica. — Arte diplomatica</td> <td class="pag"><a href="#cap9-1">121</a></td> - </tr> - <tr> - <td>X.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La guerra come opera d'arte.</span><br /> Le armi da fuoco. — Conoscitori e dilettanti. — Orrori guerreschi</td> <td class="pag"><a href="#cap10-1">133</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> XI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il Papato e i suoi pericoli.</span><br /> Posizione di fronte all'estero e all'Italia. — Torbidi a Roma da Nicolò V in poi. — Sisto IV signore di Roma. — Progetti del cardinale Pietro Riario. — Il nepotismo politico in Romagna. — Cardinali di case principesche. — Innocenzo VIII e suo figlio. — Alessandro VI come spagnuolo. — Relazioni coll'estero e simonia. — Cesare Borgia e suoi rapporti col padre. — Suoi ultimi progetti. — Minacciata secolarizzazione dello Stato pontificio. — I mezzi violenti. — Gli assassinj. — Gli ultimi anni. — Giulio II restauratore del Papato. — Elezione di Leone X. — Suoi progetti pericolosi in politica. — Pericoli esterni crescenti. — Adriano VI. — Clemente VII e il sacco di Roma. — Conseguenze di esso e reazione. — Riconciliazione di Carlo V col Papa. — Il Papato della Contro-riforma</td> <td class="pag"><a href="#cap11-1">139</a></td> - </tr> - <tr> - <td>XII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'Italia de' patriotti</span></td> <td class="pag"><a href="#cap12-1">173</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">PARTE SECONDA.<br /> Lo svolgimento dell'individualità.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Lo Stato e l'individuo.</span><br /> L'uomo nel Medio-Evo. — Il risvegliarsi della personalità. — I tiranni e i loro sudditi. — L'individualismo nelle Repubbliche. — L'esiglio e il cosmopolitismo</td> <td class="pag"><a href="#cap1-2">177</a></td> - </tr> - <tr> - <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Perfezionamento dell'individualità.</span><br /> Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti</td> <td class="pag"><a href="#cap2-2">186</a></td> - </tr> - <tr> - <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Gloria nel senso moderno.</span><br /> Idee di Dante intorno alla gloria. — Celebrità degli Umanisti; il Petrarca. — Culto delle abitazioni. — Culto delle tombe. — Culto degli uomini celebri dell'antichità. — Letteratura della gloria universale. — La gloria dipendente dagli scrittori. — L'amor della gloria come passione</td> <td class="pag"><a href="#cap3-2">193</a></td> - </tr> - <tr> - <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il motto e l'arguzia nel senso moderno.</span><br /> Loro attinenze coll'individualismo. — La beffa presso i Fiorentini, la novella. — I motteggiatori e i buffoni. — I passatempi di Leone X. — La parodia nella poesia. — Teoria dell'arguzia. — La maldicenza e Adriano VI sua vittima. — Pietro Aretino quale pubblicista. — Suoi rapporti coi principi e cogli uomini celebri. — Sua religione</td> <td class="pag"><a href="#cap4-2">209</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4" class="center">PARTE TERZA.<br /> Il Risorgimento dell'antichità.</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>I.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Osservazioni preliminari.</span><br /> Estensione dell'idea compresa nella parola Rinascimento. — L'Antichità nel Medio-Evo. — Suo precoce risveglio in Italia. — Poesia latina del secolo XII. — Spirito del secolo XIV</td> <td class="pag"><a href="#cap1-3">231</a></td> - </tr> - <tr> - <td>II.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Roma, la città delle rovine.</span><br /> Dante, Petrarca, Fazio degli Uberti. — Le rovine esistenti al tempo del Poggio. — Flavio Biondo, Nicolò V e Pio II. — L'Antichità fuori di Roma. — Città e famiglie di derivazione romana. — Sentimenti e pretese dei romani. — Il corpo di Giulia. Scavi e restauri. — Roma sotto Leone X. — Le rovine come fonti di sentimentalismo</td> <td class="pag"><a href="#cap2-3">239</a></td> - </tr> - <tr> - <td>III.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Autori antichi resuscitati.</span><br /> Autori già noti fin dal secolo XIV. — Scoperte del secolo XV. — Biblioteche, copisti e scrivani. — La stampa. — Cenno sullo studio del greco. — Studi orientali. — Pico di fronte all'antichità</td> <td class="pag"><a href="#cap3-3">253</a></td> - </tr> - <tr> - <td>IV.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'umanismo nel secolo XIV.</span><br /> Necessità del suo trionfo. — Parte presavi da Dante, Petrarca e Boccaccio. — Il Boccaccio primo campione dell'antichità. — L'incoronazione dei poeti</td> <td class="pag"><a href="#cap4-3">267</a></td> - </tr> - <tr> - <td>V.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Le Università e le Scuole.</span><br /> L'umanista professore nel secolo XV. — Scuole secondarie. — L'istruzione superiore privata; Vittorino. — Guarino in Ferrara. — Educazione dei principi</td> <td class="pag"><a href="#cap5-3">277</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">I fautori dell'umanismo.</span><br /> Cittadini fiorentini; il Niccoli. — Il Manetti, e i primi Medici. — Principi: i Papi da Niccolò V in avanti. — Alfonso di Napoli. — Federigo d'Urbino. — Gli Sforza e gli Estensi. — Sigismondo Malatesta</td> <td class="pag"><a href="#cap6-3">285</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Riproduzione dell'antichità. Epistolografia.</span><br /> La Cancelleria papale. — Apprezzamento dello stile epistolare</td> <td class="pag"><a href="#cap7-3">303</a></td> - </tr> - <tr> - <td>VIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">L'eloquenza latina.</span><br /> Indifferenza rispetto alla condizione dell'oratore. — Discorsi solenni di materia politica o in occasioni di ricevimento. — Orazioni funebri. — Discorsi accademici e allocuzioni militari. — Prediche latine. — Rinnovamento dell'antica rettorica. — Forma e contenuto; citazioni. — Concioni finte. — Scadimento dell'eloquenza</td> <td class="pag"><a href="#cap8-3">309</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> IX.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">I trattatisti latini</span></td> <td class="pag"><a href="#cap9-3">323</a></td> - </tr> - <tr> - <td>X.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La Storiografia.</span><br /> Necessità relativa del latino. — Studi sul Medio-Evo; il Biondo. — Primordi della critica. — Rapporti colla storiografia italiana</td> <td class="pag"><a href="#cap10-3">325</a></td> - </tr> - <tr> - <td>XI.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Il latinismo prevalente in ogni ramo della cultura.</span><br /> Il latinismo nei nomi. — Il latinismo nelle cose. — Predominio assoluto del latino. — Cicerone e i ciceroniani. — Conversazione latina</td> <td class="pag"><a href="#cap11-3">333</a></td> - </tr> - <tr> - <td>XII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">La nuova poesia latina.</span><br /> L'epopea tratta dalla storia antica; l'Africa. — Poesia mitica. — Epopea cristiana; il Sannazzaro. — Introduzione di elementi mitologici. — Poesia storica contemporanea. — Poesia didattica; il Palingenio. — La lirica e i suoi limiti. — Odi per santi. — Elegie e simili. — L'epigramma. — La poesia maccaronica</td> <td class="pag"><a href="#cap12-3">313</a></td> - </tr> - <tr> - <td>XIII.</td> <td>—</td> <td><span class="smcap">Caduta degli umanisti nel secolo XVI.</span><br /> Accuse contro gli umanisti e loro giusto valore. — Loro sventure. — Il contrapposto degli umanisti. — Pomponio Leto. — Le accademie</td> <td class="pag"><a href="#cap13-3">363</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span><i>Storia dell'Architettura</i> di Francesco Kugler. (La prima -metà del volume IV, contenente l'<i>Architettura e la Decorazione -del Rinascimento italiano</i>, è dell'Autore).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Machiavelli, <i>Discorsi</i>, L. I, c. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>I regnanti e la loro corte chiamansi insieme <i>lo Stato</i>, e -questa parola sembra essere stata usata in seguito a significare -l'esistenza di un intero territorio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>Höfler, <i>Kaiser Friedrich II</i>, pag. 39 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Cento Novelle antiche</i>, Nov. 1, 6, 20, 21, 22, 23, 29, 30, 45, -56, 83, 88, 98.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Scardeonius, <i>De urbis Patav. antiq.</i> nel <i>Thesaurus</i> del -Grevio, VI, III, pag. 259.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Sismondi, <i>Hist. des Républ. italiennes</i>, IV, pag. 420; VIII, -pag. 1 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Franco Sacchetti, <i>Novelle</i>, (61, 62).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Petrarca, <i>De Republ. optime administranda, ad Franc. -Carraram</i> (Opp. pag. 372 e segg.).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Solo cento anni più tardi anche la principessa è detta <i>madre</i> -de' sudditi. Cfr. l'orazione funebre di Girolamo Crivelli per Bianca -Maria Visconti, presso Muratori, XXV, col. 429. Un traslato ironico -di ciò si ha nell'appellativo di <i>mater Ecclesiae</i> dato alla sorella -di papa Sisto IV da Jacopo da Volterra (Muratori, XXIII, -col. 109).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Esprimendo incidentalmente il desiderio che fosse impedita -in Padova la circolazione degli animali suini, perchè disgustosa -alla vista e pericolosa ai cavalli, che ne adombravano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Petrarca, <i>Rerum memorandar.</i>, l. III, pag. 460. — Si allude -a Matteo I Visconti e a Guido della Torre allora regnante a Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Matteo Villani, V, 81, dove parla della segreta uccisione di -Matteo II Visconti operata da' suoi fratelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Filippo Villani, <i>Istorie</i>, XI, 101. Anche Petrarca trova i tiranni -lindi e puliti «come altari in giorno di festa». — Il trionfo -all'uso antico di Castracane in Lucca trovasi minutamente descritto -nella sua vita scritta da Tegrimo, presso Muratori, XI, -col. 1340.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span><i>De Vulgari Eloquio</i>, I, c. 12... <i>qui non heroico more, sed -plebeo sequuntur superbiam</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Ciò non si trova invero che in alcuni scritti del secolo XV, -ma certamente dietro fantasie anteriori: L. B. Alberti, <i>De re aedific.</i>, -V, 3. — Franc. di Giorgio, <i>Trattato</i>, presso Della Valle, -<i>Lettere senesi</i>, III, 121.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Franco Sacchetti, <i>Nov.</i>, 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Matteo Villani, VI, 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>L'ufficio de' passaporti in Padova intorno alla metà del secolo -XIV, come anche <i>quelli delle bullette</i>, trovansi descritti da -Franco Sacchetti, <i>Nov.</i> 117. Negli ultimi dieci anni di Federico II, -quando prevaleva il più rigido controllo personale, l'istituzione -de' passaporti doveva esistere nel suo pieno sviluppo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 247 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Anche, per esempio, a Paolo Giovio: v. <i>Viri illustres, Jo. -Galeatius</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Corio, fol. 272, 285.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Cagnola, nell'<i>Archiv. Stor.</i>, III, p. 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Così Corio, fol. 286, e Poggio, <i>Hist. Florent.</i>, IV, presso -Muratori, XX, col. 290. — Di aspirazioni all'impero parlano il -Cagnola, l. c., e un sonetto presso il Trucchi, <i>Poesie italiane inedite</i>, -II, p. 118: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Stan le città lombarde con le chiave</p> -<p class="i01">In man per darle a voi... ecc.</p> -<p class="i01">Roma vi chiama: Cesar mio novello,</p> -<p class="i01">Io sono ignuda et l'anima pur vive;</p> -<p class="i01">Or mi coprite col vostro mantello ecc.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Corio, fol. 302 e segg. Cfr. Ammian. Marcellin. XXIX, 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span>Così Paolo Giovio: <i>Viri illustr., Jo. Galeatius, Philippus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>De Gingins: <i>Dépêches des ambassadeurs milanais</i>, II, -pag. 200 (N. 213). Cfr. II, 3 (N. 114) e II, 212 (N. 218).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Paul. Jovius, <i>Elogia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Questa riunione di forze e d'ingegno è quella che da Machiavelli -vien detta virtù, e ch'egli trova compatibile anche con -la scelleratezza, come per esempio nei Discorsi, I, 10, dove parla -di Settimo Severo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Intorno a ciò veggasi Francesco Vettori, <i>Arch. Stor. VI, -pag</i>. 293 e segg. <i>L'investitura fatta da un uomo che dimora in -Germania e che d'imperatore romano non ha che il nome, non -ha la forza di trasformare un ribaldo in vero signore di una -città</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>M. Villani, IV, 38, 39, 56, 77, 78, 92; V, 1, 2, 21, 36, 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Fu un italiano, Fazio degli Uberti (<i>Dittamondo</i> L. VI, -cap. 5, intorno all'anno 1360) che avrebbe preteso da Carlo IV -un'altra crociata in Terra Santa. Il passo è uno dei più belli del -poema ed anche sotto altri punti di vista notevole. Il poeta viene -allontanato dal Santo Sepolcro da un burbanzoso turcomanno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Coi passi lunghi e con la testa bassa</p> -<p class="i02"> Oltrepassai e dissi: ecco vergogna</p> -<p class="i02"> Del crïstian che 'l saracin qui lassa!</p> -<p class="i01">Poscia al pastor (il papa) mi volsi per rampogna:</p> -<p class="i02"> E tu ti stai, che sei Vicar di Cristo,</p> -<p class="i02"> Co' frati tuoi a ingrassar la carogna?</p> -<p class="i01">Similimente dissi a quel sofisto (Carlo IV),</p> -<p class="i02"> Che sta in Buemme a piantar vigne e fichi,</p> -<p class="i02"> E che non cura di sì caro acquisto:</p> -<p class="i01">Che fai? perchè non segui i primi antichi</p> -<p class="i02"> Cesari de' Romani, e che non siegui,</p> -<p class="i02"> Dico, gli Otti, i Corradi e i Federichi?</p> -<p class="i01">E che pur tieni questo imperio in triegui?</p> -<p class="i02"> E se non hai lo cuor d'esser Augusto,</p> -<p class="i02"> Che no 'l rifiuti? o che non ti dilegui? ecc.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Più distesamente in Vespasiano fiorentino, pag. 54. Cfr. 150.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Diario ferrarese</i>, presso Muratori, XXIV, col. 213 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span><i>Haveria voluto scortigare la brigata</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span><i>Annales Estenses</i>, presso Murat. XX, col. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span>Poggii, <i>Hist. florent. pop.</i> l. VII, presso Muratori, XX, col. 381.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span>Senarega, <i>De reb. Genuens.</i>, presso Murat. XXIV, col. 575.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Sono numerati nel <i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXVI, -col 203. Cfr. <i>Pii II Comment. II</i>, pag. 102.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi di Venezia</i>, presso Murat. -XXII, col. 1113.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, p. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>Soriano, <i>Relaz. di Roma</i> 1533, presso Tommaso Gar. <i>Relazione</i>, -pag. 281.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Per ciò che segue conf. Canestrini nella <i>Introduzione</i> al -tom. XV dell'<i>Arch. Stor.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Cagnola, Arch. Stor. III. pag. 28: <i>et (Filippo Maria) da lei -(Beatr.) ebbe molto texoro e dinari, e tutte le giente d'arme del -dicto Facino, che obedivano a lei.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Infessura, presso Eccard, <i>Scriptor.</i> II, col. 1911. L'alternativa -che Machiavelli pone al condottiero vittorioso, veggasi nei <i>Discorsi</i>. -I, 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>Se essi abbiano avvelenato anche l'Alviano nel 1516 e se -sieno giusti i motivi addotti per ciò, veggasi uno scritto di G. Prato -inserito nell'<i>Arch. Stor. III</i>, pag. 348. — Dal Colleoni la Repubblica -si fece nominare sua erede, e dopo la sua morte avvenuta -nel 1475 ordinò una formale confisca di tutti i suoi beni. -Cfr. Malipiero, <i>Annali veneti</i> nell'<i>Arch. Stor. VII</i>, I, p. 224. -Essa si mostrava assai soddisfatta, quando i condottieri depositavano -il loro danaro in Venezia. <i>Ibid</i>. pag. 351.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>Cagnola, nell'<i>Arch. Stor.</i> III, pag. 121 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Almeno presso Paolo Giovio nella sua <i>Vita magni Sfortiae -(Viri illustres)</i>, una delle più interessanti fra le sue biografie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span>Aen. Sylvius: <i>De dictis et factis Alphonsi</i>, op. fol. 475.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span>Pii II <i>Comment.</i> I. p. 46. Cfr. 69.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>Sismondi X, pag. 258. Corio, fol. 412, dove lo Sforza è detto -complice, perchè dalla guerresca popolarità del Piccinino temeva -pericoli pe' suoi propri figli. — <i>Storia Bresciana</i> presso Muratori -XXI, col 902 — Come si tentò nel 1466 il gran condottiere -veneziano Colleoni, ci è raccontato da Malipiero, <i>Annali veneti</i>, -nell'<i>Arch. Stor.</i> VII, I, pag. 210.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>Allegretti, <i>Diarii Sanesi</i>, presso Murat. XXIII, pag. 811.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span><i>Orationes Philelphi</i>, fol. 9, nell'orazione funebre per Francesco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Marin Sanudo, <i>Vite de' duchi di Venezia</i>, presso Murat. XXII, -col. 1241.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Malipiero, <i>Annali veneti</i>, nell'<i>Arch. Stor.</i> VII, I, pag. 407.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span><i>Chron. Eugubinum</i>, presso Muratori XXI, col. 972.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Vespasiano fiorent. pag. 148.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Arch. Stor</i>. XXI, parte I e II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span>Varchi, <i>Storia fiorent</i>. I. pag. 242 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. Stor. VII</i>, I. pag. 498.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De vario sepeliendi ritu</i>. — Ancor -nel 1470 era avvenuta in questa casa una catastrofe in piccolo. -Cfr. <i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV. col. 225.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span>Jovian. Pontan. <i>De liberalitate</i> e <i>de obedientia</i>, l. 4. Cfr. -Sismondi X. pag. 78 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Tristano Caracciolo: <i>De varietate fortunae</i>, presso Murat. -XXII. — Jovian. Pontan. <i>De prudentia</i>, l. IV, <i>de magnanimitate</i>, -l. I, <i>de liberalitate, de immanitate</i>. — Camillo Porzio, <i>Congiura -de' Baroni</i>, passim. — Comines, <i>Charles VIII</i>, chap. 17, colla caratteristica -generale degli Aragonesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Paul. Jov. <i>Histor</i>. I. p. 14, nel discorso di un inviato milanese. -<i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV, col. 294.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Petri Candidi Decembrii <i>Vita Phil. Mariae Vicecomitis</i>, -presso Murat. XX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>Furono ordinate da lui le 14 statue marmoree di Santi nel -castello di Milano? — <i>Historia der Frundsberge</i>, fol. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Ciò che lo angustiava era che <i>aliquando «non esse» necesse -esset.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span>Corio, fol. 400; — Cagnola nell'<i>Arch. stor.</i> III. p. 125.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. Stor.</i> VII, I, p. 216, 221.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span><i>Chron. venetum</i>, presso Murat., XXIV, col. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Malipiero, <i>Ann. veneti</i>, (<i>Arch. Stor.</i>, VII, I, p. 492). Cfr. -481, 561.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>Il suo ultimo colloquio con lo stesso, genuino e notevole, -presso Senarega, Murat. XXIV, col. 567.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span><i>Diario ferrarese</i>, presso Murat., XXIV, col. 336, 367, 369. -Il popolo credeva, che temesse pe' suoi tesori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Corio, <i>fol.</i> 448. Gli effetti di questo stato di cose possono -vedersi nelle <i>Novelle</i> e <i>Introduzioni</i> del Bandello, che si riferiscono -a Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Amoretti, <i>Memorie storiche sulla vita ecc. di Lionardo da -Vinci</i>, pag. 35 e segg., 83 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Vedi i di lui sonetti presso Trucchi, <i>Poesie inedite</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Prato, nell'<i>Arch. Stor.</i>, III, p. 298. Cfr. 302.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Nato nel 1466, fidanzato ad Isabella sedicenne nel 1480, successe -nella signoria nel 1484, si sposò nel 1490, morì nel 1519. -Isabella morì nel 1539. I loro figli erano Federigo (1519-1540), -innalzato a duca nel 1530, e il celebre Ferrante Gonzaga. Ciò che -segue è tolto dalla corrispondenza di Isabella, con appendici, <i>Arch. -Stor. Append.</i>, tom. II, comunicate dal D'Arco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Franc. Vettori, nell'<i>Arch. Stor., Append.</i>, t. VI, p. 321. — Intorno a Federigo in particolare veggasi Vespasiano fiorent. -p. 132 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Castiglione, <i>Cortegiano</i>, L. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Ciò che segue, specialmente dagli <i>Annales Estenses</i> presso -Muratori, XX, e dal <i>Diario ferrarese</i>, presso Muratori XXIV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span><i>Diario ferrarese</i> l. c, col. 347.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Paul. Jovius: <i>Vita Alphonsi ducis</i> nei <i>Viri illustres</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Paul. Iovius, l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Borso edificò tuttavia, tra le altre costruzioni, la Certosa di -Ferrara, la quale può sempre dirsi una delle più belle Certose -dell'Italia d'allora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>In questa occasione è da menzionare anche il viaggio di -Leon X, quand'era cardinale. Cfr. Paul. Iovii <i>Vita Leonis X</i>, -libr. I. L'intendimento era meno serio e il viaggio era diretto a -procurargli una distrazione e una conoscenza generale del mondo, -proprio nel senso moderno. Ma nessuno d'oltr'alpe viaggiava -allora con tali scopi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>Iovin. Pontan. <i>De liberalitate</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span>Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VI, nov. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Vasari, XII, 166. <i>Vita di Michelangelo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Un primo esempio se ne ha in Bernabò Visconti, pag. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>V. <i>Capitolo 19</i>, e nelle <i>Opere minori</i>, ed. Le Monnier, volume -I pag. 425, col titolo <i>Elegia</i> 17. Senza dubbio al poeta diciannovenne -la causa di questa morte (v. pag. 62) era ignota.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Negli <i>Hecatommithi</i> del Giraldi trattasi di Ercole I, Alfonso I, -Ercole II nel l. I. <i>Nov</i>. 8 e nel VI, <i>Nov.</i> 1. 2. 3. 4 e 10, il tutto -essendo ancor vivi i due ultimi. — Anche nel Bandello si hanno -molte narrazioni riguardanti principi suoi contemporanei.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Fra le altre nelle <i>Deliciae poetar. italor.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Già menzionato ancora nel 1367, parlando di Niccolò il Vecchio, -nel <i>Polistore</i>, presso Murat. XXIV. col. 848.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span>Burigozzo, nell'<i>Arch. Stor.</i> III. p. 432.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span>Discorsi, I, 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span><i>De incert. et vanitate scientiar.</i> cap. 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span>Prato, nell'<i>Arch. Stor.</i> III. p. 211.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span><i>De casibus virorum illustrium</i>. L. II. cap. 15.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span><i>Discorsi</i>, III, 6. — Cfr. <i>Storie fiorent.</i> L. VIII. — La descrizione -delle congiure è un'occupazione prediletta degl'Italiani -sin da tempo antichissimo. Già Luitprando ce ne dà alcune, che -per lo meno sono più circostanziate di quelle di qualunque altro -contemporaneo del secolo X; nel secolo XI la liberazione di Messina -dai Saraceni, operata per mezzo del Normanno Ruggero quivi -chiamato (presso Baluz. <i>Miscell</i>. I, p. 184), offre l'occasione ad un -racconto abbastanza caratteristico di questo genere (1060); per -tacere anche del colorito drammatico, che si diede ai racconti del -Vespro siciliano. La medesima tendenza si scorge notoriamente -negli storici greci.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>Corio, fol. 333. Ciò che segue, ibid. fol. 305, 422 e segg. 440.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>Così la citazione del Gallo, presso Sismondi XI, 93. — Il -motivo sopra addotto per l'uccisione nelle chiese viene menzionato -ancora all'epoca dei Merovingi, v. Gregor. Turon. IX, 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>Corio, fol. 422. — Allegretto, <i>Diari sanesi</i>, presso Muratori -XXIII, col. 777. — Vedi sopra pag. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span>Si vegga nella relazione autentica dell'Olgiati, presso Corio, -un periodo come il seguente: «<i>quisque nostrum magis socios potissime -et infinitos alios sollicitare, infestare, alter alteri benevolos -se facere coepit. Aliquid aliquibus parum donare; simul -magis noctu edere, vigilare, nostra omnia bona polliceri, etc.</i>».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Vasari, III, 251. Nota alla <i>vita del Donatello</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span><i>Inferno</i>, XXXIV, 64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Scritti dal testimonio auricolare Luca della Robbia, <i>Arch. -Stor.</i> I, p. 273. Cfr. Paul. Iov., <i>Vita Leonis X</i>, L. III, nei <i>Viri -illustres</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Presso Roscoe, <i>Vita di Lorenzo de' Medici</i>, vol. IV, <i>Appendice</i> -12. — Cfr. anche la Relazione, <i>Lettere di Principi</i> (edizione -Venez. 1577) III. fol. 162 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>Intorno all'ultimo punto veggasi Jac. Nardi, <i>Vita di Ant. Giacomini</i>, -pag. 18.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span><i>Genetliacon</i>, ne' suoi <i>Carmina</i>. — Cfr. Sansovino, <i>Venezia</i>, -fol. 203. — La più antica cronaca veneziana, presso Pertz, <i>Monum</i>. -IX, p. 5, 6, pone l'occupazione delle isole al tempo dei Longobardi, -e quella di Rialto espressamente più tardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>De situ venetae urbis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span>Tutta questa parte della città fu modificata poi per le nuove -costruzioni dei primi anni del secolo XVI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>Benedetto: <i>Charolus VIII</i>. presso Eccard. <i>Scriptores</i>, II, -col. 1597, 1601, 1621. — Nel <i>Chron. venetum</i>, presso Murat. XXIV, -col. 26, sono enumerate le virtù politiche dei veneziani: <i>bontà, -innocenza, zelo di carità, pietà, misericordia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span>Molti nobili usavano di portare i capelli corti, v. <i>Erasmi -Colloq.</i> ed. Tigur, 1553, pag. 215, <i>miles et carthusianus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span><i>Epistolae</i>, lib. V, fol. 28.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span>Malipieri, <i>Annali veneti</i>, nell'<i>Arch. stor.</i> VII, I, p. 377, 431, -481, 493, 530, II, p. 661, 668, 679. — <i>Chron. venetum</i>, presso Murat. -XXIV, col. 57. — <i>Diario ferrarese</i>, ibid. col. 240.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span>Malipiero, nell'<i>Arch. Stor</i>. VII, II, p. 691. — Cfr. 694, 713 -e I, 535.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span>Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi</i>, Murat. XXII, col. 1194.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span><i>Chron. venetum</i>, Murat. XXIV, col. 105.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span><i>Chron. venetum</i>, Murat. XXIV, col. 123 e segg., e Malipiero -l. c. VII, I, p. 175 e segg. narrano il caso significantissimo -dell'ammiraglio Antonio Grimani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span><i>Chron. venetum</i>, l. c. col. 166.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>Malipiero, l. c. VII, I, p. 349; altri prospetti di questo genere -in Marin Sanudo, <i>Vite de' Duchi</i>, Murat. XXII, col. 990 (dell'anno -1426), col. 1088 (dell'anno 1440), presso Corio, fol. 435-438 -(del 1483), presso Guazzo, <i>Historie</i>, fol. 151 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 150) forse nota pel primo che il -desiderio della vendetta può in politica soffocare il sentimento del -proprio interesse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span>Malipiero, l. c. VII, I, p. 328.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span>Ancora assai limitatamente abbozzato e tuttavia importantissimo -è un prospetto statistico di Milano, che trovasi nel <i>Manipulus -florum</i> (presso Murat. XI, 711 e segg.) dell'anno 1288. -Esso enumera le porte delle case, la popolazione, gli uomini atti -alle armi, le logge dei nobili, le fontane, i forni, le taverne, le -botteghe de' macellai, i pescatori, il consumo del grano, i cani, -gli uccelli da caccia, i prezzi delle legne, del fieno, del vino e del -sale, — ed inoltre i notai, i medici, i maestri di scuola, i copisti, -gli armaiuoli, i maniscalchi, gli spedali di corte, i conventi, le -fondazioni pie e le corporazioni ecclesiastiche. — Un altro, forse -più antico, può vedersi nel <i>Liber de magnatibus Mediolani</i>, presso -Heinr. de Hervordia, ed. Potthast. p. 165. — Cfr. anche la statistica -di Asti dell'anno 1280, presso Ogerius Alpherius (Alfieri), -<i>De gestis Astensium, Hist. patr. Monumenta, Scriptorum</i> t. III, -col. 684 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span>Specialmente Marin Sanudo nelle <i>Vite de Duchi di Venezia</i>, -Murat. XXII, passim.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Presso Sanudo, l. c. col 958. Ciò che si riferisce al commercio -è riportato da Scherer, <i>Allgem. Geschs. des Welthandels</i>, -I, 326, in nota.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Sotto questa indicazione comprendonsi tutte le case e non -quelle soltanto, che appartengono al governo. Anche queste ultime -però rendevano talvolta moltissimo. Cfr. Vasari XIII, 83, <i>Vita di -Jac. Sansovino</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Ciò presso il Sanudo, col. 963. Un computo di Stato del 1490 -si ha alla col. 1245.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Anzi l'avversione parrebbe essersi tramutata nel veneziano -Paolo II in vero odio, talmente che egli chiamava eretici tutti gli -umanisti. Platina, <i>Vita Pauli</i>, p. 323.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>Sanudo, l. c. col. 1167.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Sansovino, <i>Venezia</i>, l. XIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span>Cfr. Heinr. de Hervordia ad a 1293 (pag, 213, ediz. Potthast).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>Sanudo l. c. col. 1158, 1171, 1177. Allorquando venne dalla -Bosnia il corpo di S. Luca, vi fu questione coi benedettini di -Santa Giustina di Padova, che credevano di possederlo, e l'autorità -papale dovette decidere. Cfr. Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 401).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Sansovino, <i>Venezia</i>, lib. XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span>Villani, VIII, 36. — L'anno 1300 è anche la data fissa per -la Divina Commedia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span>Ciò fu già constatato da Vespasiano fiorent. intorno al 1470, -v. pag. 554.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span><i>Purgatorio</i>, VI, sulla fine.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span><i>De Monarchia</i>, L. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span><i>Dantis Alligherii epistolae, cum notis C. Witte.</i> Come egli -volesse assolutamente in Italia l'imperatore ed il papa, veggasi -la lettera a pag. 35, durante il conclave di Carpentras del 1314.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>Al che la statistica di un anonimo dell'anno 1339, presso -il Baluz. <i>Miscell.</i> IV, p. 117 e segg. offre un complemento desiderato. -Anche qui la stessa attività generale: <i>non est dives aut -pauper in ea</i> (civitate), <i>qui de arte certa se nutrire non valeat -et suos</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span>Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il -Machiavelli, <i>Stor. fiorent.</i>, lib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una -bianca per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari -guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>Matteo Villani, III, 103.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span>Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della -peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul -principio del <i>Decamerone</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span>Giov. Villani, X, 164.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span><i>Ex annalibus Ceretani</i>, presso Fabroni, <i>Magni Cosmi Vita</i>, -ad not. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span><i>Ricordi di Lorenzo</i>, presso Fabroni, <i>Laur. Med. magnifici -Vita</i>, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, <i>Elog. Cosmus</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span><i>Di Benedetto Dei</i>, presso Fabroni, <i>ibid. adnot.</i> 200. L'indicazione -del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto -finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può -vedersi in Roscoe, <i>Vita di Lor. de' Medici</i>, vol. II, append. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span>Per es. nell'<i>Arch. Stor.</i>, IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span>Libri, <i>Hist. de sciences mathématiques</i>, II, 162 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span>Varchi, <i>Storie fiorentine</i>, III, p. 56 e segg. sulla fine del -lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo -essere derivati da sviste di copisti o tipografiche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span>Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale -io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni -dati sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni -si lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente -i documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro, -e lo scudo d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso, -da undici a dodici franchi della nostra moneta. -</p> - -<p> -In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476) -con 170,000 ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII, -II, p. 666). -</p> - -<p> -Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino, -con 200,000 ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani -(Gasp. veronens. <i>Vita Pauli JI</i>, presso Murat., III, II, col. 1027). -Altrove si hanno dati favolosi. -</p> - -<p> -Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione -di suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante -gli si attribuiscono 100,000 ducati (<i>Chron. venetum,</i> Muratori, -XXIV, col. 125). -</p> - -<p> -Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia -veggasi specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg., -(Notizia del 1498). -</p> - -<p> -Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città -che passano per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile, -perchè attestata da un Franc. Vettori: veggasi la di lui <i>Storia</i>, -nell'<i>Arch. Stor.</i>, append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34 -e 42, fa menzione del più ricco mercante genovese del suo tempo, -Ansaldo Grimaldi. -</p> - -<p> -Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore -del danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis). -</p> - -<p> -In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani -alla metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come -di 3 ad 8 (<i>Sacco di Piacenza</i>, nell'<i>Arch. Stor.</i>, append., tom. V; -nota dell'editore Scarabelli). -</p> - -<p> -In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano -da 50 a 60,000 ducati. (<i>Diario ferrarese</i>, Murat., XXIV, -col. 207, 214, 218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187). -</p> - -<p> -Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono -se non a conclusioni approssimative. Di questo genere sono -quei prestiti, che figurano fatti da una sola o da poche case, ma -che in fatto procedevano da grandi compagnie, e tali sono altresì -quelle enormi contribuzioni imposte ai partiti che soggiacevano, -come, per esempio, quelle che dall'anno 1430 al 1453 furono pagate -da settantasette famiglie per l'ammontare di 4,875,000 fiorini -d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.). -</p> - -<p> -L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui -morte (1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo -e Lorenzo l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440), -ben 235,137 (Fabroni, <i>Laur. Medic.</i>, adnot. 2). -</p> - -<p> -Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa testimonianza, -per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le quarantaquattro -botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio, -rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. <i>Vita di -Taddeo Gaddi</i>). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze, -<i>Florence et ses vicissitudes</i>, vol. II) è pieno di dati, i quali però -non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e -il meschino valore del danaro. -</p> - -<p> -Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano -da tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi -affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli -averi dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520 -una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (<i>Lettere pittoriche</i>, -I, append. 48).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span>Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo -il Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni -giudizio sulla loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole -(di Gino Capponi) nell'<i>Arch. Stor</i>., I, p. 315 e segg. — Le -lodi tributate a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle -che principalmente provocarono una reazione (Sismondi, <i>Histoire -des républiques italiennes</i>, fra molti altri).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span>Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti -lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. <i>Arch. Stor</i>., Append. tom. II, -p. 176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle -dal secolo XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato -dispotico, è noto universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia -de' Visconti nel 1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia -superiore col rifiutare ricisamente una federazione di città con -parità di diritti. Cfr. Corio, fol. 358 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span>Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò -sul modo di attuare una costituzione come segue: <i>le sedici -compagnie della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri -scegliere i quattro migliori, e da questi la Signoria -l'ottimo!</i> — Ma le cose poi andarono diversamente, e precisamente -per l'influenza stessa del Frate.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, -dopo la cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Machiavelli, <i>Storie fiorent</i>., lib. III. «<i>Un savio dator delle -leggi</i>» poteva salvar Firenze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Varchi, <i>Storie fiorent</i>., I, p. 210.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span><i>Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze</i>, nelle <i>Opere -minori</i>, p. 207.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in -Montesquieu.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il giudizio -spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione e -sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, <i>Lettere di Principi</i>, -III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span><i>Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer</i>, p. 701. — In -modo simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto -moderna ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti -del 1535. V. Della Valle, <i>Lettere Sanesi</i>, III, p. 317. — Un certo -numero di merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi -di Machiavelli, pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre -magistrature romane contro il mal governo dei nobili e della burocrazia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Pierio Valeriano, <i>De infelicit. literator</i>., parlando di Bartolommeo -Della Rovere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Senarega, <i>De reb. genuens</i>., presso Murat. XXIV, col. 548. -Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. -V. il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione -dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, <i>Archivio -Stor.</i> III, p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro -e (più tardi) cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente -dal quadro generale delle condizioni italiane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>Baluz. <i>Miscell</i>., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span>Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span>Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di -Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria. -Cfr. Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. stor</i>. VII, 1, p. 216 -e segg. In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente -a Venezia, benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di -qualche tiranno, mentre Firenze è costretta a tener soggette colla -forza le vicine repubbliche avvezze alla libertà, come osserva -Guicciardini (<i>Ricordi</i>, n. 29).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>In modo affatto speciale in una <i>Istruzione</i> dell'anno 1452 -agli inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, <i>Cosmus adnot</i>. 107.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>Comines, <i>Charles VIII, chap. 10:</i> si riguardavano i francesi -come <i>Santi</i>. — Cfr. chap. 17. — <i>Chron. venetum</i>, presso -Murat. XXIV, col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, <i>Cron. di Perugia, -Arch. stor</i>. XVI, II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>Pii II <i>Commentarii</i>, X, p. 492.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Gingins, <i>Dépêches des ambassadeurs milanais</i> etc. I, p. 26, -153, 279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. -Carlo si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di -Orléans.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span>Niccolò Valori, <i>Vita di Lorenzo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span>Fabroni, <i>Laurentius magnificus, adnot</i>. 205 e segg. Perfino -in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: <i>flectere si nequeam -Superos, Acheronta movebo</i>, ma è sperabile che non intendesse -alludere ai Turchi (Villari, <i>Storia di Savonarola</i>, II, -p. 48 dei Documenti).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span>Per es. Giov. Pontano nel suo <i>Caronte</i>. Sulla fine egli aspetta -uno Stato unitario.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span>Comines, <i>Charles, VIII, chap. 7</i>. — Come Alfonso cercasse -in guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, -ci è narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli -è il vero predecessore di Cesare Borgia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span>Pii II <i>Commentarii</i>, X, p. 492. — V. una fiorita lettera di -Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore -ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un -libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso -Baluz. <i>Miscell</i>. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse -nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria. -Cfr. Malipiero, <i>Ann. veneti. Arch. stor.</i> VII, I, 222. — Intorno a -Boccalino vedi sopra a pag. 35.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>Porzio, <i>Congiura de' Baroni</i>, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia -avuto una mano è appena credibile.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span><i>Chron. venetum</i>, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span>Malipiero, l. c. p. 565, 568.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span>Trithem, <i>Annales Hirsaug. ad an</i>. 1490, tom. II, p. 535 -e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span>Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim -a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che -esisteva una corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro -e Bajazet, anche se dovessero essere soppressi i documenti riportati -da Burcardo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span>Bapt. Mantuanus, <i>De calamitatibus temporum</i>, sulla fine -del secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della Corte di Roma</i>, I, p. 55.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>Ranke, <i>Geschichten der romanischen und germanirchen -Völker</i>. — L'opinione del Michelet (<i>Réforme</i>, p. 467), che i Turchi -avrebbero finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade -affatto. — Forse per la prima volta la missione riserbata alla -Spagna trovasi indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami -nel 1510 tenne alla presenza di Giulio II, per festeggiare la presa -di Bugia operata dalla flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. <i>Anecdota -litteraria</i>, II, p. 149.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span>Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo -Sforza, fol. 329.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span>Nic. Valori. <i>Vita di Lorenzo</i>. — Paul. Jovius, <i>Vita Leonis X</i>, -L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non -senza rettorica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span>Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva -e giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna -anche tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente -con Angelo Catto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span>Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span>Presso Villari, <i>la Storia di G. Savonarola</i>, vol. II, p. XLIII -dei <i>Documenti</i>, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere -politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente -presso il Baluzio, <i>Miscellanea</i>, ed. Mansi, vol. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span>Pii II <i>Commentarii</i>, L. IV, p. 190 ad a. 1459.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span>Paul. Jovius, <i>Elogia</i>. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino, -<i>che si sarebbe vergognato</i> di tollerare nella sua biblioteca un libro -stampato. Cfr. Vespas. fiorent.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span>Porcellii <i>Commentaria Jac. Piccinini</i> presso Murat. XX. -Una continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span>Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende -il vecchio Africano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span>Simonetta, <i>Hist. Franc. Sfortiae</i>, presso Murat. XXI, c. 630.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span>Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, <i>parte I</i>, -nov. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span>Cfr. per es. <i>De obsidione Tiphernatium</i> nel 2.º volume dei -<i>Rer. ital. scriptores ex codd. florent.</i>, col. 690. Avvenimento molto -caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault -con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III, -p. 25. — Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è -raccontato dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro -il duello in generale. <i>Sept. Decretal.</i> V, tit. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span>I particolari nell'<i>Arch. Stor. Append. T. V.</i>, ed in una lettera -presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello -Sforza sono rappresentate come una delle più terribili orde di -mercenari, che sieno mai state.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Una volta per sempre rimandiamo qui alla <i>Storia dei Papi</i> -di Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim <i>Sull'origine e lo sviluppo -dello Stato della Chiesa</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze -veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni ecclesiastiche -di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e segg.) -e J. Manetti <i>Vita Nicolai V</i> (Murat. III, II, col. 923). — Sugli -omaggi resi a Pio II, v. <i>Diario ferrarese</i> (Murat XXI. col. 205), -e Pii <i>Comment</i>. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562. Anche -assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa. — Le -grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta -importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV, -che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale -(Jac. Volaterranus, <i>Diarium</i>, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza -notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della -benedizione e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481 -non volle dar la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono -maledizioni e imprecazioni (Ibid. col. 133).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Machiavelli, <i>Scritti minori</i>, pag. 142, nel noto Discorso sulla -catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i francesi -si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr. presso -Paul. Jov., <i>Vita Leonis X</i> (L. II) la scena che precedette -la battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo -di ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa, -che ne pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che -fecero i Francesi a Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span>Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, -i quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo -la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti -di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero -imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II, -col. 1893) e dal Platina, pag. 317 ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span>L. B. Alberti: <i>De Porcaria conjuratione</i>, presso Murat. XXV, -col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: <i>omnem pontificiam turbam -funditus extinguere</i>. L'autore conclude: <i>video sane, quo stent -loco res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse -omnia conducat</i>.... Egli li chiama <i>extrinsecos impulsores</i>, e crede -che il Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche -le idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle -di Cola di Rienzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span><i>Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris.... -Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, -pater ecclesiae</i> etc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Pii II, <i>Commentarii</i>, IV, pag. 208 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Platina, <i>Vitae Paparum</i>, p. 318.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span>Battista Mantovano, <i>De calamitatibus temporum</i>, L. III. -L'arabo vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: -<i>venalia nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes, -thura, preces, coelum est venale, Deusque</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>Si veggano, per es., gli <i>Annales Placentini</i>, presso Murat. XX, -col. 943.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 416-420. Pietro aveva già aiutato -a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso Eccard, -<i>Scriptores</i>, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato profetizzato, -che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto -nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data -presso Baluz. <i>Miscell</i>. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. <i>Stor. -fiorent</i>. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo -è che i motivi non sarebbero loro mancati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127), -incorporare l'Apulia <i>come feudo devoluto a S. Pietro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>Fabroni, <i>Laurentius magnif. adnot.</i> 130. Un referendario -scriveva di ambedue:<i> hanno in ogni elezione a mettere a sacco -questa corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Corio, fol. 450.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span>Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, <i>Laurentius -magnif. adnot.</i> 217, e in estratto presso Ranke, <i>Die römischen -Päpste</i>, I, p. 45.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span>E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente -gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo -faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua -partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine -e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar -colle potenze estere veggasi a pag. 125.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span>Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, <i>Scriptores</i>, II, -passim.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense -di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia -Borgia fu data in moglie al principe Alfonso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span>Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla -deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, -e precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto -(<i>Charolus VIII</i>, presso Eccard <i>script</i>. II, col. 1584), Carlo, -offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo -nel nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea -<i>de Italiae imperio deque pontificis statu mutando</i>, ma subito -dopo l'avrebbe abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente -Alessandro. Il Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari -da questo tempo in avanti presso Pilorgerie, <i>Campagne -et bulletins de la grande armée d'Italie 1494-1495</i> (Paris, 1866 8.º), -dove si discorre della gravità del pericolo, in cui si trovò più volte -Alessandro (p. III, 117 ecc.). Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) -Carlo non pensava a fargli alcun male.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Corio, fol. 550. — Malipiero, <i>Ann. veneti, Arch. stor.</i> VII, I, -p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia -intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un nipote -viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato -pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le -persone addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui -possono mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare -maggiore di una chiesa di Murano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>Ciò presso il Panvinio (<i>Contin. Platinae</i>, p. 359): <i>insidiis Caesaris -fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre</i>. Testimonianza -certo autentica, contro la quale hanno poco peso le -asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa a -Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro -accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal -Tevere, il Sannazzaro scrisse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,</p> -<p class="i02"> Piscaris natum retibus, ecce, tuum.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span>Machiavelli, <i>Opere</i>, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395, -nella <i>Legazione al duca Valentino</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della Corte di Roma</i>, I, p. 12 -nella <i>Relaz</i>. di P. Capello. Letteralmente è detto: <i>il Papa rispetta -Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera -che ella</i> (la signoria di Venezia) <i>protegga il figliuolo e dice -voler fare tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria -nostra</i>. La parola suo non può riferirsi che a Cesare. -Del resto delle incertezze cagionate dall'uso del pronome possessivo -si ha un saggio nella questione oggidì ancor viva rispetto -alle parole usate dal Vasari nella <i>Vita di Raffaello</i>: «<i>a Bindo -Altoviti fece il ritratto suo</i>» ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span><i>Strottii poetae</i>, p. 19, nel poema sulla <i>Caccia</i> di Ercole Strozza, -<i>cui triplicem fata invidere coronam.</i> Poi anche nell'<i>Elegia</i> per -la morte di Cesare, p. 31 e segg.: <i>speraretque olim solii decora -alta paterni</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span>Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: <i>affore Alexandri -sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret</i>, -ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>Ibid: <i>sacrumque decus majora parantem deposuisse</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span>Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una -principessa francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma -in qualche modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia. -Non si sa s'egli abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio, -quantunque (secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse -calcolare sopra una prossima morte del padre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente -su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: -inoltre non si poteva prescindere dall'assenso della Francia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span>Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, <i>Cronaca -di Perugia, Arch. stor. XVII</i>. II, p. 137 e 221: <i>egli voleva che -i suoi soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che -in tempo di pace guadagnavano più ancora, che in tempo di -guerra</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Così Pierio Valeriano, <i>De infelicitate literator</i>., parlando -di Giovanni Regio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Tommaso Gar, l. c. p. 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span>Paulus Jovius, <i>Elogia, Caesar Borgia</i>. — Nei <i>Commentarii -urbani</i> di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una caratteristica -di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia -molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: <i>Roma.... nobilis -jam carnificina facta erat</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span><i>Diario ferrarese</i>, presso Murat. XXIV, col. 362.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span>Paul. Jovius, <i>Historiar</i>. II, fol. 47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span>Panvinius, <i>Epitome pontificum</i>, p. 359. Il tentativo d'avvelenamento -contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — Secondo -Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez, -cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i -segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, <i>Röm. Päpste</i>, I, p. 52, nota) -anche il cardinale di Verona.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>Prato, <i>Arch. stor. III</i>. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso -il Baluz. <i>Miscell</i>. IV, p. 518 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span>Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. <i>Chron. venetum</i>, -presso Murat. XXIV, col. 133.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span>Anshelm, <i>Berner Chronik</i>, III, pag. 146-156. — Trithem. -<i>Annales Hirsaug</i>. II, 579, 584, 586.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span>Panvin., <i>Cont. Platina</i>e, p. 341.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati -ancor vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span>In onta all'asserzione del Giovio (<i>Vita Alphonsi ducis</i>), resta -sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre -Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia -aragonese, che n'era stata cacciata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, <i>Leone X</i> ed. -Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel -luglio del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto -morto, le menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo -Colonna ed Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al -Campidoglio il popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo -della tirannia papale, <i>a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione</i>, -come narra il Guicciardini nel L. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span><i>Septimo decretal</i>. l. I, t. 3, cap. 1-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span>Franc. Vettori, nell'<i>Arch. stor</i>. VI, 297.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span>Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. <i>Chronicon Citicense</i>) -che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine -de' Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso -pure, ne pagò 30,000.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span>Franc. Vettori, l. c. p. 301.-<i>-Arch. stor. Appen. I</i>, p. 293 -e segg. — Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso -Gar, l. c. p. 42.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span>Ariosto, <i>Satire</i>, VI, vs. 106: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tutti morrete ed è fatal che muoja</p> -<p class="i01">Leone appresso<span class="dotted">. . . . . . . . </span></p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span>Una combinazione di questa specie può vedersi in un <i>Dispaccio</i> -del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle <i>Lettere -de' principi</i> I, 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span>Franc. Vettori, l. c. p. 333.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span>Presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bessi, VIII. p. 105 e segg. trovasi -una declamazione spedita nel 1517 da Pico al Pirkheimer. -Egli teme che ancor sotto Leone il male prevalga sul bene, <i>et in -te bellum a nostrae religionis hostibus ante audias geri, quam -parari</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span><i>Lettere de' principi</i>, I, Roma, 17 marzo 1523: <i>questo Stato -sta per molte cagioni sulla punta di un ago, e Dio voglia che -noi non dobbiamo fuggir presto ad Avignone e agli ultimi confini -dell'oceano. Io veggo prossima dinanzi a me la caduta di -questa spirituale monarchia.... Se Dio non ci ajuta, noi siamo -spacciati</i>. — Se Adriano sia stato avvelenato o no, non si può ricavar -con certezza da Blas Ortiz, <i>Itinerar. Hadriani</i> (Baluz, <i>Miscell. -ed. Mansi</i>, I, p. 386 e segg.); tutto il male sta in questo che -l'opinione pubblica lo supponeva.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span>Negro, l. c. in data 24 settembre e 9 novembre 1526, -11 aprile 1527.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Varchi, <i>Stor. fiorent.</i> I, 43, 46 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span>Paul. Jovius: <i>Vita Pomp. Columnae</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span>Ranke: <i>Deutsche Geschichte</i>, II, 375 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span>Varchi, <i>Storie fiorent</i>. II, 43 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Ibid., e Ranke, <i>Deutsche Geschichte</i> II, p. 394, nota. Si credeva -che Carlo volesse trasportare la sua residenza a Roma.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span>V. la sua lettera al Papa, in data di Carpentras, 1.º settembre -1527, negli <i>Anecd. litterar.</i> IV, pag. 335.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span><i>Lettere de' principi</i>, I, 72. Il Castiglione al Papa, Burgos 10 -dicembre 1527.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span>Tommaso Gar, <i>Relaz. della Corte di Roma</i>, I, 1527.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span>I Farnesi poterono tentare ancora qualche cosa di simile, -ma i Caraffa non vi riuscirono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span>Petrarca, <i>Epist. fam.</i> I, 3, p. 574, dove egli ringrazia Iddio -di esser italiano. Inoltre l'<i>Apologia contra cujusdam anonymi -Galli calumnias</i>, dell'anno 1367, pag. 1068 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span>Io intendo specialmente gli scritti di Wimpheling, Bebel ed -altri nel I vol. degli <i>Scriptores</i> dello Scardio; ai quali sono da -aggiungere per un tempo un po' anteriore un Felice Fabri (<i>Hist. -Svevorum</i>), e per un tempo un po' posteriore un Francesco (<i>Germaniae -exegesis</i>, 1518).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span>Un esempio per molti: la risposta del Doge di Venezia ad -un inviato fiorentino spedito per trattare degli affari di Pisa -nel 1496, presso il Malipiero, <i>Ann. veneti, Arch. stor</i>. VII, I, p. 427.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span>Si notino le espressioni <i>uomo singolare, uomo unico</i> per -esprimere i due maggiori gradi dello sviluppo individuale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span>In Firenze intorno al 1390 non vi era più nessuna moda -prevalente nei vestiti per uomo, perchè ognuno amava di vestirsi -a modo proprio. Cfr. la canzone di Franco Sacchetti: <i>contro alle -nuove foggie</i>, nelle <i>Rime pubbl. dal Poggiali</i>, p. 52.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span>Sulla fine del secolo XVI Montaigne, fra molte altre osservazioni, -fa il seguente confronto: «<i>ils (les Italiens) ont plus -communement des belles femmes, et moins des laides que nous; -mais des rares et excellentes beautéz j'estime que nous allons à -pair. Et (je) en juge autant des esprits: de ceux de la commune -façon ils en ont beaucoup plus et evidemment: la brutalité y est -sans comparaison plus rare: d'âmes singulières et du plus hault -estage, nous ne leur en debvons rien</i>». (<i>Essais</i>, L. III, chap. 5, -vol. III, p. 367 dell'edizione di Parigi del 1816).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span>Ma essi non mancano di mettere in mostra anche quella -delle loro donne, come può notarsi rispetto agli Sforza e ad altre -famiglie regnanti dell'Italia settentrionale. Si confrontino nelle -<i>Clarae mulieres</i> di Jacopo Bergomense le biografie di Giovanna -Malatesta, Paola Gonzaga, Orsina Torella, Bona Lombarda, Riccarda -d'Este, e delle più importanti donne della famiglia Sforza. -Fra esse c'è più d'una <i>virago</i>, cui non manca nemmeno l'ultimo -perfezionamento della individualità, una elevata cultura umanistica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>Franco Sacchetti nel suo <i>Capitolo</i> (<i>Rime pubb. dal Poggiali)</i> -pag. 56, enumera intorno al 1390 più di cento nomi di uomini ragguardevoli -dei partiti dominanti, che erano morti a sua memoria. -Per quante mediocrità possano esservi state fra essi, tuttavia l'insieme -è una testimonianza assai autorevole per comprovare il risveglio -dell'individualità. — Quanto alle «Vite» di Filippo Villani -veggasi più innanzi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span><i>Trattato del governo della famiglia.</i> È stata messa innanzi -una nuova ipotesi, secondo la quale questo scritto sarebbe opera -dell'architetto Leon Battista Alberti. Cfr. Vasari, IV, 54, nota 5, -ed. Lemonnier. — Sul Pandolfini cfr. Vespas. fiorent. p. 379.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span><i>Trattato</i>, p. 65 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Jov. Pontanus, <i>De fortitudine</i>, L. II. Sessant'anni più tardi -Cardano (<i>De vita propria</i>, cap. 32) poteva chiedere amaramente: -<i>quid est patria, nisi consensus tyrannorum minutorum ad opprimendos -imbelles timidos, et qui plerumque sunt innoxii?</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span><i>De vulgari eloquio</i>, L. I, cap. 6. — Sulla lingua italiana -ideale, <i>cap. 17</i>. — Sulla unità spirituale dei dotti, cap. 18. — Ma -anche il grido dell'esule nel celebre passo del <i>Purg. VIII</i>, 1 -e segg. e <i>Parad. XXV</i>, 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span><i>Dantis Alligherii Epistolae</i>, ed. Carolus Witte, p. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span>Ghiberti, <i>Secondo commentario</i>, Cap. XV. (Vasari, ed. Lemonnier, -I, p. XXIX).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span><i>Codri Urcei vita</i>, in principio delle sue opere. — Veramente -ciò confina col detto: <i>ubi bene, ibi patria</i>. — Le compiacenze -morali, indipendenti da ogni località e privilegio comune a -tutti gli Italiani più colti, alleviavano loro i dolori dell'esiglio. -Del resto il cosmopolitismo è un segno dell'epoca, nella quale si -scoprono nuovi mondi e si anela ad uscire dal vecchio. Accadde -altrettanto in Grecia dopo la guerra peloponnesiaca. Platone, a -detta di Niebuhr, non era un buon cittadino, e Senofonte ancor -meno: Diogene si compiaceva addirittura del suo cosmopolitismo -e si diceva egli stesso ἄπολις, come si legge in Laerzio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Gli angeli, che egli nel giorno anniversario della morte di -Beatrice disegnò sopra una tavoletta (<i>Vita nuova</i>, p. 61), potrebbero -essere stati qualche cosa di più che un semplice lavoro da -dilettante. Leonardo Aretino dice, che egli disegnava <i>egregiamente</i> -e che amava grandemente la musica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span>Per queste notizie e le seguenti veggasi specialmente Vespasiano -fiorentino, fonte importantissima per la storia della cultura -fiorentina nel secolo XV. Cfr. p. 359, 379, 401 ecc. — Poi -la bella e istruttiva <i>Vita Jannottii Manetti</i> (nato nel 1396) presso -Murat. XX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Ciò che segue è tolto in via di esempio dalla caratteristica -di Pandolfo Collenuccio del Perticari, presso Roscoe, <i>Leone X</i>, -ed. Bossi, III, p. 197 e segg. e nelle <i>Opere</i> del conte Perticari, -Milano, 1823, v. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Presso Muratori XXV, col. 295 e segg., e come complemento -a ciò Vasari, IV, 52 e seg. — Universale dilettante almeno, e al -tempo stesso maestro in molte specialità fu, per esempio, Mariano -Socini, se si presta fede alla caratteristica che ne dà Enea -Silvio (<i>Opera</i>, p. 622, Epist. 112).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span>Cfr. Ibn Firnas. presso Hammer, <i>Literaturgesch. der Araber</i>, -I, <i>Introduz</i>. p. 51.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span><i>Quicquid ingenio esset hominum cum quadam effectuum -elegantia, id prope divinum ducebat.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span>Quest'opera perduta è quella che dai moderni è ritenuta -sostanzialmente identica col Trattato del Pandolfini (v. sopra, p. 181 -nota).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span>Nella sua opera <i>De re aedificatoria</i>, L. VIII, cap. 1, si trova -una definizione di ciò che potrebbe dirsi una bella via: <i>si modo -mare, modo montes, modo lacum fluentem fontesve, modo aridam -rupem aut planitiem, modo nemus vallemque exhibebit</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span>Un autore per molti, Flavio Biondo, <i>Roma triumphans</i>, L. V, -p. 117 e seg., dove sono raccolte le definizioni della gloria date -dagli antichi e dove si concede anche al cristiano di aspirarvi. — Lo -scritto di Cicerone <i>De gloria</i>, che il Petrarca possedeva, è -andato perduto, come è noto universalmente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span>Paradiso, XXV, sul principio: <i>Se mai continga</i>, ecc. Cfr. -Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 49. <i>Vaghissimo fu d'onore e di -pompa, e per avventura più che alla sua inclita virtù non si -sarebbe richiesto</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span><i>De vulgari eloquio</i>, L. I, c. I. In modo specialissimo <i>De -Monarchia</i>, L. I, c. I, dove egli vuole dar l'idea della monarchia, -non solamente per essere utile al mondo, ma anche <i>ut palmam -tanti bravii primus in meam gloriam adipiscar.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span><i>Convito</i>, ed. Venezia 1529, fol. 5 e 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span><i>Paradiso</i>, VI, 112 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span>Per esempio: <i>Inferno</i>, VI, 89, XIII, 53, XVI, 85, XXXI, 127.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span><i>Purgatorio</i>, V, 70, 37, 133, VI, 26, VIII, 71, XI, 31, XIII, 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span><i>Purgatorio</i>, XI, 79-117. Oltre la gloria, quivi si trovano confusamente -grido, fama, rumore, nominanza, onore, tutti sinonimi -della stessa cosa. — Boccaccio poetava, com'egli confessa -nella <i>Lettera di Giov. Pizinga</i> (<i>Opere volgar</i>i), vol. XVI, <i>perpetuandi -nominis desiderio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span>Scardeonius, <i>de urb. Patav. antiq</i>. (Graev, Thesaur. VI, III, -col. 260). È incerto se si debba leggere <i>cereis, muneribus</i>, o per -avventura <i>certis muneribus</i>. — L'individualità alquanto spiccata -del Mussato può riscontrarsi dalla solennità, con cui è scritta la -sua <i>Storia di Enrico VII</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span><i>Epistola de origine et vita</i> ecc. al principio delle sue opere: -<i>Franc. Petrarca posteritati salutem</i>. Certi critici moderni, che si -scagliano contro la vanità del Petrarca, al suo posto avrebbero -difficilmente saputo serbare tanta bontà e sincerità d'animo, -come lui.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span>Opera, p. 117: <i>De celebritate nominis importuna</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span><i>De remediis utriusque fortunae</i>, passim.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span><i>Epist. seniles</i>, III, 5. Un'idea della celebrità del Petrarca -ce la dà, per esempio, Biondo Flavio (<i>Italia illustrata</i>, p. 416) -cento anni più tardi, quando ci assicura che anche un dotto non -ne saprebbe di più intorno al re Roberto il buono, se il Petrarca -non l'avesse così spesso e con tanto affetto ricordato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span><i>Epist. seniles</i>, XIII, 3, p. 918.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span>Filippo Villani, Vite, p. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span>L'una cosa e l'altra trovansi indicate nell'iscrizione sepolcrale -del Boccaccio: <i>Nacqui in Firenze al Pozzo Toscanelli: Di -fuor sepolto a Certaldo giaccio</i> ecc. — Cfr. <i>Opere Volgari</i> di -Boccaccio, vol. XVI, p. 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span>Mich. Savonarola, <i>De laudibus Patavii</i>, presso Murat. XXIV, -col 1157.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span>La deliberazione del Consiglio di Stato del 1396 coi motivi -presso Gay, <i>Carteggio</i>, I, pag. 123.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 39.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span>Franco Sacchetti, Nov. 121.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span>La prima nel noto sarcofago presso S. Lorenzo, la seconda -nel Palazzo della Ragione, sopra una porta. I particolari del ritrovamento -nel 1411 v. Misson, <i>Voyage en Italie</i>, vol. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span><i>Vita di Dante</i>, l. c. Come mai dopo la battaglia di Filippi -sarà stato trasportato a Parma il corpo di Cassio?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span><i>Nobilitatis fastu</i>, ed anzi <i>sub obtentu religionis</i>, dice Pio II -(<i>Comment. X</i>, p. 473). Questa nuova specie di gloria doveva dispiacere -a taluni, che erano avvezzi ad altra e di tutt'altra specie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span>Cfr. Keyssler, <i>Neueste Reisen</i>, p. 1016.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span>Plinio il Vecchio, come è noto, è oriundo di Verona.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>Questo si riscontra anche nello scritto notevolissimo: <i>De -laudibus Papiae</i> (Murat. X) del secolo XIV: molto orgoglio municipale, -ma nessuna gloria speciale ancora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span><i>De laudibus Patavii</i>, presso Murat. XXIV, col 1151 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span><i>Nam et veteres nostri tales aut divos aut aeterna memoria -dignos non immerito praedicabant. Quum virtus summa sanctitatis -sit consocia et pari emantur praetio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span>Nei <i>Casus virorum illustrium</i> del Boccaccio solo il nono -ed ultimo libro abbracciano un tempo, che non è antico. Ugualmente -ancor più tardi nei <i>Commentari urbani</i> di Raffaele da Volterra -il solo vigesimo primo, che è il nono dell'antropologia: il vigesimo -secondo e il vigesimo terzo parlano specialmente di Papi e -imperatori. — Nell'opera <i>De claris mulieribus</i> dell'agostiniano -Jacopo Bergomense (intorno al 1500) prevale l'antichità e ancor -più la leggenda, ma poi seguono alcune preziose biografie di donne -italiane. Presso lo Scardeonio, (<i>De urb. patav. antiq.</i> Graev. -<i>Thesaur</i>. VI, III, col. 405 e segg.) vengono nominate soltanto donne -celebri padovane: prima una leggenda del tempo delle invasioni -barbariche: poi alcune scene tragiche delle lotte dei partiti nei -secoli XIII e XIV; poi alcune ardite eroine, fondatrici di conventi, -politicanti, medichesse, una madre di molti ed illustri figli, -una letterata, una contadinella, che muore per salvare la sua innocenza, -e per ultimo la bella e colta donna del secolo XIV, per la -quale ognuno scrive poesie, nonchè la poetessa e la novellatrice. -Un secolo più tardi, a tutte queste celebrità padovane si avrebbe -potuto aggiungere la professoressa. — Le celebri donne di casa -d'Este, nell'Ariosto, <i>Orl. fur.</i> XIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span><i>Viri illustres</i> di B. Facio, pubbl. dal Mehus, una delle opere -più importanti in questo genere, del secolo XV, che io disgraziatamente -non potei consultare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span>Un poeta latino del secolo XII, che col suo canto cerca -l'elemosina di un vestito, si esprime in questo senso. V. <i>Carmina -Burana</i>, p. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span>Boccaccio, <i>Opere volgari</i>, vol. XVI, nel sonetto 13.º: Pallido, -vinto ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Fra gli altri presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, IV, p. 203.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span><i>Angeli Politiani Epp.</i> L. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span>Paul. Jovius, <i>De romanis piscibus, Praefatio</i> (1525), dove -dice che la prima Decade delle sue storie sarebbe tra breve pubblicata -<i>non sine aliqua spe immortalitatis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span>Cfr. a questo riguardo i Discorsi, I, 27. La tristizia può -avere la sua grandezza ed essere in alcuna parte generosa: la -grandezza può tener lontana da un fatto l'infamia: l'uomo -può onorevolmente essere un tristo, in contrapposto ad uno perfettamente -buono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span><i>Storie fiorent.</i> l. VI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span>Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando di Mario Molza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span>Il medio-evo è ricco di poesie così dette satiriche, ma la -satira non è ancora individuale, bensì quasi affatto generale ed -astratta, rivolta contro classi intere, corporazioni, popolazioni ecc., -e quindi anche facilmente assume un colore e un andamento didascalico. -Il tipo generale di questa tendenza si ha principalmente -nella favola del <i>Reineke Fuchs</i>, sotto tutte le forme con cui fu -redatta presso i diversi popoli d'occidente. Per la letteratura -francese di questa parte speciale veggasi l'eccellente nuova opera -di Lenient: <i>La satire en France au moyen-âge</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span>In via eccezionale vi si trova anche un'arguzia insolente, -<i>Nov.</i> 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span><i>Inferno</i>, XXI e XXII. L'unico che potrebbe paragonarsi -con Dante, è Aristofane.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span>Un modesto principio nelle <i>Opere</i>, p. 421 e segg., e nel -<i>Rerum memorand. libri IV</i>. Altro saggio si ha nelle <i>Epp. Seniles</i>, -X, 2, p. 868. Il giuoco di parole si risente spesso del luogo -dove si ricoverò nel medio-evo, il convento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span><i>Nov.</i> 40, 41: il condottiere è Ridolfo da Camerino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>La nota farsa di Brunellesco e del grasso legnajuolo, per -quanto sia spiritosa, merita però sempre di esser detta crudele.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>Ibid, <i>Nov</i>. 49. E tuttavia, secondo la <i>Nov</i>. 67, si credeva -che un romagnuolo qualunque superasse in malizia il più malizioso -fiorentino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Agn. Pandolfini, <i>Il governo della famiglia</i>, p. 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span>Franco Sacchetti, <i>Nov</i>. 156: <i>Nov</i>. 24. Le <i>facetiae</i> del Poggio, -quanto alla sostanza, sono molto affini alle novelle del Sacchetti: -burle, insolenze, equivoci di uomini semplici congiunte coll'oscenità -più raffinata, poi parecchi giuochi di parole, che rivelano -il filologo. — Su L. B. Alberti cfr. a pag. 188 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span>Conseguentemente anche nelle novelle degli italiani, il cui -contenuto è tolto di là.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span>Secondo il Bandello, IV, <i>Nov</i>. 2, il Gonnella sapeva contraffare -la fisonomia e i tratti di chicchessia, e imitare tutti i -dialetti d'Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span>Paul. Jovius, <i>Vita Leonis X</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span><i>Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus aetate vel -professione gravibus ad insaniam impellendis</i>. Ciò fa venire in -mente lo scherzo che usò Cristina di Svezia co' suoi filologi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Il cannocchiale io non l'ho tolto soltanto dal ritratto di -Raffaello, dove esso può essere interpretato piuttosto come una -lente per osservare le miniature del libro delle preghiere, ma da -una notizia del Pellicano, secondo la quale Leone osservava una -processione di monaci mediante uno <i>specillum</i> (cfr. il Zuricher -Taschenbuch del 1858, p. 177), e dal <i>cristallo concavo</i> menzionato -dal Giovio, di cui Leone si serviva nelle cacce. — Secondo Attilio -Alessio (Baluz. Miscell. IV, 518): <i>oculari ex gemina</i> (<i>gemma</i>?) -<i>utebatur, quam manu gestans, signando aliquid videndum esset, -oculis admovebat</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span>Essa non manca neanche nelle arti figurative, e basta ricordare -a questo proposito la nota parodia, colla quale si mettono -tre scimmie a rappresentare il celebre gruppo del Laocoonte. -Soltanto simili fatti si limitarono d'ordinario a semplici disegni -a mano, dei quali taluni andarono anche distrutti. La caricatura -è poi qualche cosa di essenzialmente diverso: Leonardo ne' suoi -grotteschi (Biblioteca Ambrosiana) rappresenta il brutto, in quanto -abbia in sè del comico, ed innalza con ciò questo carattere comico -a suo talento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span>Jovian. Pontan. <i>De Sermone</i>. Egli constata una speciale attitudine -al motteggio, oltre che nei Fiorentini, anche nei Sanesi e -nei Perugini, e per cortesia vi aggiunge poi anche la corte spagnuola.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span><i>Il Cortigiano</i>, L. II, fol. 74 e segg. — La derivazione del -motto dal contrasto, benchè non ancora abbastanza chiaramente, -nel fol. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span><i>Galateo</i> del Casa, ed. Venez. 1789, p. 26 e segg. 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span><i>Lettere pittoriche</i>, I, 71, in una lettera di Vincenzo Borghini -del 1577. — Machiavelli, <i>Storie fior</i>. l. VII dice dei giovani signori -di Firenze dopo la metà del secolo XV: <i>gli studi loro erano -apparire col vestire splendidi, e col parlare sagaci ed astuti, e -quello che più destramente mordeva gli altri, era più savio e -da più stimato</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>Cfr. l'orazione funebre di Fedra Inghirami per Lodovico -Podacataro (1505) negli <i>Anecd. litt</i>. I, 319. — Il raccoglitore di -scandali Massaino è menzionato da Paul. Jov. <i>Dialogus de viris -litt. illustr</i>. (Tiraboschi, T. VII, parte IV, p. 1631).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span>Così la pensava in complesso Leone X e non a torto: per -quanto i motteggiatori, dopo la sua morte, si sieno occupati di lui, -non hanno potuto tuttavia traviare l'opinione pubblica già formatasi -a suo riguardo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span>In questo caso si trovò il card. Ardicino della Porta, che -nel 1491 voleva deporre la sua dignità e rifugiarsi in qualche -lontano convento. Cfr. Infessura, presso Eccard, II, col. 2000.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span>V. la sua orazione funebre negli <i>Anecd. litter</i>. IV, p. 315. -Nella Marca di Ancona egli mise insieme una squadra di contadini, -che fu impedita di agire soltanto dal tradimento del duca di -Urbino. — I suoi bei madrigali amorosi, presso Trucchi, <i>Poesie -ined</i>. III, p. 123.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span>Com'egli adoprasse la lingua alla tavola di Clemente VII -v. nel Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VII, Nov. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span>Tutti i pretesi consigli tenutisi per rovesciare la statua di -Pasquino, presso P. Jov. <i>Vita Hadriani</i>, furono attribuiti ad -Adriano e sono da riportare a Sisto IV. — Cfr. nelle <i>Lettere -de' principi</i> I, la lettera del Negro in data 7 aprile 1523. Pasquino -aveva nel giorno di S. Marco una festa speciale, che il Papa proibì.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span>Per es. il Firenzuola, <i>Opere</i>, v. I, p. 126, nel <i>Discorso degli -animali</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span>Al duca di Ferrara, 1 gennaio 1536: «Voi viaggerete ora -da Roma a Napoli, <i>ricreando la vista avvilita nel mirar le miserie -pontificali con la contemplatione delle eccellenze imperiali</i>»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span>Come egli con ciò si fosse reso terribile specialmente agli -artisti, non è qui il luogo di dimostrarlo. — Il mezzo di cui in -Germania si servì la Riforma per dar pubblicità a singole questioni -speciali, è l'opuscolo: l'Aretino invece è giornalista in questo -senso, che cioè prova un bisogno continuo di pubblicare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span>Per esempio, nel <i>Capitolo</i> all'Albicante, cattivo poeta di -quel tempo: ma sventuratamente non è possibile citare i passi -relativi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span><i>Lettere</i>, ediz. Venez. 1539, fol. 12, del 31 maggio 1527.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span>Nel primo <i>Capitolo</i> a Cosimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span>Gay, <i>Carteggio</i>, II, p. 332.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span>V. L'imprudente lettera del 1536 nelle <i>Lettere pittor</i>. I, <i>Append</i>. -34. — Cfr. sopra pag. 198 intorno al culto reso alla casa -dove nacque il Petrarca nella stessa Arezzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'Aretin, per Dio grazia, è vivo e sano,</p> -<p class="i02"> Ma il mostaccio ha fregiato nobilmente,</p> -<p class="i02"> E più colpi ha, che dita in una mano.</p> -<p class="i07"> (Mauro, <i>Capitolo in lode delle bugie</i>).</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span>Si vegga, per esempio, la lettera al cardinale di Lorena, -<i>Lettere</i>, ediz. Venez. 1539, in data 21 novembre 1534, come anche -le lettere a Carlo V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span>Perciò che segue veggasi Gay, <i>Carteggio</i>, II, p. 335, 337, 345.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span><i>Lettere</i>, ed. Venez. 1539, fol. 15, in data 16 giugno 1529.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span>Forse era la speranza di ottenere il cappello cardinalizio e -forse il timore dei processi dell'Inquisizione, che cominciavano e -che egli ancora nel 1535 aveva osato biasimare (v. l. c. fol. 37), -ma che dopo la riorganizzazione del Tribunale avvenuta nel 1542 -improvvisamente tornarono in vita e ridussero ognuno al silenzio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span><i>Carmina Burana</i> nella «Biblioteca della Società letteraria -di Stuttgard», vol. XVI. — La dimora in Pavia (pag. 68, 69), le -località italiane in generale, la scena colla pastorella sotto l'ulivo -(pag. 145), la vista di un pino come albero di grande ombra in un -prato (pag. 156), l'uso ripetuto della parola <i>bravium</i> (p. 137, 144), -e più ancora la forma <i>Madii</i> per <i>Maji</i> (p. 141) sembrano appoggiare -la nostra ipotesi.<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a> — Il chiamarsi l'autore Gualtiero non -giustifica le induzioni sulla sua origine. Comunemente si suole identificarlo -con Gualtiero de Mapes, canonico di Salisbury e cappellano -dei re d'Inghilterra verso la fine del secolo XII. Ultimamente si -è creduto di riconoscerlo in un certo Gualtiero da Lilla o da Chatillon. -Veggasi Giesebrecht, presso Wattenbach: Deutschlands -Geschichtsquellem im Mittelalter, pag. 431 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span>Veramente, studiando da capo a fondo questa Raccolta singolarissima -di Canti goliardici, non si saprebbe al tutto consentire nell'opinione -quì manifestata dall'illustre Autore. Il trovare in molti di essi inserite -espressioni francesi, tedesche ed inglesi li farebbe credere piuttosto patrimonio -di tutta Europa, come d'altra parte sarebbe anche espressamente -indicato da ciò che vi si legge a pag. 252, che cioè <i>l'ordine dei vaganti</i> -accoglie in sè <i>uomini d'ogni nazione, teutoni e boemi, slavi e romani</i>. <span class="smcap">Nota del Traduttore</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span>Come l'antichità possa servir di guida e ammaestramento -in tutte le condizioni più elevate della vita, ce lo mostra a grandi -tratti Enea Silvio (<i>Opp</i>. p. 603 nella <i>Epist</i>. 105 all'arciduca Sigismondo).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span>Pei particolari rimandiamo a Roscoe: <i>Lorenzo il Magnifico</i> -e <i>Leon X</i>, nonchè a Voigt: <i>Enea Silvio</i>, e a Papencordt: <i>Storia -della città di Roma nel Medio-Evo</i>. — Chi vuol farsi un'idea -dell'estensione, che si dava agli studi degli uomini colti sul principio -del secolo XVI, consulti, prima d'ogni altro libro, i <i>Commentarii -urbani</i> di Raffaele da Volterra. Quivi si vedrà come l'Antichità -costituiva la parte più sostanziale di ogni ramo dello scibile, -dalla geografia e dalla storia locale sino alle biografie di tutti i -potenti ed illustri personaggi, alla filosofia popolare, alla morale, -alle singole scienze speciali e perfino all'analisi dell'intero sistema -aristotelico, con cui l'opera si chiude. E per conoscere tutta l'importanza -di quest'opera come fonte per la storia della cultura, bisognerebbe -confrontarla con tutte le anteriori enciclopedie. Una -trattazione circostanziata e completa di questo tema trovasi nell'eccellente -opera di Voigt: <i>Die Wiederbelebung des classischen -Alterthums</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span>L'argomento toccato qui solo di passaggio è stato in seguito -svolto in grandi proporzioni nell'opera di Gregorovius «<i>Storia -della città di Roma nel Medio-Evo</i>», alla quale rimandiamo una -volta per sempre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span>Presso Gugl. Malmesb. <i>Gesta regum Anglor.</i> L. II, § 169, -170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354 -e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è -fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma, -e finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante, -figlio di Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab -Aquis, <i>Imago Mundi</i> (<i>Hist. patr. Monum. Script.</i> T. III, col. 1603), -sull'origine della casa Colonna con riferimento all'invenzione di -tesori nascosti. — Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury -riporta tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo -di Tours, che è uno degli esempi più singolari di entusiasmo -umanistico nella prima metà del secolo XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Dante, <i>Convito</i>, Tratt. IV, cap. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span><i>Epp. familiares</i>, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma -prima di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span><i>Dittamondo</i>, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le -ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione -della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico. — Secondo -il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò -ed Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, <i>per vedere quelle magnificenze -antiche, che al presente si possono vedere in Roma</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span>Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori -d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di -marmi e di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140) -cercava imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò -in sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme -di Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter, -presso Duchesne, <i>Scriptores</i>, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno -non aveva avuto pretese così esorbitanti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span><i>Poggii Opera</i> fol. 50 e segg. <i>Ruinarum urbis Romae descriptio</i>. -Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di -Martino V. — Le terme di Caracalla e di Diocleziano avevano -ancora il loro rivestimento e le loro colonne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare -da una lettera riportata nella <i>Vita Pogii</i>, presso Muratori, XX, -col. 177, e come raccoglitore di busti col. 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span>Fabroni, <i>Cosmus, Adnot.</i> 86. Da una lettera di Alberto degli -Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto -Martino V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio -IV si consulti Vespasiano Fiorent. p. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span>Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, <i>Vita Pii II</i>, -presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — <i>Pii II Commentarii</i> -p. 48, 72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span>Boccaccio, <i>Fiammetta</i>, cap. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span>Leandro Alberti, <i>Descriz. di tutta l'Italia</i>, fol. 285. — Secondo -Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse -l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta, -Argo ed Atene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span>Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano -nel <i>Manipulus</i>, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul -principio della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani, -secondo il quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole -anti-romana e ribelle, mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente -romani (I, 9, 38, 41, II, 2). — Dante, <i>Inf</i>. XV, 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span><i>Commentarii</i>, p. 206, nel libro IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>Mich. Cannesius, <i>Vita Pauli II</i>, presso Murat. III, II, col. 993. -L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere scortese -nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: <i>de quo rerum -scriptores multa ac diversa commemorant</i>. — Più singolare ancora -parrà che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere -dal grande Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso -per nozze e ripeterlo poscia in un elogio del giurista -Teodoro Plato, come altresì che un Giovannantonio Plato al ritratto -in rilievo del filosofo da lui scolpito (nel cortile del palazzo -Magenta in Milano) non esitasse a porre un'iscrizione, nella quale -si leggeva: <i>Platonem suum, a quo originem et ingenium refert</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span>Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094; -e l'Infessura, presso Eccard <i>Scriptores</i>, II, col. 1951. — Matarazzo, -nell'<i>Arch. stor.</i> XVI, II, p. 180.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span>Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione -di trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, <i>Vita di Giov. da Udine</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span>Quatremère, <i>Storia della vita etc. di Raffaello</i>, ed. Longhena, -p. 531.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note386"> -<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>. </span><i>Lettere pittoriche</i>, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note387"> -<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>. </span>Egli voleva <i>curis animique doloribus quacumque ratione -aditum intercludere</i>; le allegre riunioni e la musica lo attraevano -moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. <i>Leonis X -vita anonyma</i>, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note388"> -<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>. </span>Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I -(<i>Perch'ho molto</i> ecc.) e la IV (<i>Poichè, Annibale</i> ecc.).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note389"> -<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>. </span>Ranke, <i>Die röm. Päpste</i>, I, 408 e segg. — <i>Lettere de' principi</i>, -I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... <i>tutti questi cortigiani -esausti da Papa Leone e falliti</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note390"> -<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>. </span><i>Pii II Commentarii</i>, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia -di Sannazzaro <i>in ruinas Cumarum</i>, nel libro II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note391"> -<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>. </span>Polifilo, <i>Hypnerotomachia</i>, senza numerazione di pagine. -In estratto presso Temanza, p. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note392"> -<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>. </span>Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non parlano -che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo. -Cfr. Sannazzaro, <i>De partu Virginis</i>, L. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note393"> -<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>. </span>Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello -<i>Spicileg. romanum</i> del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e -spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note394"> -<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>. </span>Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per -trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità. -Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli -concernenti Annio da Viterbo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note395"> -<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>. </span>Vespas. Fior. p. 31: <i>Tommaso da Serezana usava dire, che -dua cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e -murare. E l'una e l'altra fece nel suo pontificato.</i> — Intorno -a' suoi traduttori veggasi Aen. Sylv. <i>De Europa</i>, cap. 58, p. 459, -e Papencordt, <i>Gesch. der Stadt Rom</i>, p. 502.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note396"> -<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>. </span>Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, <i>Vita Nicolai -V</i>, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto -III abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas. -Fior. p. 284 e segg., coll'avvertenza del Mai.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note397"> -<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>. </span>Vespas. Fior. p. 617 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note398"> -<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>. </span>Vespas. Fior. p. 547 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note399"> -<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>. </span>Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, -col. 1185 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note400"> -<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>. </span>Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero, -<i>Ann. veneti, Arch. Stor.</i> VII, II, p. 663, 655.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note401"> -<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>. </span>Vespas. Fior. p. 124 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note402"> -<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>. </span>Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare -Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma -non posso indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il -semplice estratto delle <i>sentenze</i> di Menandro (forse un duecento -versi) con <i>tutte le opere</i> del medesimo, specialmente in una serie -di codici tanto completi (fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali -giunsero sino a noi). E non è neanche impossibile, che quel Menandro -una volta o l'altra non torni a rivivere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note403"> -<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>. </span>Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino -d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il -prezzo delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più -da occuparsi presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi), -ciò non può intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi -abbondavano ancor molto in Italia. — Fabroni, <i>Laurent. Magn. -Adnot.</i> 156. Cfr. <i>Adn.</i> 154.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note404"> -<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>. </span>Gaye, <i>Carteggio</i>, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto Calisto -III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da -un francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, <i>la Peinture</i> -tab. 78.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note405"> -<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>. </span>Vespas. Fiorent. p. 335.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note406"> -<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>. </span>Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di -Aless. Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note407"> -<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>. </span>Vespas. Fiorent. pag. 129.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note408"> -<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>. </span><i>Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis,</i> in una -poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, <i>Rerum ital. scriptor. ex -codd. florent.</i> T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della -sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr. -Libri, <i>Hist. de sciences mathématiques</i>, II, 278 e segg. — Sugli -stampatori di Roma v. Gaspar. Veron.<i> Vita Pauli II</i>, presso Murat. -III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo, -presso Murat. XXII, col. 1189.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note409"> -<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>. </span>Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti. -V. Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della <i>Cronaca del -mondo</i> di Zembino da Pistoja.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note410"> -<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>. </span>Fabroni, <i>Laurent. Magn. Adnot.</i> 212. — Ciò accadde rispetto -al libello <i>De exilio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note411"> -<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>. </span>Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note412"> -<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>. </span>La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio -Valeriano, <i>De infelicitate literator</i>. parlando dei Lascaris. E Paolo -Giovio sulla fine de' suoi <i>Elegia literaria</i> dice dei tedeschi.... -<i>quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae -et hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint.</i> -(Intorno al 1540).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note413"> -<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>. </span>Ranke <i>die Päpste</i>, I, 486. — Si confronti la fine di questa -parte del nostro lavoro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note414"> -<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>. </span>Tommaso Gar, <i>Relazioni della corte di Roma</i>, I, p. 338, 379.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note415"> -<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>. </span>Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con centocinquanta -ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, <i>Arch. -stor.</i> VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. <i>Arch. -stor.</i> XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio -se vi si insegnasse il greco; cfr. <i>Anecd. litter.</i> II, p. 300.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note416"> -<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>. </span>Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio -Camaldolese conosceva l'ebraico. <i>Ibid</i>. p. 320.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note417"> -<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>. </span>Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe -con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti -dal latino, dal greco e dall'ebraico (<i>librarios</i>), v. Platina, <i>Vita -Sixti IV</i>, p. 332.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note418"> -<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>. </span>Pierius Valerian. <i>De infelicit. literat.</i> parlando del Mongajo. — Intorno -al Ramusio cfr. Sansovino, <i>Venezia</i>, fol. 250.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note419"> -<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>. </span>Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao -Barbaro, presso <i>Ang. Polit. epist. L. IX.</i> — Cfr. <i>Jo. Pici -Oratio de hominis dignitate</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note420"> -<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>. </span>Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del -Poggio (<i>De Avaritia</i>, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono -dire di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini -o ne tradussero qualcuno dal greco in latino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note421"> -<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>. </span>Libri, <i>Histoire des sciences mathém.</i> II, 159 e segg., 258 -e seguenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note422"> -<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>. </span><i>Purgatorio</i> XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi: -Maria s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e -Fabrizio disinteressato: — In questa occasione è da far notare -l'introduzione cronologica delle Sibille nell'antica storia profana, -quale fu tentata nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note423"> -<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>. </span><i>Poeta</i> anche presso Dante (<i>Vita nuova</i>, p. 47) significa soltanto -colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in italiano -si usano le espressioni <i>rimatore, dicitore per rima</i>. Coll'andar -del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono col fondersi -reciprocamente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note424"> -<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>. </span>Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti -melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato -a vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (<i>extremi fures</i>). -Nella finta lettera a Livio, <i>Opera</i>, p. 704 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note425"> -<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>. </span>Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente -detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle <i>Opere -volgari</i>, vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia -che quella dell'antichità, e ignora affatto i trovatori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note426"> -<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>. </span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 50: <i>la quale</i> (laurea) <i>non -scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e -ornamento.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note427"> -<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>. </span><i>Paradiso</i>, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, -p. 50: <i>sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare</i>. -Cfr. <i>Paradiso</i>, I, 25.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note428"> -<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>. </span>La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle <i>Opere volgari</i>, -vol. XVI: <i>si praestet Deus, concedente senatu Romuleo...</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note429"> -<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>. </span>Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la -città, nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono -il poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato, -ma non si sa dove, nè da chi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note430"> -<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>. </span>Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note431"> -<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>. </span>Vespas. Fior. p. 575, 589. — <i>Vita Jan. Manetti</i>, presso Murat. -XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche -vivo, era tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e -uno spagnuolo si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel -monumento di Guarino il magistrato di Ferrara decretò -nel 1461 la somma, allora considerevole, di cento ducati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note432"> -<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>. </span>Cfr. Libri, <i>Hist. des sciences mathémat.</i> II, p. 92 e segg. — Bologna, -come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una -fondazione di Lorenzo il Magnifico <i>ad solatium veteris amissae -libertatis</i>, come dice Giovio, <i>Vita Leonis X</i>, L. I. — L'università -di Firenze (cfr. Gaye, <i>Carteggio</i>, I, p. 251 sino a 580 passim; -Matteo Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà -di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza -del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro -annui, ma sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda -volta. La cattedra per la spiegazione della Divina Commedia, -fondata dietro domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito -unita per lo più a quella di filologia e di rettorica, anche -quando la tenne il Filelfo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note433"> -<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>. </span>A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come -per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400 -(Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti -giuristi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note434"> -<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>. </span>Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note435"> -<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>. </span>Fabroni, <i>Laurent. Magn. Adnot.</i> 52, dell'anno 1491.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note436"> -<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>. </span>Allegretto, <i>Diari Sanesi</i>, presso Murat. XXIII, col. 824.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note437"> -<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>. </span>Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata, -pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, <i>Laurent. -Magn. Adnot.</i> 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note438"> -<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>. </span>Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — <i>Vita Jan. Manetti</i>, -presso Murat. XX, col. 531 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note439"> -<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>. </span>Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le -biografie di Guarino e di Vittorino del Rosmini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note440"> -<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>. </span>Vespas. Fiorent. p. 646.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note441"> -<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>. </span>All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao -Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: <i>De liberorum -educatione</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note442"> -<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>. </span>Ecco le parole di Vespasiano: <i>a vederlo in tavola così antico -com'era, era una gentilezza</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note443"> -<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>. </span>Ibid. p. 485.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note444"> -<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>. </span>Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove -anche si disputava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note445"> -<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>. </span>Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note446"> -<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>. </span>Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che -come una cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa -ebbe luogo nel 1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al -Concilio intorno all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone. -Cfr. Enea Silvio, <i>De Europa</i>, cap. 52. (<i>Opera</i>, p. 450).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note447"> -<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>. </span>Presso Nicolò Valori, nella <i>Vita di Lorenzo il Magnifico</i>. -Cfr. Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo -furono gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi -paragoni tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico. -Ibid. 308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo. -Ibid. 571: Singoli dialoghi di Platone già tradotti da -Leonardo Aretino. Ibid. 298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note448"> -<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>. </span>Varchi, <i>Storie fiorent.</i> L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente -pittura del modo di vivere di Filippo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note449"> -<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>. </span>Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino -e al Guarino), come anche la <i>Vita del Poggio</i> dello Shepherd, -debbono contenere molte notizie su questo riguardo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note450"> -<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>. </span><i>Epist.</i> 39, <i>Opera,</i> p. 526, a Mariano Socino.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note451"> -<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>. </span>Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto -a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati -principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini -celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (<i>Eclog</i>. V) -ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note452"> -<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>. </span>Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle -scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di -brevità, rimandare alla conclusione della <i>Storia della città di -Roma nel medio-evo</i> di Papencordt.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note453"> -<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>. </span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, parlando -di Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a -tempo, e si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo. -Sui magri emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer. -<i>De infelicit. literator.</i>, parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione -degli umanisti dal cardinalato sotto i predecessori di Leone, -reggasi l'orazione funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio. -<i>Anecd. litterar.</i> IV, p. 307.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note454"> -<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>. </span>Il meglio nelle <i>Deliciae poetarum italorum</i> e nelle appendici -alle diverse edizioni di Roscoe, <i>Leone X</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note455"> -<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>. </span><i>Pauli Jovii Elogia</i>, parlando di Guido Postumo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note456"> -<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>. </span>Pierio Valeriane nella sua <i>Simîa</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note457"> -<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>. </span>V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle <i>Deliciae poetarum -ital</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note458"> -<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>. </span>La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti -d'oro di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano -alla cieca, veggasi presso Giraldi, <i>Hecatommithi</i>, VI, nov. 8. E per -converso gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi -di staffile, qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta -misura. Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note459"> -<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>. </span>Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, IV, 181.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note460"> -<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>. </span>Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che -Alfonso fece fare, p. 93. — <i>Vita Jan. Manetti</i>, presso Murat. XX, -col. 541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: <i>Dicta et facta -Alphonsi</i>, insieme alle Glosse di Enea Silvio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note461"> -<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>. </span>Ovid. <i>Amores</i>, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. <i>De principe</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note462"> -<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>. </span><i>Giorn. Napolet.</i> presso Murat. XXI, col. 1127.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note463"> -<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>. </span>Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — <i>Volle avere piena notizia di -ogni cosa, così sacra come gentile.</i> — Cfr. sopra pag. 59 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note464"> -<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>. </span>L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio, -i Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti, -che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama», -di regola erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il -Decembrio, presso Murat. XX, col. 1014.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note465"> -<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>. </span>Paul. Jov. <i>Vita Alphonsi ducis</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note466"> -<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>. </span>Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro -(figlio di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla -morte, veggasi a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi -di Forlì il posto era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti -va annoverato anche Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488 -dalla propria moglie, ed ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio -di Bologna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note467"> -<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>. </span><i>Anecd. literar.</i> II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si -burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati -parassiti, dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità -di soldati, mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento -importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli -umanisti, come i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi -contro l'invasione sempre crescente della filologia greca).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note468"> -<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>. </span>Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, <i>Neueste -Reisen</i>, p. 924.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note469"> -<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>. </span><i>Pii II Comment.</i> L. II, p. 92. La parola <i>historiae</i> qui comprende -l'intera antichità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note470"> -<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>. </span>Fabroni, <i>Cosmus</i>, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un -passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro -segretari, veggasi presso Enea Silvio, <i>De Europa</i>, cap. 54 (<i>Opera</i> -pag. 454).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note471"> -<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>. </span>Cfr. pag. 293 e Papencordt, <i>Geschichte der Stadt Rom</i>, -p. 512, sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note472"> -<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>. </span><i>Anecdota literar.</i>, I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da -Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. — Le -pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano -sulla loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro -lettere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note473"> -<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>. </span>Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale -sotto Federico III. Cfr. <i>Epp.</i> 23 e 105,<i> Opera</i>, p. 516 e 607.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note474"> -<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>. </span>Corio, <i>Storia di Milano</i>, fol. 449, la lettera d'Isabella di -Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere -del Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione, -contenuta nelle <i>Lettere pittoriche</i>, III, 86 (Sebastiano del -Piombo all'Aretino) del come Clemente VII, durante il sacco dì -Roma, abbia chiamato a sè nel Castello i suoi dotti e ad ognuno -abbia dato l'incarico separato di preparare una lettera per Carlo V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note475"> -<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>. </span>Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223 -e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora -nel secolo XV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note476"> -<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>. </span>Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico, -Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti, -Enea Silvio ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note477"> -<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>. </span><i>Diario ferrarese,</i> presso Murat. XXIV, col. 198, 205.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note478"> -<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>. </span><i>Pii II Comment.</i> L. I, p. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note479"> -<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>. </span>Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna -di colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva -e perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento -trovansi citati in Pietro Crinito, <i>De honesta disciplina</i>, V, cap. 3. -Cfr. Vespas. Fior. p. 319, 430.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note480"> -<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>. </span><i>Pii II Comment.</i>, L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani, -che lo aspettavano a Viterbo. <i>Singuli per se verba facere, ne -alius alio melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares</i>. — Il -fatto che il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere -la parola per tutte le ambascerie mandate dagli Stati italiani -al nuovo papa Alessandro VI, è annoverato dal Guicciardini -(nel principio del I libro) fra le cause più serie, che contribuirono -alle sventure d'Italia dell'anno 1494.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note481"> -<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>. </span>Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note482"> -<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>. </span><i>Pii II Comment.</i>, L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra -principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta, -arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. <i>Archivio -Storico</i> IV, I, p. 452, nota.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note483"> -<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>. </span><i>De expeditione in Turcas</i>, presso Murat. XXIII, col 68. -<i>Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius</i>. — Oltre la -ingenua compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi, -veggasi il Campano, <i>Vita Pii II</i>, presso Murat. III, II, passim.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note484"> -<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>. </span>Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla -fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col -Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione -una volta il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che -sarei stato punito della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul. -Jov. <i>Vita Hadriani VI</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note485"> -<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>. </span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, parlando -del Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo -di Como un discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno -1460.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note486"> -<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>. </span>Fabroni,<i> Cosmus, Adnot.</i> 52.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note487"> -<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>. </span>Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat. -XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del -Platina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note488"> -<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>. </span><i>Anecd. literar.</i>, I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per -Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per -tali uffici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note489"> -<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>. </span>Di simili Prolusioni molte sono conservate nelle opere del -Sabellico, di Beroaldo il vecchio, di Codro Urceo ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note490"> -<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>. </span>La fama dell'eccellente modo di porgere del Pomponazzo è -attestata da Paolo Giovio, <i>Elogia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note491"> -<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>. </span>Vespas. Fior. p. 103. Cfr. il racconto (p. 598) del come Giannozzo -Manetti venne a lui nell'accampamento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note492"> -<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>. </span><i>Arch. stor.</i> XV, p. 113, 121, l'introduzione di Canestrini; -p. 342 e segg. due allocuzioni militari stampate; la prima, di Alamanni, -è veramente bella e degna della circostanza (1528).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note493"> -<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>. </span>Su ciò Faustino Terdoceo, nella sua satira <i>De triumpho -stultitiae</i>, lib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note494"> -<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>. </span>Due casi sorprendenti di questo genere in Sabellico (<i>Opera</i>, -fol. 61-82), <i>De origine et auctu religionis</i>, discorso tenuto a Verona -dinanzi al capitolo degli Scalzi: <i>De sacerdotii laudibus</i>, altro -discorso tenuto a Venezia. — Cfr. pag. 312 nota 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note495"> -<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>. </span><i>Jac. Volaterrani Diar. roman.</i> presso Murat. XXIII. passim. — Alla -col. 173 viene menzionata una notevolissima predica tenuta -alla corte, in assenza di Sisto IV: il padre Paolo Toscanella -tuonò contro il Papa, la di lui famiglia e i cardinali; Sisto quando -lo seppe, ne rise.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note496"> -<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>. </span>Filippo Villani, <i>Vite</i>, p. 33.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note497"> -<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>. </span><i>Georg. Trapezunt. Rhetorica</i>, il primo trattato completo. — Aen. -Sylvius: <i>Artis rhetoricae praecepta</i>, nelle <i>Opere</i>, p. 992; -non si occupa a bello studio che della testura dei periodi e del -nesso delle parole; del resto è assai caratteristico per la perfetta -cognizione delle pratiche in uso. Egli cita parecchi altri trattatisti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note498"> -<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>. </span>La di lui <i>Vita</i>, presso Murat. XX, è piena dei trionfi della -sua eloquenza. — Cfr. Vespas. Fior. 592 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note499"> -<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>. </span><i>Annales Placentini</i>, presso Murat. XX, col. 918.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note500"> -<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>. </span>Così si faceva col Savonarola, cfr. Perrens, <i>Vie de Savonarole</i>, -I, p. 163. Ma gli stenografi non sempre erano in grado -di tenergli dietro, come accadde anche con altri focosi improvvisatori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note501"> -<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>. </span>E non è neanche uno dei migliori. Il punto più notevole è -il fervorino della conclusione: <i>Esto tibi ipsi archetypon et exemplar, -teipsum imitare</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note502"> -<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>. </span>Lettere e discorsi di questa specie scrisse Alberto da Ripalta: -veggansi gli <i>Annales Placentini</i> scritti da lui, presso Murat. XX, -col. 914 e segg., dove quel pedante descrive la propria carriera -letteraria in modo molto istruttivo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note503"> -<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>. </span><i>Pauli Jovii Dialogus de viris litteris illustribus</i>, presso -Tiraboschi, tom. VII, parte IV. — Ma un decennio più tardi, sulla -fine de' suoi <i>Elogia literaria</i>, egli scrive: <i>Tenemus adhuc</i> (dopochè -il primato della filologia era passato alla Germania) <i>sincerae et -constantis eloquentiae munitam arcem etc.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note504"> -<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>. </span>Un genere speciale costituiscono naturalmente i Dialoghi -mezzo-satirici, che il Collenuccio e specialmente il Pontano imitarono -da Luciano. Il loro esempio produsse più tardi quelli di -Erasmo e di Hutten. — Pei trattati propriamente detti pare che -in sul principio abbiano servito di modello alcuni brani delle opere -morali di Plutarco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note505"> -<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>. </span>Benedictus: <i>Charoli VIII histor</i>., presso Eccard, <i>Scriptor II</i>, -col. 1577.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note506"> -<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>. </span>Pietro Crinito deplora questo disprezzo nel suo libro <i>De honesta -disciplina</i>, L. XVIII, cap. 9. Gli umanisti in ciò somigliano -agli autori della più tarda antichità, i quali ugualmente si discostavano -dal loro tempo. — Cfr. Burckhardt, <i>die Zeït Constantino -des Grossen</i>, pag. 285 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note507"> -<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>. </span>Nella lettera al Pizinga (<i>opere volgari</i>, vol. XVI). — Ancora -presso Raffaello da Volterra, L. XXI, il risveglio intellettuale -comincia col secolo XIV. Egli è quel medesimo scrittore, i cui -primi libri contengono tanti prospetti, eccellenti per quel tempo, -della storia speciale di tutti i paesi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note508"> -<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>. </span>Come quelli, per esempio, che ottenne Giannozzo Manetti -in presenza di Nicolò V, di tutta la Curia e di un gran numero -di stranieri venuti da lontani paesi. Cfr. Vespas. Fior. p. 592, e -la <i>Vita Jann. Manetti</i>, più volte citata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note509"> -<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>. </span>Ciò potrebbe affermarsi anche rispetto al passato, parlando -del Machiavelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note510"> -<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>. </span>Infatti fin d'allora si era trovato che in Omero, anche solo, -si ha la somma di tutte le arti e le scienze antiche, e che esso -è una vera enciclopedia. Cfr. <i>Codri Urcei opera. Sermo XIII</i>, la -conclusione. — Vero è però che una simile opinione s'incontra -anche in alcuni scrittori antichi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note511"> -<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>. </span>Un cardinale sotto Paolo II fece perfino insegnare l'Etica -di Aristotele a' suoi cuochi. Cfr. Gasp. Veron. <i>Vita Pauli II</i>, -presso Murat. III, II, col. 1034.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note512"> -<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>. </span>Per lo studio di Aristotele in generale è particolarmente -istruttivo un discorso di Ermolao Barbaro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note513"> -<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>. </span>Bursell. <i>Annales Bonon.</i>, presso Murat. XXIII, col. 898.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note514"> -<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>. </span>Vasari, XI, p. 189, 257, <i>Vite di Sodoma e di Garofalo</i>. — S'intende -da sè che alcune donne scostumate di Roma s'impadronirono -dei più armonici fra i nomi antichi, come Giulia, Lucrezia, -Cassandra, Porzia, Virginia, Pentesilea ecc., coi quali noi le vediamo -nominate dall'Aretino. — Gli ebrei adottarono forse fin d'allora -i nomi dei grandi nemici di Roma di razza semitica, Amilcare, -Annibale, Asdrubale ecc., che ancor oggi s'incontrano così frequenti -presso di loro a Roma.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note515"> -<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quasi che 'l nome i buon giudici inganni,</p> -<p class="i01">E che quel meglio t'abbia a far poeta,</p> -<p class="i01">Che non farà lo studio di molt'anni!</p> -</div></div> - -<p> -così scrive beffardamente l'Ariosto, il quale del resto ebbe la fortuna -di ricevere un nome armonioso (<i>Sat. VII</i>, vs. 64).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note516"> -<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>. </span>O di quelli del Bojardo, che in parte sono anche i suoi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note517"> -<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>. </span>Così i soldati dell'esercito francese del 1512 vengono <i>omnibus -Diris ad inferos evocati</i>. Del buon canonico Tizio, che prendeva -la cosa sul serio e scagliava contro le truppe straniere un'imprecazione -tolta a prestito da Macrobio, torneremo a far menzione -più sotto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note518"> -<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>. </span><i>De infelicitate principum</i> nelle <i>Opere</i> di Poggio, fol. 152: -<i>Cujus</i> (Dantis) <i>extat poema praeclarum, neque, si literis constaret, -ulla ex parte poetis superioribus</i> (agli antichi) <i>postponendum</i>. -Secondo il Boccaccio (<i>Vita di Dante</i>, p. 74), ancora a quel tempo -molti e saggi uomini agitarono la questione, perchè Dante non -abbia poetato in latino?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note519"> -<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>. </span>Chi vuol conoscere tutto il fanatismo che c'era in questo -riguardo, vegga Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i> -qua e là.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note520"> -<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>. </span>Veramente ci sono anche esercitazioni stilistiche confessate -come tali, come per esempio nelle <i>Orationes</i> ecc. di Beroaldo il -vecchio due novelle del Boccaccio tradotte in latino, ed una -canzone del Petrarca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note521"> -<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>. </span>Cfr. le lettere del Petrarca dal mondo di quassù ad alcune -illustri ombre. <i>Opera</i>, p. 704 e segg. Oltre a ciò, a pag. 372 nello -scritto <i>De republ. optime administranda</i> egli dice: «<i>sic esse doleo, -sed sic est</i>».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note522"> -<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>. </span>Un'immagine buffa del purismo fanatico in Roma la dà -Giov. Pontano nel suo <i>Antonius</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note523"> -<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>. </span><i>Hadriani</i> (Cornetani) <i>card. S. Chrysogoni de sermone latino -liber</i>. Principalmente la introduzione. — Egli trova in Cicerone -e ne' suoi contemporanei la latinità, quale essa veramente è in sè -stessa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note524"> -<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>. </span>Paul. Jov. <i>Elogia</i> parlando di Battista Pio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note525"> -<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>. </span>Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando del Navagero. Il loro ideale -sarebbe stato: <i>aliquid in stylo proprium, quod peculiarem ex -certa nota mentis effigiem referret, ex naturae genio effinxisse.</i> — Il -Poliziano s'inquietava già, quando avea fretta, di scrivere -le sue lettere in latino. Cfr. Raph. Volat. <i>Comment. urban</i>. L. XXI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note526"> -<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>. </span>Paul. Jov. <i>Dialogus de viris literis illustribus</i>, presso Tiraboschi, -ed. Ven. 1796, tom. VII, parte IV. Come è noto, il Giovio -voleva per un certo tratto di tempo intraprendere lo stesso grande -lavoro, che compì poi il Vasari. — In quel dialogo egli presente -anche e deplora che l'uso dello scriver latino fosse assai prossimo -a cessare del tutto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note527"> -<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>. </span>Nel Breve del 1517 a Franc. de' Rosi, concepito dal Sadoleto, -presso Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi VI, p. 172.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note528"> -<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>. </span>Gasp. Veronens., Vita <i>Pauli II</i>, presso Murat. III, II. -col. 1031. Oltre a ciò furono rappresentate forse le tragedie di Seneca -e alcune traduzioni latine di produzioni drammatiche greche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note529"> -<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>. </span>In Ferrara si rappresentava Plauto per lo più rifatto in veste -italiana dal Collenuccio, da Guarino il giovane e da altri, per -le cose che esso contiene. Ma Isabella Gonzaga si permetteva di -trovarle molto noiose. — Intorno a Pomponio Leto cfr. il Sabellico, -<i>Opera, Epist.</i> L. XI. fol. 56 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note530"> -<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>. </span>Per ciò che segue veggansi le <i>Deliciae poetar. italor.</i>; — Paul. -Jov. <i>Elogia</i>; — Lil. Greg. Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>; -le <i>Appendici</i> al Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note531"> -<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>. </span>Filippo Villani, <i>Vite</i>, pag. 5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note532"> -<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>. </span><i>Franc. Aleardi oratio in laudem Franc. Sfortiae</i>, presso -Murat. XXV, col. 384. — Nel parallello tra Scipione e Cesare il -Guarino stava per quest'ultimo, il Poggio pel primo (<i>Opera</i>, epp. -fol. 125, 134 e segg.). — Scipione e Annibale nelle miniature dell'Attavante, -v, Vasari, IV. 41. <i>Vita del Fiesole</i>. — I nomi di entrambi -adoperati a designare il Piccinino e lo Sforza, v. pag. 135.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note533"> -<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>. </span>Le splendide eccezioni, in cui la vita campestre è trattata -nella sua realtà effettiva, saranno anch'esse menzionate al luogo -opportuno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note534"> -<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>. </span>Ristampato dal Mai, <i>Spicilegium romanum</i>, vol. VIII. (Circa -500 esametri). Pierio Valeriano continuò a cantare ulteriormente -su questo mito: veggasi il suo <i>Carpio</i> nelle <i>Deliciae poetar. italor</i>. — Gli -affreschi del Brusasorci nel palazzo Murari a Verona -rappresentano la favola intera del Sarca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note535"> -<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>. </span><i>De sacris diebus.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note536"> -<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>. </span>Per esempio, nell'Egloga ottava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note537"> -<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>. </span>Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi VIII, 184: come anche una poesia -di stile somigliante XII. 130. — E molta affinità si riscontra -anche nella poesia di Angilberto della corte di Carlomagno. Cfr. -Pertz, <i>Monum. II</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note538"> -<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>. </span><i>Strozii poetae</i>, p. 31 e segg. <i>Caesaris Borgiae ducis Epicedium</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note539"> -<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Pontificem addiderat, flammis lustralibus omneis</p> -<p class="i01">Corporis ablutum labes, Diis Juppiter ipsis etc.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note540"> -<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>. </span>È il posteriore Ercole II di Ferrara, nato il 4 aprile 1508, -probabilmente poco prima o poco dopo la composizione di questa -poesia. <i>Nascere magne puer matri exspectate patrique</i>, è detto -verso la fine.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note541"> -<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>. </span>Cfr. le collezioni degli <i>Scriptores</i> dello Scardio, del Freher ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note542"> -<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>. </span>Uzzano, v. <i>Arch. stor.</i> I, 296. — Machiavelli, <i>I Decennali</i>. — La -storia di Savonarola sotto il titolo <i>Cedrus Libani</i> di fra -Benedetto. — <i>Assedio di Piombino</i>, presso Murat. XXV. — Come -riscontro a ciò, il <i>Teuerdank</i> ed altre opere rimate del nord a -quel tempo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note543"> -<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>. </span>Della <i>Coltivazione</i> di L. Alamanni cantata in versi sciolti -potrebbe affermarsi, che tutti i passi veramente poetici che s'incontrano -in essa e che possono gustarsi anche oggidì, sono tolti -direttamente o indirettamente dagli antichi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note544"> -<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>. </span>In questo caso dall'introduzione di Lucrezio e da Orazio, -Od. IV, I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note545"> -<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>. </span>L'uso di invocare un santo protettore anche in un'impresa -essenzialmente profana l'abbiamo già veduto (pag. 78) in una occasione -molto più seria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note546"> -<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Si satis ventos tolerasse et imbres</p> -<p class="i01">Ac minas fatorum hominumque fraudes,</p> -<p class="i01">Da, Pater, tecto salientem avito</p> -<p class="i02"> Cernere fumum!</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note547"> -<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>. </span><i>Andr. Naugerii orationes duae carminaque aliquot</i>, Venet. -1530, in 4.º — I pochi <i>Carmina</i> trovansi anche per la maggior -parte o completamente nelle <i>Deliciae poetar. italor.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note548"> -<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>. </span>Per dare un'idea di ciò che Leone X si lasciava dire, basta -citar la preghiera di Guido Postumo Silvestri a Cristo, a Maria -ed ai Santi, affinchè volessero conservare ancor lungamente al -bene dell'umanità questo nume, poichè il cielo ne ha già abbastanza. -Ristampata da Roscoe, <i>Leone X</i>, ed. Bossi, v. 237.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note549"> -<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>. </span>Boccaccio, <i>Vita di Dante</i>, p. 36.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note550"> -<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>. </span>Il Sannazzaro si burla di uno, che lo importunava con tali -falsificazioni: <i>sint vera haec aliis, mï nova semper erunt</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note551"> -<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>. </span><i>Lettere de' principi</i>, I, 88, 91.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note552"> -<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>. </span>Malipiero, <i>Annali veneti, Arch. stor. VII</i>, I, p. 508. Sulla -fine, riferendosi al toro, come stemma dei Borgia, è detto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Merge, Tyber, vitulos animosas ultor in undas;</p> -<p class="i01">Bos cadat inferno victima magna Jovi!</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note553"> -<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>. </span>Intorno a questo affare veggasi Roscoe, <i>Leone X</i>, ediz. -Bossi, VII, 211, VIII, 214 e segg. La collezione stampata, ora assai -rara, di questi <i>Goryciana</i> dell'anno 1524 contiene soltanto le -poesie latine. Vasari vide presso gli Agostiniani anche un libro -speciale, dove si trovavano eziandio dei sonetti ecc. L'affiggere -poesie era divenuta un'usanza così generale, che si dovette isolare -il gruppo mediante un cancello, e perfino impedirne la vista. La -trasformazione di Göritz in <i>Corycius senex</i> è tolta da un passo -di Virgilio, <i>Georg.</i> IV, 127. La trista fine di quest'uomo, dopo il -sacco di Roma, veggasi in Pierio Valeriano, <i>De infelicitate literat.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note554"> -<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>. </span>Ristampato nelle appendici al Roscoe, <i>Leone X</i>, e nelle -<i>Deliciae</i>. Cfr. Paul. Jov. <i>Elogia</i>, parlando di Arsillo. Inoltre, pel -gran numero degli scrittori di epigrammi veggasi Lil. Greg. Gyraldus, -l. c. Una delle penne più mordaci fu Marcantonio Casanova. — Fra -i meno conosciuti merita di esser notato Giov. Tommaso -Mosconi (v. le <i>Deliciae</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note555"> -<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>. </span>Marin Sanudo, nelle <i>Vite dei Duchi di Venezia</i> (Murat. XXII), -le riporta regolarmente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note556"> -<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>. </span>Scardeonius, <i>De urb. Patav. antiq.</i> (Graev. <i>Thesaur</i>, VI, III, -col. 270) nomina, come vero inventore del genere, un certo Odaxio -da Padova, intorno alla metà del secolo XV. Ma versi misti di -latino e della lingua di qualche paese se ne hanno molti anche -prima e dovunque.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note557"> -<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>. </span>Non si dimentichi, che essi furono pubblicati assai per tempo -corredati degli antichi scolii e di commenti nuovi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note558"> -<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>. </span>Ariosto, <i>Satira VII</i> dell'anno 1581,</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note559"> -<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>. </span>Di tali fanciulli se ne incontrano parecchi, ma io non posso -fornire una prova di fatto di ciò che qui ho detto. Il fanciullo miracoloso -Giulio Campagnola non è di quelli che furono portati in -alto per viste ambiziose. Cfr. Scardeonius <i>de Urb. Patav. antiq.</i> -presso Graev. <i>Thesaur</i>, VI, III, col. 276. — Il fanciullo miracoloso -Cecchino Bracci, morto a quindici anni nel 1544, v. Trucchi, -<i>Poesie ital. ined.</i> III, p. 229. — Come il padre del Cardano -gli volesse <i>memoriam artificialem instillare</i>, e come lo istruisse, -ancor fanciullo, nell'astrologia arabica, v. Cardanus, <i>De vita propria</i>, -cap. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note560"> -<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>. </span>Espressione di Filippo Villani, <i>Vite</i>, p. 5, in circostanza -analoga.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note561"> -<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>. </span>Bapt. Mantuani, <i>De calamitatibus temporum</i>, L. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note562"> -<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>. </span>Lil. Greg. Gyraldus, <i>Progymnasma adversus literas et literatos</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note563"> -<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>. </span>Lil. Greg. Gyraldus: <i>Hercules</i>. La dedica è una testimonianza -parlante del primo insorgere minaccioso dell'Inquisizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note564"> -<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>. </span><i>De infelicitate literatorum.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note565"> -<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>. </span>In questo riguardo veggasi Dante, <i>Inferno XIII</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note566"> -<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>. </span><i>Coelii Calcagnini Opera</i>, ed. Basil, 154, pag. 101, nel libro -VII delle <i>Epistole</i>. Cfr. Pier. Valer. <i>De infelic. literat.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note567"> -<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>. </span><i>M. A. Sabellici Opera. Epist.</i> L. XI, fol. 56, ed anche la -relativa biografia negli <i>Elogia</i> di P. Giovio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note568"> -<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>. </span>Jac. Volaterranus, <i>Diar. Roman.</i>, presso Murat. XXII, col. 161- -171-135. — <i>Anecd. litter.</i> II, p. 168 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note569"> -<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>. </span>Paul. Jov. <i>De romanis piscibus</i>, cap. 17 e 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note570"> -<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>. </span><i>Sadoleti Epist.</i> 106, dell'anno 1529.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note571"> -<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>. </span><i>Ant. Galatei Epist.</i> 10 e 12, presso il Mai, <i>Spicilegium roman.</i> -vol. VIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note572"> -<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>. </span>Questo ancor prima della metà del secolo. Cfr. Lil. Greg. -Gyraldus, <i>De poetis nostri temporis</i>, II.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - -<div style='display:block; margin-top:4em'>*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA CIVILTÀ DEL SECOLO DEL RINASCIMENTO IN ITALIA, VOLUME I ***</div> -<div style='display:block; margin:1em 0'>This file should be named 64205-h.htm or 64205-h.zip</div> -<div style='display:block; margin:1em 0'>This and all associated files of various formats will be found in https://www.gutenberg.org/6/4/2/0/64205/</div> -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Updated editions will replace the previous one—the old editions will -be renamed. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Information about the Mission of Project Gutenberg™ -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg™’s -goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg™ and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at www.gutenberg.org. -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non-profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation’s EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state’s laws. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation’s business office is located at 809 North 1500 West, -Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up -to date contact information can be found at the Foundation’s web site -and official page at www.gutenberg.org/contact -</div> - -<div style='display:block; font-size:1.1em; margin:1em 0; font-weight:bold'> -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without widespread -public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine-readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular state -visit <a href="https://www.gutenberg.org/donate/">www.gutenberg.org/donate</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. 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Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: <a href="https://www.gutenberg.org">www.gutenberg.org</a>. -</div> - -<div style='display:block; margin:1em 0'> -This Web site includes information about Project Gutenberg™, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. -</div> - -</body> -</html> diff --git a/old/64205-h/images/cover.jpg b/old/64205-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 6d801e4..0000000 --- a/old/64205-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
